LIBERAZIONE UN C…O

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LIBERAZIONE UN C…O

25 Aprile. Diciamo solo poche cose perché è venuta a noia anche a noi questa carnevalata della “liberazione” che oppone gli antifascisti di professione ai fascisti immaginari e agli anticomunisti del piffero (per lo più liberali senza pudore). Non c’è nessuna liberazione da festeggiare, essendo stata l’Italia occupata, dalla fine della II GM, dagli Americani. Tutto sommato i tedeschi, alleati che pugnalammo alla schiena, si trovavano in Italia per difenderci e difendersi dai nostri comuni nemici. Dopo il tradimento si lasciarono andare ad episodi di vendetta ma chi non lo avrebbe fatto? Alla fine furono sconfitti, la cosiddetta occupazione tedesca durò poco mentre quella statunitense va avanti da più di 70 anni. Si guardi la magnifica scena del film “Tutti a casa”, allorché dei soldati italiani, ignari del voltafaccia del Re, si vedono mitragliare dai tedeschi e credono che siano quest’ultimi ad essere passati con gli Alleati. Un grande Albero Sordi, con una battuta, traduce la tragedia storica in farsa cinematografica, più realistica della realtà (https://m.youtube.com/watch?v=qqbHkPSRbhM).

Ciò che accadrà negli anni seguenti sarà ancora ben rappresentato da Sordi in un altro film, Un Americano a Roma. Gli italiani saranno meschinamente travolti dal mito americano (https://m.youtube.com/watch?v=kSAAxPNO3Ak). Ancora oggi sentiamo ripetere che quella americana è la più grande democrazia del mondo. A chi lo dice dovrebbero cadere i denti.

La liberazione è appunto un mito per ipocriti, servili e ancora una volta traditori della nazione. Sia chiaro, una Resistenza al fascismo ci fu ma la fecero i comunisti e non di certo in nome della libertà. Scrive Cossiga: “Il Partito Comunista ha quasi monopolizzato il comando della lotta partigiana anche in forme violente…ha monopolizzato il ricordo, e anche giustamente, perché la resistenza è stata almeno per l’80% comunista, e senza il Pci non ci sarebbe stata resistenza.” I democristiani e i loro soci avevano tutt’altra idea ed infatti combattevano poco e si nascondevano dietro agli americani. I partigiani comunisti li avevano in odio quasi quanto avevano in odio i fascisti. C’è un episodio dimenticato che è bene ricordare. De Gasperi, padre della Repubblica, scriveva agli Alleati di bombardare Roma con più intensità per fiaccare la popolazione. Dopo la guerra Guareschi pagò con la galera l’aver riportato a galla questo avvenimento. Il Presidente democristiano pretese di smentire le prove del giornalista giurando sulla bibbia, come facevano i sovrani barbari nel medioevo. I tribunali diedero ragione a lui e torto a Guareschi. Questa è l’Italia liberata. Chiudiamo in bellezza, perché la retorica dell’antifascismo ci ha rotto veramente i coglioni: https://m.youtube.com/watch?v=20qKXHb3us8

TEMPO DI VITA E TEMPO D’AZIONE, di GLG

LA GRASSA

 1. Sembra intuitivo il fatto che la linea di scorrimento temporale avvenga sempre in un unico senso, sia irreversibile. Come si dice, la freccia del tempo sarebbe costantemente rivolta in avanti; gli avvenimenti si snoderebbero insomma dal passato verso il presente, dal presente verso il futuro, e mai in direzione contraria. “Non ci si bagna due volte nello stesso fiume”(attribuito ad Eraclito), cioè nella stessa acqua di quel dato fiume, poiché quest’acqua, proprio come il tempo, non può mai scorrere a ritroso, dalla foce alla sorgente.

 Quest’idea di irreversibilità è parte integrante di ogni visione umana comune, e comunemente accettata. E’ per noi del tutto naturale pensare così e credere appunto che tale scorrimento temporale appartenga all’ordine della natura. Si tratta invece di un portato socio-culturale. Altri animali non dovrebbero avere alcuna vera concezione del tempo, né quindi dell’irreversibilità dello stesso. L’idea dello scorrere del tempo – e della sua freccia unidirezionale, irreversibile – è stata infine legata nell’essere umano alla scansione d’esso in unità convenzionali che, in seguito a lenta e lunga evoluzione, hanno trovato infine sistematizzazione in anni, mesi, giorni, ore, ecc.

 Quando si è riusciti a suddividere il corso temporale, prima considerato un blocco unitario e del tutto indistinto, in tante unità convenzionali di “periodo”, in unità di una certa lunghezza, si èindubbiamente fissata in modo più netto l’irreversibilità degli accadimenti naturali e umani, biologici e sociali. Si è compreso, ad es., che quando ci si trova nuovamente in presenza di avvenimenti già verificatisi, non si tratta affatto di ritorno all’indietro del tempo, ma più semplicemente della ripetitività periodica – regolare o irregolare; dove regolarità e irregolarità sono ancora una volta concetti socio-culturali, legati all’unità di tempo convenzionalmente stabilita – di accadimenti che presentano fra loro molti aspetti somiglianti. Si tratta insomma di accadimenti simili, ma diversi; non fosse altro perché si verificano in tempi successivi, senza nessuna possibilità di andamento a ritroso.

