Ma quale pericolo russo!

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I cialtroni democratici americani e il loro codazzo di servi europei urlano al pericolo russo, alle infiltrazioni slave nelle libere competizioni democratiche che favoriscono i nemici dei liberal, in ogni angolo del pianeta. Lorsignori, liberi e benpensanti, non sono nemmeno sfiorati dal sospetto che la gente ormai li disprezzi e li punisca per decenni di devastazioni politiche, sociali e culturali, di cui sono stati artefici, tronfi e indisturbati. La loro distanza dalla realtà è così abissale che non riescono nemmeno ad immaginare di non essere compresi nei loro alti sentimenti di liberazione linguistica, razziale, sessuale ecc. ecc. Tutte sciocchezze che galleggiano come merda in un mare di disperazione economica generale. Dovremmo riempirci la pancia di panzane, secondo tali dottori progressisti? Difatti, anziché sazietà in giro si sente ansietà e ci si muove come sulle uova per non urtare la sensibilità dell’immigrato che devasta la città, della stronza che provoca per farti licenziare in quanto potenziale stupratore, del neogrammatico che ti denuncia per attentato al nuovo codice linguistico in cui dominano desinenze neutre o asteriscate. Ma ciò che costoro hanno liberato non è l’umanità dai i suoi limiti intellettuali bensì i suoi demoni più contorti e perversi, illimitatamente vendicativi e violenti verso il prossimo che non vuole cedere a questo “relativismo universale”. Hanno sostituito i vecchi pregiudizi della specie, variamente declinati e dispersi, e perciò stesso meno sistematici, con una grande dogmatica planetaria: la religione del politicamente corretto, questa sì sistematicamente ferale. Chi non aderisce al culto deve finire processato e in galera, in quanto un po’ fascista, di certo razzista, sicuramente sessista. Mi sembra che C. Lasch abbia colto bene e prima di altri questi aspetti: “Quando parliamo di democrazia, oggi, ci riferiamo, per lo più, alla democratizzazione dell’«autostima». Le parole chiave correnti – «diversità», «compassione», «promozione», «abilitazione» – esprimono la malinconica speranza che le divisioni profonde che minano la società … possano essere colmate dalla buona volontà e da un linguaggio purgato ed emendato. Ci viene chiesto di riconoscere il diritto di tutte le minoranze ad essere rispettate non in virtù delle loro realizzazioni, ma in virtù delle loro sofferenze passate. L’attenzione compassionevole, ci viene detto, migliorerà in qualche modo l’opinione che i loro esponenti hanno di se stessi; mettendo al bando gli epiteti razziali e le altre forme di linguaggio poco rispettoso, faremo miracoli per il loro morale. Nella nostra preoccupazione per le parole, abbiamo perso di vista quelle dure realtà che non si possono addolcire semplicemente assecondando l’immagine che ciascuno ha di sé. Che profitto possono trarre gli abitanti del South Bronx dall’irrigidimento dei codici linguistici nelle università di élite?”
E ancora: “«Diversità» – una parola d’ordine che sembra avervi avuto fortuna – ha finito con il significare l’esatto opposto di quanto sembrava voler dire. In pratica, la diversità, oggi, serve per legittimare un nuovo dogmatismo, in cui minoranze rivali si trincerano dietro una serie di credenze refrattarie a ogni discussione razionale. La segregazione fisica della popolazione in enclavi autoimposte, razzialmente omogenee, ha come controparte una sorta di balcanizzazione dell’opinione. Ogni gruppo ha la tendenza ad asserragliarsi nei propri dogmi. Siamo diventati una nazione di minoranze e a completare il processo manca soltanto che esse vengano ufficialmente riconosciute in quanto tali. Questa parodia di «comunità», un termine molto usato, ma non esattamente compreso, comporta la presunzione insidiosa che tutti i membri del gruppo la pensino nello stesso modo. L’opinione, così, diventa una funzione dell’identità etnica e razziale, o del genere d’appartenenza e delle preferenze sessuali. I «portavoce» autoeletti delle minoranze rafforzano questa presunzione di conformità bandendo l’ostracismo contro chiunque si discosti dalla linea ufficiale, per esempio i neri che «pensano da bianchi». In queste condizioni, quanto a lungo potrà sopravvivere lo spirito della libera ricerca intellettuale?”.

Questo clima di caccia alle streghe, imposto dai progressisti di ogni paese occidentale, scatenerà gravissime reazioni, tanto che i fascismi, i nazismi e i razzismi di un tempo dovranno essere derubricati a tragedie minori del passato. In futuro sarà persino peggio, poiché un sedicente bene assoluto, che vuole imporsi con la repressione totale del dissenso, non potrà che risvegliare forze che lo combatteranno con energie conflittuali dello stesso grado se non di maggiore livello.
Come ha scritto ieri La Grassa: “non si pensi di poter minimamente rinverdire le teorie e le azioni che ne conseguirono nel 1917 russo, nel 1922 italiano, nel 1933 tedesco.
Occorrono soluzioni “pratiche” nuove, guidate da diverse analisi e formulazioni teoriche della società nella fase storica odierna. Con la piena coscienza che stiamo vivendo la “morte” della vecchia epoca e che siamo sommersi dal marciume di una cultura e di una pratica politica frutto di degrado e disfacimento culturale di portata effettivamente “epocale”. Se le nuove generazioni non finiranno di credersi in progresso – perché dotate di sempre nuovi aggeggi tecnici e di nuovi medicamenti, che allungano la vita biologica senza migliorarla nelle effettive sue condizioni di vivibilità sociale – andremo a finire molto male. Ci si svegli infine.

Dunque, mentre queste élite marce creano giochi d’ombra, risalenti ad epoche concluse, per il loro attuale giogo di offuscamenti, noi dobbiamo guardare oltre e squarciare il falso sipario ideologico che le protegge.

Ps. Con la caduta dell’Urss la Russia fu invasa dalle spie americane. Oggi la Cia tenta, in tutti i modi, di aizzare l’opposizione locale contro Putin, utilizzando postazioni segrete, anche nelle istituzioni russe. Fornisce supporto analitico e fondi ai nemici dell’establishment, con metodi leciti ed illeciti. Il tessuto produttivo, imprenditoriale e finanziario russo è ugualmente infiltrato da agenti di Washington e vari collaborazionisti. La stessa ambasciata americana a Mosca opera come una centrale dell’Intelligence e svolge un lavoro diplomatico di facciata, per celare le sue attività sovversive. A parti invertite questo sarebbe stata uno scandalo internazionale. Ma di che blaterano i nostri giornali? Con che faccia Biden, esponente del potere americano che esercita condizionamenti (e qualcosa di più) su tutta la politica italiana, parla di interferenze russe nel referendum costituzionale di Renzi? E i servi di centro-sinistra, che prendono ordini dalla casa Bianca pure per andare a pisciare, come possono rilanciare queste fandonie? Non hanno un minimo di pudore, figuriamoci di onore. Ci si rammenti piuttosto di Bannon che ha parlato di Ue quale protettorato americano. Rispondano su questo i nostri sicofanti comunitari.

