È pericoloso allontanarsi dagli Usa. (P. Rosso)

liberta

Nell’articolo che presentiamo (vedi https://geopoliticalfutures.com/dangerous-option-germany), George Friedman con la consueta lucidità analizza sinteticamente le opzioni strategiche a disposizione della Germania in questa fase storica e lancia un chiaro avvertimento a chi vuole sentire: “… allontanarsi dagli USA è sempre possibile, ma pericoloso! …”
Sono certo che i commenti dei nostri lettori fioccheranno, per parte mia rilevo come significativo l’ineluttabilità con cui G.F. rappresenta il processo di progressivo allineamento della Germania con la Russia: un processo che G.F. stesso giudica del tutto razionale dal punto di vista delle imprese – e potremmo aggiungere noi dei lavoratori – tedeschi. E suona ancora più eclatante allora il solo allarme che G.F. riesce a intravedere/suonare per contrastare questo processo: “ …occhio che la Russia ti distrugge un’altra volta …”. Un dejà vu, un po’ logoro: gli americani sono i liberatori/salvatori degli oppressi/ingenui che si buttano fra le zampe dell’orso!

Una considerazione finale: saranno 20 anni che G. La Grassa invita a non credere al concetto corrente di globalizzazione ed ha invece proposto di leggere la fase come termine di un ciclo monocentrico – ad egemonia statunitense, dal dopoguerra a fine anni ‘90- e di inizio di una fase policentrica indirizzata inevitabilmente ad un futuro scontro semplificato “a due” – che non possiamo ora sapere chi saranno. Leggo questa analisi come una conferma del modello lagrassiano, offerta da uno studioso serio ancorché di parte avversa e con interessi opposti a quelli supportati – da sempre – dal blog C&S.

Buona lettura, Piergiorgio Rosso
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La scorsa settimana, una delegazione di dirigenti delle principali imprese tedesche si è incontrata con il presidente russo Vladimir Putin. Delegazioni di questo tipo sono una consuetudine, a volte devono incontrare i leader stranieri. A volte è una routine, a volte una cortesia. Ma a volte, hanno un significato speciale. Nel caso delle relazioni Russia-Germania, hanno sempre un significato speciale.

Relazioni instabili

Ci sono due relazioni che sono centrali per la Germania. La prima è quella con l’Unione Europea, la seconda è quella con gli Stati Uniti. Nessuna delle due relazioni è stabile in questo momento. Brexit, la crisi spagnola, l’aspro confronto tedesco con la Polonia ed i problemi economici dell’Europa meridionale stanno logorando il tessuto dell’Unione Europea. I tedeschi e l’Unione Europea sostengono che nessuno di questi problemi costituisce una minaccia alla salute del blocco e puntano al fatto che, a dieci anni dal 2008, l’Europa sta tornando ad una modesta crescita economica.
I tedeschi, naturalmente, conoscono i pericoli che stanno loro davanti, al contrario di Bruxelles. Molti dei problemi dell’UE sono politici, non economici. La Polonia e la Germania si sono scontrate sulla questione del contrasto fra diritto all’autodeterminazione nazionale e regole dell’UE. Anche Brexit si basava su questo. La Spagna è bloccata in una disputa sulla natura di una nazione e del diritto di una regione a separarsi. E sebbene i problemi dell’Europa meridionale siano economici, ciò non significa affatto che la debole crescita in atto li risolva né che si avvicini una soluzione ai gravi problemi strutturali del continente. Come leader de facto dell’UE, la Germania deve sì mostrarsi ottimista ma fare i conti con un eventuale fallimento.

La relazione tedesca con gli Stati Uniti è almeno altrettanto instabile – e non solo per la personalità del presidente Donald Trump. La situazione strategica ed economica in Europa è cambiata in modo drastico rispetto ai primi anni ’90 – quando l’Unione Sovietica è caduta, la Germania si è riunita e fu siglato l’importante accordo di Maastricht – mentre la struttura della relazione fra USA e Germania non è cambiata affatto. Entrambi sono membri della NATO, ma hanno opinioni radicalmente diverse sulla sua missione e sulla ripartizione delle sue spese. La Germania è la quarta economia mondiale al mondo, ma il suo contributo finanziario alla NATO non lo riflette.

Poi c’è la Russia. La politica americana verso la Russia si è indurita da quando il Partito Democratico ha assunto una posizione fortemente anti-russa dopo le elezioni presidenziali, più dura ancora di quella del Partito Repubblicano che è sempre stato poco accomodante con la Russia. La crisi dell’Ucraina continua a rafforzarsi mentre gli Stati Uniti dispiegano truppe nei Paesi Baltici, in Polonia e in Romania. Ciò ha ampliato le fratture all’interno dell’UE. La Germania non è interessata a una seconda guerra fredda. L’Europa orientale invece crede di esserci già dentro. Gli europei orientali sono sempre più distanti dalla Germania e sempre più allineati invece con gli americani. In un momento in cui i rapporti tedeschi con i principali paesi dell’Europa orientale vengono messi alla prova, la tensione aggiuntiva portata dalla politica americana nella regione, è una minaccia per gli interessi tedeschi. La Germania vuole che il problema della Russia venga meno. Gli Stati Uniti e ai suoi alleati dell’Europa orientale pensano che il modo per farlo venire meno sia attraverso lo scontro.

Un’opzione più pericolosa

La politica estera della Germania è rimasta più o meno la stessa cosa dal 1991 mentre la realtà internazionale è cambiata drasticamente. Questo sta costringendo la Germania a prendere una decisione che non vuole prendere. Ma deve per forza considerare cosa succede se la UE continua a disintegrarsi e se la politica estera della UE continua ad essere diversa dalla propria. Deve considerare cosa succede se gli USA continueranno a plasmare le dinamiche d’Europa in modo tale da costringere la Germania a combattere i nemici degli americani insieme a loro oppure rifiutarsi di farlo. Non si tratta solo della Russia – possiamo vedere la stessa questione sull’Iran [enfasi aggiunta].

