Dialogo sul conflitto. Recensione a cura di Gianni Petrosillo

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DIALOGO SUL CONFLITTO

Dialogo sul Conflitto. Editoriale scientifica Napoli, € 10,00. Orazio Gnerre e Gianfranco La Grassa.
Si tratta di un testo che affronta, in forma dialogica, i grandi temi del nostro tempo, all’imbocco di decisive trasformazioni storiche e sociali, nel periodo del relativo decadimento americano e della riemersione sulla scena mondiale di vecchie e nuove potenze concorrenti del citato superegemone d’oltreatlantico.
Il conflitto è esso stesso una forma di dialogo portato alle sue estreme conseguenze (in quanto accostamento e contrapposizione tra idee diverse e piani d’azione che vogliono essere esclusivi), un modo di confrontarsi affrontandosi che sfocia in cointeressenze o in acerrimi antagonismi tra le parti in causa. Attraverso il/i conflitto/i si stabiliscono, soprattutto se spingiamo il ragionamento al livello dei vertici apicali dei Paesi, dove operano gli agenti strategici, le configurazioni (con nascita di alleanze o approfondimento di inimicizie tra attori) della corsa alla supremazia. Il conflitto innerva le cose umane e crea le masse d’urto per le “battaglie” dalle quali, infine, escono vincitori e sconfitti, con conseguente riparametrazione dei rapporti di forza i quali, tuttavia, non si danno una volta per tutte col medesimo settaggio. La Storia non muore mai perché lo squilibrio incessante del “reale” è il suo motore. Ciò che si conferma “oggi” viene contraddetto ”domani”, in virtù di spinte oggettive squilibranti, indipendenti dalla volontà dei soggetti agenti (e agiti da detto flusso squilibrante che conduce all’urto inevitabile). Gli imperi declinano, per quanto strapotenti possano apparire, e altri scenari si aprono sul mondo.
Qualche giorno fa è stato lo stesso a Trump, a proposito della conquista dello spazio, a chiarire come funzionano determinati discorsi. Il Presidente americano ha dichiarato di essere interessato allo spazio per vincere una eventuale “guerra interstellare”. Non la presenza nello spazio ma l’egemonia dello spazio è il suo obiettivo. Detto chiaro e tondo e senza troppi infingimenti.
Proprio la formazione sociale americana ha imposto il suo modello politico-sociale-economico-culturale al mondo, ottenendo una superiorità che però inizia a dare piccoli segni di cedimento. Il capitalismo americano (o società dei funzionari privati del Capitale, come la chiama La Grassa) ha superato quello inglese, di matrice ottocentesca, ed ha eliminato altri concorrenti portatori di differenti rapporti sociali, come il sistema sovietico, affermandosi su gran parte della scacchiera planetaria. Il capitalismo statunitense è, dunque, alquanto differente da quello borghese europeo e ciò ha rimesso in questione molte delle nostre interpretazioni sui gruppi sociali e sui conflitti principali operanti in detto “modo di riproduzione”. Non più la proprietà o meno dei mezzi di produzione è il discrimine essenziale (come lo era per Marx che da ciò faceva discendere la separazione di classe che alimentava la massima contraddizione sistemica) ma la gestione delle strategie per il predominio in ogni ambito sociale. Con questo spostamento il conflitto Capitale/Lavoro viene derubricato a fattore non rivoluzionario ma organico del sistema, attinente agli aspetti distributivi della ricchezza prodotta socialmente. Del resto, nella società americana, i manager ricercano il profitto, da fornire agli azionisti, ma svolgono un ruolo più ampio, sono soprattutto strateghi di un “reparto” di classe dominante in perenne lotta con altre “divisioni” della stessa classe superiore per la prevalenza, pur non detenendo la proprietà dei mezzi di lavoro. Per quest’ultimo scopo, in alcune circostanze, possono anche sacrificare i guadagni laddove una perdita immediata permetta un successo futuro maggiore. Questo contraddice la previsione marxiana dalla quale risultava che il personale di alto livello della produzione si sarebbe integrato alla manovalanza per dar vita al General Intellect, la classe intermodale di passaggio dal capitalismo al socialismo (e poi comunismo), contrapposto ai rentier finanziari ormai dediti alle mere speculazioni in borsa e avulsi dalla vita produttiva.
Per questo si ha ora bisogno di altre teorie per interpretare l’epoca in corso. Il pensiero strategico deve divenire la nostra fonte se vogliamo comprendere il passaggio dal capitalismo borghese a quello dei funzionari del Capitale. Ed è tanto più importante perché lo scontro tra Paesi, in questa fase multipolare, annuncia mutamenti radicali negli assetti globali che potrebbero determinare sconvolgimenti di non poco conto. E’ bene ricordare, inoltre, che le grandi rivoluzioni sono sempre avvenute in fasi in cui le potenze sono entrate in guerra tra loro, nei cosiddetti anelli deboli della catena imperialistica, per usare un termine del tutto vetusto (meglio parlare di policentrismo). Certamente, adesso non si tratterebbe più di realizzare l’idea socialista, ormai definitivamente superata, ma almeno di spazzare via quei gruppi di potere assolutamente deleteri, asserviti all’occupazione straniera, nonché proporre piani d’indipendenza e di autonomia favorevoli alla nazione in cui si vive, senza cascare, come scrive La Grassa, in un nazionalismo d’antan altrettanto inutile e becero. In tal senso, abbiamo anche bisogno di una diversa analisi della società che individui i settori disponibili (nei ceti medi e in quelli medio-bassi) a formare un blocco sociale autonomistico, tenendo conto del malcontento e delle insicurezze, aumentati esponenzialmente negli ultimi decenni.
Si riscontrano, indubitabilmente, delle fratture nel Paese ancora predominante che si sente insidiato nel primato da Russia e Cina. L’elezione di Trump è indicativa di un cambio di passo voluto da quella parte di America consapevole di dover rivedere la sua azione strategica per preservare la primazia. L’altra fazione, quella uscita sconfitta dalle elezioni, crede di poter andare oltre le difficoltà con i soliti metodi dimostrando scarsa percezione degli sviluppi globali. L’approfondimento di detta diatriba potrebbe accelerare l’ingresso nel policentrismo ma occorre che gli sfidanti degli Usa si preparino adeguatamente agli eventi proseguendo sulla strada del rafforzamento della potenza, sacrificando alcune libertà e concessioni civili. Pazienza per le critiche che pioveranno loro addosso dai sedicenti democratici occidentali, tutti (poco) stranamente servi degli Usa.
Lo stesso compito di preparazione tocca agli studiosi dei fenomeni politici che vogliano essere di supporto a quelli (le avanguardie svincolate dalle antiche sudditanze) in grado di assumere su di sé l’incarico storico di dare un destino positivo ai propri Stati in un momento di sicure trasformazioni. Occorre fornire interpretazioni corrette sulla dinamica capitalistica globale, sui suoi aspetti centrali e dirimenti che non sono sicuramente le sciocchezze sulla preponderanza della finanza senza patria e senza cuore. Abbiamo i nostri territori disseminati di basi americane dalla fine della II Guerra mondiale ma gli intellettuali da quattro soldi (o 30 denari?) blaterano di finanzcapitalismo o di altre teorie straccione sull’alienazione umana o, peggio mi sento, il cataclisma ambientale. Dobbiamo concentrarci su cose molte più serie, come il conflitto (in orizzontale), attualmente ancora in sordina ma che diventerà via via più fragoroso, tra formazioni particolari e aree di paesi, e processi di scissione (in verticale) tra strati sociali nei diversi contesti nazionali in ribollimento. La teoria del conflitto strategico è senz’altro un passo in avanti in questa ricerca, da completare e perfezionare, per comprendere quello che ci aspetta nei prossimi anni.

LA PRATICA E’ IMPORTANTE, RIFLETTERE LO E’ DI PIU’, di GLG

gianfranco

Non esiste detto più sciocco e di fatto falso di quello che afferma: “val più la pratica della grammatica”. E’ in fondo la bandiera degli ignoranti. La “pratica” della nostra lingua, ad es., è aberrante da parte di italiani che appunto non sanno nulla (o assai poco) di grammatica. E quelli che acquisiscono la semplice “cittadinanza” italiana (una mera questione giuridica, priva di qualsiasi connotato culturale e di tradizione del nostro paese) parlano una lingua rabberciata che fa aggricciare la pelle (almeno la mia); e non conoscono minimamente la nostra storia, come purtroppo anche una grossa quota di nostri autentici cittadini.

A volte si dice che si agisce irriflessivamente, in molti casi si parla di reazioni istintive o d’intuito. Si vuol semplicemente significare che si reagisce – e a volte si è costretti a farlo per l’improvviso sorgere di un pericolo cui occorre sfuggire con immediata decisione – in base ad una rappresentazione della realtà, cui si deve far fronte, presa all’istante; ed infatti capita che ci si sbagli e si soccomba a causa dell’evento imprevisto. Nessuno però, nemmeno gli animali (perfino i più “primitivi”), compie un qualsiasi atto senza che vi sia stata, sia pure nel lampo d’un secondo, la raffigurazione di quel “reale” in cui ci si sta muovendo. Anche quando, nel corso di un duello, si sostiene che uno dei due in tenzone “anticipa” la mossa dell’altro, si è fortemente imprecisi; in effetti, l’“anticipatore” ha colto la mossa altrui in una infinitesimale frazione di tempo.

La “visione” della realtà (invero “costruita” mentalmente) e la riflessione su di essa, per quanto breve, precede sempre l’azione. E la riflessione ha pur sempre “una grammatica”; anche gli animali, ne sono convinto, ne possiedono una, certamente assai elementare rispetto alla nostra. L’essere umano, dotato di quella attività cerebrale denominata “ragione”, pone in atto pratiche particolarmente complesse e articolate. E allora procediamo con un esempio.

 

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Il leone insegue la gazzella, tutto sommato solo per mangiarsela, perché ha fame e ha bisogno di nutrirsi. Non vi è nulla di malvagio né vi è smania di potere nel territorio di cui il leone viene detto, ma dagli uomini, Re. Lui non lo sa e non gli interessa essere un Re. Deve solo alimentarsi e semmai dar sostentamento pure alla leonessa (che svolge però la sua parte di cacciatrice) e ai leoncini. Non è tuttavia questo che m’interessa sottolineare di questo povero animale, ucciso per farsene trofeo con ben poco merito da animali effettivamente crudeli e privi di ogni impellente bisogno di nutrimento. La gazzella tenta di sfuggire all’inseguimento con brusche, improvvise e continue inversioni di rotta. Il leone è veloce ma lo è pure lei. Chi la bracca si adegua a questi rapidi cambiamenti di percorso e segue dunque lo stesso zig zag della preda. Può capitare, e accade anzi spesso (sembra una buona metà delle volte e perfino di più) che si stanchi prima di quest’ultima, che non riesca ad agguantarla; in tal caso l’animale più debole scansa la sua brutta sorte, resta vivo e riprende il suo tran tran.

Immaginiamo adesso che il leone venga dotato di ragione; non semplicemente per scrivere e parlare a vanvera in internet e nei telefonini, ma proprio per fermarsi e riflettere su quali nuove decisioni potrebbe prendere per conseguire il suo scopo. Insomma, egli non segue più lo schema stimolo/risposta, appunto tipico dell’inseguimento leonesco della gazzella, cioè peculiare dell’animale che non ha vero pensiero, non ha la ragione. Adesso ne è invece dotato. Occorre pur sempre che vi sia un leone in corsa dietro alla preda senza darle requie. Sia per stancarla (anche se si stanca pure lui), ma soprattutto per obbligarla a tutte quelle inversioni di rotta. Quel leone ha però adesso la possibilità di chiedere l’intervento di un suo compagno, che se ne sta invece fermo, dotato degli strumenti adeguati a seguire le varie fasi dell’inseguimento. Egli cercherà di capire se la gazzella si muove veramente in modo del tutto caotico oppure se, pur inconsciamente, segue un certo schema nel suo scappare. Cerca quindi di studiare la frequenza temporale dei suoi zig zag, il loro alternarsi a destra e sinistra e con quale irregolarità (che magari ha una sua regolarità), con quale angolazione vengono effettuati, ecc.

Alla fine, almeno in molti casi, riesce a ricostruire un certo percorso; non certo quelle reale, solo costruito idealmente, teoricamente. Quindi la teoria non riproduce affatto la realtà, ma l’interpreta tramite costruzione pensata; non si tratterà proprio di una linea retta, vi saranno pur sempre determinate curve, ma la traiettoria tracciata sarà comunque nettamente più breve di quella seguita effettivamente dalla gazzella, che il leone cacciatore (quello dedito alla “pratica”) sta inseguendo assiduamente. Tale traiettoria “costruita” presume che in un dato tempo, calcolato con la maggiore approssimazione possibile, il leone possa infine incocciare nella sua preda per atterrarla o almeno affibbiarle qualche bella artigliata cosicché essa, ferita e perdendo sangue, perda presto le sue energie e non possa più sfuggire al suo triste destino. E’ ovvio, però, che è indispensabile trasmettere al leone in corsa le informazioni e ordini necessari ad abbandonare il suo zig zag e a seguire quel dato percorso più breve perché assai meno curvilineo. Bisogna dunque costruire pure delle opportune reti di comunicazione tra i due leoni, reti che trasmettano quanto necessario sempre più velocemente, meglio se istantaneamente; altrimenti il lavoro del leone “pensante”, con tutti i suoi precisi calcoli, diverrebbe puramente inutile.

