TEORIA E PRATICA, LE DUE “LAME” DELLA POLITICA

LAGRA2

1. Per comodità (teorica) ho sempre utilizzato la tripartizione della società in tre “sfere” (tre grossi ambiti, mai concretamente separati da nette delimitazioni di confine): quella politica, quella economica (con sottosfere produttiva e finanziaria), quella ideologica, che a volte denomino ideologico-culturale per indicaresia tutto ciò che si muove nel campo delle idee, dei punti di vista, delle battaglie fra queste(i), sia i depositi accumulatisi durantequesto movimento nel corso di lunghi periodi di tempo in dati ambiti sociali forniti pure di un territorio (di solito si tratta di quelli che chiamiamo paesi e, da un certo periodo in poi, spesso pure nazioni).

Ogni sfera è costituita da gruppi di apparati, di strutture organizzate che perseguono date finalità. Nella sfera politica, simili organismi si addensano attorno allo Stato (della cui formazione storica non discuto), che ufficialmente serve all’espletamento di funzioni generali di mantenimento di una data società abitante in un certo paese. Vi sono poi le organizzazionidette partiti, costruite appunto per accaparrarsi il potere nella gestione dello Stato (e delle sue funzioni generali svolte nell’ambito dei diversi paesi). In determinate congiunture – e anche a seconda di una serie di specifici depositi culturali formatisi nei vari e differenti paesi – un partito esclude tutti gli altri e assume il completo controllo dello Stato; in altrecongiunture si svolge invece una competizione tra vari partiti, in genere soggetta a regolamentazioni diverse da paese a paese e da fase storica a fase storica. Si possono quindi avere le cosiddette dittature o invece le (altrettanto cosiddette) democrazie.

Democrazia dovrebbe significare “governo del popolo”, ma il “popolo” è soltanto un termine del tutto astratto nel senso peggiore di questo termine. In definitiva il “popolo” non esiste minimamente. Il termine da utilizzare semmai è popolazione, che presuppone un insieme di individui divisi in vari comparti e gruppi sociali; si tratta comunque di individui situati in un dato contesto geografico-sociale e culturale, dichiarati tutti eguali fra loro e dotati di eguali diritti e doveri, ma comunque sempre fra loro differenziati per la posizione occupata sia in senso verticale (i diversi strati divisi in base alle condizioni di vita) sia in senso orizzontale. L’eguaglianza, puramente formale e formalmente dichiarata senza alcuna sua reale sostanzialità, è soprattutto la definizione di stampo liberale, quindi fondata su una specifica ideologia particolarmente semplificatrice e rudimentale.

Per altri la popolazione è un variegato insieme di gruppi sociali che possono essere classificati secondo diversi criteri; e tra i quali corrono rapporti pur essi soggetti ad analisi teorica in base alle esigenze di chi intende studiare quella data società e precisare le sue caratteristiche considerate più essenziali e decisive, le più opportune per individuare la direzione di sviluppo che si ritiene più propria della società in questione. Secondo questa seconda concezione, più complessa e articolata di quella liberale, non è affatto decidibile in modo univoco e inalterabile qual è il regime – “dittatoriale” o “democratico”, ognuno dei due in varie configurazioni e modulazioni possibili – più adatto nei diversi paesi e nelle differenti congiunture o nelle (più ampie) fasi storiche.

Nella sfera politica, in ogni caso, gli Stati sono ancor oggi gli assembramenti (strutturati) di apparati fondamentali nel governo dei vari paesi e dunque nelle relazioni tra essi. Si è cercato di fingere il loro superamento con la creazione di organismi internazionali. Il clamoroso fallimento della Società delle Nazioni– istituita dopo la prima guerra mondiale – e oggi, sempre più visibile, quello dell’Onu dimostrano l’inanità di tale ideologica finzione; dove qui ideologia sta nel suo significato peggiore di autentica e consapevole maschera con cui si cerca di coprire l’uso di tali organismi detti internazionali, almeno per quanto riguarda le decisioni più rilevanti, nell’interesse di uno (o pochi) dei paesi ivi rappresentati (nell’attuale fase storica soprattutto gli Stati Uniti). Lo stesso dicasi della nostra povera UE, nata in stato di subordinazione rispetto a detta potenza, malgrado gli sforzi compiuti da dati partiti dei paesi europei per far credereall’autonomia europea. Oltre a tutto, questo miserabile organismo detto unitario non rappresenta affatto “democraticamente” la volontà dei paesi del nostro continente, tutti dichiarati eguali fra loro, tutti con pari diritti e poteri. Mentre in realtà, prevale sempre la volontà di alcuni di essi, soprattutto Germania e Francia. Oggi poi, la frattura grave che si sta producendo nella nazione predominante, gli USA, sta creando la massima confusione e accentuate frizioni in questa finta unità europea.    

Passando alla sfera economica – che va appunto suddivisa, dato il carattere mercantile generalizzato delle economie definite capitalistiche, in produttiva e finanziaria – gli apparati fondamentali sono quelli definiti imprese, di cui ancora una volta la concezione più semplicistica, quella liberale, predica la“virtuosa” concorrenza nello spazio del sedicente “libero mercato”, uno spazio di cui si immagina l’autonomia e autosussistenza in base a semplici criteri di efficienza nella conduzione della gestione aziendale, e dunque il prevalere di queste o quelle imprese nella produzione di beni e servizi, comunque di mercia costi, e dunque a prezzi, più bassi.

In realtà, la concorrenza è un conflitto in cui conta solo parzialmente l’efficienza economica (caratterizzata dal principio del “minimo mezzo”), largamente coadiuvata invece da più complesse attività di questi apparati nei loro svariati rapporti con le altre sfere sociali e, in particolare, con quella politica. Tuttavia, vi è troppo spesso la tendenza a vedere la sfera economica come quella principale e dominante nella società e a trattare dei suoiapparati, le imprese, in termini di organismi strutturati secondo determinati criteri riconducibili appunto all’efficienza. I rapportitra l’economia e le altre sfere sarebbero relazioni tra individui o gruppi di individui, che si considerano caratterizzate da“sentimenti” d’ordine personale: in modo speciale, il desiderio di acquisire potere ma ancor più ricchezza; è anzi quasi sempre quest’ultima ad essere messa in primo piano poiché lo stesso potere sarebbe acquisibile tramite essa, dunque sarebbe una variabile subordinata. Al servizio di ogni ambizione, sostanzialmente rinviabile agli individui, si mette l’inganno, la menzogna, la corruzione, la costrizione (quando possibile), ecc.

Poiché ogni ambizione sarebbe comunque condizionata dalla ricchezza posseduta, si tratta di quest’ultima nella sua disponibilità secondo i criteri di più rapida e flessibile utilizzabilità, che è ovviamente – in una società di generalizzazione mercantile dell’attività produttiva – quella monetaria o assimilabile a quest’ultima; cosicché, in definitiva, si enfatizza sempre la funzione spettante alla sfera finanziaria come se fosse la fonte di ogni potere, nel senso migliore o peggiore del suo uso. Alla fin fine, tutti gli accadimenti sociali più rilevanti – compresi gli eventi detti bellici – vengono attribuiti al denaro, al desiderio di accumularlo e al modo del suo utilizzo che provocherebbe spesso le più acute crisi di tutti i generi. La sfera finanziaria viene quindi pensata quale principale sfera sociale, predominante, causa dei maggiori accadimenti; e poiché di ogni accadimento si tende generalmente a porre in primo piano l’aspetto “demoniaco”, la sfera finanziaria e l’ingordigia di denaro sono considerati le più decisive fonti dei mali sociali di tutti i generi.

Infine vi è la sfera ideologica e, in senso più generale, quella culturale in quando deposito di lunghissimo periodo dello scontro ideologico legato alle successive epoche storiche, attraverso cui sono passate le varie formazioni sociali. Tale sfera non ha suoi specifici apparati, poiché questi o fanno parte della struttura delloStato o sono organizzati in forma di impresa. La sua precipua caratteristica è rappresentata dall’occupazione di particolari ruoli, comunque utilizzati negli apparati di tipologia politica o economica, da parte degli intellettuali in quanto personaggi espletanti le funzioni speciali attinenti alla lotta ideologica e alla trasmissione intergenerazionale di quei saperi e pensamenti(“depositati”) che fanno parte di una determinata cultura. Gliintellettuali sono generalmente incardinati negli apparati in questione e sembrano (solo sembrano!) liberi di svolgere le loro elucubrazioni; mentre invece, salvo eccezioni (più numerose in periodi di crisi e trapasso tra formazioni sociali diverse), tali personaggi svolgono talvolta inconsapevolmente, più spesso con aperta malafede e autentica infamia – funzioni che coadiuvano la riproduzione di una data struttura di rapporti sociali che vede come dominanti appunto le classi al cui servizio, assai ben stipendiato, la maggior parte d’essi recita la parte di grandi pensatori e portatori di avanzata cultura.

Nelle fasi storiche, in cui finalmente date classi dominanti ormai marce e infette vengono travolte da movimenti di rinascita rivoluzionaria, i sopravvissuti di quelle classi – che magari ancora prevalgono in dati paesi – sostengono che il pensiero deve restare “libero” e accusano i rivoluzionari di essere dei repressori dello stesso. Quel “libero” pensiero è soltanto quello pagato dai dominanti in putrefazione e va quindi trattato con la massima durezza e messo ai margini per lasciare posto ad un vero nuovo pensiero “liberatore”; ma liberatore semplicemente perché (e quando) coadiuva l’eliminazione drastica di quella classe ex dominante, i cui resti sono solo “malattia” sociale.

 

2. Se questa è la configurazione – teoricamente considerata e analizzata – delle diverse sfere costituenti la società, ben diverso, come sempre abbiamo rilevato, è il senso (significato e direzione di orientamento) più specifico di quella che chiamiamo solitamente politica. Intendiamo riferirci alla già più volte indicata serie di mosse compiute da dati “attori” sociali, serie di mosse coordinate in quella che denominiamo strategia e che gli agenti mettono in opera nel loro confronto (scontro) teso a prevalere gli uni sugli altri. La strategia non ha nulla a che vedere con movimenti compiuti a casaccio, nel più completo disordine, pura reazione primitiva, quasi istintiva, ad uno stimolo proveniente dall’esterno, che spesso è l’agitazione altrettanto caotica di altri contendenti. La strategia implica un ordine di successione delle mosse; non certo deterministico, ma comunque sempre fondato su una studiata concatenazione delle stesse, sullaricerca, tramite esse, della massima possibile efficacia (concettodel tutto differente da quello di efficienza) in relazione alla finalità perseguita: il successo e la conquista del predominio.

Prima di attuare una strategia è dunque indispensabile pensarla e costruirla in quanto coordinazione di movimenti tesi ad un fine ben prestabilito. Nulla si pone realmente in essere senza la preliminare esplorazione del campo della sua applicazione. All’esplorazione segue una più minuta analisi di detto “campo”, cioè degli elementi fondamentali che lo strutturano e gli attribuiscono date caratteristiche salienti, senza stabilire preliminarmente le quali non ci si può muovere se non disordinatamente e nelle più diverse direzioni, ponendosi alla mercé di altri contendenti che si applichino scientificamente allo studio della strategia da svolgere in quel campo. Oltre al campo è quindi indispensabile tener conto e valutare, al meglio possibile, la posizione, la forza e le intenzioni strategiche degli altri avversari in gioco in esso e in quella contingenza temporale (a volte un’intera fase storica). Tutto questo è sufficiente? Nient’affatto, è importante ma non sufficiente.

Se ci si limita ad operare secondo quanto sinteticamente appena accennato, si ha evidentemente una concezione della “realtà”, in cui ci si muove, quale mera interazione tra gli agenti in conflitto; insomma, una sorta di vettore di composizione delle diverse forze in campo. Tale concezione rinvia di solito allaconvinzione di poter eliminare ogni iato tra “soggetto” e “oggetto”, sostenendo la loro indissolubile unità, una separazione soltanto fittizia coltivata dagli individui sulla base di mere apparenze. La “realtà” sarebbe invece unitaria, non esisterebbero, appunto in realtà, soggetto e oggetto: ognuno dei due si compenetrerebbe con l’altro. Questa è a mio avviso la concezione più ingenua e primitiva, fonte di innumerevoli disastri. Perché, comunque si vogliano mascherare simili tesi, esse si rifanno all’idea fondamentale secondo cui è in definitiva il soggetto acreare il proprio oggetto. Del resto, anche chi sostiene invece che l’oggetto è dato in sé e il soggetto deve immedesimarsi in esso, aderire cioè intuitivamente ed in via immediata ad esso si crea un falso oggetto (un simulacro di “realtà”), che non è altro se non il pensiero del soggetto “condensatosi” in un oggetto cui egliattribuisce forma e sostanza.

Per quanto mi riguarda, sono favorevole ad un deciso dualismo, ad una netta separazione tra soggetto e oggetto. Con la precisazione che il soggetto è attivo, non aderisce passivamente (con finzione più o meno consapevole) all’oggetto, con cui si dovrebbe compenetrare e unire, in pratica fondere. Perfino ilsoggetto contemplativo agisce tanto quanto l’attivo per eccellenza; crede (o finge) di soltanto aderire alla realtà che scorre, in effetti vi interviene, pur con la sua inazione, la interpreta e tenta di piegarla ai suoi scopi pur apparendo semplice osservatore inerte. E’ sovente un subdolo attore, uno dalle cui mene guardarsi, poiché magari tenta, con questo suo comportamento, di sollevare e orientare l’azione di altri soggetti contro coloro che agisconosenza mascheramenti di sorta. E se anche non lo fa consapevolmente, è egualmente, a volte ancor più, pericoloso. Il contemplativo non va mai ignorato da chi confligge e lotta per la supremazia; in certi casi, va eliminato per primo, così come anche chi predica l’amore, la cooperazione e simili, armi micidiali nelle mani di mentitori “universali”.

Una volta accettato, come orizzonte ineliminabile, il dualismo soggetto/oggetto, si deve fare attenzione a non coltivare ingenuamente il loro rapporto. Secondo me, l’affermazione di Marx (Introduzione del ’57” a “Per la critica dell’economia politica”), secondo cui è possibile la “riproduzione del concreto nel cammino del pensiero”, appartiene a questa concezione ingenua. Il “concreto” dovrebbe essere l’oggetto – la realtà a noi esterna, il campo in cui agiamo – in quanto caratterizzato dagli elementi che lo strutturano, ivi compresi gli altri attori contro cui si lotta. In effetti, non riproduciamo affatto questo concreto, ce lo rappresentiamo soltanto; e la sua struttura (da noi costruita)nasce dal nostro bisogno di agire nella stabilità, fingendo che quel campo resterà tale almeno per un congruo periodo di tempo: attimi in un duello alla spada, magari decenni o secoli nella considerazione di date “realtà naturali”, che portiamo alla nostra attenzione (costruttiva) per utilizzarle secondo “storicamente determinate finalità.

L’importante è essere coscienti che tale rappresentazione non è la realtà, ma nemmeno un semplice fantasticare; è il modo di porsi nelle condizioni necessarie ad agire. Talvolta sembra che non vi sia alcun movimento, invece sempre in essere. Ho citato altre volte l’esempio di un uomo in piedi, immobile sull’attenti. Sembra fermo, ma vi è invece un incessante moto dei suoi muscoli per creare quell’apparenza. Il movimento affatica e l’apparente immobilità può a volte concludersi con un vero e proprio crollo.Nemmeno il fantasticare è una “fuga dalla realtà”, è un altro modo di porsi in azione; talvolta dovuto al riconoscimento anticipato di una sconfitta, talaltra quale tentativo di sormontare le difficoltà che sembrano condurre alla sconfitta. Non complichiamo però il discorso, altrimenti non ne usciamo più.

In definitiva, non vi è mai riproduzione (peggio ancora, rispecchiamento) di una realtà; e nemmeno vi è immedesimazione immediata del soggetto con il suo oggetto. E la si smetta pure con l’improprio riferimento al principio di indeterminazione della microfisica quantistica, su cui si sono sbizzarriti fior di filosofi convinti di possedere sufficienti cognizioni scientifiche invece assenti; come messo in luce brillantemente, per quanto mi riguarda, da Sokal e Bricmont nel loro Imposture intellettuali di un bel po’ d’anni fa. Si deve partire, innanzitutto, dall’intreccio conflittuale delle azioni di più “soggetti” che a tal fine si pongono all’esterno di una “realtà”, da loro costruita nel modo più realistico possibile in quanto campo di stabilità su cui attestarsi per meglio procedere poi a pensare lo scontro in atto e a muoversi adeguatamente in esso; a volte si tratta di uno scontro tra posizioni teoriche, tra idee e punti di vista, che tuttavia rappresentano, magari mediante una serie di passaggi intermedi, un più acuto e diretto “conflitto tra gruppi” per assumere una posizione di supremazia.

