LA FED ALZA I TASSI

Mr. Trump- Yellow Tie

 

A seguito di una crescita di 232 mila nuovi posti di lavoro,  creati solo a febbraio 2017,  in America, grazie a Trump, si è in grado di alzare i tassi di interesse di un quarto di punto. Così Trump aiuta la Yellen (direttrice della Fed) ad innalzare i tassi e dare un spinta  alla industria manifatturiera, finora falcidiata dalla  politica obamiana con la quasi sparizione della middle classe, per favorire  un  terziario  compresso nel salario (commessi e camerieri).

Un effetto vistoso, inaugurato con la nuova fase storica di Trump, sono le nuove assunzioni nell’industria e nelle costruzioni ed a seguire un rialzo di un tasso di interesse in una forchetta compresa tra lo 0,75 e l’1% (e con possibili nuovi rialzi).

Altri motivi sono da ricercare per un rialzo dei tassi d’interesse. Anzitutto, l’intento di ripristinare una politica monetaria che permetta un intervento più modulato e più elastico in relazione alle necessità di un mercato monetario alquanto depresso a causa delle continue bolle finanziarie succedutesi negli ultimi anni, oltre ad un appiattimento dei tassi d’interesse che ha favorito la pratica del buy back miliardario (riacquisto di azioni proprie e obbligazioni allo scopo di ridurre il numero di titoli circolanti sul mercato).

La politica di Trump ha finora ottenuta un certo successo, nonostante che Yellen (presidente della Fed) sembra remare contro.  Come sul tema dell’immigrazione, dopo il bando all’ingresso negli Stati Uniti di rifugiati e cittadini di 7 Paesi africani e mediorientali, la Yellen ha dichiarato che: “Rallentare l’immigrazione farebbe rallentare anche la crescita economica”.

Ogni passo della politica trumpiana è segnato dalle frapposizioni delle opposizioni (obamiane). Al momento Trump tiene duro, nonostante la sconfitta parlamentare sull’ “Obamacare” (riforma sanitaria) del sistema sanitario nazionale americano.

L’amministrazione Trump è molto muscolare  sul versante economico, con il rafforzamento di politiche protezionistiche. E’ questo uno degli aspetti più importante della politica di Trump.

I principi che presiedono  la logica trumpiana su un nuovo assetto del Commercio Internazionale  tendono ad escludere gli accordi globali (e/o globalismo) a favore delle intese bilaterali. E’ un modo di procedere che espone l’America- e il mondo intero- a un nuovo protezionismo  con i rischi in esso connessi di dover pagare  di più i beni di consumo  se si innalzeranno ovunque barriere commerciali.

Ma ci sono altre promesse di Trump che se attuate porterebbero ad importanti ricadute sull’economia americana: si vuole investire mille miliardi in infrastrutture cioè in nuovi ponti, autostrade, scuole,….. insomma un programma di investimenti abbastanza consistenti che potrebbe innalzare ulteriormente il piano occupazionale.

L’unico appunto da fare è se riuscirà ad assolvere a tutto quello che sta nelle pieghe di un vasto programma di sviluppo nonostante le resistenze accanite di tutto l’entourage obamiano ancora in piedi ed in auge, cioè  pronto a rintuzzare in modo deciso ogni proposta di Trump.

GIANNI DUCHINI marzo ’17

 

 

 

EUROPA UNITA: 60 ANNI DI SOTTOMISSIONE AGLI USA

il ratto d'europa

Oggi si celebrano 60 anni di sottomissione dei popoli europei al predominio Usa. Dunque, non c’è proprio niente da festeggiare perché le uniche a spassarsela davvero sono le corrotte e codine élite europeistiche legate all’impero americano. Tutta l’impalcatura istituzionale dell’Ue, fin dagli esordi, è stata concepita per perpetrare questo assoggettamento dell’Europa agli Stati Uniti. I gruppi dirigenti europei difendono con le unghie e con i denti tale architettura federalista, che esprime un ordine condizionato ed eterodiretto da Washington, poiché senza sarebbero spazzati via dalla Storia.

I popoli europei vivono sotto il tallone di ferro americano da più di mezzo secolo, con risultati che vanno peggiorando di anno in anno per il modificarsi delle condizioni geopolitiche mondiali. Se l’Ue si frantuma non finisce l’Europa ma si esaurisce la spinta di un asservimento, mascherato da progresso, che dura da una precedente epoca. Chi ritiene che gli assetti europei siano riformabili non ha ancora compreso la loro genesi. Solo una palingenesi completa dell’idea di Europa, inserita nelle dinamiche sociali e politiche odierne, può produrre un sistema diverso da quello attuale, con una diversa prospettiva storica e nuove alleanze internazionali.

Come abbiamo già scritto in passato, l’impotenza europea è stata elaborata a tavolino dalla potenza d’oltre-atlantico che ha guidato il processo di unificazione federale per i suoi interessi nazionali e non per il benessere continentale. La descrizione di questo quadro di rapporti di forza, svantaggiosi per l’Europa e favorevoli agli yankee, non è frutto di complottismo ma è suffragato da molte prove. Sono state la Cia e la Casa Bianca a gettare le fondamenta dell’edificio comunitario con l’unico scopo di piegare l’Europa ai loro piani di dominazione.

