I TERREMOTATI PRIMA DI TUTTO, di GLG

Terremoto nel centro dell'Italia

 

 

Credo che possano tacere certe polemiche sull’inadeguatezza del territorio, e soprattutto costruzioni, in Italia rispetto ai fenomeni sismici. Ho letto da qualche parte: in Giappone o California non ci sarebbero stati tanti morti. L’Italia non potrà mai essere come il Giappone (non tutto) e tanto meno la California, che non ha una lunga storia. Invece nei prossimi giorni si dovrà seguire con attenzione l’opera di soccorso. La solidarietà non mancherà, non è mai mancata, anche se magari in qualche occasione piuttosto disordinata in modo da creare problemi invece di risolverli. Tuttavia, è da seguire l’organizzazione dei soccorsi da parte di corpi che dovrebbero essere già pronti all’intervento e a cui non debbono venire a mancare i mezzi per eventuali “risparmi” fatti in modo irresponsabile, così com’è avvenuto negli ultimi anni per la sanità (ed anche questa sarà fondamentale in questi primi periodi dopo il sisma). Non dovrebbe essere poi sottovalutata nemmeno la dura repressione dello sciacallaggio che sempre si sviluppa in queste occasioni, a volte proprio sotto la coperta della solidarietà.

E poi, nel più lungo periodo, vi sarà la necessaria opera di ricostruzione e riaccoglimento (o accoglimento in altri luoghi opportuni) di coloro che sono stati privati della loro abitazione e sradicati dai luoghi di insediamento sociale, venendo così a trovarsi in condizioni di massimo disagio. Qui avremo una pietra di paragone importante per giudicare i “buonisti” che ci stanno riempiendo, non certo per bontà ma per ben più infami propositi, di emigrati. I nostri “sfollati” devono avere l’assoluta precedenza rispetto a chicchessia. Basta con la solfa dei profughi dalla guerra. Anche noi, sia pure in altri anni ormai lontani, abbiamo conosciuto la guerra e le sue distruzioni, ecc. Non c’era luogo dove andare ed essere accolti come profughi. Al massimo si scappava dalle città e ci si rifugiava in campagna, dove si era ricevuti come si poteva e non certo con tutte le facilitazioni possibili. Adesso vedremo alla prova questi miserabili sempre pronti a fare i “buoni”, creando situazioni insostenibili a quote non indifferenti della popolazione italiana. Ripeto: i “sinistrati” del terremoto, come del resto tutti coloro che negli ultimi anni si sono impoveriti per la crisi, devono avere l’assoluta priorità rispetto a qualsiasi altro. E l’accoglienza deve infine essere ridotta in modo drastico, senza falsi pietismi, che nascondono ben altri propositi di ceti dirigenti del tutto disonesti e di quote di imbecilli ancora in pianto perché non si è riusciti a combattere e cambiare “il sistema” (dove loro vivono benissimo).

Il terremoto è venuto nel momento meno opportuno; del resto, non c’è mai un momento opportuno per simili tragici accadimenti. Approfittiamone comunque per giudicare infine l’azione di questi ceti detti dirigenti, con i loro intellettualoidi d’accatto. Se gli italiani non sapranno farsi valere, mettendo alla gogna i distorti pietismi di questi sciagurati, allora meritano quanto sta loro accadendo; e che pagheranno carissimo nel giro di, al massimo, dieci anni (e me la prendo lunga). Dobbiamo prendere a pedate i “buonisti” e tutti i loro servi nei media. Basta accoglimenti di migranti; pensiamo invece a noi poiché le nostre risorse non sono più tanto floride. E ogni qualche anno ci capitano, per soprammercato, questi eventi distruttivi e luttuosi.

Geopolitica dei gasdotti

south

Con lo scioglimento del consorzio South Stream, l’Italia ha perso la grande occasione di diventare un hub per il gas russo in Europa. Contro il cosiddetto flusso meridionale, che da Anapa, vicino al Mar di Azov, avrebbe dovuto sbucare in Puglia (in uno dei suoi due tronconi, mentre un altro più a nord avrebbe dovuto attraccare in Austria), hanno formato un muro gli Stati Uniti, l’Ue e alcuni settori politici filo-americani della stessa Penisola.
Per impedire la costruzione del gasdotto, l’Ue ha inizialmente addotto giustificazioni di ordine economico, legate alla necessità di differenziare le fonti di approvvigionamento e incrementare la concorrenzialità tra produttori, per far abbassare i prezzi a governi, imprese e consumatori. Al fine rendere più credibile questa narrazione, Washington aveva contestualmente convito l’Europa a puntare le sue fiche su un progetto di dotto alternativo, chiamato Nabucco, che da Baku, in Azerbaigian, sarebbe approdato, percorrendo l’enormità di 3,893 km (il South Stream ne contava almeno mille in meno) a Baumgarten an der March, in Austria, dove si trova il principale centro europeo di stoccaggio dell’oro blu. Che l’opera fosse mastodontica e diseconomica era chiaro a chiunque ma non ai burocrati di Bruxelles i quali spingevano per tale soluzione con l’unico scopo di non scontentare gli Usa, anche contro gli interessi generali della comunità.
La farsa è stata portata avanti dagli europei e dai loro alleati americani per qualche anno, con sperpero di denaro comunitario in inutili progettazioni e studi di (impossibile) fattibilità. Infine, è stato tutto accantonato nel 2013 perché la realtà è dura a piegarsi all’illusione, per quanta immaginazione ci mettano politicanti sciocchi e servili.
Da quel momento in poi, gli Usa hanno giocato a carte scoperte nell’intento di far fallire il progetto concorrente di Mosca. Muniti di bastone e carota hanno fatto il giro delle sette chiese (Italia, Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia, Croatia, Austria) portando ovunque un consiglio e una minaccia per dissuadere gli interlocutori da intenti azzardati che li danneggiavano nei loro interessi nazionali. Colpisci di là e suggerisci di qua sono riusciti a boicottare il programma. Con l’ausilio della Commissione Europea, costantemente tetragona nel voler far quadrare i bilanci di tutti ma incapace di farsi due conti in tasca. Nel dicembre 2014, i russi hanno fatto saltare, a loro volta, il banco estenuati dalle ripicche europee.
Berlino che, invece, sa farseli gli affari suoi, a speculari intimidazioni yankee per fermare i suoi gasdotti, North Stream 1 e 2, i cui tubi da Viborg in Russia giungono, attraverso il Baltico, sulle coste tedesche, ha reagito infischiandosene della Casa Bianca, della Commissione ed anche degli altri stati membri che si erano piegati senza colpo ferire. Tutto ciò mentre Renzi borbottava: “non perdo la faccia per due tubi”. Sarà ma di occasioni l’Italia ne ha perse già troppe e quella del South Stream deve considerarsi davvero dolorosa, in termini di mancati profitti e interrotte connessioni strategiche che diventano ancor più frustranti in questa fase di crisi e squilibrio mondiale.
Nel frattempo, valutata l’ostilità europea, la Russia ha seguito altre strade per rifarsi dei torti subiti, attendendo gli sviluppi della situazione. Parliamo degli accordi coi cinesi e di quelli più recenti coi turchi. Il riavvicinamento di Erdogan a Putin ha favorito la ripresa dei colloqui per il gasdotto Turkish Stream che porterà la materia prima di Mosca, attraverso il Mar Nero, ad Ankara e poi forse fino a Bruxelles. Come scrivono gli analisti del Russian international affairs council: “La Turchia cerca di posizionarsi come percorso alternativo per le forniture di gas, dal momento che le preoccupazioni per la crescente dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia sono in crescita. A sua volta, la Russia sta cercando di rafforzare la sua attuale posizione sul mercato europeo come principale fornitore di risorse energetiche per la fornitura di gas russo attraverso percorsi diversi”. Ciò significa che Putin e soci hanno ben presente che l’Europa è un punto di snodo cruciale, sia economico che politico, per le lotte geopolitiche del XXI secolo, in tutti i settori. Per questo i russi insistono per una futura partnership con il vicino, puntando su infrastrutture energetiche comuni che approfondiscano i legami. Senza lo sganciamento europeo dagli Usa diventa praticamente impossibile creare forze d’urto trasformatrici del presente ordine mondiale divenuto caos globale. Un coordinamento russo-europeo sulle strategie internazionali anticiperebbe, invece, il multipolarismo e minerebbe la supremazia americana in Occidente, facendo emergere nuovi rapporti di forza meno sfavorevoli ai competitori di questa. E’ quello che Washington teme più di ogni altra cosa. L’Europa avrebbe tutto da guadagnare da questa situazione ma si arrocca su posizioni vetuste e, ormai, autolesionistiche che a lungo andare manifesteranno i loro lati negativi (in parte evidenti) e persino tragici. Il Vecchio Continente potrebbe esse attore di processi storici rivoluzionari, indirizzati alla modifica degli assetti planetari, ma si riduce a mero campo di battaglia per aspirazioni egemoniche di terzi. Se la rotta non sarà invertita verrà la rovina dei popoli europei. Eppure, presso di noi c’è chi non vuole perdere la faccia per due tubi per perderla su due “tuit”.