In determinate contingenze storiche, la gazzella è il potere, quando ormai è sclerotizzato e sempre più aborrito dal “popolo” o almeno da una sua parte attiva e grintosa. Il leone inseguitore può ben essere questa parte, irosa e anelante essenziali cambiamenti, che ha deciso di ribellarsi o comunque di manifestare sempre più energicamente il suo vivo malcontento. La ribellione di questa parte di popolazione (le “masse” fortemente insoddisfatte del potere esistente) è però simile a quello del leone non assistito dal pensiero razionale e che procede “a zig zag”, esaurendo così le proprie energie di rivolta e rischiando perciò un grave flop con tutte le conseguenze del caso: schiacciamento della ribellione e ampi massacri. E’ del tutto indispensabile il secondo leone capace di riflessione per studiare le mosse della gazzella e individuare il “percorso” meno faticoso e complesso per agguantarla ed eliminarla. Tuttavia l’esempio non sarebbe completo se non si ricordasse che pure la “specie” gazzella ha ricevuto il dono della ragione. Quindi quella in fuga è pur essa assistita da un’altra che pensa e riflette e dunque osserva le mosse del leone inseguitore per rilevarne eventuali punti deboli, alcuni piccoli ritardi di reazione allo zigzagare della fuggitiva, la maggiore o minore robustezza delle sue zampe nelle virate, ecc. E’ dunque ancora più evidente la necessità che il leone in movimento (le “masse”) abbia alle spalle il “leone pensante”, valutatore delle mosse della gazzella e anche ben conscio dell’esistenza dell’altra gazzella di sostegno e di ciò che essa può escogitare per difendere la sua compagna in fuga. Il “leone pensante” è in questo caso la cosiddetta “avanguardia”, in senso più proprio l’élite che deve dirigere le masse affinché esse conseguano l’obiettivo: afferrare la preda, cioè prendere il potere, togliendolo alla fuggitiva e rendendo vani i tentativi di difesa escogitati dalla sua gazzella d’appoggio

 

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L’animale dotato di pensiero ragionante è l’uomo; e una delle specie è la nostra, quella dell’homo sapiens. Decine e centinaia di migliaia d’anni fa ve n’erano cinque, fra cui quella ben nota di Neanderthal, quella che a lungo ha dominato nella zona europea (la specie sapiens è arrivata dall’Africa) e il cui ultimo rifugio, circa 50.000 anni or sono, fu la Rocca di Gibilterra. Alla fin fine è rimasta solo la nostra specie che, ne sono convinto, ha eliminato le altre e in particolare quella appena citata. In ogni caso, l’uomo non ha come finalità suprema il semplice mangiare; mentre troppo spesso, credo con una certa superficialità e non conoscenza adeguata, crediamo sia invece così per gli altri animali (oggi si comincia a porre in luce che perfino i vegetali hanno determinate forme di “sensibilità”). Dobbiamo evidentemente mangiare per vivere, ma non usiamo il nostro pensiero (raziocinante) soltanto, e nemmeno principalmente, per procacciarcelo. In genere abbiamo altre finalità “supreme”. Sarebbe possibile dire – ma sempre con una certa approssimazione – che, in ultima analisi, inseguiamo un qualche tipo di potere; in particolare, ci preme conquistare una posizione di preminenza in differenti ambiti, laddove ognuno degli individui appartenenti a quella determinata società (forma strutturale dei rapporti sociali) esercita la sua specifica attività. Il potere è il predominio o, se vogliamo dirla in altro modo, l’attribuisce a qualcuno rispetto agli altri (sugli altri). Il modello dell’azione umana è in effetti meno simile a quello del leone che insegue la preda: più spesso sembra la lotta tra due (o anzi più) animali della stessa specie per assumere il comando nel “branco” cui appartiene.

Nella teoria marxista tradizionale – in questo seguendo Marx – il “mangiare la preda” è fondamentalmente il produrre i beni secondo date modalità (tecniche e d’organizzazione). La specie umana ha creato continuamente nuove strumentazioni e forme organizzative per potenziare le sue capacità produttive; dunque non soltanto per ottenere una sempre maggiore quantità di oggetti più direttamente indispensabili alla vita in quella data società, ma per approntare pure strumenti capaci di accrescere la produttività della sua attività lavorativa. E si è pure impegnata nel crescente accumulo di conoscenze che hanno ulteriormente aumentato e via via diversificato la produzione dei beni. L’ampliarsi delle conoscenze ha richiesto l’allestimento e continuo miglioramento delle organizzazioni a ciò addette; e tali organizzazioni hanno a loro volta necessità di nuove strumentazioni per migliorare la loro efficienza, e così via. Non può sussistere nessuno dei fenomeni appena considerati se la stessa società non si viene strutturando in base ad appropriati rapporti fra gli individui che la compongono; e gli individui non sanno esistere in società se non riunendosi in gruppi “funzionali”, tra i quali si vanno creando forme differenti di relazioni, ora di collaborazione ora di conflitto.

Arrivati a questo punto, il mangiare (e dunque anche il produrre dell’uomo primitivo, alle sue origini) si allontana sempre più dal suo essere lo scopo per eccellenza. Certamente non si può non produrre. Tuttavia, appare limitativo quando Marx scrisse a Kugelman (luglio 1868): “Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane, ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa”. Bisogna però anche ricordare il contesto in cui la frase fu scritta: Marx stava spiegando al destinatario la sua teoria del valore di un bene in quanto tempo di lavoro speso per produrlo, in questo seguendo l’impostazione dei “classici” (anche se poi il problema del plusvalore è un suo contributo del tutto originale e decisivo per la lotta dei lavoratori contro il capitalismo). In ogni caso, appena il bambino esce dalla sua infanzia apprende pure che non è in grado di fare gran che se non accresce le sue conoscenze in fatto di produzione e se non si mette nelle condizioni indispensabili a perseguire tale scopo. Poi si accorge della necessità di porsi in relazione con altri “bambini cresciuti”; e simili relazioni implicano sia una collaborazione sia una competizione più o meno acuta fino all’aperto scontro e alla sottomissione (e perfino soppressione) degli avversari. Si creano così gruppi sociali più o meno coesi, con mutevoli forme di rapporto fra loro. Diventano allora fondamentali quelle che sono definite da Marx “sovrastrutture”: l’organizzazione politica, l’elaborazione di ideologie varie in ambiti sempre più numerosi, la trasmissione dei saperi acquisiti e accumulati, ecc.

In tutto questo processo ci si trascina dietro logicamente le due finalità d’origine: mangiare (che nell’uomo significa ormai produrre) e assumere la guida del branco, cioè avere il potere di comando nelle varie organizzazioni e strutture politiche e ideologiche. Nella specie umana, queste due finalità non possono mai più essere conseguite riducendo all’osso le modalità della loro sempre più complessa articolazione, che continua a differenziarsi, acquisisce nuove energie e vitalità; e poi progressivamente sfiorisce, si sclerotizza, diventa un ostacolo e deve essere modificata più o meno radicalmente con azioni spesso violente. Quelle che vengono definite sovrastrutture non possono certo essere pensate come qualcosa posto al semplice servizio delle due suddette finalità (che si pretende siano quella primarie perché primigenie); la loro complicatezza diventa tale da divenire essa stessa una finalità. Il pensiero si concentra su di esse e la loro adeguatezza o meno non si misura solo in base ai loro scopi originari. Sì, “in ultima analisi”, questi continuano a sussistere; ma molto “in ultima”. Guai se il pensiero si ponesse nel semplice percorso che arriva soltanto a riflettere su come meglio produrre e su come meglio assumere la supremazia nel “branco”.  Bisogna  allontanarsi da questi due scopi elementari, non dimenticarli ma essere coscienti della loro limitatezza; e allora si produrranno le vere “novità” del vivere umano, comprese quelle più idonee al conseguimento delle finalità “primitive”.

Il leone pensante, posto a supporto di quello “pratico” in caccia, non deve essere un mero “tecnico” che studia il percorso migliore per abbreviarlo e ridurre il tempo di percorrenza atto ad arrivare alla preda. Deve sdoppiarsi, in definitiva chiamare in causa un terzo leone, abituato a riflettere sui motivi per cui è indispensabile costruire una “realtà” diversa dal reale percorso seguito dalla gazzella in fuga che, a sua volta, ne ha un’altra tesa a conservare non solo la sopravvivenza della sua “assistita”, ma a cercare di dimostrare come in definitiva la sua “specie” (il suo “gruppo di potere”) sia in grado di non farsi sopraffare dall’altra “specie” (tesa alla conquista del potere in questione). Solo che questo terzo leone deve ben concentrarsi, come suo obiettivo specifico, sul perché la realtà (proprio quella effettiva) della gazzella fuggitiva non è da considerarsi la “realtà” più essenziale da conoscere se si vuol raggiungere il risultato perseguito. Vi è appunto una diversa “realtà”, non reale nei suoi termini troppo semplicistici, la cui “costruzione” – via ipotesi poi soggetta senza dubbio alla prova della “pratica” – può consentire l’ottenimento del successo finale. Non ci si deve mai scordare che non si tratta della realtà (reale, effettiva); quindi nemmeno bisogna “innamorarsi perdutamente” della “realtà costruita”, altrimenti si rischia di andare incontro ad un fallimento se la gazzella pensante induce quella in fuga a mutamenti di percorso in grado di porla in salvo.

Insomma, spero ci si sia grosso modo capiti al di là di leoni e gazzelle.

 

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Dobbiamo adesso abbandonare definitivamente l’esempio condotto utilizzando il comportamento animale per concentrarci esclusivamente su quello umano. Non si può comunque parlare di tale argomento in modo troppo generale; bisogna invece riferirsi a varie teorie che cercano di spiegare l’umano in ciò che ha di più specifico: i rapporti intercorrenti tra i diversi appartenenti a tale specie animale, rapporti che, essendo assistiti dal pensiero e dall’azione sorretta appunto da una data impostazione teorica (la “pratica” deve basarsi su una “grammatica”), si strutturano secondo particolari modalità di carattere evolutivo, mutevole (storico). Personalmente mi sono formato nell’ambito della teoria marxista i cui postulati fondamentali – quelli da cui si parte per una corretta costruzione di un dato complesso teorico – sono stati appunto posti da Karl Marx. Come già ricordato, egli dette importanza primaria, e fondante tutto il rimanente, alla sfera produttiva, più precisamente ai RAPPORTI SOCIALI DI PRODUZIONE.

Non ci si faccia ingannare, come una gran parte dei marxisti, dal cosiddetto primato delle forze produttive, in quanto mobili e dinamiche e supposte quindi quale causa ultima del mutare dei suddetti rapporti di produzione. Certamente Marx scrive (“Miseria della filosofia”): “Impadronendosi di nuove forze produttive, gli uomini cambiano il loro modo di produzione e, cambiando il modo di produzione, la maniera di guadagnarsi la vita, cambiano tutti i rapporti sociali. Il mulino a braccia vi darà la società con il signore feudale, e il mulino a vapore la società col capitalista industriale”. Però subito dopo afferma: “Le macchine non sono una categoria economica più di quanto lo sia il bue che trascina l’aratro. Le macchine non sono che una forza produttiva. La fabbrica moderna, che si basa sull’applicazione delle macchine, è un rapporto sociale di produzione”.

A mio avviso è ben più significativo tale rapporto. Esso, nella sua forma capitalistica, si è formato durante il periodo della manifattura, che è ben antecedente la scoperta e il diffondersi delle macchine. In primo luogo si è affermata la cosiddetta “accumulazione originaria”, che non è semplice accumulo di beni prodotti e di strumentazione per ottenerli in misura crescente. Si verifica in varie guise – ad es. in Inghilterra la diffusione del pascolo (all’inizio per rifornire di lana la produzione di tessuti in Olanda) con recinzione delle terre  ed espulsione di masse di contadini che, in un primo tempo, alimentano il vagabondaggio poi soggetto per legge ad una regolamentazione – il progressivo aumento dei lavoratori salariati, sempre più liberi da ogni vincolo servile ma privi dei mezzi di produzione e quindi costretti per vivere a vendere (come merce) la propria forza lavorativa ai proprietari degli stessi (i capitalisti). Dalla competizione di questi manifattori, ormai in un clima produttivo appunto capitalistico, si ha non semplicemente l’iniziale concentrazione e centralizzazione dei capitali, ma soprattutto la suddivisione del processo di lavoro in segmenti tali da favorire la specializzazione dei compiti (e degli strumenti per attuarli), cui si unisce il progressivo impoverimento dei lavoratori rispetto ai loro saperi produttivi. Ad un certo punto, tale segmentazione dei processi lavorativi in operazioni via via più elementari favorisce l’invenzione delle macchine, una sorta di assemblaggio di strumenti semplificati per compiere dette operazioni con precisione, regolarità e tempistica nettamente superiori alle possibilità umane; e il loro movimento viene ottenuto e controllato utilizzando energia non umana (molto superiore a quest’ultima per forza e tempo di applicazione).

Le scoperte scientifiche e tecniche, con l’affermarsi di nuove forze produttive, sono indice dell’evolversi, del trasformarsi, delle strutture dei rapporti sociali intercorrenti tra le varie classi e le differenti categorie sociali. E con il mutare dei rapporti, muta la forma di società (la formazione sociale). Continuare a chiedersi che cosa viene prima tra forze e rapporti di produzione, assomiglia un po’ al famoso quesito: è nato prima l’uovo o la gallina? Tutto sommato, però, è ragionevole supporre che il sistema dei rapporti sociali sia predominante rispetto all’insieme e varietà delle forze produttive. Ciò che comunque è mutato considerevolmente è il DNA di date specie animali, dando origine ad un certo punto a quello che caratterizza gli esseri umani e la loro riproduzione. Il vecchio, e ormai superato, dibattito tra primato delle forze produttive (marxismo ultratradizionale e base teorica del riformismo attendista) o invece dei rapporti (sociali) di produzione (marxismo critico-rivoluzionario, tipo quello althusseriano) ha avuto un senso ben preciso quando ancora si pensava che la forza rivoluzionaria del movimento comunista si andasse affievolendo e si cercava perciò di opporsi a simile processo.

