UNA ANALOGIA POCO CREDIBILE

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Sul Sole 24 ore del 19.09.2016 Marco Magnani propone una curiosa analogia tra la situazione attuale dell’Unione europea e l’Italia del Quattrocento. All’inizio dell’articolo l’autore scrive:

<< Allora il pericolo era l’ambizione di Maometto II, bramoso di estendere il proprio dominio alla penisola italica. Le signorie e gli stati italiani dell’epoca, anziché far fronte comune contro l’invasore, continuarono a rivaleggiare tra loro su piccole questioni di potere locale, vantaggi economici di breve termine e miopi campanilismi.>>

A questo punto egli aggiunge che solo l’improvvisa morte del Sultano ci salvò ma tuttavia, in maniera contraddittoria, arriva a paragonare la minaccia ottomana a quella attuale del terrorismo, della crisi economica e dell’immigrazione. Perché, ci domandiamo noi, non trovare un esempio che colleghi la minaccia “imperiale” di allora ad una corrispondente nella nostra epoca ? Si sarebbe potuto, inchinandosi al politicamente corretto, alludere alla Russia o magari alle presunte mire egemoniche germaniche ma Magnani non fa neanche questo. In effetti la Germania è interessata al modo in cui la Bce porta avanti la politica monetaria, per paura che il suo sistema bancario  venga penalizzato, e soprattutto, in barba agli accordi comunitari, continua a mantenere un notevole surplus nella sua bilancia commerciale relativamente agli scambi con gli altri paesi della Ue. Più avanti l’autore dell’articolo scrive ancora:

<<Maometto II, detto Fatih – il Conquistatore -, nel 1453 aveva preso Costantinopoli, la capitale dell’impero Romano d’Oriente, e ne aveva fatta la sua capitale. La conquista della “seconda Roma” rivestiva un grande significato politico. Come osserva Vito Bianchi nel suo bellissimo “1480 Otranto. Il sultano, la strage, la conquista (Laterza)”, chi occupa il trono di Costantinopoli è «l’erede di Costantino il Grande, successore del basileus bizantino, perfezionatore in pectore dell’opera giustiniana di riunificazione di un antico e prestigioso impero scisso tra pars Orientis e pars Occidentis ».>>

Provocatoriamente potremmo noi aggiungere che, corrispondentemente, gli Stati Uniti hanno sconfitto la “terza Roma” (Mosca) e sono stati protagonisti della rimondializzazione geopolitica del globo e della fine dell’ordine “bipolare”. Nel contesto quattrocentesco Venezia, Firenze, Napoli e il papato romano si trovano divise di fronte all’avversario come, aggiungo io, lo sono  i paesi europei attualmente rispetto alle imposizioni, mediaticamente filtrate in modo abile, degli Usa. Tornando all’oggi Magnani rileva come il progetto di una difesa comune europea che contrasti il terrorismo  non sia mai decollato e che la crisi economica ha creato

<<momenti di tensione elevatissima, come è accaduto sulla Grecia, sul ruolo della Bce, sull’unione bancaria, su Brexit. Infine, l’ondata migratoria, proveniente soprattutto dal Mediterraneo, ha reso evidente come sia illusoria l’idea di un confine comune europeo quando ogni paese si cura dei propri confini nazionali. L’Europa che voleva abbattere i muri tra i Paesi membri oggi li sta costruendo.>>

Ma questa Europa che “si mostra – al mondo esterno e ai propri cittadini – con scarsa forza politica e interessi frammentati” è stata “costruita” così dagli Stati Uniti che l’hanno voluta in questa maniera proprio per impedire ad alcuni Stati con maggiore forza economica e politica di allearsi acquisendo una personalità di rilievo nelle relazioni internazionali. Tra gli esempi usati dall’articolista per mostrare le divisioni tra i paesi europei uno risulta particolarmente significativo:

<<Anche nel 2014, a seguito della crisi ucraina e dell’invasione russa della Crimea, l’Europa ha faticato a trovare coesione. Da un lato, l’Unione europea decideva l’embargo per mettere pressione su Mosca; dall’altro, i suoi leader politici incontravano separatamente Vladimir Putin per cercare di tutelare gli interessi economici del proprio Paese.>>

Si tratta di una divisione tra due diverse “linee” di politica internazionale: la prima è quella succube degli Stati Uniti e quindi pronta a porsi in maniera ostile nei confronti di Russia, Cina e altri paesi ogni volta che lo comanda il “padrone”; la seconda dovrebbe essere quella che antepone la “politica” all’economia con la creazione di un “blocco” di Stati, che non potrebbe prescindere dall’asse Mosca-Berlino, in grado di sfidare la congiuntura – rinunciando, quindi, agli accomodamenti a cui la sua “criticità” sembra costringere i paesi europei – e di porre in primo piano l’indipendenza nazionale e la rinascita dell’identità europea.

