INNALZARE LE FALSE PROFEZIE DI MARX PER SEPPELLIRE MARX

Karl-Marx

 

Ognuno dovrebbe parlare di quel che conosce. Certi filosofi, invece, di-ego sconfinato non perdono occasione di stravolgere il pensiero di Marx per farsi accogliere nei circoli dominanti dove, simili fraintendimenti, sono sempre i benvenuti, allo scopo di disperdere ogni lascito positivo di quella teoria rivoluzionaria, che si vorrebbe ridurre ad un unico osso di seppia.
Non è possibile prendere la principale tra le previsioni errate di Marx e farla diventare un inveramento ad usum popoli (raggirati). Non solo Marx si rivolta nella tomba, da vero scienziato qual era, ma, a questo punto, chi è intellettualmente onesto, dovrebbe, persino, dare ragione ad uno dei suoi critici più accaniti, a quel Popper che (pur confondendo il lavoro scientifico di Marx col marxismo ideologico successivo), pretendeva, giustamente, che certe ipotesi teoriche fossero sottoposte ad un processo di falsificazione, in maniera da attestarne la veridicità o l’assenza di tale requisito fondamentale (che, se riscontrato, avrebbe fatto decadere la teoria a grande narrazione).
In questo senso, una “profezia” è tale quando, appunto, per concretizzarsi abbisogna di 200 anni. Ma la scienza non profetizza, la scienza, semmai, fa delle previsioni che possono attuarsi o meno, nel giro di qualche tempo, mesi o pochi anni, non secoli. Questo Marx lo sapeva benissimo perché non era un Nostradamus qualunque, come i suoi finti cantori odierni. Difatti, egli scrive nel Capitale che il comunismo era già presente in fieri nelle viscere del capitalismo, che si trattava di un parto ormai maturo nel grembo di quella società, che di lì a breve il bambino avrebbe visto la luce, per effetto di una certa dinamica intrinseca al modo di produzione dominante che stava facendo esplodere letteralmente le sue contraddizioni. Abbiamo già spiegato tante volte in cosa si sostanziava questo vaticinio di Marx. Secondo quest’ultimo, la lotta nel libero mercato tra capitalisti avrebbe favorito processi di concentrazione (prima) e di centralizzazione (poi) dei capitali, con espropriazione di molti proprietari che sarebbero stati risospinti tra i salariati (anche se di più alto livello). Contestualmente, la socializzazione dei diversi processi produttivi, favorita dalla prima circostanza, non avrebbe incontrato più ostacoli, determinando la formazione, nella produzione, di un nuovo soggetto collettivo, il quale avrebbe avuto tutto il controllo delle fasi lavorative. Come scrive La Grassa: “La proprietà si separa dalle potenze mentali (direzione) della produzione che vanno ricongiungendosi – non però allo stesso livello, con l’esistenza invece di scarti e separazioni che creano comunque contraddizioni (non antagonistiche) – alle attività di prevalente esecuzione (e manualità). Si viene cioè creando quella separazione, tendenzialmente duale, tra il cosiddetto rentier (solo proprietario delle condizioni di produzione ma tramite una specifica modalità, finanziaria, di controllo) e l’insieme dei venditori di forza lavoro che costituiscono l’operaio combinato (o lavoratore collettivo cooperativo)”. Sostanzialmente, questa classe di rentier è già un gruppo dominante decadente che ha perso il dominio sulla base materiale (produttiva) e che sopravvive grazie al controllo politico degli apparati di coercizione dello Stato. Il rapporto sociale generale è già, anzi, favorevole al lavoratore associato che rappresenta il grosso della società, la sua parte più dinamica e propulsiva. I pochi capitalisti finanziari rimasti non avrebbero potuto nulla contro questa forza collettiva che avrebbe dato, infine, la spallata allo Stato in cui si erano asserragliati i vecchi prepotenti, rovesciandoli una volta per tutte.
Questo diceva Marx. Vi pare che ci troviamo in queste circostanze? Ora, invece, leggo su internet, da parte di uno dei soliti ingarbugliatori di Marx, che la sua profezia si è realizzata (dopo due secoli? E chi era Marx, un frate indovino? Un oracolo ottocentesco? Un aruspice barbuto con l’accento tedesco?) perché il finanz-capitalismo imperante sarebbe la dimostrazione lampante che l’aristocrazia finanziaria attuale avrebbe definitivamente preso il potere, determinando il passaggio dal capitalismo industriale a quello delle cedole. Queste sono allucinazioni. Addirittura, si sarebbe concretizzata quella separazione tra proprietà e produttori con annullamento dell’industri privata capitalistica. Cose fuori di senno. Dove vede costui la formazione del General Intellect nella produzione? Dov’è il nuovo rapporto sociale comunistico che da tale situazione, come diceva Marx, sarebbe dovuto sgorgare? E, infine, quando sarebbe avvenuto il passaggio all’ ultimo stadio degenerativo del capitalismo, quello in cui la finanza predomina sull’industria e sullo Stato, dominando tutti gli Stati ed il mondo in maniera acefala e anomica? Nella produzione, non si è saldato, all’epoca di Marx, il G.I. (dal dirigente fino all’ultimo giornaliero) proprio perché il capitalismo non portava affatto in quella direzione, figuriamoci oggi in cui è evidentissimo che gli strati alti del management produttivo (non parliamo di quello strategico) sono inseriti a pieno titolo nei gruppi dirigenti dominanti. Siamo alle barzellette che non fanno ridere. I rentier per Marx erano quelli estraniati dalla produzione, spossessati delle potenze mentali. Con la sola ricchezza, senza essere più elementi principali (attori preminenti) di rapporti sociali oggettivi (e automatici) e senza disporre di supremazia militare ed ideologica, non si domina un bel nulla. Tutto quello che viene scritto da tali elementi e ascritto a Marx non esiste. Il pensatore tedesco non era stato così rozzo e antiscientifico nell’esprimersi, non vaneggiava di produzione neofeudale del capitalismo flessibile.
Cito ancora La Grassa, dal prossimo libro che spero esca in tempi brevi: “Quando il profitto si stacca nettamente dal “salario di direzione”, quando il capitalista è mero proprietario e il possessore delle potenze mentali produttive diventa salariato, cessa anche la spinta innovativa, il capitalismo comincia a deperire poiché non garantisce più lo sviluppo che è stato, in un certo senso, la sua ragione storica, la sua funzione positiva, quella per cui Marx lo considerava necessario al fine di non aspirare ad un comunismo di povertà, di ristrettezza delle piccole comunità agrarie, di “idiotismo rurale” (una sua espressione). Soprattutto, però, nel lavoratore collettivo, per quanto l’alto dirigente (colui che possiede i maggiori saperi produttivi) si senta personaggio particolarmente indispensabile rispetto ai bassi livelli lavorativi, si diffonderebbe la sensazione di essere comunque depredati da chi vive in tutt’altro mondo, dedicandosi per di più ad un gioco, quello finanziario sui segni della proprietà, che talvolta precipita sulle spalle dei produttori sconvolgendo i loro piani e la loro vita stessa. A ben vedere, del resto, queste sono ancora oggi le concezioni dei critici (imbelli) del capitalismo che, ad ogni crisi dello stesso, si scagliano contro la finanza, in ciò facilitando il gioco dell’ideologia dominante, ben adusa a sostenere tali emerite idiozie, dando addosso ai finanzieri “cattivoni” additati quali veri responsabili della crisi, magari mandandone perfino qualcuno in galera o comunque consegnandolo al ludibrio delle genti così che, quando poi il capitalismo si riassesta, si possa tornare a parlare dei meriti di questa forma di società, dei meriti di coloro che la dirigono “onestamente”, “eticamente” “.
Ne parleremo ancora (come nel prossimo saggio in uscita). Non ci stancheremo mai di rintuzzare le simulazioni filosofiche con cui si finge di esaltare Marx per affossarlo una volta per tutte. E’ una promessa che non teme minacce.

Европа спасется с Россией

vladimir_putin2

 

Европейский Союз расширился за счет России, воспользовавшись падением Берлинской стены и другими драматическими событиями под железным занавесом в начале 1990-х годах. В НАТО вошли бывшие участники Варшавского договора, а также некоторые члены СССР, эксплуатирующие хаос, вызванный крахом (не)реализованного социализма, который был внесен подлой катастрофой Горбачева. Всегда ЕС и НАТО распространялись на Балканы, прибегая к убеждениям и силовым мерам, вызывая этнические столкновения между популяциями, вмешиваясь в жизнь этих народов, чтобы разграбить их ресурсы и навязать свою правительственную систему. После 1989 года европейские географические карты были пересмотрены, аналогично тому, что происходило до, во время и после Второй Мировой войны, и в целом, это осуществлялось через реляционные процессы, которые всегда бывают в истории и постоянно вызывают конфликты между сторонами и дисбалансы в силовых отношениях между государствами. Поэтому, возмущения действиями Кремля в Грузии, Крыму и на Донбассе — обычные попытки Атлантики по дальнейшему снижению влияния Москвы, которые сами являются моралистами с грязной совестью. Когда Верховный представитель по европейской внешней политики Федерика Могерини заявляет о том, что «Кремль продолжает нарушать суверенитет своих соседей», она выбивается из реальности (и забывает прошлое), потому что отрицает свершенные факты. Если событие демонстрирует свою необратимость в краткосрочной и среднесрочной перспективе, следует пытаться ограничить ущерб путем поиска политических решений. Санкции не относятся к ним, поскольку они представляют собой шантаж, а не основу для начала переговоров и обсуждения позиций. Я не снижаю значимость событий, но есть много нюансов, которые следует учитывать для удовлетворения всех мнений.
Предположительно, с принятием присоединения Крыма к России Европа уничтожила бы гражданский конфликт в Донецке, особенно после того, как она участвовала в перевороте Киева на стороне США. Кремль, который не ожидал руки помощи от Вашингтона, по крайней мере, ожидал от Брюсселя посредничества в общих континентальных интересах.
Торопить события, когда вы не уверенны в своих собственных и других завещаниях или о характере взаимных заявлений, может нанести еще больший урон. И это то, что произошло между Россией и Европой, в пользу атлантических манипуляторов, которые работали над углублением разногласий и закрытием всяких каналов между русскими и европейцами. Омлет поджарен, но как-то его необходимо разложить. На данной фазе преобразования есть только две уверенности. Россия хочет реконструировать свою гегемонистскую орбиту для противодействия американской власти, по крайней мере, на локальном уровне. Чтобы было проще надо прийти к соглашению с ЕС или его центральными силами. Это, конечно же, справедливо. Но Соединенные Штаты хотят пресечь это сближение. А Европа? Она сама не знает чего хочет. Пока остается придавленной геополитическими тенденциями и не способна найти свой путь. В сомнениях она остается привязанной к старой схеме регулирования, но это не дает тех же преимуществ, что и раньше. На самом деле это уже приносит ущерб и подавленность. Было бы лучше посмотреть на Восток и уйти с прежнего курса, но сначала разъяснить для себя идеи о будущем, к которому она стремится. И дело не в том, чтобы выйти из американского ига и попасть под русское. Речь идет о разработке стратегического плана, который будет актуален и выведет Европу из неудобного положения в разгар битвы между утверждающимися силами, которые не затруднятся перешагнуть через нее. Реконфигурация мировых стандартов — это неудержимое развитие нашего времени, и возникающая Россия, по-видимому, является естественным партнером Европы, которая хочет стать хозяином своей судьбы. Если так называемая российская агрессия является потенциальной угрозой (далекой от атлантической пропаганды), то американская оккупация является фактом ее нынешнего состояния покорности. Противоречие заключается в том, чтобы взаимодействовать с «врагом у дверей» в то время, когда в ее границах уже есть захватчик. Итак, нам нужно выяснить, кто извне (как Путин) может внести свой вклад в дело по причинам, отличным от наших, но совпадающих с нашими целями. Впоследствии мы будем иметь дело с другими возможными антагонистами, но в то же время они должны стать нашими союзниками. Другого пути по восстановлению утраченного суверенитета и начала счета в многополярном контексте просто нет.

LE FACCE DEL POTERE

14157759-torturati-e-decapitati-halloween-prop

E’ morto Totò Riina, lo chiamavano il Capo dei capi. Probabilmente, definirlo tale è troppo ma fu sicuramente uno dei leader della criminalità organizzata siciliana, con le sue ramificazioni nazionali e internazionali. I giudici lo hanno incriminato per quasi tutto, stragi, omicidi, traffici ed altre attività illecite con cui generalmente si sopravvive nel mondo della illegalità. E’ stato accusato dai pentiti di essere dietro ogni trama della mafia, dalla sua ascesa, negli anni ’70, fino alla sua caduta, nel gennaio 1993 (anno in cui viene arrestato). Lo si ritiene responsabile anche degli attentati dinamitardi successivi, tentati o riusciti, (a Firenze, Milano e Roma) finalizzati ad intimidire i magistrati che lo avrebbero giudicato o inviare messaggi in più alto loco politico. Non ci interessa, in questa sede, fare la storia criminale di questo individuo che non ha mai rivelato nulla ai togati e che ha sempre respinto le accuse di altri malavitosi, passati dall’altra parte della barricata. Nella sua tetragonicità, non scalfita nemmeno dal carcere duro, c’è già l’Uomo. Il potere, nella sua espressione più alta, si manifesta proprio attraverso questi personaggi che ne incarnano adeguatamente ruoli e finalità. Uno come Riina avrebbe potuto guidare un Paese per capacità strategica e attitudine al comando. Del resto, come afferma La Grassa, la criminalità organizzata è l’altra faccia della legalità “organizzata”. Potere e contropotere (o contropoteri) sono sempre Potere che si declina nelle sue varianti e variabili. O anche a diversi livelli, perché ci sono poteri che possono sussistere solo negli interstizi della società. La mafia, per esempio, non potrebbe mai lanciare l’assalto allo Stato, come afferma qualche sciocco. Per esistere necessita di un quadro legale che la qualifichi come antilegalità, limitata ad alcuni settori o estensioni (marginalità) territoriali. Lo Stato (i suoi apparati) “appaltano” questi spazi che gruppi criminali si conquistano confliggendo tra loro. La linfa del potere è, infatti, il conflitto per primeggiare ma ci sono anche conflitti che si esauriscono in una mera pressione, verso un Potere superiore che non è scalabile per la sua natura storica (egemonia della coercizione), al fine ottenere un certo riconoscimento o magari fette di torta più grandi nell’esercizio di determinate attività. La lotta tra legalità e antilegalità si riproduce costantemente perché hanno bisogno una dell’altra per esistere. Senza la prima non ci sarebbe la seconda e viceversa. Ma c’è un aspetto ancor più interessante da sottolineare. Gli uomini di potere sono agiti dal potere, pur sentendosene attori indipendenti. Scrive al proposito Carl Schmitt: “Il potere è una grandezza oggettiva ed autonoma rispetto a qualsivoglia individuo umano, che, di volta in volta, lo detenga nelle proprie mani…La realtà del potere passa sopra la realtà dell’uomo. Io non dico che il potere dell’uomo su un altro è buono. Non dico neanche che è cattivo. Dico però che è neutro. E mi vergognerei come essere pensante di dire che è positivo, se sono io ad averlo e negativo se a possederlo è il mio nemico. Mi limito ad affermare soltanto che il potere è per tutti, anche per il potente, una realtà a sé stante e lo trascina nella propria dialettica. Il potere è più forte di ogni volontà di potere, più forte di ogni bontà umana e fortunatamente anche di ogni malvagità umana”. Qui, ovviamente, non si tratta di scagionare gli individui dai loro atti ma un soggetto che occupa un determinato ruolo (di potere) si troverà invischiato nella sua logica. Un presidente darà, dunque, l’ordine di sganciare la bomba atomica, un mafioso quello di fare una strage. Oppure, un Capo di governo varerà un provvedimento per concedere le cure gratuite ai non abbienti ed un capo cosca distribuirà stipendi alle famiglie dei carcerati. Di cattiverie e di buone azioni è lastricata la strada del potere e dei suoi strumenti-umani.
Detto ciò, molto grossolanamente, lo ammetto, mi disturba leggere sui giornali che a Riina debba essere negata persino la dignità umana. Sallusti che scrive “uno di meno” o “non riposi in pace” al boss è un abietto. Fu lui, qualche tempo fa, ad invocare l’omicidio di Kim Jong Un. Ciò vuol dire che, se egli avesse potuto, avrebbe dato l’ordine di ammazzare un uomo per preservare un ordine da lui ritenuto superiore. Non è questa la cosa spregevole che si rimprovera a Riina, di uccidere per mantenere il controllo? Feltri, invece, scrive oggi che un analfabeta come Riina, con la 5° elementare, non poteva essere un vero capintesta. Per esercitare il potere, o per comprenderlo intimamente, ci vuole la laurea? E che dire di quegli imprenditori che hanno il fiuto degli affari senza aver mai studiato marketing? Questi giornalisti sono davvero ridicoli. Loro sì che senza capire nulla del mondo che li circonda pretendono di dare lezioni a tutti su tutto lo scibile umano e disumano.

