Marx: ma li mortacci vostra!

Karl-Marx

 

“ALL’ELISEO VA IN SCENA IL PROCESSO A KARL MARX: DOMENICO DE MASI INTERPRETA IL FILOSOFO COMUNISTA, ACCUSATO DAL PM FIAMMETTA PALMIERI – FAUSTO BERTINOTTI VESTE I PANNI DELL’AVVOCATO DIFENSORE….

l’accusa del Pubblico Ministero Fiammetta Palmieri (Magistrato del CSM) che ha sottolineato quanto Marx, pur partendo da fatti veri e corretti come il tema della lotta di classe e dello slittamento del proletariato, abbia poi proposto soluzioni illusionistiche e irragionevoli, diventando il motore di una rivoluzione violenta che aveva come fine ultimo il cambiamento radicale della società con lo smantellamento dello Stato in favore dell’autogoverno….

[Bertinotti, avvocato difensore] le accuse rivolte a Marx sarebbero più correttamente da destinare a Vladimir Il’ic Ul’janov, meglio noto come Lenin e Iosif Vissarionovic Dzugašvili, meglio noto come Stalin. Il concetto di rivoluzione marxista non era concepito come un colpo di Stato, ma come lotta di classe, quella tra oppressi e oppressori che fa parte da sempre della storia dell’umanità.

De Masi, alias Karl Marx, ha concluso il suo intervento ricordando quanto la sua opera sia stata un lungo e densissimo percorso finalizzato alla felicità dell’uomo e del genere umano”.

Va bene, è solo un gioco, ma perché costoro non si sono fatti una partita a burraco invece di rompere i coglioni a Marx?

1. Al pubblico Ministero. Marx non parte da fatti veri (ammesso che questo significhi qualcosa). Marx parte da ciò che non si vede sensibilmente, appunto, da ciò che è l’esatto contrario di un fatto (i fatti, per lo più, sono sempre ingannevoli). Già Hegel diceva che ciò che è noto è meno conosciuto. Marx vuole smontare i fatti, ciò che appare come dato inequivocabile ma non lo è, in quanto tra “l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica” non c’è diretta coincidenza. E scrive nella “Prefazione”: “Che ogni inizio sia diffìcile, vale per ogni scienza. Perciò la comprensione del primo capitolo, specialmente nella parte dedicata all’analisi della merce, presenterà le difficoltà maggiori. Ho invece reso per quanto è possibile divulgativa l’analisi della sostanza del valore e della grandezza del valore. La forma valore, di cui la forma denaro è la figura perfetta, è vuota di contenuto ed estremamente semplice. Eppure, da oltre due millenni la mente umana cerca invano di scandagliarla, mentre d’altra parte l’analisi di forme molto più ricche di contenuto e molto più complesse è almeno approssimativamente riuscita. Perché? Perché è più facile studiare il corpo nella sua forma completa che la cellula del corpo. Inoltre, nell’analisi delle forme economiche non servono né il microscopio, né i reagenti chimici: la forza dell’astrazione deve sostituire l’uno e gli altri. Ma, per la società borghese, la forma merce del prodotto del lavoro, o la forma valore della merce, è la formaeconomica cellulare elementare. Alla persona incolta, sembra che la sua analisi si smarrisca in mere sottigliezze; e di sottigliezze in realtà si tratta, ma solo come se ne ritrovano nell’anatomia microscopica”.

Che da questa indagine – che poi è “ricerca sul modo di produzione capitalistico e sui rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono” – siano potute nascere “soluzioni illusorie e irragionevoli”, sfociate in violenza, è una tale sciocchezza da non meritare nemmeno commenti. Da un Pm, del resto, di più non ci si può aspettare, questi metterebbero tutti in galera senza uno straccio di prova.

2. All’ Avvocato difensore. La responsabilità, secondo Bertinotti, noto Bertinights dei salotti romani, sarebbe di quelli che non hanno capito Marx, il giusto. Lenin e Stalin sono i veri colpevoli, i truci assassini della buona idea e degli uomini di buona volontà. Cosicché ora abbiamo un sospettato e due colpevoli certi. Come leguleio Berti(notti)è un vero disastro, proprio come ex Segretario comunista. In ogni caso, Marx non era Gesù, non voleva liberare gli oppressi nel senso religioso bertinottiano. Marx riteneva che dalle contraddizioni del capitale sarebbe sorto un nuovo rapporto sociale, non più fondato sull’estorsione del pluslavoro nella forma del plusvalore. La Classe intermodale che avrebbe garantito questo passaggio era il General Intellect (braccia e menti, giornalieri e ingegneri della produzione), non la classe operaia tout court, sfruttato dai capitalisti ma non genericamente oppresso. Berty, sempre meglio in cachemire che in toga.

3. L’alter ego. De Masi, dopo il lavoro a gratis, ci propina questa coglionatura di Marx San Francesco che cercava la felicità dell’uomo, no che dico, dell’intero genere umano, come se fosse un santo e non uno scienziato. In verità, Marx in vita non fece altro che disprezzare gli umanisti alla De Masi, quelli che parlavano degli interessi “del genere umano, dell’uomo, in generale, dell’uomo che… non appartiene neanche alla realtà, ma soltanto al cielo nebuloso della fantasia filosofica”. Marx non sopportava la “dolce rugiada traboccante amore” degli umanisti, dei protettori degli animali, dei fautori di progressivi miglioramenti delle condizioni di vita degli oppressi, non perché fosse cinico ma perché odiava l’ipocrisia.

I signori di cui sopra, alla fine, hanno mandato assolto Marx. Quest’ultimo, se li avessi giudicati, li avrebbe senz’altro condannati alla sua derisione.

CRISI, MULTIPOLARISMO E GRUPPI SOCIALI

gianfranco

 

di Gianfranco La Grassa

1. Va manifestato il massimo disappunto per come la crisi iniziata nel 2008 è stata trattata da sedicenti esperti, che hanno solo enfatizzato le crisi di Borsa, il falso problema dello spread, al massimo criticando i “cattivi finanzieri”, magari per carenza di etica, ecc. Alcuni studiosi di economia più seri hanno affrontato il problema con altri strumenti e con una migliore conoscenza delle varie teorie sulla crisi formulate da autori ormai divenuti dei “classici”. Non ritengo inutile il lavoro di questi studiosi odierni, ma qui mi interessa, come ormai sottolineato più volte, la motivazione profonda e cogente delle crisi (di tipologia variabile), quella motivazione che non attiene alla pura economia, bensì alla politica. Non mi riferisco però in tal caso agli apparati e istituzioni della sfera sociale detta Politica, in gran parte rappresentata da quello che chiamiamo Stato (e poi i partiti, ecc.); bensì alla sequenza di mosse strategiche che i vari attori compiono per vincere nel conflitto, che li oppone gli uni agli altri, e conquistare così la supremazia.

