Il meno peggio

gianfranco

 

Beh, a questo punto è ovvio che qualsiasi persona, che non si senta parte dell’establishment (almeno in potenza), è obbligata a votare NO. La mossa degli 85 euro (lordi) agli statali (siamo poi sicuri che non incideranno sul “bonus” degli 80?) è di una indecenza unica. Sono anche capaci di recuperarli accettando le proposte di quel “benefattore” di Boeri, che propone un contributo di “solidarietà” (solo da parte sua al governo e con soldi non suoi) per i pensionati con 1800 o 2000 euro (sempre lordi). C’è il SI di Prodi, quello che iniziò da presidente IRI la rovina dell’industria pubblica (e voleva svendere la SME a De Benedetti e fu bloccato da Craxi), membro di quella “sinistra DC” salvata da “mani pulite” per fare da stampella al post-piciisti da Occhetto in giù (o in su?). Ha sempre parlato malissimo di Renzi, quindi deve avere avuto qualche promessa di quelle “appetitose”. Poi c’è il SI di Briatore. E ancora Berlusconi – mostrando il suo vero volto di complice che deve restare legato al centro-destra per continuare a danneggiarlo anche dopo il 4 dicembre – afferma, esagerando, che se vince il SI è meglio espatriare; dichiarazione da appaiarsi a quella secondo cui si avrebbe la “dittatura”. Infine, la disoccupazione sarebbe diminuita (condizionale d’obbligo perché le statistiche sono ormai manovrate ancor peggio che nei paesi “socialisti” d’antan), ma è aumentato di molto il precariato. La qual cosa dimostra a iosa che siamo sempre – e non solo in Italia! – nella crisi di tendenziale depressione del tipo di quella, da me infinite volte ricordata, del 1873-96, legata al declino inglese e al crescere del multipolarismo con sregolazione complessiva dei vari sistemi economici. Insomma, solo un ignaro o uno che ottiene favori da questo governo può votare SI; e anche astenersi non è più possibile.

 

Naturalmente, ribadisco che il fronte del NO è solo il meno peggio in una situazione in cui il peggio è veramente l’annientamento di questo paese, l’inizio di una sua vertiginosa discesa agli inferi. Tuttavia, occorrerebbe ben altro. Sarebbe necessaria quella che viene definita “dittatura”: da parte di una forza politica feroce, che faccia pagare alla “sinistra” (e ai suoi complici tipo il “nano d’Arcore”) un prezzo terribilmente elevato, con annientamento totale delle sue organizzazioni e messa in galera o peggio dei suoi sostenitori. Non c’è nulla del genere (ma verrà, purtroppo ci vorrà un bel po’ di tempo, ma arriverà) e dunque al momento non resta che un misero NO. Buona fortuna perché ho molti timori; e dei sondaggi mi fido meno che niente.

Destra e Sinistra di R. Buffagni

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Da un commento di Roberto Buffagni postato su: http://ilblogdilameduck.blogspot.it/2016/11/make-italy-great-again.html#comment-form

 

 

In effetti e *oggettivamente*, secondo la formula prediletta da Stalin, oggi il clivage principale dello scontro politico non è tra sinistra e destra, ma tra forze favorevoli e contrarie alla UE e all’euro, quali che ne siano provenienza e cultura politica. In linea di principio e in un mondo migliore, la strategia del superamento del clivage destra/sinistra e della costruzione di un’alleanza – o addirittura dell’integrazione in nuovo partito – tra forze politiche provenienti da sinistra e da destra, allo scopo di uscire dall’eurozona e di riappropriarsi della sovranità nazionale alienata alla UE, sarebbe la più adeguata alla fase politica.

Peccato che secondo la mia valutazione – che può, beninteso, essere sbagliata – in Italia l’edificazione di questa alleanza è impossibile in tempi politici prevedibili (5-10 anni); non solo, ma il tentativo di crearla può rivelarsi gravemente controproducente.

Una forza politica che – pur tra limiti e contrasti interni – da anni si sta trasformando per superare il clivage destra/sinistra ed opporsi efficacemente a UE ed euro è il Front National di Marine Le Pen. Sinora, la riconversione strategica ha avuto successo, tant’è vero che il FN è il primo partito di Francia, e Marine Le Pen ha la reale possibilità di vincere le presidenziali del 2017. Il Front National, nato da Vichy e dall’OAS contro il gaullismo e de Gaulle, ha oggi una linea gaulliana, cioè a dire una linea politica patriottica che difende insieme l’interesse nazionale e l’interesse dei ceti popolari (il FN oggi si prende il voto operaio che fino a poco fa andava a sinistra). Questa metamorfosi ha dovuto innestarsi su una solida base di nazionalismo “di destra”, per il fatto elementare che il nazionalismo “di sinistra”, che pure in Francia c’era, è stato cancellato dall’adesione della sinistra alla UE.

In Italia, purtroppo, una riedizione come che sia aggiornata dell’esperimento FN è impossibile – almeno per un’ “ora” nient’affatto breve – perché l’Italia non ha avuto un Charles de Gaulle, cioè un nazionalista antifascista che, rappresentando nella sua persona la continuità dello Stato e l’indipendenza della patria dopo la sconfitta bellica e la collaborazione col nemico occupante, ha saputo risparmiare alla Francia il destino di nazione vinta e occupata dalle forze vincitrici della IIGM. L’Italia ha avuto Benito Mussolini e Pietro Badoglio, il 25 luglio e l’8 settembre: la continuità dello Stato, l’indipendenza della patria, persino l’idea di nazione e di interesse nazionale come valori sovraordinati alle appartenenze politiche, sono stati travolti dal disastro fascista, dalla fine disonorevole della dinastia, da una guerra civile in cui entrambi i campi si sono subordinati a potenze straniere, dalla sconfitta bellica e dall’occupazione militare alleata.
In Italia, quindi, manca la base – ancor prima culturale e ideologica che politica – su cui innestare un progetto di fronte nazionale, che, lanciando una parola d’ordine del tipo “la destra dei valori, la sinistra del lavoro”, si proponga di superare contrapposizioni politiche ormai incapacitanti in nome dell’indipendenza della patria, della sovranità dello Stato, dell’interesse della nazione e del popolo italiano.
Mi si obietterà: ma certo che c’è, la carta dei valori intorno alla quale costruire il Fronte Nazionale di Liberazione! C’è la Costituzione! La Costituzione italiana, che presidia la sovranità popolare, difende la democrazia e il lavoro, ed è incompatibile tanto con le usurpazioni di sovranità e legittimità commesse dalla UE con la complicità dei governi italiani, quanto con le politiche economiche imposte da UE ed euro, che intenzionalmente producono disindustrializzazione, disoccupazione di massa e progressivo peggioramento delle condizioni di vita del popolo italiano.