Ricordo bene un importante snodo di tale dibattito (cui partecipai come althusseriano) nel 1972-73 in “Critica marxista”. I forzaproduttivisti erano appunto quelli ormai rivoluzionariamente “spenti” come la maggioranza dei partiti comunisti, in specie europei, che sembravano pensare alla progressiva trasformazione del capitalismo in socialismo (assistita da pratiche di lotta parlamentare e al massimo sindacale) per l’oggettivo imporsi di forze produttive richiedenti l’indispensabile cooperazione dei “produttori” (operai e ceti medi piccolo-imprenditoriali). Tutto questo mentre l’“eurocomunismo” (guidato dal PCI) si stava segretamente e con circospezione (che per poco tempo m’ingannò!) spostando verso il campo “atlantico” (cioè sotto la predominanza USA) come diventerà lapalissiano dopo la vergognosa operazione “mani pulite”. I “rivoluzionari”, invece, avevano compreso che questi ormai falsi comunisti si adattavano alla riproduzione della società capitalistica così come si era andata configurando dopo la seconda guerra mondiale con la netta e ormai generale caratterizzazione tipica della formazione sociale statunitense in quanto sistema di rapporti al cui vertice stavano i “funzionari” (soprattutto gli “strateghi”) del capitale; e sostenevano quindi che decisivo era invece il rivoluzionamento dei rapporti di produzione in direzione della forma socialista. Idea che si è comunque rivelata errata. Da una parte – i sedicenti riformisti (e revisionisti) – avevamo a che fare con trucidi opportunisti e voltagabbana; dall’altra – gli speranzosi rivoluzionari – eravamo ancora alla fiduciosa credenza di una possibile radicale trasformazione della società ormai nettamente invalidata dal processo storico concreto.

Discorsi oggi inutili; ci accorgiamo bene (indubbiamente dalla fine del sistema bipolare) che erano di fatto invecchiati già allora quando ancora lo scontro era vivace perché poco consapevole di quanto stava realmente accadendo. Non si poteva ridare vitalità ad alcun processo di rivoluzionamento della società detta troppo genericamente (e generalmente) capitalistica. Semmai quei dibattiti sono forse serviti ad isterilire ancor più le pratiche di pretesa trasformazione sociale, consentendo la vittoria completa di questo capitalismo di matrice USA con l’affossamento definitivo del preteso socialismo. Bisogna afferrare perché siamo arrivati ad una simile conclusione del processo iniziato oltre un secolo e mezzo fa con il marxiano “Manifesto del partito comunista”. E’ ormai indispensabile procedere ad uno spostamento netto di paradigma; quello tradizionale e ormai decrepito – fondato sul capitalismo inglese al termine della prima rivoluzione industriale che, come Marx esplicitò fin dalla prefazione al I libro de “Il Capitale”, era il suo “laboratorio d’analisi” – insisteva sulla centralità della sfera produttiva e della proprietà o meno dei mezzi di produzione. Dalla decisività di tale carattere della società detta (in modo erroneamente indifferenziato) capitalistica discendeva la sua divisione nelle due classi fondamentali della borghesia (i capitalisti proprietari, la classe dominante) e del proletariato (i lavoratori semplici possessori della loro forza lavorativa venduta come merce, la classe dominata). Tali classi furono pensate come irriducibilmente antagonistiche, quindi le effettive protagoniste della lotta che avrebbe condotto alla trasformazione rivoluzionaria del capitalismo in socialismo, fase di transizione (necessaria) al comunismo; poiché da tale lotta sarebbe emerso infine un rapporto sociale di cooperazione nella sfera produttiva (“dal primo dirigente all’ultimo giornaliero” come affermato da Marx), rapporto indispensabile al conseguimento di quella trasformazione.

 

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Nulla di tutto questo si è verificato; e allora si sono escogitate brillanti “ipotesi ad hoc” (fra le migliori vi sono a mio avviso quelle di Lenin, per cui non era in fondo errato parlare di marxismo-leninismo), che hanno però ritardato la comprensione dell’errore di fondo: la sfera produttiva (il “mangiare”) non è quella più decisiva nella evoluzione (storica) della società degli uomini. Le cosiddette sovrastrutture sono più autonomamente dinamiche di quanto abbia pensato il marxismo tradizionale. Tuttavia, è necessario fare attenzione a non ricreare una contrapposizione analoga a quella tra forze produttive e rapporti di produzione. Viene prima la “base economica” o le “sovrastrutture politico-ideologiche”? E tra queste sovrastrutture deve essere data preminenza agli apparati della sfera politica (in primo luogo quelli costituenti lo Stato) o a quelli ideologici e culturali in genere, quelli della crescita e trasmissione dei saperi (magari supponendo che ha il potere soprattutto chi possiede il sapere)?

Mi dispiace, ci siamo arenati; si fanno tante discussioni, anche utili per certi versi, molto raffinate senza dubbio, ma in definitiva non convincenti né concludenti. E allora direi di scartare “di lato”. Nessuna sfera della società viene prima delle altre; per ognuna vale quanto scritto sopra in merito al “viene prima l’uovo o la gallina?”. Mutiamo del tutto prospettiva e ambito della discussione, dedichiamoci ad una nuova sorta di teorizzazione. Da qui nasce la mia proposta di attribuire centralità, nel “costruire” una nuova teoria, al principio del “conflitto tra strategie” per conquistare la supremazia. Dove le strategie sono la POLITICA, ma nel senso delle mosse da compiere per vincere in un conflitto. Di conseguenza, questa POLITICA è alla base della dinamica di tutte le sfere sociali: di quella economica (produttiva e finanziaria), di quella politica (Stato, partiti, ecc.) con la sua appendice militare (rilevantissima per il conflitto!), di quella ideologico-culturale.

Si tratta allora della ben nota lotta in quanto espressione della “volontà di potenza”? No, non è in senso specifico una tensione di tal genere. Non c’è soltanto il presunto innato desiderio di prevalere, di schiacciare l’avversario. Non c’è la semplice superbia di affermarsi vincitore. Il problema mi sembra ben diverso: è che non c’è altro modo di agire, di esercitare una “pratica” senza questa specifica “grammatica”. Siamo obbligati, per muoverci adeguatamente, a costruire e stabilizzare un dato “campo” (il “territorio” in cui poi ci muoviamo); altrimenti sbanderemmo continuamente, cascheremmo, ci faremmo travolgere dalle “onde” come un surfista inetto. Non siamo però soli, non siamo tanti Robinson Crusoè come pensa il liberista (neoclassico) per arrivare alla teoria del soddisfacimento dei bisogni in base all’utilità marginale del bene a disposizione del consumatore (e il valore del bene non è più quindi il lavoro speso per produrlo come nei “classici”, bensì sta in relazione con l’utilità dello stesso, calante quanto più esso è abbondante in relazione al bisogno d’esso).

Proprio perché la tesi che seguo è del tutto differente – come spero sia risultato chiaro da quanto fin qui esposto – ogni “stabilizzazione di un campo” da parte di un dato gruppo nuoce ad altri, crea loro difficoltà, disturba il “campo” da loro stabilizzato per agire. Non si tratta però della “virtuosa” competizione nel presunto libero mercato come pensano i liberisti/liberali. E’ invece una penosa situazione di contrapposizione. E gli individui, non sempre ipocritamente e anzi più spesso in modo sincero, aspirerebbero a non inimicarsi nessuno, a intrattenere buoni rapporti di vicinato con tutti. E non è loro specifico desiderio di riunirsi in gruppi per confrontarsi con altri ed eventualmente affrontarli con intenzioni non proprio pacifiche. E’ brutta, logorante, la lotta; rende cattivi, ma non certo perché non si desidererebbe praticare invece la bontà. Eppure ci si urta. Se ciò accadesse nel vorticoso flusso squilibrante del “reale” (quello vero, effettivo), tutto sommato non ci si sentirebbe nemmeno tanto avversari; ci si incontrerebbe a caso, ci si saluterebbe per un attimo, si avrebbe poco tempo solo per scambiarsi “due parole” e si andrebbe poi incontro ad altri (e sempre casualmente, senza aver fissato alcun appuntamento). Non ci sarebbe nemmeno l’occasione di darsi reciprocamente fastidio e di nutrire reciprocamente sentimenti di simpatia o antipatia, di amicizia o del suo contrario e via dicendo. Non vi sarebbero “punti d’appoggio” possibili per potersi fermare, valutare le situazioni, prendere decisioni in un qualsiasi senso. Insomma nessuna possibilità di conflitti acuti.

Non possiamo agire e continuare a vivere in questo modo. Dobbiamo “fermare il mondo”; e lo facciamo con la nostra attività di pensiero, con la riflessione ripetuta più volte (non stimolo/risposta, se non in situazioni eccezionali), che costruisce sistemi di relazioni atti a stabilizzare “campi” in cui svolgere la nostra attività. In un certo senso, siamo come quelli che andavano a colonizzare l’ovest degli Stati Uniti; tanti piccoli produttori agricoli che delimitavano i confini dei terreni di loro proprietà (insomma, di cui si impossessavano). Questo, tuttavia, non chiudeva la questione. I confini erano di sovente attraversati e si litigava, ci si scontrava; e poi arrivavano nuovi colonizzatori e pure loro volevano un campo da coltivare, ecc. ecc. La lotta comincia, ma non si combatte da soli, ci si riunisce in gruppi, si fanno alleanze d’interesse, a volte vere amicizie. E molto spesso ci si associa per affinità di attività svolta, quindi per le funzioni e i ruoli ricoperti in quella data società. Ed ecco strutturarsi i diversi rapporti della formazione sociale attraverso la “costruzione” dei “campi stabili” in cui poter essere attivi; costruzione che esige quasi sempre la lotta con l’alleanza quale suo mezzo.

Non siamo cattivi per natura, non siamo semplicemente assetati di potere, non vogliamo esclusivamente prevalere sugli altri e subordinarli a noi. Non abbiamo una “natura” definita, non è il DNA che ci conduce allo scontro, al conflitto, al pensare e attuare le mosse strategiche adatte a sconfiggere gli altri. Lo facciamo perché così siamo in grado di agire in quella stabilità senza la quale saremmo sempre come gli oggetti e gli uomini, ecc. in assenza di gravità; si volteggia ed è allora complicato agire con fini preordinati e ben definiti. E’ quindi obbligatorio rassegnarci a quanto ho appena detto: ci stabilizziamo e ci urtiamo fra noi; e inizia il conflitto.

Qui mi fermo, per il momento. Questo mutamento – da me compiuto all’interno del marxismo: dalla centralità della sfera produttiva e della proprietà o meno dei mezzi di produzione alla POLITICA come insieme delle mosse di un conflitto per la supremazia, che riguarda tutte le sfere della società – invita a non perdere altro tempo intorno alle ormai invecchiate discussioni sulla transizione al socialismo e poi comunismo. Rende inoltre un po’ ridicole le affermazioni circa la meravigliosa aspirazione che animerebbe l’UOMO – inesistente perché reali sono solo gli esseri umani, formati e “individualizzati” dalla multiforme, complessa e conflittuale interrelazione fra loro – in merito ad una società armonica, felice, piena zeppa di bontà. E’ indispensabile prendere le mosse da una diversa concezione dello strutturarsi dei rapporti sociali. Ho semplicemente voluto indicare i motivi e i ragionamenti che mi hanno condotto al mutamento di paradigma teorico qui esposto. In fondo, si tratta di un inizio anche se tale riflessione dura ormai almeno dalla metà degli anni ‘90 del secolo scorso; ed è quindi stata e sarà ancora, nei limiti del possibile e della mia “durata”, un processo di continuo ripensamento. Per di più è un invito – rivolto a chi cerca la “grammatica” ben prima della “pratica” immediata – a voler ricevere il mio messaggio, rielaborandolo e anche andando oltre lo stesso. So bene che non posso superare “in toto” i pesanti condizionamenti rappresentati dalla mia formazione teorica. Bisogna si facciano avanti giovani in grado di calarsi senza più indugi nella nuova epoca, in cui secondo la mia ormai netta convinzione siamo entrati.

Speriamo bene, questa è la logica conclusione di questo scritto.

 

Cos’è la realta’, di GLG

gianfranco

COS’E’ LA REALTA’ (E COME CE LA RAPPRESENTIAMO E PERCHE’)

Vediamo di chiarire alcuni punti essenziali, solo provvisori e certo schematici, di una possibile teorizzazione tesa alla rappresentazione di ciò che definiamo “realtà”. Preliminare sempre necessario per poi agire con un minimo di razionalità e anche semplice buon senso. Perché non c’è detto più stupido de “la pratica val più della grammatica”. Oggi vediamo bene come senza grammatica straparlino in una lingua molto approssimativa i nostri politicanti, i “grandi imprenditori”, perfino parte dei sedicenti intellettuali. E senza teoria – senza cioè studio, analisi, ottima riflessione prima di trarre conclusioni; e trarle con buona sistematicità e articolazione consequenziale – si fanno “opere” disastrose.  

