PASOLINI e il ‘68; e altro..

gianfranco

PASOLINI E IL ’68; E POI ALTRO ANCORA, di GLG

<<<Perché la massa degli studenti “dissenzienti” (come essi amano definirsi con un termine stupido, ovvio e terroristico) è la massa dei giovani del neo-capitalismo. Questi “dissenzienti” vogliono fare le riforme in un giorno anziché in un decennio, e vogliono che siano mille anziché una. Questi nobilissimi Pierini non vogliono accettare pedissequamente il sistema, pretendono di comandarlo. E questo cosa significa? Significa che la borghesia si schiera nelle barricate contro se stessa, che i “figli di papà” si rivoltano contro i “papà”. La meta degli studenti non è più la Rivoluzione ma la Guerra Civile. Ma, ripeto, la Guerra Civile è una guerra santa che la borghesia combatte contro se stessa.>>> [Pasolini in un dibattito – tenuto il 16-6-1968, con Aiello, Foa, Petruccioli e due delegati del Movimento studentesco di Roma – intorno alla sua poesia: “Vi odio cari studenti”].

Sono sempre stato un ammiratore di Pasolini; a dire il vero più per i suoi film che per i romanzi sui “ragazzi di vita”. “Accattone” mi piacque molto; e così pure “Il Vangelo secondo Matteo” e “Uccellacci e uccellini”. Non parliamo dei due “brevi”: “La ricotta” e “Che cosa sono le nuvole”; due autentici gioiellini. Non fui completamente d’accordo con lui nel ’68 più che altro per le sue “debolezze” (diciamo così) verso un non sempre ben inteso “senso proletario”. Per questo motivo, mi parve considerasse con eccessiva benevolenza i poliziotti, perché provenienti (non proprio tutti a mio avviso) dal bracciantato meridionale. Meno in disaccordo ero invece sul giudizio relativo agli studenti, molti dei quali (anche in tal caso, andavano però fatte le debite eccezioni) erano in effetti figli di appartenenti ai ceti medi. In quei tempi sifaceva riferimento alla media e piccola borghesia; vi eranotuttavia anche, in discreto numero, sessantottardi dell’alta borghesia.

Indubbiamente, se ci si ricorda due eventi di forte turbolenza, entrambi avvenuti nel ’68, se ne possono trarre conclusioni significative. Intanto gli scontri a Valle Giulia tra studenti e polizia(1° marzo 1968), che segnano l’inizio del “fatidico” movimento studentesco in Italia. Fra gli studenti “rivoltosi” di quel giorno si trovano personaggi ben noti (si guardi in Wikipedia), chesappiamo bene dove finirono poi dal punto di vista politico e ideologico. Ci furono oltre cento agenti feriti e oltre quattrocentotra gli studenti; però, se non ricordo male, nessuno in modo grave e in pericolo di vita. Se adesso andiamo ai fatti di Avola (2 dicembre dello stesso anno), questi riguardarono invecesoprattutto il bracciantato della zona. La polizia fu molto più dura e violenta; vi furono due morti e alcuni feriti gravi. Pur ricordando quanto accadde alla fine di quell’anno alla Bussola di Focette di Marina di Pietrasanta (dove venne ferito e rimase paralizzato uno studente, Ceccanti), oltre ad altri accadimenti violenti negli anni immediatamente successivi, credo si possa comunque ritenere la repressione poliziesca più dura nei confronti dei lavoratori rispetto agli studenti (pensiamo anche al cosiddetto “autunno caldo” del ’69, con vari sommovimenti operai).

