Lenin e Bogdanov, dibattito aggiornato

gianfranco

 

“Ad A.A. Bogdanov, uomo straordinariamente simpatico, docile e innamorato di Lenin, ma un po’ permaloso, toccò ascoltare parole molto taglienti e pesanti:
«Schopenhauer dice: “Chi ragiona in modo chiaro, espone in modo chiaro”. Io penso che non abbia detto niente di meglio. Voi, compagno Bogdanov, esponete in modo non chiaro. Spiegatemi piuttosto in due o tre frasi: che cosa dà alla classe operaia la vostra “sostituzione”29 e perché il machizm è più rivoluzionario del marxismo?».
Bogdanov provò a spiegare, ma parlò in maniera assolutamente fumosa e verbosa.
«Fermatevi», gli consigliò Vladimir Il’ič. «Qualcuno, mi sembra Jaurès, ha detto: “Meglio dire la verità, che essere ministro”, e io aggiungerei anche machist».
Poi giocò infervorandosi a scacchi con Bogdanov e dopo aver perso si arrabbiò, addirittura scoraggiandosi, quasi come un bambino. Da notare che anche questo sconforto infantile, così come la sua straordinaria risata, non inficiavano l’unità globale del suo carattere.
A Capri c’era un altro Lenin, un compagno magnifico, un uomo allegro, con un interesse vivo e inesauribile per qualsiasi cosa al mondo, con un rapporto straordinariamente tenero con le persone.”

Passi di
Lenin
Maksim Gor’kij

Lenin e Bogdanov

901eb632-d9f2-46bf-82b5-85b37e082c0b

Vi propongo alcuni estratti da Fede e Scienza di Bogdanov e altri dal recente saggio di Carlo Rovelli, Helgoland (vi consiglio l’acquisto), in cui si affronta, nei primi paragrafi del Capitolo V, la polemica tra Lenin (che aveva scritto Materialismo ed empiriocriticismo) e Bogdanov (il quale aveva elaborato una propria versione delle intuizioni filosofico-scientifiche di Mach, oggetto delle critiche di Lenin, a cui il compagno di partito aveva replicato, appunto, con il saggio Fede e Scienza). Il tema è quello della disputa tra materialismo e idealismo. Lenin considerava idealistiche le posizioni di Bogdanov mentre quest’ultimo considerava il materialismo di Lenin troppo rozzo e persino “metafisico”. Oggi sappiamo che, dal punto di vista scientifico, avevano ragione Bogdanov e Mach , come scrive Rovelli, i quali avevano anticipato idee e approcci che saranno sviluppati nella teoria della relatività di Einstein e nella fisica dei quanti. C’è da dire che Lenin non era un filosofo ma un politico ed un rivoluzionario di grande genio, come riconosce lo stesso Rovelli. Lenin temeva probabilmente che la messa in discussione del “materialismo classico” da parte di marxisti e bolscevichi potesse creare confusione e aprire brecce nel fronte rivoluzionario, in una fase storica in cui i reazionari di ogni risma conducevano una battaglia ideologica spietata contro di loro. Inoltre, il pensiero troppo libero ed aperto di Bogdanov poteva divenire un punto debole in quella fase di duri scontri. Ma Bogdanov, meno politico di Lenin e sinceramente appassionato alla verità scientifica non poteva accettare questa posizione. Infatti, così controbatterà a Lenin: …centinaia d’anni prima della nostra epoca fu osservato piu volte da milioni di assennati testimoni di ogni genere e da essi unanimemente attestato come « verità oggettiva che ci è rivelata dagli organi dei sensi», questo fatto, anche più ordinario e piu facilmente constatabile della morte di un uomo, era il seguente: il sole gira intorno alla terra nella volta celeste. Il « prete » che per ostilità verso il « materialismo » negava questa verità assoluta ed eterna, era Nicola Copernico. Il monaco, suo seguace, propagatore delle sue idee, era Giordano Bruno. Quest’ultimo venne addirittura mandato sul rogo da alcuni appassionati difensori delle verità « assolute ed eterne ». Chi erano costoro? Presumibihnente dei «materialisti » a oltranza … Il lettore si sarebbe aspettato che nel xx secolo tra i marxisti russi sarebbe apparso un pensatore le cui idee implicano logicamente la negazione della teoria di Copernico?

Buona Lettura

“La storia mostra che ogni sistema di idee – sia esso religioso, fìlosofìco, giuridico o politico – per quanto fosse rivoluzionario al momento in cui nacque e intraprese la sua lotta per la supremazia, prima o poi diventa un impe­dimento e un ostacolo allo sviluppo ulteriore, diventa cioè una forza socialmente reazionaria…
La filosofia può progredire solo se mantiene un inscindibile e vivo legame con lo sviluppo della scienza nel suo insieme, e non segnando stancamente il passo fra concetti consueti, ma indeterminati…
E questa sorpassata filosofia delle « verità eterne » è capace di portare una profonda confusione nelle menti giovani e inesperte. Un giovane compagno, energico e focoso, mi diceva con amarezza: – Lei non sa quel che sta facendo. Respingendo l’assolutezza della verità, predicando che la nostra verità è soltanto una verità temporanea, lei mina la forza dei lavoratori. Perché lottare, se domani le parole scritte sul mio vessillo forse diventeranno un errore? Cosa si può rispondere? Naturalmente, tutto si può capire in modo sbagliato e di tutto si può abusare. La combattiva idea della verità relativa, idea che chiama l’umanità ad avanzare senza fine e senza arresti, può diventare per qualcuno uno suumento per giustificare la sua mancanza di carattere, la sua indifferenza o fiacchezza. Ma chi capirà questa idea, capirà anche che, combattendo per la verità del suo tempo, egli combatte per tutte le verità future, che nasceranno da essa per darle il cambio.
Come gli esseri umani, le verità vivono, lottano, muoiono. Ma se un uomo muore, vuoi dire forse che ha vissuto inutilmente? E se una verità è morta, bisogna dire lo stesso? Certo, spesso gli uomini vivono il proprio tempo senza dare frutti, o perfino danneggiando la società, ma la verità mai. Lavoisier appaltatore era dannoso per la società e fu giustiziato; ma l’opera del grande chimico Lavoisier – la sua verità – è rimasta. Tra poco morirà anch’essa, ma senza di essa non sarebbe mai nata la nuova, ancor piu grande verità che la sostituirà. Ci si può forse dispiacere di questo?