Intanto è necessario, quando si fa teoria, porre un postulato, cioè una premessa impossibile a dimostrarsi. Esso assolve una duplice funzione “pratica”: 1) fornire un punto di partenza per una serie di argomentazioni che poi dovranno proseguire fra lorostrettamente concatenate in successione, ma che appunto hanno bisogno di un inizio; 2) esprimere subito la concezione generale che chi lo formula ha della “realtà” in cui si “sente” immerso (o se la trova, cioè immagina, davanti a sé, ecc.). Del resto, siamo sempre condannati a pensare all’esistenza di un “prima” di un qualsiasi “inizio” supposto. Ad esempio, oggi si è convinti che l’Universo (e quindi il tempo che scorre inesorabile e lo spazio che si amplia a dismisura) abbia preso vita dal ben famoso “big bang” (con tutta la materia concentrata in un piccolo puntino, cominciamento appunto del tempo/spazio). Tuttavia, subito viene in testa: e che cosa c’era prima della supposta “esplosione”? E’ meglio lasciar perdere quest’idea e concentrarsi sulle conseguenze a partire dall’ipotesi posta come inizio. Poi, se ad un certo punto la sequenza di eventi e di ragionamenti sugli stessi lo esigerà, cambieremo la supposizione relativa al punto di partenza. Ma il prima di quest’ultimo potrà soltanto essere fonte di elucubrazioni, esattamente come il “dopo” della fine prevista di un dato processo. Il prima e il dopo è meglio affidarli al sentimento religioso e all’“altra esistenza che ci attenderebbe priva di unqualsiasi limite di spazio e di tempo (in detta esistenza nessun senso avrebbero simili concetti legati a “impressioni” umane).

Il postulato fondamentale afferma la nostra esistenza e il nostro movimento in una “realtà” situata all’esterno di noi e con cui entriamo in interazione, non essendone però parte costitutiva. Probabilmente non è così, probabilmente lo siamo invece, siamo strettamente intrecciati e connessi alla “realtà”. Tuttavia, si pensa generalmente in modo diverso perché è ben difficile immaginare un altro modo di muoversi e agire che non implichipreliminarmente la semplice interazione con un “mondo esterno”. Quest’ultimo va a mio avviso considerato in continuo squilibrio, come fosse un fluire disordinato, casuale, indistinto, privo di forma definita e di parti costitutive. Alcuni sono convinti di potersi immergere nel flusso poiché se ne sentono parte, al massimo sfruttando le sue “onde” come fanno i bravi surfisti, maquando i flutti non sono troppo vorticosi. Per cui la cosiddetta conoscenza non sarebbe altro che questa immersione nel flusso del “reale” o il suo percorrerlo aderendo strettamente al suo moto ondoso. Francamente, simile concezione non mi convince. Nemmeno gli animali, penso, sono in grado di aderire a questo tipo di comportamento; se non altro per il sedicente “istinto di sopravvivenza”. Se ogni individualità, che nel flusso può costituirsi, si sentisse invece solo inserita in esso, fosse perfettamente convinta di scorrere con esso, ho la netta sensazione che quest’ultimo la travolgerebbe, la renderebbe consustanziale a se stesso e quindi la annullerebbe in quanto individualità vivente per se stessa. Chi vive cerca perciò, nei limiti del possibile, di sottrarsi a questa fine.

La cosiddetta ragione (umana) rompe ancora più decisamente con questo schema, non ne fa una semplice questione di propria esistenza. Essa spezza il flusso in una serie di segmenti spaziali e temporali e su essi concentra la sua attenzione. Comincia con uno, ci rimugina sopra, non “lo rispecchia” o “riproduce”semplicemente; si concentra invece sull’analisi di quel segmento e lo sviscera per quanto è nelle sue capacità, potenziate via via da varie strumentazioni. Dopo la prima analisi, la ragione consegna (a se stessa) una data rappresentazione della “realtà”, che noi prendiamo come la vera realtà (senza più virgolette); ed essa non è ovviamente un flusso (sostanzialmente indistinto). Abbiamo invece a che fare con una serie successiva di realtà (a noi esterne) di carattere stabile. La loro dinamica (implicante mutamenti successivi) è di fatto una cinematica, una sequenza di differenti “stabilità”; talmente rapida a volte, per “momenti” infinitamente piccoli a piacere – di fatto in(de)finitamente piccoli a piacere e in successione in(de)finita – che mimano egregiamente una continuità del flusso temporale degli eventi, ma la mimano soltanto.

Il flusso, così pensato dalla ragione, non è più però disordinato, da esso non ci facciamo travolgere (o almeno, detto meglio, crediamo di non esserne più travolti). La sequenza delle “stabilità” diventa ordinata; magari la supponiamo secondo diverse modalità, cui assegniamo in genere dati gradi di probabilità. Il primo risultato – sempre uno schema di successione di eventi che stabilizza il flusso, di conseguenza snaturandolo nella sua “realtà” reale – viene sottoposto a correzioni o (presunti) perfezionamenti tramite reiterate ripetizioni del primo processo di individuazione della realtà (da noi costruita per poter operare su di essa). Il tutto può avvenire in pochi istanti o in tempi molto lunghi a seconda della “sezione di realtà” in cui ci si trova a così operare. Si giunge comunque ad una rappresentazione della realtà (costruita): a volte piuttosto semplice e quasi immediata, altre volte più complessamente elaborata in quella che definiamo una teoria.

Sia la semplice rappresentazione, decisamente elementare e che ci sembra frutto di spontanea osservazione di quanto ci circonda, sia le più elaborate teorie (frutto di varie “andate e ritorni” dal “reale” al nostro cervello che lo costruisce, lo ripeto, per poter agire) vengono sottoposte alla prova dell’uso pratico per appurare quanto realistiche sono. Si può fallire subito e allora quelle rappresentazioni “spontanee” (solo apparentemente tali) o quelle teorie (variamente elaborate) vengono abbandonate. A volte invece si conseguono determinati successi, della cui parzialità non ci accorgiamo subito. Semplici rappresentazioni o complesse teorie vengono allora prese per una effettiva riproduzione nel pensiero di ciò che esiste fuori di noi. In verità, invece, non riproduciamo un bel nulla, ma costruiamo il reale che ci circonda e in cui dobbiamo muoverci con il massimo ordine possibile.

Quando nella “Introduzione del ‘57” (a “Per la critica dell’economia politica”, che uscirà poi nel ’59) Marx parla di “riproduzione del concreto nel cammino del pensiero” forse anche un po’ influenzato dal positivismo dilagante in quel secolo – concezione largamente seguita da gran parte del marxismo – dà vita ad una interpretazione della realtà (al contrario solo costruita) a mio avviso dannosa, che non poteva non avere conseguenze notevoli sulla successiva prassi, anche politica. Sia chiaro però che non è il solo marxismo a commettere quello che è, a mio avviso, un errore. Pensiamo al liberismo con tutti i suoi vaneggiamenti sul “libero mercato” e le sue immense virtù. Tale corrente (deleteria al massimo grado e seguita ancor oggi da schiere di inetti e assai poco intelligenti economisti) si attiene ad una realtà soltanto costruita nel suo più superficiale aspetto. Il marxismo almeno – pur confondendo pur esso la “costruzione” del reale con la sua impossibile “riproduzione” – scende a livelli “più profondi” e dunque svela altri fondamentali aspetti di cui deve tener conto la pratica (politica, ma non solo). La “lotta di classe” – che certamente con la confusione in oggetto si è poitrasformata in semplice corrente ideologica di orientamento di cospicue “masse” – ha svolto per molti e molti decenni una funzione che può essere considerata sostanzialmente “progressiva” (pur con tutte le cautele nell’uso di tale termine). Il liberismo “mercantile” – a parte l’inizio con Adam Smith, che era in antitesi con le resistenze e i residui della vecchia società feudale – ha sempre provocato, appunto restando “in superficie”, un sostanziale stravolgimento della “realtà” in quella forma di società (di rapporti sociali, in specie nella sfera produttiva) definita capitalistica. E oggi, quella “costruzione” della realtà sta provocando un degrado culturale e di civiltà proprio nella nostra parte di mondo, che si crede superiore ad ogni altra: passata, presente e futura.

Oggi, almeno così mi sembra, la concezione della “riproduzione della realtà” è in ribasso. Non mi sembra però di vedere in atto unadeguata presa di coscienza di che cos’è la “costruzione” della realtà per i suoi scopi di azione “efficace” nel tentativo di riprendere in pugno la conduzione di un’attività di trasformazione dei rapporti sociali adeguata ad invertire il processo di accentuatainvoluzione della società detta capitalistica. E il fatto di“costruire” i gradini della realtà secondo un programma di pura “superficialità” del movimento sociale o invece scendendo a datisuoi livelli “più profondi” mi sembra rilevante. Per usare una metafora, se restiamo al puro livello estetico e allo splendore dell’epidermide, diamo un certo giudizio degli esseri umani (o anche di altre specie animali). Se andiamo agli organi interni e a come funzionano, la valutazione di uno stesso “essere” vivente cambia; e di molto.

Diciamo che il marxismo (quello che ha realmente compreso Marx nel suo più accurato e “scientifico” dire) si è molto concentrato sullo “scheletro” del corpo (quello sociale: il “modo di produzione” inteso soprattutto quale struttura dei rapporti sociali di produzione), che dà in effetti ad esso una conformazione del tutto particolare ed influenza senz’altro il suo modo d’agire e, in generale, di vivere (e prosperare; e poi decadere e morire). Gli organi e apparati interni, nel loro modo di funzionare e interagire per la vita complessiva dell’“individuo” (ad es. una data formazione sociale “storicamente costituita e operante”), non sonotuttavia interpretabili in modo stringente e obbligato a partire dalla conformazione del corpo (e quindi dallo scheletro). Ed è quindi qui che deve concentrarsi la nostra attenzione e lo studio della società nel suo sviluppo, trasformazione e differenziazione sia temporale che spaziale. Mandando però al diavolo coloro, tipo gli ormai superati e stolti liberal-liberisti, che credono di vedere il “tutto” mentre se ne stanno tranquillamente a osservare la sola epidermide della società, da essi considerata sempre bellissima, estasiante addirittura. Al massimo, questi sciocchi si concentrano su alcuni “sintomi esterni”; ma sempre prendendo magari la tosse come effetto di un raffreddore da curare con modeste medicine, quando è invece un tumore al polmone che richiede ben altri interventi.

Bisognerebbe tornare ad una più “profonda” attività di ricerca all’interno del corpo sociale; e con la consapevolezza della necessitata costruzione della realtà tramite la quale operiamo e cerchiamo dunque di intervenire, nel modo più consono alla nostra vita sociale, sull’effettiva “realtà”. Se abbiamo la consapevolezza della differenza comunque esistente tra realtà (“costruita”) e “realtà” (reale), dobbiamo capire quant’è lungo il percorso della “costruzione”, che esige RIFLESSIONE (lunga e tormentosa, con vari movimenti di “approssimazione”) e non PRONTEZZA DI RIFLESSI”, tipica di certo atteggiamento tecnologico. Quest’ultima ha al massimo importanza per fornire sintomi e risultati da cui prendere le mosse per l’indagine, ma non certo ai fini di quella “conoscenza” che ci spinge invece a formulare teorie costruttive di date realtà, pensate quale successione di tante “stabilità”; teorie adeguate ad operare in modo utile alla nostra sopravvivenza e alla trasformazione delle sue forme d’espressione “storicamente evolutive”.

Se afferriamo bene la differenza tra “costruzione” e la vecchia idea di “riproduzione” del reale, saremo abbastanza consapevolidel fatto che la nostra pratica d’azione avrà diversi gradi di efficacia; dall’errore completo subito, fin dall’inizio, ad una temporanea riuscita nel vivere e prosperare, trasformando le conformazioni dei rapporti sociali con tutto ciò che questo comporta. Comprenderemo meglio le “grandi illusioni”, cheimprimono comunque forte spinta all’avanzata e all’entusiasmo divaste masse sociali nel loro perdurare storico; e comprenderemo poi anche le cosiddette “delusioni” quando ci si accorgerà che non si sono ottenuti proprio i risultati perseguiti e sperati. La smetteremo tuttavia di gridare soltanto all’errore o daggrapparci nostalgicamente al già superato; e ci si rimetterà con lena a “costruire” nuove realtà per dare inizio a nuove epoche storiche, sempre temporanee, mai definitive. Ben capendo, nel contempo, che molti resteranno alla “vecchia epoca” della “costruzione del reale”; e non si deve aver pietà di loro, bisogna combatterli con energia e senza mezzi termini.

Nel contempo, però, si deve tener conto che non si “costruisce” il nuovo in un battibaleno, occorre sempre la RIFLESSIONE”, opera lunga e laboriosa basata sul “sbagliando s’impara”; e non come battuta consolatoria, ma come autentico programma di ricerca della “nuova costruzione”. Mai paura di sbagliare, si sbaglierà più volte, non s’indovina di prim’acchito. Quindiiniziamo con gli sbagli e senza ascoltare chi continua a recitarci le litanie del “passato”. Le “vecchie storielle” erano magaripregevoli una volta; ed infatti non dobbiamo affatto dimenticare la storia. E’ vero che essa può insegnarci a muoverci nel nuovo, questa non è una bugia. La mancanza di conoscenza storica – pur sempre tipica dei “tecnici” di questi tempi grami – è fatto a mio avviso grave. Tuttavia, non bisogna bloccare la “nuova costruzione” della realtà. Avanti dunque.

