DEDICATO AL RINNOVAMENTO DELLA SINISTRA ITALIANA, di GLG

gianfranco

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Con grande rispetto e viva Speranza salutiamo (con questo “entusiasmante” finale del film “Signore e signori buonanotte” di registi vari) la riunione della rinascita della sinistra italiana, che si trova oggi a Roma e ha iniziato la “raccolta dei cocci” al canto di “Bandiera rossa”; e questo magari mi fa incazzare un poco, perché vorrei sapere dove va cercato il rosso in questo assemblaggio di pezzi avariati. Tuttavia, quando uno sente i nomi di D’Alema e Bersani, i garanti di un “glorioso passato” (magari con qualche caduta filo-Usa come durante l’aggressione alla Serbia o benevoli verso il capitale privato con liquidazione di pezzi importanti dell’industria pubblica, tipo svendita della Telecom; e via dicendo), e poi quelli dei giovani Speranza, Emiliano, Rossi e tanti altri campioni della nuova “rivoluzione” dei “gamberi” (che camminano all’indietro), sente che il passato ricomincia a macinare quel “vecchio frumento”, un tempo ammonticchiato nelle cantine di Botteghe Oscure, n. 4. Finalmente, proviamo la nostalgia dei tempi andati (a male); e il nostro cuore si allarga, certamente con pericolo di scoppio di atri e ventricoli. Ma non importa: finalmente ci siamo….. e ci resteremo a spanciarci dal ridere. O invece dobbiamo piangere? In ogni caso, spero che, almeno “in rete”, questo “ballo delle cariatidi” diventi la sigla distintiva della “sinistra dem”.

ANDIAMO UN PO’ PIU’ A FONDO, di GLG

gianfranco

Qui

Come al solito, parto da un articolo; questa volta di un giornale contrario all’establishment italiano. Tuttavia, non è tanto la critica al CETA che m’interessa (anche se credo sia una critica giustificata) quanto appunto lo spunto che essa mi fornisce in merito ad idee che mi frullano in capo da tempo.

Sappiamo bene ormai chi e che cosa sono stati e sono gli “europeisti”. Sappiamo com’è nata l’idea di questa disastrosa unione, voluta da uomini tanto celebrati quanto soltanto servi degli Stati Uniti e da essi finanziati a getto continuo per tenere la nostra area a loro pienamente subordinata. Per circa mezzo secolo – grazie alla “gara” chiamata “guerra fredda” tra Usa e Urss; sempre ingigantita dai soliti politici e intellettuali o ignoranti o sciocchi come stesse per scoppiare quella “calda”, mai stata all’orizzonte (e anche su questo si dovrà un giorno dire la verità) – una parte, la meno sviluppata d’Europa, ristette sotto l’influenza sovietica. Poi infine, si ricompose l’unità dei servi alle dipendenze dell’unica superpotenza rimasta. E subito, tuttavia, si rimise in moto una “più vecchia storia” (quella rimasta cristallizzata nel periodo del mondo bipolare); ci si riavviò lentamente verso il multipolarismo, grazie al risorgere di una diversa Russia (non più l’ossificata per quanto potente Urss, vero gigante dai piedi d’argilla) e alla dissoluzione del Terzo Mondo (santificato dai pseudorivoluzionari prima innamorati della Classe Operaia, affossatrice mancata del capitalismo, nel frattempo modificatosi ampiamente rispetto alle errate interpretazioni propalate dai “marxisti” del XX secolo, cui ho appartenuto anch’io per molto tempo); un Terzo Mondo che ha visto quasi metà popolazione della Terra (Cina, India, Brasile e qualche altro paese) avviarsi lungo una via somigliante a quella capitalistica (ma anch’essa con particolarità varie e mai studiate a fondo anche perché certamente non facili da comprendere).

Di fronte alla sorpresa del multipolarismo, pur solo incipiente, mentre credevano di essere ormai soli a comandare senza problemi in un unico “Impero” mondiale, una serie di presidenze (cioè di nuclei dirigenti) statunitensi, di assoluta mediocrità e assai aggressive, si sono susseguite favorite solo dall’enorme potenza, economica e bellica, accumulata. Siamo infine giunti alla forse più miserabile presidenza, quella di Obama, che ha tentato di farsi seguire da una ancora peggiore della sua, fallendo piuttosto imprevedibilmente in questo intento; e ne è uscito vincitore Trump. Riuscirà costui (cioè il gruppo dirigente che l’ha espresso) a far risalire le sorti del paese senza far soltanto assegnamento sulla suddetta potenza? Non sono un profeta – come si finge la gran massa di intellettuali e giornalisti, ultraignoranti e presuntuosi, oggi straparlanti nei mass media – e quindi non prevedo alcunché. Mi limito a cercare di capire che cosa accade; e già ci si rompe il cervello in questo compito.

Mi sembra che Trump stia procedendo con qualche zig zag, ma è meglio non arrivare a immediate conclusioni perché ha opposizioni tali che un simile percorso è comunque obbligato. Tuttavia è indubbio che non sarà facile per il neopresidente perseguire quanto ha ufficialmente dichiarato. Risulta intanto del tutto evidente che l’establishment europeo – sia quello posto alla dirigenza di una ormai pericolosa e distruttiva UE sia quello al governo nella quasi totalità dei paesi ad essa aderenti – non sembra intenzionato ad alcuna revisione politica, avendo sposato da tempo immemorabile la totale subordinazione agli Usa pre-Trump; e infatti si è subito schierato apertamente e senza riserve con il precedente nucleo dirigente americano, che fa la fronda al neopresidente. Anche l’approvazione del CETA sembra in fondo una delle mosse di questa scelta assai decisa.

Quello che era già in panne è il trattato transatlantico, osteggiato dal governo tedesco (mentre era in fondo voluto dagli Usa di Obama). Adesso sembra saltato definitivamente, come pure quello transpacifico, per scelta della nuova politica statunitense. Tuttavia, non credo che il pericolo sia scongiurato per sempre. Se la nuova Amministrazione americana fosse battuta (non so in quale modo), potrebbe rimettersi in moto qualche intenzione di riprendere in mano il TTIP. In ogni caso, ciò che conta è lo schieramento netto e reciso dell’europeismo suddito a favore del vecchio, ma non certo superato, establishment Usa. E’ gesto di disperazione? Non credo proprio, la posizione di Trump resta abbastanza debole. E qui da noi, gli antieuropeisti mi sembrano pur essi non propriamente forti; pur se sono in crescita in alcuni paesi decisivi. La battaglia antieuropeista è quindi di rilevante importanza; anche per quanto accadrà negli Stati Uniti.

Al momento, vi è lotta accanita tra questi nuclei dirigenti Usa anti-Trump, uniti ai loro subordinati europei ancora in sella nella nostra area (e nemmeno ci si lasci illudere troppo dalla “brexit”, di cui ancora non si vedono chiari effetti risolutivi), e la nuova Amministrazione presidenziale americana con ciò che essa può rappresentare. Qui in Europa è indispensabile si sviluppi una lotta accanita all’europeismo perdurante da settant’anni e assai peggiorato nell’ultimo quarto di secolo. Stiamo inoltre attenti perché una parte dell’antieuropeismo oggi in azione – quello che insiste contro il presunto predominio tedesco o si riferisce al potere finanziario transnazionale, ecc. – è di fatto estremamente pericoloso e potrebbe favorire in definitiva coloro che sostiene di voler combattere. Forse l’organizzazione politica più positiva è al momento la lepenista in Francia. Tuttavia, fondamentale sarebbe una energica azione autonomista in Germania contro gli attuali governanti. Tuttavia, devono essere abbandonate nostalgie per passati irripetibili. La strada sembra in effetti ancora lunga da percorrere. Questo è comunque un anno che qualcosa ci chiarirà; vedremo come si sposteranno gli attuali “equilibri” in fase di comunque notevole perturbazione.

Per quanto riguarda la specifica situazione italiana, pur sempre nel quadro della perturbazione in oggetto, rinviamo ad un momento successivo.

A PROPOSITO DEL POPULISMO E DEL SOVRANISMO

europa

 

Nella parte conclusiva di un nostro intervento apparso in questo blog nell’agosto 2016 scrivevamo: <<Diversi anni fa Marcello Veneziani aveva proposto una nuova polarizzazione [rispetto alla ormai obsoleta dicotomia destra-sinistra. N.d.r.], utilizzando le denominazioni convenzionali di comunitari e liberal, la quale sarebbe stata il risultato dello smembramento dei poli tradizionali sulla base dei principi solidaristici e identitario-corporativi, da una parte,  e di difesa dei diritti (civili) e delle “libertà”  dall’altra. Progressivamente anche questa tipizzazione si è sgretolata, di fronte al rullo compressore di una crisi di cui non si vede la via di uscita, e in qualche maniera, almeno in occidente, i gruppi dominanti liberali e filoamericani sono riusciti a rappresentare culturalmente e mediaticamente tutte le forme di opposizione, comunque sempre “interna”,  al modello sociale capitalistico utilizzando la categoria di populismo enfatizzando le ambiguità del concetto e combinandolo con le problematiche riguardanti il cosiddetto nemico esterno: il terrorismo e le “civiltà” che risulterebbero “meno progredite” sul piano culturale, sociale e “dei diritti” come la Russia e la Cina.>>

Nel gennaio di quest’anno sul Sole 24 ore, Sergio Fabbrini, un noto politologo che insegna presso la LUISS, è intervenuto, un paio di volte, su tematiche scottanti quali il nazionalismo e il populismo in rapporto a quelle prese di posizione che vengono definite da alcuni anni come “sovraniste”. Una “nuova frattura” si aggirerebbe per l’Europa ed essa sembrerebbe opporre “populisti e anti-populisti, piuttosto che sinistra e destra”. Fabbrini ammette che è in atto un forte e diffuso “rifiuto delle élite” e un radicato atteggiamento “anti-establishment” nelle dinamiche politiche dei paesi europei (e in particolare dell’Eurozona).  L’elemento fondamentale da cui partire è comunque, per il professore, la constatazione che il

<<rifiuto delle élite politiche nazionali è sempre di più motivato dai loro fallimenti nel governare il processo di integrazione europea. Un rifiuto che ha condotto alla rinascita del sovranismo in quanto alternativa popolare all’europeismo.>>

In maniera abbastanza realistica Fabbrini considera che in alcuni paesi l’ insoddisfazione è stata alimentata prevalentemente dalla manifesta incapacità dei vertici Ue e dei governi di gestire la “crisi finanziaria” e, aggiungiamo noi, economica e sociale. Così che in maniera del tutto logica le forze di opposizione hanno fatto propria la richiesta di una maggiore autonomia nazionale nel campo delle politiche economiche, a cominciare da quelle di bilancio. Il docente della LUISS però ritiene che in altri casi – e soprattutto in Francia, Paesi Bassi, Austria e Germania – l’elemento “identitario” abbia avuto un peso preponderante. La forte mobilitazione contro l’immigrazione incontrollata “ha risvegliato sentimenti nazionalisti a lungo dormienti in quelle società” e sta progressivamente alimentando una forte richiesta tesa a recuperare autonomia decisoria riguardo a molte questioni importanti demandate a suo tempo a Bruxelles. L’attuale modello di “governance”  che caratterizza la Ue avrebbe

<<acquisito un carattere in misura crescente tecnocratico, in quanto le decisioni europee sembrano essere prese attraverso meccanismi automatici e procedure oscure.>>

Le élite nazionali che negli ultimi anni hanno governato i paesi europei si sono perfettamente adeguate e hanno funzionato come agenti esecutivi delle politiche di austerità e delle scelte tese a disintegrare le identità culturali della popolazione negli Stati-nazione del nostro continente. Il cosiddetto populismo ha, perciò, rilanciato un atteggiamento che si riconosce in una nuova propensione al nazionalismo riportando in auge una ideologia che per decenni era stata limitata e controllata. A questo punto le “masse” , mentre da una parte criticano e osteggiano sempre più i ceti politici “politicamente corretti” e filoamericani che li hanno governati, dall’altra stanno disperatamente cercando delle elité in cui possano riconoscersi  e su cui fare affidamento. Fabbrini aggiunge, poi, che nelle aree in cui i sentimenti nazionalistici non si erano mai veramente sopiti – come nel caso del Regno Unito, della penisola scandinava e dell’Europa orientale – e in cui il sentimento della propria specificità rispetto agli altri paesi europei è sempre stata viva, si è assistito a una forte “mobilitazione populista” in particolare contro le scelte portate avanti nella politica dell’immigrazione. Il professore trae, in questo modo, una prima conclusione:

<<Così, se nell’Eurozona il populismo è divenuto sempre più nazionalista, fuori dell’Eurozona è stato il nazionalismo a diventare sempre più populista. Ciò ha finito per creare una contraddittoria coalizione tra nazionalismi e populismi.>>

