TEORIA E PRATICA, LE DUE “LAME” DELLA POLITICA

LAGRA2

1. Per comodità (teorica) ho sempre utilizzato la tripartizione della società in tre “sfere” (tre grossi ambiti, mai concretamente separati da nette delimitazioni di confine): quella politica, quella economica (con sottosfere produttiva e finanziaria), quella ideologica, che a volte denomino ideologico-culturale per indicaresia tutto ciò che si muove nel campo delle idee, dei punti di vista, delle battaglie fra queste(i), sia i depositi accumulatisi durantequesto movimento nel corso di lunghi periodi di tempo in dati ambiti sociali forniti pure di un territorio (di solito si tratta di quelli che chiamiamo paesi e, da un certo periodo in poi, spesso pure nazioni).

Ogni sfera è costituita da gruppi di apparati, di strutture organizzate che perseguono date finalità. Nella sfera politica, simili organismi si addensano attorno allo Stato (della cui formazione storica non discuto), che ufficialmente serve all’espletamento di funzioni generali di mantenimento di una data società abitante in un certo paese. Vi sono poi le organizzazionidette partiti, costruite appunto per accaparrarsi il potere nella gestione dello Stato (e delle sue funzioni generali svolte nell’ambito dei diversi paesi). In determinate congiunture – e anche a seconda di una serie di specifici depositi culturali formatisi nei vari e differenti paesi – un partito esclude tutti gli altri e assume il completo controllo dello Stato; in altrecongiunture si svolge invece una competizione tra vari partiti, in genere soggetta a regolamentazioni diverse da paese a paese e da fase storica a fase storica. Si possono quindi avere le cosiddette dittature o invece le (altrettanto cosiddette) democrazie.

Democrazia dovrebbe significare “governo del popolo”, ma il “popolo” è soltanto un termine del tutto astratto nel senso peggiore di questo termine. In definitiva il “popolo” non esiste minimamente. Il termine da utilizzare semmai è popolazione, che presuppone un insieme di individui divisi in vari comparti e gruppi sociali; si tratta comunque di individui situati in un dato contesto geografico-sociale e culturale, dichiarati tutti eguali fra loro e dotati di eguali diritti e doveri, ma comunque sempre fra loro differenziati per la posizione occupata sia in senso verticale (i diversi strati divisi in base alle condizioni di vita) sia in senso orizzontale. L’eguaglianza, puramente formale e formalmente dichiarata senza alcuna sua reale sostanzialità, è soprattutto la definizione di stampo liberale, quindi fondata su una specifica ideologia particolarmente semplificatrice e rudimentale.

Per altri la popolazione è un variegato insieme di gruppi sociali che possono essere classificati secondo diversi criteri; e tra i quali corrono rapporti pur essi soggetti ad analisi teorica in base alle esigenze di chi intende studiare quella data società e precisare le sue caratteristiche considerate più essenziali e decisive, le più opportune per individuare la direzione di sviluppo che si ritiene più propria della società in questione. Secondo questa seconda concezione, più complessa e articolata di quella liberale, non è affatto decidibile in modo univoco e inalterabile qual è il regime – “dittatoriale” o “democratico”, ognuno dei due in varie configurazioni e modulazioni possibili – più adatto nei diversi paesi e nelle differenti congiunture o nelle (più ampie) fasi storiche.

Nella sfera politica, in ogni caso, gli Stati sono ancor oggi gli assembramenti (strutturati) di apparati fondamentali nel governo dei vari paesi e dunque nelle relazioni tra essi. Si è cercato di fingere il loro superamento con la creazione di organismi internazionali. Il clamoroso fallimento della Società delle Nazioni– istituita dopo la prima guerra mondiale – e oggi, sempre più visibile, quello dell’Onu dimostrano l’inanità di tale ideologica finzione; dove qui ideologia sta nel suo significato peggiore di autentica e consapevole maschera con cui si cerca di coprire l’uso di tali organismi detti internazionali, almeno per quanto riguarda le decisioni più rilevanti, nell’interesse di uno (o pochi) dei paesi ivi rappresentati (nell’attuale fase storica soprattutto gli Stati Uniti). Lo stesso dicasi della nostra povera UE, nata in stato di subordinazione rispetto a detta potenza, malgrado gli sforzi compiuti da dati partiti dei paesi europei per far credereall’autonomia europea. Oltre a tutto, questo miserabile organismo detto unitario non rappresenta affatto “democraticamente” la volontà dei paesi del nostro continente, tutti dichiarati eguali fra loro, tutti con pari diritti e poteri. Mentre in realtà, prevale sempre la volontà di alcuni di essi, soprattutto Germania e Francia. Oggi poi, la frattura grave che si sta producendo nella nazione predominante, gli USA, sta creando la massima confusione e accentuate frizioni in questa finta unità europea.    

Passando alla sfera economica – che va appunto suddivisa, dato il carattere mercantile generalizzato delle economie definite capitalistiche, in produttiva e finanziaria – gli apparati fondamentali sono quelli definiti imprese, di cui ancora una volta la concezione più semplicistica, quella liberale, predica la“virtuosa” concorrenza nello spazio del sedicente “libero mercato”, uno spazio di cui si immagina l’autonomia e autosussistenza in base a semplici criteri di efficienza nella conduzione della gestione aziendale, e dunque il prevalere di queste o quelle imprese nella produzione di beni e servizi, comunque di mercia costi, e dunque a prezzi, più bassi.

In realtà, la concorrenza è un conflitto in cui conta solo parzialmente l’efficienza economica (caratterizzata dal principio del “minimo mezzo”), largamente coadiuvata invece da più complesse attività di questi apparati nei loro svariati rapporti con le altre sfere sociali e, in particolare, con quella politica. Tuttavia, vi è troppo spesso la tendenza a vedere la sfera economica come quella principale e dominante nella società e a trattare dei suoiapparati, le imprese, in termini di organismi strutturati secondo determinati criteri riconducibili appunto all’efficienza. I rapportitra l’economia e le altre sfere sarebbero relazioni tra individui o gruppi di individui, che si considerano caratterizzate da“sentimenti” d’ordine personale: in modo speciale, il desiderio di acquisire potere ma ancor più ricchezza; è anzi quasi sempre quest’ultima ad essere messa in primo piano poiché lo stesso potere sarebbe acquisibile tramite essa, dunque sarebbe una variabile subordinata. Al servizio di ogni ambizione, sostanzialmente rinviabile agli individui, si mette l’inganno, la menzogna, la corruzione, la costrizione (quando possibile), ecc.

Poiché ogni ambizione sarebbe comunque condizionata dalla ricchezza posseduta, si tratta di quest’ultima nella sua disponibilità secondo i criteri di più rapida e flessibile utilizzabilità, che è ovviamente – in una società di generalizzazione mercantile dell’attività produttiva – quella monetaria o assimilabile a quest’ultima; cosicché, in definitiva, si enfatizza sempre la funzione spettante alla sfera finanziaria come se fosse la fonte di ogni potere, nel senso migliore o peggiore del suo uso. Alla fin fine, tutti gli accadimenti sociali più rilevanti – compresi gli eventi detti bellici – vengono attribuiti al denaro, al desiderio di accumularlo e al modo del suo utilizzo che provocherebbe spesso le più acute crisi di tutti i generi. La sfera finanziaria viene quindi pensata quale principale sfera sociale, predominante, causa dei maggiori accadimenti; e poiché di ogni accadimento si tende generalmente a porre in primo piano l’aspetto “demoniaco”, la sfera finanziaria e l’ingordigia di denaro sono considerati le più decisive fonti dei mali sociali di tutti i generi.

Infine vi è la sfera ideologica e, in senso più generale, quella culturale in quando deposito di lunghissimo periodo dello scontro ideologico legato alle successive epoche storiche, attraverso cui sono passate le varie formazioni sociali. Tale sfera non ha suoi specifici apparati, poiché questi o fanno parte della struttura delloStato o sono organizzati in forma di impresa. La sua precipua caratteristica è rappresentata dall’occupazione di particolari ruoli, comunque utilizzati negli apparati di tipologia politica o economica, da parte degli intellettuali in quanto personaggi espletanti le funzioni speciali attinenti alla lotta ideologica e alla trasmissione intergenerazionale di quei saperi e pensamenti(“depositati”) che fanno parte di una determinata cultura. Gliintellettuali sono generalmente incardinati negli apparati in questione e sembrano (solo sembrano!) liberi di svolgere le loro elucubrazioni; mentre invece, salvo eccezioni (più numerose in periodi di crisi e trapasso tra formazioni sociali diverse), tali personaggi svolgono talvolta inconsapevolmente, più spesso con aperta malafede e autentica infamia – funzioni che coadiuvano la riproduzione di una data struttura di rapporti sociali che vede come dominanti appunto le classi al cui servizio, assai ben stipendiato, la maggior parte d’essi recita la parte di grandi pensatori e portatori di avanzata cultura.

Nelle fasi storiche, in cui finalmente date classi dominanti ormai marce e infette vengono travolte da movimenti di rinascita rivoluzionaria, i sopravvissuti di quelle classi – che magari ancora prevalgono in dati paesi – sostengono che il pensiero deve restare “libero” e accusano i rivoluzionari di essere dei repressori dello stesso. Quel “libero” pensiero è soltanto quello pagato dai dominanti in putrefazione e va quindi trattato con la massima durezza e messo ai margini per lasciare posto ad un vero nuovo pensiero “liberatore”; ma liberatore semplicemente perché (e quando) coadiuva l’eliminazione drastica di quella classe ex dominante, i cui resti sono solo “malattia” sociale.

 

2. Se questa è la configurazione – teoricamente considerata e analizzata – delle diverse sfere costituenti la società, ben diverso, come sempre abbiamo rilevato, è il senso (significato e direzione di orientamento) più specifico di quella che chiamiamo solitamente politica. Intendiamo riferirci alla già più volte indicata serie di mosse compiute da dati “attori” sociali, serie di mosse coordinate in quella che denominiamo strategia e che gli agenti mettono in opera nel loro confronto (scontro) teso a prevalere gli uni sugli altri. La strategia non ha nulla a che vedere con movimenti compiuti a casaccio, nel più completo disordine, pura reazione primitiva, quasi istintiva, ad uno stimolo proveniente dall’esterno, che spesso è l’agitazione altrettanto caotica di altri contendenti. La strategia implica un ordine di successione delle mosse; non certo deterministico, ma comunque sempre fondato su una studiata concatenazione delle stesse, sullaricerca, tramite esse, della massima possibile efficacia (concettodel tutto differente da quello di efficienza) in relazione alla finalità perseguita: il successo e la conquista del predominio.

Prima di attuare una strategia è dunque indispensabile pensarla e costruirla in quanto coordinazione di movimenti tesi ad un fine ben prestabilito. Nulla si pone realmente in essere senza la preliminare esplorazione del campo della sua applicazione. All’esplorazione segue una più minuta analisi di detto “campo”, cioè degli elementi fondamentali che lo strutturano e gli attribuiscono date caratteristiche salienti, senza stabilire preliminarmente le quali non ci si può muovere se non disordinatamente e nelle più diverse direzioni, ponendosi alla mercé di altri contendenti che si applichino scientificamente allo studio della strategia da svolgere in quel campo. Oltre al campo è quindi indispensabile tener conto e valutare, al meglio possibile, la posizione, la forza e le intenzioni strategiche degli altri avversari in gioco in esso e in quella contingenza temporale (a volte un’intera fase storica). Tutto questo è sufficiente? Nient’affatto, è importante ma non sufficiente.

Se ci si limita ad operare secondo quanto sinteticamente appena accennato, si ha evidentemente una concezione della “realtà”, in cui ci si muove, quale mera interazione tra gli agenti in conflitto; insomma, una sorta di vettore di composizione delle diverse forze in campo. Tale concezione rinvia di solito allaconvinzione di poter eliminare ogni iato tra “soggetto” e “oggetto”, sostenendo la loro indissolubile unità, una separazione soltanto fittizia coltivata dagli individui sulla base di mere apparenze. La “realtà” sarebbe invece unitaria, non esisterebbero, appunto in realtà, soggetto e oggetto: ognuno dei due si compenetrerebbe con l’altro. Questa è a mio avviso la concezione più ingenua e primitiva, fonte di innumerevoli disastri. Perché, comunque si vogliano mascherare simili tesi, esse si rifanno all’idea fondamentale secondo cui è in definitiva il soggetto acreare il proprio oggetto. Del resto, anche chi sostiene invece che l’oggetto è dato in sé e il soggetto deve immedesimarsi in esso, aderire cioè intuitivamente ed in via immediata ad esso si crea un falso oggetto (un simulacro di “realtà”), che non è altro se non il pensiero del soggetto “condensatosi” in un oggetto cui egliattribuisce forma e sostanza.

Per quanto mi riguarda, sono favorevole ad un deciso dualismo, ad una netta separazione tra soggetto e oggetto. Con la precisazione che il soggetto è attivo, non aderisce passivamente (con finzione più o meno consapevole) all’oggetto, con cui si dovrebbe compenetrare e unire, in pratica fondere. Perfino ilsoggetto contemplativo agisce tanto quanto l’attivo per eccellenza; crede (o finge) di soltanto aderire alla realtà che scorre, in effetti vi interviene, pur con la sua inazione, la interpreta e tenta di piegarla ai suoi scopi pur apparendo semplice osservatore inerte. E’ sovente un subdolo attore, uno dalle cui mene guardarsi, poiché magari tenta, con questo suo comportamento, di sollevare e orientare l’azione di altri soggetti contro coloro che agisconosenza mascheramenti di sorta. E se anche non lo fa consapevolmente, è egualmente, a volte ancor più, pericoloso. Il contemplativo non va mai ignorato da chi confligge e lotta per la supremazia; in certi casi, va eliminato per primo, così come anche chi predica l’amore, la cooperazione e simili, armi micidiali nelle mani di mentitori “universali”.

Una volta accettato, come orizzonte ineliminabile, il dualismo soggetto/oggetto, si deve fare attenzione a non coltivare ingenuamente il loro rapporto. Secondo me, l’affermazione di Marx (Introduzione del ’57” a “Per la critica dell’economia politica”), secondo cui è possibile la “riproduzione del concreto nel cammino del pensiero”, appartiene a questa concezione ingenua. Il “concreto” dovrebbe essere l’oggetto – la realtà a noi esterna, il campo in cui agiamo – in quanto caratterizzato dagli elementi che lo strutturano, ivi compresi gli altri attori contro cui si lotta. In effetti, non riproduciamo affatto questo concreto, ce lo rappresentiamo soltanto; e la sua struttura (da noi costruita)nasce dal nostro bisogno di agire nella stabilità, fingendo che quel campo resterà tale almeno per un congruo periodo di tempo: attimi in un duello alla spada, magari decenni o secoli nella considerazione di date “realtà naturali”, che portiamo alla nostra attenzione (costruttiva) per utilizzarle secondo “storicamente determinate finalità.

L’importante è essere coscienti che tale rappresentazione non è la realtà, ma nemmeno un semplice fantasticare; è il modo di porsi nelle condizioni necessarie ad agire. Talvolta sembra che non vi sia alcun movimento, invece sempre in essere. Ho citato altre volte l’esempio di un uomo in piedi, immobile sull’attenti. Sembra fermo, ma vi è invece un incessante moto dei suoi muscoli per creare quell’apparenza. Il movimento affatica e l’apparente immobilità può a volte concludersi con un vero e proprio crollo.Nemmeno il fantasticare è una “fuga dalla realtà”, è un altro modo di porsi in azione; talvolta dovuto al riconoscimento anticipato di una sconfitta, talaltra quale tentativo di sormontare le difficoltà che sembrano condurre alla sconfitta. Non complichiamo però il discorso, altrimenti non ne usciamo più.

In definitiva, non vi è mai riproduzione (peggio ancora, rispecchiamento) di una realtà; e nemmeno vi è immedesimazione immediata del soggetto con il suo oggetto. E la si smetta pure con l’improprio riferimento al principio di indeterminazione della microfisica quantistica, su cui si sono sbizzarriti fior di filosofi convinti di possedere sufficienti cognizioni scientifiche invece assenti; come messo in luce brillantemente, per quanto mi riguarda, da Sokal e Bricmont nel loro Imposture intellettuali di un bel po’ d’anni fa. Si deve partire, innanzitutto, dall’intreccio conflittuale delle azioni di più “soggetti” che a tal fine si pongono all’esterno di una “realtà”, da loro costruita nel modo più realistico possibile in quanto campo di stabilità su cui attestarsi per meglio procedere poi a pensare lo scontro in atto e a muoversi adeguatamente in esso; a volte si tratta di uno scontro tra posizioni teoriche, tra idee e punti di vista, che tuttavia rappresentano, magari mediante una serie di passaggi intermedi, un più acuto e diretto “conflitto tra gruppi” per assumere una posizione di supremazia.

Prendiamo ad es. le concezioni tipiche dell’economia neoclassica. Questa immagina la preliminare assenza del mercato – la cui generalizzazione, attraverso processi storici di trasmutazione della formazione sociale precedente in quella capitalistica, è invece la reale causa delle teorizzazioni di tale scuola di pensiero – e formula una serie di leggi economiche, eterne e immutabili, a partire dalla supposta relazione tra un individuo (un soggetto umano), dotato di bisogni, e i mezzi atti a soddisfarli. Queste leggi sono poi utilizzate per studiare la competizione nell’ambito del supposto “libero mercato”. Tale impostazione teorica, senza immaginare una subdola attività di contrapposizione ad altra teoria (di fatto, quella marxista), ècomunque servita a spostare l’asse della riflessione da un campo occupato dalle classi sociali pensate quali soggetti collettivi dominanti e dominati (“sfruttatori e sfruttati”) fra loro in lotta antagonistica – allo spazio di una competizione (concorrenza) tra singoli soggetti liberi ed eguali.    

3. Ogni volta che noi ci rappresentiamo una data “realtà”, in quanto campo in cui si lotta per la supremazia secondo le modalità sopra sinteticamente delineate, si può essere sicuri che tale costruzione mostrerà entro un dato periodo di tempo, non determinabile a priori, precisi limiti. L’insistenza nel voler aderire ad essa a tutti i costi – tipico atteggiamento di coloro che dimenticano il suo carattere di utilità per l’azione (sempre ricordando che tutto è azione, anche ciò che appare contrario a simile definizione come ad es. la contemplazione) per credervi fideisticamente – conduce infine alla sconfitta i suoi adepti e alla progressiva scomparsa di simile rappresentazione. Per restare sufficientemente elastici e pronti al mutamento di impostazione di pensiero in merito a date realtà, è necessario un supplemento di ipotesi.

Dobbiamo supporre l’esistenza di un mondo a noi irriducibile, al cui mutamento certo noi contribuiamo agendo (in lotta reciproca), ma in modo tutto sommato “non essenziale”; un mondo, che noi siamo obbligati a sottoporre ad attività dettaconoscitiva senza la pretesa di attingere il suovero essere”. Un mondo da presumere in continua oscillazione, vibrazione, sommovimento o come vogliamo definire la sua incessante mutevolezza che non trova mai momenti di effettivo e costante equilibrio. In certi suoi comparti (ad es. i “cieli”, ma non solo) tale mondo conosce oscillazioni e mutamenti con vibrazioni di tale durata temporale che alla nostra “sensibilità” (pur strumentalmente molto potenziata) esso appare sufficientementeequilibrato e stabile, dotato di un movimento costante, fissato non a caso in “leggi” (fisiche). Tuttavia, ciò non ci deve indurre a pensare il contrario di quanto sopra indicato, altrimenti potremmo irrigidirci spesso in costruzioni teoriche che mostrano infine una decrescente capacità di orientare il nostro muoverci nel mondo.  

Senza dubbio, saremmo in forte disagio se ci atteggiassimo a“soggetti agenti” nello squilibrio, nella vibrazione e oscillazione. E’ quindi per noi obbligatorio fissare delle “leggi” (di movimento), costruendo un campo di possibile agibilità. In definitiva, supponiamo appunto un mondo capace di equilibrio e di movimento costante, che sarebbe possibile conoscere nella sua realtà, dotata di stabilità e immutabilità dei suoi caratteri essenziali pensati come atemporali. E quando detta “realtà” è la società – in cui noi siamo più direttamente inseriti in quanto soggetti capaci di organizzazione e cooperazione o invece di conflitto dobbiamo essere specialmente consapevoli, nel nostro ragionare, che si tratta di un mondo instabile e oscillante. E’ quindi indispensabile dedicarsi con particolare flessibilità alla COSTRUZIONE – al cui scopo servono appunto le teorie,formulate in base ad IPOTESI, non invece con la pretesa diattingere il VERO! – dei campi di stabilità necessari all’agire:giorno per giorno o per intere fasi storiche (con le varie gradazioni intermedie). Senza però fissarsi ostinatamente sulle costruzionirealizzate, che saranno sempre superate dai cosiddetti avvenimenti – in tempi più o meno lunghi a seconda dei campida questi interessati richiedendo dunque periodiche revisioni sovente molto radicali.

Prendendo a prestito un’espressione utilizzata in ben diversi contesti, “in ultima analisi” ciò che decide del realismo di una data teoria, in quanto guida della nostra azione, è il successo o meno di quest’ultima nel conseguimento degli scopi con essa perseguiti.Stando sempre ben attenti al modo di porci “in teoria”. Innanzitutto, “realismo” non significa riproduzione della “realtà”, quella vera e indubitabile. La realtà è un qualcosa di fluido, melmoso, sfuggente, in continuo movimento e trasmutazione, un qualcosa in cui ci si impantana se si ha la pretesa di aderire ad esso. Il realismo implica soltanto che non fantastichiamo, ma cerchiamo di immobilizzare il mutevole e fluido in modo tale da poter comunque conseguire dei successi, con la consapevolezza che essi sono in ogni caso temporanei. Del realismo fa parte pure la presa d’atto che la stabilità, attribuita dalla teoria al mondo in cui ci “agitiamo”, è obbligatoria per quanto riguarda le modalità del nostro agire, non attingendo però alcuna “realtà vera”; quest’ultima, anzi, deve essere supposta sempre in scorrimento vibrante, sussultorio, squilibrante, per cui ogni teoria va appuntoconsiderata transitoria.

Ci sono senz’altro i “grandi pensieri” di genere assai diverso: che so, sulla morte, su quanto ci dovrebbe accadere dopo di essa, sul senso “ultimo” dell’immenso mondo in una infima parte del quale siamo immersi, un senso sul quale sono ovviamente ammesse le complesse elaborazioni mentali che più aiutano gli esseri umani a vivere in varie epoche e in diverse società, con differenti “depositi culturali”. Ecc. ecc. Nessuno vuol negare la rilevanza di simili pensieri, che vi sono sempre stati e sempre saranno; e sono spesso le “radici più profonde” di una certa civilizzazione. Tuttavia, la teoria ha poco a che vedere con essi, deve tenersene lontana; deve attenersi allo scopo dell’agire nel mondo cosiddetto concreto, un agire che, lo ripeto, deve crearsi un’immagine stabile, irrigidita, dunque “non vera”, di quest’ultimo. La stabilità serve, sempre “in ultima analisi”, a combattere un conflitto per la preminenza tra “gruppi sociali”, variamente configurati in base al ruolo economico, politico o ideologico svolto in date società e in determinate epoche storiche.

Alcuni gruppi vogliono conservare l’ordinamento socialeesistente, altri mutarlo; a seconda delle convenienze ritenute confacenti ai diversi gruppi in conflitto. All’interno dello scontroper l’ordinamento sociale, si svolgono lotte diverse e peculiari riguardanti settori specifici della società. Fra questi settori vi èanche quello in cui la lotta per la supremazia prende a proprio oggetto la validità o meno di questa o quella teoria; anche nell’ambito delle teorie riguardanti le cosiddette “realtà naturali”.Per fare un semplice esempio, nel “Galileo Galilei” di Brecht, malgrado l’eccessiva semplificazione dei termini e modalità dello scontro, si colgono alcuni aspetti sociali (e politici) dell’aspro conflitto intorno alle tesi dell’eliocentrismo. I “grandi pensatori” devono limitarsi a tentare di interpretare il cosiddetto “spirito del mondo”, che non è poi altro che l’insieme delle credenze caratteristiche di determinate “epoche storiche della formazione sociale”. Tenendo ben conto che tali formazioni sociali non sono mai state finora unificate in una sola, differenziandosi invece per la loro sussistenza in diversi contesti geografico-sociali,caratterizzati da una storia relativamente comune e da conseguenti “depositi culturali” non divaricati oltre certi limiti (ma sempre sufficienti a creare contrasti e lotte per l’affermazione del proprio “essere”, quello supposto tale e superiore agli altri).

Non sono però questi “grandi pensatori” a far vincere determinati portatori soggettivi delle più cogenti esigenze di date formazioni sociali particolari (da ormai molto tempo riconducibili di fatto ai paesi o anche nazioni) e di dati gruppi sociali all’interno di queste; il successo o meno è compito di chi elabora le strategie del conflitto, cioè degli agenti della POLITICA nel suo senso più specifico che riguarda ogni ambito (sfera) della società: politica (in minuscolo, cioè gli apparati della stessa: quelli dello Stato, i vari partiti, ecc.), l’economia (imprese in testa) e l’ideologia (più in generale diciamo cultura). Sono soprattutto le prime due – e nel capitalismo, nell’epoca della formazione sociale più moderna, ha acquisito certo notevolerilevanza la seconda – ad avere un più alto impatto nella lotta per la vittoria (nella “guerra” e non in “singole battaglie”). I “grandi pensieri”, quelli che poi impregnano a lungo i “depositi culturali” di diverse formazioni sociali, sembrano orientare e muovere “grandi masse”; in definitiva, però, se un conflitto di lunga lena o di particolare acutezza e rilevanza viene perso, per incapacità o condizioni sfavorevoli alla lotta, da determinati gruppi di agenti delle strategie (della POLITICA), le “masse” influenzate da questi ultimi si disperdono e poi si riuniscono, sia pure magari in periodi lunghi, sotto l’egida di nuove “formazioni ideologiche” che coadiuvano di solito la stabilità del successo degli agenti vittoriosi.