LA “SCIENZA” STORICO-SOCIALE: CONSIDERAZIONI MINIME, di GLG

Karl-Marx

Parto da questa citazione di un testo di Marx, il più indicativo in merito alle sue concezioni circa i caratteri fondamentali di una scienza della società. L’altro sarebbe la “Prefazione” del 1859, sempre a “Per la critica dell’economia politica”, che tuttavia è assai più sintetico e sbrigativo e presta il fianco a interpretazioni del suo pensiero nel senso del determinismo economicistico.

“La produzione in generale è un’astrazione ma un’astrazione che ha un senso, in quanto mette effettivamente in rilievo l’elemento comune, lo fissa e ci risparmia una ripetizione. Tuttavia questo generale, ossia l’elemento comune astratto e isolato mediante comparazione, è esso stesso un qualcosa di complessamente articolato che si dirama in differenti determinazioni. Di queste alcune appartengono a tutte le epoche; altre sono comuni solo ad alcune. Certe determinazioni saranno comuni all’epoca più moderna come alla più antica. E senza di esse sarà inconcepibile qualsiasi produzione; ma, se le lingue più sviluppate hanno leggi e determinazioni comuni con quelle meno sviluppate, appunto ciò che costituisce il loro sviluppo le differenzia da questo elemento generale. Le determinazioni che valgono per la produzione in generale debbono venire isolate in modo che per l’unità – che deriva già dal fatto che il soggetto, l’umanità, e l’oggetto, la natura, sono gli stessi – non vada poi dimenticata la differenza essenziale [corsivo mio]. In questa dimenticanza consiste, per esempio, tutta la saggezza degli economisti moderni [i “classici”; nota mia] che dimostrano l’eternità e l’armonia dei rapporti sociali esistenti. Essi spiegano ad esempio che nessuna produzione è possibile senza uno strumento di produzione, non fosse altro questo strumento che la mano; né senza lavoro passato e accumulato, non fosse altro questo lavoro che l’abilità riunita e concentrata per reiterato esercizio nella mano del selvaggio. Il capitale è fra l’altro anche uno strumento di produzione, anche lavoro passato, oggettivato. Quindi il capitale è un rapporto naturale eterno, universale; a condizione che io tralasci proprio quell’elemento specifico che, solo [corsivo e grassetto miei] fa di ‘uno strumento di produzione’, di un ‘lavoro accumulato’, un capitale” (Marx, Introduzione del 1857 a Per la critica dell’economia politica).

