SANZIONI ALLA RUSSIA, CALCI ALL’ITALIA.

RUSSIAN PRESIDENT VLADIMIR PUTIN VISITS CHINA

E’ notizia di qualche giorno fa che il “blocco occidentale” ha deciso di prorogare, per altri sei mesi, le sanzioni alla Russia, in seguito al protrarsi delle vicende ucraine.
Bruxelles e Washington contestano a Mosca l’annessione della Crimea ed il sostegno ai ribelli indipendentisti del Donbass. Atti che, se paragonati a quanto successo negli anni ’90, nell’area orientale del Continente (dallo smembramento della Yugoslavia, all’inglobamento nella Nato e nell’Unione Europea di paesi già appartenetti alla sfera d’influenza sovietica, fino alla secessione del Kosovo dalla Serbia), non dovrebbero provocare reazioni né scandalizzare alcuno, meno che mai chi ha ricartografato l’Europa a proprio piacimento, approfittando del tracollo russo, nell’ambito dell’implosione dell’Urss.
Tuttavia, pur tralasciando questo inequivocabile dato storico, la prosecuzione del regime sanzionatorio contro il Cremlino non è di nessuna convenienza per l’Europa. A guadagnarci è solo la Casa Bianca, il cui obiettivo di tenere separati in casa russi ed europei è prioritario per mantenere il predominio mondiale.
Le classi dirigenti europee non possono opporsi a questi diktat oltre-oceanici senza suicidarsi politicamente, essendo esse (e le strutture in cui agiscono) diretta emanazione dei dominatori americani dai quali dipende la loro sorte. Per i popoli europei, invece, l’estinzione di questi drappelli servili, è l’unica strada per fare di nuovo ingresso nella Storia.
Ma oltre al danno geopolitico, con l’Europa ridotta a spettatrice di battaglie per l’egemonia, tra contendenti assertivi che non esiteranno a tirarla in mezzo per farsene scudo, vi è quello geoeconomico.
Le relazioni tra Europa e Russia sono gravemente deteriorate, così come i loro affari. Secondo un rapporto del Riac (Russian International Affairs Council), prima delle sanzioni, la Russia era il terzo partner commerciale dell’Ue, alla quale forniva anche 1/3 delle sue necessità energetiche. A sua volta l’Europa era tra i principali partner economici della Russia, alla quale garantiva 1/10 delle importazioni agricole. Nel 2014 le esportazioni dall’UE verso la Russia sono diminuite del 12,1% e dalla Russia verso l’UE del 13,5%, con una riduzione del valore totale degli scambi da 326 miliardi di euro a 285 miliardi di euro. L’impatto delle sanzioni è stato diverso per i singoli membri dell’Unione. Qualcuno ne ha risentito maggiormente. Secondo il rapporto in questione, gli stati membri più danneggiati, in assoluto, dal calo delle esportazioni sono stati: Germania (14 mld di euro); Italia (3,6 mld di euro) e Francia (3 mld di euro). Berlino e Parigi hanno però economie più solide e sopporteranno meglio di Roma queste perdite, anche in termini occupazionali. Quest’ultima, invece, è in una situazione molto più delicata (detto eufemisticamente, perché in realtà è catastrofica) e non dovrebbe accodarsi, così scioccamente, a decisioni imposte dall’alto, senza tener conto dei suoi problemi, con dosi di autolesionismo che stanno superando il livello di guardia. Tanto più che i membri più tetragoni alla permanenza delle sanzioni (i quali soffrono anch’essi il peso delle sanzioni in virtù di antiche interdipendenze dallo scomodo vicino), cioè la Polonia e gli Stati Baltici, ricevono risarcimenti dal centro che all’Italia sono preclusi.
Se i nostri dirigenti non sanno sbattere i pugni per farsi valere e far valere gli interessi nazionali devono essere cacciati. I rapporti della Russia coi i suoi satelliti non ci riguardano, specialmente se per metterci in mezzo perdiamo soldi e posti di lavoro. Chi tenta ancora di ammannire bei discorsi sullo spirito inclusivo europeo, mentre evaporano le nostre speranze di ripresa economica, è un cialtrone da mandare al confino. Il popolo italiano non morirà per l’oligarca ucraino.

BUONISMO: NULLA A CHE VEDERE CON BONTA’, di GLG

gianfranco

Il buonismo non ha nulla a che vedere con la bontà. Può forse avere a che fare a volte con l’ipocrisia, ma credo che anche questo concetto non sia del tutto preciso. Per la massa di buonisti “passivi” (fra i dominati) vige la scarsa intelligenza in quanto portato del conformismo, in quanto voglia di non stare tanto a discutere, di accettare quello che sembra accettato dai più e continuare a fare il “proprio lavoro”, a volte perfettamente legittimo e doveroso, a volte rispondente a ciò che s’intende, in versione popolare, con “fare i propri porci comodi”, anche fregando il prossimo. Tuttavia il buonismo è in particolare una nuova versione del “divide et impera”. Si è in parte indebolita la possibilità di usare tale strategia all’interno dei vari paesi e società con una comune base culturale (e territoriale ovviamente), sfruttando diversità di interessi al loro interno per mestieri svolti, livelli di vita, scarti generazionali, ecc. Il multipolarismo, un certo declino (non di potenza, ma di influenza) degli Usa, la strategia applicata ultimamente da questo paese (all’origine pure dei duri contrasti, non ancora molto chiari e ben individuabili, scatenatisi al loro interno), hanno condotto al fenomeno della massiccia migrazione da certi paesi un tempo detti sottosviluppati. I dominanti allora (e non solo quelli americani) lo sfruttano, cercando di coprire i loro reali intenti di mantenimento di un potere – pur esso intaccato da un qualche declino della loro capacità di egemonia – con il “buonismo” dell’“integrazione”, del tutto mitica e inventata di sana pianta in presenza di differenze stellari di tradizioni, civiltà e cultura tra popolazioni diverse e molto lontane fra loro. Tutto ciò, attuato con simile rapidità e senza nessuna preparazione organizzativa e strutturale, porterà a crescenti dissidi fra i vari dominati favorendo appunto l’establishment “padronale (quello Usa pur fra contrasti interni) e quello dei “servi” europei, pur essi in caduta di popolarità. La Chiesa, con un Papa furbo e “demoniaco”, si presta al gioco dei dominanti e fornisce loro l’importante ausilio della religione (pur essa ormai vissuta da cattolici che nulla hanno più di veri credenti e sono solo abitudinari conformisti). Bisogna invertire la marcia, ma prendendosela con chi di dovere (questi farabutti di dominanti, sia “padroni” americani che “servi”europei, in crisi di egemonia) e non in modo convulso e improvvido con il loro attuale strumento: l’immigrazione, con la quale – ma sempre come fenomeno derivato – altri veri delinquenti ci fanno un mucchio di soldi. Cerchiamo di capire cosa stanno attuando questi criminali al potere negli Usa e in Europa.

INFORMAZIONE COME SOLTANTO MANIPOLAZIONE, di GLG

gianfranco

Ecco altri esempi dell’infame manipolazione cui siamo soggetti mentre si pretende di informarci. Direi che il primo esempio è particolarmente disgustoso e mi piacerebbe poter essere io a condannare questi disgustosi mentitori, comminando loro la giusta pena.

http://blog.ilgiornale.it/rossi/2017/06/12/il-piccolo-omran-e-la-manipolazione-dei-media-una-storia-incredibile/

http://blog.ilgiornale.it/rossi/2017/06/16/bombe-usa-al-fosforo-colpa-degli-hacker-russi/

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Visto che ci sono, desidero ricordare un altro momento di infame menzogna, cui parteciparono quelli detti “di sinistra”. Anzi uno di loro era premier e partecipò ai misfatti degli Usa di Bill Clinton. Si tratta dell’aggressione alla Serbia con la scusa del genocidio dei kosovari, guidati dal criminale Thaci poi divenuto leader massimo del Kosovo cosiddetto indipendente. Ecco alcune notizie raccolte, ovviamente tempo dopo

“Nel corso dei primi cinque anni dalla fine del conflitto [avvenuto nel 1999] gruppi di etnia albanese distruggono oltre sessanta tra chiese e monasteri cristiani. Ma i fatti più gravi avvengono nel marzo 2004, quando gruppi di etnia albanese attaccano, in pochi giorni, più di trenta chiese e monasteri cristiani, uccidendo venti persone e incendiando decine di abitazioni di serbi.”

E ancora:

“Con la fine della guerra si giunge anche a fare un conto più credibile delle vittime della repressione serba ante guerram. Le monde diplomatique (marzo 2000) ricostruisce magistralmente il progressivo sgonfiarsi delle frottole occidentali riguardo alle vittime albanesi della repressione serba. Il conflitto è stato giustificato attraverso lo spauracchio del genocidio (che comporterebbe la volontà di sterminio del gruppo etnico albanese, cosa del tutto impropria nel quadro di uno scontro essenzialmente politico): si parla inizialmente di mezzo milione di vittime, poi di centomila, fino a scendere a qualche decina di migliaia. Si parla di fosse comuni, per la verità mai ritrovate. Il 15 novembre 1999, Il Tribunale Internazionale per i Crimini nella Ex Jugoslavia, in uno stato di forte imbarazzo, interrompe le ricerche dei cadaveri. Al momento ne ha rintracciati 2018, senza la possibilità di definire se siano o meno caduti prima dell’inizio conflitto, e se siano o meno albanesi. La motivazione ufficiale dell’interruzione delle ricerche è il ghiaccio che impedirebbe di sondare ulteriormente il terreno. In Kosovo, il 15 novembre 1999, il termometro segna in realtà +11° C. Il genocidio non è mai esistito, mentre la pulizia etnica violenta non smette di proseguire; chiunque siano i carnefici o le vittime.”