Come ha scritto lo studioso d’oltreoceano Joshua Paul, il quale ha scandagliato gli archivi istituzionali del suo paese, l’intelligence americana ha avuto una parte sostanziale nel creare e finanziare il mito europeistico per ragioni strategiche. I cosiddetti padri fondatori dell’Ue erano a libro paga dei servizi segreti americani: “The European Youth Campaign, an arm of the European Movement, was wholly funded and controlled by Washington. The Belgian director, Baron Boel, received monthly payments into a special account. When the head of the European Movement, Polish-born Joseph Retinger, bridled at this degree of American control and tried to raise money in Europe, he was quickly reprimanded. The leaders of the European Movement – Retinger, the visionary Robert Schuman and the former Belgian prime minister Paul-Henri Spaak – were all treated as hired hands by their American sponsors. The US role was handled as a covert operation. ACUE’s funding came from the Ford and Rockefeller foundations as well as business groups with close ties to the US government”. (The Telegraph). Senza dimenticare Jean Monnet, altro faro della mitologia europeistica, che faceva la spola tra Washington, Parigi e Londra per realizzare il grande progetto unionista, con la protezione dell’Amministrazione Usa. Pare che l’espressione “L’America sarà il grande arsenale della democrazia” sia uscita dalla sua bocca prima di finire in quella di vari Presidenti americani. Ecco il trust di cervelli senza spina dorsale, al servizio del nemico, che ci ha portato alla rovina sotto i nostri occhi.

Oltre a costoro ritroviamo tra i prezzolati anche uomini di Stato come Winston Churchill (che scrisse, non per niente, il saggio “Gli Stati Uniti d’Europa”) , Konrad Adenauer, Léon Blum ed Alcide de Gasperi. Non si è salvato nessuno e, ovviamente, nemmeno l’Ue nata sotto questo atroce peccato originale che ha segnato i suoi sviluppi successivi. E’ chiaro che i nipotini di questi cortigiani oggi si scandalizzino per i tentativi di Putin d’influenzare il corso delle elezioni in Europa, attraverso il sostegno ai cosiddetti movimenti populistici, perché sanno bene come funziona la cosa. Se dovesse un giorno verificarsi un simile spostamento geopolitico sarebbe la loro fine. Ce lo auguriamo affinché il nostro Continente inizi a brillare di luce propria e smetta di essere la sala da bagno dello Zio Sam.

La grande coalizione

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Angelo Panebianco è un noto politologo  che ha probabilmente perso lo “smalto” necessario per essere ancora un saggista “alla moda” ma soprattutto è uno dei tanti corifei dei poteri dominanti che quando scrive su un quotidiano di grande diffusione e prestigio ha il preciso compito di raccontare alle masse, soprattutto quelle “semicolte”, ciò che è necessario in relazione alle finalità che certe elitè si prefiggono. Francamente, anche se a volte è inevitabile, risulta del tutto inutile prendersela con questi personaggi; essi fanno il loro mestiere, un mestiere servile ma ben remunerato. Riallacciandomi all’intervento di La Grassa di qualche giorno fa credo si possa senz’altro considerare, tra gli scenari che si possono prevedere per le elezioni politiche del 2018, quello che vede lo strutturarsi di quattro ( o molto difficilmente cinque) gruppi in lotta per accaparrarsi i voti e quindi i posti in parlamento. Berlusconi continua a tessere la tela per costruire una alleanza con FDI, la Lega ed eventuali forze similari di destra mentre il Movimento 5 Stelle continuerà a presentarsi da solo. Tutto ciò nella prospettiva, che possiamo dare per quasi certa, la quale prevede una nuova legge elettorale con la possibilità per i partiti di coalizzarsi ma senza premi di maggioranza per quella vincente. Nel “centrosinistra” il PD dovrà presentarsi da solo, anche se in questo modo alcune forze di centro ( Alfano, Casini e altri), che potrebbero risultare molto utili nel panorama postelettorale, rischiano di non raggiungere un quorum accettabile. Sicuramente Renzi e Berlusconi stanno cercando una soluzione per questo nonostante che anche l’alternativa di aggregare la lista di centro a quella di destra appaia poco praticabile perché risulterebbe inaccettabile per il “popolo” della Lega e di Fratelli d’Italia che già sentono, a livello immediato e quasi “di pancia”, che Berlusconi si sta preparando a “fregarli”.  Il Movimento dei Democratici Progressisti si presenterà assieme a (coalizzata con)  Sinistra Italiana che potrebbe inserire nelle sua lista anche qualche esponente di residuali gruppetti ormai in dissoluzione tra i quali spicca per “in-fauste glorie” passate Rifondazione Comunista. Questa alleanza di “sinistra” spera di assorbire almeno una parte dei voti “di protesta” che nelle passate tornate elettorali si sono orientati verso i pentastellati. Naturalmente le tre maggiori “forze” politiche: Movimento 5 stelle, Pd e coalizione di destra, durante la campagna elettorale digrigneranno i denti e cercheranno di differenziare, vendendo fumo, le loro proposte programmatiche il più possibile per far credere alla gente di avere delle “idee” e addirittura un progetto. Alla fine i vincitori diranno naturalmente che la situazione è difficile, anche se non disperata, e che bisognerà essere pragmatici e tener conto del contesto internazionale. E in un certo senso è proprio così perché un cambiamento di direzione nella politica italiana potrebbe essere causato solo da importanti nuove dinamiche globali e/o dall’accentuarsi della crisi europea e mondiale. Che cosa può scrivere  il professor Panebianco sul Corriere della Sera (12.03.2017) in un contesto simile ? Può soltanto negare ciò che ormai appare evidente a tanti, a troppi:

<< Tra tutte le idee balzane che circolano sul dopo elezioni, la più balzana di tutte è quella che immagina la formazione di una «grande coalizione» (sic) fra Forza Italia e Partito democratico (più cespugli vari) imposta dalla forza dei numeri, dal fatto che potrebbe essere l’unica combinazione di governo in grado di fermare i Cinque Stelle. In sostanza, secondo questo brillante ragionamento, Partito democratico e Forza Italia dovrebbero fare più o meno come i «ladri di Pisa», nemici di giorno e complici di notte. Botte da orbi in campagna elettorale, e poi un accordo di governo a elezioni avvenute imposto dalla necessità. Il tutto favorito dal fatto che con la proporzionale si torna all’epoca in cui le coalizioni di governo si formano dopo il voto, mai prima. L’idea è assurda per tre ragioni. Per formare una «grande coalizione» occorre, prima di tutto, che i partiti coinvolti rappresentino, insieme, almeno il settanta o l’ottanta per cento del Parlamento. Tenuto conto della frammentazione in atto, l’ipotizzata grande coalizione, nella più rosea delle ipotesi, non potrebbe superare di molto la soglia del cinquanta per cento. La seconda ragione è che una grande coalizione può durare solo se i partiti che le danno vita sono organizzazioni solide, coese e con un forte insediamento sociale. Ciò è necessario perché i leader possano imporre ai propri seguaci un’alleanza di governo «innaturale» che, inevitabilmente, diffonde malumori e risentimenti fra militanti ed elettori. Occorrono partiti forti (come la Cdu e la Spd tedesche) o, in subordine, un assetto costituzionale (il semi-presidenzialismo francese) che costringa a tali innaturali connubi. In mancanza di queste condizioni la grande coalizione non può funzionare>>.

Ma il Pd “renziano” o “orlandiano” si presenta come un partito “moderato” che pensa di poter aiutare l’Italia dando prima di tutto supporto alle imprese e chiedendo sacrifici ai lavoratori e ai pensionati perché nel “lungo periodo” (nel quale, come ricordava Keynes, alla fine siamo tutti morti) ne trarrebbero anche loro un giovamento. E Forza Italia ha ormai assunto un ruolo e una immagine che, nonostante le sceneggiate elettorali che verranno presentate ai “grulli”, rende assolutamente non-innaturale   la “grande coalizione”. Lasciamo perdere poi la fregnaccia che per governare ci vorrebbe il settanta-ottanta per cento mentre ci sembra che si possa aggiungere anche un’altra bella considerazione. Il Mov. Dem. Progressisti  in cambio di qualche piccolo contentino, tipo dei provvedimenti di sostegno “vagamente” sociale per i meno abbienti,  potrebbe diventare un utile supporto “esterno” per un “grande centro” alla cui guida ci fosse saldamente il PD. E per quanto riguarda le presunte differenze programmatiche persino il sociologo Giuseppe De Rita in un articolo (Corriere – 13.03.2017) si dimostra piuttosto scettico:

<<In primo luogo perché anche il termine «programma» è invecchiato quasi quanto «riforma». In secondo luogo perché i programmi si riducono spesso ad elenchi di parole programmatiche, avvertite ormai dai più come stanche ed inerti. In terzo luogo perché i cittadini non amano più i grandi quadri di sintesi del presente e di previsioni di futuro, perché ne vedono i rischi di retorica intenzionalità a lungo termine, mentre avvertono la diffusa esigenza di interventi specifici. E infine perché non disponiamo di una generale interpretazione politica del periodo che stiamo attraversando, cui obbligatoriamente ogni programma deve ispirarsi. Chi ha visto e scritto i tanti, troppi piani del passato (per la ricostruzione post-bellica, per il riscatto del Mezzogiorno, per la crescita del sistema scolastico, per lo sviluppo dell’agricoltura, per il sostegno alla competitività dell’industria, ecc.) sa che ognuno di essi poggiava su una valutazione politica della dinamica socioeconomica del periodo in cui venivano redatti e pubblicati. Come si declina oggi quel riferimento? Un po’ tutti, da sinistra a destra e viceversa, sembrano affascinati dal riferimento alla centralità della lotta alla povertà e alle crescenti diseguaglianze sociali; così tutti si lanciano a definire la platea dei potenziali destinatari di tale lotta: selezionandone i livelli e i territori; inventando formule mediaticamente prensili (salario o lavoro di cittadinanza); stendendo tabelle e infografiche per far capire cosa si intende fare; mettendo a fuoco le risorse finanziarie e le strutture organizzative necessarie >>.

In un quadro generale comune di ricerca delle condizioni per sostenere il tenore di vita della “gran massa” della popolazione si tratterà quindi, per ogni forza politica, di cercare di accattivarsi la “benevolenza” di alcuni gruppi sociali rispetto a altri e quindi di rafforzare e incrementare le proprie quote politico-elettorali di mercato.