Questo elemento specifico – per chi sa che per Marx “il capitale non è cosa, ma rapporto sociale” – è esattamente tale rapporto in quanto “storicamente determinato” e caratterizzante la forma di società detta capitalistica con, da una parte, la proprietà dei (potere di disposizione sui) mezzi di produzione e, dall’altra, il lavoro salariato (vendita della capacità lavorativa, intellettuale e manuale, come merce). Nel contempo, si verifica progressivamente la scissione tra i saperi intrinseci all’abilità produttiva basata sulla tecnologia – le cosiddette “potenze mentali della produzione”), unite spesso alla capacità direttiva del complesso produttivo – e il lavoro sostanzialmente esecutivo o addirittura soltanto manuale (addetto semplicemente a servire le tecnologie). Se ci limitiamo alla considerazione degli elementi genericamente comuni ad un qualsiasi processo produttivo (indicati come comuni in base all’astrazione di tali elementi dalla loro collocazione storica specifica) capiamo ben poco dell’evoluzione delle differenti formazioni sociali, cioè dei sistemi di relazioni intersoggettive determinati storicamente e non in generale; poiché questo generale, senza le sue determinazioni storico-peculiari, è la “notte in cui tutte le vacche sono nere”.
Su questo punto – e conscio di molti limiti che sono andato criticando negli ultimi vent’anni (e che qui non ripeto) – sto con Marx riguardo alla storicità di tutti gli elementi “comuni”, “in generale”, che nella loro pretesa eternità (quali principi dell’Uomo, principi Veri, Giusti, Buoni, ecc.) sono troppo spesso funzionali a chi vuol bloccare ogni trasformazione della società. Che si sia sinceri e ci si creda veramente, che si sia disposti a morire per questi principi, non mi basta affatto per giustificare e comprendere, “tout court”, coloro che così agiscono; desidero innanzitutto una disamina del loro agire, delle loro motivazioni, del ruolo e funzione che esplica l’azione di costoro nel sistema specifico dei rapporti sociali in quella data fase storica. Questo il mio modo di pensare; e non l’abbandono pur se posso provare rispetto per chi muore in nome della sua diversa convinzione. Certe conciliazioni sarebbero false, menzognere.
In mutate contingenze appaiono le nostre radicali diversità; ed è bene non nasconderle. Si possono a volte e perfino spesso – ma sempre nell’ambito di particolari congiunture storiche – stabilire delle convergenze d’azione al fine di conseguire alcuni obiettivi. E’ corretto a mio avviso tenere siffatto comportamento, consci però della normale transitorietà storica di dette congiunture; quando esse tramontano, diventa allora molto probabile l’insorgenza di contrasti e anche di radicali divergenze tra gli “alleati”, tra i “cooperanti”. Si arriva così alla divisione e in certi casi, sempre storicamente determinati, alla reciproca eliminazione, finché qualcuno non vince per un periodo di tempo di varia lunghezza.
Questo mi sembra essere stato l’andamento della storia umana, che travolge infine la fedeltà a principi pretesi assoluti sorti nella mente di “soggetti” inseriti in processi di incessante fibrillazione ed evoluzione; in certi casi lenta, tanto che la “realtà” sembra ferma, altre volte in tumultuoso mutamento che tutto travolge e di cui non riusciamo ad afferrare nemmeno i contorni. Sempre vi sarà chi non accetta lo sconvolgimento delle situazioni, chi vorrebbe continuare a vivere in una data “contingenza”, cui si è ormai abituato e che trova a lui confacente; e chi, invece, non vi si trova più a suo agio e fa il possibile, senza dubbio commettendo anche errori vari, per adeguarsi al cambiamento. Cerchiamo di comprendere che non siamo individui astorici, che non rispondiamo semplicemente alla “nostra coscienza” e nemmeno soltanto a “Qualcuno” che da un luogo imprecisato, ma “posto Molto in Alto”, ad essa parla e l’indirizza.
Non siamo nemmeno foglie al vento; siamo tuttavia dentro un flusso in continua vibrazione e riconfigurazione. Ci formiamo molte idee, che sistemiamo in qualche modo, ma sempre sotto la pressione dell’onda che ci trasporta. Cerchiamo la fissità per poterci muovere su un terreno solido e stabile, in cui non trovarci in perenne squilibrio, sempre lì lì sul punto di cadere con le nostre gambette così fragili. Questa fissità è il nostro modo di conoscere, costantemente alimentato da un’ideologia che orienta i nostri punti di vista; con sue dosi più o meno massicce e senza prudenza alcuna oppure con la sobrietà suggeritaci da quella che denominiamo scienza. E tale sobrietà ci obbliga appunto a renderci soprattutto conto che la fissità è una nostra convenienza, ma non è “reale”. Tutto l’esistente muta, scorre, immerso nel tumulto dell’incessante fluire vibratorio; quindi, ogni tanto, è indispensabile riconsiderare il nostro porre quella data “realtà” stabilizzata, perché altrimenti questo necessario, obbligato comportamento diviene assai s-conveniente e ci condurrà soltanto, in ogni caso, al fallimento o addirittura alla morte.
E non mi riferisco soltanto alla cessazione della vita biologica (quella detta “naturale”); bensì soprattutto a quella storica, alla fine di determinate epoche della civiltà o almeno, in via meno decisiva, alla fine di date fasi storiche di una più ampia epoca e alla transizione, più o meno lunga, ad una fase successiva, di cui si è in grado di delineare i caratteri specifici con notevole ritardo e quando essa si è andata consolidando. Per dirla alla Hegel, la nottola di Minerva si alza “sul far della sera”; è sempre con ritardo che arriviamo a cogliere (approssimativamente) i tratti particolari di un dato periodo storico. Per dirla invece con Marx (ma il significato è lo stesso), l’analisi degli eventi succedutisi in esso inizia “post festum”. Perché sempre, tra una fase e l’altra, intercorre una più o meno lunga transizione (trasformazione), anche quando si verificano processi considerati rivoluzionari che mai operano rapidi trapassi. La velocità dei cambiamenti è in definitiva un’impressione dovuta alla durezza (e tragicità) degli eventi durante l’innesco di una transizione di fase; ma l’effettivo “rivoluzionamento” della società, che andrà così stabilizzandosi in nuove forme, si compie in tempi spesso lunghi, durante i quali ci si accorge che si stanno seguendo percorsi storici ben diversi da quelli pensati e voluti dagli iniziatori delle rivoluzioni.
Oggi mi sembra evidente che viviamo una di queste fasi di transizione che condurranno a differenti caratteri storico-specifici di una nuova epoca. Tuttavia, vige sempre il principio dell’accertamento “post festum” di tali caratteri quando sarà possibile fissarli mediante la formulazione di nuove teorie che daranno loro stabilità. Senza mai scordare che quest’ultima è fittizia, ci serve per poter agire senza essere continuamente squilibrati e posti alla fine nell’inazione o nell’agitarsi inconcludente. Pretendere oggi di poter compiutamente formulare queste nuove teorie – dedicandosi ad una più precisa organizzazione delle forze adeguate a compiere le necessarie azioni conseguenti a quel tipo di analisi delle forme sociali – mi sembra ancora largamente utopico. Ci si deve sforzare, questo sì. Dobbiamo acuire la nostra vigilanza in relazione ai mutevoli cambiamenti in atto ormai da tempo. E dobbiamo vincere la pigrizia che ci fa spesso tornare a intendimenti rivoluzionari di epoche passate. Detto più esplicitamente: non si pensi di poter minimamente rinverdire le teorie e le azioni che ne conseguirono nel 1917 russo, nel 1922 italiano, nel 1933 tedesco.
Occorrono soluzioni “pratiche” nuove, guidate da diverse analisi e formulazioni teoriche della società nella fase storica odierna. Con la piena coscienza che stiamo vivendo la “morte” della vecchia epoca e che siamo sommersi dal marciume di una cultura e di una pratica politica frutto di degrado e disfacimento culturale di portata effettivamente “epocale”. Se le nuove generazioni non finiranno di credersi in progresso – perché dotate di sempre nuovi aggeggi tecnici e di nuovi medicamenti, che allungano la vita biologica senza migliorarla nelle effettive sue condizioni di vivibilità sociale – andremo a finire molto male. Ci si svegli infine.

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Elezioni o truffa?