Prendiamo ad es. le concezioni tipiche dell’economia neoclassica. Questa immagina la preliminare assenza del mercato – la cui generalizzazione, attraverso processi storici di trasmutazione della formazione sociale precedente in quella capitalistica, è invece la reale causa delle teorizzazioni di tale scuola di pensiero – e formula una serie di leggi economiche, eterne e immutabili, a partire dalla supposta relazione tra un individuo (un soggetto umano), dotato di bisogni, e i mezzi atti a soddisfarli. Queste leggi sono poi utilizzate per studiare la competizione nell’ambito del supposto “libero mercato”. Tale impostazione teorica, senza immaginare una subdola attività di contrapposizione ad altra teoria (di fatto, quella marxista), ècomunque servita a spostare l’asse della riflessione da un campo occupato dalle classi sociali pensate quali soggetti collettivi dominanti e dominati (“sfruttatori e sfruttati”) fra loro in lotta antagonistica – allo spazio di una competizione (concorrenza) tra singoli soggetti liberi ed eguali.    

3. Ogni volta che noi ci rappresentiamo una data “realtà”, in quanto campo in cui si lotta per la supremazia secondo le modalità sopra sinteticamente delineate, si può essere sicuri che tale costruzione mostrerà entro un dato periodo di tempo, non determinabile a priori, precisi limiti. L’insistenza nel voler aderire ad essa a tutti i costi – tipico atteggiamento di coloro che dimenticano il suo carattere di utilità per l’azione (sempre ricordando che tutto è azione, anche ciò che appare contrario a simile definizione come ad es. la contemplazione) per credervi fideisticamente – conduce infine alla sconfitta i suoi adepti e alla progressiva scomparsa di simile rappresentazione. Per restare sufficientemente elastici e pronti al mutamento di impostazione di pensiero in merito a date realtà, è necessario un supplemento di ipotesi.

Dobbiamo supporre l’esistenza di un mondo a noi irriducibile, al cui mutamento certo noi contribuiamo agendo (in lotta reciproca), ma in modo tutto sommato “non essenziale”; un mondo, che noi siamo obbligati a sottoporre ad attività dettaconoscitiva senza la pretesa di attingere il suovero essere”. Un mondo da presumere in continua oscillazione, vibrazione, sommovimento o come vogliamo definire la sua incessante mutevolezza che non trova mai momenti di effettivo e costante equilibrio. In certi suoi comparti (ad es. i “cieli”, ma non solo) tale mondo conosce oscillazioni e mutamenti con vibrazioni di tale durata temporale che alla nostra “sensibilità” (pur strumentalmente molto potenziata) esso appare sufficientementeequilibrato e stabile, dotato di un movimento costante, fissato non a caso in “leggi” (fisiche). Tuttavia, ciò non ci deve indurre a pensare il contrario di quanto sopra indicato, altrimenti potremmo irrigidirci spesso in costruzioni teoriche che mostrano infine una decrescente capacità di orientare il nostro muoverci nel mondo.  

Senza dubbio, saremmo in forte disagio se ci atteggiassimo a“soggetti agenti” nello squilibrio, nella vibrazione e oscillazione. E’ quindi per noi obbligatorio fissare delle “leggi” (di movimento), costruendo un campo di possibile agibilità. In definitiva, supponiamo appunto un mondo capace di equilibrio e di movimento costante, che sarebbe possibile conoscere nella sua realtà, dotata di stabilità e immutabilità dei suoi caratteri essenziali pensati come atemporali. E quando detta “realtà” è la società – in cui noi siamo più direttamente inseriti in quanto soggetti capaci di organizzazione e cooperazione o invece di conflitto dobbiamo essere specialmente consapevoli, nel nostro ragionare, che si tratta di un mondo instabile e oscillante. E’ quindi indispensabile dedicarsi con particolare flessibilità alla COSTRUZIONE – al cui scopo servono appunto le teorie,formulate in base ad IPOTESI, non invece con la pretesa diattingere il VERO! – dei campi di stabilità necessari all’agire:giorno per giorno o per intere fasi storiche (con le varie gradazioni intermedie). Senza però fissarsi ostinatamente sulle costruzionirealizzate, che saranno sempre superate dai cosiddetti avvenimenti – in tempi più o meno lunghi a seconda dei campida questi interessati richiedendo dunque periodiche revisioni sovente molto radicali.

Prendendo a prestito un’espressione utilizzata in ben diversi contesti, “in ultima analisi” ciò che decide del realismo di una data teoria, in quanto guida della nostra azione, è il successo o meno di quest’ultima nel conseguimento degli scopi con essa perseguiti.Stando sempre ben attenti al modo di porci “in teoria”. Innanzitutto, “realismo” non significa riproduzione della “realtà”, quella vera e indubitabile. La realtà è un qualcosa di fluido, melmoso, sfuggente, in continuo movimento e trasmutazione, un qualcosa in cui ci si impantana se si ha la pretesa di aderire ad esso. Il realismo implica soltanto che non fantastichiamo, ma cerchiamo di immobilizzare il mutevole e fluido in modo tale da poter comunque conseguire dei successi, con la consapevolezza che essi sono in ogni caso temporanei. Del realismo fa parte pure la presa d’atto che la stabilità, attribuita dalla teoria al mondo in cui ci “agitiamo”, è obbligatoria per quanto riguarda le modalità del nostro agire, non attingendo però alcuna “realtà vera”; quest’ultima, anzi, deve essere supposta sempre in scorrimento vibrante, sussultorio, squilibrante, per cui ogni teoria va appuntoconsiderata transitoria.

Ci sono senz’altro i “grandi pensieri” di genere assai diverso: che so, sulla morte, su quanto ci dovrebbe accadere dopo di essa, sul senso “ultimo” dell’immenso mondo in una infima parte del quale siamo immersi, un senso sul quale sono ovviamente ammesse le complesse elaborazioni mentali che più aiutano gli esseri umani a vivere in varie epoche e in diverse società, con differenti “depositi culturali”. Ecc. ecc. Nessuno vuol negare la rilevanza di simili pensieri, che vi sono sempre stati e sempre saranno; e sono spesso le “radici più profonde” di una certa civilizzazione. Tuttavia, la teoria ha poco a che vedere con essi, deve tenersene lontana; deve attenersi allo scopo dell’agire nel mondo cosiddetto concreto, un agire che, lo ripeto, deve crearsi un’immagine stabile, irrigidita, dunque “non vera”, di quest’ultimo. La stabilità serve, sempre “in ultima analisi”, a combattere un conflitto per la preminenza tra “gruppi sociali”, variamente configurati in base al ruolo economico, politico o ideologico svolto in date società e in determinate epoche storiche.

Alcuni gruppi vogliono conservare l’ordinamento socialeesistente, altri mutarlo; a seconda delle convenienze ritenute confacenti ai diversi gruppi in conflitto. All’interno dello scontroper l’ordinamento sociale, si svolgono lotte diverse e peculiari riguardanti settori specifici della società. Fra questi settori vi èanche quello in cui la lotta per la supremazia prende a proprio oggetto la validità o meno di questa o quella teoria; anche nell’ambito delle teorie riguardanti le cosiddette “realtà naturali”.Per fare un semplice esempio, nel “Galileo Galilei” di Brecht, malgrado l’eccessiva semplificazione dei termini e modalità dello scontro, si colgono alcuni aspetti sociali (e politici) dell’aspro conflitto intorno alle tesi dell’eliocentrismo. I “grandi pensatori” devono limitarsi a tentare di interpretare il cosiddetto “spirito del mondo”, che non è poi altro che l’insieme delle credenze caratteristiche di determinate “epoche storiche della formazione sociale”. Tenendo ben conto che tali formazioni sociali non sono mai state finora unificate in una sola, differenziandosi invece per la loro sussistenza in diversi contesti geografico-sociali,caratterizzati da una storia relativamente comune e da conseguenti “depositi culturali” non divaricati oltre certi limiti (ma sempre sufficienti a creare contrasti e lotte per l’affermazione del proprio “essere”, quello supposto tale e superiore agli altri).

Non sono però questi “grandi pensatori” a far vincere determinati portatori soggettivi delle più cogenti esigenze di date formazioni sociali particolari (da ormai molto tempo riconducibili di fatto ai paesi o anche nazioni) e di dati gruppi sociali all’interno di queste; il successo o meno è compito di chi elabora le strategie del conflitto, cioè degli agenti della POLITICA nel suo senso più specifico che riguarda ogni ambito (sfera) della società: politica (in minuscolo, cioè gli apparati della stessa: quelli dello Stato, i vari partiti, ecc.), l’economia (imprese in testa) e l’ideologia (più in generale diciamo cultura). Sono soprattutto le prime due – e nel capitalismo, nell’epoca della formazione sociale più moderna, ha acquisito certo notevolerilevanza la seconda – ad avere un più alto impatto nella lotta per la vittoria (nella “guerra” e non in “singole battaglie”). I “grandi pensieri”, quelli che poi impregnano a lungo i “depositi culturali” di diverse formazioni sociali, sembrano orientare e muovere “grandi masse”; in definitiva, però, se un conflitto di lunga lena o di particolare acutezza e rilevanza viene perso, per incapacità o condizioni sfavorevoli alla lotta, da determinati gruppi di agenti delle strategie (della POLITICA), le “masse” influenzate da questi ultimi si disperdono e poi si riuniscono, sia pure magari in periodi lunghi, sotto l’egida di nuove “formazioni ideologiche” che coadiuvano di solito la stabilità del successo degli agenti vittoriosi.

4. Quando si sostiene, e del tutto correttamente a mio avviso, che la “politica è sempre e comunque al posto di comando”, è necessario intendersi bene su tale affermazione. Non significa, secondo me, che gli apparati della sfera politica, e dunque i soggetti posti in ruoli di comando in questi, occupano un posto privilegiato rispetto a quelli di altre sfere della società. Il reale senso dell’affermazione sta nella POLITICA in quanto sequenza di mosse facenti parte di una strategia adeguata a combattere ilconflitto nella società (in una determinata area geografico-sociale più o meno vasta, al limite “superiore” la società mondiale) per assumere il controllo di sue parti decisive. Questo tipo di POLITICA permea l’intera formazione sociale e dunque le sue varie sfere; sempre ricordando che la suddivisione di una società in queste sfere ha carattere largamente strumentale, è pur sempre unfare teoria”.

Il fatto che, nello svolgimento della POLITICA, abbia prevalenza o l’una o l’altra delle sfere sociali (con i loro apparati e i loro agenti nei ruoli di comando degli stessi) è “fatto” connesso alle diverse epoche in molti casi specifiche congiunture storiche “concrete”, tenuto conto dei rapporti di forza intercorrenti tra le diverse formazioni particolari (paesi) e tra i vari gruppi sociali al loro interno. E’ in questo contesto che ha senso quanto disse Lenin in merito alla “analisi concreta della situazione concreta”. Guai ad interpretare tale frase nel suo senso più piattamente empirico, al di là di quelle che potevano essere le intenzioni del grande rivoluzionario. Partiamo, per fare un esempio ben noto, da una delle conclusioni di tale tesi leniniana: la considerazione dell’“anello debole della catena dell’imperialismo” (rappresentato dalla Russia nel 1917); il che implica l’altrettanto fondamentale conclusione secondo cui le rivoluzioni vincono non tanto dove le forze rivoluzionarie sono più forti (e numerose, seguite dalle più ampie “masse”, secondo le credenze dei rivoluzionari più superficiali che, infatti, perdono e la “guerra” e spesso pure la vita), bensì dove quelle reazionarie sono più deboli e con le loro istituzioni in sfacelo, i loro “comandanti” demotivati e le “truppe” in movimento disordinato e spesso in fuga non ricevendo più comandi di indirizzo.

La tesi dell’anello debole non rinvia dunque alla semplice analisi empirica di un dato assetto delle forze in una breve congiuntura, ma è effettiva tesi strategica che, non a caso, servì per contrastare e superare i dubbi (e gli opportunismi) di coloro che, perfino tra i bolscevichi, sostenevano la necessità di attendere un avanzamento della rivoluzione democraticoborghese, da cui sarebbe emersa pure una più forte e numerosa classe operaia (il soggetto rivoluzionario per eccellenza secondo i marxisti, in specie quelli scolastici). L’unico errore di Lenin – che è stato possibile giudicare tale soltanto in base all’esperienza storica degliultimissimi decenni – fu quello di credere che tale tesi non contraddicesse in definitiva il marxismo tradizionale e i suoi assi teorici portanti. Così non era e si è creduto per troppo tempo che le rivoluzioni, succedutesi dopo la seconda guerra mondiale, fossero un prolungamento della rivoluzione detta proletaria (della “Classe” per antonomasia) in tanti ulteriori “punti deboli”. Nei “punti forti” – i veri paesi capitalistici con un numero elevato di operai (nient’affatto una Classe!) – non c’è mai stato nemmeno il più piccolo balenio di una autentica rivoluzione dopo il 1945; e quei pochi sussulti precedenti, tipo gli spartachisti nella Germania post-Grande Guerra, sono stati schiacciati in un baleno.

Comunque, oggi chi sa ragionare – non i rimasugli che propugnano un comunismo “etico e religioso”, del resto predicato da certi perfetti imbroglioni nel tentativo di raccogliere ancora alcuni voti dai residui decerebrati di un movimento in altri tempi molto incisivo e colmo di effettive speranze – è consapevole della necessità di abbandonare il marxismo così com’è stato formulato. Tutto sommato, la migliore definizione di questa teoria è quelladata molti anni fa da Althusser: Marx ha aperto alla scienza il Continente Storia; ma soltanto “aperto”, il che significa che la via da percorrere è in genere molto lunga e accidentata, con tante svolte. In effetti, ritengo che unanalisi dei fenomeni storici fondata sulla lotta tra Stati e paesi, tra religioni o in senso più generale culture, tra etnie, ecc. sia assai rilevante: è tuttavia fondamentale tenere anche adeguato conto dei processi che riguardano dati gruppi sociali all’interno di ogni Stato, di ogni paese, di ogni religione e cultura (e lingua), di ogni etnia, e via dicendo. Ed è a questo secondo compito che si è dedicato soprattutto il marxismo. Il vero problema è che esso si è imbozzolato nell’analisi del capitalismo nella sua prima compiuta affermazione in Inghilterra e ha creduto di generalizzare quell’esperienza – per di più appena uscita dalla sua “prima rivoluzione industriale” – impostando così il decorso storico sulla lotta di classe tra borghesia e proletariato (che non era altro se nonla classe operaia). Da qui è derivato infine un sostanziale fallimento, ostinatamente mai ammesso dai marxisti ulteriori (nemmeno da Lenin che, per fortuna, seguì però nella rivoluzione altre tesi strategiche, in sostanza revisioniste).

Questo fallimento teorico prima ancora che pratico-politico la teoria è il massimo livello della pratica giacché serve in definitivaa guidare l’agire degli esseri umani, del tutto diversi in questodagli altri animali – ci ha fatto regredire alla necessità di seguire altre teorie della società, e del conflitto in essa, a mio avviso più primordiali e rudimentali del marxismo. La regressione è proprio consistita, a mio avviso, nell’incapacità di andare all’analisi del conflitto tra gruppi sociali oltrepassando a volte il livellorappresentato dal “cemento” della cultura (e della lingua), della religione e via dicendo. Oggi anche noi, formatici nel marxismo,siamo obbligati a ripiegare magari sul sovranismo (o l’autonomia o la neutralità, ecc.); in un certo senso, si è obbligati apagare dazio” per gli errori commessi così a lungo. In questa fase ci troviamo in mezzo ad una gran quantità di macerie da sgombrare; dopo si potrà, e a mio avviso si dovrà, ridare un qualche senso all’analisi secondo l’impostazione concettuale che fu nostra, senza però ricadere in “visioni” di prevalente antagonismo duale e in verticale, usando le solite, al momento difficilmente sostituibili ma assai poco perspicue, categorie dei “dominanti e “dominati”. Se qualche ritardato intende ancora dilettarsi con tale dualità, utilizzando addirittura i termini di“sfruttatori” e “sfruttati”, di “oppressori” e “oppressi”, meglio toglierselo subito dai piedi. Nemmeno prendo in considerazione i“ricchi” e i “poveri”, i “privilegiati” e i “diseredati”!  