 Quanto detto fin qui appartiene ormai alla coscienza comune dell’uomo civilizzato. Tuttavia, non è proprio così che intende iltempo Proust nella sua “Recherche”; egli si rifà al senso attribuitogli da Henri Bergson, ma se non ho capito male con alcune imprecisioni rispetto al concetto di tempo di quest’ultimo, anche se con risultati artistici evidentemente più che notevoli. Vi è una sostanziale differenza rispetto all’usuale modo di intendere l’irreversibilità temporale. Quest’ultima infatti, nella sua versione tradizionale e usuale, implica pur sempre la linea di scorrimento temporale ESTERNA al verificarsi degli eventi in successione  (passati, presenti e futuri). E’ come se il tempo (e lo spazio) fosse uno scatolone vuoto entro cui accadono gli eventi, disposti secondo un prima ed un poi, che sono considerati “oggettivi” nel senso che le scansioni temporali di questo “prima” e di questo “poi” sono calcolate secondo le unità di misura convenzionalmente – e quindi intersoggettivamente (socialmente) – stabilite. Nella concezione bergsoniana (ripresa in qualche modo da Proust), di cui stiamo parlando, il tempo è pensato DENTROgli avvenimenti che si susseguono, ne è parte costitutiva essenziale, li conforma in modo specifico e attribuisce loro una dinamica e una direzionalità che sono peculiari di ognuno d’essi. Tutto questo ha precise conseguenze.

 Ogni avvenimento ha intanto una sua DURATA caratteristica e non suddivisibile secondo le scansioni temporali convenzionali. Se in un secondo viene compiuto un passo lungo 1 m., solo astrattamente quel metro e quel secondo possono essere suddivisi (ad es., in dm. e in decimi di secondo o in cm. e in centesimi di secondo, e così via). L’accadimento “passo” (quel DETERMINATO passo) ha un tempo REALE ed uno spazio REALE, che solo convenzionalmente sono indicati come 1 sec. ed 1 m.; ma si tratta in realtà di un evento che ha una sua unicità e singolarità, non è affatto suddivisibile senza che se ne perda l’intimo ed essenziale carattere e significato. E’ in tal senso, ad es., che viene risolto il ben noto paradosso di Achille e latartaruga. Che cosa sostiene quest’ultimo? Mettiamo che la tartaruga sia un metro avanti ad Achille. Quando il “piè veloce” ha percorso il metro, essa è avanzata, mettiamo, di 10 cm. Quando Achille ha percorso pure questi 10 cm., la lenta bestia ha comunque pur essa compiuto un piccolo balzo di 1 cm. E così via all’infinito. Achille sarebbe via via sempre più vicino alla tartaruga, ma mai la raggiungerebbe. No, nient’affatto, per il semplice motivo che se il passo di Achille è di 1 metro per secondo, come nell’esempio appena fatto, questa è la sua specificacaratteristica individuale; mentre la tartaruga ha un passo, sempre come esempio, di un decimetro per secondo. Quindi Achille, quando ha compiuto due passi (in due secondi), ha percorso inevitabilmente ben due metri, mentre la bestiola ha fatto nello stesso tempo un avanzamento di soli due decimetri, quindi si trova ormai 80 cm dietro ad Achille.

Tempi e spazi sono dunque eminentemente individuali, non sono suddivisibili astrattamente come nell’esplicazione del “paradosso” secondo cui Achille non raggiungerebbe mai la tartaruga.  Il tempo astratto (“oggettivo”) può sempre essere ricordato facilmente con l’uso del calendario, dell’orologio, ecc.; è facile, e definitorio, ricordarsi che il 1-12-2017 viene prima del 4-7-2018, che le ore 10 di un certo giorno vengono prima delle 18 dello stesso giorno, ecc. Così pure, se in certe date abbiamo segnato (e descritto più o meno esaurientemente) determinati avvenimenti, possiamo ricordarci facilmente d’essi nella loro astratta, ESTRINSECA, connessione con QUEL tempo; gli avvenimenti in questione vengono insomma ricordati nell’ESTERIORE descrizione fatta da noi o da altri che ce li hanno tramandati.

 Assai diverso è il carattere dell’avvenimento con cui siamo entrati in collegamento in dati momenti della nostra vita e che la nostra memoria lega a sé ritenendolo nella sua durata REALE e SPECIFICA. Innanzitutto, è evidente che l’avvenimento è qui “soggettivo”, perché afferrato dalla coscienza di singoli individui (non esiste una coscienza universale di un superindividuo: la società tutta, ad es.; perché la società non è un “individuo”, non è dotata di coscienza propria se non per similitudine compiuta da noi individui umani). Inoltre, la temporalità è un periodo di durata REALE, tipico di quel certo evento singolo, che viene trattenuto dalla memoria e non registrato come, ad es., il suono su un nastro registratore. Non è possibile, a propria discrezione, posizionarecon assoluta precisione il “disco” della memoria su quel dato accadimento (in quel dato tempo, cioè in quel dato spazio del “nastro registratore”) per riprodurlo a semplice decisione. Per essere più precisi, è possibile ricordare volontariamente brani, spezzoni, della nostra vita passata, avulsi dal contesto in cui si sono verificati. La nostra memoria COSCIENTE, quindi, può ricordare questi avvenimenti nella loro astrattezza – astrazione dal contesto specifico, di cui fa parte anche la loro durata temporaleREALE, la durata che assegna loro quella particolare coloritura e significazione – esattamente nello stesso senso in cui ognuno di noi può annotare nel diario, ad una data particolare (stabilita secondo le solite convenzioni di anno, mese, giorno, ecc.), un certo “fatto” della propria vita.