LA SECONDA GUERRA CIVILE AMERICANA

america

 

Nel 1997, sulla televisione americana, andava in onda il film diretto da Joe Dante, The second civil war (la seconda guerra civile americana, nella traduzione italiana).
Una pellicola profetica, vista con gli occhi di oggi, abbondantemente superata dalla realtà, almeno in alcuni eventi e protagonisti.
La trama della proiezione parla di un’America invasa dagli stranieri che spinge il Governatore dell’Idaho a chiudere le frontiere, per impedire i flussi di clandestini da vari Paesi come il Messico. Ne nasce un contenzioso con il Governo Federale che tenta di infrangere il blocco cercando di far entrare in Idaho dei piccoli pakistani, rimasti senza genitori, dopo il lancio di una bomba nucleare da parte dell’India.
Il politico a capo dello Stato nord-occidentale degli Usa non si lascia intimorire, lancia il suo slogan anti-immigrazione e a difesa del sogno americano (L’America…come dovrebbe essere) che sembra quello di Trump (America…First) e mette la Guardia Nazionale a protezione dei confini.
Altri Stati, stanchi delle imposizioni buoniste di Washington, mandano i loro corpi di sicurezza a sostenere il coraggioso Governatore Jim Farley che proprio non comprende come si possa definire razzista “chi vuole preservare l’integrità della propria cultura”, salvare i posti di lavoro dei connazionali ed impedire alle banche e agli industriali di mandare la gente sul lastrico.
Farley, inoltre, come Trump è un vecchio porco sposato che si è innamorato di una giornalista messicana, la quale aspetta un bambino da lui. Ha già deciso di chiamare suo figlio Juan Pablo e di farne un grande leader americano, a dispetto di chi lo accusa di xenofobia, perché una cosa sono le orde di profughi ed un’altra è un solo messicano, per giunta figlio suo. Tuttavia, per amore della giornalista promette di far riaprire le frontiere, un’ora prima della scadenza dell’ultimatum datogli dalla Casa Bianca, e di avviare la successione. Qualcuno però a Washington viene informato male e anziché successione capisce secessione. Senza attendere il termine dell’aut aut l’esercito federale invade l’Idaho ed inizia la guerra civile. Gli americani si spareranno tra loro senza pietà per una decina di giorni finché non verrà riportato l’ordine dall’Amministrazione centrale.
Poiché, come dicevamo la realtà supera l’immaginazione, un tipo quasi come Farley (Donald Trump) è arrivato alla Casa Bianca con gli stessi slogan contro l’immigrazione, a favore dei lavoratori statunitensi e per il ripristino del sogno americano. Contro di lui si sono scatenati i politicamente corretti di ogni dove e i poteri forti, d’ispirazione democratica, usciti sconfitti dalle elezioni.
Con metodi menzogneri ed illegali costoro provano ora a rovesciare il legittimo Presidente. Ogni mezzo è lecito per raggiungere lo scopo, dalla propaganda-disinformazione (le accuse di razzismo) alle imputazioni, per ora solo adombrate, di alto tradimento (i legami con i russi). Dubito che, come nella finzione cinematografica, le cose possano sfuggire di mano ma non si può mai sapere. Certo è che gli Usa hanno sempre risolto tali problemi utilizzando sistemi più mirati e anche se non meno clamorosi. Evidentemente, nel Deep State statunitense la lotta si è fatta molto acuta ed è in atto una guerra per il potere più acerrima che in passato. E’ plausibile che si ridetermini un equilibrio in nome dell’unità nazionale ma prima che questo avvenga ne vedremo delle belle. Nulla sarà come prima perché una volta innalzato il livello dello scontro s’impone la tendenza a spingersi sempre oltre, finché non muta tutto il quadro dei rapporti di forza, trovando una nuova stabilizzazione. La fase di crisi politica mondiale agevolerà il verificarsi di simili eventi, negli Usa come altrove. La guerra per bande dominanti in tutto il pianeta sarà l’atout dei nostri tempi che cambiano. Ed i paesi più dipendenti dagli americani, in perdita relativa di potenza, sono quelli che sentiranno maggiormente le scosse che partiranno dal cuore dell’impero occidentale.

CHE PAESUCOLO! di GLG

gianfranco

 

http://www.huffingtonpost.it/2017/03/21/movimento-5-stelle-sondaggio_n_15508880.html?1490081232&utm_hp_ref=italy

 

Un altro sondaggio, commissionato da Mentana, dà invece fermi i “5 stelle” al 29,9% e invece pur sempre in caduta il Pd. Gli altri partiti restano a navigare nelle solite acque e, a parte Lega e FI, sono a percentuali risibili. Minimamente interessante è che per entrambi i sondaggi Lega e FI sono alla pari e con percentuali ben modeste rispetto a quanto aveva una volta il partito berlusconiano e a quanto sperava Salvini, un leader ormai sfiancato dopo un breve iniziale successo. Soprattutto, come già si è notato da tempo, l’incapacità di Salvini e Meloni di denunciare apertamente i continui tradimenti del loro falso alleato ha ricondotto in posizione decisiva quest’ultimo. Con la percentuale che gli è rimasta continuerà nel suo doppio gioco per poi finire in appoggio assai meno mascherato al Pd renziano. In effetti, da altri sondaggi risulta che l’ex premier piddino sarà appoggiato da almeno tre su quattro degli elettori del suo partito. Vincerà nettamente il congresso e al secondo posto risulterà Orlando, pronto a qualsiasi inghippo con lui, mentre Emiliano sembra confermarsi solo un trombone destinato a suonare da tromboncino, e per di più stonato.

