Pro)Fumo di Passera

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Mi riallaccerò al recente video di Gianfranco La Grassa (su Fb) in cui egli giustamente deride le idee buoniste di Corrado Passera sul Capitalismo del “bene comune” che il finanziere chiama Better Capitalism. Appena sento parlare di etica negli affari mi arriva al naso puzza di bruciato. Il capitalismo, o quello che oramai è, è un rapporto sociale. I valori di scambio delle merci non sono che funzioni sociali di queste. Parliamo di ”congegni” automatici effettivamente operanti, dai quali si desumono leggi intrinseche che non possono essere ignorate o minimamente “dirottate” dai sospiri di sognatori o sedicenti tali. Per intenderci, se cresce la domanda di un bene e l’offerta, per un certo periodo, non è in grado di adeguarsi alla prima, il prezzo di quel bene non può che aumentare. Il mondo delle merci, funziona con simili regole generali che devono sempre affermarsi sebbene, in alcuni frangenti, determinati effetti possano essere artificialmente “indotti” ma solo per un certo tempo. Prima o poi l’ “ordine” si ristabilisce da sé, almeno a livello generale. Per esempio, una impresa che domina il mercato perché detiene il monopolio di un prodotto può avere degli extra profitti, può decidere cioè autonomamente di imporre prezzi più elevati del normale approfittando della situazione, almeno fino a che la concorrenza non arriverà a erodere la sua posizione esclusiva, cosa che accade quasi sempre. Tuttavia, la legge dello scambio tra “equivalenti” in media resta in ogni caso la base oggettiva sulla quale opera il conflitto tra gli scambisti che altera temporaneamente quella base, e per lo più in particolari settori, ma nel complesso tutto finirà per “tornare”. Ora, le idee di Passera sulla “sostenibilità” imprenditoriale possono avere un valore soltanto se non sono sincere e diventano, a loro volta, un prodotto da vendere a consumatori pre-sensibilizzati su questioni (ugualmente enfatizzate) di vario tipo. Mi spiego meglio. Ci sono compratori disposti a pagare “qualche dollaro in più” un bene che è stato esitato rispondendo a presunti standard morali (ecologia, equosolidarietà, ecc. ecc.). Le imprese impacchettano questa sensibilità e la fanno pagare all’acquirente “consapevole” (di poco) che può permettersela. Più spesso la fanno pagare a tutti, sotto forma di tassazione, come avviene per le energie alternative che, pur non richieste ed essendo diseconomiche, ci ritroviamo in bolletta in nome di una impossibile riconversione del “modello di sviluppo”, il quale nel frattempo arricchisce i ciarlatani spalleggiati dallo Stato. Ciò che importa loro è, in ogni caso, rispondere alle esigenze della clientela per stare sul mercato o nelle sue nicchie. Pazienza se poi si imballa fumo, il cliente ha sempre ragione. Io ci trovo molta insostenibilità nei pregiudizi di Passera, tanto più che, come ricorda giustamente La Grassa, quando costui si è ritrovato a risanare imprese decotte ha pensato al corpo societario e non ai corpi dei lavoratori, dismessi o licenziati come esseri inanimati. Un’etica dei cuori di pietra, però necessaria per salvare il patrimonio aziendale.
Ricordo che anche Sergio Marchionne, poco prima di morire si intenerì, dopo aver inviato decine e decine di lettere di saluti definitivi alle maestranze, lasciandoci questo improbabile testamento umanitario:

“Non possiamo demandare al funzionamento dei mercati la creazione di una società equa perché non hanno coscienza, non hanno morale, non sanno distinguere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è”… ”l’efficienza non è e non può essere l’unico elemento che regola la vita. C’e’ un limite oltre il quale il profitto diventa avidità e chi opera nel libero mercato ha il dover di fare i conti con la propria coscienza”…”gli eventi e la storia hanno dimostrato che ci reggevamo su un sistema di governance del tutto inadeguato. Soprattutto, hanno evidenziato la necessità di ripensare il ruolo del capitalismo stesso, e di stabilire qual è il corretto contesto dei mercati. Sono una struttura che disciplina le economie, non la società”… “se li lasciamo agire come meccanismo operativo della società, tratteranno anche la vita umana come una merce. E questo non può essere accettabile”…”la forza del libero mercato in un’economia globale è fuori discussione…nessuno di noi può frenare o alterare il funzionamento dei mercati…questo campo aperto è la garanzia per tutti di combattere ad armi pari…il perseguimento del mero profitto, scevro da responsabilità morale, non ci priva solo della nostra umanità, ma mette a repentaglio anche la nostra prosperità a lungo termine… [Occorre] creare le condizioni per un cambiamento virtuoso…per promuovere la globalizzazione che sia davvero al servizio dell’umanità”.

Come scrissi già allora è un caso di speculazione e “perculazione”. I mercati sono il regno anarchico delle merci ed il fatto che oggi si siano estesi a tutto il pianeta, secondo le dicerie globaliste, non muta il loro intrinseco funzionamento. Non vi è nessuna degenerazione nei mercati che sono anzi, seppur solo formalmente, il luogo dell’uguaglianza degli individui i quali vi si recano liberamente per acquistare e vendere i loro prodotti, secondo le leggi ferree di questa formazione sociale, leggi solo occasionalmente violate con truffe e raggiri ( puniti dai tribunali), che però non rappresentano la norma. Marchionne avrebbe voluto che i mercati non trattassero la vita umana come merce? In questo mondo non è possibile. Sui mercati la nuda vita non vale nulla, conta semmai la merce forza-lavoro. Gli unici corpi che interessano ai mercati sono quelli dei prodotti in quanto contenenti un (plus)valore da realizzare per trarne un profitto, non i corpi tout court. Non c’è rischio che la vita umana diventi merce perché se accadesse ci troveremmo dinanzi ad un arretramento, ad un ritorno della società ai vincoli personali di tipo schiavistico e feudale. Sarebbe una regressione secolare a forme di esistenza precedenti già superate dal modo di produzione capitalistico. Marchionne avrebbe voluto limitare i profitti? Lo sosteneva ma non lo pensava. Lo avrebbero lincenziato. “Il perseguimento del mero profitto, scevro da responsabilità morale, non ci priva solo della nostra umanità, ma mette a repentaglio anche la nostra prosperità a lungo termine” . Lui fu incaricato però proprio per perseguire la “dismisura” finanziaria non per perorare il senso della misura francescana. Infatti, anziché produrre veicoli competitivi, fu più aduso a far quadrare i bilanci attraverso “giochetti” quali scalate, fusioni o acquisizioni.

Come al solito, Nihil sub sole novum. Già Marx, qualche secolo fa, riconosceva a Ricardo la dote di saper fare scienza anziché moralismo in quanto costui considerava (questo passo di Marx è stato riportato nell’ultimo libro pubblicato da Gianfranco la Grassa, Denaro e forme sociali, Avatar, ordinatelo sennò vi banno):