…In ogni caso, lavorare alla filosofia del proletariato è necessario, non solo perché Marx ed Engels non hanno avuto il tempo per formularla in modo sufficientemente com­ pleto, ma anche perché si accumula un nuovo materiale scientifico che deve essere preso in considerazione dalla filosofia. Può forse non esercitare un influsso, ad esempio, la grande rivoluzione tecnico-scientifica che si svolge sot­ to i nostri occhi? E la tradizione di Marx e di Engels de­ ve essere la nostra strada non come lettera, ma come spi­ rito…
Il loro rapporto con la filosofia di oggi, come con qual­ siasi altro lavoro marxista, me lo immagino metaforica­ mcnte cosf :
C’erano due fabbri possenti e cercavano un modo di ap­ plicare la loro grande forza. Videro che si stava levando un nuovo esercito votato a gigantesche battaglie e a inau­ dite vittorie. Ed entrarono nelle file di questo esercito per forgiargli le armi. Lavorarono in modo gagliardo e instan­ cabile come nessuno mai sulla terra. Volavano da ogni parte scintille accecanti da sotto i pesanti martelli, si spez­ zava tutto dò che è inutile e fragile e dalle mani degli ar­ mieri usciva un acciaio rilucente e tagliente, di sicuro affi­ damento. Essi non fecero in tempo a preparare tutto quel­ Io di cui aveva bisogno l’esercito; anch’essi erano sotto­ messi alla legge del tempo e anche per loro suonò l ‘ora del­ la morte. Ma morendo, non temevano per la loro causa,
sapevano che altri l’avrebbero continuata; e se non ci fos­ sero stati altri forti come loro, la forza individuale sareb­ be stata sostituita dal lavoro collettivo. E i due armieri la­ sciarono questo testamento ai loro compagni: non pensa­ te a noi e non consideratevi piu deboli senza di noi, ma andate avanti e compirete quello che noi non abbiamo fatto in tempo a compiere. Non temete per il futuro, abbiate fede nella vostra causa e non lasciatevi turbare dagli erro­ ri, che sono inevitabili. Tutto allora sarà fatto a suo tem­ po, l’importante è che fervano la lotta e il lavoro e che non ci siano né pausa, né conciliazione, e sempre piu vivi­ da divampi la grande fiamma dell’amore e dell’odio comu­ ne del proletariato.
Questo testamento noi lo metteremo in atto e, per quanto ci basteranno le forze, continueremo quella causa”.­

Passi di Fede e Scienza di A. Bogdanov

@@@@@@@@@@

“1. Aleksandr Bogdanov e Vladimir Lenin di C. Rovelli

Nel 1909, quattro anni dopo la fallita Rivoluzione del 1905 e otto anni prima della vittoriosa Rivoluzione d’Ottobre, Lenin, firmandosi con lo pseudonimo «V. Il’in», pubblica Materialismo ed empiriocriticismo. Note critiche su una filosofia reazionaria, il suo testo più filosofico.79 Bersaglio politico implicito contro cui è indirizzato il testo è Aleksandr Bogdanov, fino a quel momento suo amico e alleato, con lui fondatore e principale testa pensante dei bolscevichi.

Negli anni che precedono la Rivoluzione Aleksandr Bogdanov aveva pubblicato un lavoro in tre volumi80 per offrire una base teorica generale al movimento rivoluzionario. Faceva riferimento a una prospettiva filosofica chiamata empiriocriticismo. Lenin inizia a vedere in Bogdanov un rivale e ne teme l’influenza ideologica. Nel suo libro critica ferocemente l’empiriocriticismo, «filosofia reazionaria», e difende quello che chiama materialismo.

Empiriocriticismo è un nome con cui Ernst Mach designava idee come le proprie. Ernst Mach, ricordate? La fonte d’ispirazione filosofica per Einstein e Heisenberg.

Mach non è un filosofo sistematico e talvolta manca di chiarezza, ma ha avuto un’influenza sulla cultura contemporanea che credo sia sottovalutata. Ha ispirato l’inizio di entrambe le grandi rivoluzioni della fisica del XX secolo, relatività e quanti. Ha “stato al centro del dibattito politico-filosofico che ha portato alla Rivoluzione russa. Ha avuto un’influenza determinante sui fondatori del Circolo di Vienna (il cui nome pubblico era «Verein Ernst Mach»), l’ambiente filosofico dove è germogliato l’empirismo logico, radice di tanta filosofia della scienza contemporanea, che eredita da Mach la retorica «antimetafisica». La sua influenza arriva al pragmatismo americano, altra radice della filosofia analitica odierna.

La sua zampata arriva alla letteratura: Robert Musil, fra i massimi romanzieri del Novecento, ha svolto la tesi di dottorato su Ernst Mach. Le agitate discussioni del protagonista del suo primo romanzo, I turbamenti del giovane Törless, ripercorrono i temi della tesi sul senso della lettura scientifica del mondo. Le stesse questioni attraversano in filigrana la sua opera maggiore, L’uomo senza qualità, fin dalla prima pagina, che si apre con una sorniona doppia descrizione, scientifica e quotidiana, di una giornata di sole.

L’influenza di Mach sulle rivoluzioni della fisica è stata quasi personale. Mach era amico di lunga data del padre e lui stesso padrino di Wolfgang Pauli, l’amico con cui Heisenberg discuteva di filosofia. Mach era filosofo preferito di Schrödinger, che da ragazzo aveva letto praticamente ogni sua riga. Einstein aveva come amico e compagno di studi a Zurigo Friedrich Adler, figlio del cofondatore del Partito Socialdemocratico austriaco, promotore di una convergenza di idee fra Mach e Marx. Adler diverrà dirigente del Partito Socialdemocratico Operaio; per protestare contro la partecipazione dell’Austria nella Grande Guerra assassinerà il primo ministro austriaco Karl von Stürgkh, e in prigione scriverà un libro su… Mach. Insomma Ernst Mach sta a un impressionante crocevia fra scienza, politica, filosofia e letteratura. E pensare che oggi qualcuno vede scienze naturali, scienze umane e letteratura come ambiti impermeabili l’uno all’altro…

Obiettivo polemico di Mach è stato il meccanicismo settecentesco: l’idea che tutti i fenomeni siano prodotti da particelle di materia che si muovono nello spazio. Secondo Mach, i progressi della scienza indicavano che questa nozione di «materia» è un’assunzione «metafisica» ingiustificata: un modello utile per un po’, ma dal quale bisogna imparare a uscire perché non diventi pregiudizio metafisico. Mach insiste che la scienza si deve liberare da ogni assunzione «metafisica». Basare la conoscenza solo su ciò che è «osservabile».

Ricordate? Questa è esattamente l’idea di partenza del magico lavoro di Heisenberg concepito sull’isola di Helgoland. Il lavoro che ha aperto la strada alla teoria dei quanti e il racconto di questo libro. Ecco come si apre l’articolo di Heisenberg: «L’obiettivo di questo lavoro è gettare le basi per una teoria di meccanica quantistica basata esclusivamente su relazioni fra quantità che siano in linea di principio osservabili», quasi una citazione di Mach.

L’idea che la conoscenza si fondi su esperienza e osservazioni non è certo originale: è la tradizione dell’empirismo classico che risale a Locke e Hume, se non ad Aristotele. L’attenzione alla relazione fra soggetto e oggetto della conoscenza e il dubbio sulla possibilità di conoscere il mondo «come veramente è» avevano portato, nel grande idealismo classico tedesco, alla centralità filosofica del soggetto che conosce. Mach, scienziato, riporta l’attenzione dal soggetto all’esperienza stessa – che Mach chiama «sensazioni». Studia la forma concreta con cui la conoscenza scientifica cresce sulla base dell’esperienza. Il suo lavoro più conosciuto esamina l’evoluzione storica della meccanica. La interpreta come sforzo di sintetizzare nel modo più economico i fatti noti sul movimento rivelati dalle sensazioni.