Da tale punto di vista, la crisi iniziata di fatto nel 2008 – e fin da subito la assimilai a quella di sostanziale stagnazione del 1873-96 – va considerata il segnale d’apertura di una nuova epoca di accentuato scontro multipolare, che comporta lo scoordinamento delle complessive relazioni tra le numerose formazioni particolari(in definitiva, i vari paesi); e dunque pure del cosiddetto mercato globale. In realtà, non si tratta affatto del semplice mercato, bensì di un riposizionamento delle formazioni in questione nei loro rapporti di forza in merito al controllo di determinate sfere d’influenza. Dal tendenziale monocentrismo Usa (1991-2001) si sta entrando in una fase di assai instabile (dis)ordine mondiale, causato da una non irrilevante crescita di potenza di nuovi paesi (in particolare Russia e Cina). Difficile prevedere quale sarà il risultato finale di una simile fase di intensi squilibri.

Propendo comunque per la prosecuzione, sia pure non lineare bensì con andamento a sbalzi, della tendenza al multipolarismo(attualmente ancora imperfetto) in direzione dell’usuale policentrismo che annuncerà un periodo di acutizzazione del conflitto per il predominio mondiale; e non certo di tipo prevalentemente economico, bensì soprattutto politico e bellico. Ed è al servizio di quest’ultimo che funzionerà, in definitiva, l’economia di vari paesi in fase di trasformazione decisamente innovativa. Si verificheranno pure, soprattutto nei paesi che si avvieranno ad essere effettive potenze, modificazioni non indifferenti delle “strutture” sociali (delle forme dei rapporti tra i diversi gruppi sociali). La crisi, nel suo aspetto più superficiale, quello economico appunto, sarà lunga e tormentosa, strisciante e povera di impennate verso alti ritmi di crescita. Nel contempo, non dovrebbe nemmeno condurre a catastrofici sprofondamenti; anche se l’esperienza del 1929 deve tenere avvertiti che eventuali “botti” non si prevedono effettivamente con tanto anticipo. Potrebbe esserci qualche crac finanziario, più difficilmente bruschi e autentici crolli nei settori della produzione; almeno per alcuni anni a venire. La sfera economica sarà però investita da mutamenti intersettoriali, da avanzamento di date branche (alcune anche nuove) con arretramento di altre.

Anche se, come sostengo da tempo, è lo squilibrio a creare i suoi portatori soggettivi (gli “attori” in lotta, in questo caso i vari paesi) grazie al movimento incessante da esso indotto, detti soggetti non sono tuttavia strettamente determinati, non sono privi di libertà di scelta sia pure entro un non largo ventaglio di possibilità d’azione. Inoltre, quando si fa riferimento al mono o policentrismo, al multipolarismo, ecc. balzano in evidenza, quali agenti (creati dal movimento squilibrante), le formazioni particolari: predominanti (le potenze), subdominanti o più nettamente subordinate. Tuttavia, in queste formazioni (paesi, nazioni, ecc.) sono presenti diversi raggruppamenti (e più specificigruppi) sociali; e anche questi sono emersi – con i vari nuclei dirigenti che di fatto li orientano nell’ambito del flusso di conflitti generato dall’oscillazione vibratoria.

Ecco allora che il discorso sulla crisi apre in realtà la porta a una ben più rilevante, e complicata, discussione sui vari tipi di conflitto (di “guerra” in senso lato) che si scatenano ai diversi livelli della formazione sociale nel suo aspetto generale (globale). Due sono dunque i principali conflitti da prendere in considerazione: lo scontro tra le varie formazioni particolari(paesi, nazioni, ecc.) per il predominio mondiale (o almeno “regionale”, cioè di una particolare area del globo) e quello che fu indicato, a lungo e da una particolare concezione teorico-ideologica, quale “lotta di classe”, cioè scontri e frizioni tra gruppi sociali all’interno delle formazioni particolari in questione. Non sono però soltanto questi gruppi, nella loro complessiva costituzione, a determinare con la loro azione (“di massa”) la prevalenza di uno o più d’essi (o le alleanze fra alcuni di essi, quelle a volte definibili blocchi sociali) in ogni data formazione. Decisiva appare sovente la discesa in campo di nuclei dirigenti in competizione più o meno acuta fra loro e più o meno capaci di conquistare il controllo del paese. I nuclei in questione – e non le sole “masse in movimento” (cioè i raggruppamenti sociali) – sono a mio avviso i più efficaci portatori soggettivi ultimi del movimento squilibrante e dei conflitti da esso indotti; e il prevalere di questo o di quello di detti nuclei definisce la differente tipologia cui appartiene un determinato paese (pre o subdominante o nettamente subordinato ad altro, ecc.).

Lasciamo pure gli studiosi (quelli seri però) discorrere sulle varie cause economiche delle crisi, sulla loro periodicità e lunghezza, sui mezzi per contrastarle, quasi sempre con la convinzione che lo si possa fare e che solo manchi la buona volontà o si commettano errori evitabili, ecc. Personalmente sto cercando un differente percorso (teorico) utile alla comprensione di ciò che è il più generale e cogente fattore dello squilibrio, considerato nelle sue più essenziali cause.

Parto dal principio che lo squilibrio genera il movimento; e quest’ultimo ha come effetto il conflitto e la formazione di “punti di condensazione” rappresentati dai portatori soggettivi, dagli “attori” che sono fra loro in lotta nella realtà di superficie (“di palcoscenico”, ecc.). Essendo quelli più visibili, li si osserva muovere, attribuendo loro e al loro modo d’agire la causa dello scontro e dei suoi effetti; si pensa insomma, troppo spesso per carenza di analisi teorica, che essi siano veri soggetti nell’azione e non semplici portatori, pur dotati di qualche margine di variazione soggettiva. Si sostiene allora la possibilità di invertirne il comportamento, di realizzare accordi, sol che lo si voglia realmente, smorzando così il conflitto, forse giungendo un giorno alla piena cooperazione, creando infine un mondo senza più crisi di alcun genere: né politiche e sociali né economiche, né internazionali (tra i vari paesi) né interne (tra i vari raggruppamenti sociali). Resta, allora, soltanto la “saggezza religiosa” a ricordarci l’ineliminabilità della lotta tra bene e male; e almeno per questa via ci si salva dalle peggiori ipocrisie e falsità del “buonismo” dei dominanti che devono far credere ai sottoposti molte fanfaluche nel tentativo di perpetrare il loro dominio.