“il modo di produzione capitalistico come il più vantaggioso per la produzione in generale, come il più vantaggioso per la produzione di ricchezza. Egli vuole la produzione per la produzione, e questo a ragione. Se si volesse sostenere, come hanno fatto degli avversari sentimentali di Ricardo, che la produzione in quanto tale non è il fine, si dimenticherebbe allora che produzione per la produzione non vuol dire altro che sviluppo delle forze produttive umane, quindi sviluppo della ricchezza della natura umana come fine a sé. Se si contrappone a questo fine, come Sismondi, il bene dei singoli, allora si afferma che lo sviluppo della specie deve essere impedito per assicurare il bene dei singoli e che quindi, per esempio, non dovrebbe essere fatta nessuna guerra in cui i singoli in ogni caso si rovinano (Sismondi ha ragione solo rispetto agli economisti che nascondono, negano questa antitesi). Non si comprende che questo sviluppo delle capacità della specie uomo, benché si compia dapprima a spese del maggior numero di individui e di tutte le classi umane, spezza infine questo antagonismo e coincide con lo sviluppo del singolo individuo, che quindi il più alto sviluppo dell’individualità viene ottenuto solo attraverso un processo storico nel quale gli individui vengono sacrificati, astrazion fatta dalla sterilità di tali considerazioni edificanti, giacchè i vantaggi della specie nel regno umano, come in quello animale o vegetale, si ottengono sempre a spese dei vantaggi degli individui, poiché questi vantaggi della specie coincidono con i vantaggi di particolari individui che in pari tempo costituiscono la forza di questi privilegiati. La mancanza di riguardo di Ricardo era dunque solo scientificamente onesta, ma scientificamente necessaria per il suo punto di vista. Ma perciò gli è anche del tutto indifferente se lo sviluppo delle forze produttive uccida la proprietà fondiaria o gli operai. Se questo progresso svalorizza il capitale della borghesia industriale, questo gli è altrettanto gradito. Che importa, dice Ricardo, se lo sviluppo della forza produttiva del lavoro svalorizza della metà il capital fixe esistente? La produttività del lavoro umano si è raddoppiata. Qui vi è dunque dell’onestà scientifica. Se la concezione di Ricardo è, nel complesso nell’interesse della borghesia industriale, lo è solo perché e in quanto l’interesse di questa coincide con quello della produzione o dello sviluppo produttivo del lavoro umano. Quando quello entra in conflitto con questo, egli è altrettanto privo di riguardi verso la borghesia, come del resto lo è verso il proletariato e l’aristocrazia. Ma Malthus! Ce Misérable trae dalle premesse scientificamente date (e da lui sempre rubate) solo conclusioni tali che siano “gradevoli” (siano utili) all’aristocrazia contro la borghesia e a entrambe contro il proletariato. Egli perciò non vuole la produzione per la produzione, ma solo in quanto essa conserva o rigonfia l’esistente, in quanto conviene al tornaconto delle classi dominanti. Ma un uomo che cerca di accomodare la scienza (per quanto errata possa essere), a un punto di vista non mutuato dai suoi stessi interessi ma da interessi mutuati da fuori, a essa estranei, esterni, io lo chiamo “volgare”. Non è volgare da parte di Ricardo mettere i proletari sullo stesso piano del macchinario o della bestia da soma o della merce, perché (dal suo punto di vista) la “produzione” esige che essi siano solo macchinario o bestia da soma, o perché in effetti nella produzione borghese i proletari sono solo merci. Ciò è stoico, obiettivo, scientifico. Nella misura in cui ciò può avvenire senza peccato contro la sua scienza, Ricardo è sempre un filantropo, come lo era anche nella prassi. Il prete Malthus invece abbassa gli operai a bestie da soma a causa della produzione, li condanna alla morte per fame e per celibato. Quando le medesime esigenze della produzione riducono al landlord la sua “rendita” o minacciano le “decime” della Established Church o l’interesse dei “divoratori d’imposte” o anche sacrificano la parte della borghesia industriale il cui interesse ostacola il progresso alla parte della borghesia che rappresenta il progresso della produzione – in tutti questi casi il “prete” Malthus non sacrifica l’interesse particolare alla produzione, ma cerca, per quanto sta in lui, di sacrificare le esigenze della produzione all’interesse particolare delle classi o frazioni di classi dominanti esistenti. E a questo scopo falsifica le sue conclusioni scientifiche. Questa è la sua volgarità scientifica, il suo peccato contro la scienza, a prescindere dalla sua impudente e meccanica attività di plagiaro. Le conclusioni scientifiche di Malthus sono “piene di riguardo” verso le classi dominanti in generale verso gli elementi reazionari di queste classi in particular, egli cioè falsifica la scienza per questi interessi. Esse sono invece senza riguardi quando si tratta delle classi soggiogate. Non solo è senza riguardi. Egli affetta una mancanza di riguardo, si compiace cinicamente, ed esagera le conclusioni nella misura in cui si rivolgono contro i misérables, anche oltre la misura che dal suo punto di vista darebbe scientificamente giustificata”.

Così è anche se non vi pare.

L’OGGETTIVITA’ DELLE DIVERSE SOGGETTIVITA’AGENTI  

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1. Inizio, d’emblée, accennando ai motivi che spingono alla costituzione dei gruppi di azione strategica per la trasformazionesociale. Sono convinto che la causa, in un certo senso originaria epiù profonda, di detta costituzione è quella che non so indicare altrimenti se non facendo ricorso all’espressione tensione ideale” (che è nel contempo “ideologica”): contro il dominio di certi strati sociali su altri, contro le modalità del suo esercizio, per la liberazione dalla servitù e l’affermazione di una eguaglianza, che si traduce poi sempre (non si conoscono eccezioni nell’intera storia dell’umanità) in nuove forme di supremazia, magari mascherata, negli ultimi secoli di storia, da “elevate” quanto ipocrite dichiarazioni circa i “diritti dell’uomo”.

In ogni caso, l’esistenza sociale è caratterizzata da conflitti più o meno acuti, più o meno trasformativi di quel determinato “ordine costituito”; conflitti i cui mezzi fondamentali (ma mai dichiarati ovviamente) sono la sopraffazione, prevaricazione, inganno, menzogna, raggiro, ecc. ecc. Le continue tensionicoinvolgono l’intero corpo sociale, ma con diversa forza nelle varie parti dello stesso e in differenti periodi storici. In particolari congiunture di accentuata crisi, le cosiddette masse” (popolari)possono esercitare una forte pressione contro l’esistente sistema dei rapporti sociali, ponendosi in urto con gli apparati di dominio di quel periodo. Se tutto si limita a tale situazione, gli strati socialiin agitazione (scomposta) non sono nemmeno in grado di porsirealmente l’obiettivo dell’effettivo rivolgimento del sistema in questione; tanto è vero che, fin troppo spesso, essi (le “plebi”) servono da trampolino di lancio per gruppi di agenti strategici tutt’altro che rivoluzionari malgrado i roboanti proclami e qualche spettacolare azione.

Questo è un nodo essenziale. Intanto, nelle congiunture di crisi, le masse in movimento sono pur sempre strutturate in raggruppamenti e ceti diversi – quanto a posizioni occupate nella gerarchia sociale, a condizioni materiali di vita, a gradini culturali,a ideologie seguite, ecc. – che manifestano molteplici esigenze e interessi in relazione alla crisi stessa e alle modalità del suo superamento. E’ ovvio che occorre l’operazione di sintesi di queste differenti aspirazioni al cambiamento. Ma vi è di più. I dominanti in quel periodo storico non sono affatto un blocco unico, non lo sono nemmeno nella crisi e nelle sue fasi immediatamente precedenti; il “governo” della società è in genere esercitato da alcune frazioni dei ceti posti al suo vertice. Vi è quindi sempre lotta per la preminenza con sua conquista provvisoria di fase in fase da parte di gruppi diversi di tali ceti;gruppi variamente configurati in merito al reciproco peso che in essi hanno – in periodi storici e in forme di società differenti – gli agenti strategici delle fondamentali sfere sociali: l’economica, la politica e l’ideologico-culturale. Nelle situazioni che precedono, e aprono, la crisi esiste un dato insieme di frazioni dominanti in possesso della preminenza, contro cui si vanno coalizzandodifferenti gruppi d’azione strategica (politica) che agiscono per portare al potere più alto altre parti dei dominanti.

