L’ILLUSIONE PERDUTA. LINK ALL’ACQUISTO.

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PREMESSA

Questo libro nasce da un seminario tenuto da G. La Grassa nel settembre del 2015, che è stato però ampiamente rivisto e rielaborato per meglio conseguire lo scopo cui mirava quell’incontro. Allo scritto principale ne sono stati aggiunti altri due dello stesso autore al fine di approfondire alcuni punti. Si è inoltre ritenuto importante arricchire il libro con le elaborazioni di Petrosillo e Tozzato, che discutono le tesi ivi sostenute secondo angolazioni diverse. Crediamo inutile dilungarci ad esporre quanto è chiaramente illustrato nelle pagine che seguono. Qualche breve considerazione invece sul fine ultimo della nostra fatica.

Un autore della ricchezza di Marx – e di cui sono state pubblicate dopo la morte migliaia di pagine da lui redatte quali appunti da ripensare e riscrivere successivamente, compito realizzato soltanto per il primo libro de “Il Capitale” (vera opera decisiva e fondamentale del “Nostro”) – presenta diverse sfaccettature. Non a caso, “arditi esegeti” l’hanno piegato in non so quanti sensi e direzioni. Intendiamoci bene. Di qualsiasi autore, grande o meno grande che sia, è possibile fornire interpretazioni relativamente differenziate. Tuttavia, entro ben precisi limiti, oltre i quali si giunge all’autentica falsificazione del pensiero di costui.

Gli inconcludenti tentativi di trattare Marx come filosofo o come economista infastidiscono per la manifesta incomprensione dell’utilizzazione che egli fece di date tesi dell’economia politica classica – costantemente studiata a partire dalla seconda metà degli anni ’40 e fino alla morte – nell’elaborazione delle sue concezioni in merito alla “formazione economica della società” (parole sue). Il preteso economicismo marxiano sta tutto nell’aver privilegiato la produzione quale fondamento della struttura (e forma) dei rapporti sociali, in base all’affermazione troppo semplicistica (da noi infatti criticata) secondo cui perfino un bambino sa che, se non si producesse anche soltanto per pochi giorni o settimane, la società non potrebbe sopravvivere. Tuttavia, egli affermò con la massima nettezza: “il capitale non è cosa, ma rapporto sociale”. E dei rapporti sociali – non di quanto e di cosa si produce e si consuma – si deve interessare ogni serio studioso di teoria della società, seguendo la lezione di colui che “aprì alla scienza il Continente Storia” (secondo la definizione di Althusser).

Noi ci siamo quindi sforzati di rendere coerente il pensiero di Marx dedito all’indagine scientifica delle trasformazioni subite dai rapporti sociali nelle diverse epoche della storia umana. Abbiamo individuato dove si situa il centro focale della sua analisi – la proprietà (potere di disporre) dei mezzi impiegati in quell’attività fondamentale per la vita e sviluppo della società che è appunto la produzione – e le conseguenze che ne derivano riguardo alla da lui prevista evoluzione dei rapporti sociali in quel paese, l’Inghilterra, preso esplicitamente quale “laboratorio” delle sue indagini sul capitalismo (più precisamente sul modo di produzione capitalistico; si veda la Prefazione al I libro de “il Capitale). Abbiamo indicato quale specifica dinamica storica venisse attribuita ai rapporti capitalistici (già in pieno svolgimento, secondo lui, mentre scriveva la sua massima opera) e quale dovesse esserne lo sbocco: il socialismo, ma come semplice fase transitoria che preparava il comunismo. Abbiamo pure ben precisato che cosa fosse per Marx una simile, solo futura, formazione sociale; non certo quella che impropri lettori dei suoi scritti hanno costruito con la loro, fra l’altro poco fervida, fantasia.

Tuttavia, le lezioni storiche del ‘900 accompagnate da una rilettura assai più attenta delle formulazioni teoriche marxiane – comunque scientifiche al 100%, perché fare scienza non significa affatto attingere la “Verità”, per la qual cosa servirà semmai la fede e non il travaglio scientifico – pongono in luce il punto debole delle stesse. L’abbiamo esposto con precisione; e abbiamo nel contempo proposto alcune ipotesi alternative per non disperderne completamente i preziosi contributi, evitando tuttavia l’ormai più che evidente impasse (storica come teorica) delle conclusioni e previsioni sostenute da Marx. Siamo convinti, senza presunzione ma nemmeno falsa modestia, che questo libro rappresenti un punto fermo in merito ad un’interpretazione del suo pensiero scevra da fastidiosi ideologismi e da ancora più sconsolanti utopie.

Consegniamo dunque il nostro lavoro a chiunque voglia prenderlo in considerazione con reale attenzione e libero da preconcetti pro o contro un Marx troppo spesso inventato, per poterlo portare in Cielo o inviare all’Inferno.

Libia, Italia: dissoluzione e declino. Conflitti e Strategie intervista Antonio de Martini

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images (3)Antonio de Martini è il curatore del blog “il corriere della collera”. E’ un imprenditore dalle molteplici attività in Medio Oriente e in Nord-Africa, profondo conoscitore della cultura e del mondo arabo, esperto geopolitico con numerosi addentellati nel mondo diplomatico e nelle strutture italiane di relazione con i diversi paesi. Una lunga intervista resa più leggera dalla venatura ironica che percorre la narrazione.  Qui sotto il link

CAOS NEL MONDO E SBRICIOLAMENTO ALL’INTERNO, di GLG, 20 ott

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1. E’ effettivamente noioso e faticoso affrontare la situazione in questo paese allo sbando completo, in mano a due avventurieri, oggi complici sempre più scoperti, quali Renzi e Berlusconi; con dissidi ben calcolati e mirati a mascherare ancora, ma proprio con una foglia di fico, la loro meschina “comunella”, un vero disastro per questo paese allo stremo. Si sta compiendo (forse) il reale passaggio alla seconda Repubblica; quante volte ho protestato di fronte alla balla che “mani pulite” avesse già portato a tale risultato. Non era vero: siamo stati per oltre vent’anni in mezzo al guado. E’ certo che il quadro politico sarà d’ora in poi profondamente diverso da quello durato oltre quarant’anni (1948-1992-3) nella prima Repubblica. Tuttavia, si cerca il solito “equilibrio” con un cosiddetto centro e due ali sulla “destra” e sulla “sinistra”. Per il momento al centro si può solo notare la suddetta complicità tra quella che ancora oggi ci si ostina a chiamare destra (molto minoritaria) e sinistra (apparentemente dilagante).

In realtà, abbiamo per ora solo la netta affermazione circa l’opportunità di giungere ad una sorta di scimmiottatura della Germania della Große Koalition. In realtà – dopo un periodo, in cui non si sa ancora bene se vi è stato il colpo di coda dell’antiberlusconismo demente del ventennio trascorso, o se invece si è accentuata la “persecuzione” dell’ex cavaliere per farlo emergere come vittima e uomo responsabile, che accetta la condanna e gli obblighi che ne sono seguiti (assai morbidi) pur di non mettere in caos il paese – si sta andando verso la destrutturazione della vecchia “sinistra” (il Pd a guida degli ex piciisti passati di campo dopo l’ascesa berlingueriana alla direzione del partito, il viaggio di Napolitano negli Usa del 1978, ecc.) e la sostituzione degli eventuali senatori mancanti a Renzi con la maggior parte di quelli in dotazione a Forza Italia.

Si minacciano elezioni, ma solo per mantenere il Senato così com’è ora con un numero sufficiente di suoi membri, appartenenti alla “destra” berlusconiana, in grado di sostituire la “sinistra” del Pd se volesse mettere in discussione l’attuale governo e le sue scelte apertamente liberiste, annientatrici di quel che resta del povero Stato sociale e di ogni e qualsiasi “patto” tra capitale e lavoro, che partì in anni lontani (1975) con l’accordo tra Agnelli e Lama sulla scala mobile. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, non esiste più la scala mobile, l’accordo sindacati-“padroni” è stato sostituito da una collaborazione sindacale spesso al ribasso; tuttavia, si è sempre cercato di non inasprire i rapporti tra le cosiddette “parti sociali”. Oggi si cerca invece lo scontro perché non si sa in che altro modo affrontare una crisi che non è soltanto “economica”; in ogni caso, non fa parte della cosiddetta “congiuntura”, dell’andamento ciclico, altalenante, della sfera produttiva. E’ una crisi, lo ripeto fin dal 2008, del tipo di quella 1873-96; una “non crisi”, un periodo di riassestamento dei rapporti di forza internazionali (geopolitici) in seguito all’affievolirsi della centralità, relativamente regolatrice, di un sistema politico (e ovviamente pure economico) predominante: allora l’Inghilterra, oggi gli Usa.

 

2. Le crisi economiche sono state studiate e sistematizzate in base a cicli brevi (Kitchin), medi (Juglar) e lunghi (Kondratieff). Tuttavia, lo sono come se l’economia fosse isolata dalle altre sfere della società e soprattutto dai rapporti di forza tra gruppi sociali e, ancor più, tra grossi sistemi sociali e politici (in genere i paesi, le nazioni, ecc.). E spesso sono ignorate, perché poco conosciute, le interrelazioni tra i confronti/scontri, insomma conflitti, tra paesi e quelli tra gruppi sociali all’interno di ogni paese (con le loro ricadute nell’ambito del mutamento, graduale o drastico e violento, di tipo istituzionale, degli apparati statali, ecc.); nemmeno si è fra l’altro chiarito il rapporto causa/effetto tra conflitti tra paesi e conflitti tra gruppi sociali (e loro organizzazioni politiche, partitiche, ecc.). Una eccezione, credo ancora parziale, è stata quella di Lenin con la teoria dell’“anello debole” della catena imperialistica (cioè dello scontro policentrico), in cui la causa è stata appunto il conflitto acuto (bellico infine) tra paesi, in grado di essere poi sfruttato per la rivoluzione sociale (quindi guidata dalla politica) nel più debole dei “poli” in conflitto. In definitiva, appare ben più pregnante l’analisi dei mutamenti di fase in sede internazionale – monocentrismo, multipolarismo come via di passaggio al policentrismo – che non quella dei cicli economici che ne vengono nettamente “surdeterminati”.

Nella seconda metà del secolo scorso si era affermato un sistema fondamentalmente bipolare, secondo me non ancora ben studiato. Troppo è stato concesso alla credenza che in un polo fosse in atto la transizione ad una nuova formazione sociale. Alla fin fine non sappiamo in realtà cosa dire dell’equilibrio di allora tra due potenze, con un’altra (la Cina) in forte avanzata ma ancor meno ben definita del “polo” detto socialista; un equilibrio che, fino a pochi mesi dalla sua subitanea implosione, fu ritenuto pressoché inalterabile. Alla fine, crollato detto polo in meno di un anno e dissoltosi il suo centro (Urss) dopo nemmeno altri due, si è avuto un periodo assai breve di apparente monocentrismo degli Stati Uniti che, fin dall’inizio, hanno mostrato una singolare incapacità di affermare un nuovo ordine e regolazione mondiale.

I liberisti – che ancora blaterano della smithiana “mano invisibile”, e sono spocchiosi e presuntuosi come non mai – hanno creduto alla vittoria del mercato globale (e ancora adesso simile tesi non è stata messa da parte da studiosi di “esaltante” mediocrità). In realtà, questa presunta superiorità della concorrenza mercantile è stata surclassata dallo scatenamento della potenza statunitense, la quale ha dato vita, sia pure con mutamenti di tattica e forse strategia, a continue aggressioni con modalità di vario genere: dirette o con l’organizzazione di sommovimenti interni, approfittando delle deboli strutture sociali di numerosi paesi (quelli da poco liberatisi del colonialismo e neocolonialismo e quelli del vecchio “polo socialista” dissoltosi), oppure utilizzando quali “sicari” dati paesi del capitalismo avanzato, agli Usa sostanzialmente subordinati dalla fine della seconda guerra mondiale – proprio grazie alla formazione dei due poli – mediante l’istituzione della Nato e più tardi della UE. Alla fin fine, il monocentrismo Usa si è mostrato di fatto inesistente ed è venuta in evidenza una nuova fase di disordine mondiale; altro che globalizzazione del “libero mercato”, il presunto (da liberisti fasulli) luogo della pacifica e virtuosa competizione tra imprese, in cui prevarrebbero le “migliori” con il benessere crescente dell’insieme.

Si è creata una situazione che assomiglia al multipolarismo, anche se ancora una volta dovremo fare attenzione alle sue caratteristiche piuttosto differenti da quelle di analoghe fasi del passato. In ogni caso, nei periodi storici di sua incipiente o tendenziale affermazione si producono differenziazioni tra diverse aree e paesi con creazione di grappoli di questi a varia potenzialità. Si evidenziano potenzesubpotenze (“regionali”), paesi subordinati, quelli colonizzati o quasi, ecc. Per il momento, l’unica vera potenza è rappresentata dagli Stati Uniti. Tuttavia, si è andata accentuando l’incapacità di questo paese di creare una qualsiasi minima regolazione centrale: quella regolazione che, in qualche modo, assicurava in altri tempi il manifestarsi, con qualche parvenza di effettiva realtà, della ciclicità dell’andamento economico secondo le teorie formulate da quella presunta scienza detta economia, di cui non si vuol ancora riconoscere la povertà conoscitiva, salvo che nell’abbondante (ab)uso di matematica e statistica con scadenti imitazioni delle scienze naturali.

Il disordine odierno assomiglia comunque molto a quello tipico delle fasi multipolari; poiché, in effetti, quando poi si afferma il policentrismo si vanno appunto formando i poli fra loro in acuto contrasto, ognuno dei quali ha però una sua (quasi) strutturazione interna con un centro strategico di tipo politico ed economico, che sembra (solo sembra, ma è un’apparenza di forte rilievo) farne un blocco unico. Tali poli, proprio per la loro relativa strutturazione interna, sono via via in grado di stabilire varie alleanze fra loro. Esse mutano certamente con una certa frequenza, ma arrivano infine a consolidarsi nei due fondamentali “nemici” che poi regolano fra loro i conti in sede bellica; e non a caso, tuttavia, perfino durante questo regolamento di conti, all’interno dei due campi antagonisti vi sono continue scaramucce per cercare di modificare i rapporti di forza tra i vari paesi in vista della situazione che si creerà nel dopoguerra. Chi continua ad essere affetto dalla malattia chiamata economicismo non capirà mai nulla di questi periodi con le loro turbolenze; e resterà sempre attonito di fronte alle caratteristiche assunte dall’andamento economico, surclassato da quello della politica (con la ben nota “guerra quale continuazione della stessa”).

