Che cos’è una nazione

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Ormai ognuno deve dire la sua, possibilmente fuori dalle proprie competenze e fuori dai propri ambiti di conoscenza. Ma voi davvero credete, come il comico qui sotto, che Draghi sia un genio italico come Leonardo, Galilei o quanti altri ne abbiamo avuti? E seriamente pensate che sia tutta colpa dei tedeschi se i “coronabond” non siano stati adottati? Dopo questa sciocchezza, il signore qui sotto si è lasciato andare a tutti i luoghi comuni del caso: i tedeschi hanno provocato la I Guerra Mondiale, la II Guerra Mondiale, hanno sterminato le razze inferiori e ora iugulano gli italiani. Proprio loro che sono stati aiutati dall’Europa e dall’America a risollevarsi dopo aver perso due conflitti (il che ovviamente non è vero perché l’obiettivo di America, Inghilterra e Francia è stato sempre quello di limitare, per ragioni diverse, le potenzialità dell’unico Stato in grado prendere la leadership di questo Continente per farne un’entità realmente autonoma e libera dai condizionamenti statunitensi). Noi italiani ci lamentiamo di come ci trattano nel mondo ma siamo i primi a ricamare sui presunti difetti altrui per assolverci dalle nostre responsabilità. Il problema non è che Bruxelles rifiuta di aiutarci, il guaio è che ci siamo messi nelle condizioni di dover andare col cappello in mano dai farabutti mondiali per aver il consenso su ciò che possiamo o non possiamo fare. E la colpa di tanto non è dei tedeschi ma nostra che abbiamo svenduto l’Italia agli USA e all’Ue. Dobbiamo uscire dalla gabbia europeistica, da questo edificio di depressione e distruzione della nostra sovranità, per rinascere come nazione. Se siamo a tale disastroso punto le responsabilità sono di quelli come Draghi (che perorava l’ irreversibilità delle istituzioni europee) e di tutti quelli che negli anni hanno coltivato la sottomissione del popolo italiano descrivendola come un progresso mentre invece si eseguivano meramente gli ordini di smobilitazione pubblica provenienti da paesi stranieri. Draghi, come ricorda Cossiga, fu il liquidatore dell’industria strategica di Stato ma non concretò tali svendite per suo conto, le realizzò perché imbeccato dai suoi “comparuzzi” americani, inglesi, europei ed anche da quegli italiani marci, sottomessisi ai nemici. Mentre noi ci liberavamo dei tesori di famiglia gli altri Paesi li proteggevano, mentre noi rinunciavamo ai grandi affari internazionali gli altri li concludevano. Per esempio, quando gli USA e l’Ue ci imposero di chiudere il consorzio South Stream che ci avrebbe portato gas dalla Russia noi abbassammo la testa. Quando fu chiesto ai tedeschi di rinunciare al progetto di un gasdotto speculare al nostro, il North Stream, quelli non si piegarono e lo conclusero comunque. Di chi è la colpa di tanta debolezza?

Questo povero paese deve risollevarsi sulle sue gambe se vuole tornare a camminare. Prendersela coi vicini in maniera così dozzinale non serve a niente. Vorrei si rileggessero le parole di Renan che riporto, affinché ci si fissi nel cranio che qui o si rifà l’Italia o si muore, continuare ad esistere civilmente e fieramente dipende soltanto dai nostri sforzi e non dalla benevolenza altrui. Basta togliersi il cappello!