2. Sul palcoscenico, una data opera va rappresentata seguendo il testo dell’autore; certamente, però, la regia introduce curvature particolari e gli attori, se capaci, mettono in piena luce determinati significati, che devono comunque essere quelli presenti nel testo in questione, altrimenti abbiamo a che fare con tutt’altra opera. Il “testo scritto” dal movimento squilibrante, generatore di conflitti, è quello che è; tuttavia, non si è passivi nella lotta e ci si deve impegnare nella “migliore rappresentazione” possibile. Nessuno sostiene che gli attori non possano apportare a quest’ultima variazioni di una certa rilevanza, ma non tale da invertirne il significato, voluto dall’“autore”. Insomma, i portatori soggettivinon sono determinati nel loro agire fin nelle minime minuzie, essendo invece in possesso di alcuni “gradi di libertà”. L’importante è smetterla di credere che essi siano capaci di ottenere risultati contrari, opposti, a quelli indicati nel “testo” e che contemplano lo squilibrio e il conflitto con determinati rapporti di forza tra i contendenti e con le caratteristiche del campo dove avviene lo scontro. Perfettamente inutile è disconoscere questa condanna, sperando che alla fine potrà trionfare la bontà, l’accordo, la pace. Questo avverrà, secondo me, solo con la “morte universale” di quanto esiste nel Cosmo così com’è attualmente.

Veniamo a considerazioni più particolari e di “minore” rilievo (salvo che per noi umani). La crisi iniziata da ormai dieci anni ci accompagnerà a lungo. E’ una tipica crisi di scoordinamento legata al progressivo accentuarsi del multipolarismo. La vera differenza rispetto a quella, più volte ricordata, di fine secolo XIX è la deflazione dei prezzi verificatasi allora. Tuttavia, avremo probabilmente modo di assistere anche a quel fenomeno. Anzi già adesso abbiamo in molti settori questa deflazione; e anche il rialzo dell’indice generale dei prezzi è in definitiva minimo rispetto ad un tempo. Se poi abbandoniamo i paragoni effettuati soltanto in sede di andamento dei processi economici, riusciremo neiprossimi anni ad afferrare meglio una serie di mutamenti maggiori verificatisi in periodi storici simili a quello che prese avvio con la lunga crisi di depressione ottocentesca e che fu caratterizzato dal declino inglese. Non facciamoci però trarre in inganno ancora una volta: non fu quel declino il fenomeno più rilevante dell’epoca (detta imperialistica). Esso, fra l’altro, non era ineluttabile se non con il solito senno di poi. Si verificò allora soprattutto la fine del capitalismo quale si era formato in Inghilterra e poi in Europa (e, inizialmente, pure negli Stati Uniti), quel capitalismo borgheseche servì da modello per l’analisi marxiana e il cui tramonto fu pensato come inizio della rivoluzione proletaria mondiale, in grado di seppellire il capitalismo tout court.

La depressione di fine ‘800, durata circa un quarto di secolo, aprì la via alle vere grandi crisi, soprattutto belliche – con ulteriori riflessi economici critici in date contingenze: tipo quelli avutisi con la crisi del 1907, “trascinatisi” di fatto fino alla prima guerra mondiale, e quelli provocati dalla crisi del 1929, anch’essi superati solo con la seconda – che hanno prodotto la radicale mutazione storico-sociale cui hanno assistito le generazioni del secondo dopoguerra. L’attuale crisi di relativa stagnazione verrà infine considerata fra un bel po’ di tempo come l’apertura di una nuova “grande trasformazione”. L’illusione della lotta tra capitalismo e socialismo, tipica dell’epoca del mondo bipolare, ha completamente sviato l’attenzione degli studiosi, con l’incomprensione totale dell’avvenuto passaggio dal capitalismo borghese a quello dei funzionari del capitale. Definizione da me escogitata provvisoriamente e che sono il primo a considerare non del tutto soddisfacente; comunque si tratta del capitalismo di matrice nordamericana, già indicato da Burnham nel 1941 come manageriale (anche tale definizione mi sembra incompleta, pur essa economicistica poiché relativa alla realtà grande-imprenditoriale). Comunque, siamo entrati attualmente in una nuova epoca di netti, probabilmente violenti, sconvolgimenti con ulteriori modificazioni della formazione sociale, che continuiamo a definire genericamente capitalistica in base all’esistenza degli apparati tipici della sfera economica: il mercato e le imprese, ecc. Stiamo accumulando ritardi su ritardi e ci impantaniamo nel chiacchiericcio inconcludente più che in autentiche analisi teoriche.

Ci dimostriamo anzi in possesso di scarse capacità d’indagine, tutti dediti alla considerazione del momento presente. La memoria del passato è continuamente ignorata; e, quando non lo è, ci si dedica incoscientemente al suo completo travisamento, a raccontarci una storia ampiamente alterata e dunque incompresa. Il futuro è oggetto di futili discussioni sull’ottimismo o invece il pessimismo nonché di fatue promesse tipiche di una “democrazia elettoralistica”, che ha creato individui incapaci di pensare e problematizzare il proprio vivere per un periodo di tempo che superi uno o due anni (e anche meno). L’abissale superficialità (condita di irritante presunzione) dei “tecnici”, degli “specialisti”, è l’autentica cifra della nostra fase storica, specialmente in questo “occidente” ormai stramaturo, marcio e sfatto. Basti pensare alla “commedia” dei medici – sempre più specialisti e incapaci di valutare men che superficialmente l’intera complessità del corpo umano – che si sbrodolano con fervore a difendere la “scienza medica”.

Ritengo utile prendere intanto atto di una realtà che credo ci apparirà evidente entro qualche anno: la crisi attuale non è prevalentemente economica e difficilmente riaprirà la porta a prossimi nuovi boom. Essa ci farà galleggiare in una situazionetendenzialmente depressiva – pur con alcuni sviluppi “diseguali” tra le varie aree e paesi – e andrà mutando in direzione di più netti sconvolgimenti di varia forma, ancora per larghi versi imprevedibili. Tuttavia, come già detto, gli agenti (i portatori soggettivi) dell’“oggettivo” movimento squilibrante, e generatore di conflitti, non sono del tutto passivi né tanto meno inerte preda di un improvvido Destino, poiché abbiamo già rilevato invece l’esistenza di alcuni “gradi di libertà”. Sarà dunque utile cercare di afferrare le determinanti e le caratteristiche di massima dei prossimi conflitti. Un lavoro irto di difficoltà e complesso, che sconterà la lunga parentesi di paralisi della nostra ricerca.