4. Quando si sostiene, e del tutto correttamente a mio avviso, che la “politica è sempre e comunque al posto di comando”, è necessario intendersi bene su tale affermazione. Non significa, secondo me, che gli apparati della sfera politica, e dunque i soggetti posti in ruoli di comando in questi, occupano un posto privilegiato rispetto a quelli di altre sfere della società. Il reale senso dell’affermazione sta nella POLITICA in quanto sequenza di mosse facenti parte di una strategia adeguata a combattere ilconflitto nella società (in una determinata area geografico-sociale più o meno vasta, al limite “superiore” la società mondiale) per assumere il controllo di sue parti decisive. Questo tipo di POLITICA permea l’intera formazione sociale e dunque le sue varie sfere; sempre ricordando che la suddivisione di una società in queste sfere ha carattere largamente strumentale, è pur sempre unfare teoria”.

Il fatto che, nello svolgimento della POLITICA, abbia prevalenza o l’una o l’altra delle sfere sociali (con i loro apparati e i loro agenti nei ruoli di comando degli stessi) è “fatto” connesso alle diverse epoche in molti casi specifiche congiunture storiche “concrete”, tenuto conto dei rapporti di forza intercorrenti tra le diverse formazioni particolari (paesi) e tra i vari gruppi sociali al loro interno. E’ in questo contesto che ha senso quanto disse Lenin in merito alla “analisi concreta della situazione concreta”. Guai ad interpretare tale frase nel suo senso più piattamente empirico, al di là di quelle che potevano essere le intenzioni del grande rivoluzionario. Partiamo, per fare un esempio ben noto, da una delle conclusioni di tale tesi leniniana: la considerazione dell’“anello debole della catena dell’imperialismo” (rappresentato dalla Russia nel 1917); il che implica l’altrettanto fondamentale conclusione secondo cui le rivoluzioni vincono non tanto dove le forze rivoluzionarie sono più forti (e numerose, seguite dalle più ampie “masse”, secondo le credenze dei rivoluzionari più superficiali che, infatti, perdono e la “guerra” e spesso pure la vita), bensì dove quelle reazionarie sono più deboli e con le loro istituzioni in sfacelo, i loro “comandanti” demotivati e le “truppe” in movimento disordinato e spesso in fuga non ricevendo più comandi di indirizzo.

La tesi dell’anello debole non rinvia dunque alla semplice analisi empirica di un dato assetto delle forze in una breve congiuntura, ma è effettiva tesi strategica che, non a caso, servì per contrastare e superare i dubbi (e gli opportunismi) di coloro che, perfino tra i bolscevichi, sostenevano la necessità di attendere un avanzamento della rivoluzione democraticoborghese, da cui sarebbe emersa pure una più forte e numerosa classe operaia (il soggetto rivoluzionario per eccellenza secondo i marxisti, in specie quelli scolastici). L’unico errore di Lenin – che è stato possibile giudicare tale soltanto in base all’esperienza storica degliultimissimi decenni – fu quello di credere che tale tesi non contraddicesse in definitiva il marxismo tradizionale e i suoi assi teorici portanti. Così non era e si è creduto per troppo tempo che le rivoluzioni, succedutesi dopo la seconda guerra mondiale, fossero un prolungamento della rivoluzione detta proletaria (della “Classe” per antonomasia) in tanti ulteriori “punti deboli”. Nei “punti forti” – i veri paesi capitalistici con un numero elevato di operai (nient’affatto una Classe!) – non c’è mai stato nemmeno il più piccolo balenio di una autentica rivoluzione dopo il 1945; e quei pochi sussulti precedenti, tipo gli spartachisti nella Germania post-Grande Guerra, sono stati schiacciati in un baleno.

Comunque, oggi chi sa ragionare – non i rimasugli che propugnano un comunismo “etico e religioso”, del resto predicato da certi perfetti imbroglioni nel tentativo di raccogliere ancora alcuni voti dai residui decerebrati di un movimento in altri tempi molto incisivo e colmo di effettive speranze – è consapevole della necessità di abbandonare il marxismo così com’è stato formulato. Tutto sommato, la migliore definizione di questa teoria è quelladata molti anni fa da Althusser: Marx ha aperto alla scienza il Continente Storia; ma soltanto “aperto”, il che significa che la via da percorrere è in genere molto lunga e accidentata, con tante svolte. In effetti, ritengo che unanalisi dei fenomeni storici fondata sulla lotta tra Stati e paesi, tra religioni o in senso più generale culture, tra etnie, ecc. sia assai rilevante: è tuttavia fondamentale tenere anche adeguato conto dei processi che riguardano dati gruppi sociali all’interno di ogni Stato, di ogni paese, di ogni religione e cultura (e lingua), di ogni etnia, e via dicendo. Ed è a questo secondo compito che si è dedicato soprattutto il marxismo. Il vero problema è che esso si è imbozzolato nell’analisi del capitalismo nella sua prima compiuta affermazione in Inghilterra e ha creduto di generalizzare quell’esperienza – per di più appena uscita dalla sua “prima rivoluzione industriale” – impostando così il decorso storico sulla lotta di classe tra borghesia e proletariato (che non era altro se nonla classe operaia). Da qui è derivato infine un sostanziale fallimento, ostinatamente mai ammesso dai marxisti ulteriori (nemmeno da Lenin che, per fortuna, seguì però nella rivoluzione altre tesi strategiche, in sostanza revisioniste).

Questo fallimento teorico prima ancora che pratico-politico la teoria è il massimo livello della pratica giacché serve in definitivaa guidare l’agire degli esseri umani, del tutto diversi in questodagli altri animali – ci ha fatto regredire alla necessità di seguire altre teorie della società, e del conflitto in essa, a mio avviso più primordiali e rudimentali del marxismo. La regressione è proprio consistita, a mio avviso, nell’incapacità di andare all’analisi del conflitto tra gruppi sociali oltrepassando a volte il livellorappresentato dal “cemento” della cultura (e della lingua), della religione e via dicendo. Oggi anche noi, formatici nel marxismo,siamo obbligati a ripiegare magari sul sovranismo (o l’autonomia o la neutralità, ecc.); in un certo senso, si è obbligati apagare dazio” per gli errori commessi così a lungo. In questa fase ci troviamo in mezzo ad una gran quantità di macerie da sgombrare; dopo si potrà, e a mio avviso si dovrà, ridare un qualche senso all’analisi secondo l’impostazione concettuale che fu nostra, senza però ricadere in “visioni” di prevalente antagonismo duale e in verticale, usando le solite, al momento difficilmente sostituibili ma assai poco perspicue, categorie dei “dominanti e “dominati”. Se qualche ritardato intende ancora dilettarsi con tale dualità, utilizzando addirittura i termini di“sfruttatori” e “sfruttati”, di “oppressori” e “oppressi”, meglio toglierselo subito dai piedi. Nemmeno prendo in considerazione i“ricchi” e i “poveri”, i “privilegiati” e i “diseredati”!  

       

5. Concludo adesso questo tutto sommato breve excursus sulla teoria e la pratica (politica). Lo consegno alla lettura di quel 10% (sono troppo ottimista?) che comprende come la teoria sia, nell’essere umano pensante, la massima espressione dell’agire pratico, che implica una riflessione di primo, secondo, terzo, ennesimo grado. Noi, cioè, ci dedichiamo intanto al primo approccio al mondo caotico in cui ci si deve muovere se si vuolevivere. La “riflessione” immediata comporta già la grezza formulazione di abbozzi di teorie chi si ferma a questo stadionon si rende di solito conto della formazione di simili “primi schizzi di teoria” nel suo cervello, crede di essere soltanto pratico e disprezza i “teorici” – con cui fissiamo comunque dati campi di stabilità; talvolta convinti, ingenuamente, di aver riprodotto la realtà”. Su questi primi approcci si deve riflettere ancora e, una volta “ri-aggiustati” i primi campi, stabilirne di ulteriori e poi altri ancora; fino a quando non ci sembra di essere arrivati alla “più realistica” stabilità consona alla nostra attività.

Diceva Lenin: “senza teoria rivoluzionaria niente azione rivoluzionaria”. Togliamo di mezzo il termine rivoluzionario, che non contraddistingue se non eccezionalmente il nostro modo d’agire. Resta pur sempre: senza teoria niente azione. Teoria e prassi sono le usuali “due lame della forbice”, apparentemente diseguali ma entrambe complementari per “tagliare”. Se una lama è troppo usata, bisogna arrotarla, spesso sostituirla. Ho sopra usato l’espressione “grandi pensieri” con dizione generica, ma che spero sia chiara ai più e che a nessuno venga in testa di sottovalutarli.Non si può vivere senza simili pensamenti. E anche chi non “ci pensa”, è solo perché ritiene che l’intero mondo non abbia alcun senso dato, definito. Mi sembra tuttavia ovvia la dannosità della confusione tra gli ambiti dei “grandi pensieri” e i campistabilizzati dalle teorie in quanto aspetto decisivo, ineliminabile,della pratica d’azione. Se teoria e prassi sono le due lame della forbice indispensabile al nostro concreto intervento nel mondo,tra di esse sussiste una tale complementarietà da renderle di fatto un unitario “strumento” per agire. E’ possibile che tra le due lamesi crei una qualche discrasia, si verifichi uno scarso adattamento reciproco nell’uso; la rivelazione dell’imperfezione si ha in genererelativamente presto giacché infine la “realtà” non viene più ben tagliata”.

Una relazione così stretta non corre invece tra “teoria e prassi”(nella loro stretta interrelazione) e la “grande meditazione” che caratterizza le civilizzazioni in diversi contesti spaziali e temporali. Esiste senz’altro complementarietà, reciproca influenza, anche in tale relazione; tuttavia, con più alto grado di indipendenza e, dunque, con l’eventualità (non rara) di scarti edivaricazioni temporali in grado di provocare gravi problemi perl’integrità e il buon “funzionamento” (riproduttivo dei rapporti) di una data formazione sociale. Con metafora di larga massima, pensiamo la seconda (i più alti pensieri filosofici) quale“strumentazione” di acclimatazione (mantenimento di temperatura e grado di umidità) adeguata alla rigogliosa crescita di piante e fiori in serra. La forbice (teoria e prassi) è rappresentata dal sapere e dall’abilità del “giardiniere” che cura tale crescita.

Vi sono purtroppo, soprattutto di questi tempi, tanti pasticcioni che trasferiscono (se volete, “calano”) d’emblée i più elevatipensieri (filosofici e religiosi) nel campo della teoria, sostituendoperciò quest’ultima con un approccio non adatto all’azione.Importante, sia chiaro, di cui gli esseri umani hanno bisogno, ma che rischia di condurli a movimenti errati e dannosi. Purtroppo, tali pensieri influenzano spesso ambiti intellettuali assai degradatisoprattutto nei periodi di decadenza di una formazione sociale. Vengono così provocati guasti irreparabili, che spesso impediscono il superamento della “crisi epocale” di detta formazione. E’ indispensabile denunciare e criticare aspramente personaggi altamente deleteri, che pronunciano frasi insensate di possibile effetto su cervelli deboli e quasi inermi; essi annientanoogni rigore di vera ricerca di una via di uscita con discorsi difasulla “speranza” nell’avvento di una società di cui non sussiste il minimo accenno nel nostro futuro. Un conto è pensare all’“altro mondo”, ad una dimensione spiritualmente elevata; un altro èarrabattarsi alla bell’e meglio per (soprav)vivere in questo mondo fin quando esisterà con tutte le sue miserie e meschinità “terrene”.E con questo termino il mio intervento, ben conscio che è ancora largamente provvisorio e insufficiente.

                 

 

RAZIONALITA’ STRATEGICA E RAZIONALITA’ STRUMENTALE (di G. La Grassa)

LAGRA2

 

 

1. Non intendo qui diffondermi troppo sui due tipi di razionalità (e di funzioni); su entrambe sono state scritte infinite pagine e considerazioni. Mi interessa semmai chiarire alcune differenze e distinzioni. Innanzitutto, la metis – l’astuzia, il raggiro, l’inganno, ecc. (“il cavallo di Troia”) – fa parte dell’arte strategica, ne può in certi casi costituire l’aspetto principale, ma non fa conseguire, in ultima analisi, una vera supremazia, non consente di prevalere se non in casi assai particolari e magari in presenza di una discreta dose di ingenuità dell’avversario. Nemmeno credo si possa identificare la funzione strategica con la mera “volontà di potenza”, comunque quest’ultima possa essere intesa.
La strategia non è solo “arte”, non è solo carattere vitalistico e prorompente di una “personalità” – anche collettiva, in senso allora assai lato – portata a prevalere e a subordinare le altre, quelle nemiche. La strategia esige un elemento intuitivo (almeno all’apparenza), il cosiddetto colpo d’occhio, ma deve strettamente intrecciarsi con una precisa valutazione della situazione “sul campo”: risorse a disposizione, articolazione e movimento delle forze in campo, attenta mappatura e studio di quest’ultimo; con rapida presa in esame di ogni mutamento della situazione stessa e delle risposte da dare ai cambiamenti.
D’altra parte, la valutazione della situazione sul campo non è eseguita in base alla semplice “razionalità strumentale”, quella del minimo mezzo o del massimo risultato; quest’ultima attiene principalmente all’ambito economico in senso stretto, pur se poi è stata ampliata ai vari aspetti della vita personale e collettiva (sociale). Sia per quanto concerne la sua applicazione in campo economico sia per il suo generalizzarsi ad altri settori di attività, detta razionalità si è affermata essenzialmente in epoca capitalistica. Nella stessa conduzione delle attività produttive, agricole e artigianali, in formazioni precapitalistiche, essa non veniva affatto in evidenza; i saperi produttivi, frutto di una lunghissima e in genere lenta accumulazione storico-culturale, non avevano molto a che vedere con una mentalità semplicemente strumentale, che sarebbe anzi stata una vera palla di piombo ai piedi per artigiani e contadini delle società precapitalistiche, e avrebbe condotto alla disgregazione delle stesse per l’impossibilità di conciliare la struttura produttiva con quella del potere (che è poi quanto in definitiva accaduto durante la lunga transizione dal feudalesimo al capitalismo). In ogni caso, anche nella formazione sociale del capitale la posizione di preminenza attribuita alla “razionalità strumentale” ha carattere largamente ideologico. Certamente essa è stata messa al primo posto dal capitalismo; e in quest’ultimo viene largamente utilizzata nei vari ambiti dell’attività sociale, ma non assurge affatto alla posizione di vertice nell’agire delle “classi” dominanti nemmeno in questa forma di società.
E’ stato un errore di certo marxismo – tutto centrato sul problema dell’ottenimento del massimo profitto (e quindi della massima estrazione del pluslavoro/plusvalore) da parte del capitalista, visto come essenzialmente proprietario e non invece quale “agente di strategie” – pensare che la “razionalità strumentale” (quella della cosiddetta efficienza) sia non solo acquisizione fondamentale del modo di produzione capitalistico, ma sorregga l’insieme dei rapporti caratteristici della società da questo strutturata e ne alimenti la dinamica decisiva; e rappresenti addirittura una conquista della Ragione che, sciolta dall’esigenza (del puro proprietario) di conseguire il massimo utile individuale, sarebbe cruciale anche nella presunta futura società socialista, in quanto “transizione” a quella comunista, onde sviluppare le forze produttive e conseguire quella massa di beni, cui potrebbe attingere ogni membro della società “secondo i suoi bisogni”.

2. L’analisi della situazione sul campo – configurazione di quest’ultimo, forze in campo, ecc. – e le risposte ai mutamenti della stessa non si basano quindi sul mero principio del minimo mezzo o del massimo risultato; nel contempo, esse non consistono certo esclusivamente nel colpo d’occhio, nell’intuizione dell’agente strategico. Quest’ultima ha un che dell’arte, ma l’analisi e le risposte di cui appena detto sono pure molto vicine allo spirito dell’osservazione scientifica. In definitiva, diciamo che nella preliminare individuazione delle tecniche e delle metodiche da impiegare per far fronte ai problemi osservati e analizzati, sembra decisiva la razionalità della “efficienza economica”, quella del minimo mezzo, insomma quella detta strumentale. In realtà, quest’ultima ha un ruolo subordinato, non è la principale funzione esplicata dagli agenti “dominanti” (sto parlando delle differenti funzioni, non degli individui empirici che le supportano e che possono esercitarne contemporaneamente più d’una). Per il dominio, cioè per conquistare la supremazia attraverso la lotta, occorre l’analisi – assimilabile all’osservazione scientifica – e l’“artistico” colpo d’occhio sull’insieme e le sue intrinseche, ma non manifeste, potenzialità dinamiche (forza e direzione dei possibili eventi da provocare o impedire o deviare, ecc.) che debbono essere volte al successo della propria lotta tesa a prevalere.
Per ottenere la “vittoria in battaglia” sono perciò necessarie soprattutto le funzioni del “comandante in capo” (che, ovviamente, non è obbligatoriamente un solo individuo) – capace di cogliere quello specifico POTENZIALE insito nell’insieme – e le funzioni dello “Stato Maggiore” atte a svolgere i compiti relativi alla lucida e “scientifica” analisi del campo e delle forze in campo, con tutto ciò che segue. Il potenziale dell’insieme è la ben nota SINGOLARITA’, che non è soggetta a generalizzazioni; pur se le varie battaglie svoltesi in passato, e le innumerevoli mosse strategiche in esse impiegate, sono comunque sottoposte a studio e a vaglio accurato in previsione di quelle future. L’analisi e valutazione del campo e delle forze in campo sono in qualche modo soggette a queste generalizzazioni (di tipo scientifico, per l’appunto), ma non debbono troppo pesare sulle decisioni da prendere in future battaglie secondo una loro scolastica e pedantesca ripetizione, che condurrebbe quasi sempre a sconfitta. Ancor meno debbono pesare, sulle decisioni strategiche cruciali prese nella lotta per la supremazia, le tecniche e metodiche secondo cui vengono in essa impiegate “efficientemente” determinate risorse; tecniche e metodiche che, come sopra rilevato, attengono ai compiti delle funzioni strumentali, quelle del minimo mezzo o massimo risultato.

3. L’aver posto tali funzioni (rette dalla “razionalità strumentale”) come essenziali e pervasive dell’intera attività dei dominanti capitalistici (trattati quali meri proprietari dei mezzi produttivi e finanziari) – e averne addirittura fatto una conquista generale del pensiero umano per ogni futuro sviluppo e trasformazione della società, addirittura in direzione del presunto comunismo – ha veramente ottuso le capacità critiche degli anticapitalisti. L’aver posto in primo piano la razionalità del minimo mezzo o massimo risultato ha di fatto mascherato le fonti effettive del predominio degli agenti capitalistici, che non sono affatto semplici proprietari. Inoltre, essa è stata considerata una conquista fondamentale del pensiero razionale; una conquista da mantenere e sviluppare poiché se ne supponeva l’indispensabilità anche ai fini dell’affermazione del SOCIALISMO, fase di grande sviluppo delle forze produttive con la fine della scarsità dei beni, che avrebbe condotto al COMUNISMO.
Se, come ho chiarito più volte negli ultimi anni, fosse stata valida l’ipotesi di Marx relativa alla formazione, per dinamica intrinseca al modo di produzione capitalistico, del “lavoratore collettivo cooperativo”, in cui tutte le diverse funzioni (intellettuali e manuali, direttive ed esecutive) si sarebbero integrate in un unitario e compatto tessuto sociale della sfera produttiva, allora la sussistenza di tale errore di valutazione relativo alla “razionalità strumentale” non avrebbe alla fine troppo nuociuto. Il “movimento reale” – non l’opera di “costruzione del socialismo” da parte di presunte avanguardie della Classe (per antonomasia) – avrebbe condotto all’esaurirsi delle funzioni produttive dei proprietari capitalistici, trasformati in rentier, e al profondo modificarsi della competizione tra individui e gruppi sociali non più tesa, in senso fortemente antagonistico, alla supremazia degli uni sugli altri. A questo punto, la razionalità del minimo mezzo sarebbe in effetti divenuta quella prevalentemente applicata nelle attività sociali (non nella sola sfera economica) in quanto dirette soprattutto allo “sfruttamento” del “fondo naturale” per ottenere di che soddisfare i bisogni degli individui stretti in una società coordinata e di cooperazione, senza conflitti antagonistici né sfruttamento degli uomini su altri uomini.
Poiché la dinamica capitalistica, intrinseca o meno che sia, non conduce affatto in simili direzioni virtuose, è ovvio che le conclusioni da trarre sono totalmente differenti. La “razionalità strumentale” diventa un semplice mezzo per procurarsi, nel migliore (più efficiente) modo possibile, le risorse necessarie all’espletamento delle funzioni legate alla lotta per la supremazia, e che sono quelle appena sopra illustrate. La formazione sociale si frammenta, si segmenta e si stratifica sempre più complessamente, le minoranze predominano sulle maggioranze, ma attraverso lo scontro tra i vari gruppi di agenti di cui sono composte, gruppi che applicano strategie di lotta ai fini della prevalenza di alcuni su altri. Non si va minimamente formando alcun vertice ristretto e sempre più unitario di “sfruttatori”.
La lotta tra gruppi conosce varie periodicità, da me adombrate con i termini di “monocentrismo” e di “multipolarismo” che poi sfocia nel “policentrismo” conflittuale acuto. Alla fine diventa inevitabile il regolamento dei conti per la formazione di un nuovo “monocentrismo” in grado di ridare, solo in minimo grado e temporaneamente, un po’ di ordine all’insieme. Si tratta di fasi (meglio ancora: epoche) diverse di quella che potremmo definire “formazione sociale globale” (mondiale in un certo senso), costituita da una mutevole articolazione di tante “formazioni particolari” (paesi o nazioni) fra loro in conflitto più o meno acuto a seconda appunto delle epoche in questione. Ovviamente con varie forme di subordinazione di date “formazioni particolari” ad altre dominanti e lo sviluppo ineguale dei diversi gruppi capitalistici “nazionali”. Tali conflitti tra “formazioni particolari” (paesi) – a seconda della loro acutezza e delle diverse epoche di monocentrismo o policentrismo – comportano l’accentuazione o l’ammorbidirsi dei conflitti sociali ad esse interni tra minoranze dominanti e maggioranze dominate.
In una società per null’affatto interessata da un movimento interno di omogeneizzazione e compattamento armonico, bensì invece da processi di frammentazione crescente – e di più o meno accentuata, a seconda di un periodico “pulsare” per epoche o fasi dell’evoluzione capitalistica, interazione contraddittoria e conflittuale tra i suoi vari comparti o raggruppamenti, dominanti e non – le funzioni strumentali, attinenti al conseguimento del massimo risultato, scadono a semplice mezzo per procurarsi con la massima economicità le risorse necessarie all’esercizio delle funzioni “strategiche”, compito precipuo degli agenti dominanti in reciproca lotta per gruppi ai fini della supremazia. A questo punto, sono gli “Stati Maggiori” con i loro “Comandanti in capo” a rappresentare quella “classe capitalistica”, che il marxismo pensava fosse invece fondamentalmente costituita dai proprietari dei mezzi di produzione. Questi avrebbero esercitato una funzione produttiva propulsiva nel capitalismo concorrenziale – poiché il conflitto era visto dai marxisti come un fatto prevalentemente economico, un fenomeno in ultima analisi orientato dalla finalità del massimo prelievo di plusvalore in quanto profitto dell’impresa capitalistica – mentre sarebbero divenuti parassiti e “similsignori” nel capitalismo monopolistico strutturato in grandi società per azioni. Si sarebbe trattato certamente di “signori” differenti da quelli feudali o protocapitalistici per il tipo di rendita percepita: non più dalla terra, non più dal semplice prestito in denaro, ma prevalentemente dalla proprietà azionaria, dallo “staccare cedole”.
Nella società capitalistica realmente affermatasi, strutturata in gruppi sempre più numerosi e in crescente disarticolazione, con successiva (in senso logico) ri-connessione interattiva tramite forme varie di conflitto di periodicamente differente intensità e acutezza, i principali dominanti sono gli agenti strategici (del “colpo d’occhio d’insieme” e dell’analisi del campo e delle forze in campo) che rendono la società capitalistica un terreno di battaglia, in cui tutti, ai più vari livelli della scala sociale, sono coinvolti; anche se gli strati sociali bassi sono quasi sempre truppe al seguito degli “Stati Maggiori”, ecc. Solo raramente, in particolari frangenti storici (congiunture), le truppe – “incontrando” dati gruppi di dirigenti e di capi – sono in grado di nuocere agli agenti dominanti in una certa fase di acuto scontro tra questi ultimi (esempio tipico: le guerre mondiali del ‘900). Non è però affatto deciso ineluttabilmente, come proprio il novecento ha ampiamente dimostrato, quale sia l’effettivo sbocco degli eventi “rivoluzionari”; quello del ’17 in Russia è decisamente differente da quelli fascista in Italia e nazista in Germania (pur essi da non trattare come un identico processo storico). Sia l’ideologia dei dominanti (agenti capitalistici), sia quella degli oppositori e intenzionati a trascinare le “truppe” (le masse popolari) contro il loro potere, hanno provocato un totale annebbiamento della strutturazione della formazione capitalistica: sia di quella “globale” sia delle sue articolazioni “particolari”.