       

5. Concludo adesso questo tutto sommato breve excursus sulla teoria e la pratica (politica). Lo consegno alla lettura di quel 10% (sono troppo ottimista?) che comprende come la teoria sia, nell’essere umano pensante, la massima espressione dell’agire pratico, che implica una riflessione di primo, secondo, terzo, ennesimo grado. Noi, cioè, ci dedichiamo intanto al primo approccio al mondo caotico in cui ci si deve muovere se si vuolevivere. La “riflessione” immediata comporta già la grezza formulazione di abbozzi di teorie chi si ferma a questo stadionon si rende di solito conto della formazione di simili “primi schizzi di teoria” nel suo cervello, crede di essere soltanto pratico e disprezza i “teorici” – con cui fissiamo comunque dati campi di stabilità; talvolta convinti, ingenuamente, di aver riprodotto la realtà”. Su questi primi approcci si deve riflettere ancora e, una volta “ri-aggiustati” i primi campi, stabilirne di ulteriori e poi altri ancora; fino a quando non ci sembra di essere arrivati alla “più realistica” stabilità consona alla nostra attività.

Diceva Lenin: “senza teoria rivoluzionaria niente azione rivoluzionaria”. Togliamo di mezzo il termine rivoluzionario, che non contraddistingue se non eccezionalmente il nostro modo d’agire. Resta pur sempre: senza teoria niente azione. Teoria e prassi sono le usuali “due lame della forbice”, apparentemente diseguali ma entrambe complementari per “tagliare”. Se una lama è troppo usata, bisogna arrotarla, spesso sostituirla. Ho sopra usato l’espressione “grandi pensieri” con dizione generica, ma che spero sia chiara ai più e che a nessuno venga in testa di sottovalutarli.Non si può vivere senza simili pensamenti. E anche chi non “ci pensa”, è solo perché ritiene che l’intero mondo non abbia alcun senso dato, definito. Mi sembra tuttavia ovvia la dannosità della confusione tra gli ambiti dei “grandi pensieri” e i campistabilizzati dalle teorie in quanto aspetto decisivo, ineliminabile,della pratica d’azione. Se teoria e prassi sono le due lame della forbice indispensabile al nostro concreto intervento nel mondo,tra di esse sussiste una tale complementarietà da renderle di fatto un unitario “strumento” per agire. E’ possibile che tra le due lamesi crei una qualche discrasia, si verifichi uno scarso adattamento reciproco nell’uso; la rivelazione dell’imperfezione si ha in genererelativamente presto giacché infine la “realtà” non viene più ben tagliata”.

Una relazione così stretta non corre invece tra “teoria e prassi”(nella loro stretta interrelazione) e la “grande meditazione” che caratterizza le civilizzazioni in diversi contesti spaziali e temporali. Esiste senz’altro complementarietà, reciproca influenza, anche in tale relazione; tuttavia, con più alto grado di indipendenza e, dunque, con l’eventualità (non rara) di scarti edivaricazioni temporali in grado di provocare gravi problemi perl’integrità e il buon “funzionamento” (riproduttivo dei rapporti) di una data formazione sociale. Con metafora di larga massima, pensiamo la seconda (i più alti pensieri filosofici) quale“strumentazione” di acclimatazione (mantenimento di temperatura e grado di umidità) adeguata alla rigogliosa crescita di piante e fiori in serra. La forbice (teoria e prassi) è rappresentata dal sapere e dall’abilità del “giardiniere” che cura tale crescita.

Vi sono purtroppo, soprattutto di questi tempi, tanti pasticcioni che trasferiscono (se volete, “calano”) d’emblée i più elevatipensieri (filosofici e religiosi) nel campo della teoria, sostituendoperciò quest’ultima con un approccio non adatto all’azione.Importante, sia chiaro, di cui gli esseri umani hanno bisogno, ma che rischia di condurli a movimenti errati e dannosi. Purtroppo, tali pensieri influenzano spesso ambiti intellettuali assai degradatisoprattutto nei periodi di decadenza di una formazione sociale. Vengono così provocati guasti irreparabili, che spesso impediscono il superamento della “crisi epocale” di detta formazione. E’ indispensabile denunciare e criticare aspramente personaggi altamente deleteri, che pronunciano frasi insensate di possibile effetto su cervelli deboli e quasi inermi; essi annientanoogni rigore di vera ricerca di una via di uscita con discorsi difasulla “speranza” nell’avvento di una società di cui non sussiste il minimo accenno nel nostro futuro. Un conto è pensare all’“altro mondo”, ad una dimensione spiritualmente elevata; un altro èarrabattarsi alla bell’e meglio per (soprav)vivere in questo mondo fin quando esisterà con tutte le sue miserie e meschinità “terrene”.E con questo termino il mio intervento, ben conscio che è ancora largamente provvisorio e insufficiente.

                 

 

Il protezionismo non è il male assoluto, Gianni Petrosillo

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C’è un testo molto interessante di Paul Bairoch del 1993, Economia e Storia mondiale, che mi sento di consigliare. Il saggio dell’economista belga smonta, come dice il sottotitolo, i miti e i paradossi delle leggi dell’economia che impropriamente tradiscono la scienza, convertendosi in ideologia o falso senso comune. Uno su tutti quello del protezionismo visto come causa di arretramento se non addirittura quale anticamera di conflitti, anche mondiali. È il solito mantra della scuola liberista che occorre demolire. Dati alla mano Bairoch dimostra, innanzitutto, che non è sempre vero che sono gli scambi a determinare la crescita, anzi può essere proprio il contrario, ovverosia è la crescita (meglio sarebbe parlare di sviluppo) a favorire gli scambi ma, soprattutto, lo studioso evidenzia che, essendo le politiche economiche protezionistiche orientate a difendere imprese strategiche o ad alto impatto industriale, la conversione del modello produttivo che ne scaturisce migliora le performance del sistema produttivo in generale stimolando quindi anche gli scambi. Insomma, i numeri dimostrano che sotto il protezionismo, determinate compravendite internazionali, di prodotti ad alto valore aggiunto (e non solo), aumentano anziché decrescere. Bairoch però si spinge oltre e fa capire che nel trend storico da lui considerato che abbraccia quasi due secoli, il protezionismo è stato la norma nei paesi mentre il cosiddetto liberismo viene da lui definito un’isola circondata da questo mare nelle varie epoche. I paesi più inclini al liberismo sono quasi sempre quelli dominanti a livello economico ed industriale ( vedi l’Inghilterra del XIX secolo, o gli Stati Uniti del XX-XXI, quest’ultimi hanno abbandonato, almeno a parole, il loro iperprotezionismo esclusivamente quando hanno conquistato la supremazia mondiale) oppure quelli totalmente sottomessi (come le colonie o le ex colonie che restano ugualmente dipendenti dalla madrepatria anche dopo il processo di decolonizzazione, e il cosiddetto terzo mondo).
Importantissimo allora che questo ragionamento conduca Bairoch a far risaltare la figura di un economista come List, ripreso anche negli studi di Gianfranco la Grassa (Finanza e poteri, Manifestolibri, libro che inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi List oltre Marx, però l’editore decise per un titolo differente) e che entrambi gli studiosi giungano a riflessioni simili. Mi piace qui riportare i due passi, tratti da La Grassa e Bairoch che segnalano dette relazioni:

La Grassa, Finanza e Poteri:

‘List è considerato il predecessore della scuola storica in economia, ma si tratta di tesi ampiamente contestata da altri e, secondo la mia opinione, con ragione. Così pure, alcuni vedono in lui un inizio di teorizzazione degli stadi di sviluppo, ma anche in tal caso mi sembra ci siano delle forzature. Diciamo che Adam Smith distingueva molto sommariamente nella storia della società una “fase originaria che precede l’appropriazione della terra e l’accumulazione del capitale” (la società rude e primitiva di cacciatori di cervi e di castori), in cui “tutto il prodotto del lavoro appartiene al lavoratore”, e una fase successiva, e per lui definitiva, che è quella della società dello scambio mercantile, dell’appropriazione della terra e dell’accumulazione del capitale, in cui il prodotto si distribuisce in salario, rendita e profitto. List appare più articolato a proposito dei diversi gradini di sviluppo di una nazione, ma per un semplice motivo: come sostenne giustamente Mori nella sua introduzione al Sistema nazionale ecc., Smith forgia lo strumento teorico (e ideologico) adatto al primo paese postosi sulla via dell’industrializzazione, mentre List lo fornisce ai second comers, con particolare riguardo alla Germania, ma certamente con un occhio rivolto anche agli USA (un bel po’ dopo vi si aggiunse il Giappone e in seguito, via via, altri ancora fra cui il nostro paese).
List, come ho già rilevato, non contesta in toto la teoria del libero commercio internazionale; ed è probabilmente per questo che non prende in specifica considerazione la ricardiana teoria dei costi (e vantaggi) comparati giacché in fondo l’accetta con una piccola modifica: prima di arrivare ad un effettivo libero scambio tra i vari paesi, che sia profittevole per tutti i partecipanti, è necessario pas-sare per un periodo intermedio in cui questi ultimi abbiano potuto raggiungere lo stesso grado di sviluppo industriale del first comer; altrimenti è da “temere che le nazioni più forti usino lo stru-mento della ‘libertà di commercio’ per ridurre in stato di dipendenza il commercio e l’industria delle nazioni deboli”. Va intanto rilevato che tesi del genere si dovevano scontrare, già in Germania (come negli USA), con le classi dominanti di tipo mercantile e agrario, interessate al libero commercio così come lo intendeva la scuola classica inglese: alla Gran Bretagna la specializzazione in manufatti industriali (da esportare in tutto il mondo), agli altri paesi l’assicurazione di uno sviluppo dell’agricoltura e delle miniere – implicanti una concomitante espansione del settore commerciale – indispensabili a fornire al paese industriale le derrate alimentari e le materie prime necessarie, ma con ampie ricadute utili anche per mercanti e proprietari terrieri degli altri paesi.
List si opponeva a questa concezione, che individuava correttamente come la consacrazione della dipendenza di tutti i paesi rispetto all’Inghilterra. Tuttavia, l’indipendenza nazionale che egli pro-pugnava, legata all’impulso da imprimere al potenziamento delle industrie nascenti, non andava oltre i paesi della cosiddetta zona temperata; poiché “per quanto riguarda la produzione industriale è evidente che tutti i grandi popoli della zona temperata, quando sono assecondati dalla loro condi-zione intellettuale, morale e politica, vi sono ugualmente portati ed ugualmente adatti”. Diversa sa-rebbe la condizione di quelli delle aree calde o torride, cui sarebbe spettato, con pieno rispetto delle tesi ricardiane (all’Inghilterra i manufatti tessili, al Portogallo il vino), di dedicarsi alle produzioni agricole e minerarie; tali paesi, sosteneva infatti List, “faranno meglio per il momento ad occuparsi esclusivamente di agricoltura, ammesso tuttavia che siano in grado di esportare liberamente e senza intralci i loro prodotti negli stati industriali e che non ostacolino l’importazione di prodotti industriali fissando dazi elevati”.
I paesi venivano quindi divisi in “industrializzabili” e in necessariamente – per ragioni ambientali, climatiche e culturali – obbligati alle produzioni “altre”, di fatto complementari allo sviluppo industriale (e quindi allo sviluppo tout court) dei primi. Credo, innanzitutto, che si possa vedere in questa divisione l’embrione di una possibile teoria dell’imperialismo, identificato con il colonialismo. Si impone quindi qui una interessante digressione, non prima di aver ricordato ancora una volta che secondo List, quando si fossero infine sviluppati uniformemente in termini industriali i paesi dell’area temperata (oggi diremmo quelli capitalisticamente avanzati del primo mondo), sarebbero dovute cadere le barriere doganali tra di essi creando così una larga area di libero scambio, secondo quanto sosteneva la scuola classica inglese (che avrebbe solo voluto anticipare i tempi, onde favorire quella che List indicò subito come nation prédominante dell’epoca).’

Bairoch, Economia e Storia mondiale:

‘Il protezionismo per List ( e per la corrente principale della scuola protezionistica) non era un obiettivo in sé ma una politica temporanea con lo scopo di consentire ad un paese di edificare una economia robusta attraverso l’industrializzazione. Qui sta il punto principale: un paese deve industrializzarsi senza essere soverchiato, nelle prime fasi di questo processo, dalla concorrenza di più mature industrie straniere. Perciò dovrebbero essere prese in considerazione le esigenze di ciascun paese, e soprattutto il suo livello di sviluppo. Anche se la fase protettiva comporta risultati negativi, questi dovrebbero essere considerati come costi di apprendimento del l’industrializzazione. È quella che fu chiamata più tardi la tesi delle “industrie bambine”. Per List, una volta che le industrie fossero cresciute a sufficienza per sostenere la concorrenza internazionale, il libero scambio sarebbe diventato la regola. Era anche convinto che l’industrializzazione fosse possibile solo nelle regioni temperate, e che i paesi tropicali dovessero concentrarsi sulla produzione di beni primari di cui avevano un monopolio naturale (e su questa conclusione di List possiamo ben dissentire perché il diritto ad industrializzarsi coincide con l’autonomia e la sovranità una nazione che non vuole subire la forza altrui)’.

Avremmo tanto da imparare da queste suggestioni, in un Paese come l’Italia dove i tromboni del liberismo hanno sostenuto tesi ideo(dietro)logiche a supporto di svendite di tesori statali e aperture indiscriminate dei nostri mercati che hanno sopito delle eccellenze industriali. Ciò non significa però che la protezione del Made in Italy (brutte parole inglesi che nascondono una sottomissione persino linguistica) debba riguardare prodotti agricoli o beni di rivoluzioni industriali passate e ormai obsolete (auto, salotti et similia). No, questo è servilismo mascherato da sovranismo. Quindi altro che riso o nutella. Lo stesso List raccomandava di lasciare agire liberamente il mercato nel settore agricolo. Il fattore determinante deve essere la difesa dell’industria strategica, nascente o consolidata. Così i Paesi assurgono alla potenza in ogni campo sociale e possono affrontare le crisi e i cambiamenti della storia

Spero di essere stato stimolante anche se, per motivi di spazio, pochissimo esaustivo.

Dunque, i miei consigli di lettura per le feste di Natale.

La Grassa, Finanza e Poteri, manifesto libri.

