Non penso meridiano

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Ho conosciuto Franco Cassano all’università di Bari, proprio ai tempi in cui imperversava il suo libro “il pensiero meridiano” che ho dovuto leggere per un esame. L’approccio non mi ha mai convinto, nostalgico e “localizzato” in contrapposizione antitetico-polare a quello globalizzato dominante. Al sud e ai suoi pensatori va rimproverata proprio la mancanza di “universalismo” ed il sempiterno arrocco in questa magica eccezione “sudista” e romantico-marina utile a consolare piuttosto che a “dominare”, anche nelle battaglie ideologiche. Il pensiero meridiano è magro rincoramento, favola di un inesistente eccezionalismo, al cospetto di una dura realtà completamente aliena a quello che si crede, spera, immagina “giù da noi”. Pensiero e basta, questo ci occorrerebbe, non importa da dove esso nasca purché l’originalità italiana, da Trento a Canicattì, torni ad essere protagonista dei nostri tempi e non piagnucolosa per quelli andati. La civiltà sarà pur arrivata prima dal/al mediterraneo ma quel modello di sviluppo lontano è zavorra ereditaria che non ci ha fatto più fare un solo passo in avanti negli ultimi secoli. Il clima e l’acqua non sono abbastanza per far nascere (e non risorgere) una necessaria comprensione del mondo che ci manca da troppi secoli. L’orizzonte verde e solare, sempiterno spunto poetico, ci ha infracidito le gambe fino a impedirci nei movimenti attuali. Altro che misura mediterranea cassaniana! Ci è mancata proprio l’eccessiva “dismisura necessaria”, quella che genera crescita violando qualsiasi equilibrio estetico-sentimentale. La bellezza della “naturalezza” riempie gli occhi ma lascia a digiuno le teste e le pance, o ancor peggio, ci riduce tutti a camerieri. Preferisco le fabbriche ai tramonti spettacolari.
Mare e terra si compensano armoniosamente e poveramente quando si rinuncia all’assalto al cielo. Che peraltro anche questo non è affatto vero, il cuore del sud, accogliente e aperto, è solo un altro mito accademico usato per confortare i nullatenenti inabili al progresso, così buoni con tutti e buoni a nulla.
Le specificità geografiche sono simmetrie schematiche, diceva Ortega y Gasset. Riduzionismi abusati che facevano da padroni nel saggio di Cassano. Ma per essere scienziati, come a noi piace essere, qual è precisamente la legge, non dico fisica ma politica, sociale, culturale, che permette di derivare da uno specchio d’acqua o da un clima mite una istituzione fungibile e superiore di cui avvantaggiarsi e andar fieri? Quale tecnologia o grande impresa è sorta dall’aria temperata? Non è la prospettiva paesaggistica che determina i destini storici degli uomini. Sono questi ultimi, semmai, che modificano l’ambiente e mutano la visione del panorama. E pazienza se per elevarlo lo imbruttiscono. La bruttezza salverà noi prima del pianeta. Né meridiani, né antimeridiani ma pensieri a tutto tondo per meglio interpretare e trasformare il mondo.

La tenerezza di Draghi

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Nel suo primo discorso al Senato per chiedere la fiducia ai suoi membri, il banchiere Mario Draghi ha detto:

“Questo governo nasce nel solco dell’appartenenza del nostro Paese, come socio fondatore, all’Unione europea, e come protagonista dell’Alleanza Atlantica, nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori. Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, significa condividere la prospettiva di un’Unione Europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione. Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa. Anzi, nell’appartenenza convinta al destino dell’Europa siamo ancora più italiani, ancora più vicini ai nostri territori di origine o residenza. Dobbiamo essere orgogliosi del contributo italiano alla crescita e allo sviluppo dell’Unione europea. Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma, fuori dall’Europa c’è meno Italia. Non c’è sovranità nella solitudine. C’è solo l’inganno di ciò che siamo, nell’oblio di ciò che siamo stati e nella negazione di quello che potremmo essere”.

