La verità su rom e migranti di GLG

gianfranco

Stasera ammetto di essere stato d’accordo in modo netto con la Meloni (a “cartabianca”): sia sul tema dell’immigrazione che su quello dei rom. Quelli che sono cittadini italiani fra questi ultimi devono comportarsi ed essere trattati come gli altri cittadini italiani. E non possono stare in “campi nomadi”. Comunque, immagino che chi sa usare internet troverà “quelque part” l’intervento della “sorella d’Italia” (scherzo). Una sua affermazione, in particolare, mi ha trovato del tutto concorde perché corrisponde a quanto penso e dico da tempo. Non ha molto senso soltanto volere un accordo con gli altri paesi europei, in specie Francia e Germania, che finora avevano fatto orecchie da mercante e oggi, dopo le nette prese di posizione del nuovo governo (di un suo ministro in specie), manifestano una qualche solidarietà. In particolare, è benevola la Merkel, che vede prodursi finalmente in quel paese una situazione di possibile benefica crisi tra Cdu e Csu, talmente secca da mettere perfino in gravi difficoltà quel governo già composto da due partiti abbondantemente bastonati alle ultime elezioni (soprattutto il socialista come sta avvenendo in tutta Europa!).
La Meloni ha detto ciò che a mio avviso è assoluto buon senso e rispetto di una banale logica. Bisogna bloccare l’afflusso che viene dall’Africa, non c’entra la redistribuzione europea del fardello di migranti. In Italia, di questi è ormai assodato che solo il 7% fugge da una guerra (e io nemmeno giustifico senza supplemento d’indagine chi si è dato alla fuga, magari come vigliacco o dopo aver commesso atti per i quali deve temere a restare “in casa”). Inoltre, ricorre il cinquantesimo dei fatti del Biafra. Si vogliono per favore riproporre i documentari di quell’epoca, in cui sembrava di rivedere quelli mostrati a fine guerra sui sopravvissuti a Dachau, Auschwitz, ecc.? Vi si muovevano, quasi brancolando, degli autentici scheletri umani. Vogliamo ben osservare quelli che arrivano sui barconi attuali (e dopo aver lasciato per strada un bel mucchietto di annegati)? Tutti in carne, con una pelle lucida e di piena salute, nessun sintomo della sofferenza che la TV propaganda a piena voce. E sappiamo che hanno pagato migliaia di euro o dollari a dei banditi, cui appartiene anche la maggioranza delle ONG. Perché non si dice che delle nove in azione, ben sette sono state create dopo il 2014, quando siamo entrati nel pieno della crisi, d’altronde provocata dagli “occidentali” (con alla testa gli Usa di Obama) nel 2011 con aggressione a Gheddafi (e subito dopo ad Assad, dove per fortuna è intervenuta la Russia).
Di conseguenza, quelli che arrivano sulle nostre coste non sono i morti di fame e ultrapoveri nei loro paesi; si tratta di benestanti, di gente che ha potuto raggranellare cospicue somme e che pensa di trovare qui l’Eden, promesso appunto dai banditi di cui sopra. Sia però chiaro che questi ultimi non sono i peggiori di tutti. E qui arriviamo quindi al fondo del problema. I migranti servono soprattutto agli ignobili dominanti in Europa (quelli maggiormente asserviti agli Stati Uniti dei precedenti vertici politici, rappresentati dai Clinton, dai Bush, da Obama e compagnia cantando) per creare disordine, distrazione dei ceti popolari e dominati che si vedono messi in difficoltà da tale fenomeno, mentre quelli dei “quartieri alti” sperano di risolvere la crisi che da qualche anno li attanaglia. E questi sono soprattutto i sedicenti “di sinistra”, che non lo sono per nulla, sono laidi cotonieri e i loro rappresentanti politici e del culturame, in gran parte uscito dal ’68 e che ha prodotto “figli” ancora più abominevoli. Finché non si arriverà a prendere atto di questo autentico “nodo gordiano” – ed esso, ben lo si sa, esige un taglio brutale, che deve investire gli infami devastatori del nostro paese, ma più in generale dell’Europa – non ne usciremo. Alcune forze andranno avanti con i voti, ma non risolveranno così l’infezione. E’ da non meno di dodici anni che ripeto la necessità di un’incisione radicale di questo insanabile bubbone, contro il quale non esistono medicamenti.

QUALCHE SPARSA CONSIDERAZIONE SUL CONFLITTO CHE E’ VITA, di GLG

gianfranco

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Tra un bel po’ di materiale in merito all’argomento che tratterò, sia pure succintamente, ho trascelto due scritti (di fonti diverse) che ritengo utile leggere. In ogni caso, svilupperò le mie considerazioni in merito al rapporto esistente tra nemici anche nel momento dello scontro acuto (e talvolta definitivo) tra i due. Gli articoli riguardano la seconda guerra mondiale e si rifanno soprattutto ai rapporti tra organizzazioni economiche (in particolare grandi imprese) di Usa e Germania in contattopiuttosto stretto fra loro. E’ però chiaro che i rapporti tra nemici, nello scontro decisivo per la vittoria di uno sull’altro, non sono solo quelli economici e riguardano quanto sempre avviene, in ogni epoca della storia umana. In effetti, l’interpretazione più banale di tale fatto è la volontà di uomini e gruppi del settore produttivo diperseguire il proprio profitto, fregandosene altamente degli interessi in gioco per il proprio paese. Allora, tale fenomeno sarebbe caratteristico soprattutto dell’epoca capitalistica e i capitalisti sarebbero individui immorali solo concentrati sui propri guadagni personali.