E’ in una situazione di simile complicatezza – per nulla affatto caratterizzata da una omogenea massa di dominati in movimento contro la minoranza, pur essa omogenea, dei dominanti – che deve destreggiarsi l’eventuale gruppo strategico intenzionato alla effettiva trasformazione radicale (“rivoluzione”) dei rapporti sociali. La tensione ideal-ideologica, di cui ho già detto, è condizione assai utile ma non sufficiente; ad essa deve aggiungersi la capacità di accurata analisi delle condizioni di possibilità che la crisi – con la lotta acuta scoppiata tra i dominanti per mutare (moderatamente) le forme del loro predominio e far emergere al loro interno nuovi gruppi in grado di assumersene il compito apre ad un ben più accentuato rivolgimento dell’assetto sociale fino a quel momento in auge.

Non c’è nulla di precostituito, nessuna ricetta di carattere generale in grado di indicare le modalità, storicamente specifiche, delle azioni che i gruppi mossi da intenti fortementetrasformativi (“rivoluzionari”) della formazione sociale esistente debbono compiere per ottenere il successo; mai immancabile perché il tentativo spesso fallisce. Nel momento più acuto della crisi, più accentuato e complesso diviene lo scontro tra gli appena nominati gruppi strategici tesi al rivolgimento sociale e quelli che intendono soltanto rovesciare i precedenti rapporti di supremazia tra le differenti frazioni dominanti. L’influenza sulle masse – mai un insieme omogeneo e indistinto di individui, ma sempre connotate da strutture, pur fluidificate dalla crisi, di rapporti tra diversi raggruppamenti di cui si deve tenere il massimo conto – èsenza dubbio uno degli obiettivi rilevanti di questo scontro tra i due gruppi di agenti strategici: quelli radicalmente trasformatividel sistema sociale (appunto i “rivoluzionari”) e quelli interessati al semplice mutamento delle frazioni dei ceti dominanti situate al vertice del potere.  

Non sussiste tuttavia solo questo obiettivo di conquista delle masse. Fondamentale è l’attenzione da prestare alle specifiche contraddizioni interne ai due differenti tipi di gruppi strategici con intenti decisamente diversi in merito alla conservazione o al rovesciamento di quel dato sistema dei rapporti sociali. Quelliinteressati al mutamento dei rapporti forza, pur sempre peròall’interno del vecchio sistema sociale, puntano a conquistare il favore delle frazioni più attive e decise fra i ceti dominanti in quella specifica fase storica; mentre i gruppi strategici, che intendono radicalmente rovesciare il potere di tali ceti dominanti,analizzano attentamente le loro contraddizioni interne per inserirvisi con azioni che disgreghino la loro forza complessiva, facendo infine crollare l’intera impalcatura del loro predominio.  

In questo complesso, e tortuoso, processo che si svolge nella crisi, assume particolare valore l’indicazione leniniana relativa all’analisi concreta della situazione concreta. In questo contesto, si comprende l’importanza dell’indagine sociale di tipo scientifico in quanto supporto decisivo della tensione ideal-ideologica” che, da sola, rischia di condurre all’anarchia, alla disorganizzazione, alla sconclusionatezza delle azioni sedicenti rivoluzionarie. Qui si comprende l’opportunismo – mascherato da radicalità (oggi l’esempio preclaro è fornito dai “grillini”) – della bersteiniana parola d’ordine: “il movimento è tutto, il fine è niente”. Si comprende insomma come ogni movimentismo sollecitato esclusivamente dalla falsa “buona volontà”, dagli ipocriti “intenti generosi”, non sia un semplice errore di rivoluzionari pasticcioni ma onesti; no, è un preciso appoggio dato ai gruppi strategici tesi ad una necessaria modificazione degli esistenti rapporti di supremazia tra differenti frazioni dominanti, mantenendo pur sempre la vecchia struttura dei rapporti di predominio sociale.

2. Nella fase storica attuale – di transizione ad altra ancora non ben compresa – mancano ormai del tutto capaci gruppi strategici tesi alla trasformazione anticapitalistica. Nell’attuale situazione di crescente multipolarismo sul piano dei rapporti internazionali – in cui vanno rendendosi assai complicate e spesso instabili le strutture verticali dei rapporti sociali nelle sfere economica, politica e ideologico-culturale si formano, disfano, riformano, coaguli di alleanze e di unità di intenti in base a interessi che non seguono precise, e ormai codificate (e cristallizzate) da tempo, linee di demarcazione tra i vari raggruppamenti di ruoli e funzioni. I gruppi strategici in effettiva lotta di rivolgimento del sistema sociale dovrebbero tendere ad una sempre maggiore consapevolezza: innanzitutto delle motivazioni (“ideal-ideologiche”) che li orientano e delle finalità perseguite; e ancor più delle condizioni (politiche e sociali) di possibilità per la realizzazione di tali finalità. La comprensione delle condizioni in oggetto esige la corretta valutazione dei molteplici interessi in gioco e delle alleanze che si fanno e disfano nel tumulto della crisi. La visione del campo di battaglia e l’individuazione delle forze in campo deve essere ad ampio spettro, secondo differenti piani e angolazioni, in grado di individuare le faglie aperte dalla crisi stessa, le contraddizioni tra i vari raggruppamenti sociali, che non si limitano a quelle tra dominati e dominanti; contraddizioni che debbono essere distinte in principali e secondarie, in nucleo decisivo (l’occhio) del ciclone e in collaterali e perifericheturbolenze rispetto a quest’ultimo.

Nella crisi dunque – ma è solo in essa che si muovono in senso proprio, e tumultuosamente, le masse – i gruppi strategici trasformativi (quelli che pretendono la “rivoluzione”) scelgono preferibilmente la guerra di movimento e puntano piuttosto direttamente al controllo degli apparati del potere statale. Che piaccia o meno, è pur sempre essenziale la lotta per tale controllo su base nazionale, in riferimento cioè alle varie sezioni particolari (insomma, i vari paesi) della formazione sociale mondiale. Chiunque blateri intorno all’esaurimento delle funzioni degli Stati, chiunque indichi, come compiti primari o addirittura esclusivi, linfluenza da esercitare sulle masse lavoratrici, il controllo della produzione, la lotta all’oppressione (o allo “sfruttamento”), ecc. mina alla base ogni possibile trasformazione radicale della società esistente, si pone di fatto al servizio della riproduzione dei rapporti inerenti ad essa. Consapevolmente o meno, chi agisce in tal senso condurrà infine al prevalere della dinamica di scomposizione e frammentazione – e dunque diindebolimento – dei ceti dominati. Al massimo potrà favorire il ricambio al potere tra le varie frazioni in cui sono suddivisi i cetidominanti.

Lenin – e gli altri che ne seguirono l’esempio – comprese a fondo la necessità dei gruppi intenzionati a trasformare in senso rivoluzionario la società di attuare una strategia (e una tattica), che non tenesse conto nei fatti della dottrinale asserzione secondo cui nella rivoluzione vi è un soggetto centrale, ad es. la classe operaia, forgiata dallo stesso sviluppo sociale precedente, ad es. quello capitalistico. E già ho sostenuto più volte che sarebbe comunquevano sostituire tale classe con l’“associazione dei produttori” (“dal primo dirigente…., ecc.”), con l’intelletto generale, ecc. La dinamica capitalistica non porta oggettivamente alla formazione di alcun soggetto collettivo dotato della unitarietà e compattezza necessarie ad attuare la radicale trasformazione. E’ dunque evidente che il successo di dati gruppi nel compiere una verarivoluzione – guidando in questo processo “grandi masse” di dominati – andrà infine consolidandosi con il progressivo enuclearsi di nuovi ceti dominanti, di cui si dovrà provare l’effettiva attitudine a ridare forte vitalità a sistemi sociali del tutto trasformati e non più riconducibili a quelli annientati.

