Il porro della peste

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Nicola Porro ha degli antenati. Anche in passato quando capitavano gravi epidemie si levavano voci dissonanti che protestavano contro i provvedimenti restrittivi delle autorità. Questi lontani parenti di Porro o minimizzavano la portata del problema o contestavano le chiusure forzate delle attività, perché, come si sa, gli affari dovevano (e devono), comunque, continuare. The business must go on, oppure, come avrebbe detto Brancaleone, lo lavoro pria. Il profitto privato viene prima dell’interesse pubblico e si fa anche a discapito di quest’ultimo. Non c’è epoca storica che non abbia avuto di questi pierini o nicolini e non c’è peste che non si sia manifestata con il suo Porro incazzato o con un porro cutaneo (nomina sunt consequentia rerum).
Per esempio, narra Alessandro Barbero, tutte le epidemie del passato nascono da leggerezze. “Le misure di contenimento danno fastidio a molti, anche allora gli affari soffrivano, anche allora gli imprenditori protestavano, anche allora le autorità prima di chiudere tutto ci dovevano pensare due volte…la peste di Marsiglia nel 1720 scoppia perché attracca nel porto di Marsiglia una nave che proviene dalla Siria e in Siria c’è la peste”. Quindi occorre la quarantena per evitare il peggio ma il carico è deperibile e vale molto per cui le autorità si lasciano convincere dal commerciante Porro’ il marsigliese ad abbreviare la quarantena. Insieme alle merci però scende dalla nave anche la peste. A quel punto avrebbero dovuto blindare anche la città ma Porro’, supportato da qualche ottimista del batterio, insiste che sarebbe stato meglio aspettare. La peste si diffonde in tutta la provincia. Quando si decidono a chiudere tutto ormai è un disastro.
E questa è la storia che non insegna mai nulla e si ripete.