La Germania non può esistere senza partner economici stabili. Non è mai stata autosufficiente dal momento in cui si è riunificata. Deve esplorare alternative. L’alternativa più ovvia per la Germania è sempre stata la Russia, attraverso l’alleanza oppure la conquista. La Germania ha bisogno delle materie prime russe. Occorre inoltre che il mercato russo sia più robusto di quanto sia ora. Ma la Russia è incapace di un rapido sviluppo economico senza aiuto esterno e, con il crollo dei prezzi del petrolio, ha bisogno di un rapido sviluppo per stabilizzare la propria economia. La Germania ha bisogno che l’economia russa sia in salute e quello che ha da offrire alla Russia sono: capitale, tecnologia, e capacità direttiva. In cambio, la Russia può offrire materie prime e forza lavoro. Un allineamento con la Russia potrebbe sedimentare l’Europa orientale nell’orbita della Germania. Per il modo in cui stanno andando le cose, e considerate le alternative a disposizione della Germania, l’opzione russa è costosa ma potenzialmente molto redditizia.
Ma la Germania ha un problema con la Russia. Ogni tentativo precedente rispetto all’allineamento o alla conquista è fallito. Costruire l’economia russa per creare un mercato robusto per le merci tedesche potrebbe sicuramente beneficiare entrambe le nazioni ma cambierebbe l’equilibrio di potere in Europa. Ora come ora la Germania è militarmente debole ed economicamente forte. La Russia è moderatamente potente ed economicamente debole. Un allineamento con la Germania potrebbe rafforzare drasticamente l’economia della Russia, e con essa, il suo potere militare. Una volta allontanatasi dagli USA e avendo minimizzato la potenza militare nella penisola europea, la Germania potrebbe trovarsi nella sua antica posizione: vulnerabile alla potenza russa, ma senza alleati per combatterla.[enfasi aggiunta]
Il viaggio dei capi industriali tedeschi in Russia non è un evento nuovo, né rappresenta un significativo cambiamento nella politica tedesca. Ma fa parte di un processo in corso. Mentre la realtà internazionale si sposta da ciò che serve alla Germania, la Germania ha necessità di un altro percorso. A breve termine gli Stati Uniti saranno soggetti ad una recessione economica ciclica. La Cina sta affrontando sfide proprie. Ci sono dunque poche alternative alla Russia e la Russia è storicamente una opzione molto pericolosa per la Germania.

Il BISOGNO REALE di GLG

gianfranco

 

Qui

l’articolo berlusconiano trasuda un vero gongolare per aver allontanato la pur pallida prospettiva di un accordo, successivo alle elezioni, tra “5 stelle” e Lega, l’unico che avrebbe rappresentato una effettiva “zeppa” tra i piedi dell’ormai svelato (e da tutti finalmente “chiacchierato”) inciucio tra Pd e F.I. La Lega ha scelto di partecipare a quest’ultimo e punta a mantenere i suoi voti verso il 15%, in modo da poter poi reclamare il suo gruzzoletto di posticini nelle varie amministrazioni pubbliche. Ulteriore dimostrazione che chi “gioca” solo sul piano elettorale alla fine getta la maschera e si svende. La Lega tornerà ad essere un partito “ancella” (del “vile nano”) nell’accozzaglia detta “centro-destra”; e resterà di fatto nordico. Per il momento, temo lunghetto, ha vinto Berlusconi che ha i suoi migliori referenti leghisti in Maroni e, appena un po’ in sordina, in Zaia. Salvini aveva del resto mostrato il suo trasformismo con il mutato atteggiamento sulla UE e sull’euro. Sia chiaro che non ritengo essenziale il semplice “rumoreggiare” su questi temi. Ci vuole ben altro; ed infatti anche queste posizioni si mostrano per quello che sono, semplici mascherature e agitazione scomposta per avere un po’ di voti. Una volta ottenuto (nei sondaggi intanto) questo risultato, si passa subito all’incasso, mostrando chiaramente la propria miserabilità e inconsistenza politica.
Tuttavia, farsi vedere ancora patrioti e per la Nazione, magari organizzare marcette su Roma che sono semplici “caricature” di comportamenti di epoche definitivamente passate, serve soltanto ai farabutti che si gonfiano il petto con il vuoto e declamatorio antifascismo; e non solo di “sinistra” perché anche le “destre” sedicenti moderate urlano pur esse contro il fascismo (e contro il comunismo) e vomitano in modo inconsulto e perfettamente ignorante il loro mal inteso liberalismo, autentico sfregio di quello reale d’altra epoca e semplice finzione atta a nascondere un atteggiamento depredatorio verso la popolazione sempre più smarrita. Non ci si libererà di simile immane vergogna che attanaglia il paese (e del resto anche il resto dell’“Occidente”, sia pure in forme meno eclatanti) fino a quando non si afferrerà un’idea tale da unire quote decisive di popolo “incazzato”. Occorrerà però nel contempo la formazione di un autentico gruppo dirigente che – trattando adeguatamente anche con settori, credo per nulla soddisfatti, degli apparati di sicurezza – vada veramente a Roma assai poco pacificamente, entri a Palazzo Chigi, Montecitorio e Palazzo Madama, ne tiri fuori tutti gli occupanti che lì si troveranno (molti saranno già scappati e altri dichiareranno d’essere sempre stati dalla parte dei “nuovi arrivati”; l’Italia è il paese di Pulcinella), facendoli sfilare in diretta TV sotto le ben note “forche caudine”. E poi a casa a curarsi le sculacciate e pedate prese dalla folla osannante.
Purtroppo quel momento non è vicino; buona parte della popolazione brontola ma è senza direzione alcuna. Tuttavia, tutto sta marcendo; chi capisce qualcosa lo avverte, ne sente la puzza. Nella storia è però impossibile dire quando la misura sarà colma. Si colmerà e si avrà la “rigenerazione”; il quando non si riesce al momento a predire.