La conoscenza non è quindi vista da Mach come dedurre o indovinare un’ipotetica realtà al di là delle sensazioni, ma come la ricerca di un’organizzazione efficiente del nostro modo di organizzare queste sensazioni. Il mondo che ci interessa, per Mach, è costituito da sensazioni. Qualunque assunzione su cosa si nasconda «dietro» le sensazioni è sospetta di «metafisica».

La nozione di «sensazione» in Mach è tuttavia ambigua. È la sua debolezza, ma anche la sua forza: Mach prende questo concetto dalla fisiologia delle sensazioni fisiche e lo fa diventare una nozione universale indipendente dalla sfera psichica. Usa il termine «elementi» (in un senso simile alle dhamma della filosofia buddhista). «Elementi» non sono solo le sensazioni che prova un essere umano o un animale. Sono qualunque fenomeno che si manifesti nell’universo. Gli «elementi» non sono indipendenti: sono legati da relazioni, che Mach chiama «funzioni», e sono queste che la scienza studia. Anche se imprecisa, quella di Mach è dunque una vera e propria filosofia naturale che sostituisce il meccanicismo della materia che si muove nello spazio con un insieme generale di elementi e funzioni. L’interesse di questa posizione filosofica è che elimina tanto ogni ipotesi su una realtà dietro le apparenze, quanto ogni ipotesi sulla realtà del soggetto che ha esperienza. Per Mach non vi è distinzione fra mondo fisico e mondo mentale: la «sensazione» è egualmente fisica e mentale. È reale. Così descrive Bertrand Russell la stessa idea: «Il materiale primo di cui è fatto il mondo non è di due tipi, materia e mente; è soltanto arrangiato in strutture differenti dalle sue inter-relazioni: alcune strutture le chiamiamo mentali, altre fisiche». Sparisce l’ipotesi di una realtà materiale dietro ai fenomeni, sparisce l’ipotesi di uno spirito che conosce. Chi ha conoscenza, per Mach, non è il «soggetto» dell’idealismo: è la concreta attività umana, nel concreto corso della storia, che impara a organizzare in forma via via migliore i fatti del mondo con cui interagisce.

Questa prospettiva storica e concreta entra facilmente in risonanza con le idee di Marx e Engels, per i quali la conoscenza è pure calata nella storia dell’umanità. La conoscenza viene svestita di ogni carattere astorico, di ogni ambizione di assoluto o pretesa di certezza, e calata nel processo concreto dell’evoluzione biologica, storica e culturale dell’uomo sul nostro sul nostro pianeta. Viene interpretata in termini biologici ed economici, come strumento per semplificare l’interazione con il mondo. Non è acquisizione definitiva, ma processo aperto. Per Mach il sapere è la scienza della natura, ma la sua prospettiva non è lontana dallo storicismo del materialismo dialettico. La consonanza fra le idee di Mach e quelle di Engels e Marx è sviluppata da Bogdanov e trova consensi nella Russia prerivoluzionaria.”
La reazione di Lenin è tagliente: in Materialismo ed empiriocriticismo attacca violentemente Mach, i suoi discepoli russi, e implicitamente Bogdanov. Lo accusa di fare filosofia «reazionaria», il peggiore degli insulti. Nel 1909 Bogdanov è espulso dal comitato editoriale del «Proletario», il giornale underground dei bolscevichi, e poco dopo dal Comitato Centrale del Partito.

La critica di Lenin a Mach e la risposta di Bogdanov ci interessano. Non perché Lenin sia Lenin, ma perché la sua critica è la reazione naturale alle idee che hanno portato alla teoria dei quanti. La stessa critica viene naturale anche a noi e la questione dibattuta da Lenin e Bogdanov ritorna nella filosofia contemporanea ed è una chiave per comprendere la valenza rivoluzionaria dei quanti.

Lenin accusa Bogdanov e Mach di essere «idealisti». Un idealista, per Lenin, nega l’esistenza di un mondo reale fuori dallo spirito e riduce la realtà al contenuto della coscienza.
“Se esistono solo «sensazioni», argomenta Lenin, allora non esiste una realtà esterna, vivo in un mondo solipsistico dove ci sono solo io con le mie sensazioni. Assumo me stesso, il soggetto, come unica realtà. L’idealismo è per Lenin la manifestazione ideologica della borghesia, il nemico. All’idealismo Lenin oppone un materialismo che vede l’essere umano, la sua coscienza, lo spirito, come aspetti di un mondo concreto, oggettivo, conoscibile, fatto soltanto di materia in moto nello spazio.”
“Comunque si giudichi il suo comunismo, Lenin è stato senza dubbio un politico straordinario. Anche la sua conoscenza della letteratura filosofica e scientifica è impressionante; se oggi eleggessimo politici così colti, forse sarebbero più efficaci anche loro. Ma come filosofo Lenin non è un granché. L’influenza del suo pensiero filosofico è dovuta più al suo lungo dominio della scena politica che alla profondità dei suoi argomenti. Mach merita di meglio.88

Bogdanov risponde a Lenin che la sua critica sbaglia il bersaglio. Il pensiero di Mach non è idealismo, ancor meno solipsismo. L’umanità che conosce non è un soggetto trascendente isolato, non è l’«io» filosofico dell’idealismo: è l’umanità reale, storica, parte del mondo naturale. Le «sensazioni» non sono «dentro la nostra mente». Sono fenomeni del mondo: la forma nella quale il mondo si presenta al mondo. Non arrivano a un io separato dal mondo: arrivano alla pelle, al cervello, ai neuroni della retina, ai percettori dell’orecchio, tutti elementi della natura.

Lenin nel suo libro definisce «materialismo» la convinzione che esista un mondo fuori dalla mente.89 Se è questa la definizione di «materialismo», Mach è certo materialista, siamo tutti materialisti, anche il papa è materialista. Ma poi per Lenin l’unica versione del materialismo è l’idea che «non c’è null’altro nel mondo che materia in moto nello spazio e nel tempo», e che noi possiamo arrivare a «verità certe» nel conoscere la materia. Bogdanov mette in luce la debolezza tanto scientifica quanto storica di queste affermazioni perentorie. Il mondo è fuori dalla nostra mente, certo, ma è più sottile di questo materialismo ingenuo. L’alternativa non è soltanto fra l’idea che il mondo esista solo nella mente, oppure che sia fatto unicamente di particelle di materia in moto nello spazio.”

“Mach non pensa certo che non ci sia nulla fuori dalla mente. Al contrario, gli interessa proprio ciò che sta fuori dalla mente (qualunque cosa sia la «mente»): la natura, nella sua complessità di cui siamo parte. La natura si presenta come un insieme di fenomeni, e Mach raccomanda di studiare i fenomeni, costruire sintesi e strutture di concetti che ne rendano ragione, non postulare soggiacenti realtà.