 

 

CRISI ECONOMICHE E MUTAMENTI GEOPOLITICI DI G. LA GRASSA

gianfranco

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INDICE

Introduzione

Capitolo I Elementi di teoria delle crisi

Capitolo II Crisi, sviluppo, trasformazione e trapasso d’epoca

Capitolo III la crisi: si brancola nel buio (in primis gli esperti)

Capitolo IV Riflessioni storico-teoriche sulla crisi

Capitolo V Critica dell’economicismo

Appendice I Un discorso “di fase”

Appendice II Contro il neoromanticismo economico

Introduzione, di Gianni Petrosillo

E’ l’eccesso che genera il necessario[…] Senza la speculazione non si farebbero affari. Perché diavolo pensate che tiri fuori i soldi, che rischi di perdere la mia ricchezza se non mi ripromettessi un piacere straordinario, una felicità improvvisa che mi spalanchi il cielo? Col compenso legittimo e mediocre del lavoro, il saggio equilibrio delle transazioni quotidiane, l’esistenza diventa un deserto di una terribile piattezza, una palude in cui l’energia affonda e imputridisce. Se invece, all’improvviso, fate risplendere all’orizzonte un sogno, promettete che con un soldo, se ne vinceranno cento, offrite a tutti quegli addormentati nella palude di mettersi a caccia dell’impossibile, e parlate loro dei milioni conquistati in due ore, in mezzo ai rischi più terribili, vedrete che la corsa comincia subito, le energie sono moltiplicate, il parapiglia è tale che la gente sgobbando per il puro piacere di sgobbare, riesce talvolta a fare dei bambini, cioè delle cose grandi, belle, ricche di vita…Ah, perbacco! E’ vero che ci sono  tante porcherie inutili, ma è anche vero che, senza quelle porcherie, il mondo finirebbe. E. Zola, L’Argent.

1. Questo libro nasce da un’esigenza, quella di decifrare il problema delle crisi economiche nella società capitalistica. Teoricamente e storicamente. Il pensiero economicistico prevalente, cosiddetto neoliberista e “globalista”, ancorato ai suoi miti fondativi, la mano invisibile, le robinsonate “asociali”, gli equilibri(smi) del mercato ecc., si scontra con scuole più critiche che contestano la funzionalità dei cosiddetti correttivi automatici del “sistema”. Alcune di queste sperano di poter depurare il capitalismo dalle sue deformazioni, bilanciando pubblico e privato, aumentando la presenza istituzionale in settori socialmente sensibili (sanità, grandi infrastrutture, ecc.), altre di approfittare delle crescenti contraddizioni per una “resa dei conti” ed una trasformazione dei rapporti sociali. I neokeynesiani (come i loro predecessori keynesiani), per esempio, perorano un maggiore interventismo dello Stato (inteso erroneamente quale organo contemperatore degli interessi di tutta la società) per frenare l’anarchia dei mercati, altre tendenze più radicali (sedicenti comuniste o socialiste) intravedono nella speculazione fuori controllo un tratto irreversibile della degenerazione dei tempi, per contrastare il quale occorre ritornare a legami comunitari, anche rinnegando i progressi conseguiti. Sia l’esegesi ufficiale che quelle antagonistiche, o pseudo tali, appaiono però ristrette e fuorvianti. Esse non comprendono il carattere ricorsivo della crisi economica nei capitalismi e i mutamenti che questa segnala. In ogni caso, restano nell’orizzonte di una “realtà costituita” che obnubila cause ed effetti di funzionamento delle nostre società. In questo saggio, invece, si tenta di fare una disamina diversa del fenomeno, andando oltre le apparenze superficiali e studiando i mutamenti nei rapporti di forza che avvengono in simili periodi.

Ho suggerito l’idea di questo testo a Gianfranco La Grassa proprio perché mi sembrava giunto il momento di una vera battaglia teoretica e culturale, finalizzata a rompere gli “schemi” di un’epoca che si annuncia pregna di cambiamenti, nella quale occorrerà imbracciare le armi della critica ma, soprattutto, come si sarebbe detto un tempo, la critica delle armi, per provare ad incidere sui prossimi inevitabili eventi.  Si sente dire, dai sostenitori dello statu quo, che il capitalismo (definizione di comodo che non spiega il passaggio di questo “modo di ri-produzione sociale” dal modello inglese a quello americano), nella sua versione globalizzata, sia un orizzonte invalicabile della Storia (a dir il vero, il tiro è stato ultimamente corretto, allorché le ottimistiche previsioni di conciliazione mondiale, dopo l’implosione del blocco socialista, si sono scontrate con ulteriori sfide e conflitti che hanno inaugurato il III millennio). Si tratterebbe, al massimo, di migliorare le sue performance inficiate dal carattere degli attori sociali, non sempre razionali e piuttosto inclini al vizio o al cedimento morale. Questo traguardo giustifica, inoltre, l’esportazione, a suon di bombe, della democrazia, allo scopo di togliere di mezzo chi non accetta la libertà in tutte le sue forme, quella della circolazione dei capitali, delle idee, degli uomini, dei beni e delle conoscenze tutt’altro che neutrali.

Avverso questa visione dell’ “open society“ si scagliano gli “antiglobalisti”, i quali però anziché focalizzarsi sull’aspetto (geo)politico della questione (il fatto che la guida, per fornire di tali superiori principi l’umanità, non sia altrettanto collegiale ma, anzi, basata sulla forza di un unico Paese e dei suoi alleati subdominanti: gli USA e le altre formazioni dell’area occidentale), sulla battaglia per le sfere d’influenza tra Stati, riapertasi col multipolarismo (in virtù dell’emergere e del riemergere di potenze revisionistiche dell’ordine mondiale), oppongono a tale rappresentazione del mondo narrazioni parimenti distorte. Si tratta di “storielle” di vario tipo, economiche, sociali, culturali. Si accetta, insomma, il concetto che, effettivamente, il potere risieda in élite apolidi, operanti nella sfera finanziaria, imponenti una “dittatura” del denaro spersonalizzante e antiumanistica. La lotta contro questa aristocrazia dello “strozzinaggio” è ritenuta prioritaria per salvaguardare il destino dell’Uomo (inevitabile la lettera maiuscola, perché l’umanitarismo non concepisce gli individui nella loro connessione e suddivisione sociale, variabile di era in era, ma solo soggetti destoricizzati). Occorre, invece, negare la sussistenza di questo potere sovranazionale finanziario, di cui tutti gli Stati sarebbero strumenti passivi, in via di estinzione. Se così fosse, non ci sarebbe un Paese predominante che trascina gli altri nei suoi conflitti, producendo disordine crescente, in conseguenza di una perdita di controllo delle sue tradizionali sfere d’influenza, a vantaggio di concorrenti in ripresa di potenza. Esisterebbe, invece, un coordinamento internazionale unificato, le crisi non diventerebbero così profonde e sarebbe sempre agevole trovare delle soluzioni concordate.

Contrariamente a dette ubbie, bisogna piuttosto comprendere che gli Stati, in quanto sistemi di apparati, sono strumenti nelle mani di agenti strategici dominanti (in competizione fra loro), di tipo nazionale, che confliggono con quelli di altri Stati. Tale conflitto prevede, certamente, delle alleanze ma queste sono sempre orientate a meglio posizionarsi nella lotta di tutti contro tutti, che in alcune fasi diventa guerra aperta, come accaduto per due volte nel XX secolo. Ovviamente, man mano che ci si avvicina a detto momento si acuiscono gli scoordinamenti nelle varie sfere sociali, a partire da quella che, nei sistemi capitalistici, prende il davanti della scena: la sfera economica, suddivisa in produttiva e finanziaria. Il multipolarismo crescente è il segnale che gli assetti mondiali sono in via di riconfigurazione. E’ difficile prevedere gli esiti ultimi di questo movimento carsico che per ora scuote solo l’epidermide delle formazione capitalistica globale, organizzativamente non omogenea al suo interno (si pensi, ad esempio, a Paesi come Russia e Cina, i quali si fondano su presupposti economici speculari a quelli occidentali ma, politicamente, essi sono meno impastoiati nei rituali democratici o negli umori dell’opinione generale). Gli economisti, ormai volgarmente più tecnici che scienziati, credono di cogliere queste profonde trasformazioni sociali con grafici e statistiche, recitano il mantra dei conti da tenere in ordine, cercando con ciò di legare le mani agli Stati e alle loro strategie di lotta. Ma quello che si approssima sarà un periodo in cui gli organi di vertice dei Paesi torneranno a “spendere”, non lesinando energie finanziarie e strategiche, senza curarsi troppo dei bilanci, al fine di far aumentare la propria capacità di proiezione internazionale. E’ probabile che di questo si avvantaggino gli strati popolari, da coinvolgere emotivamente nello sforzo delle élite in “singolar tenzone”, in questi ultimi anni tosati da dirigenze di scarso coraggio politico. Laddove, si installeranno drappelli dominanti, con una più ampia visione dei processi storici, i quali avranno necessità di creare nuovi blocchi sociali per compattare le nazioni nella lotta, è possibile migliori anche la condizione di quei ceti che fin qui hanno pagato la crisi per tutti. Chi non sarà in grado di fare questo salto di qualità resterà vittima del chiacchiericcio degli economisti, quasi tutti di formazione anglosassone (et pour cause), e si impoverirà maggiormente.

2. Purtroppo, c’è chi tira in ballo Marx per legittimare affrettate conclusioni sul capitalismo giunto al suo ultimo stadio di “volatilità” finanziaria. Ma le cose non stanno esattamente così. Secondo Marx, la lotta nel libero mercato tra capitalisti avrebbe favorito processi di concentrazione (prima) e di centralizzazione (poi) dei capitali, con espropriazione di molti proprietari, i quali sarebbero stati risospinti tra i salariati (anche se di più alto livello). Contestualmente, la socializzazione dei diversi processi produttivi, favorita dalla prima circostanza, non avrebbe incontrato più ostacoli, determinando la formazione, nella produzione, di un nuovo soggetto collettivo, il quale avrebbe avuto tutto il controllo delle fasi lavorative, dalla progettazione all’esecuzione. La proprietà si separava dalle potenze mentali della produzione che andavano a ricongiungersi alle forze manuali. Non v’è però in ciò alcun livellamento gerarchico, tra manager “ideatori” e operai “attuatori”, non esiste orchestra che possa suonare senza il coordinamento di un direttore, ma vi è sostanziale comunità d’intenti, emergente da relazioni sociali di fatto. Al contempo, si determina però una netta dissociazione nella collettività, tra redditieri (proprietari degli impianti industriali, secondo modalità finanziaria di controllo) e salariati in senso lato, ovvero, se si vuole usare una terminologia desueta, “colletti bianchi” e “tute blu”, in crescente combinazione (il lavoratore collettivo cooperativo).

Marx spiega che questa classe di rentier, ancora strapotente nei gangli statali, risulta essere in decadenza, per via del fatto che la base materiale (produttiva) sfugge alla sua egemonia ed esiste esclusivamente grazie al controllo politico degli apparati di coercizione dello Stato. Il rapporto sociale generale è, pertanto, diventato favorevole al lavoratore associato che rappresenta il grosso della società, la sua parte più dinamica e propulsiva. I pochi capitalisti finanziari sopravvissuti sarebbero stati, dunque, eliminati da detta compagine collettiva che avrebbe dato, infine, la spallata allo Stato, in cui erano asserragliati gli ultimi prepotenti, rovesciandoli una volta per tutte. Questo sosteneva Marx nel III libro del Capitale, inequivocabilmente. Sono le circostanze in cui ci troviamo adesso? Per quelli che si fermano agli sconquassi sui mercati, evidentemente sì, il “finanzcapitalismo” dimostrerebbe che il clero monetario si è ormai costituito in classe intermodale (una sorta di rivoluzione dentro il Capitale) originando la transizione da un capitalismo industriale a uno cedolare. Ma sono allucinazioni. Addirittura, si sarebbe concretizzata anche la profezia marxiana di una definitiva separazione tra proprietà e produttori, preludio al crollo dell’ “impero del Capitale”.

Lorsignori, non hanno compreso che l’ipotesi marxiana prevedeva qualcosa di ben più articolato rispetto alle loro facili approssimazioni, infatti, la divaricazione sociale tra possessori del denaro, nelle sue varie specificazioni, e utilizzatori delle macchine, avrebbe favorito il formarsi, nel processo produttivo, di una vera classe intermodale portatrice di un rapporto sociale non più fondato sull’estorsione del plusvalore ma sulla piena razionalità dei processi e l’equa appropriazione dei prodotti. Il General Intellect si sarebbe riprodotto socialmente sugli automatismi di un rapporto di tipo comunistico, del quale però v’è traccia, non ai tempi di Marx (che pure sembrava vederlo operare nel grembo di un capitalismo ormai maturo), non ora (che è stato smentito dalla riconfigurazione capitalistica). Per questo, occorre decisamente contestare la presunta egemonia della Finanza, acefala e anomica, sull’industria, sullo Stato e sulla società. Forse, essa ha gioco facile a sottomettere quei Paesi incapaci di sviluppare politiche autonome e che si lasciano attaccare dalle banche e dalle multinazionali estere, ma anche la Finanza è inserita in un preciso contesto nazionale, al quale rende inevitabilmente conto.

