Il populismo è finito.

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IL POPULISMO E’ FINITO.

L’Esecutivo ha subito una sconfitta politica ed è inutile nascondersi dietro due dita di dati, Borghi e Bagnai. Ormai, l’unico merito residuo di quest’armata Brancaleone resta quello di aver impedito agli “altri” di salire al Governo per continuare più celermente l’opera di smantellamento nazionale, in sudditanza ad un potere internazionale “passeggero” ma che non vuol passare, sebbene non abbia più scampo a lungo andare. Rallentare però non è cambiare, soprattutto dopo aver annunciato sfracelli.
In verità, dai proclami pentaleghisti non c’era da aspettarsi molto di più ma si credeva che l’effetto “sovranistico” sarebbe durato almeno fino alle elezioni europee. Invece, è già finito, il populismo è morto e sono tornati i cacasotto. I piffererai grillini e legaioli non hanno prodotto un granché, quota 1000 (quella della panda, non delle pensioni) e qualche respingimento di poveri cristi (senza nocumento per quelli che si sono arricchiti finora alle loro spalle). Il grande mutamento è ridotto a questo. Niente reddito di cittadinanza e riforma della legge Fornero, che pur non essendo esempi di svolta epocali avrebbero almeno rappresentato dei concreti segnali di vitalità sul pianeta giallloverde.
Come ha scritto ieri La Grassa, c’era una battaglia ben più importante da vincere, quella contro la Commissione Europea (che rappresenta il vecchio establishment filo Usa 1.0), verso la quale i nostri ministri si sono calati le brache. Ribadiamo: “Chiunque abbia cervello capisce che il governo, dopo aver detto che non avrebbe fatto un passo indietro rispetto al 2,4% (e con toni via via più irritati e ponendo il 2,1 per l’anno prossimo), ha ceduto abbassando di poco meno di mezzo punto il deficit che adesso è sotto quello previsto per il 2019. Venire a raccontare che ciò è dovuto a migliori calcoli (dei “tecnici”) circa le spese per i due “pilastri” dei due governativi può convincere solo chi non sa che, quando si calano le braghe, si cerca sempre di dire che ciò rientra nei calcoli. Balle. Il problema non è il reddito di sedicente cittadinanza o la quota 100. Il problema è l’austerità o una politica espansiva del tipo di un “piccolo e striminzito” New Deal. E del resto alla UE non basta, pretendono una ulteriore riduzione della spesa di 3,4 miliardi, il che equivale, mi sembra, ad un altro 0,4% circa; quindi si andrebbe perfino sotto il deficit previsto per il 2020”.
Anziché rilanciare, quando Bruxelles ci chiedeva di ridurre, si è fatta tutta questa manfrina sui decimali dimostrando di essere degli zeri assoluti. Gli euroburocrati volevano il 2? Si Beccavano il 4 (altro che l’iniziale 2,9 o il 2,4!) e un bel vaffanculo che fino a qualche tempo fa era, per uno dei partiti di maggioranza, un grido liberatorio, certo prepolitico ma almeno più sincero. Adesso, però, i signorini dispensano amore perché fa più Fico. Ma andate affanculo voi ora.
Anche su Libero la pensano più o meno allo stesso modo nostro e scrivono: ” Se il governo credeva nella bozza della manovra che prevedeva il 2,4% di deficit (43 mliardi circa), poteva comunicarla a Bruxelles,
e dire prendere o lasciare, forti del sostegno popolare e della attuale debolezza della Commissione.E invece abbiamo calato le braghe e ora ci chiedono di calare anche le mutande. Tattica o non tattica a noi di prenderlo un’altra volta nel culo non piace”. Ma come si dice, se a Dracula gli dai il polso si prende il collo e ti dissangua. Me la sono inventata ma ho reso l’idea.

Hanno calato le brache, di GLG

gianfranco

E’ inutile raccontarsela e continuare ad alternare la voce grossa con la finta noncuranza sui decimali per la spesa in deficit. Chiunque abbia cervello capisce che il governo, dopo aver detto che non avrebbe fatto un passo indietro rispetto al 2,4% (e con toni via via più irritati e ponendo il 2,1 per l’anno prossimo), ha ceduto abbassando di poco meno di mezzo punto il deficit che adesso è sotto quello previsto per il 2019. Venire a raccontare che ciò è dovuto a migliori calcoli (dei “tecnici”) circa le spese per i due “pilastri” dei due governativi può convincere solo chi non sa che, quando si calano le braghe, si cerca sempre di dire che ciò rientra nei calcoli. Balle. Il problema non è il reddito di sedicente cittadinanza o la quota 100. Il problema è l’austerità o una politica espansiva del tipo di un “piccolo e striminzito” New Deal. E del resto alla UE non basta, pretendono una ulteriore riduzione della spesa di 3,4 miliardi, il che equivale, mi sembra, ad un altro 0,4% circa; quindi si andrebbe perfino sotto il deficit previsto per il 2020. E alla fin fine si tratta lo Stato come il famoso “padre di famiglia” che certamente, se prende “N” euro al mese, deve cercare di contenere le spese famigliari entro quella cifra. E qui bisognerebbe citare, come fece Keynes, la “Favola delle api” di Mandeville. Quella che è una virtù (privata) per il singolo individuo (con un dato reddito a disposizione) si rivela un vizio per la collettività e per chi (lo Stato con i suoi governanti) pretende di rappresentarla e di agire per il suo bene. Siamo tornati al liberismo di prima degli anni ’30 del secolo scorso. Se questa è la concezione della UE, non c’è da riformarla per un bel nulla, solo da programmare un drastico “rovesciamento del tavolo” in tema di relazioni internazionali e di ricerca di nuovi alleati; al limite, per il momento, pure gli Usa, ma solo se i vertici espressi da Trump appoggiano senza più esitazioni l’Italia contro gli attuali vertici europei (espressione di due partiti, popolari e socialisti; in pieno sfacelo, i secondi, o in forte ripiego, i primi), che erano nei fatti emanazione del vecchio establishment americano. Ed è inutile protestare perché si concede alla Francia un 3,4 di deficit e quindi si usano due pesi e due misure. Poi non si sa rispondere ai cialtroni (i nostri giornalisti e politicanti piddini e forzaitalioti), che tirano fuori il più basso debito pubblico francese. Il 100%, non così incredibilmente inferiore al 132 italiano. E poi il Giappone ha il 250% circa e la Cina arriva a quasi il 300%. Ma pure gli Usa sono ad alto livello. E con risparmi dei cittadini nettamente inferiori a quelli nostri. Infine ci si ricordi che una spesa espansiva – tenendo conto che le crisi odierne (dagli inizi dell’800) sono di eccesso di offerta rispetto alla domanda – lascia a lato il tema del debito pubblico. Il problema centrale è appunto come riconquistare una propria autonomia di manovra e, secondariamente, cambiare alleanze per trovare chi ti viene incontro con rapporti “bilaterali” favorevoli; dando ovviamente qualcosa in cambio, cioè appoggi per le politiche internazionali (non solo economiche) dell’“alleato”. Con le forze politiche che abbiamo oggi in Italia, tutto da ridere!