Ritornando all’Italia del Quattrocento Magnani così conclude:

<<Oltre cinque secoli fa l’Italia fu “salva” non per meriti propri, ma perché Maometto II morì improvvisamente nel 1481. Inoltre la peste aveva decimato gli ottomani che occupavano Otranto, oltre alla popolazione locale, inducendoli a un accordo e a lasciare la penisola.>>

La situazione ora è diversa e l’egemonia americana, pur non essendo tale da tenere sotto un vero controllo il panorama geopolitico globale, è ancora ben salda e gli Usa sanno essere flessibili e accorti nelle loro decisioni strategiche. Ma non è cercando una migliore “coesione”, come pensa l’autore dell’articolo, che  l’Europa potrà acquistare un vero ruolo “politico” ma piuttosto a condizione che si verifichi una avanzata di nuove elitè nei maggiori paesi. Paesi capaci di agire in maniera concorde e di capire posizioni come quella tedesca attuale e il valore che essa può avere  in funzione, non di un momentaneo recupero del tenore di vita o di qualche decimale in più di crescita del Pil, bensì in una prospettiva finalmente più ampia. Se non sarà così ci si dovrà  rassegnare alla situazione descritta dal giovane Marx:

<<Il mondo dei filistei è il mondo politico degli animali, e se ne dovessimo riconoscere l’esistenza non ci resterebbe che dar semplicemente ragione allo status quo […] e l’Aristotele tedesco che volesse dedurre la sua politica dalle nostre condizioni, dovrebbe apporvi in testa il motto: “L’uomo è un animale sociale ma totalmente impolitico”>>

Mauro Tozzato           27.09.2016

 

 

Se questa è democrazia…!

gianfranco

 

 

Ho letto qualcosa del dibattito tra Trump e Hillary Clinton (TG24, Corriere, Giornale). L’unica cosa che mi sembra risultare piuttosto sicura è la povertà politica di questi dibattiti, malgrado tocchino molti temi di politica interna, estera, economica. Tutto però mi sembra basarsi sul comportamento, più o meno simpatico, dei due in discussione. Figuriamoci quanto grande è quella democrazia, in cui l’attenzione dei vari milioni di elettori si concentra sul comportamento di due personaggi come se fossero loro a comandare le sorti di un paese di quelle dimensioni e potenza. Non viene minimamente in evidenza il fatto che dietro ci siano centri strategici, gruppi di potere, lobbies varie, altri personaggi influenti e, soprattutto, contingenze oggettive sia interne e ancor più mondiali in fase di evoluzione mediante confronti con altri paesi avversari, alleati, e via dicendo. Gli elettori devono essere convinti che con il loro banale voto mandano al potere uno che risolverà per loro tutti i problemi. E li risolverà esattamente come (non) ha detto nei dibattiti, dove tutto è studiato per piacere personalmente e per non cadere in qualche errore nella conquista della simpatia della gente. Quanto ai sondaggi su com’è andato il dibattito e chi l’ha vinto, servono più che altro a capire a chi va il principale appoggio dei centri di potere negli Usa. Non si sa bene come vengano raccolti e selezionati i pareri, che debbono poi essere espressi in pratica in un sì o un no, senza valutazioni e incertezze intermedie che ogni ascoltatore non può non avere. In ogni caso, per il momento tutto mi sembra avviato a far vincere la Clinton. Anch’io mi consento, sempre per il momento, di esprimere tale convinzione al 70%; con ciò partecipando allo stupido gioco di questa democrazia da ritardati mentali. Pensando con tristezza che è ormai anche la nostra, di noi europei convinti un tempo d’essere il centro del mondo; e sembrava fossimo avviati al progresso, che errore madornale di valutazione.

SENZA MEZZI TERMINI

gianfranco

 

 

Iniziamo da quei presuntuosi rompicoglioni che sono gli economisti. Vogliono parlare di politica monetaria. No, voi siete soltanto dei tecnici. Parlate quindi soltanto di tecnica di gestione della moneta. Capisco che si rischi spesso di slittare verso considerazioni politiche. No, gli economisti devono evitarlo, devono limitarsi a questioni tecniche gestionali. Lo stesso principio vale quando gli economisti si occupano, mettiamo, di politica fiscale. Si dedichino esclusivamente ai problemi tecnici e non dicano una parola d’altro; nemmeno osino urlare, ad es., contro l’evasione fiscale. Appena individui con queste grette capacità pretendono di avventurarsi in politica, si licenzino dai posti di lavoro in cui sono (e soprattutto fuori dalle Università), li si lasci senza stipendio, senza una pensione qualsiasi, senza la benché minima assistenza sanitaria; e si proibisca a chiunque di far loro l’elemosina. Stimiamo pure i tecnici, basta che lascino stare la politica.

La politica è attività che dovrebbe essere lasciata a personale dotato dell’elasticità, doppiezza, valutazione polivalente delle questioni, assunzione di molte sfumature decisionali, ecc. che sono tipiche dei veri politici. Purtroppo, lo so, da almeno un quarto di secolo in Italia (e in Europa quasi lo stesso) prevalgono in politica degli idioti; viene fatta una vera selezione al peggio. Siamo arrivati ad una tale degenerazione del ceto detto politico che sarebbero indispensabili misure drastiche contro questi sciagurati. Manca una forza alternativa, estremamente decisa, capace di realizzare quella che è ormai una necessità impellente.

