Quello che si appressa

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La china che ha preso il mondo dopo la fine dell’unipolarismo Usa riproduce il solito schema del cosiddetto processo storico. Se viene a mancare un centro regolatore che, tramite forza e superiorità militare, impone agli altri la propria visione della storia, che è di conseguenza politica, economica e ideologico-culturale, si determina una lotta per intestarsi tale ruolo. Quindi ricomincia il caos per la preminenza, che solo apparentemente era uscito dalla storia mentre restava sospeso in un certo equilibrio apparente, il che, al contempo, ci dice che la storia non è un processo ma un movimento per strappare al caos un ordine precario ma solo per qualche tempo.

Ecco perché la storia non è mai finita. Il corso della storia non è un percorso lineare con un punto di partenza e uno di arrivo, ma lo svolgersi caotico di fatti ed eventi che generano conflitti insopprimibili, dai quali emerge un egemone temporaneo che sottometterà gli altri, fino a quando i rapporti di forza non torneranno a sbilanciarsi sotto i colpi del caso. Il destino, che qualcuno chiama progresso, delle società umane è questa fatica di Sisifo senza alcuna conclusione né predeterminazione.

Questo, ovviamente, non vuol dire che non possano farsi minime previsioni su ciò che succederà nel giro di dieci, venti o trent’anni. Ma più in là si spingono certe previsioni, più si espongono ai mille rivoli di eventi e situazioni che ci sfuggono. Per questo siamo più bravi a trovare concatenazioni di cause ed effetti, o meglio a generare arbitrariamente cause ed effetti, solo a cose fatte, quando la nostra narrazione finalistica può scegliere un qualsiasi punto di partenza e uno di arrivo che ci convincono maggiormente.

Ma questo non significa che la storia tenga conto delle nostre interpretazioni che, appunto, non sono sostanziali al suo verificarsi, ma sono soltanto un nostro inferimento talmente parziale che fatti successivi ne dimostrano l’incompletezza e l’autoreferenzialità. Ecco perché la storia, che mai si ferma, per noi è sempre revisione del passato in un presente differente, ed ecco perché non vi è avvenimento di ieri che non possa essere riconsiderato per le esigenze dell’oggi. Fanno tenerezza quanti affermano che la storia è memoria, la storia è assoluta smemoratezza e ripresentarsi in fogge nuove di altre prepotenze.

Quanti si affannano ad inventarsi giornate del ricordo tramutate in leggi dello stato o scendono in piazza a dire che la storia non si cambia, mentre accade sempre e immancabilmente il contrario, ovvero la storia si cambia eccome e ci cambia all’occorrenza, stravolgendo precedenti acquisizioni, tanto che il passato ci sta sempre davanti esattamente come il futuro, sono dei poveri decerebrati. Non si può prevedere il passato esattamente come noi uomini non possiamo prevedere quasi nulla se non a breve termine. E quando si dice che andiamo a ritroso, in realtà non si va da nessuna parte se non nel proprio presente a scegliersi, da ciò che è accaduto e da ciò che accadrà, elementi a sostegno della propria tesi o utilità. E sempre ciò che è già capitato ci sembrerà necessitato e ciò che dovrà accadere ignoto ma accomodabile, almeno nelle parole.

Tutto ciò per dire che, siccome non è vero che la storia insegna qualcosa, ma soltanto ciò che ci piace sentire in determinati momenti, ciò che vogliamo darci a bere come insegnamento, presto ci ritroveremo nelle medesime situazioni che abbiamo giudicato errori imperdonabili di chi ci ha preceduto. E ciò che abbiamo posto come imperituro o come punto di arrivo della nostra società cadrà ancora a pezzi, si chiami Costituzione, democrazia, libertà, eccetera, mentre con tali nomi chiameremo ciò che ci converrà in un orizzonte stravolto secondo le convenienze che si approssimeranno.