Anche se fosse così, si tratterebbe comunque di un fatto assai interessante, che smentisce tanta ideologia di certi movimenti anticapitalisti. In effetti verrebbe in evidenza che il vero “internazionalismo” non è quello delle classi dominate (“proletari di tutto il mondo unitevi”) bensì riguarderebbe proprio la classe antagonistica (la “borghesia”) rispetto a quella dominata e sfruttata, la classe operaia, la quale generalmente non ha mai saputo opporsi alla guerra tra paesi capitalistici ed è sempre stata portata in battaglia con l’inconsistente opposizione di piccoli gruppi, facilmente messi a tacere e spazzati via.

In realtà, la situazione è piuttosto differente. Da sempre, in ogni epoca della storia umana, arriva il momento in cui si giunge all’urto aperto e definitivo tra gruppi al potere in certe aree territoriali, dove abitano determinate popolazioni unite in dati sistemi di rapporti sociali di vario tipo e controllate in varia guisada detti gruppi. Tali popolazioni (un insieme sociale divisoverticalmente in strati e orizzontalmente in comparti vari) sono in genere, almeno per quanto riguarda la loro parte attiva nelle dinamiche politiche dei diversi paesi (o aree) d’insediamento, interessate a seguire i gruppi di potere in questione nel momento del loro acuto conflitto; salvo quando arriva la sconfitta di uno di questi, che dissolve spesso l’interesse dei subordinati al perdente e la frequente emersione fra essi di chi tenta di riorganizzarsi piegandosi al vincitore.

I gruppi al potere in dati paesi o aree da essi controllati non possono non arrivare infine allo scontro per affermare la loro supremazia su aree ancora più estese. Non esiste, se non nell’ipocrisia delle epoche in cui vi è un certo equilibrio di forze tra gruppi di potere nelle varie aree, alcuna possibilità di pace e di proficuo rapporto pacifico. In realtà, lo ripeto, la pace è solo un periodo di conflitti più sordi, non affidati allo scontro acuto e spesso armato tra i contendenti (se non in certe aree limitate situate tra di essi) poiché si ammettono ancora margini di mediazione e di possibilità di reciproca convivenza,salvaguardando però i propri principali interessi con ampi margini di soddisfazione per i vari contendenti.

2) Ovviamente nessuno – che non sia un po’ malato di testa – ama lo scontro quando arriva a livelli di violenza tali da implicare morte e distruzioni di vasta entità. Tuttavia, è necessario essere anche razionali e lucidi nella considerazione del conflitto. Esso è vita, senza di esso la vita si affievolirebbe e scomparirebbe. Il conflitto termina solo con la massima entropia, con la fine dello scorrere dell’energia vitale, con l’inerzia e immobilità totale (quella propria dei cadaveri degli animali morti; non subito, ma dopo un tempo relativamente breve cui segue semmai quell’altro “conflitto” che conduce alla totale dissoluzione pure del cadavere e alla sua assimilazione a ciò che lo circonda). Non si può fare a meno del conflitto. E questo non riguarda appunto la sola vita animale, anche se in questa – e massimamente nell’essere umano (che è stato, se non erro, di cinque specie differenti, in cui ha prevalso infine quella sapiens) – assume particolare evidenza per la vita e la sopravvivenza.

Non considero ragionevole e augurabile l’esplodere più violento del conflitto; comprendo che si faccia il possibile per contenerlo, attenuarlo, rinviarlo, cercare di limitare i danni e le distruzioni quando esso diventa inevitabile. Tuttavia, bisogna prendere appunto atto della sua inevitabilità perché ogni forma di vita porta allo scoccare di correnti di energia tra poli opposti. E non ci si può tirare sempre indietro poiché l’unico risultato è la resa alla supremazia di “un altro”. E la resa non elimina il conflitto e nemmeno l’acerbo antagonismo; semplicemente comporta la continua prevalenza della corrente proveniente da una parte e la supina sottomissione dellenergia dell’altra parte a tale corrente preminente. Quindi, diventano spesso irritanti e veramente disgustosi i discorsi sulla pacifica convivenza, sulla presunta fratellanza umana, sulla nostra eguaglianza e altre falsità affermate in piena consapevolezza da chi intende semplicemente spegnere l’energia altrui per continuare nella propria supremazia; soprattutto quando il predominante (e prepotente) avverte che quest’ultima comincia a traballare.      