E’ così? Davvero la Costituzione italiana può far da base all’alleanza politica che darà vita al Fronte Nazionale di Liberazione dall’euro e/o dalla UE? Io penso di no. Spiego perché.

La Costituzione antifascista non è un valore o una piattaforma che possa accomunare destra e sinistra italiane antiUE/antieuro e farle ritrovare intorno a un programma minimo comune. L’aggettivo “antifascista” non è un fatto accessorio, è una qualificazione decisiva. Nella destra italiana, il fascismo è un residuo minimo, e dunque non è questo l’ostacolo. L’ostacolo principale è invece un fatto storico molto rilevante: che dopo il 1945, con la (benemerita) decisione di Togliatti e di Stalin di conformarsi a Yalta, e cioè di non perseguire anche qui la linea della guerra civile in vista dell’instaurazione di una “democrazia popolare” (come invece fu tentato proprio in Grecia), il PCI ha sostituito la linea “rivoluzionaria di classe” con la linea “antifascista e interclassista” e il mito (sottolineo due volte mito) della Resistenza. Cioè a dire, la linea del CLN.
Quando si proclamano “i valori della Costituzione” a un elettore di destra, automaticamente egli intende “valori di sinistra”. Non conta, qui, se l’elettore di destra sia un liberale, un leghista, un fascista, un cattolico tradizionalista, un nazionalista, etc.: conta che “la Costituzione più bella del mondo” per l’elettore di destra è anzitutto la Costituzione di una parte politica (non la sua). Quando la sente nominare, assocerà mentalmente cose diverse, a seconda dei suoi interessi e della sua ideologia: assistenzialismo e Roma ladrona se è leghista, sindacati e tasse se è un liberale, divorzio e aborto se è un cattolico tradizionalista, stragi partigiane e tradimento dell’alleato se è un fascista, occupazione americana e perdita dell’indipendenza se è un nazionalista, etc.: non assocerà mai “la preziosissima carta fondamentale della nostra patria”. La realtà a lui più simpatica a cui la potrà associare è la Prima Repubblica, per la quale alcuni (non tutti) gli elettori di destra provano una certa nostalgia, specie se non sono più giovani.
Qui non affronto il tema se l’elettore di destra abbia torto, ragione, torto e ragione insieme, etc.: segnalo soltanto il fatto che è così, e aggiungo un paio di esempi che possono illustrare meglio questa realtà.

Primo esempio. Al suo insediamento, il presidente Mattarella è andato a omaggiare i caduti delle Fosse Ardeatine. Così facendo, egli non ha reso omaggio alla nazione: altrimenti, avrebbe omaggiato l’Altare della Patria, che sta lì a due passi. Ha reso omaggio a una parte della nazione, quella che appunto si riconosce nella narrazione antifascista e di sinistra e nel mito della Resistenza. Però c’è anche un’altra parte della nazione che non vi si riconosce, e non è composta esclusivamente di nostalgici di Salò: anzi.
Secondo esempio. Quando gli antieuro/antiUE chiamano “fascista” la politica della UE e il meccanismo dell’euro, io capisco benissimo perché lo fanno: per sottolinearne l’antidemocraticità, l’illegittimità e l’incostituzionalità. Però, l’apposizione dell’etichetta “fascista” alla UE e all’euro segnala una contraddizione che rischia d’essere incapacitante, e un equivoco pericoloso. Perché?
In primo luogo, perché non tutti i regimi antidemocratici sono fascisti: anzi, in questo caso è vero l’esatto opposto. Sono proprio gli eredi legittimi dell’antifascismo (USA + classi dirigenti antifasciste europee, socialdemocratiche, liberali e cattoliche) ad avere impiantato e a sostenere UE ed euro. Mentre il fascismo (che si è reso storicamente responsabile di mali ben più gravi dell’euro e della UE) è affatto incompatibile con UE ed euro: il fascismo storico è una forma estrema di nazionalismo, che tutto avrebbe potuto fare tranne regalare sovranità a una entità sovranazionale come la UE; il fascismo storico fu anche antiliberale, statalista e dirigista, e dunque non avrebbe mai sostenuto il “più mercato meno Stato”, la libera circolazione di capitali e forza lavoro, la doverosa accoglienza di un numero imprecisato di stranieri sul suolo nazionale, e le altre formule liberali e liberiste care alla UE.
Insomma, la “democrazia”, cioè il principio legittimante secondo il quale la sovranità appartiene al popolo, può effettivamente essere un minimo denominatore comune tra destra e sinistra antiUE/antieuro, per la ragione principale che è l’unica arma di cui dispongono contro il comune nemico, che del parere dei popoli e delle elezioni fa volentieri a meno. Non può esserlo la Costituzione.