“L’uomo, Signori, non si improvvisa. La nazione, come l’individuo, è un punto di arrivo di un lungo passato di sforzi, di sacrifici e di dedizione. Il culto degli avi è di tutti il più legittimo; gli avi ci hanno fatto quelli che siamo. Un passato eroico, grandi uomini, gloria (intendo quella vera), ecco il capitale sociale sul quale poggia un’idea nazionale. Avere comuni glorie nel passato, una volontà comune nel presente; aver fatto grandi cose insieme, volerne fare ancora, ecco le condizioni essenziali per essere un popolo. Si ama in proporzione dei sacrifici che si sono accettati, dei mali che si sono sofferti. Si ama la casa che si è costruita e che si trasmette. Il canto spartano: «Siamo quel che voi foste; saremo quel che voi siete» è nella sua semplicità l’inno abbreviato di ogni patria. Nel passato, un’eredità di gloria e di rimpianti da condividere, nell’avvenire uno stesso programma da realizzare; aver sofferto, gioito, sperato insieme, ecco ciò che vale più che dogane comuni e frontiere conformi alle idee strategiche; ecco ciò che si comprende malgrado le diversità di razza e di lingua. Dicevo poco fa: «Aver sofferto insieme»; sì, la sofferenza in comune unisce più che la gioia. In fatto di ricordi nazionali, i lutti valgono più dei trionfi, perché impongono dei doveri, richiedono lo sforzo comune.
Una nazione è dunque una grande solidarietà, costituita dal sentimento dei sacrifici che si sono fatti e di quelli che si è disposti a fare ancora. Suppone un passato; si compendia tuttavia nel presente con un fatto tangibile: il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare la vita comune. L’esistenza di una nazione è (perdonatemi questa metafora) un plebiscito di tutti i giorni, come l’esistenza dell’individuo è una perpetua affermazione di vita… L’uomo non è schiavo né della sua razza, né della sua lingua, né della sua religione, né del corso dei fiumi, né della direzione seguita dalle catene dei monti. Un grande aggregato di uomini, sani di mente, caldi di cuore, crea una coscienza morale che si chiama nazione. Finché questa coscienza morale prova la sua forza con sacrifici che esigono l’abdicazione dell’individuo a profitto della comunità, essa è legittima, ha diritto di esistere.

Passi di
Che cos’è una nazione
Ernest Renan

 

 

 

ARGOMENTI GIUSTI PER UNA CAUSA SBAGLIATA

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Anche la scienza può divenire dogmatica e innamorarsi troppo delle sue acquisizioni, da considerarsi invece sempre provvisorie (ancorché non errate, laddove dimostrano di funzionare) in quanto avvengono costantemente altre scoperte che gettano nuova luce su quanto sapevamo e soprattuto, su quanto non si conosceva, generando così ulteriori convinzioni che saranno però oltrepassate, dopo un po’, ancora da successivi disvelamenti, e via via senza fine. Non arriveremo mai ad una teoria del tutto quantunque per comodità e limite umano si accetteranno delle sistematizzazioni di quanto siamo andati apprendendo nel nostro percorso evolutivo. Insomma, non si finisce mai di sapere o di non sapere. Questo è l’autentico spirito scientifico. Sappiamo, inoltre, le resistenze che la scienza “costituita” oppone, delle volte, alle novità che giungendo all’improvviso destabilizzano un intero campo del sapere. Lo spiegava bene anche Kuhn il quale sottolineava la difficoltà di accettare un cambio di paradigma, che può condurre anche ad una rivoluzione scientifica, da parte di chi custodisce le chiavi della “scienza normale” di fronte a teorie fresche. Detto ciò bisogna stare attenti a non confondere ciarlatani patentati e innovatori incompresi benché spesso il confine tra gli uni e gli altri possa apparire labile. Le differenze però ci sono e saltano all’occhio attento che sa riconoscerle o al naso che sa annusarle. Dico questo perché recentemente un’associazione chiamata “Patto trasversale per la scienza” ha diffidato alcuni colleghi per esternazioni minimizzanti e equivocabili sull’epidemia in corso. Non condivido il metodo di questa associazione di ricorrere ai tribunali tuttavia ritengo che nel merito della questione abbiano ragione. Tra i denunciati c’è anche un farmacista che su un sito di controinformazione ha rilasciato un’intervista in cui mescolava virologia, economia, politica e ricerche mediche senza risultati acclarati. Costui risulta anche essere allievo di un dottore molto famoso e ormai defunto che negli anni passati predicava (il verbo non è casuale) terapie anticancro rivelatesi senza fondamento. Nel video che riporto sotto un ex giornalista Rai è intervenuto nella diatriba riportando esempi di scienziati presi per pazzi dalla comunità scientifica per le loro teorie ai quali però in seguito è stata data ragione o parziale ragione. Tuttavia, questo video a difesa dell’intervista di cui si parla ha sposato una causa sbagliata. Nel frangente è chiaro però che l’intervistato abbia fatto ricorso a troppe dietrologie avulse dalla scienza per perorare la sua posizione. In questa commistione di discipline e di temi, nonché di riferimenti a terapie (tipo la cura Di Bella) smentite nei loro effetti o del rifiuto di pratiche mediche provate (i vaccini) c’è già abbastanza per capire la stoffa di certi personaggi. Mi gioco la testa che tra il novero dei bistrattati e riaccreditati dalla scienza di cui parla Barnard costui non vi entrerà, né domani né tra mille anni. Ho poche sicurezze nella vita ma di questa sono stracerto. La smettano i Burioni di fare i burioni e i Barnard di fare i barnard.

