Note veloci, di GLG

gianfranco

Note veloci:
1) non credo avremo elezioni a breve. Il tentativo, portato avanti da tutti – salvo Lega e FdI – sarà un governo di scopo con la scusa della manovra finanziaria e della riduzione dei parlamentari. La UE fornirà condiscendenza a questo governo di suoi sudditi e gli consentirà di evitare l’aumento dell’IVA. Così inizierà il battage pubblicitario: la Lega irresponsabile ci portava all’aumento di 541 euro ad anno per famiglia. Non circa 500 (e più) o magari almeno 540; no, proprio 541(pensate dove siamo arrivati come demenza). Ma la UE, nostra “paladina”, ha consentito al “buon governo” di evitare la “catastrofe”. Questo ci sentiremo ripetere fino alla noia.

2) Avevo detto fin dal primo giorno che l’attacco di Aftar a Tripoli non mirava affatto a conquistarla, ma a dar vita ad un conflitto a bassissima intensità (in tutti questi mesi, con i combattimenti e i “terribili” bombardamenti dell’aviazione di Tobruk, non abbiamo nemmeno toccato i 1000 morti). Non c’è alcuna guerra civile, ma solo manovre – non autonome dei due contendenti, ma in netto collegamento con i giochi di altri paesi; quelli stessi che hanno massacrato la Libia di Gheddafi portando allo sconquasso attuale – tese a ridefinire le varie sfere di influenza. E i criminali della migrazione a suon di migliaia di dollari a migrante (scafisti, ONG, centri di accoglienza, compresi quelli di una Chiesa deturpata dalla bassa pratica falso-umanitarista bergogliana) servono ai politicanti, giornalisti, degenerati intellettuali per salvarsi dall’ormai evidente collasso di tutta la loro impalcatura che, a partire da 50 anni fa, ci ha condotto all’imminente fine di un’intera civiltà. E si ricordi che i migranti sono comunque NON LIBICI e dunque non fuggono da alcuna presunta (e non esistente) guerra civile in quel paese.

3) In tutti i sensi, quindi, abbiamo a che fare con schifosi mentitori. Questi infami – che imperversano in TV e in ogni dove si pratica una finta cultura (compresi i disgustosi premi letterari) – non rubacchiano per le strade, non spacciano solo droga (su questo punto, si constata pure la bassa funzione della Lega & C. che pongono al centro i reati degli immigrati), ma sono i devastatori di un’intera storia di secoli e secoli. Chi ruba e spaccia (e anche stupra) vada in galera, ma chi annienta una civiltà deve sparire dalla faccia della terra. La Lega & C. servono a ben poco. O arrivano i veri annientatori dei bastardi oppure, entro qualche decennio, l’“occidente” sarà “cotto” a dovere. Bisogna ripulire l’Europa (partendo dall’Italia) dalla feccia dei “quartieri alti”. Dove sono gli spazzini o, se preferite, gli “operatori ecologici”? I fetenti pensano alla CO2 e allo scioglimento dei ghiacciai e degli iceberg. Pensiamo ai “miasmi” che emettono questi veri devastatori della specie umana. Questi ci uccidono, eliminiamo chi li emette.

Un consiglio a Salvini: prima la piazza.

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Con Gianfranco la Grassa avevamo sostenuto, sin dal principio, che questo governo sarebbe caduto dopo le europee. Non poteva durare per l’eterogeneità delle parti che sono state costrette ad intrupparsi per volere di Bannon (ovvero di chi lo ha mandato qui). Ricordo che qualcuno venne a scrivermi di mettermi l’anima in pace ché i gialloverdi sarebbero durati tutto il mandato. Costui è stato servito perché la politica si fa con la testa e non con il tifo. Adesso non importano le responsabilità della crisi, sta di fatto che ha ragione Gianfranco a definire “forze della nebbia” i populisti/sovranisti e “forze del pozzo nero” i demoprogressisti, cadaveri di un’epoca finita che però tarda ad esaurirsi del tutto. Ci vorrebbero ben altre energie per dissipare la foschia e chiudere per sempre le cavità che esalano fumi pestiferi. Tuttavia, meglio un’aria appannata che velenosa. Salvini ha evidentemente ricevuto l’endorsement d’oltreoceano per chiudere questa esperienza perché le trame alle sue spalle si facevano sempre più pericolose, con i grillini che hanno dimostrato di essere il precipitato in senso chimico di una ideologia di sinistra ormai in sovrasaturazione. La partita è però aperta perché il capo dello stato, emanazione delle vecchie consorterie, vorrà scansare le elezioni trovando la quadra di una diversa maggioranza parlamentare con grillini, sinistri, centristi e mezzi destri. La lega, per evitare il pateracchio ed ottenere il ricorso alle urne, dovrà capitalizzare il consenso di cui gode nel Paese con una prova di forza che scoraggi le manovre del Quirinale. Potrebbe trattarsi di uno sciopero generale o di una manifestazione con milioni di persone che blocchi la Capitale e le principali città italiane. Un po’ quello che accade anni fa contro la riforma delle pensioni del I governo Berlusconi, avverso la quale i sindacati portarono in piazza più di un milione di cittadini, in quel frangente aprendo la crisi nella coalizione, qui invece si tratta di risolverla per evitare colpi di mano presidenziali. Il partito di Salvini deve dunque dimostrare che a seguirlo è la parte di popolazione più attiva, ciò evidentemente non risulta dai sondaggi (adesso favorevoli) ma dalla capacità di mobilitazione degli individui in carne ed ossa. In mancanza, anche se Salvini gode dei favori di Trump, perderà la leadership (ci sono tanti Maroni che lo attendono al varco) e il gradimento raggiunto dal suo partito. Di Maio, che già sputa parole di responsabilità perché ci “tiene” al Paese, attesta che i suoi si preparano ad un esecutivo di salvezza pubblica con quelli che fino a ieri erano opposizione. Salvini, ovviamente, ha chiaro quadro della situazione occorrerà vedere se ha anche il coraggio delle circostanze.

Discorso sul bene e sul male

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Non parlo qui delle piccole azioni quotidiane dove distinguere tra bene e male può sembrare più facile. Eppure non lo è per niente perché chi vuol fare il bene, almeno nei proponimenti, può ugualmente fare danno, soprattutto quando la sua bontà non è richiesta. Un bene eccessivo ed ossessivo verso qualcuno può diventare una sottile, e neanche tanto, forma di oppressione. In ogni caso, questa interpretazione del “far del bene” resta frutto di una visione soggettiva e individuale, di una situazione di altruismo verso qualcuno che può non sortire i risvolti postivi effettivi che certe azioni vorrebbero avere. Anzi, il bene fa spesso il male inconsapevolmente, quando non vuole, quando parte con i migliori propositi e si conclude con i peggiori delitti. La frase “lo faccio per il tuo bene”, per esempio, nasconde molte cose ma non il bene tanto invocato, potrebbe essere sincera ma tante volte non lo è ed è solo una maniera subdola per esprimere un (pre)giudizio o una critica che non si vuol fare apertamente. In sostanza, bene e male sono sempre intrecciati ed è difficile capire dove si arresta uno e inizia l’altro. Qui siamo appena in una microfisica del bene e del male e già non ci raccapezziamo. In ogni caso, io non conosco molta gente che faccia il male volontariamente, conosco molti che si scapicollano per fare il bene (facendolo pure pesare), con esiti incerti od ostentati, che se costoro facessero, a volte, direttamente il male riuscirebbero a qualificarsi più buoni o meno cattivi di quanto realizzano inseguendo le migliori intenzioni. Infatti, si dice che la via dell’inferno è lastricata da queste. Bene e male non sono nemmeno in contraddizione, esagerando, parrebbe siano uno la degenerazione dell’altro o uno l’errore dell’altro. Appunto, sto enfatizzando perché anche a me la questione non è così chiara e definita, almeno a livello del privato sociale. A livello del sociale pubblico, quello più politico, le mie valutazioni si fanno meno ingarbugliate. Il male ed il nemico sono elementi necessari del discorso del potere, per affermarsi e concentrare le proprie forze verso sforzi condivisi occorre un pericolo epocale da indicare. Il bene deve volentieri creare il male per combatterlo e sentirsi bene. Il bene non è assenza di male (ed il male non è assenza di bene), ma è predominanza di un bene in presenza di un male (o predominanza di un male percepito così da un bene che attecchirà forse domani ma che oggi è descritto come male dal bene imperante, il quale però se sconfitto retrocederà a male dopodomani). Chi si definisce rappresentante del bene, come un Paese (o un’area di paesi), deve avere immancabilmente un male da perseguire per combatterlo come tale. Qui siamo nella macrofisica del bene e del male e, come spesso accade, le cose grandi si vedono meglio o apparentemente meglio di quelle troppo piccole. Riporto un pensiero di La Grassa che è molto calzante in questo nostro ragionamento:

“E questo apre il discorso a che cos’è la politica e perché è essa a sempre guidare tutte le fondamentali mosse dei diversi contendenti. Questo sarà sempre il contenzioso aperto con tutti i sostenitori della prevalenza dell’economia (e della finanza in specie); mentre altri si gettano sulla rilevanza preminente di fattori ideologico-culturali. Si tratta di uno scontro che non cesserà mai;perché i gruppi dominanti in ogni data epoca storica si sforzano di impedire alle forze contrapposte,in nascita per scalzarli, di afferrare dove sta l’“essenza” del problema. Tutto questo però solo ritarda la fine di questi dominanti ormai putridi, che non hanno più futuro; anche perché, utilizzando ceti intellettuali privi di intelletto per diffondere “la Menzogna”, alla fine ingannano loro stessi e non sanno più come ben agire. Ritengo in effetti particolarmente fastidiosa la retorica di gran parte dei sedicenti pensatori che – alcuni senz’altro in buona fede, i più però con ipocrisia e perfetta malafede – ci stonano la testa con le possibilità di addivenire a forme di convivenza pacifiche, di comunità di intenti e altre speranze di vario genere. A mio avviso si tratta appunto o di bugie o di ingenua tendenza all’eliminazione (o decisiva attenuazione) di ciò che noi uomini, e solo noi fra tutti gli esseri viventi, definiamo “male”; in contrapposizione appunto al “bene”, che ci si affanna continuamente a predicare. Ritengo del tutto utile, anzi necessario, che ci si sforzi in definitiva in direzione del bene. Così come sono convinto sia del tutto ragionevole e vantaggioso cercare di evitare gli scontri bellici di primaria grandezza, senza dubbio eminentemente micidiali.Sono queste tendenze a condurre spesso alle maggiori trasformazioni legate al nostro specifico modo di “nutrirci” utilizzando il pensiero, la ragione o come la si voglia definire. Tuttavia, è bene essere anche consapevoli che alla fine queste tendenze – nell’ambito di una realtà non mai adeguatamente, e meno che mai esaustivamente, conosciuta e squilibrante in massimo grado – condurranno allo scontro tra gruppi sociali variamente strutturati (ivi comprese le nazioni dell’epoca moderna con quella “mitica realtà” da noi elevata a rappresentazione del “tutto” che chiamiamo Stato). Tendenzialmente, ogni gruppo è convinto d’essere “il bene”, contrastato da altri, i nemici, che sono “il male”. Di conseguenza vi è la spinta accelerata a fornirsi degli strumenti atti a far prevalere “il bene”; e si ha il cosiddetto “progresso”, che è soltanto quello tecnologico, ma non può essere sconsideratamente svalutato.L’importante è essere consapevoli di che tipo di “progresso” si tratta e di ciò a cui serve, di ciò a cui conduce, di ciò che comporta sovente in termini di sofferenza, distruzioni, morte “in massa”, ecc. Poi, passata solo temporaneamente la tempesta, quelle “innovazioni” sono in grado di migliorare le nostre condizioni di vita, “di nutrimento”, in periodi di tranquillità e relativa pace. Basta non ricominciare a chiacchierare su speranze di grande elevazione del nostro spirito, della nostra tendenza al “bene” comune, che è comune solo a fasi alterne e per gruppi che si scrutano e sospettano vicendevolmente, pronti a ri-darsele di santa ragione per……il bene comune, appunto”.

Per l’appunto, il bene è quello che avrebbe potuto essere benissimo un male ma che scalzando quest’ultimo, sottomettendolo alla sua (buona) volontà, può narrarsi come il suo contrario. Il bene trionfa sempre, ovvero solo dopo che trionfa è un bene mentre se soccombe è un male e viene condannato, esposto alla damnatio memoriae.
Pensiamo alle vicende del novecento…tutti i perdenti sono ancora oggi stigmatizzati come il male assoluto che le forze del bene (quelle vincenti, ovviamente a posteriori pur avendo mostrato negli atti di guerra una brutalità non inferiore ai loro antagonisti maligni) hanno meritoriamente espulso dalla storia dell’umanità. Ma morto un nemico, i buoni devono immediatamente inventarsene un altro, devono crearlo oppure devono evitare di schiacciare totalmente quello che hanno già sconfitto, poiché in mancanza non potrebbero contrapporsi a questo quali buoni, universalmente tali, anzi non potrebbero chiamarsi in nessun modo, non sarebbero buoni perché senza cattivi i primi (e quindi anche i secondi) non hanno nemmeno un nome. Sono questioni da approfondire molto ma sono molto necessarie per rintuzzare il buonismo dilagante e la superiorità morale di chi ammazza dall’alto del bene accusando tutti gli altri di essere il male.

Forse, bene e male, per seguire una scorciatoia, sono il nome ed il cognome del potere o della stessa vita sociale con tutte le sue implicazioni.