 

3. Recentemente, in questo blog, G.P. ha messo in luce la superficialità di coloro (e sono quasi tutti i commentatori nella fase attuale) che sperano nell’equilibrio creato dal multipolarismo incipiente (e ancora imperfetto, ma non troppo). Questi studiosi, giornalisti, ecc. – ormai affetti dal “buonismo” tipico di una fin troppo lunga fase storica di pace nella nostra area a capitalismo avanzato – pensano all’equilibrio come crescita delle possibilità di mantenere armonia e relativa pace fra i vari paesi. Questi chiacchieroni non si accorgono che il suddetto multipolarismo sta creando un mondo sempre più disordinato perché in fase di accentuata disorganizzazione delle sue varie parti. Il cosiddetto equilibrio è semplicemente l’entropia crescente, la cosiddetta “morte termica”. Il “sistema” complessivo (come il corpo umano che ha raggiunto la “pace eterna” nella morte, divenendo cadavere) sembra in equilibrio tra le varie componenti, nel senso che esse si bilanciano nel caos creato dalla perdita di ogni legame cogente, di ogni connessione organica.

Si ha dissoluzione, dispersione, ma anche interazione casuale e disordinata che conduce all’impossibilità di ricreare una qualsiasi organizzazione “vivente”. Perché la vita è differenza di potenziale tra parti, creazione di poli positivi e negativi tra cui corre l’acuta tensione. La lotta tra gli elementi parziali fa sì che questi infine si riaggreghino, ma con sbalzi di tensione e possibilità di cortocircuiti, dal cui risanamento (mai pacifico e “di equilibrio”) nascono nuove riorganizzazioni. Il cosiddetto equilibrio multipolare è in realtà il massimo della disorganizzazione e scioglimento di legami stabili. Solo ricreandosi il differenziale di potenza e tensione si va al policentrismo in quanto lotta (organizzante) che forma poli più stabilmente strutturati al loro interno; solo che, a questo punto, diventa più facile e meno casuale la politica delle alleanze con la creazione delle coalizioni pronte ad entrare in tenzone definitiva per sopraffarsi.

Chi vuole il multipolarismo come condizione permanente di “pace”, persegue semplicemente la morte e la disgregazione tendenziale del “cadavere”. Il multipolarismo ha valore solo in quanto obiettivo transitorio di dissoluzione di un ordine precedente perché non si accetta più la preminenza organizzatrice di una sua data parte costitutiva, che quell’ordine assicurava a suo esclusivo vantaggio (oggi, chiaramente, gli Stati Uniti). Diciamo semmai che – giacché all’interno di ogni parte (di ogni formazione sociale particolare, di ogni paese), nel periodo dell’“equilibrio” multipolare disorganizzante, si possono sviluppare contrasti tra gruppi sociali antagonisti per la supremazia in quella parte, in quel paese – l’unica possibilità per evitare il conflitto più acuto e di gran “sofferenza”, cioè quello bellico a cui si giunge nel pieno del periodo policentrico, sarebbe di individuare i possibili gruppi antagonisti interni ad ogni paese, riuscendo pure ad innescare un conflitto (quello detto rivoluzione, quindi una guerra civile) che ristruttura quella formazione sociale, quel paese. In un certo senso, e accettando l’affermazione con giudizio, sarebbe come se si riuscisse a provocare una “rivoluzione d’ottobre” prima dello scoppio della guerra e non in conseguenza della guerra.

E’ possibile? Non mi sembra di vedere precedenti storici. Prima dello scoppio della Grande Guerra – da cui appunto originò la rivoluzione presa come detonatore e inizio di una immaginaria transizione dal capitalismo al socialismo – si era sviluppata una trasformazione (negli Usa), mai nemmeno colta se non in superficie, del “capitalismo borghese” in quello degli strateghi del capitale, che infine completò la sua netta supremazia nel “campo capitalistico” con la seconda guerra mondiale; e divenne infine ancor più generale (globale) con gli eventi del 1989-91 (crollo del “socialismo” e dell’Urss, cioè della presunta formazione sociale alternativa). E’ tuttavia evidente che, per evitare il confronto bellico tipico del policentrismo, sarebbe necessaria una robusta trasformazione interna – orientata da un acuto conflitto tra i gruppi sociali antagonisti – di alcuni rilevanti poli (paesi) del sistema policentrico. Non ne basta uno soltanto!

Ve ne sarà la possibilità? Non sono profeta; comunque finora non si è visto nulla di simile. Anche perché sembra difficile individuare nell’assai dinamica formazione sociale contemporanea – già in quella del XX secolo e figuriamoci oggi – una precipitazione interna capace di condurre a quegli addensamenti di gruppi sociali indispensabili a provocare un loro conflitto così acuto da produrre trasformazioni profonde e passaggi (transizioni effettive) da una formazione sociale ad un’altra, in modo tale da disturbare e dissestare radicalmente l’assetto policentrico, con i suoi costituendi blocchi di paesi pronti ad affrontarsi in guerra. That is the question, come direbbe un Amleto moderno. Dobbiamo lasciarla in sospeso, come troppe questioni dell’oggi, in un mondo in cui dilagano le “questioncelle” di “prima evidenza” del capitale finanziario, dell’euro, della UE, ecc.; tutto ciò, insomma, che rappresenta quel rozzo pragmatismo di superficie che ha ormai rammollito la materia cerebrale umana, l’ha ridotta ad un liquido melmoso da cui escono solo schizzi di fango. Non siamo più in grado di pensare nulla di profondo, di nuovo. Ci si rifugia nel banale, nell’ovvio, nell’“albero”; poiché ci si rifiuta di vedere che, dietro, c’è una “foresta”.

 

4. Torniamo adesso, per finire, alla penosa situazione di questo paese. Lo scollamento tra popolazione e politica mi sembra crescere ed essere già abbastanza netto. Tuttavia, vi è difficoltà a comprendere i disegni dei manigoldi che conducono adesso le danze sotto la direzione – non particolarmente abile, ma bastante data la pochezza di tutto l’insieme – dei due complici, che non a caso, tuttavia, sono costretti a nuove mascherature, a dichiararsi parzialmente insoddisfatti l’uno dell’altro, ecc. La difficoltà di far quadrare i conti (non soltanto in senso letterale), la crisi che non smette (e non smetterà a lungo) di tormentarci, la baraonda esistente in campo europeo oltre che in quello mondiale, producono varie incertezze nel programma che resta, lo ripeto, quello di arrivare – passando per una coalizione dovuta, per questi mentitori, alle loro buone intenzioni di fare gli interessi d’Italia – ad un grosso assembramento al “centro”, a imitazione (parodistica) della DC, che si aggregò in un periodo di uscita dalla tragedia della guerra e fu premiata dall’inizio di una notevole ripresa mondiale e, infine, dal boom italiano di fine anni ’50.

Qui siamo in caduta libera con un governo che s’inventa riforme inesistenti e che peggiorano il già mal fatto. Tuttavia, la forza di questi autentici buffoni è nella confusione esistente pure a livello della società italiana. Nessuno capisce che certe misure, tese a dati obiettivi, ne produrranno di esattamente contrari. Si pensi alla questione del Tfr in busta paga o alla “sanatoria” fiscale (prima chiamata condono con termine ben più appropriato). Misure annunciate, smentite, poi riannunciate ma cambiate – come al solito – per la sanità e per le pensioni. Ormai lo Stato detto sociale è un vero colabrodo. Sempre in vena di parodie, questi dannosi e poco divertenti buffoni hanno reinventato la “lotta di classe”, dove la “borghesia” (i dominanti) sono i lavoratori occupati, quelli con posto detto fisso, mentre il proletariato è rappresentato dai precari e dai disoccupati. Si sta sollevando l’orrore e l’“odio di classe” contro quei “prepotenti” che non vogliono mai cambiare posto, vogliono tenersi quello già occupato da anni; non hanno fantasia, sono pigri e abitudinari, ledendo così gli interessi di chi è sempre con la spada di Damocle della rimozione e sostituzione con altri e dunque si accontenta di essere pagato il meno possibile.

Siamo veramente in brutte acque. Il malcontento esiste, la politica non riscuote più nessun rispetto. Lo scollamento tra popolazione e gruppi impropriamente detti dirigenti è palpabile. Tuttavia, si è riusciti nell’intento di una disgregazione sociale con la creazione di un vorticoso pulviscolo che, trascinato dai venti della demenziale propaganda (pur se poco incisiva), si deposita qua e là, forma mucchietti in cui tutto si mescola e si confonde. Insomma, anche sul piano interno siamo in una sorta di multipolarismo, addirittura del tutti contro tutti senza la capacità di discernere quanto questo premier – un “bamboccione” come qualche tempo fa un “trapassato” l’avrebbe definito; e fra l’altro appoggiato dal fu mostro di Arcore – sia un incapace; salvo quando parla a ruota libera, creando indubbiamente un cumulo informe di vaneggiamenti da cui ognuno può trarre le cervellotiche conclusioni che preferisce.

Oggi ha appunto l’appoggio della “sinistra” – salvo alcuni spezzoni di quella ormai logorata da quasi mezzo secolo di continui tradimenti perfino della sua pochezza piciista – e della “destra”, anche qui con un certo numero di scontenti, tuttavia incapaci di liberarsi dell’“amato leader” da tutti loro creato e che, soprattutto, continuano a balbettare un liberismo mai stato nemmeno tale. Situazione penosissima, adatta a fare dell’Italia una zona di “libero permesso” per tutte le operazioni che il prepotente centro del “mondo occidentale” può ancora utilizzare per preparare un caos teso a fermare l’ascesa delle nuove potenze, in specie russa e cinese almeno in una data zona pur sempre nevralgica.

Il periodo non è tuttavia facile per nessuno; e anche la potenza statunitense dovrà barcamenarsi in crescente affanno. I tempi saranno abbastanza lunghi, ma la tendenza sembra diretta, anche se a zig zag, verso precipitazioni meno sfavorevoli a chi intende superare sia questa situazione internazionale, ancora influenzata dagli Usa e dai suoi sicari europei, sia quella interna italiana dove perfino le forze, appunto oggi al governo o dedite alla complicità appena mascherata da morbida opposizione – cioè Renzi e Berlusconi per usare i nomi di riferimento – sono obbligate a subdole manovre atte a creare confusione e smarrimento in una popolazione multiframmentata, quasi molecolare e per certi versi persino atomizzata.

Qui si aprono dunque necessità di analisi che dovranno assai spesso riadattarsi a situazioni in rapido mutamento, quasi sempre tattico e molto confuso nei suoi reali contorni. E bisognerebbe anche valutare dove, e con chi, è più conveniente aprire collegamenti e contatti, pur se con molta cautela e a volte incertezza giacché è effettivamente complicato orientarsi in un bailamme che va crescendo esponenzialmente. Valuteremo di volta in volta.

 

CAOS NEL MONDO E SBRICIOLAMENTO ALL’INTERNO, di GLG, 20 ott.

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1. E’ effettivamente noioso e faticoso affrontare la situazione in questo paese allo sbando completo, in mano a due avventurieri, oggi complici sempre più scoperti, quali Renzi e Berlusconi; con dissidi ben calcolati e mirati a mascherare ancora, ma proprio con una foglia di fico, la loro meschina “comunella”, un vero disastro per questo paese allo stremo. Si sta compiendo (forse) il reale passaggio alla seconda Repubblica; quante volte ho protestato di fronte alla balla che “mani pulite” avesse già portato a tale risultato. Non era vero: siamo stati per oltre vent’anni in mezzo al guado. E’ certo che il quadro politico sarà d’ora in poi profondamente diverso da quello durato oltre quarant’anni (1948-1992-3) nella prima Repubblica. Tuttavia, si cerca il solito “equilibrio” con un cosiddetto centro e due ali sulla “destra” e sulla “sinistra”. Per il momento al centro si può solo notare la suddetta complicità tra quella che ancora oggi ci si ostina a chiamare destra (molto minoritaria) e sinistra (apparentemente dilagante).

In realtà, abbiamo per ora solo la netta affermazione circa l’opportunità di giungere ad una sorta di scimmiottatura della Germania della Große Koalition. In realtà – dopo un periodo, in cui non si sa ancora bene se vi è stato il colpo di coda dell’antiberlusconismo demente del ventennio trascorso, o se invece si è accentuata la “persecuzione” dell’ex cavaliere per farlo emergere come vittima e uomo responsabile, che accetta la condanna e gli obblighi che ne sono seguiti (assai morbidi) pur di non mettere in caos il paese – si sta andando verso la destrutturazione della vecchia “sinistra” (il Pd a guida degli ex piciisti passati di campo dopo l’ascesa berlingueriana alla direzione del partito, il viaggio di Napolitano negli Usa del 1978, ecc.) e la sostituzione degli eventuali senatori mancanti a Renzi con la maggior parte di quelli in dotazione a Forza Italia.

Si minacciano elezioni, ma solo per mantenere il Senato così com’è ora con un numero sufficiente di suoi membri, appartenenti alla “destra” berlusconiana, in grado di sostituire la “sinistra” del Pd se volesse mettere in discussione l’attuale governo e le sue scelte apertamente liberiste, annientatrici di quel che resta del povero Stato sociale e di ogni e qualsiasi “patto” tra capitale e lavoro, che partì in anni lontani (1975) con l’accordo tra Agnelli e Lama sulla scala mobile. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, non esiste più la scala mobile, l’accordo sindacati-“padroni” è stato sostituito da una collaborazione sindacale spesso al ribasso; tuttavia, si è sempre cercato di non inasprire i rapporti tra le cosiddette “parti sociali”. Oggi si cerca invece lo scontro perché non si sa in che altro modo affrontare una crisi che non è soltanto “economica”; in ogni caso, non fa parte della cosiddetta “congiuntura”, dell’andamento ciclico, altalenante, della sfera produttiva. E’ una crisi, lo ripeto fin dal 2008, del tipo di quella 1873-96; una “non crisi”, un periodo di riassestamento dei rapporti di forza internazionali (geopolitici) in seguito all’affievolirsi della centralità, relativamente regolatrice, di un sistema politico (e ovviamente pure economico) predominante: allora l’Inghilterra, oggi gli Usa.

 

2. Le crisi economiche sono state studiate e sistematizzate in base a cicli brevi (Kitchin), medi (Juglar) e lunghi (Kondratieff). Tuttavia, lo sono come se l’economia fosse isolata dalle altre sfere della società e soprattutto dai rapporti di forza tra gruppi sociali e, ancor più, tra grossi sistemi sociali e politici (in genere i paesi, le nazioni, ecc.). E spesso sono ignorate, perché poco conosciute, le interrelazioni tra i confronti/scontri, insomma conflitti, tra paesi e quelli tra gruppi sociali all’interno di ogni paese (con le loro ricadute nell’ambito del mutamento, graduale o drastico e violento, di tipo istituzionale, degli apparati statali, ecc.); nemmeno si è fra l’altro chiarito il rapporto causa/effetto tra conflitti tra paesi e conflitti tra gruppi sociali (e loro organizzazioni politiche, partitiche, ecc.). Una eccezione, credo ancora parziale, è stata quella di Lenin con la teoria dell’“anello debole” della catena imperialistica (cioè dello scontro policentrico), in cui la causa è stata appunto il conflitto acuto (bellico infine) tra paesi, in grado di essere poi sfruttato per la rivoluzione sociale (quindi guidata dalla politica) nel più debole dei “poli” in conflitto. In definitiva, appare ben più pregnante l’analisi dei mutamenti di fase in sede internazionale – monocentrismo, multipolarismo come via di passaggio al policentrismo – che non quella dei cicli economici che ne vengono nettamente “surdeterminati”.

