La fine dell’Italia, di GLG

gianfranco

Ho delle perplessità, tenuto conto di ciò che si trova in questi social. Tuttavia lo metto e penso si possa ascoltare. Una cosa la ricordo bene; e questa non è qui citata, ma è vera poiché rammento bene gli anni della discussione e poi entrata nell’euro. Inizialmente, persone più sensate parlavano di un cambio a non più di 1400 lire per euro. La Germania non era contenta e si pensò di trovare un accordo, grosso modo, sulle 1600 lire. Niente da fare con i teutonici. Allora proprio Prodi accettò le quasi 2000 lire. E fu una autentica rovina per chi era a retribuzione fissa, che subì un colpo tremendo al potere d’acquisto di quest’ultima. Almeno un 30% di diminuzione; e di colpo, il 1° gennaio 2002. Si salvarono, ma in parte, i negozianti, i professionisti a parcella e via dicendo. Non però del tutto. E ricordiamo pure che Prodi, da presidente dell’IRI liquidò alcune decine di imprese pubbliche e tentò quella svendita della SME a De Benedetti, che fu sventata dall’energico intervento di Craxi (poi liquidato durante la sporca operazione “mani pulite”).

E allora abbiate la pazienza di leggere anche queste pagine (in Wikipedia), che chiariscono il ruolo di questi diccì di “sinistra”, in stretta combutta con i postpiciisti dopo appunto essere stati salvati da “mani pulite”, che distrusse la DC non di “sinistra” e il PSI, creando invece un gruppo di sguatteri degli USA; quegli sguatteri che impedirono ogni possibile azione di salvataggio di Moro, nella cui borsa erano decine di documenti al 90% mai trovati; e nella parte non trovata c’erano probabilmente molte prove di contatti tra PCI e Usa (Kissinger) che avrebbero di molto guastato il viaggio di Napolitano negli USA, non a caso effettuato un paio di settimane dopo il rapimento Moro. Comunque leggete:

<< Nel 1982 il governo affidò la presidenza dell’IRI a Romano Prodi. La nomina di un economista (seppur sempre politicamente di area democristiana, come il predecessore Pietro Sette) alla guida dell’IRI costituiva in effetti un segno di discontinuità rispetto al passato. La ristrutturazione dell’IRI durante la presidenza Prodi portò a:
• la cessione di 29 aziende del gruppo, tra le quali la più grande fu l’Alfa Romeo, privatizzata nel 1986;
• la diminuzione dei dipendenti, grazie alle cessioni e a numerosi prepensionamenti, soprattutto nella siderurgia e nei cantieri navali;
• la liquidazione di Finsider, Italsider e Italstat;
• lo scambio di alcune aziende tra STET e Finmeccanica;
• la tentata vendita della SME al gruppo CIR di Carlo De Benedetti, operazione che venne fortemente ostacolata dal governo di Bettino Craxi. Fu organizzata una cordata di imprese, comprendente anche Silvio Berlusconi, che avanzarono un’offerta alternativa per bloccare la vendita. L’offerta non venne poi onorata per carenze finanziarie, ma intanto la vendita della SME sfumò. Prodi fu accusato di aver stabilito un prezzo troppo basso (vedi vicenda SME).
Il risultato fu che nel 1987, per la prima volta da più di un decennio, l’IRI riportò il bilancio in utile, e di questo Prodi fece sempre un vanto, anche se a proposito di ciò Enrico Cuccia affermò:
«(Prodi) nel 1988 ha solo imputato a riserve le perdite sulla siderurgia, perdendo come negli anni precedenti.»
(S.Bocconi, I ricordi di Cuccia. E quella sfiducia sugli italiani, Corriere della Sera, 12 novembre 2007)
È comunque indubbio che in quegli anni l’IRI aveva per lo meno cessato di crescere e di allargare il proprio campo di attività, come invece aveva fatto nel decennio precedente, e per la prima volta i governi cominciarono a parlare di “privatizzazioni”.
L’accordo Andreatta-Van Miert[modifica | modifica wikitesto]
Per le sorti dell’IRI fu decisiva l’accelerazione del processo di unificazione europea, che prevedeva l’unione doganale nel 1992 ed il successivo passaggio alla moneta unica sotto i vincoli del Trattato di Maastricht.[poco chiaro] Per garantire il principio della libera concorrenza, la Commissione Europea negli anni ottanta aveva incominciato a contestare alcune pratiche messe in atto dai governi italiani, come la garanzia dello Stato sui debiti delle aziende siderurgiche e la pratica di affidare i lavori pubblici all’interno del gruppo IRI senza indire gara d’appalto europea. Le ricapitalizzazioni delle aziende pubbliche e la garanzia dello Stato sui loro debiti furono da allora considerati aiuti di stato, in contrasto con i principi su cui si basava la Comunità Europea; l’Italia si trovò quindi nella necessità di riformare, secondo criteri di gestione più vicini a quelli delle aziende private, il suo settore pubblico, incentrato su IRI, ENI ed EFIM. Nel luglio 1992 l’IRI e gli altri enti pubblici furono convertiti in Società per azioni. Nel luglio dell’anno successivo il commissario europeo alla Concorrenza Karel Van Miert contestò all’Italia la concessione di fondi pubblici all’EFIM, che non era più in grado di ripagare i propri debiti.
Per evitare una grave crisi d’insolvenza, Van Miert concluse, alla fine del 1993, con l’allora ministro degli Esteri Beniamino Andreatta un accordo[15], che consentiva allo Stato italiano di pagare i debiti dell’EFIM, ma a condizione dell’impegno incondizionato a stabilizzare i debiti di IRI, ENI ed ENEL e poi a ridurli progressivamente ad un livello comparabile con quello delle aziende private entro il 1996. Per ridurre in modo così sostanzioso i debiti degli ex-enti pubblici, l’Italia non poteva che privatizzare gran parte delle aziende partecipate dall’IRI.