Non siamo per nulla eguali, una menzogna evidente raccontata proprio da chi vuol prevalere. Siamo diversi come individui, come gruppi sociali in un dato paese, come paesi abitati da popolazioni caratterizzate, almeno per larghi tratti, da una storia comune, da una lingua comune (pur magari diversificata in innumerevoli dialetti), da abitudini, tradizioni, costumi in gran parte simili. E siamo diversi come “razze”, dove razza è puro sinonimo di etnia. Leggiamo il dizionario Devoto-Oli al termine razza: “Serie omogenea di individui (animali o vegetali) contraddistinti da comuni caratteri esteriori ed ereditari” E ancora: “Ogni raggruppamento d’individui costituito in base a caratteri somatici (comuni, costanti, ereditari…….) spec. in quanto può costituire un motivo di profonda DIFFERENZIAZIONE [evidenziazione mia!] sul piano delle relazioni sociali e politiche: il termine è oggi sempre più spesso sostituito con quello più appropriato di etnia”. E allora uno cerca sullo stesso dizionario il termine etnia: “Aggruppamento umano basato sulla comunità di caratteri razziali [razziali, avete capito? Nota mia], culturali linguistici (dal termine greco ethnos, ‘popolo’”.

Di conseguenza, etnia non è “più appropriato” di razza, è esattamente la stessa cosa; la presunta maggiore appropriatezza èsolo legata alla sudditanza del culturame odierno a classi dominanti ormai vetuste e corrose, che si servono di tutte le menzogne che riescano a suscitare emozioni contrastanti e divisive fra i sottoposti. E allora una di tali menzogne è che se si parla di razza si è “razzisti”. No, imbroglioni e vigliacchi, mentitori spudorati e infami. Razzista è chi pensa che le razze (o etnie, la stessa cosa) si dividano in superiori e inferiori. Questo va negato con forza. Per quanto sembra ormai appurato, anche l’uomo “neanderthaliano” (e pure quello delle altre tre specie che non ricordo come si chiamino) non era affatto inferiore a quello sapiens. E’ proprio ciò che deve essere affermato con determinazione. Non però che non esistano popolazioni – tutte con secoli e millenni di propria civilizzazione alle spalle del tutto diverse fra loro; e divise spesso da tradizioni, costumi, cultura (fra cui quella religiosa) profondamente differenti e non integrabili in quattro e quattr’otto come affermano coloro che, ormai nel pieno disfacimento della loro predominanza, vorrebbero sfruttare tali differenze per mettere gli uni contro gli altri i ceti sociali a loro subordinati da ormai troppo tempo.

3) E qui nasce il vero conflitto dei tempi attuali, in specie nel mondo detto “occidentale”; e con particolare riguardo alla nostra area europea, che più ci compete da vicino. Con la subordinazione alla super(pre)potenza statunitense, quest’area è stata dominata per decenni e decenni da gruppi politici ed economici, che trovano il loro interesse nel servire supinamente tale (pre)potenza.; e questi gruppi di asserviti hanno formato altri gruppi diintellettual(oid)i, giornalisti e via dicendo di una vergogna indicibile. Sono questi ad utilizzare tutti gli “anti” a lorodisposizione per squalificare coloro che ormai si ergono a difesa dei ceti subordinati: “antirazzismo”, “antifascismo”, “antifemminismo”, “antiomosessualità”, ecc. ecc.

Purtroppo, c’è anche chi cade nel tranello e infatti assume posizioni contrastanti in modo tale da dare talvolta l’impressione che sia appropriato l’uso dei termini squalificanti. Dobbiamo quindi stare molto attenti a quanto sosteniamo. Non siamo per nulla per la superiorità di una razza o etnia; ma rivendichiamo la diversità tra esse (che fra l’altro implica maggiore ricchezza di contenuti). Non siamo per il ritorno di vecchie e superate ideologie (e non solo il fascismo). Non siamo contro le donne; abbiamo magari un po’ di schifo per le “Asia Argento”, per il mondo di Hollywood, non per le donne. E non siamo contro gli omosessuali; semmai diciamo loro che si sentano infine pari agli altri e non tentino di apparire sempre superiori!      

Questo discorso non finisce quindi qui. Siamo anzi agli inizi. E il conflitto contro quelli che ancora ci si ostina a definire “di sinistra” (comunque la terminologia poco importa al momento) deve intensificarsi e bisogna smantellare i loro vaneggiamenti di inconsistente eguaglianza. Questi “sinistri” sono integralmentereazionari e vogliono mantenere un potere ormai infetto, che rende malata l’intera nostra società. Purtroppo a me sembra che ancora non sia sorto il loro autentico antagonista, quello che li deve annientare se si vuole ancora che esista una civiltà europea (con tante popolazioni però, con tante tradizioni, costumi e lingue differenti; e tuttavia di possibile forte vicinanza reciproca).

Quindi si torna a quanto già detto: il conflitto è vita. Tuttavia lo è quando tra le correnti che scoccano fra loro in contrasto prevale infine quella che fa veramente “circolare il sangue e la linfa” con maggiore energia. La corrente negativa, tendente a spegnere la vita, deve essere infine soppressa. Poi, logicamente, se la vita deve continuare, sprizzeranno nuove scintille e si apriranno ulterioricontrasti. In quest’epoca ci troviamo di fronte quello appena detto (e che ho certo solo accennato schematicamente; la storia è d’altronde lunga). Lo si porti a fondo e si ridia vitalità alla nostra civiltà. Le epoche dei prossimi secoli e millenni, con i loro nuovi e diversi conflitti, non ci competono, nemmeno immaginiamo come potrebbero essere. Non fingiamo d’essere profeti; siamo umani che vivono un’epoca e devono confrontarsi con le correnti che in essa si sprigionano in uno specifico conflitto. E in quest’ultimodevono trovare la via per ridare nuova vitalità ed energia al “tutto”. Poi quest’ultimo si dividerà nuovamente; e così via.  