UNA INTERVISTA VECCHIOTTA, MA….. di GLG

gianfranco

 

Questa è un’intervista pubblicata sulla rivista “Indipendenza” un bel po’ di tempo fa. Non ricordo di preciso l’anno, ma penso fosse il 2005. Non vi è dubbio che oggi ho modificato le mie posizioni. Non ci sono però qui affermazioni che disconosco, semplicemente le ritengo ancora ristrette nel superamento di un certo qual economicismo (comunque criticato senza esitazioni). In un’epoca come quella in cui siamo entrati all’inizio del secolo, dopo il crollo del “socialismo reale”, si è avviata una transizione verso ancora non ben individuate forme dei rapporti sociali. In ogni caso, è caduta la rigidità tipica del sistema “bipolare” e si è entrati in quel “multipolarismo”, che è fonte di fibrillazioni e sconvolgimenti poco prevedibili. Un anno dei tempi odierni vale quanto un multiplo di quelli dell’epoca che fu. Quindi anche le elaborazioni teoriche entrano in uno stato di “sobbollimento” con modificazioni successive e abbastanza rapide di quanto sostenuto in tempi di poco precedenti. Quanto qui viene sostenuto è comunque da me ritenuto ancora valido per una buona “percentuale”. Soprattutto mi sembra ampiamente aperto a ulteriori cambiamenti e sviluppi; quelli che vi ho apportato io negli anni successivi (sperando di continuare a farlo anche in futuro) e magari altri (diversi) da chi fosse eventualmente sollecitato dalla lettura di queste righe.

****************************

DALLA PROPRIETÀ AL CONFLITTO STRATEGICO
-superare il marxismo tradizionale per una nuova teoria anticapitalistica-

Dalla proprietà privata dei mezzi di produzione al conflitto strategico. Sostituendo il secondo concetto al primo, Gianfranco La Grassa, nel suo ultimo lavoro (Il capitalismo oggi, Petite Plaisance Pistoia 2004), intende indicare una strada per la ricostruzione di una teoria critica del capitalismo. Cosa intendano ed implichino questi due concetti, è argomento di questa intervista. (introduzione della redazione della rivista)

INTERVISTA

Perché questo cambio d’impostazione?

Il fallimento totale del comunismo storico novecentesco insegna che nessuna formazione sociale potrà mai trasformare e superare quella capitalistica se si insegue l’illusione di annullare il conflitto tra classi con la pianificazione centrale e la proprietà statale dei mezzi di produzione. Se il fulcro del modo di produzione capitalistico viene fondato sulla proprietà dei mezzi di produzione, come nel marxismo tradizionale, si finisce con il ritenere che la dinamica intrinseca del capitalismo determini una scissione dicotomica della società in pochi dominanti, proprietari di capitali, e in una gran massa di dominati, in possesso delle effettive capacità (intellettuali e manuali) inerenti alla produzione. Da qui, la convinzione della necessaria funzione rivoluzionaria e trasformatrice – con transizione ad altra società, socialista e comunista – dei dominati, una volta che essi si sbarazzino dei proprietari capitalisti e dirigano collettivamente l’intero sistema produttivo ormai organizzato e coordinato (pianificato).

Cosa intendi per “marxismo tradizionale”?

Una formazione teorico-ideologica le cui basi furono gettate da Engels e soprattutto da Karl Kautsky, stretto collaboratore della socialdemocrazia tedesca e protagonista del congresso di Erfurt del 1891, in cui il partito socialdemocratico tedesco si dà un nuovo programma politico, sostituendo quello risalente al congresso di Gotha del 1875. L’operazione compiuta da Kautsky è la saldatura del pensiero di Marx con il nascente movimento operaio. La teoria del funzionamento del modo di produzione diventa una dottrina che doveva dare alla classe operaia, bisognosa di rappresentanza politica, la sicurezza di essere inserita nella corrente della storia. È questa operazione a far diventare Marx un profeta del comunismo, ed è questo il marxismo alla base del pensiero della stragrande maggioranza dei marxisti, Lenin incluso, che pur ruppe violentemente con l’opportunismo del “Papa rosso” Kautsky. Il quale, ricordiamolo, avallò la scelta del partito socialdemocratico di sostegno alla prima guerra mondiale, che mandò la classe operaia e i popoli al macello, ed accolse con grande ostilità la rivoluzione bolscevica russa.

Quali le differenze con il pensiero di Marx?

Un punto principale è che, nel capitalismo secondo Marx, la riproduzione dei rapporti fondamentali avviene in un ambiente sociale comunque caratterizzato dalla lotta tra capitalisti, che impedisce ogni ricomposizione dello spazio produttivo ad unità, sotto la direzione di un unico centro. Non così per Kautsky, che parlerà persino di ultraimperialismo, cioè di un centro unico mondiale del capitalismo. Secondo Kautsky, si sarebbe verificato a livello mondiale un processo di centralizzazione dei capitali (cioè l’accentramento della proprietà) che avrebbe portato, sia pure in via tendenziale, alla formazione di un unico trust capitalistico ed alla fine di ogni competizione. Si tratta, va detto, di una drastica e unilaterale estremizzazione della tendenza alla centralizzazione dei capitali teorizzata da Marx. Se Marx avesse però pensato in termini appena vicini a quelli dell’ultraimperialismo, non avrebbe propugnato la rivoluzione dei dominati. Sarebbe bastato aspettare l’esito finale del processo, ed il capitalismo sarebbe sprofondato, un po’ come è poi invece accaduto al “socialismo reale” nel 1989-91. Senza competizione non sussiste, nella concezione di Marx, possibilità di riproduzione dei rapporti caratterizzanti la società capitalistica. Ma il punto cruciale dell’ortodossia kautskyana è un altro.

Quale?

La supposta oggettiva funzione emancipatrice universale della Classe Operaia. Concependola come soggetto intermodale (di passaggio, cioè, da un modo di produzione all’altro), Kautsky sostituisce la classe operaia al concetto marxiano di lavoratore collettivo cooperativo. Con l’ultraimperialismo da un lato e la funzione intermodale della classe operaia dall’altro, la rivoluzione sarebbe stata nelle cose: la classe dominante si sarebbe ridotta ad un pugno di pochi parassiti finanziari, sempre più screditati e privi di reale consenso, contrapposti ad una smisurata massa di sfruttati dotata di padronanza sull’organismo produttivo e pronta a compiere la rivoluzione globale.
Anche Marx, ai tempi del Manifesto del 1848, parlava di classe operaia, ma nel cosiddetto capitolo VI inedito, testo facente parte de Il Capitale pur se non dato alle stampe, preciserà cosa intendeva, trattando del lavoratore collettivo cooperativo. I marxisti dell’epoca, anche i più grandi come Lenin, non hanno però messo in discussione la capacità rivoluzionaria della classe operaia. Furono invece formulate una sequela di ipotesi ad hoc sempre più inconsistenti, che condusse infine al ripiegamento, in Urss a partire dagli anni ’30, su una costruzione socialistica da parte dello Stato. In definitiva, ebbe la sua rivincita il socialista di Stato Lassalle, aspramente criticato e sbeffeggiato a suo tempo da Marx.

La mancata funzione intermodale della classe operaia è dunque il punto cruciale di impantanamento del marxismo cosiddetto tradizionale. Anche le correnti critiche che hanno provato ad uscire dall’impasse, sono però rimaste vittima del miraggio della ricerca della classe rivoluzionaria in sé. Si è continuato a pensare fondamentalmente all’esistenza di due soli, decisivi e fondamentali soggetti antagonistici: ieri “classe operaia contro classe borghese”, oggi la versione negriana “moltitudini contro impero”.

La concezione della funzione intermodale della classe operaia poteva sembrare valida nelle prime fasi dello sviluppo del capitalismo, dato che questa classe aveva conservato a lungo, modificandoli gradualmente, i suoi legami, diretti o solo indiretti e parziali (di mentalità, di costume, di abitudini, di tradizioni), con il mondo contadino e con quello artigiano. Essa era quindi culturalmente, e socialmente, autonoma rispetto alla borghesia industriale. Ma la società capitalistica avanzata odierna sembra (ripeto: sembra) costituita da ceti medi a diversi e fortemente differenziati livelli di reddito; la concezione marxista tradizionale non è più di gran aiuto per la distinzione e valutazione dei conflitti sociali e delle contraddizioni tra dominanti e dominati.

Un fenomeno, la formazione dei ceti medi, non compreso dal marxismo.

I marxisti non hanno in genere afferrato compiutamente la portata dell’enorme, e assolutamente irreversibile, sviluppo dei ceti medi, cioè l’ampio settore piccolo-imprenditoriale sia industriale, sia commerciale e sia, fattore ancor più decisivo, dei servizi: non semplicemente quelli delle tradizionali libere professioni (comunque in crescita e sempre importanti sia economicamente che politicamente), ma anche quelli di settori decisamente nuovi. Pensiamo al marketing, alla consulenza finanziaria, alla pubblicità, al design, alla programmazione informatica, eccetera. Impossibile stare dietro a tutti questi specialismi, di cui vivono e prosperano decine e centinaia di migliaia di imprese, piccolissime e anche individuali.

Alcuni marxisti sostengono che sarebbe l’enorme aumento della produttività degli operai a rendere possibile il sostentamento dei “ceti medi” di cui sopra. Che ne pensi?

Sostenere che, grazie alla cospicua crescita del saggio (e della massa) del plusvalore estorto alla classe operaia, si consente il mantenimento della schiera sempre più vasta di ceti medi (una congerie di ruoli e funzioni del tutto polverizzata, non certo facilmente aggregabile in un concetto purchessia di “soggetto collettivo”), è affermazione del tutto inutile. Dimostra l’ormai esauritasi capacità conoscitiva di certo marxismo ormai ridotto ad ideologia identitaria di piccole sette di credenti. Bisogna prendere atto della conclusione fallimentare di oltre un secolo di movimento comunista, e partire da una impostazione che, ad esempio, non consideri qualsiasi fase di sviluppo del capitalismo come fosse l’ultima.

Proponi dunque di partire dal conflitto strategico. Puoi meglio precisare questo concetto?

Ogni società umana è caratterizzata dal conflitto tra classi: dominanti e dominate, ma soprattutto tra classi (e frazioni di classi) dominanti. Secondo l’impostazione del problema da me scelta, in ogni forma di società il conflitto più acuto e permanente è proprio quello intradominanti. Le loro strategie di conflitto – sempre presenti in ogni epoca della società umana, ma penetrate all’interno della sfera economica nella transizione al capitalismo – sono decisive per quanto concerne la dinamica e il mutamento delle diverse formazioni sociali. La nozione di conflitto strategico focalizza l’attenzione soprattutto sulle modalità della competizione tra dominanti per l’egemonia – cioè la capacità di imporre le proprie decisioni – nella società tutta. E spiega, al contempo, il perché dell’impossibilità permanente, nella sfera economica, di porre termine alla separatezza delle unità produttive in lotta (per i mercati, in prima istanza) fra di loro. Esse si alleano e cooperano soltanto al fine di confliggere con altre. E quando alcune vincono e altre soccombono, uscendo dal mercato o venendo inglobate dalle vincitrici, non si realizza affatto una riduzione dei competitori ad un numero sempre minore di gruppi proprietari di crescenti dimensioni, fino al pieno accentramento della proprietà stessa.
Fondamentale è pure la considerazione delle innovazioni di prodotto, che creano nuovi settori produttivi (ad es., oggi, informatica e telecomunicazioni, biotecnologie, ecc.) che lanciano nuove epoche di espansione. Queste dimostrano come nel capitalismo non è insita la stagnazione. Tali innovazioni non solo ampliano la dimensione quantitativa del mercato, ma ne infittiscono la rete intersettoriale con un numero crescente di branche produttrici dei nuovi prodotti; nascono così molte nuove imprese di differenti dimensioni: ad es. quelle leader dei nuovi settori e quelle del cosiddetto indotto, ecc.

Affermi che il conflitto di classe soprattutto intradominanti ha caratterizzato ogni società umana. Anche nel defunto “socialismo reale”?

Sì. Venuto a mancare nella sfera economica, poiché schiacciato dalla pianificazione centrale, il conflitto intradominanti, sotto la copertura della salvaguardia dell’unità del partito (definito avanguardia degli operai e dei contadini), si è trasferito nella sfera politica e in quella ideologica, strettamente condizionata dal catechismo del marxismo-leninismo.

Come si è realizzato questo processo?

Il punto di partenza è la mancata formazione del lavoratore collettivo cooperativo (tutto il corpo lavorativo della fabbrica: dal primo dirigente all’ultimo manovale, cioè un complesso di lavoro direttivo ed esecutivo, intellettuale e manuale), che era per Marx il soggetto collettivo decisivo ai fini della trasformazione verso il socialismo. Marx riteneva che la dinamica di sviluppo della grande industria avrebbe portato ad una scissione antagonistica tra i soggetti portatori della capacità di produrre (il cosiddetto general intellect, le potenze mentali della produzione, i saperi di scienza e tecnica) e quelli proprietari, considerati in progressivo distacco da ogni funzione utile nella produzione. Secondo Marx, la formazione sociale non sarebbe più stata in grado, in simili condizioni, di sviluppare le proprie forze produttive, entrando così in fase di degrado e putrescenza. La proprietà sarebbe stata individuata senza più veli come una causa ormai estrinseca di conflittualità e disarmonia, connessa al suo puro carattere finanziario di possesso azionario e di godimento di profitti.
Il lavoratore collettivo cooperativo – definibile anche come collettività dei produttori, basato sulla piena cooperazione tra dirigenti ed esecutori – che si sarebbe dovuto formare in base ai processi di centralizzazione dei capitali, non è però mai venuto ad esistenza. Le stesse rivoluzioni sedicenti “proletarie” si sono affermate non in formazioni sociali ad alto livello di sviluppo delle forze produttive e di diffusione delle grandi imprese, bensì in quelle in cui la netta preminenza spettava a rapporti sociali di forma ancora precapitalistica.