 Ben diverso è il comportamento della nostra memoria INCONSCIA. Essa non registra singoli avvenimenti, non fissa date convenzionali; invece raccoglie e lega “in fascio”, per una particolare durata REALE, una costellazione di avvenimenti, che da quella durata – e perciò dal loro reciproco intrecciarsi in quest’ultima – ricevono la loro coloritura, il loro significato spirituale, cioè più profondo, più essenziale, non meramente descrivibile mediante registrazione discorsiva o scritta. Si pensi, per esempio, alle difficoltà di Proust, alla lunghissima e laboriosa ricerca fatta per trovare il linguaggio più appropriato a descrivere ciò che, in linea di principio, non dovrebbe essere passibile di descrizione linguistica; proprio perché la lingua è <<discreta>>, mentre la coloritura e il significato essenziale del fascio di eventi,strettamente uniti da una durata temporale REALE, dovrebbero essere colti nella <<continuità>> del contesto relativo a tale durata.

 In definitiva, una durata REALE, non marcata secondo unità convenzionali di misura temporale, è la fusione unitaria di avvenimenti da essa penetrati, pervasi; pregni d’essa insomma. Avvenimenti di cui quest’ultima è parte costitutiva integrante. L’accadimento, in quanto concrezione di una certa durata (del tipo appena indicato), non soltanto, dunque, la porta in se stesso, è ad essa consustanziale, ma si integra strettamente con ogni altro evento che si sostanzia della (e nella) stessa durata, che porta entro di sé quella stessa particolare (e individuale) durata. Proprio per questo Bergson credé di aver capito la “relatività” einsteiniana in cui tempo e spazio non sono fra loro separati e in mera interrelazione estrinseca, bensì invece strettamente connessi. Einstein lo smentì e disse che Bergson non aveva gran che capito la sua teoria; e credo avesse ragione, ma neppure lui afferrò quanto il filosofo voleva intendere con la profonda unione, di fattouna sintesi, di spazio e temporalità, che in detto intreccio unitariohanno quindi significati particolari e strettamente individuali, legati alla coscienza dei singoli esseri umani che rammemorano.In ciò certamente la teoria einsteiniana non c’entra per nullaperché c’è solo unione di tempo e spazio, mentre Bergson vi aggiunge un’altra cosa ancora, di carattere in fondo “spirituale”: la coscienza del singolo essere umano in cui si ripresentano i diversi eventi spazio-temporali da lui – PROPRIO da lui e SOLO da lui – vissuti.

2. Quando la memoria INCONSCIA – quella che non registra brani di vita staccati da un contesto, soltanto situati in unità di tempo convenzionalmente stabilite – viene stimolata da qualche accadimento anche banalissimo, che si ripete nel tempo sia pure casualmente, erraticamente (ad es. la famosa mattonella su cui poggia il piede il protagonista de “La Recherche”), è tutta una durata REALE, cioè un intero fascio di eventi, un effettivo pezzo della propria vita (con il suo più profondo, essenziale, significato) che irrompe nel presente, si mescola al presente, si integra infine nel presente.

 Da qui nasce l’emozione della parte finale del celebre romanzo di Proust. Una volta accaduto il primo erompere della memoria INCONSCIA, altri momenti dello stesso genere si susseguono e, ad un certo punto, è come se l’intera vita del protagonista (intera non certo nel senso di tutti, esaustivamente, gli avvenimenti che in questa vita si sono susseguiti, il che sarebbe assurdo) si disponesse nel presente, davanti ai suoi occhi attoniti, su un piano di “unità di tempo” tra passato e presente. In questa simbiosi sincronica dell’intera vita, di passato e presente, non è più possibile l’irruzione del futuro (sotto forma di previsioni, evidentemente); non è perciò nemmeno pensabile la morte, la stessa decadenza fisica. Il protagonista ha allora un sussulto, un momento di vera gioia, come di recupero al presente di tutto ciò che era stato, anzi perfino di ciò che avrebbe potuto essere; un recupero, cioè, della possibilità stessa che le cose fossero andate diversamente da come in realtà erano andate.

C’è, insomma, una sorta di pacificazione al presente di tutto il corso della vita, di tutti i suoi affanni; ogni accadimento, anche passato, pare avere al presente il suo più corretto significato. L’intera vita si manifesta all’individuo pensante quale coordinamento necessitato di tutti gli eventi realmente accaduti che – belli o brutti che siano apparsi in passato – vengono nell’oggi ad inverarsi nel loro armonico, perché sincronico, significato interrelazionale complessivo. Siamo qui tuttavia in presenza solo del primo movimento della coscienza (individuale, soggettiva), quando irrompe in essa il passato per l’azione casuale della memoria INCONSCIA.

 Questa prima sistemazione sincronica non può permanere; la visione (di persone e cose) nel presente provoca una nuova distanziazione del passato rimemorato. L’irreversibilità del trascorrere temporale ritorna in primo piano nella presa d’atto della decadenza e corrompimento di uomini e cose. Riconsiderare la vecchiaia delle persone ammirate quando erano giovani (e quando era giovane pure l’“osservatore”), induce una nuova dislocazione diacronica degli avvenimenti per l’innanzi fusi in armonica sincronia. Ancora una volta, non si tratta però semplicemente (e superficialmente) di un diverso posizionamento nel tempo e nello spazio, poiché viene in primo piano il senso profondo del passare del tempo e dello spostamento nello spazio come presenza ormai assillante della vecchiaia e decadimento, che indirizzano verso la fine definitiva (e di tempo e di spazio)dell’individuo.  