Lasciando perdere gli inutili cantori della “libera individualità” nella sua interazione soprattutto mercantile – una concezione di una vecchiezza insopportabile – dobbiamo superare anche le stantie concezioni della “divisione in classi” e della lotta fra queste. Tuttavia, è indubbio che funzionano ancora gruppi sociali (non ben conosciuti e soprattutto affastellati confusamente nella dizione di “ceti medi”) e si formano – spesso disfacendosi e riformandosi in periodi ravvicinati data la loro labilità e il loro pressapochismo politico – nuclei direttivi dotati di strategie raramente ben fissate e con obiettivi spesso incerti e cangianti. In ogni modo, è in questa direzione che dobbiamo iniziare la nostra strada di analisi, perché qui incontriamo appunto gli “attori” che recitano la politica e i “registi” che mettono in scena il conflitto. Mi sembrano al presente molto scadenti e gli uni e gli altri; ma così sono e al loro comportamento ci si deve attenere. Sapendo però distinguere tra portatori soggettivi (sia pure dotati di una qualche libertà di scelta) e movimento squilibrante che rappresenta il vero Autore (d’ultima istanza) del conflitto in via di acutizzazione multipolare.

Qui siamo e da qui dobbiamo riprendere teoricamente le mosse.

 

VIVA LA RIVOLUZIONE (OGNI VERA RIVOLUZIONE)

gianfranco

 

Il giorno cruciale della “Rivoluzione d’ottobre” (25 ottobre secondo il calendario giuliano, allora in uso in Russia) è – com’è ben noto (almeno lo spero!) – il 7 novembre 1917 con la presa del “Palazzo d’Inverno”. Ho cercato qualche scena di “Ottobre”, capolavoro di Ėjzenštejn (1928), ma non ho trovato quel che cercavo. Ho così messo insieme due pezzettini di Reds (Warren Beatty), che si collegano l’uno all’altro e danno un quadro abbastanza buono del clima di quei giorni cruciali; il tutto accompaganato dal canto dell’Internazionale, che aggiunge pathos alle scene.


forse sono un po’ superflue le scenette d’amore (molto misurate comunque). E tuttavia vi è qualcosa di non banale, perché si cerca di far capire, anche se per cenni molto sommari, l’intrecciarsi della vita di singoli soggetti con un grande movimento, di cui al momento nemmeno vi è effettiva coscienza dell’eccezionale significato storico. Eppure l’entusiasmo, come portato d’un evento denso di partecipazione collettiva, è quello che trasporta oltre la pesantezza quotidiana che possiamo immaginare contrassegni la vita individuale in momenti come quelli. Ed è indubbio, almeno per me, che è da rimpiangere di non aver potuto vivere quegli eventi; chi invece ha potuto, ne porterà indelebile ricordo e saprà, con il trascorrere del tempo, quanto è stato fortunato ad esserci. Non c’entra nulla la consapevolezza, in alcuni ben presente, che nessun grande movimento rivoluzionario conseguirà proprio gli obiettivi dichiarati, quelli che spingono in alto i migliori sentimenti dei componenti le maree tumultuanti. Nel momento cruciale, questi obiettivi non sono comunque pura ipocrisia e “antipatica” doppiezza, come avviene nelle campagne della smorta e scialba “democrazia” delle urne. Molti ci credono; e anche chi sa (o almeno intuisce) che alla fine non si realizzeranno esattamente come preconizzato e urlato nelle piazze, sa pure che sono parte integrante di un esaltante moto d’animo ormai andato molto oltre la miseria del calcolo personalistico. In quei frangenti trionfali si sperimenta la vera fratellanza e unione d’intenti assieme all’odio più viscerale contro chi per decenni o magari secoli ha degradato, avvilito, fatto decadere quella determinata e ormai logora struttura del vivere sociale. In quei momenti, non interessano gran che le mirabili – e certo importanti, sia chiaro, non intendo svalutare nulla – opere dei filosofi o degli scienziati, ecc. Le lucide e fredde analisi ricominceranno poi. In quei momenti, si spalanca una porta, si apre un tunnel che si vede tanto pieno di luce da confondere la vista, il pensiero e il proprio comportamento assieme agli altri, a tanti altri, per la stragrande maggioranza mai visti né minimamente conosciuti e che poi non vedremo più. In quei momenti si sa solo d’essere uniti, di potere…..che cosa? Non è poi così chiaro, ma si sente che comunque una porta si è aperta e si deve oltrepassarla per accedere a qualcosa di nuovo, di comunque diverso dal lungo, grigio, tragitto che stavamo percorrendo dalla nascita.
Quindi: viva la rivoluzione. Non illudiamoci, non ci farà giungere nel paese “del bengodi”. E’ però in se stessa un tale rivolgimento dell’animo che darà per sempre un altro senso al perché viviamo e operiamo in questo mondo giustamente definito “valle di lacrime”. Non le asciugheremo, le spargeremo ancora, assieme però alla sensazione di avere per un dato periodo della nostra esistenza vissuto una vita che valeva la pena di vivere nella sua più completa interezza. Non ho ovviamente partecipato a quella rivoluzione, ma la sento egualmente. Così come altri sentiranno altre rivoluzioni a loro più congeniali. Non dico affatto che quella è l’unica rivoluzione cui valeva la pena di partecipare (lo è per me; per altri saranno altre). E sono pure convinto inoltre che adesso quella parentesi si è chiusa in ogni suo possibile significato. Dalla “porta aperta” è già passato tutto quello che poteva passare, in forma deteriorata e “amputata” come avviene nel seguito di ogni rivoluzione. E sarà così anche in futuro perché, o prima o poi, un’altra rivoluzione arriverà (o anche più d’una) e delizierà i fortunati che vivranno quel periodo di intenso trapasso.

Chi se ne frega dei giornali!

giornalismo

 