Buonisti al macello

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Uno dei miei romanzi preferiti, per gli spunti di riflessione che offre, è lo spassosissimo “ll più grande uomo scimmia del Pleistocene” del giornalista inglese Roy Lewis. Ebbi modo di parlarne già in passato per mettere alla berlina chi si mostrava preoccupato dell’avanzata degli Ogm, appellandosi ad un romantico concetto di natura, quella che prima o poi finirà per ribellarsi per limitare la tracotanza umana (ma lo fa già costantemente perché essa dell’uomo se ne impipa avendo una sua propria “volontà” e mi si lasci passare il metafisico concetto schopenhaueriano) che con l’evoluzione sociale della nostra specie c’entra come i cavoli a merenda, in quanto “l’artificiale è entrato nella vita subumana già con gli utensili di pietra”. Questa affermazione rimanda anche un po’ all’incipit del magnifico film di Kubrik, “2001 Odiessea nell spazio”, in particolare alla mitica scena della scimmia antropomorfa che lancia un osso animale, utilizzato prima come clava contro i suoi simili occupanti un posto privilegiato vicino ad una fonte di acqua e che si volevano scalzare, nel cielo fino a quando questo si trasforma in navicella spaziale, con tutta la storia umana fotografata così in pochi istanti. Oggi mi permetto di sottoporvi un ulteriore passo, ugualmente indicativo della nostra maniera di amare il prossimo e di confrontarci con le scoperte che ci fanno grandi e al tempo stesso criminali impenitenti. Sembra proprio che l’uso di dette aggettivazioni, solo apparentemente contradditorie, sia inscindibile quando si tratti di noi. Per questo provo un disprezzo ancestrale per i buonisti che cavalcano certi fenomeni, come l’immigrazione o il rispetto di minoranze sempre più strambe. Sono migliaia di anni che pratichiamo i cazzi nostri ma ora all’improvviso dovremmo immischiarci in ogni evento sfortunato, perché non si può lasciare morire in mare nessuno ma lo si può bombardare a casa sua per altri interessi. Questa di chiama ipocrisia e non umanità. La verità è che ammazzeremmo anche nostro padre per evitare quelli che consideriamo rischi maggiori. Intelligenti pauca. Non appesantisco lo scritto con altri commenti perché poi mi si accusa di essere prolisso (in verità mi sembra di scrivere anche poco), ma mi auguro di lasciarvi con quell’amaro in blocca che mette in dubbio le convinzioni buoniste, dure a morire, tipiche non solo di certi pagliacci progressisti aventi in mano i media e i soldi dei filantropi stranieri ma soprattutto di quei filosofi dell’Uomo (con la U maiuscola mi raccomando), che ancora vivono della carogna della Grecia Antica, li dove la filosofia ebbe inizio ma con tutt’altra intenzione rispetto alle loro ubbie odierne.
Buona lettura…
Ancora una volta, papà ci aveva giocato; e non ci potevamo far nulla. La caccia era eccellente, e quanto alle caverne non si poteva desiderare di meglio: ne prendemmo un’intera fila, in alto, tutte molto luminose anche se esposte a settentrione. Ma era motivo di bruciante irritazione vedere i nostri vicini, poco fa mera canaglia, accender fuochi dappertutto, e capitare tutti i momenti per chiederci la ricetta della còte d’antilope à la manière du chef, o per invitarci a qualche barbecue da loro. Papà asseriva trattarsi di bravissima gente; e quando, com’era inevitabile, bruciarono inavvertitamente una buona metà dei loro pascoli, commentò spensierato: «Cose che capitano nelle migliori famiglie» e insisté per fargli grazioso omaggio di una licenza annuale di caccia nel nostro territorio. Non aveva mai avuto la minima idea di come deve comportarsi gente del nostro rango per mantenere un certo prestigio.
Su questo punto, Griselda era estremamente aspra.
Si convinse che l’accoglienza ricevuta al nostro arrivo era stata nient’altro che una sceneggiata.
«Oh, lo conosco bene, tuo padre! Lo so come è capace di aggiustare le cose a suo piacimento» ripeteva cupa; e ricordando quello che era successo a Elsie non stentavo a crederle. Poi aggiungeva che, anche se un qualche pericolo c’era stato, papà aveva scelto il modo sbagliato di aggirarlo. «Dovevamo fargli vedere che maghi eravamo, con il fuoco,» diceva «e non avrebbero avuto il coraggio di attaccarci, quei miserabili selvaggi. Dovevamo stabilire la nostra supremazia morale – il che, fra l’altro, avrebbe risolto anche il problema della servitù. Non dovrei far io tutti i mestieri, in questa benedetta caverna, se quelle loro ragazzotte fossero obbligate a venire da me tutte le volte che hanno voglia di assaggiare l’arrosto». Di continuo mi ammoniva a stare attento a quello che combinava papà. «Lo rifarà» ripeteva. «Dammi retta… il vecchio sta diventando un vero pericolo per l’orda».
Io pensavo che esagerasse, ma alla fine fui obbligato ad ammettere che aveva ragione lei.
Non molto tempo dopo che ci fummo sistemati nelle nuove abitazioni, papà riprese i suoi esperimenti.
Per un bel po’ non ne sortì nulla, né lui ci raccontava le sue mire. Ma, intanto, altri sviluppi appassionanti monopolizzavano la nostra attenzione.
Wilbur mise su una fabbrica di utensili paleolitici su vasta scala: aveva alle sue dipendenze dozzine di lavoranti specializzati, ma le sue asce ovoidali erano così richieste, da tutta l’Africa, che non riusciva lo stesso a star dietro agli ordini. Anche Alexander perfezionò mirabilmente la sua attività di decoratore di interni con tutta una gamma di nuovi colori a base di ocra. Secondo me i suoi dipinti murali erano anche più efficaci, per la caccia, delle nuove bolas con cui ora facevamo inciampare i quadrupedi, e delle nuove lance con la punta di corno che usavamo per trafiggere le prede cadute. Solo William non otteneva alcun successo nei suoi tentativi di selezionare il cane da caccia; ma i suoi fallimenti, almeno, rendevano più vivaci le nostre giornate.
«Sarà il cane o niente» ripeteva ostinato, mentre gli fasciavamo le gambe sanguinanti con foglie balsamiche di aro. «E la via è questa: gentilezza più fermezza. Non può essere altrimenti».
Nessuno riusciva a convincerlo che era una chimera! Più pratica si rivelò l’invenzione di mia madre, che con una pelle di zebra si fece una borsa. Una certa animazione scaturiva anche dall’abitudine che avevano preso le donne di indossare le pellicce degli animali; si facevano visita solo per potersi scambiare commenti del tipo: «Guarda, cara! È l’ultimo grido!» o lamenti come: «Il mio bel leopardo è diventato rigido come un pezzo di legno! E guarda come perde il pelo questa scimmia. Che ne dici, tesoro, si potrà rimediare?».
Griselda era la campionessa mondiale di questo sciocchezzaio, che io e Oswald deploravamo vivamente; inutile dire che la nostra opinione non aveva il benché minimo peso. «Non fare lo zio Vania» mi rimbeccava invariabilmente Griselda, quando azzardavo una rimostranza. Il fatto è che noi vedevamo benissimo fin da allora dove ci avrebbero portato tali frivolezze decadenti. E oggi, figuriamoci!, nessun giovane damerino vuol muovere un passo senza la sua ridicola foglia di fico.
Così il tempo passava; finché, un bel giorno, papà venne a dirmi: «Ho qualcosa da farti vedere, ragazzo mio».
Capii subito, dal tono di malcelato trionfo della sua voce, che si avvicinavano guai grossi.
Lo seguii addentrandomi con lui nella foresta, e dopo una lunga camminata sbucammo in una radura.
«Ecco il mio piccolo laboratorio» e mi indicò con orgoglio tante cataste ordinate di bastoni tagliati a lunghezza variabile tra un metro e un metro e mezzo, tutti scrupolosamente etichettati con le foglie dell’albero da cui provenivano e disposti in file diritte. «È stato un lavoro lunghissimo» spiegò papà.
«Ho cominciato, come vedi, con il sommacco, poi ho continuato con olivo, podocarpo, acajou, mangrovia, sandalo, jacaranda, afrormosia e ngulu. Ho provato perfino con ebano, mogano e tek.»
«Avevo tentato, ovviamente, con il bambù; ma, a parte l’avermi suggerito l’idea, si è rivelato inservibile. Potrà magari avere un futuro nelle costruzioni, ma io proprio lo detesto. Ho provato il fico, il tamarindo, il jimbo e perfino l’acacia: ma solo quando sono giunto al legno di tasso mi è parso di avere in mano un’essenza davvero promettente. Allora mi sono concentrato su questo: tutti i bastoni che vedi lì sono di tasso. Se è troppo verde non ha elasticità, se è secco si spezza: è indispensabile tagliarlo al momento giusto, e poi con la stagionatura migliora ma sono ancora agli inizi dei miei esperimenti. Quanto alla corda, ho provato tutte le soluzioni possibili e immaginabili, e mi risulta che la migliore si ottiene impiegando tendini di elefante – quelli degli arti, beninteso. Abbastanza buona anche quella che si ottiene con i viticci della salsapariglia. Per i dardi va bene qualunque buon legno diritto e leggero, come il sandalo, ad esempio. Evita le essenze pesanti, che danno maggiore penetrazione ma riducono indebitamente la gittata».
«Ma di che diavolo stai parlando?» gli domandai, dopo un bel po’ che andava avanti.
«Del tiro con l’arco» rispose lui, con semplicità.
«So che è un po’ prematuro, in realtà, ma non ho resistito alla tentazione di provarci subito. Wilbur vi ha dato un bell’aiuto, con le bolas, e sono convinto che Oswald finirà con l’imbattersi nel principio del boomerang, quando gli saranno venute le vene varicose come a me. Tuttavia, non c’è dubbio che l’arma definitiva è questa. Vuoi vedere?».
E così dicendo, papà impugnò il primo arco mai costruito al mondo. Badate, era un aggeggio rudimentale, non più lungo di un metro e venti, più curvo da una parte che dall’altra, qua e là ancora coperto di corteccia non raschiata, con una corda fin troppo lasca: ma funzionava! Papà incoccò un prototipo di freccia, tese e scoccò. Il proiettile schizzò via per andare a cadere una trentina di metri più in là. «So fare anche meglio di così» disse papà, gongolando del mio sbigottimento. «La corda si è un po’ allentata. Adesso prova tu».
Dopo parecchi tentativi a vuoto, riuscii a lanciare una freccia a venticinque metri.
«Be’, che ne pensi?» mi chiese papà. «Ricordati che è soltanto un prototipo abborracciato».
«Le potenzialità sono fantastiche, papà» commentai tristemente, mentre guardavo il vecchio con malinconia: questa era la ine. Proprio la fine.
«Bisogna celebrarlo con una gran festa» disse papà.
«Sì, certo, la faremo» mormorai annuendo con gravità.
«Pensavo di farlo vedere prima a Oswald,» proseguì lui con entusiasmo «giacché rientra più nelle sue competenze che nelle tue; ma oggi, come sai, è andato a caccia, e non resistevo alla voglia di mostrarlo a qualcuno».
«Lo dirò io, a Oswald» promisi. E lo feci. Lo dissi anche a Griselda.
Ciò che bisognava fare era chiarissimo. Non ci volle più di una dimostrazione pratica per convincere mio fratello Oswald. Era senza dubbio il miglior cacciatore della zona: correva più forte e lanciava più lontano di chiunque nel raggio di chilometri e chilometri.
«Quando ce l’avranno tutti,» bastò dirgli «come cacciatore e come arciere sarai uno dei tanti: né migliore né peggiore degli altri. Forza e abilità non conteranno più nulla».
«Sarà la fine della vera destrezza e di qualunque spirito sportivo; con l’arco e una faretra piena di frecce, ogni cialtrone da due soldi potrà andare a caccia grossa» commentò Oswald. «Che cosa diavolo gli è saltato in mente, a papà? E noi come ci regoliamo?».
«Temo che in ogni caso sia necessario agire in fretta» dissi io. «Ti ricordi com’è andata la storia con il fuoco?».
«Santo megaterio! È terribile! Devi farti venir subito un’idea, Ernest».
«Ce l’ho già» dissi io.
«Di che si tratta?».
«Al prossimo esperimento di tiro» dissi «dovrà capitare un incidente».
Oswald si sbiancò in volto: «Non dirai sul serio!».
«Hai qualche idea migliore?».
«Ma…».
«Lo so» dissi. «Lo so. Ma ormai è vecchio. Non avrebbe molto da vivere lo stesso. Dovrebbe essere in pensione da un pezzo, ma sai anche tu come è fatto. Eppure, Oswald, penso che in questa maniera per lui sia meglio. Così sarà più felice, nei celesti terreni di caccia. Lì potrà giocare con arco e frecce! E chissà che faccia faranno, là… Certo non perderà molto… per quei pochi anni che gli restano da vivere, in questo mondo. Ha le vene varicose… dolori terribili…».
«Conosco le tue teorie» fece Oswald, lentamente.
«Noi non moriamo. Noi passiamo a miglior vita. Ciò senza dubbio è di conforto, in questo… penoso dovere. Non mi piace affatto, ma temo che tu abbia ragione. Bisogna difendere la nostra gente».
«Ben detto, Oswald» approvai con calore. Mio fratello stava venendo su bene, via via che gli anni lo dotavano di responsabilità e di esperienza.
«Penserò io a tutto» soggiunsi.
«E poi potremo distruggere quest’indecenza» disse annuendo Oswald.
«Diciamo piuttosto… tenerla segreta» replicai con disinvoltura.
Oswald apportò qualche lieve miglioramento all’arma… Ho dimenticato di che cosa si trattasse esattamente penne in coda al proiettile, mi sembra.
Papà ne fu entusiasta. «L’invenzione è un lavoro di squadra» dichiarò. I primi tiri andarono benissimo; ma, quando fu il mio turno, probabilmente mi toccò una freccia difettosa… storta, o priva delle penne… e papà si era imprudentemente fatto avanti per raccogliere quella che aveva scagliato lui. Cadde senza un lamento.
Non eravamo abituati a concludere una festa senza il solito discorso di papà. Ma ero sicuro che egli avrebbe voluto che dicessi qualche parola io, e così parlai brevemente sul dovere di diventare pienamente umani, di seguire il suo fulgido esempio, di contemperare progresso e preveggenza.
Sentivo che c’era lui dentro di me, che plasmava le frasi e suggeriva le conclusioni. Mi rimisi a sedere fra gli applausi; la mamma, poverina, piangeva a calde lacrime.
«Sembravi tutto il tuo povero, caro papà» mi disse.
«Speriamo solo che tu sia un po’ più prudente di lui!».
Tale fu la fine carnale del padre, figlio mio; quella che egli stesso avrebbe desiderato… cadere vittima dell’arma più moderna ed essere mangiato nel modo più civile. Così assicurammo la sopravvivenza sia della sua carne sia della sua ombra. Egli continua a vivere in noi, mentre nell’altro mondo fa polpette di elefanti onirici nei beati terreni di caccia.
Non sono affatto sorpreso che tu l’abbia incontrato lì una volta o due, né che ti abbia tanto impressionato.
Ma, come vedi, aveva anche lui il suo lato affettuoso.
Egli fu, ci piace pensare, il più grande uomo scimmia del Pleistocene… e scusate se è poco! Vi ho raccontato questa storia perché sappiate quanto gli siamo debitori per tutte le comodità moderne e gli agi che ci circondano.
Forse egli fu una personalità più pratica che speculativa, ma non va dimenticata la sua incrollabile fede nel futuro; ricordiamoci, inoltre, che con la sua dipartita egli contribuì a forgiare le fondamentali istituzioni sociali del parricidio e della patrifagìa, capaci di dare continuità sia alla comunità sia all’individuo. Egli fu un gigante: onoratelo pensando a lui, quando passate davanti all’albero più maestoso della foresta. Forse anch’egli penserà a voi.
Ma non fu lui a creare il mondo intero: questo no.
Chi l’ha fatto? Si tratta, temo, di tutta un’altra questione, nella quale per il momento non posso addentrarmi.
Per prima cosa, è molto complicata, e anche controversa. E inoltre, l’ora di andare a letto è già passata da un pezzo.