Non credo sia stata ancora stilata una storia adeguata dei fatti di quei tempi e dei successivi anni ’70, detti di “piombo”, in cui il cosiddetto “terrorismo rosso” fu enfatizzato e spesso coprì – come nel “caso Moro”, falsamente attribuito ancor oggi alle BR, che si assunsero peraltro la responsabilità totale di tale evento, organizzato invece da altre forze (anche se ci sono molti sospetti e tanta confusione) il nascosto operare di vari gruppi politici a livello nazionale e internazionale. In ogni caso, “rivedendo” gli accadimenti di allora, si ha la sensazione che i “padri”, pur inconsciamente e certo irritati per il comportamento dei loro “figli” (gli studenti “rivoluzionari del tipo sessantottardo”), siano stati comunque molto meno violenti nei loro confronti piuttosto che verso i veri strati popolari d’origine operaia e contadina. E alla fine, non a caso, lo sterile e vano motto “padroni e borghesi ancora pochi mesi” si trasformò nella semplice successione di questi “figli” ai “padri”, senza troppo gravi danni nei confronti di questi ultimi, solo messi da parte sul piano dell’ammodernamento di certi costumi, abitudini e comportamenti (in specie sessuali), che del resto hanno seguito quasi sempre l’andamento già verificatosi da molti decenni nel paese predominante “occidentale”, gli Stati Uniti. Gli interessi fondamentali delle classi dominanti sono restati intatti; semplicemente – e non ce ne siamo resi conto perché si parla sempre di capitalismo senza specificazioni storiche ormai indispensabili – si è passati da un capitalismo, ancora incrostato dall’eredità di quello “borghese” (classicamente analizzato da Marx ne “Il Capitale”), al capitalismo “dei funzionari del capitale” (di stile “manageriale”, ma con ulteriori qualificazioni su cui qui sorvolo).

Questo fatto, all’epoca, non era per nulla chiaro (non lo è nemmeno adesso per la maggior parte dei commentatori). E’ quindi plausibile che Pasolini non ne avesse coscienza; egli intuì solo che questi “rivoluzionari”, violenti ma “fraudolenti”, volevano in definitiva semplicemente sostituire i “padri”; in certi casi, ma in fondo rari, anche sotterrarli (come accade a volte anche nelle singole famiglie), ma non per dar vita ad una società in cui fosse abbattuta ogni forma capitalistica. E non a caso, dal ’68 è iniziato quel degrado culturale che ha solo condotto infine a enfatizzare – in modo abnorme e anche aberrante – una certa mentalità, che va senz’altro accettata ma non nelle forme grossolane degli attuali “modernizzatori dei costumi”, quelli che straparlano dei “diritti civili” in merito al femminismo, all’omosessualità, all’integrazione dei “diversi” e via dicendo. Non si cerca affatto una vera eguaglianza, ma invece uno strapotere di quelli che prima erano messi in stato di minorità;quest’ultima va senz’altro combattuta e mutata, sia chiaro, ma non certo per passare sul versante opposto. Il capitalismo resta in ogni caso ben solido: nelle sue forme “moderne”, appunto “all’americana”. Queste sono state però talmente esasperate che oggi, perfino oltre atlantico, si nota una frattura tra i diversi settori della “modernità capitalistica”, ormai non più borghese da lunga pezza.  

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Vi è però un’affermazione di Pasolini su cui desidero soffermarmi poiché la feci anch’io a suo tempo parlando della Resistenza. Non ricordavo che l’avesse sostenuta anche lui riguardo al ’68. E’ la differenza tra guerra civile e rivoluzione. I sessantottardi si sono sciacquati la bocca ogni due minuti con il secondo termine. In realtà, di rivoluzione non si può proprioparlare; il 95% di “quei ragazzi” prese il posto – nelle imprese, negli apparati di Stato e soprattutto nei media – dei loro “padri”; anzi il più delle volte li affiancò, sbracandosi non per trenta ma per dieci “denari” (e anche meno). Tuttavia, Pasolini pensò si trattasse almeno di una guerra civile; no, il sedicente “terrorismo rosso” fu strumento di ben altre forze in campo e fu poisconfitto”, cioè abbandonato una volta che era servito allo scopodei suoi nascosti organizzatori (e profittatori). Alla fine, il movimento del ’68 (o, detto meglio, quello iniziato in quegli annicon particolare virulenza e poi molto degenerato) ha soltanto “modernizzato” certi costumi e modi di vita, più o meno sulla falsariga di quelli statunitensi. E i “successori” di quei primi sessantottardi dimostrano di essere soltanto dei disgregatori di ogni minimo “buon vivere” sociale.