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Le fake news sono armi di distrazione di massa. Tuttavia, sono ugualmente pallottole spuntate, nelle mani dei manipolatori, perché la pubblica opinione ha altro a cui pensare. Il dibattito fascismo anti-fascismo o l’eventuale ingerenza russa nella faccende dei paesi occidentali, le vere “false notizie” delle diatribe in corso, non sono temi che accalorano l’uomo della strada, preso da ben altre preoccupazioni: dalle banche che falliscono derubando i correntisti (vedi Etruria o, anche, Mps salvata dallo Stato), alle tasse che aumentano senza contropartita in migliori servizi, che anzi peggiorano, dalla disoccupazione al moltiplicarsi di lavori atipici, fino alla criminalità in aumento a causa dei flussi migratori incontrollati. Ma lorsignori blaterano di bandiere naziste e ius soli proprio per evitare che i problemi reali prendano il sopravvento sui mezzi di comunicazione di massa. E’ meglio impedire alle percezioni popolari (non supportate dai dati statistici ampiamente accomodati a favore di governo) di trovare riscontro anche nei racconti ufficiali di giornali e televisioni. Poiché allora sì che il malcontento monterebbe in rabbia fuori controllo. In questo quadro di putrefazione istituzionale e sociale i partiti si apprestano ad andare ad elezioni, già consci che il grosso degli aventi diritto resterà a casa, confermando una tendenza annosa di disinteresse, e persino, di disprezzo verso un sistema politico di smidollati e laidi, offensivo e avvilente per la nazione. La democrazia piace sempre meno ed un italiano su quattro auspica l’arrivo dell’uomo forte, del leader carismatico e decisionista che risolva i drammi generali anziché perdersi in chiacchiere sesquipedali sulla grammatica machista o sull’integrazione razziale di minoranze catapultate nel nostro tessuto sociale apposta per aumentare il caos. Consapevoli della situazione i nostri politicanti si sono approvati una legge elettorale ad hoc per impedire al malcontento della cittadinanza di sostanziarsi in un calcio in culo collettivo contro chi ha generato questo scenario. Dopo averci rintronato per anni con l’esigenza della governabilità, garantita dal premio di maggioranza, l’hanno abolito perché questa volta li avrebbe danneggiati. C’è testimonianza più concreta per dimostrare che la democrazia è sempre un gioco a carte truccate? Il rosatellum favorirà, invece, la grande coalizione Pd-Fi (con anche il probabile appoggio della Lega, o di una sua parte in attrito con Salvini) impedendo governi alternativi, non allineati alla strada di dissoluzione e svendita dell’Italia già intrapresa da decenni. Ma pure così sono insicuri di raggiungere l’obiettivo ed allora, come ha paventato Belpietro in suo editoriale, stanno allestendo ulteriori giochi di prestigio per annullare la volontà popolare. Scrive il direttore de La Verità: “Nel caso in cui Gentiloni riuscisse a schivare le trappole che il suo compagno di partito Matteo Renzi ha disseminato lungo il percorso, evitando cioè di finire impallinato sullo ius soli e altre corbellerie del genere, ai primi di gennaio, diciamo nella prima quindicina del mese, tra l’ 8 e il 10, il presidente della Repubblica firmerà il decreto di scioglimento delle Camere, mettendo in calendario le nuove elezioni entro il mese di marzo. I tempi coincidono: nel 2013 si votò a febbraio, dunque siamo a cinque anni esatti di distanza per rivotare. Nel caso tutto procedesse secondo i piani, i seggi verrebbero aperti con un governo in carica e non dimissionario, un passaggio che, come vedremo, è determinante per il raggiungimento dello scopo che Quirinale e Palazzo Chigi si prefiggono. Aperte le urne e certificato il risultato, se non ci fosse un vincitore, le decisioni sarebbero conseguenti. Invece di affidare l’ incarico esplorativo a qualcuno, come per esempio cinque anni fa, quando Giorgio Napolitano incaricò Pier Luigi Bersani nonostante sapesse che il segretario del Pd non aveva nessuna chance di fare un governo con i 5 stelle, Mattarella lascerebbe in carica Gentiloni invitandolo a presentarsi in Parlamento per chiedere la fiducia. In tal modo il capo dello Stato salterebbe a piè pari la liturgia delle consultazioni, evitando di dare l’ incarico a Luigi Di Maio, qualora i 5 stelle si rivelassero il primo partito, o a Matteo Salvini, nel caso la Lega scavalcasse Forza Italia all’ interno della coalizione di centrodestra. In questo modo si scongiurerebbe lo stress di settimane senza governo e senza soluzioni politicamente e finanziariamente compatibili. O per lo meno questa è la scusa. Il senso è chiaro. Invece di perdere tempo con chiacchiere inutili, meglio verificare subito i numeri dei singoli partiti alle Camere e poi decidere di conseguenza. Ma siamo sicuri che il disegno di Mattarella e compagni democristiani sia tutto qui? Beh, la risposta è no, perché dalle parti del Quirinale girano molte chiacchiere, la più inquietante delle quali per obbligo professionale vi riferiamo. In sostanza, nelle ultime settimane, dopo aver incrociato sondaggi e dichiarazioni, qualcuno ha immaginato il seguente scenario.
Mettiamo che vinca il centrodestra, cioè che Forza Italia, Lega e Fratelli d’ Italia facciano il pieno di voti. Il giorno dopo il trionfo che cosa succederebbe? Matteo Salvini, se vincesse con più voti di Silvio Berlusconi, per prima cosa metterebbe mano alla legge Fornero e subito dopo chiederebbe un ministro dell’ Interno che applicasse il blocco navale nei porti di fronte alla Libia. Per lo meno se intendesse tenere fede al programma su cui ha costruito il suo successo elettorale. Ma su entrambi i fronti Silvio Berlusconi, che se non vincesse in termini di voti potrebbe essere comunque il vincitore morale delle elezioni, non la pensa come Salvini. Dunque? Il rischio sarebbe che il centrodestra si spaccasse ancora prima di cominciare. E se invece fosse il caro vecchio Silvio ad arrivare primo, surclassando la Lega? Che succederebbe? Il Cavaliere deciderebbe il premier. Ma dopo, tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’ Italia che equilibrio si instaurerebbe? Al momento litigano e nessuno è certo della vittoria, ma dopo? Ecco, è su questo scenario che si innesta il disegno vagheggiato sul Colle. Nel caso in cui vincesse il centrodestra (cosa assai probabile), ma il centrodestra non si mettesse d’ accordo, quale sarebbe la soluzione? La risposta partorita dai cervelloni di Mattarella è semplice: si lascia Gentiloni. Il presidente del Consiglio è in carica e, se non esiste una maggioranza diversa, resta al suo posto. In pratica il premier verrebbe rimandato alle Camere a chiedere la fiducia e, nel caso la ottenesse, la partita sarebbe chiusa” .

Quanto descritto da Belpietro appare piuttosto verosimile. A questo punto però dobbiamo dare ragione a La Grassa quando parla di democrazia come mero sondaggio di opinione, pure ignorato dai sicofanti parlamentari, considerato che poi decidono come cavolo pare a loro, agendo con ogni raggiro possibile. A che serve, dunque, votare? A nulla, è già tutto deciso a tavolino. Questo è un motivo sufficiente per dare il benvenuto ad autentiche soluzioni autoritarie, da parte di soggetti che si collochino all’opposto dei malfattori attualmente in sella. La cittadinanza si farebbe coinvolgere, almeno emotivamente, più da questa eventualità che dallo stanco rito del voto. Ciò è anche la dimostrazione che la vituperata pancia del paese, auspicante soluzioni drastiche, ragiona meglio dei cervelli bacati dei malfattori che ci sgovernano.

Lo zar dell’energia del mondo (di Piergiorgio Rosso)

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Chi ha parlato per primo di estendere al 2018 l’accordo sui tagli alla produzione di petrolio fra i principali paesi produttori OPEC e non-OPEC? No, non è stato il re saudita Salman né altri monarchi medio-orientali. E’ stato il Presidente Putin. Sembra proprio che le circostanze storiche, tecnologiche e politiche abbiano consegnato alla Russia il ruolo di produttore determinante sul mercato del petrolio insieme agli USA. Sulle peculiarità della produzione statunitense di petrolio (da scisti, perforate in orizzontale, shale oil in inglese) ormai la questione è chiara: non profittevole al di sotto di circa 40-50 USD/barile per cui molte società sono fallite negli ultimi due anni, mentre altre sono sopravvissute grazie ad accorte politiche finanziarie di assicurazione dei ricavi (hedging), ma tutte sono prontissime a rientrare sul mercato quando i tagli alla produzione OPEC fanno rialzare il prezzo al di sopra di quella soglia, rosicchiando quote di mercato internazionale.

