L’Italia tra Francia e Germania, di A. Terrenzio.

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Un tema che genera divisioni e divergenze analitiche per il futuro del nostro Paese, riguarda il rapporto che esso ha con Francia e Germania.

Per osservatori come l’economista Giulio Sapelli, l’Italia dovrebbe trovare una partnership europea con la Francia per rompere l’egemonia teutonica, vero fardello dell’Europa (cit. “80 milioni di tedeschi incompatibili con l’idea d’Europa”). Di vitale importanza sarebbe la creazione di un asse Roma-Berlino-Mosca, che possa orientare verso Est la geopolitica europea, per liberarsi finalmente dalle maglie atlantiche.

Tuttavia, come vedremo, molte sono le contraddizioni e le incognite che riguardano entrambe le possibili partnership.

La Germania

La Germania vive una periodo di crisi di leadership politica che coincide con il tramonto del cancelliere Angela Merkel. Come sostenuto dal direttore di Limes, Lucio Caracciolo, la Germania e’ costretta a confrontarsi con il suo ruolo storico di guida dell’Europa, un ruolo che dalla fine della II GM ha sempre cercato di ignorare. E’ come se i tedeschi si fossero svegliati dopo un lungo letargo e decidere che ruolo assumere nel Continente.

Per la prima volta la Germania percepisce il ruolo ingombrante della tutela americana e operazioni come il raddoppio del gasdotto Nord-Stream, sono il segnale piu’ evidente di un suo riavvicinamento alla Russia.

Inoltre, il 22 gennaio scorso, Germania e Francia hanno dato vita ad Aquisgrana ad un asse “neocarolingio”, con la volonta’ di creare un direttorio europeo per una reciproca integrazione si ambito industriale e militare. Segnali appunto che mostrano una data insofferenza verso la Nato ed il controllo americano.

Tuttavia la Germania appare ancora restia a svolgere quel ruolo guida all’interno dell’Ue, per via dei sui interessi economici e finanziari che vedono quest’ultima come mera estensione del suo raggio di azione. La Germania di fatto e’ un “esportatore netto” con un surplus commerciale che supera l’8%.

Le politiche ordoliberiste e deflattive che i tedeschi impongono, sono gli ostacoli maggiori che pregiudicano una saldatura strategica con la Penisola. Le uscite dei vari Junker e l’ultima “sparata” del leader dell’ALDE Guy Verhofstadt, che ha dato del “burattino” al premier Conte, sono espressione della superficialità e del disprezzo che caratterizzano i leader politici del Nord-Europa. L’ostilita’ della Germania e della Kernel Europa verso i paesi “cicala”, accusati di inadempienza o di scarsa propensione al sacrificio, sono la causa diretta di quel malessere “populista” che ha avuto nel governo giallo-verde la sua massima espressione.

La riluttanza della Germania a voler adottare politiche redistributive ed espansive verso i paesi piu’ deboli e’ il principale limite alla realizzazione di un blocco comunitario solidale ed indipendente da ingerenze americane.

La Francia

La recentissima crisi diplomatica che ha visto il richiamo dell’ambasciatore francese da parte di Parigi, e’ stato l’evento che ha ufficializzato il conflitto tra Macron e l’esecutivo italiano. L’inquilino dell’Eliseo ha scelto l’Italia come “bersaglio” per un suo improbabile rilancio politico. L’escalation di provocazioni che hanno portato alla rottura con Roma, fanno parte di una precisa strategia per colpire il governo giallo-verde.

Come abbiamo accennato, la Francia viene comunque vista da diversi osservatori, come alleato naturale nell’UE per frenare l’egemonia tedesca. Un partnership con Parigi, al momento, appare davvero lontana, soprattutto con l’attuale capo dell’Eliseo intento ad isolare Roma in sede UE, ergendosi a baluardo contro i “nazionalismi”. L’aggressività dei francesi nei nostri riguardi, con lo shopping delle nostre aziende dell’agroalimentare e della moda, le diverse scaramucce ai confini con la Liguria, la mancata collaborazione sul tema dei flussi migratori nel Mediterraneo, non permettono attualmente una pacificazione coi cugini d’oltralpe. Aggressivita’, che dopo le accuse di ingerenza del nostro governo nella questione ‘gilet jaune’, non stenta a placarsi in Libia, dove, come ricorda Gian Micalessin, si gioca la vera partita franco-italiana. Il generale Khalifa Haftar e’ uomo fidato di Parigi e avanza verso il sud della Libia minacciando il pozzo di El Feel, da cui l’Eni estrae la maggior parte del suo petrolio e del suo gas. A Tripoli invece, Al Serraj e’ ostaggio delle proprie milizie. La Francia di Macron rischia davvero di strappare all’Italia quell’egemonia economica e quell’influenza politica nella sua ex-colonia, che nemmeno la guerra contro Gheddafi riusci’ a pregiudicare. A cio’ vanno aggiunte le visite da parte delle autorita’ francesi a Al Cairo, dove l’ENI, nelle prossimita’ delle acque egiziane, ha scoperto lo Zhoor, il piu’ grande giacimento petrolifero nel Mediterraneo.

Il cenno a tali elementi, basta a mostrare scetticismo verso i sostenitori di una tale alleanza.

Il quadro potrebbe cambiare, se nelle prossime elezioni europee, i sovranisti dovessero “fare il pieno”; a quel punto un’ Europa guidata da Salvini e dalla Le Pen, cambierebbe considerevolmente gli equilibri ed i rapporti tra i due paesi.