Parliamo invece più seriamente della Resistenza per individuare la differenza tra rivoluzione e guerra civile, poiché quel fenomeno degli anni 1943-45 (non soltanto in Italia) fu in effetti una guerra civile. Lo stesso Cossiga riconobbe che la stragrande maggioranza dei resistenti (di quelli reali) fu nel nostro paese di parte comunista. E i comunisti si battevano per una vera rivoluzione. Tuttavia, fu impossibile realizzarla per la presenza degli Alleati (e non dei sovietici) sul nostro territorio. Ritengo che sia stata una scelta giusta quella del Pci togliattiano; anche se non avrei continuamente ricordato l’esempio di Markos in Grecia. Questi vinse le sue battaglie contro gli avversari “filo-occidentali” fino al 1947, quando la Jugoslavia ruppe con il Cominform e si schierò con i “paesi non allineati”, ma tutto sommato dimostrandosi piuttosto “morbida” verso “ovest”. In ogni caso, fu a quel punto difficile rifornire di aiuti i comunisti greci e questo portò nel 1949 (non alla fine della guerra come da noi) alla vittoria delle forze legate al “campo atlantico”.

La guerra civile, per quanto dura e aspra sia (si pensi a quella terribile tra unionisti e confederati negli Usa nel 1861-65) conduce ad un mutamento delle classi dominanti e dei loro organismi e apparati politici, amministrativi, ecc. Si tratta, tuttavia, di un mutamento per molti versi interno ad una classe dominante – con differenziazioni certo notevoli tra le diverse sue parti, altrimenti si condurrebbe la semplice battaglia elettorale, questa pantomima denominata “democrazia” e “governo del popolo” senza però giungere ad un completo ribaltamento delle strutture sociali di dominazione/subordinazione; gli schiavi neri divennero operai salariati per l’industria, che si diffuse pure nel sud degli Stati Uniti (in particolare con la seconda rivoluzione industriale e l’importanza assunta dai giacimenti petroliferi del Texas e altri Stati dell’Unione).

La nostra Resistenza, condotta “in prima linea” dai comparti comunisti, voleva fare “come in Russia”, cioè concretizzare la rivoluzione pensata quale “rivoluzione proletaria” e tesa alla “costruzione del socialismo”, con l’abbattimento della borghesia capitalistica. Non scordiamoci che l’errore capitale del fascismo (e anche in fondo del nazismo) – malgrado l’“orrore” della campagne razziali, che poco significano dal punto di vista politico; i coloni giunti soprattutto dall’Europa hanno massacrato e azzerato del tutto i nativi originari del nord America senza che nessuno abbia mai condannato ed esecrato tale eccidio senza riserva alcuna – fu il compromesso con il capitalismo borghese”, già in lento decadimento a partire dalla grande depressione 1873-95 (con appunto l’inizio della seconda rivoluzione industriale), superato decisamente a partire dalla prima guerra mondiale, ma non ancora seppellito da quello “manageriale” statunitense, avvenimento completatosi con la seconda guerra mondiale. Oggi possiamo dire che in Urss (e negli altri paesi che seguirono dopo il 1945 una strada per certi versi simile) non c’è stata “costruzione del socialismo”; tuttavia, nonostante la presenza odierna di forme imprenditoriali e mercantili che sembrano assomigliare a quelle del “campo occidentale”, si tratta di formazioni sociali differenti dalle nostre. Purtroppo, tali società non sono per nulla studiate e approfondite; le tendenze politico-ideologiche avversarie del comunismo riescono solo a dire, alternativamente, che sono ancora comuniste o invece che si sono arrese allo sviluppo capitalistico, mentre i rimasugli “comunisti”, altrettanto privi di qualsiasi barlume di pensiero critico, immaginano che si tratti tutto sommato di nuove vie al socialismo.

In ogni caso, tornando alla Resistenza italiana, essa avrebbe voluto essere una rivoluzione e fu invece soltanto una guerra civile. Quest’ultima, malgrado i decisi mutamenti che spessoapporta (ad esempio, l’abolizione dello schiavismo e il passaggio al lavoro salariato negli Usa dopo lo scontro Nord-Sud, l’eliminazione della competizione elettorale e la creazione dinuovi apparati statali detti “dittatoriali” in certi paesi pur semprecapitalisti), non rovescia affatto, come intendeva invece fare la “Rivoluzione d’ottobre” (e le altre che seguirono più tardi), il potere di quei ceti dominanti di tipologia grosso modo capitalistica assegnandolo, almeno nelle intenzioni, ai ceti proletari pur rappresentati dalla loro sedicente “avanguardia”, il partito comunista.