Ps. Si cita nel video anche il premio nobel Montagnier, il quale ha isolato il virus del HIV. Per questa grandissima scoperta egli ha ricevuto giustamente un ambito riconoscimento, poi però ha perso molta credibilità quando in uno studio, oggi invalidato, disse di aver individuato la “memoria dell’acqua” che ringalluzzì gli stregoni dell’omeopatia. In questo caso è accaduto il contrario di quanto solitamente avviene: dagli allori al disconoscimento (anche se l’umanità gli deve ovviamente molta gratitudine per quanto fatto sul virus citato).

 

VIRUS, DUE CONTI FACILI FACILI.

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Ai fessi che continuano a sostenere che questa pandemia è poco più di una influenza, nonostante tutto quello che sta accadendo intorno a loro, è inutile dare ulteriori spiegazioni. La resipiscenza su questa terra è più scarsa delle terre rare. In ogni caso basta l’aritmetica per smentire le loro sciocchezze, come ho dimostrato in altri articoli. Oggi lo spiega bene anche Il Giornale:

“ E, dentro la confusione, si annida anche il virus che cerca di minimizzare l’emergenza, critica tutte le misure restrittive giudicandole eccessive e controproducenti sia dal punto di vista medico che economico. Secondo questa tesi stiamo esagerando.In fondo–sostengono i negazionisti – la normale influenza fa ogni anno in Italia 12mila morti (il Coronavirus a ieri ne ha uccisi circa settemila) e nessuno si è mai sognato di chiudere il Paese e limitare le libertà individuali e d’impresa. Facciamo due conti in tasca a questi signori: è vero, l’influenza normale provoca 12mila morti,ma nell’arco di cinque mesi(da ottobre a marzo) cioè una media di 2.400 persone al mese; che, spalmate più o meno equamente tra le venti regioni italiane,fanno 120 persone al mese,cioè quattro morti al giorno,per regione.È evidente che parliamo di numeri gestibili, per di più senza rischio epidemico per via dell’esistenza di adeguati vaccini. Faccio un esempio:in Italia cade mediamente un metro di pioggia all’anno,ma un conto è se ne cadono 2 millimetri al giorno tutti i giorni,altro è se un uragano scarica l’intero metro tutto insieme su un territorio. Secondo voi in questo territorio devastato non succede nulla e tutto deve continuare come prima perché «un metro è sempre un metro»? Un’emergenza del genere non bloccherebbe la vita ordinaria,non giustificherebbe l’intervento dell’esercito? E poi dicono, i negazionisti: attenzione, nella maggior parte dei casi il Coronavirus non è la causa principale della morte ma solo una concausa. Che vuol dire? Forse solo l’infarto fulmineo provoca la morte diretta? Anche chi si schianta in macchina sbronzo non muore di alcolismo (concausa),ma senza il «virus» dell’alcol non sarebbe morto”.

