OSTIA CHE MAFIA! Di R.D.

strategia

La mafia ad Ostia c’è eccome! Nè più e né meno che nel resto di Roma. Ragioni particolari e contingenti hanno reso questa parte della città più visibilmente contaminata. Una componente della magistratura romana, quella giudicante, al contrario di quella inquirente, nega questa evidenza. Parla di atteggiamenti mafiosi, ma non di vera e propria costituzione mafiosa. La motivazione, abbastanza comica è che ad Ostia e più in generale a Roma, la pubblica opinione non è segnata da questa presenza come lo è a Palermo e Catania, o in Calabria, o a Napoli.
La mafia in realtà, dalle nostre parti, esiste in forma autoctona fin dai primi anni ’70. La Banda della Magliana, che in effetti era estesa a gran parte della città, anche se più capillarmente nel quadrante ovest che comprende anche, ma non solo, Ostia, è stata senz’altro un’organizzazione mafiosa, cioè gestita secondo una strategia elaborata collettivamente, dotata di una sua ideologia e largamente sodale con i corpi costituiti dello Stato. Ad essere precisi sodale con due Stati, quello italiano e quello vaticano. Essa ha dato luogo a delle filiazioni circoscritte in determinati ambiti territoriali ed operativi, ma di sicuro non per questo meno definibili come mafiosi. Certo, le forme della mafia romana non sono state, né sono quelle classiche dell’Italia meridionale. Essa non ha la forza culturale delle altre e non è quindi in grado di sviluppare un largo seguito sociale. E’ tuttavia in grado di infiltrare le cosiddette amministrazioni locali con piglio autoritario e decisionista. Anche l’amministrazione centrale comunale è stata ampiamente manomessa. L’effettiva differenza tra la mafia romano-lidense e le altre forme classiche, sta piuttosto nel suo non essere frutto di una storia autonoma del territorio. La mafia a Roma (e quindi anche ad Ostia) deriva da una modificazione genetica di gruppi malavitosi locali, determinata a livello di gestione politico-istituzionale nazionale. Il processo ha avuto certamente le sue motivazioni, varie e complesse, difficili da esporre in poche righe. Succintamente si può dire che la trasformazione e modernizzazione del capitalismo italiano, giunta a maturazione tra la fine degli anni ’60 ed i primi anni ’70, aveva aperto delle faglie tra diversi agglomerati di produzione e di potere presenti nella capitale che si fronteggiavano in termini di alleanza-competizione e che in qualche misura andavano colmate. In parole più semplici, gli anni immediatamente susseguenti al boom economico hanno dato luogo ad aree di arricchimento e di crescita di potere, illegali o semi-legali che dovevano essere occupate e su cui si è innestata una dinamica di conflitti ed alleanze tra poteri forti vecchi e nuovi, presenti nella Capitale. Mi riferisco in primo luogo al massacro del territorio attraverso una selvaggia speculazione edilizia ed allo sviluppo esponenziale del mercato degli stupefacenti.
Va detto, per essere precisi, che la questione andrebbe a sua volta inquadrata in un contesto assai più ampio, riguardante l’intero territorio italiano con le sue connessioni internazionali, ma per restare alla sola città di Roma, diremo che il folto sottoproletariato periferico, accresciuto a dismisura dalle immigrazioni del secondo dopoguerra ed opportunamente innestato da robusti sostegni fascio-pariolini (la zona bene della città), ha fornito una eccellente ed entusiasta manodopera ai processi di accrescimento di questo nuovo modello di sviluppo. L’accumulazione originale scaturita dai sequestri di persona dei primi anni ’70, ha trovato il suo investimento nello spaccio di stupefacenti, a sua volta reinvestito in forme sempre più imprenditoriali di arricchimento e potere estorsivo e corruttivo.
E’ facile comprendere che in contesto iper-controllato come quello romano questo sviluppo, soprattutto nelle sue estensioni di controllo territoriale, non avrebbe potuto aver luogo senza un largo consenso politico. Anzi, data la caratteristica storicamente dispersiva della città, esso non avrebbe potuto nemmeno iniziare a formarsi, perlomeno non con modalità così repentine e ben indirizzate. La mafia romana è sorta, sulla scia dell’esperienza (e della presenza) delle forme meridionali classiche, per precisa volontà dei poteri forti presenti in città, tanto di rappresentanza politico-economica che di apparati amministrativi e di sicurezza.
Si trattava di mettere in moto e controllare nuove forme di produzione di ricchezza e di controllo e consenso sociale, non necessariamente legali, anzi, tanto più redditizie quanto meno ossequiose della legge. Le piccole, aggressive, bande locali sparpagliate nelle varie zone, sono state riunite per amore o per forza sotto un’unica direzione, a sua volta ben gestita ed amministrata dall’alto. Il gioco è proseguito per più di un decennio, accompagnando e determinando il mutamento morfologico culturale e politico della città. Roma si è ingigantita mostruosamente, assumendo allo stesso tempo una dimensione sempre più sciatta e “coatta”, con un’idea del territorio fatta assai più di predazione che di appartenenza. Priva di adeguate infrastrutture è stata inesorabilmente soffocata da un mare di lamiere automobilistiche e di incuria a cui nessuno ha potuto e soprattutto voluto, porre rimedio. Per farlo si sarebbero dovuti intaccare poteri ed interessi estremamente ben radicati, difficili da scalfire ed assai pericolosi da sfidare. Nessuno ha mai veramente osato. Nè tuttora nessuno osa.
La concezione generalista della Banda della Magliana, ormai non più necessaria, si è andata nel tempo esaurendo, dando luogo ad una serie di isole di mafiosità sparse per tutto il territorio cittadino, non più connesse come un tempo, ma non per questo prive di collegamenti centrali. Prova ne sia il permanere, anzi l’accrescersi di vaste aree di corruzione all’interno dell’amministrazione capitolina, sia centrale che periferica. Corruzione, speculazione ed abusivismo hanno accompagnato e disegnato lo sviluppo della città, segnandone ad un tempo crescita economica e decadenza strutturale. Ampi strati di sottoproletariato urbano hanno trovato in questo sistema il loro riscatto economico, ma non il loro riscatto sociale, mentre un enorme patrimonio creativo, produttivo non solo economicamente, ma anche dal punto di vista culturale ed estetico, è stato completamente dissipato.
L’ormai fin troppo evidente disfacimento della città, è stato un elemento, anche se non l’unico, che ha dato luogo alla recente offensiva antimafiosa. L’ambivalenza delle sentenze invece, il segnale del livello di scontro attivo tra i poteri forti tuttora ovviamente presenti e governanti il tessuto cittadino.
La riforma di Roma è ancora lontana dal farsi. Alla corruzione si alterna l’incompetenza, come l’anno e mezzo di paralitico non-governo grillino testimonia con larga evidenza.
Ora si giunge alle elezioni nel Decimo Municipio del Comune di Roma, quello di Ostia appunto, ma anche di tutto il suo enorme entroterra. Un piccolo esercito di rinnovatori, vecchi e nuovi, si propone per il riscatto di questo territorio. Le idee sono quelle di sempre, non particolarmente originali. C’è chi si concentra sull’abbattimento del “lungomuro” che impedisce vista ed accesso al mare, chi sulle piste ciclabili, chi sul recupero di questa o quell’area di pregio e/o degradata. Tutte belle intenzioni, ma prive ormai anche solo di un minimo di credibilità e di forza. Che a tali elezioni si dia il valore addirittura di un test nazionale, la dice lunga sul come siamo messi in questo paese.
Personalmente non mi sento rappresentato né dalle persone, né dalle (poche) idee, né dalle promesse e quindi mi asterrò dal voto. Sento intorno a me grande confusione e sfiducia, ma credo che alla fine, come sempre, la maggioranza andrà a votare. Suppongo che, per disperazione, i grillini otterranno, sia pure in pesante calo, il maggior numero di consensi al primo turno. Credo che comunque sia si andrà al ballottaggio tra grillini e centro-destra che a mio avviso non partirebbe battuto. Sui cosiddetti sinistra e centro-sinistra, con i loro addentellati parrocchiali, direi di stendere un pietoso velo di silenzio.

