Che canaglia, la gente onesta! (Perchè dobbiamo smascherare i 5 Stelle).

GRILLO

 

Anni fa scrivemmo che avremmo voluto vedere i grillini alla prova dei fatti prima di emettere giudizi definitivi sulla loro condotta politica. Esprimemmo, sin da subito, forti dubbi sul loro approccio ideologico ai problemi della nazione, però bisognava attendere lo sviluppo delle situazioni e degli eventi per capire fino in fondo di che pasta erano fatti questi individui. Di fango come tutti gli altri e molto più ipocriti della media. Ora è appurato. Tra gli ortotteri, chi non si è rotto la testa contro il muro della realtà, fatto di diktat e ricatti dall’alto, si è adeguato sveltamente al pantano istituzionale, pur continuando ad eccedere nel frasario moralistico dei tempi dell’innocenza ormai perduta. Ma i richiami all’assolutismo etico, al rigore civico e alla democrazia dal basso, filtrata solo dalla registrazione on line al sito del Capo, si sono mostrati per quello che erano, pure manovre diversive per non mutare la sostanza di certi indirizzi nazionali e internazionali, estremamente dannosi per il Belpaese. Dietro il neopaganesimo del gruppo, intento a sciorinare complotti e a negare dignità alla scienza, si preparavano le autentiche mosse reazionarie degli alti papaveri che lo guidavano e lo guidano tutt’ora, dalle invocazioni alla grande finanza di Luigi Di Maio al filoamericanismo e filoeuropeismo di Beppe Grillo. Il Paese non si cambia ricacciando la gente nel Medioevo, alimentando le paure sul progresso e sostenendo il regresso a pratiche naturalistiche o, addirittura astrologiche, in ogni settore sociale, per favorire i nostri concorrenti stranieri avanzanti nello sviluppo della tecnologia. Questi indizi avrebbero dovuto aprire gli occhi a molte persone che, invece, si sono lasciate incantare dal falso utupismo dei 5 Stelle. Per non dire, della superficialità di tutte quelle campagne mediatiche contro sprechi e ruberie della partitocrazia che sono il risultato, e non la causa scatenante (come erroneamente credono simili Donchisciotte), di una degenerazione epocale derivante dalla perdita di sovranità statale dell’Italia nel contesto mondiale. Si tratta di una decisiva questione politica che non c’entra nulla con la morale e l’onestà-tà-tà-tà degli individui. Infatti, come diceva Croce: “la storia moralistica si estende, prepondera e impera particolarmente nei tempi di sconforto e di disaffezione dall’operosità umana, civile e mondana, e negli animi così afflitti”. Inoltre, alimentando oltremodo questo fariseismo dei principi pudichi nelle questioni di Stato, si sprofonda ancor di più nella degenerazione pubblica e nella sottomissione alle forze esterne alla nazione. Ancora il Croce: “Con la maschera dell’utile pubblico, perfino con quella dell’aiuto che si deve ai miseri, agli umili, agli sventurati, si fondano uffici, vi si prepongono impiegati, si spendono le forze dell’erario; e in realtà queste cose non hanno altra origine e non servono ad altro fine che al vantaggio e alla baldoria di alcuni poco degni individui. Questo carattere di maschera si discopre in tante parti della pubblica amministrazione che sembra quasi che tutto sia maschera, tutto prepotenza, tutto finzione, resa più odiosa da ipocrisia. E i gruppi d’uomini e i partiti politici che nelle loro accuse e invettive strappano queste o quelle di tali maschere, quando poi essi stessi giungono al governo, accrescono lo sfruttamento dello Stato a prò di singoli o semplicemente lo stornano da taluni di costoro ad altri; e le cose procedono come o peggio di prima. « Tutti i partiti si valgono »; « si stava meglio quando si stava peggio »: sono, questi, due degli innumerevoli detti comuni, che tale situazione ispira. La nausea invade i petti; e il tormento che affligge quei contemplatori e quelle anime rette e buone è il tormento dell’impotenza, che vede il danno e la rovina e non trova via di porvi ostacolo e apportarvi rimedio. Meglio non guardare, meglio non pensarci, meglio chiudersi in sé stesso o in una ristretta cerchia di familiari e di consenzienti e di amici. Nel passato e nel presente si osservano moltissimi casi di questo proposito, e della conseguente attuazione, di disinteressamento verso la cosa pubblica. Ma, nel passato come nel presente, si osserva anche che la spinta di quel proposito, dapprima nata da indignazione morale, presto e di necessità si perverte in egoistica; sicché quei moralmente disdegnosi e nauseati si ritrovano, alla fine, nella assai numerosa e poco onorevole compagnia di tutti gli egoisti, che procurano sempre di disinteressarsi dell’universale e provvedere unicamente a sé stessi”.
Come vedete, sono tutte cose già sentite e già vissute. Gli antichi ce lo insegnano, purtroppo inascoltati. La storia si ripete anche se in maniera sempre diversa, nonostante il nuovismo di cui si sentono portatori esclusivi i nostri novelli, e chissà quanto sinceri, Savonarola
E sarebbe anche il momento di finirla con le idiozie sulla democrazia diretta, dal basso, dalla rete ecc. ecc. quale unica soluzione per far risorgere la patria e strapparla dalle grinfie di una classe dirigente incompetente e truffaldina. Non è l’estensione della partecipazione all’uomo della strada che ci salverà dal baratro ma il costituirsi di gruppi dirigenti alternativi a quelli attualmente in auge, in grado di fare massa critica nella società, di costituire blocchi sociali con prospettive di rinnovamento e di conquista della macchina statale, grazie ai quali spazzare via quelli parassitari e asserviti agli Usa e alle altre subpotenze alleate che adesso ci (s)governano. I grillini non sono tra questi, perché predicano il bene pubblico ma invocano il grande capitale straniero e il superstato europeo che sono alla base di tutte le nostre presenti difficoltà ed inquietudini. Con la democrazia pura dei grillini saremmo ancor più sottomessi a quelli che ci hanno già presi per il collo e ci costringono ad una vita miserabile e decadente. Lo sosteneva Lukács quando ancora i pentastelluti non erano nemmeno nati:
“L’illusione che una democrazia pura e formale, entro la quale la voce di ogni singolo cittadino possa esprimersi in ugual modo, sia lo strumento più appropriato per esprimere e rappresentare gli interessi della generalità. Nel quale discorso viene però dimenticato soltanto (e non è poco!) il piccolo particolare che gli uomini non sono individui astratti, astratti cittadini, atomi isolati di un insieme statale, ma sono tutti e senza eccezione uomini concreti che tengono un posto determinato nella produzione sociale, e il cui essere sociale (e mediato da questo anche il loro pensiero, ecc.) è determinato da questa posizione. La democrazia pura… esclude questa mediazione: essa si limita a collegare immediatamente il puro ed astratto individuo con l’insieme statale, considerato in modo altrettanto astratto. Già per questo carattere formale di base della democrazia pura, la società civile viene polverizzata politicamente”.

BASTA ANCHE IL SEMPLICE BUON SENSO, di GLG

gianfranco

1. Non ho intenzione di mettermi a discutere se le stragi di massa, ormai piuttosto frequenti, siano attribuibili a settori islamici o a folli o a neonazisti. Fra l’altro, l’informazione è completamente fasulla ormai, in mano a falsificatori, qualcuno magari anche in buonafede. E comunque, anche se non fosse alterata, ritengo importante, ma fino ad un certo punto, sapere chi ha commesso l’atto stragista. Sia anche chiaro che non giustifico in nulla l’atteggiamento stupidamente buonista (non buono, buonista cioè ipocrita) di tanti “sinistri” che vorrebbero sempre maggiore indulgenza verso i cosiddetti diseredati, accogliendoli in massa. Intanto, non sono affatto i più poveri che scappano dal loro paese poiché hanno ben pagato gli scafisti che li trasportano qui. Inoltre, non si possono accogliere masse di migranti in una situazione di stagnazione strisciante come l’attuale, in cui nei nostri paesi le occasioni di occupazione diminuiscono o cresce il lavoro precario, la richiesta di competenze inferiori a quelle conseguite dai nostri giovani. Non convince la scusa che allora queste occupazioni, rifiutate dai nostri connazionali, possono essere affidate a chi arriva da un altro paese. Sono moltissimi i nostri giovani che accettano soluzioni insoddisfacenti (anche come retribuzione); e semmai dovranno abituarsi ancora di più a tale situazione, non certo però trovare i posti occupati da altri. Si raccontano inoltre balle colossali anche in un altro senso; perché una gran parte dei nuovi arrivati si dà alla malavita o ad organizzazioni di mendicanti, la cui ben scarsa positività sociale era già raccontata nel 1931 nel capolavoro di Fritz Lang: “Il mostro di Düsseldorf”. Gli attuali buonisti di sinistra non lo sanno, ma guarda un po’! Coglioni o maledetti imbroglioni?

Sono poi vivamente irritato dagli stupidi discorsi intorno alla diversità che arricchisce. Arricchisce (e nemmeno sempre) se gruppi di popolazioni diverse s’incontrano senza tuttavia essere sradicati dal loro territorio, dalla loro cultura e modo di vita e via dicendo. L’incontro di diversità è un conto; la mescolanza confusa e indifferenziata impoverisce culturalmente, crea attriti e conflitti, impoverisce e abbrutisce sotto tutti i punti di vista. Gli Usa da quasi due secoli ricevono migranti di tutti i colori e culture. Si è ben visto proprio in questi giorni come si sono ben integrati neri e bianchi, ecc. E gli Usa reggono perché sono ancora, e già da un secolo o poco meno, la più grande potenza mondiale, quella con più ampie sfere d’influenza. Se dovessero conoscere un periodo di vero declino, i loro guai in tema di convivenza sociale diverrebbero traumatici. E poi basta con questa storia dell’amor cristiano, della misericordia, ecc. Serve ormai a minare società già stabilizzate da secoli. Che questo Papa se ne vada al diavolo, seguirlo ci fa andare incontro ad una catastrofe sociale di primaria grandezza. In definitiva, ritengo utile difenderci dalle invasioni, è necessario strabattere “sinistre”, buonisti, pieni d’amore. Sarei d’accordo con chi introducesse misure di difesa dure e poco pietose.

Verrò definito da emeriti irresponsabili e incoscienti fascista? Non m’interessa. So che oggi non c’è più quel fenomeno storico così definito, malgrado alcuni pochi individui (in genere non del tutto normali) che ancora lo coltivino. So invece che dietro il termine antifascista si nascondono i peggiori nemici della nostra civiltà, del nostro modo di vivere, della nostra cultura ormai ridotta ad un colabrodo dove penetra ogni possibile orrore. E desidero ricordare che, anche quando si parla di rivoluzione, non si parla di distruzione di tutto ciò che è stato, di tutto ciò che appartiene alla storia di un popolo. Nel caos di una rivoluzione s’introducono certo anche elementi malsani che vorrebbero fare piazza pulita di ogni e qualsiasi tradizione. Tuttavia, nelle rivoluzioni riuscite, questi settori vengono alla fine ridotti a tacere con mezzi “poco gentili”; e così si salvano le vere rivoluzioni che altrimenti conducono poi al disastro un paese o alla loro ripulsa violenta per poter salvare il salvabile.

2. Ciò premesso – e acclarato che il “fascista”, cioè in realtà l’anti-antifascista, GLG è per difendersi dall’aggressione stragista (da qualsiasi parte venga) e dall’invasione di migranti non soltanto “poveri diavoli” – affermo altrettanto esplicitamente che terrorismo islamico e migrazioni non sono il problema cruciale, in quanto sono effetti di ben altri processi. E sono effetti i cui autori, orientati da altri, vengono magari cambiati; così come il gruppo terroristico sulla cresta dell’onda fu fino all’epoca di Bush jr. Al Qaeda mentre adesso è divenuto l’Isis. Organizzazione finanziata direttamente da Arabia Saudita e Qatar (ma sicuramente anche dalla Turchia almeno fino a poco tempo fa) con alle spalle, tuttavia, gli Stati Uniti. Cosa stia accadendo ultimamente – con l’apparenza di una veemenza dell’Isis contro Erdogan (sunnita come loro) e uno strano golpe militare, mal fatto e non riuscito, in Turchia con chiare connivenze statunitensi – non è del tutto spiegabile con le conoscenze che possiedo. In ogni caso, all’origine di tutto sta la principale potenza mondiale.

Già nell’epoca bipolare, abbastanza cristallizzata malgrado il sorgere e crescere della terza potenza, la Cina, si constatarono talvolta dualismi strategico-tattici nei gruppi dirigenti statunitensi. Per esempio, nell’epoca Kennedy quando vi fu la nota crisi dei missili (sovietici) a Cuba. Fu fatto un grande battage sul pericolo di scontro mondiale e mai si rivelò quanto è assai più probabile che fosse accaduto. Krusciov era in difficoltà ed era l’uomo (cioè il gruppo dirigente) preferito dall’ambiente kennediano per la direzione dell’Urss. Gli si permise di mettere quei missili per contrastare chi all’interno del partito comunista nutriva contrarietà verso i suoi cedimenti in politica estera. Si opposero però altri gruppi Usa, evidentemente forti, e Kennedy fece marcia indietro mettendo il capo sovietico nella condizione di doversi ritirare, scelta che provocò la sua liquidazione nel giro di un anno e mezzo.

Qualcosa di simile accadde all’inizio degli anni ’70 con la mossa Nixon (Kissinger) di aprire alla Cina (e di conseguenza anche al Vietnam) allo scopo di accentuare lo scontro tra le due potenze sedicenti “socialiste”, già avversarie dall’inizio degli anni ’60 (anzi l’urto iniziò subito dopo il XX Congresso del Pcus nel 1956, ma si acuì appunto nel 1963 e anni seguenti). Altri ambienti americani, convinti che fosse meglio non indebolire troppo l’Urss (e non farle perdere l’influenza preminente in Vietnam), organizzarono il Watergate e liquidarono Nixon. Gli Usa dovettero accettare un’umiliazione nel sud-est asiatico e tuttavia gli ambienti in questione, evidentemente, non volevano rafforzare Mao in Cina (forse non compresero bene che l’era maoista stava per finire) mentre probabilmente erano al corrente che in Urss, sotto la cristallizzazione brezneviana, esistevano gruppi kruscioviani che sarebbero tornati alla ribalta, ancora più liquidatori della potenza sovietica, con la corrente gorbacioviana. Difficile dire se questi ambienti statunitensi fecero bene o male i loro calcoli; io continuo a credere che con la mossa di Nixon forse si sarebbe accelerato l’indebolimento sovietico e si sarebbe anticipato l’89-91. Posso però sbagliarmi, non lo sapremo mai.

E’ certo che, con la dissoluzione dell’Urss, gli Usa godettero di un periodo (un decennio o forse un po’ di più) di sostanziale monocentrismo. Indi, iniziò quel movimento multipolare che viviamo tuttora con accentuazione del disordine negli “affari mondiali”. E’ indubbio che vi sono, come al solito, differenziazioni strategiche (o forse sarebbe meglio dire tattiche) all’interno della potenza al momento ancora preminente, ma senza più la possibilità di attribuire vero ordine a nessuna parte del mondo. In particolare, secondo me, l’intero establishment americano sa che l’area di influenza principale per il paese, e per la sua forza ancora prevalente, è quella europea, unificata sotto il suo tallone dopo il crollo dell’Urss. Esso sa anche che la Russia è, nonostante il rafforzamento della Cina, il principale avversario poiché l’influenza cinese in Europa, pur con i vari investimenti di capitali, non può eguagliare quella potenziale russa, che è eminentemente politica e, appunto, “d’area”. In Europa, si notano rispetto ad un tempo malumori e la presenza di settori, molto ridotti ancora, critici verso gli Stati Uniti quali affossatori di ogni nostro possibile ordine, economico come politico. Non parliamo della nostra cultura in via di disfacimento sotto l’assalto delle “modernità” provenienti dagli Usa.

A questo punto, dobbiamo prendere atto che la nostra servitù di europei (in specie occidentali) è lunga di molti decenni e si è nettamente accentuata dopo la fine del mondo bipolare (perfino nell’area sempre stata sotto l’influenza americana). Dovremmo certo avere il coraggio di difenderci dal terrorismo, dalla massiccia invasione di altri popoli, ma questi sono eventi inevitabili fin quando non avremo sconfitto il nemico principale, cioè appunto l’asservimento di cui sopra. Il pericolo fondamentale che ci sovrasta proviene dagli Stati Uniti; e a causa di tutte le sue strategie, della politica di tutti i suoi diversi “ambienti”, che comunque saranno sempre alla ricerca del mantenimento della supremazia mondiale; senza la quale, quel paese corre il rischio di disfarsi. Smettiamola di rimanere attoniti davanti alle trombonate di Trump. Intendiamoci bene, mi farebbe piacere che vincesse lui contro la Clinton. Qualche “novità” potrebbe pur esserci; tuttavia, non cominciamo a credere che andremmo incontro al nostro affrancamento né alla fine di un conflitto multipolare che, pur tra sinuosità e giri e rigiri vari, andrà ineluttabilmente accentuandosi.