Le privatizzazioni[modifica | modifica wikitesto]
L’accordo Andreatta-Van Miert impresse una forte accelerazione alle privatizzazioni, iniziate già nel 1993 con la vendita del Credito Italiano. Nonostante alcuni pareri contrari, il ministero del Tesoro scelse di non privatizzare l’IRI S.p.A., ma di smembrarla e di vendere le sue aziende operative; tale linea politica fu inaugurata sotto il primo governo di Giuliano Amato e non fu mai messa realmente in discussione dai governi successivi. Raggiunti nel 1997 i livelli di indebitamento fissati dall’accordo Andreatta-Van Miert[senza fonte], le dismissioni dell’IRI proseguirono comunque e l’Istituto aveva perso qualsiasi funzione, se non quella di vendere le sue attività e di avviarsi verso la liquidazione.
Tra il 1992 ed il 2000 l’IRI vendette partecipazioni e rami d’azienda, che determinarono un incasso per il ministero del Tesoro, suo unico azionista, di 56 051 miliardi di lire, cui vanno aggiunti i debiti trasferiti.[16] Hanno suscitato critiche le cessioni ai privati, tra le altre, di aziende in posizione pressoché monopolistica, come Telecom Italia [si tratta della svendita effettuata nel 1999 dal governo D’Alema, già aggressore della Serbia al seguito di Clinton, ai “Capitani coraggiosi” Gnutti e Colaninno di Brescia; svendita per la quale il direttore generale del Tesoro, dott. Mario Draghi, non si presentò ad esercitare la “golden share”, ancora di salvataggio delle imprese di Stato appunto in svendita. Bernabé, ad. di Telecom minacciò rivelazioni che avrebbero sputtanato il governo D’Alema, ma in 48 ore si acquietò e negli anni successivi fece un’ottima carriera, tornando dopo molto tempo a perfino ri-dirigere la Telecom ormai non più pubblica e nemmeno italiana; nota mia] ed Autostrade S.p.A.; cessioni che hanno garantito agli acquirenti posizioni di rendita.
L’analisi della Corte dei Conti sulla stagione delle privatizzazioni[modifica | modifica wikitesto]
Con un documento pubblicato il 10 febbraio 2010[17], ormai ultimata la stagione delle privatizzazioni che aveva preso il via quasi 20 anni prima, la Corte dei Conti ha reso pubblico uno studio nel quale elabora la propria analisi sull’efficacia dei provvedimenti adottati. Il giudizio, che rimane neutrale, segnala, sì, un recupero di redditività da parte delle aziende passate sotto il controllo privato; un recupero che, tuttavia, non è dovuto alla ricerca di maggiore efficienza, quanto piuttosto all’incremento delle tariffe di energia, autostrade, banche, ecc., ben al di sopra dei livelli di altri paesi Europei. A questo aumento, inoltre, non avrebbe fatto seguito alcun progetto di investimento, volto a migliorare i servizi offerti.[18] Più secco è invece il giudizio sulle procedure di privatizzazione, che:
«evidenzia una serie di importanti criticità, le quali vanno dall’elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractors ed organismi di consulenza, al non sempre immediato impiego dei proventi nella riduzione del debito[19]»
La liquidazione[modifica | modifica wikitesto]
Le poche aziende (Finmeccanica, Fincantieri, Fintecna, Alitalia e RAI) rimaste in mano all’IRI furono trasferite sotto il diretto controllo del Tesoro. Nonostante alcune proposte di mantenerlo in vita, trasformandolo in una non meglio precisata “agenzia per lo sviluppo”, il 27 giugno 2000 l’IRI fu messo in liquidazione e nel 2002 fu incorporato in Fintecna, scomparendo definitivamente. Prima di essere incorporato dalla sua controllata ha però pagato un assegno al Ministero del Tesoro di oltre 5000 miliardi di lire, naturalmente dopo aver saldato ogni suo debito.