 

LA CRISI NON E’ MATERIA DA ECONOMI(CI)STI (figuriamoci da filosofi).

Multipolarismo imperfetto (2)

 

E’ impossibile digerire quanto annunziano certi critici improvvisati del capitalismo i quali nella crisi, sempre ultima e irreversibile (ma quante ne abbiamo contate lungo i secoli?), individuano i sopraggiunti limiti del sistema, cosicché si ritiene, impropriamente, che persa la sua intrinseca dinamicità, esso possa sopravvivere soltanto ricorrendo alla rapina e all’imposizione coercitiva.
C’è in queste disamine una incomprensione profonda del modo di riproduzione sociale in essere. Innanzitutto, il carattere più generale della crisi capitalistica è la sovrapproduzione, infatti, non vi è scarsità o penuria di beni, come spesso accadeva in ere precedenti, ma loro eccesso rispetto alla domanda. Si tratta, senz’altro, di una crisi che determina impoverimento delle più larghe masse popolari ma pur sempre in un contesto di avanzamento produttivo in cui si susseguono scoperte tecnologiche, miglioramenti di processo e, soprattutto, realizzazione di nuovi prodotti, cui però non corrisponde l’aumento della capacità di acquisto delle masse. Molte merci restano perciò invendute, le imprese capitalistiche soffrono perdite, sono costrette a ridurre la produzione e le unità lavorative occupate; molte devono chiudere o persino fallire. Questa è la tendenza generale contrastata però dalla proliferazione di nuovi settori, ancora in fieri, destinati a decollare. E’ in corso un’altra rivoluzione che non ha mostrato ancora tutte le sue potenzialità in campi non “consuetudinari” o inespressi.
Certamente, chi perde il lavoro non consuma, facendo crollare ulteriormente la domanda di tali prodotti, a loro volta le imprese riducono quella dei beni di produzione smettendo d’investire e la crisi si allarga. Tuttavia, solo l’occhio più superficiale non vede che proprio nella crisi si manifesta il sintomo di una ristrutturazione o riconfigurazione che, in certi frangenti storici, va ben oltre i confini dello stesso sistema economico. Per esempio, la seconda rivoluzione industriale, verificatasi tra fine ottocento e inizio novecento, fu attraversata da una lunghissima stagnazione, proprio mentre si gettavano le basi di un grande balzo tecnologico e di profondi mutamenti geopolitici. Poiché la società capitalistica appare come un grande ammasso di merci è ovvio che i suoi terremoti più profondi si presentino in superficie con sconvolgimenti in questa sfera, prima a livello finanziario, poi della cosiddetta “economia reale” ed infine, nei rapporti di forza tra aggregati statali (a livello della sfera politica, dove si trova il vero nucleo della complessità sociale e dei suoi decisivi conflitti per la preminenza). A seconda delle fasi, le crisi possono annunciare minimi riaggiustamenti sugli equilibri preesistenti, ed in questo caso si parla più che altro di di recessioni, (con mutamenti che avvengono all’interno di un’area ad egemonia stabilizzata, avente un centro regolatore il quale può correggersi senza cedere potere) oppure, se nel frattempo si sono concretizzati degli accorciamenti nei differenziali di potenza tra formazioni nazionali, può essere messa in discussione tutta l’impalcatura anteriore (con perdita di capacità aggregativa del polo predominante e formazione di più poli di attrazione), ed allora, in questa eventualità, si parla di crisi sistemica. La nostra situazione attuale sembra corrispondere alla seconda ipotesi, poiché siamo passati da una stagione monocentrica, con assoluta supremazia statunitense, ad una multipolare con crescita di elementi regionali (Russia, Cina) che impediscono alla superpotenza di essere pienamente unilaterale nelle sue decisioni. La crisi contemporanea è dunque debacle da sregolazione geopolitica (accompagnata da importanti novità a livello tecnologico e produttivo, la cui portata si vedrà col tempo) che non annuncia il definitivo precipitare del capitalismo (il termine è ormai riduttivo per definire il nostro modo di riproduzione sociale, forgiato sul modello statunitense) nel finanziarismo parassitario ma l’inizio di una acerrima conflittualità tra aree e Stati per la supremazia mondiale, politica e poi economica. Cose piuttosto serie che gli sbrigativi filosofi o i superficiali economisti non possono cogliere.

CERCANO DI ORGANIZZARE UNA NUOVA “MANI PULITE”?