Roma (Ostia) 3 Novembre 2017

QUERELATO IL SITO CONFLITTIESTRATEGIE

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Il nostro sito è stato querelato. Per motivi di riservatezza non entreremo nei dettagli ma diremo soltanto che la querela è stata sporta, secondo gli atti verbalizzati, dal filosofo torinese Diego Fusaro, per un articolo del 2013 che potete trovare qui.

Secondo i nostri avvocati non sussustono gli estremi di alcun reato ed, inoltre, si parla di un pezzo di alcuni anni fa. Ovviamente, ci auguriamo che tutto venga archiviato per l’inconsistenza del fatto. Riteniamo però grave il ricorso a simili sistemi per silenziare le voci dissenzienti. Andremo avanti nel nostro lavoro ma occorre segnalare il clima in cui si vive ormai  in Italia.

NON CONFONDERE GLI EFFETTI CON LA CAUSA (di GLG)

gianfranco

qui

Mi sbaglierò, ma così si cade nella trappola di chi persegue scientemente determinate finalità di annientamento di ogni reale opposizione a forze politiche (e non solo tali), che stanno devastando il nostro paese per mantenere il loro potere tutto sommato più debole di quanto non sembri. Intanto, cominciamo con il dire che probabilmente il fenomeno migratorio non è stato espressamente voluto. E’ il risultato di quella politica, da me definita del caos, che gli Usa di Obama (con l’uso di determinati sicari europei, certamente avvantaggiatisi per i loro sporchi servizi; parlo di Francia e Inghilterra, gli aggressori espliciti della Libia di Gheddafi) hanno posto in atto con una punta particolarmente acuta nel 2011, anno della cosiddetta “primavera araba”, fatta passare – e appoggiata dalle varie organizzazioni anche di “estrema sinistra” – per grande rivolta in favore della democrazia e libertà dei popoli arabi.
Una volta messosi in moto il processo migratorio, con modalità massicce che ritengo non previste in anticipo, esso è stato “opportunamente” cavalcato da diverse organizzazioni. Intanto quelle criminali (dei cosiddetti “scafisti”) per motivi prevalentemente economici. Al seguito sono quasi subito andate le ONG; in parte per gli stessi motivi di profitto, in parte perché si rafforzano comunque i loro legami – che significano appoggi assai promettenti – con vari altri gruppi organizzati, che hanno finalità più propriamente politiche, di controllo dei governi europei (ed “europeisti”) e della stessa UE. Non a caso, queste ONG (in netta maggioranza) hanno rifiutato di firmare il codice di regolamento proposto dal governo italiano: qui. E, appunto, il governo niente farà per attuare, anche con le cattive, ciò che era stato proposto, per tacitare in parte l’opinione pubblica, con le buone. Quelle proposte si dimostrano così dei puri paraventi per fingersi intenzionati al controllo del fenomeno, che sta investendo con violenza soprattutto l’Italia.
In questo modo, si accentuerà quanto si sta facendo nei luoghi di partenza delle migrazioni per ingannare, con bugie e promesse di nuovi e più favorevoli condizioni di vita, i partenti, proprio quelli che hanno discrete disponibilità di denaro per pagarsi il trasbordo. Ciò, lo ripeto, favorisce economicamente i farabutti che effettuano lo stesso, salvando talvolta i malcapitati che incontrano particolari difficoltà, con qualche percentuale di annegamenti. Costoro hanno denaro e anche buone condizioni fisiche per affrontare il periglioso e faticoso viaggio; ecco perché le foto e i filmati dei barconi e degli arrivi mostrano in grande prevalenza giovani maschi, ben robusti e in carne. Nei paesi di accoglimento, ormai soprattutto l’Italia, gli immigrati favoriscono, economicamente, imprenditori che tutto fondano su bassi salari e lavoro in nero; e poi, politicamente, un ceto che si pretenderebbe dirigente ed è di una inettitudine e pochezza amministrativa e governativa (in politica interna come estera) che il nostro paese, pur non eccelso, non aveva mai prima conosciuto. Parleremo in altra occasione di quelli che alcuni sciocchi, in falsa e altrettanto inetta opposizione, chiamano ancora comunisti. Si tratta in realtà di post-piciisti e di coloro che ne hanno più recentemente preso il posto; sono particolarmente incapaci e dannosi. Proprio per questo si servono degli immigrati come sostanziale base di manovra; un domani magari anche elettoralmente, oggi per creare disordine, dis-integrazione, dissoluzione delle nostre strutture d’ordine.
Infine, non va dimenticata la nostra disgrazia culturale che risale al ’68 e al ‘77 (specificità italiana) e ai giovani – sia gli intellettualoidi sia i violenti e asociali dei centri detti sociali – che ne seguono i torbidi insegnamenti. Sia i vecchi di mezzo secolo fa sia i loro simili delle nuove generazioni hanno occupato tutti gli spazi d’informazione, sono ampiamente foraggiati da un’imprenditoria che sta liquidando l’industria italiana (in specie quella strategica) e trovano appoggi da parte del suddetto ceto politico (in specie post-piciista), che gode purtroppo di complicità varie anche in chi sostiene di appartenere all’opposizione. Gran parte di questa genia, vera peste della società italiana, gioca da tempo all’“antifascismo”. Gli appartenenti ad essa chiedono retribuzioni e appannaggi milionari, vivono nelle località e abitazioni di lusso o di estrema agiatezza, ma si rifanno, da falsoni quali sono, a coloro che avevano comunque passato qualche anno di vita clandestina e poi in montagna a fare guerriglia; e se costoro avessero catturato gente simile a quella oggi “antifascista”, l’avrebbe passata per le armi senza nemmeno un minuto di processo.
Insomma, siamo nella vergogna più nera; e non si sa ancora come liberarsi di simili cialtroni. Purtroppo, parte della popolazione, ormai esasperata dalla situazione creata da questo massiccio fenomeno simile ad un’invasione, tende a scatenarsi contro l’effetto e non la causa. Se la prende con gli immigrati, che certamente cominciano a commettere azioni indebite, dovute spesso alla disillusione dopo che si erano loro create tante illusioni per farli partire dai luoghi d’origine. Stiamo attenti perché si rischia di fare il gioco dei farabutti, dei sedicenti “sinistri” e ancor più sedicenti “antifascisti”. Ormai sono “storicamente” finiti, non hanno più nessuna risorsa politica e culturale. Occupano, però, ancora ogni spazio possibile in entrambe queste sfere sociali e in quella economica, piena zeppa, lo ripeto, di industrialotti (e finanzieri) incapaci e imbroglioni (talvolta autentici delinquenti). Essi sperano solo di poter utilizzare il caos immigratorio – e magari di assoldare bande di “delusi” diventati violenti – per mantenersi a galla. Questi sono i nostri veri nemici.
Ribadisco ossessivamente: non confondiamo l’effetto con la causa. Questa risiede in una parte dei nostri connazionali, ormai irrecuperabili e da sistemare “tagliando loro il pelo”. E si lotti anche contro chiunque voglia approfittare delle loro difficoltà per vendersi meglio, aiutandoli di fatto nella loro opera ormai distruttiva della società italiana. Falsa “sinistra” e finti “antifascisti” – e chiunque ammorbidisca la sua opposizione a questi abominevoli risultati di una lunga storia di degrado – sono i veri nemici da combattere senza alcuna esitazione residua.