Bairoch, Economia e Storia Mondiale, Garzanti

nonché naturalmente l’ultimo uscito di La Grassa, da me introdotto, Denaro e forme sociali, di Avatar

RAZIONALITA’ STRATEGICA E RAZIONALITA’ STRUMENTALE (di G. La Grassa)

LAGRA2

 

 

1. Non intendo qui diffondermi troppo sui due tipi di razionalità (e di funzioni); su entrambe sono state scritte infinite pagine e considerazioni. Mi interessa semmai chiarire alcune differenze e distinzioni. Innanzitutto, la metis – l’astuzia, il raggiro, l’inganno, ecc. (“il cavallo di Troia”) – fa parte dell’arte strategica, ne può in certi casi costituire l’aspetto principale, ma non fa conseguire, in ultima analisi, una vera supremazia, non consente di prevalere se non in casi assai particolari e magari in presenza di una discreta dose di ingenuità dell’avversario. Nemmeno credo si possa identificare la funzione strategica con la mera “volontà di potenza”, comunque quest’ultima possa essere intesa.
La strategia non è solo “arte”, non è solo carattere vitalistico e prorompente di una “personalità” – anche collettiva, in senso allora assai lato – portata a prevalere e a subordinare le altre, quelle nemiche. La strategia esige un elemento intuitivo (almeno all’apparenza), il cosiddetto colpo d’occhio, ma deve strettamente intrecciarsi con una precisa valutazione della situazione “sul campo”: risorse a disposizione, articolazione e movimento delle forze in campo, attenta mappatura e studio di quest’ultimo; con rapida presa in esame di ogni mutamento della situazione stessa e delle risposte da dare ai cambiamenti.
D’altra parte, la valutazione della situazione sul campo non è eseguita in base alla semplice “razionalità strumentale”, quella del minimo mezzo o del massimo risultato; quest’ultima attiene principalmente all’ambito economico in senso stretto, pur se poi è stata ampliata ai vari aspetti della vita personale e collettiva (sociale). Sia per quanto concerne la sua applicazione in campo economico sia per il suo generalizzarsi ad altri settori di attività, detta razionalità si è affermata essenzialmente in epoca capitalistica. Nella stessa conduzione delle attività produttive, agricole e artigianali, in formazioni precapitalistiche, essa non veniva affatto in evidenza; i saperi produttivi, frutto di una lunghissima e in genere lenta accumulazione storico-culturale, non avevano molto a che vedere con una mentalità semplicemente strumentale, che sarebbe anzi stata una vera palla di piombo ai piedi per artigiani e contadini delle società precapitalistiche, e avrebbe condotto alla disgregazione delle stesse per l’impossibilità di conciliare la struttura produttiva con quella del potere (che è poi quanto in definitiva accaduto durante la lunga transizione dal feudalesimo al capitalismo). In ogni caso, anche nella formazione sociale del capitale la posizione di preminenza attribuita alla “razionalità strumentale” ha carattere largamente ideologico. Certamente essa è stata messa al primo posto dal capitalismo; e in quest’ultimo viene largamente utilizzata nei vari ambiti dell’attività sociale, ma non assurge affatto alla posizione di vertice nell’agire delle “classi” dominanti nemmeno in questa forma di società.
E’ stato un errore di certo marxismo – tutto centrato sul problema dell’ottenimento del massimo profitto (e quindi della massima estrazione del pluslavoro/plusvalore) da parte del capitalista, visto come essenzialmente proprietario e non invece quale “agente di strategie” – pensare che la “razionalità strumentale” (quella della cosiddetta efficienza) sia non solo acquisizione fondamentale del modo di produzione capitalistico, ma sorregga l’insieme dei rapporti caratteristici della società da questo strutturata e ne alimenti la dinamica decisiva; e rappresenti addirittura una conquista della Ragione che, sciolta dall’esigenza (del puro proprietario) di conseguire il massimo utile individuale, sarebbe cruciale anche nella presunta futura società socialista, in quanto “transizione” a quella comunista, onde sviluppare le forze produttive e conseguire quella massa di beni, cui potrebbe attingere ogni membro della società “secondo i suoi bisogni”.

2. L’analisi della situazione sul campo – configurazione di quest’ultimo, forze in campo, ecc. – e le risposte ai mutamenti della stessa non si basano quindi sul mero principio del minimo mezzo o del massimo risultato; nel contempo, esse non consistono certo esclusivamente nel colpo d’occhio, nell’intuizione dell’agente strategico. Quest’ultima ha un che dell’arte, ma l’analisi e le risposte di cui appena detto sono pure molto vicine allo spirito dell’osservazione scientifica. In definitiva, diciamo che nella preliminare individuazione delle tecniche e delle metodiche da impiegare per far fronte ai problemi osservati e analizzati, sembra decisiva la razionalità della “efficienza economica”, quella del minimo mezzo, insomma quella detta strumentale. In realtà, quest’ultima ha un ruolo subordinato, non è la principale funzione esplicata dagli agenti “dominanti” (sto parlando delle differenti funzioni, non degli individui empirici che le supportano e che possono esercitarne contemporaneamente più d’una). Per il dominio, cioè per conquistare la supremazia attraverso la lotta, occorre l’analisi – assimilabile all’osservazione scientifica – e l’“artistico” colpo d’occhio sull’insieme e le sue intrinseche, ma non manifeste, potenzialità dinamiche (forza e direzione dei possibili eventi da provocare o impedire o deviare, ecc.) che debbono essere volte al successo della propria lotta tesa a prevalere.
Per ottenere la “vittoria in battaglia” sono perciò necessarie soprattutto le funzioni del “comandante in capo” (che, ovviamente, non è obbligatoriamente un solo individuo) – capace di cogliere quello specifico POTENZIALE insito nell’insieme – e le funzioni dello “Stato Maggiore” atte a svolgere i compiti relativi alla lucida e “scientifica” analisi del campo e delle forze in campo, con tutto ciò che segue. Il potenziale dell’insieme è la ben nota SINGOLARITA’, che non è soggetta a generalizzazioni; pur se le varie battaglie svoltesi in passato, e le innumerevoli mosse strategiche in esse impiegate, sono comunque sottoposte a studio e a vaglio accurato in previsione di quelle future. L’analisi e valutazione del campo e delle forze in campo sono in qualche modo soggette a queste generalizzazioni (di tipo scientifico, per l’appunto), ma non debbono troppo pesare sulle decisioni da prendere in future battaglie secondo una loro scolastica e pedantesca ripetizione, che condurrebbe quasi sempre a sconfitta. Ancor meno debbono pesare, sulle decisioni strategiche cruciali prese nella lotta per la supremazia, le tecniche e metodiche secondo cui vengono in essa impiegate “efficientemente” determinate risorse; tecniche e metodiche che, come sopra rilevato, attengono ai compiti delle funzioni strumentali, quelle del minimo mezzo o massimo risultato.

3. L’aver posto tali funzioni (rette dalla “razionalità strumentale”) come essenziali e pervasive dell’intera attività dei dominanti capitalistici (trattati quali meri proprietari dei mezzi produttivi e finanziari) – e averne addirittura fatto una conquista generale del pensiero umano per ogni futuro sviluppo e trasformazione della società, addirittura in direzione del presunto comunismo – ha veramente ottuso le capacità critiche degli anticapitalisti. L’aver posto in primo piano la razionalità del minimo mezzo o massimo risultato ha di fatto mascherato le fonti effettive del predominio degli agenti capitalistici, che non sono affatto semplici proprietari. Inoltre, essa è stata considerata una conquista fondamentale del pensiero razionale; una conquista da mantenere e sviluppare poiché se ne supponeva l’indispensabilità anche ai fini dell’affermazione del SOCIALISMO, fase di grande sviluppo delle forze produttive con la fine della scarsità dei beni, che avrebbe condotto al COMUNISMO.
Se, come ho chiarito più volte negli ultimi anni, fosse stata valida l’ipotesi di Marx relativa alla formazione, per dinamica intrinseca al modo di produzione capitalistico, del “lavoratore collettivo cooperativo”, in cui tutte le diverse funzioni (intellettuali e manuali, direttive ed esecutive) si sarebbero integrate in un unitario e compatto tessuto sociale della sfera produttiva, allora la sussistenza di tale errore di valutazione relativo alla “razionalità strumentale” non avrebbe alla fine troppo nuociuto. Il “movimento reale” – non l’opera di “costruzione del socialismo” da parte di presunte avanguardie della Classe (per antonomasia) – avrebbe condotto all’esaurirsi delle funzioni produttive dei proprietari capitalistici, trasformati in rentier, e al profondo modificarsi della competizione tra individui e gruppi sociali non più tesa, in senso fortemente antagonistico, alla supremazia degli uni sugli altri. A questo punto, la razionalità del minimo mezzo sarebbe in effetti divenuta quella prevalentemente applicata nelle attività sociali (non nella sola sfera economica) in quanto dirette soprattutto allo “sfruttamento” del “fondo naturale” per ottenere di che soddisfare i bisogni degli individui stretti in una società coordinata e di cooperazione, senza conflitti antagonistici né sfruttamento degli uomini su altri uomini.
Poiché la dinamica capitalistica, intrinseca o meno che sia, non conduce affatto in simili direzioni virtuose, è ovvio che le conclusioni da trarre sono totalmente differenti. La “razionalità strumentale” diventa un semplice mezzo per procurarsi, nel migliore (più efficiente) modo possibile, le risorse necessarie all’espletamento delle funzioni legate alla lotta per la supremazia, e che sono quelle appena sopra illustrate. La formazione sociale si frammenta, si segmenta e si stratifica sempre più complessamente, le minoranze predominano sulle maggioranze, ma attraverso lo scontro tra i vari gruppi di agenti di cui sono composte, gruppi che applicano strategie di lotta ai fini della prevalenza di alcuni su altri. Non si va minimamente formando alcun vertice ristretto e sempre più unitario di “sfruttatori”.
La lotta tra gruppi conosce varie periodicità, da me adombrate con i termini di “monocentrismo” e di “multipolarismo” che poi sfocia nel “policentrismo” conflittuale acuto. Alla fine diventa inevitabile il regolamento dei conti per la formazione di un nuovo “monocentrismo” in grado di ridare, solo in minimo grado e temporaneamente, un po’ di ordine all’insieme. Si tratta di fasi (meglio ancora: epoche) diverse di quella che potremmo definire “formazione sociale globale” (mondiale in un certo senso), costituita da una mutevole articolazione di tante “formazioni particolari” (paesi o nazioni) fra loro in conflitto più o meno acuto a seconda appunto delle epoche in questione. Ovviamente con varie forme di subordinazione di date “formazioni particolari” ad altre dominanti e lo sviluppo ineguale dei diversi gruppi capitalistici “nazionali”. Tali conflitti tra “formazioni particolari” (paesi) – a seconda della loro acutezza e delle diverse epoche di monocentrismo o policentrismo – comportano l’accentuazione o l’ammorbidirsi dei conflitti sociali ad esse interni tra minoranze dominanti e maggioranze dominate.
In una società per null’affatto interessata da un movimento interno di omogeneizzazione e compattamento armonico, bensì invece da processi di frammentazione crescente – e di più o meno accentuata, a seconda di un periodico “pulsare” per epoche o fasi dell’evoluzione capitalistica, interazione contraddittoria e conflittuale tra i suoi vari comparti o raggruppamenti, dominanti e non – le funzioni strumentali, attinenti al conseguimento del massimo risultato, scadono a semplice mezzo per procurarsi con la massima economicità le risorse necessarie all’esercizio delle funzioni “strategiche”, compito precipuo degli agenti dominanti in reciproca lotta per gruppi ai fini della supremazia. A questo punto, sono gli “Stati Maggiori” con i loro “Comandanti in capo” a rappresentare quella “classe capitalistica”, che il marxismo pensava fosse invece fondamentalmente costituita dai proprietari dei mezzi di produzione. Questi avrebbero esercitato una funzione produttiva propulsiva nel capitalismo concorrenziale – poiché il conflitto era visto dai marxisti come un fatto prevalentemente economico, un fenomeno in ultima analisi orientato dalla finalità del massimo prelievo di plusvalore in quanto profitto dell’impresa capitalistica – mentre sarebbero divenuti parassiti e “similsignori” nel capitalismo monopolistico strutturato in grandi società per azioni. Si sarebbe trattato certamente di “signori” differenti da quelli feudali o protocapitalistici per il tipo di rendita percepita: non più dalla terra, non più dal semplice prestito in denaro, ma prevalentemente dalla proprietà azionaria, dallo “staccare cedole”.
Nella società capitalistica realmente affermatasi, strutturata in gruppi sempre più numerosi e in crescente disarticolazione, con successiva (in senso logico) ri-connessione interattiva tramite forme varie di conflitto di periodicamente differente intensità e acutezza, i principali dominanti sono gli agenti strategici (del “colpo d’occhio d’insieme” e dell’analisi del campo e delle forze in campo) che rendono la società capitalistica un terreno di battaglia, in cui tutti, ai più vari livelli della scala sociale, sono coinvolti; anche se gli strati sociali bassi sono quasi sempre truppe al seguito degli “Stati Maggiori”, ecc. Solo raramente, in particolari frangenti storici (congiunture), le truppe – “incontrando” dati gruppi di dirigenti e di capi – sono in grado di nuocere agli agenti dominanti in una certa fase di acuto scontro tra questi ultimi (esempio tipico: le guerre mondiali del ‘900). Non è però affatto deciso ineluttabilmente, come proprio il novecento ha ampiamente dimostrato, quale sia l’effettivo sbocco degli eventi “rivoluzionari”; quello del ’17 in Russia è decisamente differente da quelli fascista in Italia e nazista in Germania (pur essi da non trattare come un identico processo storico). Sia l’ideologia dei dominanti (agenti capitalistici), sia quella degli oppositori e intenzionati a trascinare le “truppe” (le masse popolari) contro il loro potere, hanno provocato un totale annebbiamento della strutturazione della formazione capitalistica: sia di quella “globale” sia delle sue articolazioni “particolari”.

4. E’ ormai indispensabile uscire – puntando intanto su di essa il riflettore del pensiero critico – da questa ideologia della “razionalità strumentale” in quanto elemento fondante e carattere decisivo della struttura capitalistica e dunque del movimento dei suoi rapporti di dominazione/subordinazione; un elemento che sarebbe negativo se utilizzato dai proprietari (dei mezzi produttivi) per sfruttare il lavoro (estorsione del massimo pluslavoro/plusvalore), ma che la “rivoluzione comunista” avrebbe potuto rovesciare in positivo, “estraendone il nocciolo razionale”, eliminando la proprietà privata e affidando il coordinamento cooperativo della produzione alla classe lavoratrice (cioè alle sue pretese “avanguardie”).
Deve essere contrastato questo ottundimento del pensiero, che ha condotto a pratiche inizialmente anche eroiche e che hanno rappresentato il famoso “assalto al Cielo”, ma che poi si sono rovesciate nella solita dominazione di popolazioni ormai sotanzialmente inerti da parte di gruppi dirigenti spesso in lotta fra loro. Un movimento che si riteneva comunista, incapace di uscire dalla ideologia “annebbiante” fin qui illustrata, ha avuto comunque un suo grande periodo in cui è sembrato essere il movimento di emancipazione dei dominati in conflitto con gli sfruttatori capitalisti (e colonialisti e imperialisti), ma ha poi di fatto abdicato rispetto ai suoi ideali originari e, proprio nei paesi ancora capitalistici, è divenuto il peggiore e più devastante dei movimenti politici. Basta dunque con questo falso comunismo in tutte le salse lo si voglia cucinare. E si ripensi con radicalità quel marxismo che ha toccato l’apice di quanto poteva farci conoscere per poi decadere a dogmatica fede del tutto ottenebrante.
Tuttavia, la reazione a questo annebbiamento ideologico non deve condurci alla rivalutazione delle sconfortanti banalità dell’ideologia conservatrice neoliberista. Dalla padella nella brace; peggio la toppa dello strappo! Questa è l’alternativa che ci offre un ceto intellettuale fra i più fatui e infami annoverati nella storia dell’Umanità; un vero campionario di “idioti con alto quoziente di intelligenza”, come recitava un “salmo” del movimento sessantottardo, che sostituirei oggi con la più incisiva battuta di quel genio che fu Ettore Petrolini: “idioti con lampi di imbecillità”.
Ogni inizio è senza dubbio difficile. E’ tuttavia necessario che soprattutto i più giovani, e liberi di mente, non storditi da quel cumulo di fanfaluche ammassate dagli intellettuali soprattutto negli ultimi trenta-quarant’anni, si mettano in moto al più presto. E’ urgente prendere a calci chiunque parli (del tutto a vanvera ormai) di liberismo, di keynesismo, di marxismo; insomma chiunque ancora si riempia la bocca di quelle ormai degradate parole – sia chiaro: di ben altro significato ed elevatezza molto tempo addietro – che sono democrazia liberale, socialismo, comunismo, con tutte le loro infinite variazioni.