L’editoriale di Belpietro, pubblicato oggi sulla Verità (nome inadatto ad un quotidiano), è una lezione di giornalismo. Belpietro, fuori dai denti, ricorda ai colleghi che sui giornali si scrive soprattutto quello che vogliono gli editori, i quali, se non sono d’accordo, danno il benservito ai propri impiegati. Non da meno è stato Giuliano Ferrara su Il Foglio che le ha suonate alle anime belle e piagnucolanti della categoria, le quali si credono un contropotere pur avendo dei padroni ben paganti sulla testa. Oltre al volere degli editori, sugli articolisti opera l’influenza di chi può comprare le loro opinioni o esercitare pressioni, in varie guise. Poi esistono i condizionamenti indiretti e le “suggestioni”, per cui molti giornalisti si autocensurano, cioè evitano certi argomenti o li trattano con le pinze, per non scontentare qualcuno d’importante o per non rischiare la carriera. Infine, ci sono le proprie convinzioni che, ovviamente, hanno un peso decisivo nella narrazione dei fatti. Insomma, il giornalismo non è il luogo della verità o della libertà, semmai è quello della costruzione dei miti della verità, della libertà (e della democrazia) per volere dei gruppi dominanti. I giornali più importanti, di tiratura nazionale, hanno sempre dei proprietari con i soldi, o dei finanziatori occulti, che investono per vendere un prodotto e per persuadere l’opinione pubblica che la loro versione dei fatti è l’unica valida nell’Universo.
Possiamo anche essere più brutali, come Balzac, e dire che i giornali fabbricano la realtà così come piace a loro, pur basandosi su episodi realmente accaduti:“Il giornalismo, invece di essere un sacerdozio, è divenuto uno strumento per i partiti; da strumento si è fatto commercio; e, come tutti i commerci, è senza fede né legge. Ogni giornale è una bottega ove si vendono al pubblico parole del colore ch’egli richiede. Se esistesse un giornale dei gobbi, esso proverebbe dal mattino alla sera la bellezza, la bontà, la necessità dei gobbi. Un giornale non è più fatto per illuminare, bensì per blandire le opinioni. Così, tutti i giornali saranno, in un dato spazio di tempo, vili, ipocriti, infami, bugiardi, assassini; uccideranno le idee, i sistemi, gli uomini, e perciò stesso saranno fiorenti. Essi avranno i vantaggi di tutti gli esseri ragionevoli: il male sarà fatto senza che alcuno ne sia colpevole…Napoleone ha dato la ragione di questo fenomeno morale o immorale, come più vi piaccia, con una frase sublime che gli hanno dettato i suoi studi sulla Convenzione: i delitti collettivi non impegnano nessuno.” Il vero è semplicemente un momento del falso, diceva Debord, e viceversa. Quando un giornalista afferma che scopo del suo lavoro è raccontare i fatti per quelli che sono sta già mentendo spudoratamente. Perché i fatti non sono nulla se non vengono interpretati. Anzi, spesso i fatti non accadano se non sui giornali, come ci insegna E.L. Masters: “Ogni sindaco prima di me, sin dove arriva la memoria era stato accusato di essere un demagogo sognatore, oppure un ladro o un truffatore tuttavia io presi quel posto con un certa speranza, intendendo rendere tutto più bello, dare alla gente il dovuto, far sì che i grossi delinquenti si mettessero in riga. Come già una volta il Ledger stava tentando di vendere la sua terra per un parco, ma io lo impedii. Poi allontanai a bastonate sul muso lo schifoso maiale dal trogolo. Che accadde? Bene scoppiò un’ondata di criminalità sulle pagine del Ledger! Quanti rapinatori, giocatori d’azzardo, fuorilegge ubriaconi, e luoghi del vizio! La chiesa cominciò a chiacchierare, la corte mi si mise contro. Sporcarono il mio nome e quello della città mi uccisero per averla vinta. E questo è un gioco da banditi, amici miei, che si chiama democrazia!”

La scomparsa della stampa sarebbe una follia, cantava Gaber, ma di fronte a tanta deficienza
non avremo certo la superstizione della democrazia. Chiudiamo tutti i giornali e poi riapriamoli con calma, puzzeranno un po’ meno di ora, finché non tornerà ad accumularsi la stessa merda.

Una lezione dal New Deal di Aldo Scorrano (CSEPI)

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Il deficit è troppo elevato? E’ una domanda che spesso si chiedono politici, giornalisti e addetti ai lavori (i cosiddetti tecnici).  Per cercare di risolvere la questione ci può venire incontro una lezione di storia, tratta dalla presidenza di Franklin D. Roosevelt e il suo “New Deal” (Nuovo Corso), che cercò di porre fine alla spirale depressiva innescatasi negli anni precedenti (Grande Depressione).
La Grande Depressione iniziò con il completo collasso del mercato azionario il 24 ottobre del 1929, quando furono vendute circa 13 milioni di azioni. Il danno fu prorogato a martedì 29 ottobre quando furono vendute oltre 16 milioni di azioni rendendo tale giorno, a futura memoria, tristemente noto come il “martedì nero”.
L’impatto sociale della grande depressione fu devastante. Nel 1932 la produzione industriale degli Stati Uniti fu dimezzata ed un quarto della forza lavoro, circa 15 milioni di persone, restarono senza lavoro e in assenza di alcuna “assicurazione” contro la disoccupazione. Le retribuzioni orarie diminuirono circa del 50 percento. Centinaia di banche fallirono, ci fu un drastico crollo degli investimenti, i prezzi dei prodotti agricoli scesero al livello più basso dalla Guerra Civile. Furono più di 90.000 le aziende costrette al completo fallimento.

 

Il New Deal rappresentò il culmine di una fase in cui il capitalismo si “abbandonò” alle politiche del “laissez-faire”. Tuttavia ciò che fu veramente nuovo del programma rooseveltiano fu la velocità con cui si realizzò ciò che in precedenza richiedette generazioni. Non fu una cosa da poco se, ad esempio, rapportiamo il tutto al presente!
Durante il primo mandato di Roosevelt, il debito pubblico degli Stati Uniti salì a 33,7 miliardi di dollari, cioè circa il 40% del PIL. Allora come ora, questo causò in molti “esperti” un piagnisteo per i disastri e le preoccupazioni per la difficile situazione che le generazioni future avrebbero dovuto affrontare. (Vi suona familiare?)

Il seguente grafico mostra l’andamento di una serie di significativi dati macroeconomici, relativi all’economia statunitense a partire dal 1929:

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Come si evince facilmente dal grafico, per tutta la durata del piano Roosevelt (New Deal) i deficit federali non furono particolarmente ampi, mentre ebbero una esplosione “solo” a partire dalla metà della seconda guerra mondiale (in cui il Governo americano aumentò significativamente le spese militari).

 

Alcuni dati, in dettaglio, riguardo il periodo in cui il piano “New Deal” fu eseguito.

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Lo scoppio della crisi del ’29 fece esplodere la disoccupazione che raggiunse quasi il 25% nel 1933, anno che coincise con il lancio del programma di Roosevelt. La disoccupazione si mantenne su tassi alti anche durante il New Deal (questo perché il tasso di disoccupazione è un indicatore ritardato: significa che continua a peggiorare anche dopo che la crescita economica è migliorata, in quanto le  aziende mostrano titubanza nell’assumere dei lavoratori almeno fino a quando non sono sicure che la crescita sia posizionata su una tendenza stabile al rialzo). Questo effetto lo possiamo desumere dal grafico seguente:

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Come detto in precedenza, il New Deal fu una politica economica che il presidente Franklin D. Roosevelt volle lanciare per porre fine alla Grande Depressione: l’obiettivo era quello di risollevare coloro che furono maggiormente colpiti dalla crisi. Data la situazione economico-sociale che il paese attraversava, gli americani accolsero con favore i piani di salvataggio governativi. Il piano proposto, attuato in tre trance (dal 1933-1933), consistente in 47 programmi, fornì supporto al settore agricolo e generò posti di lavoro per i disoccupati, nonché diede origine ad una sorta di partnership tra pubblico e privato, affinché si incrementasse l’industria manifatturiera.