4. E’ ormai indispensabile uscire – puntando intanto su di essa il riflettore del pensiero critico – da questa ideologia della “razionalità strumentale” in quanto elemento fondante e carattere decisivo della struttura capitalistica e dunque del movimento dei suoi rapporti di dominazione/subordinazione; un elemento che sarebbe negativo se utilizzato dai proprietari (dei mezzi produttivi) per sfruttare il lavoro (estorsione del massimo pluslavoro/plusvalore), ma che la “rivoluzione comunista” avrebbe potuto rovesciare in positivo, “estraendone il nocciolo razionale”, eliminando la proprietà privata e affidando il coordinamento cooperativo della produzione alla classe lavoratrice (cioè alle sue pretese “avanguardie”).
Deve essere contrastato questo ottundimento del pensiero, che ha condotto a pratiche inizialmente anche eroiche e che hanno rappresentato il famoso “assalto al Cielo”, ma che poi si sono rovesciate nella solita dominazione di popolazioni ormai sotanzialmente inerti da parte di gruppi dirigenti spesso in lotta fra loro. Un movimento che si riteneva comunista, incapace di uscire dalla ideologia “annebbiante” fin qui illustrata, ha avuto comunque un suo grande periodo in cui è sembrato essere il movimento di emancipazione dei dominati in conflitto con gli sfruttatori capitalisti (e colonialisti e imperialisti), ma ha poi di fatto abdicato rispetto ai suoi ideali originari e, proprio nei paesi ancora capitalistici, è divenuto il peggiore e più devastante dei movimenti politici. Basta dunque con questo falso comunismo in tutte le salse lo si voglia cucinare. E si ripensi con radicalità quel marxismo che ha toccato l’apice di quanto poteva farci conoscere per poi decadere a dogmatica fede del tutto ottenebrante.
Tuttavia, la reazione a questo annebbiamento ideologico non deve condurci alla rivalutazione delle sconfortanti banalità dell’ideologia conservatrice neoliberista. Dalla padella nella brace; peggio la toppa dello strappo! Questa è l’alternativa che ci offre un ceto intellettuale fra i più fatui e infami annoverati nella storia dell’Umanità; un vero campionario di “idioti con alto quoziente di intelligenza”, come recitava un “salmo” del movimento sessantottardo, che sostituirei oggi con la più incisiva battuta di quel genio che fu Ettore Petrolini: “idioti con lampi di imbecillità”.
Ogni inizio è senza dubbio difficile. E’ tuttavia necessario che soprattutto i più giovani, e liberi di mente, non storditi da quel cumulo di fanfaluche ammassate dagli intellettuali soprattutto negli ultimi trenta-quarant’anni, si mettano in moto al più presto. E’ urgente prendere a calci chiunque parli (del tutto a vanvera ormai) di liberismo, di keynesismo, di marxismo; insomma chiunque ancora si riempia la bocca di quelle ormai degradate parole – sia chiaro: di ben altro significato ed elevatezza molto tempo addietro – che sono democrazia liberale, socialismo, comunismo, con tutte le loro infinite variazioni.

5. Cominciamo con il riportare al centro della questione, cioè dell’organizzazione dell’attuale società nella sua globalità (mondialità), il principio della preminenza delle funzioni “strategiche” che sottomettono, piegano ai loro fini, quelle “strumentali”, quelle del minimo mezzo o massimo risultato. In questo contesto, non mi sembra di alcun interesse lanciarsi in disquisizioni filosofiche o simili chiedendosi se lo spirito di competizione – teso però alla preminenza tramite prepotenza, sopraffazione, asservimento (e anche inganno e raggiro) esercitati dagli uni sugli altri – sia connaturato o meno all’essere umano. La millenaria storia dell’Umanità non induce certo all’ottimismo in proposito, ma tenuto conto degli orizzonti temporali su cui siamo in grado di allargare la nostra “vista” (teorica), compiendo analisi e sviluppando argomentazioni dotate di un minimo di realismo e credibilità, è assolutamente inutile arrovellarsi sulla “natura” umana, sulle “costanti antropologiche”, e via dicendo. Credo che discussioni del genere abbiano senso, così come ha senso dibattere sulla religione, sull’esistenza o meno di un Essere chiamato Dio e su molti altri problemi dello stesso ordine che, se hanno da sempre spinto grandi intelletti a profondervi le migliori energie, non sono evidentemente destituite di significato come spesso pensano coloro che hanno cervelli simili a computer e sistemi nervosi solo dediti alle più elementari sensazioni animalesche.
Tuttavia, per una analisi che in qualche modo si richiami alla scienza della struttura e dinamica della società nell’attuale epoca storica – un’analisi che voglia porre le basi di prese di posizione pratico-politiche in essa, pur se magari ancora assai generali e non indirizzate alla soluzione di problemi “puntuali” – non è gran che rilevante decidere se le tendenze al conflitto per la preminenza, tramite sconfitta e subordinazione dell’avversario, fanno parte dell’intima costituzione dell’essere umano oppure se vi sono speranze circa l’avvento, in un futuro imprecisato, di una società fondata su rapporti interindividuali, al limite ancora competitivi, non però caratterizzati dalla prevaricazione, dalla menzogna e subornazione, ecc. Penso che chi non accetta la società così com’è adesso, diciamo pure quella capitalistica (perché abbiamo in definitiva a che fare con strutture sociali di questo tipo), debba mantenere un atteggiamento di contrasto e di critica dello spirito conflittuale, basato sulla prepotenza e ricerca del predominio, che in detta società si dispiega pienamente in tutte le sue sfere (economica, politica, ideologico-culturale); non ci si deve però porre nella situazione del “profeta disarmato”, che predica solo la benevolenza, l’irrealizzabile fratellanza umana e altre corbellerie, sostenute spesso con aperta malafede da chi punta al loro esatto contrario.
E’ ora di farla finita con la favoletta della non violenza gandhiana, che sarebbe il miglior modo di vincere le proprie battaglie e di porre le basi per una organizzazione sociale di pace e armonia. A parte le falsità storiche raccontate dall’agiografia di Gandhi, che non era poi così pacifico come si vuol far credere (ai gonzi), la sua vittoria è nata dalla reale sconfitta subita dall’Inghilterra nella seconda guerra mondiale. Apparentemente tale paese faceva parte delle potenze vincitrici, ma in realtà uscì dalla guerra nettamente ridimensionato, avendo definitivamente perso il suo ruolo di grande potenza capitalistica e imperialistica (più precisamente: coloniale). Non poteva in nessun caso mantenere l’India nella situazione precedente la guerra, così come dovette rinunciare alle sue altre sfere di influenza asiatiche e africane. Non parliamo del “pacifismo” attuale dell’India, dotatasi dell’arma atomica, in ricorrente conflitto con il Pakistan, con alcuni (molti) suoi governi locali che reprimono moti popolari tipici di un paese lanciatosi nello sviluppo ad alti ritmi, con le sue “naturali” conseguenze fortemente squilibranti in termini sociali.
Oggi, c’è solo da decidere se è relativamente prossima (qualche decennio) una nuova epoca “policentrica”, con il rinnovarsi dei conflitti per la supremazia tra le diverse formazioni “particolari” componenti quella “globale”; oppure se permarrà ancora a lungo una sostanziale preminenza, sempre più deficitaria comunque, degli USA mentre altri paesi (Russia, Cina, India, Giappone, ecc.) non riusciranno ad andare oltre un conflitto tra potenze di carattere “regionale” (degli outsider insomma). Credo che la tendenza sia verso un autentico conflitto “policentrico”, preceduto comunque da un periodo, probabilmente di alcuni decenni, in cui si assisterà al rafforzamento delle potenze “regionali”. E tenendo sempre in debito conto il problema dello “sviluppo ineguale”, per cui si verificheranno durante tale periodo delle sorprese: qualche formazione “particolare” (paese), oggi in ascesa, si arresterà e deluderà le aspettative, mentre magari ne verrà fuori alla distanza qualche altra.
Non si deve comunque contare – per tutto il periodo lungo il quale si sarà in grado di formulare qualche previsione in base al processo di gestazione di nuove categorie teoriche interpretative (ipotetiche) – sull’affievolirsi delle tendenze al conflitto e al predominio. E si deve tener presente che le tendenze in questione saranno prevalentemente guidate dai gruppi dominanti strategici di diverse formazioni capitalistiche. I conflitti più acuti si svilupperanno tra: a) la potenza (formazione “particolare”) centrale odierna e le potenze per il momento “regionali”, che non possono rinunciare (pena la decadenza dei gruppi dominanti all’interno di esse) al tentativo di contrastare il predominio della prima; b) tra le formazioni “particolari” o pienamente sviluppate capitalisticamente (USA in testa) o in forte ascesa quanto a sviluppo capitalistico e quelle arretrate o che hanno appena iniziato il loro sviluppo (ad es. l’Iran).
Nelle formazioni non ancora pienamente maturate dal punto di vista capitalistico, i gruppi dominanti appaiono in buona parte con-fusi con la massa del popolo, un aggregato anche in tal caso per nulla omogeneo, ma comunque nemmeno scisso in raggruppamenti ben distinti come nel capitalismo avanzato; un aggregato spesso cementato da una solida cultura comune, spesso da un profondo spirito religioso. Assai meno acuti e rilevanti appaiono, al presente, i conflitti interni alle formazioni particolari capitalisticamente avanzate, dove la frammentazione sociale è assai spinta e l’interazione tra i vari comparti, in orizzontale e in verticale, non sconvolge la riproduzione capitalistica dell’insieme societario, poiché ci si limita a ridiscutere sia la divisione della “torta” (prodotto complessivo sociale) – il che implica mutamenti di condizioni di vita e di lavoro dei vari comparti in oggetto – sia le rispettive posizioni quanto a “fette di potere”, a status, a diritti e doveri, ecc.

6. Una volta fissato un quadro orientativo di larga (larghissima) massima, si deve decidere dove collocarsi nello svolgimento della propria attività teorica e pratica; ricordando che la teoria – nella misura in cui sia solo quella di carattere scientifico attinente alla “visione” della struttura e dinamica della società – è in definitiva un lato della pratica stessa. Ha certo suoi caratteri propri, esige particolari strumentazioni; e non risponde ad altre esigenze, quelle che definiamo, non importa se propriamente o meno, “spirituali”. In questo senso, “la teoria è grigia” e tale deve rimanere. Non è che ciò la renda impermeabile alla penetrazione, mascherata e inconsapevole, di una qualche ideologia; ma deve stare sempre in guardia contro simili influssi (pur non sapendo in anticipo da che parte arriva il pericolo), deve compiere i suoi passi con prudenza e sempre sorvegliandosi. Non punta in ogni caso ad accendere gli animi, a suscitare entusiasmi, a dare un senso alto alla propria lotta. Questi compiti spettano ad altri lati dell’agire umano.
Guai se Lenin fosse sceso nell’agone della rivoluzione russa con in mano “Il Capitale” o anche semplicemente il suo “Che fare” o il saggio sull’imperialismo; guai se avesse “predicato” la teoria del valore lavoro e insegnato che questa dà la certezza dello sfruttamento della forza lavorativa (dei dominati); guai se avesse spiegato il concetto di modo di produzione (e l’intreccio tra forze e rapporti produttivi), se si fosse messo ad elucubrare sullo sviluppo ineguale delle varie formazioni capitalistiche, e via dicendo. Avremmo una rivoluzione in meno e un mondo assai diverso; e chissà se in poche righe, in un qualche manuale di storia, verrebbe ricordato che in un qualche anno dei primi decenni del novecento, in un qualche luogo della Russia, un esaltato era stato picchiato a sangue (forse ucciso) da masse popolari mentre stava vaneggiando e pronunziando parole smozzicate, prive di senso compiuto; e aveva malamente reagito all’indifferenza degli astanti, li aveva insultati, minacciati, maledetti per la loro ignoranza e incapacità di capire un “grande libro” vaticinatore.

7. A me sembra evidente che chi vive nel nostro paese debba accettare la prospettiva di sviluppare la propria attività (teorica e pratica) nell’ambito di una formazione “particolare” appartenente all’area del capitalismo avanzato, di quella tipologia che in altra sede ho indicato quale “formazione dei funzionari (strategici) del capitale”. E’ nell’ambito di questa che si dovrà studiare come muoversi, almeno in un primo approccio orientativo. Viene in evidenza, innanzitutto, l’impossibilità di trascurare l’humus conflittuale in cui si attua la riproduzione dei rapporti tipici della società in questione. Due errori sono da evitare. In primo luogo credere di poter contrastare immediatamente e direttamente la mentalità del conflitto per il predominio, che permea la società ad ogni livello. Non si tratta di un comportamento tenuto soltanto dagli agenti dominanti. Questi, essendo una minoranza, avrebbero già perduto ogni potere – ed è quanto pensava Marx che non immaginava affatto un capitalismo tanto durevole – se la conquista della supremazia non fosse il movente dell’agire in ogni più piccolo ambito della società. L’ideologia dei dominanti chiacchiera in continuazione della cooperazione, dell’utilità di unirsi, ecc. Ma ogni coagulazione o alleanza di gruppi di individui si verifica sempre con il fine di meglio lottare contro altri gruppi; non si stabiliscono stretti legami per spirito di fratellanza, ma perché, come dice il detto popolare: “l’unione fa la forza”. Anche dove, a parole, si celebra ad ogni istante l’amore (ad es. nella famiglia), in realtà si vivacizza sovente un confronto più o meno aspro o invece attutito dalla “giusta” valutazione delle rispettive posizioni di forza.
E’ ovvio che si cerchino tutti i marchingegni (legali) possibili per contemperare l’uso reciproco della violenza, per non andare incontro alla generale disgregazione e indebolimento, ecc. Si tratta però del conseguimento di equilibri del tutto instabili che, qualunque sia la loro assai diversa durata, sono comunque soltanto periodiche soste tra uno squilibrio e l’altro. Non si raggiunge per via puramente formale ciò che non diventa insito nel movimento riproduttivo dei rapporti sociali. Nella società capitalistica, d’altronde, si è solo verificata l’estensione alla sfera economico-produttiva del principio del conflitto, che in altre epoche storiche vigeva soprattutto in quella politico-militare e in quella ideologico-religiosa. Certamente, questa estensione ha “involgarito” le classi dominanti; la generalizzazione della forma di merce, che significa la pervasività sociale del pagamento in denaro, ha reso tutto “comprabile”: l’onore, la dignità, il coraggio, la lealtà, ecc. Tutte queste belle qualità, comunque, servivano nelle precedenti epoche a stabilire regole diverse, e apparentemente più “nobili”, di scannamento generale (o di duello individuale). Il principio del conflitto per sopraffare gli altri e assumere la predominanza non è però differente da quello degli “ultimi”….cinque o diecimila anni (o quanti? Credo da sempre, visto l’homo sapiens ha di fatto annientato il neanderthaliano).
Lo sviluppo nella “pacifica” India è del tutto simile a quello in atto nella “crudele” Cina; poiché è comunque disarmonia, squilibrio, lotta. Prima si sviluppano alcune regioni del paese e poi, sussistendo certe politiche effettuate da dati gruppi dominanti, assistiamo (non sempre) ad una trasmissione del dinamismo all’insieme, ma senza che si verifichi alcun livellamento delle differenze; quasi sempre, invece, in accentuazione. L’arricchimento di una parte della società – dei gruppi dominanti – è poi seguito, sempre se vengono attuate le opportune politiche, da un più “timido” innalzamento del livello di vita degli strati sociali dominati, e non in modo uniforme ed eguale neppure in quest’ambito. Il realismo impone di prendere le mosse dalle considerazioni appena fatte, non dalle menzogne, consapevoli o meno che siano, di ideologi imbonitori al servizio delle classi dominanti (sempre, anche quando sembra che difendano i dominati). Qui si pone quel problema che i vecchi “marxisti” incanalavano, con “falsa coscienza”, nella discussione sul rapporto tra riforme e rivoluzione. Ormai, tale problema non mi sembra proprio debba essere più posto nei termini di un tempo ben lontano.
I vecchi comunisti e marxisti pensavano l’attività riformistica – necessitata qualora ci si trovasse in un contesto sociale ancora fortemente dominato dalla classe capitalistica proprietaria – quale periodo di “training” e di accumulazione delle forze della classe “in sé” portatrice della rivoluzione. Le riforme, attuate nella sfera della distribuzione e del miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori (salariati), avrebbero messo in evidenza l’impossibilità di contrastare per tale via lo sfruttamento (estrazione di pluslavoro, sia pure nella ingannevole forma del valore-lavoro delle merci, che sembra assicurare il mero scambio di equivalenti); nel contempo, tramite le lotte riformistiche si sarebbe rinsaldata l’unione della classe deputata al rivolgimento dei rapporti capitalistici a causa del movimento intrinseco alla riproduzione sociale, sfociato infine nella formazione del “lavoratore collettivo cooperativo” (dal primo dirigente all’ultimo manovale).
Una volta abbandonata questa scorretta e ormai inaccettabile visione della dinamica capitalistica, e appurata la crescente frammentazione (segmentazione e stratificazione) del tessuto sociale, le lotte dei vari raggruppamenti – di lavoratori o meno; e di lavoratori sia salariati che cosiddetti autonomi – restano strettamente confinate al livello distributivo della riproduzione dei rapporti sociali. I problemi della “crisi”, non nel suo semplice aspetto economico che è il meno dannoso e pericoloso per i dominanti capitalistici (malgrado l’enfasi posta su di essa dagli epigoni di Marx), nascono proprio dalle modalità assunte dallo sviluppo della “formazione globale” con riferimento all’articolazione di quelle “particolari” che la compongono. Lo sviluppo, causato dalla forte tensione dinamica impressa dalla lotta per la preminenza (estesasi nel capitalismo anche alla sfera economico-produttiva), provoca scissioni e distanziamenti tra ceti sociali e tra le diverse formazioni “particolari” (in genere paesi o gruppi degli stessi); diventano così molto probabili periodiche acutizzazioni delle tensioni sociali e delle lotte che da queste derivano.
Tuttavia, la situazione si aggrava nettamente quando si verifica lo “sviluppo ineguale”: sia tra gruppi dominanti diversi in una certa formazione “particolare” sia tra differenti formazioni “particolari” nell’ambito di quella “globale”. E’ l’alterazione dei rapporti di forza tra gruppi sociali – in specie tra quelli dominanti e soprattutto quando i mutamenti avvengono rapidamente in seguito a lotte estremamente acute – a provocare crisi politico-istituzionali, ideologico-culturali, ecc. che lacerano il tessuto sociale con possibilità di ristrutturazioni radicali. Le stesse considerazioni valgono per le crisi legate all’affermarsi di differenti rapporti di forza tra formazioni “particolari” (sempre i vari paesi) e al precipitare di scontri accesi tra di esse per la preminenza nel mondo o almeno in ampie aree dello stesso. Va anche detto che spesso, e più facilmente, le crisi interne a determinate formazioni e quelle inerenti al confronto tra più formazioni in ambito (geopolitico) globale si intrecciano e alimentano vicendevolmente.
E’ bene ricordare ancora una volta che, per quanto riguarda sia la lotta tra gruppi all’interno di una data formazione “particolare” sia il conflitto tra più formazioni “particolari”, le crisi di maggiore intensità e ampiezza si manifestano quando lotta e conflitto si inaspriscono soprattutto tra dominanti. Se una certa costellazione di forze politiche a questi ultimi riferita (costituita da intrecci tra agenti strategici delle varie sfere sociali) fa entrare una formazione “particolare” in situazione di difficoltà, stagnazione, crisi, malcontento sempre più generalizzato, ecc., è più probabile, almeno in un primo tempo, l’emergere di altri gruppi dominanti che si pongono in alternativa. Così pure, quando si transita alle fasi “policentriche” il conflitto si acutizza – provocando i più netti risultati trasformativi con veri passaggi d’epoca – tra formazioni “particolari” dell’area a capitalismo avanzato, caratterizzate da differenti ritmi di sviluppo, che non accettano più di sottostare alla formazione “particolare” fino ad allora in posizione predominante.

8. Non è qui il caso di riferirsi specificamente alla formazione “particolare” Italia, che andrà analizzata ad un “più basso” livello di astrazione teorica. Tuttavia, sia pure per linee assai generali e generiche, è bene trarre alcune conclusioni da quanto fin qui sostenuto. Non esiste intanto alcuna classe, in via di omogeneizzazione e compattamento, da cui emerga uno strato di élite in grado di avere una visione complessiva e ben delineata della necessaria prassi trasformativa del capitalismo; per di più nella direzione di una determinata società “altra” del tipo del comunismo. Nemmeno è più possibile pensare ancora alla formazione, pur in qualche modo artificiale, di avanguardie “di classe”, che presuppongono pur sempre la sussistenza dell’“in sé” di quest’ultima, dunque di un movimento “oggettivo” verso la suddetta sua omogeneizzazione e compattamento, che faccia da supporto alla “soggettiva” azione rivoluzionaria delle avanguardie in questione.
Esistono sempre, in ogni epoca e in numero maggiore o minore, singoli gruppi di soggetti (individui) – per null’affatto caratterizzati in maggioranza da una determinata collocazione “di classe”, anzi provenienti dai più svariati comparti in cui si frammenta viepiù la società del capitale – che si pongono criticamente rispetto ai caratteri di prepotenza, sopraffazione (e certo inganno, raggiro, ecc.), tipici del conflitto in questa (come in precedenti) forma di società. Tali gruppi di “critici” si espandono e rafforzano nelle situazioni in cui le tensioni sociali si fanno via via più acute: sia all’interno di una formazione “particolare” come tra più formazioni (in sviluppo ineguale) nell’ambito di quella “globale”. Tali gruppi perdono le loro potenzialità – e al limite possono di fatto costituire una “carta di riserva” per i dominanti – se “distraggono” forze da una critica sociale adeguata; soprattutto quando, con estremismo apparente, predicano l’eguaglianza, il pacifismo e altre favole edificanti. In primo luogo, bisogna comprendere la positività della competizione, pur non sfrondata dei lati di aperta violenza per conquistare la supremazia eliminando o asservendo i competitori. In secondo luogo, va rilevato che la critica alla forma assunta dal conflitto nel capitalismo deve comunque tener debito conto di essa e saperla gestire e sfruttare per i propri fini.
Le “anime belle”, spesso non proprio in buona fede, sono comunque – quand’anche “oneste”; anzi, sono ancora più pericolose in tal caso – del tutto negative; e vanno combattute perché indeboliscono l’azione critica. E’ perfettamente inutile cercare di sfuggire alla contraddizione: da una parte è obbligatorio criticare, anzi opporsi drasticamente alla forma capitalistica del conflitto per la preminenza; tuttavia, è nel contempo necessario condurre la propria azione contro i gruppi dominanti, sapendo di strategia e del misto di forza e malizia che l’agire trasformativo (“rivoluzionario”) comporta nell’attuale società. Così pure, è indispensabile orientare i dominati – e prima di tutto unire i raggruppamenti decisivi degli stessi (che non sono affatto in via di amalgama) – per ottenere i risultati trasformativi (di rivoluzionamento sociale); nel contempo, bisogna saper entrare, e proprio nei momenti in cui ciò diventa possibile, nelle contraddizioni tra gruppi dominanti, le cui interrelazioni conflittuali e i rispettivi rapporti di forza sono differenti in epoche diverse, in fasi “mono” o invece “policentriche”. E via dicendo.
Di tutto ciò è meglio essere ben edotti, avendo inoltre la piena consapevolezza che la propria azione tende a convergere, e rischia di confondersi, con quella degli agenti politici da me talvolta denominati “rivoluzionari dentro il capitale”, messi in campo da nuovi gruppi di dominanti intenzionati, una volta rottisi gli equilibri precedenti, a rovesciare il potere dei vecchi gruppi tramite opportune strategie – sia interne ad una formazione “particolare” sia applicate al confronto tra più formazioni – che aprono congiunture di crisi, di tensione sociale, di sfarinamento delle istituzioni, di caduta del consenso, ecc. In definitiva, si tratta delle stesse congiunture in cui si manifestano le maggiori possibilità d’azione da parte dei gruppi anticapitalistici. A causa di questa confusione, di questa “fatale” vicinanza di intenti “rivoluzionari” profondamente diversi, non sarà mai del tutto sicuro il successo, nemmeno nei momenti di massima crisi interna a date formazioni particolari, delle forze realmente intenzionate ad agire specificatamente “contro il capitale”; forze che nell’attuale fase storica sono venute meno nel modo più completo. Siamo in transito verso una vera nuova epoca, i cui caratteri non ci risultano molto chiari per cui si procede nella massima incertezza e con approcci teorici, prima ancora che pratici, decisamente provvisori.