Nella seconda metà del secolo scorso si era affermato un sistema fondamentalmente bipolare, secondo me non ancora ben studiato. Troppo è stato concesso alla credenza che in un polo fosse in atto la transizione ad una nuova formazione sociale. Alla fin fine non sappiamo in realtà cosa dire dell’equilibrio di allora tra due potenze, con un’altra (la Cina) in forte avanzata ma ancor meno ben definita del “polo” detto socialista; un equilibrio che, fino a pochi mesi dalla sua subitanea implosione, fu ritenuto pressoché inalterabile. Alla fine, crollato detto polo in meno di un anno e dissoltosi il suo centro (Urss) dopo nemmeno altri due, si è avuto un periodo assai breve di apparente monocentrismo degli Stati Uniti che, fin dall’inizio, hanno mostrato una singolare incapacità di affermare un nuovo ordine e regolazione mondiale.

I liberisti – che ancora blaterano della smithiana “mano invisibile”, e sono spocchiosi e presuntuosi come non mai – hanno creduto alla vittoria del mercato globale (e ancora adesso simile tesi non è stata messa da parte da studiosi di “esaltante” mediocrità). In realtà, questa presunta superiorità della concorrenza mercantile è stata surclassata dallo scatenamento della potenza statunitense, la quale ha dato vita, sia pure con mutamenti di tattica e forse strategia, a continue aggressioni con modalità di vario genere: dirette o con l’organizzazione di sommovimenti interni, approfittando delle deboli strutture sociali di numerosi paesi (quelli da poco liberatisi del colonialismo e neocolonialismo e quelli del vecchio “polo socialista” dissoltosi), oppure utilizzando quali “sicari” dati paesi del capitalismo avanzato, agli Usa sostanzialmente subordinati dalla fine della seconda guerra mondiale – proprio grazie alla formazione dei due poli – mediante l’istituzione della Nato e più tardi della UE. Alla fin fine, il monocentrismo Usa si è mostrato di fatto inesistente ed è venuta in evidenza una nuova fase di disordine mondiale; altro che globalizzazione del “libero mercato”, il presunto (da liberisti fasulli) luogo della pacifica e virtuosa competizione tra imprese, in cui prevarrebbero le “migliori” con il benessere crescente dell’insieme.

Si è creata una situazione che assomiglia al multipolarismo, anche se ancora una volta dovremo fare attenzione alle sue caratteristiche piuttosto differenti da quelle di analoghe fasi del passato. In ogni caso, nei periodi storici di sua incipiente o tendenziale affermazione si producono differenziazioni tra diverse aree e paesi con creazione di grappoli di questi a varia potenzialità. Si evidenziano potenze, subpotenze (“regionali”), paesi subordinati, quelli colonizzati o quasi, ecc. Per il momento, l’unica vera potenza è rappresentata dagli Stati Uniti. Tuttavia, si è andata accentuando l’incapacità di questo paese di creare una qualsiasi minima regolazione centrale: quella regolazione che, in qualche modo, assicurava in altri tempi il manifestarsi, con qualche parvenza di effettiva realtà, della ciclicità dell’andamento economico secondo le teorie formulate da quella presunta scienza detta economia, di cui non si vuol ancora riconoscere la povertà conoscitiva, salvo che nell’abbondante (ab)uso di matematica e statistica con scadenti imitazioni delle scienze naturali.

Il disordine odierno assomiglia comunque molto a quello tipico delle fasi multipolari; poiché, in effetti, quando poi si afferma il policentrismo si vanno appunto formando i poli fra loro in acuto contrasto, ognuno dei quali ha però una sua (quasi) strutturazione interna con un centro strategico di tipo politico ed economico, che sembra (solo sembra, ma è un’apparenza di forte rilievo) farne un blocco unico. Tali poli, proprio per la loro relativa strutturazione interna, sono via via in grado di stabilire varie alleanze fra loro. Esse mutano certamente con una certa frequenza, ma arrivano infine a consolidarsi nei due fondamentali “nemici” che poi regolano fra loro i conti in sede bellica; e non a caso, tuttavia, perfino durante questo regolamento di conti, all’interno dei due campi antagonisti vi sono continue scaramucce per cercare di modificare i rapporti di forza tra i vari paesi in vista della situazione che si creerà nel dopoguerra. Chi continua ad essere affetto dalla malattia chiamata economicismo non capirà mai nulla di questi periodi con le loro turbolenze; e resterà sempre attonito di fronte alle caratteristiche assunte dall’andamento economico, surclassato da quello della politica (con la ben nota “guerra quale continuazione della stessa”).

 

3. Recentemente, in questo blog, G.P. ha messo in luce la superficialità di coloro (e sono quasi tutti i commentatori nella fase attuale) che sperano nell’equilibrio creato dal multipolarismo incipiente (e ancora imperfetto, ma non troppo). Questi studiosi, giornalisti, ecc. – ormai affetti dal “buonismo” tipico di una fin troppo lunga fase storica di pace nella nostra area a capitalismo avanzato – pensano all’equilibrio come crescita delle possibilità di mantenere armonia e relativa pace fra i vari paesi. Questi chiacchieroni non si accorgono che il suddetto multipolarismo sta creando un mondo sempre più disordinato perché in fase di accentuata disorganizzazione delle sue varie parti. Il cosiddetto equilibrio è semplicemente l’entropia crescente, la cosiddetta “morte termica”. Il “sistema” complessivo (come il corpo umano che ha raggiunto la “pace eterna” nella morte, divenendo cadavere) sembra in equilibrio tra le varie componenti, nel senso che esse si bilanciano nel caos creato dalla perdita di ogni legame cogente, di ogni connessione organica.

Si ha dissoluzione, dispersione, ma anche interazione casuale e disordinata che conduce all’impossibilità di ricreare una qualsiasi organizzazione “vivente”. Perché la vita è differenza di potenziale tra parti, creazione di poli positivi e negativi tra cui corre l’acuta tensione. La lotta tra gli elementi parziali fa sì che questi infine si riaggreghino, ma con sbalzi di tensione e possibilità di cortocircuiti, dal cui risanamento (mai pacifico e “di equilibrio”) nascono nuove riorganizzazioni. Il cosiddetto equilibrio multipolare è in realtà il massimo della disorganizzazione e scioglimento di legami stabili. Solo ricreandosi il differenziale di potenza e tensione si va al policentrismo in quanto lotta (organizzante) che forma poli più stabilmente strutturati al loro interno; solo che, a questo punto, diventa più facile e meno casuale la politica delle alleanze con la creazione delle coalizioni pronte ad entrare in tenzone definitiva per sopraffarsi.

Chi vuole il multipolarismo come condizione permanente di “pace”, persegue semplicemente la morte e la disgregazione tendenziale del “cadavere”. Il multipolarismo ha valore solo in quanto obiettivo transitorio di dissoluzione di un ordine precedente perché non si accetta più la preminenza organizzatrice di una sua data parte costitutiva, che quell’ordine assicurava a suo esclusivo vantaggio (oggi, chiaramente, gli Stati Uniti). Diciamo semmai che – giacché all’interno di ogni parte (di ogni formazione sociale particolare, di ogni paese), nel periodo dell’“equilibrio” multipolare disorganizzante, si possono sviluppare contrasti tra gruppi sociali antagonisti per la supremazia in quella parte, in quel paese – l’unica possibilità per evitare il conflitto più acuto e di gran “sofferenza”, cioè quello bellico a cui si giunge nel pieno del periodo policentrico, sarebbe di individuare i possibili gruppi antagonisti interni ad ogni paese, riuscendo pure ad innescare un conflitto (quello detto rivoluzione, quindi una guerra civile) che ristruttura quella formazione sociale, quel paese. In un certo senso, e accettando l’affermazione con giudizio, sarebbe come se si riuscisse a provocare una “rivoluzione d’ottobre” prima dello scoppio della guerra e non in conseguenza della guerra.

E’ possibile? Non mi sembra di vedere precedenti storici. Prima dello scoppio della Grande Guerra – da cui appunto originò la rivoluzione presa come detonatore e inizio di una immaginaria transizione dal capitalismo al socialismo – si era sviluppata una trasformazione (negli Usa), mai nemmeno colta se non in superficie, del “capitalismo borghese” in quello degli strateghi del capitale, che infine completò la sua netta supremazia nel “campo capitalistico” con la seconda guerra mondiale; e divenne infine ancor più generale (globale) con gli eventi del 1989-91 (crollo del “socialismo” e dell’Urss, cioè della presunta formazione sociale alternativa). E’ tuttavia evidente che, per evitare il confronto bellico tipico del policentrismo, sarebbe necessaria una robusta trasformazione interna – orientata da un acuto conflitto tra i gruppi sociali antagonisti – di alcuni rilevanti poli (paesi) del sistema policentrico. Non ne basta uno soltanto!

Ve ne sarà la possibilità? Non sono profeta; comunque finora non si è visto nulla di simile. Anche perché sembra difficile individuare nell’assai dinamica formazione sociale contemporanea – già in quella del XX secolo e figuriamoci oggi – una precipitazione interna capace di condurre a quegli addensamenti di gruppi sociali indispensabili a provocare un loro conflitto così acuto da produrre trasformazioni profonde e passaggi (transizioni effettive) da una formazione sociale ad un’altra, in modo tale da disturbare e dissestare radicalmente l’assetto policentrico, con i suoi costituendi blocchi di paesi pronti ad affrontarsi in guerra. That is the question, come direbbe un Amleto moderno. Dobbiamo lasciarla in sospeso, come troppe questioni dell’oggi, in un mondo in cui dilagano le “questioncelle” di “prima evidenza” del capitale finanziario, dell’euro, della UE, ecc.; tutto ciò, insomma, che rappresenta quel rozzo pragmatismo di superficie che ha ormai rammollito la materia cerebrale umana, l’ha ridotta ad un liquido melmoso da cui escono solo schizzi di fango. Non siamo più in grado di pensare nulla di profondo, di nuovo. Ci si rifugia nel banale, nell’ovvio, nell’“albero”; poiché ci si rifiuta di vedere che, dietro, c’è una “foresta”.

 

4. Torniamo adesso, per finire, alla penosa situazione di questo paese. Lo scollamento tra popolazione e politica mi sembra crescere ed essere già abbastanza netto. Tuttavia, vi è difficoltà a comprendere i disegni dei manigoldi che conducono adesso le danze sotto la direzione – non particolarmente abile, ma bastante data la pochezza di tutto l’insieme – dei due complici, che non a caso, tuttavia, sono costretti a nuove mascherature, a dichiararsi parzialmente insoddisfatti l’uno dell’altro, ecc. La difficoltà di far quadrare i conti (non soltanto in senso letterale), la crisi che non smette (e non smetterà a lungo) di tormentarci, la baraonda esistente in campo europeo oltre che in quello mondiale, producono varie incertezze nel programma che resta, lo ripeto, quello di arrivare – passando per una coalizione dovuta, per questi mentitori, alle loro buone intenzioni di fare gli interessi d’Italia – ad un grosso assembramento al “centro”, a imitazione (parodistica) della DC, che si aggregò in un periodo di uscita dalla tragedia della guerra e fu premiata dall’inizio di una notevole ripresa mondiale e, infine, dal boom italiano di fine anni ’50.

Qui siamo in caduta libera con un governo che s’inventa riforme inesistenti e che peggiorano il già mal fatto. Tuttavia, la forza di questi autentici buffoni è nella confusione esistente pure a livello della società italiana. Nessuno capisce che certe misure, tese a dati obiettivi, ne produrranno di esattamente contrari. Si pensi alla questione del Tfr in busta paga o alla “sanatoria” fiscale (prima chiamata condono con termine ben più appropriato). Misure annunciate, smentite, poi riannunciate ma cambiate – come al solito – per la sanità e per le pensioni. Ormai lo Stato detto sociale è un vero colabrodo. Sempre in vena di parodie, questi dannosi e poco divertenti buffoni hanno reinventato la “lotta di classe”, dove la “borghesia” (i dominanti) sono i lavoratori occupati, quelli con posto detto fisso, mentre il proletariato è rappresentato dai precari e dai disoccupati. Si sta sollevando l’orrore e l’“odio di classe” contro quei “prepotenti” che non vogliono mai cambiare posto, vogliono tenersi quello già occupato da anni; non hanno fantasia, sono pigri e abitudinari, ledendo così gli interessi di chi è sempre con la spada di Damocle della rimozione e sostituzione con altri e dunque si accontenta di essere pagato il meno possibile.

Siamo veramente in brutte acque. Il malcontento esiste, la politica non riscuote più nessun rispetto. Lo scollamento tra popolazione e gruppi impropriamente detti dirigenti è palpabile. Tuttavia, si è riusciti nell’intento di una disgregazione sociale con la creazione di un vorticoso pulviscolo che, trascinato dai venti della demenziale propaganda (pur se poco incisiva), si deposita qua e là, forma mucchietti in cui tutto si mescola e si confonde. Insomma, anche sul piano interno siamo in una sorta di multipolarismo, addirittura del tutti contro tutti senza la capacità di discernere quanto questo premier – un “bamboccione” come qualche tempo fa un “trapassato” l’avrebbe definito; e fra l’altro appoggiato dal fu mostro di Arcore – sia un incapace; salvo quando parla a ruota libera, creando indubbiamente un cumulo informe di vaneggiamenti da cui ognuno può trarre le cervellotiche conclusioni che preferisce.

Oggi ha appunto l’appoggio della “sinistra” – salvo alcuni spezzoni di quella ormai logorata da quasi mezzo secolo di continui tradimenti perfino della sua pochezza piciista – e della “destra”, anche qui con un certo numero di scontenti, tuttavia incapaci di liberarsi dell’“amato leader” da tutti loro creato e che, soprattutto, continuano a balbettare un liberismo mai stato nemmeno tale. Situazione penosissima, adatta a fare dell’Italia una zona di “libero permesso” per tutte le operazioni che il prepotente centro del “mondo occidentale” può ancora utilizzare per preparare un caos teso a fermare l’ascesa delle nuove potenze, in specie russa e cinese almeno in una data zona pur sempre nevralgica.

Il periodo non è tuttavia facile per nessuno; e anche la potenza statunitense dovrà barcamenarsi in crescente affanno. I tempi saranno abbastanza lunghi, ma la tendenza sembra diretta, anche se a zig zag, verso precipitazioni meno sfavorevoli a chi intende superare sia questa situazione internazionale, ancora influenzata dagli Usa e dai suoi sicari europei, sia quella interna italiana dove perfino le forze, appunto oggi al governo o dedite alla complicità appena mascherata da morbida opposizione – cioè Renzi e Berlusconi per usare i nomi di riferimento – sono obbligate a subdole manovre atte a creare confusione e smarrimento in una popolazione multiframmentata, quasi molecolare e per certi versi persino atomizzata.