Due parole su una squallida crisi

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Le dimissioni “del” Conte, nomina sunt consequentia rerum, aprono ufficialmente la crisi di Governo e rimettono la questione nelle mani del Capo dello Stato. Quest’ultimo, che è uomo di un establishment in decadenza, messo alle corde dai problemi dei suoi riferimenti esteri, cercherà una soluzione che escluda le consultazioni popolari.
Il sedicente avvocato del popolo ha dimostrato di essere solo un leguleio legato ai riti del Palazzo e alle preoccupazioni personali. Il suo discorso livoroso e formalistico è stato molto al di sotto delle frasi cotte e magiate di Salvini, con tanto di invocazione dell’Immacolata Concezione. Secondo voi il popolo cosa ha capito e chi? Gli appelli alla Madonna del leader leghista sono estremamente fastidiosi ma lo sono certamente di più i pretesti di quanti si fissano alla “procedura”, democratica o costituzionale, per non essere giudicati dall’elettorato, in un momento politico per loro sfavorevolissimo. La paura del voto invadeva ieri i banchi di Palazzo Madama e tutta l’aula olezzava delle conseguenze di questa mancanza di coraggio. La politica, quella alta, non ha mai fatto capolino nell’aula sorda e grigia dove si lotta per la sopravvivenza partitica, non di certo per quella del Paese. Ed è questo che bisogna evidenziare, si cerca un compromesso tra elementi fino a poco fa irriducibili ad una intesa per evitare di tornare alle urne. A questi non interessano le cosiddette “incombenze” improcrastinabili dello Stato, importa frenare l’ascesa della Lega che oggi gode dell’appoggio della gente ormai intollerante al buonismo d’accatto degli umanitaristi ipocriti. Ma il retroscena di questa crisi è ancora più pesante ed ingombrante, per quanto consapevoli o meno siano i nostri illustri parlamentari. La matrice del caos risiede nello scombussolamento internazionale, nello scontro tra visioni contrapposte che si combattono negli USA e ricadono sul Vecchio Continente. È in atto una battaglia strategica che sposta i rapporti di forza mondiali, riconfigura gli spazi egemonici e produce narrazioni ideologiche dirimenti. I nostri politici sono in completa balìa degli eventi e si schierano secondo sottomissioni antiche o emergenti senza comprendere la posta in palio dell’incipiente multipolarismo. Nulla sarà più come prima perché le situazioni sono in irrimediabile evoluzione. Loro si preoccupano del posto ma è il nostro posto in Europa e nel mondo che è in gioco nonostante le resistenze di chi vorrebbe un panorama fossilizzato.

Ps il circolo giornalistico nel commentare le vicende di ieri ha dimostrato tutta la sua faziosità. Non ha capito un bel nulla e si sta arrovellando nel cercare giustificazioni al prossimo pateracchio piuttosto che analizzare gli avvenimenti. Bisogna far piazza pulita di tutta questa demenza senile, occorre sgomberare il potere vetusto, oltre che dai luoghi dello Stato, anche dalle tv, giornali, editoria, università ecc ecc, le cariatidi che parlano a vanvera, per il loro culo, devono essere annientate. Chi inizierà questa opera buona e giusta, coi giusti metodi energici (che mancano a Salvini e soci), manderà il segnale che l’Italia è davvero pronta per il futuro che si sta “presentando”. In mancanza le nostre sofferenze saranno lunghe e atroci.