Gli Stati Uniti non sono però in pappe come qualcuno crede o comunque con le idee confuse, con sulla groppa una serie di fallimenti delle loro operazioni. Hanno creato un gran disordine, ma questo si sta riversando soprattutto in Europa, l’area che deve essere tenuta alle loro dipendenze e che dunque non deve veder crescere forze con idee troppo chiare di liberazione dalle stesse. E tale disordine tiene pure all’erta e in parte in scacco la principale avversaria, la Russia; e forse la costringe anche a qualche sotterraneo “pourparler” con gli Usa, che ne diminuisce la forza e soprattutto frappone ostacoli a suoi possibili rapporti con certi paesi europei. Quindi gli Stati Uniti non solo finanziano forze politiche e culturali apertamente filo-americane, ma anche altre che emettono brontolii, che li tirano talvolta in ballo come organizzatori di manovre contrarie ad ogni nostra autonomia, sempre poi ricadendo nella critica più netta alla Germania, paese che certo ha grandi torti ma in funzione della subordinazione europea ai prepotenti d’oltreoceano.

Quella che viene ancora detta “sinistra” è da sempre – e oggi con nuove svolte ulteriormente peggiorative – la forza più filo-americana che ci sia in Europa. E’ quella che attacca tutti gli altri come fascisti, razzisti, xenofobi e chi più ne ha più ne metta; ed è la raccolta dei peggiori servi. Non c’è nemmeno inizio di una speranza di affrancamento se non la si distrugge fino all’ultimo suo dirigente. Quanto a quella che viene detta “destra”, è a volte più ambigua, ogni tanto critica direttamente gli Usa, ma sempre con poca forza e spesso dirottandosi verso il cosiddetto “maggiordomo” del padrone. Direi poi che le sue “rimostranze” si sono assai indebolite negli ultimi tempi, salvo alcune lodevoli eccezioni, che non mi sembra possano fare testo. La conclusione è quindi al momento poco confortante. Certamente, non accettiamo buonismo, misericordia, pietà, verso chi ci uccide. Tuttavia, si deve combattere in primo luogo la causa di tutto ciò, situata nel paese più volte nominato.

 

I fondamenti dell’idea di nazione a partire dal punto di vista del pensiero liberale e del decisionismo giuridico.

confl

 

Bozza preparatoria per l’intervento al seminario di Bologna rielaborata con alcune aggiunte.

La tradizione del liberalismo continentale europeo trova nella conferenza su La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni di Benjamin Constant, tenuta nel 1819 all’Ateneo di Parigi il suo manifesto classico fondativo.  Per quanto riguarda l’aspetto concernente la tematica della nazione e quindi gli elementi storico-genetici che connettono le idee liberali alla tradizione del costituzionalismo giuridico un ruolo altrettanto decisivo è svolto dal testo della conferenza di Ernest Renan alla Sorbona, del 1882, dal titolo  Qu’est-ce qu’une nation? All’inizio Renan elenca le varie tipologie di formazioni storico-politiche a partire dai “grandi agglomerati” come gli antichi imperi orientali caratterizzati da una  centralizzazione dispotica; seguono i “gruppi tribali” come gli Ebrei e gli Arabi, le città-stato (polis), gli imperi plurinazionali, le comunità religiose e quelle etno-linguistiche ed infine gli Stati-nazione moderni con le varianti delle loro aggregazioni in federazioni e confederazioni. Il punto di partenza del suo discorso si basa sull’affermazione che l’etnia, intesa come ethnos e come “razza”, non definisce quell’entità coesa determinata territorialmente come insieme di individui (popolazione) che chiamiamo nazione. I gruppi etnico-linguistici non si identificano con i “popoli realmente esistenti”. Il periodo antico e medioevale europeo caratterizzato dalle scansioni che, a partire dalla caduta dell’Impero romano d’occidente, hanno poi visto la “restaurazione” di Giustiniano e l’ascesa e il declino del Sacro Romano Impero carolingio trova la sua risoluzione con l’avvento delle monarchie nazionali assolute agli albori della modernità. A quel punto

<<l’Europa occidentale (e poi anche il resto d’Europa) appare divisa in nazioni [Stati-nazione].>>

Questo tipo di formazione politica appare, quindi, a Renan come un fatto sostanzialmente nuovo, a partire dal quale si è creato un contesto nel quale ogni struttura sovrana territoriale-popolare ha stabilito relazioni conflittuali con le altre, senza che nessuna di esse fosse in grado di assumere una stabile supremazia. Gli imperi asiatici – tra i quali, a partire da Hegel, poteva essere incluso anche l’antico Egitto e la civiltà degli Incas – erano invece

<<greggi guidate da un Figlio del Sole o da un Figlio del Cielo (nel caso della Cina)>>.

In queste società secondo lo schema hegeliano “uno solo era libero” anche se l’assoluta “trascendenza” dell’Imperatore era importante prevalentemente a livello simbolico per garantire e mantenere l’unità del corpo politico e l’assoluta centralizzazione della comunità “organica” così costituita. In questa struttura  avevano, infatti, un ruolo fondamentale i funzionari amministrativi (scribi e sacerdoti) ed esecutivi (nobili e guerrieri) attraverso i quali si pianificavano le attività economico-produttive e la redistribuzione dei beni prodotti. Nell’antichità classica greco-romana la partecipazione dei cittadini (individui liberi) alle faccende politiche, secondo Renan, aveva portato alla sostanziale mancanza di uno stabile apparato amministrativo fino all’avvento delle istituzioni imperiali a Roma. In precedenza le repubbliche e monarchie municipali e le confederazioni di repubbliche locali avevano garantito la più grande partecipazione del popolo agli affari pubblici ma anche una debole coesione dell’apparato amministrativo-burocratico. Prima dell’Impero romano l’Europa occidentale era formata da “agglomerati di popolazioni, spesso coalizzate tra loro, prive di istituzioni centrali e dinastie”. Solo con l’Impero di Roma ci si avvicinò alla formazione di qualcosa che poteva essere definita “patria”. La “dominazione romana” portò così, dopo le guerre di conquista, a

<<una grande associazione, sinonimo di ordine, pace e libertà. Con essa si stabilì la Pax romana che si contrapponeva alla minaccia esterna dei popoli nomadi (i Barbari)>>.

Ma un impero esteso come quello romano non poteva portate alla formazione di uno Stato, nel senso moderno del termine. Il vero cambiamento ebbe inizio a partire dalle invasioni germaniche che stabilirono i due fondamentali pilastri del sistema dinastico e del predominio di una aristocrazia militare. Il sistema feudale, con lo spezzettamento del territorio in piccole unità economico-politiche quasi autonome, impedì lo stabilizzarsi delle prime formazioni statali. La Francia, la Burgundia, la Lombardia, la Normandia e poi l’Impero franco-carolingio vissero perciò, nell’Alto Medioevo, una persistente situazione di instabilità e di crisi. Ma piano piano, attraverso questo travagliato processo, presero forma i primi embrionali coaguli che avrebbero portato agli Stati-nazione assoluti di Francia, Inghilterra e Spagna e successivamente – con il superamento della Respublica Christiana e il declino dell’Impero e della Chiesa come entità almeno formalmente sovra ordinate agli Stati – anche all’unificazione di Germania e Italia. Renan poi contrappone il processo che caratterizzò l’Impero turco-ottomano – in cui convivevano Turchi, Slavi, Greci, Armeni, Arabi, Siriani e Curdi e in cui non si realizzò mai una autentica integrazione perché le identità linguistiche e religiose mantennero sempre la loro autonomia  seppure, in alcuni periodi, in un clima di sostanziale reciproca tolleranza – a quello che si manifestò  nell’occidente cristiano. In occidente, infatti, i vincitori, per lo più, adottarono la religione dei vinti: il cristianesimo. I conquistatori spesso rinunciarono anche alla loro identità linguistica così che in Italia, Francia e Spagna adottarono un “idioma romanzo”. Tra  i barbari conquistatori le donne erano in netta minoranza e alla lunga questo risultò un fattore importante di integrazione. In Inghilterra, viceversa, i matrimoni misti risultarono meno necessari e anche il latino non si diffuse molto tra i popoli invasori. Renan ritiene che in Francia nel periodo successivo al regno di Ugo Capeto le differenze etniche avessero perso quasi tutta la loro importanza e i “francesi” si differenziassero prevalentemente in verticale con i due estremi rappresentati dai nobili e dalla plebe rurale. Anche nelle zone oggetto delle  conquiste normanne si verificarono fenomeni di rapida integrazione etnica sotto la guida di un ceto nobiliare particolarmente portato alla guerra e ad enfatizzare il patriottismo. La progressiva diffusione di una mentalità che giustificava ed accettava come necessari i fatti di violenza, i conflitti e le guerre che erano stati alla base della fondazione dei nuovi Stati portarono progressivamente alla formazione di una cultura nazionale con la relativa mitizzazione degli eventi fondativi. In maniera realistica bisogna riconoscere che la tirannia e la giustizia sono entrambe necessarie per la nascita e la durata degli stati. Viceversa l’enfatizzazione delle identità religiose come nel caso dell’Impero turco-ottomano ha portato alla rovina del Medio Oriente. L’impero asburgico, invece, bastione di frontiera tra l’occidente e l’islam, ha mostrato la sua debolezza nella persistenza di tradizioni, linguaggi e costumi (ethnos e ethos) diversificati tra le sue varie nazionalità: tedesca, boema, ceca, magiara, slava e austriaca. Comunque all’origine della creazione delle varie identità nazionali sono risultate decisive dinamiche politico-militari del tutto contingenti mentre nei casi in cui è prevalsa la disgregazione è stata la frammentazione etnica, linguistica e religiosa che ha determinato il fallimento di quel processo che avrebbe portato alla costituzione di un blocco nazionale coeso. Ma in definitiva

<<in che cosa il principio delle nazionalità differisce dal principio delle razze (etnico) ? >>

Alcuni teorici della politica affermavano che

<<una nazione è innanzitutto una dinastia, alle cui spalle sta una antica conquista prima accettata e poi dimenticata dalla massa del popolo.>>

In molti casi, afferma Renan, il vincolo che mantenne uniti per un periodo più o meno lungo vincitori e vinti risultò essere quello dinastico ovverosia, specifichiamo noi, una egemonia connessa al prestigio di una élite dominante detentrice di strumenti di coercizione militare. Ma non sempre è così: Svizzera e Stati Uniti che si sono formate come agglomerazione di aggiunte successive non “hanno alcuna base dinastica” e comunque gli Stati-nazione consolidati ed economicamente e culturalmente coesi riescono, per lo più, a sopravvivere alle crisi “dinastiche”. Con il XVIII secolo, poi, la patria e la cittadinanza, in se stesse, divengono elementi decisivi di identificazione e coesione nazionale: il diritto “dinastico” lascia progressivamente posto al principio nazionale. Su che cosa risulta fondato allora il principio e il diritto nazionale? Sappiamo bene che spesso si è messo in primo piano il “criterio etnico”. Il principio etnico può portare a guerre di conquista verso territori abitati da “consanguinei” ma, osserva lo studioso francese, “il diritto primordiale delle razze è un errore gravissimo”. E difatti già con l’Impero romano il principio etnocentrico era stato falsificato: fondata dalla violenza, mantenuta dall’interesse, la Pax romana era diventata una unione di cittadini e stranieri tenuti assieme da un ordinamento giuridico universalistico. Ad esso si aggiunse il cristianesimo con il principio della eguale dignità e “personalità” di tutti gli esseri umani di fronte a Dio. Neanche le invasioni barbariche né Carlo Magno seguirono il principio etnico. Queste formazioni pre-statuali erano basate sui rapporti di forza e infatti la Francia dei capetingi e altre grandi nazioni si sono sviluppate proprio negando le identità dei numerosi gruppi etnici che le avevano originariamente popolate. Ogni gruppo etnico, tra l’altro, è una famiglia ben distinta nella specie umana che, però, si costruisce effettivamente solo nella storia, come unità culturale e linguistica. Rispetto a questa il rapporto stabilito dal legame biologico (fisiologico, genetico) appare incerto e sostanzialmente indecifrabile.

<<La razza come la intendiamo noi altri storici è dunque qualcosa che si fa e si disfa e per questo non può essere applicata in politica visto il prevalere nei gruppi sociali del “sangue misto”.>>

Anche la “lingua” comune invita ma non forza ad unirsi, come nel caso dell’America Latina e della Spagna oppure di Stati Uniti ed Inghilterra, mentre in alcuni Stati, tipo la Svizzera, possono coesistere anche tre o quattro idiomi. La volontà, la volontà “di stare insieme”, è superiore alla “lingua” a patto che non vengano prese iniziative che mirino ad una unità linguistica forzata. Le “lingue” non stanno in corrispondenza diretta con le etnie: “le lingue sono  formazioni storiche che non c’entrano con l’unità di sangue”. Così scrive Renan:

<<Non abbandoniamo questo principio fondamentale: che l’uomo è un essere ragionevole e morale prima di essere racchiuso in questa o quella lingua o essere membro di questa o quella razza e partecipe di questa o quella cultura>>.

L’approccio universalistico liberale-borghese si esprime nella convinzione che prima della cultura nazionale c’è la “cultura umana”. Per quanto riguarda le religioni e i riti essi all’inizio erano legati alla famiglia, poi alla città e allo Stato; a Roma la religione di Stato divenne un problema politico e chi la attaccava veniva perseguito e perseguitato. A partire dalla modernità e dalla Riforma la religione è diventata una “questione personale, riguarda la coscienza di ognuno”. La comunanza di interessi non costituisce una nazione e lo Stato che ne comprende una o più d’una (comunità), se è un vero Stato, non è, quindi, soltanto una unione commerciale. Nemmeno la geografia e i confini naturali stabiliscono un criterio fondante per la costituzione di una realtà nazionale ma essi vengono, a volte, usati come una scusa per intraprendere azioni politiche e militari determinate da strategie che hanno lo scopo di accrescere la  potenza.

<<Una nazione, un popolo, è un principio “spirituale”, prodotto dalle profonde complicazioni della storia, una famiglia “spirituale” e non un gruppo determinato dalla configurazione del suolo>>.

Il principio “spirituale” che si chiama nazione sussiste perché è presente una comune

<<eredità di ricordi e il desiderio di vivere insieme, la volontà di mantenere indivisa l’eredità ricevuta e le glorie del passato da prolungare nel futuro>>.

Una coesione culturale, di mentalità (ideologia) e modi di vita è quella che costituisce la nazione in senso etico-politico mentre solo in un secondo tempo si può valutare l’importanza di dogane in comune, frontiere conformi ai principi strategici, “razza, “lingua”. Una autentica nazione si fonda sulla solidarietà per i sacrifici compiuti e per quelli da compiere e sul consenso per mantenere questi impegni e restare uniti. Ma i gruppi esterni o esterni allo Stato rimangono uniti o vengono attratti da esso solo se gli abitanti di un territorio, mediante un voto, manifestano la loro volontà in questo senso. Renan pensava che gli Stati-nazione europei potessero evolvere verso una forma confederale ma, con una sorta di preveggenza, nutriva forti dubbi sul valore e sui risultati di simili iniziative. Gli Stati-nazione devono tutelarsi contro i propositi di secessione arbitrari; in questo senso, mi sembra, egli ritiene che essi debbano risultare legittimi, ovverosia conformi a norme universali di diritto e quindi non sottoposti a decisioni che, seppure prese legalmente, sulla base di iniziative della maggioranza della popolazione,  vengano determinate da umori contingenti di forze sociali manipolate e manipolabili. Enfatizzando l’elemento etico Renan ripete:

<<La Nazione è una grande aggregazione di uomini, sana di spirito e generosa di cuore, con una forte coscienza morale>>.

Essa è, pur tuttavia, anche identificabile tramite una popolazione che risiede permanentemente in un determinato territorio così che l’appartenenza di un suolo ad un determinato popolo, per tradizione, sarebbe un fattore determinante dell’identità nazionale.

Secondo il filosofo e studioso Mario Albertini la nazionalità si fonda sulla fedeltà e sulla “identificazione” degli individui con essa. Esisterebbe una “nazionalità naturale” legata al territorio e alla “lingua” e una “nazionalità artificiale” basata sull’attaccamento al territorio, alla lingua e alle origini comuni e fondamentalmente tesa a svilupparsi in un area più vasta della prima. Albertini partiva da una ideologia di tipo federalista che ipotizzava una “supernazionalità” spontanea dei popoli a partire dalla Respublica Christiana del medioevo e dalla successiva cosiddetta “repubblica europea dei letterati”. In realtà il principio federale e confederale è sempre subordinato a quello statuale: esso ha valore soltanto quando è inserito in una formazione politica coesa capace di esercitare egemonia, “ordine” e “sicurezza” all’interno e forza espansiva verso l’esterno.

Mises osserva che, in Renan, Nazione e Stato risultano praticamente sinonimi. La nazione nasce dalla volontà degli uomini di vivere insieme in uno “stato” comune, ovvero dal diritto inalienabile delle popolazioni di decidere autonomamente del proprio destino. Ma il diritto all’autodeterminazione di cui parla Renan non è un diritto all’autodeterminazione delle comunità linguistiche bensì degli individui. In ossequio ai fondamenti del liberalismo Renan non dà peso alle minoranze e alle migrazioni nazionali, ma, piuttosto, alla volontà di un popolo,  che pur risultando delimitato da una autorità statuale, può essere  inteso sempre e solo come una somma di “liberi individui”.