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ONOREVOLE BOLDRINI, PERCHÉ NON DEMOLIAMO ANCHE I LAVORI DELLA BONIFICA E TORNIAMO ALLE PALUDI PONTINE? Di Francesco Mazzuoli

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Onorevole Boldrini,

Ella ci fa sapere come taluni partigiani si sentano ancora offesi dalla presenza di monumenti del ventennio fascista;  io, invece, appartengo ai milioni di italiani che Le fanno sapere che sono stanchi di veder sventolare la bandiera dell’Unione Europea sulle proprie città, e sognano un tempo in cui esporla sarà reato.

Che ci vuole fare, cara Signora, sono un italiano nostalgico, tuttavia non del ventennio, che non ho vissuto, ma del futuro che non ho più.

Nelle Sue esternazioni, così piene di accorata e squisita sensibilità, ravviso l’ennesimo esempio  della propaganda più subdola, tesa a  cancellare qualunque simbolo identitario potenzialmente collegabile alla difesa degli  interessi nazionali del nostro popolo.

È l’operazione di cancellazione della storia e, quindi, dell’identità e dell’appartenenza di un popolo alla propria terra, in ordine alla costruzione di anonimi territori coloniali euro-americani, sprovvisti di storia comune e abitati da individui sradicati in perenne conflitto tra loro. Non è colpa Sua, me ne rendo conto, se tale disegno, basato sulla distruzione degli Stati nazionali,  passa necessariamente  per l’annichilimento dell’identità dei popoli, della tradizione,  e del legame con il proprio territorio. Non è colpa Sua, se comporta l’annientamento dei popoli stessi per come li conosciamo, fisicamente cancellati e sostituiti con immigrati di culture differenti e inassimilabili, in modo da costruire un mosaico multietnico di interessi contrastanti e inconciliabili in nome di un interesse comune, che si riconosca in un territorio e voglia difenderlo.

È il modello della società globale disegnato dai poteri forti americani, di cui l’Unione Europea è il laboratorio più avanzato; un modello anticipato e rappresentato da internet: una indistinta e virtuale rete mondiale, abitata da un essere umano de-territorializzato, che esiste appunto in questo non luogo geografico e in un eterno presente, creato mediante la  simultaneità degli scambi.

Per realizzare una società siffatta, naturalmente, oltre alla storia, bisogna ignorare anche la geografia (e a ciò ha pensato la Sua collega Gelmini, proponendo una riforma scolastica in cui l’inutile e noioso studio di questa materia è stato abolito).

Lo sa, cara Signora, che ogni mese nel mondo scompaiono due lingue? Ma -giustamente – cosa gliene importa a Lei di simili questioni astratte ed accademiche, basta che i bambini facciano un buon corso di inglese, un paio – anzi una dozzina – di vaccinazioni,  e non avranno problemi: ci sono tanti bei posti per emigrare… – chiedo venia:  migrare.

Io, Signora, non vorrei sbagliare, però, per i miei figli – se avessi potuto permettermeli –  mi orienterei più per un bel corso di Cinese o di Russo…

Tuttavia, ipotizziamo per un momento che Ella, onorevole Boldrini, abbia ragione e che sia necessario cancellare la memoria di quell’esecrabile periodo. Io, allora – se mi permette –  avrei un umile suggerimento da darLe: perchè non demolire anche i ponti,  le strade e le ferrovie? Lo sa che – purtroppo -durante il ventennio ne furono costruiti molti chilometri? Glielo hanno detto? C’è scritto su quei foglietti che tanto solertemente e con tante difficoltà legge in pubblico?

E, a questo punto, perché non distruggere anche i lavori di bonifica, che hanno permesso a tanti italiani oppressi dal fascismo di lavorare la terra e di sopravvivere? Non trova anche Lei “orribile” lo skyline di Latina?

Vuol mettere la meraviglia di quegli acquitrini delle paludi pontine restituiti al loro antico splendore e popolati nuovamente di variopinte specie di uccelli, piuttosto che dai discendenti di quei coloni italiani con le mani callose e il brutto vizio di coltivare la terra? Sa che festa per Legambiente e che bei servizi su National Geographic?

E poi si potrebbe ricostruire tutto daccapo, stavolta con alacri e marmoree braccia migranti;  e magari, al posto delle fastidiose e ronzanti mosche, erigere qualche brulicante moschea, per abbellire il paesaggio e integrare i nuovi coloni, che donerebbero finalmente al panorama un tocco multiculturale, mi spingo a dire di poeticamente ecumenico. https://www.youtube.com/watch?v=9RQEhaYbJ40

Sa quanto lavoro per i nerboruti immigrati? Oddio, mi perdoni, si chiamano migranti. Mi scusi anche per “l’oddio”, lo so che qualcuno si può offendere; mi suggerisca lei le parole: ecco, facciamo come con i nuovi genitori gender: “Divinità n.1, n.2, ecc.”, le caratteristiche di ciascuna strettamente normate dall’Unione Europea.

Ma sto divagando, torniamo ai nostri amici immigrati, da accogliere a braccia aperte:  sappiamo tutti che si spaccano la schiena solo per pagarci le pensioni, ce lo ha detto anche l’onorevole D’Alema: http://accademiadellaliberta.blogspot.it/2017/07/dichiarazioni-scioccanti-di-dalema-vi.html
Non vorrà mica che finiscano a rubare? Non ci sarebbe gara: in quel campo, ci  dite da decenni,  noi italiani siamo imbattibili. Via, li conosciamo, questi ragazzoni venuti a darci una mano:  sono specchi di onestà, ma non possono mica tutti chiedere l’elemosina! A chi dovrebbero chiederla poi, ora che anche noi italiani siamo finiti a chiederla?

Eh sì, cara signora Boldrini, Ella ha intuito la strada giusta, ma persegua (mi perdoni il lapsus, volevo dire prosegua), non arretri di fronte ai beceri rigurgiti di nazionalismo di un Paese morente. Resista! A breve non ci saranno che immigrati e voteranno tutti per Lei e per la sedicente sinistra.