La proposta radicale di Mach è di non pensare ai fenomeni come manifestazioni di oggetti, ma pensare agli oggetti come nodi di fenomeni. Non è una metafisica dei contenuti della coscienza, come la legge Lenin: è un passo indietro rispetto alla metafisica degli oggetti-in-sé. Mach è sferzante: «La concezione del mondo [meccanicista] ci appare mitologia meccanica [come] la mitologia animistica delle religioni antiche».

Einstein ha riconosciuto più volte il suo debito verso Mach. La critica all’assunzione (metafisica) dell’esistenza di uno spazio fisso reale «entro cui» si muovono le cose ha aperto le porte alla sua relatività generale.”
“Nello spazio aperto dalla lettura della scienza che fa Mach, che non dà per scontata la realtà di qualcosa se non nella misura in cui ci permette di organizzare i fenomeni, si infila Heisenberg, per togliere all’elettrone la sua traiettoria e reinterpretarlo solo nei termini delle sue manifestazioni.

In questo stesso spazio si apre la possibilità dell’interpretazione relazionale della meccanica quantistica, in cui gli elementi utili per “descrivere il mondo sono manifestazioni di sistemi fisici gli uni agli altri, non proprietà assolute di ciascun sistema.

Bogdanov rimprovera Lenin di fare della «materia» una categoria assoluta e astorica, «metafisica» nel senso di Mach. Gli rimprovera soprattutto di dimenticare la lezione di Engels e Marx: la storia è processo, la conoscenza è processo. La conoscenza scientifica cresce, scrive Bogdanov, e la nozione di materia propria della scienza del nostro tempo potrebbe rivelarsi solo una tappa intermedia nel cammino della conoscenza. La realtà potrebbe essere più complessa dell’ingenuo materialismo della fisica settecentesca. Parole profetiche: pochi anni dopo Werner Heisenberg apre le porte al livello quantistico della realtà.

Altrettanto impressionante è la risposta politica di Bogdanov a Lenin. Lenin parla di certezze assolute. Presenta il materialismo storico di Marx ed Engels come qualcosa di acquisito per sempre. Bogdanov osserva che questo dogmatismo ideologico non solo non coglie la dinamica del pensiero scientifico, ma porta anche al dogmatismo politico. La Rivoluzione russa – argomenta Bogdanov nei turbolenti anni che seguono questa Rivoluzione – ha creato una struttura economica nuova. Se la cultura è influenzata dalla struttura economica, come ha suggerito Marx, allora la società post-rivoluzionaria deve poter produrre una cultura nuova, che non può più essere il Marxismo Ortodosso concepito prima della Rivoluzione.

Il programma politico di Bogdanov era lasciare potere e cultura al popolo, per nutrire la cultura nuova, collettiva, generosa auspicata dal sogno rivoluzionario…

“Il concetto chiave della produzione teorica di Bogdanov è la nozione di «organizzazione». La vita sociale è organizzazione del lavoro collettivo. La conoscenza è organizzazione dell’esperienza e dei concetti. Possiamo comprendere la realtà come organizzazione, struttura. L’immagine del mondo che Bogdanov propone è nei termini di una scala di forme di organizzazione via via più complesse: da elementi minimi che interagiscono direttamente, attraverso l’organizzazione della materia nel vivente, lo sviluppo biologico dell’esperienza individuale organizzata in individui, fino alla conoscenza scientifica, che è, per Bogdanov, esperienza organizzata collettivamente. Attraverso la cibernetica di Norbert Wiener e la teoria dei sistemi di Ludwig von Bertalanffy, queste idee avranno un’influenza poco riconosciuta ma profonda sul pensiero moderno, sulla nascita della cibernetica, sulla scienza dei sistemi complessi, fino al realismo strutturale contemporaneo.”

Passi di
Helgoland
Carlo Rovelli

SUL REFERENDUM “TAGLIO DEI PARLAMENTARI”

aula-parlamento-italiano

 

Il 20 e 21 settembre gli italiani verranno disturbati per l’ennesimo referendum inutile, voluto da una classe politica senza arte né parte che convoca i cittadini ad esprimersi su questioni prive di rilevanza, al pari di chi le reclama.
Votare sì o no non muterà i destini di questo Paese che non può essere curato con simili dosi omeopatiche laddove soffre di patologie politiche serie, prima fra tutte una pietosa subalternità internazionale, agli Usa e all’Ue, a causa della quale è stato retrocesso ai gradini più bassi della geopolitica mondiale.
Ci troviamo di fronte ad un ulteriore esercizio di ipocrisia degli inetti che occupano le aule parlamentari, giunti agli atti di autolesionismo, con il taglio di “organico”, per placare l’odio della patria nei loro confronti.
Il paradosso referendario salta però subito all’occhio. Chi voterà sì vorrebbe fosse un no, perché è talmente incapace nella vita reale da temere la ricollocazione in uno spazio civico in cui non ha abilità da spendere.
Chi vota no, vorrebbe votare sì per non passare da parassita delle risorse pubbliche. Ciò che tiene in vita gli uni e gli altri è un bieco moralismo da quattro soldi e trenta denari. Quest’ultimo elemento sostituisce l’agire politico quando non esiste un progetto di società ma esclusivamente approcci ideologici degenerati. Quando la politica non c’è il vuoto che lascia viene colmato dal fariseismo il cui epilogo è un giustificazionismo di infimo livello, conseguenza dell’impossibilità di tenere fede al proprio stesso oltranzismo dei principi. 5 stelle docent.
Detto ciò, quello che mi è veramente insopportabile, ancora più del sì masochista di chi utilizzerà il suo mocassino per prendersi a calci nel di dietro è il no “perculante” di quelli che vorrebbero ridurre il numero dei parlamentari ma soltanto “all’interno di una riforma complessiva dello Stato, a partire dal superamento del bicameralismo paritario e dall’innesto di strumenti di equilibrio come, ad esempio, una riforma autenticamente federale della Repubblica e l’elezione diretta del Capo dello Stato (Libero di oggi). Sembra una supercazzola ed effettivamente lo è. Chi dovrebbe riformare la macchina statale, i medesimi che l’hanno vituperata, svenduta e distrutta? E con quali idee? Le solite scemenze sul federalismo, il presidenzialismo, l’equilibrismo istituzionale? I tempi sono davvero brutti e sono richieste ben altre accelerazioni decisionali. Non è più un problema di assetti istituzionali ma di abbattimento e ricostruzione dello stato di cose presenti che fa letteralmente schifo. Dobbiamo inventarci qualcosa di innovativo, rinunciando ai vecchi schemi mentali. Dobbiamo defenestrare l’intera classe dirigente e i suoi apparati ormai marciti. Dobbiamo disfare l’Italia e rifarla daccapo perché qui si muore!

DALLA RESISTENZA AL NAZIFASCISMO ALL’ANTIFASCISMO DEI TRADITORI (GLG)

gianfranco

leggete questo articolo scritto nel 2009 (anno in cui sono entrato in FB ma non l’ho pubblicato allora, almeno non ricordo). Allora ero anche fresco delle fonti che cito e che oggi non avrei ricordato. Ho un po’ corretto qua e là, ma poco. Ho però aggiunto brevi riflessioni odierne. Tenete conto di queste prima di chiedermi l’amicizia. Non amo il cancro né la cura Di Bella.