Della mancata formazione del lavoratore collettivo cooperativo non se ne prese però atto nella Russia postrivoluzione.

Si è ritenuto invece che, per realizzare il passaggio alla formazione della collettività dei produttori, occorresse innanzitutto raggiungere uno sviluppo delle forze produttive, in specie industriali, tale da condurre verso la fine dei problemi della “scarsità” dei beni prodotti. Scarsità alla quale invece non è mai stata data soluzione.
Due a questo punto i passaggi decisivi del marxismo-leninismo tradizionale. Primo: porre fine all’autonomia e separatezza delle unità produttive in modo da non creare discrepanze e squilibri, da cui nascono le crisi del capitalismo. Secondo: identificazione della proprietà collettiva con quella statale, per porre termine alla separatezza in questione mediante pianificazione centrale attuata d’imperio.
Per i marxisti, tutto il male (il conflitto) nasceva dalla proprietà “individuale” (anche di gruppi di individui proprietari dei mezzi di produzione), considerata la causa fondamentale della separatezza tra le unità produttive, con tutto ciò che ne consegue: impossibilità di rendere coerentemente complementari le varie attività e di coordinare ed armonizzare le diverse produzioni onde evitare squilibri, crisi, eccetera, con i loro costi sociali. Si presumeva che la centralizzazione monopolistica della proprietà avrebbe reso chiara ed esplicita la necessità della complementarietà e cooperazione tra i vari collettivi di produttori (lavoratori salariati, sia direttivi che esecutivi). Un’idea rivelatasi errata.

Ecco dunque calare dall’alto la pianificazione centrale.

Nei paesi postrivoluzionari sono stati affidati i compiti di coordinamento e armonizzazione tra le produzioni “individuali” ad un organo centrale (statale), dal quale promanava una pianificazione corazzata di coercizione, repressione e punizione di ogni “scarto” rispetto alle direttive centrali. Si è così annullato il conflitto infradominanti in campo economico, per trasferirlo in quello politico, di cui si è tentato di mantenere l’assoluta unità e compattezza, supponendola necessaria al coordinamento d’imperio poc’anzi descritto. Dietro una patina d’unità, esplodevano però terribili lotte intestine, oscure, senza lucida visione delle difficoltà cui le società del “socialismo reale” andavano sempre più incontro, entrando in un periodo di stagnazione e putrescenza crescenti. C’erano solo accuse di tradimento, di subdolo tentativo di incrinare l’unità dell’istituzione considerata il fulcro del coordinamento centrale: il partito comunista, all’interno del cui vertice dirigente avvenivano, per ondate successive, lotte cruente per l’eliminazione di tutti gli “impuri” ed i “traditori”.
Concludendo: bisogna mettere da parte la proprietà statale dei mezzi di produzione e la pianificazione centrale, per non ricadere nell’errore di riprodurre le aberranti politiche condotte in passato nell’ambito degli apparati partitico-statali. Bisogna partire dal conflitto strategico, a mio avviso il concetto chiave attorno al quale interpretare le strutture e le dinamiche riproduttive dei vari raggruppamenti – “classi” di ruoli e funzioni – che compongono il modo sociale di produzione capitalistico, l’oggetto teorico cruciale dell’elaborazione di Marx.

Ritieni ancora essenziale il concetto di modo di produzione per l’interpretazione della società odierna?

Certamente. Il modo di produzione non consiste però in un semplice modo tecnico-organizzativo di produrre i beni, come lo si interpreta normalmente in ambito sindacale. Per Marx significava una (storicamente) specifica forma di appropriazione/trasformazione della natura per i bisogni della vita degli uomini in società. Si tratta, cioè, di una appropriazione che si svolge solo in presenza di particolari strutture di rapporti sociali, nel cui ambito vengono soddisfatti i bisogni umani e generato quel plusprodotto di cui si appropriano, in tutte le società storicamente conosciute, date classi sociali dominanti.

Che intendi per plusprodotto?

Il plusprodotto (nel capitalismo, plusvalore) è definibile come quel di più che, in determinate condizioni storico-sociali di “sopravvivenza”, viene generato in eccesso rispetto alla riproduzione di un certo standard materiale relativo alla vita sociale di quell’epoca. Il plusprodotto, creato dal lavoro dei dominati, è la base materiale del conflitto intradominanti. In tutte le società precapitalistiche, esso veniva appropriato dai dominanti all’esterno della sfera economico-produttiva, e cioè nelle sfere – cosiddette “sovrastrutturali” – del potere politico e culturale. Qui i dominanti conducevano i loro conflitti, prendendo ogni decisione in merito a tutto ciò che concerneva le direzioni d’uso del plusprodotto. Nella società capitalistica, invece, il plusprodotto – nella sua forma di valore, che è la forma generale in cui si presentano i beni prodotti quali merci – viene prelevato dentro i processi produttivi.

Quali elementi conformano il modo di produzione capitalistico?

Le forze produttive e i rapporti sociali di produzione. Tra essi sussiste intreccio, per molti versi reciproco condizionamento, ma anche autonomia, che esige perciò un’indagine distinta. Ogni produzione/appropriazione deve avvalersi di determinate forze produttive: la capacità lavorativa umana, in particolare quella intellettiva e creativa, che orienta la ricerca di nuovi materiali e di nuovi strumenti, ed i mezzi di produzione (strumenti, materie prime, fonti di energia, eccetera). Il nucleo centrale del concetto di modo di produzione è costituito comunque dai rapporti sociali di produzione che intercorrono tra uomini nel corso di detta produzione/appropriazione. Rapporti che hanno forme peculiari, differenti da epoca ad epoca, da modo di produzione a modo di produzione.

Rapporti comunque conflittuali.

Sicuramente. Nel capitalismo, la competizione riguarda soprattutto gli agenti strategico-imprenditoriali della sfera economica-produttiva. Tale conflittualità è decisiva per la riproduzione, pur anarchica e disordinata, dei rapporti di questa “storicamente determinata” forma di società, e contribuisce alla forte crescita delle forze produttive: sia quantitativa che qualitativa, in termini di innovazioni di processo (marxisticamente parlando, i metodi del plusvalore relativo) ma soprattutto di prodotto, cioè scoperta di nuovi settori produttivi trainanti. Proprio la forte crescita delle forze produttive caratterizza l’attuale forma di società rispetto a quelle precedenti. A dispetto del marxismo, la disorganizzazione della produzione non implica quindi crolli o permanente putrescenza del capitalismo, bensì provoca congiunture di crisi. In sintesi: la lotta decisiva nel capitalismo non è quella condotta tra chi produce il plusprodotto (plusvalore) e chi se ne impossessa (“Proletariato” e “Borghesia”), bensì quella tra le varie frazioni dei dominanti che lo utilizzano nel loro reciproco conflitto, per la predominanza sociale complessiva.

A quali frazioni di classe dominante ti riferisci? Agli agenti strategico-imprenditoriali?

Non solo a loro. Io preferisco parlare di blocco dominante, costituito non solo dalle classi dominanti “economiche”, ma anche da quelle “politico-militari” e “ideologico-culturali”. La visione degli agenti strategico-imprenditoriali, tesi alla conquista della massima potenza economica – cioè delle quote di mercato, del controllo finanziario e delle direzioni e aree di investimento dei capitali – è spesso abbastanza limitata. La stessa conquista della massima potenza economica non può essere conseguita se la si isola dal dominio complessivo nella società. Gli agenti dominanti strategico-imprenditoriali sono dunque sempre coadiuvati, pur con periodi di reciproca tensione e differenza di strategie, da quelli di tipo politico – con le appendici militari, specializzate nell’uso più diretto e immediato della forza – ma anche da quelli ideologico-culturali. Gli agenti “politici”, proprio per il “luogo” (sociale) in cui si trovano ad agire, possiedono in molti casi una più ampia visione in merito alle strategie di dominio complessivo.

Quale funzione assegni allora alla sfera economica?

La sfera economico-produttiva è quella in cui si genera, attraverso la vendita delle merci prodotte da unità produttive in competizione, l’alimento primario, il mezzo fondamentale per il conflitto tra raggruppamenti sociali (in linguaggio marxiano, la riproduzione dei rapporti sociali): il denaro, nelle sue varie figure monetarie e finanziarie. Per procurarselo, bisogna approntare e vendere merci. Tale denaro rappresenta la realizzazione di quel plusvalore, “prodotto” all’interno dell’impresa, senza cui i dominanti non potrebbero combattere fra loro per la supremazia sociale e territoriale. Realizzazione che avviene esclusivamente per il tramite del conflitto tra imprese.
Qui sta l’importanza degli agenti strategico-imprenditoriali. Di tali gruppi strategici non si può dire quel che disse Marx dei capitalisti (dirigenti in quanto proprietari dei mezzi produttivi), e cioè che contribuiscono alla creazione di ciò (plusprodotto in forma di valore) di cui poi si appropriano. Chi semmai contribuisce a questa creazione è il management “tecnico”, la “direzione tecnica”, che svolge funzioni interne all’impresa ed agisce in base alla razionalità strumentale, prevalentemente calcolante, del “massimo profitto” (del massimo ricavo o del minimo costo).

Gli agenti strategico-imprenditoriali si caratterizzerebbero invece per un’altra razionalità.

La funzione degli agenti strategico-imprenditoriali – che siano proprietari, manager, ecc. – è rivolta all’esterno dell’unità produttiva/impresa (da analizzare come unità del prelievo del plusvalore in competizione con le altre). La loro razionalità si manifesta spesso come astuzia, raggiro, inganno, corruzione; in ogni caso come flessibilità tattico-strategica, la cui forma apparente è la contrattazione e la mediazione. Mai però per comporre il conflitto, bensì per collocarsi in una posizione di vantaggio – o di riduzione di uno svantaggio – da cui ripartire in futuro per nuovi conflitti. Non esiste riproduzione capitalistica (dei rapporti, non di mere quantità prodotte) senza la centralità, nella società, della funzione di detti agenti. Se quest’ultima viene messa in discussione, si entra in una situazione di crisi proprio perché diviene più difficoltosa la realizzazione del plusvalore, processo decisivo per le classi che intendano assumere la preminenza nella società. Verrebbe nel contempo ostacolata l’azione delle direzioni tecniche tesa, all’interno stesso dell’impresa e delle varie divisioni produttive di cui questa consta, alla formazione del plusprodotto-plusvalore da prelevare e successivamente da realizzare nel mercato.

Quale classe, all’interno del blocco dominante, assume la supremazia?

Non credo sia concettualmente individuabile uno strato realmente dominante. Ho l’impressione che non sia possibile una effettiva teoria generale al proposito. In tale insieme di gruppi dominanti, a seconda delle congiunture, può prevalere ora una tipologia di agenti strategici, ora un’altra. Questo è un problema di verifica empirico-storica, non di mera definizione teorica. Tuttavia, è possibile indicare la probabilità della prevalenza ora dell’una ora dell’altra tipologia di agenti strategici in differenti congiunture storico-strutturali della formazione sociale capitalistica. Da questo punto di vista, è però necessaria una più ampia visione della competizione intercapitalistica, cioè intradominanti, che consideri insieme, pur distinguendo e articolando le rispettive funzioni, i tre strati di agenti dominanti: economico-imprenditoriali, politico-militari, ideologico-culturali. Va superata la considerazione secondo cui i dominanti sono sempre gli agenti della sfera economica-produttiva e finanziaria. L’idea che il potere economico sia in ogni occasione del tutto preminente, che “gli industriali” comandino e i gruppi politici, spesso racchiusi nella sintetica dizione di Stato, eseguano, è banale e superficiale, sebbene possa essere realistica in determinate congiunture storiche, come l’attuale in Italia, ed in certi paesi con una determinata struttura degli apparati e dei blocchi di potere.

Assodati i limiti del marxismo tradizionale per la comprensione della società odierna, ritieni ci sia comunque qualche strumento interpretativo da salvare?

Del marxismo tradizionale resta l’importanza del concetto di prelievo del plusvalore – e dei metodi dello stesso (plusvalore assoluto e relativo) – ai fini del conflitto tra classi, gruppi, eccetera. La teoria del valore-lavoro conserva una sua validità. A condizione che la si intenda correttamente come uno strumento al servizio dell’articolazione del concetto di modo (sociale) di produzione capitalistico e della riproduzione dei suoi rapporti cruciali. Uno strumento analitico che dimostra come, ad ogni ciclo produttivo, da una parte esca il capitalista arricchito del plusvalore, e dall’altra il lavoratore salariato, manuale e intellettuale. Il quale può vedere accresciuta, in date congiunture, la sua remunerazione e dunque il suo tenore di vita, ma resta comunque un venditore di forza lavorativa. La differenza tra il valore (lavoro) delle merci prodotte dai lavoratori, ed il valore delle merci necessarie alla riproduzione della vita di questi ultimi (in sostanza, il salario loro elargito), costituisce appunto il plusprodotto/plusvalore. Il marxismo, pur quello economicistico, ha messo in luce questa differenza, che costituisce la fonte del profitto – da realizzare poi nella conflittualità intercapitalistica – degli agenti strategico-imprenditoriali. Questo è un merito…

Però…

…non giustifica l’idea di due soggetti antagonistici, borghesia e proletariato, ben delineati e sostanzialmente compatti, la cui lotta sarebbe quella che massimamente caratterizzerebbe la dinamica capitalistica. Non esiste il Capitale, ma i tanti capitali in conflitto reciproco: il loro è il conflitto che apre possibilità (non necessità) di trasformazioni sociali, mentre quello che si svolge tra capitale e lavoro è generalmente di tipo redistributivo nell’ambito del modo capitalistico di produrre (e di riprodurre i rapporti sociali decisivi di quest’ultimo). È inoltre valido a mio avviso il concetto di estrazione del plusvalore; da ciò non consegue però che la classe operaia sia il soggetto rivoluzionario per eccellenza. La storia del novecento ha anzi mostrato che spesso la contraddizione principale non è stata quella tra Capitale e Lavoro, bensì quella tra imperialismo e masse popolari. E’ però necessario, in ogni caso, intendere quest’ultimo quale fase (non certo ultima o suprema) del capitalismo. E’ necessario analizzare la struttura sociale del capitalismo odierno, l’interrelazione conflittuale tra le sue varie “sezioni” geografico-sociali, l’attuale “piramide” imperialistica (non mai ultraimperialistica!), onde non cadere nella genericità della contrapposizione all’imperialismo come si trattasse di una mera politica di certi strati sociali e di certe frazioni di agenti strategici. Tanto meno è accettabile che si sia semplicemente antimperialisti in quanto antistatunitensi. Spero di non mai sentire dagli antimperialisti (ma solo perché anticapitalisti!), sia pure in un gergo aggiornato – e quindi meno facilmente comprensibile – qualche sparata analoga a quella degli anni trenta contro le “plutocrazie demo-giudaico-massoni”, ecc.

In conclusione?