BASTIAT E IL DENARO

Karl-Marx

 

Ci ritroviamo alle prese con l’ennesima chicca di Bastiat pubblicata, come ogni venerdì, da Il Foglio. Ci stiamo servendo dell’appuntamento per chiarire delle posizioni teoriche. Il pezzo preso in esame oggi è talmente insulso da non meritare un esame approfondito ma da questo estrapoliamo solo alcune frasi per dimostrare quanto Bastiat ed i suoi estimatori odierni siano lontani dalla comprensione della realtà economica. Il tema trattato è il denaro (e il credito), argomento complesso che l’economista francese “liquida” con un giro di parole: “Si comincia col confondere il numerario con i beni, poi si confonde la carta moneta con il numerario, ed è da queste due confusioni che si pretende di individuare una realtà. Occorre assolutamente, nella questione, dimenticare il denaro, la moneta, i biglietti e gli altri strumenti per mezzo dei quali i beni passano di mano, per vedere i prodotti soltanto in se stessi, che sono la vera materia del prestito. Infatti, quando un contadino prende in prestito 50 franchi per comprare un aratro, non sono effettivamente 50 franchi che gli sono prestati, è l’aratro…il denaro non compare che per facilitare l’accordo tra molte parti…infatti nessuno prende a prestito il denaro per il denaro stesso. Si prende a prestito il denaro per arrivare ai prodotti”.

Bastiat dimostra qui di ignorare praticamente tutto della società in cui vive. Dicendo che il denaro non compare che per facilitare l’accordo tra molte parti, cioè riducendo lo stesso a mero segno, nega il rapporto sociale, specificatamente capitalistico, di cui il denaro (nella sua forma capitalistica) è il risultato. Il denaro esiste da millenni ma non assolve, nel tempo, sempre alle stesse funzioni. Il denaro diventa mezzo di accumulazione di valore e misura del valore (delle merci), mezzo di pagamento, mezzo di circolazione e di scambio (a quel determinato livello) dei prodotti, solo quando quest’ultimi assumono la forma di merci nella loro generalità, ossia quando sorge il lavoro salariato (venduto come qualsiasi altra merce dai suoi possessori) e i beni vengono creati direttamente per essere scambiati e non autoconsumati. Nelle società pre-capitalistiche, le cose procedevano diversamente, il denaro era presente ma assolveva a compiti interstiziali e residuali.

Marx conosce bene la questione: “ Una delle principali deficienze dell’economia politica classica è di non essere mai riuscita a scoprire, attraverso l’analisi della merce e spe cialmente del valore della merce, la forma del valore che appunto lo rende valore di scambio. Proprio nei suoi rappresentanti migliori, come Smith e Ricardo, essa tratta la forma valore come qualcosa di assolutamente indifferente od estraneo alla natura stessa della merce. La ragione di ciò non è soltanto che l’analisi della grandezza di valore assorbe tutta la sua attenzione; è una ragione più profonda. La forma valore del prodotto del lavoro è la forma più astratta,j1 ma anche più generale, del modo di produzione borghese, che ne risulta caratterizzato come un genere particolare di produzione sociale, e quindi anche storicamente definito. Se perciò lo si scambia per la forma naturale eterna della produzione sociale, si trascura necessariamente anche l’elemento specifico della forma valore, quindi della forma merce e, così via procedendo, della forma denaro, della forma capitale ecc. Accade così di trovare in economisti pur concordi nel misurare la grandezza del valore mediante il tempo di lavoro, le più variopinte e contraddittorie idee sul denaro, cioè sulla forma perfetta dell’equivalente generale. Lo si vede in modo lampante, per esempio, nella trattazione del sistema bancario, dove i luoghi comuni per definire il denaro non bastano più. Per reazione, è poi sorto un sistema mercantilistico restaurato (Ganilh ecc.), che vede nel valore soltanto la forma sociale o, meglio, la sua apparenza priva di sostanza. Sia detto una volta per tutte, intendo per economia classica tutta l’economia che, a partire da W. Petty, indaga il nesso interno dei rapporti di produzione borghesi, in contrasto con l’economia volgare che gira a vuoto entro i confini del nesso apparente, rimastica sempre di nuovo il materiale da tempo fornito dall’economia scientifica per rendere plausibilmente comprensibili i cosiddetti fenomeni più grossolani e soddisfare il fabbisogno quotidiano dei borghesi; ma, per il resto, si limita a dare forma pedantesca e sistematica alle concezioni banali e compiaciute degli agenti della produzione borghese sul loro proprio mondo, il migliore dei mondi possibili, proclamandole verità eterne”.

Bastiat è appunto uno dei più spassosi rappresentanti di questa confusione che riciccia nei nostri contemporanei sempre più a corto di idee.

Giustamente ribadisce La Grassa che: “La distinzione tra denaro e sue figure monetarie, il valore intrinseco che il denaro – e quindi ogni sua rappresentazione in moneta – possiede, completano lo smascheramento dell’inganno sotteso alla forma generale dello scambio, il moto apparente del modo di produzione capitalistico. Fermarsi alla quantità di valore implica la dimenticanza della storicità di quest’ultimo, significa cadere nella credenza della sua “naturalità” e quindi intrascendibilità. Eliminare l’aspetto quantitativo, fare della moneta un puro segno di contabilità, serve a nascondere la diseguaglianza reale sottostante all’eguaglianza formale. Se la scienza è ricerca del movimento reale, celato da quello apparente (anch’esso reale e produttivo di effetti nella sua presentazione “di superficie”) – cioè, ricordando l’esempio di Marx, è lo scoprire che il Sole non gira attorno alla Terra immobile, ma che è la rotazione di quest’ultima a produrre simile sensazione – è impossibile fare a meno del valore intrinseco, della sostanza di valore, della quantità; pur non sganciandola mai, mai isolandola, dalla sua forma di manifestazione, pena la caduta nell’altro errore esiziale: il restare agganciati alla mera empiria, e all’inganno delle apparenze sensoriali, divenendo così incapaci di svelare lo sfruttamento, dunque il dominio legato al controllo reale delle condizioni oggettive della produzione, la quale – già lo sappiamo – è resa possibile dal fatto che, nel contempo, viene riprodotto il rapporto sociale della formazione capitalistica”.

Il discorso sarebbe ancora molto lungo ma rinviamo sia agli scritti di Marx che a quelli di La Grassa per ulteriori chiarimenti (in particolare la prima sez. de Capitale ed il “Denaro in Marx” dello studioso veneto).

Bastiat scrive anche che “ nessuno prende a prestito il denaro per il denaro stesso. Si prende a prestito il denaro per arrivare ai prodotti”. Anche questa è un’affermazione falsa. Non ci attardiamo a spiegarla ma chiunque sa che scopo della Finanza e dei suoi operatori, per esempio, è proprio quello di moltiplicare il denaro dal danaro, costruendo prodotti d’ingegneria speculativa che vengono veduti sui mercati per realizzare profitti.