Per quanto non sia avvenuto nel campo detto “socialista” quel preteso rovesciamento del predominio di classe (appunto, dalla borghesia”, ormai in realtà già esauritasi, al “proletariato”), di cuisi è dibattuto per gran parte del ‘900 – denominato da qualcuno “secolo breve” perché lo pensava veramente come un periodo caratterizzato dalla rivoluzione delle classi “lavoratrici” contro il capitale (una illusione catastrofica) – credo si possa continuare a definire rivoluzioni i grandi sommovimenti verificatisi soprattutto in Russia durante la prima guerra mondiale e poi in Cina in seguito alla seconda guerra mondiale. Si mediti pure su tale fatto: lo scontro detto “di classe”, in assenza di eventi di simile portata, non avrebbe mai prodotto quei risultati così rilevanti; e, guarda caso, oggi le vere potenze che danno vita al multipolarismo in contrasto con gli Usa sono Russia e Cina. Senza dubbio, lo ripeto, bisognerà studiare molto di più simili esperienze rivoluzionarieper afferrare a quale tipo di formazioni sociali (lascerei perdere il semplice riferimento al modo di produzione, che era invece il tema centrale dell’analisi marxiana strettamente intesa) esse hanno dato vita.

Quanto è accaduto in Europa (anche nella parte che fu, per un periodo abbastanza lungo, subordinata all’Urss) lo definirei invece“guerra civile”; con trasformazioni senza dubbio di notevole portata, ma non tali da far pensare che si sia in una formazione non più capitalistica. Non dimentichiamo però mai le non indifferenti diversità del capitalismo borghese europeo rispetto aquello manageriale Usa, che ormai ha prevalso da lunga pezza. E ciò implica la necessità di un sostanziale mutamento teorico del paradigma che fu di Marx – la proprietà dei mezzi di produzione come caratteristica fondamentale delle classi dominanti – per andare verso altre formulazioni; una di queste sto cercando di elaborarla da almeno vent’anni mediante la messa in primo piano del “conflitto strategico”, che è però solo un primo tentativo, e certo imperfetto, di superare l’impasse marxista senza ricaderenelle più evidenti mistificazioni (e banalizzazioni) di altre “dottrine” sociali, più invecchiate e superate dello stesso marxismo.

Mi sono evidentemente lasciato andare ben oltre le considerazioni di Pasolini, ma non vi è dubbio che quelle “intuizioni” (non scordiamoci che è passato un mezzo secolo da allora; e tanti interpreti, filo o anti-68, stanno ancora a discutere animatamente di questioni ben più arretrate) sono da prendere in considerazione; e, lo ribadisco, in particolare quella riguardante lanetta distinzione tra guerra civile e rivoluzione. Facciamone tesoro. Si avvicinano tempi (non fra pochi anni, sto parlando in termini di fasi storiche), in cui ci si dovrà accapigliare nuovamente, e senza mezzi termini né avvilenti compromessi: “o noi o voi”, la storia umana non cambia se non nelle forme di combattimento e nelle nuove “armi” a disposizione.

 

SPENDI E SPANDI DI MAIO.

scacchiera-politica

SPENDI E SPANDI DI MAIO. UN UOMO POLITICO SI VALUTA DAI VANTAGGI CHE PROCURA NON DAI SOLDI CHE RISPARMIA.