Qui si aprono dunque necessità di analisi che dovranno assai spesso riadattarsi a situazioni in rapido mutamento, quasi sempre tattico e molto confuso nei suoi reali contorni. E bisognerebbe anche valutare dove, e con chi, è più conveniente aprire collegamenti e contatti, pur se con molta cautela e a volte incertezza giacché è effettivamente complicato orientarsi in un bailamme che va crescendo esponenzialmente. Valuteremo di volta in volta.

 

DIFFICILE LETTURA DELLA FASE, scritto da Giellegi, 25 sett. ‘12

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1. L’articolo di Stratfor sui rapporti tra Usa e Polonia deve essere letto in “controluce”, non adeguandosi a quanto viene detto così alla lettera. Ne risulta allora meglio la differenza tra le strategie statunitensi da noi designate (per brutta abitudine, tuttavia per semplificarsi i discorsi) con i nomi dei Presidenti; in tal caso Bush (jr. in particolare) e Obama. In realtà, tali differenziazioni, relative a particolari congiunture o ad intere fasi storiche, sono sempre esistite. Si pensi ai contrasti intorno al Vietnam, a quel tempo uno dei punti rilevanti del conflitto tra i due campi (capitalista e “socialista”) con risvolti all’interno di ognuno dei due: ad es., gli Usa dettero una mano ai vietnamiti per espellere la Francia dall’Indocina, nella prima metà degli anni ’50, allo scopo di sostituirla in quell’area; Urss e Cina, apparentemente alleate nell’aiuto ai vietnamiti del nord e ai vietcong, erano ormai in contrasto via via più acuto dall’inizio degli anni ‘60.

Le diverse strategie si affermano di volta in volta, con continui compromessi tra esse, non raramente rotti in modo drammatico (perfino con uccisione o destituzione di presidenti: Kennedy, Nixon), di solito senza la totale e definitiva soppressione di una di quelle in contrasto; semmai con spostamenti d’accento che mutano il terreno e l’ambito del confronto (e scontro). Nella fase attuale, il contrasto negli Stati Uniti sembra vertere sull’approccio strategico al conflitto (al momento sempre sordo, indiretto, mai basato su una vera e propria guerra tra i contendenti) nell’area europea e in quella nordafricana fino al Medioriente e Turchia, Iran, ecc. La strategia applicata prevalentemente durante la presidenza Bush (salvo che negli ultimi due anni, in cui andò gradualmente modificandosi) esigeva un più attento, e più scoperto, contenimento della Russia. Il che non significava l’impossibilità di “affari” con i russi, affari però sotto “osservazione” e talvolta tendenzialmente ostacolati come quelli tra Gazprom ed Eni (e altre imprese europee dell’energia); vi erano tuttavia alcune contropartite russe in merito alla “lotta al terrorismo” (almeno in un primo tempo) e comunque con il consentito transito di materiale bellico verso l’Afghanistan, che mi sembra duri tuttora.

Il contenimento della Russia non era però il solo obiettivo, e non era appunto privo di “elasticità” (nel contempo contraddetta dalla rigidità di altre mosse) in dati contesti. Importante appariva pure il mantenimento di regimi fedeli in tutta l’area nordafricana e si procedeva all’aggressione aperta (pur se in più tappe) nei confronti di chi era meno allineato come ad un certo punto lo fu l’Irak, pur se molti interrogativi suscita l’atteggiamento Usa verso tale paese che, in precedenza, era servito da “sicario” nell’aggressione all’Iran. Inutile comunque andare per il sottile; è impossibile seguire tutte le giravolte delle strategie poste in atto dalle potenze e soprattutto dalla più forte d’esse. Resta il fatto che anche gli accordi missilistici tra Usa e Polonia sembrano essere stati stretti in base a questo più diretto e pervasivo intervento in tutta l’area (europea), che si ritiene di pertinenza esclusiva della potenza americana e quindi preclusa a possibili “concorrenti” (nel medio e lungo periodo), senza tuttavia chiudersi nei loro confronti, come già detto, al business (che peraltro non aveva valenza puramente economica).

Una simile strategia sembra essere stata contestata da chi la riteneva alla lunga fallimentare perché troppo rigida; ed è allora passata un’altra linea – da potersi solo parzialmente considerare quella classica del divide et impera – applicata innanzitutto, quasi a guisa di esperimento, in Irak quando fu nominato comandante delle truppe americane il gen. Petraeus. In realtà, anche per il fatto che l’altra strategia non è scomparsa (e mi sembra se ne facciano portatori gli ambienti cui è vicina la rivista Stratfor), le mosse della nuova non sono massimamente chiare seppure individuabili a grandi tratti. Ad es., l’attuale rottura che si sta verificando – almeno così ci viene intanto detto, ma è probabile sia raccontato l’effettivo andamento degli eventi – tra i Fratelli musulmani e i Salafiti (immagino si intenda con questa dizione comprendere tutti i musulmani più radicali) appare effetto (ricercato) della strategia in questione.

Minore rigidità, manovre più “avvolgenti”, messa in moto di percorsi (da me detti “liquidi”) non strettamente incanalati – poiché la canalizzazione appare problematica e può semplicemente condurre all’incontro di una barriera di difficile superamento se la si investe semplicemente con un “masso” – da seguire passo passo cercando di correggerne via via la direzionalità, facendola spesso ramificare onde aggirare l’ostacolo (questo è appunto il comportamento di un liquido). Nei confronti della stessa Russia, in particolare nell’area europea, si procede con cautela. Ed è quindi probabile che si sia in tale contesto manifestata la scontentezza dei polacchi per quanto sembra ad essi un passo indietro (in realtà penso soltanto “di lato” e, almeno parzialmente, di “attesa”) degli Stati Uniti.

La strategia più rigida verso la Russia avrebbe potuto aprire, non nel breve periodo, qualche contrasto tra alcuni paesi europei sviluppati e con più robusta struttura economico-sociale – in specie la Germania – e la potenza d’oltreatlantico; anche perché tale paese europeo valuta, o comunque dovrà sempre più valutare, l’importanza di un allargamento della sua possibile sfera influenza verso l’est europeo. Per il momento, quest’ultima è al massimo soltanto economica, ma l’economia non basta per la stabilità delle correnti d’influenza di un paese verso altri; e se quella politica non s’instaura mai, i rischi di passi indietro complessivi sono notevoli. La UE è nata in definitiva sotto l’egida, e quasi continuazione, dell’opera compiuta ben prima tramite la Nato. Nel senso che il sedicente europeismo è stato sempre ampiamente sfruttato da tutti i settori politici ed economici della nostra area favorevoli al predominio statunitense e al legame stretto tra i sistemi complessivamente definiti “occidentali” (compreso il Giappone); con la complementarietà delle strutture economiche, la fine di quel po’ di autonomia francese (mantenuta durante il gollismo), il divenire dell’Inghilterra quasi uno Stato dell’Unione, il tracollo del regime italiano all’epoca di “mani pulite”, ecc. Anche dal punto di vista ideologico, l’affermarsi del più becero liberismo, seguito dal ridimensionamento dello Stato sociale (del capitalismo detto renano), è frutto del medesimo processo (di lunga durata).

 

2. Per un dato periodo di tempo – fin quando, dopo il crollo del “socialismo” est-europeo e dell’Urss, gli Usa hanno creduto al loro sostanziale monocentrismo – l’europeismo, uno dei cui frutti è stata la creazione della zona dell’euro, è convissuto in relativa tranquillità, diciamo mediante contrasti sempre componibili, con qualche autonomia dei singoli Stati. Oggi, stiamo semmai andando verso il multipolarismo e il policentrismo; un processo ancora incerto, non univoco, caratterizzato insomma da una sorta di andamento a zig fag (o sinusoidale), in ogni caso tale per cui si nota al momento l’affievolirsi del controllo statunitense dei processi economici e politici globali. La stessa crisi iniziata nel 2008, malgrado gli economisti e i vari tecnici del ramo non vogliano prenderne atto, è del tipo di quella di fine ‘800, con lo scoordinamento del sistema in precedenza caratterizzato dal bipolarismo e soprattutto dalla presenza di un centro relativamente regolatore (gli Stati Uniti appunto) nel campo “occidentale” a capitalismo avanzato.

Data la natura della presente fase, un’eccessiva rigidità della politica estera americana potrebbe favorire, non nell’immediato (le vere strategie pensano d’altronde ai lunghi periodi), la nascita di componenti politiche interessate ad una maggiore autonomia in qualche paese fra i più forti d’Europa (in definitiva la Germania, al massimo pure la Francia). Se s’innescasse un simile processo, diverrebbe probabile il suo orientamento verso est e la possibilità di alleanze tra i suddetti paesi europei e la Russia. In definitiva, la zona est-europea potrebbe trovarsi stretta a tenaglia; ed è forse anche per tale timore che la Polonia manifesta malcontento nei confronti del sospettato “distacco” statunitense dalla prospettiva di più aperto predominio in Europa con la chiusura di ogni canale in direzione russa. In realtà, non credo proprio sussista il pericolo di tale “distacco”; semplicemente, riconoscendo la più complessa configurazione degli attuali rapporti di forza, gli Usa mirano a creare zizzania in Europa di modo che i vari Stati impieghino la residua autonomia – rispetto agli organismi UE, in primo luogo la BCE affidata l’anno scorso ad un fedele esecutore degli ordini statunitensi, pur con i dovuti mascheramenti di apparente autonomia necessari a meglio rispettarli – per criticarsi e ostacolarsi fra loro.

Qua e là nei paesi europei sembrano nascere confusi, poco articolati e malamente collegati, gruppi di critica al tipo di europeismo portato avanti dai presunti “padri dell’Europa”, succubi degli Usa, seguaci del peggiore “azionismo” preteso antifascista, cupi esaltatori di chi ci avrebbe “liberato” dalla tirannide; opportunisti che, appena finita la guerra, si diedero al più vieto anticomunismo per la difesa del “mondo libero” e della “democrazia”, ecc. I critici di tale falso europeismo, talvolta perfino fautori dell’uscita dall’euro, non sempre sono personaggi di limpido atteggiamento. Per decidere se sono reali “sovranisti” è indispensabile individuare l’obiettivo principe della loro polemica. Si noterà che troppo spesso alimentano appunto la zizzania tra paesi europei; il loro spirito di autonomia si esercita soprattutto contro alcuni di essi, in particolare la Germania.

Quest’ultima non ha una politica chiaramente nazionale, anch’essa è nei fatti prona agli ordini americani; e non basta il suo astenersi dall’aggressione alla Libia per renderla un punto di forza a favore di una reale sovranità. Il problema quindi non è di diventare adesso filo-tedeschi, il che sarebbe soltanto sciocco. Tuttavia, la cartina di tornasole è comunque l’atteggiamento nei confronti degli Usa. Soprattutto, oggi, verso quelli della neostrategia di cui abbiamo testé parlato. Sia chiaro, non è certo il caso di divenire fan di Bush; semplicemente notiamo che la rigidità della precedente strategia statunitense meglio si prestava ad un suo smascheramento. Facile era strillare contro la politica di aggressione all’Irak e all’Afghanistan, contro l’opposizione netta e totale all’islamismo trattato per intero da complice del “terrorismo” (il cui presunto capo se ne stava tranquillo vicino ad Islamabad credendosi protetto dal suo essere presentato quale “nemico pubblico n. 1”). Facile era dare sfogo al proprio odio contro Israele (che alcuni fessi ritenevano addirittura l’ispiratore della politica americana; proprio “la coda che muove il cane”) e schierarsi per i poveri palestinesi, tutti in blocco considerati “i diseredati”, i “martiri” e per ciò stesso gli “eroi” della “lotta antimperialista”.

Un’orgia d’imbecillità, tipica dei rimasugli di un fallimento storico mai riflettuto e tanto meno metabolizzato. E se ne è visto il risultato: la maggior parte di questi fessi, molti anche farabutti, ha pienamente appoggiato le “primavere arabe”, perspicuo punto d’innesco della neostrategia statunitense. Comunque, costoro sono solo avanzi di una cattiva digestione. Più importanti sono alcuni settori di dominanti, e dei loro politici e ideologi, che sfruttano la situazione dando sfogo a finti sentimenti di autonomia, inveendo contro l’europeismo coatto della vecchia impostazione della UE (per certi versi assimilabile ad un prolungamento della Nato). Essi si scagliano contro tale organismo; alcuni, come già detto, arrivano a chiedere l’uscita dall’euro. Qualcuno (pochi) si perita di nominare in senso critico Obama per la sua politica di divisione – che non appare del tutto fallimentare, almeno al momento – del mondo arabo e di quello musulmano. Tuttavia, poi, se la prende in modo speciale con altri paesi europei, in particolare appunto con la Germania.

 

3. Ritengo pericoloso seguire simili ambienti falsamente sovranisti, nient’affatto autonomi invece. Qui non si tratta di giocare agli anti-americani in nome delle vecchie fisime antimperialiste, che mai sono riuscite a tenere conto della realtà di quello che fu l’imperialismo nella sua vera epoca a cavallo tra XIX e XX secolo; ed è proprio per evitare di restare inchiodati alla stantia identificazione dell’imperialismo con il (neo)colonialismo – impostazione già criticata da Lenin, il quale però cadde nella tesi dell’ultimo stadio dello sviluppo capitalistico, non potendo allora capire la sola fine del capitalismo borghese, non della formazione sociale del capitale – che ho proposto il termine policentrismo; oltre a criticare l’attribuzione di un immaginario carattere di “liberazione dallo sfruttamento imperialista” alla lotta di alcune parti della popolazione mondiale (in aree ancora sottosviluppate capitalisticamente), dirette da nuovi e agguerriti gruppi dominanti emergenti, contro il più forte paese predominante, dove alcuni centri strategici si stanno ponendo il problema di utilizzare ai loro scopi tale processo conflittuale, pur scontando periodici e temporanei tumulti e rivolte contro di loro (vedi ultimi avvenimenti in Libia).

Quello che conta nella fase storica attuale – come già a cavallo tra otto e novecento – è l’affermarsi o meno del policentrismo, che implica un conflitto tra dominanti; non semplicemente nella formazione sociale capitalistica in generale, bensì in quanto urto tra alcuni paesi capitalistici (le potenze), la cui politica – affidata agli Stati, per nulla affatto in deperimento come sostenuto da affabulatori imbroglioni – è la risultante, di volta in volta cangiante per diverse congiunture o fasi, del conflitto tra gruppi dominanti interni; tipico appunto ciò che si sta verificando negli Usa, il paese preminente centrale e quindi vero laboratorio dello scontro intestino tra le diverse strategie promosse dai gruppi dominanti in oggetto.

In altra sede tenterò di analizzare i fondamentali tre tipi di “guerre” (conflitti in genere, non sempre sfocianti in eventi bellici) tra loro articolantesi, con diversa rilevanza, nelle differenti fasi storiche: “guerre” tra dominanti (in specie tra le potenze, la cui politica è il risultato dello scontro tra vari gruppi dominanti interni), “guerre coloniali”, dove per coloniale in senso lato si intende la sfera d’influenza (anche l’Italia è “colonia” nei confronti degli Stati Uniti), “guerre di classe”, come si diceva un tempo, in realtà conflitti tra i gruppi dominanti e quelli che ne contestano la supremazia decisionale o vogliono almeno appropriarsi di maggiori quote del reddito prodotto o, nei casi più radicali, intendono abbattere il predominio di date minoranze.