Sono tutte questioni che qui abbiamo già trattato. Se il diabete o l’asma sono le patologie pregresse che portano alla morte “con” non “per” coronavirus, come dicono i cialtroni, allora mezza popolazione rischia di finire male. Secondo questo ragionamento farlocco dovremmo altresì affermare che si muore con il virus del HIV e non “per” in quanto solo dopo che nell’organismo umano si è sviluppata l’AIDS (la sindrome da immunodeficienza) il sistema immunitario non è in grado di affrontare i suoi diversi “nemici” e muore per le varie infezioni.

Ora, gente che non è capace nemmeno di far uso dei numeri vorrebbe farsi veicolo di verità sottaciute dal potere o di teorie dietrologiche che solo lui, dall’alto della sua intelligenza, è riuscito a elaborare e a offrire ai poveri ciechi intorno a lui. Ogni limite ha una pazienza per dirla alla Totò ed il limite si è già spazientito o il paziente si è già slimitato, fate vobis.

Concludo con un altro fastidio che provo in queste settimane. Anche illustri scienziati, che dovrebbero attenersi alle loro competenze, oggi molto richieste, svolgono non richieste valutazioni politiche. Qualcuno ha detto: “non siamo cinesi o coreani, non possiamo sottostostare alla stessa rigida disciplina individuale imposta dall’alto”. Non so quanti cinesi questi signori abbiano visto in vita loro per inferire dal loro comportamento ordinato una legge ferrea della sottomissione all’autorità. Inoltre, parliamo di culture millenarie, diverse dalla nostra ma non inferiori. Questo razzismo del “pipistrello” viene praticato da gentaccia che solitamente ci fa la morale sugli sbarchi dall’Africa e che, evidentemente, considera gli asiatici meno umani dei “vatussi”. Certi luoghi comuni sono veramente insopportabili ma ugualmente è intollerabile questo considerare sempre preminente il carattere di un popolo, ammesso che esista, in quanto marchio indelebile di un destino. Invece, il carattere si forgia nella storia e vorrei ricordarvi che fino a qualche secolo fa erano i tedeschi ad essere considerati gli scansafatiche d’Europa, stigma che oggi tocca a noi e agli spagnoli, accusati di dormire troppo e lavorare poco. Fosse davvero così, del resto, noi italiani saremmo effettivamente destinati per sempre alla pizza e al mandolino ed, invece, siamo bravi a fare tante altre cose che generano invidia tanto da farci inquadrare, dai nostri detrattori, nel solo camereriato (con rispetto parlando dei camerieri).

La Signora, di Rita Simonitto

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Era da un po’ di tempo che la Signora lavorava poco. Ovvero, lavorava sì, ma non di gusto. Per quanto la sua falce avesse ancora la lama ben lucida si sentiva Lei arrugginita. E soprattutto scoraggiata dal fatto che suo cugino, il Fato, si intromettesse nel suo lavoro costringendola a fare gli straordinari, operando in modo meccanico, senza doverci pensare sopra e soprattutto senza poter combattere. Certamente, come accade a tutti i dipendenti, il committente (che le era sconosciuto e a cui quindi non poteva porgere le sue rimostranze) aveva disposto così, proprio come aveva scritto il Divino Poeta “Vuolsi così colà dove si vuole ciò che si puote e più non dimandare”: quello sfrontato che si era permesso di fare una crociera nei suoi regni parlandone (e sparlandone) a suo piacimento.

Quel tipaccio non le era mai piaciuto, perché voleva sottrarsi al suo dominio e le escogitava tutte per bypassare la bastarda cogenza che la vita terrena impone a tutti. Voleva l’immortalità, lui. E ce l’aveva fatta facendola rimanere con un palmo di naso. Però, nello stesso tempo, si era anche divertita nel tendergli le sue trappole, stuzzicata nel saggiare di quanto potere avesse ancora nelle sue mani che, anche se ossute, sapevano lavorare di fino.