 

Le politiche di Roosevelt, successive a quelle di Hoover (che invece fu fautore delle politiche di laissez-faire e sostenitore dell’idea che la prosperità del mondo affaristico, secondo il principio del trickle down, avrebbe prodotto a cascata beneficio al ceto medio; cosa che invece non accadde, infatti la depressione peggiorò!), furono fondamentali anche dal punto di vista teorico.
Il “terreno”, per così dire, ideologico era già pronto da tempo. Erano gli anni in cui l’economista e sociologo austriaco Friedrich August von Hayek aveva apertamente criticato un illustre e già affermato economista inglese, che di li a poco, avrebbe cambiato per il resto della storia a venire l’approccio teorico economico: parliamo di John Maynard Keynes.

Secondo l’analisi hayekiana l’economia era in grado da sola di potersi autoregolare, giungendo ad uno stato di equilibrio senza che vi fosse un’interferenza esterna, lasciando fare alle sole forze di mercato. D’altro canto Keynes aveva già dietro di sé una sua produzione letteraria ben definita che, in sostanza, era in controtendenza a quanto affermato da Hayeck. Tra le sue opere “La fine del lassaire faire” (1926), “Prospettive economiche per i nostri nipoti” (1930) e soprattutto il “Trattato sulla moneta” (1930).

In questo contesto (data la ormai conclamata crisi precipitata in depressione), uno stretto collaboratore di Rossevelt, nonché docente di Harvard, Felix Frankfurter, prese una decisone che in qualche modo fu determinante per gli anni successivi: si rivolse a Keynes affinché quest’ultimo “stimolasse” le autorità (il Senato in particolare) ad intraprendere politiche che incrementassero la spesa federale, proprio per contrastare la dilagante disoccupazione in atto. Il risultato fu una lettera che l’economista inglese scrisse sul giornale New York Times, “An Open Letter to President Roosevelt” (1933).

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(Si può trovare una trascrizione al seguente link https://goo.gl/UjuhTv)

 

Vi fu una risposta di Roosevelt a cui seguì un incontro di persona,  un po di tempo dopo, in cui Keynes discusse col presidente di questioni tecniche, in particolare del concetto di moltiplicatore della spesa.  Gli esiti di quella lettera e dell’incontro, non produssero esattamente gli effetti prefigurati come negli intenti iniziali, tuttavia ebbero lo stesso un effetto non di poco conto, cioè la messa in discussione di una ideologia e di una visione dell’economia, quella liberista, che fino a quel periodo erano dominanti.
Anche (se non soprattutto) da quell’esperienza vide luce, nel 1936, l’opera di Keynes che segnò un nuovo corso nella storia dell’economia moderna: la “Teoria generale delloccupazione, dellinteresse e della moneta”. A dire il vero, alle stesse conclusioni – quasi contemporaneamente – (probabilmente prima) giunse un altro economista di origine polacca, Michael Kalecki.     

Catapultandoci nel presente e analizzando gli effetti che la crisi del 2007-2008 ha provocato nel mondo occidentale, qualche analogia la possiamo notare. Facendo riferimento al nostro paese la situazione odierna non è a quei livelli (1929) ma la perdita subita nella produzione industriale e l’alta disoccupazione, con il crescente aumento della povertà (relativa ed assoluta), destano non poche preoccupazioni ed inevitabilmente la mente corre indietro nel tempo. Cosa ci ha insegnato quel drammatico evento degli anni trenta del XX secolo? Sembrerebbe nulla, considerando le politiche economiche in atto soprattutto in Europa.
In termini meramente economici, ora come allora, servirebbe una forte (e di qualità) spesa in disavanzo per contrastare e risollevare l’economia nazionale e dare slancio alla cosiddetta domanda (aggregata).

Cosa si è fatto? L’esatto opposto! Perché? (verrebbe da chiedersi…) In realtà, si è arrivati a questo punto della storia dopo un lungo periodo di trasformazioni economiche e sociali dal dopoguerra in poi.

L’argomento è di quelli, data la complessità, che andrebbe trattato con un articolo ad hoc, poiché abbraccia un arco temporale che attraversa vari decenni e diversi processi: dalla crisi del modello fordista-keynesiano; alle politiche monetarie del presidente della Fed, Paul Volcker, di fine anni 70 (che creano una forte recessione con gravi ripercussioni sul movimento operaio che ne uscì indebolito); alla cosiddetta reaganomics, cioè quelle politiche messe in atto durante la presidenza americana di Roanald Reagan, sulla scia di quelle politiche adottate in Gran Betagna dal governo Thatcher (punto di riferimento fu la scuola di pensiero della supply side economics, supportata da economisti come Friedman e Mundell, una sorta di rovesciamento del keynesismo); all’ingente trasferimento di ricchezza dalle classi più basse verso quelle più alte della società, anni in cui vi fu una forte compressione dei salari, accompagnata da una tendenziale caduta della domanda alla quale si rispose, da un lato, con l’ampliamento del credito e, dall’altro, con uno spostamento, nella sfera produttiva, del capitale verso la finanza speculativa: da qui prese il via il cosiddetto “keynesismo privatizzato” che <<costruisce un meccanismo di sostegno al consumo attraverso le dinamiche della finanza che, grazie alla crescita dei valori degli asset sui mercati finanziari e del valore delle abitazioni, sostiene una crescita del consumo a debito delle famiglie. Insomma, il neoliberismo produce internamente e politicamente la domanda effettiva. Quindi, la domanda autonoma che traina la domanda effettiva è il consumo a debito, ed è questo un processo politico, gestito prevalentemente con la politica monetaria>> (R.Bellofiore).

 

Una breve panoramica storica solo per mettere in luce le diverse fasi che hanno caratterizzato, soprattutto dal punto di vista economico, oltre settant’anni (dal quel lontano 1929) di vicende che, in qualche modo, hanno influenzato la nostra società. A nulla valsero anche le “raccomandazioni” (fu di fatto inascoltato) di un grande economista, Hyman Minsky (allievo di Schumpeter e attento osservatore delle politiche del New Deal), che più volte mise in guardia circa l’instabilità dei sistemi finanziari, dell’economia capitalistica, nonché i pericoli connessi ad un eccessivo indebitamento delle banche e delle imprese.