9. Riassumiamo. Quella che continuiamo a chiamare società capitalistica – composta da ondate successive di sviluppo di formazioni sociali caratterizzate da via via differenti strutture di rapporti (capitalismo “borghese”, dei “funzionari del capitale”, ecc.) – non ha (più) molto a che vedere con le indicazioni forniteci dalla teoria di Marx; a meno di non rifarsi alla banale ripetizione delle “giuste” previsioni marxiane circa la centralizzazione monopolistica dei capitali, la generalizzazione della forma di merce e la continua estensione del mercato globale, e via cianciando. Se Marx avesse “scoperto” solo simile “acqua calda”, sarebbe veramente uno studioso di secondo rango. Ha detto molto di più, può quindi stimolare ben altre formulazioni teoriche; queste saranno però ineluttabilmente provvisorie, anche se possono però aiutarci a percorrere nuovi sentieri. Le riflessioni di Marx vanno dunque prese come un invito pressante a rimuginarne di nuove, che si distanzieranno inevitabilmente dalle sue; è ben noto che, quando ci si allontana criticamente da un grande pensatore, non lo si abbandona e tanto meno lo si tradisce, bensì lo si usa – proprio mediante la “negazione determinata” delle sue tesi – quale pungolo ancora fecondo e vitale. Solo i dottrinari dogmatici, quali sono i rimasugli marxistoidi d’oggi, non capiscono tale problema e ci propinano sterili rimasticature del passato remoto.
I gruppi dominanti non tendono a centralizzarsi ed unificarsi, permangono invece in conflitto continuo con alternanza di acutizzazione e attenuazione dello stesso; quell’alternanza che, al livello delle interazioni fra formazioni “particolari” nell’ambito di quella “globale”, danno vita alle epoche (di lunga durata) di “mono” e “policentrismo”. All’interno delle singole formazioni “particolari”, le fasi di accentuazione dello scontro tra dominanti conduce, non però necessariamente, a congiunture di “rivoluzione” con sbocchi non predeterminati. Le modalità del conflitto sono quelle da sempre in uso tra i dominanti nelle diverse forme storiche di società; solo che in quelle precapitalistiche, le strategie del conflitto per la supremazia, fondate su forza e astuzia (detto in estrema sintesi), erano utilizzate nelle sfere politico-militare e ideologico-culturale, mentre nel capitalismo pervadono pure l’intera sfera economica duplicatasi in merce e denaro (produzione e finanza), una sfera che fornisce a questo punto i mezzi essenziali per l’attuazione delle strategie in ogni ambito sociale.
Un conflitto del genere produce sviluppo, e tramite questo consente l’egemonia dei gruppi dominanti e l’accettazione del dominio da parte dei sottoposti che migliorano comunque – come tendenza di lungo periodo – le loro condizioni di vita; diciamo pure quelle materiali, ma con ciò non si incrina di un ette il consenso generalizzato per questa forma sociale. Oltre allo sviluppo, il conflitto produce anche segmentazione e stratificazione crescenti della società, con interazione, certamente non armonica, tra i vari spezzoni e comparti sociali (segmenti e strati). Lo sviluppo è esso stesso disarmonico, avviene con ritmi diseguali in tempi e spazi diversi e conduce a periodi (e aree) di acutizzazione. Soprattutto nei periodi e aree (formazioni “particolari” o loro gruppi) in cui si accentuano disarticolazione e crisi, si rafforza la “disaffezione” e spesso l’antagonismo nei confronti delle modalità di uno sviluppo fondato sulle strategie del conflitto per prevalere con la forza e con l’inganno; inizialmente lo scontro si fa più acuto tra i dominanti, ma ne vengono poi investiti sempre più largamente tutti gli altri ceti sociali.
I gruppi di agenti che criticano apertamente le caratteristiche del conflitto strategico tra dominanti – gruppi del tutto minoritari e relativamente isolati nelle fasi di attenuazione delle lotte e di prevalente consenso a chi ha la preminenza – non sono avanguardia di “una classe”, ma hanno anzi “estrazione sociale” assai composita. Chiedersi che cosa li unisca e che cosa essi rappresentino oggettivamente non è senza senso, ma credo costituisca in determinati periodi un esercizio perfettamente inutile. E’ più interessante chiedersi come mai essi – in genere figli di una passata epoca di acutizzazione del conflitto interdominanti – si trovino in situazione di crescente debolezza e di isolamento nell’ambito di vari paesi, man mano che questi accedono agli alti gradini dello sviluppo capitalistico, nel raggiungimento dei quali il processo di differenziazione sociale ha sciolto la “massa” del popolo dai suoi legami con più antiche tradizioni e culture. Non esiste anzi nemmeno più un popolo in senso proprio, bensì un insieme articolato di vari comparti sociali fra loro in interazione, diversamente posizionati sia in orizzontale che in verticale.
Basti pensare, come semplice esempio, alla grande trasformazione di paesi capitalistici dalla prevalenza netta dell’agricoltura a quella dell’industria. Non è stato un semplice fatto economico, ma un processo storico-sociale di enorme portata. I più grandi mutamenti sono avvenuti con la drastica riduzione dei contadini (e della vita in campagna con tradizioni plurisecolari) e l’enorme crescita degli operai in aree urbane caotiche e con vivibilità spesso disagiata. In ogni caso, è stata sradicata una cultura, date tradizioni, con a volte anche sconvolgimenti mentali e di abitudini personali trasformatesi in senso violento e talvolta criminale. Si veda il grande film di Visconti “Rocco e i suoi fratelli” e capirete cosa voglio dire.
I gruppi critici (anticapitalistici) – quando esistono – debbono comportarsi piuttosto differentemente nei periodi di attenuazione e in quelli di accentuazione degli scontri. Essi dovranno muoversi necessariamente tra molte contraddizioni che vanno assunte consapevolmente e senza pretese di una “purezza” di intendimenti, che si pretenderebbero rivolti all’“amore per il popolo”. E’ necessario condurre una critica delle modalità strategiche del conflitto tra dominanti, demistificando le varie ideologie “armoniciste” (e di falsa cooperazione) che le occultano e mistificano; e tuttavia si debbono conoscere tali modalità e rivolgerle contro i dominanti. Vanno condotte azioni politiche – sottoposte all’attento vaglio di date ipotesi teoriche (pur ancora non “stabilizzate”) circa la struttura e dinamica capitalistiche – atte a favorire il collegamento tra gli strati “bassi” della società (quelli più nettamente dominati) e la possibile loro alleanza in un dato “blocco sociale”; sarebbe però un errore decisivo dimenticare la lotta interdominanti e non assumere determinate posizioni in grado di acuirla e di favorire comunque i gruppi nuovi e più dinamici contro quelli ormai intorpiditisi e tendenzialmente parassitari. E’ semplicemente sciocco e avventuristico – tanto da far pensare talvolta alla mala fede di certi pseudo-rivoluzionari – inimicarsi proprio gli strati sociali “bassi” predicando contro lo sviluppo (solo “materiale”; che “orrore”! Questo però lo affermano certi intellettuali dalla pancia fin troppo piena); e tuttavia non vi è dubbio che non ogni tipo di sviluppo favorisce la crescita delle forze dette “antisistema”.
In ogni caso, si tenga presente che le possibilità “rivoluzionarie” si presentano soprattutto nelle congiunture di crisi. Ovviamente, come più sopra rilevato, non si tratta mai di crisi puramente economiche; occorrono ben altre condizioni di sfilacciamento della trama sociale complessiva, di affievolirsi del consenso e di forti incrinature degli apparati politici e istituzionali. Condizioni simili rendono perciò problematico lo sviluppo; questo diventa del resto ancora più debole, incerto e soggetto ad inversioni di tendenza anche in seguito al sempre più duro confronto interdominanti, che vede spesso intrecciarsi il conflitto tra formazioni “particolari” nel contesto globale e quello tra gruppi dominanti “vecchi” e “nuovi” all’interno di dette formazioni. Qui nasce allora una ulteriore complicazione per i gruppi di agenti politici che nutrono aspirazioni al rivolgimento radicale, effettivamente rivoluzionario. La loro lotta si interseca, e rischia di confondersi, con quella degli agenti “critici-critici”, in realtà intenzionati a rilanciare quella data società ormai vetusta semplicemente sostituendo i vecchi gruppi dominanti con altri che si presentano in “vesti nuove” ma con le stesse intenzioni di fondo.
Anche per questo, pur in congiunture apparentemente adatte a mutamenti sociali profondi, è ben difficile l’attività dei gruppi “rivoluzionari”; questi debbono porre molta attenzione a quanto predicano, pena l’alienarsi le simpatie di gran parte dei segmenti e strati – perfino di quelli situati nei bassi gradini della scala sociale (ed economica) – che rischiano allora di ricadere sotto l’influenza dei suddetti “critici-critici”, falsi e ignobili chiacchieroni sulla “rivoluzione”. In ogni vero rivolgimento sociale, i primi a dover essere eliminati sono proprio questi ultimi. Il tanto vituperato Stalin, invece notevole stratega politico, chiarì mirabilmente che prima di iniziare l’attacco – quando ciò diventa possibile, ovviamente, in quella data contingenza storica – contro le forze sicuramente e “sinceramente” reazionarie, bisogna liberare il campo dai falsi predicatori del cambiamento, che si mettono in mezzo e rendono confuso e incontrollabile lo scontro. Tra te e il vero nemico – in un certo senso rispettabile perché leale e sincero nei suoi intendimenti – non devono esistere malsani e viscidi creatori di diversioni tese ad indebolire l’attacco decisivo. Il “campo” va ripulito integralmente e i due “eserciti” avversari si affronteranno allora senza mediazioni; solo usando le strategie più “efficaci” per prevalere. A morte, insomma, chi sta in mezzo, favorisce sempre il fallimento di ogni possibile cambiamento effettivo delle ormai putrefatte strutture sociali. Il “campo di battaglia” deve essere integralmente ripulito di simili contraffattori.

10. Se l’esperienza del fascismo, ma soprattutto del nazismo, non ha insegnato nulla, allora poveri noi! Vogliamo ancora sostenere la menzogna, sciocca e illusoria, che le masse erano antifasciste e antinaziste, che sono state subornate (chissà come e perché), che sono state piegate antidemocraticamente con la pura violenza? Se vogliamo continuare ad autoingannarci, seguendo i mediocri e mentitori antifascisti che blaterano sciocchezze da tempo immemorabile, sotto la copertura della vittoria delle “democrazie” capitalistiche (il “migliore involucro della dittatura borghese” per Lenin), facciamolo pure; ma non avremo imparato nulla dall’esperienza storica. E ripeteremo i clamorosi errori degli anni trenta; il peggiore dei quali è stato assai probabilmente quello dei comunisti che, dopo alcune esitazioni, hanno costituito una superficiale e assai debole alleanza “antifascista” con i socialdemocratici, ampiamente dimostratisi infidi e pronti a compromessi con il peggiore capitalismo. E bisogna ben dire che negli anni ’30 i “Fronti popolari” – tipo quello glorificato in Francia, durato dal 1936 al ‘38 – hanno mostrato subito la loro indegnità ponendo una pietra tombale su ogni velleità di autentico rivolgimento sociale. Non entro evidentemente in questa sede in una discussione, più storica che teorica (ma comunque orientata da nuove ipotesi teoriche), che sarebbe lunga e qui sviante. Certo, se qualcuno infine assolvesse un compito del genere, si farebbe chiarezza su temi ormai avvolti dalla spessa nebbia ideologica sparsa dai capitalismi vincitori nella seconda guerra mondiale; non migliori, nelle loro strutture sociali di base, di quelli perdenti.
Questo è un compito storico che dovrebbe essere appaiato ad una lenta e faticosa ri-costruzione teorica, che tenti in ogni caso di staccarsi dai vecchi lidi senza però perderne la memoria. Pur dove magari non sembra, ci si deve in realtà sempre confrontare con il passato armamentario teorico, sforzandosi però di prendere un diverso indirizzo. Non si deve nutrire la presunzione di possedere le capacità intellettive di alcuni grandi personaggi dei tempi trascorsi – non mi riferisco semplicemente a Marx e ad alcuni (troppo pochi) marxisti – che hanno dato forti contributi alla crescita di una teoria della società, soprattutto di quella capitalistica; una teoria capace anche di suggerire precise pratiche politiche ed economiche. Resto inoltre convinto della posizione assunta da Althusser quando affermò che Marx ha aperto alla scienza il Continente Storia.
Tuttavia, sono sempre più convinto della necessità di percorrere nuove strade, tornando eventualmente sui propri passi se ci si accorge di essere incappati in un “cul di sacco”; non arretrando però fino a ritrovarsi al punto di partenza per poi fermarsi e segnare il passo con stanche giaculatorie. Del resto, tanto per fare un esempio eclatante, Galileo, pur essendo un genio, non penso giungesse all’altezza di pensiero di Aristotele; eppure seppe mandare al diavolo gli aristotelici del suo tempo. Non mi sembra di vedere oggi in giro geni “galileiani”, ma ciò non deve impedire ad alcuna persona appena un po’ sensata di mandare infine al diavolo i marxisti o i weberiani o gli schumpeteriani o i keynesiani….ecc. ecc. (tanti sono i grandi del passato, che hanno tuttavia oggi seguaci assai meno esaltanti) onde avviarsi lungo sentieri non ben segnati, estirpando intanto un bel po’ di erbacce che intralciano il cammino.
Quindi anch’io, nel mio piccolo, mi sento tranquillo: non sono presuntuoso e tanto meno folle, so bene di essere lontanissimo dai livelli di intelligenza di Marx, ma anche di tanti altri pensatori, marxisti e non. Tuttavia, sono del tutto insoddisfatto delle attuali analisi della società da qualsiasi parte provengano; credo perciò che ci sia spazio per pensare e “innovare”. Comunque tento, e andrò avanti passin passino, con estrema prudenza. Tenendo fermi alcuni punti decisivi. Intanto, non c’è stata alcuna trasformazione delle società in direzione del presunto socialismo (il comunismo per favore non era stato immaginato “prossimo a venire” da nessun marxista sensato e non in perfetta malafede). Adesso quei presunti tentativi sono stati comunque archiviati e ritentare vecchie vie significa VOLERE la sconfitta (e a favore di chi?). In secondo luogo, non esiste un solo capitalismo. Questa formazione sociale ha conosciuto almeno due varianti ben differenziate fra loro. Ma forse non abbiamo gli strumenti teorici per constatarne anche altre.
In ogni caso siamo ora in una chiara epoca di “multipolarismo”, che in genere precede più violenti sconvolgimenti sia a livello internazionale che all’interno dei diversi paesi, estremamente differenziati fra loro non solo economicamente, ma per storia, tradizioni, radici culturali e religiose, per abitudini di vita, modi di pensare, forme letterarie e artistiche in genere. Quindi la scelta di ogni reale pensatore (cioè dotato di un cervello) deve essere: fermarsi a riflettere e ipotizzare possibili soluzioni, rivedendo completamente sia la storia sia l’elaborazione teorica dei tempi passati. Basta affannarsi a discutere di questioni puramente contingenti con quella falsa “democraticità” del “dibattito” fra contrastanti, che serve semplicemente a non far capire quasi nulla a chi ascolta gli “esperti” (ignoranti come un pezzo di roccia). Dobbiamo pensare senza tanto chiasso e poi provare le ipotesi principali formulate – che non possono non essere quelle che pretendono un radicale e rapido dischiudersi di completamente nuove prospettive, da provare intanto – chiudendo la bocca a chi contraddice. Poi si vedranno i risultati.
Altrimenti ci attende lo sfacelo e la fine di questo “occidente” veramente infetto e in disfacimento purulento delle sue attuali organizzazioni politiche e dei ceti intellettuali ancora dominanti. Basta inconcludenti chiacchiere dispersive nei media. Si metta in moto la costituzione di “oasi” di pensiero diverso e poi si costituiscano veramente nuovi movimenti consci del grave pericolo che corriamo; e soprattutto in grado di capire che quando i ceti dominanti sono infetti occorre tagliare con il bisturi e usare disinfettanti potenti contro gli agenti patogeni. Nessuna benevola comprensione, anzi proprio nessuna pietà, per coloro che ci stanno portando al decesso. Sono questi semmai a dover “trapassare” per mano di quelli che non intendano aspettare rassegnati la morte. Non si tratta affatto di fascismo, immondi esseri che andate spargendo i virus letali. E’ semplice aspirazione alla vita, che ormai richiede la vostra eliminazione; e che non si aspetti ancora qualche decennio prima di condurla a buon fine.

Marx non c’entra coi gulag e nemmeno coi centri sociali

Karl-Marx

 

Tutti parlano di Marx, pochi lo hanno letto e molti meno lo hanno veramente capito. Purtroppo, più che andare direttamente alle opere del barbuto di Treviri, la maggior parte dei critici (e non) di Marx ha attinto dai suoi interpreti, da quel marxismo divenuto scuola mentre egli, ancora vivente, smentiva l’“‘ismo” discendente dal suo nome.
Marx era, del resto, uno scienziato non un leader di partito. Fatta questa premessa è davvero spiacevole, se non disgustoso, sentire che tale studioso sia stato, con le sue teorie, l’iniziatore del gulag o il mandante di eccidi di massa.
Chi lo afferma sarebbe capace di simili nefandezze, non Marx, il quale ha faticato sui libri per interpretare la struttura del capitalismo dei suoi tempi.
Marx non allestiva ricette per le “osterie del futuro” (“Il metodo usato nel Capitale è stato poco compreso, a giudicare dalle interpretazioni contrastanti che se ne sono date. Così la ce Revue Positiviste» mi rimprovera, da una parte, di trattare l’economia in modo metafisico, dall’altra — immaginate un po’ — di limitarmi a un’analisi puramente critica dei fatti, invece di prescrivere ricette (comtiane?) per la trattoria dell’avvenire”) ma analizzava, ricorrendo all’astrazione concettuale, le caratteristiche del sistema sociale sotto i suoi occhi.
Non si interessava delle persone ma delle categorie sociali e delle loro funzioni:

“Una parola per evitare possibili malintesi. Non dipingo affatto in luce rosea le figure del capitalista e del proprietario fondiario. Ma qui si tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classi. Il mio punto di vista, che concepisce lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale, può meno che mai rendere il singolo responsabile di rapporti dei quali esso rimane socialmente creatura, per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi”.

Scienza allo stato puro rafforzata anche da quest’altra definizione: “La forma valore, di cui la forma denaro è la figura perfetta, è vuota di contenuto ed estremamente semplice. Eppure, da oltre due millenni la mente umana cerca invano di scandagliarla, mentre d’altra parte l’analisi di forme molto più ricche di contenuto e molto più complesse è almeno approssimativamente riuscita. Perché? Perché è più facile studiare il corpo nella sua forma completa che la cellula del corpo. Inoltre, nell’analisi delle forme economiche non servono né il microscopio, né i reagenti chimici: la forza dell’astrazione deve sostituire l’uno e gli altri. Ma, per la società borghese, la forma merce del prodotto del lavoro, o la forma valore della merce, è la forma economica . cellulare elementare. Alla persona incolta, sembra che la sua analisi si smarrisca in mere sottigliezze; e di sottigliezze in realtà si tratta, ma solo come se ne ritrovano nell’anatomia microscopica… Il fisico osserva i processi naturali là dove appaiono nella forma più pregnante e meno velata da influssi perturbatori, ovvero, se possibile, compie esperimenti in condizioni che assicurino lo svolgersi del processo allo stato puro. Oggetto della mia ricerca in quest’opera sono il modo di produzione capitalistico e i rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono. La loro sede classica è fino ad oggi l’Inghilterra, che quindi serve da principale illustrazione dei miei sviluppi teorici. Se poi il lettore tedesco scrollasse farisaicamente le spalle sulle condizioni dei lavoratori inglesi dell’industria e dell’agricoltura, o si cullasse nell’ottimistico pensiero che in Germania le cose sono ancora ben lungi dall’andar così male, io ho l’obbligo di gridargli: De te fabula narratur!”.
In questo importante passaggio vi è anche molto di più della scienza, c’è la delimitazione del campo storico-geografico della sua indagine, la “sede inglese” della sua epoca in cui egli si reca per comprendere più a fondo l’oggetto della sua ricerca. Un rigore epistemologico ormai sconosciuto dai nostri contemporanei abituati a mescolare ideologia e moralismo per l’affermazione delle loro teoresi al fin di soldi e successo.
Marx, dunque, non ha nessuna utopia nella testa, non crede nell’avvento di un mondo nuovo per afflato umanistico ma crede nella necessità del comunismo “rebus sic stantibus”. La nozione che segue è fondamentale nell’analisi marxiana perché in essa si definisce la forma produttiva che emergerà dalle stesse viscere del modo di produzione capitalistico (non dai sogni di qualche visionario umanitario):

“Nel sistema azionario è già presente il contrasto con la vecchia forma nella quale i mezzi di produzione sociale appaiono come proprietà individuale; ma la trasformazione in azioni rimane ancora chiusa entro le barriere capitalistiche; in luogo di annullare il contrasto fra il carattere sociale ed il carattere privato della ricchezza, essa non fa che darle una nuova forma.
Le fabbriche cooperative degli stessi operai sono, entro la vecchia forma, il primo segno di rottura della vecchia forma, sebbene dappertutto riflettano e debbano riflettere, nella loro organizzazione effettiva, tutti i difetti del sistema vigente. Ma l’antagonismo tra capitale e lavoro è abolito all’interno di esse, anche se dapprima soltanto nel senso che gli operai, come associazione, sono capitalisti di se stessi, cioè impiegano i mezzi di produzione per la valorizzazione del proprio lavoro. Queste fabbriche cooperative dimostrano come, a un certo grado di sviluppo delle forze produttive materiali e delle forme di produzione sociale ad esse corrispondenti, si forma e si sviluppa naturalmente da un modo di produzione un nuovo modo di produzione.Senza il sistema di fabbrica, che nasce dal modo di produzione capitalistico, e così pure senza il sistema creditizio, che nasce dallo stesso modo di produzione, non si potrebbe sviluppare la fabbrica cooperativa. Il sistema creditizio, come forma la base principale per la graduale trasformazione delle imprese private capitalistiche in società per azioni capitalistiche, così offre il mezzo per la graduale estensione delle imprese cooperative su scala più o meno nazionale. Le imprese azionarie capitalistiche sono da considerarsi, al pari delle fabbriche cooperative, come forme di passaggio dal modo di produzione capitalistico a quello associato, con la unica differenza che nelle prime l’antagonismo è stato eliminato in modo negativo, nelle seconde in modo positivo”.

Dunque, il prodotto ultimo del capitalismo, come chiarisce Gianfranco la Grassa è appunto “la fabbrica cooperativa direttamente gestita dai produttori associati. Con lo sviluppo di tale forma produttiva viene posta la prima pietra del nuovo modo di produzione, il quale, sebbene ancora costretto nella vecchia forma, avrebbe superato il fatidico antagonismo tra capitale e lavoro”.

Per Marx il comunismo è figlio del capitalismo e la rivoluzione, che scaccia i parassiti dallo Stato ridotto a “ultima thule” dei rentier, è mera “ostetrica” di un parto ormai maturo all’interno della vecchia società.

Esplicitato a sommi capi tutto ciò, cosa diavolo c’entra Marx con i gulag, l’Unione sovietica, i centri sociali, i socialisti del XXI secolo, i compagni che sbagliano, il terrorismo, l’Arcadia umanitaria, le guerre mondiali ecc. ecc.? Niente, assolutamente niente ma gli idioti continuano a vedere fils rouges che da Marx conducono a tutti gli stermini commessi in nome del comunismo.
L’ipotesi di Marx si è rivelata senz’altro errata poiché dalla pancia del capitalismo non è uscito il comunismo ma ben altro (quella che La Grassa chiama la società dei funzionari privati del capitale di matrice statunitense). Una scienza che sbaglia alcune delle sue previsioni, fino a prova contraria, non è un abominio ma uno stimolo a proseguire sul cammino della conoscenza e di ulteriori interpretazioni più vicine alla realtà (sempre cangiante). Se ogni scienziato che non c’entra il bersaglio (o che non prevede le ricadute delle sue scoperte) diventa un lestofante allora qui non si salva più nessuno. Chi accuserebbe Einstein per Hiroshima? Esclusivamente degli ignoranti, gli stessi che si sbizzarriscono a stigmatizzare Marx. A loro va tutto il nostro disprezzo.
Spiace constatare che anche persone intelligenti inciampino su Marx come dilettanti. Nell’ultimo numero di Limes, dedicato alla caduta del Muro di Berlino, G. Friedman ci tiene a farci sapere che “La passione del giovane Karl Marx, che scriveva tra i clamori del 1848, portò direttamente a Lenin e poi a Stalin…Tale dottrina è stata il culmine dell’illuminismo: non solo perché predicava la forma più estrema di eguaglianza, ma anche perché era spietatamente logico, conseguenziale e onnicomprensivo. La sua visione non abbracciava solo politica ed economia, ma anche l’arte, il modo di crescere i figli, l’agricoltura e lo sport. Aveva teorie su tutto e, con il potere dello Stato a disposizione, niente era fuori dalla sua portata. Da ultimo, il marxismo ha screditato l’illuminismo: era la reductio ad absurdum del pensiero razionale. Il marxismo ha frantumato l’illuminismo in una miriade di prismi, ognu- no libero di incarnare le contraddizioni che il marxismo stesso non tollerava. Siamo gli eredi dell’incoerenza che ha lasciato.
Ma il marxismo non solo ha fallito nel creare la società che predicava, è stato anche incapace di motivare la Nuova sinistra. Esso non è mai riuscito ad affrancarsi dalla realtà primordiale della condizione umana. Non parlo dell’egoismo e della corruzione, bensì della comunità come fondamento dell’esistenza umana, più importante dell’individuo e di certo più importante della classe”.

Sono tutte sciocchezze scritte da uno che non ha mai letto Marx ma lo ha assorbito dai suoi falsi epigoni. Le poche citazioni di Marx che ho riportato bastano a smentire Friedman e gli altri che sostengono tesi della stessa portata. Eppure, un punto corretto Friedman lo coglie:

“Marx sosteneva che la rivoluzione sarebbe avvenuta in un paese industrialmente avanzato [proprio perché il comunismo risolveva le insormontabili contraddizioni di un capitalismo sviluppato fino ai suoi limiti estremi in cui le forze produttive risultavano ostacolate dagli esistenti rapporti di produzione] come la Germania. Invece giunse in un luogo e in condizioni che smentivano la teoria e dove costruire il comunismo era impossibile: l’entroterra euroasiatico, non la penisola europea; un paese impoverito, senza sbocchi ai mari caldi, con un sistema dei trasporti disastroso e una popolazione dispersa”.

Costruire il comunismo era impossibile ovunque, anche nei paesi ipercapitalistci perchè la classe intermodale di transizione dal capitalismo al comunismo (il General Intellect) non si veniva formando, contrariamente al vaticinio di Marx. A fortiori Friedman risulta allora inconseguente o arbitrariamente conseguente a premesse errate da lui stesso poste. Se Marx pensava all’Inghilterra e alla Germania (in quanto lì lo conduceva la sua teoria) perché accusarlo di questioni anche logisticamente illogiche?

Che c’entra la teoria di Marx col socialismo (ir)realizzato dell’Urss? Perché Marx deve essere ritenuto responsabile delle prove di forza di Stalin orientate alla costruzione di una politica di potenza in Russia e nei paesi orbitanti intorno ad essa? Secondo noi Stalin, in quel contesto, ha fatto ciò che doveva, tuttavia, Marx è incolpevole per faccende che proprio non lo riguardavano, né teoricamente e nemmeno storicamente. Chi vuole tirare in ballo il grande intellettuale tedesco si prenda almeno la briga di approfondirlo adeguatamente, dai suoi lavori, per piacere, e non dai riassunti, per carità!, dei suoi Improvvisati sostenitori o convinti detrattori.