Permettetemi di sorridere delle parole di questo competente. Costui non conosce la storia benché sia sicuramente un supertecnico dell’economia pluri-qualificato e iper-ricompensato per i suoi servigi alla finanza internazionale (molto poco italiana). Bisogna andarci piano con l’esistente in quanto per secoli l’Europa è stata teatro di guerre sanguinose e di divisioni. Ancora oggi, sotto il mantello solidaristico europeo, covano i duri rapporti di forza che, dissimulati dall’acquis communautaire, prima o poi emergeranno a stravolgere la narrazione tanto cara ai sognatori dell’economica dominante come Draghi.
Quest’ultimo fa un discorso a dir poco infantile quando sostiene l’irreversibilità dell’euro che è solo un mezzo di circolazione e di scambio dei prodotti che durerà finché gli Stati lo vorranno e lo accetteranno. L’esistenza dell’euro è condizionata al permanere dell’UE. Vedremo quanto sopravvivrà questa Europa impolitica e disarmata nel policentrismo conclamato, quando i grandi giocatori geopolitici passeranno alla mani. Ci vorrà ancora tempo ma su questo c’è poco da dubitare. E’ sempre accaduto e riaccadrà che si accenderà la lotta per la predominanza e allora a poco serviranno i bei discorsi sulla cessione di sovranità dei singoli a favore dell’inesistente comunanza d’interessi tra popoli europei.
L’ingenuità di Draghi mi riporta alla mente un episodio del secolo scorso. E’ narrato nel testo di Victor Sebestyen su Lenin:

“il primo giorno dopo la Rivoluzione Lenin a titolo personale e il Sovnarkom a titolo formale chiesero al capo della Banca nazionale, Ivan Pavlovič Šipov, di versare 10 milioni di rubli al governo. Šipov si rifiutò, affermando che sarebbe stato illegale. Non riconobbe il regime bolscevico né il soviet come governo legittimo; i dipendenti della Banca nazionale si erano uniti allo sciopero dei funzionari statali. Di lì a tre giorni Lenin chiese nuovamente i soldi e ricevette un altro rifiuto. I corrieri mandati dall’Istituto Smol´nyj con le cambiali furono respinti e ben presto il Sovnarkom sarebbe rimasto a corto di fondi e dell’appoggio di chiunque sapesse come funzionava il sistema bancario. «Alcuni tra noi lo appresero […] da libri e manuali» ammette un collaboratore del Partito. «Ma non vi era nessuno […] che conoscesse le procedure tecniche della Banca di Stato russa.»
Il 7 novembre Menžinskij, accompagnato da un drappello di guardie rosse e da un piccolo distaccamento di soldati, arrivò in banca, dove trovò soltanto Šipov e alcuni dei suoi collaboratori più fidati. Diede loro l’ultimatum. Se i soldi non fossero comparsi entro venti minuti, tutti i «colletti bianchi» al di sopra della posizione di impiegato avrebbero perso il “il lavoro e la pensione, e tutti gli uomini in età di leva sarebbero stati arruolati nell’esercito e mandati al fronte. I dipendenti tennero duro.
Šipov fu messo sotto sorveglianza e rinchiuso allo Smol´nyj, nella stanza di Menžinskij. Il commissario dovette dividere la camera con il suo vice.
Di lì a tre giorni Lenin, furioso con Menžinskij, ordinò al vicecommissario Nikolaj Gorbunov e al nuovo commissario della Banca di Stato Nikolaj “Osinskij di «andare a prendere il denaro, almeno 5 milioni, e di non osare tornare senza».
Le guardie rosse circondarono la banca mentre i due bolscevichi entravano nell’edificio e ordinavano agli impiegati, sotto la minaccia delle armi, di aprire i caveau. Cinque milioni di rubli furono riposti frettolosamente in alcuni sacchi, come in un caper movie. Gorbunov e Osinskij si misero i soldi in spalla, salirono su un’auto corazzata e li portarono direttamente nell’ufficio di Lenin. Lui non c’era; i due trasferirono il denaro in sacchi di velluto rosso e montarono la guardia. Osinskij impugnò per tutto il tempo un revolver armato. Quando Lenin tornò, era raggiante. I sacchi furono collocati in un vecchio armadio in un ufficio attiguo, sorvegliati costantemente da una sentinella. Quello fu il primo ministero del Tesoro sovietico.”

La morale è chiara. Con un revolver si smentiscono le idee dei banchieri. Fine della vecchia legalità e principio di quella nuova.