BASTA VENTOTENE! di GLG

europa

 

 

Riporto alla rinfusa, in “bel” disordine, una serie di documenti, che non hanno mai trovato ampio battage come meriterebbero. Il motivo è chiarissimo; essi dimostrano che la sedicente Europa Unita è nata dall’azione di uomini sempre venerati e rispettati come insigni europeisti, mentre hanno invece svenduto il nostro continente agli Stati Uniti. Per alcuni decenni – a causa dell’esistenza dell’Unione Sovietica, il cui ruolo decisivo nella seconda guerra mondiale non è mai stato riconosciuto come dovrebbe – parte dell’Europa non fu serva degli Usa (ma si deve ammettere che nemmeno fu entità autonoma e certo non vi fu “costruito il socialismo”). In ogni caso, l’Europa Unita è stata perseguita da coloro che sono stati ampiamente “foraggiati” dai dirigenti d’oltreatlantico. Questi ultimi hanno istituito il Tribunale di Norimberga per i crimini di guerra nazisti, ma avrebbero dovuto essi stessi subire un processo analogo per tutte le efferatezze compiute durante e dopo la guerra mondiale, fino ai giorni nostri. E continuano imperterriti a perpetrare i loro misfatti senza più alcun ritegno e privi ancora di un vero e decisivo antagonista.

In questi giorni, i massimi dirigenti di tre rilevanti paesi europei si sono trovati, guarda un po’, a Ventotene laddove, condannati al confino dal fascismo durante la guerra, i suddetti “padri dell’Europa” hanno stilato quel manifesto tanto osannato (come coloro che l’hanno scritto), che è in realtà un passo decisivo verso la svendita di ogni autonomia europea a favore del predominio statunitense. Così noi siamo divenuti servi dei nostri pretesi liberatori, che ci hanno invece occupato e ridotto a semplici dipendenti; e nemmeno di grande valore, non degni d’essere minimamente consultati (se non qualche volta pro forma) per ogni operazione di una qualche importanza posta in atto dai “padroni”.

L’unico che in Europa si sia distinto per un certo spirito di indipendenza nei confronti di tale insopportabile paese fu De Gaulle, cui si opposero sempre sia i filoamericani, i soliti “padri dell’Europa”, sia i comunisti europei “occidentali” che pur hanno, non so quanto sinceramente, riverito l’Urss per almeno 20-25 anni dopo la guerra. Poi anch’essi, dichiaratisi “eurocomunisti” (al seguito del PC italiano), sono di soppiatto diventati fautori della subordinazione agli Stati Uniti; e sono esplosi nell’aperto tradimento dopo il crollo “socialistico” e sovietico. Quest’Europa fa semplicemente schifo per il suo appiattimento sul paese predominante. Tuttavia, non basta predicare l’uscita dalla UE (e dall’euro). Bisogna appunto denunciare i padri “europeisti”, diffondere le prove del loro tradimento, sputtanarli definitivamente. E poi finalmente svoltare in direzione antiamericana.

Non trattando quel paese come fosse abitato da barbari. Mi dispiace, ma la cultura Usa (cinema, letteratura e altro ancora) non è affatto da disprezzare. Semplicemente, per motivi che gli storici non hanno ancora chiarito (e nemmeno lo ha fatto chi ha studiato che cos’è il capitalismo, per null’affatto un’unica formazione sociale da quando si è svolta la prima rivoluzione industriale), i gruppi dirigenti di quel paese hanno agito secondo metodi da devastatori e non si sono per nulla affatto dimostrati migliori di quelli che hanno condannato a morte appunto a Norimberga. Bisogna semplicemente opporsi a loro e trovare nuove alleanze che stabiliscano altri “equilibri” (cioè differenti squilibri) mondiali. E non ci serve per nulla l’azione degli organismi di una presunta unità europea. Saranno in effetti necessarie proprio riunioni come quella dei governi di Francia, Germania e Italia, paesi potenzialmente rilevanti nella nostra area. Solo che dovranno essere espressione di altre forze, oggi inesistenti, che scalzino dalle loro poltrone i servi riuniti a Ventotene. E questo luogo va dimenticato; così come quella dichiarazione che simboleggia la nostra dipendenza.

Di questo ci sarebbe estremo bisogno. Invece, siamo ancora nella vergogna e trascinati nel fango da dirigenti che meriterebbero un bel processo. Quando e se potrà verificarsi una decisiva svolta è impossibile saperlo. Nemmeno è sicuro che l’Europa sia in grado di risorgere dopo un secolo di decadenza e di tentativi chiaramente errati di rinascita come quelli compiuti da fascismo e nazismo. Sugli eventi del ‘900 occorrerà riflettere a lungo; e così pure sulle illusioni del comunismo e sul suo completo voltafaccia avvenuto in Europa (con centro nel nostro paese) già a partire dagli anni ’70 del secolo scorso. E’ indispensabile un riesame storico, e un ancora più decisivo rivolgimento politico, che però non dovranno avere nulla a che vedere con quelli cui ci hanno abituato i degenerati politici e intellettuali in azione da settant’anni. E da venticinque abbiamo raggiunto ulteriori e indescrivibili livelli di abiezione!

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QUELLO CHE MARX HA VERAMENTE DETTO E NON SI E’ REALIZZATO (ESTRATTI DI UN LIBRO ELETTRONICO IN PREPARAZIONE)

Karl-Marx

IN CERCA DEL TITOLO, di GLG

 

Assieme a Petrosillo sto costruendo un libro che dovrebbe uscire a settembre in edizione elettronica con Amazon. La parte centrale di questo volume è la stesura del seminario sul pensiero di Marx da me tenuto circa un anno fa a Conegliano. Vi saranno poi alcune appendici; sia mie che di Petrosillo. E’ la seconda volta che tentiamo la via elettronica. Tra il blog Conflitti e Strategie, la pagina di questo e la mia in Facebook, vengono a conoscenza della pubblicazione alcune migliaia di persone. Inoltre, si spera che gli “amici” facciano un po’ di pubblicità. Non dico tanto, ma almeno un paio di centinaia di copie di questo testo dovrebbe essere acquistato. Se accadrà invece come l’altra volta, invierò una devastante maledizione che colpirà duro gli “assenti”.

Intanto, per conoscenza e pubblicità, metto qui di seguito gli ultimi paragrafi dello scritto principale.

 

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13. Naturalmente, quanto sostenuto pur succintamente in questo testo richiederà ampi sforzi di revisione: storica innanzitutto e con riflessi rilevanti sul piano teorico. Dopo aver aderito a lungo all’impostazione marxiana in accezioni mai strettamente ortodosse – importante è stata per me l’esperienza althusseriana, pur essa seguita in modo non pedissequo – ho alla fine, e già da tempo, proposto una mossa che indubbiamente rappresenta la sostanziale uscita da essa. In Marx, lo ribadisco, è fondamentale la sfera produttiva quale base (detta appunto economica) della società. I rapporti sociali decisivi sono quelli di produzione.

Nelle versioni più ortodosse, e assai meschinamente economicistiche, venne assegnata la prevalenza allo sviluppo delle forze produttive – in particolare quelle oggettive, specialmente di carattere tecnico – che avrebbero determinato l’affermarsi dei suddetti rapporti sociali di produzione nelle differenti epoche storiche. Il primo strappo, soprattutto althusseriano, a simile impoverimento del pensiero di Marx fu compiuto attribuendo la priorità alla trasformazione dei rapporti sociali. E’ indubbio però che, in ogni caso, il nucleo centrale della struttura sociale è, nella concezione marxiana, la proprietà in quanto potere di disposizione dei mezzi produttivi. La divisione in classi – da cui consegue la loro lotta, fulcro della storia in quanto appunto “storia di lotte di classi” – è analizzata sulla base di detta proprietà; da cui poi discende tutto il resto che abbiamo illustrato in questo scritto.