Nella fase attuale, sembra debole il terzo tipo di “guerra”, in specie nei paesi ad alto sviluppo capitalistico, dove fra l’altro è venuta da molto tempo meno quella decantazione e differenziazione del Terzo Stato da cui è derivato il lungo scontro tra borghesia e proletariato. La fine di questa lotta ha ormai una storia secolare, ben lungi dall’essere stata pensata e scritta in modo da consentire la comprensione del fallimento della sedicente transizione al socialismo e comunismo, vissuta per troppo tempo come reale. Per il momento sta salendo viepiù alla ribalta il conflitto tra potenze – pur se una è ancora nettamente in vantaggio – con il corteggio di frizioni tra i diversi gruppi dominanti nella formazione capitalistica e con tutta una serie di manovre per le sfere d’influenza. In questo contesto, sono oggi in piena attività gli Stati Uniti con la loro strategia mirante a creare forti disordini e divisioni nell’area europea, in cui si concentrano le maggiori subpotenze di detta formazione sociale, pienamente diffusa nel globo dopo la fine dell’illusorio “socialismo”.

Tenuto conto di quanto fin qui sostenuto, e come conclusione provvisoria, è necessario essere chiari su alcune questioni fondamentali. Intanto, va privilegiato lo scontro tra dominanti come foriero dei più incisivi cambiamenti della fase. Tenendo fermi due fondamentali punti: a) nessuna concessione al vecchio nazionalismo e al mero concetto di Patria, tanto meno all’idea di superiorità di un qualche popolo o di una qualche cultura, ecc.; b) deve essere favorito l’affermarsi di un’epoca policentrica – ben sapendo di quali pericoli e disordini (sociali, politici, economici) sia densa – senza concessioni alla “guerra” tra subdominanti e tra subpotenze, “guerra” utilissima al mantenimento del predominio degli Usa, che non a caso la promuovono tramite la loro neostrategia.

Altra questione decisiva è l’abbandono dell’appoggio indiscriminato ad una qualsivoglia lotta che appaia – o venga presentata da farabutti al servizio di chi ha interesse a simile opera di diversione – quale “guerra di classe”, scontro tra dominanti e dominati, tra capitale e lavoro o tra sfruttatori imperialisti e sfruttati delle aree capitalisticamente poco sviluppate. Simili conflitti vanno valutati attentamente e subordinati a quello tra dominanti (e tra potenze), quindi appoggiati o contrastati secondo questa precisa impostazione. Entriamo in un’epoca caratterizzata da lotte dure, forse punteggiata da tragedie, comunque da eventi assai dolorosi, che non ci lasceranno indifferenti; dovremo tuttavia smetterla di essere soltanto pietosi. C’è una gran massa di mascalzoni e imbroglioni in azione; come sempre del resto, in epoche di accentuato scontro tra dominanti, che cercano di distogliere l’attenzione dal problema cruciale dell’epoca. E’ necessario promuovere il policentrismo. Solo una lotta sempre più acuta tra questi dominanti, come avevano capito Lenin e Mao, può scardinare le loro strutture di potere e aprire varchi a effettivamente radicali mutamenti storici, che non sembrano però all’ordine del giorno.

IL MARASMA NON CALA 7 feb ‘12

1. La responsabilità dei magistrati è un’“offa” per un centro-destra in pieno disfacimento. Prima di tutto vedremo se il provvedimento passerà indenne alle prove successive. Inoltre chi deve giudicare della responsabilità? Se abbiamo sempre “comunisti” tra i magistrati, poco cambia. Non vale comunque la pena di insistere sull’argomento. In effetti, i poveracci del Pdl si buttano su qualsiasi cosa serva a dimenticare che ormai il loro leader sembra un comico d’avanspettacolo di provincia. Effettivamente, lascia sorpresi un così marcato disfacimento. Adesso, scrivono Il Giornale e perfino Libero (che sembrava un po’ più lucido del “rivale”), il Berlusca si sta rimettendo dal “trauma” del licenziamento e ricomincia a fare politica. Non è vero che, come sostenuto dal Financial Times, vuole ritirarsi; per l’ennesima volta è stato frainteso. Non avrebbe tuttavia intenzione di rimettersi a fare il premier, si limiterà alla parte del “padre nobile” (un bel titolo per un fifone che ha tradito tutti) e del suggeritore (di quanto gli verrà ordinato da oltreatlantico e dalle quinte colonne interne).

Intanto, diciamo che non ha subito alcun trauma. Ha effettuato i suoi tradimenti in piena complicità con l’Obama del “non caschi o caschi in piedi” e con la sua longa manus in Italia (sul Colle), con cui il Berlusca, dopo aver per qualche mese sostenuto di essere in tensione (che non faceva scoppiare per puro senso di responsabilità), ha pranzato o cenato pochi giorni fa accompagnato da Letta, trovandosi con lui in delizioso accordo. Egli sostiene pure che con la Lega si tratta solo di scherzi da ragazzi o di bronci infantili, che tutto va bene. Intanto, pretende di essere in contatto con il Pd per cambiare la legge elettorale onde fare un bello scherzo ai partiti minori (ma anche alla Lega stessa) per ridurli al lumicino quando arriveranno le elezioni. Per il momento, l’ex premier sembra il Tecoppa di Ferravilla, che pretendeva che gli avversari stessero fermi altrimenti non riusciva ad infilzarli con la spada. Un’altra frase di Tecoppa ha però giusta popolarità: meglio essere vigliacchi per mezzora che morti per tutta la vita. A Berlusconi non basta mezzora; per vivere deve ormai essere vigliacco per tutto il resto della sua vita.

Ha iniziato nel 2009, dopo un viaggio molto personale (un solo accompagnatore, se ricordo bene, al suo seguito) da Putin; adesso non rammento se in estate o in ottobre. Già allora scrivemmo che era probabilmente andato a chiedere “aiuto”, dato che non controllava affatto i Servizi italiani, ed il malcontento Usa – ormai eravamo entrati in pieno nella New America che ha eletto Obama e che già dal 2010 iniziò a far meglio intuire le sue nuove mosse – si manifestava con evidenza. D’altra parte, tradire quegli impegni con la Russia, che aveva preso senza l’acre opposizione della Old America, gli arrecava probabilmente notevoli danni, non solo politici (bisognerebbe conoscere i retroscena dell’incontro con Putin in Sardegna nel 2003, che diede impulso decisivo ai fruttuosi rapporti Gazprom-Eni, adesso entrati in difficoltà). Evidentemente, il viaggio non fu positivo. Alla fine dell’anno vi fu la statuetta del Duomo di Milano in faccia (ma non penso ad alcun complotto, è stato a mio avviso un puro caso, tuttavia di quelli che marcano pur sempre gli eventi). Il 2010 è un anno di forte accentuazione delle pressioni (scandalistiche e altre più minacciose) su Berlusconi. L’anno si chiude con il voto del 14 dicembre, in cui per soli tre voti Berlusconi si salvò dalla sfiducia; e il “poppolo di sinistra”, una massa di anarcoidi imbecilli, che credeva alla liquidazione del Mostro, mise a soqquadro Roma.

Rivelammo su questo blog i nostri più vivi sospetti di avvenuti “cedimenti strutturali” del cavaliere, di accordi possibili con gli Usa (sempre via Napolitano, mentre l’azione di Fini sembrava, ma solo sembrava, fallita). Non potevamo saper dove il fifone si sarebbe spinto; lo si è visto nel corso del 2011. In un solo anno ha liquidato ogni parvenza di politica estera meno succube di quella patrocinata dalla “sinistra”. Non indipendente, non scordiamo né l’Irak né l’Afghanistan, ecc. Tuttavia, vi era stata la condanna della provocazione georgiana (americana in realtà) alla Russia, e altre mosse dimostrative per mantenere in piedi tutta una serie di accordi, energetici ma non solo (basti pensare agli affari fatti da Finmeccanica), con tale paese; oltre all’accoglimento trionfale di Gheddafi a Roma, la dichiarazione di scuse per i crimini commessi dagli italiani in Libia molti anni addietro, con ulteriori affari per Eni e Finmeccanica e migliaia di medie e piccole imprese.

In pochi mesi tutto è stato liquidato. Un solo dato significativo. Nel Southstream l’Eni è passata dal 50% (piena comproprietà a due con Gazprom) al 20 %; e tale gasdotto, che sembrava in dirittura d’arrivo, si è fatto battere dal “ramo nord” (in cui è la Germania in piena compartecipazione con l’azienda russa). Si tratta però appunto del semplice segnale di una situazione degradata all’estremo in cui l’Italia è stata condotta alla più completa e vergognosa sottomissione. Berlusconi ha agito (evidentemente guidato “per manina” e senza più orgoglio alcuno) in modo da andare incontro a sconfitte su sconfitte, all’erosione costante della sua maggioranza ridotta al minimo, all’abbandono di questo o quell’infimo personaggio (maschile o femminile) da lui scelto. Ha fatto finta, già a partire dalla vile aggressione alla Libia (patrocinata da Napolitano con la scusa della fedeltà alla Nato, degna fine per chi aveva cominciato appoggiando la repressione del 1956 in Ungheria con tracotanza e aggressività verso i semplici dubbiosi tipo, mettiamo, un Di Vittorio), di essere recalcitrante, sempre però cedendo infine.

Il suo compito è stato di coprire la liquidazione della sua stessa politica estera (quella interna non è mai esistita) con i flebili vagiti di “autonomia”, concessagli di fatto (malgrado quanto è stato rivelato dai ben noti documenti “segreti”, pubblicati da Assange con la finta contrarietà di chi in realtà ne ha consentito la diffusione) dagli Stati Uniti della precedente Amministrazione. Egli ha assolto il compito e in qualche modo verrà sicuramente ricompensato, malgrado la vischiosità degli odî sparsi per vent’anni dalla sinistra (dei rinnegati), che si è vista soffiare la vittoria quale premio del suo tradimento [oggi sappiamo, per “merito” di De Benedetti, che all’inizio del ’94 Agnelli, “grande sponsor” di tale sinistra cui affidava la difesa dei suoi interessi di inetto imprenditore, assegnava a Berlusconi il 3% dei voti; De Benedetti arrivava al 10%. In definitiva, la Confindustria dei “cotonieri” italiani – i “grandi parassiti” e industriali incompetenti e protervi, che fecero da servi all’operazione statunitense di liquidazione del regime Dc-Psi mediante “mani pulite” (e il pentito Buscetta, in galera negli Usa) – era convinta di andare “in carrozza” al nuovo regime dei venduti dell’ex eurocomunismo, mettendo così in mostra l’imbecillità politica di questa classe “dirigente” incapace e corrotta].

Resto convinto che, fin quasi all’ultimo momento, non era ancora deciso se far “cascare in piedi” Berlusconi o tenerselo ancora per un certo periodo di tempo. Si è parlato, questo è vero, di progetti (napoletaniani) intorno a Monti fin dall’estate. Poi c’è stato il convegno a Todi, in cui Passera mostrava già certi progetti politici. E non vi è dubbio che la svolta verificatasi in Italia ha visto un nuovo compromesso tra gli Usa e la Chiesa, dopo le legnate che questi si erano date in passato (almeno dal 2005, momento di sostituzione del cattolico Fazio con l’“amerikano” Draghi alla Banca d’Italia), provocando in alcuni personaggi progetti di riavvicinamento tra cattolici e greco-ortodossi. Il che, detto per inciso, mostra come la nuova strategia Usa sia pronta alle “geometrie variabili”: apertura a settori islamici come a quelli cattolici, cercando di non creare eccessivi malumori degli israeliani.

2. In ogni caso, l’incertezza circa la sorte da riservare a Berlusconi – se utilizzare ancora i suoi servigi al governo o invece fargli passare la mano, ma con l’impegno a mantenersi in campo per non lasciare spazio libero ad eventuali altri progetti politici meno controllabili – è durata probabilmente fin quasi all’ultimo. Poi il dado è stato tratto. Tuttavia, si procede a vista approfittando della confusione ormai creata nella popolazione, che disistima in massa i politici e quindi concede al momento spazio a presunti tecnici, la cui inettitudine è manifesta per chi abbia un minimo di raziocinio, ma non lo è affatto per la gran massa – sia quella convinta d’essere “la destra” sia quella che si pensa come “sinistra” – totalmente disaffezionata e disorientata. Il governo ha proceduto con le due “alternative” già considerate: colpire l’elettorato (è troppo parlare di base sociale che non esiste proprio) di “destra” con imposte di tutti i generi (e la “mitica” lotta all’evasione fiscale) e quello di “sinistra” con l’attacco al sistema pensionistico e adesso alle difese minime dei lavoratori, con discorsi chiaramente provocatori e fatti apposta per irritare sui mammoni che non vogliono andarsene lontano da casa, sui “nullafacenti” del posto fisso, ecc.

Monti si è perfino lanciato nell’affermare che bisogna rassegnarsi a trovare lavoro anche fuori d’Italia. Poiché non credo si riferisca ancora all’emigrazione dei manovali nelle “Americhe” o in Germania, Svizzera, Belgio, ecc. (magari con qualche altra “Marcinelle”), sembra ovvio il riferimento a lavori qualificati. Alla faccia delle vecchie polemiche contro la miseria culturale italiana (e soprattutto della destra), con i fondi di ricerca (che nelle Università servono solo per allevare alcuni prediletti dei nuovi baronetti) ridotti al minimo, la conseguente “fuga dei cervelli”, ecc. Adesso, questa fuga viene invece incoraggiata; e non contrastata dalla “sinistra molto colta” e interessata alla “ricerca”.

Se a queste dichiarazioni montiane, aggiungiamo la polemica sull’art. 18, è pienamente dimostrata la miseria di questi individui che blaterano tutto il giorno nei media. Disgustosa in tal caso la “destra”, tutta lanciata contro la solo presunta illicenziabilità dei lavoratori (delle imprese medie e grandi); ma anche la “sinistra” perché ne fa soltanto questione di difesa di coloro da cui avere i voti e i contributi sindacali. Il problema di fondo, per un cervello normalmente funzionante, è diverso. Innanzitutto, la crisi è generale e colpisce anche paesi dove non c’è l’ombra di qualcosa come l’art. 18. In secondo luogo, la debolezza italiana dipende dal non poter manovrare a piacimento i lavoratori salariati? E questa sarebbe la sesta o settima potenza industriale? Le innovazioni tecnologiche e, ancor più, quelle di prodotto che fine hanno fatto? Si compete sul mercato internazionale solo in base ai costi della mano d’opera? E con queste belle idee si cerca di battere i cinesi e altri paesi a basso costo del lavoro; e che tuttavia non sono così rozzi e industrialmente inetti (come i nostri confindustriali!) da pensare che ci si combatte e si vince sfruttando questo vantaggio. Anzi, anche “laggiù” inizia ad alzarsi il livello salariale, nel mentre si hanno notizie di colossali investimenti in settori strategici e moderni, dove il rapporto “capitale/lavoro” – che in tal caso non è il rapporto sociale, ma quello più banale tra investimenti in capitale fisso e salari dei lavoratori – è assai elevato (pur impiegando quote di tecnici ad alta specializzazione e quindi meglio pagati).