Questo i sauditi ormai l’hanno capito, ma sembra non si siano resi conto che anche la Russia si dimostra interessata a tenere relativamente basso il prezzo internazionale del petrolio. Disallineando in questo modo gli interessi sauditi da quelli russi. La Russia ha aumentato la sua produzione sensibilmente – fino a 11 milioni di barili al giorno – ancorché silenziosamente, prima di aderire agli accordi OPEC. Questo ha reso evidente ai sauditi che la loro politica di rialzo dei prezzi sarebbe fallita se non avessero coinvolto anche i russi nell’accordo. Da qui una serie di visite ed accordi ad altissimo livello, inimmaginabili solo pochi anni fa, passando sopra al fatto che Mosca sia l’alleato più forte dei nemici storici dei sauditi e cioè gli iraniani.

E così Putin ha giocato i sauditi. Come può permetterselo?

Il fatto è che Mosca ha intravisto più vantaggi che svantaggi nel tenere il prezzo relativamente basso. Prima di tutto si tengono a bada i produttori statunitensi, limitandone le possibilità di espansione e le certezze di ottenere nuovo credito finanziario: margini bassi e devoluti a ripagare i debiti. Secondo, il prezzo basso del petrolio comporta una basso valore del rublo e questo beneficia l’economia russa. Terzo, l’intera economia russa sta dimostrandosi molto resiliente al crollo del prezzo di petrolio. Recentemente Geopolitical Future ha dedicato un’analisi approfondita a questo tema. In Fig.1 la composizione del PIL russo per settore economico, mentre in Fig. 2 la composizione dell’export. Ovviamente nonostante gli sforzi fatti in questi due anni, molta strada deve fare la Russia per rimpolpare l’ormai anemico fondo di riserva e soprattutto per poter procedere nell’ambizioso programma di ammodernamento del settore militare, senza mettere in pericolo il consenso e la coesione sociale, destabilizzati dall’elevata inflazione e dalla necessità di tassare nuovi beni e redditi per compensare le minori entrate del settore energetico.

Questa inattesa resilienza dell’economia russa è comunque stata sufficiente finora a far sì che gli accordi di limitazione della produzione fossero fatti secondo i termini posti dai russi siano essi economici o geopolitici. I sauditi e gli altri paesi OPEC sembrano ora averlo capito e accettato.

 

 

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Figura 2

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BREVI CENNI PER GLI SMEMORATI E I PIGRI, di GLG

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La rivoluzione bolscevica dell’ottobre 1917 fu ben presto isolata. In Germania la rivolta del novembre ’18 iniziata dai marinai di Kiel e poi quella del 5 gennaio 1919 – rivolte “spontanee” (ma aizzate), restate localizzate e notevolmente disorganizzate – furono rapidamente schiacciate; il 15 gennaio ’19 furono presi e uccisi i dirigenti della Lega spartachista (Liebnecht e Luxemburg). In Ungheria, si instaurò per ben poco tempo (dal marzo all’agosto del ’19) il governo comunista di Bela Kun, che dichiarò la fondazione di una Repubblica Sovietica, ma che cadde con la sconfitta subita ad opera dei rumeni, appoggiati dalla Francia (ma anche dagli altri “alleati” occidentali, dai vincitori della guerra mondiale insomma). L’Unione Sovietica rimase così isolata nella sua pretesa di essere il detonatore della “rivoluzione proletaria” di tipo internazionalista.
Dopo la morte di Lenin (1924), e con la progressiva ascesa di Stalin alla piena direzione del partito e dello Stato, fu scelta quella strada detta “costruzione del socialismo in un paese solo” (sanzionata al XIV Congresso del partito nel dicembre 1925). Scelta che si è rivelata efficace nei termini della nascita di una grande potenza – divenuta, dopo la seconda guerra mondiale e per oltre quarant’anni, una delle due grandi “superpotenze” nel mondo bipolare – ma che oggi va riconsiderata proprio nei termini della non costruzione di alcuna forma di socialismo. Riconsiderazione che i rimasugli comunisti (e marxistoidi) si rifiutano in genere di fare fino in fondo e in base a ciò che dovrebbe ormai apparire evidente. Quanto agli anticomunisti, si limitano a riscrivere ogni ambito della storia tra il 1917 ed oggi a modo loro, con menzogne spudorate e alterazioni da incompetenti.
Senza quella scelta – non voluta dall’opposizione di “sinistra” (trotzkista) e da quella di “destra” (Bucharin, Zinoviev e Kamenev) – difficilmente l’Urss avrebbe avuto una storia tutto sommato positiva non solo per se stessa, ma anche per l’evoluzione della configurazione dei rapporti tra diverse aree mondiali. In particolare non vi sarebbe stata la fine del vecchio colonialismo con tutto ciò che ne è conseguito; e non tutto positivo, anzi! Tuttavia, sono convinto che senza questo tipo di dissoluzione delle ormai decrepite strutture coloniali – conseguenza anche di un movimento detto (scorrettamente, ma poco importa) “antimperialista” – non si sarebbe arrivati alla situazione attuale: decadenza e degrado della formazione sociale “occidentale” (Usa ed Europa soprattutto) e avvio di una fase multipolare estremamente complessa, imprevedibile, però aperta a molte possibilità, fra le quali la possibile nascita di nuove forme di rapporti sociali magari vitali rispetto a quelle attuali, che mi sembrano segnare una involuzione inarrestabile.
Si aprono in ogni caso scenari decisamente nuovi. Ritengo fondamentale che si formino, soprattutto tra i giovani, delle “élites” – la maggioranza delle nuove generazioni lasciamola perdere finché non sarà coinvolta, volente o nolente, nelle “vigorose” vicende storiche in avvicinamento progressivo – in grado seguirle e di prepararsi ad esse con adeguata organizzazione. L’impressione netta è che siamo in ritardo e che non si comprenda l’urgenza del problema.
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Cosi’ muore un generale. di A. Terrenzio

Terremoto nel centro dell'Italia

 

Il Generale Croato-Bosniaco, Slobodan Praljak, si è suicidato davanti alla Corte dell’Aja dopo aver ricevuto una condanna a 20 anni di carcere, per le accuse risalenti ai crimini del conflitto nella ex Juogoslavia.

Mentre il Presidente della corte pronunciava la sentenza, I’ex Commissario alla difesa dello Stato croato gridava alla corte: “Non sono un criminale di Guerra”, “mi oppongo a questa condanna con disprezzo”, poi ingeriva cianuro di potassio. Vani i tentativi di soccorso da parte dei presenti, di fronte a un giuria in preda a incredulità e sgomento.

Slobodan Praljak, classe ’45, tre lauree: ingegneria, filosofia ed arte drammatica, autore di innumerevoli spettacoli televisivi e teatrali, svolse un ruolo di primo piano dal 91-95 nel sanguinoso conflitto croato-bosniaco. Su di lui, manco a dirlo, l’accusa infamante di “crimini contro l’Umanità”, di genocidio ai danni di civili e minoranze musulmane, in un periodo di disgregazione della ex- Jugoslavia. A suo carico anche la decisione della distruzione del “ponte di Mostar”, simbolo di una delle pagine più drammatiche della guerra tra etnie della Regione Balcanica.