IL GRANDE IMBROGLIO, di GLG

gianfranco

qui

superato il primo ostacolo (molto facilmente) – e convinti (come lo sono pure io) che supererà anche quello del Senato, magari con l’appoggio di Verdini (semplice “sezione staccata” dell’infame berlusconismo, la peggiore infezione italiana) – questi sicofanti cominciano a non più nascondere le loro reali intenzioni di accordo fra banditi per disfare il paese, raggiungendo l’obiettivo di piegarlo al conseguimento dei loro interessi, del tutto opposti a quelli della gran massa dei nostri connazionali (compresi i coglioni ignari, che ancora li votano).
Dal 2011 sto denunciando (ovviamente senza alcun risalto, questo è logico) il “vile nano”, il peggiore “badoglio” della storia italiana. Ha tradito Gheddafi, pienamente consenziente con la sua liquidazione (voluta, in ultima analisi, da Obama e realizzata mediante i sicari inglesi e francesi; e anche italiani) pur dichiarando, ad anni di distanza da quel tradimento, che non era d’accordo; ma nulla ha fatto per impedirlo e nemmeno si è dimesso dal governo per almeno mostrarsi contrario a quella decisione. Poi ha continuato a compiere azioni da me sempre puntualmente colte e denunciate immediatamente. Ha di fatto appoggiato Napolitano nella nomina di Monti, favorendolo con le proprie dimissioni e facendo finta di credere alle difficoltà create dallo “spread”, creato ad arte ed infatti denunciato, ma dopo due anni, come operazione mirata a sostituirlo. Ha appoggiato anche Letta, la rielezione di Napolitano a presdelarep (un vulnus alla tanto strombazzata Costituzione), ha stilato il Patto del Nazareno con Renzi (anche lui appoggiato nelle sue varie operazioni d’imbroglio) per poi staccarsene per meglio restare nel “centrodestra”, di cui danneggiare continuamente ogni unità di effettiva opposizione.
Oggi, nemmeno si aspettano le elezioni è già si fa capire che l’“inciucio” è pronto e si è ormai convinti di riuscire a farlo. Infatti, si spera (realisticamente) che una buona quota di elettori di “opposizione” siano ingannati anche dal sottile gioco di Toti, che sembra differenziarsi da Berlusconi per meglio tenere agganciati i leghisti; e questi si differenziano opportunamente fra loro, con Salvini in pieno gioco di rappresentanza nazionale mentre altri (Maroni e Zaia, però con sfumature a loro volta differenti; più netto il primo e più “moderato” il secondo) rappresenterebbero gli umori “nordisti” della maggior parte del loro elettorato. Siamo insomma in presenza di una grande truffa portata avanti con il solito metodo delle “tre carte”. Gli elettori, scontenti della terribile situazione in cui questi banditi hanno cacciato l’Italia, si dedicheranno inutilmente alla ricerca di dov’è la “carta giusta”. E non si accorgeranno che in realtà tale “carta” non esiste da nessuna parte poiché ormai, dopo la liquidazione della prima Repubblica, si è venuto formando un ceto, balordamente definito politico, di truffatori da rifiutare nel loro insieme. Gentaglia infame, sordida, un vero letamaio. Ma imperversano in TV e in tutti i media che fanno opinione (altro che internet!). E per meglio ingannare gli sprovveduti si accapigliano fra loro. Tuttavia, indubitabilmente, anche con una certa convinzione perché ognuno vuol prendere più voti; così arrafferà una più elevata quota di quel bottino di cui viene “derubata” la popolazione italiana.
Lo schifo rappresentato da questa gentaccia – e da un’accolita di pseudointellettuali, alcuni addirittura recitanti la parte degli “antisistema”: anti-capitalismo, anti-gruppi finanziari, ma solo meschini mentitori e con gruppetti di violenti al seguito, in modo da provocare il rigetto della popolazione verso ogni idea di mutamento di questo disgustoso ammasso di banditelli, che non vengono così mai gettati tra i rifiuti e “sotterrati” per impedire ulteriori epidemie – è abbastanza afferrato dalla gente comune, che però si fa ancora ingannare da alcuni e crede all’esistenza di una possibile opposizione radicale. Niente da fare; è solo una recita per mantenere in piedi questa laida “democrazia” del voto, in cui tutti gli individui sono dichiarati eguali e devono esprimere su carta straccia le loro preferenze per ignoti (salvo che per le balle raccontate in campagna elettorale e per le loro faccione di merda sempre sorridenti o reciprocamente incazzate ai fini della loro recita); poi, però, ci si appella alla “governabilità” e si rinnega bellamente ogni eguaglianza (del resto inesistente) onde perseguire i propri interessi di imbroglioni e ingannatori di professione, intenzionati a vivere lautamente alla faccia di chi sgobba.
Sarebbe ora di finirla con questa pantomima e di dedicarsi invece ad un certo “lavoretto di fino” nei confronti di questi autentici maiali (mi scusino le povere bestie, che già massacriamo per mangiarcele). Bisogna trovare altre vie; e infliggere un bel giorno una lezione definitiva a costoro. Mi sembra che per il momento, anche tra i più giovani, prevalga l’ambizione di poter entrare a far parte dell’infame gioco. Alla fine pagheremo tutti; e sarà una soluzione veramente giusta, ma non scoperta da noi, invece imposta dal fallimento di questi “molluschi”, tanto inetti quanto disgustosi.
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ECONOMISTI IRRAZIONALI