Siamo in mano a parassiti, industriali (e finanzieri) di bassissima levatura, intenti solo a schiacciare la gran massa del lavoro produttivo (dipendente e autonomo) – in ciò aiutati da quote di “nani e ballerine”, gentaglia dai mille lavori inutili e veramente nullafacenti – per estrarne ogni “goccia di sudore”, in uno “sfruttamento” che non ha nulla a che vedere con quello teorizzato da Marx: semplice differenza tra valore creato dal lavoro e valore della forza lavoro che lo crea, una differenza che aumenta non con la sferza del negriero bensì con l’aumento della produttività dovuto proprio alle innovazioni. Gli ignoranti industriali e banchieri italiani, che straparlano di Marx responsabile del gulag e altre minchionerie simili, nemmeno sanno che il “poveretto” accreditava i capitalisti di saper fare almeno il loro mestiere. Ignobili imbecilli; e sono professoroni alla Bocconi e nelle altre putrefatte Università di questo paese governato da imbroglioni.

Questi buoi da traino stanno completando l’opera di Ciampi, Prodi, Draghi e compagni di sfascio del paese e dei suoi punti industriali alti (ormai pochi) di carattere strategico; il tutto per soddisfare quegli industrial-finanzieri arretrati e per nulla innovativi, che trovano convenienza nel rendere il nostro sistema-paese puramente complementare, e dunque succube, di quello predominante. E nel mentre portano a compimento quest’opera mirabile, ci raccontano assieme ai loro gazzettieri e specialisti di economia (che si fingono liberisti; ora si può essere in disaccordo con questi ultimi, ma senza pensare che siano dei semplici stipendiati dei parassiti) che siamo poco competitivi, in un’economia mondiale in fase depressiva di lungo periodo, perché il “fattore lavoro” è rigido, non si adatta alle leggi del mercato. Mobilità e ancora mobilità. Dicano apertamente, come settant’anni fa Pigou, che ci si deve adattare alla produttività marginale di tale fattore, considerazione all’epoca sbertucciata da un Keynes, pur con i suoi limiti di mero economista.

Qui si ciancia a vuoto e intanto andiamo bellamente in malora. Ripeterò fino alla noia che questo governo fa parte della strategia di impantanamento e crisi di particolare intensità che deve colpire certi paesi, in quanto utili in quelle date aree per consentire libere manovre ai predominanti nel loro tentativo di riprendere l’iniziativa mondiale, un po’ in ribasso negli ultimi anni. Impossibile fare previsioni sicure a lungo o anche medio raggio. Pochi giorni fa, Monti ha affermato che l’esperimento italiano è molto interessante poiché ha mostrato il “disarmo dei partiti contrapposti” (Pd e Pdl essenzialmente), che potrebbero perfino, forse, collaborare ad eliminare ogni opposizione alla loro spartizione del bottino concesso ai propri servi dagli Usa (questo Monti non l’ha detto, è ovvio), magari ponendo mano ad una nuova legge elettorale ad hoc. Il premier ha però chiarito che un simile esperimento, per dare i suoi migliori frutti, deve durare almeno qualche anno, quindi oltre il 2013.

Questa è dunque una delle opzioni in campo, la sospensione duratura anche della “democrazia formale” sempre sbandierata dai falsi difensori della Costituzione, la cui decrepitezza favorisce comunque il suo sfondamento in qualsivoglia direzione. Ci sono però molte altre possibili prospettive. Non si creda che siano chiare nemmeno a coloro che in questo momento stanno compiendo nel nostro paese il classico experimentum in corpore vili. Si va per tentativi. L’orientamento di fondo è tuttavia delineato, sia per la “destra” (e per il vigliaccone che pretende ancora di orientarla) sia per la “sinistra”; entrambe in un cul de sac, da cui esse stesse tentano di uscire con incerte ristrutturazioni e con le “primarie”, comica e peregrina imitazione degli Stati Uniti. L’orientamento di fondo è la definitiva subordinazione del paese agli Usa; forse pure a qualche loro sicario preferenziale, ma anche questo non è fatto trasparente giacché gli andamenti della politica in Francia e Germania non sono ben definiti e limpidi per i prossimi anni.

Bisognerà seguire, giorno dopo giorno, le giravolte di questi sciagurati. E sarà necessario chiarire sempre meglio che cosa significa interesse del paese (che non è semplicisticamente l’interesse nazionalistico), in stretta dipendenza con l’aggregazione o invece disgregazione del complesso tessuto dei rapporti sociali. Questi governanti, i politici che li appoggiano pressoché in toto, i “tecnici”, i ceti parassiti, i media che mentono a pagamento, tutto il coacervo di forze disgreganti insomma, lavorano alla perdita del paese nel suo complesso per accentrare ancor più la ricchezza nel periodo, più che decennale, di depressione cronica, in cui si accentuerà la lotta per la supremazia; questa potrà conoscere momenti di apparente involuzione, ma i segnali decisivi ci indicano il contrario. Non esiste programmazione nel disordine crescente cui assistiamo; si procede a vista, seminando soprattutto zizzania, facendo terra bruciata, “aprendo le chiuse” a casaccio affinché si crei una palude melmosa in cui tutti si impantanino.

PAPAVERI E PAPERE

 

cancellieriIl posto fisso è noioso, dice il prof scendo dai Monti. Il fesso di governo, invece, non è affatto divertente, sostengono tutti gli italiani. Rincara la dose la d.ssa Anna Maria Cancellieri che affibbia ai giovani l’epiteto di mammoni. E’ sempre meglio la mamma che dover rendere conto ai mammasantissima dell’apparato dai quali dipende la lunga carriera nelle istituzioni dei papaveri e delle papere di Stato col collo piegato. Già, perché la Cancellieri avrà saputo ben coltivare rapporti e relazioni politiche per fare incetta d’incarichi, investiture ed onorificenze. Costei è Capo degli Interni ma da come si esprime dobbiamo pensare che lo sia anche degli internati usciti di senno. Ovvio che ci vuole impaperare tutti coi suoi beccamenti selvaggi che alimentano gli starnazzamenti generali al fine di coprire problemi molto più seri, soprattutto quando aggiunge “basta con la cultura del posto fisso”. Attenti che questi qui ci vogliono distrarre con le battute e gli annunci, mentre ci mettono le mani nel portafoglio, falciandoci il futuro. Comunque, per noi quella dell’occupazione stabile è ormai soltanto cultura mentre per lorsignori è un fatto consolidato, in quanto anche la Signora, come altri suoi colleghi del governo, è un’ex funzionaria del pubblico posto assicurato. Ma dove è andata a finire la sobrietà di questi esimi tecnici? Vero Professoressa Fornero? Quest’ultima, docente di economia, pur essendo piemontese applica alla perfezione il detto napoletano i figli so’ pezzi ‘e core. Sua figlia, infatti, lavora nella stessa Università dove insegnano sia lei che il marito. La famiglia è sempre la famiglia, altra regola parentale ferreamente seguita dai genialoidi esperti innanzitutto di genealogia, sempre a vantaggio dei propri congiunti. Legge da facce bronzee che definiremo elegantemente, al fine di non urtare la loro suscettibilità accademica, caduta tendenziale del saggio di stile e di sobrietà. La situazione però comincia davvero ad essere grottesca e stucchevole, ed infatti la Ministra del Lavoro, che per pudore almeno in questa circostanza avrebbe dovuto defilarsi e tacere, ha anzi proseguito così: “Uno degli scopi di questo governo è spalmare le tutele su tutti”. Detto altrimenti, toglierle a quasi tutti quelli che sono incapaci di difendersi per garantirle a pochi eletti, parassiti e usurpatori delle casse pubbliche, rendendo la miseria più diffusa in una Penisola già ridotta con le pezze sul sedere. Mai nulla a danno dei noti prepotenti, dai banchieri alla classe dirigente sempre più arroccata dietro ai suoi intollerabili appannaggi, che ci hanno portati sul lastrico. Eppure questi sapientoni dovrebbero sapere che i nostri connazionali continuano ad essere un popolo di emigranti altro che attaccati alla gonnella di mammà. Sotto questo aspetto in Europa siamo secondi unicamente alla Romania, senza contare la migrazione interna da sud a nord che non si è mai fermata, soprattutto dagli anni del boom. Ma i papaveri son alti, alti, alti e vedono il mondo troppo piccolino per immedesimarsi con le disavventure di chi vive in basso. Tuttavia, i membri dell’esecutivo con tali dichiarazioni cadono ancor più in basso mettendosi a portata di suole. Che non tarderanno a farsi dolorosamente sentire perchè non ci vuole la laurea per cacciarli a pedate.

UNA STAGIONE DI INGANNI (4 feb ’12)

E’ iniziata una nuova stagione di inganni, di tipo diverso, dopo quella durata poco meno di vent’anni, in cui fu soprattutto all’ordine del giorno la finzione dello scontro tra destra e sinistra, tra liberismo e statalismo. Si trattò in realtà della stagione in cui, approfittando del “crollo del muro” e soprattutto dell’Urss (una storia ancora da scrivere perché anch’essa completamente mistificata), venne posta in atto la liquidazione del vecchio regime Dc-Psi (e pentapartito), cercando di dare tutto il governo in mano a coloro che, mantenendo l’etichetta di “comunisti” (e quindi l’aggancio a quei comparti di lavoratori salariati ancora abbastanza illusi), avevano già condotto a conclusione la lotta del “movimento operaio”, favorendo in particolare la sconfitta del 1980 alla Fiat (marcia dei “quarantamila quadri”, ecc.), nel mentre portavano in primo piano quella massa informe del “ceto medio semicolto”, vivente di parassitismo “pubblico” grazie ai compromessi (in  realtà cedimenti e cambio di campo) degli anni ’70: “concertazione” (1975) e “compromesso storico” (iniziato soprattutto con il governo Andreotti di sostanziale unità nazionale nel 1976).

Chi forse non ebbe il coraggio di denunciare apertamente quanto stava accadendo, limitandosi a tenere sotto controllo l’evolversi degli eventi (credendo cioè di tenerlo sotto controllo), fu rapito e poi eliminato dalla scena politica nel 1978, con la sostanziale connivenza di settori Dc e Pci, ben consci di quanto si stava verificando. Si verificò una svolta, tuttavia ben mascherata, con il ben noto viaggio piciista negli Usa proprio durante il rapimento Moro, punto di partenza di avvenimenti svoltisi in molti anni successivi, che ebbero sbocco decisivo al momento del suddetto crollo dell’Urss, continuando però a protrarsi fino ai giorni nostri, fino all’attuale governo Monti, governo di svendita totale del paese agli interessi del predominio centrale della New America (obamiana).

Subito dopo il crollo sovietico, approfittando dell’atteggiamento pienamente servile di Eltsin, gli Usa furono sicuri di poter perseguire una politica apertamente “imperiale”, evidentemente convinti (come lo si fu quasi generalmente) di trovarsi ormai in una fase storica di sostanziale monocentrismo. Una volta attuatisi alcuni decisivi mutamenti, in particolare all’interno della pur indebolita Russia, la politica statunitense ha subito un revirement sufficientemente subitaneo (in termini di tempi storici), tale da avere pesanti influssi sul nostro paese. In un primo tempo, la pantomima della lotta tra destra (non prevista nello schema pensato da Clinton con la complicità italiana della Confindustria agnelliana) e la sinistra (pura accolita di rinnegati che si voleva portare al centro del nuovo regime, utilizzando in particolare la magistratura), non creò troppi problemi. Berlusconi non era certo pericoloso per gli Usa, qualche “libertà di manovra” (con Putin e poi Gheddafi, ecc.) non sembrava creare speciali problemi. Tanto più che questo squassante conflitto tra le inesistenti “destra” e “sinistra”, in realtà solo incentrato sulla polemica intorno ad una persona considerata il male assoluto, ha fatto sparire dall’orizzonte ogni reale scontro di progetti politici, di valori, ecc.

Nessuna reale differenza tra i due schieramenti. Entrambi liberisti a parole, entrambi falsi nell’indicare il nemico con semplici etichette: Berlusconi rappresentava l’ascesa del fascismo per la “sinistra”, gli altri erano ancora comunisti per i “berluscones”. Si è annientato ogni senso critico, ogni memoria storica di processi con le loro caratteristiche ben precise; si sono creati gruppi di presunti dirigenti politici che non sanno dirigere alcunché data la loro totale ignoranza di che cosa dovrebbe essere realmente una destra e una sinistra nel sistema di alternanza detta (pur solo formalmente) democratica in un sistema capitalistico dotato di un minimo di autonomia in sede internazionale. La falsa sinistra ha solo un po’ difeso i ceti sociali (suoi elettori), viventi del “pubblico” dopo i fasti del “compromesso storico”, ma sempre sostenendo principi dichiarati liberisti da applicare ad altre categorie sociali, in genere quelle più utili e produttive per il sistema.

La destra ha tanto blaterato sulla funzione dei lavoratori autonomi e piccolo-imprenditoriali, impegnandosi a parole ad alleviare il peso fiscale gravante su di loro, e non combinando in realtà nulla in questa direzione. Ha lanciato mille strali contro l’inefficienza delle burocrazie statali, ma ha poi tentato di infilarvi il massimo possibile di suoi adepti. Entrambi questi schieramenti fasulli si sono dedicati al tiro al bersaglio contro gli evasori fiscali, sbagliando grossolanamente la mira; e guai se non fosse stato così. E via dicendo. Adesso che la stagione è cambiata, cioè è cambiata la “musica strategica” della New America, finalmente si è rivelata in modo palese l’indistinzione tra destra e sinistra. Essere pro o contro Berlusconi è ormai un’operazione attardata, cui ancora si dedicano gli stupidi fan dei due schieramenti mentre i “maggiorenti” sono ben consci che una stagione è finita e non sanno tuttavia come orientarsi. Per il momento, ci si dedica ancora a scagliarsi addosso fango per corruzione, per manchevolezze di questo o di quello, per speculazioni in vendita o acquisti di palazzi, ecc. La politica è ormai sparita, la fanno i nuovi governanti sotto copertura di finte esigenze tecniche, manovrando speculazioni di Borsa, sui titoli del Debito, coadiuvati da giudizi dissennati (che tutti sanno essere privi di fondamento) delle società di rating.