Il gesto tragico di Praljak non può che richiamare alla mente altri suicidi eclatanti come quello del maresciallo Goering durante il processo di Norimberga, del “seppuku” dello scrittore giapponese Yukio Mishima o quello più recente, anche se diverso nella dinamica, del Poeta Dominque Venner.

Tutti questi suicidi hanno in comune il disprezzo verso una giustizia parziale ed il decadimento dei valori occidentali. Sono un atto di accusa contro la “banalità del bene”, contro chi pretende di dividere con l’accetta colpevoli ed innocenti nella storia mondiale, glissando ipocritamente sulle responsabilità di chi comanda.

Gesti come quelli del Generale Praljak sono certamente più nobili di quelli dei governanti che predicano accoglienza e pace ma poi bombardano i paesi costringendo la gente a scappare, di quelli dei cultori del diritto penale internazionale selettivo e strumentale alla diffusione della “democrazia”, possibilmente senza il popolo.

Sono questi i fautori di tribunali ad “hoc” contro i criminali da mettere alla gogna mondiale, delle Norimberga 2.0, dove i vari Milosevic, Mladic e per ultimo Praljak, diventano “mostri” da sbattare in prima pagina per coprire i veri crimini dei dominanti. Una catarsi necessaria per tornare a bombardare il prossimo “dittatore”, che sia esso a Belgrado, Tripoli o Bagdhad.

Un film visto migliaia di volte, con lo stesso copione e la stessa furia “democraticamente corretta”, con una platea narcotizzata dalla retorica umanitaria, incapace di ogni minimo discernimento.

Praljak quindi è un criminale, cosi’ si e’ espresso il Tribunale e magari tra 20 anni o 30 anni assisteremo ad una sua assoluzione, ad un giudizio completamente diverso sui bagni di sangue di quel periodo o semmai meno definitivo. Come quello su Milosevic, “il macellaio dei Balcani”, il novello Hitler, utile a giustificare 72 giorni di bombardamenti su Belgrado. Nel silenzio generale dei media, Slobodan Milosevic sarà scagionato da ogni responsabilità per i crimini di guerra, durante il periodo 92-95, dalla Corte Penale Internazionale per i crimini nell’Ex Jugoslavia.

Sarebbe fin troppo retorico interrogarsi sui responsabili della pioggia di bombe su Belgrado. Il segretario di Stato Albright, che ignorò i tentativi di mediazione di Milosevic per un accordo con le forze occidentali al fine di evitare la guerra in Serbia. Per questa autentica criminale di guerra non ci sarà nessun TPI.

Per arrivare alla storia più recente, ai segretari di Stato americani, Colin Powell ed Illary Clinton che decidevano la distruzione di Iraq e Libia. Per tacere del Presidente Obama, nobel “preventivo” per la pace, responsabile del caos siriano e di vari altri disastri.

Il breve cenno a tali episodi basterebbe per processare i principali leader delle democrazie occidentali per crimini contro l’umanità. Ma i vincitori, benché si macchino delle stesse colpe degli sconfitti, se non di più gravi, si assolvono sempre da soli trovando giustificazioni morali ad ogni nefandezza. Pensate ad un D’Alema, che dopo aver fatto bombardare Belgrado, parlò di ingerenza umanitaria anziché di atto di guerra senza alcuna giustificazione, anche perchè in Serbia, come ha poi mostrato un rapporto Osce, non era in corso alcun genocidio.

il nuovo saggio di Gianfranco la Grassa

gianfranco

Di prossima pubblicazione.

Il saggio in argomento, che non ha ancora un titolo, si divide in due parti, una di teoria (politica ed economica) e l’altra di storia. La parte teorica tratta del pensiero marxiano, delle sue acquisizioni ancora valide, a livello di studio del modo di produzione capitalistico dell’epoca ottocentesca, ma, soprattutto, delle sue previsioni irrealizzate che lo hanno reso inadatto ad interpretare il nostro tempo e la differente articolazione dei capitalismi attuali. Secondo Marx, nelle viscere del capitalismo, nella sua base materiale (la produzione), in virtù dei processi di centralizzazione dei capitali e di socializzazione delle fasi lavorative, si sarebbe formato un soggetto collettivo alleato (dal primo ingegnere all’ultimo manovale) che, preso il controllo delle unità produttive, si sarebbe sbarazzato dei parassiti finanziari, divenuti tali, proprio per le succitate dinamiche, e ormai interessati soltanto a trattare gli scambi finanziari sui “segni” della proprietà. Perso il controllo della produzione, detti rentier, si sarebbero arroccati nello Stato (inteso come insieme di apparati che esercitano egemonia e coercizione) per difendere i propri privilegi ma non avrebbero retto a lungo, perché la nuova classe maggioritaria del General intellect, formatasi nella base materiale della società, li avrebbe spodestati. Pacificamente o con un colpo di mano violento detto rivoluzione. Ovviamente, questa dinamica descritta da Marx non si è concretata nei fatti, pertanto lo studio della società deve mutare di prospettiva. Il saggio apre, infatti, a nuove ipotesi analitiche sui capitalismi moderni che hanno una matrice non più inglese ma americana, chiamata da La Grassa “società dei funzionari del Capitale”. Istanza fondamentale per comprendere la situazione non è più la proprietà dei mezzi di produzione (o il potere di disposizione degli stessi) che struttura il mondo in due classi contrapposte (capitalisti da un lato, operai dall’altro, antagonismi che producevano la famosa disputa Capitale/lavoro creduta essenziale per la trasformazione del sistema), come pensato anche da Marx, ma lo squilibrio incessante del reale che genera conflitti a vari livelli. I più decisivi sono i conflitti tra agenti dominanti che lottano per la supremazia nelle diverse sfere umane: politico-militare, ideologico-culturale, economico-finanziaria. Gli attori non possono immergersi direttamente nel flusso del reale se vogliono incidere sul panorama collettivo. L’attività degli individui (nei gruppi), dei gruppi sociali (nelle formazioni particolari, in definitiva i vari paesi), dei paesi (con i loro Stati, con gli organismi detti internazionali, ecc.) nel mondo (scansione sociale persino più esplicativa di quella in sfere), tende sempre a cristallizzare la “realtà” (una specifica realtà) in un dato equilibrio, perché ogni azione, sempre preceduta da un progetto e dalla fissazione degli obiettivi da realizzare, ha bisogno di creare dei punti di riferimento, dei campi di stabilità, che, per quanto provvisori, sono datati di consistenza e cogenza per una specifica fase. Infatti, vi è sempre un “movimento” nelle viscere della società che alla lunga muta gli equilibri faticosamente raggiunti trascinando i soggetti, agiti da questa corrente, in molteplici tenzoni volte ad imporre la propria visione delle cose, la quale, ovviamente viene ritenuta più giusta ed adeguata di quella in auge mentre chi già detiene il potere lotta per l’esatto contrario, per mantenere la situazione in quelle condizioni storiche e sociali che garantiscono il suo predominio.