Crisi economica: effetto di processi socio-politici, di GLG

gianfranco

1. -qui

articolo ricco di pregevoli annotazioni, in cui si fanno previsioni certo credibili. Noto la solita enfasi sui problemi finanziari, anche se si accenna pure a grossi problemi che stanno investendo alcuni colossi produttivi (ad es. General Electric). Si fanno riferimenti ai segnali premonitori di altre “recessioni”, tipo anni ’80, il 2000 ecc., che appartengono però ad un’altra fase storica. Si nota pure la solita dimenticanza di rilevare che, da un punto di vista anche solo fenomenico, tutte le crisi comportano discrepanza tra produzione e consumo, tra offerta e domanda; nel senso che la prima diventa eccedente e non vien assorbita dalla seconda.

I marxisti “economicisti” hanno insistito sul fatto della continua tendenza dello “sfruttamento” capitalistico ad alzare la produttività del lavoro onde ridurre la quota del “tempo di lavoronecessario” a produrre i beni indispensabili alla sussistenza e riproduzione della forza lavoro secondo i crescenti livelli storico-sociali; tempo di lavoro che sarebbe il valore della merce forza lavoro – e accrescere quella del “tempo di pluslavoro (plusvalore) che è il profitto capitalistico. Accentuandosi il divario di reddito tra le due classi (quella proprietaria dei mezzi produttivi e quella in possesso di sola forza lavoro), e prevedendouna crescente maggioranza della seconda (salariata), si pensava che questa fosse la causa decisiva di un consumo inferiore all’offerta di merci prodotte.

I teorici neoclassici hanno sempre negato la necessità “strutturale” della crisi e l’hanno a lungo considerata legata a fattori del tutto contingenti, imprevisti, in fondo casuali. La teoria keynesiana – a mio avviso pur sempre aderente al campo neoclassico con riferimento al valore-utilità (e non più al valore-lavoro) dei beni prodotti – mi sembra aver insistito sul fatto che, nei sistemi opulenti e in una situazione di piena occupazione dei fattori produttivi (capitale e lavoro), si crea una quota di risparmio di impossibile totale investimento data la situazione delladomanda dei beni. Anche abbassando i tassi di interesse per il risparmio prestato ai potenziali investitori, questi non trovano convenienza ad investire appunto per la carenza di domandacomplessiva; e allora parte la crisi e la disoccupazione dei fattori produttivi. Si insiste sempre molto sulla disoccupazione del lavoro, ma si deve tenere conto anche della disoccupazione delfattore capitale; cioè imprese che chiudono per fallimento o per l’impossibilità di far quadrare spese e ricavi o in ogni caso che riducono la produzione e licenziano lavoratori, ecc. Altrimenti, la soluzione prospettata – spesa statale senza tanto badare al deficit, ossessione dei liberisti attuali che stanno accentuando la crisi dei vari sistemi – non risolve il problema della crisi. Non si può (ri)occupare lavoro se la domanda, incrementata dalla spesa pubblica, non trova rispondenza nella riapertura delle imprese, nella creazione di nuove, nella spinta alla crescita di quelle prima in grave difficoltà; e via dicendo. Si ha solo inflazione.

Quanto detto fa già notare la sciocchezza di voler imputare tutto quanto accade ai finanzieri, cioè alle banche e altri apparati (anche internazionali) che controllano la moneta. Sembra che la finanza – e gli uomini simbolo che la rappresentano secondo l’opinione di tanti “critici del sistema”; ad es. oggi Soros – determini con il suo comportamento prima l’ascesa e poi la crisi del complesso economico. E ovviamente i “più critici fra i critici” imputano ai finanzieri la loro smania di guadagno, la perversità di coloro chevogliono semplicemente arricchirsi senza pensare agli altri. Chi si attesta su simili posizioni crede in fondo alla possibilità di risanamento del sistema capitalistico così com’esso è nel momento della crisi; è sufficiente combattere lo strapotere (presunto) di banche e istituti che manovrano il mezzo monetario. E senza dubbio ci sono fasi in cui è sufficiente questo tipo di operazioni, ma allora non si tratta affatto di vera crisi; noncomunque di quella da cui non si esce affatto con simili “correzioni” del tutto provvisorie e di “superficie”.

La tesi che a mio avviso si avvicina di più alla corretta interpretazione delle difficoltà insorte, che sempre creano sovrapproduzione (e relativo sottoconsumo), è quella della crescente anarchia dei mercati man mano che si sviluppa l’onda crescente della produzione. E’ pur sempre una tesi con accentieconomicistici, tesa cioè a considerare la sfera produttiva l’asse centrale e dominante dell’intera struttura sociale, ma comunque mette in luce un elemento decisivo del capitalismo, che questa storicamente specifica forma di società ha mantenuto così come le precedenti formazioni sociali. La società umana, come le altre forme di vita, è caratterizzata dal conflitto; più o meno acuto e, alla lunga, non componibile mediante compromessi e aggiustamenti vari. D’altronde, senza conflitto non ci sarebbe vita perché è questa ad esigerlo proprio per perpetuarsi; a volte èblando, a volte violento, talvolta appunto mediabile o invecespinto al regolamento definitivo dei conti.

2. Molti economisti del XX secolo hanno pensato che quelprocesso, definito da Marx centralizzazione dei capitali (conseguente al conflitto intercapitalistico), avrebbe comportato l’avvento della forma oligopolistica del mercato con attenuazione della competizione (concorrenza) tra grandi imprese e tendenzaagli accordi fra esse. Lenin – tra i marxisti che sposarono la tesi della crisi causata dall’anarchia mercantile – intelligentemente parlò della fase monopolistica del capitalismo (in realtà si riferivaappunto alla forma di mercato oligopolistica) come di qualcosa che non annullava la concorrenza, “ma la portava ad un più alto livello”. Egli giunse a questa esatta conclusione perché, pur mantenendo fede alla tradizione di un marxismo economicistico (tipico quello di Kautsky, di Hilferding e della stragrande maggioranza dei marxisti della II Internazionale), aveva unaprecisa consapevolezza del conflitto politico; quindi interpretò nello stesso senso la competizione mercantile tra imprese, pur quando queste ultime fossero giunte alle dimensioni della grande unità produttiva mono(cioè oligo)polistica. In definitiva, pur senza esplicitarlo veramente, trattò la concorrenza alla stregua del conflitto tra paesi.