E la contraddizione nascerebbe dal fatto che mentre per paesi come il Regno Unito prevale l’interesse di controllare l’immigrazione anche quando provenga da Stati membri dell’Unione, in altre nazioni, come quelle dell’est, si considera fondamentale sia l’opporsi ai “flussi” extra comunitari sia il mantenere la libera circolazione delle persone all’”interno” della Ue. Si è comunque costituita, in questo modo, una alleanza sempre più forte tra il populismo e il nazionalismo, nata dalla comune ostilità nei confronti dell’Unione europea, che induce Fabbrini a ritenere come fondamentale l’opposizione tra un sovranismo che realizzerebbe la fusione delle suddette ideologie e aggregazioni politiche e l’”europeismo” che, aggiungiamo noi, non rappresenta altro, nella fase attuale, che una appendice dell’”americanismo”. Ma siccome la nozione di populismo risulta spesso vaga e contraddittoria dobbiamo necessariamente sforzarci ancora di chiarificarne la natura. In un saggio scritto da Lorenzo Del Savio e Matteo Mameli si trova esemplificata, ad esempio la contrapposizione tra il Machiavelli dei Discorsi, le tesi politiche di Guicciardini e commenti di autori contemporanei:

<< In questo breve scritto, vogliamo spiegare la potenzialità contestatoria e anti-elitista del populismo, esplorandone le potenzialità democratiche. Il nostro punto di partenza è la lettura che il politologo John McCormick ha dato di ciò che Machiavelli dice nei Discorsi a proposito delle istituzioni della Repubblica romana, lettura contrapposta a quella cosiddetta neo-repubblicana, e ormai divenuta ortodossa, di autori come lo storico Quentin Skinner e il filosofo Philip Pettit. McCormick pone in risalto quegli aspetti che possono essere legittimamente – anche se anacronisticamente e provocatoriamente – chiamati populisti delle teorie di Machiavelli. Per Machiavelli la Repubblica romana offre un esempio, per quanto imperfetto, di un sistema istituzionale all’interno del quale anche coloro che non appartengono alle élite possono contestare efficacemente, e per di più per via istituzionale, il potere e le ambizioni delle oligarchie, la cui azione sarebbe altrimenti priva di limiti e dannosa per gli interessi delle persone comuni, oltre che per la sopravvivenza stessa della Repubblica, e quindi nel lungo termine per gli interessi di tutti, incluse le oligarchie stesse. Questo aspetto contestatorio si riscontra nelle magistrature plebee della costituzione mista della Repubblica romana, che garantiva ai semplici cittadini ampi poteri reattivi e propositivi tramite assemblee dedicate e potenti ruoli politici, in primo luogo il tribunato, a cui le élite non avevano accesso. […]  Secondo McCormick, Machiavelli è infatti democratico in un senso esplicitamente classista. L’etimologia del termine democrazia suggerisce un riferimento al popolo e al suo potere, dove il popolo è concepito non come unità astratta, etnica o nazionale che sia, ma semplicemente come insieme multiplo e variegato di tutti quelli che non fanno parte dei ranghi dei potenti, come moltitudine. Una rapida scorsa alla storia del pensiero politico mostra che, fino a tempi recenti, il termine democrazia ha sempre avuto una valenza contestatoria e conflittuale. Il termine era utilizzato principalmente dalle élite con connotazione negativa, allo stesso modo in cui oggi si tende a invocare la parola populismo. Tale connotazione negativa si trova per esempio già nell’Etica Nicomachea, dove Aristotele descrive la democrazia come una perversione della forma di governo timocratica, nella quale invece il potere è attribuito ai soli possidenti. L’uso dispregiativo del termine democrazia si ritrova inoltre nell’Italia rinascimentale, quando Guicciardini, proprio in opposizione a Machiavelli, metteva in guardia dai governi popolari e dal popolo, perché a suo avviso “è forse tanto più pestifera la sua tirannide [del popolo] quanto è pericolosa l’ignoranza, perché non ha né peso né misura né legge che la malignità”. Si ritrova anche negli scritti dei fondatori degli Stati Uniti d’America, ad esempio in Madison, che lamenta lo “spettacolo di tumulti e rivalità” delle democrazie e l’intrinseca incompatibilità tra i governi popolari e la “sicurezza personale o il diritto di proprietà”.>>

Quando si mette in evidenza l’affinità che esiste tra la cosiddetta democrazia e il cosiddetto populismo non si scopre naturalmente niente di nuovo. Studiosi seri, anche se spesso “schierati” al punto di sfiorare la “faziosità” più volgare, come Hayek e Bobbio, hanno ampiamente messo in evidenza la differenza/contrasto tra il principio liberale e quello democratico. In questo momento storico le istanze propriamente “democratiche”, che fanno riferimento alle reali esigenze della maggior parte del popolo, vengono portate avanti in maniera spesso confusa e contraddittoria da alcune elitè, definite “populiste”, che si muovono in simbiosi con alcune importanti componenti dei gruppi dominanti le quali si collegano a esse per portare avanti i propri obiettivi. I teorici del  neo-repubblicanesimo invece, a quanto pare, pur perorando la causa del patriottismo, dell’indipendenza e della coltivazione del senso civico e della partecipazione alla vita politica di tutti i cittadini temono le “situazioni estreme” che nei momenti critici potrebbero verificarsi a scapito dei diritti di libertà.

In un secondo intervento Fabbrini mette l’accento sul legame stretto, che porterebbe secondo lui quasi a una identificazione, tra i concetti e i relativi fenomeni che vengono connotati con le parole  nazionalismo e  protezionismo. Il protezionismo peraltro andrebbe considerato non solo come un programma di tipo strettamente economico ma anche culturale. La difesa degli interessi dell’industria nazionale e dell’identità etnica e culturale della nazione andrebbero di pari passo e nell’attuale contingenza sembrano diventati il cuore di quel progetto politico complessivo che lo stesso professore denomina con la parola “sovranismo”. Il docente sembra spaventato dalle conseguenze che l’elezione di Trump, con l’apertura alla Russia, e la prossima vittoria  della “destra” in Francia potrebbero comportare:

<< Comunque sia, è indubbio che l’Europa integrata può contare sempre di meno su appoggi esterni e su supporti interni. L’appoggio esterno degli Stati Uniti si sta sfaldando, il supporto interno dell’asse franco-tedesco si è inceppato. Con il risultato che la Germania rischia di trovarsi isolata all’interno stesso dell’Ue, un isolamento che a sua volta potrebbe accrescere il sentimento nazionalista del Paese. E una Germania nazionalista è una minaccia per sé stessa, oltre che per gli altri.>>

E’ evidente, l’abbiamo sempre detto, che tutte le fantasie riguardo al venir meno  dell’”appoggio” degli Stati Uniti alla Ue non hanno nessun fondamento. Si tratta, semmai, di prendere atto di mutamenti strategici  che, come ha detto La Grassa, possono portare la nuova amministrazione Usa a sviluppare azioni economico-politiche che favoriscano un ricambio nelle attuali classi politiche europee che si sono dimostrate particolarmente  inette e prive di idee. Fabbrini ricorda poi i punti principali che la Ue ha posto all’ordine del giorno per i prossimi “vertici”, che hanno il loro fulcro

<<nella politica migratoria, per «assicurare il pieno controllo dei confini esterni dell’Ue e reintrodurre la libera circolazione prevista dagli accordi Schengen». Obiettivi da raggiungere attraverso la capacità di reazione immediata dell’agenzia di controllo delle frontiere, lo European Border and Coast Guard. Nella politica della sicurezza interna, per «rafforzare i sistemi di sicurezza interni ai Paesi nella lotta contro il terrorismo». E, nella politica della sicurezza esterna, per «rafforzare la cooperazione tra i sistemi nazionali di difesa». Infine, nella politica economica e sociale, per «rafforzare il mercato unico attraverso diverse strategie (come il “Digital Single Market, Capital Markets Union, Energy Union”)».

Si tratta dei soliti “buoni propositi” attorno ai quali si faranno lunghe chiacchierate e che in questo momento di profonda incertezza politica e di crisi di consenso nei maggiori paesi  non potranno portare a nessun reale risultato. E, come non bastasse, la situazione politica risulta anche particolarmente nefasta per il funzionamento della governance attraverso le attuali istituzioni europee. Perciò Fabbrini è costretto a rilevare che il predominio, peraltro inevitabile, del modello intergovernativo – particolarmente gradito attualmente alla Francia, alla Germania e ai paesi dell’Europa del nord – ha portato, nelle odierne condizioni di crisi che richiederebbero politiche “redistributive”, al costituirsi di un quadro in cui il consenso intergovernativo ha lasciato il posto ai rapporti di forza (degli Stati più forti e grandi nei confronti degli altri).  E così infine, in maniera logica per un funzionario “intellettuale” dei gruppi attualmente dominanti, il politologo si pone con un tono quasi angosciato queste ultime domande:

<<E, a sua volta, la fusione tra i due livelli (nazionale e europeo) sta portando dall’integrazione alla disintegrazione. Se il Consiglio europeo non ha bilanciamenti esterni, e se le elezioni nazionali portassero al governo leader populisti, chi controlla le scelte del Consiglio europeo? Cosa succederebbe se gli Orban e i Di Maio diventassero la maggioranza di quell’organismo? Qualcuno, a Berlino, si pone questa domanda?>>

Mauro Tozzato 15.02.2017

 

QUALCHE PRECISAZIONE, di GLG

gianfranco

Sembra sicuro che soltanto un’infima minoranza degli “studenti” in ebollizione a Bologna sia effettivamente composta da iscritti all’Università. Si avrebbe dunque a che fare, in primo luogo, con i soliti “antagonisti” dei centri sociali. Voglio ricordare che questi sono, per il modo d’essere e di agire, una specie di equivalente moderno del “lumpenproletariat” ottocentesco, inviso al movimento operaio, a Marx e suoi seguaci, ecc. Oggi, però, tale accozzaglia di apparenti “disperati” sono spesso figli di riccastri e ben introdotti nei gangli del potere economico e politico di questa gelatinosa società. Sono in genere drogati, completamente sbandati dal punto di vista della vita quotidiana e dei modi di pensare; e certamente non sanno proporre nulla che veramente avvii verso un nuovo ordine sociale. La vera rivoluzione provoca caos solo per un dato periodo di tempo; ed è tuttavia diretta e controllata da chi sa più o meno dove vuole arrivare, quale obiettivo intende raggiungere per poi, se ci riesce, pensare a stabilizzarlo nell’ambito di una nuova organizzazione della società. Gli attuali rivoltosi sono soltanto violenti, scontenti di tutto, disadattati ad ogni modo civile di convivenza sociale.

Tuttavia, dietro a loro ci possono essere proprio quelli che essi combattono (cioè credono di combattere), i quali danno ampi spazi ai loro capi (sia pure con accordi assai coperti), autentici farabutti dalla “doppia faccia”, di cui fu pieno zeppo il ’68. Vili truffatori e pericolosi individui, pronti ad ogni mascalzonata pur di creare quei disagi sociali, che poi li vedono spesso ascendere (non tutti certo) ai posti di potere. Oggi, però, accanto a questa sorta di nuovo “lumpen” vi sono anche molti migranti. Sembra quindi che anche una mia recente previsione possa entrare in fase di realizzazione. I “poteri costituiti” attuali (e che lo sono da decenni), quelli ormai affidati ad una presunta “sinistra” del “politicamente corretto” (e di tutte le più dementi “innovazioni” di costume), sono attualmente spaventati perché stanno crescendo quelli che loro definiscono, ridicolmente, “populisti”, cioè gente ormai stufa delle loro “trovate” semplicemente distruttive di una cultura e di una civilizzazione di lunga tradizione.

La massiccia “invasione” di africani, slavi, ecc. degli ultimi anni è stata senza dubbio provocata dalle strategie americane, messe in azione da una serie di Amministrazioni successive al crollo del mondo bipolare, convinte che fosse ormai facile affermare il monocentrismo statunitense. In realtà, ci si è avviati, sia pure con una partenza incerta e non subito compresa, verso il multipolarismo. Appena tale processo si è reso più chiaro, vi è stata un’accentuazione della strategia Usa tesa ad impedirlo, suscitando un indescrivibile caos. Oggi sembra che la nuova Amministrazione Trump abbia l’intenzione di usare metodi assai diversi (almeno in alcune decisive zone dello scacchiere mondiale) per difendere le proprie aree di influenza; si va da una decisa lotta (almeno così sembra) contro l’islamismo radicale, precedentemente alimentato da Obama, ad un ammorbidimento dell’atteggiamento verso la Russia, una delle artefici del multipolarismo. Da ciò dovrebbe derivare un ripensamento del ruolo della Nato e anche della politica nei confronti della UE. Difficile dire al momento se tale tentativo della neopresidenza americana potrà proseguire con una certa energia. Se lo fosse, non vi è dubbio che dovranno esserci profondi cambiamenti nella strutturazione delle relazioni intereuropee e, dunque, anche nei suoi organi dirigenti. Ne sta seguendo una reazione da parte di quelli attuali, i quali sembrano allora voler sfruttare a modo loro il massiccio arrivo dei migranti.