Marine Le Pen ha mostrato sensibilita’ verso i problemi che attanagliano l’Italia, come quelli relativi all’accoglienza ed i limiti di deficit pubblico imposti dall’UE. Ha espresso anche sostegno alle dichiarazioni di Di Maio riguardo lo sfruttamento coloniale della FranceAfrique, tramite il Franco Sefa, al quale la leader del RN vorrebbe porre fine.

A quel punto Francia ed Italia potrebbero davvero porre le basi per una collaborazione geopolitica ed economica, attraverso una “Lega Mediterranea” alla quale potrebbe unirsi anche la Spagna, che presto andra’ verso nuove elezioni, dopo la fine ingloriosa dell’”ultimo” premier di sinistra, Pedro Sanchez.

Un “bivio” impossibile?

Il patto siglato ad Aquisgrana ha palesato la volonta’ di francesi e tedeschi di creare un “direttorio” a due, escludendo di fatto l’Italia.

L’accordo, che ricalca quello di Adenauer-De Gaulle stipulato nel ’63, rilancia l’idea di una Europa a guida franco-tedesca ponendo l’accento sulla collaborazione militare, nell’integrazione di progetti infrastrutturali e soprattutto nella collaborazione nucleare, tramite la partecipazione di Berlino alla Force de Frappe francese. Parigi si e’ anche impegnata nel sostenere l’ingresso della Germania come membro permanente delle Nazioni Unite. Secondo Lucio Caracciolo, direttore di Limes, la Germania sembra solo adesso essersi accorta della sua mancanza di visione strategica e la costituzione dell’”asse renano” e’ il segno di un suo risveglio geopolitico.

Tuttavia, come il passato ha piu’ volte mostrato, Francia e Germania insieme non sono mai andate lontano, e divergenze su temi fondamatali appaiono confermarlo: le necessita’ di Berlino di riavvicinamento alla Russia non sono gradite ad Emmanuel Macron, che ha mostrato la sua contrarieta’ al progetto del Nord Stream 2. Le accuse ai “troll russi” di fomentare le rivolte del “gilet jaune” hanno raffreddato le relazioni con Mosca. Inoltre il governo tedesco, si e’ opposto alla volonta’ del leader di En Marche, di applicare ulteriori riforme in senso neoliberista. Parigi, con le rivolte di piazza, allarma anche la Germania che teme per la sua tenuta sociale.

Una Europa tecnocratica a guida franco-tedesca, seppur mossa dalla volonta di emanciparsi dal controllo militare degli Usa, non puo’ rappresentare una alternativa credibile all’Europa euro-atlantica.

Dopo la Brexit, l’Italia ritorna ad essere un pivot essenziale per l’amministrazione americana, che ha deciso di puntare su essa per incrinare l’egemonia tedesca. Come ricordato su Eurasia da Cristiano Puglisi, il Tap (Trans-Adriatic pipiline) e l’Eastmed (in collaborazione con Israele), rappresentano progetti contrari agli omologhi tedeschi e sono anche la contropartita che il governo Conte deve offrire per il sostegno alla famosa “cabina di regia”, avallata da Donald Trump.

Il duopolio Merkel-Macron, appare come un tardivo colpo di coda delle vecchie e screditate élite neoliberali, per resistere all’avanzata dei “populisti”. Un “duopolio” che divide ulteriormente il continente europeo e lo priva di quella proiezione strategica fondamentale nell’epoca del multipolarismo.

In conclusione, ne’ Francia ne’ Germania, allo stato attuale, rappresentano partner affidabili per Il governo Conte. Solo un eventuale cambio delle dirigenze dei rispettivi paesi, che vedranno l’affermarsi di forze realmente sovraniste, potranno proporre una nuova agenda sia nel Mediterraneo in tema di sicurezza e flussi migratori, che in chiave strategica ed energetica verso Est. Diversamente gli Stati Uniti, resteranno gli unici beneficiari delle sterili “triangolazioni” tra Roma Parigi e Berlino.

Opposizione antinazionale, di GLG

gianfranco

http://www.ilgiornale.it/news/politica/ue-boccia-reddito-e-quota-100-cos-litalia-riduce-crescita-1649032.html

questa è anche l’idea dei berluscones; e non parliamo della “sinistra” (almeno di tutti i piddini e di buona parte degli altri). Ed è un’idea cazzereccia. Intanto, pensare che l’Italia sia come gli Usa nel 1929 fa semplicemente ridere. Inoltre la mancata o negativa crescita, in crisi come quelle capitalistiche (quindi già a partire dall’800), dipendono dalla difficoltà della domanda a tenere il passo con l’impetuoso aumento della produzione e dunque dell’offerta dei beni, che quindi ad un certo punto si trova in (relativo) eccesso. Quando si sentono gli imbecilli di imprenditori (e perfino ambienti sindacali) affermare che 780 euro (reddito di cittadinanza) sono troppo alti e spingono la gente a non lavorare perché sono pagati a 5-600 euro al mese, non ci si può non incazzare. Uno che ha 600 euro al mese fa quasi la fame e deve ridurre al minimo la spesa. Allora il discorso è proprio il contrario: con 780 euro compra qualcosa in più e quindi riduce le scorte di merci invendute. Teste di cazzo di imprenditori del….. cazzo; anche vi riducessero al 0% le imposte, se nessuno compra i beni da voi prodotti con che cosa fareste profitti? E continuereste allora a produrre?