IL MITO DEL DEFICIT

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Si sta parlando molto del libro di Stephanie Kelton “il mito del deficit”, così anch’io mi sono procurato una copia. Devo dire che il testo parte benissimo (sfatando un mito che ho sentito molte volte in bocca ai nostri esperti di economia (lo Stato è una famiglia), anche a quelli cosiddetti alternativi, come Claudio Borghi della Lega, il quale scrisse tempo fa che lo “Stato sono i cittadini”, concetto appena più largo ma ugualmente sbagliato. Kelton apre il suo saggio scrivendo, invece, che lo Stato non è una famiglia…perché emette la moneta che spende. E’ vero, si tratta di un giudizio economicistico essendo lo Stato, innanzitutto, il monopolio della forza e dell’egemonia, ma almeno si esce dalle ristrettezze mentali di cui sopra. Il testo poi prosegue rievocando la giusta importanza che ha avuto la svolta keynesiana durante l’epoca di crisi della prima parte del novecento (ricordiamo che per far ripartire l’economia Keynes pensava a soluzioni in controtendenza rispetto a quelle proposte dalla maggioranza degli economisti a lui coevi, preoccupata solo di contenere i salari o l’inflazione mentre il pensatore inglese suggeriva persino di “ riempire vecchie bottiglie con banconote, sotterrarle a profondità adeguate in miniere di carbone in disuso, riversare nelle miniere rifiuti urbani fino alla superficie, e lasciare poi alla libera iniziativa, sulla base dei consolidati principi di laissez faire, il compito di dissotterrare le banconote – dopo aver indetto una gara per le concessioni di sfruttamento di quel territorio – la disoccupazione non aumenterebbe più e, con l’aiuto delle successive spendite, il reddito reale e la ricchezza della comunità sarebbero probabilmente molto più elevati di quanto si darebbe altrimenti. Certamente, sarebbe più sensato costruire case o altro. Ma, se ci sono difficoltà politiche o pratiche nel farlo, quel che si è detto sopra sarebbe meglio che niente) ma si chiude male, anzi direi malissimo, ricorrendo a numerosi luoghi comuni di questa maldestra contemporaneità. Non entrerò nei dettagli della MMT (Modern Monetary Theory) sui quali la Kelton basa le sue analisi, poiché considero il fattore monetario secondario rispetto alle criticità odierne, per quanto, indubitabilmente, con una moneta sovrana sarebbe sicuramente più agevole far valere il potere di spesa degli Stati, messo in discussione da chi vede nel deficit pubblico esclusivamente un problema piuttosto che una opportunità per la ripresa.
Tuttavia, è bene precisare, pur restando nei ristretti confini economici, l’eventuale iniziativa dello Stato per risollevare la situazione non può essere semplicemente a supporto dell’impresa privata o delle piccole e medie imprese in difficoltà. Se queste hanno problemi a piazzare i loro prodotti, nessun incentivo, nemmeno fiscale, le faciliterà. In realtà, lo Stato, in presenza di una debolezza della domanda privata di beni di consumo e di investimento (perché le crisi che attanagliano le nostre società sviluppate sono di domanda e non di offerta) deve effettuare una sua spesa aggiuntiva che sopperisca a quella insufficiente dei privati. Per non entrare in competizione coi privati, già in difficoltà, lo Stato vara opere infrastrutturali nelle quali i primi si imbarcano con molta titubanza per gli alti rischi.
Come scrive giustamente La Grassa nel libro “Crisi e economiche e mutamenti geopolitici”: “La spesa pubblica per infrastrutture, insomma, dà impulso all’attività di una serie di imprese che debbono – tanto per fare un esempio – fornire cemento, acciaio, vetri, infissi, mobilio, ecc. per costruzioni edili. E queste imprese debbono assumere lavoro (dirigente come esecutivo) per produrre; così facendo, distribuiscono salari a lavoratori prima disoccupati, che cominceranno a domandare beni prodotti, a loro volta, da altre imprese. Anche queste allora si riattivano, acquistando beni di produzione e pagando salari ad altri lavoratori prima disoccupati che, con il salario percepito, domandano altri beni di consumo e …..via di questo passo, in un circolo ora virtuoso di ripresa economica”.
Purtroppo, tanto la Kelton che la MMT sembrano comprendere poco questo approccio. Infatti, l’opera della Kelton si chiude con un capitolo intitolato “Costruire un’economia al servizio del popolo” che è un coacervo di banalità e qualunquismi economici paurosi: “Riuscite a immaginare un’economia nella quale l’impresa privata e l’investimento pubblico si combinano per aumentare il tenore di vita di tutti? Riuscite a immaginare un’economia in cui ogni comunità rurale e urbana disponga di servizi sanitari, educativi e di trasporto sufficienti per soddisfare le esigenze della popolazione locale? Riuscite a immaginare un’economia in grado di misurare e migliorare continuamente il benessere della gente e non solo il prodotto interno lordo? Riuscite a immaginare un’economia in cui l’attività umana rigenera e arricchisce tutti gli ecosistemi? Riuscite a immaginare un’economia in cui le nazioni commerciano in forme che migliorano gli standard di vita e le condizioni ambientali di tutte le parti coinvolte? Riuscite a immaginare un’economia composta da una forte classe media occupata nei servizi e con lavori che prevedono buoni salari e benefit? Riuscite a immaginare un’economia in cui sia garantita a tutti una pensione serena, capace di soddisfare tutti i propri bisogni alimentari, abitativi e sanitari? Riuscite a immaginare un’economia in cui ogni genere di ricerca venga completamente finanziato, con un flusso costante di idee di successo commercializzate o diffuse a beneficio dei cittadini?… Acquisita la consapevolezza di come sia possibile finanziare tutto questo, adesso sta a voi immaginare e contribuire a costruire un’economia al servizio del popolo”.
Forse, è sempre ed ancora meglio scavare buche nel terreno e ricoprirle piuttosto che confidare in un mondo in cui le nazioni cooperino per il benessere di tutti. Ci troviamo all’imbocco di un periodo storico di conflitti per la supremazia che metteranno le nazioni le une contro le altre. Sarebbe più opportuno che gli Stati investissero in difesa, tecnologia, innovazione e ricerca per superare i competitori i quali hanno in testa di tutto ma non sicuramente l’armonia dei rapporti internazionali.