 

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E veniamo pure al grosso problema di questi tempi, che non so quanto dureranno, ma temo non saranno troppo brevi. Parlo della cosiddetta migrazione di imponenti masse – soprattutto, oggi, di origine africana o araba – verso le nostre plaghe europee, e italiane in specie. Sgombriamo però il terreno dalle solite facili accuse dei cialtroni e rimbambiti, che vogliono l’accoglimento di milioni di persone in nome (ma sono in genere falsi e ipocriti) della pietosa umanità, del fraterno accoglimento dei diversi, dei sofferenti, ecc.

Affermo con molta nettezza che non considero certo inferiori la civiltà, la cultura, le tradizioni di questi popoli, pur del tutto diverse dalla nostra. Nemmeno mi procura chissà che fastidio il fatto di coprirsi il capo, il velarsi delle donne e altre cose del genere. Sono le loro abitudini, i loro costumi; plurisecolari come i nostri. Dirò di più: potrei perfino avere una qualche preferenza per il comportamento di quelle donne, che non sono abituate come le nostre a fare subito sesso senza amore, senza nemmeno stima per il partner. Il tutto in assenza di un qualsiasi, e profondo, trasporto dell’anima. Tuttavia, non riesco nemmeno, per mia impostazione mentale, ad approvare quella per me spietata sudditanza della donna all’uomo tipica di certe culture degli immigrati. In ogni caso, si tratta di diverse tradizioni culturali, non d’inferiorità di date popolazioni ad altre. Solo che…..

Qui cominciano i problemi. La diversità arricchisce, dicono gli scemi o i falsoni del “politicamente corretto”. Senz’altro, in dati casi ciò è vero. Soltanto però quando ci si confronta da pari a pari. Ci si arricchisce se si visitano, e non per semplice turismo, paesi lontani. Ci si arricchisce quando ci sono reali incontri culturali, o anche quando vari paesi con diverso tipo di civilizzazione si scambiano cittadini per funzioni lavorative; soprattutto però di un certo livello (Università, centri di ricerca, ecc.).

Facciamo un esempio diverso. La massa di lavoratori italiani, che sono andati in Svizzera, Belgio, Francia e altri paesi europei, oppure negli Usa o in paesi sudamericani (Argentina e Brasile in specie), sono spesso tornati indietro avendo solo imparato un po’ di lingua di quel paese (e malamente). Oppure sono rimasti laggiù senza però tanto integrarsi, ma i loro figli, nati e cresciuti nel paese, ne sono diventati cittadini a pieno titolo, dimenticando tuttavia quasi tutto della cultura e tradizioni dei loro genitori (e proprio più nulla dei nonni). In ogni caso, non c’è alcuna integrazione di diversità che s’intrecciano e fondono: o impermeabilità o una vita vissuta nella cultura e mentalità del nuovo paese. Ripeto: il vero arricchimento reciproco esige parità di livelli culturali e di lavoro svolto in funzioni piuttosto elevate facenti parti del medesimo organismo. Ognuno resta con le abitudini e predisposizioni già contratte da tempo, ma le diverse competenze lavorative di ottimo o buon  livello cooperano e ottengono risultati comuni. Tutto lì, basta con i pezzi di cretini dei nostri “sinistri”.

 

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Pensate cosa s’inventa questo ciarpame umano. I migranti arrivati a decine o centinaia di migliaia sono “risorse” perché la nostra natalità è in calando. In una situazione di crisi da stagnazione (adesso si prevede in Italia anche per il 2017 un Pil al 0,7%), il fatto di ricevere lavoratori (più o meno reali o presunti) in sovrappiù ci favorirebbe. Questi intanto ci costano e non poco (adesso si sta scoprendo che occorrono altre vere risorse, senza virgolette, per poterli mantenere qui); e, quando lavorano, lo fanno per la classica “pipa di tabacco”. I nostri giovani non vogliono assumersi determinati lavori, dicono i “maiali politicamente corretti”. Certamente, con la remunerazione che accettano i migranti non potrebbero affatto mantenersi, visto che qui abbiamo raggiunto livelli di vita non paragonabili a quelli dei paesi africani. I porci che ci predicano queste cose sono quelli stessi che ci raccontano le loro prodezze per difendere i lavoratori. Vigliacchi mentitori: voi distruggete la possibilità di lavorare per i vostri connazionali. E per far questo, siete fin troppo pagati quali rappresentanti sindacali di chi affossate.

Come già accadde con la crisi di stagnazione di fine ottocento, la bassa crescita si accompagna a profondi avanzamenti tecnologici. Allora ci fu la “seconda rivoluzione industriale”. Perché non ci dite di quanto cresce la produttività del lavoro con questa nuova ventata di innovazioni? E’ sicuramente di molto superiore alla crescita; quindi, diminuiscono le occasioni di lavoro, tutto si complica per i lavoratori connazionali di cui voi, miserabili “sinistri” del c…., dovreste difendere condizioni di vita e di lavoro. E questi sciocchi, ancora mantenuti da famiglie, in cui i padri e le madri hanno accumulato qualche soldino con grande fatica, non vengono a trovarvi nelle sedi sindacali, e magari anche a casa, per farvi più neri dei migranti. Quanto a coloro che scrivono nei vari giornali e riviste (alcune paludate come scientifiche) e ai prof. di “sinistra” nelle Università e scuole in pieno sfacelo, meriterebbero un trattamento speciale: almeno per un mese, per 24 ore al giorno, sottoposti all’elettrochoc. Non mantenere più simili “mangiapane a ufo” sarebbe un buon modo per liberare risorse da dedicare allo sviluppo del paese.