L’Italia è, malauguratamente, un paese profondamente diviso. Il giorno in cui, nei momenti solenni della vita nazionale, tutti gli italiani senza distinzione di parte politica trovassero naturale cantare insieme, spontaneamente e senza retropensieri, l’inno nazionale, si potrebbe pensare alla costruzione di un Fronte Nazionale di Liberazione. Oggi, questo può accadere – forse – solo quando la Nazionale italiana di calcio partecipa a una competizione internazionale importante. Purtroppo, non basta.
Segnalo un sincronismo assai significativo. La proposta di un Fronte Nazionale di Liberazione avanzata da più parti coincide con la proposta di un Partito della Nazione lanciata da Matteo Renzi. Lo trovo un sintomo da non trascurare, e anzi chiarificatore ed allarmante. Il più grave errore del fascismo storico, che origina dal suo rifiuto di principio del pluralismo politico, è proprio la pretesa di identificare, ossimoricamente, partito e nazione. La nazione, che è l’insieme di tutto un popolo che si radica nel passato dei suoi morti e si protende, attraverso i viventi, verso i suoi figli futuri, non può venire identificata con un partito, che ne è per definizione una parte, senza che ne conseguano due effetti: 1) chi non appartiene al partito non appartiene alla nazione, e dunque non gode, almeno sul piano etico e culturale, della piena cittadinanza 2) la nazione e l’interesse nazionale non potranno mai più essere valori sovraordinati alle altre appartenenze e lealtà, perché la nazione è stata identificata con una parte politica, e ne condivide la transeunte relatività e parzialità: simul stabunt, simul cadent.

In sintesi: chiunque fondi il “Partito della Nazione” prepara senza saperlo la dissoluzione, senz’altro spirituale ma in circostanze favorenti anche materiale e politica, della sua patria.

Nella lotta politica italiana dei prossimi tempi, il costituendo Fronte di Liberazione Nazionale potrebbe dunque contrapporsi al costituendo Partito della Nazione; e lo scontro si incentrerebbe, per forza di cose, intorno al quesito: “chi è autenticamente italiano? Chi appartiene davvero alla nazione?” Basta rifletterci un momento per accorgersi che questa è la ricetta della guerra civile, un piatto indigesto che ci siamo ammanniti più d’una volta, nella storia nazionale; e anche un buon compendio della tragedia politica nazionale italiana, inaugurata dal fascismo e solo rovesciata di segno dall’antifascismo.
Dunque, se non è possibile un Fronte Nazionale di Liberazione contro l’euro e/o la UE, è impossibile agire politicamente?
Io non penso. Spiego perché.

Si può sempre agire politicamente, non appena si sia designato il nemico : perché caratteristica fondante del politico è, appunto, la coppia di opposti amico/nemico.
La domanda a cui si deve rispondere è: la UE, con l’euro che della UE è strumento politico consustanziale, è un nemico? Personalmente, rispondo di sì.

Risponde di no, per esempio, la sinistra critica, che rappresenteremo in Stefano Fassina, perché sebbene egli constati che “nella gabbia liberista dell’euro” “la sinistra…è morta”, propone come sola “via d’uscita” “il superamento concordato della moneta unica, esemplificato ad esempio nella proposta di ‘Grexit assistita’ scritta dal Ministro Schäuble e avallata dalla Cancelliera Merkel”, e la giudica “l’unica strada realistica per evitare una rottura caotica dell’eurozona e derive nazionalistiche incontrollabili”.
Fassina dunque considera l’attuale UE un avversario, non un nemico; incardina il proprio disegno politico sullo spostamento degli equilibri politici interni alla UE, e lo subordina alla vittoria di una linea politica (minoritaria) interna al paese egemone. In sintesi Fassina ripropone, in forma più radicale, più seria e più coraggiosa – e dunque più dannosa perché più credibile – la tesi delle due UE: la UE realmente esistente (falsa e cattiva) e la UE possibile (vera e buona).

Le obiezioni alla tesi delle due UE sono note, ma qui ne sottolineo una: e se ti dicono di no? se lo spostamento degli equilibri politici interni alla UE non riesce, se la linea Schäuble perde, che fai? Qual è la tua ragion d’essere politica e la tua strategia? Detto altrimenti, qual è il tuo nemico? La UE e l’euro nel cui quadro “la sinistra…è morta” o le “derive nazionalistiche incontrollabili”?
La tesi delle due UE non conduce a un’azione politica vera e propria, ma a un circolo vizioso nevrotico: avanzare petizioni farcite di appelli ai principi di sinistra della “buona e vera UE possibile”, facendole seguire da violente, isteriche proteste verbali ogni volta che la petizione non viene accolta e i principi vengono disattesi dalla “falsa e cattiva UE realmente esistente”: l’esatta dinamica della sciagurata trattativa tra governo Tsipras e vertici UE.

Certo: è probabile che una recisa dichiarazione di inimicizia verso UE ed euro condannerebbe Fassina a una posizione minoritaria o addirittura testimoniale all’interno dei dissidenti del PD, a cui si rivolge in vista della creazione di una nuova forza politica. Però, la tesi delle due UE da un canto condanna la costituenda nuova forza politica a una posizione minoritaria o addirittura testimoniale all’interno della “UE realmente esistente”, e dall’altro replica lo schema tipico del rapporto di subordinazione e reciproca strumentalità tra sinistra di governo e sinistra massimalista (PD e SEL, per intenderci). La sinistra massimalista intercetta il dissenso antisistemico, e poi, nei momenti decisivi, lo spende per sostenere la sinistra di governo, che in cambio garantisce ai suoi quadri posti e finanziamenti: priva com’è di una strategia politica autonoma da quella della sinistra di governo, se la sinistra massimalista non segue questo schema semplicemente sparisce.

Uno spazio di azione politica vera e propria si apre solo se si risponde, senza ambiguità, alla domanda: la UE, con l’euro che della UE è strumento politico consustanziale, è un nemico? 
Se si risponde di no – quali che siano le aggettivazioni e le mezze tinte che si accludono alla risposta – si agisce politicamente all’interno del quadro UE così com’è, con i rapporti di forza, le ideologie e gli schieramenti nazionali e internazionali realmente esistenti: e ogni riferimento a “un’altra UE possibile” resta pura e semplice espressione di un desiderio e/o mozione degli affetti a uso interno + slogan propagandistico a uso elettorale.