gianfranco

La sensazione è questa. Ne abbiamo parlato tante volte, ma ricordiamo ancora. La corruzione (che a volte è qualcosa di differente, ne riparleremo in altra occasione) è fenomeno non solo italiano; è notorio che almeno in Giappone è stata scoperta come anche più intensa ed estesa che da noi. Figuriamoci negli Usa; e in tutta Europa. Nella prima Repubblica – come esplicitato in un famoso interrogatorio in cui Craxi rispose con molta determinazione a Di Pietro – era notorio da sempre che esistevano fenomeni di corruzione. E perfino io, nel mio piccolo, ne sapevo un po’; non per mia partecipazione ad essa, precisiamo per i malpensanti. Già dalla fine degli anni ’60, inizio ’70, quello che ancora si denominava PCI (e diventò di “sinistra”, mentre prima i comunisti erano tutt’altra cosa rispetto a destra e sinistra, come già raccontato) iniziò il suo passaggio di campo verso l’atlantismo, cioè gli Stati Uniti. Un tipo come Moro, che aveva documenti un po’ compromettenti (e quindi passibili di essere usati con fini di “controllo” del “compromesso storico” in pieno svolgimento), fu reso “inoffensivo” (e infatti si sa che molti suoi documenti mancano all’appello).
Comunque, la magistratura non si mosse mai contro la corruzione. Ad un certo punto crollò il campo europeo detto “socialista” (1989) e si dissolse l’Urss (1991). Venne dunque il momento di cambiare il regime della prima Repubblica, sempre stato fedele all’atlantismo (Usa e ovviamente Nato), ma con qualche manifestazione d’autonomia evidentemente non sempre ben sopportata dagli Stati Uniti. Inoltre, già dal ’62 (incidente/assassinio di Mattei) era iniziata la controffensiva dei nostri “cotonieri” contro l’industria pubblica, che si era espansa dall’IRI fascista alla Finmeccanica (1948), all’Eni (1953), all’Enel (1962), ecc. Si trattava però di accelerare il processo di indebolimento della stessa. E venne dato il via libera alla liquidazione del regime in oggetto per sostituirlo con uno più consono alla nuova epoca politica che si apriva con la fine del sistema bipolare. Il Pci cambiò infine nome (prese quello di Pds, che poi mutò ancora) e si spostò senza più decenza verso gli Usa e quella Europa (non ancora UE, ma non differente), i cui padri fondatori erano stati finanziati dalla CIA (come scoperto dal ricercatore americano Joshua Paul nel 2000). Era comunque impossibile (anche perché un Pci così “cangiante” non poteva godere di troppo consenso elettorale) ottenere un rapido successo. Si mise dunque in piedi l’operazione giudiziaria, assai più svelta. I già noti fenomeni di corruzione vennero “scoperti” e perseguiti; alla magistratura si aprì il semaforo verde. Ma non per tutti. Furono ostacolate le indagini sugli ex piciisti (i pidiessini) e “sinistra” Dc. Qualche indagine, certo, per non sembrare poco obiettivi, ma furono distrutte con ben altra energia le correnti diccì principali e il Psi (salvo qualche “ruota di scorta” minore, di cui inutile fare nomi, ben noti).
Si ebbe così il nuovo “fiammante” regime, molto più servizievole rispetto agli Usa e alla Nato (e ai nostri “cotonieri”). Malgrado si raccontassero balle circa il massiccio appoggio della popolazione all’operazione giudiziaria, quando si arrivò alle elezioni del ’94 si vide che la gran parte dell’elettorato diccì e socialista era invece disgustato e incazzato per come erano stati fatti fuori coloro che esso aveva sempre votato. Quest’elettorato si riversò su Berlusconi. E allora si dovettero intraprendere nuove manovre giudiziarie (con l’appoggio di un presidente della Repubblica). Comunque, anche in quel caso, il successo fu parziale (pur se consentì agli Usa di avere un governo molto “accomodante” durante l’aggressione alla Serbia del ’99). Da allora però, e fino al cedimento berlusconiano a Obama (Deauville, marzo 2011, quando era già iniziata l’infame “primavera araba” e l’aggressione e massacro della Libia di Gheddafi, inizio del fenomeno immigratorio ben noto e che crea oggi difficoltà crescenti nella UE), si ebbero fenomeni non del tutto graditi agli Stati Uniti (e, ribadisco, ai nostri “cotonieri”).