Le mosse di Salvini, di GLG

gianfranco

Comincio ad avere il sospetto che Salvini si sia mosso con furbizia. Ha fatto saltare il governo, dopo aver mostrato fin troppa pazienza; ma l’ha fatto in base ad un voto contrario dei “5 stelle” sulla TAV che in effetti non era un motivo di così grande rilevanza per la politica di un Governo, che ha ben altri problemi di fronte. Tuttavia, il voto si presentava come una sorta di sfiducia al Premier (filo-grillini) che aveva già inviato a Bruxelles lettera per la continuazione dei lavori; per cui sembrava una buona occasione di cui approfittare al fine della necessaria rottura. A questo punto Conte è tornato precipitosamente verso l’“idillio” con i pentastellati, mostrando chi è in realtà, chi l’ha voluto e quali manovre c’erano dietro la formazione del governo fin dall’inizio; e anche questo mi sembra un risultato non negativo della brusca mossa leghista. Adesso Salvini si permette di essere di volta in volta durissimo e nel contempo possibilista. Ma non è affatto disperato e credo sapesse bene quali tentativi ci sarebbero stati per evitare il voto; e attende appunto che gli altri trovino la soluzione in tale direzione. Se sarà trovata e approvata da Mattarella, farà constatare ad almeno i tre quarti degli italiani chi ha un concetto di “democrazia” del tutto variabile a seconda del proprio salvataggio dal voto popolare che lo annienterebbe. Inoltre, il leader leghista si salverà dalla manovra finanziaria che, fatta senza possibilità di autentico deficit, sarebbe in effetti pesante. In più, se viene un governo “antipopulista”, la Germania (che sta entrando in recessione e comincia a parlare di spesa pubblica in deficit; una vera coerenza!) si dimostrerebbe benevola verso il possibile deficit italiano. Così dimostrerebbe la malafede di quando lo voleva impedire al Governo con ministro Salvini. Certo quest’ultimo minaccia solo manifestazioni (pacifiche) di piazza, che sono poco adeguate ai momenti che si stanno preparando. Tuttavia, il nuovo eventuale Governo, malgrado la benevolenza del vecchio establishment UE (che ha eletto di misura la sua “Ursula”), non combinerà gran che, soprattutto per l’imprenditoria non rappresentata dai mestatori della Confindustria, che è sempre stata quanto di più reazionario e anti-italiano esiste in questo paese. Il fatto che poi abbiano ritirato fuori il capino vecchi arnesi, massimamente squalificati e indigesti, quali Prodi, D’Alema, Gianni Letta, eventualmente il “nano d’Arcore”, fa ulteriormente il gioco di Salvini. Il nuovo Governo porterebbe solo disagi (anche se forse non la riapertura completa dei porti all’immigrazione, che irriterebbe troppo la popolazione nostrana). Con Draghi premier – ieri sera Sallusti ha rivelato che questa è la sporca manovra che vorrebbe il suo “padrone”, a dimostrazione di come Salvini avesse ragione a non fidarsi minimamente di F.I. – si otterrebbe la complicità della UE ormai in convulsioni, ma non si riconquisterebbe alcuna popolarità. Per concludere, la debolezza di Salvini è semmai nella incapacità di organizzare l’ormai indispensabile radicale violenza per spazzare via i farabutti della “sinistra” tutta (compresi i “grandi riformatori” della LEU). E certamente sulla politica estera, egli resta legato agli USA e non a favore di un multipolarismo che va utilmente crescendo. Tuttavia, non ci si dimentichi che quel paese non ha una politica “unitaria”. Logicamente vuole la supremazia mondiale, ma con metodi diversi e favorendo differenti gruppi sociali; la rottura interna così verificatasi è forte ed è in fondo una delle cause del caos creatosi anche in Europa. Quindi stiamo attenti quando parliamo di atlantismo della Lega. E’ vero, ma non esiste un atlantismo soltanto; ci sono contraddizioni gravi al suo interno, che giocano OGGETTIVAMENTE a favore del multipolarismo. In ogni caso, la situazione diverrà via via più difficile anche al nostro interno e si accentuerà pressoché sicuramente la rabbia dei ceti più popolari. Vedremo un po’, pur se ci vorrà del tempo. Oggi pomeriggio si chiarirà qualcosa, ma non si creda che ci sarà la soluzione definitiva.