5. Cominciamo con il riportare al centro della questione, cioè dell’organizzazione dell’attuale società nella sua globalità (mondialità), il principio della preminenza delle funzioni “strategiche” che sottomettono, piegano ai loro fini, quelle “strumentali”, quelle del minimo mezzo o massimo risultato. In questo contesto, non mi sembra di alcun interesse lanciarsi in disquisizioni filosofiche o simili chiedendosi se lo spirito di competizione – teso però alla preminenza tramite prepotenza, sopraffazione, asservimento (e anche inganno e raggiro) esercitati dagli uni sugli altri – sia connaturato o meno all’essere umano. La millenaria storia dell’Umanità non induce certo all’ottimismo in proposito, ma tenuto conto degli orizzonti temporali su cui siamo in grado di allargare la nostra “vista” (teorica), compiendo analisi e sviluppando argomentazioni dotate di un minimo di realismo e credibilità, è assolutamente inutile arrovellarsi sulla “natura” umana, sulle “costanti antropologiche”, e via dicendo. Credo che discussioni del genere abbiano senso, così come ha senso dibattere sulla religione, sull’esistenza o meno di un Essere chiamato Dio e su molti altri problemi dello stesso ordine che, se hanno da sempre spinto grandi intelletti a profondervi le migliori energie, non sono evidentemente destituite di significato come spesso pensano coloro che hanno cervelli simili a computer e sistemi nervosi solo dediti alle più elementari sensazioni animalesche.
Tuttavia, per una analisi che in qualche modo si richiami alla scienza della struttura e dinamica della società nell’attuale epoca storica – un’analisi che voglia porre le basi di prese di posizione pratico-politiche in essa, pur se magari ancora assai generali e non indirizzate alla soluzione di problemi “puntuali” – non è gran che rilevante decidere se le tendenze al conflitto per la preminenza, tramite sconfitta e subordinazione dell’avversario, fanno parte dell’intima costituzione dell’essere umano oppure se vi sono speranze circa l’avvento, in un futuro imprecisato, di una società fondata su rapporti interindividuali, al limite ancora competitivi, non però caratterizzati dalla prevaricazione, dalla menzogna e subornazione, ecc. Penso che chi non accetta la società così com’è adesso, diciamo pure quella capitalistica (perché abbiamo in definitiva a che fare con strutture sociali di questo tipo), debba mantenere un atteggiamento di contrasto e di critica dello spirito conflittuale, basato sulla prepotenza e ricerca del predominio, che in detta società si dispiega pienamente in tutte le sue sfere (economica, politica, ideologico-culturale); non ci si deve però porre nella situazione del “profeta disarmato”, che predica solo la benevolenza, l’irrealizzabile fratellanza umana e altre corbellerie, sostenute spesso con aperta malafede da chi punta al loro esatto contrario.
E’ ora di farla finita con la favoletta della non violenza gandhiana, che sarebbe il miglior modo di vincere le proprie battaglie e di porre le basi per una organizzazione sociale di pace e armonia. A parte le falsità storiche raccontate dall’agiografia di Gandhi, che non era poi così pacifico come si vuol far credere (ai gonzi), la sua vittoria è nata dalla reale sconfitta subita dall’Inghilterra nella seconda guerra mondiale. Apparentemente tale paese faceva parte delle potenze vincitrici, ma in realtà uscì dalla guerra nettamente ridimensionato, avendo definitivamente perso il suo ruolo di grande potenza capitalistica e imperialistica (più precisamente: coloniale). Non poteva in nessun caso mantenere l’India nella situazione precedente la guerra, così come dovette rinunciare alle sue altre sfere di influenza asiatiche e africane. Non parliamo del “pacifismo” attuale dell’India, dotatasi dell’arma atomica, in ricorrente conflitto con il Pakistan, con alcuni (molti) suoi governi locali che reprimono moti popolari tipici di un paese lanciatosi nello sviluppo ad alti ritmi, con le sue “naturali” conseguenze fortemente squilibranti in termini sociali.
Oggi, c’è solo da decidere se è relativamente prossima (qualche decennio) una nuova epoca “policentrica”, con il rinnovarsi dei conflitti per la supremazia tra le diverse formazioni “particolari” componenti quella “globale”; oppure se permarrà ancora a lungo una sostanziale preminenza, sempre più deficitaria comunque, degli USA mentre altri paesi (Russia, Cina, India, Giappone, ecc.) non riusciranno ad andare oltre un conflitto tra potenze di carattere “regionale” (degli outsider insomma). Credo che la tendenza sia verso un autentico conflitto “policentrico”, preceduto comunque da un periodo, probabilmente di alcuni decenni, in cui si assisterà al rafforzamento delle potenze “regionali”. E tenendo sempre in debito conto il problema dello “sviluppo ineguale”, per cui si verificheranno durante tale periodo delle sorprese: qualche formazione “particolare” (paese), oggi in ascesa, si arresterà e deluderà le aspettative, mentre magari ne verrà fuori alla distanza qualche altra.
Non si deve comunque contare – per tutto il periodo lungo il quale si sarà in grado di formulare qualche previsione in base al processo di gestazione di nuove categorie teoriche interpretative (ipotetiche) – sull’affievolirsi delle tendenze al conflitto e al predominio. E si deve tener presente che le tendenze in questione saranno prevalentemente guidate dai gruppi dominanti strategici di diverse formazioni capitalistiche. I conflitti più acuti si svilupperanno tra: a) la potenza (formazione “particolare”) centrale odierna e le potenze per il momento “regionali”, che non possono rinunciare (pena la decadenza dei gruppi dominanti all’interno di esse) al tentativo di contrastare il predominio della prima; b) tra le formazioni “particolari” o pienamente sviluppate capitalisticamente (USA in testa) o in forte ascesa quanto a sviluppo capitalistico e quelle arretrate o che hanno appena iniziato il loro sviluppo (ad es. l’Iran).
Nelle formazioni non ancora pienamente maturate dal punto di vista capitalistico, i gruppi dominanti appaiono in buona parte con-fusi con la massa del popolo, un aggregato anche in tal caso per nulla omogeneo, ma comunque nemmeno scisso in raggruppamenti ben distinti come nel capitalismo avanzato; un aggregato spesso cementato da una solida cultura comune, spesso da un profondo spirito religioso. Assai meno acuti e rilevanti appaiono, al presente, i conflitti interni alle formazioni particolari capitalisticamente avanzate, dove la frammentazione sociale è assai spinta e l’interazione tra i vari comparti, in orizzontale e in verticale, non sconvolge la riproduzione capitalistica dell’insieme societario, poiché ci si limita a ridiscutere sia la divisione della “torta” (prodotto complessivo sociale) – il che implica mutamenti di condizioni di vita e di lavoro dei vari comparti in oggetto – sia le rispettive posizioni quanto a “fette di potere”, a status, a diritti e doveri, ecc.

6. Una volta fissato un quadro orientativo di larga (larghissima) massima, si deve decidere dove collocarsi nello svolgimento della propria attività teorica e pratica; ricordando che la teoria – nella misura in cui sia solo quella di carattere scientifico attinente alla “visione” della struttura e dinamica della società – è in definitiva un lato della pratica stessa. Ha certo suoi caratteri propri, esige particolari strumentazioni; e non risponde ad altre esigenze, quelle che definiamo, non importa se propriamente o meno, “spirituali”. In questo senso, “la teoria è grigia” e tale deve rimanere. Non è che ciò la renda impermeabile alla penetrazione, mascherata e inconsapevole, di una qualche ideologia; ma deve stare sempre in guardia contro simili influssi (pur non sapendo in anticipo da che parte arriva il pericolo), deve compiere i suoi passi con prudenza e sempre sorvegliandosi. Non punta in ogni caso ad accendere gli animi, a suscitare entusiasmi, a dare un senso alto alla propria lotta. Questi compiti spettano ad altri lati dell’agire umano.
Guai se Lenin fosse sceso nell’agone della rivoluzione russa con in mano “Il Capitale” o anche semplicemente il suo “Che fare” o il saggio sull’imperialismo; guai se avesse “predicato” la teoria del valore lavoro e insegnato che questa dà la certezza dello sfruttamento della forza lavorativa (dei dominati); guai se avesse spiegato il concetto di modo di produzione (e l’intreccio tra forze e rapporti produttivi), se si fosse messo ad elucubrare sullo sviluppo ineguale delle varie formazioni capitalistiche, e via dicendo. Avremmo una rivoluzione in meno e un mondo assai diverso; e chissà se in poche righe, in un qualche manuale di storia, verrebbe ricordato che in un qualche anno dei primi decenni del novecento, in un qualche luogo della Russia, un esaltato era stato picchiato a sangue (forse ucciso) da masse popolari mentre stava vaneggiando e pronunziando parole smozzicate, prive di senso compiuto; e aveva malamente reagito all’indifferenza degli astanti, li aveva insultati, minacciati, maledetti per la loro ignoranza e incapacità di capire un “grande libro” vaticinatore.

7. A me sembra evidente che chi vive nel nostro paese debba accettare la prospettiva di sviluppare la propria attività (teorica e pratica) nell’ambito di una formazione “particolare” appartenente all’area del capitalismo avanzato, di quella tipologia che in altra sede ho indicato quale “formazione dei funzionari (strategici) del capitale”. E’ nell’ambito di questa che si dovrà studiare come muoversi, almeno in un primo approccio orientativo. Viene in evidenza, innanzitutto, l’impossibilità di trascurare l’humus conflittuale in cui si attua la riproduzione dei rapporti tipici della società in questione. Due errori sono da evitare. In primo luogo credere di poter contrastare immediatamente e direttamente la mentalità del conflitto per il predominio, che permea la società ad ogni livello. Non si tratta di un comportamento tenuto soltanto dagli agenti dominanti. Questi, essendo una minoranza, avrebbero già perduto ogni potere – ed è quanto pensava Marx che non immaginava affatto un capitalismo tanto durevole – se la conquista della supremazia non fosse il movente dell’agire in ogni più piccolo ambito della società. L’ideologia dei dominanti chiacchiera in continuazione della cooperazione, dell’utilità di unirsi, ecc. Ma ogni coagulazione o alleanza di gruppi di individui si verifica sempre con il fine di meglio lottare contro altri gruppi; non si stabiliscono stretti legami per spirito di fratellanza, ma perché, come dice il detto popolare: “l’unione fa la forza”. Anche dove, a parole, si celebra ad ogni istante l’amore (ad es. nella famiglia), in realtà si vivacizza sovente un confronto più o meno aspro o invece attutito dalla “giusta” valutazione delle rispettive posizioni di forza.
E’ ovvio che si cerchino tutti i marchingegni (legali) possibili per contemperare l’uso reciproco della violenza, per non andare incontro alla generale disgregazione e indebolimento, ecc. Si tratta però del conseguimento di equilibri del tutto instabili che, qualunque sia la loro assai diversa durata, sono comunque soltanto periodiche soste tra uno squilibrio e l’altro. Non si raggiunge per via puramente formale ciò che non diventa insito nel movimento riproduttivo dei rapporti sociali. Nella società capitalistica, d’altronde, si è solo verificata l’estensione alla sfera economico-produttiva del principio del conflitto, che in altre epoche storiche vigeva soprattutto in quella politico-militare e in quella ideologico-religiosa. Certamente, questa estensione ha “involgarito” le classi dominanti; la generalizzazione della forma di merce, che significa la pervasività sociale del pagamento in denaro, ha reso tutto “comprabile”: l’onore, la dignità, il coraggio, la lealtà, ecc. Tutte queste belle qualità, comunque, servivano nelle precedenti epoche a stabilire regole diverse, e apparentemente più “nobili”, di scannamento generale (o di duello individuale). Il principio del conflitto per sopraffare gli altri e assumere la predominanza non è però differente da quello degli “ultimi”….cinque o diecimila anni (o quanti? Credo da sempre, visto l’homo sapiens ha di fatto annientato il neanderthaliano).
Lo sviluppo nella “pacifica” India è del tutto simile a quello in atto nella “crudele” Cina; poiché è comunque disarmonia, squilibrio, lotta. Prima si sviluppano alcune regioni del paese e poi, sussistendo certe politiche effettuate da dati gruppi dominanti, assistiamo (non sempre) ad una trasmissione del dinamismo all’insieme, ma senza che si verifichi alcun livellamento delle differenze; quasi sempre, invece, in accentuazione. L’arricchimento di una parte della società – dei gruppi dominanti – è poi seguito, sempre se vengono attuate le opportune politiche, da un più “timido” innalzamento del livello di vita degli strati sociali dominati, e non in modo uniforme ed eguale neppure in quest’ambito. Il realismo impone di prendere le mosse dalle considerazioni appena fatte, non dalle menzogne, consapevoli o meno che siano, di ideologi imbonitori al servizio delle classi dominanti (sempre, anche quando sembra che difendano i dominati). Qui si pone quel problema che i vecchi “marxisti” incanalavano, con “falsa coscienza”, nella discussione sul rapporto tra riforme e rivoluzione. Ormai, tale problema non mi sembra proprio debba essere più posto nei termini di un tempo ben lontano.
I vecchi comunisti e marxisti pensavano l’attività riformistica – necessitata qualora ci si trovasse in un contesto sociale ancora fortemente dominato dalla classe capitalistica proprietaria – quale periodo di “training” e di accumulazione delle forze della classe “in sé” portatrice della rivoluzione. Le riforme, attuate nella sfera della distribuzione e del miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori (salariati), avrebbero messo in evidenza l’impossibilità di contrastare per tale via lo sfruttamento (estrazione di pluslavoro, sia pure nella ingannevole forma del valore-lavoro delle merci, che sembra assicurare il mero scambio di equivalenti); nel contempo, tramite le lotte riformistiche si sarebbe rinsaldata l’unione della classe deputata al rivolgimento dei rapporti capitalistici a causa del movimento intrinseco alla riproduzione sociale, sfociato infine nella formazione del “lavoratore collettivo cooperativo” (dal primo dirigente all’ultimo manovale).
Una volta abbandonata questa scorretta e ormai inaccettabile visione della dinamica capitalistica, e appurata la crescente frammentazione (segmentazione e stratificazione) del tessuto sociale, le lotte dei vari raggruppamenti – di lavoratori o meno; e di lavoratori sia salariati che cosiddetti autonomi – restano strettamente confinate al livello distributivo della riproduzione dei rapporti sociali. I problemi della “crisi”, non nel suo semplice aspetto economico che è il meno dannoso e pericoloso per i dominanti capitalistici (malgrado l’enfasi posta su di essa dagli epigoni di Marx), nascono proprio dalle modalità assunte dallo sviluppo della “formazione globale” con riferimento all’articolazione di quelle “particolari” che la compongono. Lo sviluppo, causato dalla forte tensione dinamica impressa dalla lotta per la preminenza (estesasi nel capitalismo anche alla sfera economico-produttiva), provoca scissioni e distanziamenti tra ceti sociali e tra le diverse formazioni “particolari” (in genere paesi o gruppi degli stessi); diventano così molto probabili periodiche acutizzazioni delle tensioni sociali e delle lotte che da queste derivano.
Tuttavia, la situazione si aggrava nettamente quando si verifica lo “sviluppo ineguale”: sia tra gruppi dominanti diversi in una certa formazione “particolare” sia tra differenti formazioni “particolari” nell’ambito di quella “globale”. E’ l’alterazione dei rapporti di forza tra gruppi sociali – in specie tra quelli dominanti e soprattutto quando i mutamenti avvengono rapidamente in seguito a lotte estremamente acute – a provocare crisi politico-istituzionali, ideologico-culturali, ecc. che lacerano il tessuto sociale con possibilità di ristrutturazioni radicali. Le stesse considerazioni valgono per le crisi legate all’affermarsi di differenti rapporti di forza tra formazioni “particolari” (sempre i vari paesi) e al precipitare di scontri accesi tra di esse per la preminenza nel mondo o almeno in ampie aree dello stesso. Va anche detto che spesso, e più facilmente, le crisi interne a determinate formazioni e quelle inerenti al confronto tra più formazioni in ambito (geopolitico) globale si intrecciano e alimentano vicendevolmente.
E’ bene ricordare ancora una volta che, per quanto riguarda sia la lotta tra gruppi all’interno di una data formazione “particolare” sia il conflitto tra più formazioni “particolari”, le crisi di maggiore intensità e ampiezza si manifestano quando lotta e conflitto si inaspriscono soprattutto tra dominanti. Se una certa costellazione di forze politiche a questi ultimi riferita (costituita da intrecci tra agenti strategici delle varie sfere sociali) fa entrare una formazione “particolare” in situazione di difficoltà, stagnazione, crisi, malcontento sempre più generalizzato, ecc., è più probabile, almeno in un primo tempo, l’emergere di altri gruppi dominanti che si pongono in alternativa. Così pure, quando si transita alle fasi “policentriche” il conflitto si acutizza – provocando i più netti risultati trasformativi con veri passaggi d’epoca – tra formazioni “particolari” dell’area a capitalismo avanzato, caratterizzate da differenti ritmi di sviluppo, che non accettano più di sottostare alla formazione “particolare” fino ad allora in posizione predominante.