In conclusione: più che cercare di individuare un improbabile soggetto portatore della rivoluzione, propongo di ragionare in termini di dominanti e dominati. È un preciso passo indietro, verso una sobria genericità, per sgombrare il campo dalle fasulle aspettative di una rivoluzione globale che rappresenterebbe una sorta di fine della storia. Anche l’eventuale futura forma di società sarà, con tutta probabilità, caratterizzata dalle lotte di classi, di gruppi o frazioni delle stesse, eccetera. Questa presa d’atto mi sembra comunque più incoraggiante di tanta mal riposta fede nel comunismo. Il “socialismo reale” è definitivamente crollato e, salvo che dai ciechi, non può essere rimpianto da nessuno come alternativa credibile al modo di produzione capitalistico. Bisogna abbandonare certi “vecchi lidi”. Teoricamente, occorrono nuove “mosse”. Io ne ho compiuta una: porre al centro della rete concettuale il conflitto di strategia tra agenti dominanti di tipologie diverse (non semplicemente quelli attivi nella sfera produttivo-finanziaria). Si tratta però solo di un inizio.

Между Россией и США

RUSSIAN PRESIDENT VLADIMIR PUTIN VISITS CHINA

Основным геополитическим противником Соединенных Штатов Америки, безусловно, является Российская Федерация. Не Китай, как продолжают настаивать многие аналитики, которые вводят в заблуждение своим экономическим взглядом на мировые процессы (они такие же, как в 1980-х годах, когда опираясь только на эконометрические данные они объявили о новом японском веке), и не другие развивающиеся страны, которые в последнее время замедлили свой ход, не только финансовый, но и политико-дипломатически-военный (Бразилия, Индия, Южная Африка и т. д.).
То, что истинную тревогу в Вашингтоне вызывает Москва можно увидеть по тому, как Белый дом, независимо от офиса президента, относится к евразийскому гиганту. Россия — средняя региональная держава, обладающая сверхдержавной памятью, которую Вашингтон все еще может легко ограничивать посредством «гибридных» средств. Однако в перспективе соглашение между Россией и вЕропейскими державами (Германия в первую очередь, а также Франция и Италия) представят прямой вызов западной гегемонии, который создаст много других проблем в США. Предотвратить эту возможность — это фиксированная идея американской стратегии. Из этого следует, что в решающем театре, в котором судьба всего мира будет играть в зарождающейся многополярной эре, станет Старый Континент, в настоящее время управляемый реакционными силами из-за океана, которые в попытке остановить Историю потребляют жизни целых народов и наций.
Россия должна будет сделать все, чтобы выбраться из изоляции, в которую ее пытаются отнести, ей нужно будет укрепляться в одиночку, поскольку ее соседи живут в этих эпохальных судорогах, и приготовиться сформировать антимоноцентрические соглашения с европейскими государствами, которые встанут на путь геополитического ревизионизма. Это неизбежно, но судьбоносную партию в этой глобальной конкуренции предстоит еще сыграть.
Однако на данный момент мы не должны скрывать реальность. Москва подвергается проверке американскими ходами. Несмотря на то, что Россия смогла защитить свои интересы в Сирии, в Европе подверглась почти полной приостановке. Как сообщает Стратфор, что страны Балтии, Украина и бывшие члены Варшавского договора (глубоко американизированные) являются костью в горле России и ее планам по восстановлению сферы влияния, соответствующей ее потенциалу:
«Военные действия России в Крыму и на востоке Украины, в ответ на западное восстание Евромайдана в Киеве, столкнулись с рядом репрессий… Организация Североатлантического договора стоит на передовой по обязательствам и обеспечению безопасности в Польше, странах Балтии и Румынии. Соединенные Штаты и НАТО также увеличили безопасность для Украины, поскольку страна поддерживает свои военные возможности для соответствия стандартам защиты блокпоста. Между тем, Киев работал над свержением прорусских бунтовщиков на Донбассе… Брюссель и Вашингтон ввели санкции в отношении Кремля, действующие более трех лет. Киев сократил свои широкие экономические связи с Москвой, создавая экономическую блокаду на сепаратистских территориях (по инициативе ЦРУ и американских военных советников), запрещая российским финансовым институтам, таким как Сбербанк, заниматься бизнесом в Украине. Кроме того, Украина последовала примеру таких стран, как Польша, прибегая к услугам новых поставщиков с Европы, а не России, для удовлетворения своих энергетических потребностей… пограничный контроль с Украиной затруднил перевозку людей и передачу товаров в Приднестровье, другой территории, поддерживаемой Россией… Дела обстоят не лучше и по культурным фронтам… Европейский совет объявил о создании framework под названием «инструментарий для кибер-дипломатии», цель которого — объединить общие ответы… против нападений Москвы. Украина запретила крупные российские социальные сети и сайты электронной почты, а страны Балтии их заблокировали. Законодатели в Киеве приняли кодекс законов, ограничивающий использование русского языка в телевизионных и радиопередачах. Парламент Литвы одобрил такой законопроект, который ограничил использование «неевропейских» языков, а именно русского языка в телевизионном показе… Политические партии в Германии согласились противодействовать российской дезинформации, не используя автоматических ботов в своих социальных кампаниях, в стране появились анти-пропагандистские центры, а также в Дании, Эстонии, Литве и Соединенном Королевстве. На Западе зародились объединения по контролю за фактами и партнерские международные информационные центры. Например, Демократический Альянс, американская группа, организованная фондом Германа Маршалла, запустила веб-сайт 2 августа для мониторинга и анализа преступлений, связанных с дезинформацией Кремля в Twitter. Все эти усилия… затруднили для России использование информации для влияния на общественное мнение… (которое, напротив, зависит только от американцев, но для хозяев это называется демократией)…».
Разумеется, Стратфор заинтересован в распространении картины бледно-окрашенного цвета исключительно для Москвы. Конечно же, все не так, как было описано выше, но нет никаких сомнений в том, что Кремль должен на данном этапе снова играть в обороне, потому что столкнулся с лобовой атакой. Все сильно изменится с менее враждебной Европой для России, но унитарное управление — это выражение Белого Дома. Европа, возникшая в условиях кризиса идентичности, суверенитета и благополучия (особенно в периферийных и полупериферийных районах, в ее мягких средиземноморских крыльях, таких как Италия), должна смотреть на Восток, чтобы избавиться от своих проблем, сознавая, что зависимость от США является слишком тяжелым бременем для того, чтобы выдержать глобальные непредвиденные обстоятельства. США, что только не сделают, чтобы предотвратить сближение Москвы и Брюсселя. Но переход через этот ад может быть еще более конструктивным, чем оставаться под железной пяткой доминанты в (относительном) упадке, которая, чтобы сохранить свою силу оказывается готовой пойти на любые сценарии.

TRA RUSSIA E USA

Il principale avversario geopolitico degli Stati Uniti d’America è sicuramente la Federazione Russa. Non la Cina, come continuano a sostenere molti analisti sviati da una visione economicistica dei processi mondiali (sono gli stessi che negli anni ’80, basandosi su dati meramente econometrici, annunciavano il nuovo secolo giapponese), né altri Paesi cosiddetti emergenti che, recentemente, hanno rallentato molto la loro corsa, non solo finanziaria ma anche politico-diplomatico-militare (Brasile, India, Sud Africa ecc. ecc.).
Che sia Mosca la vera preoccupazione di Washington lo dimostra la manovra di accerchiamento che la Casa Bianca, indipendentemente dai Presidenti in carica, applica al gigante euroasiatico. La Russia è una media potenza regionale, con una memoria da superpotenza, che può essere ancora agevolmente limitata da Washington attraverso mezzi “ibridi”. Tuttavia, in prospettiva, un’intesa tra la prima e le potenze europee (Germania innanzitutto, ma anche Francia e Italia) rappresenta una sfida diretta all’egemonia occidentale che crea ben altre preoccupazioni negli statunitensi. Impedire che si concretizzi questa possibilità è il pensiero fisso della strategia americana. Da ciò si comprende che il teatro decisivo in cui si giocheranno le sorti del mondo, nell’incipiente epoca multipolare, sarà il Vecchio Continente, attualmente governato da forze reazionarie, legate agli egemoni d’oltreoceano, le quali, nel tentativo di fermare la Storia, stanno consumando la vita di interi popoli e nazioni.
La Russia dovrà fare di tutto per uscire dall’isolamento in cui si è tentato di relegarla, dovrà rafforzarsi solitariamente mentre i suoi vicini vivono queste convulsioni da mutamento epocale e prepararsi a stringere accordi anti-monocentrici con quegli Stati europei che, condizionati dall’evoluzione oggettiva degli eventi, si incammineranno sulla strada del revisionismo geopolitico. E’ inevitabile che accada ma non sono scontati gli esiti della partita. La grande competizione per il destino degli assetti globali è ancora tutta da giocare.
Al momento, non dobbiamo però nasconderci la realtà. Mosca è messa a dura prova dalle mosse americane. Sebbene sia riuscita, momentaneamente, a proteggere i suoi interessi in Siria, in Europa ha subito qualche battuta d’arresto di troppo. Come riporta Stratfor, Paesi Baltici, Ucraina ed ex membri del Patto di Varsavia, profondamente americanizzati, sono spine nel fianco della Russia e dei suoi progetti di ripristino di una sfera d’influenza adeguata alle sue potenzialità:
Le azioni militari e paramilitari della Russia in Crimea e nell’Ucraina orientale, in risposta alla rivolta occidentale di Euromaidan a Kiev, si sono scontrate con una serie di rappresaglie…L’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico è all’avanguardia per presenza e impegni di sicurezza in Polonia, Paesi Baltici e Romania. Gli Stati Uniti e la NATO hanno aumentato la sicurezza anche per l’Ucraina, in quanto il paese sostiene le sue capacità militari per soddisfare gli standard di difesa del blocco. Kiev, nel frattempo, ha lavorato per rovesciare i ribelli filorussi nel Donbass…. Bruxelles e Washington hanno messo sanzioni sul Cremlino, in vigore da più di tre anni. Kiev ha cominciato a tagliare i suoi vasti legami economici con Mosca, instaurando un blocco economico nei territori separatisti [su iniziativa della Cia e dei consiglieri militari americani, ndt], mentre proibisce alle istituzioni finanziarie russe, come Sberbank, di fare affari in Ucraina. Inoltre, l’Ucraina ha seguito l’esempio di Stati come la Polonia ricorrendo a nuovi fornitori in Europa per soddisfare i propri bisogni energetici anziché la Russia…i controlli al confine con l’Ucraina hanno reso difficile per le merci e le persone a passare e uscire dalla Transnistria, un altro territorio che la Russia sostiene…
Non va meglio sui fronti informatici e culturali. …Il Consiglio europeo ha annunciato un framework denominato “cassetta degli attrezzi della cyber diplomazia”, lo scopo è di unificare le risposte comuni…contro gli attacchi di Mosca. L’Ucraina ha vietato i principali social media russi e i siti di posta elettronica, mentre gli Stati baltici li hanno bloccati. I legislatori a Kiev hanno superato la legislazione che limita l’uso della lingua russa nelle trasmissioni televisive e radiofoniche. E il parlamento della Lituania ha approvato un simile disegno di legge per limitare l’uso delle lingue “non UE”, vale a dire quella russa, nella programmazione televisiva … I partiti politici in Germania hanno concordato di contrastare la disinformazione russa non usando bot automatici nelle loro campagne di social media, sono sorti nel paese centri anti-propaganda, così come in Danimarca, Estonia, Lituania e Regno Unito. Consorzi di controllo dei fatti e partenariati transfrontalieri giornalistici sono nati in tutto l’Occidente. Ad esempio, l’Alleanza per garantire la democrazia, un gruppo US ospitato presso il German Marshall Fund, ha lanciato un sito web Aug. 2 per monitorare e analizzare le offensive di disinformazione del Cremlino su Twitter. Tutti questi sforzi hanno … reso più difficile per la Russia usare la disinformazione per influenzare l’opinione pubblica…[che, invece, viene influenzata bellamente solo dagli americani, ma questa per i padroni si chiama democrazia, ndt]. …
Stratfor ha, ovviamente, tutto l’interesse a diffondere un quadro a tinte fosche esclusivamente per Mosca. Non è esattamente come nella descrizione ma è indubitabile che il Cremlino debba, in questa fase, giocare ancora sulla difensiva perché non attrezzato ad un attacco frontale alla controparte. Le cose cambierebbero tanto con una Europa meno ostile alla Russia e meno serva degli americani ma la governance unitaria è espressione della Casa Bianca. L’Europa, precipitata in una crisi d’identità, di sovranità e di benessere (soprattutto nelle sue aree periferiche e semi-periferiche e nei suoi ventri molli mediterranei come l’Italia) dovrebbe guardare ad Est per risollevarsi dai suoi guai, prendendo coscienza che la dipendenza dagli Usa è un fardello troppo pesante da sopportare in una contingenza di scollamento globale come quella in atto. Gli Usa faranno, ça va sans dire, l’inferno pur di impedire un riavvicinamento Mosca-Bruxelles. Ma passare attraverso l’inferno potrebbe essere persino più costruttivo (per le proprie aspirazioni di potenza) che restare sotto il tallone di ferro di un dominante in (relativo) declino, il quale, per mantenere il potere, si mostra disposto a passare sul cadavere di tutti e sulle macerie di molte scenari.

5 STELLE E STRISCE

logo M5S_q

 

Il M5S ha scelto gli Stati Uniti. Il viaggio di Di Maio a Washington, per l’accreditamento con la superpotenza, non lascia adito a dubbi. Più perniciosi degli incontri al Dipartimento di Stato sono state però le dichiarazioni del candidato Premier di Grillo e quelle del responsabile del programma di politica estera dei pentastelluti, Manlio di Stefano. Entrambi hanno affermato che per l’Italia gli Usa sono il primo partner strategico e che la Penisola non intende mettere in discussione né la sua adesione alla Nato né gli accordi di permanenza delle basi americane sul suolo nazionale. Di Stefano si è micragnosamente aggrappato ai contratti sottoscritti dalle parti per giustificare la sua posizione. Un modo davvero vile di abdicare alle proprie responsabilità, in una fase in cui i rapporti di forza mondiali sono in forte rivisitazione per l’emergere di concorrenti degli Usa. Insomma, una resa incondizionata allo straniero, che occupa il Belpaese dalla fine della II guerra mondiale. Pacta sunt servanda ma se non c’è rispetto delle esigenze di tutti i contraenti è più che legittimo far decadere i patti. E’ tutta qui la forza riformatrice del partito di Grillo? Quella del duo Di Maio-Di Stefano è una visione davvero grama della geopolitica mondiale che definire conservatrice è persino poco. Si tratta di un approccio reazionario ai problemi globali mentre si appresta un’epoca di grandi mutamenti che rimette in discussione i vecchi equilibri planetari, quasi ovunque ma, evidentemente , non in Italia. Davvero strano che un partito come quello di Grillo, che pretende a piè sospinto rivoluzionare tutti i campi dell’esistenza umana (prendendo molte cantonate antiscientifiche) e della cultura nostrana, si dimostri così attaccato all’esistente sui temi cruciali della politica estera. A dir la verità, tra i 5 stelle ci sono anche correnti filo-russe, come quella di Petrocelli, ma mi pare che queste siano già state messe in minoranza. Mi auguro di sbagliare. La scelta di Di Maio Premier ha però effettivamente costituito un punto di svolta nell’agenda del partito, ormai accodatosi alla causa americana. Tuttavia, il multipolarismo costituisce il vero banco di prova del processo storico che stiamo vivendo e dobbiamo giudicare le varie compagini politiche soprattutto su questo argomento. Chi ostacola la Storia su questa prospettiva è sicuramente un nemico dell’Italia futura. Ciò non toglie che il M5S giochi oggettivamente, in questa convulsa congiuntura, un ruolo di disturbo di piani ancora più ferali, quelli dell’alleanza Renzi-Berlusconi, che rappresenta il peggio che ci potesse capitare, in quanto v’è certezza che l’obiettivo di quest’ultima sia esclusivamente di costituire un partito della nazione disponibile a servire qualsiasi gruppo sarà al comando negli Usa, anche a costo di distruggere l’Italia.