 

Detto questo, facendo tesoro di ciò che sin qui si è esposto, considerando il fatto che ancora non si è fuori dal tunnel della crisi economica, la storia ci suggerirebbe di guardare ad essa si con occhio critico ma di prendere ciò che di buono è stato fatto. Ed in effetti proprio il periodo del New Deal potrebbe suggerirci una lezione importante. Le politiche di spesa in disavanzo che furono attuate da Roosevelt (che, si badi bene, non amava i deficit pubblici e, come Keynes, voleva salvare il capitalismo, non abbatterlo) furono, in sostanza, qualcosa di molto simile a ciò che oggi potremmo definire come una “socializzazione degli investimenti e dell’occupazione”: il Governo  intervenne direttamente, come attore principale, nel risolvere la grave situazione economica-sociale in corso.  In questo senso la socializzazione è da intendersi come il potere di creare direttamente

 

1 – “valori d’uso” (cioè la capacità di beni o servizi di soddisfare un dato fabbisogno),

2 –  lavoro (lo Stato, quindi, come occupatore diretto  – e non residuale – ma in prima istanza).
Inoltre,  il New Deal si caratterizzò anche per il tentativo di regolamentare il sistema finanziario e bancario (con l’Emergency Banking Act – EBA, che conteneva anche il Glass-Steagall Act, la legge che separava le banche commerciali dalle banche d’investimento).
Un programma molto importante fu il WPA (Works Progress Administration): fu la più grande agenzia del New Deal, finanziata dal Congresso con una spesa complessiva di circa 7 miliardi di dollari, con lo scopo di fornire occupazione a milioni di persone da impiegare nella costruzione di opere pubbliche e grandi progetti in diversi settori. Sfamò bambini e distribuì alimenti, vestiti e alloggi. Quasi ogni comunità negli Stati Uniti d’America ha un parco, un ponte o una scuola costruiti dalla WPA, soprattutto negli Stati occidentali e tra le popolazioni rurali.

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Il nodo centrale fu, alla fine, la spesa pubblica. In definitiva, la lezione che dovremmo fare nostra da quella esperienza è che oggi i governi tornino a (ri)considerare la spesa pubblica come motore della crescita, andando anche oltre il tradizionale keynesismo.

 

Spesa pubblica, dunque, intrinsecamente legata al concetto di disavanzo pubblico (deficit), come spiegato in questo articolo https://csepi.altervista.org/wp-content/uploads/2018/11/Cesaratto-stato-spende-prima.pdf. Pertanto si torna alla domanda di partenza: di quanto deve essere questa spesa in termini percentuali rapportata al PIL, per non essere considerata elevata? La questione, messa in questi termini, è logicamente mal posta.

Ha davvero senso senso parlare di spesa (pubblica) elevata e quindi di “tetto” a questa spesa, cioè stabilire a priori un limite oltre il quale non andare? Direi di no, a meno che non si voglia ritornare ai tempi in cui Hayeck tuonava che un incremento delle spese pubbliche avrebbe potuto far scontare un  “prezzo troppo alto”, ossia quello di generare un’inflazione “galoppante” e una “produzione” indirizzata male (peraltro tesi ritornate in auge con il monetarismo degli anni settanta).

A tal proposito un’ampia letteratura, prodotta da economisti eterodossi e post-keynesiani di ispirazione anche marxista, partendo dagli anni novanta giungendo fino ad oggi, ha completamente confutato sia le tesi hayeckiane sia lo stesso monetarismo e le cosiddette politiche neoliberaliste, smantellando, di fatto, l’intero impianto teorico fondante dietro queste tesi, tipiche dell’economia detta marginalista (neoclassica di un tempo). E’ il caso della scuola di pensiero della Teoria della Moneta Moderna (MMT), che vede come propri padri ispiratori giganti del pensiero economico come ad esempio Marx, Knapp, Lerner, Kalecki, Keynes, Minsky, Godley, Goodhart.
Il dibattito odierno sul deficit, legato alla recente manovra del governo italiano, che sta suscitando tanto clamore in Europa per un 2,4% (deficit/Pil), è la dimostrazione di come in realtà la partita in gioco sia meramente di natura politica (altro che economica).

 

Di recente il Ministro per gli Affari europei Paolo Savona, a proposito del dibattito che in questi giorni ha visto contrapposti i rapporti deficit/Pil previsti dai governi francese e italiano (rispettivamente del 2,8 e del 2,4%) e circa la “sostenibilità” del debito pubblico, ha affermato quanto segue: “La Francia ha un doppio deficit, di bilancia estera e pubblica, accompagnato da un aumento dei prezzi al consumo che ha recentemente superato il tetto stabilito dalla Bce. Unica nei principali paesi dell’euroarea, il suo disavanzo estero di parte corrente è dell’1,1% del Pil, seguita solo dalla Grecia con il con l’1,2%. Vive cioè al di sopra delle proprie risorse. Il suo deficit di bilancio pubblico è del 2,4%, a livello di quello preventivato per il 2019 dall’Italia, attualmente al 2%. Questa condizione richiederebbe una stretta fiscale, ma il saggio di crescita reale della Francia è nell’ordine dell’1,7%, (…) ha dovuto pertanto scegliere se procedere nella direzione della stretta fiscale o puntare alla ripresa produttiva.

(…) L’Italia ha invece un avanzo di parte corrente sull’estero del 2,5%, vive cioè al di sotto delle sue risorse, e ha un 2% per cento di deficit pubblico. La concezione più elementare di politica economica suggerisce di espandere la domanda interna; secondo i canoni più classici anche “scavando fosse o costruendo piramidi”. Intende invece affrontare la sua crisi di crescita, attualmente la più bassa dei principali paesi dell’eurozona, puntando a un mix tra investimenti, per stimolare la crescita, e spese correnti per combattere, in particolare, la povertà e la disoccupazione giovanile”.

 

Osserviamo i dati:

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Dalla comparazione di questi due grafici emerge un quadro che darebbe ragione a quanto affermato da Savona, secondo i concetti basilari della macroeconomia keynesiana e, quindi, la resistenza delle istituzioni europee verso la manovra italiana sarebbe del tutto ingiustificata.