DALLA RESISTENZA AL NAZIFASCISMO ALL’ANTIFASCISMO DEI TRADITORI

[riflessioni di più di 10 anni fa; correva l’anno 2009. Vi ho apportato una serie di integrazioni, ma nella sostanza le affermazioni risalgono a quei tempi]

L’antifascismo ha cambiato segno nel corso degli ultimi 70 anni. C’è stato un antifascismo “nobile”, quello degli uccisi e dei perseguitati, del carcere e del confino, quello che ha iniziato a resistere in anni (i Trenta) in cui non si vedeva la luce in fondo al tunnel, in cui le sconfitte si susseguivano. L’ossatura di questo antifascismo fu comunista. Non voglio generalizzare la mia esperienza limitata ad una certa area geografico-sociale; comunque, ricordo bene che anche gli anticomunisti avevano un notevole rispetto per i partigiani comunisti, mentre più volte, parlando degli altri, li chiamavano ironicamente “spartiroba”; dove la roba spartita non era la loro, e nemmeno sempre di fascisti, incarcerati o eliminati. Non nego affatto che ci furono i Giacomo Matteotti e i fratelli Rosselli (e non semplicemente perché uccisi dal fascismo) e altri ancora di orientamento differente. Non nego la grandezza dei Ferruccio Parri, dei Piero Calamandrei, dei Guido Calogero, degli Emilio Lussu, ecc. Si tratta di stimabili personaggi che figurano nei libri di storia. L’ossatura fu però costituita da artigiani, contadini e operai, in massima parte forgiati dal comunismo, saldi, inattaccabili e resistenti in senso proprio. Gente del popolo né nota, né ricca, né dotata della cultura per scrivere libri e restare nella storia con il loro nome; eppure, senza l’appoggio di questi gruppi sociali, non è possibile modifica di scenario politico alcuna, anche se nei libri di storia entrano con un breve cenno cumulativo, mentre poi si tornano a leggere le imprese e le belle frasi dei “colti” che riempiono pagine e pagine.
Anche Cossiga ha recentemente ammesso che l’80% della Resistenza al nazifascismo era costituita da comunisti. Senza voler fare dell’anticlericalismo, è stata dunque una piccola “distorsione” storica, promossa anche da film peraltro notevolissimi come Roma città aperta, mettere il “partigianesimo” (mi si passi l’orrendo termine) cattolico sullo stesso piano di quello comunista. La Resistenza non poteva comunque vincere da sola, e oltre a tutto ha interessato solo una parte (il nord soprattutto) del territorio italiano. Come nei paesi est-europei fu decisiva l’Armata Rossa, così in Italia lo furono le truppe “alleate”, cioè statunitensi e inglesi. Ciò nonostante è del tutto assurdo considerare la Resistenza come semplice “Liberazione” dal nazifascismo. In primo luogo gli statunitensi, per la funzione svolta nel dopoguerra, vanno considerati più invasori che “liberatori”. In secondo luogo, non vi è dubbio che, data la spartizione del mondo in aree di influenza geopolitica decisa a Yalta, i veri resistenti antifascisti (all’80% comunisti) non poterono realizzare i loro obiettivi: una trasformazione dei rapporti sociali in Italia o, quantomeno, impedire la restaurazione del tipo di capitalismo divoratore di risorse prima esistente (parlo di quello privato, e della FIAT in primo luogo).

L’ANTIFASCISMO DEI CAPITALISTI VOLTAGABBANA

Il capitalismo privato italiano divenne “antifascista” solo a guerra perduta, appoggiando il colpo di Stato monarchico del 25 luglio 1943 ed il relativo cambio di alleanze, per ottenere, a guerra finita, il sostegno ad una restaurazione. Questo fu l’antifascismo “dell’ultima ora”, fino a quella data un’accolita di tracotanti fascistoni, che mostrò il suo viso pienamente reazionario subito dopo la caduta del “governo di unità nazionale” (1947) e le successive elezioni del 18 aprile 1948; e che condusse la sua opera nefasta per tutti gli anni Cinquanta. Dopo il 1962-63 cambiò la sua “struttura” interna di potere (decaddero rapidamente i Volpi di Misurata, i Pesenti, i Faina, ecc.) e dovette convivere con un settore di industria “pubblica” (l’IRI) decisamente rafforzato da ENI ed ENEL. Dato il coacervo di forze che governò l’Italia fino al crollo del regime DC-PSI, il settore “pubblico” funzionò sia come supporto del capitalismo privato, quello dell’“antifascismo” detto impropriamente laico e azionista – in realtà quello del tradimento e della totale sottomissione allo straniero, assolutamente privo degli ideali della Resistenza, interessato a tutelare solo i propri privati e individuali vantaggi parassitari – sia soprattutto come base di potere di alcune porzioni del corpo governativo in grado di condurre, ma sempre di soppiatto e con defatiganti raggiri, una politica estera di minima autonomia.
Chi tentò di liberarsi con maggior chiarezza e vigoria del giogo straniero (Mattei) fu soppresso. Gli altri continuarono il gioco con minore efficacia e chiarezza, con estenuanti compromessi e complicità che infine impedirono loro di resistere quando negli anni Novanta, finito il bipolarismo geopolitico, i poteri stranieri (diciamolo con chiarezza: statunitensi), promossero la svendita delle partecipazioni statali, abbattendo una importante base del potere DC-PSI, con le sue propaggini in certi settori privati, come il Berlusconi favorito da Craxi. In ciò ancora una volta appoggiati all’interno dall’“antifascismo” del “25 luglio” (FIAT e Mediobanca in testa con i settori politici ad essa legati) che profittarono pure, almeno in un primo momento, della svendita di banche e industrie statali (specialmente durante la presidenza Prodi dell’IRI).
Queste oligarchie hanno goduto dell’importante appoggio mediatico del ceto intellettuale “di sinistra” (importante il ruolo di Repubblica, fondata nel 1976), che ha perso ogni funzione cultural-egemonica per fungere da vera congrega di ringhiosi cani da guardia dei “poteri forti”, dei dominanti economici ormai distruttori del tessuto sociale e produttivo del nostro paese, e che diede all’antifascismo un significato non resistenziale e di semplice appoggio alla “liberazione” da parte degli “alleati”. Tali falsi antifascisti, ribadisco, non si riallacciavano affatto ai grandi, ma ormai isolati, nomi dell’antifascismo azionista. Puramente e semplicemente erano gli eredi dei finti antifascisti del “tradimento” perpetrato il 25 luglio 1943, quelli che poi restaurarono pienamente il capitalismo (privato) italiano più reazionario, che sostennero le sanguinose repressioni alla Scelba, che istaurarono i reparti confino alla FIAT, arrivando fino al Governo Tambroni e al luglio 1960. Non siamo insomma in presenza degli eredi dei veri resistenti, di quelli delle commoventi e nobili Lettere dei condannati a morte della Resistenza (europea e italiana), libri che non vengono più, non a caso, propagandati, diffusi, letti. Chi ha in mano stampa, editoria, ecc., preferisce ignorarli perché ogni loro riga sarebbe una denuncia di questi mentitori e usurpatori del blasone di resistenti, esagitati e interessati eversori al servizio di Washington, che ha preso nel dopoguerra il posto della Germania anni Trenta.