Altro documento ancora:
“Kosovo Italia Serbia, pro memoria 1999

Il 24 Marzo di nove anni or sono l’attacco aereo a Serbia, Montenegro e Kosovo Metohija vide l’Italia in prima fila per numero di aerei impiegati tra Tornado, ECR, AMX e F104 dell’Aeronautica Militare Italiana: 52, come da dichiarazione ufficiale dell’allora Presidente del Consiglio Massimo D’Alema. Il primo governo di coalizione guidato da un ex esponente del PCI si fece anche carico dell’assistenza a terra degli altri 263 cacciabombardieri della prima linea d’attacco della NATO. Con un provvedimento ad hoc, le Forze Armate italiane coprirono tutti gli oneri di spesa, dalla fornitura del carburante avio al munizionamento a guida laser da scaricare sul territorio della Repubblica Federale di Jugoslavia: 78 giorni di ininterrotti bombardamenti, in aperta violazione del diritto internazionale e, per quanto riguarda l’Italia, dell’articolo 11 della Costituzione.
Sui 1.378.000 abitanti del Kosovo Metohija, 461.000 erano cittadini di origine serba. Il censimento effettuato nel 2006 dall’UNMIK ne ha registrati come residenti meno di 100.000, perché gli altri sono stati cacciati dalle loro case, in presenza delle forze NATO appartenenti alla KFOR, ed ora vivono in estrema precarietà nei campi profughi sparsi in Serbia. Dei 55.000 che vivevano a Prishtina prima del 1999, ne rimangono 42. La stessa sorte è toccata a diverse migliaia di croati, rom, gorani (slavi di religione musulmana) ed agli albanesi considerati “collaborazionisti” – almeno a quelli non assassinati a sangue freddo dall’UCK, descritto come “senza alcun dubbio, un gruppo terroristico” da Robert Gelbard, inviato speciale del presidente Clinton nei Balcani. Gli schipetari hanno inoltre dato alle fiamme e saccheggiato 148 monasteri medievali e decine di migliaia di case, realizzando quella pulizia etnica che non era riuscita nemmeno a Mussolini quando si era impegnato a costruire una “Grande Albania”.
Il Kosovo è oggi privo di economia. Quel poco che consente la sopravvivenza della popolazione è basato quasi unicamente su traffici illegali. E tutto questo dopo avere ricevuto dall’Unione Europea due miliardi di euro in assistenza dal 1999 ad oggi. La bilancia commerciale parla chiaro: entrate da traffici vari (droga e armi soprattutto, ma anche automobili e marchi contraffatti) valgono per circa l’80%, gli aiuti internazionali per poco meno del 20%. Stando alle stime dell’Interpol, è dal Kosovo che passa l’80% del traffico di eroina del Vecchio Continente. Si parla di un volume d’affari totale pari a due miliardi di dollari e di un flusso mensile compreso tra le 4 e le 6 tonnellate di droga. E una buona fetta dei proventi rientra poi in Kosovo, finendo anche nelle casse dei principali partiti.
Secondo la Banca mondiale, il 40% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno. Il Kosovo ha il Pil più basso d’Europa. La disoccupazione è stimata al 60%, l’analfabetismo è vicino al 10% tra gli uomini ed al 20% fra le donne, cifre dieci volte superiori alla media regionale.
Ogni 15 giorni, i Nuclei di Polizia Internazionale emettono provvedimenti di chiusura a carico di locali adibiti al traffico di stupefacenti e/o di armi, al riciclaggio di denaro sporco, alla prostituzione; nella sola Prishtina, i bordelli – assiduamente frequentati dai militari stranieri ivi operanti – si contano in diverse centinaia. Le bande criminali censite sono 2.417. Le armi, corte o lunghe, a disposizione delle stesse sono stimate in 400.000 circa.
Per contro, ferma qualsiasi precedente attività mineraria estrattiva, la produzione artigianale ed industriale è pressoché nulla, con una compressione rispetto al volume sviluppato nel 1999 pari al 92% in meno. Con conseguenza, fra le altre, che il tasso di disoccupazione permanente nella fascia d’età tra i 18 ed i 45 anni sfiora l’82%.
A fronte delle 32 tonnellate di uranio impoverito seminate dai proiettili dell’USAF, nella popolazione residente si è registrato, in sei anni, un incremento del 25% degli aborti spontanei, del 15% delle malformazioni nei feti, del 17% di leucemie e tumori ad ossa, cervello, reni, fegato e vie urinarie. Tra i soldati italiani della KFOR avvicendatisi nella regione, i decessi per cancro registrati al gennaio 2007 sono 52, mentre più di 300 sono quelli in cura nelle strutture sanitarie nazionali.”
“SONO ORMAI NUMEROSE LE TESTIMONIANZE rese alla stampa sul ruolo svolto da Stati Uniti e Gran Bretagna nel corso della missione in Kosovo dell’Organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa (Osce), che tra fine novembre e fine marzo era incaricata di verificare il rispetto degli accordi Holbrooke-Milošević e favorire la pacificazione della provincia. Un ruolo manipolativo, come sostiene Ulisse nel quaderno speciale della nostra rivista 1, per arrivare all’attacco alla Jugoslavia. L’Osce è stata messa fuori gioco, suo malgrado. La diplomazia pure. Alcuni verificatori Osce già il 28 marzo a Skopje avevano dichiarato all’Agence France Presse di essere «amareggiati» per lo sviluppo della situazione. «Non eravamo assolutamente minacciati», hanno dichiarato, a sostegno della tesi che la permanenza della missione avrebbe evitato il peggio. Qualcuno ha anche denunciato la «confusione tra l’Osce e il Dipartimento di Stato americano». «Le cose sono andate male perché lo si è voluto», accusavano. Sempre secondo le testimonianze rese all’Afp, l’Uçk sarebbe stato «incitato» a tagliare le vie di comunicazione tra il Kosovo e Belgrado, operazione inaccettabile per le autorità jugoslave. Anche in questo caso, come già avvenuto in altre sedi, si punta il dito sulla componente principalmente militare della missione. Un altro verificatore rivela, sempre all’Afp: «Alla fine, il capomissione Walker prevedeva una catastrofe umanitaria; noi siamo andati in cerca di ipotetici profughi, ma non siamo riusciti a trovarne per giustificare la sua posizione».
Esattamente per gli stessi motivi, ovvero per l’ansia di giustificare con ragioni «umanitarie» i bombardamenti Nato, queste rivelazioni non trovano molta risonanza nell’opinione pubblica. Con la testimonianza resa a questa rivista da Ulisse, si scoperchia improvvisamente il vaso di Pandora. Il 22 aprile il quotidiano svizzero in lingua italiana Il Giornale del Popolo pubblica la testimonianza di alcuni verificatori elvetici, tra questi Pascal Neuffer, che accusano in modo circostanziato il vertice anglo-americano della missione di aver smaccatamente favorito l’Uçk e soprattutto di aver omesso il passaggio di informazioni che avrebbe evitato l’uccisione di 36 guerriglieri indipendentisti, intercettati dalla polizia serbamentre introducevano illegalmente armi dall’Albania. Dallo stesso articolo, a firma Sarah D’Adda, emergono il ruolo ambiguo del dipartimento chiamato «Fusion» e la discriminazione ai danni di verificatori schedati come filoserbi sulla base di rapporti troppo critici verso l’Uçk. Della testimonianza di Neuffer si occupa anche Michele Santoro nella puntata di Moby Dick del 6 maggio, ma i tempi televisivi non permettono l’approfondimento di alcuni spunti.”

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E’ chiaro dove stanno i delinquenti? Che si permettono di accusare di fascismo, nazismo, o quanto meno di populismo e razzismo, ecc. chiunque denunci la loro criminalità. Si sciacquano sempre la bocca con il processo di Norimberga. Per loro ce ne vorrebbe uno con decine e decine, magari centinaia, di migliaia di condanne alle pene più dure e definitive. Rendiamocene almeno conto.