Simile concezione contiene un errore decisivo, fonte poi di tutti gli altri commessi per ben oltre un secolo nell’interpretare gli avvenimenti susseguitisi nello svolgimento storico. Quest’ultimo non è per l’essenziale caratterizzato dalle lotte tra gruppi sociali posti in verticale. Non almeno nel senso di una lotta con effetti rivoluzionari, trasformativi delle diverse formazioni sociali nelle successive epoche storiche. In questo senso, non c’è stato alcun rovesciamento rivoluzionario prodotto dagli schiavi in lotta contro la classe supposta “dialetticamente” contrapposta; non c’è stato alcun rivoluzionamento provocato dai servi della gleba in lotta contro i feudatari; e, malgrado le incredibili falsificazioni perpetrate a proposito, non c’è stato alcun mutamento rivoluzionario ottenuto dagli operai in lotta con i capitalisti. Niente più invenzioni ideologiche di tal fatta, ormai ampiamente superate. Mai è esistito il comunismo, nemmeno per piccole oasi; e mai è esistita una società in cui fosse in atto un’effettiva “costruzione del socialismo”. In questo senso, dalla revisione teorica deve conseguire una immane opera di reinterpretazione di tutto quello che è stato chiamato “movimento operaio” e, in speciale modo, dell’intera storia nel XX secolo. E va soprattutto dimenticato tutto il chiacchierare sul “secolo breve” di Hobsbawm, persona onestissima per carità, ma che ha preso, come si dice in termini popolareschi, “Roma per Toma”.

La storia è storia di conflitti tra gruppi sociali in orizzontale. Tutti gli intellettuali postisi in posizione adorante dei diseredati e oppressi inorridiscono di fronte a questa banale verità. Urlano che si dimenticano i dominati, che si riduce la storia a lotta tra dominanti. Non riescono a uscire dalle loro fantasmagorie che hanno provocato danni inenarrabili per centocinquant’anni almeno. La lotta è tra gruppi sociali, in cui certamente esistono anche quelle che vengono chiamate masse.  Anzi, se guardiamo meglio a questi gruppi sociali, quando addivengono a scontri particolarmente virulenti, vediamo che sono in modo più o meno pregnante strutturati secondo diversi strati “di autorità”; con la chiara visione, però, che gli strati alti sono più ristretti e vanno allargandosi verso il basso. In poche parole, quando si arriva ad autentici conflitti significativi per la trasformazione dei vigenti rapporti sociali (non semplicemente “di produzione”!), si nota che lo scontro avviene tra gruppi sociali in qualche modo somiglianti ad eserciti; con tutti i loro “gradi”, dai più elevati fino a quelli della truppa e passando per una gerarchia intermedia.

Nella lotta i sedicenti dominati sono senz’altro coinvolti – e vi sono spesso notevoli movimenti di ascensione dai gradi bassi della gerarchia verso gli alti – ma resta il fatto che lo scontro è in orizzontale tra gruppi sociali variamente organizzati e strutturati. Gli intellettuali che predicano per i diseredati sono troppo spesso falsi e ipocriti; “amano” tanto il popolo perché cercano di avere un seguito che consenta loro di conquistare posizioni preminenti, di occupare i gradi alti dell’“esercito”. Essi hanno procurato tanto male con le loro chiacchiere, frutto di vanità e sfrenata ambizione di emergere. E coloro che più “amano il popolo” hanno dimostrato – il ’68 e seguenti ne è stata una dimostrazione preclara – di essere i meglio pagati da quelli da loro indicati come dominanti. Li troviamo ancora oggi a blaterare nei media, fingendo d’essere i maggiori avversari proprio di quei dominanti cui si sono venduti dopo pochissimi anni di confusa e fasulla rivolta (tuttavia, molto dolorosa e anche intrisa di sangue).

14. Possiamo avviarci alle conclusioni. Alla proprietà o meno dei mezzi di produzione bisogna intanto, quale mossa iniziale, sostituire la politica in quanto conflitto in orizzontale tra gruppi sociali, spesso strutturati secondo una data gerarchia, essenziale per il conseguimento del successo; dal conflitto in oggetto consegue l’importanza decisiva da attribuire all’analisi delle sequenze strategiche da questi gruppi svolte. Naturalmente, una simile mossa (teorica) mette in mora i vari discorsi sullo sbocco finale del processo nel socialismo e comunismo. Nessuna sicurezza sui risultati ultimi di una storia di cui non si conosce proprio per nulla lo svolgimento nei prossimi secoli; e nemmeno nei prossimi decenni. Siamo solo in grado azzardare ipotesi, che vanno continuamente verificate e ripensate. Basta con le fandonie propalate da scadenti “affabulatori”. A coloro che parlano di comunismo o anche semplicemente di maggiore giustizia, spirito comunitario e altre fantasie, si voltino le spalle ignorandoli; hanno già conseguito tutto il meglio possibile con le varie carriere in tutti gli ambiti di vertice di questa società contro cui essi inveiscono, ridendo alle spalle dei poveri gonzi che credono loro.

Non insisto qui nel parlare del conflitto strategico, cui ho dedicato articoli vari e libri negli ultimi due decenni, con accelerazione della svolta in particolare negli ultimi dieci-dodici anni. Ricordo solo che si esige pure una riconsiderazione della “realtà” da analizzare e del pensiero teorico come specifica pratica d’indagine indispensabile per poi impegnarsi nella vera e propria azione, strategica, nei più diversi ambiti del vissuto. In effetti, il limite da cui è affetta ancora la tesi del conflitto tra strategie per conseguire una supremazia è il suo sostanziale intersoggettivismo. Intendo dire che, una volta indagato ogni determinato conflitto e formulate le ipotesi relative al suo andamento, ne consegue che l’esito dello stesso sembra essere il semplice risultato della reciproca lotta tra le diverse forze in campo.

In effetti, ciò non mi soddisfa. E’ indubbio che la tesi marxiana relativa alla decisività delle diverse forme di proprietà dei mezzi produttivi, pur nella sua rozza schematicità, ne faceva il risultato di un dato processo storico di transizione tra differenti formazioni sociali, processo cui le presunte classi in lotta, ridotte fondamentalmente a due (in base appunto alla proprietà o meno dei mezzi di produzione), dovevano in certo qual modo sottostare. Fallita quella teoria dopo le errate previsioni circa i movimenti storici in atto, in particolare nel XX secolo, la mossa relativa al conflitto strategico ne risulta più che motivata; tuttavia, essa ribalta ogni possibile oggettività ponendo in primo piano lo scontro tra le strategie di più gruppi sociali. A questo “difetto” si sta tentando di ovviare con il riferimento ad un diverso concetto di “realtà oggettiva”, di cui si trovano i primi rudimenti nel mio Tarzan vs Robinson, un libretto uscito di recente con le edizioni Piazza (Treviso) e forse di difficile reperibilità. In ogni caso, la ricerca è tuttora in atto e si sostanzierà di ulteriori studi e approfondimenti. Per il momento, mi fermerei proprio qui.

POPULISMO / (FILO)AMERICANISMO.

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UNA NUOVA DICOTOMIA IDEOLOGICO-POLITICA ELABORATA DAI GRUPPI “DECISORI” IN “OCCIDENTE”.

Sul Sole 24 ore del 14.08.2016 Luca Ricolfi propone alcune riflessioni sulla tematica del populismo inteso, in questo caso, prevalentemente come una tendenza o una ideologia politica.

<<Di populismo e di partiti populisti si è ricominciato a parlare, in Europa, circa 30 anni fa, allorché Jean Marie Le Pen, un deputato che proveniva dal movimento di Poujade, scosse la Francia con i successi del suo Front National, capace di raccogliere l’11,2% del consenso dell’elettorato francese alle elezioni europee del 1984>>.

Nel sito Treccani “online” e in Wikipedia si trova spiegato che il poujadismo (fr. poujadisme) è stato un  movimento di protesta e di rivolta fiscale, “di carattere qualunquista”, sviluppatosi in Francia verso la metà degli anni 1950 per iniziativa del libraio Pierre Poujade (1920-2003), che fondò nel 1953 il giornale Union et défense e il movimento Union pour la défense des commerçants et artisans (UDCA); esso ebbe un effimero successo elettorale, ottenendo consensi  soprattutto tra i commercianti e gli artigiani, per la sua opposizione “corporativa” rivolta contro la politica fiscale del governo e per le sue critiche all’inefficacia della politica parlamentare, così com’era praticata durante la Quarta Repubblica. Di seguito sembra che il termine poujadismo sia stato utilizzato, in maniera generica, per qualificare negativamente altri tipi di populismo, di corporativismo e di “demagogia” senza rapporti con il movimento nato con Pierre Poujade. Il sociologo sottolinea, poi, che diversi studiosi utilizzano l’etichetta populista con riferimento ai soli movimenti di destra, per cui si avrebbe “la curiosa conseguenza per cui l’italiano Movimento Cinque Stelle non sarebbe populista”. Ma qui Ricolfi, secondo noi, si esprime in maniera inesatta perché il movimento “grillino” è nato con connotati caratteristici del populismo “di protesta” e, quindi, senza un retroterra politico-culturale ben definito, in mancanza del quale è prevalsa una deriva “opportunistica” e demagogica che lo stanno portando a divenire l’unica alternativa al Pd – con relativo adeguamento ai dettati della Ue e degli Usa – per la guida del governo del nostro paese. Ma in effetti egli stesso riconosce la presenza di populismi “di sinistra” o “di protesta” quando parla di “movimenti radicali anti-austerity” del  tipo di Podemos (Spagna) o Syriza (Grecia) e, perciò, più in generale anche a noi sembra lecito attribuire

<<tratti populisti ogni qualvolta il “racconto” di un partito o movimento poggia sulla contrapposizione fra la grande maggioranza del popolo e l’establishment politico-finanziario>>.