Dobbiamo, pertanto, affermare che nella produzione non si è saldato il lavoratore combinato proprio perché il “destino” del capitalismo è stato di attraversare l’oceano e di americanizzarsi, innestandosi su peculiarità sociali sconosciute in Europa. E’ oggi evidentissimo che gli strati alti del management produttivo (non parliamo di quello strategico) sono parte integrante dei gruppi dirigenti dominanti. I redditieri per Marx erano, invece, quelli estraniati dalla produzione, spossessati delle potenze mentali. Con la sola ricchezza, inoltre, non si domina un bel nulla. Perciò, tutto quello che viene attribuito a Marx, in questa falsa interpretazione del suo pensiero, è campato in aria. Il pensatore tedesco non era stato così rozzo e antiscientifico nell’esprimersi, non aveva mai vaneggiato di massonerie danarose che dominano il pianeta. Quando il profitto si stacca nettamente dal “salario di direzione”, quando il capitalista si tramuta in mero proprietario di azioni, che si arricchisce rapinando in borsa i suoi simili, cessa anche la sua spinta innovativa nella produzione. Il capitalismo comincia, allora, a deperire, perché si svigorisce il rapporto sociale di sostegno, esplode la contraddizione tra accrescimento della potenza sociale del lavoro (con uno sviluppo inarrestabile delle forze produttive unificate nel General Intellect) e appropriazione privata dei prodotti sul mercato, a favore di una sempre più ristretta classi di proprietari (modo della produzione e modo dello scambio subiscono un cortocircuito). A fronte di questa potente elaborazione di Marx, comunque smentita dai fatti, gli attuali critici del Capitale, blaterano di finanzcapitalismo, in ciò facilitando il gioco dell’ideologia dominante, ben adusa a sostenere tali emerite idiozie, dando addosso ai finanzieri “cattivoni”, per depistare la critica, condurla su un penoso piano moralistico, oltre che sterilmente economicistico. E’ impossibile, pertanto, digerire quanto annunziato da questi “rodomonti” che occupano la scena pubblica, dalla televisione all’editoria.

Nelle loro disamine c’è una incomprensione profonda del modo di riproduzione sociale in essere. Innanzitutto, il carattere più generale della crisi capitalistica è la sovrapproduzione, infatti, non vi è scarsità o penuria di beni, come spesso accadeva in passato, ma loro eccesso rispetto alla domanda. Si tratta, senz’altro, di una crisi che determina impoverimento delle più larghe masse popolari ma, pur sempre, in un contesto di avanzamento produttivo, in cui si susseguono scoperte tecnologiche, miglioramenti di processo e, soprattutto, realizzazione di nuovi prodotti, cui però non corrisponde l’aumento della capacità di acquisto delle masse. Molte merci restano invendute, le imprese capitalistiche soffrono perdite, sono costrette a ridurre la produzione e le unità lavorative occupate; molte devono chiudere o persino fallire. Questa è la tendenza generale contrastata però dalla proliferazione di settori inesplorati, destinati, presto o tardi, a decollare. E’ in corso un’altra rivoluzione che non ha ancora mostrato tutte le sue potenzialità ma a breve i risultati si noteranno.
Certamente, chi perde il lavoro non consuma, facendo crollare ulteriormente la domanda di tali prodotti, a loro volta le imprese riducono quella dei beni di produzione smettendo d’investire. La crisi si estende. E’ giusto pensare a forme di aiuto per i ceti deboli ma ciò non basterà ad invertire la rotta. Solo l’occhio più superficiale non comprende che nella crisi si manifesta il sintomo di una ristrutturazione o riconfigurazione che, in certi frangenti storici, va ben oltre i confini dell’economia.

La seconda rivoluzione industriale, verificatasi tra fine Ottocento e inizio Novecento, fu attraversata da una lunghissima stagnazione, proprio mentre si gettavano le basi di un grande balzo tecnologico e di profondi mutamenti geopolitici. Poiché la società capitalistica appare come un grande ammasso di merci è ovvio che i suoi terremoti più profondi si presentino in superficie con sconvolgimenti in questa sfera, prima a livello finanziario, poi della cosiddetta “economia reale” ed, infine, nei rapporti di forza tra aggregati statali (a livello della sfera politica, dove si trova il vero nucleo della complessità sociale e dei suoi decisivi conflitti per la preminenza). A seconda delle fasi, le crisi possono risolversi con aggiustamenti che non intaccano il funzionamento generale dell’economia, ed in questo caso si parla più che altro di recessioni, (di solito si tratta di correttivi utili a migliorare la situazione all’interno di un’area ad egemonia stabilizzata, avente un centro regolatore pienamente operante) oppure, in epoche di incertezza geopolitica, la crisi, dipendente da una strenua competizione interstatale, che fa saltare le regole del gioco. Noi ci troviamo all’imbocco di un’epoca di quest’ultimo tipo, poiché siamo passati da una stagione monocentrica, con assoluta supremazia statunitense, ad una multipolare con crescita di elementi regionali (Russia, Cina) che impediscono alla superpotenza di essere unilaterale nelle sue decisioni. La crisi contemporanea è dunque débâcle da sregolazione geopolitica (accompagnata da importanti novità a livello tecnologico e produttivo, la cui portata si vedrà col tempo) che non annuncia il definitivo precipitare del capitalismo (il termine è ormai riduttivo per definire il nostro modo di riproduzione sociale, forgiato sul modello statunitense) nel finanziarismo parassitario, bensì l’inizio di una acerrima conflittualità tra aree per la supremazia mondiale, politica e, in subordine (o meglio, contestualmente), anche economica.

3. E’ passato un decennio dall’esplosione della bolla immobiliare americana del 2008 che diede avvio alla crisi. Dal principio, in altri saggi, sostenemmo che la débâcle economico-finanziaria non si sarebbe risolta molto presto perché la sua natura era prevalentemente (geo)politica. Mentre i grandi sapienti della triste scienza si dividevano in due correnti, quelli che minimizzavano (assicurando che la tempesta sarebbe stata superata con le dovute regolazioni ed il ripristino della fiducia nel mercato) e quelli che allarmavano (prevedendo l’ennesimo crollo del sistema), a seconda della scuola di pensiero a cui erano collegati, noi ipotizzavamo l’avvento di un non breve periodo di stagnazione, molto simile a quello iniziato nel 1873 e conclusosi solo nel 1896, senza che, tuttavia, i problemi strutturali degli assetti internazionali si sciogliessero. Furono le successive guerre mondiali del XIX secolo, che decretarono il tramonto del predominio inglese a favore di Usa e Urss, a mettere le “cose a posto”. In generale, in questi momenti d’instabilità, gli scienziati dell’economia non ne azzeccano una ma confidano sulla scarsa memoria di tutti per dispensare consigli e aumentare i loro cachet. Essi arrivano persino a convincersi, soprattutto ex-post, che siano state le loro ricette tecniche a bonificare la palude in cui si versava.

La insormontabile diatriba, caratteristica di queste congiunture, tra sostenitori delle politiche “dell’offerta”, e loro oppositori concentrati sul sostegno alla “domanda”, è solo fumo negli occhi. Occorrerebbe lasciar perdere le prime impressioni che si ricavano dai dati economici e gettare uno sguardo critico sul succedersi vorticoso degli avvenimenti. Scrive La Grassa:

Oggi, per esempio, la crisi si riflette ovviamente in una caduta dei redditi di una buona parte della popolazione. Si tenga intanto presente che si tratta certo della maggioranza d’essa, ma ce n’è una quota non indifferente (io credo almeno un quinto se non un quarto) che della crisi in atto non soffrirà troppo; e ne uscirà non dico indenne, ma sempre con un tenore di vita elevato e con consumi ‘opulenti’. La maggioranza andrà però incontro a forti disagi. Per ragioni di equità e per opportuna strategia politica (che richiede anche quella delle ‘alleanze’ o ‘blocchi sociali’), è lecito venir incontro al malessere di questa gran parte della popolazione; sapendo che non è però composta di soli lavoratori dipendenti.  C’è invece chi chiede puramente e semplicemente l’aumento salariale, e soprattutto per ragioni economiche, perché aumentando i consumi si combatterebbe la crisi. Mi dispiace ma questo è un errore; i consumi, se eccessivi e dediti solo ai beni di prima necessità, indeboliscono un sistema-paese e lo fanno uscire dalla crisi – che è inevitabile e ci si deve rassegnare a passarla – in condizioni assai peggiori rispetto ad altri. La crisi sarà in definitiva per tale paese più lunga, più spossante, lo lascerà in balia di quelli capaci di sfuggire al banale populismo di simili proposte. Un certo aiuto ai ceti bassi e medio-bassi è doveroso e utile per impedire scollamenti e lacerazioni del tessuto sociale che lascino un paese in balia del caos e disordine, con accentuazione della sua caduta ‘in basso’ e la possibile ascesa di ‘avventuristi’ che potrebbero condurlo al disastro (non economico, bensì proprio sociale e politico) totale.

Andrebbe messa da parte la sterile lite tra liberisti e keynesiani che torna ricorrente in ogni congiuntura di difficoltà. Costoro si alternano a prendersi la ragione ed a scambiarsi il torto, senza soluzione di continuità. Il libero mercato e le politiche dell’offerta sono i principi ineludibili sui quali si appoggiano i primi. Oggi che sono contestati ovunque riprendono fiato quelli antitetici kyenesiani, che predicano meno mercato e più sostegno alla domanda da parte degli organi pubblici. E’ un circolo vizioso che gira in un senso e poi nell’altro, senza passi in avanti. La crisi però non dipende dalla domanda, tanto meno dal sottoconsumo (Keynes almeno tiene conto dell’investimento nella domanda effettiva e pare meno rozzo dei suoi epigoni). Ovviamente, i ceti subalterni devono essere protetti più di quelli superiori dagli squilibri mercantili che su di essi si scaricano con maggiore virulenza ma deve essere altrettanto chiaro che l’immissione di potere d’acquisto in una situazione di crisi non inverte la tendenza negativa. Può lenire ma non risolvere, perché la partita si disputa ad un altro livello: nel grande gioco della potenze per la supremazia mondiale.

La crisi economica è una specie di terremoto che nasce da attriti, più o meno profondi, sotto la superficie sociale. Nella presente epoca, l’impatto tra masse geopolitiche avviene a profondità importanti e l’energia che si scarica in alto è piuttosto potente. Può provocare dei bei disastri ma questi sono conseguenza di sconvolgimenti nei rapporti di forza tra Stati. E’ essenziale distinguere una crisi di simile portata da quelle cagionate dalla volatilità dei titoli. Anzi, su quest’ultimi si possono innestare “manovre” politiche per mettere con le spalle al muro i Governi o le loro imprese strategiche. Chiosa La Grassa che:

 

Le vere crisi economiche – caratterizzate da crolli improvvisi e catastrofici (tipo 1929) o invece da un lungo periodo di sostanziale stagnazione (tipo quella di fine secolo XIX, 1873-96, cui tende sempre più ad assomigliare la recente crisi generale di sistema del 2008) – non sono affatto controllabili e manovrabili da nessuna forza economica e politica.

In una società dominata dalla forma merce, qual è quella capitalistica, è normale che i primi sconquassi appaiano a livello finanziario. La parte finanziaria, legata alla moneta e alla sue duplicazioni, subisce per prima gli effetti dello scoordinamento sociale, data la generalizzazione della forma di merce nel capitalismo e il conseguente uso necessario del denaro nel ciclo continuo M-D-M. Quando qualcosa interrompe la sequenza (può trattarsi di un evento economico o extraeconomico, come stiamo evidenziando nei nostri ragionamenti) sono i mercati in cui circola il denaro, che è tanto intermediario nello scambio di merci che merce a sua volta (D-D’, cioè denaro che equivale a più denaro, senza anello intermedio, è la formula generale del Capitale), a subire l’iniziale contraccolpo. Queste problematiche, se non dipendono da puri azzardi speculativi, posso riversarsi sui cosiddetti settori dell’economia reale, di beni e servizi, ed allora la situazione può divenire grave.

Ad ogni modo, occorre capire qual è il livello di stabilità politica delle dinamiche storico-sociali, generanti i disequilibri in quella specifica congiuntura, e come si ripercuotono a livello economico, per “classificare” la natura della crisi. Quando non sono messi in questione i rapporti di forza su cui si regge il “sistema” è agevole trovare, entro la stessa sfera economico-finanziaria, delle contromisure di riaggiustamento, operando con gli strumenti normalmente a disposizione. In detti frangenti, anche le iniezioni di fiducia (per rassicurare consumatori e imprenditori), con provvedimenti ad hoc emessi dagli organi istituzionali (un minor carico fiscale sulle aziende o qualche privilegio concesso alle famiglie, per citare qualcosa) possono sortire dei risultati. Invece, se ci si trova nel bel mezzo di uno scontro per le sfere d’influenza, tra Stati in ripristino di sovranità o in recupero di potenza che sfidano un egemone di più lungo corso, gli accorgimenti “amministrativi” risultano inefficaci. Non a caso, la crisi perdura e si aggrava perché i palliativi non possono cambiare il corso storico. Nella nostra fase la strategia (geo)politica conta più dell’economia e dei suoi dettami “contabilistici”.

Chi non comprende la sfida verrà spazzato via dalla furia degli eventi. Per questo possiamo mettere tutti sullo stesso piano, i (neo)liberisti, i(neo) keynesiani e anche i rimasugli (neo)marxisti che fraintendendo Marx, blaterano di predominio della finanza senza patria. Sono scuole di de-pensiero, ormai ossificate, che non hanno più nulla da insegnarci.