Negli ultimi due anni si sono verificati alcuni fenomeni disgregativi di questo fronte reazionario che aveva il suo fulcro negli Usa di Obama, nella UE di Merkel e Macron (che vince le elezioni francesi prendendosi tutto il potere con appena un quarto dei voti), nell’Italia dei piddini che, con Renzi, hanno operato una nuova svolta ancora più filo-Usa e filo-cotonieri. Negli Usa vince Trump. Tutto l’establishment americano (e la stampa, il culturame statunitense ed europeo, gli ambienti del cinema e spettacolo, tutti i “quartieri alti” insomma) gli si mettono contro. Ma quello procede a zig zag (e finge anche di liquidare l’uomo più preparato che ha, Bannon, il quale però è in giro a tentare di organizzare il “giro di boa”). Le “sinistre” (vero fulcro della più bieca reazione, mascherata dalla ridicola difesa dei diritti civili, con la canea sulle molestie sessuali e l’ossessione del protagonismo omosex) sono in dissesto in tutta Europa. I partiti socialisti francese e tedesco crollano. La Csu (in fondo la versione democristiana bavarese, alleata della Cdu) entra in attrito netto con la Merkel sulla questione dell’immigrazione. In Austria vince il partito di sempre, ma con una netta svolta detta di “destra” (secondo i vecchi canoni definitori). Si forma il gruppo dei paesi di Visegrad; e in Ungheria un altro “destro”, Orban, stravince (e con una partecipazione elettorale sul 70%, molto alta di questi tempi).
Infine, avviene una svolta (abbastanza intorcolata e “sofferta”) anche in Italia. Tutta la stampa, la TV, il solito indegno intellettuame erede (ma in peggio) dei sessantottardi, insorgono, svolgono una campagna forsennata contro. Tuttavia, i sondaggi non sono favorevoli al vecchio servitorame piddino (e per molti lati anche forzaitaliota). Aspettare che magari questo governo si incarti e fallisca (ma poi fallirà sul serio?) sembra molto pericoloso per il vecchio establishment europeo, legato a quello americano che appoggiava Hillary Clinton. Figuriamoci per quello italiano, con i nostri “cotonieri” in angoscia. Ed ecco allora che forse – certo approfittando della tendenza (ribadisco: non solo italica) ad un certo grado di corruzione e di finanziamento “improprio” di certi “arrampicatori” alla politica – c’è la possibilità di mettere in piedi un’altra “mani pulite”. Come quest’ultima, infatti, scoppia non appena crollato il sistema bipolare, l’attuale operazione, se sarà possibile per i “reazionari” lanciarla, si profila subito dopo il mutamento avvenuto in Italia; che però si sostanzia di quanto sta avvenendo in Europa e negli stessi Usa. Il Ministro degli interni tedesco (Csu), in contrasto con la Merkel, ha detto di voler incontrare Salvini e il presidente austriaco per concordare azioni, che ufficialmente sono contro l’immigrazione incontrollata, ma in realtà hanno anche finalità più ampie di rivolgimento degli equilibri europei durati troppo tempo e ormai fonte pur essi di vera infezione e rischio di morte per il nostro continente.
Stiamo in campana. E rafforziamo la nostra convinzione circa la necessità della fine di questa sedicente “sinistra”, che è in realtà il peggio dell’involuzione reazionaria. Bisogna batterla, possibilmente toglierla di torno definitivamente. E’ ormai dal lontano inizio degli anni ’90 che sta producendo cellule cancerogene sempre più numerose. Le attuali forze politiche che le si oppongono sono però all’altezza del compito? Non ne sono convito, temo siano deboli e aprano la strada a reazioni per la nostra civiltà mortali. Comunque è ormai chiaro: il pericolo principale è la “sinistra”, è l’altrettanto falso “antifascismo”, quello degli eredi dei finti partigiani che non diedero una goccia di sangue alla Resistenza, fascisti fino all’ultima ora, venduti allo straniero e padri di quest’Europa serva, pagati lautamente dagli Usa per dominare il mondo. E’ compito principale combatterli; bisogna opporsi a possibili rigurgiti giudiziari che vogliano spingersi troppo oltre. E si tenga conto che il “compratore di favori” ha dichiarato che con altri personaggi politici ha dovuto pagare ben di più, somme “da non credere”. Se qualcuno si è comportato da perfetto idiota, deve senz’altro pagare. Tuttavia, si deve impedire il tentativo dei “sinistri” di ostacolare con questi mezzi la pur incerta via che si sta aprendo in Italia e che, se sarà seguita da ben più robuste forze politiche, servirà all’Europa per liquidare la nostra subordinazione ai prepotenti d’oltreatlantico e alle loro quinte colonne qui da noi.