L’OGGETTIVITA’ DELLE DIVERSE SOGGETTIVITA’AGENTI  

LAGRA21

1. Inizio, d’emblée, accennando ai motivi che spingono alla costituzione dei gruppi di azione strategica per la trasformazionesociale. Sono convinto che la causa, in un certo senso originaria epiù profonda, di detta costituzione è quella che non so indicare altrimenti se non facendo ricorso all’espressione tensione ideale” (che è nel contempo “ideologica”): contro il dominio di certi strati sociali su altri, contro le modalità del suo esercizio, per la liberazione dalla servitù e l’affermazione di una eguaglianza, che si traduce poi sempre (non si conoscono eccezioni nell’intera storia dell’umanità) in nuove forme di supremazia, magari mascherata, negli ultimi secoli di storia, da “elevate” quanto ipocrite dichiarazioni circa i “diritti dell’uomo”.

In ogni caso, l’esistenza sociale è caratterizzata da conflitti più o meno acuti, più o meno trasformativi di quel determinato “ordine costituito”; conflitti i cui mezzi fondamentali (ma mai dichiarati ovviamente) sono la sopraffazione, prevaricazione, inganno, menzogna, raggiro, ecc. ecc. Le continue tensionicoinvolgono l’intero corpo sociale, ma con diversa forza nelle varie parti dello stesso e in differenti periodi storici. In particolari congiunture di accentuata crisi, le cosiddette masse” (popolari)possono esercitare una forte pressione contro l’esistente sistema dei rapporti sociali, ponendosi in urto con gli apparati di dominio di quel periodo. Se tutto si limita a tale situazione, gli strati socialiin agitazione (scomposta) non sono nemmeno in grado di porsirealmente l’obiettivo dell’effettivo rivolgimento del sistema in questione; tanto è vero che, fin troppo spesso, essi (le “plebi”) servono da trampolino di lancio per gruppi di agenti strategici tutt’altro che rivoluzionari malgrado i roboanti proclami e qualche spettacolare azione.

Questo è un nodo essenziale. Intanto, nelle congiunture di crisi, le masse in movimento sono pur sempre strutturate in raggruppamenti e ceti diversi – quanto a posizioni occupate nella gerarchia sociale, a condizioni materiali di vita, a gradini culturali,a ideologie seguite, ecc. – che manifestano molteplici esigenze e interessi in relazione alla crisi stessa e alle modalità del suo superamento. E’ ovvio che occorre l’operazione di sintesi di queste differenti aspirazioni al cambiamento. Ma vi è di più. I dominanti in quel periodo storico non sono affatto un blocco unico, non lo sono nemmeno nella crisi e nelle sue fasi immediatamente precedenti; il “governo” della società è in genere esercitato da alcune frazioni dei ceti posti al suo vertice. Vi è quindi sempre lotta per la preminenza con sua conquista provvisoria di fase in fase da parte di gruppi diversi di tali ceti;gruppi variamente configurati in merito al reciproco peso che in essi hanno – in periodi storici e in forme di società differenti – gli agenti strategici delle fondamentali sfere sociali: l’economica, la politica e l’ideologico-culturale. Nelle situazioni che precedono, e aprono, la crisi esiste un dato insieme di frazioni dominanti in possesso della preminenza, contro cui si vanno coalizzandodifferenti gruppi d’azione strategica (politica) che agiscono per portare al potere più alto altre parti dei dominanti.

E’ in una situazione di simile complicatezza – per nulla affatto caratterizzata da una omogenea massa di dominati in movimento contro la minoranza, pur essa omogenea, dei dominanti – che deve destreggiarsi l’eventuale gruppo strategico intenzionato alla effettiva trasformazione radicale (“rivoluzione”) dei rapporti sociali. La tensione ideal-ideologica, di cui ho già detto, è condizione assai utile ma non sufficiente; ad essa deve aggiungersi la capacità di accurata analisi delle condizioni di possibilità che la crisi – con la lotta acuta scoppiata tra i dominanti per mutare (moderatamente) le forme del loro predominio e far emergere al loro interno nuovi gruppi in grado di assumersene il compito apre ad un ben più accentuato rivolgimento dell’assetto sociale fino a quel momento in auge.

Non c’è nulla di precostituito, nessuna ricetta di carattere generale in grado di indicare le modalità, storicamente specifiche, delle azioni che i gruppi mossi da intenti fortementetrasformativi (“rivoluzionari”) della formazione sociale esistente debbono compiere per ottenere il successo; mai immancabile perché il tentativo spesso fallisce. Nel momento più acuto della crisi, più accentuato e complesso diviene lo scontro tra gli appena nominati gruppi strategici tesi al rivolgimento sociale e quelli che intendono soltanto rovesciare i precedenti rapporti di supremazia tra le differenti frazioni dominanti. L’influenza sulle masse – mai un insieme omogeneo e indistinto di individui, ma sempre connotate da strutture, pur fluidificate dalla crisi, di rapporti tra diversi raggruppamenti di cui si deve tenere il massimo conto – èsenza dubbio uno degli obiettivi rilevanti di questo scontro tra i due gruppi di agenti strategici: quelli radicalmente trasformatividel sistema sociale (appunto i “rivoluzionari”) e quelli interessati al semplice mutamento delle frazioni dei ceti dominanti situate al vertice del potere.  

Non sussiste tuttavia solo questo obiettivo di conquista delle masse. Fondamentale è l’attenzione da prestare alle specifiche contraddizioni interne ai due differenti tipi di gruppi strategici con intenti decisamente diversi in merito alla conservazione o al rovesciamento di quel dato sistema dei rapporti sociali. Quelliinteressati al mutamento dei rapporti forza, pur sempre peròall’interno del vecchio sistema sociale, puntano a conquistare il favore delle frazioni più attive e decise fra i ceti dominanti in quella specifica fase storica; mentre i gruppi strategici, che intendono radicalmente rovesciare il potere di tali ceti dominanti,analizzano attentamente le loro contraddizioni interne per inserirvisi con azioni che disgreghino la loro forza complessiva, facendo infine crollare l’intera impalcatura del loro predominio.  

In questo complesso, e tortuoso, processo che si svolge nella crisi, assume particolare valore l’indicazione leniniana relativa all’analisi concreta della situazione concreta. In questo contesto, si comprende l’importanza dell’indagine sociale di tipo scientifico in quanto supporto decisivo della tensione ideal-ideologica” che, da sola, rischia di condurre all’anarchia, alla disorganizzazione, alla sconclusionatezza delle azioni sedicenti rivoluzionarie. Qui si comprende l’opportunismo – mascherato da radicalità (oggi l’esempio preclaro è fornito dai “grillini”) – della bersteiniana parola d’ordine: “il movimento è tutto, il fine è niente”. Si comprende insomma come ogni movimentismo sollecitato esclusivamente dalla falsa “buona volontà”, dagli ipocriti “intenti generosi”, non sia un semplice errore di rivoluzionari pasticcioni ma onesti; no, è un preciso appoggio dato ai gruppi strategici tesi ad una necessaria modificazione degli esistenti rapporti di supremazia tra differenti frazioni dominanti, mantenendo pur sempre la vecchia struttura dei rapporti di predominio sociale.

2. Nella fase storica attuale – di transizione ad altra ancora non ben compresa – mancano ormai del tutto capaci gruppi strategici tesi alla trasformazione anticapitalistica. Nell’attuale situazione di crescente multipolarismo sul piano dei rapporti internazionali – in cui vanno rendendosi assai complicate e spesso instabili le strutture verticali dei rapporti sociali nelle sfere economica, politica e ideologico-culturale si formano, disfano, riformano, coaguli di alleanze e di unità di intenti in base a interessi che non seguono precise, e ormai codificate (e cristallizzate) da tempo, linee di demarcazione tra i vari raggruppamenti di ruoli e funzioni. I gruppi strategici in effettiva lotta di rivolgimento del sistema sociale dovrebbero tendere ad una sempre maggiore consapevolezza: innanzitutto delle motivazioni (“ideal-ideologiche”) che li orientano e delle finalità perseguite; e ancor più delle condizioni (politiche e sociali) di possibilità per la realizzazione di tali finalità. La comprensione delle condizioni in oggetto esige la corretta valutazione dei molteplici interessi in gioco e delle alleanze che si fanno e disfano nel tumulto della crisi. La visione del campo di battaglia e l’individuazione delle forze in campo deve essere ad ampio spettro, secondo differenti piani e angolazioni, in grado di individuare le faglie aperte dalla crisi stessa, le contraddizioni tra i vari raggruppamenti sociali, che non si limitano a quelle tra dominati e dominanti; contraddizioni che debbono essere distinte in principali e secondarie, in nucleo decisivo (l’occhio) del ciclone e in collaterali e perifericheturbolenze rispetto a quest’ultimo.

Nella crisi dunque – ma è solo in essa che si muovono in senso proprio, e tumultuosamente, le masse – i gruppi strategici trasformativi (quelli che pretendono la “rivoluzione”) scelgono preferibilmente la guerra di movimento e puntano piuttosto direttamente al controllo degli apparati del potere statale. Che piaccia o meno, è pur sempre essenziale la lotta per tale controllo su base nazionale, in riferimento cioè alle varie sezioni particolari (insomma, i vari paesi) della formazione sociale mondiale. Chiunque blateri intorno all’esaurimento delle funzioni degli Stati, chiunque indichi, come compiti primari o addirittura esclusivi, linfluenza da esercitare sulle masse lavoratrici, il controllo della produzione, la lotta all’oppressione (o allo “sfruttamento”), ecc. mina alla base ogni possibile trasformazione radicale della società esistente, si pone di fatto al servizio della riproduzione dei rapporti inerenti ad essa. Consapevolmente o meno, chi agisce in tal senso condurrà infine al prevalere della dinamica di scomposizione e frammentazione – e dunque diindebolimento – dei ceti dominati. Al massimo potrà favorire il ricambio al potere tra le varie frazioni in cui sono suddivisi i cetidominanti.

Lenin – e gli altri che ne seguirono l’esempio – comprese a fondo la necessità dei gruppi intenzionati a trasformare in senso rivoluzionario la società di attuare una strategia (e una tattica), che non tenesse conto nei fatti della dottrinale asserzione secondo cui nella rivoluzione vi è un soggetto centrale, ad es. la classe operaia, forgiata dallo stesso sviluppo sociale precedente, ad es. quello capitalistico. E già ho sostenuto più volte che sarebbe comunquevano sostituire tale classe con l’“associazione dei produttori” (“dal primo dirigente…., ecc.”), con l’intelletto generale, ecc. La dinamica capitalistica non porta oggettivamente alla formazione di alcun soggetto collettivo dotato della unitarietà e compattezza necessarie ad attuare la radicale trasformazione. E’ dunque evidente che il successo di dati gruppi nel compiere una verarivoluzione – guidando in questo processo “grandi masse” di dominati – andrà infine consolidandosi con il progressivo enuclearsi di nuovi ceti dominanti, di cui si dovrà provare l’effettiva attitudine a ridare forte vitalità a sistemi sociali del tutto trasformati e non più riconducibili a quelli annientati.

E’ precisamente quanto non è riuscito ai movimenti frettolosamente definiti (e autodefinitisi) comunisti pur dopo una prima fase di vero rivolgimento con l’ascesa di autentici nuovi poteri dominanti. Per profonde ragioni anche ideologiche (non solo queste, evidentemente) i comunisti non hanno compreso l’effettivo mutamento delle strutture sociali con il successivo loroirrigidirsi e la conseguente ostilità di vasti ceti sociali in rapida formazione e crescita. Non si deve però “buttare il bambino con l’acqua sporca”; è necessario ripensare quell’esperienza, che potrebbe darci spunti di rinnovamento se non restiamo ancorati ad una impostazione politica, di cui non si è minimamente afferrata la derivazione da una teoria di carattere eminentemente scientifico (e dunque necessariamente ripensabile nel tempo), ridotta invece abanale credenza ideologica di aiuto ai “diseredati”, agli “oppressi”e “sfruttati”, ai “sofferenti”. Basta pietismo, ripresa in grande stile di una “analisi concreta della situazione concreta”; analisi che esige una linea direttiva cioè, in definitiva, una nuova teorizzazione. Senza “grammatica” non esiste altro che un linguaggio sconclusionato, ingannevole, confusionario. E ripetiamolo pure: l’“orchestra” emette solo suoni disarmonici, stridenti e massimamente fastidiosi se non esiste il “direttore” con la sua bacchetta; nient’affatto magica bensì mossa da chi ben conosce la “musica da suonare”.  

 

UN PASSAGGIO ESSENZIALE NELLA TEORIA DI MARX

gianfranco

 

Si tratta di un brano, un semplice e solo brano delle migliaia di pagine scritte da Marx e spesso pubblicate dai suo successori, magari con aggiunte non sempre messe in evidenza nella loro non stesura (o almeno non completa e letterale) fatta proprio da lui. Ma non m’interessa nulla di tutto questo. L’importante è fissare le parti salienti di una teoria scientifica e mostrarne la rilevanza ancora attuale e, ancor più, laddove essa va rielaborata alla luce dell’esperienza storica di un secolo e mezzo! Riporto quindi un brano tratto dal III Libro de “Il Capitale”, cap. XVII.

<<<Trasformazione del capitalista realmente operante in semplice dirigente, amministratore di capitale altrui, e dei proprietari di capitale in puri e semplici proprietari, puri e semplici capitalisti monetari. Anche quando i dividendi che essi ricevono comprendono l’interesse e il guadagno d’imprenditore, ossia il profitto totale (poiché lo stipendio del dirigente è o dovrebbe essere semplice salario di un certo tipo di lavoro qualificato, il cui prezzo sul mercato è regolato come quello di qualsiasi altro lavoro), questo profitto totale è intascato unicamente a titolo d’interesse, ossia un semplice indennizzo della proprietà del capitale, proprietà che ora è, nel reale processo di riproduzione, così separata dalla funzione del capitale come, nella persona del dirigente, questa funzione è separata dalla proprietà del capitale. In queste condizioni il profitto (e non più soltanto quella parte del profitto, l’interesse, che trae la sua giustificazione dal profitto di chi prende a prestito) si presenta come semplice appropriazione di plusvalore altrui, risultante dalla trasformazione dei mezzi di produzione in capitale, ossia dalla loro estraniazione rispetto ai produttori effettivi, dal loro contrapporsi come proprietà altrui a tutti gli individui REALMENTE ATTIVI NELLA PRODUZIONE, DAL DIRIGENTE ALL’ULTIMO GIORNALIERO [maiuscolo mio]. Nelle società per azioni la funzione è separata dalla proprietà del capitale e per conseguenza anche il lavoro è completamente separato dalla proprietà dei mezzi di produzione e dal plusvalore. Questo risultato del massimo sviluppo della produzione capitalistica è un momento necessario di transizione per la ritrasformazione del capitale in proprietà dei produttori, non più però come proprietà privata di singoli produttori [come erano gli artigiani precapitalistici; nota mia], ma come proprietà di essi in quanto associati, come proprietà sociale immediata. E inoltre è momento di transizione per la trasformazione di tutte le funzioni, che nel processo di riproduzione sono ancora connesse con la proprietà del capitale, in semplici funzioni dei produttori associati, in funzioni sociali.
…………………………[qui vi è un pezzo che si può tralasciare]
Questo significa la soppressione del modo di produzione capitalistico nell’ambito dello stesso modo di produzione capitalistico, quindi è una contraddizione che si distrugge da se stessa, che prima facie si presenta come semplice momento di transizione verso una nuova forma di produzione. Essa si presenta poi come tale anche all’apparenza. In certe sfere stabilisce il monopolio e richiede quindi l’intervento dello Stato. Ricostituisce una nuova aristocrazia finanziaria, una nuova categoria di parassiti nella forma di escogitatori di progetti, di fondatori e di direttori che sono tali semplicemente di nome; tutto un sistema di frodi e di imbrogli che ha per oggetto la fondazione di società, l’emissione e il commercio di azioni [non vi fischiano le orecchie?]. E’ produzione privata senza il controllo della proprietà privata. >>>.

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Discorso che mi sembra estremamente chiaro e non bisognoso di molti commenti per quel che significa. Certamente Marx scrive (appunti poi sistemati da Engels) un secolo e mezzo fa. E mi sembra presentare alcuni momenti di modernità. Tuttavia, ha in testa il capitalismo <<borghese>>, nato da quello mercantile e che presenta varie commistioni con elementi delle tradizioni, cultura, mentalità, della società precedente, in mano alla nobiltà. Ad un certo punto, almeno nella traduzione, salta fuori il nome di imprenditore, ma Marx non ha nozione dell’impresa come si andrà configurando già a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo; e che vedrà soprattutto il fiorire novecentesco del capitalismo statunitense, quello definito assai più tardi (1941) da Burnham capitalismo “manageriale”. Si tratta di quel capitalismo che per il momento ho definito, dopo un paio di decenni di studio, <<formazione sociale degli strateghi (funzionari) del capitale>>.
In Marx il fulcro dell’impresa è in realtà l’opificio industriale, sede del processo lavorativo in quanto trasformazione di materia prima in prodotto finito: di consumo oppure di investimento come ad es. le macchine e il complesso strumentale da impiegare in ulteriori processi trasformativi. Egli prende dunque in considerazione soltanto il dirigente di fabbrica, quello che poi verrà indicato dal marxismo successivo, ivi compreso Lenin, quale “specialista borghese”. Marx, insomma, attribuisce chiaramente al dirigente in oggetto, nella prima fase del capitalismo, la proprietà dei mezzi di produzione. Come scrive anche nelle Glosse a Wagner, l’ultimo lavoro economico di Marx scritto (ma pubblicato dopo la sua morte) negli anni 1881-82 – tra l’altro lo stesso periodo in cui invia la lettera (risposta) a Vera Zasulič, da cui i “marxisti” fuori di testa hanno tratto la conclusione che Marx smentisse tutta l’analisi de “Il Capitale” – in cui si afferma che il proprietario capitalista “contribuisce a creare ciò di cui si appropria”, cioè il plusvalore (che è il pluslavoro della forza lavoro salariata). E anzi per Marx (come per Lenin e ogni marxista scientifico e non “pietistico”) “senza direttore d’orchestra l’orchestra non suona” (per quanto bravi siano gli orchestrali). Di conseguenza, il capitalista di quella prima fase del modo di produzione capitalistico non solo “contribuisce a creare”, ma è proprio essenziale per la creazione (la produzione); senza di lui, addio pluslavoro e plusvalore, non si crea nulla.
Successivamente – per effetto non della “lotta di classe”, ma invece della competizione intercapitalistica in cui pochi hanno successo e molti falliscono – si verifica la centralizzazione del capitale con passaggio alla forma oligopolistica di mercato, caratterizzata fra l’altro dall’impresa quale “società per azioni”. A questo punto, nella previsione di Marx, il dirigente della “fabbrica” diventerebbe un lavoratore salariato a tutti gli effetti e verrebbe quindi a far parte dell’“associazione dei produttori”, cui spetterebbe ormai l’esecuzione dell’intero processo produttivo; il capitalista si riduce a mero proprietario (ad es. azionista) e il suo profitto è una “quasi” rendita (il dividendo azionario). Questa appunto l’interpretazione marxiana del processo evolutivo capitalistico, che risulta in tutta evidenza dal lungo brano citato.
“Qui casca il palco”. E qui è iniziata tutta la mia opera di revisione per eliminare quella centralità della proprietà, ormai superata. Si tratta di quella privata, quella di cui parla Marx. Non cambia proprio un gran che con quella statale. Questa potrebbe perfino essere ancora peggiore se dà vita ad un ceto di “burocrati” pressoché incapaci e soltanto succubi di un potere politico miope; assai diversa l’attitudine produttiva attribuita da Marx all’insieme dei produttori associati, “dal primo dirigente all’ultimo giornaliero”. Egli però scriveva nel 1860 e anni successivi; non è certo lui il responsabile della perdita di efficacia interpretativa del marxismo, ma i suoi seguaci incancreniti per ben oltre un secolo a cianciare sul preteso “socialismo”, sulla formazione sociale di quelli che non sono mai diventati “produttori associati”.
Già Kautsky (e Lenin non lo critica su tale punto) aveva capito che non si andava per nulla costituendo qualcosa di simile. Il gruppo dirigente dei processi produttivi, pur eventualmente privo della proprietà, era indicato come insieme di “specialisti borghesi”, pienamente assegnati alla classe dominante in convergenza semmai con i proprietari assenteisti (rispetto alla direzione di detti processi produttivi), che tuttavia invece sono spesso proprio gli strateghi delle politiche imprenditoriali nella “concorrenza” che solo gli stupidi liberisti riducono a semplice competizione nel mercato. In realtà, il grande dirigente d’impresa (ma non più dei processi produttivi) è proprio colui che assicura il collegamento con i veri apparati del potere politico, funzionale a detta “concorrenza”. Non a caso, un grande dirigente rivoluzionario come Lenin intuisce benissimo che il “monopolio” (la centralizzazione dei capitali) “non annulla la concorrenza, ma la spinge al suo livello più alto”. Ed è ovvio che sia così, dato che non si tratta più di concorrenza ma di reale conflitto (strategico) per le “sfere d’influenza”, conflitto che ingloba e dà forma specifica alla concorrenza mercantile.
I marxisti – dovendo riconoscere che l’alta dirigenza della produzione, pur non proprietaria, non faceva parte del “proletariato” o “classe operaia”, presunto soggetto della “rivoluzione anticapitalistica” – hanno allora insistito sulla rivoluzionarietà del “semplice giornaliero” (o poco più su), insomma dell’operaio di fabbrica, del Charlot di “Tempi moderni”. Veri fraintendimenti, che sono stati pure miei. Tuttavia, da più di vent’anni ho faticosamente iniziato una “marcia” almeno in buona parte diversa, di cui non parlo qui (ho scritto ormai centinaia, anzi potrei dire migliaia, di pagine in proposito). Tuttavia, ci sono problemi lungo la nuova via che non ho certo risolto. Ho scritto negli ultimissimi anni alcuni libri sempre dibattendo tale problema onde affinarlo per quanto possibile.
Ultimamente ho anche consegnato ad un blocco di video su Marx (le “dieci discussioni” accompagnate da un libro su “Denaro e forme sociali”) la coerentizzazione del suo modello teorico. Che io sappia, non esiste una altrettanto rigorosamente organica esposizione del modello teorico (scientifico) di Marx; anche al di là di ciò che egli avrebbe effettivamente detto o voluto dire. Non m’interessa affatto riempire le pagine di sue citazioni e cercare di diventarne l’esegeta e il “corretto interprete”. Per me Marx è una sorta di Galilei della scienza sociale. Bisogna capire quale salto ha fatto fare a quest’ultima al di là della consapevolezza che poteva averne all’epoca; mettendo inoltre in luce i limiti di tale modello teorico, proprio dovuti ai tempi in cui esso fu formulato.
Non pretendo però di aver risolto il problema. Non lo posso fare io, che appartengo alla vecchia epoca storica iniziata grosso modo con il marxiano “Manifesto del Partito comunista” (1848) e già in fase di trapasso (troppo lenta per la vita umana) da alcuni (pochi) decenni; fase oggi in accelerazione, ma non ancora vicina alla piena entrata nella nuova epoca. Quelli come me (di orientamento marxista ovviamente) hanno il compito di mettere ordine nella vecchia teoria, di estrarne il “succo” in base alle conoscenze attuali e alla esperienza storica di un buon secolo e mezzo. La mia reale intenzione è di far rilevare sia le alterazioni che essa subì già appena morto Marx sia l’errata sua previsione di dati eventi e la non realizzazione di altri pur iniziati in suo nome. Al massimo si possono indicare alcune ipotesi di revisione e fuoriuscita (ma sempre da “quella porta”). A chi saprà vivere realmente la “fase storica” che avanza, senza inutili nostalgie e indebite “frenate”, spetterà il compito di arrivare a nuove ipotesi e magari anche a effettive sintesi in ben diverse teorizzazioni intorno alla società, alle sue strutture e dinamiche evolutive.
Per questo ritengo fondamentale l’effettiva messa in circolazione delle mie “dieci discussioni su Marx” con il libro “Denaro e forme sociali”. ESIGO che tale mia “fatica” venga distribuita senza ulteriori indugi. In tutta la vita sono stato boicottato soprattutto dagli schifosi intellettuali e “operatori culturali” di una “sinistra”, che da alcuni decenni ormai è il cancro della nostra società; e che molti idioti (di ogni orientamento) confondono con i comunisti. Io sono stato comunista. E parlo al passato non per abiura, ma solo per il riconoscimento che nella storia certi movimenti si esauriscono. Per fare un esempio, continuo a nutrire grandi simpatie per i giacobini e il loro essenziale “anno del terrore”. Non posso però dirmi giacobino ai giorni nostri. E quindi nemmeno mi dico comunista, ma certo stimo e ricordo con affetto i “fu” comunisti e odio invece mortalmente gli ancora “sinistri”; perfino più degli ancora “destri” (ma anche loro…. per carità!). Parlo ovviamente dei gruppi dirigenti dei diversi schieramenti. I seguaci vanno considerati con ben altro atteggiamento più benevolo. I nervi però saltano spesso di fronte a certi farabutti e mentitori.

AVANTI CON MARX IN UNA SUA COMPLETA RIFORMULAZIONE!