Fine del Pleistocene.

L’OGGETTIVITA’ DELLE DINAMICHE SOCIALI, di GLG

gianfranco

L’OGGETTIVITA’ DELLE DINAMICHE SOCIALI

PRIMA PARTE

PARLIAMO DI MARX

1. Assai spesso quella che indichiamo quale oggettività (addirittura “realtà oggettiva” proprio “vera”) è invece un’intersoggettività mascherata. Ad es., anche la “lotta di classe”, cui si riferiva Althusser – cui nei tempi che furono demmo giustamente molti meriti per lo svecchiamento del marxismo – sembrava qualcosa di superiore ad ogni volontà soggettiva, una specie di demiurgo del reale, che procedeva per conto suo, coinvolgendo i soggetti in lotta. In realtà, già a quel tempo non ero affatto convinto che avesse posto la questione nei giusti termini. Di fatto, ogni singolo soggetto in lotta non poteva non pensarsi coinvolto da qualcosa che andava al di là della sua volontà, della stessa prevedibilità del suo andamento e risultato finale. Tuttavia, mi sembrava contraddittorio concludere che tale lotta portava esattamente alla formazione di due (e solo due) classi sociali fra loro antagoniste: borghesia e proletariato, classe capitalistica e classe operaia. La prima classe, borghesia, era quella proprietaria dei mezzi di produzione; la seconda, proletariato od operai, aveva il solo possesso della capacità (o forza) di lavoro, da vendere come merce per poter vivere. E queste due diverse forme di possesso sarebbero state appunto il risultato dello scontro tra due classi, in realtà già definite nei termini di proprietà dei mezzi produttivi o di semplice forza lavorativa? Secondo me, un autentico circolo vizioso del tutto irrisolvibile.

In definitiva, quella presa per “oggettività” non si situava a monte del conflitto tra i soggetti (le classi), era semplicemente il conflitto stesso. Non a caso Althusser sostenne che la classi stesse si formavano nel reciproco confronto, non erano come due squadre già costituite che entravano nel “campo da gioco”. Ma ho già appena detto del pieno circolo vizioso in cui ci si avvita. In Marx, al contrario, tali squadre erano proprio già in essere quando poi andavano alla “lotta di classe”. Non venivano ad esistenza in quest’ultima; prima di scontrarsi in (supposto) netto antagonismo, si erano progressivamente enucleate e consolidate nel processo storico della transizione dal feudalesimo al capitalismo. La borghesia (proprietaria non della sola terra, ma di tutti i mezzi di produzione) era venuta crescendo all’interno della formazione sociale precedente e aveva infine sconfitto la classe (feudale) dominante in essa, ponendo in essere il fondamentale movimento di liberazione dai vincoli servili di enormi masse di individui (in un primo tempo coinvolti nel vagabondaggio), che per poter vivere nulla avevano da offrire se non la propria forza lavorativa, alla fine venduta come merce alla nuova classe dominante (il cui primo nucleo di rilevante importanza era stato non a caso quello dei mercanti).

Di conseguenza, quando si pensano le dinamiche sociali occorre certo una preliminare indagine di dati svolgimenti storici. Bisogna poi ricordare che non esiste dinamica alcuna senza la sussistenza di conflitti e tensioni più o meno acuti. Infine si deve pensare al formarsi di una situazione oggettiva, che stia a monte del conflitto e ne orienti le modalità e le conseguenze. Ed è questa situazione a “creare” i soggetti in lotta in quanto esige certo che ci siano dei PORTATORI della stessa. Non sono però questi ultimi, con la loro presunta volontà e intenzioni soggettive, a determinare l’andamento storico degli eventi. Fare teoria esige allora una qualche conoscenza storica, pur magari sommaria e non fatta soltanto di ricerche d’archivio, ecc. ecc. Poi però la teoria, se non vuol solo dedicarsi ad una sorta di introspezione psichica dei cosiddetti grandi personaggi, degli “eroi” e via dicendo, deve sottrarsi alla complessità del reale (che mai si conoscerà nella sua REALTA’ effettiva.), deve fissare alcuni termini della situazione studiata (che in realtà sono sempre molto variegati e “in subbuglio”) e da qui fare derivare appunto – salvo modifiche in fondo abbastanza marginali, anche se ad alcuni storici piuttosto superficiali sembrano invece di enorme portata – i comportamenti di quelli che, appunto, diventano semplici PORTATORI “soggettivi” di un movimento fondamentalmente OGGETTIVO, anche se i termini dello stesso non possono essere individuati nella loro in(de)finita complessità, ma ridotti ad alcuni elementi che si ritengono essenziali, i più decisivi e ricchi di effetti.

Allora, in definitiva, l’althusseriana “lotta di classe” è stato un espediente di scarsa riuscita se         voleva delineare un’oggettività dei conflitti intersoggettivi e della formazione dei gruppi in conflitto. Nella concezione del filosofo francese, i vari soggetti lottano e in questa lotta si vanno poi formando le classi. Perché queste vengano di fatto ridotte a due – in antagonismo irriducibile, che alla fine conduce al mutamento storico di una determinata formazione sociale in altra – non viene secondo me chiarito adeguatamente. Gira e rigira, in tale conflitto – appunto considerato nel suo aspetto dualistico, estremamente semplificato e non convincentemente spiegato – non esiste effettiva oggettività esterna e al di sopra dei soggetti in esso implicati. La lotta resta pur sempre di carattere intersoggettivo. Secondo me, la visione dualistica è senz’altro tipica del marxismo, discende proprio dal pensiero di Marx; tuttavia, questi suppone un ben preciso percorso storico che porta la borghesia alla proprietà di tutti i mezzi di produzione mentre di fronte ad essa – una volta caduti i vincoli servili – si pone un’altra classe di soggetti, che non hanno altro da offrire, vendendola come merce, la propria forza lavorativa (e produttiva). Le due classi sono proprio come due squadre di calcio, già costituite, che entrano nel campo da gioco con la “propria maglietta”. Vediamo un po’ il ragionamento di Marx.

2. E’ notorio che Marx prende la sfera economica quale “base” della società sulla quale si ergono poi le sovrastrutture politiche e ideologiche. Non vi è affatto uno stretto determinismo, ma indubbiamente tale sfera, in sostanza quella produttiva, è considerata la principale e strutturante la società complessiva. Marx non parla della produzione in quanto semplice processo lavorativo nei suoi aspetti tecnici ed organizzativi; egli prende in considerazione invece i rapporti sociali detti appunto di produzione in quanto struttura portante del modo di produzione, che è il nucleo essenziale (strutturale appunto) della società o formazione sociale. Del modo di produzione, incardinate nella sua rete di rapporti sociali di forma storicamente specifica, sono parte integrante le forze produttive (oggettive, cioè i vari mezzi di produzione, e soggettive, la capacità lavorative dei soggetti produttori), il cui sviluppo è senz’altro elemento assai dinamico e di mutamento dei modi di produrre (che non c’entrano nulla, sia chiaro, con le modalità produttive, essendo forme peculiari dei rapporti sociali esistenti nella sfera in questione).