In effetti, gli eventi si ri-posizionano in un prima e in un poi; e il futuro riprende allora il suo posto accanto alla successione degli accadimenti passati e presenti. La rimemorazione improvvisa del passato, proprio nella sua sincronica correlazione al presente, serve infine a misurare la distanza e la differenziazione degli eventi fra loro, il loro trascorrere e trasmutare, il loro provenire da un passato e attraversare il presente verso un futuro, di cui non si possono certo prevedere i singoli e specifici accadimenti, ma senza dubbio invece il corrompimento finale, la decadenza decisiva: la morte (pur sempre INDIVIDUALE). Ne “La Recherche”, il “tempo ritrovato” mi sembra proprio questo. Sembrava esserci sincronia, intersecazione tra passato (ricordato improvvisamente dalla memoria INCONSCIA) e presente (le sensazioni della madeleine e del the, gusto e profumo ecc.); invece si RITROVA IL TEMPO nella DIACRONIA dei suoi diversi periodi, ma non secondo le ore, i giorni, ecc. della misurazione temporale “astratta” dalla realtà della vita effettivamente vissuta.

 Secondo me, questo avviene più o meno sempre. Il primo impeto di gioia all’irrompere improvviso e brusco del passato, il senso di stordimento provocato dalla sorpresa del suo presentarsi come era realmente ALLORA, sfuma in genere abbastanza presto e sopraggiunge una ben diversa acquisizione: la ruota del tempo corre inesorabilmente in avanti, la durata REALE (non quella astratta, delle ore, minuti, ecc.) direziona i fenomeni vitali verso la fine, ed esige perciò dall’individuo una scelta tempestiva per la sua esistenza. Logicamente, le scelte sono strettamente individuali; ciononostante, credo che ognuno debba direzionare i suoi sforzi nel posizionarsi in modo responsabile – e secondo le sue particolari attitudini, sfruttando l’intelligenza di cui è in possesso (grande o piccola, non importa) – per assolvere quei compiti alla portata delle sue capacità non nulle.

Questo mi sembra essere l’insegnamento più generale. Ognuno, al suo proprio livello, secondo le sue prerogative e possibilità, deve prendere atto dell’irreversibilità del tempo REALE, del tempo della propria vita; e deve agire di conseguenza senza sprecarlo in continui rinvii, in continue inazioni, comportandosi insomma come se gli accadimenti, che in futuro gli capiteranno, fossero soltanto un cristallo privo di movimento interno, sempre eguale a se stesso, mancante di quegli aspetti che lo differenzieranno rispetto al presente e al passato. Mentre invece la nostra vita reale è proprio caratterizzata non dal semplice trascorrere degli anni, mesi, giorni, ma dal succedersi di passato, presente e futuro in quanto durate REALI che sostanziano, articolano, direzionano, fasci di eventi pregni di significazioni singolari e irripetibili. Dobbiamo perciò VIVERLI REALMENTE, non per durate temporali del tipo di quellemarcate dagli orologi e dai calendari; e per vitalizzarli dobbiamo ricordare il passato nella sua stretta unione di tempo e spazio carichi del significato di cui il nostro pensiero e le nostre sensazioni (sentimenti) li hanno caricati e ormai forgiati,rendendoli così disponibili quale antecedente necessario delle nostre scelte e decisioni da prendere oggi e domani.

Potremmo considerare il tempo come uno scorrere continuo e uniforme, scandito appunto dalle lancette di un orologio o dal pulsare del nostro cuore (se batte regolarmente) o con modalità consimili. E potremmo muovere i nostri passi nello spazio con la mente e gli occhi (se abituati alla misurazione), che contano i tratti percorsi in un ambiente dei cui mutamenti continui (quasi impercettibili) non teniamo alcun conto per passività e disattenzione. Vivremmo come già cadaveri ma in movimento, come gli ormai ben noti zombi di certi bei film di fantascienza. Tuttavia, malgrado tutti gli sforzi di appiattimento totale della nostra vita, capiterà ad un certo punto di “pestare una mattonella”, non ben fissa e che ci procura un’oscillazione; e allora una folla di ricordi verrà improvvisamente a galla e da questi nascerà improvvisa la loro differenziazione (soprattutto emotiva) rispetto al momento presente e ne risulterà anche una prospettiva di quanto potrebbe seguire da lì a poco, obbligandoci a scelte fino ad allora impensate, sepolte nel torpore della nostra mente.

3. Tuttavia, l’emergere dal torpore appena ricordato non deve condurci soltanto, in modo impulsivo e troppo immediato, ad un nuovo interesse alla vita pulsante e all’attività che risorge dalle sue ceneri. La mente umana deve rimettere in moto il pensieroanche nella sua parte razionale, talvolta facendo perfino tacere (o almeno cercando di farlo) le sensazioni, diciamo pure i “sentimenti”. Ci si deve atteggiare per quanto possibile alla massima “freddezza e lucidità” nel tentativo di spiegare chi siamo e che cosa stiamo facendo. Quanto abbiamo detto circa l’emergere della “memoria inconscia”, che ci fa penetrare in momenti dati della nostra vita, è rilevante per molti aspetti; se però ci si limita a ciò, rischiamo di chiuderci nella nostra mera individualità. Aprirsi “al mondo” non è soltanto afferrare quanto questo solleciti la nostra personalità nei suoi lati più sensibili, ma deve anche spingerci all’“uscita” dai noi stessi, da quanto agita e smuove le nostre “fibre” più interiori, per tentare di capire come ci collochiamo all’interno di una data rete di rapporti con gli altri componenti la società in cui siamo inseriti, rete in evoluzione che comporta la trasformazione della stessa con momenti (fasi storiche) di autentico rivoluzionamento.