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ALCUNE PICCOLE LEZIONI AI DRAGHISTI E NEOLIBERISTI

Nel 1841 l’economista tedesco Friederich List criticò la Gran Bretagna dicendo che predicava il libero scambio agli altri pur avendo raggiunto la supremazia economica grazie a dazi elevati e ampio ricorso a sussidi alle imprese. Accusò i britannici di aver «dato un calcio alla scala» dopo averla utilizzata per arrivare alla leadership economica mondiale: «È un abile stratagemma, molto diffuso: quando uno ha raggiunto l’apice, dà un calcio alla scala che ha usato per arrivare in cima, così che gli altri non abbiano modo di salire dopo di lui…E prosegue dicendo: «Qualsiasi nazione che […] sia riuscita a portare il suo potere produttivo e la sua rete commerciale marittima a un livello tale per cui nessuna altra nazione sia in grado di competere liberamente, non può fare nulla di più saggio che dare un calcio alla scala che l’ha portata all’apice, predicare agli altri i benefici del libero scambio e dichiarare in tono pentito di aver percorso la strada sbagliata e di essere riuscita infine, per la prima volta, a scoprire la verità». Friedrich List, The National System of Political Economy,
La Gran Bretagna e gli Stati Uniti non sono le culle del libero scambio: di fatto, per un lungo periodo sono stati i paesi più protezionisti del mondo. È vero che non tutti devono il proprio successo a protezioni e sovvenzioni, ma pochi ce l’hanno fatta senza.
L’idea, per nulla intuitiva, che l’economia nel suo insieme possa comportarsi diversamente dalla somma delle sue singole componenti è di John Maynard Keynes, che sosteneva che ciò che è razionale per un individuo può non esserlo per l’economia nel suo complesso. Per esempio, durante una fase recessiva, quando le aziende assistono a un calo della domanda per i loro prodotti, i lavoratori hanno maggiori possibilità di essere licenziati o di ritrovarsi con un salario ridotto. In una situazione di questo tipo, è prudente che imprese e lavoratori riducano le rispettive spese. Ma se tutti gli attori economici si comportano allo stesso modo, si ritroveranno in una situazione peggiore, perché l’effetto complessivo di questo comportamento è una riduzione della domanda globale, che a sua volta incrementa le possibilità di fallimento e licenziamento, per tutti. Di conseguenza, sostiene Keynes, il governo, cui spetta il compito di gestire l’economia nel suo insieme, non può ricorrere a una versione in grande scala dei piani d’azione che sono razionali per i singoli agenti economici. Dovrebbe consapevolmente fare sempre il contrario di ciò che fanno gli altri attori economici. In caso di recessione, quindi, dovrebbe aumentare la spesa per contrastare la tendenza di imprese e lavoratori a ridurre la loro. In fase di espansione, dovrebbe ridurre la spesa e incrementare l’imposizione fiscale affinché la domanda non superi l’offerta in aggregato….
Ma, a partire dagli anni Ottanta, con l’ascesa del neoliberismo e del suo approccio «monetarista» alla macroeconomia, il focus della politica economica è cambiato radicalmente. I monetaristi vengono definiti tali appunto perché ritengono che i prezzi aumentino quando la massa monetaria in circolazione è eccessiva rispetto alla quantità di beni e servizi disponibili. Sostengono inoltre che alla base della prosperità vi sia la stabilità dei prezzi (lotta all’inflazione) e quindi che la disciplina monetaria (necessaria per avere prezzi stabili) debba essere il principale obiettivo della politica macroeconomica…econdo i neoliberisti due sono gli elementi essenziali per raggiungere un tasso d’inflazione basso. Innanzitutto, rigore monetario: la banca centrale non deve incrementare l’offerta di moneta al di là dello stretto necessario per sostenere la crescita reale dell’economica. In secondo luogo, ci dev’essere prudenza finanziaria, ovvero nessun governo deve vivere al di sopra dei propri mezzi (torneremo presto sull’argomento).
In tema di disciplina monetaria, la banca centrale, che controlla l’offerta di moneta, deve concentrarsi esclusivamente sulla stabilità dei prezzi…[ma]c’è inflazione e inflazione. Quindi, se l’alta inflazione è dannosa, un’inflazione moderata (fino al 40 per cento) non solo non è necessariamente dannosa, ma può essere persino compatibile con una rapida crescita e la creazione di posti di lavoro. Possiamo addirittura sostenere che un certo grado d’inflazione è inevitabile in un’economia dinamica: i prezzi cambiano perché l’economia cambia ed è quindi naturale che i prezzi salgano quando ci sono molte attività nuove che creano nuova domanda.
Se un’inflazione moderata non è dannosa, perché mai i neoliberisti ne sono ossessionati?… Un basso tasso d’inflazione protegge meglio ciò che i lavoratori hanno già guadagnato, ma le politiche richieste per ottenere tale risultato potrebbero ridurre ciò che guadagneranno in futuro. Perché? Perché le politiche monetarie e fiscali restrittive necessarie per ridurre l’inflazione, soprattutto a tassi molto bassi, porteranno a una contrazione dell’attività economica che, a sua volta, farà calare la domanda di lavoro, aumentare la disoccupazione e diminuire i salari. Di conseguenza, il rigido controllo dell’inflazione è un’arma a doppio taglio per i lavoratori: assicura una migliore protezione dei redditi presenti, ma riduce quelli futuri. Un tasso d’inflazione più basso è una benedizione solo per i pensionati e per chi, come il settore finanziario, trae il proprio reddito da strumenti finanziari a tasso fisso: essendo al di fuori del mondo del lavoro, non risentono degli effetti negativi delle politiche macroeconomiche deflazioniste (minori opportunità di occupazione e diminuzione dei salari), mentre beneficiano di quelli positivi (miglior protezione del reddito esistente).
I neoliberisti strombazzano ai quattro venti che l’inflazione colpisce la popolazione in generale…Ma questa retorica populista omette di dire che le politiche necessarie a ridurre l’inflazione produrranno una contrazione degli introiti futuri della maggior parte dei lavoratori riducendo le prospettive occupazionali e salariali…Come sosteneva la principale tesi di Keynes, quello che conta è che il governo svolga un’azione anticiclica che faccia da contrappeso al settore privato, incrementando la spesa durante le fasi recessive e generando eccedenze di bilancio quando l’economia va bene.
È passata alla storia la risposta data da John Maynard Keynes a chi lo accusava di essere incoerente: «Quando le cose cambiano, io cambio idea – e lei, signore?». Molti ideologi, non tutti purtroppo, sono come Keynes. Cambiano idea, e lo hanno già fatto, quando si trovano di fronte a nuovi sviluppi del mondo reale e a nuove tesi, a patto che siano abbastanza convincenti da permettere loro di abbandonare le convinzioni mantenute in precedenza.
Ha-Joon Chang, ESTRATTI DI Cattivi samaritani, Il mito del libero mercato e l’economia mondiale