4. Per renderci più adeguato lo studio dei fenomeni sociali ed il loro mutare nel tempo, bisogna procedere “sezionando” quella che chiamiamo realtà. Ovviamente, la scelta dei “tagli” e delle scomposizioni del “reale”, con i quali tentiamo di afferrare il mondo, è sicuramente soggettiva ma le teorie si costruiscono facendo inevitabilmente delle scelte, basandosi su intuizioni che concepiscono uno specifico campo di azione, sul quale calare “strutture” costruite mentalmente, le quali non sono proprie dell’oggetto preso in considerazione. Per questo si crea sempre uno scarto tra ipotesi conoscitiva e andamento degli eventi. Altrove, La Grassa ha scritto che questi campi possono risultare saldi per intere fasi storiche ma mai immutabili in quanto colpiti dal flusso conflittuale che li attraversa e li deforma, fino a trasfigurarli. Le teorie che individuano il campo sono il primo passo per stabilizzare l’azione dei soggetti che in esso intendono agire (in quanto trasportati dal flusso squilibrante) al fine di cogliere e poi servirsi delle sue dinamiche, per posizionarsi al di sopra di altri gruppi che si contendono la preminenza. Anticipato il metodo possiamo, dunque, suddividere la società in cui operiamo in tre sfere interrelate: economica (produttiva e finanziaria nel capitalismo), politica (con il suo prolungamento bellico e d’intellicence), culturale (ideologica). La realtà in cui gli individui agiscono non è statica ma è flusso continuo, è getto incessante, è, appunto, “storia”, pertanto, è lo squilibrio la sua unica “costante”.

Gli individui non possono immergersi direttamente in questo scorrimento continuo se vogliono avere una visione più ampia dei processi sociali, devono gettare ormeggi in vari punti, scegliere postazioni di osservazione privilegiate, alzare la testa dall’”acqua”. La realtà è movimento di cui immaginare parti in relazione interattiva, essa è fondata sul conflitto, quale causa di un sotteso squilibrio sempre operante. Lo squilibrio è ciò che innesca le dinamiche del conflitto strategico. Gli attori non possono sottrarsi a tale sorte ed in quanto maschere di rapporti sociali agiscono nel mondo circostante solo dentro queste tendenze. Cioè sono agiti da tali impulsi. La stessa cooperazione nasce dall’esigenza di avere più spinta nel conflitto, contro determinati avversari, o almeno quelli che si percepiscono come antagonisti sulla strada dei propri scopi, allorché si perseguono certi obiettivi. Persino sentimenti come l’amicizia, potremmo supporre, principiano dagli incerti dell’esistenza che spingono a legarsi, con una o più persone, in ”comitive”, per non essere soli nel momento del bisogno. Poi, certamente, su questo movente egoistico, dettato dal timore di essere in balia dei casi della vita, germogliano trasporti e sentimenti sinceri.  Per agire, dunque, i soggetti hanno bisogno di fissare un ventaglio d’iniziative su un campo delimitato d’azione, in questo “perimetro” di lotta nascono le loro strategie per la riuscita nei loro intenti.

L’attività strategica è Politica. La Politica è fascio di mosse strategiche necessario ad operare in ogni sfera sociale. Sono Politiche le condotte per primeggiare nella sfera detta politica (lo Stato, i suoi apparati, e tutti gli altri organismi che esplicitamente dichiarano di voler influenzare le scelte in quest’arena), è politica l’ “investimento” di energie per conquistare il mercato nella sfera economica (anche con mezzi extraeconomici), è politica la produzione di idee per egemonizzare la sfera ideologico-culturale (la battaglia delle tesi, attraverso media, editoria ecc. ecc.). Lo Stato viene impropriamente considerato un “soggetto” unitario – questa falsa interpretazione dà sempre adito a molti malintesi, sui suoi compiti e le sue funzioni – mentre esso è invece costituito da centri di elaborazione di strategie in urto fra loro. Ugualmente le imprese, trattate abitualmente quali entità armoniche, sono gestite e suddivise gerarchicamente, sviluppano strategie conflittuali (non esclusivamente collegate ad una razionalità strumentale, quella del minimo mezzo per il massimo risultato, come generalmente si crede studiando questi organismi, che, invece, ricorrono come tutti gli altri, operanti in altre ambiti, ad una più dispendiosa razionalità strategica per avere ragione dei concorrenti, anche rimettendoci qualcosa subito per conseguire un più alto traguardo domani), sia internamente che esternamente, ed il mercato non sta loro accanto, come qualcosa di estraneo, ma è il terreno su cui sono innestate, da cui sono anche composte, in quanto fatte con la stessa “materia”.

Lo squilibrio innesca il conflitto, indipendentemente dai desideri pacifici degli esseri umani, la vibrazione squilibrante scuote la società e produce frizioni che si riflettono socialmente. Ciascuno pensa che sia l’altro a voler prevaricare, ciò vale sia per i singoli individui che per gli enti in cui questi si organizzano, ma è il flusso del reale che li sospinge al confronto/scontro. Dal predetto svolgimento, e dalla differente risposta dei “soggetti”, scaturiscono rapporti di forza dissimmetrici; chi si sente soverchiato vuole recuperare e rovesciarli, chi gode di condizioni favorevoli vuole preservarle. Anzi, quest’ultimo costruisce, sui suoi privilegi, delle narrazioni universali, con le quali condizionare interi blocchi sociali (la cintura protettiva del suo dominio, egemonica ma, quando occorre, anche coercitiva) e stigmatizzare le eventuali alterazioni di questi “equilibri” portate dai gruppi avversi, che solo per il tentativo di insidiarli nel primato diventano immorali, irresponsabili e, persino, terroristi.

Poiché c’è sempre la possibilità di uno sbilanciamento delle forze in campo, si cercano delle alleanze, da parte dei dominanti per tutelarsi contro le “trame” dei nemici o dei (sub)dominanti o non ancora dominanti per ridurre il gap di potenza verso gli egemoni. Trasferendo questo ragionamento nell’agone mondiale si comprende perché si verifichino le crisi internazionali (che immancabilmente principiano dal versante economico) e, in alcuni momenti, si arrivi alle guerre, regionali o mondiali.  Quindi, esiste sempre una conflittualità, che può essere latente o pronunciata, a seconda dei periodi, degli individui nei gruppi, dei gruppi nelle formazioni particolari (paesi o aree a “struttura” considerata sufficientemente omogenea), e di queste ultime nell’arena globale, cioè nella formazione capitalistica mondiale. Ad ogni modo, è anche bene chiarire che non è mai possibile stabilire a priori la supremazia di una sfera sociale sull’altra perché è la stessa lotta per la supremazia, in ogni sfera sociale, l’elemento determinante. Questa lotta è lotta di strategie politiche, anche quando non avviene nella sfera detta politica. E’ possibile, forse, stabilire una predominanza relativa della sfera politico-militare sulle altre proprio perché il conflitto portato al suo più alto livello attiene agli Stati e a gruppi che agiscono in esso. E’ il conflitto per la preminenza geopolitica che richiede un coordinamento ed uno sforzo direzionato di tutti i settori sociali verso quell’obiettivo. Tuttavia, lo sguardo “primitivo” si focalizza sul quel che vede di primo acchito, cioè sulla generalizzazione dello scambio mercantile che sembra pervadere il complesso sociale, addirittura mutando antropologicamente gli uomini, come usano dire i filosofi. Ogni cosa è ridotta a compra-vendita, alla logica del profitto, raggiunto col minimo sforzo per il massimo esito. Da questa visione la storia è letteralmente espulsa e non si tiene in considerazione un dato generale, valevole per tutte le epoche (benché quello specifico muti in ciascuna di esse), cioè che il potere è sempre stato in mano a chi ha avuto il monopolio della forza, del consenso, nonché la maggiore intelligenza del rapporto che regola l’architettura sociale.

Non è mai stata la ricchezza (o la moneta) il fulcro di tutto, nonostante sia sempre questa ad oliare gli ingranaggi di un sistema, a “finanziare” i progetti strategici. Si continua a confondere uno strumento con il fine (cosa che individualmente può anche avere un senso ma di certo lo ha meno socialmente). Molti credono a questa fantasmagoria del denaro (e dei suoi duplicati) che proietterebbe ovunque la sua potenza, tanto da attribuire alla finanza il vulnus della crisi, incoraggiati dai veri dominanti, i quali hanno ogni interesse ad insegretire l’essenza del potere. Anche questa è una strategia di chi domina: provocare lo sdegno per l’isolato banchiere truffaldino, al massimo per la banda di speculatori che scippa gli azionisti, piuttosto che dipanare le mosse conflittuali con le quali essi si tengono in sella, disattendendo ai principi propinati alla massa. Quest’ultima deve sempre credere che l’errore sia di qualcuno che fa il furbo e non dell’intero apparato e delle sue logiche di funzionamento. Del resto, i conflitti, erano più visibili in passato, quando la struttura sociale risultava meno articolata e la lotta per il potere si svolgeva principalmente nella sfera politica e in quella ideologica.

Col capitalismo la conflittualità si sposta nella sfera economica, diventa “competizione” per il profitto (cioè appropriazione privata di pluslavoro nella forma del plusvalore), almeno in apparenza. Senz’altro, questo è un meccanismo più sofisticato per appropriarsi del surplus sociale (di cui abbisognavano anche Re, Nobili e Clero per muovere gli eserciti) ma la novità è un’altra, lo stesso sovrappiù, generato dalle classi subordinate e ad esse non pagato, cresce esponenzialmente permettendo di condensare una energia collettiva mai vista. La lotta per la predominanza fa un salto di qualità, si perfezionano le strategie, i mezzi per confliggere, le armi per distruggere. Eppure, questi elementi svaniscono alla vista, restano a lungo dietro il paravento dei movimenti economici, degli affari, dei commerci, del denaro, per apparire solo raramente nei momenti di massima tensione del conflitto, allorché diventa inevitabile far risuonare i cannoni. Essenziale è primeggiare, non guadagnare.

5.Ci troviamo indubitabilmente al bivio di una nuova fase storica di cui la crisi economica segnala la presenza. L’attuale formazione sociale occidentale, sorta dal capitalismo borghese di matrice inglese (La Grassa la denomina formazione dei funzionari privati del capitale, a matrice statunitense, in mancanza di definizione più adeguata), sta perdendo terreno a causa dell’ingresso in una dimensione multipolare (con l’affacciarsi e il riaffacciarsi sulla scena di formazioni particolari in competizione con il predominio statunitense) che annuncia un più profondo policentrismo, non ancora prevedibile nei tempi di effettiva concretazione. La crisi è di fatto il risultato di questo scontro in profondità tra placche tettoniche (aree di paesi) che segnala l’emergere di una diversa configurazione mondiale. Il crollo finanziario, e poi anche reale, è l’aspetto più appariscente, su questo si concentrano gli economisti e gli “esperti” finanziari con le loro ricette risolutive, ma sempre più contorte, che durano l’espace d’un matin. La crisi, presa dal punto di vista strettamente economico, è inevitabile aumento delle sproporzioni tra settori, a causa dell’anarchia nel mondo delle merci.

Lo aveva descritto già Marx che, tuttavia, coglieva la superiorità di questo rapporto sociale rispetto ai precedenti:

Nella società attuale, in una industria basata sugli scambi individuali, l’anarchia della produzione, che è la causa di tanta miseria, è al tempo stesso la fonte di ogni progresso. Ora, di due cose l’una: O volete le giuste proporzioni dei secoli passati con i mezzi di produzione della nostra epoca, e siete allora dei reazionari e degli utopisti. O volete il progresso senza l’anarchia ed allora, per conservare le forze produttive, dovete abbandonare gli scambi individuali. Gli scambi individuali possono conciliarsi solo con la piccola industria dei secoli passati e con il suo corollario di ‘giusta proporzione’ o anche con la grande industria, però con tutto il suo seguito di miseria e di anarchia.

 

Questa è la regola, ad ogni modo, in altra situazione, è possibile avere un migliore controllo del fenomeno, quando i mercati sono sotto l’egida di un unico Paese, cioè nelle cosiddette epoche monocentriche. Le stesse però durano per un po’, poi lo scompenso prende il sopravvento e la crisi si ripresenta in tutta la sua prorompenza, facendo saltare anche le istituzioni create per stabilizzare quel dato quadro di rapporti di forza.  La Grassa spiega che la produzione di merci implica la duplicazione monetaria, ciò fa emergere il settore finanziario, il quale si autonomizza da quello reale (al quale fornisce importanti risorse), in virtù di ritmi ben più vorticosi. Qui è possibile realizzare guadagni con un semplice clic su una testiera, comprando e vendendo titoli in pochi secondi, spostando ingenti capitali per speculare, quindi i tempi della sua realizzazione sono rapidissimi in rapporto a quelli necessari nei settori della produzione materiale. I castelli di carta, prima o poi, finiscono per avvitarsi su se stessi, a causa dell’estrema volatilità del settore e dello iato che si crea con la base produttiva. Quest’ultima non sa come assorbire gli ipertrofici mezzi finanziari, che in altre circostanze sono fondamentali per realizzare i grandi progetti industriali, le infrastrutture più costose, ecc. ecc.

Le crisi finanziarie possono essere ripetute, ma non sempre sono devastanti per l’organismo economico, in quanto colpiscono comparti delimitati e non si estendono a tutta l’intelaiatura sociale. Se invece il disagio perdura, con crolli continui in borsa, con l’inceppamento dei principali circuiti economici, con ripercussioni sulla produzione ecc. ecc. ciò diviene indice di tutt’altre problematiche che  oltrepassano  la sfera economica. Il momento storico è allora quello di una lotta per la predominanza, che coinvolge gli Stati e che si manifesta primieramente sul lato economico, perché la società capitalistica si presenta come “un’enorme raccolta di merci”, con determinazioni sociali coperte e mediate da quelle “cosali”.