Chi sono i nemici, di GLG

gianfranco

 

se ne accorgono adesso che dietro l’umanitarismo ci sono ben altri e gravi motivi? Non si commetta l’errore (se è solo errore!) di ridurli al semplice traffico per il quale i migranti pagano migliaia di dollari, che sono sicuramente divisi tra scafisti e ONG; entrambi quindi da giudicare trafficanti criminali di esseri umani. Tuttavia, ci si vuol scordare che la criminalità organizzata è sempre funzionale a ben altri poteri? Il caso storico forse più clamoroso è stato quello dello sbarco in Sicilia delle truppe USA favorito dalla mafia, allora guidata da Lucky Luciano, che viveva nel paese straniero. Tanto che dopo la guerra il Luciano visse a lungo a Napoli. Una volta solo gli diedero fastidio e, per quanto ho visto proprio in TV qualche anno fa, si fece valere e ricordò i suoi importanti servigi. Poi non ricordo come comunque finì, ma non ha ora importanza. Le ONG fanno parte di un ben più ampio piano di destabilizzazione di ogni forza detta populista che, come messo in luce dall’articolo di Vivaldelli che ho riportato in commento nel post precedente, sono di aiuto agli USA di Trump. E mi sembra che nessuno si renda conto che il conflitto tra i due establishment americani è fra quelli di maggior impatto per le sorti dell’andamento “multipolare” del mondo nei prossimi anni.
Proprio per questo, pur giudicando il “male estremo” la “sinistra” intera (ma con almeno una parte di F.I. che le fa da sponda; Prodi non s’inventerebbe il “blocco Ursula” se non sapesse nulla delle manovre del “nano d’Arcore”), è ovvio che anche la Lega, con il suo tentativo di stabilire un rapporto privilegiato con gli USA trumpiani, non può essere appoggiata ciecamente da chi vuole la crescita dell’“equilibrio” multipolare (spiegherò un’altra volta perché parlo di equilibrio, ma tra virgolette). Anche il tentativo del “russiagate” all’italiana era parte del tentativo di indebolire i rapporti tra quell’establishment americano e certe forze anti-UE in Europa, perché gli “europeisti” sono in realtà i servi maledetti del clan Obama-Clinton e di tutti quelli dei “quartieri alti” statunitensi in stretta combutta con quelli europei (Richard Gere è stato abbastanza simbolico di questa parte sociale meritevole di eliminazione violenta; 24 ore passate sull’Open Arms e poi via a godersela sul suo Yacht di lusso in non ricordo in quale meraviglioso posto).
In definitiva, chi vuole il multipolarismo ha due nemici. Sia però chiaro che non vanno confusi e “assemblati”. Il blocco “Ursula” è quello autenticamente reazionario, spinge all’annientamento di ogni nostra autonomia e, nel far questo, dissolve pure ogni nostra tradizione di vecchia civiltà. Va quindi trattato alla stessa stregua dei mezzi che usa (tipo ONG, ma non solo questi sia chiaro). Un simile nemico è dunque autenticamente mortale e se ne dovrebbero trarre le debite conseguenze. Ma non le trarrà mai in modo adeguato, io penso, chi d’altronde è al servizio dell’altro establishment statunitense, che pur sempre – com’è logico del resto – mira alla supremazia mondiale del proprio paese. Ci sarebbe bisogno di un’autentica forza di difesa della nostra autonomia – di più, della nostra civiltà – e che riesca a sollevare le masse più popolari guidandole alla pulizia dei “quartieri alti”, che hanno al loro seguito tutta l’infame congrega della “sinistra” (anche gli ormai burocratizzati sindacati). Per il momento, accontentiamoci del conflitto tra i due establishment USA con al seguito i loro servi in Europa (ma anche in Sud America o a Hong Kong, ecc. ecc. ecc.).
Noi continueremo a propagandare l’autonomia dagli USA e quindi una politica diversa da tutti gli schieramenti oggi in campo in questo nostro misero paese. Facendo di volta in volta le opportune differenze e ricordando che il cancro è la “sinistra”, quella che senza pudore si dice “antifascista”, con ciò insultando la memoria di chi ha lottato per una autentica “Resistenza” e non semplicemente contro il fascismo già annientato il 25 luglio del 1943. Infami mentitori “antifascisti”, quello che meritate è solo l’annientamento politico totale, quello di tutti i traditori di un’intera tradizione ultramillenaria.