***

Nel suo saggio Appropriazione/Divisione/Produzione del 1953 Carl Schmitt inizia con alcune precisazione etimologiche e terminologiche. Le parole tedesche  Nehmen e Teilen hanno il significato rispettivamente, a partire dal fatto dell’appropriazione, di “prendere” e “divisione” con riferimento al concetto di “partecipazione”. Weilen, invece, rimanda all’idea di “produzione”, a partire del significato arcaico di “pascolare”, con allusione ad un originaria economia nomade riferita alla tradizione germanica antica. Il termine greco Nomos si riferisce normalmente alla nozione di “legge”, come legge scritta oppure come costume e/o consuetudine; la parola si oppone anche a Physis in quanto caratterizzante ciò che ha “valore”. In quanto derivata dal verbo Nemein la parola Nomos ha, però, le sue radici  in un concetto almeno apparentemente molto diverso come  “prendere”, “conquistare” e da qui il suo collegamento con il termine tedesco Nehmen. L’associazione del verbo Nemein e di Nomos, secondo Schmitt, può essere collegata, per analogia, a Legein e Logos, con i loro corrispettivi tedeschi Sprechen e Sprache, i cui  significati sono traducibili sostanzialmente con “parlare” e “lingua”. Il Nomos sembra possa essere letto, perciò, come la “parola” che sanziona e stabilisce formalmente il momento dell’appropriazione e della conquista. Così Schmitt afferma:

<<Nomos significa, quindi, prima di tutto l’appropriazione (Nahme)>>.

Dal verbo greco Nemein – e dalle parole tedesche Nehmen, Nahme – nel senso di cui sopra proviene, in secondo luogo, lo “spartire”, il “dividere” (Teilen) e da questo anche il “distribuire” e, in ultima istanza, il “giudizio” come “fatto” sociale (Ur-Teil) ed il suo risultato.  Schmitt introduce, poi, una lunga citazione da il Leviatano di Hobbes:

<<La nutrizione di uno Stato consiste nell’abbondanza e nella distribuzione delle materie che servono alla vita. Diritto e proprietà sono una conseguenza di questa distribuzione – e questo ben conoscevano gli antichi, i quali chiamavano Nomos, cioè distribuzione (Verteilung, distribution), quello che noi chiamiamo diritto (law) e definivano come giustizia (justice) il distribuire ad ognuno il proprio Nomos e quindi il diritto e la proprietà, cioè la parte di ciascuno ai beni della vita>>.

Ma, in terzo luogo, da Nemein deriva ancora la nozione del coltivare/produrre (Weiden), del lavoro produttivo fondato sulla proprietà personale. La giustizia commutativa (l’acquisto, lo scambio) e quindi l’eguaglianza formale degli attori nel mercato presuppone una proprietà che nasce, secondo uno schema che rimanda al diritto naturale, da una divisione “primitiva” coordinata con una corrispondente produzione. Da Nemein “derivano”, quindi, i fenomeni economico-sociali del coltivare, dell’agire economicamente, dell’utilizzare, del produrre così che si può dire che in ogni ordine giuridico e sociale organizzato politicamente si è preso, diviso e prodotto. Questi atti sociali sono il fondamento – in un approccio, diverso da quello schmittiano, denominato comunemente col termine “istituzionalismo” – di quell’agglomerato di istituzioni reali ed effettive che vengono tenute assieme dal potere statuale e che sono caratterizzate da un  corpo sociale, da una organizzazione gerarchica e da un sistema normativo disciplinante il funzionamento delle istituzioni stesse. Comunque, a questo punto, Schmitt si domanda:”Dove e come si svolgono gli atti del prendere, dividere e produrre?” Fino al XVIII secolo e alla Rivoluzione Industriale si pensava che l’appropriazione dovesse precedere la “divisione” e la produzione. L’appropriazione veniva intesa come un atto eminentemente politico: essa si presentava come guerra verso l’esterno e come messa al bando, privazione di diritti, spoliazione nei conflitti interni ai vari corpi politici statuali. Essa si presentava come una serie di azioni esercitate tramite la forza coercitiva e, quindi, come un processo  non particolarmente differente da quello che caratterizzava l’accumulazione originaria vista all’interno della teorizzazione marxiana. Successivamente, secondo Schmitt, tutti gli ordinamenti e i rapporti giuridici concreti che conseguivano all’acquisizione della terra “sorgono solo dalla divisione, dal mio e il tuo delle stirpi, tribù, gruppi e individui”. Nell’antichità e nel medioevo anche la “divisione” si presenta come un atto di forza, nella forma di guerre e conquiste spesso determinate nel loro risultato dalla “sorte” e culminanti in un ideale “giudizio di dio”. A proposito del colonialismo e dell’imperialismo Schmitt riferisce che per Chamberlain essi rappresentavano la soluzione della questione sociale mentre in Lenin l’appropriazione così intesa doveva essere considerata come un atto di predazione e usurpazione. In maniera corrispondente il socialismo viene qui inteso, non del tutto scorrettamente dal suo punto di vista, secondo una formula pseudo-leniniana che l’interpretava come “sviluppo delle forze produttive, pianificazione ed elettrificazione”. Liberalismo e socialismo darebbero il primato, entrambi, alla produzione e alla distribuzione. Lo sviluppo delle forze produttive “libere”, o “centralizzate”, comporterebbe un aumento tale della produzione, e quindi della massa dei beni di consumo, che porrebbe termine ai conflitti “violenti” per l’appropriazione e al problema dell’equità della “divisione”. In questa ottica, liberale e socialista ad un tempo secondo Schmitt, lo sterminato aumento della produzione mediante la tecnica – ma sarebbe meglio parlare di tecnoscienza – relegherebbe l’”appropriazione” a una sorta di residuo atavico del diritto primordiale di preda, retaggio di una età di miseria. Nel liberalismo, tramite l’aumento delle produzione e del consumo, si risolverebbe la questione sociale mentre nel comunismo, come compimento del socialismo, il telos sarebbe rappresentato dall’aspirazione ad una giusta divisione e distribuzione, ad una redistribuzione che può essere resa possibile solo da una sovrabbondanza di beni. Al di là delle utopie sulla fine della “scarsità” rimane comunque da affrontare un reale problema di divisione e redistribuzione che mette in gioco anche la possibilità di limitazioni e regolazioni dei diritti dei privati alla proprietà, in senso egualitario, partendo da processi politici “democratici” in cui la partecipazione della maggioranza dei cittadini – compresi i membri di gruppi normalmente “esclusi” –  alle decisioni politiche avrebbe un ruolo decisivo. Schmitt inizia poi un breve excursus descrivendo alcuni aspetti dei movimenti socialisti a partire dai cosiddetti “utopisti”. Fourier vede la possibilità della  realizzazione di una società di giusti e eguali per mezzo di una organizzazione (falansteri) che permetterebbe la realizzazione di una produzione illimitata fondata su uno sviluppo tecnoscientifico incessante. In Proudhon, viceversa, prevale il moralismo, così che la giustizia troverebbe la sua realizzazione in una redistribuzione della proprietà in piccole quote permettendo, perciò, ai lavoratori di rimanere autonomi come liberi produttori – nell’illusoria ipotesi che la piccola produzione mercantile possa permanere indefinitivamente – premiando per l’appunto la laboriosità a detrimento degli oziosi parassiti e dei rentier. Di fronte a questi cosiddetti utopisti si pone Marx che porterebbe avanti la tesi dell’irrazionale tendenza del capitalismo a non redistribuire beni e servizi nonostante che i rapporti di proprietà siano ormai divenuti obsoleti a causa dell’aumento rapido e continuo della produzione. In Marx sarebbe presente, però,  anche l’idea dell’appropriazione che si presenta, in effetti, nella  forma della riappropriazione a spese dei rentier parassitari. A questo rivoluzionamento seguirebbe una “divisione” e una produzione adeguata e conforme. Così in Marx il momento decisivo è rappresentato dalla “espropriazione degli espropriatori” ovvero dalla “appropriazione industriale” e dalla riconquista del possesso dei mezzi di produzione da parte della massa dei lavoratori.  In maniera molto acuta Schmitt pone, poi, un problema che è stato sviluppato in maniera notevole da La Grassa nella sua rivisitazione critica del pensiero di Marx:

<<Tuttavia, tutti i sistemi economici e sociali costruiti sulla base della mera produzione contengono in sé qualcosa di utopico. Se davvero non vi sono altro che problemi di produzione e la semplice produzione dà origine ad una tale ricchezza e a possibilità di consumo così estese che né l’appropriazione né la divisione costituiscono più alcun problema, in tal caso vien meno la stessa attività economica come tale, poiché quest’ultima presuppone sempre una certa scarsità>>.

Un’ altra tesi errata già considerata dal giurista tedesco e che viene in qualche modo riproposta anche nel nostro periodo storico, in quanto caratterizzato dalla mondializzazione e dalla globalizzazione – anche se dominate in questa fase da conflitti multipolari che dimostrano la debolezza della lettura liberale e “cosmopolitica” dei fenomeni suddetti – concerne l’idea che l’”appropriazione” perda d’importanza con l’espansione globale delle relazioni capitalistiche che porterebbero, nell’ottica della  retorica liberale classica, a sviluppare una “cooperazione competitiva” in un “sistema commerciale universale” . Nel marxismo questa tesi era, in certo qual modo, esemplificata negli scritti di Rosa Luxemburg ma più in generale essa appare alimentata da una visione che interpreta il conflitto per la supremazia come un effetto di relazioni estrinseche tra forze separate e irrelate che solo casualmente entrano in contrasto. Lo squilibrio incessante, come afferma La Grassa, caratterizza invece tutte le dinamiche di lotta che vengono a generarsi tra gruppi e comunità di individui, statuali o sub-statuali che siano, così che il momento del Nomos – come legittimazione ad intraprendere un azione di ostilità nei confronti dell’avversario per la supremazia economica, territoriale e politica – viene a fondersi con l’agire “politico” in quanto momento che stabilisce la distinzione tra il nemico privato (inimicus) e quello pubblico (hostis). Nel  primo tipo di conflitto, quello “privato”, viene a svilupparsi una competizione per quote di mercato, in un ambito solidale di accettazione di regole (e violazione implicite delle stesse) comuni, che vede la centralizzazione dei capitali come risultato di una dinamica impersonale nella quale i soggetti giocano una partita in cui anche gli sconfitti accettano le regole del gioco. All’interno degli Stati-nazione succede però, in determinate congiunture,  che quelli che erano soltanto dei nemici privati, a seguito di varie coalizioni tra loro, e successivamente all’acutizzazione di svariate tipologie di conflitti si trasformino l’uno rispetto all’altro in “nemici pubblici”, in nemici dal punto di vista “politico”. I gruppi sociali dominanti all’interno di una formazione sociale particolare difficilmente sono individuabili nelle loro interrelazioni, che implicano schieramenti potenzialmente conflittuali, sino a quando non si faccia avanti una situazione di antagonismo estremo. Solo quando si entra nella situazione in cui il contrasto diventa quasi una “guerra civile” (quella che Agamben analizza a partire dalla parola greca stasis) i gruppi e le coalizioni sociali assumono una forma e una visibilità politica e gli attori del conflitto, che prima si potevano stimare solo in “potenza”, diventano protagonisti dell’atto “politico” decisivo (per la supremazia). Riassumendo, di passaggio, alcune osservazioni tratte da una recensione al suo saggio, intitolato Stasis. La guerra civile come paradigma politico, ricordiamo che il termine stasis, secondo la lettura di Agamben, risulta all’inizio particolarmente ambiguo perché va ad indicare tanto il concetto di immobilità, stabilità e mantenimento dello status quo, quanto quello di sedizione, rivolta e infine rivolgimento politico. Nella sua prima accezione, il termine giunge fino ai nostri giorni nelle forme note di stato ed istituzione (entrambi derivando, come lo stesso termine stasis, dal radicale “–sta” del verbo greco hìstemi [N.d.R. Da internet:<<Lo “stare contro”(contrasto) nei significati di opporsi e resistere ha nel verbo latino sto, stĕti, stătum, stāre, stare ritto in piedi, essere al proprio posto, e nel greco ίστεμι histemi sto, mi trovo.., una interessante chiave di lettura>>]. Agamben arguisce però che nel suo secondo senso, il lemma ricade di fatto in una forma di ambiguità concettuale, in base alla quale la guerra civile esulerebbe tanto dall’oikos (ossia dal focolare domestico), quanto dalla pòlis (ossia dalla collettività urbana). Essa sarebbe quindi la zona di indifferenza tra lo spazio impolitico della famiglia e quello politico della città: «nel sistema della politica greca, la guerra civile funziona come una soglia di politicizzazione o di depoliticizzazione, attraverso la quale la casa si eccede in città, e la città si depoliticizza in famiglia» (p.24). In definitiva, la stasis opera come un reagente che rivela l’elemento politico nel caso estremo, ossia come una soglia di politicizzazione che determina di per sé il carattere politico o impolitico di un certo essere. Schmitt comunque ribadisce che le costituzioni politiche, e quindi lo stesso potere costituente, si intrecciano e derivano dall’appropriazione in quanto fenomeno “primario” per cui lo stesso divenire storico non sarebbe altro che il progresso nei mezzi e nei metodi dell’appropriazione. Lo stesso Stato amministrativo – uno dei quattro tipi ideali di Stato secondo il pensatore tedesco – rispetto al quale lo “Stato sociale” rappresenterebbe solo una specificazione, presuppone l’appropriazione di ciò che, poi, viene redistribuito. La relazione e il legame tra il “politico” e il Nomos, intesi nel senso di cui sopra, si oppone al modello dello Stato legislativo inteso come Stato di diritto nella tradizione liberale classica.  La legalità, considerata come mera procedura e forma, nel momento in cui surdetermina l’atto politico in quanto creatore ed effetto, ad un tempo, di ogni ordinamento legittimo, impedirebbe l’affermarsi della democrazia “sostanziale” la quale presuppone che il popolo-nazione si presenti come una entità omogenea. La democrazia “identitaria”  così intesa, quando si “realizza”,  promana da una autorità che “trascende” le singole volontà individuali – in quanto  transustanziazione mistica della nazione “una” e “unica” – e tale da risultare, a tutti gli effetti, un potere legittimo che si afferma come indiscusso e indiscutibile agli occhi delle masse.  Ma nell’epoca della fine della filosofia, e in particolare della filosofia politica, il politico, inteso come “guerra” per la supremazia e il potere, ha spazzato via ogni ricerca problematizzante di senso legata a considerazioni razionali sul valore dei vari regimi politici ritenuti possibili e/o auspicabili. La politica, come scienza, deve ormai partire dalla contrapposizione tra gruppi sociali alleati tra loro che rappresentano l’antagonista nella modalità del nemico “pubblico” (hostis). Il sistema globale capitalistico a predominanza Usa ha ancora bisogno, però, dell’enorme copertura ideologica in cui viene affermato come dogma la presunta congruenza e armonia prestabilita tra diritto e legge, giustizia e legalità, contenuto e procedura. Questo “corpus” dogmatico viene portato avanti dal pensiero giuridico dominante e dagli estensori e cultori del sistema internazionale dei diritti umani “sacri e inviolabili”. Per concludere e riallacciandomi alla parte iniziale di questo discorso proponiamo la tesi che la nazione – all’interno di uno Stato con gruppi sociali diversi per cultura, lingua, etnia, ecc. – si coagula e costituisce divenendo un popolo solo quando una maggioranza, formatasi storicamente, della popolazione, stabilisce che la minoranza rappresenta,  rispetto a essa, il “nemico pubblico” (hostis). Il popolo diviene “nazione” nel momento in cui si identifica, per opposizione, rispetto ad una minoranza che nei casi estremi deve essere “scacciata”, “schiacciata” o comunque “esclusa”, cioè ridotta a un livello di estrema sudditanza.

 

 

Mamma li turchi? No gli ucraini!

Ukraine Protest

Mentre gli occhi del mondo sono puntati sull’ennesimo attentato in Europa, a Monaco di Baviera, e sulle conseguenze del fallito golpe turco, appoggiato dalla Nato, in un altro luogo ai margini dell’Ue, piombato da più di due anni nel caos, la situazione sta di nuovo per sfuggire di mano. Parliamo dell’Ucraina ormai filo-occidentale dopo il colpo di stato di Majdan che annuncia, per bocca di alcuni parlamentari, la possibilità di ricorrere alla legge marziale, a partire dal 1° agosto. Nonostante gli accordi di Minsk e la tregua che hanno permesso l’arretramento della linea del fronte, con la formazione di una zona cuscinetto smilitarizzata al fine di tenere lontani i soldati ucraini e donbassiani dai centri abitati, gli oligarchi di Kiev puntano ancora di più sulla paura e su uno stato permanente di emergenza per conservarsi al potere. In tutto questo tempo Poroshenko e soci non hanno saputo risollevare la nazione, hanno proseguito bellamente sulla strada della corruzione e hanno continuato a far pagare alla popolazione il prezzo delle loro scelte filo-europeistiche e pro-atlantiche, compreso il conflitto con le regioni orientali, tutte opzioni che fino ad ora non si sono sostanziate in nulla di concreto per l’economia e la stabilità del Paese, anche con i fiumi di denaro piovuti dai canali degli organismi internazionali. Ma i satrapi ucraini godono dell’appoggio di Washington e di Bruxelles e tanto basta per essere inclusi nel club dei sinceri democratici che vogliono il bene dell’umanità. Adesso arriva anche la doccia fredda del ricorso alle leggi speciali che si renderebbero urgenti, a quanto dicono da Kiev, per l’aggravarsi della situazione nel Donbass. Il controsenso è piuttosto evidente perché nemmeno nel periodo più caldo dell’operazione antiterrorismo contro i miliziani indipendentisti, che fu eufemisticamente definita tale (Ato) per mascherare un’azione di guerra vera e propria, si decise di passare a siffatte misure estreme. Cosa è successo nel frattempo? E’ accaduto che la gente sta finanziariamente peggio di prima, crede sempre di meno all’invasione russa, non tollera più che i suoi figli tornino a casa in una bara e prende iniziative antigovernative, come la recente marcia della pace che sta attraversando l’Ucraina chiedendo la fine delle ostilità con i fratelli dell’est. Ovviamente, solo con una simile prova di forza contro i propri cittadini e sospendendo la democrazia l’attuale cricca oligarchica riuscirà a restare in sella. Sono le medesime accuse rivolte ad Erdogan in Turchia, con la piccola differenza che i pericolosissimi segnali tirannici inviati da Kiev vengono persino accettati dal mondo libero, perché creano problemi e difficoltà soprattutto a Mosca, mentre un eventuale spostamento geopolitico della Turchia, come reazione ai tentativi americani d’ingerirsi nei suoi affari strategici, metterebbe a rischio la predominanza atlantica nell’area medio-orientale, o almeno rovescerebbe delle situazioni favorevoli alla Nato in cui si inserirebbero competitori ben più temuti (Mosca, per esempio). Il confine che traccia l’appartenenza al campo del bene o a quello del male non è mai di tipo etico ma sempre politico, altrimenti Soros non affermerebbe quanto recentemente riportato dal Corriere, cioè che l’Ucraina difendendosi dal Cremlino, difende non solo se stessa ma l’intera Europa. Come diceva specularmente Kissinger, se un figlio di puttana sanguinario è amico degli Usa si può chiudere un occhio o anche due.