8. Non è qui il caso di riferirsi specificamente alla formazione “particolare” Italia, che andrà analizzata ad un “più basso” livello di astrazione teorica. Tuttavia, sia pure per linee assai generali e generiche, è bene trarre alcune conclusioni da quanto fin qui sostenuto. Non esiste intanto alcuna classe, in via di omogeneizzazione e compattamento, da cui emerga uno strato di élite in grado di avere una visione complessiva e ben delineata della necessaria prassi trasformativa del capitalismo; per di più nella direzione di una determinata società “altra” del tipo del comunismo. Nemmeno è più possibile pensare ancora alla formazione, pur in qualche modo artificiale, di avanguardie “di classe”, che presuppongono pur sempre la sussistenza dell’“in sé” di quest’ultima, dunque di un movimento “oggettivo” verso la suddetta sua omogeneizzazione e compattamento, che faccia da supporto alla “soggettiva” azione rivoluzionaria delle avanguardie in questione.
Esistono sempre, in ogni epoca e in numero maggiore o minore, singoli gruppi di soggetti (individui) – per null’affatto caratterizzati in maggioranza da una determinata collocazione “di classe”, anzi provenienti dai più svariati comparti in cui si frammenta viepiù la società del capitale – che si pongono criticamente rispetto ai caratteri di prepotenza, sopraffazione (e certo inganno, raggiro, ecc.), tipici del conflitto in questa (come in precedenti) forma di società. Tali gruppi di “critici” si espandono e rafforzano nelle situazioni in cui le tensioni sociali si fanno via via più acute: sia all’interno di una formazione “particolare” come tra più formazioni (in sviluppo ineguale) nell’ambito di quella “globale”. Tali gruppi perdono le loro potenzialità – e al limite possono di fatto costituire una “carta di riserva” per i dominanti – se “distraggono” forze da una critica sociale adeguata; soprattutto quando, con estremismo apparente, predicano l’eguaglianza, il pacifismo e altre favole edificanti. In primo luogo, bisogna comprendere la positività della competizione, pur non sfrondata dei lati di aperta violenza per conquistare la supremazia eliminando o asservendo i competitori. In secondo luogo, va rilevato che la critica alla forma assunta dal conflitto nel capitalismo deve comunque tener debito conto di essa e saperla gestire e sfruttare per i propri fini.
Le “anime belle”, spesso non proprio in buona fede, sono comunque – quand’anche “oneste”; anzi, sono ancora più pericolose in tal caso – del tutto negative; e vanno combattute perché indeboliscono l’azione critica. E’ perfettamente inutile cercare di sfuggire alla contraddizione: da una parte è obbligatorio criticare, anzi opporsi drasticamente alla forma capitalistica del conflitto per la preminenza; tuttavia, è nel contempo necessario condurre la propria azione contro i gruppi dominanti, sapendo di strategia e del misto di forza e malizia che l’agire trasformativo (“rivoluzionario”) comporta nell’attuale società. Così pure, è indispensabile orientare i dominati – e prima di tutto unire i raggruppamenti decisivi degli stessi (che non sono affatto in via di amalgama) – per ottenere i risultati trasformativi (di rivoluzionamento sociale); nel contempo, bisogna saper entrare, e proprio nei momenti in cui ciò diventa possibile, nelle contraddizioni tra gruppi dominanti, le cui interrelazioni conflittuali e i rispettivi rapporti di forza sono differenti in epoche diverse, in fasi “mono” o invece “policentriche”. E via dicendo.
Di tutto ciò è meglio essere ben edotti, avendo inoltre la piena consapevolezza che la propria azione tende a convergere, e rischia di confondersi, con quella degli agenti politici da me talvolta denominati “rivoluzionari dentro il capitale”, messi in campo da nuovi gruppi di dominanti intenzionati, una volta rottisi gli equilibri precedenti, a rovesciare il potere dei vecchi gruppi tramite opportune strategie – sia interne ad una formazione “particolare” sia applicate al confronto tra più formazioni – che aprono congiunture di crisi, di tensione sociale, di sfarinamento delle istituzioni, di caduta del consenso, ecc. In definitiva, si tratta delle stesse congiunture in cui si manifestano le maggiori possibilità d’azione da parte dei gruppi anticapitalistici. A causa di questa confusione, di questa “fatale” vicinanza di intenti “rivoluzionari” profondamente diversi, non sarà mai del tutto sicuro il successo, nemmeno nei momenti di massima crisi interna a date formazioni particolari, delle forze realmente intenzionate ad agire specificatamente “contro il capitale”; forze che nell’attuale fase storica sono venute meno nel modo più completo. Siamo in transito verso una vera nuova epoca, i cui caratteri non ci risultano molto chiari per cui si procede nella massima incertezza e con approcci teorici, prima ancora che pratici, decisamente provvisori.

9. Riassumiamo. Quella che continuiamo a chiamare società capitalistica – composta da ondate successive di sviluppo di formazioni sociali caratterizzate da via via differenti strutture di rapporti (capitalismo “borghese”, dei “funzionari del capitale”, ecc.) – non ha (più) molto a che vedere con le indicazioni forniteci dalla teoria di Marx; a meno di non rifarsi alla banale ripetizione delle “giuste” previsioni marxiane circa la centralizzazione monopolistica dei capitali, la generalizzazione della forma di merce e la continua estensione del mercato globale, e via cianciando. Se Marx avesse “scoperto” solo simile “acqua calda”, sarebbe veramente uno studioso di secondo rango. Ha detto molto di più, può quindi stimolare ben altre formulazioni teoriche; queste saranno però ineluttabilmente provvisorie, anche se possono però aiutarci a percorrere nuovi sentieri. Le riflessioni di Marx vanno dunque prese come un invito pressante a rimuginarne di nuove, che si distanzieranno inevitabilmente dalle sue; è ben noto che, quando ci si allontana criticamente da un grande pensatore, non lo si abbandona e tanto meno lo si tradisce, bensì lo si usa – proprio mediante la “negazione determinata” delle sue tesi – quale pungolo ancora fecondo e vitale. Solo i dottrinari dogmatici, quali sono i rimasugli marxistoidi d’oggi, non capiscono tale problema e ci propinano sterili rimasticature del passato remoto.
I gruppi dominanti non tendono a centralizzarsi ed unificarsi, permangono invece in conflitto continuo con alternanza di acutizzazione e attenuazione dello stesso; quell’alternanza che, al livello delle interazioni fra formazioni “particolari” nell’ambito di quella “globale”, danno vita alle epoche (di lunga durata) di “mono” e “policentrismo”. All’interno delle singole formazioni “particolari”, le fasi di accentuazione dello scontro tra dominanti conduce, non però necessariamente, a congiunture di “rivoluzione” con sbocchi non predeterminati. Le modalità del conflitto sono quelle da sempre in uso tra i dominanti nelle diverse forme storiche di società; solo che in quelle precapitalistiche, le strategie del conflitto per la supremazia, fondate su forza e astuzia (detto in estrema sintesi), erano utilizzate nelle sfere politico-militare e ideologico-culturale, mentre nel capitalismo pervadono pure l’intera sfera economica duplicatasi in merce e denaro (produzione e finanza), una sfera che fornisce a questo punto i mezzi essenziali per l’attuazione delle strategie in ogni ambito sociale.
Un conflitto del genere produce sviluppo, e tramite questo consente l’egemonia dei gruppi dominanti e l’accettazione del dominio da parte dei sottoposti che migliorano comunque – come tendenza di lungo periodo – le loro condizioni di vita; diciamo pure quelle materiali, ma con ciò non si incrina di un ette il consenso generalizzato per questa forma sociale. Oltre allo sviluppo, il conflitto produce anche segmentazione e stratificazione crescenti della società, con interazione, certamente non armonica, tra i vari spezzoni e comparti sociali (segmenti e strati). Lo sviluppo è esso stesso disarmonico, avviene con ritmi diseguali in tempi e spazi diversi e conduce a periodi (e aree) di acutizzazione. Soprattutto nei periodi e aree (formazioni “particolari” o loro gruppi) in cui si accentuano disarticolazione e crisi, si rafforza la “disaffezione” e spesso l’antagonismo nei confronti delle modalità di uno sviluppo fondato sulle strategie del conflitto per prevalere con la forza e con l’inganno; inizialmente lo scontro si fa più acuto tra i dominanti, ma ne vengono poi investiti sempre più largamente tutti gli altri ceti sociali.
I gruppi di agenti che criticano apertamente le caratteristiche del conflitto strategico tra dominanti – gruppi del tutto minoritari e relativamente isolati nelle fasi di attenuazione delle lotte e di prevalente consenso a chi ha la preminenza – non sono avanguardia di “una classe”, ma hanno anzi “estrazione sociale” assai composita. Chiedersi che cosa li unisca e che cosa essi rappresentino oggettivamente non è senza senso, ma credo costituisca in determinati periodi un esercizio perfettamente inutile. E’ più interessante chiedersi come mai essi – in genere figli di una passata epoca di acutizzazione del conflitto interdominanti – si trovino in situazione di crescente debolezza e di isolamento nell’ambito di vari paesi, man mano che questi accedono agli alti gradini dello sviluppo capitalistico, nel raggiungimento dei quali il processo di differenziazione sociale ha sciolto la “massa” del popolo dai suoi legami con più antiche tradizioni e culture. Non esiste anzi nemmeno più un popolo in senso proprio, bensì un insieme articolato di vari comparti sociali fra loro in interazione, diversamente posizionati sia in orizzontale che in verticale.
Basti pensare, come semplice esempio, alla grande trasformazione di paesi capitalistici dalla prevalenza netta dell’agricoltura a quella dell’industria. Non è stato un semplice fatto economico, ma un processo storico-sociale di enorme portata. I più grandi mutamenti sono avvenuti con la drastica riduzione dei contadini (e della vita in campagna con tradizioni plurisecolari) e l’enorme crescita degli operai in aree urbane caotiche e con vivibilità spesso disagiata. In ogni caso, è stata sradicata una cultura, date tradizioni, con a volte anche sconvolgimenti mentali e di abitudini personali trasformatesi in senso violento e talvolta criminale. Si veda il grande film di Visconti “Rocco e i suoi fratelli” e capirete cosa voglio dire.
I gruppi critici (anticapitalistici) – quando esistono – debbono comportarsi piuttosto differentemente nei periodi di attenuazione e in quelli di accentuazione degli scontri. Essi dovranno muoversi necessariamente tra molte contraddizioni che vanno assunte consapevolmente e senza pretese di una “purezza” di intendimenti, che si pretenderebbero rivolti all’“amore per il popolo”. E’ necessario condurre una critica delle modalità strategiche del conflitto tra dominanti, demistificando le varie ideologie “armoniciste” (e di falsa cooperazione) che le occultano e mistificano; e tuttavia si debbono conoscere tali modalità e rivolgerle contro i dominanti. Vanno condotte azioni politiche – sottoposte all’attento vaglio di date ipotesi teoriche (pur ancora non “stabilizzate”) circa la struttura e dinamica capitalistiche – atte a favorire il collegamento tra gli strati “bassi” della società (quelli più nettamente dominati) e la possibile loro alleanza in un dato “blocco sociale”; sarebbe però un errore decisivo dimenticare la lotta interdominanti e non assumere determinate posizioni in grado di acuirla e di favorire comunque i gruppi nuovi e più dinamici contro quelli ormai intorpiditisi e tendenzialmente parassitari. E’ semplicemente sciocco e avventuristico – tanto da far pensare talvolta alla mala fede di certi pseudo-rivoluzionari – inimicarsi proprio gli strati sociali “bassi” predicando contro lo sviluppo (solo “materiale”; che “orrore”! Questo però lo affermano certi intellettuali dalla pancia fin troppo piena); e tuttavia non vi è dubbio che non ogni tipo di sviluppo favorisce la crescita delle forze dette “antisistema”.
In ogni caso, si tenga presente che le possibilità “rivoluzionarie” si presentano soprattutto nelle congiunture di crisi. Ovviamente, come più sopra rilevato, non si tratta mai di crisi puramente economiche; occorrono ben altre condizioni di sfilacciamento della trama sociale complessiva, di affievolirsi del consenso e di forti incrinature degli apparati politici e istituzionali. Condizioni simili rendono perciò problematico lo sviluppo; questo diventa del resto ancora più debole, incerto e soggetto ad inversioni di tendenza anche in seguito al sempre più duro confronto interdominanti, che vede spesso intrecciarsi il conflitto tra formazioni “particolari” nel contesto globale e quello tra gruppi dominanti “vecchi” e “nuovi” all’interno di dette formazioni. Qui nasce allora una ulteriore complicazione per i gruppi di agenti politici che nutrono aspirazioni al rivolgimento radicale, effettivamente rivoluzionario. La loro lotta si interseca, e rischia di confondersi, con quella degli agenti “critici-critici”, in realtà intenzionati a rilanciare quella data società ormai vetusta semplicemente sostituendo i vecchi gruppi dominanti con altri che si presentano in “vesti nuove” ma con le stesse intenzioni di fondo.
Anche per questo, pur in congiunture apparentemente adatte a mutamenti sociali profondi, è ben difficile l’attività dei gruppi “rivoluzionari”; questi debbono porre molta attenzione a quanto predicano, pena l’alienarsi le simpatie di gran parte dei segmenti e strati – perfino di quelli situati nei bassi gradini della scala sociale (ed economica) – che rischiano allora di ricadere sotto l’influenza dei suddetti “critici-critici”, falsi e ignobili chiacchieroni sulla “rivoluzione”. In ogni vero rivolgimento sociale, i primi a dover essere eliminati sono proprio questi ultimi. Il tanto vituperato Stalin, invece notevole stratega politico, chiarì mirabilmente che prima di iniziare l’attacco – quando ciò diventa possibile, ovviamente, in quella data contingenza storica – contro le forze sicuramente e “sinceramente” reazionarie, bisogna liberare il campo dai falsi predicatori del cambiamento, che si mettono in mezzo e rendono confuso e incontrollabile lo scontro. Tra te e il vero nemico – in un certo senso rispettabile perché leale e sincero nei suoi intendimenti – non devono esistere malsani e viscidi creatori di diversioni tese ad indebolire l’attacco decisivo. Il “campo” va ripulito integralmente e i due “eserciti” avversari si affronteranno allora senza mediazioni; solo usando le strategie più “efficaci” per prevalere. A morte, insomma, chi sta in mezzo, favorisce sempre il fallimento di ogni possibile cambiamento effettivo delle ormai putrefatte strutture sociali. Il “campo di battaglia” deve essere integralmente ripulito di simili contraffattori.