Aggiungo ancora che la stragrande maggioranza di coloro che arrivano qui, piangendo miseria e con pretese talvolta assurde, sono giovani maschi; e hanno pagato migliaia di dollari o euro per prendere i barconi. Non sono i miseri e affamati di cui si favoleggia. Fuggono dalla guerra? Durante la seconda guerra mondiale solo pochi figli di papà nostrani se ne andarono in Svizzera e pochissimi negli Usa. Il 99% dei ragazzi restò qui, in Italia ed Europa, a sorbirsi la guerra e, in notevole numero, anche a combatterla o da una parte o dall’altra. Questi giovani che fuggono dalle loro guerre (e, ripeto, pagando fior di quattrini) non mi sembrano meritare alcun rispetto. Sì, affrontano il pericolo di affondamento, che riguarda una nettissima minoranza; e di questa una piccola parte affoga (adesso, poi, che vanno a prenderli direttamente “a casa loro”!). La guerra, nei loro paesi, è il risultato di politiche dei paesi avanzati? Vero, ma soprattutto degli Stati Uniti; i governi europei (e quasi sempre “di sinistra”) sono solo dei sicari. Allora, cari “sinistri” merdosi, cominciate intanto a combattere gli Usa (e a non dirottare la lotta contro la Germania), smettetela di appoggiare i “vostri” governi che sono proprio quelli più servi degli americani. No, non li combattete, anzi li favorite perfino in quello che è un loro progetto: affogarci di profughi e clandestini in modo da non avere più risorse per il nostro sviluppo indipendente, e così asservirci ancora di più a loro.

Capite allora che la causa del disastro immigratorio, sotto gli occhi di tutti quelli che non si rifiutano di vedere, è negli Stati Uniti che hanno usato una particolare politica per riprendere in mano la situazione onde mantenere la supremazia e ritardare la crescita di altri competitori. In particolare devono tenere sotto scacco l’Europa (in specie i paesi come il nostro), impedendo qualsiasi “strana idea” di rivolgersi verso est. Nei paesi europei, a partire dal crollo del “socialismo reale” e dell’Urss – e l’Italia di “mani pulite” ne è un esempio “luminoso” – gli Usa si affidano soprattutto alla “sinistra” detta progressista (il cui unico progresso è in realtà quello della loro malattia degenerativa). Il fenomeno migratorio è un effetto di tutto questo armeggio degli Usa. Tuttavia, anche dagli effetti bisogna partire per arrivare alle cause. La migrazione creerà problemi via via insolubili e ciò metterà in crisi le “sinistre” asservite. Vedremo se in questi nostri paesi balzani uscirà fuori infine una forza capace di spazzarle via e imprimere una svolta in grado di farci risorgere, magari anche lentamente all’inizio. I dubbi sono molti in questa situazione così degradata; però, come ben si sa, la speranza è l’ultima……risorsa.

Tarzan vs Robinson. La recensione di Marcello Foa al saggio di G. la Grassa

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Come si sviluppa l’umanità? Gianfranco La Grassa in un breve saggio –“Tarzan vs Robinson” – propone un’analisi originale sulle dinamiche che caratterizzano i rapporti umani e lo sviluppo delle società. Oggi la teoria dell’equilibrio è dominante. Il prezzo sul mercato si determina al punto di incrocio fra domanda e offerta, dunque nella creazione di un equilibrio, le società “felici”…Continua qui