Ad ogni modo il populismo appare prevalentemente come una ideologia che parte dalle limitazioni che la Ue e l’euro impongono alla sovranità dei vari Stati nazionali, riguardo alle politiche di spesa, monetarie e fiscali, oltre che  da questioni che preoccupano particolarmente la gran massa della popolazione come quelle concernente i flussi migratori, la sicurezza, l’identità culturale ecc.. A parere dei collaboratori di questo blog le istanze populiste e i loro portatori si sono indeboliti sia in Francia che in Italia dove il Front National, la Lega e Forza Italia appaiono palesemente in difficoltà. Dopo Brexit e le conseguenze economiche, vere o presunte, della vittoria del fronte anti Ue i gruppi politici che lo sostenevano sono entrati in una sorta di stato confusionale derivato, ovviamente, dalla mancanza di una visione strategica a medio termine, da parte di gruppi dirigenti formati da personalità assolutamente impreparate ad affrontare crisi che sono portatrici di ripercussioni importanti su scala globale. Anche alle  elezioni presidenziali austriache (del maggio 2016) la metà dei cittadini ha scelto il candidato populista Norbert Hofer, proveniente dal medesimo partito di Haider, di orientamenti “xenofobi e nazionalisti”. Le elezioni saranno ripetute a ottobre a causa delle molte irregolarità riscontrate

<<ma, comunque vadano, resta il fatto che metà degli austriaci non ha avuto problemi a votare un candidato come Hofer, e nessuno dei due grandi partiti tradizionali austriaci (socialisti e popolari) è riuscito ad arrivare al ballottaggio (lo sfidante di Hofer è stato espresso dal piccolo partito dei Verdi)>>.

Il trionfo di istanze “nazionaliste e xenofobe” nelle grandi consultazioni popolari dimostra, comunque, soltanto le “crepe” che i gruppi fino a oggi  dominanti nei principali paesi dell’Unione – sponsorizzati dagli Usa per tenere sotto controllo la “regione europea” -stanno mostrando nel tentativo di mantenere l’egemonia ideologica e il controllo della “volontà popolare” nei loro paesi. Sempre più, osserva ancora l’editorialista, i cittadini della Ue ritengono che debbano presentarsi “sul banco degli accusati”  i “poteri forti” – filoamericani, aggiungiamo noi – che controllano l’Unione europea, le sue istituzioni (Commissione e Consiglio) e la sua Banca Centrale. In sintesi, poi, Ricolfi ribadisce che

<<fra il 2009 e il 2014, effettivamente troviamo che il cocktail “gravità della crisi + paura dello straniero” risulta una determinante fondamentale dell’avanzata dei movimenti populisti. Vista con queste lenti, la marea populista appare, innanzitutto, figlia della crisi, delle politiche di austerità, e più in generale delle inadeguatezze delle élite che governano l’Europa>>.

Subito dopo il sociologo introduce un discorso che mette in dubbio questa visione “semplificata”. E inizia  ricordando che

<<il populismo è cominciato a proliferare in Europa fin dalla metà degli anni ’80, ossia più di 20 anni prima della crisi.[…] i movimenti populisti, sia prima sia durante la crisi, hanno riportato grandi successi in due paesi, la Svizzera e la Norvegia, che sono sempre rimasti al di fuori dell’Unione Europea. Il Partito del Progresso norvegese, una formazione nettamente xenofoba, è nato nel 1973, e alle elezioni nazionali del 2005 è diventato la seconda forza politica del paese. Quanto alla Svizzera, un partito come l’UDC (Unione Democratica di Centro) è diventato una forza populista da almeno un quarto di secolo, ossia dai tempi (1992) della campagna contro l’adesione allo spazio economico europeo. Svizzera e Norvegia sono del tutto libere dal detestato giogo europeo, sia in materia economico-sociale sia in materia di immigrazione. Dopo il piccolo Lussemburgo, sono i due paesi più ricchi del mondo occidentale. La crisi li ha appena sfiorati e l’Europa non ha interferito. Almeno lì, il populismo deve avere altre radici>>.

Questo per il passato, mentre per “l’oggi” il successo, probabilmente “relativo”, di Donald Trump di fronte sia a una politica economica del tutto diversa (da quella della Ue) –  portata avanti da Obama e caratterizzata da toni decisamente espansivi che hanno determinato un forte indebitamento –  sia ad una situazione senza particolari novità riguardo alle “pressioni migratorie”, appare, in qualche modo, un nodo su cui riflettere. Ed ecco rispuntare la questione più volte richiamata della crisi dei “ceti medi”. Così scrive Ricolfi:

<< Fino al 2008, anno della elezione di Obama ma anche anno del fallimento di Lehman Brothers, nonostante gli economisti progressisti (alla Stiglitz) si fossero sforzati in tutti i modi di convincere gli americani che la crescita del reddito pro-capite della famiglia media si fosse ormai arrestata, e che solo l’1% degli straricchi fosse riuscito ad arricchirsi ancora di più, la gente non credeva a questo genere di diagnosi. E non ci credeva per il buon motivo che alla stagnazione del potere di acquisto si accompagnava una spettacolare corsa del valore degli immobili, che rendeva credibili speranze e illusioni della “società di proprietari”, ovvero l’idea – cara ai repubblicani di Bush figlio – che tutti potessero diventare possessori di ricchezza. Poi è arrivata la crisi, che ha fatto intendere agli americani che quelle erano appunto illusioni. Ma con la crisi è arrivato anche Obama, con il suo carico di promesse, solo in parte mantenute>>.

Ora sembrerebbe che Trump voglia fare concorrenza ai democratici proprio in qualità di paladino dei “ceti medi”, utilizzando nella sua propaganda persino le diagnosi catastrofistiche degli economisti progressisti, a suo tempo rivolte al “cattivo” Bush (e prima ancora Reagan) e che paiono avere, in questo momento, buone possibilità di essere prese sul serio dagli elettori americani. Dopo queste osservazioni  Ricolfi introduce alcune annotazioni  che non sono proprio da buttare:

<< … soprattutto in America, ma anche in diversi civilissimi paesi del Nord Europa, il politicamente corretto si è spinto un po’ troppo in là. Talora ha oltrepassato la barriera del ridicolo. Quasi sempre ha oltrepassato quella del senso comune, del sentire della gente normale, che fatica a sbarcare il lunario, e i costi dell’accoglienza li paga in prima persona sotto forma di insicurezza e concorrenza sul mercato del lavoro. Le due cose insieme, una globalizzazione che beneficia alcuni ma impoverisce altri, un’élite che si compiace dei propri buoni sentimenti e letteralmente non vede i drammi di chi è stato spazzato via dalla mondializzazione, hanno creato un mix esplosivo. Finché c’era la crescita, il gioco era a somma positiva: potevi anche pensare che i miglioramenti del vicino non fossero, necessariamente, peggioramenti tuoi. Ora il gioco rischia di essere a somma zero: se qualcuno va avanti, deve esserci per forza qualcun altro che va indietro>>.