Non è quindi escluso che si arriverà alla formazione di “squadracce” atte a spaventare le popolazioni europee e a mitigare i tentativi di rimettere in discussione quegli assetti, da cui derivano tanti vantaggi per gli inetti e superati dirigenti odierni al comando nei vari paesi della UE, che si vedono minacciati dalla crescita di gruppi finalmente convinti di una maggiore autonomia del nostro continente dalla settantennale subordinazione a poteri estranei. I soliti cretini, anche di “destra”, qualificano tale reazione, detta appunto “populista”, come una sorta di rinascita del fascismo. Una vera idiozia; si tratta invece dell’antifascismo, quello di mera facciata, quello sviluppatosi soprattutto a partire dagli anni ’70 del ‘900. In Italia, in particolare, il fenomeno ha assunto i connotati del ben noto “compromesso storico” tra Dc e Pci, messo in piedi tramite contatti “coperti” di quest’ultimo (ormai in mano alla frazione berlingueriana) con gli Stati Uniti per attuare, con iniziale circospezione, il cambio di campo rispetto al precedente filosovietismo di tale partito. La “sinistra” Dc fu pienamente complice; e non furono esenti da tale errore (si pensava che fosse un passaggio obbligato e non troppo doloroso) ampi settori “diccì” (anche Andreotti, ad es.). E’ evidente che non fu messo in conto, da certi ambienti governativi italiani di quegli anni, cosa sarebbe accaduto con il crollo del mondo bipolare. Il Pci si andò invece preparando adeguatamente; anche, fra l’altro, con la forte penetrazione nella magistratura. Ed infatti da questo settore partì l’offensiva per eliminare i vecchi subordinati agli Usa e affidare il potere ai nuovi, assai più servili perché puri e semplici voltagabbana con tanti scheletri negli armadi e quindi ben ricattabili.

Il “caso Moro”, su cui ancora oggi alcuni imbecilli (se non sono in malafede) continuano ad inventarsi novità di disguido, fu un momento chiave di preparazione del passaggio di campo dei piciisti in oggetto e di completo fallimento di coloro che, in buona fede per carità, crederono di poter sfruttare rivoluzionariamente la presunta “guerra fredda” tra Usa e Urss (parlo delle Br ma non solo perché anche altri settori, apparentemente “legalitari”, erano in relazione “nascosta” con esse); gli intenzionati all’impossibile rivoluzione divennero invece pedine nel gioco degli Usa, dei loro nemici del Pci, della “sinistra Dc” e via dicendo. Chi sa o sapeva tace; molti sono proprio morti. E gli storici vanno esclusivamente a caccia di farfalle per le loro immeritate carriere universitarie. D’altronde, gran parte d’essi era ed è connivente con i poteri da sempre asserviti allo straniero, quindi se ne sta tranquillamente a godere i frutti dei voluti fraintendimenti. Nel contempo, grazie alla massiccia occupazione dell’insegnamento scolastico d’ogni ordine e grado da parte dei pretesi ex “rivoluzionari”, vengono allevati dei “figlioletti” totalmente privi di memoria storica, di qualsivoglia intendimento dei processi in atto, solo in vena di distruggere e manifestare il loro disadattamento sociale e lo sfacelo mentale. Comunque passiamo oltre per il momento.

Il 2017 dovrà probabilmente assistere alla prosecuzione decisa, o invece all’indebolimento, di quella che appare essere la nuova strategia americana per ritardare il multipolarismo in avanzata. Se non vi saranno arretramenti importanti, si dovrebbe accentuare lo scontro tra l’attuale dirigenza UE e dei governi europei e le forze di orientamento più autonomista e sovranista. Dunque, come già detto, assisteremo al tentativo di rafforzare le squadracce “antifasciste” nel tentativo di opporsi al (e schiacciare il) possibile nuovo orientamento di rilevanti forze politiche in Europa e, ovviamente (e ancor più), in Italia. Tali squadracce non useranno certo il manganello e l’olio di ricino, metodi tutto sommato blandi e quasi misurati. Avremo autentici assassini e criminali fra i più feroci e selvaggi in azione. Non ci si difende contro simili abbrutiti se non con metodi altrettanto brutali. In condizioni diverse – con il governo in mano a forze sovraniste, in grado di ripulire le “forze dell’ordine”, gli apparati militari, i Servizi, dal personale di cui sono infarciti dopo decenni di prevalenza dei “politicamente corretti”, strettamente dipendenti dagli Stati Uniti delle passate Amministrazioni – sarebbe possibile utilizzare gli organi di sicurezza interna per debellare le squadracce in questione. Se continuiamo ad avere al governo gli attuali successori (perfino in via di peggioramento) dell’ex Pci e Dc di “sinistra” – quelli messi in sella dopo “mani pulite” sotto la direzione degli Usa – la lotta dovrà assumere contorni diversi. Se nessuno sarà in grado di pensare alle “novità” indispensabili, cadremo sotto il tallone di delinquenti di una violenza selvaggia difficilmente immaginabile.

Pensateci, esercitate almeno un po’ la vostra intelligenza; e dimenticate le mollezze di questo lungo periodo di pace, assicurato da un servilismo che ormai non è più adeguato alla nuova epoca in avanzata. Non ci potrà più essere la vecchia “regolamentazione” statunitense del sedicente “mondo libero”; l’epoca è cambiata, datevi un brusca sveglia perché andiamo incontro ad un mondo assai poco piacevole.

LA MIA GUERRA CONTRO FACEBOOK

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Il titolo è, ovviamente, iperbolico ma oggi ho ricevuto l’ennesimo blocco da Facebook per l’articolo pubblicato qui sotto. Trenta giorni di sospensione ed altri trenta terminati appena qualche settimana fa. Più altre punizioni più brevi, qua e là, lungo un arco di sei mesi, più o meno, da quando è partito questo giro di vite contro le notizie sgradite all’establishment.  In un certo senso, è un salto di qualità per i censori “buturliniani” del social network che prima si limitavano a sanzionare pensieri brevi, senza andare a scandagliare in interi articoli. Ora, invece, vanno a fondo perché è arrivato un ordine superiore che loro eseguono con il tipico zelo dei persecutori. Non invocherò la democrazia, per me odiatissima, al fine di difendermi da questi autentici coglioni ertisi a psicopolizia del pensiero. Me ne frego, come disse quello. Ci vuole ben altro per cucire le bocche ed arrestare le penne.

POLITICAMENTE SCORRETTO

La vittoria di Trump impartisce una dura lezione ai radical chic occidentali e apre una crepa nel politicamente corretto che, col suo sentimentalismo sociale, falso ed ipocrita, vuol costringerci ad accettare la decadenza culturale delle nostre società, mentre ci rifila pure quella politica, economica e finanziaria. Sta cambiando il vento che trascina l’odor di merda umanitaristica?
Dopo Trump, e come Trump, finalmente si potranno prendere a calci in culo, pubblicamente e, s’intende, solo metaforicamente, le femministe, in salsa rosa, che reclamano posti a sedere, solo perché donne. Ugualmente accadrà alle altre minoranze rumorose che pretendono più diritti degli altri per essere legittimate a vivere al rovescio, impipandosene del decoro generale. Gay in parata, transgender in ammucchiata, negri imbufaliti, immigrati sediziosi, riformatori delle lingue a favore di figa, vegani nazisti, ecologisti estremisti ed altri cani rabbiosi perderanno l’immunità di fare e dire quel cazzo che pare a loro, sostenuti da una classe politica di smidollati, dedita ad occuparsi di questioni inessenziali per aggirare i problemi seri o delegarli ai ristretti gruppi di potere agenti dietro le quinte e alle spalle della massa. Come in ogni democrazia recitativa.
Sia chiaro che per me ognuno può fare quel che più gli piace, possibilmente però senza sbattermelo in faccia ogni due per tre ed evitando di eccedere nel vittimismo, perché siamo ormai tutti vittime di qualcosa. Anche quel fantoccio democratico di Michael Moore, parlando in Ohio, uno degli Stati indecisi che poteva far pendere la bilancia elettorale a favore di uno o dell’altro candidato, riuscì a tirare fuori una battuta intelligente: “Ed ora dopo aver sopportato per otto anni un uomo nero che ci diceva cosa fare, dovremmo rilassarci e prepararci ad accogliere i prossimi otto anni con una donna a farla da padrone? Dopodiché, per i successivi otto anni ci sarà un gay alla Casa Bianca! Poi toccherà ai transgender! Vedete che piega abbiamo preso. Finiremo col riconoscere i diritti umani anche agli animali ed un fottuto criceto guiderà il paese. Tutto questo deve finire”. Il regista era lì per sostenere la Clinton ma l’involontaria intuizione artistica ha avuto la meglio sui suoi pregiudizi di uomo di sinistra e, come molti suoi simili, intellettualmente sinistrato.
E’ questa la vera novità che il neopresidente Usa ci porta in dote. Nemmeno più i disabili saranno immuni allo sbertucciamento se speculano sulla loro condizione per propalarci baggianate. Insistere coi luoghi comuni tanto in voga nei salotti di una certaqualsimilkultura spegnerà pure la pietà per il disagio fisico e psicologico. Non se ne può proprio più di tutta questa indulgenza gratuita. La tolleranza è una merce che si paga col rispetto. Inizia la fase del tiro al semicolto e speriamo non si facciano prigionieri tra intellò e lecchini. Sani e malati, sono tutti avvisati. Che questa poltiglia di propugnatori dei diritti civili ed umani sia definitivamente rinchiusa in durissimi campi di concentramento e data in pasto alle bestie feroci, affinché la gente normale, libera dai gramellini, possa tornare ad esprimersi francamente e con autentica rabbia contro i rapinatori di futuro, quelli che la costringono a dover pesare ogni parola (altrimenti scatta l’accusa di razzismo, antisemitismo, maschilismo, populismo ecc. ecc.), anche quando l’incazzatura ha raggiunto il cielo. Sia abolito il vocabolario boldrinesco con l’eccezione del neologismo deficientessa. Come monito per le generazioni a venire, che non ricadano nelle nostre revisioni grammaticali.
Politicamente, sulle posizioni di Trump riponiamo molta meno fiducia. L’uomo bianco non sarà poi tanto migliore del suo predecessore nero. Ammazzerà e corromperà, in ogni parte del pianeta, esattamente come Obama. Forse, muteranno alcune scene del delitto, ma ne riparleremo a breve. Una superpotenza non può essere governata da uno stinco di santo. Tuttavia, almeno non correremo il rischio di vederlo insignito del Nobel per la pace. Ed è già un bel passo in avanti.

LE MANOVRE GEOPOLITICHE DIETRO I FLUSSI MIGRATORI

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(Uscito su Eurasia XLIV – Migrazioni o invasioni?)

di Gianni Petrosillo

L’immigrazione di massa è un fenomeno ricorsivo, comune a molte epoche storiche, ma, nel nostro presente, esso è diventato soprattutto un’arma di ricatto, più di quanto non accadesse in periodi precedenti. In un certo senso potremmo dire che l’immigrazione “incontrollata” ha una sua architettura, è frutto di un progetto (geo)politico, che alcuni gruppi dominanti usano per raggiungere degli obiettivi ed indebolire le controparti. Ovvero, esiste una “supervisione” di quanto sembra sfuggire a qualsiasi vigilanza anche se ciò non significa che tutto sia stato previsto nei minimi dettagli (sia chiaro che non esiste nessun piano di sostituzione dei locali con stranieri, come qualcuno va vaneggiando). Detto è l’elemento specifico da fissare per andare dritti al cuore dell’argomento. Per questo parliamo di ricorsività degli avvenimenti che si somigliano negli aspetti generali, anche se riferiti ad età più remote, ma divergono nei loro caratteri specifici legati a ciascuna “contemporaneità”. La Storia è proprio tale caleidoscopio di fasi, un déjàvu di episodi producenti effetti originali, da contestualizzare in continuazione. Chi si sottrae a questo arduo compito non arriva a cogliere i passaggi epocali insiti negli accadimenti e, dunque, o è un propagandista dei poteri che sorvegliano il “programma” e che, pertanto, sceglie scientemente di fare confusione, oppure è semplicemente uno stolto che parla a vanvera.

Quando cambia la natura sociale di un fenomeno si deve modificare l’approccio cognitivo utile ad interpretarlo altrimenti si perde l’orientamento e si va fuori strada. L’immigrazione esisteva anche sotto l’Impero romano ed il civis Romanus, come il cittadino odierno, non vedeva di buon occhio gli stranieri che dalla periferia si spostavano, sospinti da mille ragioni, verso il centro. Alessandro Barbero, nel suo testo “Barbari, immigrati, profughi” ci ricorda che: “Apuleio, scrivendo nel pacifico II secolo, dà per scontato che i forestieri rischiano sempre d’essere aggrediti, perché in ogni città lo straniero è disprezzato; due secoli dopo, in un’epoca ben più torbida, la plebe romana vociferava volentieri contro gli stranieri, gridando che bisognava cacciarli tutti”.