Quando questi giungono al livello di grandi Potenze in pieno urto multipolare, non si afferma, se non per un periodo transitorio, il loro tentativo di mediare lo scontro. E comunque anche durante il periodo della mediazione, ci scappano sempre frizioni e tentativi di superarsi in forza, il cui sintomo – quello appunto classico del multipolarismo – è il disordine crescente in aree territoriali sempre più vaste, sulle quali le diverse Potenze mirano ad allargare la loro sfera d’influenza. E non può essere diversamente. Il sistema bipolare (Usa-Urss) del secondo dopoguerra diede la sensazione dell’equilibrio (banalmente attribuito al possesso di armi atomiche) sol perché esisteva un “Terzo Mondo”, molto meno forte e subordinato agli altri due; allora le due “superpotenze” poterono sfogare il conflitto in quest’area, con esiti spessoestremamente violenti. E se paragoniamo la repressione dell’Urssin Ungheria (1956) e in Cecoslovacchia (1968) e l’incauta e poco felice “avventura” in Afghanistan con quanto hanno fatto gli Usa in America Latina (Brasile, Guatemala, Cile, Panama, ecc.), in Asia (Indonesia nel 1965 e la lunga e sanguinosissima guerra in Indocina) e in Africa (un po’ dappertutto), va sfatata la violenza congenita al sedicente “comunismo” (esistito solo nella terminologia, non certo nella realtà del sistema detto “socialista” e che tale non è mai stato); i più grandi massacratori di tutta la storia dell’Umanità sono stati i fautori della “libertà e democrazia”, esportata in tutto il mondo con milioni di eliminati. Non sto parlando dei nazisti; non benefattori sia chiaro, ma che hanno commesso orrori assai “grossolani” rispetto alle “raffinatezze” più moderne degli americani. Un po’ come le squassanti e vistose torture medievali confrontate con quelle più “sottili”, ma non meno devastanti, compiute nell’era dell’elettricità (ed oggi elettronica).

   Quando è crollato il polo “socialista”, per poco più di un decennio sembrava si stesse formando un sistema detto “globale” dai soliti liberisti, che vedevano solo il diffondersi del mercato a livello mondiale. In realtà, si stava allargando, nella sedicente globalizzazione (mercantile), la sfera d’influenza della sola Potenza rimasta. In tal caso, se fosse stato a lungo così, le crisi sarebbero rimaste “recessioni”, subordinate alle tendenze “centripete” e all’articolazione dell’intero globo da parte appunto di un “centro irradiatore”. Simile situazione è durata molto poco e alla continuazione della crescita della Cina si sono aggiunte la netta ripresa della Russia (sia pure ridotta come paese e ancor più come sfera d’influenza rispetto all’Urss) e l’apparire di altre subpotenze varie. Malgrado l’arresto (temporaneo?) del Brasile, le ancora rilevanti “incertezze” dell’India, si hanno ormai tendenze abbastanza chiare nella volontà di vera rinascita (non solo economica) del Giappone, nella prospettiva di una Corea riunificata, nei decisi avanzamenti di paesi tipo Turchia e Iran (pur con notevoli problemi interni, ma credo sopravvalutati dagli speranzosi “occidentali”). Il multipolarismo avanza, le forze centrifughe prendono viepiù il sopravvento.

Si accentua dunque il disordine globale, che non è però la semplice “anarchia del mercato”. La competizione (concorrenza) interimprenditoriale è in definitiva un effetto – così come le varie manovre speculative di una finanza che sembra al di sopra delle nazioni (per chi confonde le cause con le loro conseguenze) – della rinascente lotta per la riarticolazione delle diverse sfere d’influenza. Ecco perché la crisi iniziata nel 2008 assomiglia – come da me messo in evidenza fin dal principio – alla crisi di stagnazione del XIX secolo (1873-96) quando iniziò il declino (non compreso affatto per molto tempo) dell’Inghilterra e il potenziamento di Usa (una volta spazzati via i “cotonieri”) e Germania (che annientò la Francia, prendendo sostanzialmente il suo posto); e, appena più tardi, il Giappone, che impresse un duro colpo alla Russia zarista (con l’inizio del processo di disfacimento interno a tale paese conclusosi nella rivoluzione del ’17). Tutti credono che la crisi attuale sia in via di superamento, ma non sarà così. Indubbiamente i paesi europei, in mano a élites di un liberismo ottuso e antiquato, sono particolarmente incapaci di rilanciare una crescita. Tuttavia, ci si accorgerà che tutto il sistema mondiale non si riprenderà facilmente dalla crisi in atto malgrado deboli riprese e ricadute; e in aree diverse in momenti diversi.

Ecco perché gli anni a venire vedranno la fine di tutti gli arretramenti sociali e politici di questi ultimi decenni di piena decadenza e disgregazione dell’occidente, con un pauroso crollo del suo patrimonio culturale e delle notevoli tradizioni di civiltà dell’area europea. Ivi compresa la sua religione; io non sono un credente (nemmeno nell’inesistenza di una deità, semplicementenon mi sono posto tale problema per motivi vari su cui qui sorvolo), ma sono favorevole al mantenimento d’essa proprio per la sua valenza culturale e civile senza le meschine limitazioni cui si vorrebbe sottoporla grazie ad una tale stupidità, detta ridicolmente “progressista”, da far pensare alla “nascita” di un “sottouomo” (o magari di masse di “replicanti”). Verranno inoltre a cadere le sciocchezze relative alla “virtuosa” globalizzazione dei mercati fonte di benessere per tutta l’umanità, alla fine degli Stati nazionali, alla nascita di un immaginario finanzcapitalism e a tutta una serie di invenzioni di menti evidentemente giunteall’esaurimento delle loro capacità cerebrali.