Tutto questo può avere ricadute importanti nella coscienza degli elettori americani cominciando da una elevata diffidenza nei confronti di una sempre maggiore interdipendenza con il resto del mondo, che l’isolazionismo – probabilmente solo proclamato perché difficilmente realizzabile –  di Trump intercetta perfettamente. Di qui, anche, il fastidio per la cultura liberal e progressista, “magistralmente” impersonata da Hillary Clinton. Chi usufruisce dei benefici della globalizzazione, soprattutto i ceti istruiti e metropolitani che vivono sulle due coste americane, possono a buon diritto “baloccarsi” con i problemi “post-materialisti e post-moderni” dei diritti civili, dei matrimoni gay, dell’integrazione delle minoranze, dell’accoglienza degli immigrati, della discriminazione linguistica. Ma per chi ha capito solo ora di non avere futuro, per gli abitanti del profondo sud e dell’America interna, il divario fra i loro problemi e quelli con che soli paiono interessare le élite e i “ceti medi riflessivi” (espressione coniata da Paul Ginsborg) è diventato troppo ampio. Questo tipo di deriva almeno potenzialmente, visti i fattori che sono messi in gioco, potrebbe interessare anche l’Italia anche se la passività, il conformismo e l’abitudine a pensare in termini “individualistici” stanno rendendo particolarmente difficile la nascita di una forza politica che non sia soltanto una risposta demagogica e fittizia , pilotata dall’alto, al disagio delle masse. Per concludere mi sembra utile riportare alcuni temi sviluppati in un libro di P-A Taguieff del 2002, L’illusion populiste:

<<Questo è il “pericolo populista”, e/o “nazional-populista”, visto dall’alto, costruito nella prospettiva elitaria: supponendo che regni la “democrazia d’opinione” (1) ( o che il suo regno sia ormai prossimo), è populista ogni attore sociale che si accontenti di esprimerla o di sfruttarne le risorse simboliche, chiunque esca dal “cerchio della ragione” per sprofondare nell’”irrazionale”, cioè nel pulsionale o nel demagogico, nell’emotivo o nel semplicistico. Questa ricusazione del populismo s’inserisce nel quadro della concezione evoluzionistica del progresso, applicata all’ordine politico. Così concepito il populismo rappresenta una deplorevole interruzione della crescente e globale razionalizzazione che si suppone all’opera nella storia. I falliti dell’irreversibile processo di “modernizzazione”, o anche le provvisorie interruzioni dell’ineluttabile razionalizzazione dell’esistenza umana: di questo sarebbe espressione il populismo. Nella stessa prospettiva, alcuni economisti liberali contemporanei definiscono “populiste” certe domande sociali che ostacolerebbero un sano sviluppo economico. L’economista americano Pranab Bardhan argomenta in questo senso:”Le democrazie, in particolare, sono suscettibili di essere sottoposte a pressioni populiste in favore di un consumo immediato, di sovvenzioni improduttive, di politiche commerciali autarchiche e di altre richieste particolari che possono ostacolare la crescita e l’investimento a lungo termine”>>. Tutto questo esprime in maniera chiara il modo in cui gli avversari della potenza attualmente egemone e del modello liberista-liberale classico vengono ad essere stigmatizzati come forze antisistema, “irresponsabili” fomentatrici di atteggiamenti antipolitici e di tendenze e progetti “irrazionali” e quindi “pericolosi”,” nonostante le apparenze”, per il tenore di vita degli individui e per l’efficienza delle istituzioni, produttive e non. Sempre dal medesimo saggio riporto un’altra breve citazione:

<<Un […] approccio concettuale al populismo politico contemporaneo […] si può fondare su una semplice distinzione tra due tendenze dello stile populista […] a seconda che il popolo a cui si faccia appello o che si invochi sia considerato come demos o come ethnos: da una parte il polo “protestatario” o, più precisamente, “protestatario-sociale”; dall’altra, il polo “identitario” o “identitario-nazionale”, sia che questo ripercorra i sentieri del paleonazionalismo xenofobo, sia che si determini come una variante dell’etnonazionalismo emergente, in reazione a una qualche figura della globalizzazione finanziaria o della mondializzazione culturale e comunicazionale>>.

Il polo identitario troverebbe, sempre più,  nella contestazione delle attuali politiche di gestione delle politiche migratorie il suo punto di coagulo mentre quello protestatario cavalcherebbe le tematiche antifiscali, la contestazione dell’establishment e dei partiti, le proposte di riforma dello stato sociale che andrebbero in direzione di uno “sciovinismo del benessere” secondo il quale verrebbero destinate la maggior parte delle risorse ai soli membri della nazione. Da queste varie considerazioni possiamo valutare quanto negli schemi ideologici della politica ci si sia allontanati dal vecchio schema dicotomico “destra-sinistra”. Diversi anni fa Marcello Veneziani aveva proposto una nuova polarizzazione, utilizzando le denominazioni convenzionali di comunitari e liberal, la quale sarebbe stata il risultato dello smembramento dei poli tradizionali sulla base dei principi solidaristici e identitario-corporativi, da una parte,  e di difesa dei diritti (civili) e delle “libertà”  dall’altra. Progressivamente anche questa tipizzazione si è sgretolata, di fronte al rullo compressore di una crisi di cui non si vede la via di uscita, e in qualche maniera, almeno in occidente, i gruppi dominanti liberali e filoamericani sono riusciti a rappresentare culturalmente e mediaticamente tutte le forme di opposizione, comunque sempre “interna”,  al modello sociale capitalistico utilizzando la categoria di populismo enfatizzando le ambiguità del concetto e combinandolo con le problematiche riguardanti il cosiddetto nemico esterno: il terrorismo e le “civiltà” che risulterebbero “meno progredite” sul piano culturale, sociale e “dei diritti” come la Russia e la Cina.

(1)Alain Minc parla di tre “famiglie” populiste – regionalista, neofascista e antielitaria – unificate dal fatto che “il populismo è ormai per la democrazia di opinione quello che il fascismo era per la democrazia rappresentativa”. Per la definizione di “democrazia d’opinione” bisogna almeno far riferimento ai lavori fondamentali di Lippmann e Habermas e quindi a tutte le tematiche riguardanti la manipolazione massmediatica delle opinioni politiche. In internet ho comunque trovato questo frammento:

<< Nella versione originaria il voto d’opinione rappresenta solo un tipo particolare, sia pure in crescita, di comportamento elettorale sganciato dalle logiche di appartenenza o di interesse strumentale. Invece il paradigma del “clima d’opinione” rimanda al framing generale dell’agire politico in una data società, e si riferisce alla centralità delle dinamiche cognitive e comunicative nello spazio pubblico per tutti i tipi di elettori, e per la stessa costruzione dei vissuti politici e delle opzioni valoriali. Esso infatti è riferito alla centralità del nesso tra opinione pubblica e comunicazione politica mediata in quando determinante di contesto e di sfondo. E come tale non confligge con le appartenenze o le tradizioni politiche, non è in contrasto con la fedeltà del voto, è compatibile contemporaneamente col disinteresse per la politica e con la partecipazione politica (soprattutto latente, invisibile), con il disallineamento dai partiti e la “scelta di campo” per un leader di coalizione, con l’individualismo dell’impegno politico e le lusinghe della “dittatura della maggioranza”>>.

 

Mauro Tozzato           21.08.2016

ODIARE GLI IDIOTI, di GLG

LAGRA21

 

 

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Ci hanno stonato la testa (veramente volevano smuoverci il cuore) con la foto del bambino siriano insanguinato. Chi ha visto l’intero video ha potuto constatare come si trattasse di qualcosa di costruito dai soliti giornalisti che andrebbero fucilati. Adesso insistono nella perversione, raccontandoci che il fratello maggiore di quel bambino è morto in un bombardamento ad Aleppo. E’ quindi perfettamente adatto questo pezzo dal più bel film di Chaplin (comunque il più lucido e “moderno”), “Monsieur Verdoux”, al cui soggetto, e pure sceneggiatura, ha collaborato, e sembra in modo decisivo, il geniale Orson Welles. E in effetti qui si trova la vera morale seguita dalla “ggente” che è stupida al 90% (sono ottimista, vero?): “un omicidio è delinquenza, un milione è eroismo. Il numero legalizza”. I massacri di questi criminali di americani (Dresda, le atomiche, i bombardamenti con uranio impoverito e altre sostanze che hanno fatto nascere in Irak a centinaia bambini deformi, mostruosi, e mille altri crimini di massa) non commuovono nessuno. Solo l’olocausto, ma perché è una commozione addobbata in modo che la “ggente” stupida possa manifestare un breve momento di cordoglio per poi darsi ai propri affaracci. Proprio oggi c’è la notizia dell’attentato alla celebrazione di un matrimonio in Turchia; molti morti, feriti (alcuni dei quali moriranno, altri porteranno menomazioni permanenti). Sono certo che non vi è stata emozione alcuna alla notizia. Invece, il bambino siriano, oh che tormento, povero piccolo! E adesso perfino il fratello maggiore ucciso; come non piangere calde lacrime della tipologia “boldrinesca”? Perfetti idioti manovrati da giornalisti (e loro committenti) schifosi quant’altri mai.