Intervista (teorica) a G. La Grassa (di F. Ravelli)

gianfranco

Vi proponiamo questa interessante intervista a Gianfranco La Grassa dove si affrontano i nodi principali della sua svolta teorica post-marxista che orienta verso una diversa interpretazione dei fenomeni sociali. La Grassa mette in luce le ragioni che lo hanno portato ad abbandonare l’elaborazione marxiana, nei suoi aspetti interpretativi, legati allo sviluppo della dinamica capitalistica (e alle sue categorizzazioni) ma, soprattutto, in quelli predittivi. Il comunismo, vaticinato dal pensatore tedesco, non si è concretizzato (così come non si è materializzata, nella base economico-sociale del capitalismo, la classe transmodale di passaggio da un modo di ri-produzione ad un altro) mentre lo stesso Sistema-Capitale è profondamente mutato nel suo nucleo centrale, dai tempi degli studi del Moro indirizzati sull’Inghilterra (avanguardia del capitalismo), tanto che La Grassa parla ormai Formazione Capitalistica Globale ma articolata in distinte formazioni particolari (aree e Paesi) in cui agiscono funzionari (privati) del Capitale in perenne tensione conflittuale. Proprio nella segmentazione orizzontale, tra fulcri (di agenti) strategici di potere sulla scacchiera mondiale, si giocano maggiormente i destini collettivi mentre le dispute nella cosiddetta stratificazione verticale (con in evidenza la “lotta di classe” tra gruppi economici per la redistribuzione della ricchezza) assumono carattere decisamente subordinato. Siamo in presenza di un cambio di paradigma che apre a palingenesi teoretiche e a ribaltamenti di prassi politica di grande rilievo. C’è chi crede di poter resistere a questi mutamenti arroccandosi dietro scienze superate che decadono a religioni. In tal maniera, approcci che furono rivoluzionari diventano decisamente reazionari ed inutili per la comprensione della situazione presente. La Grassa, invece, rifiuta i dogmi e non teme le insidie che derivano dall’abbandonare i porti sicuri per procedere nella conoscenza in mare aperto. (g.p.)

1) Domanda

Il tuo tentativo di uscire dal marxismo teorico muove dalla falsificazione dell’ipotesi marxiana, da te illustrata nel corso di decenni di studio, circa la formazione del cosiddetto lavoratore collettivo cooperativo associato. Secondo Marx la socializzazione delle forze produttive sarebbe dovuta avvenire in seguito all’esaurimento della capacità del capitalista di controllare le potenze mentali della produzione (i saperi tecnici insiti nella direzione di un’unità manifatturiera). Venendo meno questa fondamentale funzione, i capitalisti sarebbero rimasti titolari della mera proprietà giuridica delle condizioni oggettive del processo di lavoro finendo per formare una nuova aristocrazia finanziaria dedita all’amministrazione dei pacchetti azionari delle fabbriche. Il prosciugamento del potere di disporre dei mezzi di produzione da parte del capitalista (ormai solo proprietario legale) avrebbe favorito la formazione di un nuovo soggetto sociale, il lavoratore combinato dall’”ingegnere” che dirige e dall’operaio che esegue la produzione. L’”ingegnere” è il tecnico, lo specialista della produzione in seno alla fabbrica; l’operaio è il “manovale”, colui che i processi di sottomissione reale hanno incollato alla macchina. È tale soggetto, non privo di decisive differenziazioni sociali al suo interno, che Marx reputa capace, in tempi certamente più veloci rispetto a quelli che hanno condotto al modo di produzione capitalistico, di attuare la transizione socialista. A distanza di un secolo e mezzo da quella previsione scientifica abbiamo appurato che il ruolo delle imprese e il gioco della concorrenza hanno cambiato la fisionomia del capitalismo e portato al tramonto della sua fase borghese. Ciò premesso, vorrei chiederti: cosa manterresti di Marx uscendo dalla porta da lui aperta? La nuova fase del tuo lavoro teorico esalta la funzione oggettivamente determinata degli agenti storici nel conflitto politico, e tuttavia noi sappiamo che anche per Marx gli individui non sono nient’altro che l’incarnazione di categorie e rapporti trascendenti la loro singola personalità. E’ questo un aspetto del suo pensiero che dobbiamo continuare a far valere nell’approdo verso una nuova teoria sociale complessiva?

Risposta

In effetti, di Marx tengo fermo, e solo in parte tuttavia, quanto scritto assai brevemente nella prefazione a Il Capitale:

“Una parola per evitare possibili malintesi [purtroppo, l’aveva previsto, ma quanti malintesi da parte di presunti marxisti; ndr]. Non dipingo affatto in luce rosea le figure del capitalista e del proprietario fondiario [e anche dell’operaio, evidentemente; ndr]. Ma qui si tratta delle persone soltanto in quanto sono la personalizzazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classi. Il mio punto di vista, che concepisce lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale, può meno che mai rendere il singolo responsabile di rapporti dei quali esso rimane socialmente creatura, per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi”.

Evidentemente questo non è valido quando si stabiliscono rapporti interpersonali poiché allora balza in piena evidenza la singolarità di ogni individualità. Non si bada certo al fatto che uno sia capitalista od operaio o appartenente ad altra categoria sociale quando si ama o si odia, si prova amicizia e simpatia o il suo contrario, ecc. Tuttavia, anche per quel che riguarda le individuali particolarità si dà, seguendo Marx, maggiore importanza alla determinazione sociale (esperienza di vita in quel dato contesto culturale e di struttura dei rapporti nella società di una specifica fase storica) piuttosto che a quella biologica, di nascita. E tanto più conta questa determinazione sociale nello stabilire la collocazione di gruppi di individui in questa o quella classe della società. Tale collocazione in classi non annulla ogni particolarità individuale, ma prevale nel discorso teorico  relativamente all’analisi dei rapporti intercorrenti tra grandi raggruppamenti sociali, presupponendo che la struttura di questi rapporti definisca per l’essenziale il carattere di quella data società in quella data fase storica.

Dove mi distacco, da ormai molto tempo da Marx? A mio avviso, egli è influenzato da una buona dose di economicismo. Certamente, tratta prevalentemente di rapporti sociali, ma di quelli di produzione perché per lui sono questi a costituire la cosiddetta base economica della società, che sarebbe, pur con tutte le attenuazioni legate alla reciproca interattività, l’elemento decisivo in relazione alle articolazioni sociali di carattere politico e ideologico-culturale, non a caso definite sempre, nei vari scritti (anche dei marxisti in generale), sovrastrutture. Ed è molto forte l’affermazione secondo cui la formazione economica della società è da assimilarsi ad un processo di storia naturale. Qui il determinismo fa ben capolino e si afferma con ben evidente vigore.

Intendiamoci bene. Quando si fa teoria, e dunque si ricorre a molteplici astrazioni, si giunge necessariamente a semplificazioni che servono a stabilire quali elementi della cosiddetta realtà sociale, di cui stiamo parlando, sono da considerarsi più rilevanti rispetto ad altri di carattere secondario, dei quali tenere conto, ma solo in via di approssimazioni ulteriori. Per Marx, la vita di una società è soprattutto caratterizzata dalla produzione dei beni atti alla vita dei suoi membri; non certamente una vita animale, bensì dotata di potenti impulsi allo sviluppo e mutamento delle strutture interrelazionali. Produrre è comunque essenziale, è appunto la base della vita sociale; e si parla appunto di una base economica.

Ho più volte ripetuto, per far capire dove vedo l’errore di Marx, che la struttura materiale del cervello – i suoi processi fisici e chimici, ecc. – è essenziale per poter pensare. Da tale struttura non derivano però i vari pensieri quali “sovrastrutture” della “base cerebrale”. E allora, dalla produzione non discende la possibilità di dedurne (quale sorta di “processo di storia naturale”) le varie strutture dei rapporti sociali. Il porre a base della realtà sociale la produzione ha poi condotto a quello che per me è l’errore principale di Marx (da me accettato per non so quanto tempo, non cerco scusanti): la divisione dei raggruppamenti sociali decisivi, le classi, in base alla proprietà (potere di disporre) o meno dei mezzi di produzione; poiché, a parte la primitiva condizione animalesca, tutta la storia relativa allo sviluppo delle forze produttive umane vede in primo piano la terra e i vari strumenti, via via perfezionatisi, tramite cui si produce.

Produrre implica di fatto trasformare dati beni in altri adatti o a essere consumati ai fini della vita in società o a essere adibiti ad un’ulteriore produzione. Ed è appunto dalla centralità della proprietà dei mezzi produttivi che derivano tutti gli altri errori, da te ricordati nella domanda, relativi al costituirsi delle basi essenziali per la trasformazione del capitalismo nel socialismo e poi comunismo. Se si abbandona la centralità della proprietà (e quindi della produzione), a mio avviso ormai insostenibile, si deve ammettere che non si sta approfondendo il pensiero marxiano, se ne produce invece un mutamento radicale. Il fatto che quest’ultimo, partendo dalla centralità da me assegnata al conflitto strategico, non sia ancora arrivato ad alcuna conclusione definitiva (com’erano il socialismo e comunismo della visione marxiana) non implica che si debba fare marcia indietro. I poveri residui marxisti sono del resto ormai arrivati al comunismo pensato in termini simili a quelli dei primi cristiani.

Marx aveva formulato una teoria sociale scientificamente assai precisa e solidamente articolata, ma che ha mostrato di essere errata. Un’altra strada va presa; e va presa senza intendimenti pseudoreligiosi, bensì con lo stesso spirito di Marx. Tuttavia, questa strada non consente di prevedere alcun comunismo. La supposta (da Marx) fine della proprietà (privata) dei mezzi produttivi conduceva all’idea dell’embrassons-nous tra tutti i produttori. Il conflitto tra strategie non consente questa “armonia” d’intenti. E tuttavia, l’assenza di conflitto è solo l’idea di morte connessa all’entropia vincente e pienamente affermatasi. La vita è differenziale di potenza, diseguaglianza delle forze in campo, serie di mosse per vincere in una lotta (non più banalmente “di classe”). Tutto questo continua a far vivere la società degli uomini e a cambiarla d’epoca in epoca. Pensare che si affermasse, con la proprietà collettiva dei mezzi produttivi, una amichevole competizione e qualche minore contrasto non antagonistico, ha in effetti un certo carattere di utopia. Il conflitto porta diseguaglianza, c’è chi va sopra e chi sotto, chi vince e chi perde, ecc. Nell’attuale fase di sviluppo di ciò che ancora chiamiamo capitalismo, finito miseramente il presunto conflitto epocale tra borghesia e proletariato, tra classe proprietaria e classe operaia (solo salariata), non siamo ancora in presenza di una nuova e stabilizzata struttura dei rapporti sociali. Il conflitto tra gruppi appare dunque appannato mentre sembra in pieno vigore quello tra Stati; semmai con il corteggio degli scontri di carattere interreligioso, interetnico, ecc.

Siamo in un’epoca “di mezzo”. Abituiamoci e pensiamo diverso, pensiamo nuovo!

2) Domanda

A tuo avviso la grandezza storica di Marx risiede nella capacità analitica di disvelare la realtà soggiacente al modo di produzione capitalistico borghese. Questo si regge sulla compresenza di un’eguaglianza formale al livello del mercato e di una diseguaglianza effettiva nel processo di riproduzione sociale, dove si confrontano coloro che hanno il potere di disporre dei mezzi di produzione e coloro che, liberamente, erogano forza-lavoro. L’acquisizione della libertà giuridico-formale non dà conto del fatto che la forza-lavoro è, sul piano logico, la prima merce capitalistica, ossia quella merce il cui valore s’identifica con il valore dei mezzi di sussistenza necessari per la conservazione del possessore della forza-lavoro stessa e, con lui, del medesimo rapporto sociale capitalistico. Ora, senza addentrarci nella teoria del valore-lavoro di Marx, nozione peraltro che egli non ha mai usato, vorrei porti una domanda sul rapporto epistemologico intercorrente tra il disvelamento marxiano e la tua riflessione sul secondo disvelamento. Contestando la centralità della proprietà privata dei mezzi di produzione, e nonostante Marx intenda il capitale come rapporto sociale, le tue ricerche muovono nella direzione della messa a punto di un modello teorico basato sul conflitto strategico, la cui logica sarebbe attiva tanto negli apparati politici quanto nella produzione economica e nella sfera ideologica. Il secondo disvelamento sfonda i limiti del primo, lo approfondisce con originalità, ne nega l’esaustività rispetto alla forma assunta dal capitale postborghese, ma non il funzionamento “regionale”. Non è possibile retrocedere dalle acquisizioni di Marx, magari rispolverando decrepite concezioni liberali o fumose idee religiose, e al contempo è necessario comprendere il tuo sforzo di fuoriuscita. Il cambio di paradigma che proponi, ti chiedo, lo si potrebbe in generale leggere, anziché come un’evoluzione per sostituzione, nei termini di una continuità per approfondimento della scoperta marxiana?

Risposta

In pratica, in quanto detto fin qui sta anche la risposta alla domanda che poni. Non si può approfondire Marx, si deve invece abbandonare il suo concetto centrale (la proprietà dei mezzi produttivi, ecc.) e spostarsi di campo. E’ ovvio che ne deriva un completo ribaltamento di tante sue categorie. E’ tutto un apparato teorico che entra in sobbollimento. Il problema è solo: dobbiamo averne paura? Ci sentiamo spersi se viene a mancare l’inutile fede nella classe operaia o nelle popolazioni del “Terzo mondo” (che accerchiano le “città capitalistiche”) o, come ormai ci si limita a predicare oggi, negli immigrati, nei flussi di disperati che possano venire a sconvolgere ogni ordine sociale di un qualsiasi tipo in quest’Europa serva degli Usa e preda di gruppi politici e ceti intellettuali allo sfascio, privi di qualsiasi idea sensata nel loro cervello bacato?

Tendenzialmente, sarei molto pessimista. Vedrei un’Europa ormai incapace di risorgere veramente, quanto meno intellettualmente e culturalmente. Abbiamo sostanzialmente il predominio dei liberali (e quindi liberisti in campo economico); coadiuvati nel loro compito di renderci servi di altre potenze da quella che ancora si chiama “sinistra”, una raccolta di deficienti e/o farabutti che non so se siano mai esistiti in altra epoca a questo livello di degradazione (probabilmente sì, ma non so quando né dove). Tuttavia, è probabile che questo pessimismo dipenda dal lungo logorio subito durante la mia vita già lunga e dalla vicinanza della “resa dei conti” (biologica, intendo dire).

Vorrei tuttavia non essere frainteso: secondo me, la teoria di Marx non è in tutto e per tutto invalidata. L’idea che il profitto capitalistico non sia altro che una forma storica del fenomeno più generale per cui si produce più di quanto è necessario a mantenere l’umanità – e con livelli di vita via via crescenti e importanti sviluppi e trasformazioni delle strutture sociali – è tutt’altro che peregrina. A me sembra ancor oggi peggiore l’idea neoclassica che il profitto dipenda dall’abilità dell’imprenditore nel combinare i fattori produttivi o, come pensava Schumpeter, dalla sua capacità innovativa. Questa abilità combinatrice e questa attitudine all’innovazione possono spiegare il maggiore o minore successo (o anche il fallimento) di alcuni capitalisti rispetto ad altri; possono spiegare il fatto che alcuni guadagnano di più, che altri addirittura perdono i loro capitali, ecc.; non danno invece ragione del fatto che, nel complesso, si ha un accrescimento della produzione.

Di conseguenza, è accettabile l’idea del pluslavoro/plusprodotto/plusvalore di cui si appropriano alcuni gruppi sociali rispetto ad altri. E dunque anche quella di una lotta intorno all’appropriazione di questo “di più”. Si è invece rivelata errata la convinzione che simile lotta abbia significato ed esiti di trasformazione rivoluzionaria della forma fondamentale dei rapporti sociali da un’epoca storica ad un’altra. E’ una lotta semplicemente redistributiva di quanto prodotto; più o meno acuta, ma non con effetti di rivoluzionamento di quella data società. In definitiva, si è dimostrata una gigantesca illusione quella della “rivoluzione proletaria” che avrebbe rovesciato il capitalismo, avviandolo verso forme sociali dette comunistiche. Oggi, continuare a coltivare siffatta illusione è assai più che una perversione; o si è decisamente mentecatti o si è dei colossali mentitori e imbroglioni, al limite dei veri criminali, da neutralizzare.