RAZIONALITA’ STRATEGICA E RAZIONALITÀ STRUMENTALE di G. La Grassa

gianfranco

 

1. Non intendo qui diffondermi troppo sui due tipi di razionalità (e di funzioni); su entrambe sono state scritte infinite pagine e considerazioni. Mi interessa semmai chiarire alcune differenze e distinzioni. Innanzitutto, la metis – l’astuzia, il raggiro, l’inganno, ecc. (“il cavallo di Troia”) – fa parte dell’arte strategica, ne può in certi casi costituire l’aspetto principale, ma non fa conseguire, in ultima analisi, una vera supremazia, non consente di prevalere se non in casi assai particolari e magari in presenza di una discreta dose di ingenuità dell’avversario. Nemmeno credo si possa identificare la funzione strategica con la mera volontà di potenza, comunque quest’ultima possa essere intesa.
La strategia non è solo “arte”, non è solo carattere vitalistico e prorompente di una “personalità” – anche collettiva, in senso allora assai lato – portata a prevalere e a subordinare le altre, quelle “nemiche”. La strategia esige un elemento intuitivo (almeno all’apparenza), il cosiddetto colpo d’occhio, ma deve strettamente intrecciarsi con una precisa valutazione della situazione sul campo: risorse a disposizione, articolazione e movimento delle forze in campo, attenta mappatura e studio di quest’ultimo; con rapida presa in esame di ogni mutamento della situazione stessa e delle risposte da dare ai cambiamenti.
D’altra parte, la valutazione della situazione sul campo non è eseguita in base alla semplice razionalità strumentale, quella del minimo mezzo o del massimo risultato; quest’ultima attiene principalmente all’ambito economico in senso stretto, pur se poi è stata ampliata ai vari aspetti della vita personale e collettiva (sociale). Sia per quanto concerne la sua applicazione in campo economico sia per il suo generalizzarsi ad altri settori di attività, detta razionalità si è affermata essenzialmente in epoca capitalistica. Nella stessa conduzione delle attività produttive, agricole e artigianali, in formazioni precapitalistiche, essa non veniva affatto in evidenza; i saperi produttivi, frutto di una lunghissima e in genere lenta accumulazione storico-culturale, non avevano molto a che vedere con una mentalità semplicemente strumentale, che sarebbe anzi stata una vera “palla di piombo ai piedi” per artigiani e contadini delle società precapitalistiche, e avrebbe condotto alla disgregazione delle stesse per l’impossibilità di conciliare la struttura produttiva con quella del potere (che è poi quanto in definitiva accaduto durante la lunga transizione dal feudalesimo al capitalismo). In ogni caso, anche nella formazione sociale del capitale la posizione di preminenza attribuita alla razionalità strumentale ha carattere largamente ideologico. Certamente essa è creazione del capitalismo, e in quest’ultimo viene largamente utilizzata nei vari ambiti dell’attività sociale, ma non assurge affatto alla posizione di vertice nell’agire delle “classi” dominanti nemmeno in questa forma di società.
E’ stato un errore dello stesso marxismo – tutto centrato sul problema dell’ottenimento del massimo profitto (e quindi della massima estrazione del pluslavoro/plusvalore) da parte del capitalista, visto come essenzialmente proprietario e non invece quale agente di strategie – pensare che la razionalità strumentale (quella della cosiddetta efficienza) sia non solo acquisizione fondamentale del “modo di produzione” capitalistico, ma sorregga l’insieme dei rapporti caratteristici della società da questo strutturata e ne alimenti la dinamica decisiva; e rappresenti addirittura una conquista della Ragione che, sciolta dall’esigenza (del puro proprietario) di conseguire il massimo utile individuale, sarebbe cruciale anche nella futura società comunista onde sviluppare le forze produttive e conseguire quella massa di beni, cui potrebbe attingere ogni membro della società “secondo i suoi bisogni”.

2. L’analisi della situazione sul campo – configurazione di quest’ultimo, forze in campo, ecc. – e le risposte ai mutamenti della stessa non si basano quindi sul mero principio del minimo mezzo o del massimo risultato; nel contempo, esse non consistono certo esclusivamente nel colpo d’occhio, nell’intuizione dell’agente strategico. Quest’ultima ha un che dell’arte, ma l’analisi e le risposte di cui si parla sono più vicine allo spirito dell’osservazione scientifica. Infine, nella preliminare individuazione delle tecniche e delle metodiche da impiegare per far fronte ai problemi osservati e analizzati, inizia a farsi avanti la razionalità della “efficienza economica”, quella del minimo mezzo, insomma quella detta strumentale. Quest’ultima ha dunque un ruolo subordinato, non è funzione esplicata dagli agenti “dominanti” (sto parlando delle differenti funzioni, non degli individui empirici che le supportano e che possono esercitarne contemporaneamente più d’una). Per il dominio, cioè per conquistare la supremazia attraverso la lotta, occorre l’analisi – assimilabile all’osservazione scientifica – e l’“artistico” colpo d’occhio sull’insieme e le sue intrinseche, ma non manifeste, potenzialità dinamiche (forza e direzione dei possibili eventi da provocare o impedire o deviare, ecc.) che debbono essere volte al successo della propria lotta tesa a prevalere.
Per ottenere la “vittoria in battaglia” sono perciò necessarie soprattutto le funzioni del “comandante in capo” (che, ovviamente, non è obbligatoriamente un solo individuo), capace di cogliere quello specifico potenziale insito nell’insieme, e le funzioni dello “Stato Maggiore” atte a svolgere i compiti relativi alla lucida e “scientifica” analisi del campo e delle forze in campo, con tutto ciò che segue. Il potenziale dell’insieme è la ben nota singolarità, che non è soggetta a generalizzazioni; pur se le varie “battaglie” svoltesi in passato, e le innumerevoli mosse strategiche in esse impiegate, sono sempre sottoposte a studio e a vaglio accurato in previsione di quelle future. L’analisi e valutazione del campo e delle forze in campo sono invece soggette a queste generalizzazioni (di tipo scientifico, per l’appunto), ma non debbono pesare sulle decisioni da prendere in future “battaglie” secondo una loro scolastica e pedantesca ripetizione, che condurrebbe quasi sempre a “sconfitta”. Ancor meno debbono pesare, sulle decisioni strategiche cruciali prese nella lotta per la supremazia, le tecniche e metodiche secondo cui vengono in essa impiegate “efficientemente” determinate risorse; tecniche e metodiche che, come sopra rilevato, attengono ai compiti delle funzioni strumentali, quelle del minimo mezzo o massimo risultato.

3. L’aver posto tali funzioni (rette dalla razionalità strumentale) come essenziali e pervasive dell’intera attività dei dominanti capitalistici (trattati quali meri proprietari dei mezzi produttivi e finanziari) – e averne addirittura fatto una conquista generale del pensiero umano per ogni futuro sviluppo e trasformazione della società, addirittura in direzione del presunto comunismo – ha veramente ottuso le capacità critiche degli anticapitalisti. Quella che è soltanto ideologia – con la solita funzione di mascheramento delle fonti effettive del predominio degli agenti capitalistici, che non sono affatto semplici proprietari – è passata per una conquista fondamentale del pensiero razionale; una conquista, come altre del capitalismo, da mantenere e sviluppare poiché se ne supponeva l’indispensabilità anche ai fini della transizione al socialismo e poi comunismo.
Se, come ho chiarito più volte negli ultimi anni, fosse stata valida l’ipotesi di Marx relativa alla formazione, per dinamica intrinseca al modo di produzione capitalistico, del lavoratore collettivo cooperativo, in cui tutte le diverse funzioni (intellettuali e manuali, direttive ed esecutive) si sarebbero integrate in un unitario e compatto tessuto produttivo, allora la sussistenza di tale mascheramento ideologico non avrebbe alla fine nuociuto più che tanto. Il movimento reale – non l’opera di costruzione del socialismo da parte di presunte avanguardie della Classe (per antonomasia) – avrebbe condotto all’esaurirsi delle funzioni produttive dei proprietari capitalistici, trasformati in rentier, e all’affievolirsi dello spirito di competizione per la supremazia di dati gruppi sociali su altri. A questo punto, la razionalità del minimo mezzo sarebbe in effetti divenuta quella prevalentemente applicata nelle attività sociali (non della sola sfera economica) in quanto dirette soprattutto allo “sfruttamento” del “fondo naturale” per ottenere di che soddisfare i bisogni degli individui stretti in una società coordinata e di cooperazione, senza conflitti antagonistici né sfruttamento degli uomini su altri uomini.
Poiché la dinamica capitalistica, intrinseca o meno che sia, non conduce affatto in simili direzioni virtuose, è ovvio che le conclusioni da trarre sono totalmente differenti. La razionalità strumentale diventa un semplice mezzo per procurarsi, nel migliore (più efficiente) modo possibile, le risorse necessarie all’espletamento delle funzioni legate alla lotta per la supremazia, e che sono quelle appena sopra illustrate. La formazione sociale si frammenta, si segmenta e si stratifica sempre più complessamente, le minoranze predominano sulle maggioranze, ma attraverso lo scontro tra i vari gruppi di agenti di cui sono composte, gruppi che applicano strategie di lotta ai fini della prevalenza di alcuni su altri. Non si va minimamente formando alcun vertice ristretto e sempre più unitario di sfruttatori. La lotta tra gruppi conosce varie “periodicità” – da me adombrate con i termini di monocentrismo e policentrismo – che sono fasi (epoche) diverse in riferimento sia a quella da me indicata quale formazione sociale in generale sia alla formazione globale, costituita da una mutevole articolazione di tante formazioni particolari fra loro in conflitto, con i connessi fenomeni comportanti lo sviluppo ineguale dei vari gruppi capitalistici, in sede “nazionale” come “internazionale”.
In una società per null’affatto interessata da un movimento interno di omogeneizzazione e compattamento “armonico”, bensì da processi di frammentazione crescente e di – più o meno acuta a seconda di un periodico “pulsare” per epoche o fasi dell’evoluzione capitalistica – interazione contraddittoria e conflittuale tra i suoi vari comparti (o raggruppamenti, dominanti e non), le funzioni strumentali, attinenti al conseguimento del massimo risultato, scadono a semplice mezzo per procurarsi, con la massima “economicità”, le risorse necessarie all’esercizio delle funzioni strategiche, compito precipuo degli agenti dominanti in reciproca lotta per gruppi (per “bande”) ai fini della supremazia. A questo punto, sono gli “Stati Maggiori” con i loro “Comandanti in capo” a rappresentare quella “classe capitalistica”, che il marxismo pensava fosse invece costituita da semplici proprietari. Questi avrebbero esercitato una funzione produttiva propulsiva nel capitalismo concorrenziale – poiché il conflitto era visto dai marxisti come un fatto prevalentemente economico, un fenomeno in ultima analisi orientato dalla finalità del massimo prelievo di plusvalore in quanto profitto dell’impresa capitalistica – mentre sarebbero divenuti parassiti e “similsignori” nel capitalismo monopolistico strutturato in grandi società per azioni. Si sarebbe trattato certamente di “signori” differenti da quelli feudali o protocapitalistici per il tipo di rendita percepita: non più dalla terra, non più dal semplice prestito in denaro, ma prevalentemente dalla proprietà azionaria, dalla “attività” di “staccare cedole”.
Nella società capitalistica realmente affermatasi, strutturata in gruppi sempre più numerosi e in crescente disarticolazione, con “successiva” (in senso logico) ri-connessione interattiva tramite forme varie di conflitto di periodicamente differente intensità e acutezza, i dominanti sono gli agenti strategici (del “colpo d’occhio d’insieme” e dell’analisi del campo e delle forze in campo) che rendono la società capitalistica un terreno di battaglia, in cui tutti, ai più vari livelli della scala sociale, sono coinvolti; anche se gli strati sociali bassi sono quasi sempre truppe al seguito degli “Stati Maggiori”, ecc. Solo raramente, in particolari frangenti storici (congiunture), le truppe – “incontrando” dati gruppi di dirigenti e di capi – sono in grado di nuocere agli agenti dominanti in una certa fase di acuto scontro tra questi ultimi; ma non è affatto deciso ineluttabilmente, come il novecento ha ampiamente dimostrato, quale sia l’effettivo sbocco degli eventi “rivoluzionari”. Sia l’ideologia dei dominanti (agenti capitalistici), sia quella degli un tempo oppositori e intenzionati a trascinare le “truppe” (le masse popolari) contro il loro potere, hanno provocato un totale annebbiamento della strutturazione della formazione capitalistica: sia di quella in generale sia di quella globale con le sue articolazioni particolari.

4. E’ ormai indispensabile uscire – puntando intanto su di essa il riflettore del pensiero critico – da questa ideologia della razionalità strumentale in quanto elemento fondante e carattere decisivo della struttura capitalistica e dunque del movimento dei suoi rapporti di dominazione/subordinazione; un elemento che sarebbe negativo se utilizzato dai proprietari (dei mezzi produttivi) per sfruttare il lavoro (estorsione del massimo pluslavoro/plusvalore), ma che la “rivoluzione comunista” avrebbe potuto rovesciare in positivo, “estraendone il nocciolo razionale”, eliminando la proprietà privata e affidando il coordinamento cooperativo della produzione alla classe lavoratrice (cioè alle sue pretese “avanguardie”).
Deve essere contrastato questo ottundimento del pensiero, che ha condotto a pratiche inizialmente anche “eroiche” e che hanno rappresentato il famoso “assalto al Cielo”, ma che poi si sono, loro, rovesciate in aberrante dominazione di masse “abbrutite” da parte di capi degenerati in perpetua lotta (assassina) fra loro. Un comunismo, incapace di uscire dalla ideologia “annebbiante” fin qui illustrata, ha avuto un suo grande periodo in cui è sembrato essere il movimento di emancipazione dei diseredati contro i bestiali sfruttatori capitalisti (e colonialisti e imperialisti), ma ha poi abdicato completamente ai suoi ideali originari per divenire il peggiore e più devastante dei movimenti politici esistenti nell’ambito del capitalismo. Basta dunque con il comunismo in tutte le salse lo si voglia cucinare; e basta con il marxismo che ha toccato l’apice di quanto poteva farci conoscere per poi decadere a “dottrina religiosa” del tutto ottenebrante; una “religione” che non è nemmeno più l’oppio dei popoli, ma solo di piccole sette di inutili cultori del nulla teorico e politico.
Tuttavia, la reazione a questo annebbiamento ideologico non deve portare a rivalutare le sconfortanti banalità dell’ideologia conservatrice neoliberista o delle sue versioni “riformiste” neokeynesiane. Dalla padella nella brace; peggio la toppa dello strappo! Questa è l’alternativa che ci offre un ceto intellettuale fra i più fatui e sciocchi annoverati nella storia dell’Umanità; un vero campionario di “idioti con alto quoziente di intelligenza”, come recitava un “salmo” del movimento sessantottardo, che volentieri sostituirei con la più incisiva battuta di quel genio che fu Ettore Petrolini: “idioti con lampi di imbecillità”.
Ogni inizio è senza dubbio difficile. E’ tuttavia necessario che soprattutto i più giovani, e liberi di mente, non ottenebrati da quel cumulo di fanfaluche ammassate dagli intellettuali soprattutto negli ultimi trenta-quarant’anni, si mettano in moto al più presto; e prendano a calci chiunque parli di liberismo, di keynesismo, di marxismo; chiunque ancora si riempia la bocca di quelle ormai sconce parole – sia chiaro: di ben altro significato ed elevatezza molto tempo addietro – che sono democrazia liberale, socialismo, comunismo, con tutte le loro infinite variazioni.