In quel mondo meraviglioso che Lei preconizza, persino le camicie nere saranno finalmente proibite, a meno che non siano firmate da Dolce e Gabbana (mi consenta però di dirLe che è un peccato, perché, considerando come saremo ridotti, reggerebbero meglio lo sporco…); l’unico vero rimpianto è che non ci sia più Michael Jakson: sa che testimonial meraviglioso? Oggidì farebbe altrettante operazioni per tornare negro e potrebbe tenere un concerto in mondovisione da piazza S.Pietro, con omelia del Papa sull’accoglienza e accompagnamento di uno scatenato Bill Clinton al sassofono.

Vada avanti, Signora, non pensi a noi che grazie alle leggi europee che continuamente votate non abbiamo più futuro , e, a quanto pare, tra un po’ nemmeno un passato.

Francesco Mazzuoli

L’UE ci scarica i migranti. Ennesima umiliazione al vertice di Tallinn. (di A. Terrenzio)

immigrazione

 

 

L’Italia e’ sola nella gestione dell’emergenza migranti. Nell’incontro informale tenutosi in Estonia, l’Italia riceve solo frasi di solidarieta’ astratta che si risolvono con un nulla di fatto. Lo stivale e’ ridotto a campo profughi d’Europa.

Pochi giorni fa anche il Presidente francese Macron aveva rinnovato l’impegno formale nella regolazione dei flussi, con la disponibilita’ ad accogliere solo i rifugiati di guerra e di fatto chiudendo le porte al resto dei migranti al confine con Ventimiglia.

L’Austria invece, col ‘Verde’ Van Der Bellen, ha paventato lo schieramento dei carri al confine col Brennero.

Anche la Spagna minaccia di chiudere i porti e ci sbatte la porta in faccia.

L’Italia e’ stata abbandonata dai membri dell’UE disposti a mostrare una solidarieta’ solo verbale ma che in concreto si traduce in menefreghismo sostanziale.

Lo spettacolo offerto dall’attuale classe politica del nostro Paese e’ sconcertante. Le sterili proteste del primo ministro Paolo Gentilioni non hanno generato nessun effetto su Bruexelles che continua a scaricarci i costi economici, sociali e di sicurezza dei continui sbarchi.

Intanto sembra prendere corpo una verita’ scioccante sul presunto accordo tra il governo Renzi e gli altri membri UE. L’ex primo ministro avrebbe infatti accordato una maggiore flessibilità’ sui conti pubblici in cambio della disponibilità ad accogliere i migranti salvati nel Mediterraneo.

La prima ad ammetterlo e’ stata l’ex ministro degli esteri Emma Bonino sotto il governo Letta: “ siamo stati noi tra il 2014 ed il 2016 a chiedere che gli sbarchi avvenissero in Italia”. A confermare le sue parole arrivano anche le dichiarazioni dell’ex MdD Mauro, sotto il medesimo esecutivo. Intervistato da Gian Micalessin, l’ex ministro ha dichiarato: “fu il governo Renzi con il ministro Alfano a siglare nuovi accordi che prevedevano che tutti i migranti recuperati dalle missioni europee arrivassero sul suolo italiano”.

Gli accordi Frontex plus e Triton furono firmati in cambio di piu’ flessibilita’ sui conti da parte dell’UE.

L’ex premier adesso sembra aver cambiato rotta riguardo la strategia da adottare nei confronti del fenomeno e parla di rimpatri e di intervento sulle coste libiche.

Siamo in balia di autentici delinquenti, pronti a gettare la nazione nel caos pur di raccattare qualche mancia o di galleggiare ancora per qualche tempo.

Sarebbero da mettere al muro o da processare per alto tradimento. Continuano ad umiliare e mettere in pericolo la nazione.

Le stesse ammissioni dell’ospite del Bilderberg Emma Bonino, dovrebbero generare quantomeno un’inchiesta parlamentare e far cadere diverse teste al Viminale.

Un accordo volutamente nascosto agli italiani, in aperta violazione dei Trattati di Dublino, sta passando sotto il silenzio dei media. Un atto gravissimo che sta mettendo in pericolo la sicurezza e la sopravvivenza della nostra nazione, ormai porto franco di tutti i disperati della terra.

Renzi nell’ultima dichiarazione del suo libro sostiene la necessita’ di uscire dalla logica buonista e terzomondista, l’impossibilita’ di accogliere tutti, fissando un tetto per i migranti. Qualche suo spin doctor gli fa citare addirittura Regis Debray ed il suo “Elogio delle Frontiere”. Il “Bomba” le spara sempre piu’ grosse fino a ricalcare il programma di Salvini.

A superarlo solo la PdC Boldrini che apre bocca solo per autoridicolizzarsi: “Dobbiamo affrontare la questione africana con un piano di investimenti se non vogliamo essere destabilizzati dal fenomeno migratorio”.

Dopo aver sbandierato il principio dell’accoglienza, il bisogno di “risorse” e lo stile di vita “migrante”, adesso anche la Boldrini sembra svegliarsi.

Ma forse ai piu’ non e’ chiaro il motivo di questo repentino cambiamento di posizione sugli sbarchi.

Non e’ infatti un caso che Renzi ed il Pd stiano accelerando sullo “ius soli”. Il Governo vorrebbe far passare la legge sulla cittadinanza: ius soli in cambio di “migranti a numero chiuso”.

Con tale legge, oltre 800mila “nuovi italiani” rappresenterebbero la nuova manna elettorale della sinistra, ai quali andrebbero ad aggiungersi 50/60 mila nuovi italiani annui. Se si pensa che nelle ultime cinque elezioni, il vantaggio che ha consentito alla maggioranza di governare e’ stato inferiore ai 500mila voti, si capisce il perche’ di tutta questa fretta nel far passare la legge.

Quello dell’immigrazione sarebbe inoltre un grande business, gestito dalle tante organizzazioni ed associazioni che si occuperebbero delle pratiche di assistenza ai migranti.

Senza menzionare l’influenza nefasta della sinistra radical chic e dei salotti buoni, che per convinzione o tendenza benedice ogni forma di meticciato globale, infamando di “intolleranza” e “razzismo” chiuque sollevi dei dubbi sulla bonta’ del multiculturalismo.

IDIOZIA E DOLO come titola appunto Gianpaolo Rossi sul Giornale.it: “La sensazione e’ che l’Italia si appresti a diventare un test di laboratorio, la sperimentazione di come dissolvere uno Stato nazionale ed imporre modelli sociali e politici funzionali alla globalizzazione apolide”.

La sinistra globalista che si fa dettare l’agenda da Soros, sta avallando in modo criminale un disegno ed uno “schema indotto” per disarticolare il tessuto etnico/sociale del nostro Paese.

Il risultato non sarebbe solo creare una “guerra tra poveri” tra autoctoni ed allogeni, ma distruggere ogni vincolo culturale e nazionale.

I mondialisti pronti ad abbattere ogni muro, ignorano la criminalita’ del loro progetto e dei danni esso causera’ nel futuro prossimo.