In Marx, gli individui, i soggetti umani, non sono quelli empirici, concretamente esistenti con le loro singole particolarità. Egli li tratta come determinazioni (dei rapporti) sociali (di produzione). Già nella Prefazione a “Il Capitale” precisa la questione; e semmai dice, en passant, che talvolta detti soggetti possono elevarsi (un tantino) al di sopra di queste loro determinazioni, ma non sfuggire ad esse. In realtà, quindi, gli individui, nella teoria marxiana, sono maschere sociali, vengono considerati per i ruoli (le “caselline”) che occupano in quanto ad essi assegnati dalla specifica struttura dei rapporti di produzione caratterizzante quella storicamente data formazione sociale.

All’inizio del “Manifesto” del ’48, Marx afferma che “tutta la storia è storia di lotte di classi”. Egli ne indica sempre due fondamentali e fra loro antagoniste in quanto dominante e dominata. Esse sono definite tenendo appunto conto della priorità della sfera produttiva nell’evoluzione della società; e sono contraddistinte dalla proprietà o meno dei mezzi di produzione: proprietari di schiavi e schiavi (che sono produttori e mezzi di produzione nel contempo), feudatari (proprietari della terra) e servi della gleba (vincolati ad una data terra), mastri artigiani (proprietari della bottega) e garzoni, capitalisti (proprietari di tutti i mezzi di produzione) e operai, ecc. La proprietà o meno dei mezzi produttivi caratterizza in definitiva le due classi antagoniste; e l’individualità dei loro componenti è semplice accidentalità rispetto alla classe cui sono assegnati in base a detto connotato (“storicamente specifico”).

La proprietà (non semplicemente giuridica, bensì l’effettivo “potere di disporre”) dei mezzi produttivi è già un elemento oggettivo che precede ogni conflitto tra i due soggetti antagonisti (proprietari e non proprietari). La lotta tra i due non crea la proprietà o l’assenza di proprietà; potrà al massimo variare la distribuzione di tale proprietà. E’ la proprietà (sua presenza per una classe e assenza per un’altra) il carattere che definisce le due “squadre” in competizione antagonistica; proprio come se esse fossero già formate, contrariamente a quanto Althusser sosteneva. Al massimo tali squadre possono cambiare alcuni dei loro giocatori (che da proprietari diventano non proprietari e viceversa).

Siamo più precisi ancora. In realtà, le due classi antagonistiche (e l’antagonismo, ripetiamolo, si basa sul controllo o meno dei mezzi di produzione) si formano, prima ancora della loro reciroca lotta, in determinati processi storici che attraversano la società in fase di transizione da una data formazione sociale (strutturata in base ad un determinato modo di produzione) ad un’altra. Prendiamo pure il passaggio, fondamentale per il costituirsi della nostra forma di società (soprattutto dei suoi rapporti sociali di produzione), dal feudalesimo al capitalismo. Ricordiamo innanzitutto il processo di recinzione delle terre, su cui Marx si diffonde molto nel capitolo sull’accumulazione originaria (XXIV del I libro de “Il Capitale”). Le terre vengono messe a pascolo – per allevare pecore, la cui lana viene esportata in Olanda per alimentare la sua industria tessile – e masse di contadini vanno ad alimentare il vagabondaggio. Le manifatture artigiane diventano di tipo capitalistico e, nella competizione mercantile, pur esse alimentarono le masse di vagabondi che infine diventeranno lavoro salariato. Più tardi si ebbe la decisiva rivoluzione industriale (1760-70/1830-40) con introduzione delle macchine ed espulsione massiccia dei lavoratori, già salariati ma ancora in possesso di parziali saperi artigiani; infine venne formandosi la vera classe operaia in senso già moderno.

Una volta stabilizzatasi la divisione tra proprietà complessiva dei mezzi di produzione (e formazione della classe detta borghesia, ma con netta predominanza di quella industriale) e lavoro salariato (ormai appunto classe operaia), inizia effettivamente la “lotta di classe” dell’epoca prettamente capitalistica, che alla fine mostrerà di non essere antagonistica nel senso pensato dai marxisti tradizionali e mai da essi “riveduto e corretto”. Comunque la lotta si sviluppa, cresce, una volta “coagulatesi” le classi in contrasto nella compravendita della forza lavoro. Non è la lotta a dar vita alle classi, il processo logico è il contrario (anche se storicamente ben si capisce la confusione e intreccio tra i due aspetti del problema). Semmai, la lotta serve ad alterare la composizione e la consistenza delle due classi. Tuttavia, anche su questo punto, il marxismo non ha dato sufficiente rilevanza ad un aspetto del conflitto in corso, che non è così duale e ben definito come gli anticapitalisti avrebbero voluto.

Fondamentale è stata la competizione tra proprietari, che conduce al processo di centralizzazione dei capitali nella società industriale. In effetti, nel marxismo vi è stata sempre una sostanziale sottovalutazione di detta competizione (mercantile) tra capitalisti che – pur non antagonistica nello stesso senso di quella tra le “due classi” definite dalla proprietà o meno dei mezzi produttivi – è del tutto necessaria per dar vita a quella dinamica sociale, intrinseca al modo di produzione capitalistico, da cui deriva la previsione marxiana (ormai contraddetta dalla storia di un secolo e mezzo) di transizione dal capitalismo alla formazione socialista e poi comunista. Ne tratteremo diffusamente più avanti.

E’ adesso necessario ricordare un altro fattore rilevantissimo di tipo oggettivo, estrinseco alla “lotta di classe”, fattore che viene prima di quest’ultima, la mette in moto e la spiega. Vediamo un po’. Marx accetta dai classici la teoria del valore dei beni prodotti in quanto lavoro in essi incorporato. Tale lavoro, pur essendo di varia complessità (e, dunque, di differente qualità), viene sempre ridotto ad una data quantità: il lavoro COMPLESSO è multiplo di quello considerato SEMPLICE, mai lo stesso bensì sempre di tipo diverso in ogni determinata epoca storica. L’uomo è l’unica specie animale realmente in grado di produrre più di quanto è necessario al suo sostentamento; il prodotto è variabile e in aumento tendenziale con il passare del tempo e delle generazioni. Inoltre, l’uomo è animale che fabbrica strumenti e accresce la produttività del lavoro. Quindi, pur ad un valore (lavoro incorporato) magari costante, la quantità di beni prodotti cresce comunque. E non semplicemente cresce la quantità, ma pure la loro varietà poiché l’uomo moltiplica i suoi bisogni oltre lo stretto necessario del vivere animale.

Indichiamo come PLUSPRODOTTO la quantità e varietà dei beni al di sopra della sussistenza umana, che è ovviamente di carattere storico-sociale e non certo soltanto biologico; anch’esso cresce tendenzialmente nel corso dell’evoluzione della società umana. Per semplicità, denotiamo con N la quantità del lavoro NECESSARIA a produrre i beni che costituiscono il sostentamento storico-sociale degli esseri umani; e con M il PLUSLAVORO incorporato nel PLUSPRODOTTO. Il pluslavoro è pure PLUSVALORE, data la concezione del “valore-lavoro”, da Marx appunto ereditata dagli economisti “classici”. Ovviamente, PLUSPRODOTTO e PLUSLAVORO (quindi PLUSVALORE) sono fra loro in correlazione diretta; certamente, però, con l’aumento della produttività del lavoro (evoluzione delle tecniche e dell’organizzazione dei processi produttivi/lavorativi), la quantità dei beni prodotti cresce a parità di N + M (lavoro/valore complessivo incorporato nel prodotto totale); e anche lo stesso pluslavoro/plusvalore (M) può dunque rappresentarsi in quantità crescenti dei beni di cui consta il plusprodotto.

Nella teoria marxiana, mi sembra chiaro che la quantità di lavoro costitutiva del valore di ogni bene prodotto non dipende SOPRATTUTTO dall’interazione tra soggetti umani; non è tanto una INTERSOGGETTIVITA’ conflittuale (ad es. la “lotta di classe”) quanto invece una OGGETTIVITA’ (non del tutto ma largamente) autonoma rispetto a quest’ultima per quanto, ovviamente, dipenda dal lavoro speso dai soggetti per produrre i vari beni. Tale spesa di lavoro, insomma, viene – dal punto di vista logico – prima della “lotta”; quest’ultima serve semmai a definire, nella somma lavorativa complessiva, quale parte rappresenta N (lavoro necessario ad ottenere la parte di prodotto, che serve alla sussistenza dei produttori) e quanto M (il pluslavoro, dunque plusvalore, che va alla classe dominante, proprietaria dei mezzi produttivi; quello denominato nella nostra forma di società profitto capitalistico). Semmai, è ancora una volta da non dimenticare la lotta interclasse (competizione mercantile tra capitalisti) che certo dà un contributo alla diminuzione di spesa lavorativa (e dunque di valore) per unità di bene prodotto. L’innovazione tecnica e organizzativa, che riduce la quantità di lavoro (valore) di detta unità, dipende sempre meno nella società di avanzato progresso tecnologico dall’altezza del salario operaio – questa concezione è in larga parte diffusa dai sindacati dei lavoratori, ormai divenuti apparati burocratici che pesano su questi ultimi più di quanto non ne difendano gli interessi – e sempre più dalla necessità della competizione anche tra grandi concentrazioni produttive.