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La banca centrale svedese ha attribuito il premio in memoria di Alfred Nobel all’economista Richard Thaler, fondatore della scuola comportamentale e propugnatore degli studi sulla razionalità limitata dell’uomo. Sono fioccate molte critiche per questa decisione, particolarmente dai colleghi liberisti (abituati a far man bassa del riconoscimento). Anche noi però, che non siamo sostenitori né delle teorie del libero mercato né di quelle opposte favorevoli all’interventismo statale, riteniamo che questa legittimazione sia stata dettata da motivazioni politiche piuttosto che scientifiche. Thaler ha ispirato gli indirizzi decisionali di Obama e di qualche governo alleato degli Usa. Accodarsi ai poteri dominanti, soprattutto se democratici, risulta alquanto proficuo di questi tempi per ottenere gloria e denari. Il “merito” di Thaler è di prendere in considerazione gli aspetti psicologici individuali che conducono alle scelte dei soggetti in ambito economico, al fine di confutare la teoria delle aspettative razionali (per questo si parla di razionalità limitata e ne parlava già Simon che nel 1978 ottenne ugualmente il Nobel). Il che è esattamente il contrario della prassi scientifica la quale deve isolare i fenomeni “in purezza” per addivenire a leggi valevoli in generale. Lo aveva capito anche Marx che nella prefazione a Il Capitale scrive: “Il fisico osserva i processi naturali nel luogo dove essi si presentano nella forma più pregnante e meno offuscata da influssi perturbatori, oppure, quando è possibile, fa esperimenti in condizioni tali da garantire lo svolgersi del processo allo stato puro”. E lo stesso sistema verrà utilizzato dal pensatore tedesco per indagare “il modo capitalistico di produzione e i rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono”. Per questo sarà subito chiaro al riguardo: “Una parola per evitare possibili malintesi. Non dipingo affatto in luce rosea le figure del capitalista e del proprietario fondiario. Ma qui si tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classi. Il mio punto di vista, che concepisce lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale, può meno che mai rendere il singolo responsabile di rapporti dei quali esso rimane socialmente creatura, per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi”. Marx, dunque, come ogni buon scienziato, astrae dagli individui in carne ed ossa, con le loro personalità, concentrandosi su ruoli e funzioni degli stessi per cogliere il funzionamento in “assenza di attrito” del modo di produzione nella sua forma storica capitalistica. La Grassa ha tante volte specificato questa questione criticando alcuni miti dell’economica dominante: “…L’odioso, micragnoso Robinson, sa già tutto. Non sente il bisogno di comunicare con nessuno. Solo gli farà comodo incontrare lo schiavetto cui darà il nome di Venerdì. A lui basta centellinare le sue forze per procurarsi il massimo possibile con il minimo sforzo possibile. L’economia neoclassica lo prende come l’emblema stesso del comportamento razionale in quanto puro portato, per lei, della singola individualità. Invece, Robinson si trova isolato per vicenda eccezionale, ma esce da un preciso contesto sociale, è un portato esclusivo di quel contesto. Non può esistere un Robinson se non come concentrato della mentalità e cultura formatasi con l’ormai avvenuta trasformazione integrale del feudalesimo in società capitalistica. Pensare al comportamento del Robinson, trarne tutte le presunte leggi del “consumatore” razionale che, con le sue scelte, mette in moto anche il procacciamento dei beni, cioè la loro produzione, è la più grossa banalità, vero supremo salto nell’assurdo della mentalità tipica di certa economia; una pretesa scienza, tutta intrisa di ideologia pesante e mistificatoria. A meno che non la si interpreti, molto più semplicemente (e allora con una sua precisa giustificazione) quale “teoria delle scelte”; di un individuo però, e già inserito in un preciso contesto rappresentato appunto dalla struttura dei rapporti della formazione sociale capitalistica.
Invece, è solo dopo aver tratto dal comportamento di questo “concentrato sociale”, preso per individuo, tutte le pretese leggi fondamentali dell’“homo oeconomicus”, che l’“economica” (un nome inteso a scimmiottare quello della fisica, della chimica, ecc.) fa il salto alla società in quanto incontro tra i vari Robinson, prima saldi nella loro individualità. Ed è solo allora che nella testa di simili scienziati si forma il mercato come interazione tra questi individui “razionali”. E l’unica imperfezione scoperta da un premio Nobel per l’economia (Simon) – sbagliando, a mio avviso, per scarsa attitudine all’astrazione teorica, cardine di ogni pensiero scientifico – è che la loro razionalità è limitata perché l’individuo non può conoscere adeguatamente tutte le variabili in gioco, da prendere in considerazione. E’ come se criticassimo Galilei per aver individuato le leggi del moto rettilineo uniforme, non tenendo conto degli attriti che sempre ci sono. Un bello scienziato! E una “giusta” attribuzione del Nobel! E del resto, pure altri come Coase e più tardi Williamson hanno considerato l’impresa – struttura organizzativa complessa – come se fosse in fondo riconducibile ad una rete mercantile. Un bell’uso della “Ragione”, non c’è che dire.
Tarzan no, ha un DNA (allora sconosciuto) diverso da quello della scimmia da cui spesso si dice derivi l’uomo. E’ però inserito in un mondo di scimmie; avverte la sua differenza, ma non si orienta, è a volte perplesso diremmo oggi. Impara quei segni scritti che trova nei libri e diari dei genitori, di cui non sa l’esistenza (si crede puro figlio di scimmie), ma non può parlare quel linguaggio perché manca il rapporto sociale di tipo umano. I ragionamenti che può fare sono proprio quelli del vero “primo uomo” da prendersi singolarmente, individualmente. E quindi il suo comportamento indica con precisione laddove l’individuo, del tipo homo sapiens sapiens, si distacca da quello degli altri animali. Da qui il liber(al)ismo, tanto innamorato dell’individualismo, della libertà di ogni singolo essere umano, avrebbe dovuto prendere le mosse. Non da Robinson, un risultato del più puro egoismo ed egocentrismo della società capitalistica.
Quello di Tarzan è dunque il vero salto in uno spazio diverso, con un differente senso della temporalità. E allora seguiamolo, pur solo per cenni, nella sua crescita. Per certi versi egli usa l’istinto animale (quello detto tale, non so se propriamente; non sono in grado di deciderlo). Quando insegue una preda – in genere pure lui, come ogni altro animale, per nutrirsi – procede avvertendo da dove tira il vento e posizionandosi in modo che il suo odore non arrivi ad essa, altrimenti quella fugge. Inoltre, spesso non tocca terra; procede per aria passando di albero in albero utilizzando le liane. Sa però tendere le trappole, sa attendere un tempo considerevole affinché maturino condizioni più favorevoli. Considera assai meglio i rispettivi rapporti di forza; affronta la prima volta la tigre in modo “ingenuo”, ne viene ferito e a momenti ci rimette la pelle, ma impara bene la lezione e poi si ritrae sempre da scontri troppo diretti fin quando questa non è invecchiata. A quel punto è lei che non tiene conto del suo indebolirsi e Tarzan, usando anche dello strumento coltello trovato anni prima nella capanna, la uccide. Insomma, fa uso dell’“istinto”, ma anche di un pensiero che si articola in modo nettamente più complesso rispetto agli altri animali.
Vi è pure un altro carattere, direi il più decisivo, che differenzia nettamente Tarzan dagli animali cui crede di appartenere. Quando caccia e uccide la preda, egli non lo fa solo per nutrirsi; non è pervaso dalla semplice soddisfazione di avere trovato di che alimentarsi. Viene afferrato da un impeto di trionfo, di vittoria, di prevalenza sull’altro. Nasce in lui l’embrionale consapevolezza di averlo sottomesso e perfino ammazzato anche grazie a quella che intuisce essere, pur senza ben saperlo, una superiore intelligenza; e l’astuzia, la capacità di trarre in inganno con tranelli vari, ecc. A volte s’insinua nel suo animo quella che potrebbe definirsi una vaga vergogna per questi sentimenti. Insomma, non caccia e uccide solo per bisogno, balza a volte in evidenza il piacere di tali azioni. In fondo, Tarzan capisce che gli altri animali non sentono né agiscono come lui. E’ diverso da loro, ha “qualcosa in più”.”