Come andiamo ripetendo ormai da diverso tempo, solo un colpo di mano militare potrebbe salvarci dal baratro.

Il malessere del Paese e’ stato sondato dal sito Scenari Economici: gli Italiani sarebbero favorevoli ad un golpe militare per porre rimedio alla situazione di caos politico e migratorio, posto in essere dal governo Gentilioni. E’ segno che la misura e’ colma ed i nostri sgovernanti stanno giocando col fuoco.

Dovremmo avere un governo che faccia valere le proprie ragioni in sede europea e pretenda la condivisione concreta del collasso migratorio, che minacci l’intervento diretto della propria Marina Militare, in mare territoriale o direttamente sulle coste libiche, la chiusura immediata dei porti della penisola.

Purtroppo per noi, non abbiamo nessuna speranza che tali misure di emergenza nazionale vengano attuate da questo governo di traditori e bugiardi.

 

 

 

 

 

A CHE COSA SERVE LA PROPAGANDA GENDER?

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Di Francesco Mazzuoli

Alzi la mano chi avrebbe voluto due padri: a me, sinceramente, uno è bastato e avanzato…
Comincio celiando perché l’argomento è complesso. Accennerò soltanto ai contorni filosofici del tema, perché il mio scopo è quello di andare dritto alle funzioni della propaganda gender, all’interno del più generale sistema di propaganda a sostegno del progetto di ingegneria sociale mondialista e transumano.
La domanda filosofica di base è la seguente, premessa di qualunque speculazione sociologica e specialmente di quella in argomento: dove finisce l’aspetto biologico dell’uomo e dove comincia quello culturale?
È bene subito far presente che la risposta definitiva al quesito non è stata ancora data e probabilmente è impossibile da dare, vista l’enorme influenza dei fattori ambientali e culturali nel comportamento dell’uomo e lo stretto, spesso inestricabile, embricarsi di questi ultimi con i fattori genetici.
Certamente, la provenienza disciplinare degli studiosi (e, tristemente, ancor di più la difesa di steccati accademici) orientano la risposta. Per fare degli esempi abbastanza noti, si può citare la sociobiologia di Edward O. Wilson, dove l’accento cade sulla determinazione genetica del comportamento; ovvero all’opposto, l’ambientalismo radicale di Burrhus Skinner, secondo cui il comportamento umano è interamente manipolabile e determinato dai cosiddetti rinforzi ambientali: cioè i comportamenti si instaurano o estinguono in base ai premi o le punizioni comminate dall’ambiente sociale. Personalmente, sono d’accordo con molte delle risultanze scientifiche dell’etologia umana, che vede l’uomo non come una tabula rasa, bensì un animale con un corredo istintuale molto vasto e limitante; tuttavia, avendo una formazione psicologica, al contempo riconosco la manipolabilità dell’uomo, attestata da una ampia letteratura scientifica.

Parlando della presunta dicotomia natura-cultura, non possiamo ovviamente tralasciare il punto di vista dell’antropologia culturale, disciplina che più di ogni altra ha studiato la specie umana in contesti diversi. Possiamo, così, osservare come anche il comportamento sessuale, pur essendo un istinto biologico primario, è nell’uomo impregnato di elementi culturali: basti pensare al fatto che il tasso riproduttivo è tenuto sotto controllo proprio mediante pratiche culturali, (forse alcuni si meraviglieranno, ma persino nelle società a livello etnologico esistono pratiche di contraccezione elaborate).
Quello appena citato è un esempio di come biologia e cultura siano strettamente embricati; ma un altro caso da manuale è il tabù dell’incesto, il quale, se da un lato ha un ruolo biologico, permettendo una maggiore varietà genetica attraverso la riproduzione esogamica, dall’altro rende disponibili figlie e sorelle per scambi femminili interfamiliari, che creano alleanze politiche e strutturano la società.

Entriamo, in tal modo, nel cuore del tema che ci riguarda: il ruolo sociale strutturante della classificazione sessuale. Infatti, la divisione sessuale maschio-femmina ha un ruolo cognitivo fondamentale, attraverso il quale nasce lo stesso concetto di differenza sociale di base (se non il concetto di “differenza” tout court), senza il quale probabilmente non è pensabile nessuna organizzazione di società umana.
La ricerca antropologica (già Linton in Culture, Society and the Individual, 1938) ha messo in luce una tassonomia di elementi comuni e costituenti di tutte le società, che ne determinano l’organizzazione: la divisione sessuale; la classificazione per età; i legami fondati sulla parentela di sangue; i legami sociali volontari; la classificazione gerarchica di prestigio.
Alla luce di queste nozioni, arriviamo a comprendere una prima fondamentale funzione della propaganda gender: scardinando l’ordine sessuale tradizionale, scardina la base stessa dell’organizzazione sociale esistente. E ciò ci dà una misura della radicalità e della violenza del programma di rimodellamento sociale concepito ai piani alti del sistema mondialista. L’attacco all’ordine sessuale è, quindi, l’attacco al cuore della società, tramite il quale un’altra architrave finisce definitivamente in pezzi: quella della famiglia, del resto già aggerdita da divorzio e femminismo.
Notiamo, di passata, che in questa lotta senza quartiere alla società esistente, anche l’ordine su base “anagrafica” è aggredito e sconvolto: presto l’assenza di coperture previdenziali e sanitarie pubbliche falcidieranno la terza età e l’eutanasia – preconizzata da Jacques Attali e accompagnata da campagne mediatiche ad effetto – sarà il pronto rimedio ad una intollerabile vecchiaia di povertà e solitudine, misera al punto da rendere i romanzi di Dickens barzellette per tirarsi su. La parte rimanente della popolazione bianca (tranne i bambini, sempre di meno) – come già si può cogliere osservando i rincitrulliti e ossigenati ambosessi in blue jeans nati all’inizio degli anni ’50 – costituirà un’unica indistinta classe di età, vestità allo stesso modo dai quindici ai sessant’anni. Diceva Dino Risi che si dovrebbe morire a ottant’anni per legge; sbagliava: si dovrà morire molto prima. (Mi dilungo un po’, ma è interessante pure osservare come nelle società dei cacciatori raccoglitori, nomadi, gli anziani siano abbandonati al loro destino, esattamente come inizia a succedere nel nuovo nomadismo mondialista della società tecnologico industriale senza frontiere).

E scopriamo, allora, un’altra funzione essenziale della propaganda gender, rubricata nell’agenda delle élites che modella le nostre vite e le nostre morti: quella di ridurre la popolazione. I rapporti omosessuali, infatti, sono per definizione sterili e non a caso, nella storia e nelle diverse società, le pratiche omosessuali non sono state mai promosse od imposte, perché ciò avrebbe provocato l’estinzione della specie. Qualcuno dirà: ci saranno gli uteri in affitto; certo, ma se li potranno permettere solo gli omosessuali più abbienti e le nuove balie del duemila – ovviamente di modesta estrazione – anziché allattare, partoriranno.