Dobbiamo quindi compiere “astrazione” da noi stessi in quanto individualità, sempre del tutto specifiche, per cogliere gli aspetti che ci accomunano agli altri. Nel periodo storico successivo all’esistenza di rapporti di dipendenza personale (schiavistici, di servitù feudale, ecc.), si sono seguite, fondamentalmente, due vie nell’effettuare tale “astrazione”. Il liberalismo ha creduto di poter immaginare un individuo pressoché isolato dagli altri nei suoi rapporti con il mondo in cui deve sopravvivere soddisfacendo i suoi bisogni DATI. Una volta pensato l’individuo secondo questa visuale, che dovrebbe assicurare la sua completa libertà di pensare e agire indipendentemente dagli altri, si può poi immaginare che i diversi singoli si mettano in contatto tra loro scambiandosi quantosembrano poter acquisire da soli, seguendo le proprie predisposizioni e desideri (i propri bisogni, come già detto).Secondo tale impostazione, anche lo Stato – che non può non essere preso in considerazione in quanto fondamentale per l’unità di ogni particolare popolazione – viene trattato quale soggetto che ha il compito di proteggere i cittadini, di emanare leggi per garantire appunto l’ordinato svolgimento degli scambi interindividuali, senza però troppo interferire in essi e su come vengono effettuati secondo le decisioni dei singoli tesi a massimizzare il vantaggio che ognuno d’essi ne trae.

C’è invece chi ha visto nell’associazione dei vari individui qualcosa che li condiziona nella loro stessa personalità; qualcosa quindi che si pone al di sopra dei singoli, che ne sono in varia misura creature. Gli individui sono quindi “socialmente determinati”; e questa determinazione è stata in particolare sostenuta dalla teoria fondata da Karl Marx, che ha cercato di approfondirne le differenti varianti nell’evoluzione storica delle diverse epoche. Si è anche cercato di analizzare le particolari caratterizzazioni di tale determinazione, riunendo così gli individui in gruppi a seconda delle funzioni svolte nell’ambito di una data società. Non si negano le specificità individuali, ma si ritengono “contenute” entro ambiti i cui confini sono appunto ben disegnati dalla rete dei rapporti sociali con i ruoli (le caselline) occupati dai vari singoli adibiti allo svolgimento delle suddette funzioni, in diversificazione crescente con lo sviluppo della società contrassegnato da epoche di trasformazione anche radicale (“rivoluzionaria”). In Marx dati gruppi sociali – considerati quelli decisivi e più dinamici, inerenti alle funzioni svolte nella sfera produttiva sono definiti “classi”. Su questo rinvio alle “10 discussioni su Marx”, che ho già prodotto recentemente.

Qui m’interessa porre in evidenza ben altro problema. Se l’individualità (con la sua evidente particolarità) è comunque delimitata dalla rete dei rapporti sociali e dalle funzioni ivi svolte, siamo obbligati a non restare alla semplice esistenza del TEMPOnella sua durata REALE, secondo quanto detto in precedenza. Si deve evitare di dimenticarla, di ritenerla una pura “soggettività” quasi sognata e di fatto realmente inesistente. No, ciò sarebbe sbagliato e fuorviante. Tuttavia, non ci possiamo arrestare lì. Siamo obbligati a pensare pure la nostra indubbia determinatezzasociale, condizionante e implicante ben precisi limiti per noi stessi come individui, pur se volessimo godere della più completa libertà di autodeterminazione nel compiere le nostre azioni nella società. Non c’è affatto questo preteso godimento, siamo imbrigliati – nel fluire del nostro vivere in associazione – da quest’ultima. Siamo individui in un “gruppo sociale”. Qualsiasi pretesa di liberarci dalla determinazione in oggetto ci conduce solo all’essere avulsi, anche espulsi, dalla società. Diventeremmo dei “folli”, dei brufoli fastidiosi per il complesso associato. Non a caso il pensiero liberale, che tanto ciancia della libertà dell’individuo, poi lo assegna allo scambio interattivo di tipo mercantile; e alla fine il “Mercato” diventa il vero fattore decisivo di ogni comportamento individuale, la ben nota “mano invisibile” ai cui giochi il singolo deve inchinarsi altrimenti viene espulso da questo “luogo meraviglioso”, diventa solo un “fallito”. Che bella libertà! Semplice ipocrisia che nasconde il gioco dei più potenti, di coloro che condizionano, in pochissimi, la vita dei moltissimi.        