Mai si era in effetti giunti ad un livello più basso. La popolazione di questo paese – in altri non si va molto meglio, comunque credo che il nostro livello sia infimo – è stata ormai per l’essenziale deprivata di qualsiasi capacità di giudizio. Ci sono solo gli intelligentoni del ceto medio semicolto, quelli che nemmeno più scrivono in italiano, a blaterare sulla “società dell’informazione”, sulla capacità dei media di ingannare chiunque; per cui chi li controlla fa ciò che vuole. Tali idiozie servivano fin quando si credeva di poter sostener che Berlusconi, il Mostro, aveva in mano tutti i mass media. Non appena questi parlano bene dei beniamini di tale ceto sociale decerebrato, respinge le accuse loro dirette, racconta balle incredibili per giustificare le più truci e assassine operazioni degli Usa e dei loro scherani italiani, ecc., allora tutto è oro colato, l’informazione è corretta e credibile.

2. Apartire dal 2009-10, con una netta e irreversibile precipitazione l’anno scorso, Berlusconi – fingendosi sempre scontento e in contrasto con le mosse dei suoi “nemici” (fra cui faceva almeno intendere ci fosse anche Napolitano) e sostenendo di essere da loro impedito a governare come avrebbe voluto – ha attuato il suo “suicidio” politico. Non credo si tratti solo di salvarsi dai processi (al momento, non sembra aver conseguito grandi vantaggi, ma forse è ancora troppo presto per giudicare) e di mettere al sicuro le proprie aziende. In realtà, a mio avviso, egli teme per la sua pelle e forse pure per quella dei suoi famigliari. In ogni caso, non deve ritirarsi subito e completamente dalla scena, allo scopo di contribuire invece, oltre che al suo completo sfarinamento, anche a quello del partito di gelatina messo in piedi attorno a lui. Ha cominciato dando impostazione demenziale alla campagna elettorale per le amministrative e per il referendum. Ha progressivamente invogliato decine di persone ad abbandonarlo visto che ormai la nave (quella nave) stava affondando. Adesso continua ad appoggiare un governo illiberale, un governo delle “tasse” (che lui ha promesso invano per vent’anni di abbassare), ha tradito tutto e tutti, sta mostrando il suo lato più vigliacco.

Due sono le ipotesi azzardabili. O ha promesso a Obama (quando questi gli concesse: “non caschi o caschi in piedi”) di azzerare quanto fatto, con il permesso della Old America bushiana, fino al 2009 (soprattutto a partire dal 2003, quando ricevette Putin che tornava da Libia e Algeria). Oppure mira a mantenere in piedi un partitino del 15 o anche solo 12%, con cui fare in qualche modo da ago della bilancia (o almeno uno degli aghi). Tentativo, se veramente questo fosse il suo intento, un po’ cervellotico; in quanto non ha l’età di Craxi (ed è privo del naso politico di quest’ultimo). Solo il futuro (non lontano) ci chiarirà il “mistero” di questo suo atteggiamento apparentemente autodistruttivo. Per il momento, teniamo presente sia l’intervista data al Financial Times sia le notizie riportate dal Corrierone anche (soprattutto) in merito al suo cordiale colloquio riservato (ma non troppo, visto che è stata consentita la diffusione della notizia senza mugugni del presdelarep) con Napolitano. E’ chiaro che Berlusconi ha senz’altro il primo premio in merito agli inganni perpetrati dall’anno scorso ad oggi; e continuerà senz’altro così senza più tentennamenti. In ogni caso, un’epoca (da non rimpiangere) è finita, è alle spalle.

Altra finzione è la proposta avanzata da qualcuno di rieleggere Napolitano a presidente della repubblica (mi sono rassegnato a scrivere in maiuscolo il cognome perché così solitamente si fa). Mai accaduto finora che un presidente, come negli Usa, possa svolgere un secondo mandato. Se poi si considera che il personaggio è del 1925, risulta evidente la follia del semplice ventilare un’ipotesi del genere. In realtà, non credo ci sia alcun pericolo che si verifichi un simile sconcio. Il “terrore” viene sparso solo per preparare gli animi all’elezione di un uomo grigio e incolore tipo Prodi o, ancor meglio, Monti; o comunque di qualcuno che garantisca la più assoluta obbedienza allo straniero statunitense (mascherata al momento da un’ottusa polemica antitedesca e antifrancese, ma fino a “nuovo ordine”). Anche la torsione presidenzialistica, fatta subire da Napolitano all’istituzione “repubblicana”, non è preparatoria di chissà quale “sfondamento” della Costituzione. E’ semplicemente servita ad adeguarsi alla New America obamiana e alla sua strategia, cui l’Italietta non era ancora preparata a dovere.

Vedrete che, con il nuovo (grigio) presidente e con un qualche “governo di unità nazionale” (cioè di svendita completa del paese), tutto rientrerà nella norma. Intanto, si stanno preparando le basi, dopo vent’anni di ignobile pantomima pro o contro Berlusconi, per un grande pateracchio che annulli inutili polemiche per sfruttare l’astio tra ceti sociali al fine di meglio imporre il volere di chi intende distruggere ogni residua autonomia italiana e quei pochi punti di forza industriali che potevano sostenerla. Il governo attuale, mutatis mutandis, può essere paragonato al CNT libico, debole ma che si regge sul contrasto tra tribù. Qui abbiamo solo clan e corporazioni, ma il problema ha somiglianze con quello.

Si è accresciuta oltre ogni limite tollerabile la pressione fiscale e si sono compiute liberalizzazioni demenziali, che nulla hanno a che vedere con gli insegnamenti di liberisti di effettivo peso (non ci si richiami ad Hayek, per favore, lo si insulterebbe). Si tratta semplicemente di modi per peggiorare la qualità dei servizi, per indurre a disunioni e guerre intestine certe professioni o mestieri. Dire che ci saranno vantaggi per la crescita (lasciamo perdere lo sviluppo) fa semplicemente ridere in una fase storica di depressione cronica che – possiamo ormai predirlo con buona tranquillità – durerà assai a lungo pur se non riguarderà egualmente tutti i paesi, così come fu negli ultimi decenni del XIX secolo. Tuttavia, il centrosinistra ha valutato con favore simile scempio dovuto alla demenza di finti economisti, autentici tromboni come solitamente sono i “tecnici”, che non vedono a più di un cm. di distanza.

Si è però nel contempo toccato (in realtà gravemente danneggiato) il sistema pensionistico; adesso si vuol mettere mano all’art. 18 nel mentre un individuo, che ha mille posti fissi (l’ultimo regalatogli da Napolitano in Senato per meglio attrezzarlo al lavoro di “scasso”), dichiara essere una noia mortale il posto a vita di cui, in sostanza, solo i prof. e pochi altri godono veramente. Questo ha sollecitato gli entusiasmi del centro-destra. Berlusconi si è in un certo senso “innamorato” di Monti, lo ha indicato quasi come suo successore “naturale”. Dobbiamo renderci conto che quanto avvenuto, certo con grande rapidità, è soltanto l’emersione di un lavorio durato alcuni anni, già quando era ancora apparentemente in auge la Old America dei “neocon”. Abbiamo più volte parlato della nuova strategia del caos, venuta in piena evidenza con la presidenza Obama. Poiché appare evidente la sua rielezione (se non altro per demerito dei repubblicani, assai sbiaditi, più che per suoi specifici meriti), tale strategia dovrebbe durare ancora per i prossimi anni.

Tuttavia, debbo ammettere di nutrire qualche dubbio sul fatto che si possa definire “del caos”; a quanto sembra, ciò che crea è piuttosto un pantano o forse, detto ancor meglio, le sabbie mobili, in cui quanto più ti agiti tanto più affondi e crepi. E’ un discorso che va fatto con calma in altra sede. Rendiamoci però conto di essere entrati in un periodo di “disastro nazionale”, in mano ad autentici servi della potenza statunitense, guidata da gruppi criminali che stanno comunque demandando compiti vari a sicari, anche dotati di una certa (apparente) autonomia. L’Italia non ne ha più alcuna, è terra di colonizzazione; dobbiamo meglio renderci conto, attraverso un’analisi accurata, della struttura sociale – frutto di una certa storia dalla seconda guerra mondiale in poi – che coadiuva i nostri “dominatori”.

LUSI E ILLUSI

 

bersaniLusi e illusi. I primi sanno come si vende una inesistente superiorità morale all’opinione pubblica per rubare dalla cassa comune e fare la bella vita in privato, i secondi, soprattutto militanti e simpatizzanti con la mano sul cuore e le dita nel cervello, continuano a farsi buggerare aderendo alle tanto sbandierate idiozie dei vertici circa la presenza di una confraternita di migliori e di ottimati della politica che però i fatti si incaricano di degradare a biscazza ogni giorno. Più che un ordine laico e immacolato, una consorteria di predicatori imbroglioni.  La base confida e crede, l’apice dirigenziale vede e provvede a man bassa e a cresta alta. Così l’ex tesoriere della Margherita, altrimenti detto, Lusi “l’IBAN-ese”, l’uomo del conto non corrente ma fuggente all’estero,  contando sulla distrazione o la complicità dei suoi sodali di partito e sulla credulità degli iscritti che prestano fede ai sermoni di una Chiesa falsamente integerrima (trattasi, in realtà, di un’associazione a tradire discendente dal più grande voltafaccia ideologico del secolo presente e trascorso), ha sgraffignato un mucchio di quattrini di sovvenzionamenti pubblici. Che facevano sindaci, amministratori e revisori contabili dell’organizzazione mentre Arsenio Lusin rapinava il tesoretto? Dormivano, erano distratti dai discorsi sulla sobrietà dei propri leaders oppure erano complici? Delle tre, forse, tutte e tre. Da Penati a Lusi, da Brentan (ex amministratore dell’autostrada Venezia-Padova) a tanti altri episodi oscuri dei tempi recenti e di quelli più remoti, tra banche, assicurazioni e rapporti privilegiati con l’alta finanza parassitaria nazionale ed internazionale, la fantomatica iridescenza etica del Pd diventa più nera di una carta carbone. Coscienza sporca e lingua lunga, ecco come si fa politica nel PD. Ma non tutti gli iscritti sono disposti, per disciplina di partito ed emergenza psicofascista di derivazione antiberlusconiana, ormai quasi fuori corso storico, a soprassedere agli scandali e alla “linea storta” del movimento di Bersani. Anche nel Partito Democratico ci sono persone che si vergognano della situazione e delle innumerevoli scelte sbagliate della ditta. Come emerge dalla lettera di un aderente, riportata sul sito de Il Giornale poiché, ça va sans dire,  essa non ha ricevuto asilo dagli organi d’informazione amici. Ecco cosa scrive un ex consigliere del PPI, poi confluito nel Pd, ai suoi Generali:

“1) quando avete fatto l’EURO come moneta NON SOVRANA, sapevate in che razza di tunnel cieco andavate a cacciare l’intera Eurozona ?
Io faccio il medico, ma capisco di economia quanto basta per sapere che la Tanzania, se si trovasse in un CIRCOLO VIZIOSO come quello in cui siamo noi oggi, potrebbe almeno mandare al diavolo il Fondo Monetario Internazionale e tutti gli altri GLOBOCRATI, e fare come l’Argentina che, dopo le disastrose ricette diktatele da quei medesimi “pompieri piromani” del FMI (definizione di Joseph Stiglitz, ex numero due -pentito- del FMI, e premio Nobel per l’economia), li ha finalmente mandati al diavolo, ha ripreso la sua SOVRANITA’ sul PESO, ha svalutato, ha investito massicciamente su infrastrutture e servizi socialmente utili, e oggi sta da Dio

2) Vi rendete conto che le “lenzuolate” di cui va fiero Bersani, e che non hanno avuto pari in tutta l’eurozona, hanno sortito il solo risultato di regalare ai Globocrati l’argenteria di famiglia? Forse che, dopo la privatizzazione, Trenitalia, Telecom, Alitalia, etc. offrono a noi cittadini servizi più cost-effective?

3) Come potete ancora pensare che le ricette dei due “SuperMario” (Monti & Draghi, entrambi diplomatisi “Pompieri Piromani” alla Goldman Sachs) possano avere altro effetto se non quello di abbassare ulteriormente il valore dei nostri asset pubblici per la gioia dei compratori a saldo, tipo (guarda caso) Goldman Sachs?
Dovremo NECESSARIAMENTE dichiarare default: possiamo solo scegliere se farlo PRIMA o DOPO aver permesso a Monti di svendere i pochi gioielli rimasti, compresa l’ACQUA PUBBLICA che ha fatto ribellare i cittadini contro TUTTA la classe politica (e giustamente: perché in economia voi TUTTI, da Storace a Vendola, vi siete bevuti le false diagnosi e le false ricette dei Globocrati).

4) Vi rendete conto del VUOTO POLITICO che state aggravando nell’elettorato progressista, costringendolo a rimpiangere perfino Craxi e la sua liretta svalutabile?

5) C’è nell’orizzonte politico qualcuno che abbia le palle necessarie per farci fare una inversione di rotta tipo Argentina? O che, almeno, incominci col dire “qualcosa di sinistra” o, più terra terra, “qualcosa di meno autolesionista”, “qualcosa di sensato”? (http://blog.ilgiornale.it/foa/2012/02/01/caro-pd-perche-non-rispondi-alla-tua-gente/).”

Già, chi tra i nostri antieroi democratici vorrà spiegare a questo appartenente deluso perché si appoggia Monti, uomo delle brigate finanziarie estere, del tipo di G&S e Trilateral, laddove quest’ultime si sono rese protagoniste in passato di saccheggi e aggressioni ai nostri averi statali? Chi tra Bindi, Bersani, Prodi vuol rispondere a queste domande semplici semplici sull’euro e sull’eurocrazia che ci stanno spingendo a fondo per sottrarci la speranza ed il futuro? C’è qualcuno lassù, tra finti rottamatori e immobili innovatori di mano lesta, che vuol battere un colpo senza mettere a segno altri colpi come quelli di Lusi? Mi spiace molto per questo consigliere in buona fede ma credo che, come ben sapeva Althusser, ci sono lettere che non arrivano mai a destinazione. Questa è una di quelle.

IL PRESIDENZIALISMO DELLA TRIPLA A

 

L’affermata agenzia di rating politico ‘Obam & Obam’ ci ha recentemente assegnatola Tripla A, dove A significa Affidabilità rispetto agli indirizzi dei gruppi di agenti strategici attualmente prevalenti tra i dominanti Usa. Ma questa Tripla A, la si è ‘meritata’ (sic!) grazie alla redistribuzione delle attribuzioni di poteri tra apparati statali, attuati sia all’interno dello stesso ordinamento costituzionale. Proprio quello stesso ordinamento verso cui ritualmente ci si chiama a prostrarsi o celebrarne i fasti o lo si brandisce come un’ultima trincea democraticistica.   Ma, come per il colpo di Stato giudiziario di Mani Pulite, anche l’azione che ha disarcionato il Cavaliere, sia nei soggetti che nelle modalità ha (di)mostrato l’ennesima volta che i sacerdoti del formalismo costituzionale italiano sono come dei preti che, o predicano agli altri di credere in Dio non avendoci però loro mai creduto o sono come coloro che ci credono a tal punto da non accorgersi che il loro ‘Dio è morto’.