 

Economia astrologica o astrologia economica?

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“Paragonare la previsione economica all’astrologia è un insulto sì, ma per gli astrologi”. Andrè Gunder Frank

Il neoconsigliere economico di Draghi è il prof. Francesco Giavazzi. Economista competente che, tra il 2007 e il 2008, si lanciò in grandi rassicurazioni circa l’estendersi della crisi economica a livello mondiale:
“la crisi del mercato ipotecario americano è seria, ma difficilmente si trasformerà in una crisi finanziaria generalizzata. Nel mondo l’economia continua a crescere rapidamente. La crescita consente agli investitori di assorbire le perdite ed evita che il contagio si diffonda”.
Inoltre, all’indomani del fallimento della Lehman Brothers, Giavazzi si disse sicuro che sarebbe stato il mercato a mettere riparo alla situazione, senza alcun intervento del governo americano. Il mercato fa, il mercato disfa e rifà. Ma il mercato trattato alla stregua di una entità metafisica ed estraeconomica è solo un rifugio per gli ottusi con alto quoziente intellettivo. Giavazzi fu prontamente smentito dai fatti e dai miliardi di dollari che l’amministrazione Usa fece piovere sull’economia statunitense per salvare il suo sistema finanziario e alleggerire anche le conseguenze che, presto o tardi, si sarebbero riverberate sull’economia reale. Da quella crisi non si è, in verità, mai del tutto usciti, tanto che anni dopo si cominciò a parlare di stagnazione addirittura secolare. Gli economisti sono fatti così, dal “non è nulla” a “sarà lunga” è un passo.
Gianfranco la Grassa, il quale non ci tiene ad essere chiamato economista per non essere anche meno di un astrologo, in quegli anni, gli stessi in cui imperversavano (e ancora imperversano, purtroppo) i competentissimi alla Giavazzi, paragonò la crisi in corso alla grande stagnazione iniziata nel 1870: “…Si trattò della fase in cui si andarono preparando eventi estremamente drammatici quali quelli che si produssero nella prima metà del secolo XX: le grandi crisi economiche (soprattutto, come già detto, quella del ’29) e, in particolare, le due guerre mondiali…A partire dalla seconda metà del XIX secolo, e specialmente dal 1870, si accentuò lo scontro tra i vari paesi capitalistici avanzati per la conquista delle colonie; e per la redistribuzione di quelle già acquisite (ci si ricordi che anche la Francia aveva possessi coloniali di rilievo pur se si era indebolita, come già messo in luce, con la sconfitta nella guerra del 1870-71)…la lunga depressione del 1873-96 è stata il sintomo (e l’effetto) della messa in discussione della primazia inglese, dell’ascesa di alcune nuove potenze ormai concorrenti nell’aspirazione a prevalere”. Mutatis mutandis, possiamo fare dei parallelismi con la situazione odierna, dal momento in cui la superpotenza statunitense (proprio come quella inglese al calar del XIX secolo), fatica a conservare un primato mondiale che però, fondamentalmente, resta tale. Gli Usa mantengono un notevole gap sugli altri paesi e ciononostante si determina una iniziale crisi di sregolazione, del sistema internazionale, che preannuncia ben altri conflitti. Per adesso l’opposizione tra player geopolitici si manifesta maggiormente sul lato finanziario, ma quando gli scarti di potere, tra gli Usa ed il resto del mondo, si saranno accorciati, le tensioni assumeranno la loro precipua veste politica e militare. Quando saremo più vicini a