E così pure lo Stato non appare allora più come un “soggetto” cui demandare – tramite la pura invenzione della democrazia quale “governo del popolo”, mai avutosi nei nostri paesi del mondo moderno dove pure non esistono più rapporti di dipendenza personale, i rapporti schiavistici o servili in senso proprio – la trattazione degli affari detti generali, quelli chedovrebbero riguardare indifferentemente, senza preferenze di sorta, tutta la popolazione di un determinato paese. Vi sono certamente questi affari generali e quindi vi sono anche apparati statali, centrali o decentrati (tipo i Comuni, ecc.), che se ne assumono i compiti. Vi sono però apparati ben più importanti dove si svolge una complessa lotta “interna”, che dipende in realtà dall’“esterno” dello Stato in senso proprio; una lotta che si svolge tra dati gruppi sociali, più o meno ben organizzati in determinate associazioni (molte tenute ben nascoste nella loro effettiva intima struttura e nel loro operare), che si combattono per il controllo della direzione da far assumere all’azione politica attribuita appunto allo Stato nella sua finta rappresentanza dell’interesse sociale generale, che è invece l’interesse dei gruppi in lotta fra loro; e anzi, più specificamente, dei vertici che dirigono tali gruppi di individui (di “cittadini” di ogni dato paese) unificandoli in specifici svolgimenti delle operazioni tese alle dichiarate (e per null’affatto tali) “collettive” finalità dell’intera popolazione della “nazione”.  

4. Qui giungiamo al cuore del problema. Per quanto dotati di ragione, non possiamo esimerci dal conflitto. Siamo animali e, come già rilevato in altri scritti, lottiamo sempre per la supremazia. L’unica differenza che ci attribuisce la ragione (differenza essenziale, decisiva) è che siamo capaci di strategie alternative e complesse per conseguire lo scopo perseguito e inoltre, elemento rilevantissimo, ci diamo da fare per convincere il maggior numero dei partecipanti allo scontro che ci si batte (ogni gruppo in lotta lo dichiara in continuazione) per l’interesse supremo dell’intera collettività (magari addirittura dell’umanità tutta). Assente la Ragione (nel nostro senso specifico), gli altri animali sono assai più “sinceri” nell’esplicitare le loro intenzioni. Si mangiano l’un l’altro e pensano alla propria specie o gruppo di appartenenza. Per noi uomini ciò è impossibile; chi si comportasse così, verrebbe ritenuto un selvaggio, un primitivo, pericolosissimo per l’umanità, che deve invece vivere costantemente di ipocrisia, di umanità che nasconde l’egoismo e l’interesse proprio di differenti gruppi in tenzone.

Ci sono certo gli “alti fini”, ci sono gruppi che perseguono“scopi elevati” e ci sono a capo di questi gruppi, talvolta, “grandi personaggi”, che la Storia onora. Spesso hanno – perché non possono non avere a causa delle particolari condizioni conflittuali esistenti – le mani grondanti di sangue; altre volte possono fare i pacifisti e gli “amanti” dell’essere umano in generale. Gandhi non era un “buono” e “pacifista”, l’esatto contrario di un Gengis Khan. Ha potuto agire nel pieno del rovinoso declino dell’imperialismo e colonialismo inglese, ha potuto approfittare infine della sconfitta che, nonostante le apparenze, quel paese lungamente predominante (in specie per gran parte dell’800) ha subito nella seconda guerra mondiale (gli unici vincitori furono USA e URSS).Se avesse avuto di fronte l’Inghilterra di metà secolo XIX, sarebbe stato spazzato via o avrebbe dovuto lottare con mezzi decisamente “energici”. Basta retorica; la realtà va affermata senza le buffonate del falso (ipocrita o imbelle) umanitarismo.

Chiarito con la massima onestà che per vincere un conflitto sono necessari anche l’inganno, la menzogna, il raggiro, ecc., nessuno vuol negare la compresenza di vasti movimenti ideologici (spesso religiosi), di cui non va affatto negata la positività e una certa qual nobiltà. E chi li dirige non è privo di ideali veri che persegue anche a costo della propria vita. Tuttavia, con l’andare del tempo, quella corrente spesso intensa e fortemente sentita – per la quale appunto si può dare la propria vita – mostra i suoi lati d’ombra, appassisce e muta carattere, diventa spesso un ostacolo al “nuovo che avanza”. E allora avanzano altre passioni ma ancheulteriori inganni per renderle vincenti. L’importante sarebbe eliminare dal nostro modo di pensare il manicheismo. Notiamo molto spesso che quando una delle due forze in acuto conflitto vince e magari addirittura sopprime l’altra accanendosi contro le sue idee essa onora i propri più o meno reali “eroi” e “martiri”, mentre i perdenti vengono considerati poco meno che “mostri”, temporanee deviazioni dalla “retta via” dell’umanità. Menzogne che dovrebbero essere bandite nell’analisi dei processi storici.

Gli orrori, i massacri, le azioni anche aberranti commesse pur di vincere un conflitto sono equamente divisi tra chi vince e chi perde. Questo è valido per ogni singolo individuo quanto per i piccoli o invece grandi gruppi di uomini in lotta fra loro. E questa si scatena sia per sordidi interessi (di quei dati individui o gruppi in conflitto) sia anche per effettive speranze di elevazione della“spiritualità” dell’essere umano o almeno per il supposto miglioramento delle condizioni di vita della società. Non ci sono i buoni e i cattivi, non ci sono eroi o malefici seguaci del peggio. C’è sempre un impasto di questo e di quello. Tuttavia, è logico che alla fine qualcuno vince ed è vero che, a seconda di chi vince, possiamo attraversare periodi che poi, in una più lontana prospettiva storica (in genere deve passare un bel po’ di tempo per emettere un giudizio minimamente “oggettivo”), vengono giudicati “bui” o invece di miglioramento del sistema di relazioni in quell’epoca storica di quella data società. Ed è anche abbastanza ovvio che, quando siamo nel pieno del conflitto o comunque ancora ben vicini al momento storico in cui questo si è concluso, tendiamo a dare un giudizio più negativo di coloro che sono in contrasto con la “nostra parte”, e invece più positivo per chi si batte assieme a noi. Tuttavia, è certo cosa positiva che, nello scontro, si compia una scelta; mentre mi sembrano sommamente negativi coloro che non scelgono, che si tirano fuori, che si vantano perfino del loro atteggiamento “neutrale” mentre poi a giochi fatti si mettono, quasi sempre e da veri opportunisti, dalla parte di chi vince.