CHI PARLA DI NAZISMO FINANZIARIO (E DI GERMANIA SFRUTTATRICE D’EUROPA) NON HA CAPITO NIENTE

europa

 

Tutti quelli che continuano a blaterare di dominio tedesco in Europa dovrebbero studiare attentamente l’ultimo numero di Limes, dedicato proprio a questo Paese e ai suoi rapporti con gli Usa. Sono questioni che noi di ConflittieStrategie segnaliamo da anni, sempre inascoltati perché vanno di moda le versioni semplicistiche, alimentate da intellettualucci da strapazzo o da esperti del piffero, sovrabbondanti nei media, che attribuiscono al “nazismo finanziario tedesco” le responsabilità del declino europeo.
I ferventi germanofobi, col tiro al tedesco, coprono le spalle agli Stati Uniti, veri carnefici del Vecchio Continente e di altre aree strategiche. Ma l’errore commesso da questi narratori di sciocchezze un tanto al chilo è doppio. Non solo viene additato, come causa della crisi politica europea, l’egoismo economico di un Paese che, al pari degli altri (e forse anche di più), viene guardato a vista da Washington e sconta pesanti ingerenze nei suoi affari, sino ai livelli più profondi dei suoi apparati di Stato, ma, ancor peggio, costoro individuano nella deriva finanziaria del modello occidentale il fulcro di tutti i mali del mondo. Questo è solo un altro modo per obnubilare i reali rapporti di forza a livello mondiale che discendono dalla supremazia americana in ogni campo. E’ più comodo parlare di mostro senza testa e senza patria, lobbies del denaro semidelinquenziali deterritorializzate, piuttosto che rivelare il nucleo politico-militare da cui si diramano le catene che tengono imprigionati i vari contesti nazionali.
I tedeschi, o meglio i governi berlinesi, hanno il torto di essersi messi a disposizione della Casa Bianca, come dipendenti principali del carrozzone unitario, anziché provare a guidare l’Europa verso la sua indispensabile autonomia. Ma questa sudditanza è caratteristica precipua anche di altri esecutivi che, al contrario della Germania, nemmeno tentano il necessario recupero di sovranità. In Europa esiste unicamente una concorrenza autolesionistica tra servi, per compiacere il padrone d’oltreatlantico, priva di qualsiasi aspirazione indipendentistica.
Di Limes, di cui parlavo poc’anzi, segnalo in particolari gli articoli di Caracciolo, Fabbri, Mini, Mainoldi e l’intervista, sempre di Fabbri, a G. Friedman. Il quadro che ne emerge è ancora quello di una Germania occupata dagli americani, con basi e strutture d’intelligence che vincolano i movimenti e rendono la sua sicurezza strategica dipendente dagli interessi Usa. Gli autori riportano di Generali teutonici che rispondono a Washington prima che ai loro referenti politici e di agenti crucchi direttamente agli ordini dei colleghi americani. Lo ricorda Fabbri: “Come capitato nel 2003, quando il servizio federale di informazioni (Bundesnachrichtendienst, BND) contribuì fattivamente all’invasione dell’Iraq che pure il cancelliere Schröder aveva osteggiato”. Sembra che i tedeschi siano messi persino peggio degli italiani, benché tentino, contrariamente a noi, di sottrarsi a questa stretta dipendenza per definire un proprio orizzonte d’influenza geopolitica. Come afferma Caracciolo: “La posta in gioco, per Washington, era e resta impedire l’emergere in Eurasia di una concentrazione di potere capace di contendere agli Usa il primato planetario”. Un simile risultato è ottenibile esclusivamente con un’alleanza europea, capeggiata da Berlino, che guardi finalmente ad est, verso la Russia. Gli americani si sono preparati a questa evenienza. Se la Germania dovesse concretamente smottare verso Mosca hanno pronta la contromossa, o meglio l’atto di guerra. Così descrive Mini il possibile scenario, che parte dagli ultimi eventi, effettivamente accaduti, e si protende verso avvenimenti immaginari ma molto verosimili (forse nel giro di 5-10 anni, con la realtà che supererà la fantasia, e non già nel 2018 come “fantastica” il Generale):

 