Premetto, come ho sempre detto, che la sconfitta dei vecchi partiti, colpevoli di aver fatto marcire il sistema, è un segnale positivissimo della fase. Tuttavia, ci vuole molta fantasia per considerare una svolta decisiva quest’acida alleanza tra pentastellati e leghisti, riposante su fattori ideologici di corto raggio e di scarsa saggezza politica. Non è un programma l’ostentata onestà dei grillini, questo falso mito virtuista di paretiana memoria, ma non lo è nemmeno l’ossessione securitaria di Salvini, che bracca i clandestini porto per porto, cercando di svuotare il mare col secchiello. Non c’è un’analisi seria dei fattori destabilizzanti internazionali da quali nascono le varie problematiche del tempo, compreso il flusso di clandestini sulle nostre coste. Ma questo è niente però rispetto alle incombenze dell’epoca storica che ci proiettano nel multipolarismo, in un mondo sempre più caotico e competitivo, in cui la riconfigurazione degli assetti di potere è il principale tema all’ordine del giorno. La (geo)politica dovrebbe costituire il loro primo pensiero, perché il Paese è doppiamente servo, degli Usa e dell’Ue. Con questi ceppi non si fa un passo verso i necessari cambiamenti. Non va meglio sul fronte economico dove si parla di sforamenti, anzi no, di “sfioramenti”, del tetto del 3%, dato dal rapporto deficit/Pil, fissato a presunta garanzia della stabilità degli Stati (che però svendono il proprio territorio agli insediamenti militari americani); dove si fanno sterili dispute sull’euro, al quale vengono addebitati tutti i mali della nazione, senza arrivare a comprendere che nella società capitalistica la sfera finanziaria (dove si aggira la moneta) è solo l’ater ego della sfera economica (produttiva) e che anche quest’ultima non sopravanza quella della politica (di potenza). Si tratta di paurosi fraintendimenti che portano lontano dall’obiettivo storico di ripristino della sovranità nazionale. Ma tant’è, oggi vanno per la maggiore gli economisti alternativi, quelli alla Savona, alla Borghi e alla Bagnai, dai quali sento dire che lo Stato sono i cittadini e che le perversioni finanziarie trovano sostanza nei caratteri dei cattivi banchieri, quindi con più etica e buon senso risolveremo i problemi. Questa arretratezza intellettuale invece non lascia ben sperare.
Torniamo al discorso iniziale. Ieri Di Maio ci ha tenuto a dirci che da Ministro si stava recando in Cina su un volo di linea normale: Qui il video (https://tv.liberoquotidiano.it/video/politica/13379115/luigi-di-maio-parte-cina-video-aereo-vantarsi-volo-di-linea-classe-economica.html). Ci dovremmo commuovere per la scomodità alla quale si sottopone nello svolgere il suo ruolo istituzionale? Non ci riguarda come Di Maio arrivi in Cina, ci interessano i legami che riesce a stringere, i business che riesce a concludere, gli accordi che giunge a siglare. Il fatto che si rechi col teletrasporto o in bici non è affar degli italiani. Perché costui vuol farcelo sapere in maniera così eclatante? Ciò fa di lui un politico più affidabile? No, per niente. Ce lo rende solo più ridicolo e nemmeno tanto più onesto degli altri. Chi fa politica sa bene che questa è arte strategica, finalizzata a conseguire risultati con mezzi per nulla trasparenti. Se un politico dovesse dichiarare i suoi intenti reali in una trattativa sarebbe superato da un concorrente e beffato dalla controparte. La politica è serie di mosse strategiche per primeggiare nei conflitti, è una cosa paragonabile ad una partita a scacchi. Ce lo vedete uno scacchista che per trasparenza e sincerità rivela all’avversario tattiche e strategie per vincere? Di Maio è uomo di Stato e, dunque, dovrebbe sapere che, come scrive La Grassa:

“i conflitti più acuti e più significativi sono quelli tra Stati. Di conseguenza, diventa in un certo senso scopo preminente seguire gli eventi di quella che è la politica internazionale, l’interrelazione tra i diversi Stati, lo stabilirsi di determinati rapporti di forza tra essi, il loro eventuale modificarsi i cui effetti ricadono immediatamente anche sull’andamento dei sistemi economici. Tuttavia, abbiamo già ricordato come gli Stati siano un insieme organico di svariati apparati, di cui alcuni sono quelli adibiti all’effettivo uso del potere (mentre altri hanno un carattere più propriamente amministrativo, diciamo così). E’ allora rilevante la comprensione dei contrasti in atto tra quei gruppi d’élite che si battono per il controllo e l’uso di tali apparati. Poiché questo “battersi” è appunto la politica, è un intreccio tra differenti strategie svolte per conquistare la supremazia, i gruppi d’élite (se tali sono effettivamente) debbono essere strettamente correlati con dati nuclei in cui si elaborano le strategie. E poiché le mosse della politica mirano al successo nell’ambito di uno scontro tra le varie élites, la segretezza è d’obbligo; e ogni venir meno della stessa o è una di queste mosse o è lo sgretolamento della “copertura” (lo sbucciarsi della “corteccia”) dovuto ad un acuirsi del combattimento tra due o più “attori”. Del resto ho già ricordato un fatto ben noto a chiunque segua minimamente le vicende politiche. Non esistono élites dirigenti dei gruppi sociali nei diversi paesi, che non siano variamente interrelate tra loro in senso economico, politico, culturale. E certamente nel nostro paese, e più generalmente in tutti i paesi europei, in misura maggiore o minore queste élites sono strettamente collegate con quelle statunitensi, ponendosi nei loro confronti in una situazione di maggiore o minore subordinazione. In questo senso, gli Stati Uniti sono ancor oggi il centro di un ampio sistema mondiale di paesi; in particolare, hanno la guida, per quanto a volte appena mascherata, dell’intera UE che, come già detto, è in definitiva un’organizzazione parallela a quella della Nato. E’ impossibile seguire le vicende politiche interne di un qualsiasi paese europeo senza tener conto dei rapporti di subordinazione rispetto al paese predominante. Questo è particolarmente valido per l’Italia, paese la cui subordinazione è di alto livello e va crescendo. E continuerà a crescere per quanto diremo subito appresso”.

Ed allora, caro Di Maio, porta a casa i risultati veri, non importa se per farlo ricorri a metodi poco ortodossi e ti sporchi la coscienza. Viaggia pure a nostre spese se il guadagno sarà cento volte lo sperpero (che tale non è ) del denaro dei contribuenti. Condivido qui anche il pensiero dell’analista di Limes Germano Dottori che mi sembra altrettanto calzante: “Non sono in questione il carattere moralmente positivo o negativo di un traguardo o di una linea operativa. Quello che conta è la modalità attraverso la quale i soggetti politici cercano di raggiungere i loro obiettivi laddove questi competano con quelli di altri attori. Solo una parte della lotta politica si svolge alla luce del giorno anche nelle democrazie più avanzate, come quella americana o la nostra. Dobbiamo probabilmente a Niccolò Machiavelli la valutazione più corretta del peso relativo dispiegato sui processi politici dalle astuzie cospiratorie e dai vari fattori materiali concorrenti: nel Principe, testo che paradossalmente proprio gli italiani conoscono meno, probabilmente perché concentrati sullo stile della sua prosa, il segretario forentino è al riguardo chiarissimo”.

Macchiati Di Maio, anzi machiavellati.
Chi ha le mani pulite non ha le mani.

Draghi, un vero traditore.

bce

 