E’ precisamente quanto non è riuscito ai movimenti frettolosamente definiti (e autodefinitisi) comunisti pur dopo una prima fase di vero rivolgimento con l’ascesa di autentici nuovi poteri dominanti. Per profonde ragioni anche ideologiche (non solo queste, evidentemente) i comunisti non hanno compreso l’effettivo mutamento delle strutture sociali con il successivo loroirrigidirsi e la conseguente ostilità di vasti ceti sociali in rapida formazione e crescita. Non si deve però “buttare il bambino con l’acqua sporca”; è necessario ripensare quell’esperienza, che potrebbe darci spunti di rinnovamento se non restiamo ancorati ad una impostazione politica, di cui non si è minimamente afferrata la derivazione da una teoria di carattere eminentemente scientifico (e dunque necessariamente ripensabile nel tempo), ridotta invece abanale credenza ideologica di aiuto ai “diseredati”, agli “oppressi”e “sfruttati”, ai “sofferenti”. Basta pietismo, ripresa in grande stile di una “analisi concreta della situazione concreta”; analisi che esige una linea direttiva cioè, in definitiva, una nuova teorizzazione. Senza “grammatica” non esiste altro che un linguaggio sconclusionato, ingannevole, confusionario. E ripetiamolo pure: l’“orchestra” emette solo suoni disarmonici, stridenti e massimamente fastidiosi se non esiste il “direttore” con la sua bacchetta; nient’affatto magica bensì mossa da chi ben conosce la “musica da suonare”.  

 

UN PASSAGGIO ESSENZIALE NELLA TEORIA DI MARX

gianfranco

 

Si tratta di un brano, un semplice e solo brano delle migliaia di pagine scritte da Marx e spesso pubblicate dai suo successori, magari con aggiunte non sempre messe in evidenza nella loro non stesura (o almeno non completa e letterale) fatta proprio da lui. Ma non m’interessa nulla di tutto questo. L’importante è fissare le parti salienti di una teoria scientifica e mostrarne la rilevanza ancora attuale e, ancor più, laddove essa va rielaborata alla luce dell’esperienza storica di un secolo e mezzo! Riporto quindi un brano tratto dal III Libro de “Il Capitale”, cap. XVII.

<<<Trasformazione del capitalista realmente operante in semplice dirigente, amministratore di capitale altrui, e dei proprietari di capitale in puri e semplici proprietari, puri e semplici capitalisti monetari. Anche quando i dividendi che essi ricevono comprendono l’interesse e il guadagno d’imprenditore, ossia il profitto totale (poiché lo stipendio del dirigente è o dovrebbe essere semplice salario di un certo tipo di lavoro qualificato, il cui prezzo sul mercato è regolato come quello di qualsiasi altro lavoro), questo profitto totale è intascato unicamente a titolo d’interesse, ossia un semplice indennizzo della proprietà del capitale, proprietà che ora è, nel reale processo di riproduzione, così separata dalla funzione del capitale come, nella persona del dirigente, questa funzione è separata dalla proprietà del capitale. In queste condizioni il profitto (e non più soltanto quella parte del profitto, l’interesse, che trae la sua giustificazione dal profitto di chi prende a prestito) si presenta come semplice appropriazione di plusvalore altrui, risultante dalla trasformazione dei mezzi di produzione in capitale, ossia dalla loro estraniazione rispetto ai produttori effettivi, dal loro contrapporsi come proprietà altrui a tutti gli individui REALMENTE ATTIVI NELLA PRODUZIONE, DAL DIRIGENTE ALL’ULTIMO GIORNALIERO [maiuscolo mio]. Nelle società per azioni la funzione è separata dalla proprietà del capitale e per conseguenza anche il lavoro è completamente separato dalla proprietà dei mezzi di produzione e dal plusvalore. Questo risultato del massimo sviluppo della produzione capitalistica è un momento necessario di transizione per la ritrasformazione del capitale in proprietà dei produttori, non più però come proprietà privata di singoli produttori [come erano gli artigiani precapitalistici; nota mia], ma come proprietà di essi in quanto associati, come proprietà sociale immediata. E inoltre è momento di transizione per la trasformazione di tutte le funzioni, che nel processo di riproduzione sono ancora connesse con la proprietà del capitale, in semplici funzioni dei produttori associati, in funzioni sociali.
…………………………[qui vi è un pezzo che si può tralasciare]
Questo significa la soppressione del modo di produzione capitalistico nell’ambito dello stesso modo di produzione capitalistico, quindi è una contraddizione che si distrugge da se stessa, che prima facie si presenta come semplice momento di transizione verso una nuova forma di produzione. Essa si presenta poi come tale anche all’apparenza. In certe sfere stabilisce il monopolio e richiede quindi l’intervento dello Stato. Ricostituisce una nuova aristocrazia finanziaria, una nuova categoria di parassiti nella forma di escogitatori di progetti, di fondatori e di direttori che sono tali semplicemente di nome; tutto un sistema di frodi e di imbrogli che ha per oggetto la fondazione di società, l’emissione e il commercio di azioni [non vi fischiano le orecchie?]. E’ produzione privata senza il controllo della proprietà privata. >>>.