Infine, a parte che tutti i dati delle organizzazioni internazionalie della UE (e dell’Istat) sono da prendersi come “fuoco a volontà” contro un governo di forze di cui si teme il successo alle elezioni europee (con forte calo del potere dei vecchi vertici che hannoormai mostrato in pieno il loro completo fallimento), la recessione in atto è generale; ed è inutile che si accaniscano a fornire dati per dimostrare che l’Italia è il fanalino di coda. Ripeto che i dati sono manipolati; e, in ogni caso, i risultati di certe operazioni economiche si manifestano con notevole ritardo (vogliamo mettere almeno un anno e anche più?). Allora è ovvio che quantoaccade adesso dipende da decisioni anteriori alla nascita del governo il 1° giugno 2018; e con la manovra approvata ben dopo.

Infine, l’ultimo dato diffuso a gran voce è quello degli ordinativi: si sono accresciuti un po’ quelli dall’interno e sono invece calati vistosamente quelli dall’estero. Certo, bisogna analizzare attentamente le cause, ecc., ma non si sfugge all’impressione che la recessione italiana – che, salvo per i deficienti di economisti liberisti odierni, è dovuta a carenza di domanda e alla insipienza degli Stati timorosi di effettuare spesa (in pieno deficit) per contrastare la caduta di quella privata – sia alimentata almeno in parte dall’incipiente crisi avanzante negli altri paesi, i cui cittadini stanno probabilmente riducendo la domanda (almeno di quanto si produce all’estero). E il “contagio” proverrebbe dal nostro paese? E’ semmai il contrario.

Insomma, abbiamo “opposizioni” del tutto antinazionali e tese ad accrescere le nostre difficoltà perché si sentono travolgere da una marea montante di disprezzo e perfino di qualche sentimentoancor peggiore. Abbiamo un ceto intellettuale sfatto e venduto, che è stato messo da gruppi politici ed economici in pieno disfacimento a occupare e imperversare nella stampa e in TV. E indubbiamente, gli attuali governativi mostrano tutta la loro debolezza e scarsa capacità di incidere nella società con la necessaria efficacia, lasciando fra l’altro l’informazione esattamente com’era prima del loro arrivo. Se non sopraggiungeuna forza politica adeguata ad un repulisti totale, attuato con i dovuti metodi radicali privi di remore di qualsiasi genere, andremo certamente in malora. Non però perché noi “contagiamo” gli altri bensì perché abbiamo nel paese alcune forze politiche forse consce (ma non troppo) dell’epidemia infettiva in atto e di chi la sta diffondendo; hanno però timore e incertezza circa i mezzi necessari a curarla. E hanno questa “timidezza” perché sono pur esse schierate sotto la tutela oppressiva degli USA. Inutile andare da Trump invece che dai settori “politicamente corretti”. Si lasci che nella potenza al momento ancora preminente, ma “in discesa”, si regolino i conti fra i gruppi in aperto contrasto (salvo che sul punto di mantenere il predominio globale); e si vada in altra direzione” sul piano delle alleanze mondiali.

 

Cos’è la realta’, di GLG

gianfranco

COS’E’ LA REALTA’ (E COME CE LA RAPPRESENTIAMO E PERCHE’)

Vediamo di chiarire alcuni punti essenziali, solo provvisori e certo schematici, di una possibile teorizzazione tesa alla rappresentazione di ciò che definiamo “realtà”. Preliminare sempre necessario per poi agire con un minimo di razionalità e anche semplice buon senso. Perché non c’è detto più stupido de “la pratica val più della grammatica”. Oggi vediamo bene come senza grammatica straparlino in una lingua molto approssimativa i nostri politicanti, i “grandi imprenditori”, perfino parte dei sedicenti intellettuali. E senza teoria – senza cioè studio, analisi, ottima riflessione prima di trarre conclusioni; e trarle con buona sistematicità e articolazione consequenziale – si fanno “opere” disastrose.  

Intanto è necessario, quando si fa teoria, porre un postulato, cioè una premessa impossibile a dimostrarsi. Esso assolve una duplice funzione “pratica”: 1) fornire un punto di partenza per una serie di argomentazioni che poi dovranno proseguire fra lorostrettamente concatenate in successione, ma che appunto hanno bisogno di un inizio; 2) esprimere subito la concezione generale che chi lo formula ha della “realtà” in cui si “sente” immerso (o se la trova, cioè immagina, davanti a sé, ecc.). Del resto, siamo sempre condannati a pensare all’esistenza di un “prima” di un qualsiasi “inizio” supposto. Ad esempio, oggi si è convinti che l’Universo (e quindi il tempo che scorre inesorabile e lo spazio che si amplia a dismisura) abbia preso vita dal ben famoso “big bang” (con tutta la materia concentrata in un piccolo puntino, cominciamento appunto del tempo/spazio). Tuttavia, subito viene in testa: e che cosa c’era prima della supposta “esplosione”? E’ meglio lasciar perdere quest’idea e concentrarsi sulle conseguenze a partire dall’ipotesi posta come inizio. Poi, se ad un certo punto la sequenza di eventi e di ragionamenti sugli stessi lo esigerà, cambieremo la supposizione relativa al punto di partenza. Ma il prima di quest’ultimo potrà soltanto essere fonte di elucubrazioni, esattamente come il “dopo” della fine prevista di un dato processo. Il prima e il dopo è meglio affidarli al sentimento religioso e all’“altra esistenza che ci attenderebbe priva di unqualsiasi limite di spazio e di tempo (in detta esistenza nessun senso avrebbero simili concetti legati a “impressioni” umane).