METTERE FINE ALL’IMMIGRAZIONE INCONTROLLATA

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Il problema dell’immigrazione lo si risolve con uno Stato forte, consapevole del suo ruolo sulla scena internazionale, libero di decidere delle sue sorti e di scegliersi una collocazione autonoma nel multipolarismo in atto. Gli aspetti culturali sono secondari e, comunque, discendono dalla problematica sovranista. Xenofobi e integrazionisti hanno ugualmente torto e le loro posizioni, apparentemente agli antipodi, sono in solidarietà antitetico-polare. Producono cioè i medesimi effetti nefasti benché di specie diversa. Gli intolleranti credono che basti chiudere le frontiere e respingere chiunque ai confini per eliminare le criticità. I tolleranti pensano che sia sufficiente affratellarsi coi nuovi venuti per espandere la comunità e trarne dei vantaggi. E’ una pura diatriba ideologica, priva di sbocchi razionali, che contribuisce ad alimentare la disgregazione dei tessuti sociali, rendendoli o troppo rigidi (e incapaci di adattarsi ai cambiamenti demografici e politici) o eccessivamente permeabili (spezzando troppo fretta i precedenti legami collettivi). Innanzitutto, i flussi di profughi sono la conseguenza di conflitti regionali che si moltiplicano per il venir meno di un centro regolatore a livello mondiale. A questo incipiente squilibrio, conseguenza di dinamiche oggettive innescate dal processo storico, non corrisponde un equilibro delle forze in competizione. Equilibrio che, in ogni caso, non è l’anticamera di una pace duratura ma la base per lanciare ulteriori sfide geopolitiche che non siano perse in partenza. Dunque, aumentano i competitori potenziali dell’unipolarismo statunitense ma nessuno è ancora veramente in grado di fronteggiare direttamente gli Usa. Quest’ultimi, in crisi di potenza, sebbene ancora in relativo vantaggio sugli avversari, percorrono la strada delle guerre per procura, nei ventri molli del planisfero che sfuggono vieppiù alla loro egemonia, per impedire che altri possano avvantaggiarsi delle circostanze. In questo senso, la questione migratoria diventa un’arma di ricatto dei predominanti americani contro i paesi antagonisti (i quali vengono coinvolti e trascinati sui campi di battaglia che produrranno orde di disperati in fuga) ma, più ancora, verso le formazioni subdominanti a loro affini, le quali possono essere tentate di mettere in discussione gli assetti delle vecchia alleanza o persino di slegarsi dalla originaria area di influenza, in virtù della percezione di queste difficoltà del polo attrattore. Questo è il fulcro della questione. Infatti, chi non è sottoposto agli Usa o non è legato ad essi da patti militari stringenti ha tanti altri grattacapi ma non quello della gestione degli immigrati che non diventa mai una vera e propria emergenza, come invece succede nei nostri contesti occidentali. Insomma, cambiando qualcosa nella nostra politica internazionale anche il profilo di questo allarme sociale potrà essere semplificato. Restando immobilizzati sulle vicissitudini culturali del politicamente corretto e del rozzamente scorretto porteremo le complicazioni contingenti a trasformarsi in drammi di civiltà che non sono quasi mai disinnescabili o sono districabili a prezzi altissimi per lo Stato e la società. Purtroppo, anche analisti intelligenti sono caduti malamente in questa trappola ideologica che si traveste da tema morale, culturale o economico. Per esempio, Lucio Caracciolo il quale su Limes scrive che il rimescolamento identitario è ormai inevitabile perché non possiamo tornare al passato nazista delle persecuzioni e non possiamo cedere alla tentazione presente di innalzare chilometri di filo spinato tra ricchi e disperati. Poi ci sarebbe la solita scusante (un’aggravante illogica in presenza di eccessiva disoccupazione autoctona) di preservare Welfare e sistema pensionistico con iniezioni di giovani lavoratori stranieri. Balle economicistiche. E’ proprio rassegnandosi al caos umano del rimescolamento, come lo chiama lui, e a quello geopolitico da esportazione del bene, come lo chiamano gli Usa, anziché smarcarsene rapidamente, che si rischia di ripetere tragiche vicissitudini di tempi addietro. I finti buonisti dell’accoglienza scriteriata, irragionevole e inevitabile sono quelli che spalancheranno nuovamente le porte dell’inferno in nome dell’umanitarismo e della civiltà e per conto di Washington. Cambiando prospettiva geopolitica e storica ci eviteremo queste sofferenze anche se ci esporremo ad altri rischi. E’ il prezzo da pagare per essere indipendenti.

TEORIA E NULLA PIU’

gianfranco

Questo è il terzo paragrafo di un articolo complicato che sto scrivendo; e nemmeno so se lo finirò (farò il possibile) proprio perché s’incontrano difficoltà non facilmente risolvibili. In ogni caso, ho voglia di trattare di questioni che so avere poca udienza. Sono in questo momento stufo dei soliti argomenti. Per una volta mi diletto in arzigogoli che sappiano annoiare i più. Aggiungo soltanto che scrivo realtà e reale, ecc. senza virgolette per indicare quello che a mio avviso è il vero reale. Uso le virgolette quando scrivo di ciò che normalmente si è convinti sia la realtà, mentre io credo sia costruita tramite certe modalità del nostro pensiero.

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3. Abbiamo già per sommi capi indicato nel primo paragrafo come si giunge alla formulazione di una teoria, pur magari partendo inizialmente da una rappresentazione più immediata e a volte perfino intuitiva. In ogni caso, sia tale rappresentazione in genere assai semplice e grezza, sia la teoria assai meglio elaborata, giungono a fissare quello che potremmo definire un campo di stabilità. In definitiva, si costruisce una porzione della “realtà”, il cui movimento, implicante mutamento, è pensato sulla base del supposto modificarsi spaziale di date variabili, elementi strutturanti quel campo secondo una “legge scoperta” mediante l’osservazione della “realtà” stessa con l’uso di mezzi quali sono i nostri sensi, potenziati via via da strumenti sempre più complessi e raffinati.

Se seguiamo con l’occhio una pallina che rotola su una superficie piana, crediamo di osservare un movimento continuo; in realtà, la stessa nostra vista lo dispiega cinematicamente sia pure per istanti di durata piccolissima e della cui separatezza, dall’uno all’altro, non ci accorgiamo. Anche con i nostri sensi quindi, non meno che con il nostro pensiero, non cogliamo la realtà nel suo flusso continuo, bensì la “realtà” così come l’abbiamo stabilizzata, pur nel suo movimento e modificazione, per i nostri scopi pratici. Pensate un po’ quando si tenta di ricostruire, tramite più testimonianze, il succedersi dei vari fenomeni verificatisi durante un incidente automobilistico. Non dico che queste testimonianze siano sempre contrastanti (spesso lo sono), ma come minimo ben diversificate fra loro. Questo avviene per ogni evento della nostra vita. Noi vediamo, udiamo, ecc. secondo una cinematica, cioè per minimi istanti di ogni dato evento osservato posti in successione; è quindi facile che l’evento presenti differenze da individuo a individuo e da momento in momento.