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Discorso che mi sembra estremamente chiaro e non bisognoso di molti commenti per quel che significa. Certamente Marx scrive (appunti poi sistemati da Engels) un secolo e mezzo fa. E mi sembra presentare alcuni momenti di modernità. Tuttavia, ha in testa il capitalismo <<borghese>>, nato da quello mercantile e che presenta varie commistioni con elementi delle tradizioni, cultura, mentalità, della società precedente, in mano alla nobiltà. Ad un certo punto, almeno nella traduzione, salta fuori il nome di imprenditore, ma Marx non ha nozione dell’impresa come si andrà configurando già a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo; e che vedrà soprattutto il fiorire novecentesco del capitalismo statunitense, quello definito assai più tardi (1941) da Burnham capitalismo “manageriale”. Si tratta di quel capitalismo che per il momento ho definito, dopo un paio di decenni di studio, <<formazione sociale degli strateghi (funzionari) del capitale>>.
In Marx il fulcro dell’impresa è in realtà l’opificio industriale, sede del processo lavorativo in quanto trasformazione di materia prima in prodotto finito: di consumo oppure di investimento come ad es. le macchine e il complesso strumentale da impiegare in ulteriori processi trasformativi. Egli prende dunque in considerazione soltanto il dirigente di fabbrica, quello che poi verrà indicato dal marxismo successivo, ivi compreso Lenin, quale “specialista borghese”. Marx, insomma, attribuisce chiaramente al dirigente in oggetto, nella prima fase del capitalismo, la proprietà dei mezzi di produzione. Come scrive anche nelle Glosse a Wagner, l’ultimo lavoro economico di Marx scritto (ma pubblicato dopo la sua morte) negli anni 1881-82 – tra l’altro lo stesso periodo in cui invia la lettera (risposta) a Vera Zasulič, da cui i “marxisti” fuori di testa hanno tratto la conclusione che Marx smentisse tutta l’analisi de “Il Capitale” – in cui si afferma che il proprietario capitalista “contribuisce a creare ciò di cui si appropria”, cioè il plusvalore (che è il pluslavoro della forza lavoro salariata). E anzi per Marx (come per Lenin e ogni marxista scientifico e non “pietistico”) “senza direttore d’orchestra l’orchestra non suona” (per quanto bravi siano gli orchestrali). Di conseguenza, il capitalista di quella prima fase del modo di produzione capitalistico non solo “contribuisce a creare”, ma è proprio essenziale per la creazione (la produzione); senza di lui, addio pluslavoro e plusvalore, non si crea nulla.
Successivamente – per effetto non della “lotta di classe”, ma invece della competizione intercapitalistica in cui pochi hanno successo e molti falliscono – si verifica la centralizzazione del capitale con passaggio alla forma oligopolistica di mercato, caratterizzata fra l’altro dall’impresa quale “società per azioni”. A questo punto, nella previsione di Marx, il dirigente della “fabbrica” diventerebbe un lavoratore salariato a tutti gli effetti e verrebbe quindi a far parte dell’“associazione dei produttori”, cui spetterebbe ormai l’esecuzione dell’intero processo produttivo; il capitalista si riduce a mero proprietario (ad es. azionista) e il suo profitto è una “quasi” rendita (il dividendo azionario). Questa appunto l’interpretazione marxiana del processo evolutivo capitalistico, che risulta in tutta evidenza dal lungo brano citato.
“Qui casca il palco”. E qui è iniziata tutta la mia opera di revisione per eliminare quella centralità della proprietà, ormai superata. Si tratta di quella privata, quella di cui parla Marx. Non cambia proprio un gran che con quella statale. Questa potrebbe perfino essere ancora peggiore se dà vita ad un ceto di “burocrati” pressoché incapaci e soltanto succubi di un potere politico miope; assai diversa l’attitudine produttiva attribuita da Marx all’insieme dei produttori associati, “dal primo dirigente all’ultimo giornaliero”. Egli però scriveva nel 1860 e anni successivi; non è certo lui il responsabile della perdita di efficacia interpretativa del marxismo, ma i suoi seguaci incancreniti per ben oltre un secolo a cianciare sul preteso “socialismo”, sulla formazione sociale di quelli che non sono mai diventati “produttori associati”.
Già Kautsky (e Lenin non lo critica su tale punto) aveva capito che non si andava per nulla costituendo qualcosa di simile. Il gruppo dirigente dei processi produttivi, pur eventualmente privo della proprietà, era indicato come insieme di “specialisti borghesi”, pienamente assegnati alla classe dominante in convergenza semmai con i proprietari assenteisti (rispetto alla direzione di detti processi produttivi), che tuttavia invece sono spesso proprio gli strateghi delle politiche imprenditoriali nella “concorrenza” che solo gli stupidi liberisti riducono a semplice competizione nel mercato. In realtà, il grande dirigente d’impresa (ma non più dei processi produttivi) è proprio colui che assicura il collegamento con i veri apparati del potere politico, funzionale a detta “concorrenza”. Non a caso, un grande dirigente rivoluzionario come Lenin intuisce benissimo che il “monopolio” (la centralizzazione dei capitali) “non annulla la concorrenza, ma la spinge al suo livello più alto”. Ed è ovvio che sia così, dato che non si tratta più di concorrenza ma di reale conflitto (strategico) per le “sfere d’influenza”, conflitto che ingloba e dà forma specifica alla concorrenza mercantile.
I marxisti – dovendo riconoscere che l’alta dirigenza della produzione, pur non proprietaria, non faceva parte del “proletariato” o “classe operaia”, presunto soggetto della “rivoluzione anticapitalistica” – hanno allora insistito sulla rivoluzionarietà del “semplice giornaliero” (o poco più su), insomma dell’operaio di fabbrica, del Charlot di “Tempi moderni”. Veri fraintendimenti, che sono stati pure miei. Tuttavia, da più di vent’anni ho faticosamente iniziato una “marcia” almeno in buona parte diversa, di cui non parlo qui (ho scritto ormai centinaia, anzi potrei dire migliaia, di pagine in proposito). Tuttavia, ci sono problemi lungo la nuova via che non ho certo risolto. Ho scritto negli ultimissimi anni alcuni libri sempre dibattendo tale problema onde affinarlo per quanto possibile.
Ultimamente ho anche consegnato ad un blocco di video su Marx (le “dieci discussioni” accompagnate da un libro su “Denaro e forme sociali”) la coerentizzazione del suo modello teorico. Che io sappia, non esiste una altrettanto rigorosamente organica esposizione del modello teorico (scientifico) di Marx; anche al di là di ciò che egli avrebbe effettivamente detto o voluto dire. Non m’interessa affatto riempire le pagine di sue citazioni e cercare di diventarne l’esegeta e il “corretto interprete”. Per me Marx è una sorta di Galilei della scienza sociale. Bisogna capire quale salto ha fatto fare a quest’ultima al di là della consapevolezza che poteva averne all’epoca; mettendo inoltre in luce i limiti di tale modello teorico, proprio dovuti ai tempi in cui esso fu formulato.
Non pretendo però di aver risolto il problema. Non lo posso fare io, che appartengo alla vecchia epoca storica iniziata grosso modo con il marxiano “Manifesto del Partito comunista” (1848) e già in fase di trapasso (troppo lenta per la vita umana) da alcuni (pochi) decenni; fase oggi in accelerazione, ma non ancora vicina alla piena entrata nella nuova epoca. Quelli come me (di orientamento marxista ovviamente) hanno il compito di mettere ordine nella vecchia teoria, di estrarne il “succo” in base alle conoscenze attuali e alla esperienza storica di un buon secolo e mezzo. La mia reale intenzione è di far rilevare sia le alterazioni che essa subì già appena morto Marx sia l’errata sua previsione di dati eventi e la non realizzazione di altri pur iniziati in suo nome. Al massimo si possono indicare alcune ipotesi di revisione e fuoriuscita (ma sempre da “quella porta”). A chi saprà vivere realmente la “fase storica” che avanza, senza inutili nostalgie e indebite “frenate”, spetterà il compito di arrivare a nuove ipotesi e magari anche a effettive sintesi in ben diverse teorizzazioni intorno alla società, alle sue strutture e dinamiche evolutive.
Per questo ritengo fondamentale l’effettiva messa in circolazione delle mie “dieci discussioni su Marx” con il libro “Denaro e forme sociali”. ESIGO che tale mia “fatica” venga distribuita senza ulteriori indugi. In tutta la vita sono stato boicottato soprattutto dagli schifosi intellettuali e “operatori culturali” di una “sinistra”, che da alcuni decenni ormai è il cancro della nostra società; e che molti idioti (di ogni orientamento) confondono con i comunisti. Io sono stato comunista. E parlo al passato non per abiura, ma solo per il riconoscimento che nella storia certi movimenti si esauriscono. Per fare un esempio, continuo a nutrire grandi simpatie per i giacobini e il loro essenziale “anno del terrore”. Non posso però dirmi giacobino ai giorni nostri. E quindi nemmeno mi dico comunista, ma certo stimo e ricordo con affetto i “fu” comunisti e odio invece mortalmente gli ancora “sinistri”; perfino più degli ancora “destri” (ma anche loro…. per carità!). Parlo ovviamente dei gruppi dirigenti dei diversi schieramenti. I seguaci vanno considerati con ben altro atteggiamento più benevolo. I nervi però saltano spesso di fronte a certi farabutti e mentitori.

AVANTI CON MARX IN UNA SUA COMPLETA RIFORMULAZIONE!