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di Gianfranco La Grassa

Indice:

Introduzione, di Gianni Petrosillo     pag. 9

Denaro e forme sociali                     pag. 27

Appendice: il marxismo impossibile pag. 41

 

Introduzione

Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo. Quanto grande è il potere del denaro, tanto grande è il mio potere. Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e le mie forze essenziali, cioè sono le caratteristiche e le forze essenziali del suo possessore. Ciò che io sono e posso, non è quindi affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. E quindi io non sono brutto, perché l’effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è annullata dal denaro. Io, considerato come individuo, sono storpio, ma il denaro mi procura ventiquattro gambe; quindi non sono storpio. Io sono un uomo malvagio, disonesto, senza scrupoli, stupido; ma il denaro è onorato, e quindi anche il suo possessore. Il denaro è il bene supremo, e quindi il suo possessore è buono; il denaro inoltre mi toglie la pena di esser disonesto; e quindi si presume che io sia onesto. Io sono uno stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe essere stupido chi lo possiede? Inoltre costui potrà sempre comperarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti, non è più intelligente delle persone intelligenti? Io che col denaro ho la facoltà di procurarmi tutto quello a cui il cuore umano aspira, non possiedo forse tutte le umane facoltà ? Forse che il mio denaro non trasforma tutte le mie deficienze nel loro contrario?E se il denaro è il vincolo che mi unisce alla vita umana, che unisce a me la società, che mi collega con la natura e gli uomini, non è il denaro forse il vincolo di tutti i vincoli? Non può esso sciogliere e stringere ogni vincolo? E quindi non è forse anche il dissolvitore universale? Esso è tanto la vera moneta spicciola quanto il vero cemento, la forza galvano-chimica della società.

Karl Marx

1.Gianfranco La Grassa lavora da molti anni ad un paradigma interpretativo che pur prendendo le mosse dall’analisi marxiana se ne discosta di molto. Si naviga in mare aperto, verso destinazioni sconosciute, perché è franato il terreno dei convincimenti dei due secoli precedenti (‘800 e ‘900). Il porto di partenza è inevitabilmente il marxismo ma la terra promessa non è più il comunismo. Si deve infine salpare per uscire da un impasse teorico che dura da troppo tempo e rende sempre più difficile la comprensione delle forme sociali odierne, plasmate da uno specifico modo di ri-produzione, obiettivamente differente dal passato. L’intento è certamente ambizioso e, tuttavia, ineludibile per dare linfa all’indagine conoscitiva, indirizzata a cogliere il funzionamento della società attuale (delle sue forme), attraverso un approccio scientifico rigoroso alla stregua di quello marxiano che però appare oggi datato.

Questo saggio su “il denaro e le forme sociali” si colloca proprio nella prospettiva di un nuovo “passaggio teorico” ed è un tentativo originale di approfondire temi già trattati da Marx ma in un contesto completamente mutato in cui i conflitti principali non sono quelli dicotomici tra dominanti e dominati (Capitale vs Lavoro), considerati centrali dal pensatore tedesco, ma quelli tra agenti strategici in ogni sfera sociale. La politica, quale insieme di mosse strategiche per dominare, diviene il nucleo della questione, al posto del conflitto classista nella sola sfera produttiva.

La costruzione e l’implementazione di un modello interpretativo, ad ogni modo, non avviene sul nulla ma “decolla” da una solida base di acquisizioni concettuali, quella delle categorie marxiane che conservano una certa validità, almeno rispetto a “porzioni di realtà” che formano la trama comunitaria. Ci sono però anche “leggi” generali da aggiornare, sostituire o, persino, accantonare se non “macinano” più conoscenza rispetto ai mutamenti in atto. La Grassa dice espressamente che l’impianto marxiano è ancora il più avanzato tra le teorie sociali, eppure, lo stesso, si rivela non più soddisfacente a dipanare le incessanti metamorfosi avvenute nel mondo capitalistico che è sotto il nostro sguardo. Una teoria che viene falsificata nelle sue previsioni non è, comunque, da accantonare nella sua totalità. Essa può rivelarsi ancora efficace, per alcuni aspetti, benché possa comprendere solo parzialmente problematiche che sono andate via via approfondendosi. Come dire, possiamo affermare che la fisica newtoniana è “errata” perché relatività generale e meccanica quantistica hanno riformulato le regole “provvisorie” che governano il mondo, eppure bastano ancora le equazioni matematiche della prima per costruire un edificio che non caschi al suolo a causa della gravità, senza dover scomodare Einstein.

Marx ha creduto, prendendo a riferimento il capitalismo di matrice inglese del suo tempo, che la funzione predominante, nell’ambito di tale sistema, fosse quella proprietaria. Insieme a questa funzione l’imprenditore svolgeva (almeno fino ad un dato livello di sviluppo storico), anche il compito di organizzare la produzione, contribuendo “direttamente” alla creazione di quello che poi estorceva agli operai salariati (pluslavoro nella forma di plusvalore). Qui si colloca la prima confusione, perché Marx aveva ipotizzato che, con l’avanzamento del modo di produzione, la funzione proprietaria avrebbe spinto la divaricazione tra possessori e non possessori di capitale alle sue estreme conseguenze, trasformandosi, dal lato dei “possidenti” in pura attività finanziaria (attraverso processi prima di concentrazione e poi di centralizzazione dei capitali), e dal lato dei “non possidenti” in controllo esclusivo sulle attività realizzative. I capitalisti, ormai distanti dai processi produttivi, al pari di signori semi-feudali, avrebbero allora operato sottraendo, senza grandi schermature, i profitti alla produzione per alimentare le proprie scorribande borsistiche. Ma per la stessa ragione, all’interno del processo produttivo, gli organizzatori della produzione (ingegneri e tecnici) avrebbero preso coscienza del parassitismo delle classi dominanti, fino a stringersi, in un’alleanza necessitata, con i salariati delle funzioni esecutive, formando un gruppo intermodale di transizione dal capitalismo al socialismo/comunismo. Sarebbe così venuto a consolidamento un soggetto rivoluzionario (il lavoratore collettivo cooperativo) che, in virtù dell’acquisito controllo sui mezzi di produzione, avrebbe definitivamente mandato in frantumi i vecchi rapporti di produzione, non più corrispondenti all’effettivo dispiegamento delle forze produttive (dando seguito, pertanto, alla inevitabile espropriazione degli espropriatori, oramai poco numerosi, con un’azione di forza, nemmeno troppo violenta).

Marx considerava questo processo di ri-appropriazione già in atto, da concludersi in un tempo relativamente breve, almeno se confrontato alle secolari fasi di trapasso dal feudalesimo alla produzione mercantile semplice fino al modo di produzione capitalistico pienamente sviluppato. L’avvento del socialismo era, invece, questione di pochi decenni.

Tale impostazione ha però mostrato la sua incapacità di prevedere l’esito dei processi capitalistici e ciò comporta, inevitabilmente, la necessaria riformulazione della nostra ipotesi scientifica, partendo proprio da quelle funzioni che Marx lascia sullo sfondo o descrive come sovrastrutturali nel suo sistema. Decade, dunque, la determinazione “economica” d’ultima istanza e si allarga il campo delle possibilità. Difatti, i capitalisti non solo non si sono disinteressati della produzione ma, al contrario, hanno continuato a servirsi di questa per ottenere i mezzi economici attraverso i quali dare appropriatezza alle strategie del conflitto per la conquista della supremazia.

Lo scenario si amplia e si crea un’altra immagine del mondo. Se si dà preminenza all’aspetto puramente proprietario, la sfera economica diviene effettivamente quella determinante per sceverare gli stadi evolutivi capitalistici. La concorrenza tra capitalisti che mirano ad aumentare i propri profitti, per espungere dal mercato i concorrenti, ci tiene troppo sulla superficie del problema impedendoci di comprendere, più a fondo, la natura del flusso conflittuale che anima tale sistema.

Non a caso, le leggi della competizione economica vengono ipertroficamente estese ad ogni ambito sociale, al fine di coprire, con questo velo ideologico, le azioni strategiche che sono alla base dell’allargamento e della riproduzione dei principali rapporti sociali capitalistici. Ma è l’agente strategico, quello che agisce politicamente (anche se ”mascherato” da operatore finanziario o da uomo d’affari), il vero funzionario del capitale, colui che espande gli orizzonti dell’agire nella società. Detto agente non è direttamente implicato nella produzione materiale e, tanto meno, in quel mondo di superficie (il mercato) dove avviene lo scambio tra equivalenti (in media), per quanto la sua attività debba restare costantemente celata sotto una coltre di “scambi economici egualitari”. Del resto, il soggetto strategico non può fare a meno di quest’ultimi dato che le strategie, per essere efficaci, abbisognano dell’uso di uomini (del loro sforzo fisico e intellettuale) e mezzi, i quali nel capitalismo (fondato appunto sul mercato e sull’impresa) assumono la forma di merci e del loro corrispondente generale, il denaro.

Il capitalismo, nella concezione lagrassiana,  non si riduce al conflitto, nella sfera produttiva, tra salariati e oppressori, tra Capitale e Lavoro, secondo la versione en economiste di un certo marxismo d’antan che sta ancora attendendo l’avvento della “Grande Ostetrica” (la Rivoluzione Socialista) quale levatrice di un parto ormai maturo nelle viscere del Capitale. Per La Grassa, quest’ultimo, è un rapporto sociale, esattamente come per Marx. Diversa è però la realtà in cui esso è “immerso”. Se non si tiene conto di questa realtà che è flusso continuo, indistinto e del tutto squilibrante, si cade in un riduzionismo “materialistico” (quello rozzo che assegna la predominanza alle relazioni meramente mercantili o anche quello più raffinato, ma non meno fallace, descrivente le connessioni nella sfera ri-produttiva di cui quella economica è basamento) che restringe la nostra conoscenza e ci induce in errore. Nello scorrimento impetuoso della realtà occorre fissare dei campi di stabilità “che sono allora certamente dei sistemi di relazioni. Sia relazioni tra le diverse parti in cui abbiamo suddiviso tali campi per la nostra praticità d’azione; sia soprattutto tra questi campi e noi, che li abbiamo costruiti seguendo date impostazioni teoriche e dotandoli inoltre di apparati organizzativi differenziati appunto per settori vari in base alle esigenze del nostro agire”.

La Grassa sostiene, giustamente, che anche in questo frangente l’apparenza gioca un ruolo mistificatorio poiché essa ci suggerisce che sono questi corpi a precedere le azioni strategiche conflittuali; mentre invece essi sono solo mezzo, strumento, del conflitto per la supremazia combattuto tra gruppi dominanti che si formano e si disfano ricomponendosi in altri schieramenti, si alleano e poi si combattono, in fasi differenti (e di lunghezza variabile) della formazione societaria. Ci troviamo ancora sulla “superficie” del mondo (perché del dichiarato flusso ne sappiamo poco, se non che si trova ben coperto sotto determinate concrezioni fenomeniche reali ed altrettanto ingannevoli) ma su una “area” molto più esplicativa rispetto a quella del mercato, della merce e delle interconnessioni nella sfera produttiva. Se il pensiero dominante “manda avanti”, a copertura della sua “intimità”, gli elementi economici “sensibili”, la teoria scientifica ha, invece, il dovere di non farsi incantare dalle sirene di questa immediatezza (si pensi a quel marxismo sclerotizzato che pensava, e pensa tuttora, di poter trasformare il piombo in oro con la ri-soluzione matematica di certe corrispondenze tra valori e prezzi di produzione) e di individuare il luogo “non ameno” dove finalmente la notte smette di far apparire bigi tutti i lupi. Questo “luogo” è per noi il conflitto (strategico) generato dal flusso squilibrante della realtà che avvolge le cose umane. Questo è il punto di partenza per la definizione di un paradigma teorico innovativo.

2. Che cos’è, allora, il denaro?  Cosa sono i suoi duplicati finanziari? In quale contesto di vincoli di forza (sociali) si collocano le crisi sistemiche ed economiche passate e presenti? In periodi di scandali bancari e di crisi “permanente” sarebbe opportuno decifrare meglio le funzioni  del denaro (laddove si blatera troppo di neo-mercatismo o di irreversibilità del capitalismo finanziarizzato) e la sua “natura” (variabile nelle epoche storiche), soprattutto, perché gli economisti  accreditati dal potere non hanno mai smesso di pensare le leggi di una specifica formazione sociale come naturali; tanto che in loro resiste persino il mito fondativo di Robinson, il naufrago finito sull’isola deserta, il quale riorganizza la sua esistenza selvaggia nella stessa maniera in cui gestiva la quotidianità nel mondo civilizzato.

Secondo l’economica diffusa, questa trasposizione romanzesca dovrebbe spiegare la spontaneità della mentalità mercantile degli individui  che si riforma da sé in ogni circostanza, mentre, in realtà, certifica esclusivamente i suoi pregiudizi ideologici circa l’interpretazione dei fatti collettivi. La robinsonata, come l’avrebbe chiamata Marx, sta in questo: il personaggio del romanzo di Daniel Defoe non  trova la razionalità strumentale e l’indirizzo logico che guiderà la sua attività,  in quel luogo sperduto, già pronta sugli alberi ma la ricava dai suoi savoir-faire precedenti, acquisiti nel contesto “civilizzato” di provenienza. Se il Robinson, anziché ai primi del 1700, fosse stato scritto in arco medievale, avremmo visto operare ben altra scala di condotte da parte del superstite, non di sicuro la visione del borghese del XVIII secolo; quantunque si debba ammettere che gli esseri umani abbiano repentinamente imparato a calcolare costi e benefici dei loro atti per sopravvivere in un ambiente costantemente ostile. Se Robinson fosse andato disperso con la sua imbarcazione, non in età adulta ma in fasce, in un viaggio compiuto con i suoi genitori, qualora si fosse poi miracolosamente salvato e fosse stato raccolto ed allevato da un gruppo di primati, la narrazione sarebbe totalmente cambiata. Al posto dell’inglese educato ci sarebbe l’uomo-scimmia, un vero animale guidato dal codice della giungla. Come Tarzan di Burroughs.

L’intelligenza di Tarzan, il quale resta, comunque, un rappresentante della razza Sapiens, lo porterà a primeggiare sul branco (intuisce come usare un coltello trovato nella capanna del padre) ma i suoi processi di evoluzione rimarranno lentissimi e difficoltosi, limitatamente a quel che gli occorre per farsi rispettare dalle bestie. Al re della foresta mancava un ”Venerdì”, ovvero tutta quella base di rapporti sociali (anche primitiva) che può essere acquisita in contesto collettivo umano. Ergo accetta l’unico codice animalesco che conosca, al quale, tuttavia, applica la sua superiore capacità intellettiva per primeggiare.

Torniamo ora alle nostre domande iniziali e alle medesime “alchimie” escogitate dagli economisti per spacciare come eterne e naturali istituzioni e abitudini “artificiali”.

Mi è capitato, quando ero studente, di trovare sui manuali universitari frasi come la seguente: “considerata la naturale capacità del denaro di autovalorizzarsi…”. Di naturale non c’è assolutamente niente nel denaro che è un prodotto sociale il cui “valore” dipende dal contesto dei rapporti sociali in cui è utilizzato. Il denaro è mezzo di accumulazione di valore e misura del valore (delle merci), mezzo di pagamento, mezzo di circolazione e di scambio dei prodotti, quando quest’ultimi assumono la forma di merci nella loro generalità, ossia quando sorge il lavoro salariato (venduto come qualsiasi altra merce dai suoi portatori ai detentori dei mezzi produttivi, i quali avevano spossessato dei saperi e delle attrezzature gli artigiani e le corporazioni)  e i beni vengono creati direttamente per essere venduti a terzi. Antecedentemente, nelle società pre-industriali, le cose stavano in maniera differente e, nonostante il denaro esistesse, svolgeva compiti interstiziali e residuali.

Se prendiamo come riferimento l’alto medio-evo, andando alle radici dell’economia europea, benché le monete circolassero, anche nelle contrade più amene, non avevano l’importanza e l’uso corrente. I sovrani ne facevano coniare di bellissime, in lega pregiata, per magnificenza più che utilità. Inoltre, non era tanto il valore nominale che le faceva accettare ma il peso dei materiali. Insomma, in quest’epoca e in altre successive, fino all’avvento della modernità, come scrive Duby, i fenomeni monetari erano meno attinenti alla storia economica che alla storia delle culture e delle strutture politiche. Sarà, pertanto, unicamente con l’affermarsi del sistema capitalistico, storicamente riveniente da peculiari connessioni sociali, che il denaro, in quanto Capitale, acquisterà la “capacità di autovalorizzarsi”.

Scrive La Grassa nel libro che avete in mano:

 

La società capitalistica – in cui tutti gli uomini sono liberi da condizioni di schiavitù o servaggio – si presenta come un grande aggregato di individui che riproducono la loro vita associata, cioè i rapporti che li legano reciprocamente, mediante produzione di beni caratterizzata dalla seguente modalità: ognuno produce beni per altri e gli altri li producono per lui. Ognuno si specializza dunque nella produzione di un dato bene, aumentando perciò l’efficienza produttiva dello stesso; poiché tutti si comportano così, nel complesso si ha un vertiginoso aumento della produzione – dunque della ricchezza, che è una somma di valori d’uso – dell’insieme societario. Questo enorme interscambio – che richiede appunto l’uso del mezzo universale di scambio, il denaro nelle sue varie figure monetarie – è colto dai sensi nel suo aspetto più superficiale, che denota la conquista dei diritti personali (di un individuo libero, né servo né schiavo, ecc.) da parte di tutti i membri della società; ognuno ha da scambiare qualcosa di utile per altri. E ognuno è libero sia di migliorare il bene prodotto per la vendita, sia di aumentarne la produzione, al fine di accrescerne la valutazione complessiva – da parte degli altri – e di potersi dunque procacciare da questi ultimi quantità superiori dei beni da essi prodotti e a lui venduti”.

 

Dunque, in questa architettura di legami sociali, perché il Capitale è, come già detto, un rapporto sociale, la forma dominante di merce dei prodotti implica l’uso generalizzato del denaro e la sua duplicazione (i suoi derivati immateriali), che contribuisce a far emergere un settore specializzato, quello appunto finanziario, dove il denaro compie il “miracolo” di moltiplicarsi da se stesso. Le crisi che si verificano, a fasi  alterne, soprattutto a livello mondiale, dipendono da uno squilibrio dei concatenamenti sociali e dei legami forza, tra formazioni (paesi), o aree di paesi (nonché al loro interno), in quanto questi sono coinvolti in una rete di relazioni mondiali, di tipo politico (la potenza) ed, in subordine, economico (commerci).

Anche se al primo manifestarsi la crisi “si mette” in scena col precipitare degli indici in borsa, con l’arrembaggio speculativo, con i fallimenti bancari, fino al, vero e proprio, blocco dei circuiti mercantili dello scambio, non è in questi elementi che si deve riconoscere la concreta causa della débâcle.  Non è l’immoralità dei broker e quella di spietati faccendieri a mettere a soqquadro la vita sociale, e non è con il ripristino della morigeratezza negli affari che si può ricostituire un clima di migliore prosperità e collaborazione.

Dobbiamo smentire l’attuale vulgata, così di moda negli ambienti economici ed accademici, secondo la quale siamo  entrati in piena fase di finanziarizzazione del capitalismo che per alcuni, i “critici”, rappresenta uno stadio di degenerazione ultima del sistema, per altri, i ”restauratori”, una momentanea fuoriuscita dal solco della normalità.

La crisi indica, quando prolungata ed intensa, la trasformazione degli assetti sociali internazionali, con la riconfigurazione dei centri di sprigionamento della potenza e la costituzione di nuovi punti di snodo geopolitico, lungo tutta l’impalcatura mondiale (multipolarismo). La crisi è destinata a sfociare in molti conflitti, di modulazione diversa (non soltanto ed esclusivamente militare), finché i giocatori in campo non si saranno stabilizzati in poli di concorrenza e conflittualità, tanto manifesta che “retroscenica”, rivolti alla conquista della maggiore preminenza possibile sullo scacchiere planetario (policentrismo). Successivamente a siffatto ulteriore gradino, si dovrebbe pervenire, in tempi mai preventivabili a priori, ad una nuova stagione monocentrica, generalmente meno precaria (si pensi al predominio inglese nell’ottocento e a quello, in coabitazione, nel novecento di USA ed Urss). Quindi, siamo solo al principio di eventi devastanti che cambieranno la morfologia e la consistenza del panorama storico-politico del prossimo  futuro.

Marx ha da dirci ancora qualcosa su simili problematiche, tanto più che i nostri avversari “culturali” sono costretti a ricorrere a teoresi più vetuste e ineffettuali per spiegare fenomeni che sfuggono completamente alla loro comprensione. Recentemente, un giornale liberale ha dovuto rispolverare Bastiat per discutere di denaro (e credito), argomenti sui quali Marx ha illuminato la mente mentre i suoi detrattori, coevi a lui o nostri contemporanei, continuano a brancolare nel buio:

 

“Si comincia col confondere il numerario con i beni, poi si confonde la carta moneta con il numerario, ed è da queste due confusioni che si pretende di individuare una realtà. Occorre assolutamente, nella questione, dimenticare il denaro, la moneta, i biglietti e gli altri strumenti per mezzo dei quali i beni passano di mano, per vedere i prodotti soltanto in se stessi, che sono la vera materia del prestito. Infatti, quando un contadino prende in prestito 50 franchi per comprare un aratro, non sono effettivamente 50 franchi che gli sono prestati, è l’aratro…il denaro non compare che per facilitare l’accordo tra molte parti…infatti nessuno prende a prestito il denaro per il denaro stesso. Si prende a prestito il denaro per arrivare ai prodotti”.

 

Bastiat dimostra qui di ignorare praticamente tutto della società in cui vive. Scrivendo che il denaro non compare che per facilitare l’accordo tra molte parti, con ciò riducendolo a mero segno, nega il rapporto sociale, specificatamente capitalistico, di cui il denaro (nella sua forma capitalistica) è il risultato. Il denaro esiste da millenni ma non assolve, nel tempo, sempre alle stesse funzioni. Il denaro diventa mezzo di accumulazione di valore e misura del valore (delle merci), mezzo di pagamento, mezzo di circolazione e di scambio (a quel determinato livello) dei prodotti, solo quando quest’ultimi assumono la forma di merci nella loro generalità, ossia quando sorge il lavoro salariato (venduto come qualsiasi altra merce dai suoi possessori) e i beni vengono creati direttamente per essere scambiati e non autoconsumati. Nelle società pre-capitalistiche, le cose procedevano diversamente, il denaro esisteva ma i suoi usi erano limitati perché i rapporti sociali non erano “mercificati”.

Marx conosce bene la questione:

 

“Una delle principali deficienze dell’economia politica classica è di non essere mai riuscita a scoprire, attraverso l’analisi della merce e specialmente del valore della merce, la forma del valore che appunto lo rende valore di scambio. Proprio nei suoi rappresentanti migliori, come Smith e Ricardo, essa tratta la forma valore come qualcosa di assolutamente indifferente od estraneo alla natura stessa della merce. La ragione di ciò non è soltanto che l’analisi della grandezza di valore assorbe tutta la sua attenzione; è una ragione più profonda. La forma valore del prodotto del lavoro è la forma più astratta ma anche più generale, del modo di produzione borghese, che ne risulta caratterizzato come un genere particolare di produzione sociale, e quindi anche storicamente definito. Se perciò lo si scambia per la forma naturale eterna della produzione sociale, si trascura necessariamente anche l’elemento specifico della forma valore, quindi della forma merce e, così via procedendo, della forma denaro, della forma capitale ecc. Accade così di trovare in economisti pur concordi nel misurare la grandezza del valore mediante il tempo di lavoro, le più variopinte e contraddittorie idee sul denaro, cioè sulla forma perfetta dell’equivalente generale. Lo si vede in modo lampante, per esempio, nella trattazione del sistema bancario, dove i luoghi comuni per definire il denaro non bastano più. Per reazione, è poi sorto un sistema mercantilistico restaurato (Ganilh ecc.), che vede nel valore soltanto la forma sociale o, meglio, la sua apparenza priva di sostanza. Sia detto una volta per tutte, intendo per economia classica tutta l’economia che, a partire da W. Petty, indaga il nesso interno dei rapporti di produzione borghesi, in contrasto con l’economia volgare che gira a vuoto entro i confini del nesso apparente, rimastica sempre di nuovo il materiale da tempo fornito dall’economia scientifica per rendere plausibilmente comprensibili i cosiddetti fenomeni più grossolani e soddisfare il fabbisogno quotidiano dei borghesi; ma, per il resto, si limita a dare forma pedantesca e sistematica alle concezioni banali e compiaciute degli agenti della produzione borghese sul loro proprio mondo, il migliore dei mondi possibili, proclamandole verità eterne”.

 

Bastiat è appunto uno dei più spassosi rappresentanti di questa confusione che si ricicla nei nostri economisti odierni a corto di idee.

A ragione, afferma La Grassa, nel libro, che:

 

“La distinzione tra denaro e sue figure monetarie, il valore intrinseco che il denaro – e quindi ogni sua rappresentazione in moneta – possiede, completano lo smascheramento dell’inganno sotteso alla forma generale dello scambio, il moto apparente del modo di produzione capitalistico. Fermarsi alla quantità di valore implica la dimenticanza della storicità di quest’ultimo, significa cadere nella credenza della sua “naturalità” e quindi intrascendibilità. Eliminare l’aspetto quantitativo, fare della moneta un puro segno di contabilità, serve a nascondere la diseguaglianza reale sottostante all’eguaglianza formale. Se la scienza è ricerca del movimento reale, celato da quello apparente (anch’esso reale e produttivo di effetti nella sua presentazione “di superficie”) – cioè, ricordando l’esempio di Marx, è lo scoprire che il Sole non gira attorno alla Terra immobile, ma che è la rotazione di quest’ultima a produrre simile sensazione – è impossibile fare a meno del valore intrinseco, della sostanza di valore, della quantità; pur non sganciandola mai, mai isolandola, dalla sua forma di manifestazione, pena la caduta nell’altro errore esiziale: il restare agganciati alla mera empiria, e all’inganno delle apparenze sensoriali, divenendo così incapaci di svelare lo sfruttamento, dunque il dominio legato al controllo reale delle condizioni oggettive della produzione, la quale – già lo sappiamo – è resa possibile dal fatto che, nel contempo, viene riprodotto il rapporto sociale della formazione capitalistica”. Parole chiarissime che significano fare scienza e non chiacchiere. Il valore intrinseco del denaro è per Marx la quantità di “materiale” (oro, argento ecc.) che contiene lavoro astratto (gelatina di lavoro umano indifferenziato, dice Marx) ed “estratto”, mi si consenta il gioco di parole, trattandosi di cioè di minerali da strappare alla terra), come per gli altri beni, il tempo di lavoro utile a produrre la quantità detta. Il prezzo di una merce è dato dall’“unità di moneta che la contrassegna, assommanti ad una certa quantità di quel materiale prodotto che ha acquisito la funzione di equivalente generale nello scambio con ogni altro prodotto divenuto merce”.