“…A partire dal maggio 2017 gli Stati Uniti accelerarono la sostituzione degli ordigni e lo spiegamento di F35 in Europa. Germania e Belgio erano fuori dallo sharing e gli altri paesi non avevano ancora gli F35 a doppia capacità. Francia e Regno Unito si opposero alla condivisione e gli Stati Uniti fecero sapere che ormai la difesa nucleare in Europa poggiava soltanto sulle loro spalle. Tuttavia si ritennero impossibilitati a impiegare le armi nucleari in Europa per i limiti imposti dal Trattato di non-proliferazione. Soltanto lo stato di guerra avrebbe consentito di superare tali limiti e l’amministrazione Trump dichiarò che non era propria intenzione aprire un confitto con la Russia.
Tuttavia, la Nato poteva aggirare anche questo apparente ostacolo e anzi serviva proprio a questo. Secondo l’articolo 5 del Trattato un attacco a un paese membro era considerato un attacco a tutta l’Alleanza. Bastava soltanto che l’attacco ci fosse o, meglio, che lo si credesse per creare lo stato di difesa collettiva e consentire la guerra.
Così le cosiddette esercitazioni Nato in Polonia e nei paesi baltici cominciarono a presentare problemi. Si verificarono due sconfinamenti di aerei americani in Estonia e uno russo in Polonia. La campagna della minaccia russa montò in tutta la Nato e gli Stati Uniti iniziarono a incrementare le proprie forze in Germania. Ci furono alcune proteste locali subito attribuite a formazioni neonaziste o a pacifisti ignoranti. Il Pentagono annunciò il «rafforzamento» dei rapporti di amicizia con la Germania riprendendo le esercitazioni Reforger. Proprio durante il periodo elettorale tedesco (settembre) furono rischierati in Germania 18 mila uomini e altre decine di migliaia erano in afflusso. Fu ricostituito il V corpo d’armata e
la 4 a divisione meccanizzata Usa fu dislocata nell’area di Francoforte sul Meno.
Alle truppe tedesche furono richieste «esercitazioni» nell’area dell’ex Germania orientale al confine con la Polonia che il Trattato di Mosca del 1990 aveva designato come area libera da forze esterne. Poi furono richieste dimostrazioni di forza congiunte con le unità polacche, ceche e slovacche ai confini con l’Ucraina.
In Germania non si capì subito la situazione che si stava determinando. Soltanto verso l’ottobre 2017 i tedeschi si resero conto che mentre le unità statunitensi affluivano in Germania e non si spostavano né in Polonia né nei Paesi baltici, quelle poche tedesche sotto comando nazionale e relativamente efficienti erano all’estero. Montarono ovviamente le proteste popolari in tutta la Germania. La cancelliera Merkel appena rieletta si rivolse alla Nato e il segretario generale Stoltenberg la rassicurò sulle intenzioni americane: se le unità affluite di recente (che ormai avevano fatto aumentare le forze americane a 120 mila uomini solo in Germania) non raggiungevano prontamente le zone di rischieramento previste in
Polonia e nelle repubbliche baltiche era a causa della «limitata capacità di trasporto tedesca». Stoltenberg invitò la Germania a incrementare i trasporti, ma allo stesso tempo scoraggiò il richiamo in patria delle forze tedesche. La tensione in Europa, disse, era molto alta e le fonti d’intelligence americane avevano individuato movimenti di truppe russe ai confini con la Bielorussia. La cancelliera, per nulla rassicurata, tentò un approccio diretto con gli americani e volò a Washington. Il 12 dicembre 2017 incontrò Trump e la dichiarazione congiunta fu di preoccupazione ma di rinnovo della grande intesa fra i due paesi. Tornata in patria, la cancelliera fu accolta da un parlamento freddissimo e da una piazza popolare incandescente. Le dimostrazioni in Germania contro i movimenti di truppe ai confini ucraini erano diventate violente e a esse si erano unite le analoghe dimostrazioni in Slovacchia e nella Repubblica Ceca.
La Russia sembrava inattiva, ma i comandanti delle Forze armate e lo stesso Putin alimentarono una campagna di propaganda antiamericana e denunciarono le ormai palesi e quotidiane violazioni del Trattato di Mosca. La delegazione russa alla Nato rientrò in patria rilasciando un comunicato di fuoco che denunciava il «piano efferato americano che per non coinvolgere il proprio continente in un confronto nucleare diretto sta costringendo i singoli paesi della Nato e in particolare Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania e la stessa Germania a creare le condizioni di guerra con la Russia in modo da far scattare l’articolo 5 del Trattato Nato e l’annullamento del Trattato di non-proliferazione nucleare». Quest’ultima osservazione riacutizzò il dilemma nucleare tedesco facendo spostare l’attenzione dei parlamentari tedeschi e delle opposizioni di piazza sui siti di stoccaggio di ordigni nucleari in tutta Europa.
La Germania si trovava completamente dipendente dall’ombrello nucleare americano e nel contempo ospitava sul proprio territorio il maggior numero di militari americani al mondo. Tutto questo la qualificava come l’obiettivo più probabile di un attacco preventivo russo in Europa. Per evitarlo, in parlamento fu
avanzata l’ipotesi di uscire dalla Nato. Questa eventualità fu subito accolta dagli Stati Uniti come un affronto e dalla Nato come un tradimento. La popolazione tedesca la considerò invece come l’unica via d’uscita da una situazione di triplo ricatto: dalla minaccia russa, dalla morsa americana e dalla strategia della Nato ormai controllata dagli Stati antirussi e antieuropei. La base di Ramstein e il sito di Büchel furono circondati da dimostranti contrastati duramente sia dalle forze di polizia tedesca sia poi, in un caso di penetrazione, dai militari americani. Dimostrazioni analoghe si svolsero in Belgio con una pericolosa intrusione nel sito di Kleine Brogel. Altre dimostrazioni si ebbero in Italia, a Ghedi e in Sicilia. Gli Stati
Uniti e i vertici della Nato denunciarono la minaccia alla sicurezza dei loro siti e richiamarono la Germania al rispetto degli accordi bilaterali e dei trattati internazionali. L’amministrazione Usa aggiunse il solito aut aut trumpiano: «O ci pensate voi o ci pensiamo noi». L’effetto su tutto il governo e sulla popolazione fu esatta-
mente l’opposto di quello sperato. I tedeschi si convinsero che l’uscita dalla Nato era l’unica soluzione. E alla fine di febbraio 2018, la proposta fu presentata in Consiglio atlantico con l’invito agli altri paesi membri di seguirla.
Fu allora che iniziò una drammatica serie di attentati alle strutture e alle forze americane in Germania. A Berlino saltò un pub frequentato dai soldati americani. A Francoforte fu distrutto un convoglio ferroviario con materiali americani. Ad Amburgo s’incendiò un cargo di contractors. Nelle dimostrazioni di piazza aumentarono le presenze di gruppi neonazisti. Le emittenti radiotelevisive statunitensi in Germania attribuirono la responsabilità degli episodi a infiltrazioni russe e Washington accusò il governo tedesco di collusione. Le indagini della polizia tedesca sugli episodi violenti ormai diventati giornalieri portarono invece a individuare responsabilità degli stessi americani e di strutture tedesche a essi collegate. La popolazione era frastornata e la politica sospettosa. La cancelliera Merkel rivelò al parlamento che il rapporto FWD aveva in effetti messo in evidenza l’eventualità di una operazione statunitense in Germania e nella Nato del tipo Northwood, proposta dai militari nel 1962 per giustifcare la guerra e l’occupazione di Cuba. In particolare, l’operazione in Germania avrebbe dovuto comprendere sia attività terroristiche sia azioni coperte false fag contro le forze americane da attribuire alla Russia e alla Germania. La Northwood fu rigettata da un presidente cauto e lungimirante come Kennedy, disse la cancelliera, «oggi la leadership militare ha assunto atteggiamenti identici a quelli del 1962 ma l’America non ha un
presidente cauto o lungimirante». In una drammatica seduta del parlamento tedesco, l’8 maggio 2018 (anniversario della resa incondizionata delle Forze armate del Terzo Reich nel 1945), la cancelliera parafrasò parti del discorso di Hitler al Reichstag dell’11 dicembre 1941. Elencò tutti gli episodi di violazione americane, le provocazioni e l’arroganza nella considerazione delle esigenze di sicurezza della Germania e dell’intera Europa. Denunciò la connivenza di paesi cosiddetti alleati nelle provocazioni. Elencò tutte le iniziative tedesche per la costruzione europea e per la formazione di un esercito europeo. Enumerò costi e sacrifici tedeschi nel mantenimento delle forze alleate sul proprio territorio «anche quando la minaccia sovietica era scomparsa, credendo che ciò dovesse essere un contributo volontario e cosciente di un paese sovrano e non il debito permanente di una nazione debellata e sottomessa». Fra i continui applausi dei parlamentari, la cancelliera concluse con la frase che sarebbe diventata famosa e che avrebbe
procurato reazioni drammatiche da parte americana, ma che avrebbe unito il popolo tedesco sotto una nuova idea di sovranità, indipendenza e coscienza umana:
«L’11 dicembre 1941 un elenco di violazioni americane nei confronti della Germania portò alla formale dichiarazione di guerra del Terzo Reich agli Stati Uniti d’America. L’elenco di violazioni americane e dei contributi tedeschi alla sicurezza europea di oggi inducono invece a una formale dichiarazione di pace. Costi quel che costi, la Germania non si presterà alla guerra e cercherà più che mai la pace in Europa invitando gli altri paesi del continente a considerare che la pace non può provenire né dalla Russia né dalla Nato né dagli Stati Uniti di oggi». Com’era prevedibile la «dichiarazione di pace» fu presa per una dichiarazione di guerra e la Germania fu accusata di essersi proposta come leader di una nuova identità europea. Nessuno Stato europeo raccolse l’appello. Dopo due giorni di imbarazzati commenti e di veementi accuse da parte degli americani, la Germania richiamò in patria le truppe schierate in Polonia, Repubblica Ceca ed Estonia. Alcuni
generali tedeschi si dissero preoccupati di queste decisioni, ma furono subito dimissionati. L’elenco dei generali che per decenni avevano anteposto gli interessi americani a quelli tedeschi comparve su tutti i giornali.
Domenica 13 maggio 2018 un sommergibile russo in emersione davanti a Kaliningrad fu colpito da raffiche di cannone a cinque canne da 25 mm sparate da una coppia di F35 statunitensi e costretto all’immersione. I velivoli stealth (invisibili) erano sfuggiti ai radar del sommergibile e della difesa aerea russa e presi dall’entusiasmo si diressero verso la base navale sede del comando della Flotta russa del Baltico. Anche questa volta sfuggirono ai radar dei sistemi automatizzati contraerei, ma non sfuggirono agli occhi degli addetti alle vecchie postazioni contraeree che, al secondo beffardo passaggio, ne abbatterono uno. Gli americani s’indignarono, chiesero spiegazioni e fu loro risposto che siccome erano invisibili «non li avevano visti». Il Pentagono non colse l’ironia e il giorno dopo rispose con una salva di missili sulla base lanciati da un sommergibile nucleare schierato nel Baltico. La Russia avvertì la Lituania che una colonna di rinforzi diretti a Kaliningrad ne avrebbe attraversato il territorio. La Nato indusse la Lituania a negare il transito. Le truppe russe ignorarono il divieto e le colonne corazzate passarono lentamente per un paio di giorni protette da nugoli di elicotteri e cacciabombardieri che, a causa della lentezza dei convogli, così dissero, «dovevano» compiere lunghi giri su Vilnius. Sulla tangenziale sud della città i russi dislocarono distaccamenti di forze speciali ufficialmente per «dirigere il traffico». Tanto bastò per far tornare la memoria ai lituani. Il comando Nato Force Integration Units di Vilnius, creato per facilitare l’accesso di truppe Nato in Lituania, si mise in licenza.
Intanto in Germania le basi militari e gli accasermamenti delle forze americane e inglesi furono posti sotto sorveglianza dalla polizia tedesca per «proteggerli da attentati», ossia per controllarli. Le comunicazioni militari Usa furono sottoposte a radiodisturbi e il governo federale dichiarò la mobilitazione di 100 mila riservisti in tutto il paese. La misura non fu contestata da nessun tedesco, nemmeno dai pacifisti, che anzi svolsero un ruolo di fiancheggiamento della politica governativa creando presidi permanenti attorno a tutte le principali basi americane e inglesi.
Gli Stati Uniti s’irrigidirono ulteriormente, ma persero completamente la testa quando il Regno Unito annunciò l’anticipo alla fine di luglio del ritiro delle proprie forze dalla Germania previsto per il 2019. Le truppe americane assunsero il controllo di Berlino. I comandi militari tedeschi furono tagliati fuori da qualsiasi comunicazione. Nei principali Länder del Centro-Nord s’insediarono commissioni di controllo della sicurezza americane. Droni e pattugliatori aerei ed elicotteri iniziarono un servizio di sorveglianza continuo su molte città. I porti di Amburgo, Brema e Lubecca furono bloccati al traffico commerciale. Il comando navale di Rostock fu oscurato da attacchi di hacker e jammer satellitari. Le basi navali di Wilhelmshaven e Kiel furono bloccate e tutte le componenti tedesche destinate al supporto della fotta in Olanda, negli Stati Uniti e in altri Stati furono dichiarate «sospese» dai rispettivi paesi. Negli ultimi giorni di settembre, la mobilitazione militare e popolare in Germania crebbe ulteriormente trovando il sostegno anche esterno nei paesi nordici, nella stessa Francia e perfino in Gran Bretagna. I tedeschi non si rassegnavano e i maggiori partiti, oltre a decine di altre formazioni, sostennero la formazione di un movimento di resistenza nazionale.
Oggi 3 ottobre, anniversario della riunificazione del 1990 e festa nazionale mai veramente sentita dai tedeschi, la Nato è a pezzi, ma la presa statunitense non si è allentata. La Germania è definita il nuovo impero del Male e viene accusata di essere in combutta con la Russia. Di fatto, la Germania è di nuovo sotto occupazione militare. A Berlino dalle finestre del Marriott in ogni direzione da IngeBeisheim-Platz si vedono mezzi e velivoli militari di presidio e di pattuglia. Il traffco è inesistente, la gente non esce dalle case, come se sapesse cosa sta per succedere. La filodiffusione dell’albergo trasmette un valzer lento, un po’ triste.
L’incubo del decennio 1945-55 è tornato e, come allora, la Germania è sola. La differenza è che si trova in queste condizioni alla vigilia e non alla fine di una guerra devastante che comunque la vedrà come prima vittima dello scontro che si sta facendo sempre più globale, totale, finale. La Germania ha solo una conso-
lazione: in questa occasione ha trovato la vera unità e sovranità che le avevano fatto credere di avere acquisito nel 1990. Una consolazione importante anche per l’esempio di dignità dato al resto dell’Europa, ma piuttosto magra, perché forse domani la Germania, l’Europa e il mondo non ci saranno più. A meno che…”