Il postulato fondamentale afferma la nostra esistenza e il nostro movimento in una “realtà” situata all’esterno di noi e con cui entriamo in interazione, non essendone però parte costitutiva. Probabilmente non è così, probabilmente lo siamo invece, siamo strettamente intrecciati e connessi alla “realtà”. Tuttavia, si pensa generalmente in modo diverso perché è ben difficile immaginare un altro modo di muoversi e agire che non implichipreliminarmente la semplice interazione con un “mondo esterno”. Quest’ultimo va a mio avviso considerato in continuo squilibrio, come fosse un fluire disordinato, casuale, indistinto, privo di forma definita e di parti costitutive. Alcuni sono convinti di potersi immergere nel flusso poiché se ne sentono parte, al massimo sfruttando le sue “onde” come fanno i bravi surfisti, maquando i flutti non sono troppo vorticosi. Per cui la cosiddetta conoscenza non sarebbe altro che questa immersione nel flusso del “reale” o il suo percorrerlo aderendo strettamente al suo moto ondoso. Francamente, simile concezione non mi convince. Nemmeno gli animali, penso, sono in grado di aderire a questo tipo di comportamento; se non altro per il sedicente “istinto di sopravvivenza”. Se ogni individualità, che nel flusso può costituirsi, si sentisse invece solo inserita in esso, fosse perfettamente convinta di scorrere con esso, ho la netta sensazione che quest’ultimo la travolgerebbe, la renderebbe consustanziale a se stesso e quindi la annullerebbe in quanto individualità vivente per se stessa. Chi vive cerca perciò, nei limiti del possibile, di sottrarsi a questa fine.

La cosiddetta ragione (umana) rompe ancora più decisamente con questo schema, non ne fa una semplice questione di propria esistenza. Essa spezza il flusso in una serie di segmenti spaziali e temporali e su essi concentra la sua attenzione. Comincia con uno, ci rimugina sopra, non “lo rispecchia” o “riproduce”semplicemente; si concentra invece sull’analisi di quel segmento e lo sviscera per quanto è nelle sue capacità, potenziate via via da varie strumentazioni. Dopo la prima analisi, la ragione consegna (a se stessa) una data rappresentazione della “realtà”, che noi prendiamo come la vera realtà (senza più virgolette); ed essa non è ovviamente un flusso (sostanzialmente indistinto). Abbiamo invece a che fare con una serie successiva di realtà (a noi esterne) di carattere stabile. La loro dinamica (implicante mutamenti successivi) è di fatto una cinematica, una sequenza di differenti “stabilità”; talmente rapida a volte, per “momenti” infinitamente piccoli a piacere – di fatto in(de)finitamente piccoli a piacere e in successione in(de)finita – che mimano egregiamente una continuità del flusso temporale degli eventi, ma la mimano soltanto.

Il flusso, così pensato dalla ragione, non è più però disordinato, da esso non ci facciamo travolgere (o almeno, detto meglio, crediamo di non esserne più travolti). La sequenza delle “stabilità” diventa ordinata; magari la supponiamo secondo diverse modalità, cui assegniamo in genere dati gradi di probabilità. Il primo risultato – sempre uno schema di successione di eventi che stabilizza il flusso, di conseguenza snaturandolo nella sua “realtà” reale – viene sottoposto a correzioni o (presunti) perfezionamenti tramite reiterate ripetizioni del primo processo di individuazione della realtà (da noi costruita per poter operare su di essa). Il tutto può avvenire in pochi istanti o in tempi molto lunghi a seconda della “sezione di realtà” in cui ci si trova a così operare. Si giunge comunque ad una rappresentazione della realtà (costruita): a volte piuttosto semplice e quasi immediata, altre volte più complessamente elaborata in quella che definiamo una teoria.

Sia la semplice rappresentazione, decisamente elementare e che ci sembra frutto di spontanea osservazione di quanto ci circonda, sia le più elaborate teorie (frutto di varie “andate e ritorni” dal “reale” al nostro cervello che lo costruisce, lo ripeto, per poter agire) vengono sottoposte alla prova dell’uso pratico per appurare quanto realistiche sono. Si può fallire subito e allora quelle rappresentazioni “spontanee” (solo apparentemente tali) o quelle teorie (variamente elaborate) vengono abbandonate. A volte invece si conseguono determinati successi, della cui parzialità non ci accorgiamo subito. Semplici rappresentazioni o complesse teorie vengono allora prese per una effettiva riproduzione nel pensiero di ciò che esiste fuori di noi. In verità, invece, non riproduciamo un bel nulla, ma costruiamo il reale che ci circonda e in cui dobbiamo muoverci con il massimo ordine possibile.