Toni Iwobi non è lo zio Tom

cartina elezioni Usa

Povero Toni Iwobi che a dispetto del colore della pelle milita nella Lega, partito “notoriamente” razzista secondo la Sinistra. Mal gliene incolse al parlamentare nigeriano naturalizzato italiano che con la sua scelta politica ha mandato in cortocircuito i pregiudizi dei politicamente corretti i quali ovunque vedono negrieri e membri del Ku Klux Klan. Ci ha pensato il giornalista Corradino Mineo nel post che riporto sotto (non credo si tratti di fake news visto che è lo stesso senatore leghista a riprendere le parole del mezzbusto Rai e a rilanciarle via Twitter) a rimettere le cose a posto, ricordandoci dello Zio Tom. Chi era costui? Era il negro da cortile che diceva al padrone bianco: “stiamo bene oggi signore?” “Siamo malati signore?” Era, insomma, la vittima che si identificava col suo carnefice in cambio di alcuni privilegi mentre il negro da piantagione veniva frustato nei campi. Un traditore che si schierava dalla parte dell’aguzzino contro il suo popolo.
Parlo con cognizione di causa di questi temi perché mi sono laureato col prof. Nico Perrone con una tesi sulla storia dei negri d’america ed in particolare sul movimento delle pantere nere. Darmi dello xenofobo, razzista, fascista (l’unico partito in cui ho militato da ragazzo si chiamava rifondazione comunista) risulterà pertanto particolarmente difficile a lorsignori.
Il nomignolo Zio Tom (che Mineo non fa perché forse non lo conosce pur rimandando gli altri dietro alla lavagna) indicava l’atteggiamento di quei negri che vivevano imitando il comportamento dei loro padroni bianchi. Lo zio Tom è il protagonista del celebre romanzo di D. Beecher-Stowe simbolo dell’obbedienza dei negri. Scriveva Rap Brown: «Il razzismo si conferma sistematicamente quando lo schiavo riesce a liberarsi soltanto imitando il padrone: contraddicendo la sua stessa realtà». (Muori schifoso negro, muori!Longanesi). Brown aveva perfettamente ragione ma stiamo narrando di un contesto di segregazione e sfruttamento ormai remoto. Iwobi è membro di Palazzo Madama non lo schiavo di una tenuta in Alabama prima della guerra civile. Effettivamente, fu quest’ultimo avvenimento storico ad offrire la possibilità ai negri di affrancarsi dalla loro condizione di sottomissione allorché decidevano di arruolarsi con gli unionisti in cambio della libertà, di quaranta acri di terra e due muli. Ciò veniva promesso loro per ripagarli della schiavitù e degli assassinii in massa subiti prima, durante e dopo la guerra civile. Ovviamente, non avranno nulla di tutto ciò nonostante i loro sacrifici per la patria.
Come notate uso sempre e solo i termini negro e negri, e lo faccio per rispetto di una precisa identità così come fu affermata dai vari pensatori originari dell’Africa. La négritude era considerata dagli intellettuali negri un principio identitario finalizzato a rifondare la sociopsicologia culturale e storica della loro etnia. Costoro ritenevano il termine nero offensivo perché rimandava al colore (no colored allowed piazzato davanti bagni, teatri, ecc. ecc.). Poi sono arrivati i radical chic e razzisticamente hanno rovesciato la stessa volontà dei negri che avevano lottato per il loro posto nella civiltà elaborando uno specifico pensiero.
Ancora All’inizio del secolo XX la popolazione nera negli USA era ancora fortemente legata a forme di agricoltura che avevano conservato le stesse caratteristiche di sfruttamento dei tempi dei primi schiavi venuti dall’Africa.
Dopo la guerra civile quel sistema aveva subito una metamorfosi in senso mezzadrile che, in accezioni diverse, continuava a perpetrare la subalternità degli afroamericani ai proprietari terrieri.
Quest’ultimi affittavano i terreni ai neri e fornivano loro l’alloggio in cambio del 40% del raccolto. In realtà, i contratti celavano clausole ben più vessatorie dato che il restante 60%, rivolto a soddisfare le esigenze di sopravvivenza dei lavoratori, era eroso da un sistema di prestiti a tassi usurai e dagli acquisti (obbligatori) da effettuarsi negli empori della piantagione a prezzi esorbitanti. Alla povertà che ne seguiva si aggiunse, nel 1944, l’introduzione delle nuove macchine trebbiatrici capaci di svolgere in un giorno il lavoro di 50 operai. I neri, che contemporaneamente stavano maturando una
coscienza sociale più combattiva e più cogente rispetto alle proprie condizioni di vita, cercarono di conquistare maggiore spazio ma si ritrovarono a fare i conti con situazione produttiva che li rendeva esuberanti.
Lo stimolo alla meccanizzazione agricola del Sud si combinò con la richiesta degli Stati del nord di nuova manodopera da introdurre al lavoro di fabbrica.
In breve tempo, cinque milioni d’afroamericani si spostarono in massa verso il miraggio offerto dalla città (questo processo durò trent’anni e andò avanti fino al 1970). Le direttrici della
migrazione passavano dalle strade della Georgia, dalla Carolina e dalla Virginia per giungere a New York e Boston; dal Mississippi, dal Tennessee, dall’Arkansas e dall’Alabama verso  Chicago e Detroit; dal Texas e dalla Louisiana per raggiungere la California. Insomma, la meccanizzazione agricola riuscì a fare quello che il  proclama d’emancipazione aveva solo formalmente riconosciuto: liberare i neri dalla schiavitù dei campi. Il prezzo che questi dovettero però pagare fu altissimo e presto si trovarono a fronteggiare un nuovo degrado, quello del lavoro di fabbrica e delle megalopoli urbane (ma il lavoro nei campi è certamente più duro di quello industriale). Senza farla troppo lunga al razzismo de iure si è sempre sostituito un razzismo de facto più raffinato nei metodi ma non meno odioso. Oggi la situazione è migliorata sinceramente ma determinate forme di razzismo si trasformano e sono dure a morire. Per esempio la forma radical chic. Essa parla contro il razzismo ma sotto sotto nasconde una discriminazione elitista che emerge quando la realtà non va secondo la sua ideologia. Considero le frasi di Mineo verso Iwobi di tale fatta. La spocchia e il razzismo sono imparentati, per quel che mi riguarda.

I traditori parlano sempre di pace, di GLG

Ukraine Protest

Michail Gorbaciov: «In quel novembre ’89 vinse la pace»
La caduta del muro di Berlino. Intervista all’ex presidente dell’Urss: «Una vittoria dei due popoli tedeschi, ma anche dei russi dopo la Seconda guerra mondiale» (da “Il Manifesto”)

Ho sempre pensato che questo meschino politico – incensato a quel tempo perfino da persone a me vicine e care mentre io ho sempre sostenuto, fin dal suo arrivo, che sarebbe stato il liquidatore del “polo sovietico” – fosse semplicemente l’uomo richiesto dalla “storia” poiché ormai una certa esperienza, partita nel 1917, era evidentemente agli sgoccioli. Tuttavia, sempre più, negli anni successivi al crollo di quel “polo” (1989-91), è sembrato che si trattasse invece proprio di un uomo implicato in un vero tradimento del suo paese. Queste sue affermazioni sono inaudite. Mentre un mondo, che ha impresso il suo segno al secolo XX, si disfaceva consegnando per 10-15 anni il predominio mondiale agli USA, questo infame parla di “vittoria della pace” e anche dei “due popoli tedeschi” e perfino di quello russo, che sotto Eltsin, cui egli consegnò consapevolmente il potere, è andato allo sbando totale. La sua azione non appare quindi errata, semplice conseguenza della sua mediocrità; sembra invece consapevole tradimento di un uomo corrotto dall’avversario. Non a caso, quindi, egli è odiato in Russia. Non a caso, sempre più è apparso – anche se viene detto in sottotono poche volte e poi taciuto – che buona parte della popolazione tedesca “orientale” ha rimpianti per quel periodo (non bellissimo, sia chiaro, ma si capisca che cos’è questa “ricca” Germania “occidentale”). E ovviamente il malcontento, crescente in quella parte di Germania che fu DDR, viene subito definito stoltamente “ritorno di sentimenti nazisti”. Questi reazionari – “sinistri” o “destri” che siano” – sono stupidi e pericolosi come quelli degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso. Non torneranno né nazifascismo né comunismo di quel tempo, ma andremo egualmente incontro ad eventi tragici, di cui saranno responsabili questi furfanti (e, diciamolo infine, anche un po’ criminali) che al momento imperversano in Italia e nella UE. Ripeterò fino alla noia: bisogna eliminare drasticamente questi agenti patogeni, altrimenti perirà la nostra civiltà. Ma bisognerebbe eliminarli prima che la situazione precipiti verso eventi di grande drammaticità. “Il medico pietoso fa la piaga purulenta”. Occorre una schiera di provetti chirurghi con bisturi taglienti e raggi laser “dissolventi”.