Se si risponde di sì, ne consegue immediatamente che i propri alleati sono tutti coloro che condividono la stessa valutazione, a prescindere dal resto (cultura e linea politica). Si può fare eccezione solo per chi si ponga su posizioni incompatibili con la nostra civiltà (per esempio, l’ISIS è certamente nemica della UE, ma non è un alleato possibile).

Per le ragioni esposte nella terza parte di questo scritto, non credo praticabile in Italia la via della costruzione di un Fronte Nazionale di Liberazione, e dunque considero sbagliata – non in linea di principio, ma di fatto – ogni proposta di alleanza strategica tra forze politiche organizzate provenienti da destra e da sinistra.
A mio avviso, se si vuole agire politicamente contro la UE le vie da percorrere oggi sono tre.

Una: influire culturalmente, nei canali disponibili e ciascuno secondo le proprie forze individuali o collettive, senza aderire ad alcun partito. Risulterà naturale che chi sceglie questa via si rivolga, principalmente, a chi appartiene alla sua cultura politica di provenienza: anche se probabilmente è proprio lì che incontrerà gli ostacoli e le sordità maggiori, perché nemo propheta in patria. E’ un lavoro indispensabile, prezioso e ingrato.
Due: aderire a una delle due sole forze politiche organizzate e rilevanti che in Italia si dichiarino (con gradi diversi di chiarezza e coerenza) nemiche della UE: Lega, e Fratelli d’Italia. Aderirvi in forma individuale o se possibile organizzata, partecipare al dibattito interno, scontare i limiti dell’adesione a una linea politica che non persuade per intero, e tentare di influirvi, cioè fare carriera nel partito per consolidarvi la vittoria (tutt’altro che definitiva) della linea anti UE e antieuro.

Tre: lavorare per dividere, mandare in confusione e battere la sinistra italiana. A mio avviso, infatti, la sinistra italiana è il problema principale, e senza una vera e propria metamorfosi non sarà invece mai (so che è una parola grossa) la soluzione.

In altri termini: la sinistra italiana è il nemico principale, all’interno dei confini nazionali, perché è il principale collaboratore della UE, che senza di essa non sarebbe mai riuscita ad affermarsi, a convincere e a vincere. Lo è perché nella sinistra italiana, sia quella di provenienza comunista, sia quella di provenienza cattolica, l’internazionalismo farà sempre aggio sulla difesa dell’interesse nazionale, e oggi l’internazionalismo si declina solo nel quadro UE; mentre la battaglia per il ripristino della sovranità dello Stato contro un’istituzione sovrannazionale come la UE può appoggiarsi solo su fondamenta nazionaliste: per prendere un topo ci vuole un gatto, non un cane.

Dunque la sinistra italiana va, anzitutto, divisa e mandata in confusione. Sono benemerite tutte le iniziative interne alla sinistra, individuali o organizzate, che la dividono, la indeboliscono, la riempiono di contraddizioni e le mettono in qualsiasi modo i bastoni fra le ruote e lo zucchero nel carburatore, per esempio incrementando l’astensionismo e la disaffezione di elettori e militanti. Particolarmente importanti le iniziative interne alla sinistra che contribuiscano a farle perdere la superiorità morale, il “moral high ground”, perché la dimensione morale del conflitto è la più importante, sul piano strategico (poi vengono la mentale e la fisica). Sono invece deprecabili, dannose e da battere le iniziative interne alla sinistra che si ripromettono di dividerla per creare altre formazioni di sinistra “autentica”, comunque denominate, perché non fanno altro che perpetuare l’equivoco, dare ossigeno a un nemico in affanno, e resuscitare per qualche anno o mese la cantafavola della superiorità morale della sinistra e la velenosissima tesi delle due UE, che è attualmente l’arma ideologica più potente del nemico.

Soprattutto, la sinistra italiana va battuta. Il primo obiettivo da proporsi è che la sinistra italiana subisca una chiara sconfitta elettorale, chiunque sia a infliggergliela, fosse anche Attila re degli Unni. Ogni volta che la sinistra perde, perde la UE (anche se non è vero che quando vince la destra vincono le forze nemiche della UE).
Non lo dico per pregiudiziale ideologica avversa alla sinistra, anche se la cultura politica della sinistra non è la mia. Lo dico perché se vogliamo che la sinistra italiana sperimenti un “riorientamento gestaltico”, come lo definiva Costanzo Preve, ovvero la metànoia o conversione che la conduca a dichiararsi nemica della UE e dell’euro, dobbiamo sapere se ne verificheranno le condizioni di possibilità solo in seguito a un evento traumatico maggiore: cioè a un’inequivocabile, dura sconfitta.

Ricordo che la stessa identica dinamica si è verificata per la destra italiana: nella quale sono sorte e hanno conquistato la leadership posizioni nemiche della UE e dell’euro solo in seguito al processo dissolutivo da essa subito con l’avvento del governo Monti, la subordinazione e collaborazione del suo principale leader Silvio Berlusconi tramutato in prigioniero di Zenda e capo dell’opposizione di Sua Maestà, etc.