Ma la propaganda gender oltre che da distruttore, funge anche da enorme distrattore, convogliando sulla sua grancassa mediatica l’interesse di popolazioni inebetite, che dovrebbero pensare a problemi forse più importanti, quali la propria sopravvivenza non più garantita. Invece, mentre si smantellano diritti, possibilità, livelli di benessere ottenuti attraverso secoli di lotte, l’attenzione è indirizzata sulla grande conquista di potersi sposare con qualcuno dello stesso sesso. Il mio consiglio a questi fortunati, è di godersi la cerimonia, visto che vivere insieme a lungo sarà piuttosto difficile, se nessuno dei due sposi potrà avere un lavoro.

E approdiamo ad un altro punto nodale della nostra analisi: la propaganda omosessuale come strumento politico.
Il progetto imperiale, come ho già scritto in http://www.conflittiestrategie.it/2017-fuga-dalleuropa-di-francesco-mazzuoli, prevede la creazione di anonimi territori coloniali, sprovvisti di storia comune e abitati da individui sradicati in perenne conflitto tra loro.
Questo disegno passa dalla distruzione dell’identità dei popoli, della tradizione, e del legame con il proprio territorio. Comporta l’annientamento dei popoli stessi per come li conosciamo, fisicamente sostituiti con immigrati di culture differenti e inassimilabili, in modo da costruire un mosaico multietnico di interessi contrastanti e inconciliabili in nome di un interesse comune, che si riconosca in un territorio e voglia difenderlo. In quest’ottica, l’imposizione dei diritti del “diverso” – divenuto per legge uguale, in primis attraverso la propaganda gender – è appunto il grimaldello per giungere al compimento di un simile disegno.
È fondamentale, a questo punto, capire che l’ideologia gender sarà utilizzata come nuova discriminante politica per escludere – stigmatizzandole come omofobe o sessiste – forze politiche anti-sistema o pericolosamente antagonistiche.

Non è finita qui. La propaganda gender ha pure la funzione di conculcare le libertà residue del mondo libero. La libertà dovrebbe essere scelta e non imposta; laddove invece la si imponga, come per l’ideologia gender, con tanto di apparato repressivo e psicopoliziesco predisposto per la punizione dei trasgressori, (lo spiega lucidamente Maurizio Blondet http://www.maurizioblondet.it/gender-arma-della-nuova-oppressione-libertaria/), la cosa è perlomeno sospetta. Del resto, imporre la cosiddetta libertà con la forza è prassi cui il sistema ci sta abituando, a partire dai bombardamenti per stabilire democrazia e libertà, secondo il noto motto orwelliano “La guerra è pace la libertà è schiavitù”. (Rammentiamoci sempre che per comprendere la realtà lo strumento più semplice è ribaltare i concetti dettati dalla propaganda: il meccanismo della neolingua è piuttosto semplice e in definitiva, una volta smascherato ci aiuta addirittura a capire le cose. Certo, bisogna cominciare dal non credere, ma, come scriveva Louis Scutenaire: “Il peccato originale è la fede”).

Ci sono implicazioni filosofiche ancora più profonde. Non solo la biologia non è un destino, ma la biologia addirittura non esiste. Questo ci dice, in ultima analisi, la propaganda gender.
L’anima ce la siamo lasciata alle spalle già da tempo, ma adesso scomparirebbero anche gli istinti e le predisposizioni biologiche: il modello di uomo è quello preconizzato da Filippo Tommaso Marinetti nei vari Manifesti del futurismo: “l’uomo meccanico, dalle parti cambiabili”; “la fusione tra uomo e macchina”.
La fantascienza è ormai superata dalla realtà: siamo nel transumanesimo consumistico: si progettano robot che assomiglino a uomini e uomini che assomiglino a robot e siamo vicini al punto di convergenza. Vista l’idiozia dei progettisti, non ci resta che sperare nell’intelligenza artificiale.
Eugenetica da supermercato e sconti comitiva per l’eutanasia ci aspettano ammiccanti e sostituiranno gite a Lourdes e genuflessioni davanti alla statua della Madonna di Fatima.
Intorno a noi e davanti allo specchio – riempiendo di filling in offerta una ruga di troppo – un popolo di schiavi robotizzati reclutati col telefonino, pronti in cambio di un nuovo gadget ad obbedire al nuovo feudalesimo dal volto umano e democratico.

Tuttavia, sono ottimista: la biologia vincerà; ma non sarà quella umana.
Perché, in una società del genere, anche la conservazione della specie deve avere un data di scadenza.
Francesco Mazzuoli

Il Nyt: “Salvare i migranti in Libia? Ha fatto aumentare i morti” di Roberto Vivaldelli

immigrazione

Secondo il New York Times, le operazioni di salvataggio dei migranti a ridosso delle acque territoriali libiche non hanno fatto altro che aumentare il numero dei morti nel Mar Mediterraneo. Una strategia deleteria che sta avendo conseguenze devastanti

Andare a prendere i migranti a ridosso delle coste libiche? Una strategia deleteria che sta avendo l’effetto contrario di quello sperato.

Ad evidenziarlo è l’illustre New York Times, in un articolo che sbugiarda la retorica politicamente corretta e pro-immigrazionista. “Le strategie adottate finora per salvare i migranti nel Mar Mediterraneo e smantellare le reti di contrabbando hanno avuto conseguenze mortali e inaspettate – osservano Stuart A. Thompson e Anjali Singhvi – Ogni sforzo per ridurre la crisi migratoria può essere controproducente e pericoloso. I migranti sono finiti in una situazione ancora più disperata”.

Salvataggi dei migranti a ridosso delle acque territoriali libiche

Il New York Times rileva come le ong arrivino a ridosso delle acque territoriali libiche e non nel Canale di Sicilia. “Prima del 2014, i salvataggi in mare avevano luogo vicino alle coste italiane. Alla fine dell’anno, si sono spostati sempre più a sud e dal 2015 verso la sponda libica. Ora le operazioni avvengono sul confine delle acque territoriali libiche” – osserva il quotidiano statunitense. Naturalmente, tutto questo ha incoraggiato e incentivato le partenze, con imbarcazioni sempre più fatiscenti, rendendo il viaggio degli stessi migranti, seppur più breve, molto più pericoloso: “Le operazioni di soccorso dei migranti vicino alla costa libica hanno salvato centinaia di persone in mare. Ma questo ha introdotto un incentivo potenzialmente mortale, incoraggiando altri rifugiati a rischiare di mettersi in viaggio e gli scafisti a far partire un numero maggiore di navi”. Un dato di fatto già analizzato in passato da Frontex.

Aumentano le morti nel Mediterraneo

Secondo il quotidiano newyorkése, infatti, i trafficanti di essere umani ora utilizzanobagnarole o gommoni e carburante appena sufficiente a raggiungere il confine delle acque territoriali libiche. “In questo modo gli scafisti possono spegnere il motore e scappare verso la Libia su un’altra imbarcazione, lasciando i migranti alla deriva fino all’arrivo dei soccorsi. I gruppi che monitorano la crisi dei migranti si aspettano che il bilancio delle vittime superi quello dello scorso anno”. Secondo Joel Milman, portavoce dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, “questo è molto più pericoloso. Stanno imbarcando le persone su navi più molto più piccole, con più persone a bordo”. La soluzione? Per il New York Times è migliorare le condizioni di vita nei paesi di provenienza: “Tutti concordano sul fatto che la soluzione definitiva si trova in Libia e nell’Africa più profonda, dove il miglioramento delle condizioni di vita e delle opportunità potrebbe scoraggiare le persone a salire a bordo di queste imbarcazioni, in un viaggio disperato che potrebbe rivelarsi mortale”.