Adesso però ci stiamo introducendo in un discorso diverso da quello da cui eravamo partiti e che voleva in qualche modo indicare in quale modo ci atteggiamo rispetto al Tempo della nostra vita. Lo consideriamo in un modo quando ci “stringiamo innoi” e sentiamo a fondo quanto in questa vita si è svolto e ci ha procurato gioia o dolore, momenti di felicità o di sofferenza; e in tal caso, è normale che più eventi possano fondersi e poi magari nuovamente dipanarsi secondo svolgimenti temporali, che non sono quelli scanditi secondo le convenzionali unità di misura. In altri casi, avvertiamo la nostra “determinazione sociale”, la nostra individualità tende a sfumare e ci collochiamo dentro dimensioni temporali appunto più convenzionali. Anche in tal caso, tuttavia,andiamo incontro a temporalità che non sono proprio dello stesso senso e misura. Più frequentemente siamo calati dentro un “tranquillo” scorrere del vivere quotidiano; gli “altri” ci appaiono nella loro dimensione individuale, ma influenzano egualmente in mille modi la nostra vita. Poi vi è il momento della scelta d’appartenere ad un più vasto movimento in contrasto con altri, per cui avvertiamo bene il condizionamento collettivo; e anche se decidiamo la “neutralità” nei confronti delle parti in lotta, siamopur sempre influenzati dalla loro presenza e attività. Inoltre, in dati momenti storici, queste parti entrano in un più acuto, anche violentissimo, scontro; e qui il condizionamento tende perfino ad annullare la possibilità d’essere ancora individui. I cosiddetti “eroi” o “martiri” vengono cantati come singoli, ma invece questaloro “individualità” è pura proiezione del collettivo sociale rottosi in frazioni fra cui si svolge una non più mediabile lotta senza quartiere.

Ripeto: questo apre a nuovi discorsi, per cui qui chiudo intanto il presente scritto.          

 

Meglio una dittatura sovrana che una democrazia serva.

liberta

 

Vi invito ad ascoltare attentamente questo video di La Grassa http://www.conflittiestrategie.it/democrazia-e-dittatura-solo-differente-decisionismo. Ha ottenuto poche visualizzazioni perché la gente, ormai, oltre che disabituata a leggere è anche incapace di ascoltare. Eppure, il discorso lagrassiano su democrazia e dittatura, lungi dalla solita e perenne retorica dei testi universitari o dei dialoghi televisivi sulla partecipazione pubblica alla vita dello Stato (ridotta ad un gesto banale come quello di fare una croce su un prodotto elettorale), è essenziale per emanare giudizi meno superficiali sui nostri tempi. Che non sono più quelli in cui Churchill poteva affermare, con una battuta, che “la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”. La democrazia è, a questo punto occorre dirlo, una forma di governo modellata sulla prepotenza di un Paese e dei suoi vassalli, che si impone a suon di mazzate e con sempre meno infingimenti su chi non ne accetta il dominio. La democrazia ha gettato la maschera da qualche decennio, diciamo da quando le sfide internazionali hanno alzato la posta in palio, modificando lentamente i rapporti di forza geopolitici, redistribuendo gli equilibri, per ora a livello regionale ma con una tendenza allo scontro crescente tra attori politicamente e militarmente sempre più aggressivi su tutto il planisfero. La pantomima democratica non funziona più nemmeno nei paesi che la sperimentano da lungo tempo, tanto che i gruppi dirigenti, sedicenti democratici, devono ricorrere ad astuzie aggiuntive per riportare le loro pubbliche opinioni alla “ragione” della libertà. Basta vedere il tradimento del responso referendario sulla Brexit. Epitomando: il popolo non è sovrano per niente, in democrazia o in qualsiasi altro sistema politico. Il popolo deve pensare con le idee che altri in alto elaborano mettendogliele in testa e non ha mai coscienza, se non labile, dei veri obiettivi di chi ne condiziona i convincimenti. In altra sede, La Grassa ha scritto che le parti in lotta, anche se sono passate dal voto, in realtà non si fanno eleggere per servire la popolazione, in quanto