10. Se l’esperienza del fascismo, ma soprattutto del nazismo, non ha insegnato nulla, allora poveri noi! Vogliamo ancora sostenere la menzogna, sciocca e illusoria, che le masse erano antifasciste e antinaziste, che sono state subornate (chissà come e perché), che sono state piegate antidemocraticamente con la pura violenza? Se vogliamo continuare ad autoingannarci, seguendo i mediocri e mentitori antifascisti che blaterano sciocchezze da tempo immemorabile, sotto la copertura della vittoria delle “democrazie” capitalistiche (il “migliore involucro della dittatura borghese” per Lenin), facciamolo pure; ma non avremo imparato nulla dall’esperienza storica. E ripeteremo i clamorosi errori degli anni trenta; il peggiore dei quali è stato assai probabilmente quello dei comunisti che, dopo alcune esitazioni, hanno costituito una superficiale e assai debole alleanza “antifascista” con i socialdemocratici, ampiamente dimostratisi infidi e pronti a compromessi con il peggiore capitalismo. E bisogna ben dire che negli anni ’30 i “Fronti popolari” – tipo quello glorificato in Francia, durato dal 1936 al ‘38 – hanno mostrato subito la loro indegnità ponendo una pietra tombale su ogni velleità di autentico rivolgimento sociale. Non entro evidentemente in questa sede in una discussione, più storica che teorica (ma comunque orientata da nuove ipotesi teoriche), che sarebbe lunga e qui sviante. Certo, se qualcuno infine assolvesse un compito del genere, si farebbe chiarezza su temi ormai avvolti dalla spessa nebbia ideologica sparsa dai capitalismi vincitori nella seconda guerra mondiale; non migliori, nelle loro strutture sociali di base, di quelli perdenti.
Questo è un compito storico che dovrebbe essere appaiato ad una lenta e faticosa ri-costruzione teorica, che tenti in ogni caso di staccarsi dai vecchi lidi senza però perderne la memoria. Pur dove magari non sembra, ci si deve in realtà sempre confrontare con il passato armamentario teorico, sforzandosi però di prendere un diverso indirizzo. Non si deve nutrire la presunzione di possedere le capacità intellettive di alcuni grandi personaggi dei tempi trascorsi – non mi riferisco semplicemente a Marx e ad alcuni (troppo pochi) marxisti – che hanno dato forti contributi alla crescita di una teoria della società, soprattutto di quella capitalistica; una teoria capace anche di suggerire precise pratiche politiche ed economiche. Resto inoltre convinto della posizione assunta da Althusser quando affermò che Marx ha aperto alla scienza il Continente Storia.
Tuttavia, sono sempre più convinto della necessità di percorrere nuove strade, tornando eventualmente sui propri passi se ci si accorge di essere incappati in un “cul di sacco”; non arretrando però fino a ritrovarsi al punto di partenza per poi fermarsi e segnare il passo con stanche giaculatorie. Del resto, tanto per fare un esempio eclatante, Galileo, pur essendo un genio, non penso giungesse all’altezza di pensiero di Aristotele; eppure seppe mandare al diavolo gli aristotelici del suo tempo. Non mi sembra di vedere oggi in giro geni “galileiani”, ma ciò non deve impedire ad alcuna persona appena un po’ sensata di mandare infine al diavolo i marxisti o i weberiani o gli schumpeteriani o i keynesiani….ecc. ecc. (tanti sono i grandi del passato, che hanno tuttavia oggi seguaci assai meno esaltanti) onde avviarsi lungo sentieri non ben segnati, estirpando intanto un bel po’ di erbacce che intralciano il cammino.
Quindi anch’io, nel mio piccolo, mi sento tranquillo: non sono presuntuoso e tanto meno folle, so bene di essere lontanissimo dai livelli di intelligenza di Marx, ma anche di tanti altri pensatori, marxisti e non. Tuttavia, sono del tutto insoddisfatto delle attuali analisi della società da qualsiasi parte provengano; credo perciò che ci sia spazio per pensare e “innovare”. Comunque tento, e andrò avanti passin passino, con estrema prudenza. Tenendo fermi alcuni punti decisivi. Intanto, non c’è stata alcuna trasformazione delle società in direzione del presunto socialismo (il comunismo per favore non era stato immaginato “prossimo a venire” da nessun marxista sensato e non in perfetta malafede). Adesso quei presunti tentativi sono stati comunque archiviati e ritentare vecchie vie significa VOLERE la sconfitta (e a favore di chi?). In secondo luogo, non esiste un solo capitalismo. Questa formazione sociale ha conosciuto almeno due varianti ben differenziate fra loro. Ma forse non abbiamo gli strumenti teorici per constatarne anche altre.
In ogni caso siamo ora in una chiara epoca di “multipolarismo”, che in genere precede più violenti sconvolgimenti sia a livello internazionale che all’interno dei diversi paesi, estremamente differenziati fra loro non solo economicamente, ma per storia, tradizioni, radici culturali e religiose, per abitudini di vita, modi di pensare, forme letterarie e artistiche in genere. Quindi la scelta di ogni reale pensatore (cioè dotato di un cervello) deve essere: fermarsi a riflettere e ipotizzare possibili soluzioni, rivedendo completamente sia la storia sia l’elaborazione teorica dei tempi passati. Basta affannarsi a discutere di questioni puramente contingenti con quella falsa “democraticità” del “dibattito” fra contrastanti, che serve semplicemente a non far capire quasi nulla a chi ascolta gli “esperti” (ignoranti come un pezzo di roccia). Dobbiamo pensare senza tanto chiasso e poi provare le ipotesi principali formulate – che non possono non essere quelle che pretendono un radicale e rapido dischiudersi di completamente nuove prospettive, da provare intanto – chiudendo la bocca a chi contraddice. Poi si vedranno i risultati.
Altrimenti ci attende lo sfacelo e la fine di questo “occidente” veramente infetto e in disfacimento purulento delle sue attuali organizzazioni politiche e dei ceti intellettuali ancora dominanti. Basta inconcludenti chiacchiere dispersive nei media. Si metta in moto la costituzione di “oasi” di pensiero diverso e poi si costituiscano veramente nuovi movimenti consci del grave pericolo che corriamo; e soprattutto in grado di capire che quando i ceti dominanti sono infetti occorre tagliare con il bisturi e usare disinfettanti potenti contro gli agenti patogeni. Nessuna benevola comprensione, anzi proprio nessuna pietà, per coloro che ci stanno portando al decesso. Sono questi semmai a dover “trapassare” per mano di quelli che non intendano aspettare rassegnati la morte. Non si tratta affatto di fascismo, immondi esseri che andate spargendo i virus letali. E’ semplice aspirazione alla vita, che ormai richiede la vostra eliminazione; e che non si aspetti ancora qualche decennio prima di condurla a buon fine.

La repressione delle parole genera mostri

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È la repressione delle parole che crea la malvagità. Ascoltate questo incredibile monologo di Dustin Hoffman che andrebbe diffuso ovunque, soprattutto in presenza di quegli sciocchi radical chic, festicisti (non è un errore di battitura, sono loro salottieri del piffero) di lemmi politicamente corretti, che infestano la vita pubblica. La repressione delle parole, con la quale pensano di educare il prossimo, è peggio di qualsiasi fascismo, comunismo e nazismo che, in verità, non erano peggio dell’imbecillità cosmpolitica stragista di cervelli. Imponendo vocaboli, circonlocuzioni, eufemismi, giri di parole credono di modificare il mondo, eliminare la povertà, stabilire la pace mondiale, far discendere la fratellanza universale ma ottengono l’effetto contrario. Non esiste inferno che non si annunci come un paradiso. Questi balordi sono un problema e come tale devono essere trattati. Un problema lo affronti e lo risolvi con ogni mezzo necessario prima che la situazione degeneri. Siamo già molto in ritardo perché questi sicofanti occupano da decenni i mezzi di comunicazione, l’editoria, i parlamenti, gli Stati, le istituzioni, le missioni di carità, i cessi metropolitani ecc.ecc. Vanno stanati ovunque si nascondano perché intendono far regredire il genere umano fino al gradino più basso dell’idiozia. Per perseguitare chi non accetta di silenziarsi o di esprimersi a modo loro si servono di gogne mediatiche e di azzeccagarbugli votati alla causa del diritto rovesciato. Anche scrivere qualcosa su Facebook può essere rischioso, perché detti ghostbusters della civiltà vanno a spulciare dappertutto per iniziare pogrom virtuali o meno virtuali. Sono le nuove purghe demenziali, quelle che nessun dittatore del passato avrebbe mai avuto il coraggio di avviare perché nessuno ci tiene a passare alla storia quale fesso internazionale dei secoli. I politicamente corretti non temono questo sdegno epocale perché sono uomini dell’eterno presente, durano poco quanto le loro inutili vite sprecate a pesare le parole. La forma è sì importante ma i concetti lo sono anche di più. Una cosa che sfugge al radical sciocco in preda agli intorcinamenti linguistici. Tuttavia, questo nascondimento della realtà attraverso le definizioni è un vero e proprio progetto politico nefasto. La gente però sta dimostrando ovunque di averne le palle piene di questa fraseologia vuota, condizionante negativamente l’esistenza. Infatti, ad ogni neologismo moralista corrisponde stranamente un impoverimento economico, sociale, culturale. E’ sempre più evidente al colto e all’inclita. Qualcosa non torna ed il trucchetto delle élite parolaie è stato smascherato. La rottura tra popolo e classi dirigenti è ormai del tutto consumata, cosicché il popolo, base della loro narrativa democraticistica fino a ieri, viene ora considerato un pericolo per la democrazia stessa essendo quest’ultima non più un modo di governo della società ma l’abito talare di simili gruppi attaccati al potere. Essendosi identificati con la democrazia i drappelli politicamente corretti non hanno altra via che togliere i popoli che li odiano per continuare ad esistere come cratos senza demos, come cratos contro demos. Aveva pertanto ragione Brecht: il popolo non è d’accordo, nominiamone un altro o, per l’appunto, creiamo una narrazione cosmopolita in cui i confini del popolo sono interiori anziché esteriori. Ma ciò che non ha un fuori ha un interno estremamente caotico e confuso. Voilà i cittadini del mondo che non hanno più cittadinanza da nessuna parte, nemmeno a casa loro.

Interessante, da questo punto di vista, la riflessione che riporto sotto:

“Se i governanti non hanno nulla in comune con i governati, allora quelli su cui governano diventano indeterminati e il popolo si trasforma nei “popoli”. Ne risulta una comunità politica multiculturale o multietnica, in cui quello che prima era il “popolo” è trasformato solo in un gruppo etnico come gli altri in un dato territorio. Ciò alleggerisce notevolmente il peso della gestione, in particolare dove la democrazia, intesa alla vecchia maniera, non è più rilevante. Il rapporto tra governanti e governati diventa più una relazione coloniale che un tratto dello Stato nazionale in quanto tale. Il processo di transizione verso il governo multiculturale è illuminante a questo riguardo, e sfrutta proprio i meccanismi inerenti al cambiamento di posizione delle élite. Qualsiasi critica al nuovo pluralismo è immediatamente interpretabile come razzista, antidemocratica e come una visione passatista, per quanto sia parte dello stesso processo di globalizzazione. In questo contesto ideologico, il disordine sconvolgente e spesso violento che induce alla migrazione di massa è invertito sino a rappresentare un arricchimento della società ospitante. L’immigrazione è quindi completamente positiva e la multiculturalizzazione della società è espressa in termini evolutivi. In gran parte della discussione, le attitudini della “gente” sono rappresentate come pericolosamente razziste, dispertamente bisognose di rieducazione. I programmi scolastici sono impiegati per insegnare ai bambini la tolleranza, e c’è grande enfasi sociale sulla questione del razzismo in generale. Decisivo è anche il fatto che razzismo e democrazia siano messi assieme, così che l’essere critici verso il multiculturalismo significa allo stesso tempo essere antidemocratici”. (Friedman, politicamente corretto).

Non occorrono altri commenti ma un solo obiettivo chiaro, sbarazzarsi, e presto, di questi decadenti mezzi morti che ancora afferrano i vivi.

Basta con bella ciao

gianfranco

Il precedente video caricato in youtube non si sentiva per motivi che è inutile spiegare. Questo lo inserisco assieme ai due grandi motivi della Resistenza (combattuta soprattutto dai comunisti). Faccio solo una piccola precisazione. Nel video ero rimasto in forse tra chi avesse incontrato Lucky Luciano; era appunto Roosevelt, nel ’43 ancora vivo e presidente degli Usa che si apprestavano allo sbarco in Sicilia.

 

Il compito dei compiti

gianfranco

IL COMPITO DEI COMPITI

1. Torno, per sommi capi, su alcune importanti questioni già dibattute a lungo da un bel po’ d’anni a questa parte. Vi torno più che altro per ribadire alcune conclusioni, anzi per rafforzarle e ulteriormente delucidarle. Intanto, però, sia chiaro che non si tratta semplicemente di dichiarare l’“uscita dall’ideologia” di tempi ormai definitivamente “trapassati”. Se questa fosse la mia intenzione, mi unirei alle menzognere ciance sulla fine dell’ideologia e altre sciocchezze di questi ultimi decenni di “seconda distruzione della ragione” (se mi si permette di civettare con il vecchio libro di Lukàcs). Come chiarì Althusser saremo sempre dentro un’ideologia; scopriamo quella di altri, di epoche passate soprattutto, mettiamo in luce ciò che quell’ideologia tendeva a mascherare, ma altri dovranno poi far risaltare la nostra e quali problemi essa ha occultato o quanto meno distorto.
Diceva Schumpeter, con analogia riferita agli aeromobili, che l’ideologia è come l’attrito dell’aria: frena il movimento, obbliga ad un surplus di energia consumata per muoversi, anzi per accelerare il movimento stesso, ma consente poi di alzarsi da terra e prendere il volo. Nel suo significato positivo, l’ideologia è punto di vista con cui guardiamo ai “fatti” e ai “processi”; un punto di vista che dipende pure da una scelta di campo, da una presa di partito. Quando facciamo appello all’atteggiamento scientifico da mantenere nelle analisi, non ci riferiamo ad una oggettività assolutamente imparziale che consenta di riprodurre la realtà così com’essa è. Nessuna asetticità è possibile, nessuna esclusione delle nostre “passioni”, che sono invece alimento della ricerca, stimolano l’intuizione di nuove “verità” (in effetti, di nuovi punti di vista), selezionano il materiale concreto che ci si affastella davanti, guidano la disposizione dei vari pezzi da noi scelta nel tentativo di ricostruire il quadro complessivo della situazione, ma sempre secondo l’angolo d’osservazione preferito, ecc. ecc.
I “fatti” e “processi”, che non possiamo riprodurre così com’essi sono, hanno comunque “qualcosa di duro”, di irriducibile e non piegabile ai nostri “voleri” di interpreti; qualcosa che sfugge al senso e alla direzione che ad essi attribuiamo. Questo “qualcosa” si afferma sempre con il passare del tempo. Inizialmente, e talvolta a lungo, la nostra interpretazione sembra reggere, appare piuttosto soddisfacente, poi inizia la constatazione che la nostra presa su “fatti” e “processi” si è fatta labile, è come una mano che cerca di afferrare un pesce direttamente nell’acqua in cui guizza. L’atteggiamento scientifico è quello che ci consente di acquisire il prima possibile la sensazione del mutamento intervenuto, di avvertire la crescente incongruità di date ipotesi e la necessità di intraprendere un’altra strada, sforzandoci di intuire nuove direzioni via via corroborate da indizi, che si colgono però perché abbiamo cambiato l’angolo del fascio d’osservazione. Senza che mai venga meno il lato ideologico, riflesso delle nostre rinnovate passioni.
Solo la cristallizzazione in dottrina di vecchie ipotesi, la loro trasformazione in Principi Immutabili, crea l’ortodossia e le eresie, la fede e il rinnegamento. Quest’ultimo si configura quasi sempre come tradimento, svendita ad altro punto di vista, ad altra scelta di campo, ad altra presa di partito. Può sembrare che, tutto sommato, il fedele sia meno riprovevole del rinnegato. Certo, dal punto di vista del giudizio puramente individuale è così. Tuttavia, è la fede incrollabile in qualcosa di ormai morto, che non consente più una prassi adeguata ai “nuovi tempi”, a favorire il rinnegamento che sorge sempre del crollo di quella fede, con il suo corollario di abietto cinismo privo di qualsiasi passione, di qualsiasi emozione, di qualsiasi volontà di comunque creare il nuovo, il “più grande”, ecc.
Dico questo per far capire che non ha proprio alcun senso rinnegare quanto si era “creduto” in epoche passate; ma creduto in base ad una riflessione, sempre aperta alla problematizzazione e mossa da un punto di vista e da una scelta di campo. Si rinnega solo quando non ci si apre ad alcuna nuova riflessione, quando semplicemente si nega una fede e si passa al nemico d’essa; punto e basta. Per questo motivo, i post-piciisti – di cui abbiamo ancora preclari esempi, alcuni ancora non troppo vecchi, altri che non si decidono a morire, come fanno la gramigna o il fungo velenoso, più duraturi di altre specie vegetali – sollecitano la nausea, il desiderio che crepino. Sono il peggio che l’umanità possa produrre.
Quando i ripetuti fallimenti, lo sbriciolarsi della nostra prassi retta da vecchie ipotesi, diventano ormai fin troppo evidenti, non vi è alcun rinnegamento nel ripensarle, nel riproblematizzarle, nel tentare nuove vie che implicano riflessione critica e posizione – cauta e non dogmatica, non tetragona a possibili cambiamenti in corso d’opera – di nuove ipotesi, che diciamo teoriche solo perché non attengono all’immediatezza del vivere quotidiano, perché si sforzano di attribuire nuove “strutture” (di rapporti) a “fatti” e “processi” di cui cerchiamo di venire a capo. Solo gli ossificati, gli sclerotizzati, non distinguono tra il rinnovamento scientifico, anche soltanto tentato, e il rinnegamento puro e semplice. Noi però dobbiamo evitare l’interlocuzione sia con gli sclerotizzati che con i rinnegati, due facce della stessa medaglia, rappresentata dal fallimento e perdita di presa della vecchia prassi guidata dal superato e ormai inservibile impianto teorico.