Quando nella “Introduzione del ‘57” (a “Per la critica dell’economia politica”, che uscirà poi nel ’59) Marx parla di “riproduzione del concreto nel cammino del pensiero” forse anche un po’ influenzato dal positivismo dilagante in quel secolo – concezione largamente seguita da gran parte del marxismo – dà vita ad una interpretazione della realtà (al contrario solo costruita) a mio avviso dannosa, che non poteva non avere conseguenze notevoli sulla successiva prassi, anche politica. Sia chiaro però che non è il solo marxismo a commettere quello che è, a mio avviso, un errore. Pensiamo al liberismo con tutti i suoi vaneggiamenti sul “libero mercato” e le sue immense virtù. Tale corrente (deleteria al massimo grado e seguita ancor oggi da schiere di inetti e assai poco intelligenti economisti) si attiene ad una realtà soltanto costruita nel suo più superficiale aspetto. Il marxismo almeno – pur confondendo pur esso la “costruzione” del reale con la sua impossibile “riproduzione” – scende a livelli “più profondi” e dunque svela altri fondamentali aspetti di cui deve tener conto la pratica (politica, ma non solo). La “lotta di classe” – che certamente con la confusione in oggetto si è poitrasformata in semplice corrente ideologica di orientamento di cospicue “masse” – ha svolto per molti e molti decenni una funzione che può essere considerata sostanzialmente “progressiva” (pur con tutte le cautele nell’uso di tale termine). Il liberismo “mercantile” – a parte l’inizio con Adam Smith, che era in antitesi con le resistenze e i residui della vecchia società feudale – ha sempre provocato, appunto restando “in superficie”, un sostanziale stravolgimento della “realtà” in quella forma di società (di rapporti sociali, in specie nella sfera produttiva) definita capitalistica. E oggi, quella “costruzione” della realtà sta provocando un degrado culturale e di civiltà proprio nella nostra parte di mondo, che si crede superiore ad ogni altra: passata, presente e futura.

Oggi, almeno così mi sembra, la concezione della “riproduzione della realtà” è in ribasso. Non mi sembra però di vedere in atto unadeguata presa di coscienza di che cos’è la “costruzione” della realtà per i suoi scopi di azione “efficace” nel tentativo di riprendere in pugno la conduzione di un’attività di trasformazione dei rapporti sociali adeguata ad invertire il processo di accentuatainvoluzione della società detta capitalistica. E il fatto di“costruire” i gradini della realtà secondo un programma di pura “superficialità” del movimento sociale o invece scendendo a datisuoi livelli “più profondi” mi sembra rilevante. Per usare una metafora, se restiamo al puro livello estetico e allo splendore dell’epidermide, diamo un certo giudizio degli esseri umani (o anche di altre specie animali). Se andiamo agli organi interni e a come funzionano, la valutazione di uno stesso “essere” vivente cambia; e di molto.

Diciamo che il marxismo (quello che ha realmente compreso Marx nel suo più accurato e “scientifico” dire) si è molto concentrato sullo “scheletro” del corpo (quello sociale: il “modo di produzione” inteso soprattutto quale struttura dei rapporti sociali di produzione), che dà in effetti ad esso una conformazione del tutto particolare ed influenza senz’altro il suo modo d’agire e, in generale, di vivere (e prosperare; e poi decadere e morire). Gli organi e apparati interni, nel loro modo di funzionare e interagire per la vita complessiva dell’“individuo” (ad es. una data formazione sociale “storicamente costituita e operante”), non sonotuttavia interpretabili in modo stringente e obbligato a partire dalla conformazione del corpo (e quindi dallo scheletro). Ed è quindi qui che deve concentrarsi la nostra attenzione e lo studio della società nel suo sviluppo, trasformazione e differenziazione sia temporale che spaziale. Mandando però al diavolo coloro, tipo gli ormai superati e stolti liberal-liberisti, che credono di vedere il “tutto” mentre se ne stanno tranquillamente a osservare la sola epidermide della società, da essi considerata sempre bellissima, estasiante addirittura. Al massimo, questi sciocchi si concentrano su alcuni “sintomi esterni”; ma sempre prendendo magari la tosse come effetto di un raffreddore da curare con modeste medicine, quando è invece un tumore al polmone che richiede ben altri interventi.

Bisognerebbe tornare ad una più “profonda” attività di ricerca all’interno del corpo sociale; e con la consapevolezza della necessitata costruzione della realtà tramite la quale operiamo e cerchiamo dunque di intervenire, nel modo più consono alla nostra vita sociale, sull’effettiva “realtà”. Se abbiamo la consapevolezza della differenza comunque esistente tra realtà (“costruita”) e “realtà” (reale), dobbiamo capire quant’è lungo il percorso della “costruzione”, che esige RIFLESSIONE (lunga e tormentosa, con vari movimenti di “approssimazione”) e non PRONTEZZA DI RIFLESSI”, tipica di certo atteggiamento tecnologico. Quest’ultima ha al massimo importanza per fornire sintomi e risultati da cui prendere le mosse per l’indagine, ma non certo ai fini di quella “conoscenza” che ci spinge invece a formulare teorie costruttive di date realtà, pensate quale successione di tante “stabilità”; teorie adeguate ad operare in modo utile alla nostra sopravvivenza e alla trasformazione delle sue forme d’espressione “storicamente evolutive”.