QUALCHE POSSIBILITA’? di GLG

gianfranco

 

 

Qui da Il Giornale

 

mi sembra si accumulino le prove che la stagione dell’Isis è quanto meno in discussione. Gli Usa stanno cercando di dimostrare che lo combattono (dopo averlo alimentato; esattamente lo stesso comportamento avuto con Al Qaeda e Bin Laden). L’importante è che non riescano bene nell’intento. Al momento, l’atteggiamento di Erdogan (e dei suoi “rivali” iraniani), ben orientato sia pure tatticamente (non illudiamoci) verso la Russia e quindi tale da lasciare respiro ad Assad, sembra sommarsi alle difficoltà della Nato in Libia. Il governo da questa (cioè dagli Usa) patrocinato non sembra gran che ben visto. In tutta la zona quindi – dal nord Africa al Medioriente – si avverte una certa difficoltà statunitense. E quindi non è, almeno al momento, ben controllata quell’area che è fondamentale per tenere sotto il tallone l’Europa tramite quello schifo di organizzazione chiamata UE. Il grave è la carenza, nella nostra area, di forze duramente orientate a conquistare una propria autonomia dai peggiori governanti di tutti i tempi; cioè gli americani, tanto “democratici” da uccidere e massacrare a man bassa. E’ drammatica quest’assenza di forze credibili nella nostra area; e, d’altra parte, è spiegabile con un predominio Usa che dura da 70 anni. Sarà dura eliminare tutti i loro sostenitori, a partire dalla infame e meschina “sinistra antifascista”. Senza questa eliminazione, radicale e curata nei minimi particolari, non ci libereremo di quel paese delinquenziale, pur in una situazione non del tutto sfavorevole come l’attuale, che potrebbe poi mutare e lasciare meno spazio alla nostra liberazione: quella vera non quella che ci hanno raccontato tramite menzogne durate ormai troppo a lungo.

IN UCRAINA GLI USA E L’UE VOGLIONO IMPORRE LA LORO DITTATURA

ukraine

 

I recenti tentativi di sabotaggio in Crimea, da parte di incursori della SBU, hanno messo in evidenza le difficoltà del regime di Poroshenko che, con manovre diversive, prova a rinfocolare il nazionalismo ucraino rivendicando la sovranità dei territori annessi alla Russia mentre il Paese cade letteralmente a pezzi e la gente strappa appena l’esistenza. L’azione è servita anche a riportare l’attenzione della Comunità Internazionale sulla situazione in Ucraina, passata in secondo piano dopo l’evolversi degli eventi in Siria.
Gli oligarchi di Kiev si aspettano maggiore assistenza dall’Occidente ed il mantenimento delle promesse seguite al golpe di Majdan. Poroshenko segue la linea dettata dall’Ue per adeguarsi all’acquis communautaire e accelerare le pratiche d’ingresso nell’Unione ma gli ostacoli si moltiplicano anziché ridursi. Questo perché l’economia nazionale non trova, in una situazione di crisi generalizzata, il modo di riprendersi. Peraltro, il conflitto con le regioni separatiste, quelle più ricche di materie prime e di imprese trasformative, ha ridotto il suo potenziale industriale. Inoltre, la sua dipendenza, sul piano militare, dai diktat di Washington peggiora le cose. Quest’ultimi, infatti, sono indirizzati a mantenere una situazione d’instabilità sui suoi confini orientali per ostacolare le spinte di ricostituzione della sfera egemonica del Cremlino. La penetrazione dei “guastatori” ucraini nella penisola non aveva nessuna possibilità di riuscita, considerando lo spiegamento di uomini e mezzi stanziati lì dai russi. E’ stata la tipica mossa, concordata tra Kiev e i suoi suggeritori, per rammentare a Putin che la questione crimeana non è ancora chiusa o sarà da negoziare con alcune concessioni su altri teatri.
Mentre si svolgono questi giochi tra blocchi contrapposti in formazione che si sfidano per il multipolarismo, l’Ucraina cola a picco e si tramuta in uno Stato di pezza. Con questo peggioramento generale si allontana la possibilità per gli ucraini di entrare a far parte dell’Ue. Ad aggravare la posizione di Kiev ci si è messa pure la Brexit. Secondo la rivista Stratfor, con l’uscita del Regno Unito dall’Europa, l’Ucraina ha perso un partner importante, in seno alla comunità europea, che spingeva per le sanzioni contro Mosca. Inoltre, la Brexit espone ad ulteriori spinte centrifughe nell’Ue che potrebbero determinare la frammentazione di quest’ultima e la privazione per Kiev di un’orbita alternativa a quella della Federazione Russa.
Di fronte a questi scenari di possibile inficiamento del lavoro di infiltrazione e rovesciamento istituzionale, operato dagli Occidentali negli ultimi anni in Ucraina, qualcuno avanza l’ipotesi del ricorso a soluzioni drastiche, anche antidemocratiche, per impedire che Kiev finisca un’altra volta nello spettro gravitazionale del Cremlino. Ha scritto un analista polacco vicino alla C.I.A, Robert Heda, che prima della catastrofe occorre: “imporre in Ucraina la dittatura assoluta di Stati Uniti ed Europa, anche se questa va contro la volontà dei suoi oligarchi e della sua moderna élite politica”, che, finora, è stata incapace di preservare la sovranità del paese (dall’ingerenza russa non da quella Atlantica, la quale invece, ça va sans dire, è cosa buona e giusta).
Per scongiurare il pericolo russo gli europei ora si spingono ad accettare le svolte autoritarie. Ancora sicuri che il tiranno spietato sia Putin?