 

Non solo. La Commissione Europea ha bocciato la manovra italiana anche perché considera il deficit troppo alto. Ricordiamo che in virtù del Trattato di Maastricht il deficit in percentuale al Pil deve essere contenuto entro il 3%. La bocciatura, tuttavia, ha come giustificazione una valutazione che prende in considerazione dei parametri molto discutibili da un punto di vista meramente scientifico, come ad esempio l’output gap, cioè la differenza tra il prodotto interno lordo effettivo e quello potenziale. Concetto quest’ultimo (Pil potenziale, cioè la situazione di una economia che opera al pieno della sua capacità, senza altresì generare spinte inflazionistiche) legato a doppio filo con due parametri “strutturali” il NAWRU (Non Accelerating Wage rate of Unemployment), cioè il tasso di disoccupazione in corrispondenza del quale il tasso di crescita dei salari nominali non accelera e il NAIRU (Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment ), cioè quel tasso di disoccupazione che non accelera la dinamica dell’inflazione, per la cui trattazione dettagliata rimando a questo esplicativo articolo https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/deficit-strutturale-italiano-una-questione-di-stime/.

Ciò che è importante capire in questa sede – al di la del fatto che si tratta di parametri/stime/valutazioni e concetti ancora ancorati ad una visione economica di tipo neoclassica – è che il metodo di calcolo di queste variabili influenza la capacità di un paese di poter “liberare” risorse finanziarie che il governo potrebbe spendere per perseguire determinati obiettivi di politica economica.

Come si può facilmente comprendere, la capacità di spesa di uno Stato soggetto a tutti questi vincoli di natura economica e giuridica, è fortemente limitata impedendo, di fatto, di attuare quelle vere riforme sociali che sarebbero necessarie così come avvenne con il New Deal di Roosevelt.

La speranza, in questo senso, è che ci sia innanzitutto un vero e proprio ripensamento (rethinking) dell’economia, abbandonando del tutto stereotipi e falsi miti legati ad una visione di essa ancora troppo intrisa di concetti iperconfutati, tipici dell’economia marginalista. Poi, ancora forse più importante, bisognerebbe cercare di affiancare all’analisi economica una analisi critica della società, capendo e carpendo gli aspetti più profondi delle dinamiche che la attraversano, essendo appunto la società un insieme interconnesso di relazioni che determinano rapporti di forza. Come infatti ci ricorda Marx, nella Prefazione a Il Capitale, egli “tratta delle persone soltanto in quanto sono (…) incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classi”.
Un ritorno a Marx dunque? Si, come sostiene l’economista W.F Mitchell nell’articolo “We need to read Karl Marx” (2011, in italiano “Abbiamo bisogno di leggere Marx”, qui il link). Ma non solo. Bisogna in un certo senso anche andare oltre Marx e oltre il cosiddetto economicismo. La politica è il vero gioco, lo stiamo vedendo anche con quello che ultimamente sta accadendo sia internamente all’Europa e sia, soprattutto, in ambito geopolitico.
Pertanto, come giustamente osserva e scrive il prof. Gianfranco La Grassa, nel suo recente libro “In cammino verso una nuova epoca” (2018), <<Non capiremo mai il fondo del problema finché non accetteremo l’idea che la nostra razionalità di grado superiore è quella strategica, quella quindi del conflitto, dunque della politica>>; politica che, nell’accezione lagrassiana, è da intendersi come l’insieme delle strategie per il conflitto che si svolgono su un campo non più semplicemente duale (ad esempio il conflitto tra capitale e lavoro) ma connotato da un conflitto tra gruppi di decisori, in reciproca lotta tra loro, <<quasi sempre in collegamento con quella (lotta, ndr) tra formazioni particolari (paesi, stati, ndr) (e i gruppi di decisori al loro interno) in differenti posizioni di dominanza o subordinazione in un’area globale o nel mondo>>.

 

Messa in questo modo,  dunque, la questione è molto più complessa di come la si pone nel dibattito odierno e non basta semplicemente affermare che con “qualche” manovra o intervento di politica economica si risolve tutto. Dire questo significa non aver capito in che mondo viviamo, non aver capito le dinamiche della società capitalistica basate sul modo di produzione non solo in senso economico ma, e forse soprattutto, in relazione al rapporto sociale che tale modo sottende.

Direi che di “carne” al fuoco ce n’è tanta per aprire una seria riflessione sugli argomenti trattati. Bisogna solo mettersi al lavoro!

 

In America sei solo, di GLG

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Qui

negli Usa continuano questi atti di “follia” (non è il termine esatto, ma non saprei cosa usare). Soprattutto non si venga a raccontare che questo stillicidio di atti simili è dovuto alla facilità di procurarsi armi. Chi vuol veramente accoppare in massa la gente trova alla fine un’arma per realizzare il “fatto”. Si continua a confondere gli effetti con le cause. Non si pensa che simili gesti, così ripetuti, sono semplicemente la punta di un “iceberg” che significa ormai degrado culturale, mancanza di collante sociale, incapacità di trovare uno scopo nella vita (incapacità non semplicemente individuale e non legata solo a problemi psichiatrici), ecc. ecc. Gli Usa sono una società nata fin dall’inizio come coacervo di popolazioni diverse per tradizioni, cultura, abitudini di vita e di pensare, e via dicendo. E questo è l’effetto della sedicente “integrazione”. Una popolazione deve essere innanzitutto qualcosa di almeno abbastanza compatto come intreccio di storia e di lungo percorso compiuto da molte e molte generazioni vissute in stretto collegamento tra loro per secoli o millenni. Allora ci saranno senz’altro le cosiddette diversità “di classe”, cioè legate alla stratificazione sociale, ai differenti livelli nel tenore di vita, a certe tradizioni locali, ai dialetti o che so io. Non ci sono però alle spalle millenni di storia specifica di popoli diversissimi, processi che vengono trattati come inessenziali od ormai dimenticati e superati; e invece no, carini miei, pesano eccome e si manifestano individualmente come “disturbi mentali”, devianze della personalità e così via. Questo il risultato delle idiozie (e perversità) del “politicamente corretto”, della più piena e assoluta libertà di agire, pensare, coltivare le proprie ossessioni, dell’incontro privo d’ogni controllo tra gruppi sociali sradicati dalla propria civiltà plurisecolare e sbattuti a vivere insieme in nome della condanna di ogni diversità, dell’esaltazione di una “eguaglianza” costretta, obbligata, del tutto funzionale a quello strato di corrotti e degenerati che hanno preso il controllo di tutti i mezzi di informazione e si sono posti al servizio di strati dominanti completamente avulsi da un autentico consesso civile. Questo tipo di dominanti e i loro schifosi, marci, ceti sedicenti intellettuali – diffusori di questa mentalità di disfacimento adatta alla loro dominanza, che può essere mantenuta ormai soltanto al prezzo del malessere generalizzato dei dominati fino all’esplodere della follia in alcuni d’essi – vanno infine combattuti fino alla loro totale, esaustiva, eliminazione. Sono un cancro, una malattia ormai manifestamente mortale.

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