2. Oggi non ha più alcun significato tutta la prassi e teoria del vecchio comunismo e marxismo; ormai da anni e anni sto tentando di porre in evidenza tale conclusione inevitabile. Se non hanno più significato, non bisogna però arrestarsi a mezza via; è inammissibile l’abbandono del vecchio percorso sia teorico che pratico, mantenendo ancora in piedi le vecchie denominazioni. Posso capire che, per lunga abitudine ai titoli, chi ha praticato una professione per tutta la vita venga ancora appellato con quel titolo anche quando non è più in attività. E’ a mio avviso sbagliato, ma è un errore del tutto consuetudinario e non provoca danni. Se però si capisce che comunismo e marxismo sono finiti, che la loro prassi e apparato teorico (implicante una certa visione dei “fatti” e “processi”) sono ormai ineffettuali, non consentono di capire più nulla del nuovo, non si può continuare a usarli come denominazione, perché ciò provoca effetti nocivi.
Io sono stato marxista, non rinnego quell’impostazione (perché altrimenti passerei semplicemente ad altra), la ritengo sempre un punto di riflessione per importanti rielaborazioni; non posso però più definirmi semplicemente marxista. Il marxismo vedeva due classi contrapposte lottare nel capitalismo e le identificava come borghesia (insieme dei proprietari privati dei mezzi di produzione) e proletariato o classe operaia (i venditori di sola merce forza lavoro dietro un salario, che rappresenta….ecc. ecc. con tutta la questione del pluslavoro/plusvalore e corollari vari). Potevano essere pensate altre contraddizioni secondarie, ma non a caso venivano così definite; esse facevano solo da supporto, prendevano in date contingenze storico-peculiari il davanti della scena, ma solo per una sorta di trasferimento della rilevanza (rivoluzionaria) dalla primaria alla secondaria venuta transitoriamente in auge, che quindi riceveva dalla primaria l’investitura di momentanea “causa principale” del sommovimento rivoluzionario.
Io invece pongo in secondo piano la questione della proprietà o non proprietà (sia pure non in senso soltanto formale, ma come autentico “potere di disporre”) dei mezzi di produzione, non mi attengo allo schema duale antagonistico primario, di cui tutto il resto sarebbe mera complicazione temporanea secondaria; ad esempio dovuta al non ancora completo sviluppo del modo di produzione capitalistico, che però dovrebbe alla lunga andare “perfezionandosi” nella direzione prevista da Marx. Aggiungo inoltre che tale previsione si è rivelata errata in radice, affermo che la cellula (non economico-produttiva, ma sociale) del capitalismo non è la fabbrica, ma semmai l’impresa; e tuttavia non quale cellula fondamentale di una società, ma solo della sua sfera economica, di cui contesto la predominanza (sia pure “in ultima istanza”) sul resto della società, il che implica la rimozione del concetto di modo di produzione capitalistico quale “nocciolo strutturale interno” della formazione sociale. Se io sostengo tutto questo, con le varie altre conseguenze che via via ne ho tratto, è ovvio che non sono più un effettivo marxista. Certamente, però, dal marxismo sono partito per tutte le mie ri-elaborazioni, non sono passato per le altre teorie (con ideologie “annesse”) nemiche del marxismo; tuttavia sono ormai oltre la soglia della teoria d’origine.
Egualmente per il comunismo; che non ha mai voluto essere, per i veri comunisti, una semplice mozione di sentimenti, una volontà di andare verso il popolo, una carità pelosa per i diseredati e i non abbienti. La lotta prevista non era tra ricchi e poveri. Il movimento comunista era convinto che il capitalismo avrebbe creato, per sua dinamica interna, una società formata in prevalenza da “produttori”, sia pure variamente gerarchizzati e con “strati cuscinetto” (i ceti medi così erano pensati; ad es. nelle “Teorie sul plusvalore”) mantenuti, per svolgere alcune mansioni utili alla società, dal pluslavoro/plusvalore dei produttori. La proprietà avrebbe perso progressivamente ogni funzione produttiva (con formazione della classe dei rentier, ecc.) e alla fine sarebbe stata esautorata dal potere ed eliminata o riassorbita nella società ormai controllata (ma perché in grande prevalenza formata) dal corpo lavorativo dei produttori associati (“dal primo dirigente all’ultimo giornaliero” ne “Il Capitale”, libro III, cap. XXVII). In ogni caso, i “poveri”, i “diseredati”, gli “affamati”, facevano in maggioranza parte del cosiddetto “lumpenproletariat”. I comunisti veri li hanno sempre considerati massa di manovra dei reazionari; individui da “disperdere”, altro che “accoglierli” e coccolarli.
La mia visione, soprattutto concernente la formazione dei “funzionari del capitale”, è ben lontana da simile concezione. Posso denominarmi comunista? E in nome di che? Della mia bontà (inesistente invero) verso gli umili e oppressi, verso gli ultimi che saranno i primi? Non diciamo fesserie. Non a caso, quelli che oggi – senza più un qualsiasi orientamento teorico definito, solo per sclerosi e incapacità di cambiare – continuano a definirsi comunisti, devono poi insistere con la contraddizione principale, quella duale antagonistica. Non sanno però più dove trovarla e si limitano ad un eclettico e pasticciato affastellamento di tante contraddizioni duali prive di gerarchia e di interrelazionalità; perché in un sistema ogni interrelazione tra due elementi o campi dovrebbe essere, a sua volta, messa in relazione con le altre secondo una certa gerarchia di rilevanza dei loro effetti, stabilendo pure l’area interessata da ognuna delle varie interrelazioni duali e la relazione tra queste diverse aree.
Figuriamoci! A seconda dei momenti e delle convenienze, si blatera di conflitto capitale/lavoro, di contraddizione tra produzione e finanza, tra le multinazionali e le moltitudini, tra i dittatori e i popoli, e via dicendo banalità indegne di qualsiasi considerazione da parte di chi sappia realmente pensare. Il tutto dove confluisce? Dove si trova più conveniente accucciarsi per continuare a sproloquiare dalle cattedre universitarie, dagli “uffici di direzione” di piccoli partiti che chiedono qualche “stanza” nel “condominio” abitato dai più grandi, oggi tutti pagati dai peggiori “funzionari del capitale”. Gli avvenimenti dell’ultimo decennio hanno evidenziato in modo addirittura clamoroso la giustezza delle nostre previsioni sulla degenerazione dei rinnegati e venduti, che un quarto di secolo fa cambiarono nome e poi degenerarono in forma accelerata, divenendo oggi il vero cancro che può condurre a morte la nostra civiltà. Non metto in dubbio che esistano sempre più sparuti gruppettini di ancora “comunisti” (del puro sentimento). Tuttavia, sono destinati a sparire nel nulla o, in una ulteriore ondata (una successiva c’è sempre), seguiranno la strada dei predecessori. Non c’è nulla da fare; quando si resta abbarbicati disperatamente a quanto è ormai morto e sepolto, questa è la fine.
Oggi non funzionano più, nemmeno per un grammo o per un secondo, le vecchie contraddizioni; tanto meno ha senso discettare sulla principale e le secondarie. Dobbiamo scegliere una strada temporanea, una impostazione che valga transitoriamente fin quando non sia riuscita adeguatamente – e secondo i canoni “scientifici”; e mi auguro che non si debba sempre ripetere di quale tipo di canoni si tratti, non certamente della pretesa di “riprodurre il concreto”, il reale – la formulazione di un’altra teoria in grado di afferrare alcuni tratti salienti della nuova fase storica (di transizione) in cui siamo immersi.

3. D’altra parte, dovremmo essere consapevoli che “l’analisi comincia sempre post festum” o che “la Nottola di Minerva s’alza al tramonto”. Quindi, per favore, non sentiamoci umiliati se ancora non siamo in grado di elaborare categorie per conoscere ciò che balza in più netta evidenza solo quando date forme sociali di una fase storica di “transizione” – che avevamo sperato, ma del tutto invano, fosse al socialismo e comunismo – si saranno maggiormente “stabilizzate” (modo di esprimersi approssimativo, sia chiaro, poiché nulla è mai stabile, ma solo cangiante con tempi più rapidi o più lenti). L’importante, al momento, è abbandonare definitivamente le concezioni che da tempo immemorabile esprimono ormai solo delle speranze, dei desideri sognati. Niente più comunismo, niente più marxismo del tipo di quello dibattuto nel XX secolo. Usciamo però dal comunismo e dal marxismo senza rinnegarli; e anzi rispondendo a brutto muso a tutti coloro che – complici di stermini interminabili compiuti dal capitalismo – ci vengono a fare la lezione sui crimini del comunismo. Mi dispiace, da questo punto di vista affermo con nettezza che il “comunismo” (mai esistito in realtà nel suo senso proprio) non è riuscito a saldare il conto dei massacrati con i criminali del capitalismo.
Il “primo assalto al Cielo” è comunque da lunga pezza fallito. La dinamica sociale ha condotto da tutt’altra parte. E i “fu” comunisti hanno commesso l’unico vero grande delitto che vada loro ascritto: hanno rinnegato e tradito, si sono venduti e si sono serviti delle categorie di un pensiero e di un’azione già rivoluzionari per rendersi complici e coprire i crimini, ancora più bestiali, di nuove classi dominanti, non più così semplicemente definibili e inquadrabili come nella vecchia impostazione sia pratica che teorica. Questa la “realtà” dei “fatti” e dei “processi”. Quel “qualcosa” di duro, di non domabile a piacimento – che in essi esiste, pur se sempre sgusciante e solo acquisibile transitoriamente dal nostro pensiero – ha messo in scacco vecchie pratiche (“pratiche” e “teoriche”). Non ricominciamo dal nulla, ma dobbiamo pur tuttavia ricominciare. Quello che diciamo, quello che elaboriamo, lo è nella consapevolezza di questa “transitorietà”. Iniziamo semplicemente una strada; avendo comunque già provato molte volte la nostra capacità di “indovinare” (parola non adeguata ovviamente) gli avvenimenti in corso; certamente ben di più degli infami e ignobili simil-pensatori che hanno invaso tutti i media finanziati da classi dominanti indubbiamente criminali.
Abbiamo piena coscienza, guardando ciò che vediamo intorno a noi, di una società divisa in gruppi che comandano e altri che forniscono la “carne da cannone” (magari solo metaforicamente, ma sempre più anche letteralmente). Non è però una società divisa così come voleva il marxismo e la prassi comunista del XX secolo. Non dimentichiamo che una divisione esiste, ma ci rendiamo conto che è molto più complicata di quanto lo schema duale antagonistico – sia pure con tutte le “aggiunte”, mere ipotesi ad hoc, ipotesi cioè di banale “aggiustamento”, relative alle contraddizioni secondarie che si articolerebbero con quella principale, rimasta immutata per un secolo e mezzo – consenta di indagare. Di conseguenza, teniamo conto degli strati e segmenti di una società dei “funzionari del capitale”, teniamo conto che l’Evento del 1917 ha messo in moto altre trasformazioni in direzione di nuove società (ancora però non stabilizzatesi, come sembra proprio evidente); e tuttavia dobbiamo intanto afferrare non la presunta “contraddizione principale”, ma solo quella che balza con maggiore evidenza “empirica” agli occhi, quella che dobbiamo intanto affrontare nei suoi vari dilemmi.
Ebbene, tale contraddizione è quella che pone al centro dei “Crimini contro l’Umanità” (per usare il linguaggio con cui i Criminali Globali cercano di colpevolizzare coloro che si oppongono loro) gli Stati Uniti d’America. I prepotenti che li governano, di volta in volta, vanno identificati come il Nemico Principale, seguendo e cercando di afferrare i loro vari cambi di strategia per la preminenza mondiale. Sappiamo che contro di loro, al momento, possono ergersi soltanto altri prepotenti (del tutto minori perché meno dotati di forza), che tendono a fare gli interessi di dati gruppi tendenti al predominio. Lo sappiamo benissimo. Tuttavia, tra questi gruppi di predominio, in ogni formazione “particolare” – che, malgrado i nascondimenti operati da tutti i traditori filo-statunitensi, sono ancora paesi, Stati, nazioni – ve ne sono alcuni operanti come quinte colonne del Nemico Supremo; altri che invece, in certi paesi di più e in altri di meno, agiscono per una autonomia, maggiore o minore, da tale Nemico principale.
Certamente, operando in Italia, dobbiamo prestare massima attenzione alla strutturazione in raggruppamenti (strati e segmenti) della nostra società nazionale; pur mancando di una teoria generale delle contraddizioni interne alla formazione dei “funzionari del capitale” (una teoria in grado di sostituire infine quella ormai vetusta dell’analisi di classe e della lotta tra classi), non possiamo evitare di affrontare l’articolazione interna di una società di tipo “occidentale” (a “capitalismo avanzato”), ricca di “ceti medi” (oggi in tendenziale differenziazione “in verticale”), così com’è la nostra. Tuttavia, nel momento attuale – in cui vanno configurandosi nuovi decisivi assetti dei rapporti di forza tra aree, ma soprattutto paesi, nel mondo – ha pur sempre la prevalenza un obiettivo da dichiarare prioritario: sempre più netta autonomia nei confronti degli Usa. Essi sono ormai un grave pericolo e ostacolo non certo per il raggiungimento del socialismo e comunismo (questi temi dimentichiamoli definitivamente, trattandoli da semplici argomenti di storia di tempi andati), ma per il mantenimento dell’autonomia di ogni singola area, di ogni singolo paese; difendiamoci dalla voracità statunitense. Del resto, anche dal punto di vista interno ad ogni paese, i gruppi dominanti più oppressivi, più parassitari e sanguisughe rispetto alla maggioranza della popolazione (non del “popolo”, questa maschera di tutti i traditori), sono quelli che si pongono alle dipendenze degli Usa; da essi sono quindi aiutati a mantenere la loro preminenza interna.
Lotta decisa quindi contro gli Stati Uniti e i loro corifei [[nei corpi di ballo moderno, sono i ballerini o le ballerine delle ultime file, che accompagnano l’azione dei primi danzatori con piccoli movimenti e gesti ritmici e coreografici, senza eseguire una vera e propria danza in proprio]] nei vari paesi. Questo, in fondo, il succo dei due scritti che ho citato all’inizio; ma anche di altri che posso redigere in futuro, perché non rammento dati fatti per il semplice gusto (nostalgico) del ricordo, ma per segnalare una possibile via per il futuro. Inoltre, la memoria di eventi passati serve anche, più concretamente, a sollecitare l’odio verso i rinnegati spudorati e infami, servi di ben più di “due padroni”, che ancora vivono tra noi; e che il “poppolo” vede alle cerimonie, credendo alla loro aria bonaria, mentre sono esseri mefitici, di cui ricordare i misfatti, la vigliaccheria, l’attitudine al tradimento. Ricordiamo che questi esseri esiziali sono sempre fra noi, stanno agendo in pieno, anche in queste ore, in questi minuti. Ricordiamo questi vili e infami per odiarli con quella passione che deve sempre accompagnare la “ragione scientifica”. Altro che “oggettività” fredda e distaccata. Questa è inganno e solo inganno. Non si smaschera nessuno senza passione, ci si vende soltanto al migliore offerente.
Inutile negarlo. Come spesso avviene nella storia, quelle forze che un tempo avevano un minimo di funzione positiva – pur nell’ambito di una società di cui essi sostenevano comunque l’assetto capitalistico – diventano alla fine i più pericolosi e terribilmente negativi quando detta società arriva alla sua putrefazione. Oggi, quei settori politici ancora definiti – del tutto impropriamente – “sinistra” sono il vero cancro di una società “occidentale” (essenzialmente Usa ed Europa) in gravissima crisi, quasi mortale. Eppure, mantengono una prevalenza in campo economico come (in)culturale; questo aggrava il pericolo per l’intera umanità. Questa “sinistra”, se si desidera la salvezza, deve essere proprio soppressa con metodi definitivi. Tuttavia, chi si erge contro di essa? Un’altra forza, che non conosce il senso del ridicolo – drammatico ridicolo – definendosi “destra”. Ci salveremo solo se infine crescerà, con maggiore consapevolezza del “Tutto”, un’organizzazione politica, capace di forte presa su quote decisive della popolazione (soprattutto degli strati disagiati, non certo quella dei “quartieri alti”), che spazzi via IN SENSO LETTERALE tutto questo ciarpame politico e intellettualoide; con capacità di ripulire pure i settori economici, industriali in primo luogo. Non siamo a pochi anni dalla possibile “catastrofe”; ma nemmeno abbiamo davanti l’intero secolo XXI. Ci si sbrighi a fare un repulisti GENERALE, che resterebbe veramente nei prossimi secoli come grande pagina di storia e di rinascita di una civiltà.

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