“sono strutturate e hanno precisi vertici di comando, tesi a dati (ma non dichiarati) obiettivi di conquista dei posti chiave nelle sfere degli apparati politici, economici e ideologico-culturali. La loro lotta deve ovviamente nascondere gli effettivi intenti di mera conquista del potere (del tutto, o quasi, per quei tot anni) dietro la menzogna degli interessi generali della popolazione, con magari una particolare predisposizione per questo o quel raggruppamento sociale, i cui voti siano preferibilmente “inseguiti” da questo o quel vertice delle parti in lotta, che si ritiene particolarmente organizzato a tale scopo (si pensi, ad es., ai “sindacati dei lavoratori”, organismi fortemente centralizzati, che appoggiano dati partiti). Bando dunque, per favore, alle pantomime sulla “democrazia” come governo del popolo, questo concetto del tutto astratto e il più fortemente ideologico di ogni altro, nel preciso senso di ideologia come falsa coscienza: quella indotta nei cittadini, non quella dei vertici di potere, che se ne servono con notevole consapevolezza dell’inganno da loro perpetrato. Inoltre, e questo è per me decisivo nel deprezzare ogni presunta democrazia elettorale, i cittadini vengono invitati a eleggere questo o quello senza alcun particolare impegno e rischio che non sia l’andare al voto, magari perfino rinunciandoci talvolta se il tempo è particolarmente brutto o invece specialmente bello per andarsene in vacanza, ecc. In altri assai meno miserabili contesti, i cittadini, e facendo magari specificatamente appello alla loro appartenenza a dati gruppi sociali, vengono chiamati alla vera lotta mediante ben altre ideologizzazioni, che sollecitano a volte la loro ira e sempre la speranza di un futuro migliore, perfino l’intelligenza di una decisa fuoriuscita da condizioni di oppressione e di miseria (non solo materiale), ecc”. In casi come questi, gli sciocchi (o qualcosa di peggio a volte) liberali affermano che si va verso la “dittatura”; perché la lotta può farsi cruenta e portare un dato gruppo al vertice della società, per di più rappresentato da un “capo”. In questi casi, però, masse imponenti di esseri umani (senza che si possa calcolare se rappresentano il 50% + 1 della popolazione, per di più quella al di sopra di una data età) si muovono anche a rischio della loro vita, danno il meglio di se stessi, non vanno a bighellonare nei seggi elettorali. Affermo con decisione che questa situazione è mille volte più “democratica” dell’altra. E la “dittatura” è solo nella testa di chi ci rimette, in casi come questi, l’intero suo potere di spremere quella gran massa popolare per i suoi bassi interessi, senza bisogno della benché minima ideologia di supporto: ideologia non come falsa coscienza, bensì come forte credenza che qualcosa di meglio possa essere conquistato. Senza dubbio, in casi del genere viene in evidenza la crudezza dei moti “di massa” e spesso tante altre miserie, perché in simili contingenze s’insinua nel movimento un po’ di tutto; tuttavia, ripeto che chi si muove in tale contesto rischia qualcosa di suo (fino appunto alla pelle). Tale situazione è mille volte migliore della falsa, miserabile, spenta, “democrazia” elettorale dei sedicenti liberali”.

Il democratificio è una fabbrica del potere che produce un certo tipo di funzioni, autolegittimandosi ex-post tramite una volontà generale, chiamata ad esprimersi periodicamente su dei candidati, alla quale si dà la sensazione di entrare nel processo decisionale mentre è già tutto prestabilito da una superiore visione, invisibile agli occhi. On n’échappe pas de la machine. Rancière scriveva: “Le elezioni sono libere. Servono essenzialmente ad assicurare la riproduzione del medesimo personale dominante sotto etichette intercambiabili, ma le urne non sono in genere strapiene ed è possibile rendersene conto senza rischiare la vita. L’amministrazione non è corrotta, tranne in quegli affari di mercato pubblico dove finisce per confondersi con gli interessi dei partiti dominanti. Le libertà individuali sono rispettate, a prezzo di considerevoli eccezioni per tutto quello che riguarda la difesa delle frontiere e la sicurezza del territorio. La stampa è libera: chi voglia fondare, senza l’aiuto di potenze finanziarie, un giornale o una rete televisiva capace di raggiungere l’insieme della popolazione incontrerà serie difficoltà, ma non finirà in galera. I diritti di associazione, di riunione e di manifestazione permettono l’organizzazione di una vita democratica, cioè di una vita politica indipendente dalla sfera statale. Permettere è evidente mente una parola ambigua”.
Gianfranco La Grassa, nel suo intervento, aggiunge un altro tassello alla questione democrazia vs dittatura. Quest’ultima non è una degenerazione della prima ma il risultato di un differente decisionismo nascente in contesti storici particolari in cui cincischiare con le “apparenze” democratiche può mettere a repentaglio certe prerogative sovrane a causa dell’infiltrazione di modelli culturali e politici non corrispondenti alle esigenze di recupero della potenza o di rafforzamento complessivo del Paese, in un clima di multipolarismo e policentrismo. In alcuni frangenti è possibile “parlamentare” data la stabilità epocale o in virtù di relazioni mondiali consolidate, in altri si deve agire tempestivamente badando al sodo. In ogni caso, il popolo non governa mai e mai governerà perché la politica è soprattutto serie di mosse strategiche, dunque coperte, segrete, per assumere la preminenza. Ora si lamentino pure i liberali che ululano contro i totalitarismi. La loro è solo una cultura del piagnisteo, per di più ipocrita perché la democrazia è altrettanto assassina, subdola, manipolante e intrigante (se cosi non fosse non esisterebbero i servizi segreti), che non commuove chi come noi, si spera, è avvezzo ad andare oltre le esteriorità ideologiche dei loro discorsi del piffero. Ebbene sì, meglio una dittatura che punta alla grandezza dello Stato che una democrazia asservita ad interessi stranieri.

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