Se afferriamo bene la differenza tra “costruzione” e la vecchia idea di “riproduzione” del reale, saremo abbastanza consapevolidel fatto che la nostra pratica d’azione avrà diversi gradi di efficacia; dall’errore completo subito, fin dall’inizio, ad una temporanea riuscita nel vivere e prosperare, trasformando le conformazioni dei rapporti sociali con tutto ciò che questo comporta. Comprenderemo meglio le “grandi illusioni”, cheimprimono comunque forte spinta all’avanzata e all’entusiasmo divaste masse sociali nel loro perdurare storico; e comprenderemo poi anche le cosiddette “delusioni” quando ci si accorgerà che non si sono ottenuti proprio i risultati perseguiti e sperati. La smetteremo tuttavia di gridare soltanto all’errore o daggrapparci nostalgicamente al già superato; e ci si rimetterà con lena a “costruire” nuove realtà per dare inizio a nuove epoche storiche, sempre temporanee, mai definitive. Ben capendo, nel contempo, che molti resteranno alla “vecchia epoca” della “costruzione del reale”; e non si deve aver pietà di loro, bisogna combatterli con energia e senza mezzi termini.

Nel contempo, però, si deve tener conto che non si “costruisce” il nuovo in un battibaleno, occorre sempre la RIFLESSIONE”, opera lunga e laboriosa basata sul “sbagliando s’impara”; e non come battuta consolatoria, ma come autentico programma di ricerca della “nuova costruzione”. Mai paura di sbagliare, si sbaglierà più volte, non s’indovina di prim’acchito. Quindiiniziamo con gli sbagli e senza ascoltare chi continua a recitarci le litanie del “passato”. Le “vecchie storielle” erano magaripregevoli una volta; ed infatti non dobbiamo affatto dimenticare la storia. E’ vero che essa può insegnarci a muoverci nel nuovo, questa non è una bugia. La mancanza di conoscenza storica – pur sempre tipica dei “tecnici” di questi tempi grami – è fatto a mio avviso grave. Tuttavia, non bisogna bloccare la “nuova costruzione” della realtà. Avanti dunque.

 

 

SPENDERE IN DEFICIT E’ L’UNICA COSA SAGGIA DA FARE

Karl-Marx

 