Queste reazioni istintive ci sono molto famigliari eppure trattiamo di situazioni che si manifestano similmente ma si spiegano differentemente, di tempo in tempo. Se ci fermassimo alla superficie dei fatti, che stimolano reazioni epidermiche, sempre uguali in tutte le stagioni umane, non saremmo in grado di chiarire quello che sta realmente accadendo oggi. Tale approccio è comune tanto ai cantori del (multi)culturalismo che ai cosiddetti seguaci dell’intolleranza. Entrambi i fronti (se in buona fede) sono vittime di un discorso emotivo, basato sulle passioni, reversibile all’infinito. Gli uni interpretano le resistenze estemporanee degli autoctoni, ad accogliere con amore e solidarietà gli alloctoni, come fattori di restrizione mentale: la rimozione dell’altro da noi, i pregiudizi verso chi è estraneo, la paura del diverso che tracima in razzismo e xenofobia1. Gli altri “somatizzano” etnicamente incertezze sociali di difficile discernimento (a fortiori in gravi periodi di crisi) che, appunto, trovano sfogo contro i nuovi arrivati, gli alieni.

Tutto viene ridotto ad una battaglia di coscienza tra i buoni (i politicamente corretti dell’ospitalità senza freni) ed i cattivi (gli inospitali rinchiusi in se stessi e nella loro grettezza intellettuale) che decreta la morte della ragione. Ciononostante, è innegabile che il discorso “aperturista” sia presentemente meno ragionevole del suo opposto benché, effettivamente, si stia verificando qualche grana di troppo.

La faccenda si risolverebbe, anche banalmente, chiedendo a lorsignori quale sarebbe la loro reazione se degli sconosciuti si accalcassero all’improvviso sull’uscio della loro abitazione o entrassero in casa in massa senza bussare, spinti da qualche genere di motivazione, sempre legittima quando si ha poco da perdere. La strizza sarebbe normale e costoro, al posto di alte argomentazioni culturali, vorrebbero avere, a portata di mano, assi e chiavistelli per sbarrare le porte della loro dimora piuttosto che frasi vacue per certi bei sermoni del piffero. Si opporrebbero alla violazione del loro recinto (NIMBY) come recentemente successo a Capalbio, località di turistica meta di molti radical chic pro-immigrazione che però hanno storto il naso per la mini invasione di migranti nel loro buen retiro prediletto.

Ma, ripetiamo, non è questo il centro del tema benché sarebbe ora di smetterla con le frasi fatte ed i luoghi comuni delle opposte fazioni che si sorreggono nei reciproci errori.

Purtroppo, la dogmatica dei buoni (finti) sentimenti è parte integrante di una strategia che mira ad incrementare l’ insicurezza dei nostri confini, provando a far percepire determinate dinamiche come inevitabili2. Per giustificare alcune di queste scelte si parla anche di crisi demografica, ben sapendo che i dati forniti dalla demografia sono solo quantitativi, dunque, è totalmente arbitrario far discendere dalle letture dei numeri così ricavati scenari ed effetti che restano tutt’altro che ineluttabili. I vaticini inesorabili di chi vuol farci digerire ad ogni costo l’invasione di profughi, clandestini, ecc. ecc. si rintuzzano anche col buon senso e con l’esperienza di quanto noi stessi, o meglio i nostri padri, hanno dovuto affrontare in tempi per noi più difficili3.

In primo luogo, sono davvero irritanti le favole sulla diversità che arricchisce. Gli esuli che bivaccano per le nostre città senza fare nulla o, al massimo, chiedendo l’elemosina davanti ai supermercati, sono un triste “spettacolo” che non ha nulla di stimolante. Sono la merce esposta nella boutique dei saldi sentimentali, quella frequentata dal semicolto di sinistra che col beau geste prêt-àporter fa shopping di immeritata superiorità morale.

Gli accampamenti di sfollati nelle metropoli, che occupano luoghi pubblici e vivono in mezzo al degrado, generano situazioni potenzialmente esplosive per l’ordine collettivo e stremano la popolazione residente, i cui timori di disordini conducono ad un aumento della diffidenza verso gli stranieri e alla protesta contro l’autorità che li ha inseriti (per modo di dire) in quel quartiere o spazio urbano. A vederle, inoltre, queste persone non sembrano proprio in condizione di profonda indigenza. Molti sono giovani ben nutriti e “armati” di smartphone. Infatti, è risaputo che non sono i più poveri a prendere il mare poiché hanno potuto versare quattrini ai trafficanti che li hanno trasportati da noi. Chi ha veramente bisogno d’aiuto non riesce a sfuggire al tragico destino nel suo paese e va incontro a quasi sicura brutta fine, per stenti, malattie e conflitti. Addirittura, nel dubbio che possano naufragare durante il viaggio, ce li andiamo a prendere in acque extraterritoriali con navi militari il cui compito dovrebbe essere quello di pattugliare le coste e proteggere i confini, non renderli massimamente infiltrabili e porosi.

La loro presenza in sparuti gruppi, nemmeno selezionati, sul nostro suolo crea delle vere e proprie emergenze sociali. Si moltiplicano gli episodi di violenza, di stupri, di furti e le scene di disadattamento al nuovo background, con rifiuto di assimilare le tradizioni dell’ambiente ospitante che contraddicono le grandi narrazioni dei buonisti, i quali parlano di integrazione e di risorse delle quali non possiamo fare a meno per il nostro benessere. Per non dire di un grattacapo ancora più serio: quello del terrorismo internazionale. Tra le orde di miserabili si mimetizzano anche terroristi di varia specie che vengono in Europa ad organizzare stragi e attentati o a fondare cellule di attacco ai nostri sistemi. Siffatti drappelli di sabotatori spesso si nascondono dietro sigle jihadiste ma sono manovrati da cervelli che non rispondono ad Allah. Questo è l’unico mascheramento da far cadere, sul quale i “solidaristi” glissano ignobilmente.

Come scrive correttamente l’economista veneto Gianfranco La Grassa, la crescita reciproca tra etnie eterogenee “avviene se gruppi di popolazioni diverse s’incontrano senza tuttavia essere sradicati dal loro territorio, dalla loro cultura e modo di vita e via dicendo. L’incontro di diversità è un conto; la mescolanza confusa e indifferenziata impoverisce culturalmente, crea attriti e conflitti, impoverisce e abbrutisce sotto tutti i punti di vista. Gli Usa da quasi due secoli ricevono migranti di tutti i colori e culture. Si è ben visto proprio in questi giorni come si sono ben integrati neri e bianchi, ecc. E gli Usa reggono perché sono ancora, e già da un secolo o poco meno, la più grande potenza mondiale, quella con più ampie sfere d’influenza. Se dovessero conoscere un periodo di vero declino, i loro guai in tema di convivenza sociale diverrebbero traumatici. E poi basta con questa storia dell’amor cristiano, della misericordia, ecc. Serve ormai a minare società già stabilizzate da secoli…Sarei d’accordo con chi introducesse misure di difesa dure e poco pietose”.

Inoltre, di che risorse avremmo bisogno se sono i nostri conterranei a lasciare la nazione per cercare una sistemazione più dignitosa altrove? Si continua a ripetere che gli stranieri vengono a svolgere lavori che nessuno vuol più fare in Italia o nell’Ue, perché a scarsa resa economica e troppo dura fatica. Ma sono miseri pretesti. Il migrante che arriva si abitua presto ai nuovi standard (innanzitutto a quelli economici mentre spesso rigetta quelli dei costumi) e, comunque, le seconde e terze generazioni pretendono le stesse opportunità di italiani ed europei, essendo nati qui o essendo giunti da piccoli. Giustamente.

La verità è che la crisi colpisce chiunque e non ci possiamo permettere nessuna accoglienza a braccia aperte in una situazione economica stagnante, se non di decrescita, in cui le opportunità di impiego si riducono di molto e attecchiscono le professioni precarie e sottopagate, alle quali si adattano pure i nostri ragazzi. E’ una diceria quella per cui i migranti permetterebbero al sistema di sopperire agli squilibri occupazionali delle nostre civiltà progredite, dove il più alto grado di scolarizzazione fa aumentare la pretesa per i posti a competenze elevate e scarseggiare il personale per le funzioni cosiddette umili. Sono tantissimi i nostri giovani iper-istruiti e super-specializzati che devono barcamenarsi accettando soluzioni lavorative temporanee, per nulla adeguate alle skills apprese nel corso degli studi o di percorsi formativi, con retribuzione che non garantisce l’indipendenza dalla famiglia.

Anzi, poiché non si vedono nemmeno margini di miglioramento della situazione, costoro dovranno pure accettare simile condizione difficoltosa e arrivare a scontrarsi con gli omologhi forestieri per accaparrarsi le briciole. C’è poco da sorprendersi se poi i soggetti allogeni sconfitti dalla concorrenza o che nemmeno possono accedere alla competizione per i mestieri più infimi vadano ad ingrossare le file della delinquenza, della mafia e del terrorismo.

Per limitare i danni presenti e, soprattutto, futuri le istituzioni operano stoltamente agevolando forme di razzismo all’incontrario, discriminando gli italiani e favorendo gli stranieri. A questi si offrono prestazioni sanitarie gratuite, soggiorni a gratis negli alberghi, cibo in abbondanza (non raramente rifiutato perché non in linea con le loro diete) e soldi per le esigenze giornaliere, dalle ricariche per il cellulare ad altri svaghi. Privilegi dai quali gli italiani bisognosi sono esclusi. Quest’ultimi sono minacciati persino nei diritti acquisiti e si vedono sottrarre viepiù le certezze della vecchiaia, come per le prestazioni pensionistiche ridotte riforma dopo riforma, nonostante la vulgata seconda la quale sarebbero stati gli immigrati impiegati nel Belpaese a garantire la sostenibilità del nostro sistema di Welfare. Altra bugia intollerabile, perché ciò che i lavoratori stranieri ci danno con una mano, si riprendono con l’altra. Secondo alcune statitistiche della Cgia di Mestre gli stranieri producono ricchezza per 127 mld ma costano allo Stato italiano (in termini di prestazioni sociali) una cifra di poco inferiore. E’ un gioco a somma zero che ci viene presentato come un guadagno. La misura è colma e con tutta l’empatia che si può avere per degli esseri umani più sfortunati o svantaggiati, in fuga dalle guerre e dalla miseria (di cui sono responsabili i “colonizzatori” democratici che hanno portato instabilità nei teatri africani e Medio Orientali, gli stessi che sostengono il politicamente corretto imperante) è stata già oltrepassata una pericolosa linea rossa di tolleranza. Oltre questo limite può accadere di tutto, poiché all’occorrenza, qualcuno potrebbe decidere di dar fuoco alla miccia, lasciandoci sbranare tra noi come cani, con istigazioni e altre subdole provocazioni, al fine assicurarsi la più pregnante sottomissione del nostro Stato e del Continente ai suoi obiettivi strategici.

Se non saremo in grado di cambiare la prospettiva con la quale affrontiamo tali criticità ritorneranno molti fantasmi del passato che credevamo scomparsi e superati (non fu Hitler ad inventarsi l’antisemitismo e i campi di sterminio) e commetteremo esattamente gli stessi errori di quanti ci hanno preceduto. Specialmente, dobbiamo tenere fermo un punto cruciale. Attualmente, diatribe razziali e religiose vengono manipolate ad arte da attori geopolitici in corsa per garantirsi la supremazia mondiale, in particolare da uno di questi, il pre-potente per eccellenza, quegli Usa che non rinunciano all’idea di voler dominare incontrastati il mondo, mentre si fanno avanti potenze che puntano a sovvertire i rapporti di forza sfavorevoli. Su ciò dobbiamo concentrarci per non farci sviare da vaneggiamenti culturali o anticulturali dei politicamente corretti e dei rozzamente scorretti: siamo in presenza di una fase storica transitoria di lotta multipolare tra Stati/potenze che, tra le altre faccende, orientano etnie e religioni per indebolire gli avversari. I cospiratori nell’ombra mettono anche in conto eventuali perdite di controllo della situazione a causa dei loro atti (stragi e delitti commessi negli stessi Paesi che foraggiano copertamente ribelli e terroristi ecc. ecc. ), poiché c’è sempre un prezzo da pagare per il raggiungimento di determinati scopi politici ritenuti più vasti ed essenziali.

Per queste motivazioni il dilemma dell’immigrazione non lo si può lasciare egemonizzare ai benpensanti, con i loro (simulati) rimorsi di coscienza, o ai loro alter ego che agitano la ruspa e la clava. Anche la Chiesa, in particolare con questo Papa, si è aggregata al carro dei sobillatori di caos sociale che approfittano dell’immigrazione incontrollata, e di altre circostanze di fragilità collettiva, per perseguire i loro propositi. Ma c’è chi stabilisce direzione e andatura del carro e chi, facendosi trascinare, rischia di andare sotto le sue ruote, danneggiando l’intero Paese.