Vi ricorderete come, dopo il referendum vinto nettamente dal NO, tutti i perdenti si siano messi a sostenere, con l’appoggio del presdelarep (e con Renzi che, per un po’, ha fatto finta di volersi sottomettere al giudizio del popolo contrario ai suoi intenti di riforma), l’impossibilità di andare a votare senza una seria riforma della legge elettorale, perché altrimenti si sarebbe ottenuta soltanto l’ingovernabilità del paese. Mentitori spudorati; una volta sfibrati i sostenitori del voto immediato e ottenuto che, se tutto va bene, si andrà alle urne fra un anno (e forse più), tutti hanno ormai messo da parte quella pantomima e accettano l’idea di andare ad elezioni con la proporzionale; anzi è evidente come proprio Renzi e Berlusconi (quest’ultimo in modo aperto mentre il primo è pur sempre furbescamente meno disponibile ad esporsi chiaramente in una precisa posizione) accettino simile prospettiva. Nessuno otterrà il 40% dei voti e quindi si straparla ormai della necessità di accordi fra partiti anche contendenti durante la campagna elettorale. I “5 stelle” non possono accordarsi con il PD; e sono così “incasinati” con la loro ormai ridicola “purezza” e “onestà” che non si rivolgeranno alla Lega. Resta l’opzione Renzi con un’accozzaglia di minimi gruppetti detti “centristi” e l’appoggio, magari “esterno” (ma non è detto) e pur sempre decisivo, di FI.

Lega e FDI possono essere pensati così sprovveduti da favorire di fatto un simile disegno? Perché inutile raccontarsela: lo stanno di fatto agevolando, non avendo condotto una netta campagna di denuncia degli innumerevoli voltafaccia e doppi giochi che il “viscido d’Arcore” sta conducendo dal 2011. Non credo siano così sciocchi; è evidente che pur essi avranno qualche vantaggio (di cosiddetto “sottogoverno” e di governi regionali) per mostrare tanta “ingenuità”. Poi magari grideranno al tradimento, cercheranno di rinsaldare le loro conventicole elettorali, ma sarà solo la recita di questi guitti in un paese di ceto politico assolutamente indecente, da “fiera rionale”. E questa popolazione si lascia ancora infinocchiare da una simile congrega di mille partiti e partitini in cerca di qualche voto per strappare sinecure a vantaggio di meschini pigmei quali sono i loro dirigenti. D’altra parte, questa è la “democrazia” elettorale. Negli Usa può ancora funzionare un po’ perché laggiù hanno una lunga e “gloriosa” tradizione di commistione tra politica e manifesta criminalità; sempre denunciata “con coraggio” (da pochi) perché un simile “impasto” è al sicuro da un’informazione che raggiunga veramente “le masse”. Qui da noi siamo dei miserabili perfino sul piano della delinquenza; quindi abbiamo i dirigentucoli di cui sopra. Il “povero Fini” ci è rimasto invischiato; ma quelli che l’hanno “sfangata” sono pari pari come lui. Nemmeno più furbi, solo le contingenze diverse li hanno per ora salvati. E va bene così: “questa è l’Italia, bellezza” (parafrasando Humphrey Bogart in un famoso film di quelli, sopra citati, della “verità”).

AL CROCEVIA: S’IMBOCCA UNA NUOVA STRADA? HUM….

gianfranco

Assange, quello di Wikileaks, ha lanciato “in pista” nuovi documenti che proverebbero l’esistenza di un complotto, guidato dalla Clinton (cioè dal per ora battuto establishment delle precedenti Amministrazioni americane), per arrivare addirittura all’impeachment di Trump e dare la presidenza (provvisoria immagino) a Pence. Vero, non vero? Resta il fatto che con tutta evidenza entrambe le maggiori organizzazioni dei Servizi Usa, CIA e FBI, da un pezzo hanno mostrato di giocare contro il presidente eletto (e ancora oggi compare la notizia che s’indaga sui suoi rapporti con Putin durante le elezioni presidenziali). Nel contempo a Baden Baden, all’ultimo G20, la UE ha dovuto piegarsi alla nuova politica statunitense contraria al “libero commercio internazionale”. Il pietoso ministro italiano dell’economia Padoan (nel senso che fa pietà per la sua insipienza e nullità) aveva esordito all’apertura della riunione con un peana alla prosecuzione del liberismo (guarda caso, sempre contraddetto tuttavia nei confronti della Cina, ma lasciamo correre). Anche sull’accordo relativo alla difesa contro l’inquinamento ambientale e via dicendo, il G20 ha dovuto “abbozzare”. Il tutto con manifesto malcontento di Francia e Germania.

In definitiva, risulta evidente che non è per null’affatto finita l’opposizione interna contro il neopresidente Usa; condotta con manifestazioni aperte di dissenso “popolare” (cioè della parte “alta” e più ricca della popolazione americana), ma soprattutto con manovre sicuramente più segrete e assai più pericolose, cui partecipano appunto i Servizi, apparati che dovrebbero invece essere pienamente controllati dal vertice dirigente di ogni paese autonomo e indipendente (e ciò quindi non avviene ovviamente dalle “nostre parti”, ma è straordinario che non sia così nemmeno oltreatlantico). Risulta altrettanto evidente che gli attuali gruppi di vertice della UE e dei paesi aderenti sono ancora legati e giocano a favore del vecchio (e sempre attivo) establishment Usa.