Draghi è un nemico dell’Italia. È un italiano che non ha esitato a svendere la Patria per successo e soldi. A dirlo non siamo noi ma un ex Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, quindi non un pisquano qualsiasi. Affermò il politico sardo sull’attuale Capo della Bce: “Un vile, un vile affarista…socio della Goldman & Sachs, grande banca d’affari americana …il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica, la svendita dell’industria pubblica italiana, quand’era Direttore Generale del Tesoro, colui che svenderebbe quel che rimane di questa povera patria (Finmeccanica, l’Enel, l’Eni) ai suoi comparuzzi di Goldman Sachs”. Draghi, in Europa, è stato sempre garante dell’egemonia americana, si è ingerito in questioni politiche per conto dei suoi padroni d’oltreoceano e continua a farlo rilasciando dichiarazioni gravissime che compromettono la libertà dei nostri governi. Usa lo strumento finanziario come un bastone per picchiare sulle teste degli Stati che non seguono la linea dei mercati, controllati dalle grandi imprese del denaro americane. Ora costui ha affermato, dall’alto di una carica immeritata che ricopre solo in virtù dei suoi legami servili con l’establishment di Washington, che le parole di alcuni ministri dell’esecutivo Lega-5S avrebbero fatto danni. Le dichiarazioni politiche forti procurano guai e indispettiscono la finanza? Perché i silenzi e la remissività di quelli che c’erano prima sono stati di maggiore utilità alla collettività? No, i disastri li ha causati lui, come dirigente pubblico nazionale e internazionale, al servizio di interessi extraitaliani ed extraeuropei. Paggetto dei mercati e cortigiano dei circoli dominanti yankee, ha costruito le sue fortune personali sulle sventure del popolo italiano. Ha contribuito a demolire le speranze di una generazione di connazionali e a compromettere il futuro delle prossime. Gente simile dovrebbe essere messa di fronte alle proprie responsabilità storiche con processi popolari ed, invece, si arroga ancora il diritto di suggerire la via per il prossimo disastro, perché è sulle rovine nazionali che prospera la sua fama. In questa epoca di mediocri, Draghi può sembrare una figura di spicco. Effettivamente è un ottimo tecnico che ha devastato l’economia pubblica. Ci vuole bravura per essere pessimi. Ma basti ricordare le sue opere, più delle parole, per giudicarlo definitivamente. È il dominus di privatizzazioni che hanno depauperato lo Stato e di leggi finanziarie che hanno favorito la discesa dei barbari prenditori sul nostro capitalismo. Sia stramaledetto, lui e chi ce l’ha messo.

Mettere fine all’Onu di GLG

gianfranco

Qui

E’ la situazione in Italia (e non solo) ad essere inappropriata. Deve essere messo termine alla funzione di quest’ONU così come già accadde, assai appropriatamente, alla Società per le nazioni. E non si obietti che allora si arrivò allo scontro bellico mondiale perché questo fu dovuto ad altre cause rispetto a quelle che misero in luce l’inutilità, e direi dannosità, di quel consesso mondiale. Oggi lo stesso vale per l’ONU; si è tirato avanti solo perché Urss (oggi Russia) e la Cina hanno diritto di veto su alcune questioni fondamentali. Tuttavia, bisogna por termine all’influenza predominante degli Usa e delle loro forme di governo fortemente oligarchiche (che tentano di esportare dappertutto a suon di bombe e massacri), fatte passare per “potere del popolo” grazie ai sondaggi delle opinioni di semplici “consumatori”, investiti da campagne pubblicitarie (fatte passare per politiche) prive di originalità, condotte da gruppi di scadenti “tecnici di marketing” che, con futili chiacchiere, vendono alla popolazione solo prodotti di bassa qualità.

Accenno anche alle dichiarazioni di quel “genio” di Di Battista che, come già avevo sostenuto fin da subito, si è tirato fuori dalle elezioni, andando anche all’estero, per mantenersi quale possibile nuovo leader del “movimento” nel momento che si presentasse più opportuno. Quest’individuo, demagogo di infima levatura, mira a rendere i “5 stelle” sostituto della “sinistra” renziana (che infatti ulula sempre contro i pentastellati, pericolosi concorrenti); trovando nel Pd una parte ben disposta all’alleanza con loro, tenuto conto che sono in grado di convogliare una buona quantità di voti, soprattutto al sud. Indubbiamente, una più “astiosa” divisione tra “polentoni” e “terroni” sarebbe funzionale all’accentuazione di tensioni favorevoli all’indebolimento dell’Italia e all’intervento dei devastanti “organismi internazionali”, fra i quali la UE ha un posto di “tutto rispetto”. Purtroppo passerà un bel po’ di tempo – in ogni caso troppo – e poi si arriverà alla resa dei conti, che rischia però di essere foriera di “estremismi”, diversi nella forma, ma pur sempre pericolosi come quelli degli anni ’20 e ’30 del ‘900 in Italia e Germania. Questi due paesi, lo ripeto ancora, sono decisivi per imprimere una svolta a questa Europa asservita; tuttavia, occorrerebbe far presto perché più tempo passa e sempre più sarà difficile evitare “scivolate” in qualche “burrone”. E ripeto pure che sarebbe indispensabile un vero spostamento delle alleanze verso est (Russia in definitiva).

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