Figuriamoci quando facciamo intervenire il pensiero di tipo teorico che, come già detto, compie riflessioni di primo, secondo, terzo, ecc. ordine per avvicinarci a quella che crediamo essere una sempre più approssimata riproduzione del reale mentre è invece, quando va bene, una sua costruzione “realistica”. E quando possiamo dire che lo è? Quando tale costruzione (di quello che ho definito campo di stabilità utile alla nostra pratica) ci fa conseguire, e per un determinato periodo di tempo (più o meno lungo), qualche successo. Certamente, quando interpretiamo un dato fatto storico, può sembrare assurdo parlare di successo. Il passato è ormai passato. Tuttavia, la sua interpretazione serve in definitiva nel presente per indirizzare certi ordini di pensiero, che conducono a pratiche varie. Se oggi ritengo che vada rivista quanto meno la storia degli ultimi due secoli (e in particolare quella del ‘900) è perché avverto una sensazione di definitivo fallimento di date valutazioni storiche, che ci indirizzano – sempre a mio avviso – assai male per il futuro.

Ho parlato di campo di stabilità – pur se di questo viene supposto un movimento specifico – poiché si tratta del modo di assegnare un ordine (in genere strutturato in base ad una serie di variabili fra loro interrelate) a quella sezione del reale da noi sottoposto ad attenzione. Tale ordine appare più o meno precisamente delineato a seconda del linguaggio usato per esporlo. Spesso si usa il più povero, quello matematico, perché allora la precisione diventa massima. Quello più ricco credo sia affidato all’arte e letteratura. Sono qui possibili svariate interpretazioni; e non si giunge mai, mi sembra, ad essere esaustivi. E’ giusto che sia così, perché una qualsiasi forma di linguaggio non ha la continuità del reale vero, tende sempre a ridurlo ad una serie di elementi che lo strutturano, pur se in forme che sembrano a volte del tutto fluide e mutevoli, ma non certamente come lo è quell’effettivo reale fra l’altro privo di forma.

Nemmeno ci accorgiamo di essere immersi in, o come minimo di stare galleggiando su, un flusso che scorre caoticamente senza struttura alcuna. La nostra intelligenza – non diversamente da quella, assai differente e di tipo elementare, degli animali – ci pone subito nella condizione di crederci in equilibrio pur nelle condizioni di movimento lungo percorsi, che l’uomo suppone conoscibili e prevedibili tramite le costruzioni (le teorie appunto) del suo pensiero. Solo a tratti si è “svegliati” dal “sonno razionale”, viene così avvertito lo squilibrio e l’invecchiamento irrimediabile delle teorie o dei nostri convincimenti più elementari; resta, però, la certezza di poter giungere a nuove stabilizzazioni con una certa definitezza, fino al prossimo “risveglio” più o meno brusco o invece lentamente progressivo.

In ogni caso, tuttavia, anche quando il flusso caotico e non strutturato ci destabilizza e si crea tutt’intorno a noi il massimo di confusione, non si è in grado di conoscerlo nella sua realtà che ha andamento continuo. Alcuni sono convinti di sapersi immergere in esso e di seguirlo nel suo effettivo andamento, appunto continuo. Non sono per nulla convinto che sia così; secondo me non ci si rende conto che la presunta immersione cosciente è una reazione più immediata allo stimolo del reale, una reazione che avviene in tempi ancora più infinitesimali che per altri individui (di tradizione culturale e modo di vivere, ecc. assai differenti). Noi però, come tutti gli esseri animati, reagiamo sempre per momenti successivi e inseguendo, a volte inconsapevolmente, il tentativo della stabilità persino nella rapidissima successione delle nostre reazioni; anche quando, insomma, siamo sicuri di stare adattandoci allo squilibrio continuo.

Prendiamo ancora ad esempio la realtà automobilistica. Al guidatore si presenta improvvisamente un ostacolo e l’urto è imminente. Guai se si mettesse in moto il pensiero razionale dei due, tre, ecc. ordini di riflessione per ricostruire quanto sta accadendo; occorre invece la cosiddetta prontezza di riflessi, cioè la reazione immediata e che sembra precedere ogni pensiero. Dubito che avvenga questo; immagino che ci sia un solo ordine di riflessione, velocissimo, di temporalità in(de)finitamente piccola, in cui si tenta di stabilire quel campo di stabilità contro cui si rischia di andare a sbattere; è questo oggetto – cioè una porzione di “realtà” costruita in un istante con tutta la sua strutturazione, vista dai nostri occhi cinematicamente e non nel continuo – che si cerca di evitare. E il successo o insuccesso della reazione non dipende solo dal tempo che si ha a disposizione per essa, ma anche da come, in un solo ordine di riflessione (e così breve), si è riusciti a costruire quel campo di stabilità strutturato, che è l’oggetto visto all’improvviso. Se si sbatte contro di esso, si è convinti di non avere avuto sufficiente prontezza di riflessi. Credo che ci sia anche questo, ma non soltanto; penso pure ad una cattiva costruzione del campo di stabilità strutturato rappresentativo dell’oggetto in questione.