LA NEBBIA DIRADA IN CERTI MOMENTI, di GLG

gianfranco

http://www.ilgiornale.it/redirect/mondo/usa-abbattono-caccia-assad-cos-si-pu-allargare-guerra-siria-1410756.html

sempre più torna buono l’esempio della gazzella inseguita dal leone con il suo zigzagare apparentemente erratico. E’ evidente che Trump vuol dimostrare che di fatto combatte coloro che sono appoggiati dai russi (mentre è accusato d’aver avuto contatti con loro per l’elezione presidenziale); e finge di distinguere tra i “veri” terroristi – per condannare l’appoggio ai quali ha spinto Arabia Saudita e altri paesi arabi (alcuni musulmani sunniti) a rompere con il Qatar e a isolarlo (vorrei vedere quanto è realmente isolato!) – e le forze che si oppongono al “barbaro” Assad. Nessuna simpatia può dunque essere dichiarata (da parte di chi la pensa come me) per questo ambiguo presidente. La sua sorte mi è indifferente. Solo spero che resista a Obama-Clinton (e anche ai suoi colleghi di partito a lui contrari); ma lo spero semplicemente perché più dura il contrasto interno e più si avvantaggia la Russia e diventano nervosi e intrattabili i centri di potere nella UE e nei governi dei paesi europei.
Tuttavia, è indispensabile che nascano in questi paesi di antica civiltà – e dunque anche nel nostro – forze e schieramenti politici effettivamente indipendenti dalla subordinazione a qualsivoglia potenza straniera. Per raggiungere tale risultato è però indispensabile una qualche simpatia e alleanza, almeno di medio periodo, nei confronti della Russia (senza alcuna subordinazione ad essa) e contrasti sempre più decisi con gli Usa, indipendentemente dai gruppi di potere in forte urto in quel paese. Se ci si serve del tema dell’immigrazione selvaggia qui da noi per combattere le sedicenti “sinistre”, in quanto sono le più piatte e obbedienti serve degli Usa, la scelta può magari essere utile per un breve periodo. Non certo però facendone l’obiettivo fondamentale della lotta. Bisogna indicare qual è il centro della questione, cioè appunto la permanenza di un basso servilismo filo-statunitense da parte delle false “sinistre” nell’epoca ormai indirizzata ad un crescente multipolarismo con potenze (e subpotenze regionali) in competizione (per adesso anche mascherata da molte mediazioni e contatti) con gli Stati Uniti.
Tornerò (almeno spero) più lungamente sul problema. In ogni caso, bisogna cominciare a lavorare per la creazione di forze (e intanto almeno di una propaganda) indirizzate a chiarire le necessità di questa fase storica, al momento oscurate dall’opportunismo elettoralistico di tutti i partiti in campo. Se poi contro queste immonde “sinistre” si scagliano altre forze solo interessate al più bieco e ignorante anticomunismo, allora, per quanto mi riguarda, le mando al diavolo. Sono pure nettamente contrario a sentire dei venduti agli Usa attaccare gli avversari come fascisti o peggio; tuttavia, non accetto di affiancare i nostalgici del fascismo e quelli che sbavano contro i comunisti, che per loro – stupidi o in malafede – sono ancora i “sinistri” attuali. No, anche il comunismo (ed era già molto “deviato” rispetto alle origini) è durato fino alla seconda guerra mondiale o poco dopo. E qui in “occidente”, soprattutto con l’avvento del verminoso “eurocomunismo”, i sedicenti comunisti si sono addirittura sempre più schierati con gli Stati Uniti. Non erano semplicemente filo-capitalisti (e amici dei finanzieri). Questo è ancora una volta un sostanziale mascheramento fornito a dei meri traditori. La reale “mala azione”, compiuta da coloro che usurparono (solo fino al 1989-91) la denominazione di comunisti, era lo schieramento con gli Usa, preparato copertamente, sotto la direzione del Pci, a partire dalla fine anni ’60, inizio ’70; con momento saliente in un ben noto viaggio negli Usa nel ’78, poche settimane dopo il rapimento di Moro, molto probabilmente organizzato perché questi era in grado (con documenti in mano, spariti con la sua uccisione) di mettere in difficoltà i voltagabbana.
Comunque riparleremo spesso della presente fase storica.

SITUAZIONE DECISAMENTE DISPERANTE, di GLG

gianfranco

 

 

Non è che abbia particolare simpatia per Trump. In effetti, certe “sfuriate” (perché tali sembrano essere nel modo di manifestarsi) contro piccoli paesi detti “socialisti” (i cretini li chiamano addirittura “comunisti”) come Nord Corea e adesso anche Cuba (debolissima e ormai lontana dai “fasti”, quanto meno ideologici, di tanti anni fa) mi sembrano un po’ ridicole e non proprio comprensibili. Poco spiegabile pure l’accanimento contro l’Iran, che ha posizioni assai differenti (ad es. su Assad in Siria e sull’Isis) rispetto al Qatar, dichiarato Stato canaglia da altri paesi arabi, ma certamente su suggerimento, e anzi spinta, della nuova presidenza Usa. Nello stesso tempo questa ha posizioni assai variegate sulla Cina, che certamente non è, come spesso si favoleggia, in urto con la Corea del Nord. Lo stesso dicasi, nella sostanza, nei confronti della Russia, con cui Trump viene accusato, in piena malafede, d’aver fin troppo “flirtato”. Non si constata comunque una qualche coerenza nel comportamento di questo personaggio, che certamente non agisce in modo individuale e umorale. Tuttavia, è difficile comprendere bene chi rappresenta, dato che il “coro” contro di lui sembra generale.

E’ in ogni caso piuttosto evidente che il vecchio establishment (e lo ripeto: vecchio ma non superato) è rimasto sbilanciato dall’inaspettata sconfitta della propria rappresentante e sta accentuando la pressione per cacciare il vincente. I gruppi di vertice, tutti tesi ad abbattere quest’ultimo, non sono soltanto quelli democratici, ma anche, almeno in larga parte, i repubblicani. Mostrano tutti molta fretta di raggiungere lo scopo, sembrano preoccupati di una permanenza troppo lunga di Trump nella sua posizione di potere. Nel contempo, i vari gruppi che controllano la UE e i paesi europei sono pressoché tutti allineati con questo establishment del paese “padrone” e pur essi sono contrari alla durata della nuova presidenza. Direi che il tentativo in atto è quello di risolvere la situazione entro l’anno o almeno entro un anno; ma proprio come massimo limite e con preoccupazione apparentemente in veloce rafforzamento man mano che passa il tempo.

Insomma, non è facile capire cosa c’è dietro questo scontro effettivamente assai duro tra un fronte abbastanza ben individuabile – i democratici che puntavano tutti sulla Clinton, e quella cospicua quota dei repubblicani esplicitamente non favorevoli al neopresidente – e un altro che invece non lo è, almeno così mi sembra. In definitiva, Trump sarà forse il più debole, ma non proprio così facilmente eliminabile. Non è escluso che l’imprevedibilità delle sue mosse sia in definitiva ragionata e programmata per mettere in confusione e disorientare il preciso, e più compatto, fronte avversario. Faccio l’esempio della gazzella che fugge davanti al leone. Cerca in tutti i modi di cambiare la direzione di fuga, si mette insomma a zigzagare, nel modo più disordinato, casuale e difficilmente precisabile possibile; così crea incertezza e anche rabbia nell’inseguitore, che talvolta abbandona la caccia perché accusa stanchezza. In campo animale, il comportamento è dettato da quello che definiamo istinto (magari perché non capiamo bene da che cosa è determinato); nel nostro mondo, vi è il ragionamento, il calcolo delle conseguenze di improvvisi e apparentemente erratici mutamenti del comportamento e degli obiettivi posti, che a volte lo sono per pura finzione onde sviare l’avversario.

Ripeto che mi sembra piuttosto certa la necessità per gli anti-Trump di liquidarlo al più presto. Il fatto che si sia arrivati addirittura a parlare di un (vero o presunto) amante della moglie, di cui lui sarebbe informato (e tollerante), sta proprio a indicare non solo lo squallore di una lotta per null’affatto politica, ma anche una fretta di arrivare al successo, fretta che potrebbe risultare controproducente (in effetti, mi sembra che non si sia troppo insistito su questa vergognosa mossa). L’interessante è notare che tra i servi europei, si sta manifestando la stessa preoccupazione e desiderio di veloce liquidazione. Evidentemente, un cambio del fronte “padronale” al comando negli Stati Uniti, provocherebbe gravi sconquassi anche fra i servi. Si manifesta, fra l’altro, lo stesso livore verso il governo inglese; non perché ritenuto proprio vicino a Trump, ma perché in ogni caso indebolisce il fronte dei servi con l’uscita di quel paese dalla UE. Anche in tal caso, si arriva a mosse squallide come il dar ampia voce a poco sensate accuse verso la May perfino per l’incendio del grattacielo.