Ciò che i gendarmi mondiali compiono appellandosi all’interventismo umanitario, con quel che di negativo ne consegue, lo stesso pianifica il governo ecclesiastico, richiamandosi dissennatamente a carità e misericordia, al cospetto di spinosità manifeste che reclamerebbero tutt’altra concretezza, con quel che ne deriva in termini di accrescimento delle emergenze per noialtri. Marciano separatamente ma colpiscono uniti perché aderiscono al medesimo disegno emergenzialistico imbastito per imbrogliare le carte. Ovviamente, le mie riflessioni saranno bollate come farneticazioni populistiche, razziste o fasciste, dagli ipocriti che hanno fatto precipitare la situazione. Che i collaborazionisti di assassini e criminali, artefici irresponsabili di cataclismi umanitari in varie parti del mondo, mi stigmatizzino così non è cagione per me di conversione dai certi convincimenti.

Come ho già scritto altrove, è in atto un tentativo di rompere la gabbia d’acciaio Atlantica – che da qualche decennio ha intrappolato il pianeta, quasi nella sua interezza, dopo l’implosione dell’Urss – da parte di formazioni nazionali emergenti/riemergenti (Russia e Cina in primis), le quali puntano ad un riequilibrio delle relazioni egemoniche. L’azione di “disturbo” di questi paesi al predominio statunitense fa dilatare l’instabilità complessiva. Il depotenziamento del centro regolatore americano provoca squilibri alla base dell’edificio mondiale e i vecchi dominatori reagiscono fomentando il caos nella speranza di rallentare l’avanzata degli sfidanti.

Il dirottamento dei flussi migratori sull’Europa rientra in questa strategia perché è qui che, gioco-forza, si plasmeranno i futuri assetti dello scacchiere geopolitico, scaturenti dall’inevitabile conflitto tra Occidente ed Eurasia. Inevitabile però non significa che domani scoppierà la III Guerra Mondiale (chi fa simili profezie apocalittiche ignora l’essenza del processo storico) perché l’energia degli attriti continuerà ad accumularsi, di periodo in periodo, e si sprigionerà del tutto soltanto quando il multipolarismo (fase in cui si vanno livellando i gap d’influenza tra le aree geografiche) sfocerà, infine, in acceso policentrismo (epoca di un pieno regolamento di conti tra potenze che farà risaltare una nuova nazione predominante, intorno a cui ruoteranno diverse formazioni alleate subdominanti versus aree soccombenti). Quando ci si avvicina a questa prospettiva lo scontro viene praticato con molti meno infingimenti e si mostra frontalmente (anche se mai totalmente, o meglio, trasparentemente) in tutta la sua violenza ed anche brutalità. Molte ideologie, ora tanto in voga, come quelle dei diritti umani e dell’accoglienza, si sfalderanno come fichi al sole e saranno smascherate per quello che sono sempre state: coperture di piani di dominazione e strumenti di sviamento dai veri intendimenti dei decisori politici in lotta per la supremazia4. Questi “raddoppiamenti idealistici” dei tempi di “pace” saranno velocemente sostituiti da impostazioni conformi ai tempi di belligeranza. Un mondo post-ideologico non è mai esistito ed è una pia illusione o un basso imbroglio da intellettuali (ben remunerati) che sguazzano nell’esistente prospettarlo perché l’ideologia rientra nella maniera umana di comprendere ed interpretare la realtà (sia per semplificarla che, purtroppo, per complicarla).

Comunque, la sensazione attuale è che pur essendo gli Usa ancora la nation prédominante, pare ci si avvii verso il multipolarismo, sebbene ancora di tipo imperfetto. Il caos mondiale si espande sempre in epoche di questo tipo; come verificatosi verso la fine del secolo XIX.

Di fronte a tale evenienza, gli Stati Uniti producono uno sforzo maggiore per accentuare la presa sull’Europa ed impedire che questa sia attratta dalla Russia. Le iniziative americane di riconfigurazione dei regimi nordafricani (tramite manifestazioni di popolo definite primavere), che già erano stabilmente sotto il suo controllo ma, evidentemente, in una forma tatticamente inidonea al contesto in trasformazione, l’interventismo occidentale sotto mentite spoglie islamiste in Medio Oriente (la sanguinosissima guerra civile siriana e quella meglio riuscita in Libia), il golpe dei nazionalisti ucraini, il tentativo di putsch in Turchia, il costante foraggiamento, se non addirittura la creazione dal nulla, di svariate sigle jihadiste, che dopo l’azione russa sono state in parte scaricate per non rendere troppo evidente il coinvolgimento yankees nella strategia globale del terrore, sono “operazioni che avranno certo motivazioni legate ai rapporti di forza nelle aree interessate; e tuttavia non vi è dubbio che il principale obiettivo degli Stati Uniti è, in ultima analisi, il mantenimento della presa in Europa e l’isolamento massimo possibile della Russia” (La Grassa). Se l’asse europeo si sposta troppo verso Est, Washington rischia di essere buttata fuori dal Vecchio Continente. I timori americani di essere respinti sulle loro sponde dell’oceano, dopo 70 anni d’ingerenza in Europa, si materializzerebbero di colpo5.

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Se il quadro che abbiamo tracciato ha una qualche validità, i rischi nascenti dai flussi immigratori incontrollati, come altre incombenze del periodo, si risolvono fortificando lo Stato ed i suoi apparati (coercitivi, su tutti i Servizi), nonché approntando strategie di protezione della propria sovranità nazionale, attraverso intese con i paesi che condividono le medesime preoccupazioni.

Gli aspetti culturali sono secondari e, comunque, discendono dalla problematica sovranista. Quella tra xenofobi e integrazionisti è una diatriba ideologica, priva di sbocchi razionali, che contribuisce ad alimentare le tensioni interne e a facilitare la disgregazione dei tessuti sociali, per la divaricazione delle scelte politiche che ne conseguono, le quali possono essere tanto di orientamento eccessivamente rigido (innalzamento di barriere materiali e psicologiche) che troppo elastico (sfilacciamento rapido dei tradizionali legami collettivi). Come dicevamo, le ondate di profughi e clandestini sono la conseguenza di conflitti regionali (e dell’ampliarsi della crisi economica che colpisce disugualmente le nazioni poiché i singoli capitalismi procedono a velocità impari) che si allargano per il venir meno di un centro regolatore a livello mondiale.

A questo incipiente squilibrio, conseguenza di dinamiche oggettive innescate dal processo storico, non corrisponde un equilibro delle forze in competizione. Equilibrio che, in ogni caso, non è mai l’anticamera di una pace duratura ma la base per lanciare ulteriori sfide geopolitiche che non siano perse in partenza. Dunque, aumentano i competitori potenziali dell’unipolarismo statunitense, tuttavia, nessuno è ancora concretamente in grado di fronteggiare apertamente gli Usa. Gli stati Uniti, in crisi di potenza, sebbene ancora in relativo vantaggio sugli avversari, percorrono la strada delle guerre per procura, nei ventri molli del planisfero sui quali si allenta la loro egemonia, per evitare che altri possano avvantaggiarsi delle congiunture. In questo senso, la questione migratoria diventa un mezzo nelle mani dei predominanti americani contro i paesi antagonisti (i quali vengono coinvolti e trascinati sui campi di battaglia che produrranno orde di disperati in fuga) ma, più ancora, verso le formazioni subdominanti a loro affini, le quali possono essere tentate di mettere in discussione gli assetti delle vecchia alleanza o persino di slegarsi dalla originaria area di influenza, in virtù della percezione di queste difficoltà del polo attrattore. Questo è il perno della nostra esposizione. Infatti, chi non è sottoposto agli Usa o non è legato ad essi da patti militari stringenti ha tante altre inquietudini da affrontare ma non quelle della gestione delle orde di disperati che si ammassano alle frontiere; l’immigrazione, per costoro, non diventa mai una vera e propria calamità, come accade nei nostri contesti occidentali. Insomma, agendo coraggiosamente sulla nostra politica internazionale anche il profilo di questo allarme sociale potrà essere disinnescato o almeno decomplessificato. Restando immobilizzati sulle vicissitudini culturali si precipita nella guerra di civiltà che è sempre un pessimo affare perché annebbia la vista, spinge al rancore, coinvolge i sentimenti reconditi dell’animo umano ed impedisce di separare le contraddizioni sociali principali da quelle secondarie, le priorità dalle superfluità. Le società che si fanno attirare nell’inganno finiscono in una pentola a pressione destinata, prima o poi, ad esplodere; è proprio quello che vuole chi ha innescato il caos su basi etniche per puntellare la sua supremazia.

Viceversa, occorre riportare l’attenzione sulla necessaria indipendenza dagli Stati Uniti di cui l’Europa e l’Italia hanno bisogno per uscire dal pantano in cui sono piombate. Senza questo recupero di potenza resteranno vittime di tutte le “intemperanze”, spontanee o condizionate, che si verificheranno in questa fase. I governanti europei si sono già fatti trovare impreparati a dette sfide e, in alcune occasioni, hanno persino agevolato l’approfondimento delle difficoltà perché succubi della visione occidentalista, di matrice americana. Il problema immigratorio è un pericoloso nervo scoperto sul quale manovrano in molti, sia all’interno che all’esterno del Continente europeo. Eppure, data la nostra collocazione geografica non era così difficile prevedere i disastri in atto e correggerli con più adeguate contromisure. Come scrive Robert Keegan mentre gli Stati Uniti sono protetti “da ampie frontiere oceaniche e da un rigido ed efficiente sistema di controllo dell’immigrazione”, pur non essendo “immuni dalla penetrazione terroristica, come gli eventi dell’11 settembre 2001 hanno tragicamente dimostrato”, gli Stati dell’Europa occidentale “fisicamente contigui a nazioni con centinaia di migliaia di giovani che cercano in tutti i modi di emigrare e le cui legislazioni basate sui diritti civili non prevedono il rimpatrio coatto dei clandestini, anche dopo che la loro condizione di illegalità è stata provata, hanno difese meno efficaci. I problemi di sicurezza con cui devono misurarsi gli Stati dell’Europa occidentale non solo sono senza precedenti in termini di scala o intensità, ma sembrano senza soluzione. Le comunità sospette si ingrossano ogni giorno di più, cosicché le cellule di cospiratori e di aspiranti attentatori che nascondono al loro interno acquisiscono un sempre maggiore anonimato e una sempre maggiore libertà per preparare le loro azioni. Il supporto finanziario non è un problema, dato che i terroristi possono accedere a fondi ottenuti nei loro paesi d’origine mediante vari tipi di ricatto: tangenti, ma anche donazioni presentate come offerte per la causa della guerra santa [per non dire di quelle recapitate dall’Intelligence Usa e dai suoi amici Sauditi]”.

In sostanza, era tutto abbastanza prevedibile ma i decisori europei anziché premunirsi per allontanare le minacce ne hanno favorito l’estensione in virtù di famigerate politiche dell’accoglienza, richiamantesi equivocamente a valori universali ma quale schermatura di interessi molto particolari. Un autolesionismo che non si spiega se non con una partecipazione consapevole di questi politici agli abili maneggi atlantici che hanno esposto i cittadini europei ad atti criminosi e a mattanze tragiche.

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L’ipotesi che il flusso di profughi riversatosi in Europa non sia un moto spontaneo trova conferma non solo nei sospetti di alcuni membri Ue più esposti, per collocazione geografica e posizionamento all’incrocio delle “rotte della speranza”, ai traffici di esseri umani, ma anche nei dati.

Le statistiche delle Nazioni Unite parlano di 65,3 milioni di sfollati, in tutto il mondo, nel 2015. Tra questi i rifugiati sono stati 21,3 milioni. Il 12% del totale ha trovato “riparo” nel Continente Americano, il 14% in Asia e solo il 6% in Europa. Gli altri sfollati sono ospitati tra Africa Sub-sahariana, Medio Oriente e Nord Africa (68%). Le nazioni che accolgono in numero maggiore simili disperati, ovviamente senza garantire loro un trattamento umanitario “alla europea”, sono Turchia, Pakistan, Libano, Iran ed Etiopia. Come osserva il Direttore Generale del Russian International Affairs Council, Andrei Kurtonov: “Ad oggi, circa 3,9 milioni di sfollati (lo 0,7% della popolazione totale) sono ospitati in Europa. Allo stesso tempo, l’Europa è la patria di 76 milioni di migranti (il 15% della popolazione totale), ed in ciò non è seconda a nessun altra regione del mondo. Di conseguenza, i cambiamenti demografici e socio-culturali fondamentali in Europa sono stati determinati dalle politiche migratorie nella regione nel corso degli ultimi cinque-sei anni, piuttosto che dall’attuale “invasione di profughi”. L’invasione dei rifugiati ha messo in evidenza solo i numerosi problemi accumulati a partire dalla metà del secolo scorso”.

Quando si parla di politiche si parla di opzioni e decisioni, perciò è evidente che l’Europa ha stabilito volontariamente di farsi assalire dai migranti (economici, molti dei quali camuffati da perseguitati) in tempi non sospetti e che le ultime ondate di esuli, abbattutesi sui nostri territori, hanno “soltanto” fatto saltare il tappo della situazione. Dunque, i nostri governanti ci stanno raccontando frottole, se siamo giunti a questo livello di criticità nella gestione di tali masse umane non è (tanto) per le guerre e i conflitti intorno all’Europa ma per la maniera in cui essi hanno “fabbricato” l’emergenza. Sempre ammettendo, ma non concedendo, che tutto sia nato dalle loro menti. E qui dobbiamo ritornare all’affermazione iniziale di questo scritto: l’immigrazione come arma di ricatto geopolitico.