Come al solito il contrasto appare in primo piano, e in tutta la sua asprezza, sul piano economico: appunto liberismo contro protezionismo. Dietro vi è sicuramente un conflitto più di fondo che riguarda ben altre questioni strategiche, non ancora del tutto chiare né perfettamente leggibili. I sintomi vi sono e piuttosto accentuati a dire il vero. Una diversa, e maggiore, aggressività Usa nei confronti dell’Iran e, appena più sfumata, verso la Cina. Linguaggio apparentemente ultimativo – ma non credo che si arriverà alla messa in atto delle minacce più accese – contro la Corea del Nord. Sembra anche deciso l’atteggiamento statunitense mirante a chiudere l’utilizzazione dell’Isis così come faceva l’Amministrazione precedente tra finanziamenti e riarmo e bombardamenti più che altro di facciata. Oggi forse si vuol liquidare veramente il “Califfato”. L’Isis farà probabilmente la fine di Al Qaeda che resta in attività qua e là, in forma diffusa ma non troppo incisiva. Tuttavia, va notato che l’azione contro l’Islam radicale è assai più decisa e in fase di vicina conclusione in Irak, paese nella sfera d’influenza americana; mentre siamo abbastanza “indietro” in Siria dove Assad non è certo ben visto e accettato nemmeno dalla presidenza Trump. Resta la questione curda che infastidisce più o meno Turchia, Iran e Irak, paesi che nemmeno sono molto calorosi fra loro. Una situazione indubbiamente intricata e di difficile lettura; probabilmente nemmeno del tutto chiara per le potenze che giocano in Medioriente.

Altro sintomo di cambiamento, di rilievo interno, è il forte aumento delle spese di tipo militare mentre sono in diminuzione quelle per sanità e altre questioni di tipo “sociale”. Anche questo sembra significare un netto cambiamento di rapporti di forza tra diversi apparati dello Stato Usa e i vari gruppi di potere che di tali apparati si servono quali strumenti della loro azione tesa a prevalere. Tornando alla politica economica internazionale, sembra contraddittorio che siano gli Usa a volere maggiore protezionismo e gli Stati europei il liberismo, che in genere avvantaggia il paese tecnologicamente ed economicamente più avanzato e più forte. Probabilmente sussiste un tentativo trumpiano di dissestare l’impianto di potere dei gruppi dirigenti europei, che ormai sono da tempo strutturati per servire dati nuclei dirigenti americani ancora in sella e assai pericolosi per l’attuale presidenza. Questa azione di indebolimento delle dirigenze europee è pur sempre all’inizio e non si capisce se avrà la forza di portare a termine i suoi disegni; e vi possono anche essere dubbi e incertezze negli stessi portatori di un dato disegno, cosa che complica ulteriormente il quadro complessivo.

Parlando in linguaggio figurato, se gli attori in azione sul palcoscenico avvertono che dietro le quinte vi sono più registi abbastanza confusi e in lite fra loro circa il senso da dare allo spettacolo, essi recitano da cani e sembrano solo dei guitti. Se fra loro è per caso presente un grande temperamento, apparirà generalmente come un po’ fuori di testa, piuttosto singolare e del tutto avulso dal contesto; sarà magari ammirato, ma non creerà nuovi orientamenti teatrali, resterà un “animale raro”. Il grande attore, in grado di portare al successo un dato spettacolo e di restare veramente nella storia dell’evoluzione della recitazione, è quello che dà spessore e corposità piena a quanto comunque proviene da dietro le quinte secondo una determinata coerenza e unità d’impostazione registica.

Siamo in un’epoca di crescente, ma tutto sommato incipiente, multipolarismo. Non è ancora precipitata una precisa contrapposizione tra due schieramenti, che si costruiscono con l’alleanza di più potenze in vista della decisa prevalenza dell’uno o dell’altro. Dovremo quindi sopportare per un tempo ancora imprevedibile questo penoso spettacolo ammannitoci sia dai vari paesi fra loro in contrasto sia dai gruppi politici che si agitano al loro interno. In alcuni paesi potrebbe notarsi una maggiore coesione. Senza dubbio esiste soprattutto in quelli che non sono governati da puri servitori di nuclei dominanti in altri paesi, anche se magari essi non sono per il momento al potere; è ciò che sta accadendo attualmente nei rapporti tra servi della UE e dei governi europei e i dirigenti statunitensi battuti nelle ultime presidenziali, ma ancora in azione. In Russia e Cina, ad es., sembra esserci una unità d’intenti ignota nelle nostre lande. Stiamo attenti perché non è detto che tutto ciò che appare sia l’effettiva realtà. Avremo una gran fatica da sopportare per capire e seguire quanto accadrà già quest’anno e nei prossimi. Speriamo avvenga presto una “precipitazione degli eventi”. Per il momento, massima attenzione; prenderemo anche delle cantonate, è difficilissimo evitarle in un simile “tipo di recita”. I “registi” hanno incertezze, che tentano di mascherare peggiorando ancora la situazione; e gli “attori” recitano così in modo pessimo.