IL NECESSARIO FUNERALE AL SOVRANISMO

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Sono definitivamente naufragate le speranze populiste e sovraniste in quanto alternative alla visione dei rapporti di forza dominanti, cosiddetti globalisti. Anzi, anche se col senno di poi ma non troppo, more solito nella Storia, possiamo infine affermare che le suddette alternative all’ideologia delle classi dirigenti, in primo luogo europee, quelle più sottomesse agli Usa, puntavano a creare nuove sponde subordinate, in virtù dell’emergere negli Usa di gruppi di potere opponentisi all’establishment democratico-neocon. Sovranismo e populismo non sono nati dal basso ma, come sempre accade, dall’alto anche se, inequivocabilmente, il ricorso a parole d’ordine e principi opposti a quelli della “società aperta” sono stati finalizzati a scomporre e ricomporre masse d’urto popolari da coinvolgere nella lotta tra vecchi potenti ed emergenti ostili ai primi.
Il popolo serve sempre e sempre serve gli interessi delle classi superiori che confliggono per la supremazia. Questo non significa, che un “padrone” valga l’altro poiché viviamo una fase di transizione epocale che è disgregazione di un ordine ultrasettantennale, gioco-forza stiamo entrando in un periodo di ristrutturazione degli assetti mondiali e nazionali, quindi è auspicabile che il timone del comando sia preso da vertici politici e statali che abbiano in mente un orizzonte strategico rivoluzionario, soprattutto a livello di singoli Paesi.
I fenomeni che avvengono nella potenza predominante si irradiano nelle sue sfere d’influenza ma occorre essere bravi a non adeguarvisi semplicemente (populismo e sovranismo erano solo questo ricalcare le tenzoni/tensioni americane) quanto ad approfittare dello scollamento oltreoceanico per smarcarsi progressivamente da questo. Occorrono soluzioni specifiche elaborate internamente (abbiamo degli episodi da citare, anche se finiti male, per quanto ci riguarda come italiani) per agguantare il flusso degli eventi e condurlo a nostro favore. Per questo mi fanno ridere i sovranisti europei per Trump, i quali sono stati degli utili idioti, almeno da un certo momento in poi, essendosi dimenticati che il “sovranismo trumpista” era pur sempre una delle due facce della medaglia coniata comunque a Washington. Averli visti sbraitare per la frode elettorale contro il tycoon newyorkese è stato al contempo uno spettacolo spassoso e penoso. Quel che invece dovrebbe interessarci come italiani ed europei è il logoramento degli Usa tra queste fazioni instabili che unito all’affermazione di altre potenze sullo scacchiere planetario accelerano l’avvento del multipolarismo. Fare il funerale al sovranismo è, dunque, necessario per riconvertire le nostre energie verso qualcosa di più utile alla causa che resta sempre l’autonomia nazionale preludio ad una piena indipendenza. Società aperta e società ristretta si annichiliscano pure a vicenda, a noi interessa la potenza italiana ed europea guidata da una idealità ancora da farsi eppure urgentissima. Non c’è da ridere su questo perché quel che ancora non si vede non è detto che non esista o non esisterà essendo presente, sin da ora, la sua necessità. La lontananza dell’avvenire ci sta accanto. Gianfranco la Grassa la chiama la presenza attuale dell’assenza: “…è proprio l’assenza la determinante essenziale del nostro modo d’essere e d’agire. L’assenza è essente, si sta manifestando e realizzando e producendo i suoi effetti, malefici o benefici… L’assenza è proprio effettuale, determina influssi e avvia processi. La si vive profondamente, il proprio animo ne è forgiato e la propria individualità vive e agisce in questa “realtà” ben consolidata, ben radicata. Ciò vale per il singolo individuo come per determinati gruppi sociali che si vanno strutturando e organizzando proprio in base ad un’assenza, ad un “non c’è”.
Quello che non c’è, anche se lo sentiamo dentro la nostra testa, nelle nostre idee, ci guiderà nella costruzione di un futuro indispensabile, il quale pure “scarterà” dalle nostre intenzioni per accadere come vuole, più o meno vicino a quanto da noi auspicato. Ma occorre avere testa e passione anche solo per verificare “in futuro lo scarto del futuro” rispetto alle nostre azioni/intenzioni, in quanto in totale mancanza di ciò, se costantemente inattivi, il futuro si manifesta esclusivamente come spaesamento. Il Futuro, se lo pensiamo, ci può stare vicino o lontano, ma per l’appunto “ci sta”, se, invece, non lo pensiamo affatto e non agiamo per esso, può verificarsi soltanto come smarrimento. Quindi, registriamo quest’altro errore “sovrano” e correggiamo il tiro. Nessuno straniero verrà ad aiutarci se non per sobillarci contro la nostra casa. La nostra casa è ancora abitata da amici dello straniero nelle cui vene scorre il nostro stesso sangue. Teniamo almeno a mente queste semplici verità che ci aiutano ad individuare i veri nemici da combattere e non facciamoci distrarre da certe manovre diversive di tipo economico con le quali i nostri nemici puntano il dito contro i loro nemici che possono diventare nostri amici. Non dobbiamo dar retta a chi sostiene che i cinesi si stirano comprando le nostre vite o a chi dice che i russi ci vogliano  “ridurre alla canna del gas”. Abbiamo alle spalle i fucili puntati degli americani, siamo ancora, dopo settant’anni e passa, sotto la loro occupazione. Il resto è fuffa da sovranisti passati di moda.