UNA CONTRADDIZIONE PARALIZZANTE

gianfranco

http://www.ilgiornale.it/news/politica/basta-critiche-alleuropa-re-giorgio-bacchetta-matteo-1309979.html

Non ci si deve fare ingannare. Non c’è differenza tra l’ex presdelarep e l’attuale mediocrissimo capo del governo di un’Italia sempre più miserevole e meschina. Renzi tenta con qualche finta sparata autonomista (non certo dai veri predominanti, gli Stati Uniti) di rifarsi un minimo di verginità. Napolitano gioca sull’altro versante: non creare troppi dubbi sull’attuale UE, organo di quella predominanza nel nostro continente, vero braccio collaterale della Nato. L’unica critica ammessa, anche in forme abbastanza accese, è quella contro la Germania. Questa viene spesso criticata anche dagli Stati Uniti con motivazioni contraddittorie. A volte le si rimprovera aspramente la politica d’austerità con toni semikeynesiani: tale politica bloccherebbe l’uscita (del tutto provvisoria) dalla crisi tramite un allentamento dei cordoni dalla borsa per favorire una certa crescita della domanda (la solita tesi dell’economia neoclassica che tutto parte da quest’ultima); mentre il problema europeo, ma italiano in specie, è l’incapacità di alimentare i settori cosiddetti strategici, dall’energia all’elettronica all’aerospaziale e altro, necessari a mettere in moto pure la produzione di avanzati apparati tecnologici da usare in caso di belligeranza, che diventerà problema impellente nel medio periodo. Dall’altra parte, lo pseudo-keynesismo sparisce e si torna al puro liberismo quando si pretenderebbe l’approvazione (disapprovata in particolare dalla Germania) del TTIP, che metterebbe appunto in ulteriore ginocchio i suddetti settori strategici lasciandoli tutti agli Usa, oggi in grande vantaggio in essi. Ad un livello del tutto diverso, ma con gli stessi intenti, si ripropone la polemica ottocentesca tra i fautori del ricardiano libero commercio internazionale (tesi favorevole alla continuazione del predominio inglese) e quelli del protezionismo listiano, che allora vinsero negli Usa (anche tramite la sanguinosissima guerra civile o di secessione del ’61-’65) e nella Germania. La vittoria delle tesi di List nelle due potenze emergenti favorì il declino inglese, ne fu una delle cause. Impariamo dal passato.

L’unica vera critica da muovere ai tedeschi è di non riuscire ad avere una coerente politica di alternativa rispetto al predominio statunitense; una politica che sappia trascinare altri paesi europei invece di creare diffidenze e ostilità. Forse la Merkel è troppo ricattabile per certo suo passato, ma credo meno all’eccessiva importanza di singole persone. Temo che 70 anni di predominio incontrastato degli Usa – favorito da vergognosi “padri dell’Europa unita”, tutti strapagati dalla potenza d’oltreoceano – abbiano creato una serie di apparati decisivi, fra cui quelli militari e dei Servizi, organizzati dai predominanti e infarciti di personale a loro fedele. E non vi è dubbio che, da questo punto di vista, proprio l’Italia sia uno dei paesi più succubi degli americani. La Germania non sa uscire dalla politica dei “due forni”: tentativo di aggirare certe manovre soffocanti degli Usa e nel contempo mostrarsi a questi fedele, mollando però schiaffoni ai paesi come l’Italia che ne sono divenuti – dopo il crollo del “socialismo” e dell’Urss e l’eliminazione della prima Repubblica con l’affidamento del filo-americanismo ai più viscidi e obbedienti servi: “sinistra diccì” e “piciisti” voltagabbana – una mera base logistica. Così facendo, però, i tedeschi s’inimicano anche le popolazioni, favorendo la polemica antitedesca dei più colonizzati. Come usciremo dalla contraddizione?

L’Europa d(e)i Draghi

bce

 

Draghi è il principale artefice della libertà dei capitali di scorazzare tra l’America e l’Europa ed è il più solido pilastro di ogni politica americana in Europa oltre ad essere un fedele esecutore di ogni strategia Usa.

Draghi già nel 2009 come governatore della Banca d’Italia osservò che alcuni paesi emergenti avevano innalzato dazi commerciali o avviato azioni antidumpig. Da qui un duplice appello alla Amministrazione americana affinché resistesse alle richieste di protezione commerciale e ai leader europei affinché non desistessero dal “libero scambio” e suggerì che qualsiasi tendenza protezionistica dovesse essere fortemente scoraggiata. Un appello ripetuto all’infinito da Draghi, e da Vitor Constancio numero due del governatore, ha sottolineato (la scorsa primavera) che tariffe e protezionismo potrebbero essere tentati tutti i leader mondiali ma non quello di sfuggire alla “trappola della liquidità” e con ciò aggravare lo stato di salute dell’economia mondiale rendendo più complicata la battaglia anti deflazione di Draghi.