5. Cominciamo con il riportare al centro della questione, cioè dell’organizzazione dell’attuale società nella sua globalità (mondialità), il principio della preminenza delle funzioni strategiche che sottomettono, piegano ai loro fini, quelle strumentali, quelle del minimo mezzo o massimo risultato. In questo contesto, non mi sembra di alcun interesse lanciarsi in disquisizioni filosofiche o simili chiedendosi se lo spirito di competizione – teso però alla preminenza tramite prepotenza, sopraffazione, asservimento (e anche inganno e raggiro) esercitati dagli uni sugli altri – sia connaturato o meno all’essere umano. La millenaria storia dell’Umanità non induce certo all’ottimismo in proposito, ma tenuto conto degli orizzonti temporali su cui siamo in grado di allargare la nostra “vista” (teorica), compiendo analisi e sviluppando argomentazioni dotate di un minimo di realismo e credibilità, è assolutamente inutile arrovellarsi sulla “natura” umana, sulle “costanti antropologiche”, e via dicendo. Credo che discussioni del genere abbiano senso, così come ha senso dibattere sulla religione, sull’esistenza o meno di un Essere chiamato Dio e su molti altri problemi dello stesso ordine che, se hanno da sempre spinto grandi intelletti a profondervi le migliori energie, non sono evidentemente destituite di significato come spesso pensano coloro che hanno cervelli simili a computer, e sistemi nervosi solo dediti alle più elementari sensazioni animalesche.
Tuttavia, per una analisi che in qualche modo si richiami alla scienza della struttura e dinamica della società nell’attuale epoca storica – un’analisi che voglia porre le basi di prese di posizione pratico-politiche in essa, pur se magari ancora assai generali e non indirizzate alla soluzione di problemi “puntuali” – non è gran che rilevante decidere se le tendenze al conflitto per la preminenza, tramite sconfitta e subordinazione dell’avversario, fanno parte dell’intima costituzione dell’essere umano oppure se vi sono speranze circa l’avvento, in un futuro imprecisato, di una società fondata su rapporti interindividuali, al limite ancora competitivi, non però caratterizzati dalla prevaricazione, dalla menzogna e subornazione, ecc. Penso che chi non accetta la società così com’è adesso, diciamo pure quella capitalistica (perché abbiamo in definitiva a che fare con strutture sociali di questo tipo), debba mantenere un atteggiamento di contrasto e di critica radicale dello spirito conflittuale, basato sulla prepotenza e ricerca del predominio, che in detta società si dispiega pienamente in tutte le sue sfere (economica, politica, ideologico-culturale); non ci si deve però porre nella situazione del “profeta disarmato”.
E’ ora di farla finita con la favoletta della non violenza gandhiana, che sarebbe il miglior modo di vincere le proprie battaglie e di porre le basi per una organizzazione sociale di pace e armonia. A parte le falsità storiche raccontate dall’agiografia di Gandhi, che non era poi così pacifico come si vuol far credere (ai gonzi), la sua vittoria è nata dalla reale sconfitta subita dall’Inghilterra nella seconda guerra mondiale. Apparentemente tale paese faceva parte delle potenze vincitrici, ma in realtà uscì dalla guerra nettamente ridimensionato, avendo definitivamente perso il suo ruolo di grande potenza capitalistica e imperialistica (coloniale). Non poteva in nessun caso mantenere l’India nella situazione precedente la guerra, così come dovette rinunciare alle sue altre sfere di influenza asiatiche e africane. Non parliamo del “pacifismo” attuale dell’India, dotatasi dell’arma atomica, in ricorrente conflitto con il Pakistan, con alcuni (molti) suoi governi locali che reprimono moti popolari tipici di un paese lanciatosi nello sviluppo ad alti ritmi, con le sue “naturali” conseguenze fortemente squilibranti in termini sociali.
Oggi, c’è solo da decidere se è relativamente prossima (qualche decennio) una nuova epoca policentrica, con il rinnovarsi dei conflitti per la supremazia tra le diverse formazioni particolari componenti quella globale; oppure se permarrà ancora a lungo una sostanziale preminenza, sempre più deficitaria comunque, degli USA mentre altri paesi (Russia, Cina, India, Giappone, ecc.) non riusciranno ad andare oltre un conflitto tra potenze di carattere “regionale” (degli outsiders insomma). Credo che la tendenza sia verso un autentico conflitto policentrico, preceduto comunque da un periodo, probabilmente di alcuni decenni, in cui si assisterà al rafforzamento delle potenze “regionali”. E tenendo sempre in debito conto il problema dello sviluppo ineguale, per cui si verificheranno durante tale periodo delle “sorprese”: qualche formazione particolare (paese), oggi in ascesa, si arresterà e “deluderà” le aspettative, mentre magari ne verrà fuori alla distanza qualche altra.
Non si deve comunque contare – per tutto il periodo lungo il quale si sarà in grado di formulare qualche previsione in base al processo di gestazione di nuove categorie teoriche interpretative (ipotetiche) – sull’affievolirsi delle tendenze al conflitto e al predominio. E si deve tener presente che le tendenze in questione saranno prevalentemente guidate dai gruppi dominanti strategici di diverse formazioni capitalistiche. I conflitti più acuti si svilupperanno tra: a) la potenza (formazione particolare) centrale odierna e le potenze per il momento regionali, che non possono rinunciare (pena la decadenza dei gruppi dominanti all’interno di esse) al tentativo di contrastare il predominio della prima; b) tra le formazioni particolari o pienamente sviluppate capitalisticamente (USA in testa) o in forte ascesa quanto a sviluppo capitalistico e quelle arretrate o che hanno appena iniziato il loro sviluppo (ad es. l’Iran). In queste formazioni, ancora non pienamente maturate dal punto di vista capitalistico, i gruppi dominanti appaiono in buona parte con-fusi con la massa del popolo, un aggregato anche in tal caso non del tutto omogeneo, ma comunque nemmeno scisso in raggruppamenti ben distinti come nel capitalismo avanzato; un aggregato spesso cementato da una solida cultura comune, spesso da una forte religione. Assai meno acuti e rilevanti appaiono, al presente, i conflitti interni alle formazioni particolari capitalisticamente avanzate, dove la frammentazione sociale è assai spinta e l’interazione tra i vari comparti, in orizzontale e in verticale, non sconvolge la riproduzione capitalistica dell’insieme societario, poiché ci si limita a ridiscutere sia la divisione della “torta” (prodotto complessivo sociale) – il che implica mutamenti di condizioni di vita e di lavoro dei vari comparti in oggetto – sia le rispettive posizioni quanto a “fette di potere”, a status, a diritti e doveri, ecc.

6. Una volta fissato un quadro orientativo di larga (larghissima) massima, si deve decidere dove collocarsi nello svolgimento della propria attività teorica e pratica; ricordando che la teoria – nella misura in cui sia solo quella di carattere scientifico attinente alla “visione” della struttura e dinamica della società – è in definitiva un lato della pratica stessa. Ha certo suoi caratteri propri, esige particolari strumentazioni, ma non “sta da un’altra parte”, non risponde ad altre esigenze, quelle che definiamo, non importa se propriamente o meno, “spirituali”. In questo senso, “la teoria è grigia” e tale deve rimanere. Non è che ciò la renda impermeabile alla penetrazione, mascherata e inconsapevole, di una qualche ideologia; ma deve stare sempre in guardia contro simili influssi (pur non sapendo in anticipo da che parte arriva il pericolo), deve compiere i suoi passi con prudenza e sempre sorvegliandosi. Non punta in ogni caso ad accendere gli animi, a suscitare entusiasmi, a dare un senso alto alla propria lotta. Questi compiti spettano ad altri lati dell’agire umano.
Guai se Lenin fosse sceso nell’agone della rivoluzione russa con in mano Il Capitale o anche semplicemente il suo Che fare o il saggio sull’imperialismo; guai se avesse “predicato” la teoria del valore lavoro e insegnato che questa dà la certezza dello sfruttamento della forza lavorativa (dei dominati); guai se avesse spiegato il concetto di modo di produzione (e l’intreccio tra forze e rapporti produttivi), se si fosse messo ad elucubrare sullo sviluppo ineguale, e via dicendo. Avremmo una rivoluzione in meno e un mondo assai diverso; e chissà se in poche righe, in un qualche manuale di storia, verrebbe ricordato che in un qualche anno dell’inizio del novecento, in un qualche luogo della Russia, un pazzo furioso era stato picchiato a sangue (forse ucciso) da masse popolari mentre stava vaneggiando e pronunziando parole smozzicate, prive di senso compiuto; e aveva malamente reagito all’indifferenza degli astanti, li aveva insultati, minacciati, maledetti per la loro ignoranza.

7. A me sembra evidente che chi vive nel nostro paese debba accettare la prospettiva di sviluppare la propria attività (teorica e pratica) nell’ambito di una formazione particolare appartenente all’area del capitalismo avanzato, di quella tipologia che in altra sede ho indicato quale formazione dei funzionari (strategici) del capitale. E’ nell’ambito di questa che si dovrà “studiare” come muoversi, almeno in un primo approccio orientativo. Viene in evidenza, innanzitutto, l’impossibilità di trascurare l’humus conflittuale in cui si attua la riproduzione dei rapporti tipici della società in questione. Due errori sono da evitare. In primo luogo credere di poter contrastare immediatamente e direttamente la mentalità del conflitto per il predominio, che permea la società ad ogni livello. Non si tratta di un comportamento tenuto soltanto dagli agenti dominanti. Questi, essendo una minoranza, avrebbero già perduto ogni potere – ed è quanto pensava Marx che non immaginava affatto un capitalismo tanto durevole – se la conquista della supremazia non fosse il movente dell’agire in ogni più piccolo ambito della società. L’ideologia dei dominanti chiacchiera in continuazione della cooperazione, dell’utilità di unirsi, ecc. Ma ogni coagulazione di gruppi di individui si verifica sempre con il fine di meglio lottare contro altri gruppi; non ci si allea per spirito di fratellanza, ma perché, come dice il detto popolare: “l’unione fa la forza”. Anche dove, a parole, si celebra ad ogni istante l’amore (ad es. nella famiglia), in realtà si vivacizza sovente un confronto più o meno aspro o invece attutito dalla “giusta” valutazione delle rispettive posizioni di forza.
E’ ovvio che si cerchino tutti i marchingegni (legali) possibili per contemperare l’uso reciproco della violenza, per non andare incontro alla generale disgregazione e indebolimento, ecc. Ma si tratta del conseguimento di equilibri del tutto instabili che, qualunque sia la loro assai diversa durata, sono comunque soltanto periodiche soste tra uno squilibrio e l’altro. Non si raggiunge per via puramente formale ciò che non diventa insito nel movimento riproduttivo dei rapporti sociali. Nella società capitalistica, d’altronde, si è solo verificata l’estensione alla sfera economico-produttiva del principio del conflitto, che in altre epoche storiche vigeva soprattutto in quella politico-militare e in quella ideologico-religiosa. Certamente, questa estensione ha “involgarito” le classi dominanti; la generalizzazione della forma di merce, che significa la pervasività sociale del pagamento in denaro, ha reso tutto “comprabile”: l’onore, la dignità, il coraggio, la lealtà, ecc. Tutte queste belle qualità, però, servivano nelle precedenti epoche a stabilire regole diverse, e forse più “nobili”, di scannamento generale (o di duello individuale). Il principio del conflitto per sopraffare gli altri e assumere la predominanza non è però differente da quello degli “ultimi”….cinque o diecimila anni (o quanti? Credo da sempre).
Lo sviluppo nella “pacifica” India è del tutto simile a quello in atto nella “crudele” Cina; poiché è comunque disarmonia, squilibrio, lotta. Prima si sviluppano alcune regioni del paese e poi, sussistendo certe politiche effettuate da dati gruppi dominanti, assistiamo ad un trasmissione del dinamismo all’insieme, ma senza che si verifichi alcun livellamento delle differenze; quasi sempre, invece, in accentuazione. L’arricchimento di una parte della società – dei gruppi dominanti – è poi seguito, sempre se vengono attuate le opportune politiche, da un più “timido” innalzamento del livello di vita degli strati sociali dominati, e non in modo uniforme ed eguale neppure in quest’ambito. Il realismo impone di prendere le mosse dalle considerazioni appena fatte, non dalle menzogne, consapevoli o meno che siano, di ideologi imbonitori al servizio delle classi dominanti (sempre, anche quando sembra che difendano i dominati). Qui si pone quel problema che i vecchi “marxisti” incanalavano, con “falsa coscienza”, nella discussione sul rapporto tra riforme e rivoluzione. Ormai, tale problema non mi sembra proprio debba essere più posto nei termini di un tempo ben lontano.
I vecchi comunisti e marxisti pensavano l’attività riformistica – necessitata qualora ci si trovasse in un contesto sociale ancora fortemente dominato dalla classe capitalistica proprietaria – quale periodo di training e di accumulazione delle forze della classe in sé portatrice della rivoluzione. Le riforme, attuate nella sfera della distribuzione e del miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori (salariati), avrebbero vieppiù messo in evidenza l’impossibilità di contrastare per tale via lo sfruttamento (estrazione di pluslavoro, sia pure nella ingannevole forma del valore-lavoro delle merci, che sembra assicurare il mero scambio di equivalenti); nel contempo, tramite le lotte riformistiche si sarebbe rinsaldata l’unione della classe deputata al rivolgimento dei rapporti capitalistici, già in via di compattamento a causa del movimento intrinseco alla riproduzione sociale, teso alla già rilevata formazione del lavoratore collettivo cooperativo.
Una volta abbandonata questa scorretta e ormai inaccettabile visione della dinamica capitalistica, e appurata la crescente frammentazione (segmentazione e stratificazione) del tessuto sociale, le lotte dei vari raggruppamenti – di lavoratori o meno; e di lavoratori sia salariati che cosiddetti autonomi – restano strettamente confinate al livello distributivo della riproduzione dei rapporti sociali. I problemi della crisi, non nel suo semplice aspetto economico che è il meno dannoso e pericoloso per i dominanti capitalistici (malgrado l’enfasi posta su di essa dagli epigoni di Marx), nascono proprio dalle modalità assunte dallo sviluppo nell’ambito sia della formazione in generale che, soprattutto, di quella globale con riferimento all’articolazione di quelle particolari che la compongono. Lo sviluppo, causato dalla forte tensione dinamica impressa dalla lotta per la preminenza (estesasi nel capitalismo anche alla sfera economico-produttiva), provoca scissioni e distanziamenti tra ceti sociali e tra le diverse formazioni particolari (in genere paesi o gruppi degli stessi); diventano così molto probabili periodiche acutizzazioni delle tensioni sociali e delle lotte che da queste derivano.
Tuttavia, la situazione si aggrava nettamente quando si verifica lo sviluppo ineguale: sia tra gruppi dominanti diversi in una certa formazione particolare sia tra differenti formazioni particolari nell’ambito di quella globale. E’ l’alterazione dei rapporti di forza tra gruppi sociali, in specie tra quelli dominanti e soprattutto quando i mutamenti avvengono rapidamente in seguito a lotte estremamente acute, a provocare crisi politico-istituzionali, ideologico-culturali, ecc. che lacerano il tessuto sociale con possibilità di ristrutturazioni radicali. Le stesse considerazioni valgono per le crisi legate all’affermarsi di differenti rapporti di forza tra formazioni particolari e al precipitare di scontri accesi tra di esse per la preminenza globale. Va anche detto che spesso, e più facilmente, le crisi interne a determinate formazioni e quelle inerenti al confronto tra più formazioni in ambito (geopolitico) globale si intrecciano e alimentano vicendevolmente.
E’ bene ricordare ancora una volta che, per quanto riguarda sia la lotta tra gruppi all’interno di una data formazione particolare sia il conflitto tra più formazioni particolari, le crisi di maggiore intensità e ampiezza si manifestano quando lotta e conflitto si inaspriscono soprattutto tra dominanti. Se una certa costellazione di forze dominanti (costituita da intrecci di agenti strategici delle varie sfere sociali) fa entrare una formazione particolare in situazione di difficoltà, stagnazione, crisi, malcontento sempre più generalizzato, ecc., è più probabile, almeno in un primo tempo, l’emergere di altri gruppi dominanti che si pongono in alternativa. Così pure, quando si transita alle fasi policentriche, il conflitto si acutizza specialmente, provocando i più netti risultati trasformativi (passaggi d’epoca), tra formazioni particolari dell’area a capitalismo avanzato, caratterizzate da differenti ritmi di sviluppo, che non accettano più di sottostare alla formazione particolare fino ad allora in posizione predominante.