E faremo le cose peggiori in nome delle nostre convinzioni, esattamente come gli uomini che hanno vissuto altri periodi tragici. Il “mai più guerre” di oggi, infatti, sta passando piano piano a “qualche guerra si deve fare”, poi a “qualche altra è necessaria” e infine a un’altra immane tragedia. Di tragedia in tragedia è andato avanti il mondo, anche se noi ci siamo creduti immuni a questo per quasi ottant’anni, senza tralasciare una certa ipocrisia, quella delle nostre aggressioni negate o giustificate o autorizzate dall’Onu, quando lo sono state.

Ora, passando ai fatti brutti, l’Europa ha deciso che deve riarmarsi. Ma non lo sta facendo per un impulso naturale e proprio, bensì perché costretta da chi la domina. Quindi si sta armando contro se stessa. Fino a quando ha vissuto entro un campo di stabilità pressoché definito, esito di almeno due conflitti mondiali per la preminenza che hanno prodotto un evento raro, quello della coabitazione non paritaria ma comunque capace di generare una separazione del mondo in due blocchi, l’Europa ha potuto illudersi che la politica e la forza fossero retaggi del passato inglobati nelle leggi dell’economia, che aveva persino sostituito le prime come forma di espansione attraverso la penetrazione dei mercati e la circolazione delle merci.

Si ignorava, però, che ciò che permetteva alle merci di circolare e alle leggi di apparire tali erano pur sempre i rapporti di forza consolidati sullo sfondo, che erano gli Usa a esercitare quasi esclusivamente. Mentre noi ci dedicavano a welfare e pace sociale il gendarme del pianeta vegliava sulla guerra. Ora che il mondo ha perso questo equilibrio, ci si rende conto che la teoria di Bastiat era solo una lettura parziale del fenomeno. Dove non passano le merci passano gli eserciti, ma ciò è vero anche nel senso che le merci passano soltanto perché gli eserciti sono già passati e vigilano affinché passino in un certo modo.

Adesso l’Europa vede scomparire questo scenario di false convinzioni, nonostante continui a ripeterle e a praticarle con risultati via via più scadenti. Si pensi anche alle stupidaggini sulla transizione energetica e sul fare qualcosa contro le responsabilità antropiche del riscaldamento climatico, che si infrangono su ogni bomba che esplode e su ogni missile che cade, producendo in un solo istante uno sconvolgimento che un’azienda produce in anni. Mentre saltano in aria le infrastrutture strategiche di qualche paese ci propinano auto elettriche ormai prodotte solo in Cina.

L’interesse economico non basta più per essere nel proprio tempo e si riafferma prepotentemente quello strategico, come era in passato. E il passato ritorna come forma del presente che determinerà il prossimo futuro, che non vedo affatto bene per l’Europa e per l’Italia, sottomesse a classi dirigenti di sciocchi servili che si preparano a fare guerre contro se stesse perché legate a una visione del mondo definitivamente tramontata dietro l’orizzonte del multipolarismo annunciante un sempre più violento policentrismo.

I prossimi conflitti che si avvicinano faranno piazza pulita delle nostre degenerazioni attuali, sbocciate come gramigna in un lungo contesto storico nel quale abbiamo creduto di essere migliori dei nostri avi perché abbiamo ripudiato le guerre, sempre sostenendone alcune senza però volerle vedere, e abbiamo creduto che l’economia fosse il modo più sviluppato di risolvere le controversie internazionali attraverso leggi apparentemente neutrali che parevano cadere dal cielo o direttamente dalle tavole divine.

È tutto finito. La guerra, sola igiene del mondo, ci libererà di tante bugie con le quali sono proliferate le peggiori classi politiche della storia e una genia di parassiti che si alimenta di decadenze ideologiche dalle fradice mammelle delle prime. Ci aspetta un futuro tragico e di tante sofferenze, su questa previsione credo di non sbagliare, ma di solito è il sangue che scorre a portarsi via le scorie delle epoche morte, e perché no anche a schiudere finestre rivoluzionarie soprattutto negli anelli deboli della catena imperialistica. Chissà…