Come si può notare siamo in un completo “cul de sac”. Ci stiamo avviando ad attuare politiche del Qe (Quantive easing) con acquisti di debito degli stati europei con un notevole deficit di bilancio o alto rapporto debito/Pil che aumenteranno i tentativi da parte di Draghi di politiche da “ultima spiaggia” oltre le quali c’è soltanto il baratro. Se si pensa soltanto che la Bce con la sua politica di allargamento della liquidità in una misura spropositata (si parla di acquisti di bond oltre mille miliardi di euro) ha ridotto ai minimi termini (con valori talvolta negativi) il rendimento del risparmio.

Ma c’è ancora uno spettro che si aggira in Europa: l’aumento del costo del denaro dalla parte americana della Fed (Banca Centrale Usa). E’ noto che tutte le banche europee dipendono strettamente da essa in particolare la Bce. Da un suo starnuto viene dipende l’andamento di tutta l’economia mondiale e non solo europea. Da esso dipende il costo del debito pubblico e la possibilità delle banche di attrarre l’interesse degli investitori, per non parlare dell’andamento delle valute sul petrolio in stretta relazione con le decisioni prese a Washington.

Ma più di tutto conta voler dimostrare che la Fed ha il pieno controllo della situazione senza dover aspettare la ripresa di Europa e Giappone. Perciò non si aspetterà che il vecchio Continente realizzi le riforme prefissate (ad esempio il risanamento delle banche) e se deciderà di aumentare il costo del denaro, lo farà possibilmente ( forse) entro la fine dell’anno. Il motivo principale di questa frenata sul rialzo dei tassi va ricercata nella mancata ripresa degli Stati Uniti e di conseguenza dell’Europa ed in particolare dell’Italia con le sue ripetute “crescite” del Pil sempre al ribasso, fino al sottozero. E anche se ci fossero scossoni in Borsa per l’aumento dei tassi Usa, in Italia non si avrebbe alcun significativo segno di vita.

Una paura serpeggia tra gli investitori, la sensazione che il bazooka di Draghi stia diventando un’arma spuntata, che cioè non abbia più l’efficacia di prima con un evidente calo del tasso di rendimento per l’acquisto dei bond, sicuro prodromo del calo di rendimento dei titoli azionari. Tutti fattori che hanno indotto lo stesso Draghi a rimandare l’annuncio sul potenziamento ed il prolungamento degli stimoli derivati dalla massicce immissioni di Qe (Quantitative easing).

RIPROPOSIZIONE

gianfranco

Storiella per non dimenticare. di G. La Grassa

 

mi permetto di riproporre questa “storiella”, che non va dimenticata. Dopo quell’intervista a Squitieri che ho riportato pochi giorni fa, credo la si possa correggere almeno su un punto: il ruolo di Pci e “sinistra Dc” – i salvati da “mani pulite” per sostituire il personale del centro-sinistra al governo nella prima Repubblica, una volta dissoltosi il “socialismo reale” e l’Urss – fu probabilmente, nella vicenda Moro, un po’ più “incisivo” di quanto supposto. Naturalmente, si procede secondo il metodo indiziario alla Sherlock Holmes, che non sempre coglie l’essenziale come nei romanzi di Conan Doyle. Tuttavia, il centro-sinistra (e Craxi in specie, ma pure Andreotti) si concessero talvolta sprazzi di autonomia nei rispetti degli ordini impartiti dai dirigenti statunitensi. Pci (la sua corrente maggioritaria eurocomunista) e sinistra Dc (con qualche appendice socialista, che aveva tradito Craxi; almeno un nome dovrebbe venire subito in testa) garantivano un’obbedienza agli Usa molto più sicura e fedele. Solo la loro incapacità manifesta, il loro cialtronesco opporsi al primo Berlusconi, ecc. scontentarono i vertici americani.

Quando infine il “nano” al G8 di Deauville si piegò del tutto a Obama, cominciò il declino degli ex piciisti (ormai piddini) ed ex sinistri diccì che avevano assicurato la servitù fino allora. Venne Monti, poi Letta e infine Renzi. E forse la storia non è finita poiché, malgrado quest’ultimo stia cercando di creare un autentico regime, mostra pure lui larghi margini d’inettitudine. Può essere che si cerchi qualche altro servo più efficace. E “noi” siamo ancora in attesa di una vera forza di opposizione che ci sbarazzi di questo ciarpame senza affannosa ricerca di maggioranze elettorali del tutto vacue e temporanee; soprattutto con una popolazione lasciata all’oscuro delle porcherie combinate dai politicanti dell’ultimo quarto di secolo e cui si è sempre mentito su tutto. Tuttavia, sia chiaro, non va assolta questa popolazione dai suoi difetti di apparentemente furba, in realtà terribilmente ottusa, “arte di arrangiarsi”. Temo sarà una lunga attesa la “nostra”. Malgrado tutto, credo che, se nascerà in Europa un organismo politico capace di ribellarsi con estrema virulenza al servilismo filo-Usa, questo accadrà ancora in Germania.

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