 

Il pensatore veneto intende questo valore intrinseco diversamente ed aggiunge un ulteriore tassello alla comprensione del fenomeno trattato perché include elementi che Marx aveva “sottovalutato” o messo da parte, essendosi concentrato sulla sfera produttiva (che non è la mera produzione materiale) per i suoi studi sul capitalismo, mentre La Grassa vi include la disamina dei rapporti sociali (conflittuali) strategici, cioè politici, che innervano ogni ambito umano:

 

“Il denaro non è comprensibile fuori dal campo di energie (Il conflitto strategico interdominanti) entro il quale si sviluppa il capitalismo e si riproducono i suoi rapporti; esso rappresenta in definitiva anche il valore intrinseco del mezzo monetario. Non appunto nel senso della quantità di sostanza (di massa) – com’è il caso dell’oro – ma di quel qualcosa di comunque materiale (perché tale è ogni energia) che impedisce il “comando capitalistico”, la “manovra monetaria” a piacimento per conseguire gli scopi fissati e perseguiti.

Quello che denomino valore intrinseco è in definitiva il campo di energie creato dal conflitto strategico, all’interno del quale si vanno “coagulando”, “condensando”, determinati “corpi”: le imprese, ad esempio, nella sfera economica; gli apparati politici e istituzionali, più o meno compatti e costituiti da organizzazioni formali o informali, in quella politica; e via dicendo. Ancora una volta, l’apparenza (reale, con i suoi effetti di superficie) ci suggerisce che sono questi “corpi” a precedere le azioni strategiche conflittuali; mentre invece essi sono solo mezzo, strumento, del conflitto per la supremazia combattuto tra gruppi di dominanti, che si formano e si disfano ricomponendosi in altri schieramenti, si alleano e poi si combattono, in fasi differenti (e di lunghezza variabile) della formazione capitalistica. Il moto apparente – tipo quello del Sole che gira intorno alla Terra – ci suggerisce che prima si formano i “corpi” in questione (apparati vari) e poi da questi promana il conflitto. Per cui, basterebbe pensare a loro forme di costituzione e organizzazione differenti rispetto a quelle oggi in voga e sarebbe possibile far fiorire la pretesa “naturale bontà” dell’Uomo, il suo desiderio di pace e tranquillità, di benessere fondato sul riconoscimento della comune esigenza di cooperare a fini collettivi. Da millenni vi sono queste “prediche”; perché quest’Uomo non si rassegni a seguirle, qualcuno non lo capisce proprio mentre altri sono spudorati falsificatori della realtà”.

3. La revisione lagrassiana del pensiero di Marx consente, dunque, quello che in filosofia viene chiamato “riorientamento gestaltico”. E’ tutta la prospettiva sul capitalismo, così come ce l’ha indicata Marx, che cambia.

Per Marx il fulcro dell’analisi è il processo lavorativo con la sua sede nell’opificio industriale. Non dispone nemmeno del concetto di impresa, intesa come organismo complesso con i suoi comparti (strategici) interni. Ogni impresa, infatti, è un piccolo governo che si serve di apparati diplomatici, intelligence e polizia. E’essa stessa composta di “mercato” , fatta della stessa sostanza di questo, per cui non si limita a subire le leggi commerciali, visibili ed invisibili.

Marx prende in considerazione soltanto il dirigente di fabbrica che inizialmente coincide con il proprietario della stessa ma poi, con l’affermarsi delle corporazioni azionarie, diventa un lavoratore salariato (anche se di alto rango) a tutti gli effetti, esperto di processi produttivi ma senza possedere gli strumenti che usa. Costui entra a far parte della classe dei “produttori associati”, insieme ai giornalieri, e si schiera contro il capitalista speculatore, aduso esclusivamente ai giochi speculativi. L’interpretazione marxiana del processo evolutivo capitalistico, che avrebbe dovuto sfociare nel comunismo, si ferma a questi esiti smentiti dalla storia. Al presente testo è associato un dischetto intitolato “Dieci discussioni  su Marx” dove La Grassa coerentizza il modello teorico del pensatore tedesco, affinché si capisca che quello da lui detto, in un’altra epoca storica, aveva un certo senso ma non ha più molto a che fare con la società dei funzionari (privati) del Capitale in cui viviamo adesso. Occorre un’altra scienza per i nostri tempi.

Marx era uno scienziato, nel senso pieno del termine. Chi lo trasforma nel profeta di un comunismo messianico, oramai impossibile a concretarsi secondo i “canoni” della sua stessa teoria, è nemico dei “sottomessi” che afferma di voler emancipare. La scienza era per lui la strada da intraprendere e solo ponendosi sul medesimo percorso si onorano i suoi sforzi analitici e i suoi lasciti.

Egli rifuggiva le spiegazioni consolatorie tanto in auge ai nostri giorni in cui proliferano gli adulatori degli sfruttati, imbroglioni a tutti gli effetti che pensano unicamente alla propria carriera.

Le varie teorie, anche se superate, non si buttano nel cestino dei rifiuti ma nemmeno si possono considerare eterne in ogni parola. Le teorie stantie degenerano in eclettismo e sterilità di idee, diceva Althusser. Ecco perché vediamo fiorire romanticismi e moralismi di ogni genere sui quali prosperano le peggiori classi dominanti (col loro codazzo di intellettuali imbonitori) travestite da soccorritrici dei migranti, dei diversi, delle minoranze, ecc. ecc. Marx non indulgeva ai sentimentalismi e appariva persino cinico quando il cuore prendeva il sopravvento sulla testa. Riporto qui dei passi dalle Teorie sul Plusvalore, che mi sembrano adeguati a far capire quanto Marx reclamasse un’assoluta mancanza di riguardo “umanitaria” quando si trattava di fare scienza, in disprezzo a tutti quelli che, coi loro piagnucolamenti sociali, anche se in buona fede, finiscono per rendere la realtà sociale ancora più opaca di quella che è:

 

“Giustamente, per il suo tempo, Ricardo considera il modo di produzione capitalistico come il più vantaggioso per la produzione in generale, come il più vantaggioso per la produzione di ricchezza. Egli vuole la produzione per la produzione, e questo a ragione. Se si volesse sostenere, come hanno fatto degli avversari sentimentali di Ricardo, che la produzione in quanto tale non è il fine, si dimenticherebbe allora che produzione per la produzione non vuol dire altro che sviluppo delle forze produttive umane, quindi sviluppo della ricchezza della natura umana come fine a sé. Se si contrappone a questo fine, come Sismondi, il bene dei singoli, allora si afferma che lo sviluppo della specie deve essere impedito per assicurare il bene dei singoli e che quindi, per esempio, non dovrebbe essere fatta nessuna guerra in cui i singoli in ogni caso si rovinano (Sismondi ha ragione solo rispetto agli economisti che nascondono, negano questa antitesi). Non si comprende che questo sviluppo delle capacità della specie uomo, benché si compia dapprima a spese del maggior numero di individui e di tutte le classi umane, spezza infine questo antagonismo e coincide con lo sviluppo del singolo individuo, che quindi il più alto sviluppo dell’individualità viene ottenuto solo attraverso un processo storico nel quale gli individui vengono sacrificati, astrazion fatta dalla sterilità di tali considerazioni edificanti, giacchè i vantaggi della specie nel regno umano, come in quello animale o vegetale, si ottengono sempre a spese dei vantaggi degli individui, poiché questi vantaggi della specie coincidono con i vantaggi di particolari individui che in pari tempo costituiscono la forza di questi privilegiati. La mancanza di riguardo di Ricardo era dunque solo scientificamente onesta, ma scientificamente necessaria per il suo punto di vista. Ma perciò gli è anche del tutto indifferente se lo sviluppo delle forze produttive uccida la proprietà fondiaria o gli operai. Se questo progresso svalorizza il capitale della borghesia industriale, questo gli è altrettanto gradito. Che importa, dice Ricardo, se lo sviluppo della forza produttiva del lavoro svalorizza della metà il capital fixe esistente? La produttività del lavoro umano si è raddoppiata. Qui vi è dunque dell’onestà scientifica. Se la concezione di Ricardo è, nel complesso nell’interesse della borghesia industriale, lo è solo perché e in quanto l’interesse di questa coincide con quello della produzione o dello sviluppo produttivo del lavoro umano. Quando quello entra in conflitto con questo, egli è altrettanto privo di riguardi verso la borghesia, come del resto lo è verso il proletariato e l’aristocrazia. Ma Malthus! Ce Misérable trae dalle premesse scientificamente date (e da lui sempre rubate) solo conclusioni tali che siano “gradevoli” (siano utili) all’aristocrazia contro la borghesia e a entrambe contro il proletariato. Egli perciò non vuole la produzione per la produzione, ma solo in quanto essa conserva o rigonfia l’esistente, in quanto conviene al tornaconto delle classi dominanti. Ma un uomo che cerca di accomodare la scienza (per quanto errata possa essere), a un punto di vista non mutuato dai suoi stessi interessi ma da interessi mutuati da fuori, a essa estranei, esterni, io lo chiamo “volgare”. Non è volgare da parte di Ricardo mettere i proletari sullo stesso piano del macchinario o della bestia da soma o della merce, perché (dal suo punto di vista) la “produzione” esige che essi siano solo macchinario o bestia da soma, o perché in effetti nella produzione borghese i proletari sono solo merci. Ciò è stoico, obiettivo, scientifico. Nella misura in cui ciò può avvenire senza peccato contro la sua scienza, Ricardo è sempre un filantropo, come lo era anche nella prassi.  Il prete Malthus invece abbassa gli operai a bestie da soma a causa della produzione, li condanna alla morte per fame e per celibato. Quando le medesime esigenze della produzione riducono al landlord la sua “rendita” o minacciano le “decime” della Established Church o l’interesse dei “divoratori d’imposte” o anche sacrificano la parte della borghesia industriale il cui interesse ostacola il progresso alla parte della borghesia che rappresenta il progresso della produzione – in tutti questi casi il “prete” Malthus non sacrifica l’interesse particolare alla produzione, ma cerca, per quanto sta in lui, di sacrificare le esigenze della produzione all’interesse particolare delle classi o frazioni di classi dominanti esistenti. E a questo scopo falsifica le sue conclusioni scientifiche. Questa è la sua volgarità scientifica, il suo peccato contro la scienza, a prescindere dalla sua impudente e meccanica attività di plagiaro. Le conclusioni scientifiche di Malthus sono “piene di riguardo” verso le classi dominanti in generale verso gli elementi reazionari di queste classi in particular, egli cioè falsifica la scienza per questi interessi. Esse sono invece senza riguardi quando si tratta delle classi soggiogate. Non solo è senza riguardi. Egli affetta una mancanza di riguardo, si compiace cinicamente, ed esagera le conclusioni nella misura in cui si rivolgono contro i misérables, anche oltre la misura che dal suo punto di vista darebbe scientificamente giustificata”.

 

Questo era Marx e di questo suo approccio scientifico raccogliamo l’eredità, senza alcun riguardo per i lamentosi i quali sognano un mondo “migliore” da far schifo, in cui lo stile del “profugo” (o dei rivendicatori di diritti inutili), sia di tutti, eccetto di quelli che lo auspicano alloggiando al quartiere il Parioli. La Grassa, in questo senso, è il più ortodosso dei marxisti. Il suo “modo di superamento” del marxismo avviene nell’ambito di uno spirito scientifico inflessibile, con un temperamento intellettuale esigente che non è mai del volgare ideologo, di colui che è interessato alla sua fama più che alla fame (anche di conoscenza) altrui. Infatti, il Nostro riceve insegretimento, come lo chiama Schopenhauer, perché afferma cose teoricamente molto scomode per i circoli dominanti e i “circhi” intellettuali dei dominati, presi d’assalto da parolai senza pudore.

Marx è artefice di un primo disvelamento determinante, quello attinente al movimento apparente sul mercato, dove gli ”scambisti” sono fittiziamente tutti eguali. In verità, il luccichio della merce obnubila “il carattere generale della riproduzione dei rapporti” in una società divisa tra chi ha i capitali (ed è dominante) e chi ha solo da vendere la propria capacità lavorativa ( ed è sottostante). Ciò non basta però a svelare tutta la sostanza sociale del capitalismo o di ciò che ha preso il suo posto. E’ necessario un secondo disvelamento su cui appunto si cimenta La Grassa con uno spostamento dell’attenzione “verso l’altro livello o luogo dell’“inganno” ideologico, dove si sviluppa il conflitto tra gruppi di agenti strategici per la supremazia”.

Dialogo sul conflitto. Recensione a cura di Gianni Petrosillo

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DIALOGO SUL CONFLITTO

Dialogo sul Conflitto. Editoriale scientifica Napoli, € 10,00. Orazio Gnerre e Gianfranco La Grassa.
Si tratta di un testo che affronta, in forma dialogica, i grandi temi del nostro tempo, all’imbocco di decisive trasformazioni storiche e sociali, nel periodo del relativo decadimento americano e della riemersione sulla scena mondiale di vecchie e nuove potenze concorrenti del citato superegemone d’oltreatlantico.
Il conflitto è esso stesso una forma di dialogo portato alle sue estreme conseguenze (in quanto accostamento e contrapposizione tra idee diverse e piani d’azione che vogliono essere esclusivi), un modo di confrontarsi affrontandosi che sfocia in cointeressenze o in acerrimi antagonismi tra le parti in causa. Attraverso il/i conflitto/i si stabiliscono, soprattutto se spingiamo il ragionamento al livello dei vertici apicali dei Paesi, dove operano gli agenti strategici, le configurazioni (con nascita di alleanze o approfondimento di inimicizie tra attori) della corsa alla supremazia. Il conflitto innerva le cose umane e crea le masse d’urto per le “battaglie” dalle quali, infine, escono vincitori e sconfitti, con conseguente riparametrazione dei rapporti di forza i quali, tuttavia, non si danno una volta per tutte col medesimo settaggio. La Storia non muore mai perché lo squilibrio incessante del “reale” è il suo motore. Ciò che si conferma “oggi” viene contraddetto ”domani”, in virtù di spinte oggettive squilibranti, indipendenti dalla volontà dei soggetti agenti (e agiti da detto flusso squilibrante che conduce all’urto inevitabile). Gli imperi declinano, per quanto strapotenti possano apparire, e altri scenari si aprono sul mondo.
Qualche giorno fa è stato lo stesso a Trump, a proposito della conquista dello spazio, a chiarire come funzionano determinati discorsi. Il Presidente americano ha dichiarato di essere interessato allo spazio per vincere una eventuale “guerra interstellare”. Non la presenza nello spazio ma l’egemonia dello spazio è il suo obiettivo. Detto chiaro e tondo e senza troppi infingimenti.
Proprio la formazione sociale americana ha imposto il suo modello politico-sociale-economico-culturale al mondo, ottenendo una superiorità che però inizia a dare piccoli segni di cedimento. Il capitalismo americano (o società dei funzionari privati del Capitale, come la chiama La Grassa) ha superato quello inglese, di matrice ottocentesca, ed ha eliminato altri concorrenti portatori di differenti rapporti sociali, come il sistema sovietico, affermandosi su gran parte della scacchiera planetaria. Il capitalismo statunitense è, dunque, alquanto differente da quello borghese europeo e ciò ha rimesso in questione molte delle nostre interpretazioni sui gruppi sociali e sui conflitti principali operanti in detto “modo di riproduzione”. Non più la proprietà o meno dei mezzi di produzione è il discrimine essenziale (come lo era per Marx che da ciò faceva discendere la separazione di classe che alimentava la massima contraddizione sistemica) ma la gestione delle strategie per il predominio in ogni ambito sociale. Con questo spostamento il conflitto Capitale/Lavoro viene derubricato a fattore non rivoluzionario ma organico del sistema, attinente agli aspetti distributivi della ricchezza prodotta socialmente. Del resto, nella società americana, i manager ricercano il profitto, da fornire agli azionisti, ma svolgono un ruolo più ampio, sono soprattutto strateghi di un “reparto” di classe dominante in perenne lotta con altre “divisioni” della stessa classe superiore per la prevalenza, pur non detenendo la proprietà dei mezzi di lavoro. Per quest’ultimo scopo, in alcune circostanze, possono anche sacrificare i guadagni laddove una perdita immediata permetta un successo futuro maggiore. Questo contraddice la previsione marxiana dalla quale risultava che il personale di alto livello della produzione si sarebbe integrato alla manovalanza per dar vita al General Intellect, la classe intermodale di passaggio dal capitalismo al socialismo (e poi comunismo), contrapposto ai rentier finanziari ormai dediti alle mere speculazioni in borsa e avulsi dalla vita produttiva.
Per questo si ha ora bisogno di altre teorie per interpretare l’epoca in corso. Il pensiero strategico deve divenire la nostra fonte se vogliamo comprendere il passaggio dal capitalismo borghese a quello dei funzionari del Capitale. Ed è tanto più importante perché lo scontro tra Paesi, in questa fase multipolare, annuncia mutamenti radicali negli assetti globali che potrebbero determinare sconvolgimenti di non poco conto. E’ bene ricordare, inoltre, che le grandi rivoluzioni sono sempre avvenute in fasi in cui le potenze sono entrate in guerra tra loro, nei cosiddetti anelli deboli della catena imperialistica, per usare un termine del tutto vetusto (meglio parlare di policentrismo). Certamente, adesso non si tratterebbe più di realizzare l’idea socialista, ormai definitivamente superata, ma almeno di spazzare via quei gruppi di potere assolutamente deleteri, asserviti all’occupazione straniera, nonché proporre piani d’indipendenza e di autonomia favorevoli alla nazione in cui si vive, senza cascare, come scrive La Grassa, in un nazionalismo d’antan altrettanto inutile e becero. In tal senso, abbiamo anche bisogno di una diversa analisi della società che individui i settori disponibili (nei ceti medi e in quelli medio-bassi) a formare un blocco sociale autonomistico, tenendo conto del malcontento e delle insicurezze, aumentati esponenzialmente negli ultimi decenni.
Si riscontrano, indubitabilmente, delle fratture nel Paese ancora predominante che si sente insidiato nel primato da Russia e Cina. L’elezione di Trump è indicativa di un cambio di passo voluto da quella parte di America consapevole di dover rivedere la sua azione strategica per preservare la primazia. L’altra fazione, quella uscita sconfitta dalle elezioni, crede di poter andare oltre le difficoltà con i soliti metodi dimostrando scarsa percezione degli sviluppi globali. L’approfondimento di detta diatriba potrebbe accelerare l’ingresso nel policentrismo ma occorre che gli sfidanti degli Usa si preparino adeguatamente agli eventi proseguendo sulla strada del rafforzamento della potenza, sacrificando alcune libertà e concessioni civili. Pazienza per le critiche che pioveranno loro addosso dai sedicenti democratici occidentali, tutti (poco) stranamente servi degli Usa.
Lo stesso compito di preparazione tocca agli studiosi dei fenomeni politici che vogliano essere di supporto a quelli (le avanguardie svincolate dalle antiche sudditanze) in grado di assumere su di sé l’incarico storico di dare un destino positivo ai propri Stati in un momento di sicure trasformazioni. Occorre fornire interpretazioni corrette sulla dinamica capitalistica globale, sui suoi aspetti centrali e dirimenti che non sono sicuramente le sciocchezze sulla preponderanza della finanza senza patria e senza cuore. Abbiamo i nostri territori disseminati di basi americane dalla fine della II Guerra mondiale ma gli intellettuali da quattro soldi (o 30 denari?) blaterano di finanzcapitalismo o di altre teorie straccione sull’alienazione umana o, peggio mi sento, il cataclisma ambientale. Dobbiamo concentrarci su cose molte più serie, come il conflitto (in orizzontale), attualmente ancora in sordina ma che diventerà via via più fragoroso, tra formazioni particolari e aree di paesi, e processi di scissione (in verticale) tra strati sociali nei diversi contesti nazionali in ribollimento. La teoria del conflitto strategico è senz’altro un passo in avanti in questa ricerca, da completare e perfezionare, per comprendere quello che ci aspetta nei prossimi anni.

LA PRATICA E’ IMPORTANTE, RIFLETTERE LO E’ DI PIU’, di GLG

gianfranco

Non esiste detto più sciocco e di fatto falso di quello che afferma: “val più la pratica della grammatica”. E’ in fondo la bandiera degli ignoranti. La “pratica” della nostra lingua, ad es., è aberrante da parte di italiani che appunto non sanno nulla (o assai poco) di grammatica. E quelli che acquisiscono la semplice “cittadinanza” italiana (una mera questione giuridica, priva di qualsiasi connotato culturale e di tradizione del nostro paese) parlano una lingua rabberciata che fa aggricciare la pelle (almeno la mia); e non conoscono minimamente la nostra storia, come purtroppo anche una grossa quota di nostri autentici cittadini.

A volte si dice che si agisce irriflessivamente, in molti casi si parla di reazioni istintive o d’intuito. Si vuol semplicemente significare che si reagisce – e a volte si è costretti a farlo per l’improvviso sorgere di un pericolo cui occorre sfuggire con immediata decisione – in base ad una rappresentazione della realtà, cui si deve far fronte, presa all’istante; ed infatti capita che ci si sbagli e si soccomba a causa dell’evento imprevisto. Nessuno però, nemmeno gli animali (perfino i più “primitivi”), compie un qualsiasi atto senza che vi sia stata, sia pure nel lampo d’un secondo, la raffigurazione di quel “reale” in cui ci si sta muovendo. Anche quando, nel corso di un duello, si sostiene che uno dei due in tenzone “anticipa” la mossa dell’altro, si è fortemente imprecisi; in effetti, l’“anticipatore” ha colto la mossa altrui in una infinitesimale frazione di tempo.

La “visione” della realtà (invero “costruita” mentalmente) e la riflessione su di essa, per quanto breve, precede sempre l’azione. E la riflessione ha pur sempre “una grammatica”; anche gli animali, ne sono convinto, ne possiedono una, certamente assai elementare rispetto alla nostra. L’essere umano, dotato di quella attività cerebrale denominata “ragione”, pone in atto pratiche particolarmente complesse e articolate. E allora procediamo con un esempio.

 

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Il leone insegue la gazzella, tutto sommato solo per mangiarsela, perché ha fame e ha bisogno di nutrirsi. Non vi è nulla di malvagio né vi è smania di potere nel territorio di cui il leone viene detto, ma dagli uomini, Re. Lui non lo sa e non gli interessa essere un Re. Deve solo alimentarsi e semmai dar sostentamento pure alla leonessa (che svolge però la sua parte di cacciatrice) e ai leoncini. Non è tuttavia questo che m’interessa sottolineare di questo povero animale, ucciso per farsene trofeo con ben poco merito da animali effettivamente crudeli e privi di ogni impellente bisogno di nutrimento. La gazzella tenta di sfuggire all’inseguimento con brusche, improvvise e continue inversioni di rotta. Il leone è veloce ma lo è pure lei. Chi la bracca si adegua a questi rapidi cambiamenti di percorso e segue dunque lo stesso zig zag della preda. Può capitare, e accade anzi spesso (sembra una buona metà delle volte e perfino di più) che si stanchi prima di quest’ultima, che non riesca ad agguantarla; in tal caso l’animale più debole scansa la sua brutta sorte, resta vivo e riprende il suo tran tran.

Immaginiamo adesso che il leone venga dotato di ragione; non semplicemente per scrivere e parlare a vanvera in internet e nei telefonini, ma proprio per fermarsi e riflettere su quali nuove decisioni potrebbe prendere per conseguire il suo scopo. Insomma, egli non segue più lo schema stimolo/risposta, appunto tipico dell’inseguimento leonesco della gazzella, cioè peculiare dell’animale che non ha vero pensiero, non ha la ragione. Adesso ne è invece dotato. Occorre pur sempre che vi sia un leone in corsa dietro alla preda senza darle requie. Sia per stancarla (anche se si stanca pure lui), ma soprattutto per obbligarla a tutte quelle inversioni di rotta. Quel leone ha però adesso la possibilità di chiedere l’intervento di un suo compagno, che se ne sta invece fermo, dotato degli strumenti adeguati a seguire le varie fasi dell’inseguimento. Egli cercherà di capire se la gazzella si muove veramente in modo del tutto caotico oppure se, pur inconsciamente, segue un certo schema nel suo scappare. Cerca quindi di studiare la frequenza temporale dei suoi zig zag, il loro alternarsi a destra e sinistra e con quale irregolarità (che magari ha una sua regolarità), con quale angolazione vengono effettuati, ecc.

Alla fine, almeno in molti casi, riesce a ricostruire un certo percorso; non certo quelle reale, solo costruito idealmente, teoricamente. Quindi la teoria non riproduce affatto la realtà, ma l’interpreta tramite costruzione pensata; non si tratterà proprio di una linea retta, vi saranno pur sempre determinate curve, ma la traiettoria tracciata sarà comunque nettamente più breve di quella seguita effettivamente dalla gazzella, che il leone cacciatore (quello dedito alla “pratica”) sta inseguendo assiduamente. Tale traiettoria “costruita” presume che in un dato tempo, calcolato con la maggiore approssimazione possibile, il leone possa infine incocciare nella sua preda per atterrarla o almeno affibbiarle qualche bella artigliata cosicché essa, ferita e perdendo sangue, perda presto le sue energie e non possa più sfuggire al suo triste destino. E’ ovvio, però, che è indispensabile trasmettere al leone in corsa le informazioni e ordini necessari ad abbandonare il suo zig zag e a seguire quel dato percorso più breve perché assai meno curvilineo. Bisogna dunque costruire pure delle opportune reti di comunicazione tra i due leoni, reti che trasmettano quanto necessario sempre più velocemente, meglio se istantaneamente; altrimenti il lavoro del leone “pensante”, con tutti i suoi precisi calcoli, diverrebbe puramente inutile.