Comincia anche, almeno mi sembra, una nuova scissione di strati sociali ancora per larghi versi confusa e non ben determinata. C’è stato un tempo dello sviluppo capitalistico in cui si era in effetti affermato un modello di distribuzione del reddito detto “a botte”; con vertice ristretto, una base più larga ma non troppo e invece un rigonfiamento notevole dei livelli intermedi. Oggi, la “botte” si sta riconvertendo nella classica piramide (o cono), il che comporta appunto una divisione più netta all’interno di quel complesso sociale denominato genericamente ceto medio (o ceti medi). Anche in tal caso, sia pure sempre con il solito avvertimento della non identificazione, si sta verificando un fenomeno sociale che ricorda la scissione e decantazione avvenuta all’interno del Terzo Stato dopo la Rivoluzione francese (grosso modo nei primi decenni o prima metà del XIX secolo). Assisteremo a scontri sociali non più soltanto ridotti a lotte “antimperialiste” nell’ormai nettamente diversificatosi “Terzo Mondo” o alle lotte sindacali nel “Primo” (capitalisticamente avanzato).

Non saranno le lotte “di classe”, cui ci si era abituati tra metà ‘800 e gran parte del ‘900, ma si andranno esaurendo le imbecillità ammanniteci con i vari “anti”: antirazzismo, antifemminismo, antiomofobia, antifascismo e anticomunismo, ecc. Sarà liquidato il “politicamente corretto” di certe correnti ancora definite, in modo assurdo, “di sinistra”: le più reazionarie e da aggredire con la massima virulenza e volontà decisa di loro eliminazione fino all’“ultima cellula cancerogena”. E si andranno riformulando nuove ideologie, che sono parte integrante dello spirito umano e la cui sparizione (peraltro falsa e solo dichiarata da chi ancora è pregno di quelle vecchie ormai in putrescenza infettiva) è ulteriore sintomo di degradazione dell’umano. Si riaprirà una nuova fase di rilancio e di crescita non solo economica e di ricchezze “materiali”. Stiano infine accorte le nuove generazioni; a loro spetta un futuro non semplice, di dura lotta, ma di “elevazione”.    

 

Ricordo di Pinelli di GLG

gianfranco

Oggi vorrei ricordare un uomo, la cui morte è particolarmente significativa delle aberrazioni di questa nostra “onorata” società. Il 12 dicembre 1969 vi fu l’attentato stragista a Piazza Fontana a Milano (Banca Nazionale dell’Agricoltura) con 17 morti e poco meno di cento feriti. Fu uno spartiacque rispetto al cosiddetto “autunno caldo”. Fu subito seguita la pista del “terrorismo rosso” (sbagliando in pieno) ed è ben noto che nella notte tra il 15 e il 16 dicembre, durante un interrogatorio da parte del commissario Calabresi, l’anarchico Pinelli cadde dalla finestra del palazzo della Questura. Era stato fermato la sera dell’attentato ed erano quindi trascorse le 48 ore di “fermo”, periodo dopo il quale era illegale trattenerlo mancando una qualsiasi autorizzazione della magistratura. Venne data subito una versione palesemente falsa affermando che era stato lui a gettarsi dopo aver pronunciando qualcosa come “ormai sono stato scoperto”. Fu dimostrato che il povero Pinelli non c’entrava nulla con l’attentato e quindi due vergogne sono a carico degli inquirenti: la falsità ovvia della dichiarazione attribuita all’ingiustamente incolpato per tentare di far credere al suicidio; il non aver mai chiarito la dinamica del fatto, che ha sempre sollecitato più che giustificati sospetti, ancor oggi non fugati dato lo “scorretto” (termine blando) comportamento tenuto dagli incaricati dell’“ordine costituito”. Non credo certo che sia stato buttato giù dagli interroganti, non esageriamo come si fece allora. Tuttavia, la vicenda non è stata chiarita e ci sono comunque responsabilità gravi sia per il fermo prolungato illegale, sia per le modalità possibili dell’interrogatorio.
Il 24 giugno del 1971 fu presentata denuncia dalla vedova Pinelli. Nell’ottobre del 1975, il giudice D’Ambrosio (ricordiamolo: uno degli “eroi” di “mani pulite”) concluse che la morte di Pinelli non era dovuta a suicidio od omicidio, ma a un “malore attivo”, provocato dallo stress degli interrogatori, dalle troppe sigarette fumate a stomaco vuoto e dal freddo che proveniva dalla finestra aperta, che avrebbe provocato nell’anarchico un’alterazione del “centro di equilibrio”, causando la caduta dalla finestra. La magistratura non accolse la richiesta della vedova Pinelli di essere risarcita dal ministero degli Interni per la morte del marito e per le spese processuali. L’unico commento possibile è: di male in peggio. Non parliamo del “malore attivo”, che è una pessima trovata. Restiamo sul fatto che non è stato volontariamente buttato di sotto e che certamente non si è suicidato. In ogni caso, si è trattato di una pesante ingiustizia commessa da chi si sciacqua sempre la bocca con l’improprio termine di “democrazia”, di “garanzie per l’individuo” e tutte le altre balle che ci vengono propinate da mane a sera.

Sulla sua lapide (che non ho mai visto) sta scritta una delle più belle e incisive poesie di Edgar Lee Masters, in “Spoon river”, testo che io ho amato e letto sempre fin dall’adolescenza. E mi piace trascriverla qui:

La macchina del “Clarion” di Spoon River venne distrutta,
e io incatramato e impiumato,
per aver pubblicato questo, il giorno che gli anarchici furono impiccati a Chicago:
<<Io vidi una donna bellissima, con gli occhi bendati
ritta sui gradini di un tempio marmoreo.
Una gran folla le passava dinanzi,
alzando al suo volto il volto implorante.
Nella sinistra impugnava una spada.
Brandiva questa spada,
colpendo ora un bimbo, ora un operaio,
ora una donna che tentava ritrarsi, ora un folle.
Nella destra teneva una bilancia;
nella bilancia venivano gettate monete d’oro
da coloro che schivavano i colpi di spada.
Un uomo in toga nera lesse da un manoscritto:
“non guarda in faccia a nessuno”.
Poi un giovane col berretto rosso
balzò al suo fianco e le strappò la benda.
Ed ecco, le ciglia erano tutte corrose
sulle palpebre marce;
le pupille bruciate da un muco latteo;
la follia di un’anima morente
le era scritta sul volto.
Ma la folla vide perché portava la benda>>.

Si può immaginare una migliore descrizione della giustizia in questa nostra società odierna? Anzi ora più ancora d’allora! Un grande poeta e un meraviglioso testo, che onora un paese fin dall’inizio in contraddizione con quanto formulato nella “Dichiarazione d’indipendenza” del 4 luglio 1776 (scritta da una commissione presieduta dal “grande e onoratissimo” Jefferson), di cui riporto un brano molto significativo:

<<Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità>>.