NIENTE AMMAZZA COME UNA DEMOCRAZIA

liberta

I crimini contro l’umanità sono del nazismo e del comunismo. Sta scritto sui giornali liberali e su quelli (a)varia(ta)mente democratici. Quanti ne avrà uccisi Stalin? Miliardi! E Hitler? Fantastilioni, ma 6 milioni di ebrei in particolare. Qui conta il dato parziale (peraltro discutibile come afferma, ad esempio, lo storico Eric Hobsbawm che parla di 4 milioni) perché gli altri poveri ammazzati dal fuhrer, come zingari, comunisti, omosessuali ecc. ecc. non valgono proprio come i primi e, spesso, passano in secondo piano nel bilancio finale dei morti. Lo dico con tutto il rispetto possibile per il popolo ebraico che è stato vittima di sopraffazioni ignobili ed è tutt’ora perseguitato da strumentalizzazioni non meno abiette. Ma al pari di altre stirpi non altrettanto compatite dalla famigerata Comunità Internazionale. Però, con buona pace del grande Totò, nemmeno la morte livella e non è la somma che fa il totale, a quanto pare. Eviteremmo di essere sarcastici su un tema così serio se non dovessimo assistere quotidianamente alla demonizzazione del nemico e all’accumulazione di falsità sempre più intollerabile pur di coprire i propri orrori e su di essi costruire il mito dell’asse del bene o della Civiltà superiore.
In ogni caso, tutte le strade del sangue portano necessariamente ad un dittatore o presunto tale. Così ci raccontano la storia dei genocidi e degli stermini di massa gli onesti democratici, i quali non farebbero male ad una mosca ma sognano ogni notte di schiacciare Mosca o Pechino. Ed, invece, sono tutte balle! Il capitalismo e le sue democrazie liberali sono andati ben oltre Stalin, Hitler e Pol Pot messi insieme. “Abbondandis in abbondandum”. Nemmeno i campi di concentramento o i gulag, queste immense vergogne dove l’umanità ha dimostrato la malvagità di cui è capace, sono un’invenzione dell’Imbianchino o di Koba il terribile. Come riportato da M. Zezima nel libro Salvate il Soldato Potere: “«Durante la guerra contro i boeri (1899-1902), il Regno Unito aveva usato campi di concentramento simili per internarvi gli elementi ostili della popolazione sudafricana. Lo stesso fecero Spagna e Stati Uniti nelle Filippine» scrive lo storico Michael Adams, rilevando come simili precedenti fossero stati presi a modello dal regime nazista.
In realtà, dice Ward Churchill, docente al Center for Studies in Ethnicities and Race in America dell’Università del Colorado (con sede a Boulder), la politica tedesca traeva ispirazione da esempi ancora più remoti.
Hitler aveva ben presente il trattamento riservato agli indigeni d’America, specie in Canada e negli Stati Uniti, e prese a modello quelle procedure per ciò che definiva “politica dello spazio vitale”. In pratica, il Führer fece sua l’idea della “conquista dell’Ovest”, con la conseguente deportazione dei residenti all’arrivo degli invasori, che condusse all’insediamento del ceppo anglosassone nelle terre americane come esempio per la sua espansione a est verso la Russia, dislocando, deportando e/o liquidando la popolazione per farsi spazio e sostituirla con quella che riteneva una razza superiore. Hitler era pienamente consapevole di come la sua politica ricalcasse le precedenti esperienze della popolazione anglo-americana nelle regioni a nord del Rio Grande”.
Non occorre andare a rivangare troppo nel passato per scoprire le atrocità commesse dai governi e dai popoli liberi ed, anzi, possiamo anche soffermarci al periodo della II GM per avere un saggio di come si sono comportati i sedicenti buoni nella lotta contro i cattivi. Piuttosto, l’unica certezza è che nemmeno nel futuro avremo un miglioramento della situazione poiché, parafrasando Cioran, l’ora del crimine non [sempre] suona nello stesso momento per tutti i popoli e ciò spiega il permanere della storia.
Innanzitutto, a qualche americano era venuto il dubbio che i propri capi non fossero propriamente degli stinchi di santo. Di fronte ad ordini bestiali e cruenti, che andavano ben oltre l’intenzione di sottomettere il nemico, la convinzione di trovarsi dalla parte dei giusti poteva vacillare. Tra questi il ministro della Guerra statunitense Henry Stimson, che dopo i bombardamenti incendiari contro il Giappone, nel 1945, disse : «E terrificante che non si siano sollevate proteste per i bombardamenti aerei con cui abbiamo colpito il Giappone causando un numero eccezionale di vittime. C’è qualcosa di sbagliato in un paese dove nessuno protesta…perché non voglio che gli Stati Uniti si guadagnino la reputazione di avere superato Hitler in atrocità”. Il suo dubbio si tramuterà in certezza poco dopo, quando Truman farà sganciare due atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Facendo centinaia di migliaia di morti? Macché, per Truman “avere sganciato le bombe ha salvato milioni di vite”. Churchill lo superò dando letteralmente i numeri: 12000000. Goebbels in confronto a questi due era un dilettante.
I giapponesi hanno ricevuto dagli statunitensi un trattamento davvero speciale perché considerati addirittura subumani. Sembra strano ma la patria del politicamente corretto antirazzista non esitava a schiacciare i musi gialli come fossero zanzare. Un altro brano tratto dal testo di Zezima: “Il Giappone, per passare da paese primitivo abitato da scimmie e traditori ad affidabile baluardo anticomunista, doveva ovviamente pagare un prezzo esorbitante. Anche quando stava per essere sganciata la seconda atomica su Nagasaki (9 agosto 1945) e la vittoria era ormai una questione formale, le attività della “buona guerra” continuarono immutate. Sedici avieri americani venivano sommariamente giustiziati in Giappone, mentre gli Stati Uniti si accingevano a preparare ciò che il generale Henry “Hap” Arnold definiva «il finale più clamoroso possibile». Il New York Daily del 15 agosto 1945 precisò senza esitazioni la collocazione temporale delle ultime incursioni: «Quasi 400 bombardieri B-29 Superfortezza volante hanno attaccato 12 ore dopo che il messaggio della capitolazione nipponica era già diretto a Washington, distruggendo i bersagli prestabiliti». Realizzando il suo sogno di colpire Tokyo con un’incursione di mille aerei, la notte del 14 agosto Arnold inviò in missione 1104 velivoli che bombardarono la capitale giapponese senza riportare perdite. Queste le parole di Leonard Dietz, uno dei piloti che parteciparono al finale di “Hap” Arnold: Ricordo di avere guardato in basso (eravamo a 700 metri di altezza) ma non riuscivo a vedere niente perché Tokyo era già rasa al suolo, come se una mano gigantesca fosse uscita dal cielo stritolando tutto a terra. Sembrava che fosse caduta una bomba atomica. Prima che gli aerei di Arnold tornassero alle basi, Truman annunciò la resa incondizionata del Giappone. Come può una nazione che si suppone combatta dalla parte del bene in una presunta guerra giusta permettere impunemente un massacro così premeditato? La risposta a questa domanda fornita da Time, prendendo spunto dalla battaglia di Iwo Jima (in cui la rivista definiva i marines «roditori da sterminio»), è alquanto eloquente: «Il normale giapponese irragionevole è ignorante. Forse è umano. Niente […] lo indica»….
I bombardamenti incendiari sul Giappone che dovevano preparare il terreno allo sganciamento dell’atomica distribuirono “250 tonnellate di bombe ogni 1600 metri quadrati distrussero il 40 percento della superficie di una lista di 66 città (incluse Hiroshima e Nagasaki) da radere al suolo. Le aree da colpire erano perlopiù residenziali (87,4 percento).163 Si ritiene che nell’arco di sei ore si sia conseguito il record assoluto, nella storia dell’umanità, di persone decedute a causa del fuoco. A terra, la temperatura raggiunse i 980 gradi; le fiamme dell’inferno così scatenato erano visibili a una distanza di 320 chilometri. A causa dell’intenso calore, i canali ribollivano, i metalli fondevano e gli esseri umani esplodevano. Nel maggio 1945, il 75 percento delle bombe sganciate sul Giappone erano incendiarie. Acclamata dalla rivista Time (e da altre testate simili, ci si compiaceva nel precisare che «attizzate a dovere, le città nipponiche bruciavano come foglie d’autunno»), la spedizione di LeMay fece un totale di circa 672mila vittime.164 Radio Tokyo definì la tattica del generale statunitense “bombardamenti di sterminio” e la stampa giapponese dichiarò:
Con le incursioni incendiarie l’America ha rivelato il suo carattere barbarico […] È stato un tentativo di genocidio di donne e bambini […] L’azione degli americani è resa ancora più spregevole dalla palese falsità del loro continuo appello all’umanità e all’idealismo […] Nessuno pensa che una guerra sia scevra da atti di brutalità, ma sugli americani ricade la responsabilità di averla resa sistematicamente e inutilmente un orrore indiscriminato per vittime innocenti”.

Dall’altro lato dell’Oceano, in Europa, davano man forte gli inglesi che, di comune accordo con gli Usa, decisero di radere al suolo Dresda perché piena di profughi (quando i profughi eravamo noi europei non interessava a nessuno della nostra salvezza) e quindi di maggiore impatto psicologico per i futuri avversari: ” Una nota interna della RAF si esprimeva in questi termini: Dresda, la settima città tedesca per grandezza, appena più piccola di Manchester, è l’area edificata di gran lunga più ampia ancora immune da bombe in territorio nemico. Nel mezzo dell’inverno, con i profughi che si riversano a ovest e le truppe da far riposare, le case sono tenute in grande considerazione non solo per il riparo che offrono […] ma anche perché possono alloggiare i servizi amministrativi trasferiti da altre zone […] L’attacco si propone di colpire il nemico dove più gli farà male […] e al contempo di dimostrare ai russi, quando arriveranno, che cos’è capace di fare il Comando bombardieri. Da parte degli Alleati non ci furono mai dubbi su chi sarebbero state le vittime del bombardamento di Dresda. Brian S. Blades, motorista di bordo su uno dei 460 Lancaster della squadriglia australiana, scrisse che, mentre venivano impartite le istruzioni per l’operazione, aveva udito espressioni quali «obiettivo ancora non colpito […] i servizi segreti riferiscono che migliaia di profughi provenienti da altre regioni si raccolgono in città».” (cit. da Salvate il soldato potere). Tra il 13 ed il 14 febbraio 1945, nel mattatoio tedesco morirono forse 250.000 persone (secondo Adenauer). Inutilmente, perché la Germania era ormai in ginocchio e il Cancelliere rinchiuso nel suo bunker ad attendere simile fine.
Gli angloamericani sono stati anche i precursori dei fanatici islamici e dell’Isis per quanto riguarda la capacità di distruggere le opere d’arte, annientare gli animali e poi ancora le persone. Nessuna pietà per niente e per nessuno. Dresda infatti “era nota per le porcellane e l’architettura barocca e rococò. Nelle sue gallerie d’arte erano conservati capolavori di Vermeer, Rembrandt, Rubens e Botticelli. Nel Grosser Garten vi era poi un famosissimo zoo, allora diretto da un celebre domatore di animali, Otto Sailer-Jackson. Ma la sera del 13 febbraio tutto ciò non contava nulla. Usando lo stadio della città come punto di riferimento, più di duemila Lancaster inglesi e “fortezze volanti” americane lasciarono cadere grappoli di ordigni a benzina ogni 40 metri quadrati. L’enorme incendio che si scatenò coprì 20 chilometri di ampiezza emettendo una nube di fumo alta 5 chilometri. Nelle 18 ore seguenti furono sganciate bombe normali al di sopra di questa letale miscela. Venticinque minuti dopo il bombardamento, i venti che soffiavano a 240 chilometri all’ora risucchiarono ogni cosa al centro della tempesta di fuoco. L’aria si era ovviamente surriscaldata e tendeva verso l’alto, di conseguenza l’incendio perse gran parte del suo ossigeno creando vortici infiammati che l’aspiravano direttamente dai polmoni umani. Il 70 percento delle vittime di Dresda morì per soffocamento o avvelenamento da gas tossici, che colorarono i corpi di rosso e verde. Il calore eccessivo sciolse alcuni cadaveri sui pavimenti, come appiccicosa gomma da masticare, o li ridusse a carcasse abbrustolite di 90 centimetri. In seguito, gli addetti alla pulizia del luogo dovettero indossare stivali di gomma per “guadare” il “brodo umano” raccoltosi negli scantinati. In altri casi, l’aria surriscaldata aveva scagliato le vittime verso l’alto, facendole ripiombare a terra, a pezzettini, anche a 25 chilometri di distanza. Come già detto, si presume che il bombardamento incendiario di Dresda abbia provocato più di 100mila vittime, in gran parte civili.”
La scia di sangue lasciata dietro di se dagli angloamericani è lunghissima ma queste estrapolazioni bastano ed avanzano per dire che i buoni in una guerra non esistono. Non esistono liberatori e chi si ostina a chiamarli tali o è un servo o uno sciocco. In Europa, non dobbiamo nulla agli americani e prima che arrivassero loro, a decidere del nostro destino, “eravamo addirittura europei”. Con qualche dittatura ma molta meno ipocrisia. Infatti, continuiamo a fare le guerre ma al loro rimorchio e con la faccia tosta di negarle.