Per quanto riguarda il problema delle maggiori trasformazioni dette rivoluzionarie, c’è veramente tutto da rivedere, abbandonando intanto l’idea della “classe operaia” come fattore decisivo di un futuro mutamento sociale, pensato quale fine della “preistoria” e inizio della vera “storia” dell’umanità. Idea aberrante. Tale mutamento, se si fosse realizzato, sarebbe semmai stato la fine della storia; per nostra fortuna, questa continuerà esattamente come si è svolta finora con continui conflitti che conducono a risultati non previsti minimamente da nessun “profeta”. La storia prosegue la sua corsa e condurrà sempre all’IMPREVISTO, ci sorprenderà incessantemente e ci spiazzerà, costringendoci a rimettere drasticamente in discussione ogni nostra precedente supposizione, la quale si rivelerà pura chimera, una più o meno piacevole fantasia.

Possiamo fare (azzardare) delle previsioni? Certamente, anzi dobbiamo così procedere, altrimenti ci fermiamo e attendiamo la morte. Tuttavia, dobbiamo essere pronti a riconoscere che la vita è sempre sorprendente nel suo “presentarci il conto”. E’ decisamente il suo bello; E’ IL SUO ESSERE APPUNTO LA VITA! Mi dispiace dirlo: i comunisti, con tutta la loro mania di avere la “storia dalla loro parte”, di avere la garanzia che tutto sarebbe andato come da loro profetizzato, sono di fatto stati portatori di morte, di annientamento di ogni impulso e speranza per il futuro. E quindi hanno perso perché hanno creato un mondo di nebbia e grigiore, dove nulla poteva irrompere innescando l’entusiasmo e la curiosità del nuovo.

3) Domanda

Nell’Introduzione del 1857 Marx espone il metodo dell’economia politica. Precisando che la risalita dall’astratto al concreto è solo il modo in cui il pensiero si appropria del concreto, ma mai e poi mai il processo di formazione del concreto stesso, egli intende l’oggettività come sintesi di determinazioni (o unità del molteplice) che appare nel pensiero come risultato e non come punto di partenza. Per Marx sono le determinazioni astratte ad avere la capacità di condurre alla riproduzione del concreto nel cammino del pensiero, anche se qualunque categoria economica, per esempio il valore di scambio, presuppone pur sempre un insieme vivente e concreto già dato. Il discorso sarebbe lungo, ma il punto che qui interessa toccare è uno solo, ovverossia l’abbandono, nei fondamenti epistemologici del conflitto strategico, della pretesa marxiana di «riprodurre il concreto nel cammino del pensiero». A tuo giudizio, del resto, noi non riproduciamo il concreto, ma ce lo possiamo soltanto rappresentare tramite campi di stabilità costruiti ad hoc per “fermare” il flusso incessante e inconoscibile della realtà. Questa fugge di continuo, la sua condizione è l’assenza e la sua regola lo squilibrio. Se per l’economia politica classica le determinazioni astratte erano la condizione di possibilità della conoscenza che dal semplice (lavoro, valore di scambio etc.) risaliva al complesso (lo scambio fra le nazioni e il mercato mondiale), la tua riflessione ha come “punto d’inizio” una coerenza ipotetica che si deve essere pronti, pena il naufragio nei vortici del reale, a rivedere o persino a cambiare. E’ in virtù di tali ipotesi, dunque, che si può giungere a una qualche parziale conoscenza e a impostare la lotta politica. Ti chiedo, infine: se quello qui abbozzato fosse effettivamente il modus operandi degli agenti storici nel conflitto strategico, dovremmo allora concludere che pretendere di ricostruire la realtà nel pensiero sarebbe d’intralcio a una compiuta lotta per l’egemonia?

Risposta

In effetti, sono sempre rimasto dubbioso intorno alla frase marxiana (Introduzione del 1857): “le determinazioni astratte conducono alla riproduzione del concreto nel cammino del pensiero”. Stiamo attenti a non confondere, identificando, il concreto astratto (e non sembri un bisticcio di parole) con il concreto reale, empirico.

Quando Marx ad es. pensa il valore quale quantità di lavoro (energia lavorativa in astratto, senza specificazioni dell’oggetto d’uso alla cui produzione è indirizzata) spesa per questa produzione – e dunque, in un certo senso (sempre astratto), incorporata nell’oggetto prodotto – sta immaginando una situazione concreta soltanto, appunto, mediante il pensiero; una situazione, dunque, creata per astrazione. Non a caso, affinché il lavoro speso rappresenti il valore, viene supposta la più perfetta libertà di scambio e la più perfetta eguaglianza degli scambisti. Detta libertà è sovente intralciata da “attriti” più o meno intensi, l’eguaglianza è sempre messa in discussione nella lotta che gli scambisti svolgono tra loro per ottenere un valore maggiore: il venditore si batte per prezzi più alti, il compratore per il contrario. Alla fine si stabilisce un prezzo, ma non è detto che questo corrisponda al valore quale quantità di lavoro erogata; a volte sta al di sopra, a volte al di sotto.  Il valore indica il punto da considerare quale attrattore del prezzo, pur se questo difficilmente (proprio per caso semmai) è esattamente eguale al valore.

In definitiva, il concreto di pensiero (il concreto astratto) non è mai l’effettivo concreto empirico, reale. Tuttavia, si suppone che, pur se in modo assai approssimato – e con eliminazione degli attriti, degli squilibri sempre in azione – il concreto pensato debba avvicinarsi alla corretta rappresentazione della realtà. In definitiva, quest’ultima è pensata come conoscibile, come ricostruibile, per sommi capi, nella sua reale dinamica. E’ proprio su questo punto che ho oggi molti dubbi. Mi convince di più l’ipotesi che la realtà sia inconoscibile, che sia probabilmente un flusso continuo, caotico e squilibrante, che tutto – persone e cose – travolge e trascina nel suo scorrere. Ed è qui che, come dici, penso ai campi di stabilità in quanto nostre creazioni teoriche per attribuire ordine alla “realtà” (tra virgolette questa volta) in modo da poter agire senza farsi travolgere dal processo reale (senza virgolette, ma solo supposto e mai accertabile per via di prove inconfutabili).

Possiamo parlare di realismo quando le teorie formulate – ed eventualmente gli apparati organizzati, strutturati, creati in seguito alle stesse – manifestano un certo successo nella loro applicazione, ci fanno conseguire risultati che spesso ci sembrano esattamente quelli perseguiti. Inoltre, si dimostrano sufficientemente esatte certe previsioni effettuate in base a simili teorie. Il grave è che solitamente un simile realismo viene subito eretto a vera conoscenza della realtà, che viene così cristallizzata in quella data rappresentazione. La teoria, che sempre deve fondarsi su ipotesi costantemente rivedibili (o anche abbandonabili se occorre), viene allora ossificata in ideologie con magari effetti di trascinamento (di massa) per dati periodi di tempo. Alla fine – almeno per quelle ideologie che non promettono altre vite, l’eternità, ecc. – tutto viene a cadere con gravi ritardi di comprensione, con fenomeni di squilibrio che si afferma in modo sempre più virulento, ecc.

Dobbiamo essere pronti all’abbandono di certe teorie, al riconoscimento delle loro gravissime e invalidanti degenerazioni ideologiche, dell’insuccesso crescente di ogni nostra previsione e azione. Difficilmente ci si riesce e tutta l’impalcatura creata da una determinata teoria alla fine degrada, produce miasmi velenosi e crolla trascinandosi dietro code di pensieri e immagini sempre più degenerate e dense di effetti sociali deleteri. Questo è accaduto al povero pensiero di Marx divenuto oggi privo di una qualsiasi valenza scientifica e ridotto a predicazione semireligiosa di bontà, giustizia, tolleranza, ecc. E il pensiero comunista ha seguito lo stesso iter, divenendo fattore di disfacimento culturale e sociale. Occorre una più che radicale bonifica del marxismo e del comunismo. Ma fa parte di questa bonifica l’effettiva ricostruzione del pensiero marxiano nelle sue ipotesi scientifiche di fondo. Certamente, ne scopriremo l’errore, anche in merito alla previsione del movimento verso il socialismo e comunismo. Tuttavia, la scoperta dell’errore può essere feconda di nuove ricerche, di più sofisticate ipotesi ricostruttive di una diversa teoria dell’attuale società. Questa è la scienza: l’errore non paralizza e anzi stimola il ripensamento e lo rende ancora più ampio e approfondito.

In definitiva, per rispondere alla domanda finale della terza domanda, negativa è la convinzione che il nostro pensiero conosca la realtà, la riproduca nella sua concretezza empirica e in ogni particolarità di quest’ultima. Dobbiamo però agire; e per agire è indispensabile pensare una “realtà”. A mio avviso, essa va costruita secondo l’ipotesi che siamo immersi in essa e tuttavia distinti da essa, trascinati nei suoi vortici e cionondimeno capaci di darci stabilità, equilibrio, necessari alla nostra entrata in azione. Dopo di che, è bene convincersi della transitorietà di ogni nostra supposta conoscenza, dei nostri eventuali successi che alla fine mostreranno la corda, ponendoci di fronte ad altre scelte improrogabili. E oggi è improrogabile, per chi è stato marxista e comunista, conoscere il vero significato di tali termini e capire che quella storia è finita. Senza tuttavia alcuna concessione a teorie e ideologie ancora più vecchie e cadenti: niente liberalesimo, niente fascismo, niente pensiero cristiano, e via dicendo. Sto evidentemente parlando dal punto di vista dell’analisi della società, non per la speranza di un’altra vita, soprattutto eterna, in qualche dove che non fa comunque parte del bagaglio teorico dello scienziato.

4) Domanda

In quest’ultimo scambio mi permetterai di andare un po’ “a ruota libera”.

Il tuo libro dell’anno scorso, Navigazione a vista, andrebbe lungamente meditato per comprendere a fondo il cambiamento di paradigma che la nostra tradizione teorica – il marxismo – dovrebbe intraprendere. Dirigersi verso i nuovi moli ai quali il sottotitolo fa riferimento è stimolante e necessario, a patto però che ciascuno giunga – con le forze di cui dispone – alla comprensione dell’effettivo avvenuto disuso del porto dal quale intendiamo salpare. A una tale compiuta comprensione molti devono ancora arrivare, e chi scrive è tra loro (già Antonio Labriola, d’altronde, ricordava che «superare è aver compreso»).

Detto questo a me le urgenze sembrano due e i problemi almeno quattro.

Comincio dalle prime: a) il conseguimento della legge scientifica della forma capitalistica di tipo manageriale, che deve essere del medesimo livello d’astrazione di quella marxiana. Quest’ultima ha come oggetto il modo di produzione capitalistico classico (o borghese) e si basa sull’ipotesi, da te paragonata al galileiano studio del moto senza attriti, secondo cui i possessori di merci sono tutti di pari forza e in uno stato di perfetto equilibrio e di totale eguaglianza giuridica; b) la ricostruzione analitica dei modi in cui il conflitto strategico precipita nelle formazioni sociali particolari. Chi ti accusa di aver abbracciato la geopolitica a mio avviso non comprende l’urgenza di sviluppare questo punto.

Provo a riassumere anche i problemi, ciascuno dei quali, naturalmente, meriterebbe un’ampia trattazione: 1) il ritardo con cui arriveremo alla messa a fuoco della suddetta legge (ahinoi è ormai un secolo che balbettiamo); 2) l’entrata in crisi, lenta ma in parte già manifesta, di quella stessa tipologia capitalistica di cui ignoriamo la “forma di cellula”; 3) l’impossibilità di riferirsi al movimento operaio come soggetto storico capace della transizione sociale (una rivoluzione c’è stata, ma tra un capitalismo e l’altro. Dovremmo allora concludere che i “veri” rivoluzionari sono stati gli “strateghi del capitale”?; 4) la difficoltà «di giungere alla intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme». Nel Manifesto della nostra tradizione c’è scritto che una parte degli ideologi borghesi è passata al proletariato. Perché oggi gli intellettuali, salvo poche eccezioni, sono così meschini? Evidentemente perché l’assetto sociale in cui operano, benché declinante, è ancora quello di gran lunga nel quale essi possono svolgere una funzione importante. Chi vorrà opporsi a questo ordine di cose dovrà attendere ben altri eventi di quelli avutisi negli ultimi tempi. Scoppierà allora la lotta, anche ideologica, utile per decretare chi realmente sarà giunto alla intelligenza di cui sopra.

Risposta

Dovrò anch’io dunque andare a ruota libera. Sul cambiamento di paradigma, mi sembra che sia inutile spendere altre parole. Ed è pure superfluo insistere sul fatto che il cambio va accompagnato da una sempre più accurata ricostruzione del pensiero di Marx. E anche sul tipo di astrazione utilizzato da Marx nella cosiddetta “riproduzione del concreto” ho già esplicitato il mio pensiero. Resta il problema dell’oggettività o intersoggettività sottese alla teoria formulata.

Secondo me, l’oggettività è assicurata nell’impostazione marxiana dai processi storici che conducono a successive forme dei rapporti sociali, centrati come già rilevato sulla proprietà (potere di disposizione) o non proprietà dei mezzi di produzione. A differenza di quanto pensava, ad esempio, Althusser, le classi sociali in lotta (fondamentalmente borghesia e proletariato nell’ultima formazione sociale conosciuta, quella capitalistica) entrano in campo già formate: la borghesia proprietaria dei mezzi produttivi e il proletariato o classe operaia solo in possesso della forza lavoro. Se avesse avuto ragione il filosofo francese, contrariamente a quanto da lui pensato in merito alla “lotta di classe” quale demiurgo della storia, il processo sarebbe stato sostanziato appunto dal conflitto tra “soggetti” tramite cui egli pensava si sarebbero formate le classi in lotta (e perché proprio borghesia e proletariato?). Saremmo insomma stati in piena intersoggettività; le classi emergevano, “precipitando” nei due schieramenti contrapposti, dallo scontro in atto nella società che, evidentemente, in un primo momento sarebbe stata un imprecisato amalgama di soggettività differenti, infine coagulatesi nelle due classi antagoniste appunto mediante la “lotta”.

Se invece si pone all’inizio la proprietà o meno dei mezzi produttivi, abbiamo appunto un elemento – indipendente dalla lotta tra i due soggetti – che li fissa con precisa caratterizzazione e li rende antagonisti. La lotta tra i due ne consegue ineluttabilmente; e ne consegue pure, altrettanto ineluttabilmente, la vittoria del proletariato, la fine del capitalismo e il passaggio alla nuova forma di società. Nessuna casualità è ammessa: l’oggettività del processo è assicurata, così come l’avvento del socialismo e poi comunismo. Questo è il succo della teoria marxiana.

Indubbiamente, le mie ipotesi relative al conflitto strategico ricadono nell’intersoggettività; e non fissano in anticipo quali soggettività entreranno nello scontro più acuto e foriero di mutamenti sociali. Tanto meno si assicura che tali mutamenti abbiano qualcosa a che vedere con le speranze, dimostratesi largamente illusorie, circa lo sbocco comunistico (o anche soltanto socialistico). Per intanto liberiamoci di queste illusioni, che hanno negativamente caratterizzato i processi sviluppatisi dopo la Rivoluzione d’Ottobre – fantasticata quale rivoluzione proletaria e inizio della transizione al socialismo – e finiti miseramente, e ingloriosamente, nel 1989 (crollo del sedicente campo socialista dell’est europeo) e 1991 (crollo dell’Urss).

Ho ultimamente cercato – si veda soprattutto il mio libretto Tarzan vs Robinson (Piazza editore) – di dare un fondamento in qualche modo oggettivo a detto conflitto (tra le strategie di più soggetti in lotta per la supremazia nella società). Preferirei non parlarne qui perché si tratta di un discorso abbastanza lungo e che va senz’altro sviluppato a parte. Proprio per questo, non mi sento di iniziare qui una discussione in merito a quei quattro punti che tu indichi alla fine della tua intervista. Da lì semmai inizia un nuovo discorso. Dico solo che il ceto intellettuale odierno, per la sua massima parte, è ormai ad un livello di degrado che non consente alcuna possibilità di rinascita. Si tratta delle ulteriori degenerazioni di un movimento fortemente involutivo qual è stato il ’68. D’altronde, dopo essere stato, molto timidamente del resto, contrastato dalla parte più decrepita dei ceti dominanti europei, tale movimento ha goduto del massimo appoggio da parte di questi ultimi perché di fatto serve mirabilmente a quel disfacimento culturale che facilita il nostro asservimento agli Stati Uniti. Questo ceto intellettuale, e ancor prima i ceti dominanti europei servi, dovranno essere integralmente eliminati; e nel senso letterale del termine. Se non si riuscirà in quest’obiettivo principe, inutile rimuginare sulla ripresa di un pensiero critico che sappia fare i conti con i fallimenti dei cent’anni passati.

E con simile conclusione non proprio speranzosa termino il mio dire.