Qui in Europa, si sono mostrati tutto sommato soddisfatti della vittoria di Trump quelli che vengono definiti “populisti” (prima erano “fascisti” o perfino “nazisti”; e talvolta così sono ancora chiamati). Si tratta di presunte “destre” – oggi “destra” e “sinistra” non hanno proprio più il significato che ci si ostina a voler loro attribuire per semplificarsi i compiti della lotta politica, incapace di porsi in linea con la nuova “epoca” in fase di apertura – per il momento in difficoltà dopo un breve periodo in cui sembravano avere il vento in poppa. O tali partiti politici riadattano velocemente e con energia i loro obiettivi, le loro mosse politiche, le alleanze stipulate fra formazioni che si guardano con sospetto (invero non irragionevole); o deperiranno e al massimo vivacchieranno senza troppo infastidire chi comanda. Ribadisco che uno dei motivi della debolezza di tali forze è la loro testarda subordinazione all’ideologia della “democrazia” elettorale; basata scioccamente sull’affermazione “ogni testa un voto” per poi trovare sempre nuove formule di tipo maggioritario (o di un proporzionale “impuro”) in nome della governabilità, cioè del predominio di una parte della popolazione votante anche inferiore al 50%; e senza minimamente tener conto che se l’astensionismo cresce, come sta avvenendo da decenni, ciò significa che quote sempre più consistenti di “teste” non avvertono alcuna preferenza per dei politicanti cialtroni in aumento esponenziale.

Piuttosto interessante, e intelligente a quanto sembra, il comportamento del governo russo. Lasciamo da parte la balla dell’aver influenzato, anzi aiutato in modo decisivo, l’elezione di Trump. Una simile accusa, che mette in dubbio la “fedeltà” nazionale di comunque rilevanti centri di potere statunitensi, serve per i fini di quell’establishment che puntava sul caos per creare un terreno “acquitrinoso” tutto intorno al vero antagonista degli Usa. In realtà, il vertice russo sembra aver capito che lo scontro in atto oltre atlantico riduce l’efficacia della strategia americana avversa al proprio paese e offre spazi e tempi più ampi al suo rafforzamento. Ambigua mi sembra invece la politica cinese, che non è affatto, come si racconta, in alleanza con quella russa. Forse ci saranno alcuni accordi, tipici di ogni situazione multipolare, in cui si nota sempre una serie di balletti fra paesi vari. Tuttavia, credo che Putin sappia di doversi guardare le spalle; e lo scontro in corso negli Stati Uniti offre possibilità anche in questa direzione. Più perdura, meglio è per i russi. Per un più acconcio giudizio sulle posizioni cinesi, mi sembra necessario attendere ancora.

Se l’Europa continua con questo tran tran, il suo servaggio si acuirà e sarà sempre più appiattito verso una parte durante lo scontro multipolare in accentuazione nel prossimo futuro. E l’appiattimento aprirà la strada al decadimento e degrado europei sempre più accelerati e devastanti. Sarà la fine di ogni nostro apporto positivo al futuro del mondo. Saremo un enorme pantano, con l’incrocio di un gran numero di correnti fangose per null’affatto amalgamate; e con piccoli gruppi di orrendi rospi che gracideranno ossequienti in direzione ovest, mentre più ampi raggruppamenti di mollicci ranocchi d’ogni colore s’infastidiranno vicendevolmente e impediranno ogni e qualsiasi ordine nel loro movimento differenziato alla superficie di una melma sempre più putrida e maleodorante.

Oltre questa previsione è difficile andare; a meno che non si veda avanzare, non so però da quale direzione, un deciso gruppo di armati con ottimi strumenti, che stabilisca alleanze diverse (più verso est che verso ovest) e usi metodi di adeguata e metodica disinfestazione nei confronti dei rospi gracidanti e dei ranocchi riuniti intorno a questi

CONTRO CHI DOBBIAMO VERAMENTE VACCINARCI

gianfranco

 

Se debbo essere sincero, trovandomi in periodo (ormai lungo) in cui viaggio troppo raramente (d’altronde viaggerei volentieri se stessi meglio, con tutte le persone che sarebbero da incontrare), non sapevo nulla dello sciopero di ieri, venerdì. Intanto, però rilevo già da anni che gli organi d’informazione non riferiscono quasi più nulla su simili eventi. Un tempo erano in prima pagina, adesso sembrano fatti (quelli minori, al massimo furti e qualche lite paesana) di cronaca nera o di gossip. Ieri sera, non sapendo che fare e non avendo sonno (come al solito), ho guardato “Linea notte”.
Una delle notizie di più vivo interesse – comunque date oltre mezzanotte e sempre con minore impatto rispetto alla solita Botteri che illustra l’odio del popolo americano per Trump e il possibile, e sperabile, suo impeachment – era il “terribile disagio” provocato da minuscole sigle sindacali. C’erano soprattutto due chiari (uno in particolare) “progressisti” e “politicamente corretti”, insomma due fottuti “sinistri”. Uno dei due faceva appello alla logica, per cui era del tutto insensato pensare alla possibilità di privatizzazione di certi trasporti; perché, a quanto ho capito, questo era uno dei principali motivi dello sciopero (mai comunque indicati con chiarezza e magari invitando qualcuno degli organizzatori sindacali). Invece, figuriamoci, il governo – di quei farabutti “sinistri” che hanno privatizzato a man bassa dagli anni ’90 del secolo scorso – difende l’interesse generale, non quello di incapaci imprenditori privati, la peggiore imprenditoria mai esistita in questo paese.
Il “loico” continuava a ripetere: è inaudito che piccole sigle sindacali mettano in disordine generale l’intero paese (poi però si sosteneva che il reale disagio si è avuto a Roma e, ovviamente, era anche colpa della Raggi oltre che dei “minuscoli” sindacati). Poi c’era un altro vecchiaccio, con una faccia da schiaffi che, ancor più “logicamente”, diceva: è mai possibile che magari questi “pochi” chiudano quattro passaggi a livello e mettano in ginocchio il paese? Un personaggio, che era indicato quale scrittore, si è permesso – molto timidamente, e lo capisco pure e lo giustifico essendo in quella compagnia – di obiettare che le sigle sindacali saranno state anche minuscole ma, se veramente avevano messo in crisi il paese, dovevano avere un buon seguito. Il che significherebbe, se tutto ciò è correttamente riferito, che i sindacati “ufficiali” sono ormai, e sarebbe anche ora, piuttosto sputtanati. Si tratta di organismi con vertici ben pagati, pienamente partecipi del furfantesco potere “sinistro” al comando in Italia. Da un quarto di secolo rompono solo i coglioni ai lavoratori; non sanno difenderli minimamente (salvo che con qualche mossa solo di facciata per non sputtanarsi del tutto).
Non capisco proprio perché alcuni, perfino degli amici (beh, forse un po’ falsi), continuano a dirmi e a pensare che sono troppo cattivo o comunque esagerato quando rivelo loro, ma non scrivo (non almeno ancora), la sorte che riserverei a questi “logici”. Io ritengo di essere molto umano, e perciò molto preoccupato per questa società che vede tutta l’informazione, ogni organo del potere (economico, politico, culturale), ecc. in mano ai risultati di una evidente degenerazione genetica. E siamo arrivati al punto che parlano e decidono solo questi “abnormi”. Altra voce non si sente o è del tutto flebile, salvo qualche lamentela di poveri torturati e distrutti nella loro vita da costoro; per cui di fatto chi li sente dice: sì certo poveretti, si capisce il loro rancore per le vicende vissute, ma non è giustificato perché queste che si vedono sullo schermo sono personcine pulite, azzimate, parlano bene (quasi, basta lasciar perdere il congiuntivo).
No, invece si tratta di “deviati”, di “infetti”. Stiamo attenti, perché sono portatori di malattie che non lasciano scampo; o sono mortali o provocano mutazioni genetiche degradanti, al 100%. Questo è quindi l’unico caso in cui è giustificata l’obbligatorietà del vaccino. Tuttavia, è mia impressione che alla lunga non ci si possa accontentare della creazione di anticorpi. Non basta difendersi, bisogna infine eliminare l’infezione e dunque i suoi germi portatori. Opera lunga e che sarà sempre più difficoltosa quanto più tempo si lascia passare. Fra l’altro, è molto grave vedere gli anticorpi che sembrano solo avere invertito la posizione delle parti malate: a destra ciò che nei germi dell’infezione è a sinistra, e viceversa.

Il Nyt: “Salvare i migranti in Libia? Ha fatto aumentare i morti” di Roberto Vivaldelli

immigrazione

Secondo il New York Times, le operazioni di salvataggio dei migranti a ridosso delle acque territoriali libiche non hanno fatto altro che aumentare il numero dei morti nel Mar Mediterraneo. Una strategia deleteria che sta avendo conseguenze devastanti

Andare a prendere i migranti a ridosso delle coste libiche? Una strategia deleteria che sta avendo l’effetto contrario di quello sperato.

Ad evidenziarlo è l’illustre New York Times, in un articolo che sbugiarda la retorica politicamente corretta e pro-immigrazionista. “Le strategie adottate finora per salvare i migranti nel Mar Mediterraneo e smantellare le reti di contrabbando hanno avuto conseguenze mortali e inaspettate – osservano Stuart A. Thompson e Anjali Singhvi – Ogni sforzo per ridurre la crisi migratoria può essere controproducente e pericoloso. I migranti sono finiti in una situazione ancora più disperata”.