Perché i capi non contano (quasi) nulla.

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Perché i capi non contano (quasi) nulla. Breve Commento ad un articolo di G. Friedman apparso su Limes

“L’ossessione per la personalità dei leader è un fenomeno naturale, dal momento che i capi sono totem che rassicurano o spaventano le nazioni. Ma questi capi vengono forgiati da una cultura nazionale frutto della necessità, arrivano al comando dopo essere stati addestrati a comprendere tale necessità e agiscono entro i limiti della realtà geopolitica. Adolf Hitler, per esempio, venne catapultato al potere dalla confgurazione assunta dalla nazione tedesca dopo la prima guerra mondiale. Poté affermarsi nel 1932, mentre non avrebbe potuto farlo nel 1900. Perché è stata la realtà tedesca a crearlo e lui si è messo al servizio di tale realtà”. Si tratta di una tesi analoga a quella esposta da Machiavelli, per il quale il principe può governare solo se comprende appieno quel che deve fare e se è in grado di farlo in modo effcace. Hegel e, in una certa misura, Tucidide hanno sostenuto argomenti analoghi. Lo stesso Marx sostiene che il corso della storia sia fissato e che le ideologie e i leader siano delle mere «sovrastrutture». Convinzione che il flosofo di Treviri derivò da Hegel, sulle cui idee sono basate le tesi qui espresse .
Marx, tuttavia, pensava che la comunità fondamentale della storia umana fosse la classe, non la nazione. Egli comprese dunque il concetto di necessità, ma non la natura della comunità, come dimostra il fatto che nelle guerre del XX secolo il proletariato e la borghesia rimasero fedeli alle loro nazioni di riferimento.
È dunque impossibile pensare l’essere umano al di fuori di una comunità politica. La fonte del potere di Stalin, Carlo Magno o Annibale stava nella loro comprensione di ciò che doveva essere fatto. In caso contrario, non avrebbero avuto alcun potere. G. Friedman. (Da Limes)

Condivido, nella sostanza, il pensiero dello stratega americano. Gli stolti che ancora concionano sulla presunta pazzia di Hitler dovrebbero essere conseguenti e considerare folli non solo tutti i tedeschi ma persino l’intero genere umano (loro per primi) che, nei suoi tortuosi percorsi, ha seguito condottieri e avventure volentieri finite in tragedie. Su Marx, è vero che egli “non comprende” che i conflitti della sfera politica, tra agenti dominanti intranazionali e internazionali, sono quelli effettivamente centrali, ma lo si deve necessariamente “scusare” perché lo studio del modo di produzione capitalistico, da lui e solo da lui svelato nella sua ossatura sociale portante, gli evidenzia piuttosto la separazione tra proprietà e non proprietà dei mezzi di produzione che divarica il corpo sociale in due classi contrapposte le quali rendono marginali tutte le altre (del resto per Marx “la storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi, Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni…”). In più Marx, rispetto al passato, vede una differenza “teleologica” specifica dettata dall’epoca capitalistica: la classe non proprietaria, o meglio il General Intellect (dirigenti e giornalieri) che si forma nel processo produttivo, ha caratteristiche uniche che mettono fine alla (prei)storia delle contrapposizioni di classe tout court distruggendo i rapporti capitalistici, ultima forma di dominazione dopo la quale si dischiude il mondo della libera individualità. Il plusvalore (forma astratta del pluslavoro, appropriazione di lavoro non pagato) smette di esistere con l’abbattimento degli ultimi rentier divenuti parassiti di borsa avulsi dalle fabbriche ed il surplus, che pure si continua ad esitare, viene controllato socialmente e non più privatisticamente. Nasce la classe universale (la non classe) in cui non esistono più conflitti (perché i suoi interessi materiali sono unificati ) ma al massimo dissidi minori di tipo gestionale. Anche lo Stato smette di esistere perché esso è funzionale ad una società divisa in classi che ora non ci sono più. In realtà, la Storia è soprattutto storia dei conflitti delle classi dominanti che coinvolgono tutta la “comunità”, perché senza le “masse” non si fa Storia ma il popolo entra in quest’ultima non con idee proprie ma con quelle delle “avanguardie” che lottano per la preminenza.
Ecco, quest’ultimo è l’aspetto che invece Gianfranco la Grassa ha analizzato nei suoi studi e nelle sue opere, pur partendo dal pensiero marxiano ma ormai discostandosene un bel po’, per cogliere le caratteristiche specifiche di un capitalismo ormai mutato che il pensatore tedesco non poteva prevedere essendo uno scienziato sociale del 800.

Qualche interpretazione della Storia , di GLG

gianfranco

 

Quando all’inizio del ’33 andò al potere Hitler (alle elezioni i nazi erano il I partito con il 43,9% dei voti, mentre socialdemocratici e comunisti erano lontanissimi, ma certamente poi tale potere non fu più gestito con sondaggi tra i “consumatori” dei vari prodotti politici), vi erano 6 milioni di disoccupati. Al Congresso di Norimberga di un anno e mezzo dopo ve n’erano un milione e mezzo. Per effetto di una politica che poteva ricordare, ma andrebbe fatto uno studio serio, il “new deal”. Comunque, in ogni caso, tutto il contrario del becero e rozzo liberismo oggi ripreso da economisti che sono da inviare ai campi di lavoro forzato. Ci sarebbe poi da discutere delle cose certo terribili commesse nel ’33 e prima parte del ’34 dalle SA fino alla “notte dei lunghi coltelli” della fine di giugno con loro eliminazione e uccisione di Rohm, il capo. Per le SA non erano in primo piano gli ebrei, bensì quelli che oggi chiamiamo radical chic e seguaci dell’infame Repubblica di Weimar (seguaci da assimilare ai nostri “sinistri” e “conservatori” odierni, tutti liberisti). Secondo me, fu madornale l’errore dei comunisti di traccheggiare con i verminosi socialdemocratici. Basti pensare ai successivi “fronti popolari” dell’epoca; tipico quello francese di Blum, uno dei “padri dell’Europa” finanziati dalla CIA nel dopoguerra. Nel ’33, gli operai della Krupp (ma non solo loro, gli operai in genere) andavano con le SA a pestare i weimariani; fu però appunto il grande industriale a scrivere a Hitler chiedendo che si mettessero “in riga” le SA perché non poteva certo licenziare gli operai che si assentavano dal lavoro per andare a pestar giù duro. E Hitler fece appunto il compromesso con il grande capitale (ancora per l’essenziale borghese, mentre ormai mostrava prevalenza quello “manageriale”, esistente però negli USA) – e con l’esercito – annientando i “populisti” dell’epoca. Dopo si sviluppò in pieno l’antisemitismo e la certo orrenda persecuzione che ne seguì. Si trattava di trovare una nuova ideologia e un nuovo obiettivo “nemico” per compattare una gran parte della popolazione dietro al Potere. Inutile star sempre a mentire. Negli anni ’30 la stragrande maggioranza della popolazione tedesca seguiva i nazisti; così come in Italia seguiva i fascisti. Poi quando hanno combinato il disastro della guerra, che hanno perso, allora la popolazione (quella “non silenziosa”) si è scatenata contro i perdenti, gridando viva viva ai vincitori. Vogliamo smetterla di raccontarci balle sulle meraviglie che fa il “popolo”; non esiste, esiste solo una popolazione, che è divisa in tante “convinzioni”. E nei momenti decisivi della storia, una parte si getta a pesce con i vincitori e grida e urla per lo sterminio del “nemico” (perdente); quelli che hanno un minimo di vergogna di cambiare idea al mutar del vento, si rinchiudono a casa, stanno in silenzio e in ogni caso cercano di far dimenticare quello che sono.