questo stato di fatto la crisi risulterà irricomponibile, nessuna riforma potrà salvare un sistema superato nelle sue stesse gerarchie e dipendenze, verrà squarciato il velo di sofisticazioni economiche che rivestono la crosta delle relazioni tra le nazioni ed i nudi rapporti di forza usciranno nuovamente allo scoperto. Difatti, l’epoca della grande depressione, volendo restare al paragone storico precedente, cioè quella della fine degli anni ’20 del secolo XX, coincide con il conclamato indebolimento e poi declino di Londra. Questo decadimento però era cominciato da più lontano, dalla stagnazione di fine ‘800, si era poi inasprito con una guerra mondiale, a cui era seguita un’altra depressione profondissima e quest’ultima si era risolta, a sua volta, in una seconda guerra generalizzata che doveva mettere fine alla supremazia dell’impero inglese sul globo, a favore di Usa (nel campo occidentale) e Urss (in quello orientale). Senza essere troppo teleologici, né nella narrazione degli eventi passati (ai quali risaliamo post festum), né di quelli futuri (quindi non escludendo a priori che gli Usa stiano andando incontro a questo destino ma nemmeno dandolo per scontato) parrebbe di essere sulla soglia di un’epoca di ulteriore scoordinamento, i cui risvolti sono intuibili con approssimazione ma non definibili con certezza…Oggi, come per il periodo 1873-96, il rafforzamento di potenze che rimettono in discussione il loro rango nel consesso globale innesca la destabilizzazione dello statu quo…Non dico nulla sull’eventualità di qualche improvviso botto finanziario con “grande crisi” tipo ‘29. Mi spendo invece per un vigoroso regolamento di conti – in tempi e con modalità non prevedibili; salvo predire una netta diversità rispetto alle guerre mondiali del XX secolo – che forse riporterà verso situazioni di migliore coordinamento; ma attraversando un periodo di gravi eventi traumatici di difficile sopportazione a causa della loro sempre più sconvolgente drammaticità”.
Qualche anno dopo, ma eravamo già nel 2015, Padoan, Ministro dell’Economia nel Governo Renzi, dichiarò in un convegno della Confindustria di essere “tra quelli che ritiene che l’ipotesi di stagnazione secolare non sia così peregrina”. Finalmente, ci erano arrivati anche loro con un decennio di ritardo.
Mentre Giavazzi si autocompiaceva intellettualmente per compiacere i centri ufficiali e accademici che distribuiscono riconoscimenti su base ideologica, in un circolo vizioso di crescente incomprensione dei fenomeni reali, qualcuno aveva inutilmente chiamato la categoria ad un minimo di resipiscenza, ovviamente inesaudita. Krugman ci andò giù pesantemente scrivendo sul NYT: “questa crisi economica era per gli economisti l’occasione per giustificare la loro ragione di essere, per noi scribacchini accademici era il momento di mostrare cosa sanno fare i nostri modelli e le nostre analisi”. Gli scribacchini accademici fallirono “Perché chiusi nella loro ortodossia e impermeabili a nuovi approcci; e pure senza passato, perché ignorano la lezione dei classici”. Tra quest’ultimi classici bistrattati c’è sicuramente Keynes, il quale sembra che non sia mai esistito, eppure la sua scuola ha a lungo dominato il ‘900. Oggi siamo al suo rinnegamento da parte di gente che non ne azzecca una. Come Giavazzi. E’ proprio necessario ricorrere ad un simile consigliere? Non era meglio un astrologo per l’esecutivo di un’altra figura magica come Draghi?