Salvataggi dei migranti a ridosso delle acque territoriali libiche

Il New York Times rileva come le ong arrivino a ridosso delle acque territoriali libiche e non nel Canale di Sicilia. “Prima del 2014, i salvataggi in mare avevano luogo vicino alle coste italiane. Alla fine dell’anno, si sono spostati sempre più a sud e dal 2015 verso la sponda libica. Ora le operazioni avvengono sul confine delle acque territoriali libiche” – osserva il quotidiano statunitense. Naturalmente, tutto questo ha incoraggiato e incentivato le partenze, con imbarcazioni sempre più fatiscenti, rendendo il viaggio degli stessi migranti, seppur più breve, molto più pericoloso: “Le operazioni di soccorso dei migranti vicino alla costa libica hanno salvato centinaia di persone in mare. Ma questo ha introdotto un incentivo potenzialmente mortale, incoraggiando altri rifugiati a rischiare di mettersi in viaggio e gli scafisti a far partire un numero maggiore di navi”. Un dato di fatto già analizzato in passato da Frontex.

Aumentano le morti nel Mediterraneo

Secondo il quotidiano newyorkése, infatti, i trafficanti di essere umani ora utilizzanobagnarole o gommoni e carburante appena sufficiente a raggiungere il confine delle acque territoriali libiche. “In questo modo gli scafisti possono spegnere il motore e scappare verso la Libia su un’altra imbarcazione, lasciando i migranti alla deriva fino all’arrivo dei soccorsi. I gruppi che monitorano la crisi dei migranti si aspettano che il bilancio delle vittime superi quello dello scorso anno”. Secondo Joel Milman, portavoce dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, “questo è molto più pericoloso. Stanno imbarcando le persone su navi più molto più piccole, con più persone a bordo”. La soluzione? Per il New York Times è migliorare le condizioni di vita nei paesi di provenienza: “Tutti concordano sul fatto che la soluzione definitiva si trova in Libia e nell’Africa più profonda, dove il miglioramento delle condizioni di vita e delle opportunità potrebbe scoraggiare le persone a salire a bordo di queste imbarcazioni, in un viaggio disperato che potrebbe rivelarsi mortale”.

I numeri di una strage

Il numero di migranti e rifugiati deceduti nel Mar Mediterraneo dall’inizio dell’anno ha superato la soglia dei 1.500: lo rivelano le ultime stime rese note a Ginevra dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), riportate poche settimane fa dall’Ansa. Dal primo gennaio al 24 maggio scorso, un totale di 60.521 migranti e rifugiati sono entrati via mare in Europa e il numero di decessi dall’inizio dell’anno è salito ad almeno 1.530. Inoltre, il 90% delle persone che arrivano nel nostro Paese via mare, ci rimane. Dall’inizio dell’anno i migranti che sono arrivati dalla Libia in Italia, provenienti dai paesi dell’Africa occidentale, sono quasi 40 mila. Si stima che entro la fine dell’anno gli sbarchi in Italia potrebbero superare la cifra record di 200 mila persone. Numeri drammatici che potrebbero scatenare un’emergenza sociale difficile da gestire.

IL NOSTRO MODO DI “PROGREDIRE”, di GLG

gianfranco

http://www.liberoquotidiano.it/news/esteri/12412762/nuova-bomba-atomica-arsenale-mondiale-apocalisse-nucleare.html

Francamente, mi sembra qualcosa di “normale”. Malgrado i paventati pericoli (ma più che altro perché serviva alla propaganda da una parte e dall’altra), il mondo detto bipolare (1945-91) era scevro da reali pericoli di guerra. Oggi, la situazione è diversa perché in effetti vi sono più “poli” in crescita, anche se quelli per il momento in piena evidenza sono gli Usa, ancora in netto vantaggio, e poi Russia e Cina. Francamente, India e Brasile mi sembrano piuttosto lontani dal costituire veri “poli” con la necessità di creare attorno a loro determinate sfere d’influenza. Starei attento a non ricominciare con la solfa dell’imperialismo. Diciamo che siamo, come ho sostenuto più volte, in “multipolarismo” con una precisa direzione: il “policentrismo” conflittuale acuto, che poi richiede, al di là della stessa volontà dei contendenti, un regolamento di conti. Secondo la mia opinione ci vorrà ancora un bel po’ di tempo per trovarci in una situazione simile; quindi non credo proprio vi siano vicini pericoli di guerre troppo violente e generalizzate. Certo vi saranno molti conflitti minori (o anche di una qualche acutezza), alternati a periodi di trattative in cui rinascono – presso gli ignari e per l’attività propagandistica condotta dai vari contendenti e dai loro “alleati” (i paesi a loro subordinati) – speranze di pace, poi debitamente deluse in continuazione.
Nessuno vuole ammettere una verità ormai assodata da millenni di storia della società umana. Non vi è cattiveria congenita, non ci sono “mostri” o personaggi che improvvisamente impazziscono. Si pensi a come anche nel secolo scorso si è creata la favola di Hitler quale “mostro” o “folle”; e anche Stalin era più o meno nella stessa situazione per tutti gli imbroglioni o i minorati mentali. Nemmeno i vertici politici statunitensi, i più grandi massacratori della storia, sono da considerarsi in tal modo, se non per semplificazioni giornalistiche e, appunto, propagandistiche. Anche il più bellicista e aggressivo è pronto ad addivenire, se è possibile, a più miti consigli. Solo che, nello squilibrio venutosi a creare con lo sviluppo diseguale delle diverse realtà sociali o nazionali o d’altro genere ancora, si arriva sovente al punto in cui non c’è via d’uscita se non la virulenta resa dei conti. E allora è ovvio che, soprattutto a partire da un certo grado di multipolarismo, si acceleri pure la preparazione delle armi necessarie, che il progresso tecnologico rende sempre più potenti, ma che comunque vengono poi adattate alle finalità da conseguire.
Nessuno ragiona nei termini: “Muoia Sansone con tutti i filistei”; malgrado molti imbroglioni o ignoranti lo ripetano continuamente. Bisogna vincere, sopraffare l’avversario ed un simile fine comporta comunque morti e distruzioni in quantità spaventose; non però l’annientamento globale, bensì la supremazia di qualcuno e l’avvento di un nuovo “ordine” con (di solito diverso) “centro regolatore” del mondo. E da lì si riparte con i soliti propositi di pace universale, ci si ripete che sarà l’ultima volta, che la terribile lezione è stata imparata, e tante altre chiacchiere. Non false da parte di tutti; anzi molto spesso sincere, nutrite di vera buona volontà. Solo che l’evolversi della società umana comporta intensi squilibri, diseguaglianze, invidie, sensazione di essere stati turlupinati o addirittura sottomessi a chi non merita affatto rispetto e obbedienza. E si ricomincia.

In genere, prima di arrivare a scontri con abbondante uso delle armi, e appunto delle più potenti e moderne, si cerca di condizionare in altro modo coloro che vengono sentiti quali avversari infidi e che potrebbero passare all’azione di forte disturbo. Siccome ognuno pensa che sia l’altro a poter iniziare le ostilità, ci si prende avanti, si cerca insomma di precederlo in modo da metterlo in difficoltà. Oggi, con le nuove invenzioni delle tecnologie elettroniche e informatiche, sono queste ad essere usate nella fase di avvicinamento a più decisivi scontri. Cito qui un altro articolo abbastanza significativo al riguardo:
http://www.ilgiornale.it/redirect/mondo/ecco-nuovo-malware-russo-che-pu-bloccare-interi-stati-1409517.html
Come ben si vede, anche in questo tipo di azione di fatto aggressiva si tende a coinvolgere la popolazione nel suo complesso, non ci si limita alle truppe in aperto scontro bellico. E’ del resto dalla seconda guerra mondiale che ciò avviene in modo massiccio. Intendiamoci bene. Qualsiasi guerra non passa come una carezza sulle popolazioni. Esse alla fin fine devono subirne di tutti i colori; e soprattutto quelle dello schieramento perdente. Tuttavia, da quando il conflitto si combatte ampiamente e con crescente acutezza non semplicemente sul terreno bensì nello spazio aereo, la situazione per le popolazioni (dei vincenti come dei perdenti alla fine del confronto) si è fatta molto sgradevole (usando un eufemismo). Tuttavia, anche nella seconda guerra mondiale, le popolazioni colpite lo erano soprattutto in base a pesanti bombardamenti dell’aviazione (ivi compreso l’uso delle due atomiche da parte degli Stati Uniti). Prima l’invenzione di missili a sempre maggior gittata e ormai da tempo l’enorme avanzamento in campo elettronico renderanno vulnerabili tutte le popolazioni, anche la statunitense che è stata quella risparmiata nel XX secolo. La guerra diverrà sempre più effettivamente generale e generalmente dannosa per tutti.
La si smetta tuttavia di pensare sempre che alla fine l’umanità si distruggerà. Tutto potrebbe accadere, ma sarebbe un evento largamente fortuito (come, sembra, l’estinzione dei dinosauri). Insisto nel sostenere che l’essere umano non ha particolare cattiveria e volontà di annientamento, tali da condurre pure all’autoannientamento di ogni forma di relazione sociale e addirittura di vita. Nemmeno credo esista una particolare predisposizione all’aggressività, alla crudeltà, alla ferocia. Neppure l’ambizione sfrenata di singoli individui è la causa decisiva dei conflitti (questa spiegazione è forse la più rozza e banale). Dobbiamo sopravvivere e non possiamo non “nutrirci” di altri per ottenere questo risultato. Non sono cattivi e feroci gli animali che devono reciprocamente mangiarsi per sopravvivere. Noi abbiamo avuto in dote quella che chiamiamo ragione, pensiero, capacità di riflessione sulla realtà (mai veramente conosciuta ma sempre studiata e supposta per curiosità e spinta alla sopravvivenza), che conduce a continue modificazione delle nostre forme relazionali e di esistenza in collettività. Il nostro modo di “nutrirci” è quindi molto particolare e “produce” quella che chiamiamo storia. E’ sempre evolutiva, nel senso di continue modificazioni; crediamo che esse ci possano condurre verso il meglio, e lo chiamiamo progresso; ma è semplicemente una continua trasformazione delle nostre forme di esistenza (sociale) e quindi di “nutrizione”.