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Continuazione del precedente post.

LODE DEL DUBBIO (Brecht)

[………………………]

Intronato dagli ordini, passato alla visita
d’idoneità da barbuti medici, ispezionato
da esseri raggianti di fregi d’oro, edificato
da solennissimi preti, che gli sbattono alle orecchie un libro
redatto da Iddio in persona,
erudito
da impazienti pedagoghi, sta il povero e ode
che questo mondo è il migliore dei mondi possibili e che il buco
nel tetto della sua stanza è stato proprio previsto da Dio.
Veramente gli è difficile
dubitare di questo mondo.
Madido di sudore si curva l’uomo che costruisce la casa dove
non lui dovrà abitare.
Ma sgobba madido di sudore anche l’uomo che la propria casa
si costruisce.
Sono coloro che non riflettono, a non dubitare mai.
Splendida è la loro digestione, infallibile il loro giudizio.
Non credono ai fatti, credono solo a se stessi. Se occorre,
tanto peggio per i fatti. La pazienza che han con se stessi
è sconfinata. Gli argomenti
li odono con l’orecchio della spia.

Con coloro che non riflettono e mai dubitano
si incontrano coloro che riflettono e mai agiscono.
Non dubitano per giungere alla conclusione, bensì
per schivare la decisione. Le teste
le usano solo per scuoterle. Con aria grave
mettono in guardia dall’acqua i passeggeri di navi che
affondano.

SOTTO L’ASCIA DELL’ASSASSINO
SI CHIEDONO SE ANCH’EGLI NON SIA UN UOMO.
Dopo aver rilevato, mormorando,
che la questione non è ancora sviscerata, vanno a letto.
La loro attività consiste nell’oscillare.
Il loro motto preferito è: l’istruttoria continua.
Certo, se il dubbio lodate
non lodate però
quel dubbio che è disperazione!

[……………………………….]

Ho messo in maiuscolo il passo cruciale. Brecht scrive in un periodo (anni ’30) di eventi drammatici, tra due grandi guerre. E’ giusto a quel tempo parlare di assassino e dell’ascia che egli usa. Oggi, in questi nostri paesi europei, ci troviamo in un periodo di uomini miserabili, meschini, incapaci di arrivare al coraggio del vero e proprio assassinio. Sono subdoli, pieni di infami ma reconditi pensieri. Sono falsi e predicano il bene (il “buonismo”) per ingannare e meglio far perire i deboli. Hanno il manto del “progresso”, della “modernità”, dell’avanzamento verso più “lieti e facili destini”; ecc. ecc. Oggi sono questi gli assassini e non brandiscono e agitano l’ascia. Non uccidono direttamente altri esseri umani; questo compito lo lasciano ai loro servitori in parti del mondo lontane dai “morbidi cuscini” in cui essi ce lo mettono in…… (linguaggio figurato ovviamente). Il loro compito è uccidere le differenti civiltà, tradizioni, credenze, modi di vivere e pensare. Nessuno deve più capire con chi sta, con chi può veramente parlare, di chi si può fidare, quali amicizie e amori può provare con vero trasporto. Comunque, anche in questo periodo – e in questi paesi – dove non si brandisce l’ascia, non dobbiamo per nulla chiederci se questi miserabili sono uomini. Siano quel che siano, dobbiamo combatterli ed eliminarli. O noi o loro: se va bene, ci sono ancora due o tre decenni per questa decisione. Questi bastardi cercano di sviare l’attenzione con la plastica che ucciderebbe la Natura. E invece sono i “politicamente corretti” che stanno uccidendo il mondo umano, la nostra società. Sono loro la “nostra plastica”. Altro che “green economy”. C’è bisogno di una ROSSA pratica di rinascita di una degna vita sociale.

La Memoria è un trucco

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La Memoria divide, la Storia aiuta a capire. Sono parole di Alessandro Barbero, storico e accademico di rara bravura. Ed è effettivamente così. La Memoria, ormai completamente identificata con un solo evento relativamente recente, come la Shoah, è divenuta un pezzo di ideologia con la quale garantirsi l’impunità dei delitti. Gli ebrei sono stati perseguitati per secoli in tutto il mondo e sono stati falcidiati sotto il regime nazista. Questo popolo martoriato e disperso ci ha messo pochi anni a trasformarsi da vittima in carnefice di palestinesi ed altre popolazioni che non tollerano la prossimità con uno Stato agguerrito, per loro illegittimo, usurpatore di territori. Lo Stato di Israele ormai esiste ed è una potenza ben armata, dotata persino di ordigni nucleari, però è inaccettabile che si nasconda dietro il piagnisteo dei torti passati per procurare agli altri sofferenze simili a quelle patite. Non esistono genocidi di seria A e di serie B ma sembra che gli unici intoccabili siano loro, pur se hanno smesso di essere carne da olocausto da molti decenni. Inoltre, identificare Memoria e sangue versato dagli ebrei è un atto di ingiustizia nei confronti dei numerosi massacri avvenuti nella Storia della umanità, i quali meritano la stessa ricordanza. Tanto più che sono avvenuti stermini che hanno superato per efferatezza e numero di morti quello ebraico. Hitler non è l’unico cattivo della specie e non si è inventato nulla essendosi formato alla scuola americana e inglese delle conquiste e dei campi di concentramento per i cosiddetti subumani (indiani ma anche asiatici), dai quali lager prese spunto per i suoi luoghi di tortura. Come riportato da M. Zezima nel libro Salvate il Soldato Potere: “Durante la guerra contro i boeri (1899-1902), il Regno Unito aveva usato campi di concentramento simili per internarvi gli elementi ostili della popolazione sudafricana. Lo stesso fecero Spagna e Stati Uniti nelle Filippine scrive lo storico Michael Adams, rilevando come simili precedenti fossero stati presi a modello dal regime nazista.
In realtà, dice Ward Churchill, docente al Center for Studies in Ethnicities and Race in America dell’Università del Colorado (con sede a Boulder), la politica tedesca traeva ispirazione da esempi ancora più remoti.
Hitler aveva ben presente il trattamento riservato agli indigeni d’America, specie in Canada e negli Stati Uniti, e prese a modello quelle procedure per ciò che definiva “politica dello spazio vitale”. In pratica, il Führer fece sua l’idea della “conquista dell’Ovest”, con la conseguente deportazione dei residenti all’arrivo degli invasori, che condusse all’insediamento del ceppo anglosassone nelle terre americane come esempio per la sua espansione a est verso la Russia, dislocando, deportando e/o liquidando la popolazione per farsi spazio e sostituirla con quella che riteneva una razza superiore. Hitler era pienamente consapevole di come la sua politica ricalcasse le precedenti esperienze della popolazione anglo-americana nelle regioni a nord del Rio Grande”.
Il più pulito dei potenti ha la rogna e, in ogni caso, non c’è presidente o dittatore che abbia evitato di ordinare un’ecatombe per superiori ragioni di Stato e di sicurezza nazionale.
Diciamo dunque la verità, il vero odio è la Memoria selettiva che si ricorda solo di quel che conviene per criminalizzare chi non si adegua alla narrazione ufficiale. Ora che in Italia abbiamo pure una commissione contro l’odio questo crescerà esponenzialmente perché l’odio si alimenta di pregiudizi e di versioni partigiane degli eventi. Solo degli ignoranti e degli idioti potevano concepire un tale parto. E i parlamentari si sono anche alzati in piedi a battere le mani alla loro stupidità, dopo aver approvato a larga maggioranza questo monumento alla cialtroneria. Fortunatamente la Storia non si fa impressionare dalla cretineria umana e già prepara il prossimo annientamento per far tacere la “malsineria” con la quale gli abietti cercano di mettere a tacere chi non si uniforma al coro.

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