L’IRRESISTIBILE INVOLUZIONE DEL PCI. IL “COMPROMESSO STORICO” E IL GRANDE CAPITALE

Eliminati giudiziariamente il PSI e gran parte della DC (fu risparmiata ad esempio la “sinistra democristiana” dei De Mita, Prodi, Andreatta…), per creare il nuovo regime totalmente subordinato agli USA era già pronto il sostituto: il PCI. Per comprendere il processo degenerativo, non ci si può limitare a inveire contro i rinnegati e traditori. Sia chiaro che questi ultimi esistono, nessuno va alleggerito della sua responsabilità individuale, personale; ogni processo oggettivo ha sempre bisogno di portatori soggettivi, e questi devono quantomeno essere apertamente criticati. Tuttavia, in sede di analisi, non ci si esime dal considerare, quale causa fondamentale del degrado e marcescenza, l’oggettività del fenomeno.
Sarebbe necessario risalire indietro ai patti di Yalta, per cui la Resistenza, organizzata e combattuta per l’80% dai comunisti, dovette rinunciare ai suoi reali obiettivi di trasformazione sociale, riconsegnando tutto nelle mani dei gruppi dominanti che rimisero in sella la sedicente democrazia sotto la vigile e determinata supervisione dei vincitori (gli Stati Uniti). La scelta fu forse obbligata, come dimostra la fine dei comunisti greci, ma il PCI di Togliatti vi mise del suo; e questa specificità, sempre presa per un vantaggio e una superiorità di tale partito rispetto agli altri dell’Occidente, è stata invece il prodromo della sua degenerazione. In effetti, il PCI non fece la fine degli altri partiti comunisti per il semplice motivo che si era già ben preparato alla mutazione del dopo 1989.
Quello che allora giudicammo come revisionismo togliattiano preparò un terreno fertile a quanto accaduto decenni dopo. Si pensi alla cosiddetta “svolta di Salerno”, avvenuta nell’aprile del 1944, con cui l’allora segretario del PCI, in (non proprio dimostrato) accordo con l’URSS, proponeva di rinviare la soluzione dell’assetto istituzionale italiano – la deposizione della Monarchia sostenuta dalla “base”– a dopo la guerra, appoggiando ed entrando nel governo provvisorio Badoglio II (che si insediò proprio a Salerno fino alla “liberazione” di Roma nel giugno 1944), rappresentativo di tutti i partiti antifascisti; ed assicurando che l’azione del PCI era tesa essenzialmente a combattere i tedeschi ed i fascisti, non al mutamento dei rapporti sociali (in cui predominava un capitalismo particolarmente becero e arretrato). La svolta fu di grande rilevanza storica in quanto spostò il centro della politica italiana dal Comitato di Liberazione Nazionale al governo, ed allontanò i militanti ed i partigiani del PCI da qualsiasi ipotesi di insurrezione o presa del potere nel corso della Resistenza antifascista. Togliatti dirà espressamente che il PCI non si poneva l’obiettivo di fare come in Russia. Da qui partirono le concezioni del “partito nuovo”, della “democrazia progressiva” e della “via italiana al socialismo” (approvata dal quinto congresso del partito, gennaio 1946), concezioni che nella realtà celavano l’integrazione subalterna del PCI e del suo “agglomerato” economico – le cosiddette “cooperative rosse” – nel sistema politico ed economico italiano, alimentando ulteriormente nell’anima rivoluzionaria del PCI i rimpianti per la “rivoluzione mancata”.
Nell’assetto geopolitico fuoriuscito da Yalta, Togliatti mirava ad accreditare il PCI – che da meno di seimila iscritti nel 1943 era passato a quasi due milioni nel 1946– come forza politica “responsabile” e fondatrice della “democrazia” italiana, che partecipò ai governi di coalizione del dopoguerra, insieme agli altri partiti del CLN, fino al maggio del 1947 quando, in seguito al viaggio di De Gasperi negli Stati Uniti (dove costui prese i “dovuti” ordini), fu buttato fuori dal governo. Si confuse la tattica, legata all’inevitabile accettazione degli accordi di Yalta e della divisione del mondo colà stabilita, con la strategia di una presunta rivoluzione morbida, attuata per via democratica, quella democrazia che era la malattia apportata al mondo – e sempre tramite invasioni, colpi di Stato, massacri e via dicendo – dagli Stati Uniti. Si accettò quindi senza vera intelligenza la predominanza delle lobby e cosche del capitalismo USA; ci s’immise a un certo punto in un gioco di banditismo, di subdola infiltrazione nei gangli delle istituzioni (in alcuni corpi speciali “in armi”, nella magistratura, nella burocrazia ministeriale, nei Servizi in particolare, ecc.) nonché di accordo trasformistico con il capitalismo italiano peggiore. Tuttavia, quel primo periodo del dopoguerra non va considerato alla stessa stregua di quest’ultimo processo, la cui effettiva incubazione, a occhio e croce, si trova nella direzione di Berlinguer (1972-84), tutta intrisa di fondamentalismo “moralista cattocomunista”.
Già prima della svolta della Bolognina di Occhetto (1991) e del totale asservimento del PCI-PDS a favore degli USA e dei “poteri forti” confindustriali e bancari, ritengo infatti che sotto la direzione di Berlinguer (il quale promosse l’ascesa nel partito dei vari Occhetto, Veltroni, D’Alema, ecc.) si è avuto un netto spostamento politico e ideologico ad Occidente, cioè in senso sempre più prono agli USA (perché questo era ed è “l’Occidente!”). Se sino al 1969 il PCI chiedeva l’uscita immediata dalla NATO (cfr. lo stesso Berlinguer, l’Unità, 16 febbraio 1969), già il 15 marzo 1972, nella sua relazione introduttiva al XIII Congresso del partito, Berlinguer esprimeva una valutazione più sfumata, considerando la lotta alla NATO efficace solo nel quadro di «un movimento generale per la liberazione dell’Europa dall’egemonia americana». Poi venne il 1973, con il colpo di Stato di Pinochet in Cile e riflessioni di cedimento opportunistico allo schieramento “occidentale” (monocentrismo statunitense). Berlinguer scrisse per Rinascita tre famosi articoli intitolati “Riflessioni sull’Italia”, “Dopo i fatti del Cile” e “Dopo il golpe del Cile”, in cui abbozzava la proposta del “compromesso storico” come possibile soluzione della “crisi italiana” che lasciava paventare svolte golpiste stile sud-America.
Rilevo a questo punto che proprio nel 1973 – con linguaggio tipico dell’epoca – feci un’analisi, pubblicata sulla rivista Che fare, delle “due anime” del PCI: semplificando, l’“amendoliana” e l’“ingraiana”. Dissi che avrebbe vinto la prima, preparando il partito alla rappresentanza della “grande borghesia monopolistica” (solo in parte coincidente, nel linguaggio odierno, con quella che spesso indico quale Grande Finanza e Industria Decotta); mentre l’altra frangia avrebbe coperto “sulla sinistra” la trasformazione e il passaggio di campo, come sempre ha fatto l’ala sinistra della socialdemocrazia (si pensi al ruolo svolto da Rifondazione comunista nei due governi Prodi…). Credo che, per l’essenziale, la previsione di 36 anni fa si sia ampiamente realizzata, e già da un pezzo.