Ritengo in effetti particolarmente fastidiosa la retorica di gran parte dei sedicenti pensatori che – alcuni senz’altro in buona fede, i più però con ipocrisia e perfetta malafede – ci stonano la testa con le possibilità di addivenire a forme di convivenza pacifiche, di comunità di intenti e altre speranze di vario genere. A mio avviso si tratta appunto o di bugie o di ingenua tendenza all’eliminazione (o decisiva attenuazione) di ciò che noi uomini, e solo noi fra tutti gli esseri viventi, definiamo “male”; in contrapposizione appunto al “bene”, che ci si affanna continuamente a predicare. Ritengo del tutto utile, anzi necessario, che ci si sforzi in definitiva in direzione del bene. Così come sono convinto sia del tutto ragionevole e vantaggioso cercare di evitare gli scontri bellici di primaria grandezza, senza dubbio eminentemente micidiali.
Sono queste tendenze a condurre spesso alle maggiori trasformazioni legate al nostro specifico modo di “nutrirci” utilizzando il pensiero, la ragione o come la si voglia definire. Tuttavia, è bene essere anche consapevoli che alla fine queste tendenze – nell’ambito di una realtà non mai adeguatamente, e meno che mai esaustivamente, conosciuta e squilibrante in massimo grado – condurranno allo scontro tra gruppi sociali variamente strutturati (ivi comprese le nazioni dell’epoca moderna con quella “mitica realtà” da noi elevata a rappresentazione del “tutto” che chiamiamo Stato). Tendenzialmente, ogni gruppo è convinto d’essere “il bene”, contrastato da altri, i nemici, che sono “il male”. Di conseguenza vi è la spinta accelerata a fornirsi degli strumenti atti a far prevalere “il bene”; e si ha il cosiddetto “progresso”, che è soltanto quello tecnologico, ma non può essere sconsideratamente svalutato.
L’importante è essere consapevoli di che tipo di “progresso” si tratta e di ciò a cui serve, di ciò a cui conduce, di ciò che comporta sovente in termini di sofferenza, distruzioni, morte “in massa”, ecc. Poi, passata solo temporaneamente la tempesta, quelle “innovazioni” sono in grado di migliorare le nostre condizioni di vita, “di nutrimento”, in periodi di tranquillità e relativa pace. Basta non ricominciare a chiacchierare su speranze di grande elevazione del nostro spirito, della nostra tendenza al “bene” comune, che è comune solo a fasi alterne e per gruppi che si scrutano e sospettano vicendevolmente, pronti a ri-darsele di santa ragione per……il bene comune, appunto.
Beh, voi capite che il discorso potrebbe continuare a lungo; ed infatti non si può non riprenderlo di tempo in tempo. Per il momento fermiamoci qui.

DIETRO FUSARO C’È IL CAPITALE

fusaro

Quando ho scritto il pezzo non ero ancora a conoscenza delle richieste di Fusaro. 1000 euro netti per partecipare a riunioni politiche. Marx impegnava i pantaloni per i suoi studi, il suo sedicente allievo indipendente pretende denari per rivelare al popolo la strada della rivoluzione. Tutto questo la dice lunga sul personaggio.

 

 

Un’idiozia grossolana non può essere un piano predeterminato. Parliamo del cosiddetto programma Kalergi, quello della sostituzione dei popoli europei con gli immigrati africani. Dare adito a simili sciocchezze significa fare il gioco di chi sta, invero, manipolando i flussi migratori per obiettivi decisamente più realistici , di controllo sociale e destabilizzazione (geo)politica dell’Europa, che però non arrivano al delirio della surrogazione etnica.
Tra accaniti sostenitori del disastroso statu quo e loro fanatici oppositori, in solidarietà antitetico-polare, c’è un patto di ferro per buttarla in cagnara e distrarre la popolazione da criticità molto più concrete ed urgenti. Inizia il solito finto rivoluzionario, il figosofo Fusaro, pupillo dell’editoria dominante e prezzemolino delle tv generaliste (possibile che nessuno veda la contraddizione?) sostenendo che “Kalergi Lo Sapeva: Stanno Sostituendo I Popoli Europei Coi Migranti”. Secondo costui, i poteri finanziari capitalistici stanno creando un esercito industriale di riserva extracomunitario da usare per sopprimere i diritti civili e ridurre i salari degli autoctoni. Se ciò è verosimile, lo è marginalmente, poiché gli sbandati che approdano sulle nostre coste sono giovani per lo più dequalificati, i quali possono fare concorrenza ai residenti (spesso non italiani) solo in quei settori a scarsissimo contenuto tecnologico, dove si scontreranno con altri diseredati come loro, magari arrivati in precedenti ondate. In secondo luogo, “i deportati” dal continente nero metterebbero a rischio la secolare identità europea, portando con sé pratiche e valori non conciliabili con i nostri: “In luogo dei popoli radicati e con memoria storica, con identità culturale e con coscienza mnestica dei conflitti di classe e delle conquiste sociali, prende forma una massa di schiavi post identitari…”

Cazzi loro, mi verrebbe da aggiungere, tanto più che la coscienza mnestica del conflitto di classe è una turba da filosofo non da chi butta il sangue in un campo di pomodori, il quale vorrebbe semplicemente un salario adeguato e un ambiente di lavoro adatto. Un problema serio però c’è ma non riguarda l’identità (che è sempre dura a morire e non può essere modificata nel laboratorio del permissivismo sinistrorso, per quanto impegno ci mettano questi deficienti) quanto piuttosto l’uso che i gruppi dominanti faranno di questi balordi sradicati. Le nostre classi dirigenti, serve dell’Occidente americano, sono in grande difficoltà. Sanno che i popoli europei non le tollereranno ancora a lungo. Queste, per preservarsi, ricorreranno senz’altro alla feccia proveniente dall’Africa e non unicamente da lì. Non voglio dire che tutti i migranti siano teppaglia, dico che i nostri governanti preferiscono la gentaglia perché con questa allestiranno le squadracce di domani, con le quali fermare gli autentici sovranisti anti-americani e fomentare il caos sociale.
Sono argomenti dei quali ho già parlato qui e non mi dilungo: http://www.conflittiestrategie.it/le-manovre-geopolitiche-dietro-i-flussi-migratori

Fusaro, invece, col suo mancare (volontariamente? E per questo che i media lo coccolano?) il bersaglio opera di sponda con quelli già pronti a rispondergli sullo stesso “falso piano” ma partendo da teoremi antipodici (Vedi qui: http://www.giornalettismo.com/archives/2220510/piano-kalergi-fusaro-bufala-razzismo/ ).

Kalergi non elaborò nessun piano. Le bestialità proferite dal conte austriaco, almeno quelle sugli Stati Uniti d’Europa, si ritrovano pure nell’opuscolo di Ernesto Rossi, Gli Stati Uniti d’Europa. L’Europa di Domani, del 1944. Afferma Rossi nel testo citato: “Quando per qualsiasi ragione, le guerre tra i popoli abitanti di una certa area geografica sono divenute endemiche l’unica soluzione possibile per passare dal regno della forza al regno del diritto, anche nei rapporti internazionali, è quella dell’organizzazione unitaria che sottoponga i popoli stessi ad una sola sovranità”. Rossi auspicava inoltre: “la menomazione della sovranità degli Stati nazionali” per far nascere quel mostro di Europa Unita che abbiamo oggi sotto i nostri occhi. Fusaro in passato ha lodato lo studioso campano (qui: http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-Euro__europeit%C3%A0__Il_Dominio_Di_Mercato_E_Finanza_Discettazioni_Con_Diego_Fusaro/6_7723/ ) ma a voi racconta di essere antieuropeista e a favore dello Stato nazionale. A me pare che tutta questa sceneggiata, tra favorevoli e contrari ai profughi, sia stata allestita dal medesimo cervello strategico. Alcuni ingranaggi girano in un senso ed altri al contrario ma ognuno di essi è parte di una macchina che non si inceppa. Non fatevi confondere.

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