L’indipendenza del Kurdistan. di R. Vivaldelli

siria

Le aspirazioni della minoranza curda in Siria non si fermano alla lotta contro salafiti e i terroristi. L’obiettivo, peralcuni partiti e movimenti dell’universo curdo, è quello di fondare uno Stato autonomo a nord del Paese, un Kurdistan siriano che potrebbe estendersi ad altre regioni, minacciando così l’integrità della Repubblica Araba. A questo si aggiunge l’ostilità dei curdi verso il principale alleato della Siria di Bashar Al Assad e fulcro dell’asse sciita in Medio Oriente: l’Iran.Secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa Ara News, nei giorni scorsi i sei maggiori partiti curdi iraniani si sono incontrati al fine di organizzare le celebrazioni del capodanno – 21 marzo – e coordinare la lotta contro la Repubblica islamica. Al meeting hanno partecipato il Partito Democratico del Kurdistan iraniano (PDK-I), tutte e tre le fazioni del Komala, il Partito Democratico del Kurdistan (KDP Iran), e Khabat.

“Il regime iraniano vuole indebolire ilmovimento curdo. I partiti che hanno preso parte all’incontro hanno istituto una commissione che si incontrerà con le fazioni del parlamento iracheno” – ha detto Aso Saleh, rappresentante del PDK-I.

“L’anno scorso si sono celebrate le cerimonie del Newroz in quasi tutte le città e i villaggi. Il regime ha iniziato a minacciare la gente e a militarizzare il Kurdistan. Hanno arrestato diversi attivisti curdi” – ha aggiunto. “In realtà i partiti curdi hanno organizzato questo incontro per coordinare le proprie attività all’interno del Rojhelat [Kurdistan iraniano] e all’estero durante il Newroz, che non è solo un evento culturale, ma ha acquisito un valore simbolico nella nostra lotta per la libertà – ha sottolineato il rappresentante del PDKI negli Stati Uniti,Arash Saleh. “Questa celebrazione ci dà la possibilità di esprimere la nostra rabbia e il nostro risentimento contro l’oppressione dei curdi in Iran” – ha sottolineato.Le rivendicazioni dei curdi iraniani sono le stesse dei loro omologhi siriani, dato che il nemico comune – oltre ai terroristi salafiti – è rappresentato dai governi sciiti della Repubblica Araba siriana e della Repubblica Islamica dell’Iran. Gli sciiti rappresentano, infatti, l’unico vero ostacolo verso la creazione di uno “stato cuscinetto”.

In tutto questo, un ruolo fondamentale potrebbero averlo gli Stati Uniti, come sottolinea l’analista geopolitico britannico Adam Garrie: “Con l’amministrazione Trump, gran parte degli aiuti che Obama ha dato alle milizie salafite in Siria, ora andranno ai curdi dell’Sdf. L’antagonismo americano nei confronti dell’Iran non è una novità, ma molti osservatori sostengono che questa ostilità potrebbe crescere ulteriormente”.“Altri, al contrario, sostengono che la vera ragione per cui il generale Michael Flynnsi sia dimesso va ricercata nella sua linea troppo dura nei confronti dell’Iran. Ma cosa c’entra questo con i curdi? Se gli Stati Uniti otterranno una regione autonoma per i curdi in Siria, questa potrebbe congiungersi alle regioni curde in Iraq: a quel punto gli Usa avrebbero avuto un luogo sicuro da cui partire per lanciare una guerra contro la Repubblica Islamica. E potrebbero farlo proprio con l’aiuto dei soldati curdi ben addestrati, che hanno più volte manifestato il loro desiderio di indebolire l’Iran. Anche se Siria, Iran e curdi hanno un nemico comune – i salafiti – le loro controversie non possono essere ignorate”.

Va tuttavia sottolineato che un Kurdistanin Siria non avrebbe alcuna relazione con quello, legittimo, riconosciuto nel 1920 alla Conferenza di Sèvres, che interessava territori oggi occupati dalla Turchia e, in parte, dall’Iraq: l’obiettivo era tutelare gli arabi e soprattutto le minoranze cristiane in Siria che abitano in quei luoghi da secoli.A spendersi in nome della causa curda ora c’è anche il filosofo francese Bernard-Henri Lévy: “”Se dovessi rilevare la differenza principale tra questa pellicola e Peshmerga, è che in questo nuovo film faccio un appello forte non solo per il Kurdistan, ma per la causa della indipendenza del Kurdistan” – ha affermato Lévy parlando del suo nuovo film La Battaglia di Mosul. “So che ci sono delle divisioni, ma lo stato indipendente del Kurdistan sarà una stella luminosa per tutti i curdi nel mondo”.

Com’è noto, Lévy è l’intellettuale che ha promosso lo sciagurato intervento militare occidentale in Libia. È stato in prima linea nella “balcanizzazione” della Jugoslavia e ha manifestato il proprio sostegno nei confronti della rivoluzione diEuroMaidan in Ucraina. È stato protagonista di tutte le operazioni che hanno provato caos, destabilizzazione e disordine nel Medio Oriente.Ankara è favorevole ad un Kurdistan siriano, purché venga tolto di mezzo il Pkk e sia sotto la sua diretta influenza. Per quanto mantiene da sempre ottimi rapporti con i curdi iracheni i quali, va sottolineato, hanno posizioni diverse da quelle degli omologhi siriani. I due gruppi, infatti, e non parlano la stessa lingua  – il gorani e il kurmanji – e durante la guerra fredda sono spesso entrati in conflitto.Nel frattempo, i curdi iracheni si stanno mobilitando per ottenere l’indipendenza dall’Iraq e il progetto di un governo regionale del Kurdistan (KRG) è in fase di discussione. Il presidente Massoud Barzani ha citato la disintegrazione della Jugoslavia e della Cecoslovacchia in riferimento al futuro dell’Iraq.“I curdi hanno il diritto all’auto-determinazione, proprio come hanno fatto i paesi dell’est europeo” – ha recentemente dichiarato. Progetto che potrebbe concretizzarsi con il benestare del presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

VOGLIONO UCCIDERE FINMECCANICA?