Tuttavia, non siamo i soli a pensarla in questa maniera ed anche un economista come Francesco Forte su Il Giornale ha scritto: “Nella formidabile lista dei possibili candidati al premio Nobel dell’economia ha vinto una figura marginale sostenendo una tesi per nulla originale: ossia quella che la figura del soggetto economico, come soggetto razionale, che fa scelte utilitarie, puramente sulla base di valori misurabili in moneta, è un’astrazione…Thaler cerca di inficiare [la teoria delle aspettative razionali] con ragionamenti psicologici marginali”. E’ la nostra tesi. Forte ha sicuramente ragione sul punto, anche se la teoria delle aspettative razionali sconta gravi contraddizioni interne che i suoi sostenitori nascondono con atteggiamento sospettamente ideologico (come spiegato da La Grassa). Che Thaler non sia questo genio lo dimostrano anche alcune sue prese di posizioni politiche, per esempio sulla Brexit, come riportate da Davide Zamberlan: “Secondo il neo premio Nobel il voto è stato determinato da «scelte di pancia» che hanno condotto gli inglesi a votare a favore dell’uscita. Con ulteriori informazioni a disposizione, una nuova votazione potrebbe portare a un voto più razionale e a un ribaltamento del responso referendario. Da cui l’auspicio, disatteso, al governo inglese di non avere tanta fretta nell’applicare l’articolo 50 del trattato di Lisbona e avviare il processo di uscita dall’Ue”. Ricorrere al “panciutismo” dell’uomo comune per spiegare i fenomeni sociali non è da Nobel. Anzi, possiamo dire che le pance degli elettori spesso afferrano più delle teste di certi economisti sopravvalutati.

DI AUTONOMIA IN AUTONOMIA: SIGNIFIFICATI DIVERSI, di GLG

gianfranco

Un caro amico dell’adolescenza, con cui sono sempre in contatto, è da qualche anno sposato a Valencia, dove appunto abita. Negli ultimi giorni era a Barcellona e ha partecipato per curiosità alla manifestazione unionista. Mi ha telefonato questa mattina tutto divertito per l’enormità delle menzogne diffuse da tutta l’informazione nei paesi europei, un’informazione evidentemente comprata a piene mani dai devastatori filo-UE. Mi ha specificato: 1) nemmeno con la compenetrazione dei corpi poteva esserci un milione di persone in quella piazza, difficilmente la metà; 2) c’era una vera invasione di spagnoli. L’informazione (anche televisiva) ha nascosto la massiccia presenza di cartelli (e urla comprese) che inneggiavano alla Guardia Civil e chiedevano il processo per sedizione nei confronti dei Mossos d’Esquadra catalani. Potere ben figurarvi se questi manifestanti erano di quella regione.
Preciso che non me ne sbatte nulla (e nemmeno all’amico di cui sopra; e nemmeno alla sua moglie spagnola) del conflitto in atto per quella autonomia, conflitto che sono convinto infine si appianerà in compromessi di vario genere e magari con aggiustamenti successivi e contrattazioni complesse. Domani avremo un primo segnale di come procederanno le cose (ma quanto avviene “sottocoperta” lo dovremo intuire via via nel tempo). Resta il segno di un malcontento, di delusioni e rancori che si andranno depositando. L’infamia dei governi di una deleteria UE – fra l’altro in confusione per il conflitto in atto negli Stati Uniti; anche questo tutto da interpretare e seguire con particolare interesse perché segnala comunque una svolta storica – va pian piano apparendo nella sua reale portata. E diventa sempre più evidente anche la debolezza, o magari peggio ancora, delle poco decise e opache opposizioni; alcune delle quali (tipo i “berluscones”) sono false in radice. Il malcontento e la disaffezione popolare a queste meschine forze politiche sembra crescere, ma troppo lentamente. Comunque, è già qualcosa.