Adesso, invece, tutto un piattume. Per quanto cercasse di ingaggiare agenti provocatori per procurarsi un lavoro decente, che la stimolasse nel confronto con antagonisti degni del suo livello, gli esiti erano quelli di sempre. Ora nessuno lottava più se non trincerandosi dietro parole vane, inutili proclami di ‘vittoria’ ben sapendo che l’ultima parola sarebbe toccata a lei.

Di fronte a questa banale irresponsabilità che, certo, le dava comunque lavoro e faceva anche gli straordinari, davvero non c’era più gusto. Che non le piacesse il lavoro facile lo sapeva fin dalla notte dei tempi quando, per averla vinta, doveva lottare fino all’ultimo sangue e non solo in senso metaforico si intende. L’ultimo sangue dell’antagonista, ovviamente.

Anche se di lei avevano detto peste e corna, come se fosse Lei ad appiattire tutto, ciò non rispondeva affatto al vero. Lei ci teneva, forse per amor proprio, a quello che ognuno dovrebbe avere quando vuole svolgere bene il suo lavoro, a differenziare: ci teneva a confrontarsi con la differenza di età, di genere, di censo dei suoicompetitor’, alcuni dei quali consapevoli e altri invece viziosamente inconsapevoli.

Perché nei momenti di non lavoro forzato, la Signora non se ne stava in panciolle,anche se il suo committente sconosciuto un reddito glielo garantiva comunque.

Incredibile a dirsi, la Signora pensava, non era ‘cieca’ come appunto suo cugino, il Fato, che viveva di rendita e senza mai esporsi personalmente, anzi. Con di più le seccava moltissimo che a lui venissero tributati degli onori che lui nemmeno minimamente si era guadagnato.

 

Per dirla in breve, la Signora, non solo era scoraggiata ma anche arrabbiata perché piano piano stava perdendo quell’alone misto di mistero, turbamento, conflitto che la faceva sentire importante. Sentiva che l’avrebbero relegata ad una pura espressione accidentale. Non poteva permettere che finisse così. Che banalità!

Così, un bel giorno un suo informatore, anche lui stanco di riferirle sempre della solita ecatombe per guerre, incidenti che mietevano povere vittime inconsapevoli e costringendola quindi ad un superlavoro di manovalanza senza soddisfazione alcuna, le lanciò una idea: per riaffermare se stessa, la sua storia e l’importanza che lei aveva avuto e aveva nello stimolare l’immaginario dei suoi oppositori in modo tale che essi, a loro volta rendessero aguzzo il suo stesso ingegno (come in quella famosa partita a scacchi che fece con un Cavaliere degno di tale nome), avrebbe dovuto trovare delle persone motivate a combattere in quanto, dotate di storia e di memoria, non avrebbero, esse stesse, accettato di ridurre tutto quanto a strame nella nebbia della indifferenziazione. L’avrebbero sfidata e lei avrebbe risposto alla sfida, e anche se sapeva che, alla fine, avrebbe vinto sempre lei, almeno si sarebbero sparsi dei semi per successive battaglie.

L’idea le sembrò buona solo che non poteva muoversi senza il beneplacito del suo committente. Ma se stava ad aspettare lui (oltretutto trovarlo!) o se, una volta prospettatogli ciò che la stava angustiando e la soluzione che aveva in mente di portare avanti, avrebbe rischiato di sentirsi dire che le sue erano solo paturnie o, peggio che peggio, che chi comandava era lui. Punto e basta.

Così decise di muoversi in autonomia. Quello voleva e quello avrebbe ottenuto. Voleva rimettersi gloriosamente a cavallo, rivedersi nel suo Trionfo ma non quello rappresentato dal pittore olandese  Pieter Bruegel, bensì in quell’affresco di autore anonimo presente a Palermo a Palazzo Abatellis. A dirla proprio tutta, in ognuna delle due rappresentazioni si figurava come un suo vincere facile che era quello che lei non voleva. Voleva invece battagliare. Ma non trovandosi davanti ad una massa inerme bensì davanti a qualcuno che le tenesse testa. Perché solo così avrebbe ripreso il rispetto che il suo ruolo comportava.