Un’altra delle concezioni errate non del solo marxismo (anche di molti liberali assai “arretrati”) è stata quella secondo cui la centralizzazione dei capitali, la creazione delle grandi imprese, avrebbe dato vita al monopolio (più precisamente oligopolio) con riduzione della competizione e dunque del progresso tecnologico. Anche qui si nota la grande capacità intuitiva di Lenin. Egli disse con molta chiarezza che il monopolio non avrebbe portato all’attenuazione della concorrenza, bensì l’avrebbe spinta al suo massimo livello. Ma aggiunse che ciò dipendeva non semplicemente dalla competizione interimprenditoriale per i mercati, bensì pure dall’ancor più violento conflitto tra potenze per la supremazia mondiale. Chi ha visto giusto? Il fatto è che Lenin ha dovuto principalmente dedicarsi alla rivoluzione in senso proprio. Fosse stato nella situazione di Marx, ne avrebbe ben colto i limiti – dovuti fondamentalmente all’analisi esclusiva dell’unico vero capitalismo avanzato a metà ‘800, quello inglese (borghese) – e avrebbe riformulato ampie parti della sua teoria in base all’entrata nella grande epoca dell’imperialismo (lotta antagonistica tra potenze), che giungeva all’effettiva “maturità” già nei primi decenni del XX secolo. E’ stato dunque piuttosto corretto definire la teoria, certo assai più elaborata da Marx, marxismo-leninismo; anche se poi i successivi “marx-leninisti” hanno dato cattiva prova di sé (compreso chi scrive, sia chiaro).  

3. Abbiamo adesso tutto quanto ci serve a comprendere meglio i meccanismi della società moderna, quella detta capitalistica, in cui si generalizza la produzione di beni nella forma di merci fra loro scambiabili. Potrebbe esserci anche scambio di merce contro merce (baratto); tuttavia, nella società capitalistica lo scambio è mediato dal denaro (nelle sue diverse figure monetarie) che funge da equivalente generale. Ciò rende enormemente più agevole e generalizzato lo scambio dei beni in quanto merci. In detto scambio si afferma, IN MEDIA, l’equivalenza delle merci passate di mano. Questa è una legge oggettiva, nel pensiero marxiano, non dipende certamente da una interattività conflittuale tra gli scambisti. E’ ovvio che sono in gioco due soggetti, altrimenti vi sarebbe l’acquisizione personale e l’autoconsumo. Questo è il comportamento di Robinson, che in effetti non presuppone il mercato, il quale semmai segue in quanto incontro tra i vari Robinson; ognuno d’essi ritiene di avere prodotto fin troppo di un determinato bene, che soddisfa solo uno dei suoi molti bisogni, e dunque lo scambia con altri beni (di altri Robinson) per soddisfare al massimo grado possibile la molteplicità delle sue esigenze di consumo. In Marx (come nei classici), il mercato precede “logicamente” il soddisfacimento dei bisogni poiché – pur esistendo negli “interstizi” della società da tempi antichi – si è generalizzato nel processo storico della transizione dal feudalesimo al capitalismo. Il mercato è rifornito tramite la produzione di beni che sono MERCI fin dal momento del loro apprestamento; sono quindi già merci IN POTENZA e poi lo sono IN ATTO una volta avviate al mercato.

In definitiva, si produce avendo già in vista lo sbocco nel mercato; quest’ultimo detta perciò le sue leggi. In questo senso, Smith parla della “mano invisibile” del mercato, che orienta il comportamento dei produttori. Non è ognuno d’essi (ogni singolo Robinson) a decidere di scambiare con gli altri il sovrappiù del bene prodotto in relazione al suo bisogno; tutti hanno già di fronte a loro questa situazione generale detta mercato e in base ad essa ognuno decide la produzione del bene che lì comunque dovrà affluire. In Marx, fino a questo punto, non c’è grande diversità da Smith. Che cos’è infatti il “feticismo della merce”, di cui parla subito nel primo capitolo della sua opera fondamentale? Non è l’alienazione (del produttore nel prodotto, distaccatosi ahimè da lui, dalla sua personalità, che per ciò stesso “soffre”) come pensano i filoso-fessi che mai hanno capito qualcosa del pensatore di Treviri. La merce è un “feticcio” (un oggetto/idolo cui si attribuisce un potere magico e superiore alla “libera” volontà umana), che si impone ai soggetti suoi produttori. E s’impone tramite questa legge oggettiva, indipendente dalla volontà dei produttori: la legge dello scambio tra equivalenti (in media), cioè tra prodotti/merce che hanno lo stesso valore, essendo costati la stessa spesa di lavoro. Poi, subentra semmai il conflitto tra gli scambisti (l’intersoggettività) che altera tale equivalenza a favore di uno dei due; ma l’alterazione ha sempre come punto di partenza, come sua base oggettiva, l’equivalenza dei tempi di lavoro, cioè dei valori delle merci.

Questo il carattere di “feticcio” che si appiccica alle merci, cui si devono inchinare gli scambisti pur nella competizione reciproca, che condurrà alla soddisfazione chi in essa prevarrà e allo sconforto chi soccomberà. Lo sconforto deriva insomma dal fallimento nella competizione, non nasce per la separazione dal frutto del proprio lavoro. Simile misera conclusione è del tutto simmetrica, anche se diversa, rispetto alla concezione del singolo Robinson che soddisfa il suo bisogno e porta al mercato il sovrappiù. Siamo sempre nell’idea di una somma di tanti individui, ben costituiti in questa individualità, che poi entrano in relazione fra loro, essendovi in un certo senso costretti da un personale bisogno. Nei classici come in Marx la socialità invece precede l’individualità; nessuno può essere individuo se non nell’ambito di un sistema di relazioni (rapporti) sociali, formatosi storicamente e caratterizzato da un susseguirsi di vari conflitti (per Marx soprattutto quelli definiti “lotta di classe”) che vi si svolgono nel progressivo trasformarsi ed evolversi di detto sistema.

4. Una volta arrivati a questo punto, il gioco è già stabilito con le sue regole ben precise a causa dei processi storici che hanno condotto alla liberazione di tutti gli individui umani da ogni vincolo di schiavitù o servaggio, dividendoli tuttavia in una minoranza che ha la proprietà dei mezzi produttivi ed in una maggioranza che ne è priva. Quest’ultima come fa a vivere? Come può ricongiungersi con tali mezzi senza i quali non può riprodurre la sua esistenza? Ha quanto serve a rendere effettivamente produttivi quei mezzi di proprietà altrui; ha cioè la sua capacità di lavoro, manuale e intellettuale, direttiva ed esecutiva, ecc. Non può però fornirla direttamente alla minoranza proprietaria, perché da questa è nettamente separata appunto dall’assenza della servitù; gode di una cosiddetta libertà che in tal caso rischia di tradursi in condanna a non poter sopravvivere. C’è però il mercato, la “suprema divinità”; in questo si può vendere anche la capacità di lavoro (la forza lavoro). Basta rispettare nello scambio l’equivalenza già segnalata. La forza lavoro non ha valore diretto, non è costata spesa di lavoro in un processo produttivo. Si aggira l’ostacolo: esiste la spesa lavorativa per produrre i beni indispensabili alla sussistenza (storico-sociale, non biologica) dei lavoratori (produttori). Il gioco è fatto.

La forza lavoro, in quanto merce, viene pagata (sempre “in media”) al suo valore; il lavoratore riceve quanto è necessario alla sua riproduzione di essere vivente in una determinata fase storica dell’evoluzione della società (ormai capitalistica). Questo NECESSARIO costa per l’appunto una data spesa di lavoro, avvenuta in precedenti processi produttivi che hanno messo capo ai beni indispensabili alla sussistenza del possessore e venditore di forza lavoro. L’essere umano – che, come già sappiamo, è l’unica specie animale capace di metter capo al plusprodotto – eroga più lavoro di quanto non sia necessario a produrre i beni per la sua sussistenza. Una volta che la forza lavoro sia stata acquisita tramite il pagamento di un prezzo (salario), in media corrispondente al lavoro incorporato nei suddetti beni per la sussistenza (ripeto: storico-sociale e non puramente biologica) del lavoratore (e produttore), essa eroga nel processo di lavoro, che sostanzia la produzione, una quantità di lavoro supplementare (pluslavoro), rappresentante il “di più” di valore (plusvalore) del prodotto rispetto a quello dei mezzi di produzione utilizzati e dei salari pagati ai produttori. Del plusvalore si appropria chi fornisce detti mezzi di produzione (e la terra), cioè il loro proprietario che per ciò stesso gode del profitto (e della rendita per la terra).

Anche per questa via si riscontra il feticismo che si appiccica alle merci. In questo caso, si tratta di una merce del tutto particolare, la forza lavoro o capacità lavorativa. Essa viene venduta (dal lavoratore) e comprata (dal capitalista proprietario) al suo valore/lavoro. La legge del valore si afferma oggettivamente, indipendentemente da ogni volontà e decisione degli scambisti, si impone ad essi. L’oscillazione del prezzo (salario) attorno al valore è processo dipendente dai rapporti reciproci tra quantità domandata e offerta; così come per ogni altra merce. Questa indipendenza del prezzo della merce dalle decisioni soggettive dei due scambisti non comporta alienazione di nessuno dei due; può consentire a volte arricchimento (e non solo materiale appunto) di entrambi. Tutto dipende dai metodi del cosiddetto plusvalore RELATIVO, uniti ad un ampliamento della produzione, con possibile invenzione di nuovi prodotti ed eventuale crescita della domanda di forza lavoro; problemi su cui qui sorvolo. L’aumento del profitto non è solo accrescimento della ricchezza, il capitalista non è un Arpagone. Quando sale pure il salario, migliora il tenore di vita dei lavoratori, anche in tal caso non necessariamente limitato al solo suo lato materiale.    