Farsi sentire, di GLG

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Qui

purtroppo servirà a poco. I degenerati organi dirigenti della Chiesa bergogliana lo faranno passare quasi per psicopatico. Il vero fatto è che per il successo di importanti rivolgimenti occorrono due condizioni. Intanto un forte malcontento di quote rilevanti di una data popolazione; ma un malcontento che si spinga fino alla voglia di menare le mani e non certo di stupidamente passeggiare fino all’urna elettorale per esprimere l’apprezzamento di un certo “prodotto” pubblicizzato da “imprese” politiche, che sanno solo gestire appunto un’attività meramente “aziendale”. Ad es., ho visto ieri in TV (altra eccezione e per 5 secondi) qualche scontento lampedusano che discuteva con chi fa sbarcare i falsi malati e gli ancor più falsi minorenni (tutto si basa sull’autodichiarazione, nessun altro controllo è fatto). No, cari lampedusani che avete dato una netta maggioranza elettorale alla Lega. Andate in centinaia al porto e pestate giù duro gli accoglienti e tutto l’equipaggio della ONG. Ma non basta la violenza delle “masse”. E’ indispensabile una élite dirigente capace di convogliare la rabbia verso precisi obiettivi che non la disperdano, ma invece la concentrino nel portare danni irreparabili a tutto ciò che si oppone a che finalmente i traditori – agganciati ad un vecchio ordine ormai marcio ma che a loro fa tanto comodo, proprio perché vivono del suo putridume alla guisa degli scarafaggi – siano resi completamente “invisibili”, non ammorbino più l’aria pulita che deve essere respirata, non si sappia nemmeno se esistono ancora e dove vivano. La TV deve solo mostrare le masse trionfanti con i loro dirigenti più amati. Proprio come il 1° gennaio del 1959 Batista fuggì da Cuba con tutti i suoi scherani e il 2 gennaio l’élite guerrigliera guidata da Castro entrò all’Avana in mezzo al vero delirio della parte “sana e robusta” della popolazione cubana (mentre i vermi si interravano cercando di far dimenticare il loro essere sopravvissuti alla furia di chi li aveva sopportati fin troppo). Anche noi abbiamo farabutti che sono sopravvissuti un quarto di secolo (dalla fine “giudiziaria” della Prima Repubblica). E ancora non abbiamo altro che masse scontente solo capaci di andare a votare ed élites incapaci di dirigere alcunché, salvo dire “prima gli italiani”. Cretini, sono proprio certi italiani che distruggono il paese, non altri! Non è “il popolo” (concetto metafisico) a salvarlo; lo può fare solo una sua prevalente parte incazzata, ma ben diretta, che annienta i traditori e li espelle dal proprio “sacro suolo”. Imparate imbecilli dalla Storia, quella gloriosa. E a questa si uniscano anche i cattolici, quelli che hanno finalmente capito quale inquinamento abbia subito la Chiesa con l’ultimo papato. Tornino indietro, ritrovino la loro autentica religiosità, non il verminaio solo politico, mascherato da umanitarismo vomitevole, che è appoggiato da “fedeli” benestanti e tutti contenti del loro “Paradiso in terra” (potete essere certi che dei Cieli non gliene frega nulla a questi miserabili).

COSMOPOLITI COL CULO DEGLI ALTRI

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Salvini deve muoversi perché contro di lui si è già mossa la solita procura che ipotizza il reato di sequestro di persona per aver impedito ad un gruppo di pirati di far sbarcare dei clandestini mentre scrittorucoli da strapazzo chiedono il suo arresto. Addirittura, si è giunti ad interrogare il medico di Lampedusa, il quale ha negato lo stato di criticità sanitaria dei migranti a bordo dell’ennesima nave corsara giunta all’assalto delle nostre coste. Questo è il clima che si respira in Italia in cui magistratura, partiti, Chiesa, organizzazioni varie e soit-disants intellos appoggiano scorribande antinazionali di potenze straniere. Dico la verità, non ho alcuna fiducia nel leader leghista, il quale anziché percorrere vie ben più sostanziali, a tutela della sovranità nazionale, manda bacioni ai nemici, tuttavia, confido almeno nel suo istinto di sopravvivenza, perché per lui comincia a buttare davvero male. Inoltre, c’è da considerare il sostegno di elementi transoceanici, oggi emergenti, nient’affatto contenti dell’andazzo generale, nel Belpaese ed in Europa, che qualche messaggio di incoraggiamento hanno pur fatto arrivare al Ministro degli Interni. Salvini da Giussano deve però comprendere che se vuol essere aiutato dallo zio Trump occorre si mostri all’altezza del compito storico di cui si trova immeritatamente investito. Per ora ha saputo solo traccheggiare e agire senza convinzione il che, in politica, è un delitto imperdonabile. L’eventuale condanna dei tribunali è una quisquilia rispetto a quella della Storia, se ne renda conto perché da Capitano a capitone è un tuffo.
Lo schifo culturale in cui precipitiamo è persino peggiore di quello sociale. Ieri ho dovuto leggere dichiarazioni di un professore di fama, incrociato personalmente ai tempi di una comune militanza politica, secondo le quali “il cosmopolitismo è l’esatto contrario del razzismo, poiché il razzismo si fonda (più o meno apertamente) sull’idea della supremazia di alcuni su altri, di un popolo, di un gruppo più o meno definibile rispetto a tutti gli altri”. (Luciano Canfora). Razzisti sono sempre gli altri, eppure il cosmopolitismo accademico, da intendersi come la negazione della prevaricazione di un “gruppo privilegiato sugli altri” non sembra un ideale per il prof. Canfora. Infatti, una inchiesta giornalistica de L’Espresso del 2007 (qui), rivelò che la moglie, suo figlio, sua figlia e la nuora si erano tutti piazzati nell’Università del capoluogo pugliese (dove anche io studiavo raccogliendo tante dicerie). Sicuramente posti conquistati onestamente e degnamente dalla famiglia Canfora anche se le dinamiche universitarie rappresentano spessissimo tutto il contrario dell’onesto e del degno. Dunque, cosmopoliti sì ma non esageriamo e, principalmente, col culo degli altri.