LA DIVERSITA’ NON (SEMPRE) ARRICCHISCE

immigrazione

 

I popoli sono tutti diversi. Sono differenziati al loro interno, da città a città, da provincia a provincia, da regione a regione, da nord a sud (in Italia ne sappiamo qualcosa, persino di rivalità tra contrade), e a fortiori lo sono quando separati da confini, naturali o artificiali, nazionali e continentali. Esistono aree culturali più o meno omogenee (l’Occidente, l’Asia,l’Africa ecc. ecc.) in cui, benché stranieri gli uni agli altri, per lingua e non solo, è più semplice comprendersi in quanto si subiscono minime variazioni (divenute tali nel corso delle epoche, dopo conflitti ed eccidi) su una comune trama storico-sociale, ed altre con le quali i divari di tradizioni, credi, abitudini sono talmente ampi che ciascuno giudica delle bizzarrie le ataviche convinzioni/convenzioni altrui.
Dire che tutti siamo biologicamente umani, in quanto discendenti dalla razza sapiens, non accorcia queste distanze di un millimetro e non risolve le molteplici contraddizioni tra le persone, i gruppi, le comunità. E’ giusto che ognuno stia nel suo ambiente, che quando si sposti altrove, provvisoriamente o stabilmente, abbia sempre rispetto di quello in cui si reca senza giudicarlo dall’alto in basso o credendo di potersi liberare del suo passato (vedi certi snob nostrani i quali, come direbbe Pareto si americanizzano, si francesizzano, si germanizzano o più che altro si istupidiscono) tanto da immedesimarvisi totalmente, mantenendo la indissolubile consapevolezza che non esistono civiltà superiori o inferiori, essendo le civilizzazioni molteplici e variegate, anche se caratterizzate da marcati differenziali di sviluppo economico, tecnologico, scientifico ecc.
Detto ciò, affermiamo che la differenza tra raggruppamenti sociali appartenenti a diversi Stati arricchisce solo se colta nell’ambito di queste specificazioni. La diversità che intruppa coattivamente individui con radici distinte destabilizza, genera dissidi, fomenta violenze, procura immani disastri. Posso amare la cultura francese o inglese ma non sarò mai un francese o inglese e costoro prima o poi me lo farebbero notare, sbattendomi in faccia i loro luoghi comuni sull’Italia (è accaduto qualche giorno fa) cosicché, in un moto di rabbia, mi ritroverei a dichiarare guerra a Parigi e a Londra, tirando fuori il peggio di me stesso, anche qualora non fosse mia intenzione farlo.
I dissidi etnici delle grandi metropoli multirazziali, nascondono problemi ben più rilevanti, ma la miccia viene sempre accesa dalle sciocchezze di poco conto. Figuriamoci cosa potrebbe avvenire (ed avviene) con soggetti di etnie ancora più esotiche (per me, ovviamente, mentre esotico sono io per loro), con le quali ho pochissimo a che spartire. Ognuno si tenga i propri vizi e le proprie virtù evitando inutili frammischiamenti perché solitamente i difetti si sommano mentre i pregi si elidono. Gli islamici che, travasati in Europa o in America, formano comunità separate all’interno del paese accogliente, fanno benissimo. Idem i cinesi o altri. Non saranno mai come noi, cioè non saranno noi, se non dopo alcune generazioni. I radicamenti sfumeranno lentamente ma qualcosa resterà ugualmente appiccicato, tanto che diventeranno italo-qualcosa, ma difficilmente italiani tout court, anche se parleranno la nostra lingua meglio di molti “indigeni”. Dopo qualche secolo, gli immigrati italiani in America, per esempio, sono sempre italo-americani, nonostante i loro legami con la madre patria siano inesistenti e la loro idea d’Italia più che altro un mito. Nel frattempo però, restando uniti in terra straniera pareranno meglio i colpi dello “spaesamento” (lo hanno fatto i nostri connazionali ovunque si siano recati, con buone o cattive intenzioni. E non sono i soli). Saranno tenuti a rispettare le nostre leggi ma conservando la loro identità che nessuno vuole togliere loro. Sul lungo periodo le cose muteranno ma occorre dar tempo ai processi di decantare. Subito non si ottiene nulla, anzi, si finisce con l’alimentare un odio reciproco. Non avverrà una totale integrazione ma nasceranno dei corridoi culturali tra allogeni ed autoctoni in cui sarà più agevole incontrasi ed intendersi, piano piano.
In ogni caso, non va bene l’invasione di tanti corpi estranei nello stesso periodo come adesso pare avvenire. L’organismo sociale non ha il tempo di metabolizzare tutta questa alterità. Così si finisce male. Non ne ha colpa chi scappa da guerra o fame ma non ne hanno colpa nemmeno gli italiani, i quali, a loro volta, hanno subito le scelte sbagliate dei loro governanti. Ma i governanti possono essere irraggiungibili, bravi a scaricare le loro responsabilità, cosicché la frustrazione dell’uomo della strada si abbatte sul vicino “alieno”, pilotata proprio da chi sta in alto. Per questo chi invece specula sulle vite dei migranti per fare propaganda politica è un criminale. Tanto chi ha appoggiato i conflitti in quei contesti (quelli di sinistra), i quali adesso piangono per i fratelli martoriati in preda ai mari e respinti da crudeli razzisti, tanto quelli che (da destra) usano il razzismo bieco per mascherare una uguale sudditanza ai macellai internazionali, prendendosela unicamente con i fuggiaschi sventurati e non con chi ha causato le loro disgrazie.
Certo, non si può più accettare chiunque, aprendo le porte ad ognuno perché danneggeremmo tutti, chi arriva, chi c’è già da un po’ e, infine, noi stessi. Infatti, la misura è colma. Ma si sappia che buonisti e antibuonisti rappresentano due facce della stessa medaglia, per le ragioni brevemente accennate.

Ps.
L’ultima diatriba ancora in corso riguarda la sorte di circa 600 profughi imbarcati su una nave battente bandiera di Gibilterra, utilizzata da una ong francese, rifiutata dal porto di Malta. Ci sono pressioni per farla approdare in un porto italiano, come avvenuto spesso nei mesi passati. 600 disperati non sono tanti, ma ne sono arrivati a migliaia sulle nostre coste in tempi recenti e non è stato possibile accoglierli a dovere. Ovviamente, i migranti sono diventati, oltre che un argomento di disputa demagogica tra partiti, un’arma di ricatto contro l’Italia, utilizzata da forze esterne che dopo aver precarizzato i già fragili equilibri di vaste aree dell’Africa e del Medio-oriente intendono esportare il disordine direttamente al nostro interno. Non è possibile sottostare a queste minacce senza reagire. Purtroppo, pagano i più deboli ma in qualche modo occorrerà far capire che la musica deve cambiare. Si devono però denunciare e fermare i veri manovratori del torbido evitando di criminalizzare quelli che sono divenuti, sfortunatamente per loro, strumenti di un gioco molto più grande.