 

Prima ridefinizione: il presidente della Repubblica quale leader dell’opposizione

 

A dispetto di ogni variante della modellistica costituzionale relativamente alla sovrapposizione dei ruoli politico-istituzionali, quando vigeva il governo Berlusconi è stato fatto notare che “E’ Giorgio Napolitano il nocchiero del Pd, e lo è già da un pezzo. Se del caso, il Presidente non esita a comunicare ai piddini il suo pensiero su qualche questioncina interna al partito, ma è su altri fronti che la parola del capo dello Stato è diventata legge. E’ lui che decide fino a che livello di aggressività sia lecito spingersi, in Parlamento e fuori, e stabilire quando debba prevalere la ‘responsabilità istituzionale’. E’ lui in fondo ad indirizzare la stessa politica delle alleanze, misurandone la praticabilità sul metro di quale tipo e quale tasso di opposizione il Paese possa a suo giudizio sostenere senza franare.” (1) Riporto di passaggio due sole altre titolazioni che segnalano lo stesso fatto: ‘Riforme, Napolitano striglia il Pd’  [Il Roma 17 aprile 2010], ‘Irritazione di Napolitano per le mosse del Pd’ [Il Foglio 6 maggio 2011]. Perciò un articolista aveva segnalato all’interessato se “Non le è arrivata voce al Quirinale che ogni giorno, sulla stampa e nei talk show, uomini e donne dell’opposizione la indicano come contraltare del presidente del Consiglio democraticamente eletto e dicono che solo Lei rappresenta il Popolo e il Paese?” (2).

 

Seconda ridefinizione: il governo riceve l’investitura da fonte di legittimazione esterna (gli Usa).

 

Si evidenzia qui il fatto che nella procedura che ha condotto all’incarico del presidente del Consiglio “un via libera importante all’incarico per Mario Monti arriva dalla Casa Bianca” (3): questa è una prima innovazione costituzionale che riscrive fattualmente l’articolo 92, per cui il presidente della Repubblica nomina sì il Presidente del Consiglio, ma  previo ‘Washington consensus’. Inoltre nel medesimo articolo si dice anche che “L’asse Obama-Napolitano spiana la strada a un governo Monti, lanciando un importante messaggio ai partiti italiani: chi è tentato di passare all’opposizione sappia che il governo tecnico ha la benedizione preventiva di Washington.” (4) Possiamo definire questo messaggio come ‘avvertimento costituzionale alla possibile opposizione’: sarà una svista di chi scrive, ma anche di ciò non ho trovato traccia nel testo costituzionale. Nel descrivere il processo che ha portato alla sostituzione di Berlusconi, il New York Times celebra ‘Re Giorgio’[dizione usata da ‘La stampa’] perché “Secondo il quotidiano Usa, ‘Napolitano è il silenzioso artefice della transizione”, una  “garanzia di stabilità in un periodo turbolento” che ha agito “dettando i tempi della soluzione e dei suoi contenuti”. Continua poi l’articolista ricordando che Napolitano “non è certo nuovo alle lodi americane. A lungo ha tenuto un filo con l’Amministrazione statunitense e con Barack Obama, nel grande freddo che era calato con Berlusconi” (5) Qui corre rammentare i paludati autori di un recentissimo volume storico sul Quirinale (6), che, sicuramente seguendo le indicazioni comparse in molteplici articoli su questo blog (!), hanno intitolato un paragrafo decisivo ‘L’importanza di quel viaggio americano’. Le ragioni di quel viaggio sono state giornalisticamente illustrate così: “Del resto da trentatré anni fa, da quando il primo dirigente del Pci andò in visita negli Stati Uniti nel 1978, e si trattava di Napolitano, il pragmatismo del futuro King Gorge, la sua cultura aperta, il suo europeismo, l’assenza di retorica italianista e di altri vizi nostrani lo ha reso un partner importante degli alleati atlantici.” (7)

 

Terza ridefinizione: il presidente della Repubblica orienta l’attività del governo

 

Nelle prerogative previste dagli articoli 87 e 88, non compare l’essere il capo dello Stato anche capo dell’Esecutivo, e neppure la facoltà di orientamento politico nei confronti di esso. Si vuole qui sottolineare non tanto il fatto che “Napolitano interagisce col governo”, ma che lo faccia in qualità di “garanzia di stabilità alla guida prudente della nave”(8). Proseguendo questa linea di ragionamento, Feltri ha potuto affermare che “è abbastanza irrituale che il garante della Costituzione e dell’Unità nazionale si trasformi in garante del premier da lui scelto (dopo averlo nominato senatore a vita) senza nemmeno consultare i partiti, il Parlamento. Egli, in sostanza, non sappiamo se volontariamente o no, ha confermato di avere assunto negli ultimi tempi un ruolo di guida politica più che di custode asettico delle istituzioni.” Per questo sostiene che  “quello in carica non si può definire esecutivo Monti, bensì esecutivo Napolitano-Monti.” .(9) Sia la figura del presidente del Consiglio che il ruolo del capo dello Stato assumono quindi un’altra veste: “Monti è qualcosa a metà tra il suo contabile e il suo ventriloquo. Più di una volta Napolitano ha annunciato alla stampa quello che Monti avrebbe detto ed è l’unico modo di sapere qual è il programma del premier, ignorato anche dai suoi ministri.”  Riportiamone un solo esempio: “Il Colle sempre più premier. Napolitano indica la via al Prof: ammortizzatori per aver la riforma.” (11). Un ulteriore segnale dell’accentuazione dei poteri presidenziali rispetto all’esecutivo, è stato poi il fatto che l’11 novembre,  dopo comunicazione telefonica con Washington il portavoce della Casa Bianca Carney ha tradotto l’apprezzamento nelle dichiarazione secondo la quale “Obama ha espresso fiducia nella leadership del presidente Napolitano per la messa in piedi di un governo ad interim che attuerà un programma di riforme aggressivo e riporterà fiducia sui mercati.” (12) 

 

Se non ci si colloca in un’ottica formalistica, rilevare che avvengano queste ridislocazioni fattuali di attribuzioni tra apparati è fisiologico, ma il punto decisivo consiste nell’individuare quali sono le ridislocazioni in atto, di che tipologia sono, a vantaggio di quale apparato ed a sfavore di quale, ma soprattutto per quali scopi sono state messe in atto ed in quali congiunture storico-politiche. Dal punto di vista sostanziale, la Costituzioneitaliana rappresenta la stabilizzazione giuridica degli equilibri (geo)politici seguiti all’esito della seconda guerra mondiale, e solo su questa base  si è potuto e dovuto trovare le dosate mediazioni tra le rispettive forze e culture politiche, del Pci e della Dc, nell’approntarla. All’interno dell’ordinamento così delineato (punto di equilibrio), si sono avute un insieme di spinte e contro-spinte che hanno, volta per volta, orientato tale ordinamento e le relazioni tra gli apparati  in cui si è condensato. L’insieme di norme costituzionali, codificando dati rapporti di forza, costituisce a sua volta un mezzo rispetto a quei rapporti (per la loro modificazione o conservazione). Ma le variazioni dei rapporti tra apparati possono però avvenire sia attraverso la modificazione di una norma, sia attraverso il suo mantenimento formale: perché non è la norma che definisce le attribuzioni e le relazioni, ma i rapporti (di forza) tra apparati. All’interno di tale ordinamento giuridico, lo stesso scopo può essere quindi perseguito sia attraverso linee ordinarie, se le circostanze lo consentono, oppure attraverso linee differenti, se le circostanze non lo consentono, ma sempre senza che, necessariamente, quel dato insieme di norme (Costituzione) vari formalmente. Il formalismo giuridico rimane invece dentro il cerchio magico della problematica circa la norma e la sua attuazione (o la sua mancata attuazione o le modalità della sua attuazione), come se una norma (o un insieme di norme) fosse autonoma e auto-propulsiva. Rimanendo dentro quest’ottica, nel caso dell’azione del presidente della Repubblica le opzioni diventano: ha rispettato la Costituzione, ha tradito la Costituzione, ha modificato una prassi costituzionale consolidata, ecc.  Invece se si parte dal punto di vista che  la Costituzione non né rigida né flessibile, ma pieghevole,  nella fattispecie della figura del capo dello Stato questa duttilità si dispiega su un  duplice piano. In primo luogo questa figura può indirizzare i propri interventi verso finalità diverse tra loro (conservazione o innovazione di un dato assetto politico-costituzionale) a seconda delle esigenze che contingenze storico-politiche differenti presentano per una data configurazione della sfera politica che la nostra formazione sociale ha assunto (o deve esser spinta ad assumere). In secondo luogo, il ruolo del capo dello Stato è versatile riguardo alle  modalità d’azione, che possono andare dalla sostituzione o affiancamento decisionale rispetto ad altri apparati statali (Governo e/o Parlamento) sino al lasciare operare questi altri apparati se le circostanze non richiedano il suo intervento. Per questo persino la manualistica costituzionale è giunta a definire nel nostro ordinamento giuridico il ruolo del capo dello Stato come “figura strutturalmente ambigua” (13).

 

Un’analisi giornalistica dell’apparato della presidenza della Repubblica ha evidenziato che vi è stato nel corso del tempo un processo di “amplificazione dei compiti e di moltiplicazione del personale” rispetto a chi “ha ideato la struttura della presidenza.” Ha quindi giustamente sottolineato in modo conseguente che  “Al Capo dello Stato sono stati attribuiti dei consiglieri – per gli esteri, per gli interni, per le finanze, per la giustizia e così via – ma questi personaggi, anziché limitarsi a informarlo doverosamente sui fatti riguardanti la loro competenza, hanno finito per guidare complessi e affollati uffici con impiegati, segretarie, uscieri, auto blu. Ministeri bonsai che riproducevano e riproducono nella Presidenza la grande struttura dello Stato. Il Quirinale come sintesi – in verità tutt’altro che sintetica – dello Stato.”. Però, da tali premesse, si sono state tratte le seguenti limitate conclusioni:il male oscuro non sta tanto in questo tipo d spese – comunque da ridimensionare – quanto nel modo in cui il Quirinale, pigmeo del potere stando alla Costituzione, s’è trasformato in un colosso burocratico” (14) Questo, perché concentrandosi sull’apparato della presidenza della Repubblica (che è il precipitato di un rapporto), se ne enfatizzano ad esempio gli ovvi costi e le dimensioni, ma non si può comprendere come la struttura e la funzione di tale apparato siano cambiate di per sé (al di là di ogni modifica formalmente codificata), diventando di fatto un centro direzionale della politica nazionale. Anche i paludati autori del testo storico prima richiamato, edito lo scorso anno, hanno dovuto riconoscerlo: “Non c’è dubbio che il Quirinale sia diventato, soprattutto nell’ultimo periodo, un’istituzione centrale, uno snodo fondamentale della vita politico-costituzionale. E che, in qualche modo, il suo ruolo sia fortemente mutato rispetto alle prime stagioni dello Stato repubblicano.” (15) Questo è vero ma non sufficiente, perché queste variazioni non si dispongono lungo un binario temporale lineare e progressivo, ma ciclico (sempre avendo presente il lagrassiano ‘tutto torna ma diverso’). A tal proposito un testo del 1971 sull’apparato statale presidenziale sosteneva con ragione che “Fra le cose che sono cambiate, ci sono anche i connotati del Quirinale, passato da una fase in cui il rispetto per il Parlamento e per il Governo rasentava l’ossessione del formalismo, ad altre in cui i poteri centrali dello Stato venivano, come vengono, condizionati dall’interventismo presidenziale, giunto a livelli pericolosi nelle ultime due gestioni [Segni e Saragat— Nota mia], e nell’ultima in particolare[Saragat—Nota mia]. Ai confini della democrazia. Il Quirinale è tornato, così, ad essere un potere fondamentale nell’organizzazione dello Stato.” (16)

 

Paradossalmente, anche un’ipotetica Terza forza, che puntasse ad una decisa rivendicazione della nostra indipendenza nazionale, potrebbe utilizzare l’attuale ordinamento come si è andato configurando, promuovendone un’ulteriore curvatura in senso presidenziale, se ciò favorisse il  raggiungimento di obiettivi quali la difesa della sovranità nazionale e dei propri margini autonomia nell’azione azione politica, interna ed internazionale. Oppure, tale Terza forza potrebbe anche fare interamente a meno del quadro costituzionale per perseguire gli stessi obiettivi, se tale assetto normativo venisse ritenuto ad un certo punto screditato o ostacolante. Affinché tale ipotetica forza politica assuma un orientamento teorico e politico adeguato a tali scopi, una mossa preliminare l’aveva indicata a suo  tempo lo stesso Giorgio Napolitano, allora esponente del Pci, nella sua Prefazione alla raccolta di scritti di Lenin ‘Rivoluzione in Occidente e infantilismo di sinistra’: occorre  evitare di “idoleggiare la democrazia borghese e identificarsi con essa”. (17)

 

 

 

NOTE

 

(1) Colombo ‘E’ Re Giorgio il nocchiero del Pd.’ Gli altri 8 aprile 2011

(2) De Angelis ‘Napolitano forse non ti accorgi che…” Il secolo d’Italia 29 luglio 2011

(3) Rampini ‘Obama chiama Napolitano’ La repubblica 11 novembre 2011

(4) Rampini ‘Obama chiama Napolitano’ La repubblica 11 novembre 2011

(5) Rampino ‘Il New York Times celebra ‘Re Giorgio’ ’La Stampa4 dicembre 2011

(6) Mammarella, Cacace ‘Il Quirinale. Storia politica e istituzionale da De Nicola a Napolitano.’ Laterza  gennaio 2011

(7) Aiello “ ‘Re Giorgio’ Napolitano incoronato dal New York Times’ Il Messaggero 4 dicembre 2011

(8) Rampino ‘Il New York Times celebra ‘Re Giorgio’La Stampa4 dicembre 2011

(9) Feltri ‘L’oro di Napolitano: sacrifici per gli altri.’  , Il Giornale 2 gennaio 2012

http://www.giornale.sm/l%E2%80%99oro-di-napolitano-sacrifici-per-gli-altri-di-vittorio-feltri-il-giornale/

(10) De Angelis ‘Il crollo del teorema Napolitano.’ Secolo d’Italia 6 gennaio 2012

(11) Libero 4 gennaio 2012

(12) Riportato in Cacace ‘Obama telefona a Napolitano’ Il Messaggero 11 novembre 2011

(13) Barbera, Fusaro ‘Corso di diritto pubblico‘ Mulino pag. 278

(14) Mario Cervi  ‘Quirinale, un elefante che non si mette a dieta’ ‘Il giornale’ 05 gennaio 2012

http://www.ilgiornale.it/interni/il_colle_elefante_che_non_sa_dimagrire/05-01-2012/articolo-id=565376-page=0-comments=1

(15) Mammarella, Cacace ‘Il Quirinale. Storia politica e istituzionale da De Nicola a Napolitano.’ Laterza  gennaio 2011   pag. 313

(16) Di Capua ‘Le chiavi del Quirinale’ Feltrinelli pag. 8

(17) Napolitano ‘Prefazione’ a Lenin ‘Rivoluzione in Occidente e infantilismo di sinistra’ Editori Riuniti pag. XIV

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