I numeri di una strage

Il numero di migranti e rifugiati deceduti nel Mar Mediterraneo dall’inizio dell’anno ha superato la soglia dei 1.500: lo rivelano le ultime stime rese note a Ginevra dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), riportate poche settimane fa dall’Ansa. Dal primo gennaio al 24 maggio scorso, un totale di 60.521 migranti e rifugiati sono entrati via mare in Europa e il numero di decessi dall’inizio dell’anno è salito ad almeno 1.530. Inoltre, il 90% delle persone che arrivano nel nostro Paese via mare, ci rimane. Dall’inizio dell’anno i migranti che sono arrivati dalla Libia in Italia, provenienti dai paesi dell’Africa occidentale, sono quasi 40 mila. Si stima che entro la fine dell’anno gli sbarchi in Italia potrebbero superare la cifra record di 200 mila persone. Numeri drammatici che potrebbero scatenare un’emergenza sociale difficile da gestire.

La difesa dall’Isis passa dalla scuola di F. Boezi

il ratto d'europa

Il susseguirsi di attentati nelle nazioni occidentali sta contribuendo a riportare in vita un certo spirito europeo. Lo scrive Francesco Alberoni in questo pezzo.  L’orgoglio europeista rinasce. Ma di quale Europa abbiamo bisogno per avere gli anticorpi contro il terrorismo? Di quale idea d’Europa? Anni di pensiero unico e di buonismo esasperato hanno contribuito a depotenziare del tutto le radici culturali di un continente che, una volta, era simbolo di forza e rigidità valoriale. Per le nuove generazioni l’Europa è, oggi, “un’opportunità”. Di viaggiare, di conoscere culture differenti, di fare esami in università geograficamente distanti. Una possibilità di sradicamento, in sintesi. Non potrebbe che essere così: il militarismo, la gloriosa storia militare del vecchio continente, è considerata al pari di un reflusso inaccettabile. Esemplificativamente, Lepanto è una bestemmia e la Folgore italiana può essere bistrattata durante una parata ufficiale. I Mille vengono raccontati come un gruppo di scapestrati guidati da un romantico barbone, l’eroica resistenza borbonica come un inopportuno retaggio reazionario. I classici, come più volte ribadito, sono considerati inutili, anacronistici, privi di futuribilità.  Pillole di un quadro culturale complessivo che palesa, direbbe Joseph Ratzinger, un rifiuto di sè stessi prima ancora che degli altri. La distruzione scientifica di qualunque portata identitaria. A questo, ovviamente, contribuisce la scuola, sia quella europea sia quella italiana, impegnata in una rarissima opera di destrutturazione di qualsiasi materia, nozione o visione del mondo che non sia allineata al pensiero unico. Hanno preso la Divina Commedia e ne hanno fatto un romanzo rosa: Dante, allucinato per Beatrice, discende negli inferi come un antico tronista in esterna. Tra gli autori latini resiste l’idolatria di Catullo, uno dei primi esponenti del pensiero debole. L’epopea napoleonica è ricordata solo per l’introduzione di alcuni diritti civili e non per l’incredibile serie di successi bellici. L’elenco sarebbe lunghissimo, ci vorrebbe un libro. Quello che interessa dire, è, in sintesi, che l’Isis, quel terribile mostro che terrorizza le nostre vite, è un nemico contro cui abbiamo pochissimi anticorpi. Sapere chi siamo stati, forse, non contribuirebbe a renderlo meno spaventoso, ma potrebbe almeno aiutare tutti noi a ricordare che, a combattere la galassia jihadista sul suolo nazionale, non ci sono solo amanti  del sempre più redditizio mercato dei cosmetici, specie tra gli uomini, ma anche eredi di una tradizione valoriale, spirituale e sì, bellica, in grado di contrastare qualunque mostro fondamentalista compaia dalle nostre parti. Ma abbiamo deciso di raccontare agli studenti che Alessandro Magno era un precursore della liquidità amorosa, più che un geniale artefice di una strategia gramsciana di conquista identitaria. E questo, statene certi, non aiuta.

La vendetta della Merkel di R. Vivaldelli

Mr. Trump- Yellow Tie

Le tensioni diplomatiche fra Germania e Stati Uniti riflettono la strategia egemonica sull’Europa di Angela Merkel. In vista del G20 la Cancelliera vuole isolare Donald Trump – il quale ha annunciato di voler ridurre il deficit commerciale con la Germania – e consolidare il primato di Berlino sull’Unione Europea. Terminato il G7 di Taormina, Angela Merkel ha dichiarato che «di Trump non ci si può fidare», aggiungendo che «i tempi in cui si poteva fare pieno affidamento sugli altri sono passati da un bel pezzo, l’ho capito negli ultimi giorni. Noi europei dobbiamo prendere il nostro destino nelle nostre mani». Trattasi, naturalmente, di un chiaro riferimento agli Stati Uniti. Le divisioni fra Trump e la Germania – dal clima al commercio passando per la Nato – sono l’emblema di diverse strategie geopolitiche e di visioni incompatibili, frutto di un rapporto controverso.

Isolare Trump sul clima

Le difficili relazioni transatlantiche non hanno scoraggiato la Cancelliera che martedì ha avuto aBerlino un incontro estremamente positivo e cordiale con il premier indiano Narendra Modi. «L’India vuole non solo che il mondo sia interconnesso, ma che sia gestito in maniera ragionevole» – ha dichiarato Angela Merkel. «Che si tratti di relazioni bilaterali, questioni umanitarie, regionali o globali, ogni discussione con la Cancelliera è stata molto utile per me» – ha ribadito Modi. «Lo sviluppo delle nostre relazioni è veloce, la direzione è positiva e la destinazione è chiara. La Germania troverà sempre nell’India un partner potente, preparato e capace». L’india e la Germania sono due delle più grandi economie mondiali che cercano di implementare l’accordo di Parigi: la stessa Merkel ha elogiato Modi per l’impegno dimostrato nell’ambito dello sviluppo dell’energia solare.

Come sottolinea il Washington Post, l’India entro il 2022 produrrà oltre la metà dell’energia solare di tutto il pianeta. Nonostante le smentite di rito della Cancelliera, il summit con Modi rappresenta un chiaro messaggio a Trump in vista del G20 di luglio. Non a caso Angela Merkel ha voluto sottolineare che l’incontro bilaterale con l’India «non è diretto in nessun modo contro altre relazioni e tanto meno contro le relazioni transatlantiche, che sono per noi di grande importanza e lo resteranno anche in futuro».