ANTICORPI IN AZIONE! RIPULITE L’ORGANISMO, di GLG

gianfranco

 

Qui

una notizia decisamente rilevante. Fa ridere l’accusa a Trump di avere scatti di nervi. E’ però ovvio che anche chi afferma questo sa bene che non è così. Il presidente americano ha bisogno che sia messo in crisi questo vertice della UE (e dei governi dei suoi paesi cardine come Germania e Francia), una congrega di “indeboliti” (Macron ha tutto il potere a causa della legge elettorale francese che gli ha concesso la maggioranza assoluta con nemmeno un quarto dei voti). Se tale gruppo dirigente, ormai il nemico principale, venisse messo in forte crisi, ne risulterebbe indebolito anche l’establishment americano rappresentatosi in Obama-Clinton. Quest’ultimo dovrebbe cercare altre vie strategiche all’interno degli Usa (e dunque nel mondo), avendo perso un forte punto d’appoggio nei suoi servi da ormai tre quarti di secolo. La Russia ha fatto bene a sostenere che guarda ad altre riunioni mondiali, ma è certo che anche lei gioca d’astuzia, cercando di approfittare della crisi che sta attanagliando l’“occidente”. Assume quindi ancor maggiore rilevanza l’incontro tra Trump e Kim, che è “osservato” (termine improprio logicamente) più che attentamente da Cina, Corea del sud e Giappone. Si sta mettendo in moto un vero sommovimento su scacchiera mondiale; vedremo come i principali giocatori muoveranno le loro pedine.

In ogni caso, in Italia è indispensabile che si affermi una corrente sempre più nettamente “antieuropeista”. Nel senso preciso di fortemente ostile all’attuale gruppo dirigente europeo, ai suoi organismi economici (come la BCE in mano ad un uomo del vecchio establishment statunitense); è indispensabile una netta diminuzione di potere di Merkel e Macron. Interessante che quest’ultimo, che sembrava il più doppiogiochista nei confronti di Trump, abbia adesso assunto un’accesa posizione ostile al presidente Usa. Tenta di prendere la testa della UE, avendo forti difficoltà “in casa”. L’Italia dovrebbe giocare un dura partita soprattutto contro “questa” Francia e, in sottordine, contro la Germania dell’attuale governo messo in piedi da due partiti in netto calo di consensi. Il problema cruciale è che qui in Italia abbiamo gli acerrimi nemici denominati “sinistra” e un “destro” (il nano) pur esso doppiogiochista. Bisogna spazzare via questi due “fattori cancerogeni”. Su questo punto, purtroppo, la via non sembra breve. Comunque, sempre più “siamo in cammino verso una nuova epoca”. E chi resta a giochicchiare con lo squalificato antifascismo (di coloro che consegnarono l’Italia all’occupazione Usa) e con il corroso liberal-liberismo ci porta solo alla catastrofe; speriamo s’inneschi infine una violenta reazione di “anticorpi” in grado di ripulire l’organismo nella sua più pura integrità.  

 No

Sinistri sempre più sinistrati

gianfranco

Ormai la vergogna di questi “sinistri” e sedicenti “antifascisti” è incommensurabile (faremo un video su questi vermi per dire di chi sono eredi; non certo dei veri “resistenti”, bensì dei fascisti fino all’ultimo momento, opportunisti marci, traditori fradici). O arriverà infine qualcuno che disinfesti l’ambiente di questi scarafaggi e cimici puzzolenti o altrimenti povero il nostro paese. Non mi fido certo delle nostre forze governative perché non la pensano nello stesso modo e non credo dureranno a lungo assieme; e poi sono fondamentalmente “deboli” in merito alla disinfestazione di cui appena detto. Tuttavia assistere al “vomito” di questi, che ancora alcuni sciocchi liberal-liberisti continuano a considerare comunisti o almeno post-tali, è veramente superiore alla sopportazione di un essere umano. Sono persino critici di Trump quando costui, tatticamente e con continue mosse disorientanti, parla della necessità che la Russia sia riammessa al G8; e purtroppo il nostro premier, mostrando quella debolezza di cui sopra, si è allineato (ma spero solo tatticamente) ai “cinque” di una ormai sfatta UE, che tuttavia ancora nessuno si perita a mandare al diavolo. Putin, altrettanto tatticamente, ha mostrato di saper attendere l’evoluzione delle crepe in occidente, che speriamo diventino crepacci profondi, dicendo di avere diverse intenzioni riguardo alle sue “alleanze”.
Non parliamo delle sanzioni alla Russia, che sia Usa che UE vogliono; e i “sinistri” urlano contro certe affermazioni molto più articolate di Salvini. L’ex premier italiano, un tempo membro del Movimento studentesco, si è scatenato contro ogni idea di incrinare tali sanzioni perché la Russia si è annessa la Crimea e quindi ha aggredito l’Ucraina. Incredibile, il governo ucraino è nato da un colpo di Stato contro il legittimo governo eletto. Poi c’è chi ha voluto sostenere che la Russia ha aggredito la Siria. Farabutti e mentitori, la Russia ha combattuto e battuto l’Isis, finanziato dagli Usa di Obama tramite sicari quali Arabia Saudita e Qatar e altri. Francia e Inghilterra (con alle spalle gli stessi Usa obamiani) hanno massacrato la Libia dando libero sfogo a tutto il disordine e al “terrorismo” che poi si è creato. La Russia ha riportato solo un po’ d’ordine; semmai ancora insufficiente. I missili occidentali stanno i tutti i territori ai confini occidentali di questo paese.
Ormai, non ci sono più dubbi; i “sinistri” e gli “antifascisti” sono il vero cancro che ci sta uccidendo. O chemioterapia o operazione chirurgica. Queste forze governative sono del tutto inadeguate alla bisogna.

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