8. Non è qui il caso di riferirsi specificamente alla formazione particolare Italia, che andrà analizzata ad un “più basso” livello di astrazione teorica. Tuttavia, sia pure per linee assai generali e generiche, è bene trarre alcune conclusioni da quanto fin qui sostenuto. Non esiste intanto alcuna classe, in via di omogeneizzazione e compattamento, da cui emerga uno strato di élite in grado di avere una visione complessiva e ben delineata della necessaria prassi trasformativa del capitalismo; per di più nella direzione di una determinata società altra del tipo del comunismo. Nemmeno è più possibile pensare ancora alla formazione, pur in qualche modo artificiale, di avanguardie “di classe”, che presuppongono pur sempre la sussistenza dell’in sé di quest’ultima, dunque di un movimento oggettivo verso la suddetta sua omogeneizzazione e compattamento, che faccia da supporto alla soggettiva azione rivoluzionaria delle avanguardie in questione.
Esistono sempre, in ogni epoca e in numero maggiore o minore, singoli gruppi di soggetti (individui) – per null’affatto caratterizzati in maggioranza da una determinata collocazione “di classe”, anzi provenienti dai più svariati comparti in cui si frammenta vieppiù la società del capitale – che si pongono criticamente rispetto ai caratteri di prepotenza, sopraffazione (e certo inganno, raggiro, ecc.), tipici del conflitto in questa (come in precedenti) forma di società. Tali gruppi di “critici” si espandono e rafforzano nelle situazioni in cui le tensioni sociali si fanno via via più acute: sia all’interno di una formazione particolare come tra più formazioni (in sviluppo ineguale) nell’ambito di quella globale. Tali gruppi perdono le loro potenzialità – e al limite possono di fatto costituire una “carta di riserva” per i dominanti – se “distraggono” forze da una critica sociale adeguata; soprattutto quando, con estremismo apparente, predicano l’eguaglianza, il pacifismo e altre favole edificanti. In primo luogo, bisogna comprendere la positività della competizione, se sfrondata dei lati di aperta violenza per conquistare la supremazia eliminando o asservendo i competitori. In secondo luogo, va rilevato che la critica alla forma assunta dal conflitto nel capitalismo deve comunque tener debito conto di essa e saperla gestire e sfruttare per i propri fini.
Le “anime belle”, spesso non proprio in buona fede, sono comunque, quand’anche “oneste” (anzi, sono ancora più pericolose in tal caso), del tutto negative e vanno combattute perché indeboliscono l’azione critica. E’ perfettamente inutile cercare di sfuggire alla contraddizione: da una parte è obbligatorio criticare, anzi opporsi drasticamente alla forma capitalistica del conflitto per la preminenza; tuttavia, è nel contempo necessario condurre la propria azione contro i gruppi dominanti, sapendo di strategia e del misto di forza e malizia che l’agire trasformativo (“rivoluzionario”) comporta nell’attuale società. Così pure, è indispensabile orientare i dominati – e prima di tutto unire i raggruppamenti decisivi degli stessi (che non sono affatto in via di amalgama) – per ottenere i risultati trasformativi (di rivoluzionamento sociale); nel contempo, bisogna saper entrare, e proprio nei momenti in cui ciò diventa possibile, nelle contraddizioni tra gruppi dominanti, le cui interrelazioni conflittuali e rispettivi rapporti di forza sono differenti in epoche diverse, in fasi mono o invece policentriche. E via dicendo.
Di tutto ciò è meglio essere ben edotti, avendo inoltre la piena consapevolezza che la propria azione tende a convergere, e rischia di confondersi, con quella degli agenti politici da me denominati rivoluzionari dentro il capitale, messi in campo da nuovi gruppi di dominanti intenzionati, una volta rottisi gli equilibri precedenti, a rovesciare il potere dei vecchi gruppi, le cui strategie – sia interne ad una formazione particolare sia applicate al confronto tra più formazioni – aprono congiunture di crisi, di tensione sociale, di sfarinamento delle istituzioni, di caduta del consenso, ecc. In definitiva, si tratta delle stesse congiunture in cui si manifestano le maggiori possibilità d’azione da parte dei gruppi anticapitalistici. A causa di questa confusione, di questa “fatale” vicinanza di intenti “rivoluzionari” profondamente diversi, non è mai assicurato il successo, nemmeno nei momenti di massima crisi interna a date formazioni particolari, delle forze che agiscono specificatamente contro il capitale.

9. Riassumiamo. Quella che continuiamo a chiamare società capitalistica – composta da ondate successive di sviluppo di formazioni sociali caratterizzate da via via differenti strutture di rapporti (capitalismo “borghese”, dei “funzionari del capitale”, ecc.) – non ha (più) molto a che vedere con le indicazioni forniteci dalla teoria di Marx; a meno di non rifarsi alla banale ripetizione delle “giuste” previsioni marxiane circa la centralizzazione monopolistica dei capitali, la generalizzazione della forma di merce e la continua estensione del mercato globale, e via cianciando. Se Marx avesse “scoperto” solo simile “acqua calda”, sarebbe veramente uno studioso di secondo rango. Ha detto molto di più, può quindi stimolare ben altre formulazioni teoriche; queste però debbono oggi soltanto aiutarci a percorrere nuovi sentieri. Le riflessioni di Marx vanno prese come un invito pressante a rimuginarne di nuove, che si distanzino dalle sue; è ben noto che, quando ci si allontana criticamente da un grande pensatore, non lo si abbandona e tanto meno lo si tradisce, bensì lo si usa – proprio mediante la negazione determinata delle sue tesi – quale pungolo ancora fecondo e vitale. Solo i dottrinari “chiesastici”, quali sono i rimasugli marxistoidi d’oggi, non capiscono tale problema e ci propinano sterili rimasticature del passato remoto.
I gruppi dominanti non tendono a centralizzarsi ed unificarsi, permangono invece in conflitto continuo con alternanza di acutizzazione e attenuazione dello stesso; quell’alternanza che, al livello delle interazioni fra formazioni particolari nell’ambito di quella globale, danno vita alle epoche (di lunga durata) di mono e policentrismo. All’interno delle singole formazioni particolari, le fasi di accentuazione dello scontro tra dominanti conduce, non però necessariamente e ineluttabilmente, a congiunture di “rivoluzione” con sbocchi non predeterminati: contro o dentro il capitale (più facilmente si realizza la seconda soluzione). Le modalità del conflitto sono quelle da sempre in uso tra i dominanti nelle diverse forme storiche di società; solo che in quelle precapitalistiche, le strategie del conflitto per la supremazia, fondate su forza e astuzia (detto in estrema sintesi), erano utilizzate nelle sfere politico-militare e ideologico-culturale, mentre nel capitalismo pervadono pure l’intera sfera economica duplicatasi in merce e denaro (produzione e finanza), una sfera che fornisce a questo punto i mezzi essenziali per l’attuazione delle strategie in ogni ambito sociale.
Un conflitto del genere produce sviluppo, e tramite questo consente l’egemonia dei gruppi dominanti e l’accettazione del dominio da parte dei sottoposti che migliorano comunque – come tendenza di lungo periodo – le loro condizioni di vita; diciamo pure quelle materiali, ma con ciò non si incrina di un ette il consenso generalizzato per questa forma sociale. Oltre allo sviluppo, il conflitto produce anche segmentazione e stratificazione crescenti della società, con interazione, quanto meno non armonica, tra i vari spezzoni e comparti sociali (segmenti e strati). Lo sviluppo è esso stesso disarmonico, avviene con ritmi diseguali in tempi e spazi diversi e conduce a periodi (e aree) di acutizzazione. Soprattutto nei periodi e aree (formazioni particolari o loro gruppi) in cui si accentuano disarmonia e crisi, si rafforza la “disaffezione” e spesso l’antagonismo nei confronti delle modalità di uno sviluppo fondato sulle strategie del conflitto per prevalere con la forza e con l’inganno; inizialmente lo scontro si fa più acuto tra i dominanti, ma ne vengono poi investiti sempre più largamente tutti gli altri ceti sociali.
I gruppi di agenti che criticano apertamente le caratteristiche del conflitto strategico tra dominanti – gruppi del tutto minoritari e relativamente isolati nelle fasi di attenuazione delle lotte e di prevalente consenso al capitale – non sono avanguardia di “una classe”, ma hanno anzi “estrazione sociale” assai composita. Chiedersi che cosa li unisca e che cosa essi rappresentino oggettivamente non è senza senso, ma credo costituisca in determinati periodi un esercizio perfettamente inutile. E’ più interessante chiedersi come mai essi – in genere figli di una passata epoca di acutizzazione del conflitto interdominanti – si trovino in situazione di crescente debolezza e di isolamento nell’ambito di formazioni particolari, man mano che queste accedono agli alti gradini dello sviluppo capitalistico, nel raggiungimento dei quali il processo di differenziazione sociale ha sciolto la “massa” del popolo dai suoi legami con più antiche tradizioni e culture. Non esiste anzi nemmeno più un popolo in senso proprio, bensì un insieme articolato di vari comparti sociali fra loro in interazione, diversamente posizionati sia in orizzontale che in verticale.
I gruppi critici (anticapitalistici) debbono comportarsi piuttosto differentemente nei periodi di attenuazione e in quelli di accentuazione degli scontri. Essi si muovono necessariamente tra molte contraddizioni che vanno assunte consapevolmente e senza pretese di una “purezza” di intendimenti, che si pretendono rivolti all’“amore per il popolo”, ormai del tutto inesistente come appena rilevato. E’ necessario condurre una critica delle modalità strategiche del conflitto tra dominanti, demistificando le varie ideologie “armoniciste” (e di falsa cooperazione) che le occultano e mistificano; e tuttavia si debbono conoscere tali modalità e rivolgerle contro i dominanti. Vanno condotte azioni politiche – sottoposte all’attento vaglio di date ipotesi teoriche circa la struttura e dinamica capitalistiche – atte a favorire il collegamento tra gli strati “bassi” della società (quelli più nettamente dominati) e la possibile loro alleanza in un dato “blocco sociale”; sarebbe però un errore decisivo dimenticare la lotta interdominanti e non assumere determinate posizioni in grado di acuirla e di favorire comunque i gruppi nuovi e più dinamici contro quelli ormai intorpiditisi e tendenzialmente parassitari. E’ semplicemente sciocco e avventuristico – tanto da far pensare talvolta alla mala fede di certi finti critici del capitalismo – inimicarsi proprio gli strati sociali “bassi” predicando contro lo sviluppo (solo “materiale”; che “orrore”! Questo però lo affermano certi intellettuali dalla pancia fin troppo piena); e tuttavia non vi è dubbio che non ogni tipo di sviluppo favorisce la crescita delle forze dette “antisistema”.
In ogni caso, si tenga presente che le possibilità “rivoluzionarie” si presentano soprattutto nelle congiunture di crisi. Ovviamente, come più sopra rilevato, non si tratta mai di crisi puramente economiche; occorrono ben altre condizioni di sfilacciamento della trama sociale complessiva, di affievolirsi del consenso e di forti incrinature degli apparati politici e istituzionali. Condizioni simili rendono perciò problematico lo sviluppo; questo diventa del resto ancora più debole, incerto e soggetto ad inversioni di tendenza anche in seguito al sempre più duro confronto interdominanti, che vede spesso intrecciarsi il conflitto tra formazioni particolari nel contesto globale e quello tra gruppi dominanti “vecchi” e “nuovi” all’interno delle formazioni particolari. Qui nasce allora una ulteriore complicazione per i gruppi di agenti politici che nutrono aspirazioni anticapitalistiche. La loro lotta si interseca, e rischia di confondersi, con quella degli agenti “rivoluzionari” dentro il capitale, intenzionati a rilanciare il sistema capitalistico sostenendo sia i nuovi gruppi di agenti capitalistici in una data formazione particolare, sia la propria formazione particolare contro le altre sul piano internazionale (epoche policentriche). Anche per questo, pur in congiunture adatte è comunque difficile l’attività dei gruppi anticapitalistici, che debbono porre molta attenzione a quanto predicano, pena l’alienarsi le simpatie di gran parte dei segmenti e strati – perfino di quelli situati nei bassi gradini della scala sociale (ed economica) – che tendono allora a raggrupparsi in “blocco sociale” sotto la direzione dei suddetti “rivoluzionari” dentro il capitale.
Se l’esperienza del fascismo, ma soprattutto del nazismo, non ha insegnato nulla, allora poveri noi! Vogliamo ancora sostenere la menzogna, sciocca e illusoria, che le masse erano antifasciste e antinaziste, che sono state subornate (chissà come e perché), che sono state piegate antidemocraticamente con la pura violenza? Se vogliamo continuare ad autoingannarci, seguendo i mediocri antifascisti che blaterano sciocchezze da tempo immemorabile, sotto la copertura della vittoria delle “democrazie” capitalistiche (il “migliore involucro della dittatura borghese” per Lenin), facciamolo pure; ma non avremo imparato nulla dall’esperienza storica. E ripeteremo i clamorosi errori degli anni trenta; non solo l’errore di definire socialfascisti i socialdemocratici, ma anche quello di aver in seguito costituito con questi ultimi un’alleanza “antifascista” confusa e pasticciata, che ha posto una bella pietra tombale su ogni velleità anticapitalistica. Non entro evidentemente in questa sede in una discussione, più storica che teorica (ma comunque orientata da nuove ipotesi teoriche), che sarebbe lunga e qui sviante. Certo, se qualcuno infine assolvesse un compito del genere, si farebbe chiarezza su temi ormai avvolti dalla spessa nebbia ideologica sparsa dai vincitori (capitalisti tanto quanto i perdenti).