Non siamo gli unici a pensarla in questi termini parossistici, non siamo i soli a credere che il migrante sia divenuto un grimaldello con il quale scardinare la nostra sicurezza sociale. Non c’è nessuna forma di razzismo in queste ansie, che non sono fobie immotivate per l’alterità, timori ingiustificati per la diversità ed altre sciocchezze consimili di cui si riempiono la bocca sinistri figuri. Dietro il fenomeno migratorio si intravedono intenzioni perniciose di attori che lottano per l’affermazione internazionale e per razionalizzare le nostre apprensioni dobbiamo afferrare queste specifiche dinamiche.

A paventarlo è stato anche il Presidente ceco Milos Zeman il quale ha dichiarato, al cospetto del suo popolo, nel discorso del Natale 2015, di essere profondamente convinto di trovarsi di fronte “ad una invasione organizzata e non un movimento spontaneo dei rifugiati…A volte mi sento come Cassandra, che mette in guardia contro chi trascina un cavallo di Troia nella città… La grande maggioranza dei migranti illegali sono giovani uomini in buona la salute, e single…Mi chiedo perché questi uomini non stanno prendendo le armi per andare a combattere per la libertà dei loro paesi contro lo Stato islamico”.

Al pari di Zeman la vede anche Viktor Orban, Presidente ungherese, che il 2 ottobre scorso ha portato i suoi connazionali ad esprimersi sul seguente quesito referendario: “Vuoi che l’Unione europea imponga l’insediamento di cittadini non ungheresi in Ungheria senza il consenso dell’Assemblea nazionale ungherese?”. La consultazione non ha raggiunto il quorum del 50% dei votanti ma di quel 43,4% che si è recato alle urne il 98,3% si è pronunciato contro le imposizioni delle quote-migranti da parte di Bruxelles. I malori serpeggiano da un angolo all’altro della comunità europea anche se cambia il modo delle classi dirigenti nazionali di mettersi all’ascolto dei propri cittadini. In Italia, per esempio, nonostante i sentimenti anti-immigrazione siano in crescita, per il susseguirsi di episodi spiacevoli, il dibattito viene immediatamente smorzato dai custodi del politicamente corretto che non ammettono discussioni sull’argomento e affibbiano marchi di sgradevolezza e repulsione civica a chiunque esca dal seminato dell’inclusività ad ogni costo. Tappare la bocca a chi ha un’opinione contraria è il vero razzismo, così come l’autentica discriminazione consiste nell’elargire ai profughi quello che gli italiani indigenti devono ormai pagare di tasca loro, anche se non possono farlo perché hanno perso il lavoro o una fonte stabile di guadagno. E coi tempi che corrono avviene sempre più spesso.

La Penisola è più che coinvolta (ed anche sconvolta) da quanto si va verificando negli ultimi anni davanti alle sue coste, a fortiori quando i nostri partner nordici (vedi l’Austria o la Francia) chiudono le vie di passaggio di questi stranieri lasciandoci col cerino in mano. I nostri politici fingono di lamentarsi con l’Ue, chiedono il rispetto dei patti ma finiscono per sottostare a qualsiasi abuso perché sulla scena europea e mondiale non hanno voce in capitolo. Anche quando le problematiche ci riguardano da molto vicino veniamo estromessi dal processo decisionale, costretti a subire le azioni altrui e, “amaris in fundo” a pagare per ogni nefasta conseguenza causata dalle spinte di chiunque. E’ quanto capitato sul fronte libico dopo la guerra al “tiranno” Gheddafi, nel 2011, voluta della Nato e, nonostante qualche tentennamento iniziale dell’Esecutivo Berlusconi, appoggiata da tutto il nostro panorama politico, a partire dal gradino più alto del Quirinale, reggente, all’epoca dei misfatti, un riconosciuto etnocrate amico degli Usa, colui che più di Berlinguer contribuì allo spostamento del Pci dall’area sovietica a quella Atlantica. Di quella scriteriata avventura ci restano i barconi carichi di libici che fuggono dal caos e dai macellai dell’Isis, per dirigersi sulle nostre sponde, i contratti stracciati nel settore energetico, i miliardi di affari sfumati coi nostri dirimpettai per la costruzione di infrastrutture e l’estinzione di qualsiasi influenza nel Mediterraneo1.

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Il quadro è disperato e quel che si sviluppa dietro le quinte è decisamente peggio di quel che si scorge, quotidianamente, sul palcoscenico sociale. Parliamo, soprattutto, dell’Italia che è osservatrice asservita e passiva di quanto si stabilisce, alle sue spalle, in Europa e nella Nato. Sul tema immigratorio e su tutto il resto. Come si esce dalle sabbie mobili?

L’unica alternativa praticabile è quella dell’autonomia nazionale da impattare con una forza politica risoluta nell’operare una rottura degli assetti istituzionali italiani, capace di fare pulizia (con la “polizia” e gli altri apparati “corazzati di coercizione”) dell’attuale ceto (non)dirigente che ci (s)governa, abile nello spezzare i suoi addentellati nell’alta nomenclatura pubblica e privata, senza distinzioni partitiche o di orientamento ideologico, idonea ad espellere lo “straniero” dalla “terra avita”. Ci vorrebbe un’altra marcia su Roma, non di tipo nazionalista, ma di genere sovranista che abbia questo tipo di avanguardia indipendentista a guidarla. Del resto, quando Mussolini si preparava alla spallata al putrido Stato liberale, non mancava di attrarre simpatie anche tra i nemici acerrimi, come Salvemini, i quali però capivano che in mancanza di un repulisti radicale del marcio il paese avrebbe subito maggior nocumento. Scrive lo storico meridionale nel 1923: “Se Mussolini arriverà a spazzare via queste vecchie mummie e canaglie, avrà fatto opera utile al paese. Dopo che lui abbia compiuto questo lavoro di spazzature, verranno avanti uomini nuovi, che spazzeranno lui …Se Mussolini venisse a morire, e avessimo un ministero Turati, ritorneremmo pari pari all’antico. Motivo per cui bisogna augurarsi che Mussolini goda di una salute di ferro, fino a quando non muoiano tutti i Turati, e non si faccia avanti una nuova generazione liberatasi dalle superstizioni antiche”. Mutatis mutandis, non siamo così distanti dai nefasti giolittiani, con l’unica differenza che i nostri amministratori della cosa pubblica non hanno lo spessore dei Turati e dei Giolitti. Noi ci troviamo precisamente in una fase storica in cui gli antagonismi più acuti sono quelli tra gli Stati (altro che globalizzazione armonica e unico governo mondiale!) ma avendo messo il nostro in liquidazione. Con queste premesse negative il destino dell’Italia è praticamente segnato, a meno di una svolta nel senso indicato, invertente l’annoso processo di sottomissione agli USA che va avanti almeno dal tradimento di Badoglio del 8 settembre 1943.

Ovviamente, non sarà semplice fendere le catene che ci tengono in ceppi. La posizione geografica del Belpaese è strategica per gli Usa, in primis come base per sorvegliare i movimenti degli altri stati dell’Europa centrale, Germania in testa, continuamente in predicato di rafforzare la propria orbita d’influenza per intersecarla a quella russa. E’ l’area europea (o euroasiatica), sede di molti potenziali protagonisti competitivi, che, senza ombra di dubbio, sarà eletta dal policentrismo a ring delle principali lotte globali per la prossima preminenza. Il moltiplicarsi dell’instabilità intorno ad essa è una manovra di accerchiamento che precede l’affondamento dei colpi più duri. Roma, in tal senso, è fondamentale per il controllo europeo in quanto già ridotta all’insignificanza internazionale con i suoi tenutari al servizio della Casa Bianca e l’infiltrazione dei suoi corpi speciali da parte dell’Intelligence statunitense. Tuttavia, la tendenza del processo storico al multipolarismo aprirà delle finestre di fuoriuscita da questa pesante sottomissione anche per lo Stivale. Bisognerà saper cogliere le opportunità che si materializzeranno nel corso oggettivo degli eventi attivandosi “per il rafforzamento delle relazioni – non solo economiche, bensì proprio politiche e di collegamento tecnico-scientifico e di “Informazione” e magari anche militari – con i paesi che hanno maggiori prospettive “oggettive” di ergersi quali antagonisti degli Stati Uniti; e fra questi…il principale è la Russia… Multipolarismo e indipendenza sono in relazione biunivoca. E sono il primo compito per la fase attuale” (La Grassa). Una di queste chance potrebbe venire dal rinsaldamento di un asse Berlino-Mosca (e Parigi) nel quale introdursi per divincolarsi dal giogo americano. Altrettanto utile sarebbe creare dei saldi legami antiegemonici tra le imprese strategiche di queste nazioni e la nostra impresa pubblica di punta, per coprirsi vicendevolmente le spalle, soprattutto sui mercati più redditizi e ad alto tasso tecnologico, dove gli americani agiscono quasi indisturbati e approfittando della loro proiezione militare. Occorre prepararsi a questa evenienza e lavorare politicamente per favorire la nascita di una forza collettiva che sappia farsi portatrice di queste istanze effettivamente liberatorie. Affidarsi e sperare in ripensamenti e ravvedimenti dei partiti esistenti è tempo perso, sono tutti americanizzati e assoggettati a concezioni “reazionarie” di un mondo in irrimediabile decomposizione.

1Per esempio, Lucio Caracciolo in Limes n.6/2015: “Il migrante ci smaschera. Lo straniero che approda sulle nostre sponde rompe il ritmo della quotidianità. È l’irregolare per eccellenza. Perciò ci costringe a riflettere sulle regole della nostra vita sociale e politica. Ce ne spalanca gli abissi insondati, ce ne illumina gli angoli oscuri. Mette in questione tutto ciò che per noi non è questionabile. E ci espone alla più radicale delle domande: chi siamo? Pur di non rispondere a tanto dolorosa interrogazione, spesso preferiamo respingere – non solo metaforicamente – l’altro da noi. Rimuoverlo. Almeno restringerlo in un ghetto che ce lo renda invisibile. E configgerlo in una definizione di specie – «il marocchino», «l’afghano», «il somalo» – a certificare che di fronte non abbiamo una persona, con la sua storia di vita, ma una molecola di un mondo inferiore che non vogliamo conoscere. Una razza, non un individuo. Un oggetto, non un umano. Cui imponiamo una maschera, mentre lui ce la toglie.Di fronte al migrante diventiamo stranieri a noi stessi. Soli con la nostra ipocrisia cognitiva, indifferenti a riconoscerlo e ad esserne riconosciuti, perché «straniero è colui il cui sguardo è incapace di farci provare vergogna»”. Onestamente, trovo queste affermazioni molto letterarie e poco scientifiche. Lo stile fa effetto ma la sostanza fa molto difetto.

2 Un anno dopo, nel numero di Luglio 2016, Limes ritorna sul tema dell’immigrazione e Lucio Caracciolo, nel suo consueto editoriale, scrive ancor più convintamente che: “La posta in gioco è l’adeguamento del patto informale di convivenza tra italiani al rimescolamento identitario ormai inevitabile. Non possiamo tornare quel che fummo, né restare quel che siamo. Il primo scenario prevede un’impensabile epurazione di massa, concepibile solo da un folle o da un neonazista (la cronaca informa che ce ne sono) [ci risiamo coi soliti triti spauracchi che l’intellighenzia evoca per darsi un motivo di esistenza, facendosi assistere dal circo giornalistico che propala menzogne a catena chiamandole cronaca]. Il secondo, quasi altrettanto improbabile significa erigere formidabili barriere ai valichi esterni e affondare barconi in arrivo. Entrambi sono ipotesi insostenibili. Non solo se vogliamo restare un paese abbastanza civile, ma anche per salvare la nostra economia e quel che resta del nostro welfare [potevano mancare i due mantra della preservazione della civiltà e del salvataggio economico, che i multiculturalisti ripetono ad nauseam, per convalidare le loro sballate posizioni sui boatpeople?]. Caracciolo non fa nessuno sforzo per evitarci gli abituali luoghi comuni sul fenomeno immigratorio, compresa la balla sesquipedale che il nostro sistema pensionistico potrà reggere unicamente in virtù dei nuovi ingressi di lavoratori stranieri (ma con gli italiani che sono a spasso in numero esorbitante). Tutto ciò dopo averci rammentato che le radici sono immaginarie mentre ciò che davvero ci caratterizzerebbe sarebbe “l’appartenenza di specie”, perché siamo umani. Bella scoperta biologica che non ci fa avanzare di un millimetro nello sbrogliamento dei problemi politici di fronte a noi.