Questo è stato declamato nel mentre i ceti dirigenti di quel paese compivano (e continueranno per tutto l’800 a compiere) il genocidio dei “nativi d’America” (i cosiddetti “indiani” o, spregiativamente, i “pellerossa”). E nel XX secolo quel paese ha preteso di portare “libertà e democrazia” dappertutto massacrando a tutto regime: dai terribili bombardamenti (anche atomici) sulle popolazioni civili ai sanguinosi colpi di Stato (Indonesia e Cile in primo piano, ma non certo i soli) alle guerre di tipo “indocinese”, ecc. E con la subordinazione della “vile Europa”, di cui ci si deve vergognare di far parte secondo queste avvilenti modalità servili. E terminiamo qui perché nulla può esprimere il disgusto verso i ceti dominanti di quel paese, ancor oggi arroganti e che pretendono di imporre il loro volere all’intero globo. Tutti si dovrebbero levare contro questi ceti, tutti dobbiamo odiarli e sperare nel loro completo annientamento.

Oggi pensiamo a Pinelli, non certo l’unico ad aver perso la vita per la persecuzione cui sono fin troppo spesso fatti oggetto coloro che credono in una diversa organizzazione sociale. Razionalmente sappiamo che non ci si arriverà mai, ma stiamo attenti a non dichiarare inutile l’aspirazione a questa la lotta. E quindi onoriamo tutti gli individui del genere di Pinelli perché ci indicano una strada di cui non si vede la fine. Prosegue sempre con tante curve, salite e discese improvvise. E dobbiamo in essa avviarci comunque, seguendo quelli che ci hanno preceduto e sono stati fatti oggetto di ingiustizie inenarrabili nel percorrerla senza indietreggiamenti.
Onore a costoro. E onore a Giuseppe Pinelli, uno di loro!

Il debito pubblico è un pacco. Non abboccate

euro

La Francia supererà la soglia del rapporto deficit/pil, stabilita dai trattati e dalle norme europee, per placare le proteste sociali che stanno mettendo a rischio il Presidente Macron e la cricca di potenti che lo sostiene.
Un bel dilemma per i chiacchieroni di casa nostra, economisti, giornalisti e politici mani di forbice che hanno costruito le loro carriere sul terrorismo psicologico dei conti pubblici da tenere sempre in ordine, crollasse l’universo. C’è lo chiede l’Europa è il mantra di questi farabutti senza idee e senza spina dorsale. Più arroganti che ignoranti, hanno messo da parte il buon senso per essere accettati nei circoli dominanti e godere di fama e privilegi, a scapito della nazione. Tutto il contrario dell’onestà intellettuale e del metodo scientifico che richiedono certe disamine.
Ma l’equilibrio non esiste in natura, figuriamoci nelle umane cose che sono sempre sociali e instabili. L’equilibrio è morte, stagnazione, desolazione, è la fine di tutto, infatti, questi cialtroni hanno reso l’Italia una morta gora che imputridisce giorno dopo giorno. Ora, lorsignori, di fronte all’infrazione delle regole da parte di un socio fondatore della baracca continentale accampano scuse inaudite. Dicono che Parigi non ha un debito elevato come il nostro, che il rapporto debito/pil fa pari al 100% mentre la Penisola veleggia verso l’abisso del 131%. Innanzitutto, sono stati proprio loro a non aver saputo arrestare questo andazzo, proponendo ricette economiche e scelte politiche inutili ed inefficaci, da più di un ventennio. Hanno aggravato la situazione e vorrebbero pure continuare a darci lezioni. In secondo luogo, andrebbero verificati determinati parametri che escludono dal calcolo fattori importanti come il risparmio privato, che forse in Italia è superiore a quello di qualsiasi altro partner occidentale. A proposito, dunque, gli spendaccioni sono gli altri ma a parere delle teste di cavolo liberali e liberal-democratiche finora gli italiani avrebbero vissuto oltre le loro disponibilità e possibilità.
Quest’ultima affermazione è l’emblema dell’asineria dell’economista liberale che non vede la storia e la società ma solo gli atomi sociali, in movimento disordinato sul mercato come i neuroni del suo cervello. Seguono a ruota altre castronerie come quella per cui il bilancio dello Stato va amministrato al pari di quello di una famiglia (peccato che le famiglie che contano davvero in Italia, quelle cariche di capitali, allo Stato hanno succhiato fino all’ultima goccia di sangue). Lasciamo dunque stare l’economia domestica alla quale dovrebbero veramente dedicarsi certi finti studiosi, soprattutto quelli provenienti dalla Bocconi (ma non solo) e passiamo ad analizzare il dato storico che ha inciso sulla struttura della nostra spesa e del nostro tessuto produttivo.
La nostra Penisola, all’indomani della seconda guerra mondiale, in quanto sconfitta, è finita nell’orbita egemonica statunitense. L’esistenza di un blocco contrapposto ad Est e la strategicità della posizione geografica di Roma, al limite dei due campi, ha determinato una riconfigurazione della nostra struttura sistemica politica ed economica, sia a livello statale che produttivo-industriale.
Non sono stati gli italiani a scialacquare ma gli Usa ad assicurare (ed imporre), nel campo di loro competenza, una massiccia spesa statale, soprattutto di Welfare, poiché perseguivano lo scopo di stabilizzare la propria sfera d’influenza in Europa, tanto più che c’era un nemico alle porte ed una delle porte più vicina al nemico era proprio la nostra Penisola. In cambio, di queste “sovvenzioni” (e protezioni) l’Italia era tenuta ad integrarsi nel campo americanocentrico, in posizione di dipendenza, evitando l’intrapresa di iniziative (politiche ed economiche) autonome. L’America avrebbe corrisposto la differenza sui mancati “introiti”. Il tornaconto statunitense, in ogni caso, valeva più dell‘ impresa, poiché l’Italia rappresentava per essa una “piattaforma di sicurezza” contro l’Urss dove installare basi, armi e personale. Inoltre, l’occupazione territoriale consentiva a Washington di bloccare lo sviluppo delle nostre imprese di punta (sia pubbliche che private, molte difatti sono state smantellate, spacchettate e neutralizzate) che avrebbero potuto fare concorrenza alle sue nei settori più avanzati. Quando qualcuno ci ha provato ha fatto una brutta fine.
Di che parliamo dunque? Quello del debito esagerato è un pacco che vorrebbero rifilarci i traditori dell’Italia, poiché, anche se effettivamente le spese di una nazione devono essere razionali ed indirizzate alla prosperità del Paese, esso viene strumentalmente usato dai nostri nemici esterni (l’Ue) e dalle quinte colonne interne (politici, giornalisti, economisti, ecc. ecc.) per allontanare la possibilità di una vera svolta italiana, all’imbocco di una nuova epoca storica multipolare.