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Ritengo un errore assumere posizioni di principio rigide e inamovibili, avulse da una qualsiasi valutazione abbastanza analitica delle condizioni esistenti che in qualche modo giustificano la posizione assunta. A dir la verità, questa mia convinzione è in effetti una presa di posizione che assumo come generale e inamovibile. Tuttavia, è appunto l’unica; e con questa me ne precludo ogni altra. Quanto detto serve ad introdurre le considerazioni che seguono in merito al prossimo referendum sull’autonomia veneta e lombarda.
Ero molto indeciso se andare a votare oppure no; certamente andandoci avrei votato SI, altrimenti sarei stato a casa. Non mi scalda assolutamente il cuore il problema dell’autonomia. La sento spesso propagandare con argomentazioni economiche assai semplicistiche anche se di effetto: dovremmo dare meno soldi a Roma (cioè allo Stato nei suoi organi centrali) di quelli che invece versiamo. Insomma, diamo di più di quanto riceviamo e dovremmo farceli restituire. Non sono in grado di seguire certi calcoli e la cosa non riesce ad accalorarmi. Ci saranno pure tutta una serie di decisioni riguardanti determinati insediamenti sociali (regionali) che si vogliono avocare a coloro che sono eletti dai cittadini di quegli insediamenti. Tuttavia, anche qui non sono gran che in grado di valutare i termini precisi di tali discussioni.
Personalmente non sono nemmeno convinto della necessità – “a prescindere” – di separarsi dall’Unione Europea così com’è stata concepita. E’ logico che se mi dicessero: bisogna nel giro di 10, al massimo 20, anni mescolare insieme le popolazioni di tutte le nazioni europee per integrarle meglio, per cancellare le diversità e renderle eguali fra loro – per fare un esempio certo demenziale: molti milioni di francesi vengano in Italia e molti milioni di italiani vadano in Francia e altrettanto avvenga tra Italia e Germania e tra Germania e Francia, tra Italia, Germania e Francia e Svezia e via dicendo – penserei ad una grave forma di epidemia della pazzia. Per il resto so che ogni popolazione ha le sue specificità e ogni popolazione assimila lentamente quote (in genere molto minoritarie) di altre popolazioni. Tutto normale e che non solleva problemi insormontabili. Lo ripeto però per i più irresponsabili: con grande lentezza di assimilazione così come anche il cibo, se vuol essere digerito, deve essere ingerito secondo quantità non enormi e in tempi ben distesi.
Se sono invece nettamente contrario a questa UE e vedo con favore tutto ciò che la mette in difficoltà e può avvicinare la sua disgregazione – ancor meglio se addirittura si verificassero forti attriti tra i vari paesi aderenti – è perché si tratta di un conglomerato di paesi succubi di un altro predominante (non c’è bisogno che lo nomini); e da quest’ultimo è partito l’“anelito” all’unità europea in quanto unità dei suoi servi, un’unità che rende più facile ed omogeneo il suo predominio. Tutto ciò che mettesse in grave e irrimediabile crisi gli organismi “generali” di questa unione asservita e i governi dei paeselli “comandati” – in ultima analisi – da quello preminente non può che essere accolto con favore da chi preferirebbe infine la completa autonomia da quest’ultimo. Anche qui precisiamo a scanso di equivoci. Non m’interessa l’autonomia nazionale perche per me il Principio Superiore è la Nazione (magari condita con il concetto di Patria), per la quale si è disposti a dare la vita. Per me, in questa specifica fase storica, è fondamentale l’autonomia dagli Stati Uniti, senza d’altra parte cadere dalla padella nella brace di un’altra servitù.
Bisognerebbe forse precisare ancor di più il significato della specifica fase storica – caratterizzata da un crescente multipolarismo – e valutare l’impossibilità per i 27 paesi della UE di stare tutti insieme quale “unica potenza” rappresentante uno dei “poli”. Soprassediamo per tornare al referendum autonomista di Lombardia e Veneto. Se tale referendum rappresentasse un momento di crisi reale del governo nazionale, che è appunto un governo di servi, sarebbe da correre a votare SI. Il problema è che non sembra affatto che sia così. Se mi accorgo di sbagliarmi, corro a votare. Tuttavia, sinceramente mi sembra tutto il contrario di quanto si potrebbe pensare se si è troppo ingenui.
Gentiloni apre all’autonomia lombardo-veneta; e i paladini della stessa – Maroni e Zaia – sembrano aprirsi a qualche benevolenza nei confronti di questo Governo. Il quale è nato per sopperire alla difficoltà creata dal referendum costituzionale del 4 ottobre 2016 (quando sono per l’appunto andato a votare NO). Per la fretta di realizzare gli obiettivi, da noi più volte illustrati, dell’accoglienza dei migranti – non torno adesso su tale problema già trattato e di cui semmai riparleremo a suo tempo – si sono creati gravi problemi e si è perso molto consenso popolare; e allora i furfantoni hanno dovuto ripiegare in parte, e in modo sornione, con la nomina di Minniti a Ministro dell’Interno, che ha seguito gli ordini ricevuti, ma in parte si è portato in posizione dalla quale potrebbe, se fosse necessario (e se le elezioni andassero in un certo modo), prendere in sede governativa il posto di Renzi, che non credo proprio perderà il suo controllo del PD tramite il ruolo di segretario dello stesso. Minniti viene, non a caso, attaccato come “destro” (e ci si diffonde su tutti i suoi parenti militari di ieri) da stupidi intellettuali e comici da strapazzo; egli, in realtà, recita una parte con qualche “eccezione” necessaria a non confondere troppo le idee a chi non afferra bene il senso delle sue azioni. Il senso è quello esplicitato dalla sua presa di posizione di questi giorni in favore dello ius soli, da approvare subito. Gli imbecilli, che arrivano perfino a definirlo fascista, sono serviti.
E qual è questo senso? E perché Minniti potrebbe, se del caso, presentarsi quale aspirante premier o comunque come membro assai autorevole di un “certo” tipo di governo? Di quale tipo? Di quello cui mirano i poteri dominanti in Italia; dominanti qui, ma piattamente subordinati agli Stati Uniti. Senza dubbio, sono adesso un po’ sconcertati dallo scontro in atto nel paese “padrone”; chi vincerà alla fine e dunque di chi ci si dovrà poi dichiarare servitori? Tuttavia, intanto, il problema è di non perdere il controllo della situazione in Italia. Servi dell’establishment trumpiano o di quello precedente (o anche di eventuale compromesso), l’importante è non danneggiare il rapporto con il “padrone” perché altrimenti salta del tutto ogni vantaggio, che rappresenta la servitù per questi nostri infami e disgustosi poteri dominanti.
Da quanto tempo noi di C&S insistiamo nel dire che cosa è realmente accaduto nel 2011 con il coperto voltafaccia di Berlusconi, che ormai è il vero punto d’appoggio di uno schieramento politico attraversato da successive crisi, tutte tese ad una direzione: cambiare, in nome dei “supremi interessi” del paese, l’effettiva maggioranza. Se ciò avverrà in modo più esplicito o con qualche forma di mascheramento dipenderà dall’esito delle prossime elezioni. E’ tuttavia certo che, in un modo o nell’altro, il progetto ormai ben congegnato è quello di presentarsi con due coalizioni contrapposte per poi, visti i risultati, andare al cosiddetto inciucio tra PD e F.I.; tutto sommato tra Renzi e Berlusconi. Ed è facile che, anche se come voti il centro-destra fosse avvantaggiato, alla fine il premier sarà molto probabilmente un p-idiota. In tal caso, la figura di Minniti potrebbe emergere; e non certo in contrasto con Renzi come alcuni pensano. E c’è anche, come riserva, il Calenda, molto apprezzato in ambito confindustriale.
Allora, non vi è dubbio che il senso dell’autonomia lombardo-veneta cambia senso. E lo stesso PD si augura un suo successo. Maggiore è e più si avvantaggia soprattutto Maroni (Zaia sta “in riserva” con una furbizia perfino “simpatica”; magari tra due litiganti……). E Maroni (con alle spalle Bossi, che si è manifestato con totale chiarezza) sta in sotterraneo contatto con Berlusconi. Dai risultati elettorali è assai facile che venga in evidenza la difficoltà dell’“inciucio” tra Renzi e il “nano d’Arcore”. Qualche altro voto magari occorrerà. Bisognerà trovarne altri; e dare qualche risalto all’autonomia lombardo-veneta – ovviamente con vantaggi personali concreti per i suoi fautori – è una buona carta di riserva da giocare. Salvini ridimensionato, e grillini pure (perfino se il segretario della Lega afferrasse la necessità di una alleanza con loro per contrastare il “salto della quaglia” berlusconiano); ecco il disegno ormai piuttosto evidente a chi capisce qualcosa di politica e, soprattutto, della merda politica da cui è sommersa l’Italia.
Quello che avevo da dire ho detto; ognuno ne tragga le sue conclusioni e i lombardo-veneti valutino bene il “che fare”, assai complicato invero. Non andare a votare – peggio ancora votare NO – avvantaggia direttamente questo governo di perfetti servi e devastatori del paese. Mentono spudoratamente sulla ripresina – avendo corrotto anche i vari istituti di statistica – e sono addirittura ignobili quando trattano dell’occupazione; proprio imbroglioni laidi e vomitevoli. Dare spago a Maroni (lascio da parte per il momento “l’altro”) è fornire carburante al progetto che ho cercato di elucidare. Ci saranno poi le elezioni. Decidete un po’ voi se andare a votare (comunque SI) o meno al referendum.