Giorgio Gaber: L’America (prosa) – 1976/1977

A noi, ci hanno insegnato tutto gli americani, se non c’erano gli americani, a quest’ora noi….eravamo europei. Vecchi pesanti, sempre pensierosi, cogli abiti grigi, e i taxi ancora neri.
Non c’è popolo che sia pieno di spunti nuovi, come gli americani. E generosi, gli americani non prendono mai, danno danno.
Non c’è popolo più buono degli americani. I tedeschi sono cattivi, e per questo che le guerre gli vengono male, ma non stanno mai fermi, ci riprovano, c’hanno il diavolo che li spinge, dai dai. Intanto Dio, fa il tifo per gli americani, e secondo me ci influisce eh, non è mica uno scalmanato qualsiasi Dio, ci influisce, e il diavolo si incazza, stupido, prende sempre i cavalli cattivi. Già, ma non può tenere per gli americani, per loro le guerre sono una missione, non le fanno mica per prendere, tz tz tz, per dare, c’è sempre un premio per chi perde la guerra, quasi quasi conviene. Congratulazioni, lei ha perso ancora, e giù camion di caffè, a loro gli basta regalare.
Una volta gli invasori si prendevano tutto del popolo vinto, donne religione scienza, cultura, loro no, non sono capaci. Uno vince la guerra conquista l’Europa, trova lì, una lampada liberty, che fa? Il saccheggio è ammesso, la fa sua.
Nooooooo civilizzano loro, è una passione, e te ne mettono lì una al quarzo, tutto bianco. E l’Europa, con le sue lucine colorate, i suoi fiumi, le sue tradizioni, i violini, i valzer. Aaaaah.
E poi luci e neon e colori e vita e poi ponti autostrade grattacieli aerei. Chewin gum, non c’è popolo più stupido degli americani.
La cultura, non li ha mai intaccati….volutamente, si perché hanno ragione di diffidare della nostra cultura, vecchia elaborata contorta. Certo, più semplicità più immediatezza, loro, creano così, come cagare.
Non c’è popolo più creativo degli americani, ogni anno ti buttano lì un film, bello anche, bellissimo, ma guai, se manca quel minimo di superficialità necessaria, sotto sotto c’è sempre l’western, anche nei manicomi riescono a metterci gli indiani, e questa è coerenza eh.
Gli americani hanno le idee chiare sui buoni e sui cattivi, chiarissime. Non per teoria, per esperienza, i buoni sono loro. E ti regalano scatole di sigari, cassette di wiskey, navi sapone libertà computer abiti usati squali….
A me l’America non mi fa niente bene, troppa libertà, bisogna che glielo dica al dottore, a me l’America, mi fa venir voglia di un dittatore uuuuhh. (si schiaffeggia) Si di un dittatore, almeno si vede, si riconosce.
Non ho mai visto qualcosa che sgretola l’individuo come quella libertà lì, nemmeno una malattia ti mangia così bene dal di dentro.
Come sono geniali gli americani, te lo mettono lì. La libertà è alla portata di tutti, come la chitarra, ognuno suona come vuole, e tutti suonano come vuole la libertà.

SMASCHERIAMO I MISTIFICATORI E IPOCRITI, di GLG

gianfranco

Da Dagospia

 

Da Il Giornale

 

Una volta tanto, pieno accordo con Sallusti. Solidarietà a chi non vuole che venga invaso e sconvolto un piccolo, e favoloso, centro come Capalbio. Tuttavia, irrisione e peggio a questi ipocriti di semicolti marci, che ragionano per loro in modo opposto a quanto fanno per chi è altrettanto preoccupato del proprio modo di vivere, della struttura e forma delle relazioni sociali vigenti da lungo tempo, ecc. ecc.

Bisogna poi aggiungere qualche breve considerazione un po’ specifica. Innanzitutto, chi scappa dai propri paesi non è sempre il cosiddetto profugo; e ormai l’abbiamo capito. Inoltre, costoro non erano nei loro paesi dei diseredati e affamati e via dicendo, poiché hanno potuto pagare profumatamente il trasbordo verso questi lidi considerati più fortunati. Ancora: non credo che la seconda guerra mondiale fosse qualcosa di più leggero di quanto è avvenuto in quei luoghi da cui arabi e africani fuggono. Anzi, semmai tutto il contrario. E dove andavamo noi come profughi? Pochissimi (e sempre sappiamo chi) in Svizzera, alcuni altri negli Usa. La grande massa è rimasta in Europa (e così pure in Italia) a sorbirsi disastri, massacri e, nel migliore dei casi, disagi terribili. Quindi, basta con il pietismo d’accatto. Non si devono ricevere questi migranti per nessuna ragione al mondo. Restino da dove vengono, subiscano i disagi della guerra, che molti di loro hanno di fatto favorito, appoggiando così, magari anche inconsapevolmente, le mene degli Usa e dei loro “alleati” (servi) per i loro scopi.

Ripeto che ci si deve però innanzitutto liberare di questa “sinistra” detta “progressista” solo perché appoggia il pieno disgregarsi del tessuto sociale europeo (e italiano per quanto ci riguarda), il totale disfacimento della nostre tradizioni anche culturali, ormai ridotte alla più penosa incultura e totale perdita della memoria di ciò che eravamo. Bisogna recuperare decenni e decenni di reale oscurantismo, passato invece per modernismo e progresso, eliminando questi disfatti avanzi di forze politiche che erano partite con la convinzione di migliorare la società mediante una lotta anticapitalistica soltanto livorosa, priva di ogni effettiva capacità di innovazione minimamente dotata di senso e invece tesa a distruggere il nostro passato, anche quello che andava invece pienamente conservato.

Non è “sinistra” – così come non è “destra” quella che vi si oppone solo per gli interessi di particolari gruppi di parvenus altrettanto meschini, odiosi, solo un po’ meno modernisti ma non certo interessati a conservare il meglio da noi posseduto – quella che deve ormai essere annientata; in particolare proprio nella scuola, divenuta la base dei loro intenti distruttivi di memoria e cultura. Si tratta di gruppi di individui solo corrotti, decerebrati, ormai intenti a conquistare una sedicente “modernità” che è la fine di ogni regola di convivenza, l’inneggiare alla più spudorata “libertà” di travolgere tutti gli ostacoli frapposti ai loro “pruriti”. Facciamola finita con questi “maiali” (mi scusino i poveri suini).

E sputiamo su questa balla che avremmo bisogno degli immigrati perché siamo in carenza di nascite e non troviamo braccia da lavoro. A parte che, quando così si ragiona, non si mette certo in mostra un qualsiasi spirito umanitario, bensì una piccineria da mercanti d’esseri umani. Inoltre, il sedicente Pil non cresce certo per l’aumento dei lavoratori. Causa ed effetto vanno invertiti. Manca qualsiasi idea per un ulteriore sviluppo, che richiede nuove idee; e, semmai, un aumento della produttività del lavoro (non dei lavoratori), oggi in contrasto proprio con l’occupazione misurata solo in quantità di posti lavorativi creati (di un qualsiasi tipo di lavoro, anche il più precario e il meno efficace in termini di crescita e di tenore di vita). Siamo in un’epoca in cui si accentueranno i conflitti per vincere nella contesa ad affermare il proprio successo a scapito degli altri. E’ una menzogna che lo sviluppo di un paese traina quello di altri; esattamente il contrario. Quindi, che ci sia carenza di nascite è in questa fase storica un bene, non un handicap. Avere masse di lavoranti a basso costo e con lavori assai più che “umili” può favorire il momentaneo arricchimento di alcuni pseudo-imprenditori, ma danneggia e distorce tutto il tessuto produttivo di un paese che voglia invece avanzare, competere, vincere nella situazione di crisi incipiente, alternata a bassi tassi di crescita, nella lunga fase di multipolarismo che ci attende, che è sempre al varco; e lo sarà fino alla resa dei conti per sapere chi è più forte e chi soccomberà.

 

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