In questo breve intervento partirò dai due video di Gianfranco La Grassa, pubblicati su Conflittiestrategie, nei quali il Nostro spiega, innanzitutto, che cos’è lo sfruttamento in Marx (http://www.conflittiestrategie.it/che-cose-lo-sfruttamento) e, in secondo luogo, perché tutti quelli che criticano il reddito di cittadinanza (http://www.conflittiestrategie.it/qualche-puntino-sulle-i-p…), ma anche altre misure a favore della popolazione svantaggiata, benché limitate ed insufficienti, debbano essere definiti meramente dei laidi ed imbroglioni, quindi pericolosi per tutta la società. Sicuramente, a certi economisti, o presunti tali, tanto in voga in questi tempi bui, non dovrebbe essere consentito di apparire davanti al pubblico a reti unificate per ripetere le sciocchezze sui tagli e l’austerità. Il tempo dei Monti e dei Cottarelli è passato, i loro danni restano. Questi presuntuosi senza scorza hanno in bocca le forze del libero mercato solo perché il loro cervello è incatenato ad un’unica teoria che seguono come una religione. E pensare che si prendono pure il lusso di tacciare di dogmatismo, o peggio, di velleitarismo chi non la pensa come loro. Hanno le convulsioni se i loro interlocutori parlano di deficit spending o di sforamento dei parametri di Maastricht. Bisognerebbe sbarrare qualsiasi spazio pubblico a questi inetti che hanno già blaterato troppo in passato. Non si tratterebbe di violenza ma di atto dovuto, in quanto è esattamente ciò che capita a noi tutti i giorni. Eppure di cose interessanti ne abbiamo scritte in questi anni. Ancora oggi, dopo tutto quello che hanno combinato e che non hanno previsto si permettono di inorridire di fronte a qualsiasi misura “assistenziale”, presa in un momento di crisi duratura, in quanto profanazione dei principi neoliberisti. Andrebbe veramente regalato loro qualche libercolo, non di Marx che tanto non lo capirebbero, ma almeno di Kyenes (come ha detto, se non sbaglio, Rinaldi in tv qualche mese fa, e come espone anche La Grassa nel suo secondo video) nel quale si chiarisce che la spesa in deficit, e persino scavare buche e poi ricoprirle, può essere utile per far ripartire l’economia ed alleviare le sofferenze della gente, in determinate congiunture di stagnazione. Ai tempi di Marx, questi mentecatti di economisti, ritenevano che fosse impossibile ridurre l’orario di lavoro, anche di una sola ora (e si faticava persino 14 ore), perchè in quella frazione temporale era contenuto tutto il profitto degli imprenditori. Intervenendo legislativamente sulla durata della giornata lavorativa si sarebbe bloccata l’accumulazione del capitale, con conseguente aumento dei prezzi, rduzione della produzione, ripercussione sui salari ed “infine la rovina”. Tutto falso perchè non conoscevano la legge del plusvalore. Ciò mentre quei mezzi deficienti degli industriali ripetono pedissequamente il mantra degli sgravi alle imprese(non che la tassazione non sia troppo elevata), o altre azioni similari, per far rilanciare l’offerta come risoluzione a tutti i mali italiani, non essendo sfiorati dall’idea che se i cittadini non hanno da spendere col piffero che vendono qualcosa in più, anche se moltiplicano i loro prodotti fino alla luna. Nel capitalismo le crisi sono soprattutto da domanda, non da penuria in seguito a carestia, e se i beni restano invenduti non è producendo di più che si esce dal disagio, semmai lo si fa permettendo ai consumatori di svuotare negozi e magazzini con mezzi aggiuntivi, anche attraverso aiuti dello Stato, il quale a sua volta deve investire in mega opere utili a rilanciare il sistema. E’ la domanda complessiva dei privati (consumi più investimenti) che non sta dietro allo sviluppo. E’ quindi la debolezza di questa domanda complessiva la causa reale della crisi. Come conferma La Grassa, “ Se vi è relativa debolezza della domanda privata (di beni di consumo e di investimento), è necessario che lo Stato effettui una sua spesa (pubblica) che vada a sommarsi a quella dei singoli cittadini, una spesa che quindi supplisca alla deficienza di quella dei privati. Ecco la ragione dell’intervento statale in economia… Lo Stato spende, cioè effettua domanda apprestando le opere infrastrutturali già considerate. Il problema che si pone è però: di che tipo di spesa deve trattarsi? Secondo i principi tradizionali (oggi ripresi con vigore) del mantenimento di un pareggio del bilancio statale (o almeno di un deficit da contenersi il più possibile), lo Stato, se vuol spendere di più, deve dotarsi dei mezzi a ciò necessari tramite un accrescimento dell’imposizione fiscale. Così agendo, però, si provoca la diminuzione del reddito dei cittadini, e dunque della loro domanda, al fine di accrescere la domanda pubblica. I conti non tornano. Si dà con una mano e si toglie con l’altra. La domanda (spesa) statale deve essere in deficit di bilancio. E nemmeno è possibile che lo Stato, per poter spendere, accresca il suo debito con l’emissione di titoli (i bot ad es.) perché, ancora una volta, si sottrarrebbe reddito ai privati, indebolendo così la loro domanda per rafforzare quella pubblica. Puramente e semplicemente, si stampa moneta e la si mette in circolazione comprando i fattori produttivi che servono per compiere le varie opere pubbliche. Secondo la tradizionale teoria quantitativa della moneta, quando lo Stato mette in circolazione una massa di moneta superiore, i prezzi delle merci salgono (inflazione). Secondo la teoria keynesiana ciò è vero solo nel caso che i fattori produttivi (lavoro e capitale) siano pienamente occupati e non si possa perciò accrescere, almeno nel breve periodo (in mancanza di aumento delle potenzialità produttive dovuto ad investimenti e nuove tecnologie), la quantità prodotta e offerta. Quando invece c’è la crisi, i fattori sono disoccupati; ma, come sopra considerato, è essenziale che lo sia il lavoro così come il capitale (mezzi di produzione); debbono esserci milioni di lavoratori a spasso e migliaia di imprese chiuse, ma potenzialmente in grado di riaprire i battenti, con macchinari che hanno solo bisogno di essere lubrificati e rimessi in movimento. L’importante è solo che riparta la domanda dei beni, perché allora le imprese riprendono a produrre, riassumendo forza lavoro. La spesa pubblica per infrastrutture, insomma, dà impulso all’attività di una serie di imprese che debbono – tanto per fare un esempio – fornire cemento, acciaio, vetri, infissi, mobilio, ecc. per costruzioni edili. E queste imprese debbono assumere lavoro (dirigente come esecutivo) per produrre; così facendo, distribuiscono salari a lavoratori prima disoccupati, che cominceranno a domandare beni prodotti, a loro volta, da altre imprese. Anche queste allora si riattivano, acquistando beni di produzione e pagando salari ad altri lavoratori prima disoccupati che, con il salario percepito, domandano altri beni di consumo e …..via di questo passo, in un circolo ora virtuoso di ripresa economica”.