QUALCHE CHIAREZZA IN PIU’ (FORSE), di GLG

erdogan

 

Articolo di G. Rossi

 

piuttosto notevole questo articolo messo in primo piano nel Giornale on line. Ancora una volta il Rossi chiama in causa gli Usa. Sostiene che probabilmente hanno lasciato fare, ma comunque sapevano del golpe organizzato da coloro che in fondo hanno finanziato l’Isis, sicuramente con l’avallo (e pure il sostegno) statunitense e sostenuti anche dalla Turchia, governata dai sunniti come Arabia Saudita ed Emirati. E’ credibile che gli Stati Uniti non si siano esposti troppo direttamente; tuttavia, poiché controllano la base aerea turca che ha appoggiato i golpisti, è difficile che non ci fosse un loro coinvolgimento più stringente. Solo che, come in Libia, hanno lasciato spazi di (apparente) libertà ai sicari. Il sostegno, tuttavia, c’era e si era sicuramente pronti a riconoscere l’eventuale nuovo governo. Eppure, ancora non mi convince che si volesse proprio esautorare Erdogan e non invece lanciargli un forte avvertimento. Solo per eventuali contatti, ultimamente certo avuti, con la Russia? Ancora altri dubbi mi sorgono.

Vi è una complessa manovra in atto da anni, con tanti giri e rigiri e difficoltà di sistemare bene le cose, in Medioriente come in Africa del nord (e pure in Egitto). Vi sono due subpotenze come Turchia e Iran in competizione (singolare che quest’ultimo abbia di fatto biasimato il golpe; forse gli iraniani sapevano che era un avvertimento non destinato al successo). Vi sono poi le potenze, Usa e Russia, che si confrontano in Siria. E anche in tal caso, credo che gli stessi Stati Uniti non vogliano arrivare ad una effettiva conclusione della vicenda; basta loro tenere impegnato in logoramento l’avversario. E poi forse gli americani non sono del tutto in disaccordo con la riduzione del peso del Califfato, compito affidato appunto alla Russia mentre loro mantengono un atteggiamento più ambiguo per magari servirsene ancora per qualche tempo. In questa situazione così complicata, quale sarà la risposta esatta alle tante domande che sorgono? Magari più d’una e probabilmente in contraddizione fra loro; perché è la politica di potenza che assume aspetti poliedrici e non coerenti nella lotta multipolare.

Si ribadisce, io credo, che comunque la questione centrale per gli Stati Uniti è il controllo dell’area europea. Anche quest’obiettivo, probabilmente, è da perseguire con atteggiamento a volte rigido e a volte più duttile; e magari lasciando sfogo a forze assai critiche nei confronti della UE, sostenendo però che il danno da essa provocato è dovuto alla prepotenza tedesca e comunque lasciando troppo spesso dietro le quinte il reale e acerrimo nemico: gli Stati Uniti per l’appunto, il nostro padrone e “vampiro”. Importante mi sembra dunque la conclusione dell’articolo di Rossi: “Ciò che emerge è la sensazione che gli Stati Uniti non abbiano la minima capacità di definire il loro ruolo in questa fase e con queste leadership. Forse per l’Europa è il tempo di individuare nuovi equilibri e nuove alleanze a difesa dei propri interessi strategici se non vuole essere travolta dalla storia”.

Corretto il riferimento a nuove alleanze, diverse cioè da quella con gli Usa, che non è però alleanza bensì asservimento. E noi abbiamo effettivamente bisogno di alleati, non di padroni. Sbagliato è invece sostenere che gli Stati Uniti non capiscano più quale ruolo possano occupare in questa fase. Lo sanno benissimo, sanno che debbono continuare ad essere la prima potenza mondiale; altrimenti rischiano gravi fatti all’interno con l’eccesso di etnie, nazionalità, culture, ecc. di cui si sono “gonfiati” come uno Zeppelin. Solo che, lo ripeto per l’ennesima volta, non esistono manovre inequivocabilmente univoche in una situazione di conflitto multipolare. Ci si rassegni a questo e si capisca la difficoltà di orientarsi e di emettere giudizi analitici in una simile caleidoscopica situazione.

QUANT’E’ BBELLA E BBONA LA “DEMOCRAZIA”

LAGRA2

 

 

Articolo da Il Giornale

 

Dimostrazione ulteriore di come sia la “democrazia” americana. Ci si ricorda benissimo che all’epoca in cui fu ucciso, assieme ad altri, il Console Usa a Bengasi, era apparso chiaro che non gli era stata fornita protezione alcuna, anzi si era minimizzato il pericolo (e la responsabilità venne attribuita proprio alla Clinton), perché in quel momento gli Stati Uniti stavano alimentando e favorendo la crescita dell’organizzazione sostitutiva di Al Qaeda, cioè l’Isis, che sappiamo bene poi che cosa ha fatto in questi ultimi anni. Adesso gli Usa tendono forse a metterla un po’ da parte, ma all’epoca assolutamente no. E il Console di Bengasi è stato in un certo senso sacrificato alle esigenze di quel periodo. Questo Baldasaro ha quindi detto solo la verità. Tuttavia, non si possono perdere voti di elettori che di politica non capiscono nulla e sono perfettamente disinformati sui fatti. Quindi, anche Trump deve affrettarsi a smentire la verità. Questa è la “democrazia”, per difendere la quale si fanno dichiarazioni ipocrite e roboanti sulle dure misure adottate in Turchia, dove evidentemente la situazione non è ancora completamente al sicuro dalle mene americane di questi ultimi tempi. E visto che ci siamo, nella mia assoluta impotenza mi permetto egualmente di protestare perché l’Europa continua a trattare per il patto transatlantico con un paese in cui c’è la pena di morte nei tre quarti degli Stati federati. Non si può ammettere la Turchia nella UE se introduce la pena di morte (che cosa ridicola: la Turchia non dovrebbe entrarci perché non c’entra nulla con l’Europa!). E si dovrebbe stabilire un patto, che danneggia la nostra economia creando un’unica area di cosiddetto libero scambio, con un paese dove la pena di morte già esiste ed è praticata da sempre? E per di più con la barbara e dolorosa attesa nel “braccio della morte”? Fate schifo “democratici” del piffero!

Ps. Visto che ci sono aggiungo qualcosa di diverso. Di tutte le ultime roboanti dichiarazioni di Trump, l’unica di possibile effettuazione è la separazione, affidandole ad organismi diversi, tra operazione di “credito ordinario” e operazioni “d’affari” (magari di finanza speculativa). Tutto il resto sono panzane di impossibile applicazione perché gli Usa non sopravviverebbero più, dopo centocinquant’anni di crescita di potenza in seguito alla guerra civile (1861-65) fino a diventare il paese predominante nel mondo. Senza più essere la prima potenza mondiale, il paese si sfascerebbe. Se Trump non lo sapesse, sarebbe un grave pericolo per il suo paese e accelererebbe poi una drastica revisione della politica estera americana, che avvicinerebbe il confronto policentrico. In realtà, sono convinto che sappia bene le cose e punta soltanto, demagogicamente, a differenziarsi dalla Clinton sperando che il popolo, ignaro come sempre dei reali bisogni di una potenza, sia affetto da desiderio di pacifismo ingenuo. Mi sbaglierò, ma credo che quel popolo voterà in maggioranza per la Clinton. Se sbaglio, contentissimo; tutto andrà accelerandosi.

Stato, Interesse Nazionale. Perché scegliamo in questa fase l’Autonomia Nazionale.

gianfranco

gianfranco

SEMINARIO DI BOLOGNA

Incontro di C&S sul tema: Stato, Interesse Nazionale. Perché scegliamo in questa fase l’Autonomia Nazionale.

Questo è l’intervento che farò a Bologna nel seminario del prossimo fine settimana (di fatto domani). Ho preferito scriverlo perché poi, a voce, sarò molto succinto; sia per ragioni di tempo che per le condizioni della mia voce (e anche un po’ fisiche in generale). Consiglio perciò anche ai partecipanti all’incontro di leggerselo per capire quanto sostengo. Spero di essere stato sufficientemente chiaro.

CONFLITTI TRA STATI E AUTONOMIA NAZIONALE. PERCHE’?

Gianfranco La Grassa

1. Tratto normalmente Stato, paese o anche nazione quasi si trattasse di sinonimi. So che non è così, ma per quanto riguarda quanto devo dire in merito al problema dell’autonomia nazionale, credo si capisca comunque il discorso. Ammetto di non sapere mai con precisione che cosa debbo intendere con la parola Stato. Mi sembra che se ne parli sempre in modo metafisico o quasi; e in ogni caso come ci si riferisse ad un vero e proprio soggetto, di cui si possa disquisire quasi avesse volontà, desideri, intendimenti, finalità, ecc. propri, esattamente come quando si parla di un singolo individuo umano o di un determinato gruppo sociale, insieme di individui espletanti funzioni specifiche o che assuma decisioni in comune. Diciamo pure che per Stato si potrebbe intendere un grande raggruppamento di individui, in genere con ben preciso insediamento territoriale definito da confini, spesso (ma non sempre) unito da una sola lingua, che accetta un dato complesso di regole di comportamento fissate da leggi e il cui non rispetto viene sanzionato mediante un sistema di perseguimenti e di punizioni posto in atto da organi unanimemente accettati nel loro funzionamento a tali fini.

Preferirei tuttavia che si specificasse meglio il complesso, strutturato, di apparati che costituisce quello che chiamiamo Stato, sia nell’esercizio dei compiti relativi all’intero territorio posto sotto la sua potestà sia in quello decentrato nelle diverse parti in cui è suddiviso quest’ultimo. In particolare, darei la massima rilevanza a quegli apparati addetti all’esercizio della politica, intesa quale insieme organico di mosse – che possiamo definire strategia – compiute per raggiungere determinate finalità all’interno di un dato paese così come all’esterno d’esso, nei confronti degli altri paesi. Un conto è quella che potremmo definire l’amministrazione di determinati affari riguardanti il coordinamento d’insieme di una data comunità territoriale (suddivisa in diversi gruppi sociali); un altro è il vero potere di esplicare la politica diretta all’interno o all’esterno di quel paese. Il controllo degli apparati dotati di tale potere è il vero oggetto della lotta che si svolge tra diverse associazioni di individui (partiti o altri organismi di vario genere).

Di questi apparati (di potere) si dovrebbe soprattutto discettare per meglio definire i compiti che si pone chi intende perseguire l’autonomia del proprio paese. In questi ultimi anni si era diffusa una particolare concezione, che tuttavia mi sembra oggi un po’ in decadenza. Si sosteneva la fine della funzione degli Stati nazionali. Con ciò s’intendeva sostenere precisamente che quegli apparati di potere (interno ed esterno), di cui ho appena detto, non avevano più alcun reale compito in quanto ormai il potere in questione spetterebbe ad organismi sovranazionali, in particolare di carattere finanziario; vere massonerie che ormai comanderebbero in tutto il mondo o quasi. A tali organismi dovrebbero ribellarsi tutti i cittadini (le “moltitudini”), senza più distinzione di questo o quel paese (di tutto il mondo appunto). Tale tesi, che sembra voler essere una sorta di versione aggiornata e moderna dell’antico “internazionalismo proletario” (essa è in genere propagandata da vecchi arnesi della pseudorivoluzione sessantottarda e sue propaggini ulteriori), mira di fatto a salvaguardare il potere di quei gruppi che, all’interno di ogni paese, controllano gli apparati statali in questione (sia rivolto all’interno che verso l’estero). I “vecchi arnesi” sono ormai parte integrante, reazionaria, dei gruppi dominanti.

In realtà, in ogni paese (o nazione, se si preferisce) vi sono gruppi dominanti dotati di potere (decisionale), che controllano gli apparati statali di cui stiamo parlando; questi sono costantemente in funzione, per nulla superati e riposti in un qualche museo. Il problema è diverso. Esistono complessi (e spesso ben mascherati) legami internazionali tra i vari gruppi decisionali nei diversi paesi. E tali legami assicurano a quelli attivi nei paesi preminenti – oggi sopra tutti stanno gli Stati Uniti – un particolare potere di “influsso” (chiamiamolo così) sui gruppi decisionali di paesi che si pongono in una determinata filiera di potere via via discendente; per cui abbiamo gruppi che potremmo definire subdominanti, subsubdominanti, ecc. fino a quelli via via sempre più subordinati. I gruppi di potere nei vari paesi, anche i più subordinati, hanno pur sempre capacità decisionali nell’ambito degli apparati statali appositamente addetti alla politica, alla strategia, alle mosse da compiere per giungere a certe finalità interne ed esterne. Semplicemente, i loro poteri decisionali si subordinano a quelli dei gruppi dominanti di altri paesi, secondo una gerarchia che muta di fase storica in fase storica; e ha gradazioni differenti anche nell’ambito di ognuna di queste fasi.

Tanto per fare un “banale” esempio, i gruppi decisori italiani sono sempre stati subordinati a quelli statunitensi dalla fine della seconda guerra mondiale. E oggi siamo sempre in quella fase storica iniziata nel 1945, in cui sono stati creati vari organismi per sanzionare la supremazia Usa, fra cui la Nato e poi le varie organizzazioni intereuropee, ecc. Tuttavia, il grado di subordinazione dei gruppi decisori italiani ha avuto un netto scatto in crescita con la fine della prima Repubblica, con la sporca operazione di falsa “giustizia” denominata “mani pulite” e tutto ciò che ne è seguito. E oggi appare in ulteriore continuo accrescimento.

Bene, una volta chiarito questo punto, e dichiarata pura mistificazione la tesi della fine degli Stati nazionali, passerò ad un altro ordine di considerazioni. In effetti, la nostra attuale attenzione ai problemi dell’autonomia nazionale potrebbe sembrare un semplice cambiamento di impostazione teorica. In quanto marxisti, eravamo interessati un tempo alla lotta di classe e al problema dell’abbattimento e trasformazione della società capitalistica; ci siamo oggi innamorati della geopolitica, dell’interazione tra Stati? Oppure siamo stati folgorati da una visione nazionalistica e quindi abbandoniamo ogni discorso di conflitto (in verticale) tra classi per abbracciare quello (in orizzontale) tra comunità nazionali? Non è affatto questa la nostra effettiva posizione.

2. Personalmente, continuo a ritenere importante, in linea di principio, la struttura dei rapporti sociali (rapporti tra diversi gruppi in cui è suddivisa la società). Proprio per questo, malgrado la mia critica non marginale al marxismo, continuo tuttavia ad avere grande attenzione per tale teoria della società. E, sempre in linea di principio, la ritengo più avanzata rispetto all’individualismo tipico delle teorie liberali. Tuttavia, in Marx è fondamentale, nella costituzione di società, la sfera produttiva. Ci si ricordi sempre la sua lettera a Kugelman del 1864 in cui si dice che anche i bambini sanno che, se non si producesse per un breve periodo di tempo, ogni società verrebbe a dissolversi. E’ quindi logico che i rapporti sociali per questo pensatore decisivi sono quelli di produzione. E simili rapporti si annodano intorno al problema della proprietà (potere effettivo di disposizione) o meno dei mezzi produttivi. In base a quest’ultima, Marx distinse, nella società capitalistica, la classe borghese (i proprietari) e quella proletaria (o operaia) solo in possesso della propria capacità lavorativa da vendere in qualità di merce come ogni altro bene circolante nella società in questione. Da qui – corro perché ho scritto in proposito ormai centinaia di pagine – deriva l’ipotesi della dinamica capitalistica che avrebbe condotto infine ad una borghesia assenteista rispetto alla direzione dei processi produttivi, mentre in questa sfera sociale si sarebbe andato consolidando un corpo di produttori associati; dal massimo gradino dirigente fino all’ultimo di carattere esecutivo. Già nel grembo del capitalismo, quindi, si sarebbe formata la condizione base della nuova società socialista, primo gradino di quella comunista.

Nulla di tutto questo si è storicamente verificato; in nessuna delle società a capitalismo avanzato si è mai andato costituendo il “lavoratore collettivo cooperativo” (i produttori associati) così come previsto da Marx. E, soprattutto, le rivoluzioni più radicali si sono avute in società a prevalenza contadina e non operaia. Il cosiddetto socialismo del XX secolo – o quanto meno la “costruzione” dello stesso – si è rivelato essere una società estremamente verticistica, in cui la sfera produttiva era completamente sottomessa alla direzione di quella degli apparati del potere strettamente politico. Non intendo qui diffondermi su che cosa è stata questa particolare formazione sociale venuta a crearsi con le rivoluzioni guidate da partiti comunisti in paesi sostanzialmente precapitalistici. Mi sembra comunque evidente che non si è creata alcuna società socialista nel senso marxiano del termine. Lascio perdere i tentativi di diffondere l’idea (del resto tarda, ultimo sbiadito tentativo di difendere l’indifendibile) che si trattava di un socialismo di mercato.

Di fronte al fallimento storico di un movimento rivoluzionario guidato da una specifica teoria – del resto ormai molto modificata rispetto all’originale e ridotta a pura agitazione di tipo ideologico con presa sempre minore fino al suo azzeramento – ho proposto già da tempo l’abbandono del principio guida della proprietà o meno dei mezzi produttivi, andando invece nella direzione della politica intesa appunto quale conflitto tra le strategie di più gruppi sociali in cerca di una supremazia nel controllo dei vari apparati funzionanti nelle diverse sfere sociali: produttiva, politica, ideologico-culturale. Credo che questo mutamento abbia effetti abbastanza positivi nella considerazione realistica delle lotte sociali sussistenti all’interno della società in cui viviamo; anche perché fa vedere come gli “attori” in conflitto non siano, prevalentemente, quelli attivi nella sfera produttiva, ma vi siano invece svariati rapporti, e spesso piuttosto stretti, tra agenti in opera nelle diverse sfere per la conquista di una supremazia sociale complessiva. Tuttavia, è ovvio che la teoria del conflitto tra strategie non consente alcuna divisione netta tra le classi in lotta, riducendole a due soltanto. E non pone in luce alcuna dinamica, intrinseca all’attuale formazione sociale di tipologia capitalistica, diretta alla sua trasformazione in altra nettamente differente che possa pensarsi quale fase di transizione ad una qualsiasi forma di socialismo o comunismo.