So che le posizioni che ho formulato qui sulla sinistra sono brutalmente semplificatorie. La cultura politica della sinistra non è la mia. La mia cultura politica è quella di un nazionalista moderato (moderato dal cattolicesimo, perché per me prima della patria viene Dio, e quindi non è lecito fare qualsiasi cosa in nome e nell’interesse della nazione). Non ritengo che la cultura politica della sinistra sia malvagia o irrimediabilmente erronea in sé. Ritengo che abbia bisogno di una profonda revisione, che può avvenire solo dal suo interno: per questo ho ammirato e incoraggiato l’opera di Costanzo Preve, del quale mi onoro d’essere stato amico. Lo stesso vale, d’altronde, per la cultura politica della destra: qui la più importante revisione è stata compiuta da Alain de Benoist; altre sono in corso d’opera e sono benemerite. Ritengo altresì che uomini degni di rispetto e ammirazione – o di avversione e disprezzo – ce ne siano in tutti i campi politici.
La brutale semplificazione che ho proposto è motivata da questo: che siamo in guerra, anche se non si spara. Scopo della guerra è imporre la propria volontà al nemico, i mezzi dipendono dalle circostanze. La guerra oggi in corso, che vede in un campo la UE e i ceti dirigenti proUE (alle spalle dei quali stanno gli USA), e nell’altro le nazioni e i popoli d’Europa, viene condotta con mezzi economici, giuridici, amministrativi, psicologici; il fatto che sia una guerra che non osa dire il proprio nome non la rende meno pericolosa e meno aspra.
Anzi: finché questa guerra rimane segreta e sottaciuta, è impossibile difendersi e combatterla, figuriamoci vincerla; l’esempio catastrofico di Tsipras mi pare esauriente.
Ora, per difendersi da una guerra di aggressione bisogna anzitutto: a) accorgersi che c’è, cioè accorgersi che qualcuno ti ha designato come nemico b) ricambiare il favore, cioè designare nemico lui c) delimitare i campi, che possono essere solo due, e chiarire chi sta nel campo nemico e chi sta nel campo amico d) situarsi di qua o di là e) dividere e battere il nemico usando tutti i mezzi atti allo scopo (dai quali escludo i mezzi violenti, per la ragione elementare che un passaggio al livello militare dello scontro importerebbe l’immediata e totale sconfitta del campo in cui mi situo io).
Designo la sinistra come nemico principale all’interno delle frontiere italiane perché la sinistra italiana si è totalmente identificata con la UE (salvo benemerite eccezioni, purtroppo quasi sempre individuali) e perché la sinistra è la principale portatrice della funesta tesi delle due UE, che, ripeto, è attualmente l’arma ideologica più potente del nemico: sinistra = UE dal volto umano.

In altri termini: finché la sinistra resterà maggioritaria nell’opinione italiana, la maggioranza degli italiani continuerà a credere che la UE sia riformabile, cioè che la UE sia un compagno che sbaglia o alla peggio un avversario, non un nemico. Io invece penso che la UE sia un nemico. La guerra semplifica brutalmente: nemico, amico; di qua, di là; perdere, vincere. E’ brutto, è peggio che brutto, ma è così: prima ce ne persuaderemo, meglio sarà.
Insomma: la sinistra può svegliarsi dal sogno europeo? E se la risposta è “sì”, in che modo?
Sì, la sinistra può svegliarsi dal sogno europeo. In che modo? Se dopo una dura, inequivocabile sconfitta, le voci di chi, dall’interno della cultura politica della sinistra, ha saputo operarne una profonda revisione e le ha indicato come nemico la Ue e l’euro che di essa è strumento consustanziale, vi troveranno ascolto e ne conquisteranno la leadership.

Roberto Buffagni

 

Populisti coglioni

il ratto d'europa

 

 

Interpretare la Storia è sempre operare delle piccole o grandi revisioni su eventi e protagonisti di processi trascorsi. Per le esigenze di noi contemporanei, perché come diceva Marc Bloch: “si tratta di trarre da quei lontani avvenimenti insegnamenti per l’azione presente, attraverso una comparazione di questi fattori con quelli del presente”. Ma si tratta anche, e questo lo aggiungiamo noi, di scrostare il passato da quelle visioni ideologiche o, peggio ancora, da quei pre-giudizi moralistici vincolati a battaglie politiche, sociali, culturali di un tempo ormai superato. Trascinarsi le medesime divisioni e incomprensioni nell’epoca attuale rende oscure le sue reali problematiche e favorisce le mistificazioni di cui poi si approfittano i prepotenti di oggi col loro codazzo di servitori.

Gianfranco La Grassa lo ha affermato spesso che occorre  rivedere la storia degli ultimi secoli, ed in primo luogo quella del ‘900, in quanto vi è un pauroso isterilimento di date valutazioni storiche ormai depistanti per il (nostro) futuro. Come certe illusioni novecentesche che continuano a produrre impuntamenti e attriti tra settori sociali e soggetti collettivi i quali, invece, potrebbero unire le forze contro i veri nemici, incontrandosi in un nuovo spazio di elaborazione teorica e politica.

Faccio questo ragionamento perché la recente dipartita del grande leader cubano Fidel Castro ha riportato in auge questi steccati, dimostrando che il passato tarda a passare (e ad essere compreso) nella testa di tanti sciocchi ed ignoranti. Che delusione!  Salvini scrive: “un dittatore in meno. Pietà Cristiana si deve a tutti, ma con tutti i morti che ha sulla coscienza, non piango. Libertà”. La pietà cristiana dovrebbe infilarsela dove tutti sanno, un capo di partito non è un chierichetto ed è tenuto a giudicare con ben altre categorie intellettuali. Il Socialista Castro ha costruito una patria indipendente, non il socialismo, resistendo ad un avversario millanta volte più armato ed economicamente attrezzato di lui. Un esempio per il mondo intero ed anche per la Lega che vorrebbe, a parole, un’Italia libera di decidere del suo destino contro  l’invasività di Stati esteri e finanza internazionale. Salvini crede che la libertà sia gratis o si conquisti con le pose sui rotocalchi? Evidentemente, costui non è disposto a sporcarsi le mani per guadagnarsela. Si faccia eleggere in oratorio che quello è il suo posto. La grandezza, che porta spesso con sé la tragedia, non fa per uno come lui.

Sia chiaro, su queste basi considero statisti anche uomini come Hitler, Mussolini, Lenin, Stalin, Mao, De Gaulle, ecc. ecc.