Ps.
Sul debito pubblico avevano più senso le parole di Giorgio Gaber che quelle di qualsiasi altro economista dei nostri giorni:
“Mi fa male che a parità di industriali stramiliardari, un operaio tedesco guadagna 2.800.000 lire al mese, e uno italiano 1.400.000. Ma, l’altro 1.400.000 dov’è che va a finire? Allo Stato, che ne ha così bisogno. Mi fa male che tra imposte dirette e indirette un italiano medio paghi, giustamente per carità, un carico di tributi tale, che se nel Medioevo, le guardie del re l’avessero chiesto ai contadini, sarebbero state accolte a secchiate di merda. Mi fa male che l’Italia, cioè voi, cioè io, siamo riusciti ad avere, non si sa bene come, due milioni di miliardi di debito. Eh si sa, un vestitino oggi, un orologino domani, basta distrarsi un attimo… e si va sotto di due milioni di miliardi. Questo lo sappiamo tutti eh. Ce lo sentiamo ripetere continuamente. Sta cambiando la nostra vita per questo debito che abbiamo. Ma con chi ce l’abbiamo? A chi li dobbiamo questi soldi? Questo non si sa. Questo non ce lo vogliono dire. No, no perché se li dobbiamo a qualcuno che non conta… va bè, gli abbiamo tirato un pacco e finita lì. Ma se li dobbiamo a qualcuno che conta… due milioni di miliardi… prepariamoci a pagare in natura”.

Auspichiamo sanzioni all’Italia da parte Ue di GLG

gianfranco

So che mi si potrebbe obiettare che sono per il “tanto peggio tanto meglio”. Tuttavia, sarei contento se la UE comminasse le sanzioni minacciate all’Italia senza sconti. Credo che si arriverà a qualche compromesso, ma mi piacerebbe che ciò non accadesse. Si metterebbe in piena luce che cos’è questa UE, che lascia passare il deficit francese ormai ben più alto (e oltre il “mitico” 3%), condannando invece l’Italia malgrado le sue “convulsioni” (a mio avviso meschine) per andare perfino sotto il 2,4%. I “traditori” del paese (politicanti, giornalisti, imprenditori inetti) già mettono le mani avanti a favore della UE: la Francia ha un debito pubblico inferiore e lo spread basso. Lo schifo che fanno è indescrivibile. La Francia è circa al 100% con il suo debito in rapporto al Pil (e non parliamo di altri paesi come USA e poi Giappone, Cina, ecc.), che non è poi così incommensurabilmente inferiore al nostro.
Inoltre il risparmio dei nostri connazionali è enormemente più alto di quello francese (e anche di quello tedesco e di altri paesi UE). Allora i “vermi” già citati affermano; ma quello è un fatto privato, il debito di cui si parla è quello dello Stato. Schifosi ancor di più. Continuano a trattare lo Stato come un “padre di famiglia”, che deve comportarsi secondo l’atteggiamento parsimonioso di un singolo individuo che deve pensare ai suoi pargoli. E viene subito in testa la “Favola delle api” di Mandeville (citata spesso da Keynes in occasione della “grande crisi”), in cui la “virtù privata” (qual è appunto il risparmio del “padre di famiglia”) si ribalta in “vizio pubblico”, qual è la mancanza di adeguata spesa statale per rilanciare la domanda complessiva (consumi + investimenti) tentando di risollevare il sistema economico in crisi “d’asfissia”.
E comunque, brutti scalzacani – sia politicanti di PD e F.I., sia i giornalisti di Repubblica, Corriere, Stampa, Messaggero, Foglio e similari, sia gli imprenditori privati di una Confindustria da sciogliere con calci in culo – siate coerenti: lo Stato deve ridicolmente comportarsi come fosse un singolo individuo con le sue virtù parsimoniose? E allora a fronte del suo debito va messo l’enorme risparmio dei cittadini italiani. Altrimenti, se lo trattate come “soggetto” che deve pensare ai problemi generali di una data collettività abitante una certa area territoriale su cui esiste la sua autorità, allora tale “soggetto” deve agire proprio in contrasto con l’atteggiamento del singolo risparmiatore per pensare invece a risollevare la domanda complessiva rivolta ai prodotti di quel sistema in crisi.
Il vero problema – che ho sentito sollevare in TV solo da due personaggi di cui non credo di condividere in generale le convinzioni: la Maglie e Mario Giordano – è politico e basta. Il vecchio establishment europeo e italiano è alla frutta (come quello Usa obamian-clintoniano) e vuole distruggere il suo antagonista, che non ha convinzioni politiche e ideologiche antagoniste, non ha una vera politica contrapposta a quella “atlantica” di subordinazione di un intero complesso di Stati agli Stati Uniti. Semplicemente avverte che è avvenuta e si sta accentuando la rottura sociale tra quelli dei “quartieri alti”, seguiti dai benestanti, e una massa di ex ceto medio in via di abbassamento vertiginoso del suo tenore di vita e quindi prossimo ai ceti detti popolari, pur essi in affanno. E allora si è schierato con questi ceti sociali in perdita di benessere e tenta di tenerli sotto controllo per impedire che avvengano rotture ancora più gravi, di tipo prossimo a quello rivoluzionario. Ecco perché spero in gravi errori di “opportunità politica” da parte della UE; e uno di tali errori sarebbe comminare la procedura d’infrazione all’Italia mentre la si risparmia alla Francia. Gli insetti nocivi da disinfestare è bene che appaiano sempre più in piena luce. I popoli in crisi dovranno, almeno in tempi medi, prendere coscienza che è necessario “acquistare” l’insetticida.