I gruppi sociali, insomma, non possono essere definiti classi nel senso in cui queste erano intese nel marxismo in base al criterio, rivelatosi piuttosto semplicistico, della proprietà o meno dei mezzi produttivi. Inoltre, tali gruppi non possono mai ridursi a due; a meno che il conflitto diventi tanto acuto da spingere vari gruppi ad allearsi tra loro in modo che, alla fine, si trovano a confrontarsi due schieramenti contrapposti, che non saranno mai comunque due classi in lotta, ma due coacervi di gruppi riunitisi per le concrete esigenze “di combattimento” in quella particolare fase storica e in quella determinata formazione sociale, in cui si è prodotto un contrasto così netto e ormai irrisolvibile con semplici mediazioni. Vi è di più. Si possono verificare – per contingenze non riconducibili all’intenzione consapevole di trasformare quella data formazione sociale in un’altra considerata superiore – dei cosiddetti “sollevamenti di masse”, causati dal malcontento e disagio sociale particolarmente acuti, in genere susseguenti all’incapacità ormai manifesta di coloro, che hanno in mano gli apparati del potere, di saperli gestire in modo minimamente appropriato ai bisogni complessivi di quella società. Questi sollevamenti non produrranno mai effetti stabili e di reale trasformazione, se nel loro ambito non agiscono dati nuclei dirigenti di gruppi sociali, che vanno appunto alleandosi e unendosi a fini comuni in risposta alla gravità della crisi provocata dalla suddetta incapacità dei vecchi nuclei al potere.

In ogni caso, sia se si producono, abbastanza raramente, situazioni così estreme sia se ci si trova in una situazione di più “normale” e non sconvolgente conflitto tra strategie per ottenere la supremazia (in base ad esigenze di lungo periodo o invece per risolvere problemi di portata momentanea e d’ambito ristretto), non si è in presenza del semplificato scontro tra dominanti e dominati di cui troppo spesso si blatera. In un certo senso esiste un confronto, più o meno serrato, tra gruppi sociali con maggiori o minori (in certi casi magari nulle) prerogative decisionali. Tuttavia, nel reale conflitto, sempre condotto in base alla politica (cioè secondo varie linee strategiche), si enucleano alcune élites dirigenti, che tendono a rappresentare più gruppi sociali. E anche quando si tratti di gruppi formati principalmente da “non decisori”, le loro dirigenze partecipano comunque, con maggiore o minore forza, alle decisioni sociali di maggiore portata. Esempio tipico ne è la lotta sindacale. I nuclei dirigenti di quei gruppi situati alla base della piramide sociale non sono certo privi di qualsiasi potere decisionale in merito a questioni interessanti l’intera collettività di quel dato paese.

3. Giungiamo adesso al problema centrale che ci interessa. E che ci interessa – almeno per quanto mi riguarda e riguarda, credo, anche coloro che con me hanno dato vita a “Conflitti e Strategie” – proprio in quanto abbiamo dovuto prendere atto del fallimento delle finalità poste al movimento delle cosiddette “masse popolari” da una data concezione dello sviluppo sociale, quella concezione che è appunto il marxismo. Si è dovuto prendere atto che non c’è stata finora alcuna effettiva possibilità di evoluzione dell’attuale società verso strutture di rapporti da definire oltre-capitalistiche. Quello che abbiamo sempre chiamato capitalismo (e così continuiamo a denominarlo) si è andato indubbiamente trasformando profondamente rispetto al suo punto di partenza; o anche semplicemente considerando l’ultimo secolo. Tuttavia, alcuni suoi moduli non si sono modificati; non si è certo giunti al rivolgimento della sua configurazione piramidale caratterizzata dalle concentrazioni imprenditoriali e dal correlato assetto degli apparati politici, fortemente verticistico anche nei paesi dove si ciancia sempre di “democrazia parlamentare” e si esaltano le periodiche “chiamate al voto”, che si fanno passare per espressione genuina della “volontà popolare” in grado di governare gli affari del paese, sempre invece nella sostanza affidati a contrapposizioni tra date élites.

Intendiamoci bene. Nessuno di noi svaluta quelle lotte sociali che mirino a migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle più vaste “masse” situate nei gradini medi e bassi della piramide sociale. E dobbiamo ammettere che oggi, anzi, quelle lotte stentano perfino a mantenere vecchie “conquiste” in tema di benessere. Di conseguenza, un rilancio di queste lotte sarebbe senz’altro visto da tutti noi con estremo favore. Tuttavia, dobbiamo rilevare alcuni semplici fatti. Simili lotte diventano sempre più difficili, sono viepiù spezzettate e condotte spesso in modo da lasciare largo spazio a quella divisione tra strati sociali medio-bassi che favorisce i vertici della società (il ben noto “dividere per imperare”). E’ però un caso che ciò avvenga? E soprattutto nella presente fase storica (che dura da due-tre decenni)? Non posso dilungarmi nella considerazione delle condizioni storiche che avevano consentito un qualche elevamento della posizione degli strati sociali in questione. Noto solo che l’attuale peggioramento di tale posizione dimostra a iosa come non si fosse compiuto alcun decisivo passo in direzione dell’indebolimento di quella società denominata capitalismo.

Si è dovuto constatare un fatto ancora più rilevante per le nostre convinzioni ideologiche (e anche teoriche). Sia l’iniziale successo (relativo) di certe lotte sociali, sia la loro crescente irrilevanza attuale, sono fondamentalmente dipesi dalla predominanza di fatto che sempre hanno mantenuto gli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale in poi. Credevamo che il mondo bipolare fosse un contrasto tra capitalismo e socialismo. Siamo stati messi in crisi dalla rottura tra Urss e Cina, ma non abbiamo interpretato correttamente (e non sappiamo farlo ancora adesso) che cosa in realtà fosse accaduto. Abbiamo preso il successo di certe lotte anticoloniali (vedi Vietnam) come si trattasse di un allargamento del campo “socialista”; un allargamento durato l’espace d’un matin, con conflitto tra Vietnam e Cina e poi il progressivo spostarsi di quel paese verso l’orbita statunitense (sia pure dopo il crollo dell’Urss, che comunque non è stato un caso “sfortunato”). Oggi dobbiamo prendere atto – in una considerazione di più lungo periodo; ed è su questo che la storia deve essere “misurata” nei suoi effettivi andamenti – che gli Stati Uniti sono stati sempre il perno più solido dell’andamento degli affari mondiali.

In definitiva, è ora di ammettere infine che non esiste più da molto tempo (ammesso che sia mai esistita nei termini pensati dai marxisti) la lotta di classe su cui tante speranze erano un tempo riposte. Non esiste soprattutto un antagonismo tra due grandi blocchi sociali alternativi, foriero di trasformazioni anticapitalistiche. Nei paesi a capitalismo sviluppato – che ha conosciuto varie trasformazioni da giudicarsi interne a quel certo “modulo” sociale – si sono verificati contrasti, anche assai forti a volte, che sono sempre stati di tipo redistributivo; soprattutto di reddito, in parte anche di potere. E’ tuttavia mancato proprio l’effetto che alcuni attribuivano a tale conflitto, la trasformazione in senso anticapitalistico. Chiunque ancora ne parli – ormai alcuni rimasugli di dementi – va proprio ignorato. Ripeto che questo tipo di lotte va appoggiato proprio per quello che può al massimo conseguire: la difesa delle condizioni di vita e di lavoro dei ceti medio-bassi, oggi in deciso peggioramento. E sempre con la precisa consapevolezza che simili conflitti sono diretti da determinati gruppi dirigenti politici e sindacali, i maggiori beneficiari degli eventuali risultati positivi dello scontro.

Cosa invece si nota nettamente nell’attuale fase storica? I conflitti più acuti e più significativi sono quelli tra Stati. Di conseguenza, diventa in un certo senso scopo preminente seguire gli eventi di quella che è la politica internazionale, l’interrelazione tra i diversi Stati, lo stabilirsi di determinati rapporti di forza tra essi, il loro eventuale modificarsi i cui effetti ricadono immediatamente anche sull’andamento dei sistemi economici. Tuttavia, abbiamo già ricordato come gli Stati siano un insieme organico di svariati apparati, di cui alcuni sono quelli adibiti all’effettivo uso del potere (mentre altri hanno un carattere più propriamente amministrativo, diciamo così). E’ allora rilevante la comprensione dei contrasti in atto tra quei gruppi d’élite che si battono per il controllo e l’uso di tali apparati. Poiché questo “battersi” è appunto la politica, è un intreccio tra differenti strategie svolte per conquistare la supremazia, i gruppi d’élite (se tali sono effettivamente) debbono essere strettamente correlati con dati nuclei in cui si elaborano le strategie. E poiché le mosse della politica mirano al successo nell’ambito di uno scontro tra le varie élites, la segretezza è d’obbligo; e ogni venir meno della stessa o è una di queste mosse o è lo sgretolamento della “copertura” (lo sbucciarsi della “corteccia”) dovuto ad un acuirsi del combattimento tra due o più “attori”.

Del resto ho già ricordato un fatto ben noto a chiunque segua minimamente le vicende politiche. Non esistono élites dirigenti dei gruppi sociali nei diversi paesi, che non siano variamente interrelate tra loro in senso economico, politico, culturale. E certamente nel nostro paese, e più generalmente in tutti i paesi europei, in misura maggiore o minore queste élites sono strettamente collegate con quelle statunitensi, ponendosi nei loro confronti in una situazione di maggiore o minore subordinazione. In questo senso, gli Stati Uniti sono ancor oggi il centro di un ampio sistema mondiale di paesi; in particolare, hanno la guida, per quanto a volte appena mascherata, dell’intera UE che, come già detto, è in definitiva un’organizzazione parallela a quella della Nato. E’ impossibile seguire le vicende politiche interne di un qualsiasi paese europeo senza tener conto dei rapporti di subordinazione rispetto al paese predominante. Questo è particolarmente valido per l’Italia, paese la cui subordinazione è di alto livello e va crescendo. E continuerà a crescere per quanto diremo subito appresso.

4. Con quanto appena sostenuto, sia pure succintamente, abbiamo svelato il “segreto” della nostra pretesa preferenza per la geopolitica e per il tema dell’indipendenza o autonomia nazionale. Abbiamo semplicemente preso atto della fine della mitica lotta di classe e constatiamo che attualmente sono in ribasso anche le lotte sindacali per la semplice “redistribuzione”, nel tentativo di evitare l’arretramento delle cosiddette “conquiste sociali” di alcuni decenni fa. Dopo circa mezzo secolo di mondo bipolare e con i pericoli, spesso esagerati e montati a bella posta, relativi alla “guerra fredda”, si è avuto il “crollo” del campo sedicente socialista ed è sembrato che ci si avviasse verso una sorta di monocentrismo Usa. La sensazione è durata poco e ormai, malgrado sia ancora predominante quel paese, pare assai probabile che ci si avvii intanto verso un multipolarismo per quanto ancora imperfetto. Il caos nel mondo va accentuandosi come sempre avviene in epoche del genere; più volte ho fatto il paragone con la fine del secolo XIX.

In una situazione simile, è del tutto evidente un crescente impegno degli Stati Uniti per accentuare la presa sull’Europa e scongiurare quanto indubbiamente sembra serpeggiare al suo interno con il rafforzarsi di movimenti detti “euroscettici”; per quanto essi sembrino ancora abbastanza deboli. Il “Trattato transatlantico” (TTIP) dal punto di vista economico (che ha sempre riflessi politici), gli sconvolgimenti, più o meno ben riusciti, suscitati nel Nord Africa e in Medioriente, la crisi ucraina (dopo il primo approccio in Georgia), l’impulso dato alle organizzazioni islamiche “estremiste” poi ovviamente combattute (con forti ambiguità e senza ancora una conclusiva decisione; e qualche perplessità la nutro pure intorno alle mosse russe), le situazioni estremamente confuse e di sostanziale stallo (pur assai sanguinoso) in Libia e Siria, così come altre egualmente poco chiare (in Egitto come in Turchia o Iran, ecc.), sono operazioni che avranno certo motivazioni legate ai rapporti di forza nelle aree interessate; e tuttavia non vi è dubbio che il principale obiettivo degli Stati Uniti è, in ultima analisi, il mantenimento della presa in Europa e l’isolamento massimo possibile della Russia.

Se veniamo al nostro paese, credo che esso sia massimamente importante per le suddette finalità perseguite dagli Stati Uniti. La posizione geografica dell’Italia è in tutta evidenza significativa per le operazioni nelle aree investite, non sempre direttamente, dagli Usa (con l’Amministrazione Obama ci si è largamente serviti di “sicari”). Tuttavia, con l’operazione “giudiziaria” che mise fine alla prima Repubblica (solo dopo il crollo del campo “socialista”) si è reso del tutto manifesta la funzione che a noi spetta nelle intenzioni americane di tenere strettamente agganciata l’Europa. Dobbiamo essere decisamente affermativi in proposito. L’Europa è l’area in cui ancora si giocheranno i destini del probabile prossimo scontro policentrico per conquistare una nuova centralità preminente (uno scontro non temporalmente vicino, meglio essere espliciti in proposito). E l’Italia è paese fondamentale per il controllo europeo. Ci sono forti tendenze – a mio avviso tutte ben finanziate da chi di dovere – a sostenere l’ormai irreversibile decadenza europea e la crescente irrilevanza italiana.

Se con questo si vuole sostenere che mai si era visto in quest’area e in questo paese un degrado sociale (e culturale) come quello odierno, siamo d’accordo. Tutto questo avviene però proprio perché l’Europa (e, al suo interno, l’Italia) sono aree di importanza decisiva per gli Usa nel loro tentativo di restare preminenti; anzi di arrivare un giorno a porsi in una situazione di sostanziale monocentrismo, magari attraverso un futuro regolamento generale di conti. In questa fase, la pressione Usa sul nostro paese è massima, anche se non viene solitamente rilevata perché ovviamente non si esprime con le vecchie modalità coloniali. Di conseguenza, nella presente fase storica di non breve momento, chiunque straparli di lotta anticapitalistica, inganna scientemente quelle minoranze che cominciano a rendersi conto della situazione di degrado e sfascio sociale (e anche istituzionale), in cui ci hanno condotto le forze politiche padrone dell’andamento degli “affari” nel nostro paese.

Non ci sono per nulla prospettive di superamento del capitalismo in Italia (e in Europa); e nemmeno si saprebbe in che direzione si dovrebbe andare in una simile fantasiosa prospettiva. Ripeto che nessuno (di noi) si oppone a che i ceti medio-bassi difendano le proprie condizioni di vita aggredite dal potere esistente. Questo però non significa abbattere il capitalismo (e di quale si sta parlando, del resto, se non a vanvera?). E non c’è nessuna difesa possibile se restiamo un paese governato da élites che si pongono nella relazione di subordinazione rispetto a quelle del paese predominante. E’ di una evidenza palmare che il primo passo da compiere è (diciamo sarebbe) togliere il governo ai servi del potere statunitense. E vorrei essere preciso. Quando parlo in questo contesto di governo non mi riferisco soltanto a quelle forze politiche che hanno in mano la direzione dell’Italia. Valuto negativamente pure le sedicenti opposizioni, invischiate in quel gioco elettorale che fa dimenticare ogni problema di reale potere, con il mero scopo di conquistare favori nell’“opinione pubblica” onde migliorare la propria posizione all’interno dell’attuale struttura politica, comunque sempre subordinata alla predominanza degli Stati Uniti.

Ecco allora spiegato perché è indispensabile battersi oggi per l’autonomia nazionale. E per porsi in quest’ottica, è necessario dedicare i nostri sforzi soprattutto all’analisi degli intrecci internazionali tra i vari paesi; nelle loro filiere di predominanti, subdominanti, subsubdominanti….ecc. fino alle ultime propaggini della subordinazione, laddove siamo tutto sommato situati noi italiani. E mi sembra lampante che passi in avanti di questa autonomia sarebbero favoriti dall’affermarsi crescente della tendenza al multipolarismo. Quindi ci si deve battere per il rafforzamento delle relazioni – non solo economiche, bensì proprio politiche e di collegamento tecnico-scientifico e di “Informazione” e magari anche militari – con i paesi che hanno maggiori prospettive “oggettive” di ergersi quali antagonisti degli Stati Uniti; e fra questi, a mio avviso, il principale è la Russia. Nessuna particolare simpatia per questa e nessuna particolare antipatia per gli Stati Uniti. Semplicemente, è necessario battersi per l’accentuarsi del multipolarismo e, dunque, per la nostra autonomia. Multipolarismo e indipendenza sono in relazione biunivoca. E sono il primo compito per la fase attuale.