Occidente in decadenza, di GLG

cartina elezioni Usa

https://it.insideover.com/politica/biden-e-gia-a-corto-di-idee-in-politica-estera-copia-i-fallimenti-di-obama.html

Credo che il problema non sia essere a corto di idee. Biden, di fatto e tenendo conto del mutamento delle situazioni nel mondo, riprende le idee (e quindi certe strategie) di Obama-Hillary Clinton. Non credo sia stata ancora ben valutata in tutti i suoi effetti la politica statunitense degli otto anni di Obama. Praticamente subito (fu eletto nel 2008 e entrò in presidenza il solito 20 gennaio del 2009) questi mise in moto gli eventi che condussero alla liquidazione di Gheddafi e a tutto il caos generatosi in quella zona africana e anche più a est (Medioriente, ecc.). Diciamo che l’intervento della Russia in Siria non ha consentito il pieno raggiungimento degli scopi (non tutti ben compresi) della strategia obamiana. Ma parlare di semplice suo fallimento o è stupidità o malafede. Fra l’altro non capiamo nemmeno bene per chi stia giocando la Turchia. Sia chiaro che non sta agendo contro tutti come cercano di farci intendere. La Russia sembrava avere qualche successo in Libia e intrattenere rapporti di alleanza con Erdogan. Questa impressione è finita assai presto. Per il momento non si parla più molto di quel “caos”; forse più apparente che reale. Si parla poco, anzi ormai niente, anche della situazione di altri paesi di quell’area; ad esempio l’Algeria.
In ogni caso, a grandi linee (e quindi con approssimazione) diciamo che Trump (sempre un nome per i gruppi di potere che vi stanno dietro), con il suo “America first” volle concentrarsi un po’ di più sul “giardino di casa”; basti pensare come era in auge allora il presidente brasiliano (Bolsonaro) e l’ormai ridicolo tentativo di “sistemare” il Venezuela con quella specie di clown (scadente) di Guaidò. Ci furono crisi – passate per quasi avvicinamenti di una guerra mondiale; a dimostrazione di quanto cretini e in mala fede siano i commentatori in Italia e nel mondo occidentale – come quella con la Corea del Nord, finita con una stretta di mano tra i due presidenti sul 38° parallelo. E poi la tensione con la Cina, atteggiamento abbastanza piaciuto in Giappone. Oggi si riprende dalla necessità di controllare meglio la UE, ri-stringere bene i rapporti con la Gran Bretagna, reprimere quei nascosti “fremiti” di certi ambienti tedeschi di cui nessuno parla; ignoranza estrema o sempre vergognoso servilismo verso gli USA, che oggi in Italia con Draghi ridiventerà il leit-motiv di tutte le accozzaglie di inetti e pasticcioni che si fanno passare per forze politiche. E si riprende l’attenzione molto ostile nei confronti della Russia perché è questa che potrebbe oggettivamente diventare un aiuto per i suddetti “fremiti”; e magari non più solo tedeschi. Si arriva perfino a voler boicottare l’uso del vaccino Sputnik 5, dimostrazione di basso e miserabile servilismo di queste forze politiche esistenti nella UE, ma soprattutto in Italia.
Seguiamo questa decadenza dell’“Occidente”. Tutto sommato, dobbiamo rallegrarcene. L’unica alternativa al declino inarrestabile e definitivo (non dico domani o dopodomani) è una violenza annientatrice dell’attuale quadro politico e dei gruppi di potere attuali da parte di ….. Qui certamente sta l’incognita; se si evidenzierà, quale sarà la “forza nuova” capace di spazzare via e seppellire questi “Arlecchini” e “Pulcinella”? Non certo con questa “democrazia” ormai svilita e ridotta a “comica finale” dagli stessi miserabili suoi sostenitori (solo apparenti perché sono in realtà dei vili e consapevoli mestatori e null’altro). Si vuole infine cominciare a pensarci e a parlarne?

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