Dialogo sul conflitto

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DIALOGO SUL CONFLITTO

Dialogo sul Conflitto. Editoriale scientifica Napoli, € 10,00. Orazio Gnerre e Gianfranco La Grassa.
Si tratta di un testo che affronta, in forma dialogica, i grandi temi del nostro tempo, all’imbocco di decisive trasformazioni storiche e sociali, nel periodo del relativo decadimento americano e della riemersione sulla scena mondiale di vecchie e nuove potenze concorrenti del citato superegemone d’oltreatlantico.
Il conflitto è esso stesso una forma di dialogo portato alle sue estreme conseguenze (in quanto accostamento e contrapposizione tra idee diverse e piani d’azione che vogliono essere esclusivi), un modo di confrontarsi affrontandosi che sfocia in cointeressenze o in acerrimi antagonismi tra le parti in causa. Attraverso il/i conflitto/i si stabiliscono, soprattutto se spingiamo il ragionamento al livello dei vertici apicali dei Paesi, dove operano gli agenti strategici, le configurazioni (con nascita di alleanze o approfondimento di inimicizie tra attori) della corsa alla supremazia. Il conflitto innerva le cose umane e crea le masse d’urto per le “battaglie” dalle quali, infine, escono vincitori e sconfitti, con conseguente riparametrazione dei rapporti di forza i quali, tuttavia, non si danno una volta per tutte col medesimo settaggio. La Storia non muore mai perché lo squilibrio incessante del “reale” è il suo motore. Ciò che si conferma “oggi” viene contraddetto ”domani”, in virtù di spinte oggettive squilibranti, indipendenti dalla volontà dei soggetti agenti (e agiti da detto flusso squilibrante che conduce all’urto inevitabile). Gli imperi declinano, per quanto strapotenti possano apparire, e altri scenari si aprono sul mondo.
Qualche giorno fa è stato lo stesso a Trump, a proposito della conquista dello spazio, a chiarire come funzionano determinati discorsi. Il Presidente americano ha dichiarato di essere interessato allo spazio per vincere una eventuale “guerra interstellare”. Non la presenza nello spazio ma l’egemonia dello spazio è il suo obiettivo. Detto chiaro e tondo e senza troppi infingimenti.
Proprio la formazione sociale americana ha imposto il suo modello politico-sociale-economico-culturale al mondo, ottenendo una superiorità che però inizia a dare piccoli segni di cedimento. Il capitalismo americano (o società dei funzionari privati del Capitale, come la chiama La Grassa) ha superato quello inglese, di matrice ottocentesca, ed ha eliminato altri concorrenti portatori di differenti rapporti sociali, come il sistema sovietico, affermandosi su gran parte della scacchiera planetaria. Il capitalismo statunitense è, dunque, alquanto differente da quello borghese europeo e ciò ha rimesso in questione molte delle nostre interpretazioni sui gruppi sociali e sui conflitti principali operanti in detto “modo di riproduzione”. Non più la proprietà o meno dei mezzi di produzione è il discrimine essenziale (come lo era per Marx che da ciò faceva discendere la separazione di classe che alimentava la massima contraddizione sistemica) ma la gestione delle strategie per il predominio in ogni ambito sociale. Con questo spostamento il conflitto Capitale/Lavoro viene derubricato a fattore non rivoluzionario ma organico del sistema, attinente agli aspetti distributivi della ricchezza prodotta socialmente. Del resto, nella società americana, i manager ricercano il profitto, da fornire agli azionisti, ma svolgono un ruolo più ampio, sono soprattutto strateghi di un “reparto” di classe dominante in perenne lotta con altre “divisioni” della stessa classe superiore per la prevalenza, pur non detenendo la proprietà dei mezzi di lavoro. Per quest’ultimo scopo, in alcune circostanze, possono anche sacrificare i guadagni laddove una perdita immediata permetta un successo futuro maggiore. Questo contraddice la previsione marxiana dalla quale risultava che il personale di alto livello della produzione si sarebbe integrato alla manovalanza per dar vita al General Intellect, la classe intermodale di passaggio dal capitalismo al socialismo (e poi comunismo), contrapposto ai rentier finanziari ormai dediti alle mere speculazioni in borsa e avulsi dalla vita produttiva.
Per questo si ha ora bisogno di altre teorie per interpretare l’epoca in corso. Il pensiero strategico deve divenire la nostra fonte se vogliamo comprendere il passaggio dal capitalismo borghese a quello dei funzionari del Capitale. Ed è tanto più importante perché lo scontro tra Paesi, in questa fase multipolare, annuncia mutamenti radicali negli assetti globali che potrebbero determinare sconvolgimenti di non poco conto. E’ bene ricordare, inoltre, che le grandi rivoluzioni sono sempre avvenute in fasi in cui le potenze sono entrate in guerra tra loro, nei cosiddetti anelli deboli della catena imperialistica, per usare un termine del tutto vetusto (meglio parlare di policentrismo). Certamente, adesso non si tratterebbe più di realizzare l’idea socialista, ormai definitivamente superata, ma almeno di spazzare via quei gruppi di potere assolutamente deleteri, asserviti all’occupazione straniera, nonché proporre piani d’indipendenza e di autonomia favorevoli alla nazione in cui si vive, senza cascare, come scrive La Grassa, in un nazionalismo d’antan altrettanto inutile e becero. In tal senso, abbiamo anche bisogno di una diversa analisi della società che individui i settori disponibili (nei ceti medi e in quelli medio-bassi) a formare un blocco sociale autonomistico, tenendo conto del malcontento e delle insicurezze, aumentati esponenzialmente negli ultimi decenni.
Si riscontrano, indubitabilmente, delle fratture nel Paese ancora predominante che si sente insidiato nel primato da Russia e Cina. L’elezione di Trump è indicativa di un cambio di passo voluto da quella parte di America consapevole di dover rivedere la sua azione strategica per preservare la primazia. L’altra fazione, quella uscita sconfitta dalle elezioni, crede di poter andare oltre le difficoltà con i soliti metodi dimostrando scarsa percezione degli sviluppi globali. L’approfondimento di detta diatriba potrebbe accelerare l’ingresso nel policentrismo ma occorre che gli sfidanti degli Usa si preparino adeguatamente agli eventi proseguendo sulla strada del rafforzamento della potenza, sacrificando alcune libertà e concessioni civili. Pazienza per le critiche che pioveranno loro addosso dai sedicenti democratici occidentali, tutti (poco) stranamente servi degli Usa.
Lo stesso compito di preparazione tocca agli studiosi dei fenomeni politici che vogliano essere di supporto a quelli (le avanguardie svincolate dalle antiche sudditanze) in grado di assumere su di sé l’incarico storico di dare un destino positivo ai propri Stati in un momento di sicure trasformazioni. Occorre fornire interpretazioni corrette sulla dinamica capitalistica globale, sui suoi aspetti centrali e dirimenti che non sono sicuramente le sciocchezze sulla preponderanza della finanza senza patria e senza cuore. Abbiamo i nostri territori disseminati di basi americane dalla fine della II Guerra mondiale ma gli intellettuali da quattro soldi (o 30 denari?) blaterano di finanzcapitalismo o di altre teorie straccione sull’alienazione umana o, peggio mi sento, il cataclisma ambientale. Dobbiamo concentrarci su cose molte più serie, come il conflitto (in orizzontale), attualmente ancora in sordina ma che diventerà via via più fragoroso, tra formazioni particolari e aree di paesi, e processi di scissione (in verticale) tra strati sociali nei diversi contesti nazionali in ribollimento. La teoria del conflitto strategico è senz’altro un passo in avanti in questa ricerca, da completare e perfezionare, per comprendere quello che ci aspetta nei prossimi anni.

 

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