Nel dicembre 1974 Berlinguer ufficializzò la linea di piena accettazione della NATO, pur nella prospettiva di un futuro dissolvimento dei blocchi (cfr. Enrico Berlinguer, Per uscire dalla crisi, per un’Italia nuova, in Antonio Tatò, La questione comunista, Editori Riuniti, 1975). Al Corriere della Sera Berlinguer giunse a definire la NATO «uno scudo utile per la costruzione del socialismo nella libertà, un motivo di stabilità sul piano geopolitico ed un fattore di sicurezza per l’Italia» (15 giugno 1976). Successivamente Sergio Segre, responsabile dell’ufficio esteri del PCI, citerà in un articolo le parole di Gianni Agnelli che accordava fiducia all’accettazione dell’economia di mercato proferita dal PCI: «Io personalmente, in quanto industriale, non ho motivo di dubitarne». L’allora presidente FIAT, personaggio ascoltato nelle alte sfere di Washington, diede persino semaforo verde ad un più diretto coinvolgimento dei piciisti: «Se il PCI è pronto a dare il suo consenso ad un programma realistico, perché rifiutarlo?» (La “questione comunista” in Italia, Foreign Affairs, luglio 1976). Nel 1975 era stato d’altro canto siglato l’accordo tra Agnelli e Lama (rispettivamente capo della FIAT e Confindustria e della CGIL) sulla scala mobile, cavallo di Troia per trasformare CGIL e PCI in effettivi, pur se non nella forma ufficiale, apparati dello Stato; mantenuti da esso tramite mille fili e “mangiatoie” varie.
A concludere emblematicamente queste dichiarazioni, nell’ottobre del 1977, prima in Senato e poi alla Camera, il PCI votava una risoluzione in cui si dichiarava la centralità dell’allora CEE e della NATO. In tale contesto, enunciando l’idea dell’“eurocomunismo”, che dal 1976 coinvolse i tre partiti comunisti più grandi d’Europa – italiano, francese, spagnolo – il gruppo dirigente berlingueriano provò a dare basi teoriche al consociativismo con la DC e all’accettazione dell’“ombrello NATO” senza comunque recidere del tutto il cordone con l’URSS.
Alle aperture di Berlinguer non corrisposero immediatamente quelle della NATO verso il PCI (ma semplicemente perché nel partito c’era un’ala minoritaria più legata all’URSS e non si potevano dunque rischiare contatti stretti tra elementi piciisti e l’organizzazione atlantica). Quando Giorgio Amendola, rappresentante dell’area moderata del partito, proclamò che l’ora era scoccata per «far parte a pieno titolo del governo», nel febbraio 1977 Ugo La Malfa dichiarava pubblicamente la necessità di un governo di emergenza comprendente i comunisti, ma la proposta cadde nel vuoto. Nell’aprile dello stesso anno, l’ambasciatore statunitense Gardner incontrò Eugenio Scalfari, il quale gli avrebbe confidato la sua impressione che «soltanto quando Berlinguer assumerà il controllo della polizia, ci sarà pace civile in Italia». Gardner raccontò poi di analoghe indicazioni ricevute dal mondo economico e finanziario, mentre Giulio Andreotti gli avrebbe dichiarato che credeva nella sincerità della “svolta occidentale” della dirigenza comunista, ma nutriva dubbi sul sostegno a questa svolta da parte della base del partito (si vedano a tal proposito le informazioni contenute nell’archivio online della Fondazione Cipriani). Da una ricerca pubblicata nel gennaio 1979 da il Mulino, risultava d’altronde che solo il 13% dei militanti approvava il “compromesso storico”. In ogni caso i tempi non erano maturi per l’ingresso nel governo del PCI (verso cui, nonostante le ripetute prese di distanza del PCUS, l’URSS destinava finanziamenti di importo rilevante), e bisognerà attendere la caduta dell’URSS per l’arruolamento del PCI-PDS nelle file atlantiche.
L’ascesa di un piciista a primo ministro coinciderà con uno dei più smaccati atti di servilismo italiano agli USA: l’attacco alla Jugoslavia, con la successiva creazione dell’immensa base militare USA di Camp Bondsteel in Kosovo. L’ex ministro della Difesa Carlo Scognamiglio (cfr. Corriere della Sera, 7 e 9 giugno 2001, ed Il Foglio, 4 ottobre 2000) e ancora Cossiga (cfr. Corriere della Sera, 10 giugno 2001 e Sette, 25 gennaio 2001) hanno sostenuto, mai smentiti, che il governo D’Alema, costituitosi il 22 ottobre 1998, «nacque per rispettare gli impegni NATO» di guerra contro la Jugoslavia. Cossiga diede un decisivo contributo alla caduta del governo Prodi, che a suo dire non sarebbe stato in grado come D’Alema di affrontare la guerra. Il governo dimissionario di Prodi aveva infatti sì approvato l’Activation Order della NATO ad attaccare la Jugoslavia, ma secondo le ricostruzioni dei succitati politici l’assenso si limitava all’uso delle basi e non anche alla costituzione di una forza d’attacco aereo con mezzi italiani, secondo la formula della “difesa integrata”. D’Alema rivendicherà successivamente che «quanto a impegno nelle operazioni militari noi siamo stati, nei 78 giorni del conflitto, il terzo Paese, dopo gli USA e la Francia, e prima della Gran Bretagna. In quanto ai tedeschi, hanno fatto molta politica ma il loro sforzo militare non è paragonabile al nostro: parlo non solo delle basi che ovviamente abbiamo messo a disposizione, ma anche dei nostri 52 aerei, delle nostre navi. L’Italia si trovava veramente in prima linea». Volete infine capire che cosa erano ormai divenuti gli ex piciisti? I più servi fra i servi degli Stati Uniti!!!
Che il centrosinistra fosse la forza politica più affidabile per gli USA venne confermato a chiare lettere dall’alto stratega USA Edward Luttwak: «Nel 1999 il governo di Massimo D’Alema ha combattuto nel Kosovo (…) davanti alla sua porta di casa (…) ed è rimasto lealmente al fianco degli americani dal principio fino alla fine della guerra. Nel 2003 il governo di Silvio Berlusconi non ha partecipato all’intervento in Iraq. Questa è l’unica vera differenza che Washington ha notato fra il centrosinistra ed il centrodestra, sul piano della strategia militare (…) gli Stati Uniti hanno già lavorato col centrosinistra, e si sono trovati meglio che con gli altri governi ostentatamente filoamericani». Luttwak esprimeva in quell’occasione anche delusione per il comportamento di Berlusconi, che in Iraq mandò truppe «dopo, a cose fatte (…) la delusione c’era già stata nel 2003, quando aveva rifiutato di partecipare attivamente all’intervento. Quello è stato il momento della rottura, almeno su questo piano». (La Stampa, 2 novembre 2005).