10. Questo è un altro piccolo pezzo di una lenta e faticosa costruzione teorica, che tenta in ogni caso di staccarsi dai vecchi lidi senza affatto perderne la memoria. Pur dove magari non sembra, mi confronto in realtà sempre con il passato (non solo teorico), sforzandomi però di prendere un diverso indirizzo. Non ho certo la pretesa di possedere le capacità intellettive di alcuni grandi di tempi trascorsi – non mi riferisco semplicemente a Marx e ai marxisti – che hanno dato forti contributi alla crescita di una teoria della società, soprattutto di quella capitalistica; una teoria capace anche di suggerire precise pratiche politiche ed economiche. Resto inoltre ben saldo sulla posizione assunta da Althusser quando affermò che Marx ha aperto alla scienza il Continente Storia.
Malgrado quanto appena ricordato, sono sempre più convinto della necessità di percorrere nuove strade, tornando eventualmente sui propri passi se ci si accorge di essere incappati in un “cul di sacco”; non arretrando però fino a ritrovarsi al punto di partenza per poi fermarsi e segnare il passo con stanche giaculatorie. Del resto, tanto per fare un esempio eclatante, Galileo, pur essendo un genio, non giungeva all’altezza di pensiero di Aristotele; eppure seppe mandare al diavolo gli aristotelici del suo tempo. Non mi sembra di vedere oggi in giro geni “galileiani”, ma ciò non deve impedire ad alcuna persona appena un po’ sensata di mandare infine al diavolo i marxisti o i weberiani o gli schumpeteriani o i keynesiani….ecc. ecc. (tanti sono i grandi del passato) onde avviarsi lungo sentieri non ben segnati, estirpando intanto un bel po’ di erbacce che intralciano il cammino.
Quindi mi sento tranquillo: non sono presuntuoso e tanto meno folle, so bene di essere lontanissimo dai livelli di intelligenza di Marx, ma anche di tanti altri marxisti minori. Tuttavia, sono del tutto insoddisfatto delle attuali analisi della società da qualsiasi parte provengano; credo perciò che ci sia spazio per pensare e “innovare”. Comunque tento, e andrò avanti passin passino, con estrema prudenza. Solo alla fine, se ne avrò il tempo, sonderò la possibilità di elaborare il tutto in un nuovo libro che segni un deciso passo in avanti rispetto agli Strateghi del capitale.

25 aprile 2007

100 ЛЕТ ПОСЛЕ РОССИЙСКОЙ РЕВОЛЮЦИИ

Ukraine Protest

1917-2017. Прошло ровно сто лет с тех пор, как Великая Советская революция изменила лицо Европы и всего мира. Грамши охарактеризовал ее как
революцию против «Капитала» Маркса, имея на это полное основание. Из того, что пророчил немецкий мыслитель в событиях русской революции вовсе не происходило. Убогий рабочий класс из-за промышленной отсталости страны, преобладающие крестьянские массы, вынужденные жить в скудных условиях и полчища слабо вооруженных и низкооплачиваемых солдат больше не могли умирать за паразитирующую династию Романовых. Это был далекий от естественного альянс между этими секторами, возглавляемый коммунистической идеологией большевистского авангарда, который позволил свергнуть монархию и создать новое общество, основанное не на теориях Маркса, а на одном некотором толковании Ленина (и другими) с медленным построением некого режима (производства), социально различного от капиталистического. Это был не коммунизм, но уже начало возведения стены против капиталистической динамики, которая, казалось, больше не должна была сталкиваться с препятствиями на своем пути, углубляя ее иерархические отношения доминирования (между отдельными и коллективными субъектами).
Поэтому так обсуждался марксизм-ленинизм. Однако, хотя ленинизм был вдохновлен марксистскими идеями, ревизионизм Ленина был единственно возможным (и выигрышным) подходом к русским событиям. Настолько, что Ленин задавался вопросом, можно ли сразу принять фатальные меры или дождаться образования рабочего класса труда, который будет гегемонистским пролетариатом в российским обществе, прежде чем свергнуть действующее правительство. Но эта предполагаемая гегемония, как можно наблюдать в самых развитых странах, не влечет за собой автоматического захвата власти. Это связано с тем, что спонтанно подчиненные классы производят только традиционалистское сознание, направленное на улучшение экзистенциальных условий, но не имеют конкретной силы воли для того, чтобы направлять общество к другому горизонту. Пролетариат не революционен и попытки Ленина провести различие между классом самим по себе (эксплуатируемые массы) и классом для себя (революционным авангардом) были приемом только в конкретной ситуации и не могли изменить природу всего тела, полностью интегрированного в капиталистической логики, как продукта системы и ее общественных отношений. Более того, Маркс разработал концепцию гораздо более сложную, чем просто «рабочую», а именно концепцию Общего Интеллекта (союз рабочих рук и ума в процессе производства). Он видел это на основании того, что преобладало в обществе его времени, когда централизация средств производства и устойчивая социализация труда (с образованием кооперативного рабочего), казалось, достигли точки, когда они стали несовместимы с их капиталистической оболочкой. Но этого не произошло, и здесь он останавливает свое научное прогнозирование, которое было бесповоротно фальсифицировано историей. Однако история послужила энергией для русского (и международного) коммунизма и сверхчеловеческих усилий всех советских народов для создания геополитической силы, которая десятилетиями продвигается к первенству над США и Западом. Настолько, что даже после распада СССР под руинами и пеплом социализма они продолжали воспламенять те чувства суверенитета и гегемонии, из которого другие собрали для себя образ, освобожденный уже от идеологических пут. Вот почему русская революция послужила для всего человечества маяком для сопротивления преобладанию единой страны в сфере Земли. Униполяризм приводит к злоупотреблениям, подрывным действиям, войнам и преступлениям против большинства наций и населения, как мы видели в период господства Америки. Тот, кто презирает Советскую Революцию, намеревается мистифицировать прошлое, чтобы повлиять на будущее. Некоторые «плохие» примеры должны быть стерты из памяти, чтобы сохранить побежденных. В действительности доминирующие (даже в смысле государств) все еще сталкиваются с такими проблемами, как необходимость постоянно подтверждать свое право на самоопределение и сопротивляться господствующей нации. Либеральные сектанты служат этой пропаганде, направленной на дискредитацию 17-го. На этом этапе увеличивается количество статей, сосредоточенных на поддельных и претенциозных аргументах, чтобы вести дискуссию в том же направлении массового истребления и подавления свободы (все преступления совершаются демократией, которые, как говорит Трамп, нечистые, но могут скрыть свои кровавые руки за спиной). Либералы жалобные и лицемерные, но, как говорит Боннард, они являются самыми тщеславными персонажами в истории. Они хотят, чтобы политика была дебатами, а не битвой.
Берти пишет в «Журнале»: «В этом году отмечается столетие русской революции, одно из самых важных событий 20-го века. Почти повсеместно приписывается идея о том, что это был по существу единый исторический процесс, который начался в феврале и закончился в октябре. Ничто не является более ложным, потому что в 1917 году было две революции: два разных движения, если не сказать противоположных, поскольку первое освободило Россию от абсолютизма, а второе привело к тоталитаризму. Разумеется, между двумя событиями не было предусмотрено преемственности, но их природа знаменует собой дуализм, который нельзя синтезировать в одном историческом суждении. Нужно сразу сказать, что поворот 17-го произошел из-за взрыва царизма, истощенного изнутри. Три года войны обрушились на страну, уничтожив миллионы людей. Упрямство правительства в стремлении продолжать конфликт, его неоднократная глухота к каждой просьбе смягчить бесчеловечные условия жизни населения и его неспособность удовлетворить самые элементарные социальные потребности делегировали не только его морально-политическую власть, но и священный долг царя».
Но у большевиков были лучшими друзьями либералы, потому что последние, пришедшие к власти, возражали против продолжения конфликта и были глухи к ужасным условиям населения и не смогли справиться с самыми элементарными социальными потребностями. Как и царские. С другой стороны, Ленин, за счет тяжелых территориальных потерь для России (даже обвинялся в измене националистическими секторами), обещал и пришел к миру, получил поддержку солдат, рабочего класса и великих крестьянских масс. В эти месяцы мы будем читать так много атакующих статей подлых и предательских. Приготовьтесь отражать их. Мы должны помнить о революции не для ностальгии по поводу прошлого, а для изменения будущего.

1917-2017. Sono trascorsi esattamente cento anni dalla grande Rivoluzione Sovietica che trasfigurò il volto dell’Europa e del mondo intero. La rivoluzione contro “Il Capitale” di Marx la definì Gramsci. Ne aveva ben donde. Di quanto vaticinato dal pensatore tedesco negli eventi russi, infatti, non c’era poi molto. Una classe operaia striminzita, a causa dell’arretratezza industriale del Paese, masse contadine predominanti, costrette a vivere in condizioni semiservili, e orde di soldati male armati e sottopagati, arcistufi di morire in guerra per la dinastia parassita dei Romanov. Fu l’alleanza, tutt’altro che naturale, tra questi settori, guidati dall’ideologia comunista delle avanguardie bolsceviche, che permise il rovesciamento della monarchia e l’instaurazione di una nuova società basata, non sulle teorie di Marx, ma su di una certa interpretazione datane da Lenin (e da altri) con lenta costruzione di un modo (di produzione) sociale differente da quello capitalistico. Non fu, dunque, comunismo ma fu sicuramente l’innalzarsi, in un luogo ben preciso, di un muro contro l’estensione di una dinamica di matrice capitalistica che sembrava non dover più incontrare ostacoli sul suo cammino, approfondendo i suoi rapporti gerarchici di dominanza (tra soggetti individuali e collettivi).
Per questo si parlava di marxismo-leninismo. Tuttavia, sebbene il leninismo s’ispirasse alle idee marxiane, il revisionismo dell’uomo della Lena fu l’unico approccio possibile (e vincente) ai convulsi eventi russi. Tanto che lo stesso Lenin si chiedeva se fosse o meno opportuno far scoccare subito l’ora fatale oppure attendere il formarsi di una classe operaia di fabbrica, che rendesse finalmente il proletariato egemone nella società russa, prima di tentare la scalata al governo. Ma questa presunta egemonia, come si era visto nei paesi più sviluppati, non comportava automaticamente la presa del potere. Ciò perché spontaneamente i ceti subalterni producono unicamente una coscienza tradunionistica, tesa al miglioramento delle condizioni esistenziali, ma nessuna concreta “volontà di potenza” per guidare la comunità verso un altro orizzonte. Il proletariato non è rivoluzionario e i tentativi di Lenin di distinguere tra classe in sé (le masse sfruttate) e classe per sé (l’avanguardia consapevolmente rivoluzionaria), furono espedienti per la situazione concreta che non potevano mutare la natura di questo corpo perfettamente integrato nelle logiche capitalistiche, in quanto prodotto del sistema e dei suoi rapporti sociali. Del resto, Marx aveva elaborato un concetto molto più complesso di quello meramente “operaistico”, ovvero quello del General Intellect (unione dei lavoratori del braccio e della mente nel processo produttivo). Lo intuì basandosi su quanto vedeva tendenzialmente all’opera nella società dei suoi tempi, dove centralizzazione dei mezzi di produzione e sostenuta socializzazione del lavoro (con formazione del lavoratore cooperativo associato) sembravano dover raggiungere un punto in cui sarebbero diventati incompatibili col loro involucro capitalistico. Non è accaduto e qui si ferma la sua previsione scientifica che è stata irrimediabilmente falsificata dalla storia. Storia che però si è servita dell’energia del comunismo russo (e internazionale) e degli sforzi sovrumani di tutti i popoli sovietici per far nascere una potenza geopolitica che ha tenuto testa per decenni alla supremazia americana e occidentale. Tanto che, anche dopo il crollo dell’Urss, sotto le rovine e la cenere del socialismo realizzato, hanno continuato ad ardere quei sentimenti di sovranità e di egemonismo di cui altri hanno raccolto il testimone, liberi dalle pastoie ideologiche di una volta. Per questo la rivoluzione russa è stato un bene per l’umanità, un faro per la resistenza al predominio di un solo paese sulla sfera terrestre. L’unipolarismo determina soprusi, sottomissioni, guerre, torti contro la maggioranza delle nazioni e delle popolazioni, come abbiamo potuto vedere nel periodo di predominanza americana, ora più affievolita. Chi disprezza la Rivoluzione Sovietica intende mistificare il passato per influenzare il futuro. Certi “cattivi” esempi devono essere cancellati dalla memoria per tenere a bada i “vindici” e gli sconfitti. Si teme, infatti, che i dominati (anche nel senso degli Stati) raccolgano ancora tali sfide per affermare la propria autodeterminazione e rivoltarsi contro la nation prédominante. I sedicenti liberali sono al servizio di questa propaganda che mira a screditare i fatti del ’17 per sostenere il vecchio ordine mondiale. In questa fase si stanno moltiplicando gli articoli sul tema che puntano, con argomenti falsi e pretestuosi, a portare il dibattito lungo i soliti binari morti degli stermini di massa e del conculcamento della libertà (tutti crimini perpetrati anche dalle democrazie che, come dice Trump, non sono innocenti ma sono abili a nascondere dietro la schiena le mani insanguinate). I liberali, per natura piagnucolosi ed ipocriti, sono fatti così, e come afferma Bonnard, sono i personaggi più vanitosi della storia. Essi vogliono che la politica sia un dibattito, non una battaglia. Invece, noi vogliamo che questa battaglia culturale li metta con le spalle al muro e ribatta colpo su colpo alle loro menzogne
Scrive Berti su Il Giornale: “Ricorre quest’anno il centenario della rivoluzione russa, uno degli avvenimenti più importanti del XX secolo.
È quasi universalmente accreditata l’idea che si sia trattato in sostanza di un unico processo storico iniziato nel febbraio e conclusosi in ottobre. Niente di più falso, perché nel 1917 vi furono due rivoluzioni, quella liberale di febbraio e quella bolscevica di ottobre: due moti diversi, per non dire opposti, dato che la prima liberò la Russia dall’assolutismo, la seconda la portò al totalitarismo. Certo, tra i due eventi non vi fu di fatto soluzione di continuità, ma la loro natura segna un dualismo non sintetizzabile in un unico giudizio storico. Va detto subito che il rivolgimento del ’17 avvenne a causa dall’implosione dello zarismo, consuntosi al suo interno. Tre anni di guerra avevano dissanguato il Paese, riducendo milioni di persone alla fame e allo stremo delle forze. L’ostinazione del governo nel volere continuare il conflitto, la sua ripetuta sordità a ogni richiesta di mitigare le condizioni disumane della popolazione e la sua incapacità nel far fronte ai più elementari bisogni sociali delegittimarono non solo la sua autorità politico-morale, ma anche quella sacro-imperiale dello zar.”

Ma i bolscevichi ebbero la meglio sugli amichetti dei liberali perché quest’ultimi, giunti al potere, si ostinavano a voler continuare il conflitto, erano sordi a mitigare le condizioni disumane della popolazione e non erano in grado di far fronte ai più elementari bisogni sociali. Proprio come gli zaristi. Lenin, invece, anche a costo di pesanti perdite territoriali per la Russia (fu persino accusato di tradimento da alcuni settori più nazionalisti) promise e giunse alla pace ottenendo il consenso dei soldati stremati, della piccola classe operaia e delle grandi masse contadine. Di questi attacchi vili e servili ne leggeremo tanti in questi mesi. Prepariamoci a rintuzzarli. Non per nostalgia del passato ma per cambiare il futuro.

1 2 3 504