3Non credo che la seconda guerra mondiale fosse qualcosa di più leggero di quanto è avvenuto in quei luoghi da cui arabi e africani fuggono. Anzi, semmai tutto il contrario. E dove andavamo noi come profughi? Pochissimi (e sempre sappiamo chi) in Svizzera, alcuni altri negli Usa. La grande massa è rimasta in Europa (e così pure in Italia) a sorbirsi disastri, massacri e, nel migliore dei casi, disagi terribili. Quindi, basta con il pietismo d’accatto. Non si devono ricevere questi migranti per nessuna ragione al mondo. Restino da dove vengono, subiscano i disagi della guerra, che molti di loro hanno di fatto favorito, appoggiando così, magari anche inconsapevolmente, le mene degli Usa e dei loro “alleati” (servi) per i loro scopi” (G. La Grassa, in Conflittiestrategie).

4 E’ quello che ha scritto, papale papale, Thomas L. Friedman, columnist del NYT ed autore di saggi di geopolitica. Secondo l’analista per gli Usa è arrivato il momento di smettere i panni del gendarme buono e di vestire quelli dell’agente cattivo che opera ad esclusiva tutela dei propri interessi diretti, senza ricorrere ad eccessi di propaganda e giri di parole. Tale motivazione è sufficiente per intraprendere qualsiasi azione indirizzata alla preservazione dell’ordine mondiale che ha al suo apice proprio gli Usa. Per lo studioso, il periodo della carota si è irrimediabilmente concluso, ora è il momento del bastone. Basta con i discorsi demagogici e le perdite di tempo per perorare, soprattutto presso gli alleati, la causa della democrazia e dei diritti umani come mezzo di persuasione “gentile” e di coinvolgimento collettivo. Occorre derubricare il soft power e ricorrere alla mano pesante per ottenere la vittoria e non perdere posizioni. Washington dovrebbe avere il coraggio d’intervenire nelle contese internazionali facendo appello all’unica ragione che davvero conta: la sua sicurezza nazionale che ha come limite i margini della sua capacità di proiezione. Essa, infatti, viene prima delle grandi narrazioni di copertura, delle forme di esortazione blanda, quelle col guanto di velluto, di cui l’America si è servita in precedenza per “legalizzare” le sue ingerenze all’estero. Dunque, fine dell’ipocrisia: è la ragione del più forte che autorizza qualsiasi intromissione negli affari altrui.

5 E’ quello che paventa George Friedman, pezzo grosso della rivista, vicina all’intelligence Usa, Stratfor: “Noi ci troviamo costantemente in delle guerre. L’Europa non tornerà agli anni ’30 ma tornerà alle cose umane, avrà le sue guerre e le sue paci, avrà perdite di vite umane, magari non si conteranno centinaia di milioni di vittime ma il fatto che l’Europa si ritenga eccezionale, penso sia la prima cosa che mi colpisca…ci saranno conflitti, ci sono già stati conflitti, in Jugoslavia ad esempio, ora c’è di sicuro un conflitto in Ucraina…il principale interesse per gli Usa, per via del quale abbiamo combattuto delle guerre, I, II guerra mondiale e Guerra Fredda, consiste nella relazione tra Germania e Russia, perché se si uniscono sono l’unica potenza che possa minacciarci. Dobbiamo essere sicuri che questo non succeda. Gli Usa hanno un interesse fondamentale, ora controllano tutti gli oceani del mondo, nessuna potenza si è mai nemmeno avvicinata a farlo, è grazie a questo che possiamo invadere senza essere invasi. Tenere saldo il controllo dei mari e dello spazio è la base della nostra potenza. Il modo migliore per sconfiggere una flotta nemica è impedire che sia mai costruita…gli Stati Uniti non possono invadere l’Eurasia, non appena il primo soldato mette il suo stivale sul terreno scatta la superiorità numerica…però possiamo dare appoggio a numerose potenze rivali affinché si scontrino tra di loro: appoggio politico, economico, militare, consulenti. Possiamo, inoltre, destabilizzare il nemico con attacchi invalidanti. Dunque, gli Usa non possono intervenire costantemente in tutta l’Eurasia, devono intervenire selettivamente. E solo come estrema ratio…La vera incognita in Europa è rappresentata dal fatto che mentre gli Usa costruiscono il loro cordone sanitario…noi non conosciamo la posizione della Germania. La Germania si trova in una posizione del tutto particolare. Il suo ex cancelliere Gerhard Schroeder fa parte del consiglio di amministrazione della Gazprom e in Germania hanno una relazione molto complessa con i russi. Gli stessi tedeschi non sanno che fare. Devono esportare ed i russi possono comprare le loro merci. D’altro canto, se perdono la zona di libero scambio devono pur inventarsi qualcosa di differente. Per gli Usa la paura più forte è data dal capitale russo, dalla tecnologia russa. La tecnologia tedesca ed il capitale tedesco, assieme alle risorse naturali russe e alla manodopera russa, rappresentano l’unica combinazione che da secoli spaventa gli Usa. Come finirà? Gli Stati Uniti hanno messo già messo le carte in tavola: si tratta del corridoio dal Baltico al Mar Nero”.

1 Come sostiene il diplomatico pugliese Gianni Castellaneta, con Turchia e Russia che si stanno erigendo a risolutori del conflitto siriano e “in parallelo di altri focolai di instabilità” nella zona, le cancellerie europee dovrebbero tornare “a reclamare nuovamente l’importanza della politica estera e di sicurezza quale dimensione fondamentale per la stabilità e la prosperità di ogni Paese. A maggior ragione questo vale anche per l’Italia: non bastano frasi a effetto sull’accoglienza dei migranti e sulla contrapposizione muri/ponti. Occorre una vera visione strategica per evitare di perdere ogni residua influenza nella regione mediorientale, e con essa anche importanti interessi economici: che dire, ad esempio, del gasdotto Tap (tuttora bloccato dall’ostruzionismo della Regione Puglia) se il Turkish Stream dovesse andare in porto?”. O, piuttosto, perché si è permesso il fallimento del gasdotto russo-italiano-tedesco-francese South Stream che avrebbe incrementato la sicurezza degli approvvigionamenti europei, allentando le preoccupazioni per i rifornimenti da altri scenari incerti?

Trump e il Mar Cinese meridionale. di R. Vivaldelli

Mr. Trump- Yellow Tie

Il Mar Cinese meridionale sarà oggetto di una nuova e accesa disputa tra la Cina e gli Stati Uniti? Nei giorni scorsi il governo di Pechino ha lanciato un avvertimento ben preciso all’amministrazione Trump, invitando gli Usa ad esprimersi con grande prudenza sull’argomento. A riportare la notizia è ilSouth China Morning Post. “Gli Stati Uniti non sono coinvolti nelle controversie relative al Mar Cinese Meridionale” – ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri cinese Hua Chunying in una conferenza stampa svoltasi pochi giorni fa. “Esortiamo gli Stati Uniti a rispettare la realtà e ad esprimersi con cautela, in modo da evitare di minacciare la pace e la stabilità della regione” – ha aggiunto.Un monito che suona come una replica alle parole del portavoce della Casa Bianca Sean Spicer, il quale ha recentemente confermato la posizione diWashington e del presidente Donald Trump in merito: “Difenderemo i territori siti in acque internazionali – ha affermato Spicer – è nei nostri interessi”. Il Segretario di Stato nominato da Trump,Rex Tillerson, ha ribadito che a Pechino non dovrebbe essere consentito l’accesso alle isole realizzate nelle acque oggetto della controversia internazionale, paragonando il comportamento del gigante asiatico “all’annessione russa della Crimea”.

Secondo gli esperti interpellati dal South China Morning Post, è da escludere che laCina faccia un passo indietro: “E’ altamente improbabile che la Cina comprometta le sue pretese di sovranità di fronte alla pressione degli Stati Uniti, possiamo essere sicuri del fatto che la controversia finirà per diventare un contenzioso molto pericoloso nelle relazioni tra Washington e Pechino”,  sostiene  Ian Storey, senior fellow del think tank ISEAS- Yusof Ishak Institute diSingapore. Per Teng Jianqun, ricercatore presso l’Istituto cinese di studi internazionali, “Trump potrebbe aumentare la presenza militare degli Stati Uniti nella regione, pur agendo sotto il profilo diplomatico e puntando sulla sentenza del tribunale internazionale dello scorso anno la quale ha, di fatto, invalidato le pretese della Cina verso quell’area”.

L’analista geopolitico Pepe Escobar, in unarticolo pubblicato su Asia Times, illustra le regioni per le quali quei territori sono così importanti: “Il Mar Cinese Meridionale – osserva – non è solamente il fulcro della complessa filiera di approvvigionamento globale della Cina; esso protegge l’accesso del Paese verso l’Oceano Indiano, che risulta essere una cruciale via di transito energetica perPechino; inoltre, la Woody Island, sita nelle Paracels, a sud-est dell’isola di Hainan, rappresenta un altro ponte fondamentale per la Via della Seta marittima. Per Pechino, l’espansione nelle isole Spratly e Paracel significa rompere i limiti geografici del sud-est asiatico. D’altro canto, non importa chi è l’inquilino della Casa Bianca, il Pentagono non si asterrà da attuare il suo programma sulla libertà di navigazione e dal far sorvolare i B-52 sopra il Mar Cinese meridionale”.

Per il noto analista la prova muscolare tra le due superpotenze è inevitabile: “L’egemonia militare degli Stati Uniti non può essere messa in discussione, ma la Cina aspira ad essere un concorrente altrettanto potente e legittimato; non è una questione di “se” ma di “quando” si arriverà ad un confronto”. A tutto questo si aggiunge il fatto che l’area presente delle significative riserve di gas naturale e petrolio, benché l’estrazione di tali risorse pare non sia così semplice.

Lo scorso luglio, la Corte permanente di arbitrato (Pca), che dirime le dispute internazionali sui territori marittimi, ha sentenziato che gran parte delle aree rivendicate da Pechino sono in realtà “acque internazionali”. La controversia riguarda principalmente le isole Paracelso, Spratly, Pratas, la barriera di Scarborough e vede contrapporsi oltre alla Repubblica Popolare Cinese, Vietnam, Malaysia, Brunei, Taiwan e le Filippine. Sentenza che la Cina non ha mai accettato nonostante le pressioni degli Stati Uniti. Al contrario, la Casa Bianca accusata a più riprese dallo stesso governo di Pechino di fomentare le tensioni nel Mar Cinese Meridionale. DaBarack Obama a Donald Trump la strategia statunitense nel Mar Cinese meridionale non sembra essere mutata e le tensioni nell’area sono destinate a crescere.

L’IMPERIALISMO.

Ukraine Protest

 

Ci stiamo organizzando per il centenario della Rivoluzione d’ottobre. Speriamo di riuscire a produrre qualcosa d’interessante, ben oltre l’operazione nostalgia, già in atto da parte delle cariatidi di un comunismo ormai impossibile, che usano il passato glorioso del ’17 per giustificare la loro inutile ed ormai reazionaria  esistenza, ed anche oltre le sciocche calunnie piagnucolose dei sedicenti liberali intenti a narrare quegli eventi, tragici ma di profonde trasformazioni sociali, come mera carneficina bolscevica. Ed è proprio questo il punto. Mentre, infatti, imperversava la guerra imperialistica per il dominio dell’Europa e del mondo, che causava la mattanza dei popoli, Lenin e soci, al prezzo di un numero inferiore di morti e feriti, realizzarono il rovesciamento della monarchia zarista ed il successivo ritiro dal conflitto, evitando superflui spargimenti di sangue tra i ceti più bassi, quelli che sono sempre inviati a difendere la patria per conto dei dominanti. Soltanto per questo i bolscevichi avrebbero dovuto essere considerati dei benefattori dell’umanità, al cospetto di forze democratiche affamate di potere e di uomini. A Lenin, invece, si sarebbe dovuto consegnare il Nobel per la pace, sicuramente strameritato, per la ferma volontà di ritirarsi dal conflitto (contro l’opinione di Trozky ed altri), rispetto a quello elargito a sterminatori di professione dei nostri giorni come Obama.

Questo pensiero è stato già esposto dal compianto  Costanzo Preve che prima di diventare idealista, e mettersi ad allevare filosofastri in batteria, riusciva ancora a cogliere il nocciolo concreto delle questioni storiche più importanti: “Tra poco sarà passato un secolo dalla rivoluzione russa del 1917, ma evidentemente essa non è stata ancora “digerita” né dai suoi amici né dai suoi nemici. I suoi amici vogliono ad ogni costo che da essa si possa dedurre linearmente la storia provvidenziale della costruzione prima del socialismo e poi del comunismo, mentre a mio avviso essa si legittima ampiamente da sola, come risposta sacrosanta e pertanto più che giustificata allo scatenamento della prima guerra mondiale imperialistica del 1914. I suoi nemici, ovviamente, continuano ad odiarla ed a considerarla folle, utopistica, violenta ed illegittima quasi un secolo dopo. Trovo assolutamente normale che essa non gli sia mai andata giù, perché in effetti il 1917 dimostrò che una rivoluzione sociale radicale è possibile, e non resta confinata nella testa di alcuni intellettuali utopisti. Se è avvenuta una volta, potrebbe avvenire anche una seconda…”.