Può esserci, e anzi normalmente c’è, conflitto tra le due schiere di scambisti; e il salario (che dietro la forma monetaria occulta il tempo di lavoro necessario a produrre i beni con esso acquistati) oscilla allora al di sopra o al di sotto del suo valore. Tuttavia, la media, il punto base attorno a cui la lotta conduce l’oscillazione del salario è il valore della forza lavoro (il lavoro speso per produrre i beni indispensabili alla vita del suo possessore). Risulta perciò evidente che l’oggettività del valore di scambio della forza lavoro viene LOGICAMENTE prima del conflitto tra i due scambisti, prima di quella che viene detta lotta tra capitale e lavoro, quasi sempre semplicisticamente identificata e dunque confusa con la “lotta di classe”, quella che in Marx non conduceva ad oscillazioni salariali attorno al valore (legge oggettiva dello scambio), ma si riferiva al ben più gigantesco e generale combattimento tra due raggruppamenti sociali opposti per il superamento della formazione sociale capitalistica. E – guarda caso – anche tale lotta trasformativa dei rapporti sociali (di produzione) aveva come passo antecedente un processo oggettivo: l’estraneazione progressiva dei proprietari dalla direzione dei processi produttivi e la formazione in questi ultimi del corpo dei “produttori associati” (“dal dirigente all’ultimo giornaliero”, cap. XXVII del III libro de “Il Capitale”).

Tale processo avrebbe realmente creato – secondo quanto pensava erroneamente Marx – la BASE SOCIALE dell’espropriazione dei capitalisti e la proprietà (potere di disposizione) collettiva dei mezzi di produzione da parte di tale corpo dei produttori associati (il “lavoratore collettivo cooperativo” come l’ho definito io). Il vero conflitto intersoggettivo sarebbe nato intorno alla conquista e poi distruzione della macchina statale borghese, l’organo d’ultima difesa dei proprietari resi ormai estranei alla produzione (di cui, in una prima fase capitalistica, avevano la direzione) a causa di una dinamica sociale del tutto oggettiva. Non per le “belle idee” di giustizia, di eguaglianza e tutte le altre autentiche invenzioni di un comunismo che pensava d’essere marxista mentre sprofondava in una visione del tutto ideologica; e perfettamente fallimentare poiché giustizia ed eguaglianza si possono raggiungere, per chi sia profondamente e realmente religioso, soltanto in un’altra dimensione del tutto incomparabile con quella terrena.

Come vedete, in Marx vi è sempre un processo oggettivo che precede, e dunque fonda, l’intersoggettività dei contendenti, degli schieramenti in lotta. Sia se questa è semplicemente sindacale – con oscillazione del salario attorno al valore, cioè al tempo di lavoro necessario a produrre la sussistenza dei possessori e fornitori della forza lavoro – sia che miri invece alla trasformazione della formazione sociale capitalistica, cioè in definitiva della sua “base economica” (i RAPPORTI SOCIALI DI PRODUZIONE), che andava liberata dalla sua “sovrastruttura” – lo Stato borghese, da abbattere, distruggere – sostituendola con tutt’altro organismo (ma anche qui dobbiamo soprassedere). E’ chiaro, stupidi “comunisti” soltanto moralisti e per ciò stesso ipocriti? Voi alla fine avete combinato un sacco di guai e screditato proprio il comunismo con un tipo di lotta insensata perché inconsapevole dell’oggettività di dati processi storici, mai guidati dalla volontà degli individui sia pure raccolti in massa tramite forti ideologie. Si voleva “costruire” il socialismo. Incoscienti! Il socialismo non si costruisce, si deve formare oggettivamente nel processo storico dell’evoluzione capitalistica. La rivoluzione avrebbe quindi soltanto il compito di portarlo in evidenza e in primo piano, lottando contro i “portatori soggettivi” di un vecchio e ormai superato sistema di rapporti sociali – di produzione, per cui il potere decisivo era quello di proprietà, quello di disporre dei mezzi produttivi – ormai disfatto e impossibilitato a reggere. Se questo sistema invece ha retto – e siamo stati noi a dover constatare il completo disfacimento di quanto si credeva d’aver “costruito” – si deve capire d’avere sbagliato qualcosa nella propria analisi. Invece alcuni scriteriati hanno ripiegato, da perfetti miserabili e meschini di pensiero, sui “buoni sentimenti”, su ciò che sarebbe “il bene per l’umanità”, sull’“eguaglianza” che sarebbe il desiderio della “maggioranza”. Andate pure con Bergoglio e non procurate altri danni a qualcosa che ha comunque dato vita ad un grandioso processo di trasformazione; solo non verso il socialismo! E tanto meno il comunismo!!

5. Come credo di aver chiarito con estrema evidenza nelle “Dieci discussioni su Marx” (video che spero apparirà infine nel “mercato” on line ma anche in libreria), la previsione marxiana – relativa alla formazione del corpo dei produttori associati in antagonismo con la classe dei proprietari ormai avulsi dalla sfera produttiva e dediti ad operazioni in quella finanziaria e dintorni – non si è affatto realizzata. Gli stessi immediati successori di Marx (sia riformisti che rivoluzionari) considerarono, molto realisticamente, i dirigenti produttivi degli “specialisti borghesi”, assegnati quindi di fatto alla classe antagonistica di quella lavoratrice, ridotta soltanto agli operai di fabbrica nel senso specifico in cui furono poi intesi per tutto il secolo (e passa) successivo. Non esisteva più il “nocciolo oggettivo” (e complessivo in campo produttivo), che assicurava già il passaggio al socialismo, necessaria fase di transizione al comunismo.

Si leggano le poche pagine dell’ultimo paragrafo del cap. XXIV del I libro de “Il Capitale” (capitolo sull’ “accumulazione originaria”), di cui cito al momento solo le righe finali: <<<La trasformazione della proprietà privata sminuzzata poggiante sul lavoro personale degli individui [quella produzione mercantile caratterizzata dalla presenza di tanti piccoli produttori/proprietari, cui Sismondi voleva tornare arretrando dalla società ormai trasformata dalla prima rivoluzione industriale; nota mia] in proprietà capitalistica [da una parte i proprietari e dall’altra i produttori, fornitori di merce forza lavoro, che alla fine del processo storico del capitalismo diverranno il “lavoratore collettivo cooperativo” di cui si è detto; nota mia] è naturalmente un processo incomparabilmente più lungo, più duro e più difficile della trasformazione della proprietà capitalistica, che già poggia di fatto sulla conduzione sociale della produzione [appunto quando siamo alla fase finale del processo cui ho appena accennato; nota mia], in proprietà sociale. Là si trattava dell’espropriazione della massa della popolazione [però ormai costituita dai piccoli produttori/proprietari in competizione mercantile, cioè liberi dalla schiavitù o dal servaggio feudale; nota mia] da parte di pochi usurpatori [il gruppo di capitalisti ormai avulsi dalla sfera produttiva e solo adusi ai giochi finanziari, di borsa, ecc., fase finale dell’evoluzione capitalistica; nota mia], qui si tratta dell’espropriazione di pochi usurpatori da parte della massa del popolo [guidata dall’associazione dei produttori “dal primo dirigente all’ultimo giornaliero”; nota mia]>>>.

Avete capito? Già quando Marx scrive (a metà ‘800), si stavano secondo la sua convinzione consolidando, nella “base economica” (la produzione), le condizioni fondamentali del socialismo (non ancora il comunismo, non si faccia confusione). Era solo necessaria la “rivoluzione proletaria” – nel senso di quella che Lenin (in “Stato e rivoluzione”) definì “distruzione della macchina statale borghese”, ancora in mano agli “usurpatori” – al fine di creare lo “Stato di dittatura proletaria”, non più strumento di dominio della borghesia (proprietaria privata dei mezzi di produzione), ma dell’insieme dei produttori associati, ormai in piena disposizione collettiva dell’uso di quei mezzi. Altro che le idiozie dei poveri sciocchi e ignoranti, distruttori del marxismo, che al crollo del sedicente “socialismo” e dell’URSS si misero a dire: in fondo per il passaggio dal feudalesimo al capitalismo ci sono voluti secoli; quindi avremo il socialismo e comunismo fra qualche secolo. Non sto scherzando. Alle riunioni delle riviste marxiste, tenutesi grosso modo tra il ’92 e il ’94 a Roma, sentii deficienti, osannati come grandi intellettuali marxisti, dire simili assurdità per consolarsi del fallimento totale del loro “rivoluzionarismo” sessantottardo. E oggi sono questi sciocchi (qualcuno è morto, ma ne restano ancora) a imperversare in TV e giornali per difendere tutto il marcio di quella che viene ancora chiamata “sinistra”, schierata con gli Usa più criminali – quelli che hanno provocato il terribile disordine a partire dall’aggressione alla Serbia fino alla “primavera araba” con sconvolgimenti tuttora in svolgimento – e con il marcio filo-europeismo di “popolari” (democristiani) e “socialisti” ormai degenerati in puri devastatori della nostra antica civiltà.              