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L’indipendentismo catalano di A. Terrenzio

europa

 

Il referendum per l’indipendenza della Catalogna ha generato una serie di polemiche contro la decisione di Madrid di inviare migliaia di agenti della Guardia Civil, per impedirne il regolare svolgimento.

L’intervento delle forze di polizia del governo centrale ha dato il via ad una serie di proteste contro la presunta mancanza di liberta’ e richiami al regime franchista.

Tuttavia, la favola dell’indipendetismo catalano trova la sua ragion d’essere in questioni esclusivamente di carattere economico/amministrativo.

Ma siamo sicuri che tale richiesta di sovranita’ sia cosi’ genuina?

Si sarebbe portati ‘naturaliter’ a sostenere la causa delle liberta’ di ogni popolo contro un potere centrale soverchiante, che ne ostacola il processo di autodeterminazione, ma il caso catalano non e’ il solo a nascondere delle insidie e delle pressioni messe in moto da agenti esterni, per alimentare quel processo di indebolimento degli Stati nazionali, funzionale allo stato di subordinazione dell’Europa.

Inoltre, le classi politiche catalane, sono perfettamente allineate con Madrid nel perseguire un indirizzo filo-europeista, ad appoggiare tutte le sue politiche in materia economica e a favorire le politiche di aperture all’immigrazione.

Dietro la sindaca di Barcellona pare ci siano organizzazioni in area Soros Foundation, una Boldrini ‘in salsa catalana’, appare sempre in prima fila quado si tratta di promuovere le cause dell’agenda mondialista: diritti ai migranti, cambiamenti di sesso e famiglie allargate.

Una eventuale formazione di uno Stato Catalano, non andrebbe quindi contro l’UE e le istituzioni che ci governano ma solo a frammentare ulteriormente la gia’ traballante formazione comunitaria.

In un’intervista G. La Grassa, il professore marxista, ha dato il suo sostegno al referendum, non tanto per la causa catalana in se’, quanto perche’, a suo dire, essa contribuirebbe a ‘scompaginare il quadro’ e ad aumentare il caos di questa Unione, guidata da servi senza nessuna volonta di potenza.

In altre parole, tale situazione di scollamento, alimenterebbe lo stato di crisi che, se prolungato, faciliterebbe l’emersione di forze davvero dure pronte a mettere ordine in questo caos.

Tuttavia, non si puo’ far a meno di notare che a favorire tale stato di caos siano le agenzie mondialiste, con sede operativa al Pentagono, che spesso in passato si sono servite di cause autonomiste e autodeterminismi vari (vedi Kosovo) per perseguire disegni di destabilizzazione

A tal proposito, Sebastiano Caputo, in un suo editoriale sul Giornale.it fa notare come le élite’ di Washington abbiano abbandonato L’Arabia Saudita ed il Wahabismo al loro destino, poiché’ alleati poco affidabili, in declino tra i popoli musulmani, e abbiano giocato la carta dell’etno/regionalismo. La formazione di uno Stato Curdo filo-americano, situato tra Turchia, Iran e Russia, principali competitori nella regione, e’ la prova di tale strategia applicata nel teatro mediorientale.

Ecco perché nutriamo qualche sospetto verso presunte cause ‘nobili’ e romantiche come l’autodeterminazione dei popoli’, specie in questa fase strategica dove le ‘piccole patrie’ sembrano tornare di moda.

Inoltre, non possiamo non rilevare un’altra contraddizione che emerge tra la volonta’ di tenere compatta l’UE, ricorrendo a manovre autoritarie e repressive, e quelle di chi ne vorrebbe la frammentazione.

La politica di quest’UE e’ diretta emanazione degli interessi americani, ma gli interessi americani sono variegati e divergono molto in questa fase in cui i vecchi poteri democratici sono in lotta con quelli trumpiani. Il momento storico è ancora di difficile discernimento.

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