5. C’è poco da aggiungere, io credo. Ritengo auspicabile – nella fase storica che viviamo e che non sarà di breve momento – una politica tesa all’autonomia dei paesi europei rispetto a quello ancora oggi preminente, pur se a mio avviso procediamo, in modo certo non lineare e continuo, verso una situazione multipolare. Qualcuno potrebbe obiettare che sarebbe bene allora battersi per una profonda revisione dell’attuale organizzazione dell’Europa Unita in modo da ottenere l’effetto voluto. Credo che ci si avvierebbe lungo una strada fallimentare. La UE non mi sembra affatto riformabile per come è nata e si è andata configurando sulla base dell’accettazione di una chiara subordinazione – sia pure con accenti diversi nei vari paesi – agli Stati Uniti. Mi sembra anche non molto chiara l’agitazione di alcuni movimenti per l’uscita del proprio paese dalla UE e dall’euro.

Il problema centrale è la lunga subordinazione che, soprattutto i più sviluppati paesi europei (quelli “occidentali”), hanno dovuto subire rispetto agli Usa. Bisogna invertire questo processo – economico, politico, culturale – di subordinazione. Per far questo, nei vari paesi europei devono crescere movimenti consapevoli della difficoltà e complessità di tale compito, che comporterà infine la necessità di abbattere con energia i governi del servilismo. E’ un processo che va sviluppato all’interno dei vari paesi; e che, se avrà successo, lo avrà in modi e tempi specifici per ognuno d’essi. Ogni movimento dovrà rispettare le caratteristiche del proprio paese, delle proprie popolazioni (e, in questo senso, tornerà utile anche l’analisi delle differenti strutture dei rapporti sociali).

I movimenti di autonomia devono senza dubbio ricercare il reciproco collegamento nel contesto europeo, ma senza mai dimenticare le differenze del proprio paese rispetto agli altri; pena il diffondersi di una nuova “mistica” europeista che ha già prodotto in passato i guasti che vediamo oggi sotto i nostri occhi. E’ stata proprio la propaganda di questa idea di una generica Europa unita a consentire il prevalere nella nostra area di élites dirigenti che – oggi finalmente è venuto in chiara luce – si sono piegate, spesso con pingui finanziamenti, agli intendimenti e voleri degli Stati Uniti. Alcuni si saranno anche “venduti”, ma altri hanno superficialmente creduto che, come si erano fatti gli Stati Uniti d’America, si potessero fare quelli d’Europa, i cui paesi hanno ben più complessa e “antica” storia.

Ulteriore problema. Malgrado molti paesi europei siano economicamente piuttosto avanzati, è altrettanto evidente la loro debolezza politica e – perché voler essere pacifisti ad oltranza – bellica. Ogni movimento che si batta per l’autonomia del proprio paese – lo ripeto ossessivamente, autonomia soprattutto in direzione degli Usa – dovrà non soltanto cercare i collegamenti con i propri simili europei, bensì sviluppare precise politiche verso est; in particolare nei confronti della Russia. Inutile nascondersi che simili politiche potrebbero un giorno provocare il passaggio dalla tendenza multipolare all’affermarsi di un reale policentrismo conflittuale, con tutti i rischi che ben conosciamo dal XX secolo. Se si teme questo, è inutile mettersi sulla strada dell’autonomia; si resti subordinati come lo si è adesso.

E veniamo così all’ultimo punto. Ci sono molti sciocchi che credono ad un’Italia di benessere diffuso sulla base del turismo, sfruttando i suoi mari blu, i cieli azzurri, le cosiddette bellezze paesaggistiche (come se altrove mancassero), i suoi cibi (che nemmeno gli italiani più giovani sanno ormai apprezzare); e altre litanie del genere. Se l’Italia rimane a questo livello, resterà pure tranquillamente subordinata; e avvizziranno progressivamente in essa tutti quei settori che consentono il maggiore sviluppo di un qualsiasi paese nell’epoca moderna (a meno che non si tratti di quei paeselli, magari isole, che sono piccole oasi per i “ricchi del mondo”). E mancando l’autonomia e il tipo di sviluppo ad essa connesso, inutile anche pensare a chissà quali possibilità di lotta sociale per difendere le proprie condizioni di vita, soprattutto da parte dei già più volte ricordati ceti medio-bassi.

Lasciamo perdere per favore la lotta anticapitalistica; abbiamo una concezione arretratissima di capitalismo, ancora primonovecentesca se va bene. Non abbiamo assolutamente l’idea di quel che dovrebbe essere una società non più capitalistica (a parte le ubbie anti-grande finanza diffuse oggi). Ho però sostenuto che è approvabile la resistenza dei ceti meno abbienti di fronte ad un chiaro peggioramento delle prospettive nei nostri paesi detti avanzati. E’ bene mettersi in testa che in un periodo di multipolarismo in accentuazione, si amplifica il “caos” nelle relazioni internazionali; e non solo politicamente, ma pure economicamente. In poche parole, quella che chiamiamo crescita (aumento del Pil) non conoscerà andamenti travolgenti per molto tempo. Molti finalmente cominciano ad arrivare a simili conclusioni. Tuttavia, la debole (o nulla) crescita non impedisce uno sviluppo, cioè un miglioramento di certe strutture sociali e l’arresto del progressivo smantellamento delle “conquiste” ottenute già da tempo.

Tuttavia, non vi sarà nulla di tutto questo se si cede sul punto dell’autonomia propria, dello sviluppo di settori innovativi che la subordinazione invece sacrificherà sempre più. Cari “amici delle lotte sociali”, volete che possano essere ancora condotte almeno in un certo grado? Ebbene, battetevi per l’autonomia del paese rispetto all’attuale piatta subordinazione agli Stati Uniti. Battetevi per una diversa politica internazionale. Invece di fissarvi sul superamento del capitalismo (che si supera da solo in sempre nuove forme che vi lasciano poi a mani, e testa, vuote), concentratevi sull’attuale evoluzione dei rapporti di forza tra Stati (paesi), in modo da giocare nel suo ambito con opportune politiche di “nuove alleanze” al fine di non veder peggiorare gravemente le condizioni del vostro paese e, dunque, dei ceti sociali in esso meno favoriti.

E con questo fervorino finale, veramente Amen.

USCIRE DALLA UE? DISGREGARLA! di GLG

gianfranco

 

 

1. L’economicismo imperante – e non certo nei pochi marxisti rimasti, ma invece nelle correnti liberali – pontifica sempre sulla lotta per i mercati; precisamente per le quote di mercato. In realtà, la lotta di tutte le grandi potenze, da sempre e non soltanto nell’era capitalistica, mira alla conquista di sfere d’influenza, cioè al controllo – sia pure oggi non più in senso strettamente coloniale – di aree del globo le più ampie possibili. Le quote di mercato sono un indice, e solo un indice, del successo dell’azione strategica esercitata dagli organismi, denominati imprese, nella sfera sociale detta economica. Tale azione è senza dubbio importante nel capitalismo, ma non è al livello di quella esercitata nella sfera politica (con la sua decisiva appendice militare); ed è accompagnata pure dall’importante ruolo svolto dall’attività di numerose associazioni che tendono a diffondere la cultura, i costumi, le abitudini di vita di questa o quella potenza presso le popolazioni di molti paesi costituenti le varie aree mondiali.

Dopo il 1945, gli Stati Uniti non hanno in pratica avuto grandi rivali nell’area del Pacifico, insomma nella vasta zona asiatica. Il Giappone, con la sua antica cultura messa a soqquadro da quella americana, è stato esempio preclaro di questo successo degli Stati Uniti. Cina e Corea del Nord non hanno certo rappresentato, nemmeno nei tempi più recenti, un reale fattore di contrasto; pur con tutta la penetrazione economica cinese che possa esserci. Non basta investire grandi capitali, comprare questo e quello in altri paesi per conquistare una reale supremazia quanto ad influenza. Esemplare quanto accaduto proprio con il Giappone. Negli anni ’80 sembrava che ci fosse l’invasione di investimenti giapponesi negli Usa (in specie nella sua costa del Pacifico). Negli anni ’90, il Giappone si è ritirato con la coda tra le gambe. Nemmeno la sconfitta in Vietnam (fin troppo enfatizzata dagli ultimi sussulti ideologici dei movimenti comunisti ormai ridotti allo stremo) ha ostacolato l’influenza statunitense in area asiatica (ivi compreso proprio nel paese “vittorioso”). Quanto all’India, non è certamente più un paese colonizzato, si è indubbiamente sviluppato, ma le sciocchezze di pochissimi anni fa circa il BRIC (o BRICS) oggi fanno sorridere.

Diversa la situazione nell’area europea, decisamente rilevante per il suo alto sviluppo economico e per una decisa vicinanza culturale e di istituzioni politiche agli Stati Uniti. Fino a tutti gli anni ’80, una parte dell’Europa (sia pure i paesi meno sviluppati) è rimasta sotto l’influenza dell’Urss. Tuttavia, anche in tal caso, dovrà essere riscritta la storia di quei quaranta e passa anni seguiti alla fine della seconda guerra mondiale. Abbiamo troppo creduto ad un vero confronto/scontro tra Usa e Urss, al mondo nettamente bipolare e alla “guerra fredda”. Il confronto c’era, lo scontro spesso pure; tuttavia, l’Urss è stata fin da subito o quasi in posizione d’inferiorità per le sue strutture sociali inadeguate, pensate come socialiste mentre erano solo imbrigliate in una stagnazione e imputridimento crescenti. Molti fattori hanno nascosto questo fatto: una certa crescita economica, ormai in netto calo però a partire dagli anni ’50; il lancio dello sputnik che ha fatto pensare a chissà quali avanzamenti tecnologici; la costruzione delle atomiche e la presenza di apparati bellici abbastanza potenti, eppur minati dalla mancanza di adeguati sviluppi e trasformazioni.

Il crollo del sedicente socialismo europeo, e soprattutto quello immediatamente successivo dell’Urss, hanno mostrato qual era la realtà. Ancora una volta, sempre guardando a determinate correnti di investimento di capitali, si è cianciato per pochissimi anni di una crescita di influenza della Germania nell’Europa dell’est. La lezione dell’aggressione alla Serbia nel ’99 (preceduta da tutti gli sconvolgimenti nell’area già jugoslava) ha messo termine a queste chiacchiere. E anche tutto quanto è accaduto (e ancora accade) in Medioriente, nell’Africa del nord, il lungo periodo di appoggio netto e indiscusso ad Israele – adesso appena ridotto per alcune esigenze strategiche legate alle necessità di intervento nella tensione tra Turchia e Iran in quanto subpotenze in competizione per l’influenza in quell’area – è senz’altro dipeso pure dagli interessi degli Stati Uniti in quella zona, ma ancor più dalle necessità di controllare l’area europea; soprattutto dagli anni ’90 in poi, quando tutta l’Europa è caduta sotto la loro preminenza.

 

2. Già da anni, gli studi e ritrovamenti del ricercatore universitario statunitense Joshua Paul hanno posto in luce – ma si tende sempre a farlo dimenticare – che i “grandi padri dell’Europa” erano pagati (vogliamo essere buoni e dire finanziati?) dagli Stati Uniti. In origine, con la scusa del pericolo sovietico – che mai c’è stato, malgrado le colossali bugie che ci raccontavano – si è creata la Nato; non a caso, non più disciolta nemmeno dopo il crollo dell’Urss. Non serviva a difenderci dal “pericolo comunista”, bensì a renderci completamente succubi degli Usa. E così, non appena è stato possibile, si è creata la UE, l’Europa sedicente unita (e quando mai lo è stata?), quale ulteriore rafforzamento del predominio americano. La UE è solo un altro organismo degli Usa dedito a tale compito. Per il momento, questa preminenza non è tanto in pericolo, malgrado le illusioni che si sono create al proposito. Tuttavia, la Russia, nata dopo il crollo sovietico, non è affondata, non è caduta pur essa sotto l’influenza Usa come un personaggio del tipo di Eltsin (e forse perfino Gorbaciov) poteva far pensare.

Siamo però lontani da un equilibrio di potenziale tra Stati Uniti e i suoi possibili avversari, fra i quali a mio avviso il più credibile è appunto la Russia. Sono comunque convinto che il cosiddetto multipolarismo, pur se non in modo lineare, è in marcia e dunque gli Usa devono agire di conseguenza. Non ripeto adesso quali sono stati i cambi di strategia americana da dopo la fine dell’Urss; ed in particolare quella seguita dall’amministrazione Bush jr. e poi quella di Obama. Siamo in una fase di grande confusione che ricorda, e questo lo ripeto, gli ultimi decenni del XIX secolo. Ci sono mosse e contromosse, aggiustamenti e riaggiustamenti frequenti. Ha allora senso la proposta di certe forze, dette antieuropeiste, di uscire dalla UE a magari anche dall’euro?

Non lo credo proprio. E tanto meno ci credo quando vedo che tali sentimenti nascono perché l’Europa starebbe cadendo in mano tedesca. Chi parla così è ancora una volta finanziato dagli Usa come i “grandi padri dell’Europa”. Nessuna simpatia per la Merkel, e magari è vero che la Germania sta agendo in modo da danneggiare altri paesi fra cui il nostro; magari facendo, com’è in fondo naturale che sia, i propri interessi. Il problema centrale non sta però qui. Al massimo la Germania è il solito “cattivo caporale” che esegue, in forma rozza e particolarmente dura, gli ordini di generali e colonnelli per mettere in riga la truppa. I generali a volte mostrano, da ipocriti quali sono, falsa “umanità” perché il caporale si assume il compito delle odiose misure e punizioni per mantenere l’ordine, cioè la subordinazione, dei soldati.

Bisogna lottare per annientare la UE e i suoi organismi, fra cui la BCE diretta da un agente fin troppo subordinato (da sempre) agli americani. Non basta uscire, non è che la “brexit” risolverà alcunché; già adesso si parla che questa sarà portata avanti nei prossimi tre anni, perché così è consentito. Insomma, non se ne farà nulla di rilievo. E in ogni caso, non si deve uscire, ma denunciare questa indegna unità europea per quello che è: un organismo creato dagli Usa per il nostro asservimento. E bisogna combattere contro la UE, disgregarla dall’interno, paralizzare sempre più i suoi ordini diretti alla nostra completa dipendenza. I falsoni che ululano per uscire dalla UE vanno smascherati quali agenti americani; talvolta più odiosi di coloro che ancora vogliono restarvi. Almeno questi si mostrano a viso aperto quali nemici; gli altri si fingono nostri alleati e amici. No, falsi in radice, spedirli al diavolo, sono nemici subdoli e traditori. Intendiamoci: so che ci sono anche persone (e tante) in buona fede, cascate nel tranello dell’uscita. Debbono però ricredersi in un tempo ragionevole.

In definitiva, bisogna muoversi contro la UE quale tipica organizzazione creata dai “finanziatori” americani; così come furono finanziati gli altrettanto obbrobriosi e traditori “padri dell’Europa”. Addosso all’Europa unita: quella attuale, ma che è quella esistente e fra i piedi. Si dovrà magari un giorno giungere a qualche forma di unione. Tuttavia, in primo luogo non credo che potranno stare veramente insieme tanti paesi quanti ce ne sono adesso. Inoltre, questa unione deve avvenire dopo un passaggio per l’autonomia dei diversi paesi. Un’autonomia che va conquistata non uscendo dalla UE, ma facendone l’obiettivo primario della critica e della lotta CONTRO. Chiaro?

Sarà vero? di GLG

gianfranco

Articolo da Libero qui…

Non è che sia d’accordo su tutto quanto dice l’articolista. In particolare, credo che attribuisca troppi meriti ai Servizi russi e veda solo fallimenti da parte americana. Ho molti dubbi in proposito. Non è però questo che conta e non ho messo questo articolo perché debba concordare sulle sue tesi. Semplicemente, è almeno fuori del coro del tutto stonato degli altri media italiani e, credo, anche europei. Mi piace che irrida all’antidemocraticità di Erdogan. Si sa bene che non credo alla democrazia elettoralistica, ma è quella di moda in questo occidente ormai sfatto. E allora, cari ipocriti, Erdogan nelle ultime elezioni è andato ancora meglio che nelle precedenti e ha sfiorato i due terzi dei parlamentari, cosa che gli consentirebbe la modifica costituzionale voluta. Quello che è avvenuto non è stato un atto di “volontà popolare”, bensì un golpe di una parte soltanto dei militari e assai probabilmente (Libero lo dà per sicuro e lo condanna, cosa certamente “simpatica”) organizzato dagli Usa. E si è tentato di accoppare il presidente turco; faceva parte della democrazia? Sicuramente sì, visto che è quella americana. E qui si urla contro la possibilità dell’introduzione della pena di morte, pena più che normale e adeguata ad un colpo di Stato da parte di un esercito che dovrebbe fedeltà alle istituzioni del suo paese. Inoltre, molto opportunamente, l’articolo ricorda che la pena di morte c’è negli Usa; e sappiamo quanti errori ci sono stati (e scoperti dopo l’esecuzione). E sappiamo dell’orrore di far stare mesi nel “braccio della morte” il condannato con la pantomima dei successivi (e “democratici”) rinvii per suppliche e procedure legali varie, quasi sempre finite con il rifiuto della grazia o di una revisione. Si dice anche di un piccolo contingente italiano che è al servizio degli intenti statunitensi e si invita infine a ritirarlo per non essere i soliti servi di sempre. Sempre meglio questo articolo che le ipocrisie della nostra stampa e TV. Per non parlare dei sedicenti personaggi politici, dalla Merkel alla Mogherini ecc. ecc. Datevi all’ippica, ipocriti e ignoranti!
PS Sia chiaro che non ho alcuna simpatia per Erdogan né appoggio la sua politica. Semplicemente rido delle reazioni europee. Quelle americane nemmeno fanno ridere.

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