Tutta gente che non è andata mai per il sottile, ha commesso dei delitti, anche feroci, eppure ha continuamente avuto ben presente come si governa e si difende uno Stato. Si contano i morti che si portano sulla coscienza e mai le vite che hanno salvato o la dignità che hanno preservato ai loro popoli, respingendo gli eserciti invasori, tenendo lontani i saccheggiatori e incrementando il benessere generale. O almeno ci hanno sinceramente provato.

Non ho nessuna simpatia per il Furher, né umana, né politica, ma chi può negare che fu lui a risollevare la Germania dalla polvere, dopo anni di umiliazioni e predazioni, cui era stata sottoposta dalla Società delle Nazioni e dal resto dell’Europa.

Come mai non si getta il medesimo disprezzo su chi ha sganciato bombe atomiche, cosparso le teste asiatiche di napalm e quelle medio-orientali di uranio impoverito? E no, quelli sono i padroni, ci vuole coraggio per condannarli ed il coraggio non si trova in sagrestia dove abbiamo appena lasciato Salvini e soci.

Che dire poi dell’odierna polemica di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, contro un assessore del comune di Trieste, il quale ha avuto l’ “ardire” di definire Tito “indubbiamente un grande statista”. Sì, proprio indubbiamente perché non ci sono equivoci su ciò, ci sono le sue gesta a confermarlo, si condividano o meno.

E questi sarebbero i pericolosi populisti, quelli che rivolteranno l’Europa dei banchieri e della Nato? Ma fatemi il piacere. Con queste educande sicuramente l’Ue creperà, dal ridere.

CREPINO I MANICHEI!

gianfranco

 

Una gran massa di coglioni, che sono della cosiddetta “destra”, di fronte alla morte di Castro si sono comportati da perfetti ignoranti, anticomunisti viscerali, livorosi. E hanno battuto qualsiasi semicolto e ciò mi dispiace data la mia antitetica posizione rispetto a questi ultimi. Personalmente, non ho tessuto le lodi del defunto, ho solo detto che era un uomo – buono o cattivo che fosse, generoso o crudele che fosse – di notevole spessore e la cui lotta per mutare la struttura di comando politica del suo paese – vedete, evito il termine di “liberazione” come usano fare i maiali che ci parlano sempre della “liberazione” dal fascismo e degli americani come i “liberatori” – è stata condotta in condizioni difficilissime a causa del pieno appoggio americano a Batista (che ovviamente per i maiali non era un “dittatore” e un “massacratore”, doti attribuite solo a Castro). Malgrado l’avversità della più grande potenza del mondo, questi è riuscito a condurre a successo la sua “guerra” e a mantenere in piedi, con tanta difficoltà e in proibitive condizioni economiche (dato un non certo debole accerchiamento dell’isola), un determinato ordinamento sociale non proprio amato né dagli Usa né dall’Europa filo-americana. E 25 anni fa cadeva anche il debole aiuto proveniente dall’Urss e dal sedicente campo “socialista”. I cretini, vissuti sempre nell’abbondanza e nella pace (ottenuta scaricando i conflitti altrove), credono che una lotta come quella condotta da Castro (e Guevara finché visse, molto poco), e poi il mantenimento di una certa organizzazione politica e sociale, possano essere caratterizzati da infinita gentilezza; quella usata dagli Stati Uniti, i massacratori per eccellenza in ogni angolo del mondo e fin dall’inizio della loro storia (il genocidio dei “pellerossa”).
Il sottoscritto, sottolineando la grandezza del personaggio, non ha minimamente nascosto che molto di quanto fatto (e non solo a Cuba) deve essere rivisto criticamente; non certo però seguendo l’insegnamento degli schifosi anticomunisti viscerali, incapaci di una qualsiasi oggettività. Io riconosco la grandezza anche degli avversari, anche dei nemici; e ho voluto, provocatoriamente, nominare perfino Hitler e Mussolini che fanno andare in convulsioni questi maiali anticomunisti tanto quanto antifascisti, ma sempre vermiciattoli incapaci di qualsiasi visione minimamente obiettiva circa le dimensioni e la rilevanza di dati processi che, come ogni altro processo messo in moto dagli umani, non finisce mai come lo si voleva e come lo si propagandava. Fate ribrezzo e nulla più; e non atteggiatevi a grandi democratici, falsi e violenti quanto siete in realtà. Solo che siete dei minuscoli omuncoli e di voi vedrete cosa farà la storia a tempi non infiniti. Io non inneggio a nessuno, non tesso le lodi di nessuno, cerco di afferrare le dimensioni e la valenza di determinati processi. Come tutti posso sbagliare, anch’io sono influenzato – senza nemmeno saperlo bene – da tutta la mia storia passata. Tuttavia, un minimo di lucidità tento di mantenerlo. Il disprezzo che spesso manifesto è proprio perché avverto il miserabile manicheismo di certi farabutti che si credono vincitori per sempre. Con chi ha atteggiamenti di ripensamento e di riflessione su ciò che è accaduto in passato e su quanto si sta sviluppando oggi non ho alcun atteggiamento di ripulsa. E soprattutto non l’ho con chi sa che, anche se si sceglie un fronte oppure il suo contrario, non ci sono i buoni dalla parte nostra e i perversi dall’altra parte. Bisogna scegliere e combattere, e quando è inevitabile si usano metodi di lotta poco “gentili”, ben sapendo però quanti mascalzoni ci sono pure tra le nostre fila e quanti in buona fede e onesti si battono contro di noi.