Ugualmente, andrebbero trattati da straccioni sindacalisti, filosofi o pseudo marxisti, che parlano di schiavitù del lavoro. Lo sfruttamento, come bene ha chiarito La Grassa nel video, non avviene perché il capitalista con la spada in pugno minaccia e batte il lavoratore. A mettere a posto Dühring ci ha pensato Engels molti decenni fa: “In generale la proprietà privata non appare affatto nella storia come risultato della rapina e della violenza. Al contrario. Essa sussiste già, anche se limitatamente a certi soggetti, nella comunità primitiva naturale di tutti i popoli civili. Già entro questa comunità essa si sviluppa, dapprima nello scambio con stranieri, assumendo la forma di merce. Quanto più i prodotti della comunità assumono forma di merci, cioè quanto meno vengono prodotti da essa per l’uso personale del produttore e quanto più vengono prodotti per il fine dello scambio, quanto più lo scambio soppianta, anche all’interno della comunità, la primitiva divisione naturale del lavoro, tanto più diseguali divengono le fortune dei singoli membri della comunità, tanto più profondamente viene minato l’antico possesso comune del suolo, tanto più rapidamente la comunità si spinge verso la sua dissoluzione e la sua trasformazione in un villaggio di contadini parcellari. Per secoli il dispotismo orientale e il domino mutevole di popoli nomadi conquistatori non poterono intaccare queste antiche comunità; le porta sempre più a dissoluzione la distruzione graduale della loro industria domestica naturale operata dalla concorrenza dei prodotti della grande industria. Così poco si può parlare qui di violenza, come se ne può parlare per la sparizione che avviene anche oggi dei campi posseduti in comune dalle “Gehöferschaften” [comunità di villaggio] sulla Mosella o nello Hochwald; i contadini trovano che è precisamente nel loro interesse che la proprietà privata del campo subentri alla proprietà comune. Anche la formazione di un’aristocrazia naturale, quale si ha nei celti, nei germani e nel Punjab basata sulla proprietà comune del suolo, in un primo tempo non poggiò affatto sulla violenza, ma sul consenso e sulla consuetudine. Dovunque si costituisce la proprietà privata, questo accade in conseguenza di mutati rapporti di produzione e di scambio, nell’interesse dell’aumento della produzione e dell’incremento del traffico: quindi per cause economiche. La violenza qui non ha assolutamente nessuna parte. È pur chiaro che l’istituto della proprietà privata deve già sussistere prima che il predone possa appropriarsi l’altrui bene; che quindi la violenza può certo modificare lo stato di possesso, ma non produrre la proprietà privata come tale. Ma anche per spiegare “il soggiogamento dell’uomo allo stato servile” nella sua forma più moderna, cioè nel lavoro salariato, non possiamo servirci né della violenza, né della proprietà fondata sulla violenza. Abbiamo già fatto menzione della parte che, nella dissoluzione delle antiche comunità, e quindi nella generalizzazione diretta o indiretta della proprietà privata, rappresenta la trasformazione dei prodotti del lavoro in merci, la loro produzione non per il consumo proprio, ma per lo scambio. Ma ora Marx ha provato con evidenza solare nel “Capitale”, e Dühring si guarda bene dal riferirvisi sia pure con una sola sillaba, che ad un certo grado di sviluppo la produzione di merci si trasforma in produzione capitalistica, e che in questa fase “la legge dell’appropriazione poggiante sulla produzione e sulla circolazione delle merci ossia legge della proprietà privata si converte direttamente nel proprio diretto opposto, per la sua propria, intima, inevitabile dialettica. Lo scambio di equivalenti che pareva essere l’operazione originaria si è rigirato in modo che ora si fanno scambi solo per l’apparenza in quanto, in primo luogo, la quota di capitale scambiata con forza-lavoro è essa stessa solo una parte del prodotto lavorativo altrui appropriato senza equivalente, e, in secondo luogo, essa non solo deve essere reintegrata dal suo produttore, l’operaio, ma deve essere reintegrata come un nuovo sovrappiù (…) Originariamente il diritto di proprietà ci si è presentato come fondato sul rapporto di lavoro (…) Adesso” (alla fine del suo sviluppo dato da Marx) “la proprietà si presenta, dalla parte del capitalista come diritto di appropriarsi lavoro altrui non retribuito ossia il prodotto di esso, e dalla parte dell’operaio come impossibilità di appropriarsi il proprio prodotto. La separazione tra proprietà e lavoro diventa conseguenza necessaria di una legge che in apparenza partiva dalla loro identità” In altri termini: anche se escludiamo la possibilità di ogni rapina, di ogni atto di violenza, di ogni imbroglio, se ammettiamo che tutta la proprietà privata originariamente poggia sul lavoro proprio del possessore, e che in tutto il processo ulteriore vengano scambiati solo valori eguali con valori eguali, tuttavia, con lo sviluppo progressivo della produzione e dello scambio, arriviamo necessariamente all’attuale modo di produzione capitalistico, alla monopolizzazione dei mezzi di produzione e di sussistenza nelle mani di una sola classe poco numerosa, alla degradazione dell’altra classe, che costituisce l’enorme maggioranza, a classe di proletari pauperizzati, arriviamo al periodico affermarsi di produzione vertiginosa e di crisi commerciale e a tutta l’odierna anarchia della produzione. Tutto il processo viene spiegato da cause puramente economiche senza che neppure una sola volta ci sia stato bisogno della rapina, della violenza, dello Stato, o di qualsiasi interferenza politica. La “proprietà fondata sulla violenza” si dimostra qui semplicemente come una frase da spaccone destinata a coprire la mancanza di intelligenza dello svolgimento reale delle cose”. (cit. Engels, Anti-Dühring).
Dunque, il salariato non è fisicamente proprietà di chi acquista le sue prestazioni. Il profitto stesso è il risultato di una relazione sociale e non una rapina ai suoi danni, sotto minaccia di pene corporali. Non si dovrebbe nemmeno parlare di sfruttamento, termine ormai obsoleto ed equivoco, che non rende giustizia della condizione delle maestranze nelle società a capitalismo avanzato. Il capitalista infatti, in virtù del possesso/proprietà dei mezzi produttivi, ottiene prodotti aggiuntivi dall’uso della forza-lavoro nel processo lavorativo, rispetto al valore pagato per tale merce (per la sua riproduzione) sul mercato, in seguito a libera contrattazione tra le parti. Chi parla di asservimento non ha capito nulla e fa danno a chi vorrebbe tutelare. Non è diverso da quegli economisti che fanno terrorismo psicologico sui conti pubblici e che vorrebbero ridurre lo Stato a semplice organo ragionieristico a servizio degli attori economici privati. Lo Stato, invece, è soprattutto insieme di apparati, dove agiscono attori strategici in competizione, che producono una visione storica e geopolitica, in clima perdurante squilibri e di conflitti, nazionali ed internazionali. E’ gestione dei rapporti di forza, non ente di semplice contabilità di supporto alla libera iniziativa. Queste visioni devono essere spazzate via perché assolutamente perniciose in un’epoca che scatenerà una lotta sempre più accesa per il dominio globale. Intelligenti pauca.

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