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Matteo Renzi è vivo e vegeto e piazza i suoi uomini in alcune grandi imprese di punta a partecipazione statale. Gentiloni, attuale premier, si rivela (semmai ci fossero stati dubbi in merito) la sua testa di turco nel Governo e fa solo quello che il fiorentino gli ordina di fare. La nomina più importante, avvenuta nelle ore passate, è sicuramente quella del banchiere Alessandro Profumo alla testa di Leonardo, cioè di Finmeccanica, azienda strategica del settore aerospaziale. Profumo è uomo del Pd, almeno dai tempi in cui, con Passera ed altri “power brokers”, faceva la fila alle primarie del 2005, quelle vinte da Romano Prodi. Il guaio più grosso per la nazione è che il banchiere genovese è della cordata filo-americana, sponda democratica, benché per un periodo abbia lavorato pure nella banca russa Sberbank (della serie pecunia non olet). L’ex Presidente di MPS e AD di Unicredit è un estimatore di Clinton e di Tony Blair, il peggio che il liberalismo internazionale di sinistra abbia mai espresso. Parliamo della corrente più globalista ed ingerentista che ci sia, quella che ha portato le relazioni mondiali al disastro attuale, con speciale danneggiamento degli interessi italiani.

Infatti, si sussurra che Profumo sia stato mandato in Finmeccanica proprio per svenderla ai suoi referenti esteri. Si parla dei francesi ma vedrete che tutti gli altri squali reclameranno il loro boccone. E’ da qualche anno che il Pd prova a realizzare questo piano di spacchettamento della best company nostrana con il pretesto che la strategia manageriale di Finmeccanica sia “erronea, erratica, inconcludente” (rapporto Nens del 2013). Ma il colosso di Monte Grappa, con oltre 12 mld di fatturato e 40 mila dipendenti, rappresenta forse l’asset migliore del Paese. E’ questo che dà fastidio ai concorrenti stranieri, sia europei che americani. E’ per queste ragioni che la magistratura, eterodiretta da manine non autoctone, si accanisce contro il gigante industriale mettendo il popolo italiano di fronte al pessimo spettacolo di uno Stato che si autoprocessa e si scredita per favorire i competitors. Per impedire che i buoni risultati del Gruppo si protraggano la sinistra mondialista porta sullo scranno principale di Finmeccanica un banchiere che ha fallito nel risanare MPS ed è stato indagato per falso in bilancio e manipolazione del mercato. Mi pare che l’Ad uscente di Leonardo, Mauro Moretti, sia stato allontanato per qualcosa di simile, ovvero i suoi guai con la giustizia. E’ ovvio che sono tutti pretesti altrimenti la scelta non sarebbe ricaduta su di un sostituto con problemi giudiziari. Se quanto dicono alcuni commentatori è vero, ossia che Profumo in Finmeccanica abbia l’unico ruolo di liquidare le branche più redditizie della società, appoggiandosi ai suoi legami con la finanza internazionale, allora siamo all’ennesimo tradimento della nazione. Quando finalmente gli italiani si sveglieranno e cacceranno via tutti questi etnocrati che li depredano per conto di centrali mondiali assetate del loro sangue? Quando finirà questo scempio contro la sovranità nazionale? Mai, finché avremo al potere tali sicofanti che agiscono indisturbati.

TRUMP E OBAMA-CLINTON, NEMICI FRA LORO E NEMICI NOSTRI, di GLG

gianfranco

http://www.ilgiornale.it/…/stati-uniti-avvertono-corea-nord…

“pezo el tacon del sbrego” di dice in veneto. La “pazienza di Obama” è quella che ha portato al massacro di Gheddafi, al tentativo di rovesciare Assad, al finanziamento dell’Isis (per poi anche bombardarla in modo da non mai sconfiggerla fin quando non sono intervenuti i russi). Diciamo solo che Obama ha agito spesso per “interposta persona” (tipo Inghilterra e Francia con Gheddafi o il “Califfato” in Irak e, tutto sommato, in Siria). Ma gli Usa restano quello che sono sempre stati dalla fine della seconda guerra mondiale (in cui hanno commesso crimini di ogni genere con bombardamenti, compresi quelli atomici, sui civili, ecc.). E ammetto che non mi dispiace che Trump mostri quello che veramente è, restando però contrapposto all’establishment favorevole ai Clinton e mettendo nel panico quello europeo formatosi alla servitù delle precedenti Amministrazioni statunitensi. Bene, mi pare che ciò vada nella “direzione giusta” per smascherare questi cialtroni emeriti, tutti in blocco.

PS E a nessuno venga in testa che io ami la Corea del Nord o la ritenga un paese “socialista” o altre cazzate di certi “ritardati mentali”, nostalgici di un passato ormai marcio e da seppellire. Non però certo appoggiando la criminale aggressività Usa che ha tutt’altri scopi.

 

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