PER FIDEL CASTRO

gianfranco

 

 

E’ morto Fidel Castro. Non mi metto a fare retorica in nessun senso. Dico però subito che per me è morto in pratica l’ultimo grande personaggio di un’epoca che ne ha prodotti in quantità; mentre oggi vedo solo miserabili e opportunisti di mezza tacca. Tanto per chiarire le cose, io considero grande pure un personaggio come De Gaulle, che credo avesse idee assai differenti da quelle di Castro. Mentre oggi vedo sono dei nanetti come Renzi e Berlusconi, come Hollande e la Merkel, come Bush, Obama e i Clinton; e anche Trump non credo sarà un personaggio chissà che. Certamente per coloro che continuano a ricordare un mediocre come Reagan quale grande presidente, perché avrebbe fatto crollare l’Urss (totali idioti che nemmeno sanno iniziare l’analisi di un fallimento, che ha cause ben più profonde e anche grandiose), è logico che i veri “giganti” non significano nulla. Come volete che dei maiali, capaci di emettere soltanto grugniti nei loro truogoli pieni di rifiuti, possano comprendere la nobiltà dei cavalli di razza con i loro fieri nitriti. Fidel, come tutti coloro che hanno cercato una via diversa, non è riuscito a creare la “società nuova”, piena di meraviglie. E come poteva farlo, fra l’altro, alle porte di un enorme paese nemico, prima potenza del mondo; e dopo la fine dell’Unione Sovietica, che forniva qualche, ma solo qualche, aiuto, entrata essa stessa in fase di declino e guidata da altri nani alla Gorbaciov. Per quanto mi riguarda, è in ogni caso evidente che se un’epoca è stata caratterizzata da alcuni giganti, mentre la presente conosce solo dei miserabili da suscitare nausea, ciò significa che si devono capire le differenze tra le due epoche e non tanto quelle tra i personaggi caratterizzanti le stesse. E’ ovvio che per me sono le epoche a creare i personaggi e non viceversa.

Che gli esuli cubani, nostalgici di Batista, esultino pure; così come i nostri giornalisti e politicanti (e altri laidi personaggi di ogni specie). Mentre pochi altri, semplici residui putrefatti di un’epoca ormai tramontata, si metteranno a fare la retorica su chi lottò contro l’imperialismo e per la costruzione del “socialismo”, mai esistito in nessuna parte del mondo; e che, proprio per gli errori di prospettiva commessi, aveva prodotto disfunzioni sociali e miserie da ammettere con lucidità e con la volontà di analizzarne le cause onde trarne debiti insegnamenti. Per carità, i primi mi procurano solo un po’ di nausea, pur se posso capirli poiché anch’io, quando crepa uno dei loro beniamini “da quattro soldi” (o uno di loro), provo intima soddisfazione. I secondi mi annoiano e fanno provare la rabbia che suscitano tutti i finti rivoluzionari, tutti quelli che cianciano di emancipazione sociale; e loro si sono già bellamente emancipati con tutto un corteggio di sponsor e finanziatori che, avendo ben capito la loro falsa retorica di pseudo-rinnovamento, li foraggiano per corrompere anche i più giovani, già rincoglioniti da una scuola dove furoreggiano i semicolti.

Non alzerò piagnistei per questa morte. Si tratta di un uomo che ha vissuto a lungo, che ha avuto le sue soddisfazioni. Certamente, come tutti, avrà sofferto delusioni e dolori; anche per la morte di amici e compagni di lotta. E forse gli ultimi anni sono stati tristi, come per tutti quelli di una certa generazione (che in fondo è quasi la mia; quindi conosco bene il problema). Comunque, è stata una vita spesa bene e di cui penso sarà andato complessivamente fiero e soddisfatto. Mi consento di salutare Fidel da uomo a uomo (non da pari a pari, sia chiaro). Se per caso – non ci credo, ma se per caso – incontrasse “di là” qualcuno del tipo di Stalin e Mao o anche, non ci sputo sopra, Hitler e Mussolini; o addirittura qualcuno di più vecchio come Napoleone o magari perfino Giulio Cesare; o Attila e Gengis Khan; dica loro di soffiare forte quaggiù. Vuoi vedere che magari ci “divertiamo” nuovamente un po’! Comunque, saluti bell’anima, hai vissuto da uomo e da grande.