Focus su clima e commercio anche con la Cina

Medesima strategia adottata dalla Cancelliera in occasione dell’incontro con premier cinese Li Keqiang, arrivato a Berlino nella giornata di mercoledì. Secondo quando riporta il Deutsche Welle, «l’Ue si è rivolta alla Cina per rafforzare gli sforzi sul cambiamento climatico dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato di voler ritirarsi dall’accordo di Parigi. L’Unione Europea e la Cina intendono riaffermare il loro impegno». Secondo una dichiarazione congiunta riportata dalle agenzie di stampa, inoltre, «l’Ue e la Cina considerano l’accordo di Parigi come un risultato storico e sottolineano il loro impegno politico per l’effettiva attuazione di tale accordo in tutti i suoi aspetti».

Sotto il profilo delle relazioni commerciali, la Deutsche Bank ha annunciato 2,7 miliardi di euro di investimenti in collaborazione la China Development Bank nell’ambito della Nuova via della seta, l’iniziativa strategica della Cina per il miglioramento dei collegamenti e della cooperazione tra i paesi dell’Eurasia.

“Visioni incompatibili sul futuro dell’Europa”

Secondo l’analista geopolitico George Friedman, quelle di Germania e Stati Uniti sono visioni incompatibili. Berlino e Washington non parlano più la stessa lingua. «Quando Angela Merkel dice che l’Europa non deve dipendere da nessuno, sostiene che l’Europa deve rimanere unita e non essere attratta dalla visione americana del mondo. Questo sarebbe successo prima o poi,Trump o meno. Gli Stati Uniti e la Germania hanno interessi ed esperienze assolutamente diverse. La visione americana e la visione tedesca dell’Europa sono incompatibili. Il futuro dell’Europa – sottolinea l’esperto – ha molta più importanza per la Germania che non per gli Stati Uniti. Gli Usa possono involontariamente incoraggiare la frammentazione dell’Ue e per questo motivo la Germania si è dichiarata autosufficiente. Il problema è che l’idea stessa dell’Europa come entità politica, e non solo quella, è in crisi».

Il ruolo della Nato

Ad amplificare le divisioni tra Germania e Stati Uniti c’è anche il ruolo e il futuro della Nato:  «Abbiamo un deficit commerciale enorme con la Germania, inoltre paga molto meno di quanto dovrebbe alla Nato e in [spese] militari. Terribile per gli Stati Uniti. Questo cambierà» – ha ribadito Donald Trump in un tweet. «Gli americani hanno capito che la Nato non è più rilevante per i problemi che gli Stati Uniti stanno affrontando. E’ diventato sempre più difficile per gli Usa considerare l’Europa nel suo insieme – sottolinea Friedman  – non si è comportata come tale e l’alleanza euro-americana non va al di là della missione della Nato – una missione che sembra aver perso significato».

Al-Nusra rimossa dalla blacklist Usa di R. Vivaldelli

siria

L’operazione di «lifting» fatto a suo tempo da Al-Nusra in Siria ha avuto i suoi effetti. Hayat Tahrir Al-Sham, ultima incarnazione del fronte islamista, è sparita dalla blacklist delle formazioni terroristiche individuate dagli Stati Uniti e dal Canada. Un «rebranding» efficace, dunque, che ha dato nuova linfa al gruppo salafita capeggiato da Abu Jaber Shaykh, responsabile di innumerevoli crimini di guerra ai danni della popolazione siriana. La formazione terroristica, a lungo conosciuta come Jabhat Al-Nusra o Fronte Al-Nusra, rappresenta il ramo di Al Qaida in Siria dopo la nascita di Daesh nel 2014.

Fu stata inserita sulla blacklist delle organizzazioni terroristiche statunitensi e canadesi per la prima volta nel 2012. Come rileva la giornalista Vanessa Beeley su MintPress, «con il cambio di nome in Hayat Tahrir al-Sham (HTS), il gruppo è riuscito a ottenere la rimozione dalle watchlist del terrore sia negli Stati Uniti che in Canada. Questo permette ai cittadini di questi paesi di donare soldi ai terroristi; risorse che li consentono di viaggiare, di combattere e di diffondere la loro propaganda senza intoppi». Hayat Tahrir Al-Sham nacque ufficialmente lo scorso 28 gennaio dalla fusione tra le più importanti compagini della galassia islamista: Jabhat Fateh Al-Sham (ex Al Nusra), il Fronte Ansar al-Din, Jaysh al-Sunna, Liwa al-Haqq e il Movimento Nour al-Din al-Zenki.

L’imbarazzo del Dipartimento di Stato USA

Sulla vicenda è intervenuto Nicole Thompson, portavoce del Dipartimento di Stato americano, ai microfoni della CBC: «Riteniamo che queste azioni rappresentino una strategia di Al Qaida per portare l’opposizione siriana sotto il suo controllo operativo. Stiamo ancora esaminando la questione con attenzione». Tuttavia, come sottolinea Evan Dyer sul portale della stessa emittente televisiva, «per gli Stati Uniti inserire Tahrir Al-Sham nella lista nera delle organizzazioni terroristiche significherebbe riconoscere che lo stesso governo ha fornito ai jihadisti armi molto sofisticate, tra cui potenti missili anti-carro, e richiamare l’attenzione sul fatto che gli Stati Uniti continuano ad armare le milizie islamiste in Siria».

Dopotutto Al-Nusra ha sempre tentato di presentarsi come una formazione «moderata», capace di fronteggiare sia le forze lealiste del presidente siriano Bashar al-Assad, sia lo Stato Islamico.

Quando il Qatar disse: “Bisogna lavorare con loro”

Non è un mistero che i jihadisti siano stati armati e sostenuti dai governi stranieri – in particolare dalle petromonarchie del Golfo – con il preciso obiettivo geostrategico di rovesciare il governo siriano. Nel 2015, in un’intervista pubblicata su Le Monde, il ministro degli Esteri del QatarKhaled al-Attiyah affermava in merito: «Siamo ovviamente contro l’estremismo ma, oltre a Daesh, tutti questi gruppi stanno combattendo per rovesciare il regime di Assad. I moderati non possono dire ad Al-Nusra che non lavoreranno con loro. Occorre leggere la situazione ed essere realisti».

Al-Qaida guida l’opposizione contro Assad

Archiviata l’opposizione «moderata», ora è Tahrir al-Sham – Al Qaida – a guidare l’opposizione contro il governo di Bashar al-Assad. A evidenziarlo è un’analisi pubblicata su Foreign Policy: «Messa di fronte a poche altri opzioni, l’opposizione armata capeggiata da Al Qaida ha dimostrato un certo pragmatismo, accettando di partecipare ai colloqui per la pace in Kazakistan e in Svizzera, anche se la base rimane fortemente contraria a questi segnali di compromesso. Spronata dal progressivo indebolimento della base più moderata dell’opposizione – sottolinea Lister sull’autorevole rivista americana – il gruppo di Al-Qaida si pone come l’unica componente del vasto movimento rivoluzionario siriano dotato di pragmatismo e di una strategia militare definita».

E con la rimozione dalla lista delle formazioni terroristiche, Tahrir al-Sham (Al Qaida) potrà tentare ancor più efficacemente di minare gli sforzi del governo siriano – supportato da Russia e Iran – di sconfiggere i terroristi. Perché nonostante le mirate strategie di marketing, la sostanza rimane sempre la stessa.

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