Il bluff di Macron di GLG

gianfranco

Il discorso/bluff di Macron sembra aver ammorbidito una parte dei gilets jaunes. Non so quanto e fin quando, ma insomma qualche apertura – almeno leggendo la stampa e vedendo la TV, organi di (dis)informazione, di cui è bene non fidarsi troppo – ci sarebbe. D’altronde, in ogni sommovimento serio vi sono sempre i “menscevichi”. Solo quando le condizioni oggettive – e una adeguata e ben determinata direzione politica – consentono ai “bolscevichi” di fare una accurata pulizia degli incerti e timidi, solo allora si ha non semplicemente una rivolta. Oggi mi pare che siamo ancora lontani da situazioni consimili. Comunque, sabato prossimo appureremo quale effettiva consistenza abbia il movimento che, sempre a quanto visto in TV, ha infiammato una buona parte dei francesi. Le promesse di Macron dovrebbero far sforare alla Francia il famoso 3% del rapporto deficit/Pil, mettendo in difficoltà (non eccessiva) la UE nella sua voglia di condannare la manovra del governo italiano. Subito si sono messi in azione i maiali della sinistra di questo paese di servi, affermando che la Francia non ha l’alto debito pubblico italiano e quindi non merita sanzioni. Simili traditori, in diversa situazione, andrebbero processati e condannati a pene severissime, in linea con la loro ignominia. Invece qui si è costretti a sopportarli nel mentre giornali e TV – pieni zeppi di altri farabutti conniventi – li fanno parlare per almeno il 90% del tempo dedicato a simili notizie. Non mi sembra che i sedicenti populisti siano in grado di ridare vera dignità e forza all’Italia. Sono invischiati nelle meline per conquistare voti, non nel preparare le squadre di grande disinfestazione di questo paese invaso da insetti dannosissimi, assai più delle famose cavallette (animaletti benigni in confronto).

Stando alle notiziole varie, da commentare alla spicciolata e sempre seguendo stampa e TV di una bassezza mai vista, sarebbe in atto un nuovo dissapore tra i “due del governo” per via dell’inchiesta apertasi su fondi ricevuti dalla Lega e che vengono condannati come tangenti corruttrici. Quello che sono i pentastellati ormai lo sappiamo: una versione aggiornata di quei cretini di cosiddetta “sinistra radicale”, scatenatisi nel ’92-‘93 in favore dell’operazione eversiva – chiamata impropriamente “mani pulite” – che liquidò l’apparato politico della prima Repubblica, conducendo al governo delle forze dette di “sinistra” (i postpiciisti e rimasugli diccì, i preferiti dai maggiori “poteri forti”, in primo piano i nostri industriali privati, i “cotonieri”) e di “destra” (i berlusconiani) con riduzione del nostro paese ad un piatto e scellerato servilismo nei confronti dei peggiori Stati Uniti di sempre, dilaganti nel mondo a suon di aggressioni e massacri. Anche in tal caso manifesto seri dubbi nei confronti dei “populisti” e della loro capacità di fare piazza pulita di tutti i tormentosi moralisti. Sono in fondo l’altra faccia del servilismo verso gli Stati Uniti; magari non più quelli n. 1 (obamian-clintoniani) bensì i n. 2 (del “mal di pancia” non ancora ben precisatosi che ha portato in avanti Trump). E’ ovvio che tra un cancro ai polmoni (Pd e F.I.) e una violenta e sempre pericolosa polmonite, è meno peggio dover sopportare quest’ultima. Tuttavia, occorrerebbe in questo paese (e in qualche altro europeo, non in tutti quelli della UE) una forza politica capace di affrancarci da troppo gravi malattie (al massimo qualche influenza con o senza vaccino). Quanta sopportazione richiedono questi tempi così squallidi e di infamia dilagante.

PASSI DI MARX TRATTI DAL CAP. XXVII DEL III LIBRO DE IL “CAPITALE”

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(La funzione del credito)

Si tratta di appunti di Marx, poi sistemati da Engels; come tutto ciò che è stato pubblicato sotto il titolo di II e III libro della sua massima opera. Solo il I libro di quest’ultima è stato in realtà elaborato, rifinito e pubblicato da Marx nel 1867. Riporto appunto dal terzo libro alcune rilevanti considerazioni contenute nel cap. XXVII sulla funzione del credito. E cito espressamente il punto in cui si nota la concezione fondamentale marxiana, poi dimenticata di fatto da tutti i marxisti successivi: quella relativa al formarsi della classe costituita dall’insieme dei produttori nelle loro funzioni sia direttive che esecutive, tutti divenuti venditori di merce forza lavoro (salariata) ai proprietari dei mezzi di produzione. Le notazioni messe tra parentesi quadra sono mie interpolazioni.

<<Le osservazioni generali, che abbiamo avuto occasione di fare finora trattando del credito, sono le seguenti:

I. Formazione necessaria del credito, ecc……[questo non c’interessa]

II. Riduzione dei costi di circolazione, ecc….[idem come sopra]

III. Formazione di società per azioni. Donde:

 

  1. Un ampliamento enorme della scala della produzione e delle imprese, ecc…….

  2. Il capitale, che si fonda per se stesso su un modo di produzione sociale, ecc…..

[ed ecco arrivare quello che qui ci interessa in modo specifico]:  

3. Trasformazione del capitalista realmente operante in semplice dirigente, amministratore di capitale altrui, e dei proprietari di capitale in puri e semplici proprietari, puri e semplici capitalisti monetari. Anche quando i dividendi che essi ricevono comprendono l’interesse e il guadagno d’imprenditore, ossia il profitto totale (poiché lo stipendio del dirigente è o dovrebbe essere semplice salario di un certo tipo di lavoro qualificato, il cui prezzo sul mercato è regolato come quello di qualsiasi altro lavoro), questo profitto totale è intascato unicamente a titolo d’interesse, ossia un semplice indennizzo della proprietà del capitale, proprietà che ora è, nel reale processo di riproduzione, così separata dalla funzione del capitale come, nella persona del dirigente, questa funzione è separata dalla proprietà del capitale. In queste condizioni il profitto (e non più soltanto quella parte del profitto, l’interesse, che trae la sua giustificazione dal profitto di chi prende a prestito) si presenta come semplice appropriazione di plusvalore altrui, risultante dalla trasformazione dei mezzi di produzione in capitale, ossia dalla loro estraniazione rispetto ai produttori effettivi, dal loro contrapporsi come proprietà altrui a tutti gli individui REALMENTE ATTIVI NELLA PRODUZIONE, DAL DIRIGENTE ALL’ULTIMO GIORNALIERO [maiuscolo mio]. Nelle società per azioni la funzione è separata dalla proprietà del capitale e per conseguenzaanche il lavoro è completamente separato dalla proprietà dei mezzi di produzione e dal plusvalore. Questo risultato del massimo sviluppo della produzione capitalistica è un momento necessario di transizione per la ritrasformazione del capitale in proprietà dei produttori, non più però come proprietà privata di singoli produttori [come erano gli artigiani precapitalistici; nota mia], ma come proprietà di essi in quanto associati, come proprietà sociale immediata. E inoltre è momento di transizione per la trasformazione di tutte le funzioni, che nel processo di riproduzione sono ancora connesse con la proprietà del capitale, in semplici funzioni dei produttori associati, in funzioni sociali.