VINCERANNO I Sì

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Sono quasi convinto che al referendum del 4 dicembre i “sì” prevarranno sui “no”. So benissimo che i sondaggi affermano il contrario ma abbiamo già saggiato, negli ultimi eventi cruciali, della loro scarsa affidabilità, dalla Brexit alla elezione di Trump.
I sì vinceranno per un motivo banale che non c’entra nulla con le riforme della propaganda governativa: la gente vuole un cambiamento purchessia.
In questi giorni ne leggo di tutti i colori, persino che la vittoria del sì sconfiggerà il cancro. E perché no, di colonizzare anche Marte? Questo è l’infimo livello del dibattito in corso. Quanto a fandonie, dall’altra parte non sono da meno. Vedrete che a cose fatte marziani e terroristi della psiche troveranno un accordo, per il bene della loro piccola patria di partito. Passata la festa, gabbato lo santo.
E’ chiaro che questo voto non modificherà, se non in peggio, la vita degli italiani. Ci vuol ben altro per superare la palude in cui siamo precipitati negli ultimi vent’anni. Ma al popolo questa profanazione della Costituzione piace perché intaccare il Totem fa cadere l’ennesimo tabù, verso il quale essi non hanno alcuna riverenza, in quanto non ne colgono i vantaggi concreti. Un (falso) segnale positivo, insomma, per chi è stufo di vivere in un Paese ingessato, ormai improduttivo e impoverito in ogni settore economico-sociale.
La partita tra costituzionalisti improvvisati ed anticostituzionalisti della domenica non è di nessun interesse per gli elettori. I pareri di insigni professori o quelli contrapposti dei concorrenti di quiz stanno per loro quasi sullo stesso piano. Non temono le derive autoritarie di cui blaterano i soloni in cattedra e non credono, fino in fondo, alle promesse di questi riformatori extraterrestri, tuttavia meglio affidarsi alla ruota della fortuna che rassegnarsi ai presagi di sventura. Almeno ci avranno provato a grattare la sorte.
Le persone sono infatti concentrate sulla necessità di dare una scossa alla nazione, dove le loro aspirazioni individuali, quelle dei loro figli e dei loro nipoti sembrano avere il futuro sbarrato e per nulla sereno.
C’è da capire chi, tra i comuni mortali, voglia votare sì, senza che sia coperto di disdegno da chi voterà per il contrario. E viceversa. Il disprezzo, andrebbe, invece, riservato tanto ai politicanti propugnatori del “no” che a quelli del “si”, i quali manipolano il malcontento pubblico per l’ennesima partita di Palazzo, di nessun giovamento per il presente e il domani dell’Italia e valevole solo ai fini delle loro carriere parlamentari.
L’ideale, sarebbe restarsene a casa per dimostrare di essere alieni (noi, non loro) a queste beghe tra prestigiatori pasticcioni che vorrebbero dare ad intendere di avere a cuore il destino del Paese mentre svendono il suo patrimonio collettivo, fatto di storia(cultura) ma anche di averi materiali (benessere). Il totale disinteresse del popolo dimostrerebbe a lor signori che ci vuole ben altro per ripristinare la fiducia nelle élite che ci hanno condotto alla rovina. Chiunque vincesse sarebbe allora screditato dalla scarsa partecipazione generale e dovrebbe “muoversi sulle uova” con la paura costante di vedersele prima o poi tirare in faccia.
Purtroppo per noi, mancano ancora in Italia quelle forze autenticamente nazionali capaci di “frenare il franamento” in maniera seria e decisa. Difetta la presenza in fieri di una vera classe politica sovranista in grado di chiamare a raccolta gli spiriti e le energie migliori per lanciare la sfida all’epoca in corso. Quando queste truppe marceranno all’orizzonte sapremo riconoscerle dalle spade, non dalle carte bollate. Nessun cambiamento è mai venuto dalle leggi, viceversa sono queste ad adattarsi alla sana e robusta costituzione di un popolo. Noi italiani, invece, siamo sempre più malaticci, di norma in norma.

ROMPERE CON I “MODERATI”

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Qui…

Questo ignobile complice dei piddini governativi fa dichiarazioni gravissime sul fatto che Salvini e Meloni sarebbero d’accordo con lui su quasi tutto e su una laida “riunione dei moderati”, cioè dei peggiori opportunisti mai esistiti. Se questi due personaggi, chiamati in causa dal “badogliano”, non smentiscono un simile atteggiamento disgustoso, diventa problematico, direi perfino inutile, andare a votare al referendum. Se vince il SI, il gioco dei due – “bamboccione” e “nano” – va liscio come l’olio. Se anche vince il NO, il gioco sarà lo stesso con solo qualche giravolta in più, ma senza assolutamente alcuna difficoltà. Quest’individuo, che ormai merita il peggio, è in tutta evidenza assai soddisfatto del sicuro rifiuto del presdelarep circa le elezioni anticipate. Ciò spiana la strada all’operazione di una “grande coalizione”, che mostra proprio crepe in Germania, sempre presa ad esempio dal doppiogiochista. Del resto, con grandissima probabilità, nemmeno questa vedrebbe la luce; si tratterebbe solo di agitazione propagandistica per rendere più scorrevole l’operazione Parisi, assai simile a quella di tempo fa con Verdini. Berlusconi chiarisce a tutte lettere che la sua preoccupazione è la stessa di Renzi: impedire che i “5 stelle” abbiano una qualsiasi possibilità di far saltare il banco.
Tutto è ormai sotto la luce del sole per chi ha un briciolo di cervello. Salvini e Meloni devono dire con estrema forza e ad altissima voce che il compito principale del momento è impedire il gioco di Renzi; e che si deve andare ad elezioni immediate. Comunque, che non sono affatto d’accordo con discorsi su “grandi coalizioni”, sulla continuazione della vergogna di avere Renzi come premier, sull’unione di forze “moderate” e cioè del tutto subordinate rispetto alle manovre di chi vuol mantenere la UE quale camicia di forza per l’ormai indispensabile autonomia dei vari paesi. Nessuna “moderazione”, che va lasciata ad un opportunista della peggiore specie qual è il “nano”. Altrimenti, non si vede la necessità di sporcarsi le mani con l’invereconda scheda elettorale, che da settant’anni sancisce la servitù italiana ed europea in genere. Salvini e Meloni dichiarino immediatamente che non hanno nulla a che vedere con una melmosa “riunione dei moderati”, che non c’è affatto alcun accordo su questo punto con un personaggio di una bassezza senza paragoni. In caso contrario, non ci sarà alcun bisogno di doversi turare il naso e andare a votare assieme a D’Alema e Fini, ai vecchi rigurgiti di un antifascismo di puro tradimento che inneggia alla Costituzione, di cui solleva già forte ilarità l’articolo uno, quello della Repubblica fondata sul “lavoro”. Basta manovre tatticistiche. Si presentino forze nette e senza compromessi, contrarie a tutti gli attuali governi europei e a questa UE, che deve soltanto sollevare ira e disgusto e non essere riformata, ma combattuta senza quartiere.

[[PS Referendum, l’Economist: “L’Italia dovrebbe votare No” (da La Repubblica)
Il settimanale britannico scrive che il nostro paese ha effettivamente bisogno di ampie riforme, “ma non quelle proposte” da Renzi. Le modifiche potrebbero “creare un uomo forte. E questo è il paese che ha prodotto Benito Mussolini e Silvio Berlusconi”]]

Un piccolo diversivo solo per far notare come “paludati” giornali, cui tutti mostrano riverenza (come pure il francese “Le Monde”, ormai scaduto in modo impressionante), sono diretti e scritti da perfetti cretini. Da restare annichiliti di fronte all’idiozia di simili dichiarazioni.

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