Politicamente bisogna silenziarli. Il problema è che solo gli stupidi sottovalutano l’importanza di una più attenta comprensione dei processi storici che sono stati vissuti negli ultimi secoli. Come ho detto più volte, sono i dementi del “vale più la pratica della grammatica”. Non si è in grado di parlare, facendosi capire, senza l’uso di una grammatica. Oggi è riesploso il vecchio e strasuperato liberalismo con la sua falsa democrazia (“una testa e un voto”, altra espressione dei dementi o dei farabutti) e il liberismo in economia. In fondo, non si supera (teoricamente) il vecchio “robinsonismo” anche quando si crede di poterlo fare parlando di macro invece che di microeconomia. Resto dell’idea che Marx sia allora un migliore punto di partenza. Proprio perché ammette la piena libertà degli scambisti nel mercato, non parla certo alla Dühring del profitto capitalistico ottenuto con la spada in pugno (tesi non molto differente da quella del becero e degenerato operaismo sessantottardo con il suo “comando capitalistico”). Solo che “sotto il mercato” sta un altro carattere capitalistico fondamentale: appunto la separazione tra proprietà (potere di disposizione) dei mezzi di produzione e produttori solo “fornitori” di forza lavorativa.

Nelle “forme che precedono la produzione capitalistica”, tale forza lavoro deve essere ceduta dai produttori (i dominati nella società) ai controllori dei mezzi produttivi (fra cui la terra, in un certo senso la principale per millenni), che sono i dominanti; e lo deve in modo forzato a causa di rapporti di schiavitù, servaggio, ecc. In ogni caso, come detto in più occasioni, la specie animale uomo (e non solo il sapiens, anche se poi è restato solo quest’ultimo) produce più di quanto è necessario alla sua esistenza e riproduzione: c’è insomma un plusprodotto. Ed è quest’ultimo che i dominati devono per forza, a causa dei suddetti rapporti di dipendenza, cedere ai dominanti. Nel passaggio al capitalismo – più precisamente, al modo di produzione capitalistico, modo caratterizzato da una specifica forma dei rapporti sociali di produzione – cade ogni vincolo servile. Tutti sono “liberi ed eguali”. No, qui c’è un inganno fondamentale. Il processo storico conduce questi “liberi” allo scambio generalizzato nel mercato. E in tale luogo si può certo affermare infine la libertà di contrattazione; con il “piccolo particolare” che i contraenti non sono in condizioni di eguaglianza nella loro “libertà”. La competizione iniziale tra i piccoli “produttori/proprietari” (si veda il passo marxiano citato all’inizio del paragrafo) conduce all’accentrarsi della proprietà in una parte (“classe”) della società, sempre più minoritaria, mentre alla maggioranza (altra “classe”) non resta che vendere come merce la propria forza lavorativa. E per quanto abbiamo già detto circa lo scambio delle merci (“in media”) al loro “valore-lavoro”, i produttori/lavoratori cedono di fatto il plusprodotto ai proprietari (dei mezzi produttivi). Da qui tutto il tema della “lotta di classe”, intesa da alcuni in senso riformistico, da altri in senso rivoluzionario; e che avrebbe dovuto portare alla trasformazione del modo di produzione capitalistico. Non mi diffondo su questo enorme argomento (di storia ultrasecolare oltre che di teoria), su cui sono state scritte, credo, milioni di paginate (alcune migliaia perfino da me). Andiamo oltre.

6.  Il marxismo resta, secondo la mia opinione, la teoria della società più avanzata. Il liberal-liberismo ne ha prodotto una diversa, che ci racconta alcune realtà – non la “realtà” alla quale, sia chiaro, non attinge nemmeno il marxismo poiché nessuna teoria la può riprodurre nella sua tumultuosa, fluida, continuamente mutevole “consistenza” – restando però alla superficie dei fenomeni. Si può forse criticare l’uso della terminologia “essenza/fenomeno” (almeno io preferisco non usarla), ma esiste comunque una “superficie” ed una “profondità” sottostante. Oppure, si può usare un’altra immagine: il “palcoscenico” e il “dietro le quinte”, dove si preparano i cambiamenti di scena. Il liberal-liberismo resta appunto alla superficie, al palcoscenico. Il marxismo pone il problema di dove la dinamica sociale “più profonda” prepara gli eventi visibili in superficie, nel palcoscenico. Questo merito di Marx non va minimamente rigettato, anzi rivendicato e difeso contro l’arroganza e prepotenza delle teorie di “superficie”, del tutto congrue alle classi dominanti nella formazione sociale capitalistica. E anche contro i falsi critici di tali dominanti, che fanno appello alle ancora più superficiali – anzi “amputanti” – dichiarazioni di tutti i chiacchieroni sulla generosità e bontà umana, sulla misericordia da mostrare verso i propri simili, sulla volontà di darsi al bene di tutti.

A volte costoro sono in buona fede; spesso sono invece dei falsari, sono dediti alla menzogna, all’inganno, al raggiro. I simili sono invece dissimili; ogni individuo è diverso dagli altri, ha una sua specifica differenziazione. Ciò è particolarmente rilevabile tra gli uomini, ma lo si nota bene anche tra gli animali di maggior rilievo. Sono inoltre convinto che se avessimo strumenti sofisticati in modo oggi impossibile a pensarsi, potremmo perfino distinguere il diverso comportamento di ogni singola formica (di una stessa specie) nel suo nido d’appartenenza. Ed è tutto dire parlando dei formicai. Tornando agli individui umani, questi sono un necessario misto di bene e male, di generosità ed egoismo, di apertura ad alcune amicizie sincere e alla chiusura verso chi si avverte ostile e pericoloso. C’è chi ha l’ambizione d’essere ritenuto un eroe e chi non ce la fa ad esserlo e si comporta da vigliacco. Si desidera essere miti e non aspirare alla supremazia, ma altri inseguono il contrario o sono costretti ad essere aggressivi anche nella semplice difesa del proprio ambito. E via dicendo, si potrebbe continuare ancora per un pezzo.

Il vero fatto è che la morte di ogni cosa sta appunto nella ben nota entropia, dove tutto è eguale, piatto, oscuro, indistinguibile. La vita esige il conflitto, l’affermazione di una propria individualità, di una specifica diversità. La vita deve sempre mangiare altra vita per vivere. Anche i poveri vegetariani, che si credono tanto generosi verso gli animali, devono comunque sopprimere la vita dei vegetali. Non viviamo di rocce e terra, di sabbia e polvere. Ciò che è vitale continuerà ad esserlo nutrendosi di altra vita. L’amore, l’amicizia, ecc. sono sentimenti decisivi proprio perché consentono di “stringersi a coorte” e di annientare il nemico, l’odiato. Così si sopravvive, sciocchi “umanitari” (molto spesso farabutti o autentici criminali). Se si ama, se si aspira a qualche cambiamento positivo della nostra vita, sia individuale che sociale, bisogna essere pronti ad affrontare e spesso sopprimere quelli che si trovavano meglio nelle vecchie situazioni e che per mantenerle sono pronti a perseguitarti ed eliminarti.

I dominanti nella società in cui viviamo – quella detta capitalistica troppo genericamente perché di capitalismi (se così vogliamo continuare a chiamarli) ce ne sono stati almeno due (inglese e statunitense) e altri ne stanno venendo (o sono già venuti?) – si attengono alla superficie, al palcoscenico, troppo spesso limitato al solo mercato, perché in questo tipo di mascheramento del conflitto (ridotto alla “virtuosa” concorrenza) perdura il loro potere e la supremazia di alcuni di loro su altri, che accettano la sudditanza appunto per “durare”. Marx andò sotto la “superficie”, “dietro le quinte”, per porre in piena luce i più decisivi processi (la “determinazione sociale”), che stabiliscono dominanti e dominati, che affermano la supremazia della parte sociale minoritaria su quella maggioritaria. Questo suo “approfondimento” non va buttato a mare, tornando alla “superficie” (per di più quella mercantile, proprio la più falsificatrice della realtà) e al semplice e banale (e spesso disgustosamente furfantesco) “umanitarismo”, alla ignobile farsa della “difesa dei più deboli”, “degli ultimi”. Gli “ultimi” abbiano il coraggio di diventare estremamente violenti, eliminando, proprio come mossa iniziale, gli “umanitari”; allora si accorgeranno subito di quanto saranno avvantaggiati nella lotta contro “i primi”. L’insegnamento di Marx, il suo sforzo di indagare la “regia” di quanto viene “recitato sul palcoscenico”, deve perciò essere recuperato o quanto meno tenuto presente nello sforzo di approfondire realmente la dinamica sociale “più profonda”.

Ed è qui dove, a mio avviso, ci si trova oggi in “ritardo”. Per quanto mi riguarda ho preso atto dei punti di debolezza del modello teorico marxiano, già mutato di coordinate rilevanti dai suoi immediati successori: sia un Kautsky e sia un Lenin, anche se in modi assai diversi. Ed è appunto su tale punto che sviluppo le per me non irrilevanti “dieci discussioni su Marx”. Qui mi limiterò ad un riassunto.

 

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