Si mosse, si consultò, brigò ma purtroppo nessuno riusciva a comprendere il dramma che la tormentava: oltretutto, per definizione (voce sparsa da chissà chi) lei, di drammi, non ne doveva avere. E poi la sua domanda sembrava ‘astorica’, in un mondo (come lo chiamavano?) globalizzato, per cui lei stessa si sarebbe dovuta globalizzare. Annullare ogni specifico.

Ma un giorno si presentò al suo cospetto un ‘vettore’ appartenente alla famiglia dei microrganismi: era un virus, anche lui in cerca di occupare una scena per non confondersi nella indifferenziazione. Certo, le sue motivazioni, pur simili, differivano da quelle della Signora. Lui voleva solo espandersi per potersi nutrire, crescere e moltiplicarsi, lei voleva riaffermare la sua importanza, essere presa sul serio, perché se non sei preso sul serio, non esisti. Lui era ambizioso e per ciò non guardava in faccia nessuno. Lei, a differenza delle dicerie, voleva invece guardare in faccia i competitor, era il suo stile e, pur sapendo che avrebbe vinto, voleva giocare la sua partita.

Era una occasione quella che le si presentava, certo poco sicura in quanto affidarsi agli ambiziosi si sa da dove si parte ma non si sa dove si arriva.

Ma la Signora aveva fretta di concludere, stilò il contratto dopo essersi fatta spiegare come il virus si sarebbe mosso, assicurandole lui che le avrebbe fornito materiale con cui Lei avrebbe potuto cimentarsi secondo i suoi desideri. Si trattava soprattutto di soggetti che avendo avuto una storia anche difficile alle spalle, avevano imparato avalutare il peso che Lei aveva nei processi evolutivi, e a sfidarla cimentandosi con Lei nei momenti di difficile scelta.

Mancò un particolare, anzi, due, nella piattaforma che i due contraenti sottoscrissero.

Uno di natura psicologica e l’altro di natura operativa. Su quello di natura psicologica è presto detto: si fa molta fatica a rinunciare al proprio benessere se non a fronte di comprovate necessità. E il secondo, strettamente collegato con il primo, ha a che vedere con la fiducia che viene data a colui che stabilisce che si tratta veramente di situazioni di necessità e di emergenza e pertanto viene sollecitata la responsabilità e la capacità di reagire. Ma in quel malaugurato contesto non si trovò nessuno atto a ricoprire quel posto fondamentale.

A ciò si aggiunse un terzo particolare. Ossia che il virus omise un passaggio fondamentale e cioè che quei soggetti che avrebbero potuto rappresentare dei competitor agguerriti per la Signora, non solo si erano un po’ lasciati andare come i valorosi guerrieri cartaginesi di Annibale negli ozi di Capua. Ma che l’azione del virus si sarebbe orientata su quella funzione fondamentale che è il respiro: e se non hai ossigeno ogni altra funzione vitale viene ad essere compromessa, ivi quella che contempla la battaglia. In modo fazioso si omise di segnalare che quelle figure storiche, fattorialmente, erano le più esposte a questo vigliacco assalto portato avanti dal virus.

Ma tanto a lui, che cosa gliene importava!

In questo mondo in cui imperversa il “embrassons tous” senza alcuna distanza perché sentita come discriminatoria, il suo pasto era comunqueassicurato.

E la Signora, scornata, riprese il suo lavoro massacrante a ritmo pieno.