Tuttavia, l’interpretazione più pertinente del contesto epocale che portò al potere i Soviet è stata fornita da Gianfranco La Grassa con i suoi studi sull’imperialismo, fase suprema non del capitalismo ma della lotta policentrica tra potenze aspiranti alla supremazia mondiale. Per La Grassa, l’imperialismo non è conseguenza di una crisi economica da sproporzione tra domanda e offerta, cioè del gap che si crea tra potenzialità produttive e capacità di consumo di più larghe masse. Questa idea dell’imperialismo rimanda alle elaborazioni della Luxemburg e si ricollega al colonialismo. E non è nemmeno, o meglio non semplicemente, quella leniniana, benché da questa prenda spunto, della crisi esacerbata dalle stesse dinamiche economico-sociali del capitalismo che creano massima anarchia dei mercati, divaricazione produttiva e tecnologica tra imprese di diverse aree e paesi ed, infine, scontro intercapitalistico tra Trust, multinazionali ecc. ecc. coinvolgente anche gli Stati-potenza, insomma quella di una concorrenza portata ad un livello estremo (appunto fase suprema ed ultima del capitalismo, prima del vero e proprio collasso sistemico). La Grassa supera questa concezione economicistica, che si presta a troppe distorsioni analitiche, di cui la principale è senz’altro il parassitismo finanziario o finanzcapitalismo, di cui cianciano tutti quelli che non hanno ancora capito la portata delle sfide in atto e delle trasformazioni in corso, e lancia una diversa ipotesi. L’epoca dell’imperialismo è quella che mette in discussione la supremazia di un unico centro regolatore e inaugura il conflitto tra Potenze per un nuovo ordine mondiale. Delle cinque caratteristiche della fase imperialistica elencate da Lenin ((1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica; 2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria; 3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci; 4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; 5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.) La Grassa “salva” le ultime due ma ne dimensiona diversamente il significato. Scrive egli stesso nel saggio “L’imperialismo. Teoria ed epoca di crisi”: “Non mi sono accontentato di ridurre a due le caratteristiche leniniane. In realtà, nella mia teorizzazione, esse mutano, e di non poco, il loro aspetto peculiare. Lenin parla di grandi concentrazioni economiche (monopolistiche) e di Stati (grandi potenze) in lotta fra loro. A mio avviso, in questo modo si punta l’attenzione sugli aspetti ‘materiali’, sulle ‘precipitazioni cosali’ del conflitto intercapitalistico. Si cade quindi…nel feticismo degli apparati (economico e politico-statuali), dimenticando che, nella concezione di Marx, l’analisi decisiva deve svelare l’assetto dei rapporti sociali celati nelle loro concretizzazioni istituzionali. Ho quindi indicato, come caratteri precipui di una fase pienamente imperialistica, la competizione tra gruppi di agenti dominanti strategico-imprenditoriali per le quote di mercato, e il conflitto tra gruppi di agenti dominanti politici (con i loro ‘prolungamenti’ militari per le sfere d’influenza; cui va aggiunto il confronto tra agenti portatori di ideologie diverse per l’egemonia culturale…”.

Da quanto afferma La Grassa si capisce, dunque, che l’imperialismo non è l’ultima fase del capitalismo (ammesso che questo si possa ancora chiamare così) ma una tappa ricorsiva del conflitto tra sistemi sociali (classi e gruppi dirigenti, tanto a livello verticale, l’interno di un paese o area, che orizzontale, la loro proiezione spaziale) che metamorfosa gli equilibri globali. Dopo la seconda guerra mondiale c’è stata una lunga fase di bipolarismo in cui il pianeta si è suddiviso in due blocchi contrapposti, guidati rispettivamente da Usa e Urss. Con la caduta dell’Unione Sovietica esso è entrato in una fase monocentrica o unipolare di assoluta predominanza statunitense, con tutto quello che ne è conseguito. Attualmente, vista l’incapacità dell’Impero americano di mantenere una simile egemonia ipertrofica si comincia a parlare di multipolarismo (tuttavia, non ancora realizzato) contraddistinto dall’emersione o riemersione di potenze revisioniste, le quali provano ad imporsi regionalmente sottraendo influenza allo strapotere yankee. Questo periodo transitorio dovrebbe poi sfociare in una nuova epoca imperialistica o policentrica (pertanto ricorsiva ) in cui verrà lanciata una sfida all’ultimo sangue (non necessariamente nelle forme del passato, come una guerra totale) al predominio della nazione d’oltreoceano. E’ molto probabile che, in una situazione del genere, si schiudano delle “occasioni particolari” come quella sfruttata dai bolscevichi per fare la loro rivoluzione, negli intenti socialista ma nei fatti di altra natura. Bisogna prepararsi all’eventualità ed organizzarsi di conseguenza, soprattutto per evitare di transitare da un dominio straniero ad un altro ed essere parte attiva degli avvenimenti. Come Paese che deve rinnovarsi anche nei suoi corpi sociali, se vuole progredire o salvarsi dalle mire altrui. In quest’ottica è evidente che gli intellettuali dei ceti dominanti continuano a gettare fango sull’esempio sovietico che fu la dimostrazione, non della realizzazione del comunismo, ma del recupero di sovranità di un gruppo di Stati (la Russia in primis) condizionati a lungo dai capitali stranieri e minacciati, se non occupati, dai loro eserciti. Chi non vuol fare una brutta fine deve apprendere questa grande lezione.

Ps.

Oggi su Libero si riprende questa notizia: “Cento anni fa la Rivoluzione d’ottobre! A ricordarla con una grande mostra evento, Revolution: Russian Art 1917-1932, è la Royal Academy of Arts di Londra, che inaugura oggi l’inizio del centenario del 1917, che vedrà entro il fatidico 24 ottobre (è la data dell’insurrezione nella capitale Pietrogrado,per il calendario giuliano dell’Impero dallo zar, il
7 novembre per il nostro) una pioggia di volumi e di avvenimenti sulla Rivoluzione che spazzò via la vecchia Russia zarista e creò ilcomunismo sovietico. Sull’iniziativa londinese piovono già le critiche. The Guardian, ad esempio, con unappassionato pezzo di Jonathan Jones, dal titoloWe cannot celebrate revolutionary Russian art – it is brutal propaganda, accusa la Royal Academy di festeggiare una brutale arte di regime in chiaveanti-Putin.Scrive Jones: «La disinvoltura con cui ammiriamo l’arte russa
del periodo di Lenin equivale a fare del sentimentalismo su uno dei più sanguinosi capitoli della storia
dell’umanità”.

Come volevasi dimostrare

DIFFICOLTA’ PER IL “TERRORISMO”, di GLG

gianfranco

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Un articolo ben documentato e molto chiaro in merito all’andamento delle vicende che riguardano il cosiddetto Stato islamico negli ultimi tempi. Purtroppo sono un disordinato e non mi riesce facile trovare quanto vado scrivendo (a volte non so bene nemmeno dove ho cacciato lunghi articoli di carattere teorico, figuriamoci gli altri). Tuttavia, ricordo di avere più volte scritto, pur non facendo previsioni a breve periodo, che alla fine anche l’Isis sarebbe entrato in quella fase “di stanca” e progressivo esaurimento che ha già colto Al Qaeda, malgrado ogni tanto ancora si torni a parlare di qualche non vivida fiammata di tale organizzazione, cui – ricordiamocelo – viene ancora attribuito l’abbattimento delle due Torri gemelle l’11 settembre del 2001; e il cui presunto capo (Bin Laden), dopo anni di “residenza coatta” a pochi Km. da Islamabad (di fatto prigioniero dei pakistani, ma certamente senza avere troppi fastidi né pressioni di consegna da parte americana), sarebbe stato ucciso dai Navy Seals perché stava per opporre resistenza alla cattura e prendere in mano un mitra.

Si ricordi la ben nota sceneggiata di Hillary Clinton e altri maggiorenti politici e militari che avrebbero assistito via TV alla cattura ed effettivo assassinio del presunto capo di Al Qaeda, di cui si era scoperto infine il “covo” (in realtà era prigioniero dei pakistani e dunque anche degli americani, che lo tenevano in serbo per le varie evenienze elettorali del presidente Obama). Hillary lanciò il ben recitato “wow”, quando gli “alti” spettatori finsero di vedere la soluzione finale. In realtà, sono convinto che, quando si ritenne opportuno chiudere la parentesi di Al Qaeda per inneggiare all’ottimo comportamento delle forze di sicurezza americane (in modo che il popolo potesse sentirsi più tranquillo e grato ai “delicati” personaggi che lo governano e prendono in giro), Bin Laden venne prelevato, accoppato e se ne fece sparire il corpo “a scanso di equivoci”. Del resto, siamo abituati allo specifico genere di criminalità in uso negli Stati Uniti, dove politica e gangsterismo hanno ormai una lunga vita “coniugale” (senza quei facili “divorzi” che coinvolgono attori e cantanti).

Perché ho rifatto questa più lontana “istoria”? Per il semplice fatto che è ora di finirla con tutte queste menzogne sul terrorismo islamico. Non vi è dubbio che – data la situazione venutasi a creare con tutto il caos provocato nel mondo islamico dopo l’attacco degli Usa all’Afghanistan, seguito da molti altri disordini voluti dagli Usa (anche, non scordiamocelo, ai confini della Russia, in Cecenia e nelle Repubbliche centroasiatiche in particolare), che hanno poi trovato speciale accelerazione nel 2011 con l’infame “primavera araba”, approvata pure dai farabutti della presunta “sinistra radicale” europea e italiana (quanto deve essere riscritta la storia degli ultimi anni!) – vi è stata senza dubbio la “fiammata” islamica, che ha conquistato perfino alcune migliaia di “spostati” in paesi europei (ma si tratta di una netta minoranza dei “combattenti”). Resta il fatto che i capi di tale “fiammata” sanno bene quali rapporti intrattengono con i dirigenti Usa e di una serie di paesi arabi (a questi ultimi strettamente legati), da cui sono stati ampiamente alimentati e foraggiati per una serie di finalità non ancora del tutto note.

Nel gioco sono probabilmente entrate anche le rivalità tra le due subpotenze turca e iraniana. Si sono comunque verificate molte manovre, dal nord Africa e verso il Medioriente, che si sono concentrate pure sul tentativo di buttare giù Assad in Siria e sulla fortissima tensione creata in Irak, ecc. Gli esaltati dalla religione islamica si entusiasmano e vanno in giro a fare i suicidi; ma i loro capi sanno bene di che si tratta, prendono accordi con chi di dovere e si destreggiano in mezzo ai giochi in questione. E gli intellettuali e giornalisti, ecc., difensori della “nostra civiltà”, fanno da cassa di risonanza (alcuni, pochi, in buona fede, altri perché sono dei tirapiedi degli Usa e genia “di contorno”), stonandoci la testa e raccontandoci che, al massimo a metà secolo, saremo tutti in mano all’Islam. Bene, io faccio una previsione diversa e poi i più giovani diranno chi ha avuto ragione. Nel giro di un ventennio (mi prendo largo) passeremo dal multipolarismo in tendenziale crescita (un assetto mondiale in cui ancora una potenza è superiore alle altre; un po’ come tra guerra civile americana e primo decennio del ‘900) al policentrismo conflittuale acuto del tipo di quello caratterizzato dalle due guerre mondiali del ‘900. Come sarà in questa fase storica il conflitto per la supremazia mondiale, quali altre fasi di “assestamento” vi saranno, ecc., non lo so prevedere. Dico solo che non è il “destino islamico” quello che ci aspetta, ma qualcosa di ben diverso e che altre volte si è visto nella storia di questo nostro mondo. Tutto sarà assai diverso nelle forme, ma la sostanza del conflitto per la supremazia sarà invece abbastanza simile.

Una delle solite code. Nessuno ha ancora riflettuto abbastanza sul fatto che, nel periodo più acceso del “terrorismo islamico”, l’Italia è stata risparmiata da eventi drammatici come quelli verificatisi in Francia, Germania, ecc.; malgrado abbia accoppato uno dei loro (a Sesto San Giovanni) e malgrado i nostri “esimi” Servizi abbiano messo in allarme più volte le “istituzioni” (e la popolazione). Chissà perché, questo mi ricorda quando ci furono (anni ’70 e dintorni) contatti di importanti politici italiani (governanti e “oppositori”) con Arafat e il “terrorismo” palestinese; fatto che ci preservò tutto sommato da pericoli estremi (si racconta di contatti tra BR e palestinesi; secondo me, altra balla propagandata dagli americani e governanti italiani per nascondere le loro manovre con alcuni membri di questo spezzone del “rivoluzionarismo” italiano, dimostratosi molto utile, ad es., nel “caso Moro”, e non solo), salvo irritare gli israeliani che ci misero sull’avviso di non esagerare con l’abbattimento dell’Argo nel novembre ’73.

Beh, per il momento terminiamo qui. Però avremo ancora modo di “divertirci” con tutti i casini che gli Stati Uniti continueranno a provocare in giro per il mondo al fine di ritardare la crescita di altre potenze “fastidiose”; fino a quando il multipolarismo non si muterà nel ben temuto policentrismo.

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