In determinate contingenze storiche, la gazzella è il potere, quando ormai è sclerotizzato e sempre più aborrito dal “popolo” o almeno da una sua parte attiva e grintosa. Il leone inseguitore può ben essere questa parte, irosa e anelante essenziali cambiamenti, che ha deciso di ribellarsi o comunque di manifestare sempre più energicamente il suo vivo malcontento. La ribellione di questa parte di popolazione (le “masse” fortemente insoddisfatte del potere esistente) è però simile a quello del leone non assistito dal pensiero razionale e che procede “a zig zag”, esaurendo così le proprie energie di rivolta e rischiando perciò un grave flop con tutte le conseguenze del caso: schiacciamento della ribellione e ampi massacri. E’ del tutto indispensabile il secondo leone capace di riflessione per studiare le mosse della gazzella e individuare il “percorso” meno faticoso e complesso per agguantarla ed eliminarla. Tuttavia l’esempio non sarebbe completo se non si ricordasse che pure la “specie” gazzella ha ricevuto il dono della ragione. Quindi quella in fuga è pur essa assistita da un’altra che pensa e riflette e dunque osserva le mosse del leone inseguitore per rilevarne eventuali punti deboli, alcuni piccoli ritardi di reazione allo zigzagare della fuggitiva, la maggiore o minore robustezza delle sue zampe nelle virate, ecc. E’ dunque ancora più evidente la necessità che il leone in movimento (le “masse”) abbia alle spalle il “leone pensante”, valutatore delle mosse della gazzella e anche ben conscio dell’esistenza dell’altra gazzella di sostegno e di ciò che essa può escogitare per difendere la sua compagna in fuga. Il “leone pensante” è in questo caso la cosiddetta “avanguardia”, in senso più proprio l’élite che deve dirigere le masse affinché esse conseguano l’obiettivo: afferrare la preda, cioè prendere il potere, togliendolo alla fuggitiva e rendendo vani i tentativi di difesa escogitati dalla sua gazzella d’appoggio

 

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L’animale dotato di pensiero ragionante è l’uomo; e una delle specie è la nostra, quella dell’homo sapiens. Decine e centinaia di migliaia d’anni fa ve n’erano cinque, fra cui quella ben nota di Neanderthal, quella che a lungo ha dominato nella zona europea (la specie sapiens è arrivata dall’Africa) e il cui ultimo rifugio, circa 50.000 anni or sono, fu la Rocca di Gibilterra. Alla fin fine è rimasta solo la nostra specie che, ne sono convinto, ha eliminato le altre e in particolare quella appena citata. In ogni caso, l’uomo non ha come finalità suprema il semplice mangiare; mentre troppo spesso, credo con una certa superficialità e non conoscenza adeguata, crediamo sia invece così per gli altri animali (oggi si comincia a porre in luce che perfino i vegetali hanno determinate forme di “sensibilità”). Dobbiamo evidentemente mangiare per vivere, ma non usiamo il nostro pensiero (raziocinante) soltanto, e nemmeno principalmente, per procacciarcelo. In genere abbiamo altre finalità “supreme”. Sarebbe possibile dire – ma sempre con una certa approssimazione – che, in ultima analisi, inseguiamo un qualche tipo di potere; in particolare, ci preme conquistare una posizione di preminenza in differenti ambiti, laddove ognuno degli individui appartenenti a quella determinata società (forma strutturale dei rapporti sociali) esercita la sua specifica attività. Il potere è il predominio o, se vogliamo dirla in altro modo, l’attribuisce a qualcuno rispetto agli altri (sugli altri). Il modello dell’azione umana è in effetti meno simile a quello del leone che insegue la preda: più spesso sembra la lotta tra due (o anzi più) animali della stessa specie per assumere il comando nel “branco” cui appartiene.

Nella teoria marxista tradizionale – in questo seguendo Marx – il “mangiare la preda” è fondamentalmente il produrre i beni secondo date modalità (tecniche e d’organizzazione). La specie umana ha creato continuamente nuove strumentazioni e forme organizzative per potenziare le sue capacità produttive; dunque non soltanto per ottenere una sempre maggiore quantità di oggetti più direttamente indispensabili alla vita in quella data società, ma per approntare pure strumenti capaci di accrescere la produttività della sua attività lavorativa. E si è pure impegnata nel crescente accumulo di conoscenze che hanno ulteriormente aumentato e via via diversificato la produzione dei beni. L’ampliarsi delle conoscenze ha richiesto l’allestimento e continuo miglioramento delle organizzazioni a ciò addette; e tali organizzazioni hanno a loro volta necessità di nuove strumentazioni per migliorare la loro efficienza, e così via. Non può sussistere nessuno dei fenomeni appena considerati se la stessa società non si viene strutturando in base ad appropriati rapporti fra gli individui che la compongono; e gli individui non sanno esistere in società se non riunendosi in gruppi “funzionali”, tra i quali si vanno creando forme differenti di relazioni, ora di collaborazione ora di conflitto.

Arrivati a questo punto, il mangiare (e dunque anche il produrre dell’uomo primitivo, alle sue origini) si allontana sempre più dal suo essere lo scopo per eccellenza. Certamente non si può non produrre. Tuttavia, appare limitativo quando Marx scrisse a Kugelman (luglio 1868): “Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane, ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa”. Bisogna però anche ricordare il contesto in cui la frase fu scritta: Marx stava spiegando al destinatario la sua teoria del valore di un bene in quanto tempo di lavoro speso per produrlo, in questo seguendo l’impostazione dei “classici” (anche se poi il problema del plusvalore è un suo contributo del tutto originale e decisivo per la lotta dei lavoratori contro il capitalismo). In ogni caso, appena il bambino esce dalla sua infanzia apprende pure che non è in grado di fare gran che se non accresce le sue conoscenze in fatto di produzione e se non si mette nelle condizioni indispensabili a perseguire tale scopo. Poi si accorge della necessità di porsi in relazione con altri “bambini cresciuti”; e simili relazioni implicano sia una collaborazione sia una competizione più o meno acuta fino all’aperto scontro e alla sottomissione (e perfino soppressione) degli avversari. Si creano così gruppi sociali più o meno coesi, con mutevoli forme di rapporto fra loro. Diventano allora fondamentali quelle che sono definite da Marx “sovrastrutture”: l’organizzazione politica, l’elaborazione di ideologie varie in ambiti sempre più numerosi, la trasmissione dei saperi acquisiti e accumulati, ecc.

In tutto questo processo ci si trascina dietro logicamente le due finalità d’origine: mangiare (che nell’uomo significa ormai produrre) e assumere la guida del branco, cioè avere il potere di comando nelle varie organizzazioni e strutture politiche e ideologiche. Nella specie umana, queste due finalità non possono mai più essere conseguite riducendo all’osso le modalità della loro sempre più complessa articolazione, che continua a differenziarsi, acquisisce nuove energie e vitalità; e poi progressivamente sfiorisce, si sclerotizza, diventa un ostacolo e deve essere modificata più o meno radicalmente con azioni spesso violente. Quelle che vengono definite sovrastrutture non possono certo essere pensate come qualcosa posto al semplice servizio delle due suddette finalità (che si pretende siano quella primarie perché primigenie); la loro complicatezza diventa tale da divenire essa stessa una finalità. Il pensiero si concentra su di esse e la loro adeguatezza o meno non si misura solo in base ai loro scopi originari. Sì, “in ultima analisi”, questi continuano a sussistere; ma molto “in ultima”. Guai se il pensiero si ponesse nel semplice percorso che arriva soltanto a riflettere su come meglio produrre e su come meglio assumere la supremazia nel “branco”.  Bisogna  allontanarsi da questi due scopi elementari, non dimenticarli ma essere coscienti della loro limitatezza; e allora si produrranno le vere “novità” del vivere umano, comprese quelle più idonee al conseguimento delle finalità “primitive”.

Il leone pensante, posto a supporto di quello “pratico” in caccia, non deve essere un mero “tecnico” che studia il percorso migliore per abbreviarlo e ridurre il tempo di percorrenza atto ad arrivare alla preda. Deve sdoppiarsi, in definitiva chiamare in causa un terzo leone, abituato a riflettere sui motivi per cui è indispensabile costruire una “realtà” diversa dal reale percorso seguito dalla gazzella in fuga che, a sua volta, ne ha un’altra tesa a conservare non solo la sopravvivenza della sua “assistita”, ma a cercare di dimostrare come in definitiva la sua “specie” (il suo “gruppo di potere”) sia in grado di non farsi sopraffare dall’altra “specie” (tesa alla conquista del potere in questione). Solo che questo terzo leone deve ben concentrarsi, come suo obiettivo specifico, sul perché la realtà (proprio quella effettiva) della gazzella fuggitiva non è da considerarsi la “realtà” più essenziale da conoscere se si vuol raggiungere il risultato perseguito. Vi è appunto una diversa “realtà”, non reale nei suoi termini troppo semplicistici, la cui “costruzione” – via ipotesi poi soggetta senza dubbio alla prova della “pratica” – può consentire l’ottenimento del successo finale. Non ci si deve mai scordare che non si tratta della realtà (reale, effettiva); quindi nemmeno bisogna “innamorarsi perdutamente” della “realtà costruita”, altrimenti si rischia di andare incontro ad un fallimento se la gazzella pensante induce quella in fuga a mutamenti di percorso in grado di porla in salvo.

Insomma, spero ci si sia grosso modo capiti al di là di leoni e gazzelle.

 

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Dobbiamo adesso abbandonare definitivamente l’esempio condotto utilizzando il comportamento animale per concentrarci esclusivamente su quello umano. Non si può comunque parlare di tale argomento in modo troppo generale; bisogna invece riferirsi a varie teorie che cercano di spiegare l’umano in ciò che ha di più specifico: i rapporti intercorrenti tra i diversi appartenenti a tale specie animale, rapporti che, essendo assistiti dal pensiero e dall’azione sorretta appunto da una data impostazione teorica (la “pratica” deve basarsi su una “grammatica”), si strutturano secondo particolari modalità di carattere evolutivo, mutevole (storico). Personalmente mi sono formato nell’ambito della teoria marxista i cui postulati fondamentali – quelli da cui si parte per una corretta costruzione di un dato complesso teorico – sono stati appunto posti da Karl Marx. Come già ricordato, egli dette importanza primaria, e fondante tutto il rimanente, alla sfera produttiva, più precisamente ai RAPPORTI SOCIALI DI PRODUZIONE.

Non ci si faccia ingannare, come una gran parte dei marxisti, dal cosiddetto primato delle forze produttive, in quanto mobili e dinamiche e supposte quindi quale causa ultima del mutare dei suddetti rapporti di produzione. Certamente Marx scrive (“Miseria della filosofia”): “Impadronendosi di nuove forze produttive, gli uomini cambiano il loro modo di produzione e, cambiando il modo di produzione, la maniera di guadagnarsi la vita, cambiano tutti i rapporti sociali. Il mulino a braccia vi darà la società con il signore feudale, e il mulino a vapore la società col capitalista industriale”. Però subito dopo afferma: “Le macchine non sono una categoria economica più di quanto lo sia il bue che trascina l’aratro. Le macchine non sono che una forza produttiva. La fabbrica moderna, che si basa sull’applicazione delle macchine, è un rapporto sociale di produzione”.

A mio avviso è ben più significativo tale rapporto. Esso, nella sua forma capitalistica, si è formato durante il periodo della manifattura, che è ben antecedente la scoperta e il diffondersi delle macchine. In primo luogo si è affermata la cosiddetta “accumulazione originaria”, che non è semplice accumulo di beni prodotti e di strumentazione per ottenerli in misura crescente. Si verifica in varie guise – ad es. in Inghilterra la diffusione del pascolo (all’inizio per rifornire di lana la produzione di tessuti in Olanda) con recinzione delle terre  ed espulsione di masse di contadini che, in un primo tempo, alimentano il vagabondaggio poi soggetto per legge ad una regolamentazione – il progressivo aumento dei lavoratori salariati, sempre più liberi da ogni vincolo servile ma privi dei mezzi di produzione e quindi costretti per vivere a vendere (come merce) la propria forza lavorativa ai proprietari degli stessi (i capitalisti). Dalla competizione di questi manifattori, ormai in un clima produttivo appunto capitalistico, si ha non semplicemente l’iniziale concentrazione e centralizzazione dei capitali, ma soprattutto la suddivisione del processo di lavoro in segmenti tali da favorire la specializzazione dei compiti (e degli strumenti per attuarli), cui si unisce il progressivo impoverimento dei lavoratori rispetto ai loro saperi produttivi. Ad un certo punto, tale segmentazione dei processi lavorativi in operazioni via via più elementari favorisce l’invenzione delle macchine, una sorta di assemblaggio di strumenti semplificati per compiere dette operazioni con precisione, regolarità e tempistica nettamente superiori alle possibilità umane; e il loro movimento viene ottenuto e controllato utilizzando energia non umana (molto superiore a quest’ultima per forza e tempo di applicazione).

Le scoperte scientifiche e tecniche, con l’affermarsi di nuove forze produttive, sono indice dell’evolversi, del trasformarsi, delle strutture dei rapporti sociali intercorrenti tra le varie classi e le differenti categorie sociali. E con il mutare dei rapporti, muta la forma di società (la formazione sociale). Continuare a chiedersi che cosa viene prima tra forze e rapporti di produzione, assomiglia un po’ al famoso quesito: è nato prima l’uovo o la gallina? Tutto sommato, però, è ragionevole supporre che il sistema dei rapporti sociali sia predominante rispetto all’insieme e varietà delle forze produttive. Ciò che comunque è mutato considerevolmente è il DNA di date specie animali, dando origine ad un certo punto a quello che caratterizza gli esseri umani e la loro riproduzione. Il vecchio, e ormai superato, dibattito tra primato delle forze produttive (marxismo ultratradizionale e base teorica del riformismo attendista) o invece dei rapporti (sociali) di produzione (marxismo critico-rivoluzionario, tipo quello althusseriano) ha avuto un senso ben preciso quando ancora si pensava che la forza rivoluzionaria del movimento comunista si andasse affievolendo e si cercava perciò di opporsi a simile processo.

Ricordo bene un importante snodo di tale dibattito (cui partecipai come althusseriano) nel 1972-73 in “Critica marxista”. I forzaproduttivisti erano appunto quelli ormai rivoluzionariamente “spenti” come la maggioranza dei partiti comunisti, in specie europei, che sembravano pensare alla progressiva trasformazione del capitalismo in socialismo (assistita da pratiche di lotta parlamentare e al massimo sindacale) per l’oggettivo imporsi di forze produttive richiedenti l’indispensabile cooperazione dei “produttori” (operai e ceti medi piccolo-imprenditoriali). Tutto questo mentre l’“eurocomunismo” (guidato dal PCI) si stava segretamente e con circospezione (che per poco tempo m’ingannò!) spostando verso il campo “atlantico” (cioè sotto la predominanza USA) come diventerà lapalissiano dopo la vergognosa operazione “mani pulite”. I “rivoluzionari”, invece, avevano compreso che questi ormai falsi comunisti si adattavano alla riproduzione della società capitalistica così come si era andata configurando dopo la seconda guerra mondiale con la netta e ormai generale caratterizzazione tipica della formazione sociale statunitense in quanto sistema di rapporti al cui vertice stavano i “funzionari” (soprattutto gli “strateghi”) del capitale; e sostenevano quindi che decisivo era invece il rivoluzionamento dei rapporti di produzione in direzione della forma socialista. Idea che si è comunque rivelata errata. Da una parte – i sedicenti riformisti (e revisionisti) – avevamo a che fare con trucidi opportunisti e voltagabbana; dall’altra – gli speranzosi rivoluzionari – eravamo ancora alla fiduciosa credenza di una possibile radicale trasformazione della società ormai nettamente invalidata dal processo storico concreto.

Discorsi oggi inutili; ci accorgiamo bene (indubbiamente dalla fine del sistema bipolare) che erano di fatto invecchiati già allora quando ancora lo scontro era vivace perché poco consapevole di quanto stava realmente accadendo. Non si poteva ridare vitalità ad alcun processo di rivoluzionamento della società detta troppo genericamente (e generalmente) capitalistica. Semmai quei dibattiti sono forse serviti ad isterilire ancor più le pratiche di pretesa trasformazione sociale, consentendo la vittoria completa di questo capitalismo di matrice USA con l’affossamento definitivo del preteso socialismo. Bisogna afferrare perché siamo arrivati ad una simile conclusione del processo iniziato oltre un secolo e mezzo fa con il marxiano “Manifesto del partito comunista”. E’ ormai indispensabile procedere ad uno spostamento netto di paradigma; quello tradizionale e ormai decrepito – fondato sul capitalismo inglese al termine della prima rivoluzione industriale che, come Marx esplicitò fin dalla prefazione al I libro de “Il Capitale”, era il suo “laboratorio d’analisi” – insisteva sulla centralità della sfera produttiva e della proprietà o meno dei mezzi di produzione. Dalla decisività di tale carattere della società detta (in modo erroneamente indifferenziato) capitalistica discendeva la sua divisione nelle due classi fondamentali della borghesia (i capitalisti proprietari, la classe dominante) e del proletariato (i lavoratori semplici possessori della loro forza lavorativa venduta come merce, la classe dominata). Tali classi furono pensate come irriducibilmente antagonistiche, quindi le effettive protagoniste della lotta che avrebbe condotto alla trasformazione rivoluzionaria del capitalismo in socialismo, fase di transizione (necessaria) al comunismo; poiché da tale lotta sarebbe emerso infine un rapporto sociale di cooperazione nella sfera produttiva (“dal primo dirigente all’ultimo giornaliero” come affermato da Marx), rapporto indispensabile al conseguimento di quella trasformazione.

 

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Nulla di tutto questo si è verificato; e allora si sono escogitate brillanti “ipotesi ad hoc” (fra le migliori vi sono a mio avviso quelle di Lenin, per cui non era in fondo errato parlare di marxismo-leninismo), che hanno però ritardato la comprensione dell’errore di fondo: la sfera produttiva (il “mangiare”) non è quella più decisiva nella evoluzione (storica) della società degli uomini. Le cosiddette sovrastrutture sono più autonomamente dinamiche di quanto abbia pensato il marxismo tradizionale. Tuttavia, è necessario fare attenzione a non ricreare una contrapposizione analoga a quella tra forze produttive e rapporti di produzione. Viene prima la “base economica” o le “sovrastrutture politico-ideologiche”? E tra queste sovrastrutture deve essere data preminenza agli apparati della sfera politica (in primo luogo quelli costituenti lo Stato) o a quelli ideologici e culturali in genere, quelli della crescita e trasmissione dei saperi (magari supponendo che ha il potere soprattutto chi possiede il sapere)?

Mi dispiace, ci siamo arenati; si fanno tante discussioni, anche utili per certi versi, molto raffinate senza dubbio, ma in definitiva non convincenti né concludenti. E allora direi di scartare “di lato”. Nessuna sfera della società viene prima delle altre; per ognuna vale quanto scritto sopra in merito al “viene prima l’uovo o la gallina?”. Mutiamo del tutto prospettiva e ambito della discussione, dedichiamoci ad una nuova sorta di teorizzazione. Da qui nasce la mia proposta di attribuire centralità, nel “costruire” una nuova teoria, al principio del “conflitto tra strategie” per conquistare la supremazia. Dove le strategie sono la POLITICA, ma nel senso delle mosse da compiere per vincere in un conflitto. Di conseguenza, questa POLITICA è alla base della dinamica di tutte le sfere sociali: di quella economica (produttiva e finanziaria), di quella politica (Stato, partiti, ecc.) con la sua appendice militare (rilevantissima per il conflitto!), di quella ideologico-culturale.

Si tratta allora della ben nota lotta in quanto espressione della “volontà di potenza”? No, non è in senso specifico una tensione di tal genere. Non c’è soltanto il presunto innato desiderio di prevalere, di schiacciare l’avversario. Non c’è la semplice superbia di affermarsi vincitore. Il problema mi sembra ben diverso: è che non c’è altro modo di agire, di esercitare una “pratica” senza questa specifica “grammatica”. Siamo obbligati, per muoverci adeguatamente, a costruire e stabilizzare un dato “campo” (il “territorio” in cui poi ci muoviamo); altrimenti sbanderemmo continuamente, cascheremmo, ci faremmo travolgere dalle “onde” come un surfista inetto. Non siamo però soli, non siamo tanti Robinson Crusoè come pensa il liberista (neoclassico) per arrivare alla teoria del soddisfacimento dei bisogni in base all’utilità marginale del bene a disposizione del consumatore (e il valore del bene non è più quindi il lavoro speso per produrlo come nei “classici”, bensì sta in relazione con l’utilità dello stesso, calante quanto più esso è abbondante in relazione al bisogno d’esso).

Proprio perché la tesi che seguo è del tutto differente – come spero sia risultato chiaro da quanto fin qui esposto – ogni “stabilizzazione di un campo” da parte di un dato gruppo nuoce ad altri, crea loro difficoltà, disturba il “campo” da loro stabilizzato per agire. Non si tratta però della “virtuosa” competizione nel presunto libero mercato come pensano i liberisti/liberali. E’ invece una penosa situazione di contrapposizione. E gli individui, non sempre ipocritamente e anzi più spesso in modo sincero, aspirerebbero a non inimicarsi nessuno, a intrattenere buoni rapporti di vicinato con tutti. E non è loro specifico desiderio di riunirsi in gruppi per confrontarsi con altri ed eventualmente affrontarli con intenzioni non proprio pacifiche. E’ brutta, logorante, la lotta; rende cattivi, ma non certo perché non si desidererebbe praticare invece la bontà. Eppure ci si urta. Se ciò accadesse nel vorticoso flusso squilibrante del “reale” (quello vero, effettivo), tutto sommato non ci si sentirebbe nemmeno tanto avversari; ci si incontrerebbe a caso, ci si saluterebbe per un attimo, si avrebbe poco tempo solo per scambiarsi “due parole” e si andrebbe poi incontro ad altri (e sempre casualmente, senza aver fissato alcun appuntamento). Non ci sarebbe nemmeno l’occasione di darsi reciprocamente fastidio e di nutrire reciprocamente sentimenti di simpatia o antipatia, di amicizia o del suo contrario e via dicendo. Non vi sarebbero “punti d’appoggio” possibili per potersi fermare, valutare le situazioni, prendere decisioni in un qualsiasi senso. Insomma nessuna possibilità di conflitti acuti.

Non possiamo agire e continuare a vivere in questo modo. Dobbiamo “fermare il mondo”; e lo facciamo con la nostra attività di pensiero, con la riflessione ripetuta più volte (non stimolo/risposta, se non in situazioni eccezionali), che costruisce sistemi di relazioni atti a stabilizzare “campi” in cui svolgere la nostra attività. In un certo senso, siamo come quelli che andavano a colonizzare l’ovest degli Stati Uniti; tanti piccoli produttori agricoli che delimitavano i confini dei terreni di loro proprietà (insomma, di cui si impossessavano). Questo, tuttavia, non chiudeva la questione. I confini erano di sovente attraversati e si litigava, ci si scontrava; e poi arrivavano nuovi colonizzatori e pure loro volevano un campo da coltivare, ecc. ecc. La lotta comincia, ma non si combatte da soli, ci si riunisce in gruppi, si fanno alleanze d’interesse, a volte vere amicizie. E molto spesso ci si associa per affinità di attività svolta, quindi per le funzioni e i ruoli ricoperti in quella data società. Ed ecco strutturarsi i diversi rapporti della formazione sociale attraverso la “costruzione” dei “campi stabili” in cui poter essere attivi; costruzione che esige quasi sempre la lotta con l’alleanza quale suo mezzo.

Non siamo cattivi per natura, non siamo semplicemente assetati di potere, non vogliamo esclusivamente prevalere sugli altri e subordinarli a noi. Non abbiamo una “natura” definita, non è il DNA che ci conduce allo scontro, al conflitto, al pensare e attuare le mosse strategiche adatte a sconfiggere gli altri. Lo facciamo perché così siamo in grado di agire in quella stabilità senza la quale saremmo sempre come gli oggetti e gli uomini, ecc. in assenza di gravità; si volteggia ed è allora complicato agire con fini preordinati e ben definiti. E’ quindi obbligatorio rassegnarci a quanto ho appena detto: ci stabilizziamo e ci urtiamo fra noi; e inizia il conflitto.

Qui mi fermo, per il momento. Questo mutamento – da me compiuto all’interno del marxismo: dalla centralità della sfera produttiva e della proprietà o meno dei mezzi di produzione alla POLITICA come insieme delle mosse di un conflitto per la supremazia, che riguarda tutte le sfere della società – invita a non perdere altro tempo intorno alle ormai invecchiate discussioni sulla transizione al socialismo e poi comunismo. Rende inoltre un po’ ridicole le affermazioni circa la meravigliosa aspirazione che animerebbe l’UOMO – inesistente perché reali sono solo gli esseri umani, formati e “individualizzati” dalla multiforme, complessa e conflittuale interrelazione fra loro – in merito ad una società armonica, felice, piena zeppa di bontà. E’ indispensabile prendere le mosse da una diversa concezione dello strutturarsi dei rapporti sociali. Ho semplicemente voluto indicare i motivi e i ragionamenti che mi hanno condotto al mutamento di paradigma teorico qui esposto. In fondo, si tratta di un inizio anche se tale riflessione dura ormai almeno dalla metà degli anni ‘90 del secolo scorso; ed è quindi stata e sarà ancora, nei limiti del possibile e della mia “durata”, un processo di continuo ripensamento. Per di più è un invito – rivolto a chi cerca la “grammatica” ben prima della “pratica” immediata – a voler ricevere il mio messaggio, rielaborandolo e anche andando oltre lo stesso. So bene che non posso superare “in toto” i pesanti condizionamenti rappresentati dalla mia formazione teorica. Bisogna si facciano avanti giovani in grado di calarsi senza più indugi nella nuova epoca, in cui secondo la mia ormai netta convinzione siamo entrati.

Speriamo bene, questa è la logica conclusione di questo scritto.

 

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