La parte storica del testo rilegge, secondo questa chiave interpretativa, alcuni eventi essenziali del passato che ci riguardano da vicino, in quanto Paese inserito nell’area occidentale a dominazione statunitense. Il capitalismo italiano, dopo la sconfitta nella II guerra mondiale, si è sviluppato entro una cornice di rapporti di forza irrigiditi, in cui erano consentiti determinati (ristretti) spazi di manovra. La geopolitica dei blocchi contrapposti Usa-Urss, con l’Italia incastrata nel primo campo, ha condizionato l’evoluzione del nostro capitalismo. In questo quadro di dipendenza dagli Stati Uniti si sono verificati avvenimenti sui quali è bene riflettere, in maniera revisionistica, per cogliere anche le recenti degenerazioni del sistema politico nostrano. Dal ruolo delle imprese statali a quello del capitalismo famigliare (Agnelli, ecc.) la longa manus americana ha influenzato le strade percorse dal Belpaese, dalla fine del conflitto bellico in poi. Spesso queste ingerenze hanno portato agli ammazzamenti o alle sventure di protagonisti della vita politica italiana che avevano idee non collimanti con l’Egemone internazionale su rilevanti temi strategici, economici e politici. In Italia, inoltre, c’era il più grosso partito comunista dell’Occidente che per un pezzo ha seguito pedissequamente Mosca per la linea, benché avesse tradito, sin dalla svolta togliattiana del ’44, la sua vocazione rivoluzionaria. Tuttavia, già dalla fine degli anni ’60 e più decisamente con la segreteria Berlinguer ed il viaggio negli Usa di Napolitano del ’78, il Pci si trasforma in un pachiderma democraticistico e moralistico a disposizione degli americani e sotto l’ombrello Nato. In mezzo ci sono anche il fenomeno brigatista (e di tutta la galassia terroristica dell’ “ultrasinistra”) sul quale La Grassa dà giudizi molto più complessi delle famigerate versioni “dei compagni che sbagliano”, alimentate dallo stesso PCI, o quelle esclusivamente complottistiche che considerano tali gruppi infiltrati e totalmente manovrati dalla Cia, in quanto un ruolo decisivo, soprattutto nella genesi delle Br, viene svolto dai servizi segreti di paesi dell’est (non sovietici). L’analisi lagrassiana attraversa molti avvenimenti cruciali del ‘900, nazionali e internazionali: la Rivoluzione Russa, i fascismi, le grandi crisi economiche, lo stalinismo, il caso Mattei, quello Moro, il golpe in Grecia, quello Cile, il Vietnam, i difficili rapporti Urss-Cina, Kissinger, Nixon e Mao, le ricadute di queste relazioni nei partiti comunisti del globo che si dividono lungo le suddette linee di faglia, tra filo-sovietici e filo-cinesi, fino all’evento chiave del crollo dell’urss, con le conseguenze che provoca sulla geopolitica mondiale, alimentando scossoni non solo nell’Europa orientale ma anche negli stessi “spazi” dell’alleanza atlantica, Italia inclusa. Proprio da noi, agli inizi degli anni ’90, in virtù dei mutamenti dichiarati, scoppia tangentopoli, manovra giudiziaria con inneschi oltreoceanici che spazza via un intero gruppo dirigente, frettolosamente sostituito proprio dai nipotini dei piccisti, ormai dichiaratamente pro-Usa e liberali, e da quella sinistra Dc che, con la linea della fermezza (voluta anche dai comunisti), aveva condannato Moro a morte. L’anomalia berlusconiana (che raccoglie i voti dispersi dei socialisti e degli altri democristiani non di sinistra) impedisce al “disegno” di realizzarsi pienamente ma anche questo elemento di disturbo è divenuto oggi un fattore di decadimento del contesto politico italiano. Dalla crisi libica in poi, B. è diventato un alleato dei malfattori che ci portano alla rovina tra diktat di Washington e di Bruxelles, essendo anche quest’ultima un mero protettorato della prima, come ribadito da Bannon, ,o una creazione della CIA, come chiariscono documenti d’annata venuti a galla. Solo con una corretta interpretazione di tutti questi fatti è possibile orizzontarsi in tutto ciò che accade nella presente congiuntura, sotto i nostri occhi contemporanei che vedono un Paese, una volta dinamico e volenteroso, ridotto a divorare se stesso e i propri figli per allungare la sua agonia sotto il tallone di ferro americano. L’elezione di Trump alla Casa Bianca indica che la superpotenza sta cercando di attuare un mutamento strategico che non sarà privo di conseguenze, laddove l’azione riuscisse, anche in Europa. Ma questa è già attualità che ci riserverà molte sorprese. La lotta per il multipolarismo tra vecchi e nuovi protagonisti della scena planetaria è iniziata da poco ma gli effetti, caotici e destabilizzanti, si vedono eccome. Il monopolarismo americano non può conservarsi come in precedenza perché adesso ha sfidanti assertivi che si organizzano per insidiare il suo primato. E’ questa la massima espressione del conflitto che domina da sempre la società, quella dei paesi e dei loro Stati per l’egemonia mondiale.