In memoria di Lidia Menapace di GLG

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Erano gli anni ’70 e fino ai primi ’90 dell’altro secolo. Andavo spesso a Bolzano per riunioni varie, in un primo tempo anche politiche, di cui è inutile discutere. Poi sono rimasti alcuni cari amici da quella esperienza. Lei non partecipava certo a quelle riunioni, era del “Manifesto” e non ricordo di quale organizzazione politica. Ricordo però che ci siamo trovati più volte a discutere di politica, amichevolmente al di là di differenziazioni di giudizio sulla situazione che si stava vivendo. Ma si parlava pure di questioni della vita comune, ecc. Poi, come tanti altri contatti, questi si sono allentati e non so quanti anni sono che non vado più in quella città, cui resto comunque affezionato e vi ho ancora qualche (raro) amico. Di Lidia Menapace ho un ricordo non semplicemente legato a quella particolare situazione. Era una donna non soltanto intelligente, ma si faceva apprezzare e suscitava una simpatia carica di elementi affettivi per il suo carattere aperto e comunicativo. Quindi, desidero spendere queste poche parole, che sottintendono una vera amarezza. Lo so: aveva un’età in cui molti sono morti da tempo. Anch’io, dieci anni di meno, sono in fondo lungo “quella via”. Tuttavia, certe scomparse le avverti comunque e qualcosa, che sembra perfino essere un pezzetto di te stesso, si stacca e si allontana per chissà dove. E si prova quello che non si può definire dolore, ma che il termine dispiacere non rappresenta per nulla. Non cerchiamo la parola giusta. L’importante è sapere che si è spenta un’altra fiammella di qualcosa che è passato, definitivamente passato, ma che deve essere sempre ricordato e non solo da quelli della mia età. Per me, Lidia Menapace è quindi una persona di quelle da non dimenticare; e su cui non fare retorica. La scomparsa di un simile personaggio è un’autentica perdita, non soltanto per chi l’ha conosciuta.

La legge ferrea del complottismo

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L’inclinazione a credere a complotti deriva da una alterazione psicologica che produce una realtà distorta, sicché il complottista, ormai preso dalla patologia, non crede mai ad una sola bufala separatamente ma a tante contemporaneamente e spesso anche in maniera concatenata. Ad esempio, non crede all’esistenza del virus, o ne minimizza i rischi, ma sta raccogliendo prove per Trump perché quest’ultimo sarebbe stato frodato. Se vede anche la concatenazione tra pandemia, obbligo vaccinale, modificazione genetica indotta dai farmaci ed elezioni americane, nel senso che la prima sarebbe stata inventata per costringerci a vaccinarci e, allo stesso tempo, per far perdere Trump alle elezioni, ha chiuso il cerchio psicopatologico. Il complottista di lungo corso sarà sicuramente anche in grado di collegare le scie chimiche agli altri fenomeni sopra elencati.

In sostanza, se negli ultimi tempi hai condiviso articoli di Blondet, video di ciarlatani omeopati o di medici quantistici, link che rimandano a prove di brogli elettorali negli Usa hai bisogno di uno psicologo o di una psichiatra nei casi più gravi (concatenazione).

Riformuliamo la legge ferrea del complottismo:

Il complottista conclamato non crede mai solo ad un complotto isolato ma a tanti complotti contemporaneamente e intrinsecamente collegati tra loro.

È convinto inoltre che dietro gli eventi ci sia sempre una mente malvagia e luciferina, tipo Bill Gates o George Soros. Insieme, questi loschi figuri, accompagnati da qualche banchiere tipo Rothschild o Rockfeller, costituiscono l’élite globale che vuole dominare il mondo.

Non è facile aiutare il complottista ad uscire dal suo sonnambulismo attivo perché egli non si fida alla “scienzah” o pensa che chi gli tenda la mano sia un servo delle case farmaceutiche o dei dominanti mondiali. Generalmente, ti risponde “vaccinati tu” sceverando tabelle, consolanti o cimiteriali (difatti, nega i morti per Covid ma è certo che i vaccini siano un’arma di sterminio di massa) frutto della sua selezione innaturale di numeri a casaccio o della sua fervida fantasia raccoglitiva di dati. Il complottista trova sempre in giro qualche cialtrone che lo infervori. Quest’ultimi imbroglioni vengono elevati a maestri “eretici” sempre esclusi dai circoli che contano perché si oppongono alle “falsità” ufficiali. Anche i complottisti hanno dei capi ma sono delle teste di cazzo mondiali che non formano nessuna élite. In questo zoo di imbonitori troviamo le specie più assurde, in tutte le materie, politica, economia, diritto, medicina, nel blu dipinto di byoblu. Ognuno ha il suo complotto ed ogni complotto ha i suoi adepti fino al giorno della rivelazione universale in cui apparirà la visione unica complottista che unificherà i terrestri coi rettiliani.

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