 

SI METTE MALE

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Purtroppo gli idioti, nonostante l’ evidenza, continuano ad insinuare che l’emergenza sanitaria in corso non sia causata dal virus ma dall’isteria collettiva indotta dal “potere”, il quale manovra i media per scopi reconditi. Costoro tirano fuori anche dei dati che, ancorché strampalati, dovrebbero dimostrare un numero di decessi persino inferiore a quello di polmoniti “stagionali” o derivanti da altri fattori di rischio quali alcol o tabacco. Non capiscono questi scemi che i citati fattori di rischio operano sul lungo periodo e non ammazzano ad intervalli così ravvicinati tanto da mandare in tilt le strutture ospedaliere. Non conta solo il quanto ma anche la frequenza (sto utilizzando un linguaggio non propriamente statistico ma serve per capirci). Chi inizia a bere o a fumare oggi non morirà nel giro di 15 giorni o un mese ed, inoltre, non contagerà inconsapevolmente gli altri. Non avremo mai mille ricoveri in poche ore in uno stesso ospedale per una sbornia. I dati sono sempre interpretabili e se letti con furia cieca e senza ponderazione non spiegano quasi nulla. Questa è l’epoca degli statisti fai da te che usano la “numerologia” a supporto dell’ideologia. Naturalmente faccio un discorso generalizzato che riguarda anche le istituzioni, le quali sono sempre più spesso abitate da sciocchi o da furbastri che si servono dei sondaggi o delle rilevazioni statistiche per dar a vita a politiche che non si basano sui dati per un orientamento di massima ma che li manipolano ad usum proprium. Ricordo, solo per citare un esempio, un Presidente dell’Inps che snocciolava cifre per dimostrare il pagamento delle pensioni da parte degli immigrati (i quali però o non versano contributi perché impiegati in nero oppure ne pagano pochi in quanto assunti con contratti atipici). Maledetti dati. Invece, io mi fido anche di quel che vedo e sento e mi bastano certe testimonianze di medici, infermieri e gente normale per cogliere la gravità della situazione. Guardate per esempio questo video: https://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/ldquo-muoiono-come-cani-come-porci-non-mi-vergogno-dirlo-rdquo-230452.htm.

Ce ne sono molti altri dello stesso tenore e ci sono i forni crematori stracolmi (seppur in certe aree limitate del paese) e le file di bare sotto tendoni improvvisati.
Più del virus mi preoccupa anche uno Stato che sembra agire senza un piano. Mi mette in ambasce il dopo virus, considerato che si è fermato quasi tutto. Dice giustamente l’ex parlamentare Guido Crosetto: “Lo dico senza alcuna intenzione polemica: già dalla prossima settimana molte aziende salteranno ed inizierà un effetto domino disastroso. Non hanno potuto lavorare. Non hanno potuto fatturare. Non hanno potuto scontare le fatture. Non hanno incassato. Non possono pagare”.
Senza l’intervento pubblico ci saranno fallimenti a catena e conseguenti licenziamenti in una fase di crisi prolungata che ormai dura, tra bassi e bassissimi, da più di un decennio. E’ una media epoca di stagnazione che annuncia risvolti imprevedibili. Purtroppo siamo nell’Ue che ci fin qui ci ha imposto solo tagli e sacrifici senza un programma. Mentre crolla tutto a Bruxelles si preoccupano di Putin, il quale starebbe cavalcando la pandemia per prendersi il Continente: https://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/mo-rsquo-pure-coronavirus-nbsp-colpa-putin-ndash-230448.htm.
Brutte teste di cazzo, come direbbe simpaticamente Gianfranco la Grassa nei suoi momenti di accaloramento.
Ciò che ci serve è un nuovo new deal senza sperare però che questo ci risolva anche la crisi geopolitica e di identità culturale. Con una strategia di grandi investimenti statali riusciremo a tamponare le difficoltà quotidiane che cominciano ad essere troppe ma non emergeremo dal caos di una stagione storica in cui vanno modificandosi i rapporti di forza globali. Ci aspettano tempi duri, in ogni caso, ma potrebbero diventare disperati se ci ritrovassimo al comando del Paese una classe dirigente che ha nel suo orizzonte degli eventi un siffatto servilismo mondiale e un approccio meramente propagandistico. Da adesso in poi dovremo essere politicamente scorrettissimi, dovremo infrangere le regole, soprattutto quelle che ci vengono imposte dall’esterno della nazione, per risollevarci. Siamo all’ultima spiaggia.

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