…………………………[qui vi è un pezzo che si può tralasciare]

Questo significa la soppressione del modo di produzione capitalistico nell’ambito dello stesso modo di produzione capitalistico, quindi è una contraddizione che si distrugge da se stessa, che prima facie si presenta come semplice momento di transizione verso una nuova forma di produzione. Essa si presenta poi come tale anche all’apparenza. In certe sfere stabilisce il monopolio e richiede quindi l’intervento dello Stato. Ricostituisce una nuova aristocrazia finanziaria, una nuova categoria di parassiti nella forma di escogitatori di progetti, di fondatori e di direttori che sono tali semplicemente di nome; tutto un sistema di frodi e di imbrogli che ha per oggetto la fondazione di società, l’emissione e il commercio di azioni [non vi fischiano le orecchie?]. E’ produzione privata senza il controllo della proprietà privata. >>>.

*********************

Discorso che mi sembra estremamente chiaro e non bisognoso di molti commenti per quel che significa. Certamente Marx scrive (appunti poi sistemati da Engels) un secolo e mezzo fa. E mi sembra presentare alcuni momenti di modernità. Tuttavia, ha in testa il capitalismo <<borghese>>, nato da quello mercantile e che presenta varie commistioni con elementi delle tradizioni, cultura, mentalità, della società precedente, in mano alla nobiltà. Ad un certo punto, almeno nella traduzione, salta fuori il nome di imprenditore, ma Marx non ha nozione dell’impresa come si andrà configurando già a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, e che vedrà soprattutto il fiorire novecentesco del capitalismo statunitense, quello definito assai più tardi (1941) da Burnham capitalismo manageriale. Si tratta di quel capitalismo che per il momento ho definito, dopo un paio di decenni di studio, <<formazione sociale degli strateghi (funzionari) del capitale>>.

In Marx il fulcro dell’impresa è in realtà l’opificio industriale, sede del processo lavorativo in quanto processo di trasformazione di materia prima in prodotto finito: di consumo (individuale) oppure di investimento come ad es. le macchine e il complesso strumentale da impiegare in ulteriori processi trasformativi. Egli prende dunque in considerazione soltanto il dirigente di fabbrica, quello che poi verrà indicato dal marxismo successivo, ivi compreso Lenin, quale “specialista borghese”. Marx, insomma, attribuisce chiaramente al dirigente in oggetto, nella prima fase del capitalismo, la proprietà dei mezzi di produzione (lo farà anche nelle Glosse a Wagner, l’ultimo lavoro economicodi Marx; si trovano in un quaderno di estratti degli anni 1881-82). Questi diventerebbe invece poi, in specie con la formazione della società per azioni, un lavoratore salariato a tutti gli effetti, separato da detta proprietà (dal capitale); e a tutti gli effetti verrebbe a far parte dei “produttori associati”, cui spetterebbe ormai l’esecuzione dell’intero processo produttivo mentre il capitalista sarebbe divenuto mero proprietario (azionista) e percettore di interesse (il dividendo azionario). Questa appunto l’interpretazione marxiana del processo evolutivo capitalistico, che risulta in tutta evidenza dal lungo brano citato.

“Qui casca il palco”. E qui è iniziata tutta la mia opera di revisione per eliminare quella centralità della proprietà, ormai superata. Si tratta di quella privata, quella di cui parla Marx. Non cambia proprio un gran che con quella statale. Questa potrebbe perfino essere ancora peggiore se dàvita ad un ceto di “burocrati” pressoché incapaci e soltanto succubi di un potere politico miope; assai diversa l’attitudine produttiva attribuita da Marx all’insieme dei produttori associati, “dalprimo dirigente all’ultimo giornaliero”. Egli però scriveva nel 1860 e anni successivi; non è certolui il responsabile della perdita di efficacia interpretativa del marxismo, ma i suoi seguaciincancreniti per ben oltre un secolo a cianciare sul preteso “socialismo”, sulla formazione sociale di quelli che non sono mai diventati produttori associati “dal primo dirigente all’ultimo giornaliero”.Già Kautsky (e Lenin non lo critica su tale punto) aveva capito che non si andava per nulla costituendo il gruppo di questi fantasmatici produttori associati. Il gruppo dirigente dei processi produttivi, pur eventualmente privo della proprietà, era indicato come insieme di “specialisti borghesi”, pienamente assegnati alla classe dominante in piena convergenza con i proprietari assenteisti (rispetto alla direzione di detti processi produttivi).

I marxisti hanno allora insistito sulla rivoluzionarietà del “semplice giornaliero” (o poco più su), insomma dell’operaio di fabbrica, del Charlot di “Tempi moderni”. Veri fraintendimenti, che sono stati pure miei; tuttavia da più di vent’anni ho faticosamente iniziato una “marcia” almeno in buona parte diversa, di cui non parlo qui (ho scritto ormai migliaia pagine in proposito). Tuttavia, ci sono problemi lungo la nuova via che non ho certo risolto. Ho scritto negli ultimissimi anni alcuni libri sempre dibattendo tale problema onde affinarlo sempre più. Ultimamente ho anche consegnato ad un blocco di video su Marx (dieci di discussione e coerentizzazione del suo modello teorico; e tre di ridiscussione critica dello stesso) una a mio avviso buona sistemazione dell’intera questione.

Non pretendo però di aver risolto il problema. Non lo posso fare io, che appartengo alla vecchia epoca storica iniziata grosso modo con il marxiano “Manifesto del Partito comunista” (1848) e già in fase di trapasso (troppo lenta per la vita umana) da almeno due-tre decenni, fase oggi in accelerazione (ma ci vorrà ancora del tempo per trovarsi nel pieno della nuova epoca). Quelli come me (di orientamento marxista ovviamente) hanno il compito di mettere ordine nella vecchia teoria, di renderla massimamente coerente (al di là di ciò che ha “veramente” detto Marx) onde far rilevare sia le alterazioni ch’essa subì a partire già dalla sua morte sia l’errata previsione di dati eventi e la non realizzazione di altri. Al massimo si possono indicare alcune ipotesi di revisione e fuoriuscita (ma sempre da “quella porta”). A chi saprà vivere realmente la nuova epoca che avanza, senza inutili nostalgie e indebite “frenate”, spetterà il compito di arrivare a nuove ipotesi e magari anche a effettive sintesi in ben diverse teorizzazioni intorno alla società, alle sue strutture e dinamiche evolutive.

 

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