ЕС как аванпост против России

europa

Что такое Европейский Союз? Передовой пост против России. Европа сегодня не живет своей жизнью, но она всего лишь инструмент для американцев, которые хотят помешать «восточным» конкурентам.
Эта функция ЕС очевидна на его границах. Соединенные Штаты создали «Новую Европу», освобожденную от бывшей советской империи и присоединенную к НАТО, которая стала элементом нарушения общего равновесия на контингенте. Все попытки России восстановить минимальные дружеские отношения со спутниками прошлой эпохи идут плохо, потому что сразу же между встают янки. И Брюссель даже не имеет возможности наладить какое-нибудь посредничество или придти к компромиссу, чтобы отстранить Вашингтон от своих дел на своей территории.
Как пишет аналитик Сергей Рекеда, «Россия пытается всеми силами преодолеть недоверие своих соседей, но ее дружественные подходы сводятся на нет предрассудками господствующих классов, контролируемых США». Россия обещает экономические инвестиции? Это экономическая оккупация. Хочет построить газопровод? Это энергетическая зависимость. Стремится к политическому диалогу? Это пропаганда или внедрение кремлевских агентов. Те же предложения Белого Дома приветствуются без обсуждения. Они похожи на советы Дон Корлеона, от которых нельзя уклониться. Таким образом, это проводится для развертывания армии НАТО, которая заняла позиции советских войск на Балтике и бывших членов Варшавского договора. Они меняют внешних врагов, которых нужно защищать, но реальными захватчиками оказываются так называемые друзья.
В настоящий момент Европа и Россия являются противниками, но вскоре могут стать еще более враждебными, когда США решат серьезно столкнуть конкурентов амбициями. Однако эта враждебность необоснованна, потому что не русские являются проблемой, но американцы. Если бы Брюссель считал себя независимым центром мировой политики (переход от зонтика НАТО к казачьей шапки не является альтернативой), то он нашел бы свое основное препятствие на пути своих устремлений. Восстановление европейского суверенитета может произойти только в ущерб тем, кто сегодня его сжимает. Я не думаю, что Кремль мешает ЕС развивать большую автономию в принятии решений. Напротив, он протягивает руку европейским Канцеляриям, чтобы облегчить многополярность и разбить американскую униполярную решетку по всему миру. Он, конечно, не делает это только из-за своей доброжелательности к Европе, а для поиска союзника, который прикроет его в битве, направленной на воссоздание более широкой области влияния. Тот, кто находит друга, ослабляет врага или делает его маневры более проблематичными. К сожалению, те, кто управляют Европой, гнут свою линию из-за океана, ставя под угрозу ее возможности. Об этом свидетельствует недавняя европейская стратегическая доктрина. В ней утверждается, что сдерживание — это единственный способ подступиться к великому славянскому соседу, а также содействовать приграничным к ней государствам в их опасениях, которые находят дополнительные предлоги для того, чтобы тянуть деньги из Сообщества и призывать Атлантический Альянс. Это абсурдный способ решения текущих проблем, который отдалит нас от Москвы на решающей фазе, оставляя Европу во власти американских диктатов.
Мы сурово заплатим за эту податливость, поскольку продолжающаяся динамика будет по-прежнему оказывать дестабилизирующее воздействие на геополитическом уровне, несмотря на наши усилия по восстановлению стабильности в привычном международном сценарии. Исторические процессы неизбежно меняют картину глобальных отношений, определяя выживание целых географических районов. Европейцы, похоже, не обращают на это внимание и все еще оборачиваются назад, убежденные в том, что их роль сохранится без изменений. Они являются эмблемой невозможной сохранности. Прошлое не возвращается, но приводит в замешательство настоящее.

Che cos’è l’Unione Europea? Un avamposto contro i russi. Oggi l’Europa non vive una vita propria ma è mero strumento degli americani, i quali vogliono impedire a competitori “orientali”, in accordo con alcuni Stati Europei che ancora non hanno abbassato del tutto la cresta, di insidiare la loro egemonia globale.
Questa funzione dell’Europa è evidentissima ai suoi confini. Gli Stati Uniti hanno fatto della cosiddetta Nuova Europa, quella sottratta all’ex impero Sovietico ed annessa alla Nato o alla stessa Ue, il bastione avanzato dei loro interessi in occidente ma anche un elemento di perturbazione degli equilibri generali all’interno del continente. Tutti i tentativi russi di ristabilire un minimo di relazioni cordiali con i satelliti della precedente epoca vanno in malora perché si mettono immediatamente di mezzo gli yankee. E Bruxelles non ha nemmeno la forza di provare qualche mediazione o compromesso per togliere a Washington l’esercizio di questo strapotere sul suo territorio.
Come scrive l’analista Sergey Rekeda, la Russia prova in tutti i modi a superare la diffidenza dei vicini ma i suoi approcci amichevoli vengono vanificati dai pregiudizi delle classi dirigenti di queste nazioni sotto controllo statunitense. La Russia promette investimenti economici? E’ occupazione economica. Vuole costruire un gasdotto? E’ dipendenza energetica. Si sforza di intavolare un dialogo politico? E’ propaganda o tentativo d’infiltrazione di agenti del Cremlino. Le medesime proposte fatte dalla Casa Bianca, a questi membri giovani e sprovveduti dell’Unione, vengono invece accolte senza alcuna discussione. Sono come i consigli che non si possono rifiutare di Don Corleone. Così è stato per il dispiegamento di uomini in armi della Nato che hanno preso il posto delle truppe sovietiche nel Baltico o tra gli ex aderenti al Patto di Varsavia. Cambiano i nemici esterni dai quali occorre farsi difendere ma l’occupazione reale è sempre dei sedicenti amici.
Al momento, Europa e Russia sono avversarie ma potrebbero presto diventare persino più ostili allorquando gli Usa decideranno di affrontare sul serio le velleità concorrenziali del Cremlino al suo dominio. Questa ostilità è, tuttavia, ingiustificata perché non sono i russi il suo problema ma gli americani. Se Bruxelles si pensasse come centro indipendente della politica mondiale (passare dall’ombrello della Nato al colbacco cosacco non rappresenta un’alternativa) troverebbe come principale ostacolo alla sue aspirazioni Washington e non Mosca. Il recupero della sovranità europea non può avvenire che a scapito di chi oggi la comprime. Non mi pare sia il Cremlino ad impedirle di sviluppare maggiore autonomia decisionale. Anzi, esso tende una mano alle Cancellerie europee al fine agevolare il multipolarismo e rompere la gabbia unipolare statunitense sul mondo. Non lo fa certo per benevolenza nei confronti dell’Europa ma per trovare un alleato che gli copra il fianco nella sua battaglia volta a ricreare una più ampia area d’influenza. Chi trova un amico indebolisce il nemico o rende più difficili le sue manovre tese a a fare altrettanto. Purtroppo, chi governa l’Europa si fa dettare la linea da oltre oceano pregiudicando le sue possibilità. La recente dottrina strategica europea lo testimonia. In quest’ultima si stabilisce che la deterrenza è l’unico modo per approcciarsi al grande vicino slavo e si assecondano le paure dei suoi confinanti che trovano ulteriori pretesti per spillare quattrini alla Comunità o invocare la sicurezza Atlantica. E’ una maniera suicida di affrontare le problematiche in corso che ci separerà da Mosca sui dossier decisivi della fase, lasciandoci alla mercé dei diktat americani.
Pagheremo severamente questa arrendevolezza perché le dinamiche in atto continueranno a produrre effetti destabilizzanti a livello geopolitico, anche in opposizione ai nostri sforzi di ritrovare la stabilità, in un panorama internazionale consuetudinario. I processi storici stanno ineluttabilmente cambiando il quadro delle relazioni globali, mettendo in gioco la sopravvivenza di intere zone geografiche. Gli europei sembrano ignorarlo ed hanno ancora la testa rivolta all’indietro, convinti che il loro ruolo possa preservarsi inalterato. Sono l’emblema di una conservazione ormai impossibile. Però il passato non torna anche se, evidentemente, “frastorna”.

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