DIETRO LA COMMEDIA DEL “CONFLITTO D’INTERESSI” E DEL NEOFASCISMO

L’antifascismo è così stato egemonizzato dai voltagabbana e dai servi degli USA: i “fu piciisti”. Una riprova è costituita dal rinnovato vigore dell’antifascismo condotto da grande stampa e dall’establishment italiano a partire dalla discesa in politica di Berlusconi, contro cui, in particolare adesso, è partito un attacco da più fronti. L’importuno è accusato di perseguire interessi personali, il ben noto conflitto di interessi, che invece sparisce non appena i gruppi imprenditoriali privati perseguono i loro, soddisfacendo anche quelli degli USA, servendosi però a tale scopo di date forze politiche (al primo posto quelle che portarono a lungo la falsa etichetta PCI) prone ai loro voleri. Basta separare formalmente l’economia dal suo apparato di servizio politico, e il conflitto di interessi sparisce. Basta pagare bene una serie di studiosi di diritto, economia, politologia, ecc., mettendo a loro disposizione media, editoria – e logicamente cattedre universitarie, posti in consigli di amministrazione di imprese o in istituzioni statali, seggi parlamentari nazionali o regionali, ecc.– e tutti costoro spiegheranno che ogni cosa (in realtà sporca) è trasparente, onesta, lecita.
Il capitalismo mal tollera la “confusione” tra sfera economica e politica. Le sedicenti classi dirigenti (dominanti) devono stare dietro le quinte e far agire sul palcoscenico i loro attori politici. Con Berlusconi la struttura della recita saltava. Da qui tutta la pantomima del “conflitto di interessi”. Per mezzo secolo, la FIAT ha ottenuto una bella quantità di aiuti di ogni genere, ma nessuno ha parlato di conflitto di interessi per quando riguarda la sua famiglia proprietaria. E ogni volta che sono saltate fuori, anche ultimamente per questioni ereditarie, “strane cose”, l’azione giudiziaria si è sempre impantanata e dispersa. Anzi, si è sempre raccontata la menzogna che gli interessi italiani coincidevano con quelli della FIAT, a causa dell’occupazione che “dava”: per gli ideologi dei dominanti i capitalisti sono “datori di lavoro”, con “simpatica” inversione della realtà dei fatti che vede i lavoratori offrire la loro merce a chi ha i capitali e la domanda per impiegarla al fine di ottenere un profitto dalla propria impresa; come vedete non entro nemmeno nella discussione intorno all’estrazione di pluslavoro/plusvalore. Quando poi la FIAT ha ridotto drasticamente l’impiego di “mano d’opera” (altro termine edulcorato) nell’azienda, si è però detto che, nell’indotto, “dava lavoro” ad almeno sette persone per ognuna di quelle impiegate direttamente. Resta il fatto che le scelte governative dettate da quell’azienda, e che ad essa portavano vantaggi e profitti, non sono mai state considerate “conflitto di interessi”. Guai, però, se si entra di persona in politica; si contravviene alle regole della recita e se ne pagano perciò le conseguenze (anche in termini di attenzioni da parte di settori della magistratura).
Questi antifascisti si sono messi ad urlare all’ascesa di un nuovo fascismo. Ora, mi sembra evidente che noi viviamo sotto un regime solo formalmente democratico (e con quante limitazioni…) che coinvolge tanto il centrosinistra quanto il centrodestra, in un regime cioè bipartisan totalmente asservito al modello economico neoliberista e alle mire geostrategiche statunitensi. Ma l’idea che il governo berlusconiano possa avere caratteri fascisti è una tesi priva di fattivi riscontri, basata su una idea piuttosto nebulosa di cosa sia stato il fascismo. In quale altro paese e momento della storia un fascismo, dopo 16 anni di ascesa, non si è ancora installato saldamente al potere, eliminando le opposizioni perentoriamente affinché non si sentano più le loro urla stentoree? Quando mai un fascista si è fatto buttare giù da un “ribaltone”, dopo aver vinto le elezioni, e abbia accettato di perderne due, rimanendo tranquillamente all’opposizione? In quale altro regime fascista conosciuto un capo di governo si è fatto insultare, dileggiare, spiare nella sua vita privata, minacciare da settori della magistratura? Inutile porre simili domande alla “sinistra” del grande capitale parassitario e del servaggio verso gli USA. E nemmeno a quella detta “radicale”, con Paolo Ferrero, segretario della Federazione della sinistra, oltre che di Rifondazione, che si dichiara «pronto ad allearmi anche con il diavolo» (la Repubblica, 21 dicembre 2009) pur di battere Berlusconi, vale a dire pronto a fungere da ultima ruota di un eventuale carrozzone elettorale che, da Di Pietro a Fini passando per Bersani e Casini, provi a battere il Cavaliere nero. Opzioni politiche alternative e strategiche: zero. Non c’è più nemmeno quella patina di illusorietà PRC-bertinottiana di voler condizionare da sinistra il governo di centrosinistra di turno. Si ripropone l’antiberlusconismo, in forma peggiore della già pessima “desistenza” del 1996, per veicolare, con soggetti e accenti diversi, la solita politica atlantista di centrodestra e centrosinistra.

RIFLESSIONE FINALE ODIERNA

Se i fu comunisti sono i peggiori rinnegati (e servi dello straniero) di tutta la storia italiana, per definire coloro che ancora speculano sul fascismo, da una parte, e sulle “feroci dittature comuniste”, dall’altra, non trovo le parole più adeguate. Comunque ribadisco almeno la sintetica frase: la “sinistra” è il cancro della nostra società, la “destra” è una sorta di cura Di Bella. Sia chiaro, questa “destra” non è migliore della “sinistra”. Solo che, per ragioni storiche ben precise e “oggettive”, quella ancora definita “sinistra” (di cui una buona parte origina dal ’68 e ’77, anni decisivi dell’inizio della parabola discendente della nostra società) ha occupato il 90% dei gangli del potere e dei mezzi di informazione; e dilaga nelle pubblicazioni, nell’insegnamento di ogni ordine e grado. Per questo è lei il cancro e non la “destra”; non certo perché quest’ultima sia migliore come visione politica e servaggio verso gli USA. In ogni caso, non si curerà questo cancro con quella menzogna chiamata “democrazia” e “voto del popolo”. Contro il cancro solo due cure sono possibili: asportazione chirurgica e chemioterapia. Entrambe però richiedono la FORZA NUOVA, sulla cui formazione al momento solo ipotetica dovrebbe a breve uscire il libro di Petrosillo e mio.

1 2 3 585