6. Le crisi, che spesso precedono le guerre (anche se non è sempre detto), sono la conseguenza del conflitto intercapitalistico tra gruppi di decisori ai più alti livelli delle sfere sociali. E’ lo sviluppo ineguale dei capitalismi a provocare queste situazioni che devono risolversi in scontri sempre più accesi. La grande crisi del 1929-33, in seguito al declino inglese, determinò l’ingresso in una fase policentrica che, a sua volta, ebbe come conseguenza la guerra mondiale, per la preminenza. Solo dopo l’ultimo conflitto si entra in una fase molto lunga di stabilizzazione, fondata sul bipolarismo Usa-Urss, non un equilibrio di potere perfetto, tanto che a lungo andare la supremazia di Washington emerge, anche per l’incapacità del blocco socialista di tenere il passo con l’avversario (non dobbiamo credere che sia stata la corsa agli armamenti o l’assertività di Reagan a far implodere l’Unione Sovietica, corrosasi dall’interno). In questo periodo di relativa stabilità geopolitica, non scoppiano crisi radicali, nemmeno allorché collassa la Russia e si entra in una breve epoca di monocentrismo Usa, a partire dagli anni ’90. Con l’estendersi dell’impero americano alle aree che rientravano nel campo nemico, inizia tutta una narrazione ideologica di pace, cooperazione, governo mondiale dell’economia di cui l’apice è l’incontrovertibile globalizzazione, portatrice di vantaggi per tutti i partner del consesso internazionale, finalmente unificato negli interessi commerciali e comunitari. Ma, appunto, parliamo di un racconto ad usum populi.

Nel ‘800, quando era Londra la capitale dei traffici, delle produzioni e degli eserciti, spopolava la teoria dei costi comparati di David Ricardo, secondo la quale ogni Paese avrebbe dovuto specializzarsi nella produzione e nella vendita di merci che, per elementi naturali ed artificiali, lo rendessero più adatto a crescere in quei determinati ambiti merceologici in cui erano impareggiabili, integrati nell’economia mondiale. Per cui se i portoghesi eccellevano nel vino avrebbero dovuto concentrarsi su quello, scambiando bottiglie con i beni che non realizzavano in proprio. Ciò avrebbe ostacolato lo sviluppo in altri settori, magari i più avanzati.

Lo scopo di queste teorie è quello di giustificare, ammantando di scienza l’ideologia, la sottomissione di tutti gli altri paesi a quello più forte, impedendo alle collettività surclassate dalla rivoluzione industriale (ieri come oggi) di fare concorrenza ai meglio attrezzati, limitandosi ad essere zone di smercio dei prodotti tecnologici di questi o semplici fornitori di materie prime o di altri beni frugali (anche se di lusso). Friedrich List, contraltare di David Ricardo in Germania, parlava invece di protezione dell’“industria nascente”, alla quale riservare il sostegno dello Stato, affinché anche in un contesto inizialmente sfavorito potessero concretizzarsi le condizioni di uno sviluppo impetuoso delle forze produttive, per ridurre il gap con i First Comers. La globalizzazione, mutatis mutandis, è la versione del modello ricardiano dei nostri giorni. I periodi unipolari, in ogni caso, non durano in eterno e quello americano sembra già alla fine, insieme al suo idealismo “secolare” di supporto (si annunciava un New American Century, esauritosi in un misero decennio di hiperpuissance). Due lustri di assoluto monocentrismo Usa e già si è aperta una fase multipolare che sfocerà, tra non molto, in un più veemente policentrismo. Oggi, l’antagonista principale del Paese predominante è la Russia, seguita dalla Cina, gigante economico che però militarmente risulta ancora non all’altezza dei due diretti contendenti. Altre nazioni cercano un rafforzamento approfittando dei cambiamenti in corso. E’ chiaro che in un mondo così in movimento si crea uno scoordinamento, visibile, prima facie, dal lato finanziario. La crisi è tornata ad incombere, con un andamento altalenante, tuttavia, il mare resterà burrascoso, con qualche breve schiarita, ancora per un pezzo. Occorre che lo scontro politico si approssimi alle sue estreme conseguenze, con sbilanciamento progressivo dei rapporti di forza tra i poli conflittuali, perché i pilastri dell’economia vadano in frantumi.

Si parla tanto del declino statunitense ma per ora è molto relativo, essendo Washington a guida di un’area ancora potente, militarmente, scientificamente e tecnologicamente. Vi è certamente una discesa che ha imposto una revisione strategica per arginare la perdita di influenza. Il conflitto in Siria, e i suoi esiti poco favorevoli all’amministrazione Usa, è la testimonianza di quanto dichiariamo. L’unilateralità alla quale abbiamo assistito nella gestione dei conflitti, all’indomani del tracollo sovietico, è solo un ricordo.

7. Alla luce di queste spiegazioni, risultano del tutto fuori bersaglio le critiche rivolte dai famigerati “antiglobalisti” alla cosiddetta “élite liquido-finanziaria”, guidata da figure inserite in una specie di “spectre”, come George Soros. Se il problema fosse puramente soggettivo basterebbe sbarazzarsi di qualche farabutto per ripristinare un minimo di tranquillità sociale.

Ma qui, non è in questione il giudizio sulle persone, bensì la definizione delle funzioni e dei rapporti sociali che le determinano. Per capire il ruolo giocato dalla finanza è necessario dipanare l’intreccio delle relazioni interdominanti nella complessiva articolazione delle formazioni particolari, inserite nella formazione globale o mondiale. Quella finanziaria è un’interfaccia che prende il centro del palcoscenico sociale ma ciò che avviene dietro al sipario è certamente più decisivo. I “giochi” realmente determinanti si svolgono negli apparati della sfera politica; questi, peraltro, si condensano in virtù dei conflitti in cui gli attori sono coinvolti, sospinti dal flusso squilibrante della realtà. Volendo riassumere possiamo dire che la formazione capitalistica si presenta con una “base”, la produzione di merci, che crea la massa di mezzi necessaria a confliggere (anche se questo scontro si mostra come più blanda concorrenza per il profitto); da ciò si genera, a sua volta,  una sfera finanziaria che distribuisce tali mezzi, qui assume centralità il denaro, in quanto duplicato della merce (tanto forza-lavoro che prodotti); le risorse generate affluiscono alle sovrastrutture politiche e culturali, dove la lotta tra agenti strategici rivela le sue mete supreme. La “sovrastruttura” politica, in questo senso, non deriva semplicisticamente dalla struttura economica della società, come si è a lungo pensato, il rapporto va persino rovesciato, sono le lotte tra agenti strategici nella prima che scuotono “la base materiale” e ne modificano spesso i presupposti, soprattutto quando l’egemonia passa da una nazione particolare all’altra.

Il capitalismo americano, verbigrazia, non è la stessa cosa di quello inglese, come già abbiamo accennato. Il capitalismo, in realtà, rispetto a formazioni sociali precedenti, ha portato la funzione strategica all’ambito economico-produttivo. Qui essa è prorotta, per caratteristiche intrinseche al modo di produzione, in conflitti multipli tra i molteplici attori del mercato, cosicché nient’altro sembra avere lo stesso rilievo, “determinante in ultima istanza”.  Invece, l’orizzonte strategico si restringe se ci si convince che tutto si risolva nella sfera economico-finanziaria; questo è l’errore più grave che i politici commettono ai nostri giorni, soprattutto, quelli dei Paesi che nascondono la loro mancanza d’iniziativa e d’indipendenza dietro astrusità come le spread o i parametri di Maastricht. Sono proprio costoro a permettere le aggressioni ai danni dei loro paesi da parte del capitale finanziario, ostacolando, invece, l’attività di industrie strategiche che fornirebbero vitalità a iniziative politiche, orientate al superamento della vecchia sudditanza internazionale.

La finanza è consustanziale al capitalismo, non può essere demonizzata né eticizzata. Va contestualizzata, lasciata libera di procurare risorse a favore delle attività del Paese o ridimensionata quando diventa una quinta colonna al fianco di potenze straniere con le quali depreda le risorse nazionali. Vanno respinte al mittente certe definizioni della finanza in voga nei vecchi ambienti marxisti o in quelli di sinistra. Penso a come essa viene intesa dallo scomparso Luciano Gallino:

Il finanzcapitalismo è una mega-macchina che è stata sviluppata nel corso degli ultimi decenni allo scopo di massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e insieme di potere, il valore estraibile sia dal maggior numero possibile di esseri umani, sia dagli ecosistemi. L’estrazione di valore tende ad abbracciare ogni momento e aspetto dell’esistenza degli uni e degli altri, dalla nascita alla morte o all’estinzione. Come macchina sociale, il finanzcapitalismo ha superato ciascuna delle precedenti, compresa quella del capitalismo industriale, a motivo della sua estensione planetaria e della sua capillare penetrazione in tutti i sotto-sistemi sociali, e in tutti gli strati della società, della natura e della persona.

Per Gallino, e per tanti altri, purtroppo anche sedicenti marxisti, il Capitale non è rapporto sociale, come  ci aveva insegnato Marx, ma “cosa”, mega-macchina, Moloch imperscrutabile,  sfinge imbattibile  “che, attraverso i suoi sistemi intermedi – le grandi imprese finanziarie e non – e le sue servo-unità di base, gli uomini economici, procede a estrarre valore, oltre che dagli esseri umani, pure dalla natura”.

Nel Capitalismo non esiste una finale preminenza di una sfera sociale sull’altra anche se, a seconda delle fasi, una di queste può prendere il davanti della scena o condizionare maggiormente le dinamiche complessive del panorama sistemico. Ovviamente, questa divisione in sfere del capitalismo (meglio sarebbe parlare di uno specifico sistema a predominanza americana, sviluppatosi insieme alla potenza e proiezione geopolitica-economica-militare Usa) è “artificiale” (ipotetico) e segue un determinato taglio della realtà ai fini di una decomplessificazione dei suoi elementi (ritenuti più importanti, sempre secondo l’epoca). Come detto le tre sfere in questione sono quella politico(-militare), economico(-produttivo-finanziaria), ideologico(-culturale).

La superiorità è semmai della politica, in quanto insieme di mosse strategiche per primeggiare in un ambiente conflittuale, che scuote ogni ambito societario (nelle sfere predette) modificando i rapporti di forza tra gruppi decisori (verso i quali sono attirate anche le masse).

L’ipertrofia finanziaria e le contraddizioni che seguono, contrariamente a quanto pensano molti intellettuali, non sono il sintomo dell’ormai irreversibile parassitismo da cui sarebbe caratterizzato il Capitale, che avrebbe perciò raggiunto il massimo livello possibile di sviluppo. Le crisi annunciano mutamenti storici, riportano, persino, sulla scena i popoli, cooptati con miraggi e poi usati come carne da macello, mentre gli agenti dominanti si avvicinano alla “battaglia finale”.

Il parassitismo finanziario, pur se prende visibilità esorbitante, non è comunque fulcrale rispetto a quanto accade nella società, quando iniziano a cedere gli equilibri nei rapporti di forza tra agenti dominanti che lottano per il primato in ogni sfera sociale. Indubbiamente, l’ipertrofia finanziaria accentua, ma non scatena, una situazione di lotte già attiva nella sfera politica e, in second’ordine, in quella ideologica, in virtù di un flusso conflittuale sempre operante.

Piuttosto, è interessante capire come l’intreccio relazionale tra attori finanziari (ed economici) e politici influisce nella costruzione di una comune politica di potenza, considerando, per esempio, che l’amministrazione Usa spinge le sue multinazionali del denaro (o altre imprese) ad aggredire i paesi attirati nella propria orbita egemonica, al fine di controllarne i sistemi produttivi. Diversamente, non si spiegherebbero i timori che si manifestano in Europa, ed in Italia in particolare, per lo spread o le valutazioni delle agenzie di rating, quasi tutte appartenenti al mondo anglosassone. Ha ragione Steve Bannon, ex stratega della campagna presidenziale di Donald Trump ed ora animatore dell’internazionale populista, a dire che solo in Italia la gente parla di spread, a causa di campagne martellanti dei giornali e dei media, collegati al vecchio establishment Usa democratico-neocon, in primo luogo per portare al Governo quei famigerati tecnici (istruiti nelle centrali finanziarie statunitensi) che hanno poi depredato i ceti medio-bassi, in ossequio a scelte provenienti da Oltre-Atlantico, prim’ancora che dall’Ue (a rimorchio dei suoi padroni).

8. Giungiamo, dunque, alla conclusione di questa introduzione che ha cercato di toccare, anche se non esaustivamente, molti argomenti del libro di La Grassa. Chi si fa accecare dalla crisi finanziaria (ed in generale economica), crederà effettivamente che la via d’uscita alla débâcle consisterà nel mettere la museruola ad apparati finanziari transnazionali, guidati da approfittatori immorali, sfuggiti al controllo degli organi pubblici. Per questo, da un lato, si fanno proposte per una maggiore cooperazione tra sistemi economici a fini perequativi mentre dall’altro, cadendo in palese contraddizione, si chiede insistentemente l’introduzione di dazi e tasse doganali (non sarebbe irrazionale ricorrere a tali mezzi, come indicato da Friedrich List, per salvaguardare le imprese di punta, inutile è, invece, pretenderli per salvaguardare il riso nostrano dall’invasione di quello asiatico, come recentemente proposto da Matteo Salvini), salvo accorgersi che la situazione non muta ed, anzi, peggiora. Bisogna rompere la gabbia d’acciaio dell’economicismo e comprendere che il caos attuale deriva dal riaccendersi di una conflittualità (geo)politica internazionale. E’ la potenza, come intreccio tra funzioni politiche (militari), economiche (finanziarie), e ideologiche(culturali), di un Paese o di un’area di Paesi omogenea, che deciderà delle sue sorti nella crisi sistemica globale.

L’incertezza è la cifra geopolitica della nostra epoca storica. Diversamente non si può concettualizzare l’assenza di regolarità con cui si manifestano i vari fenomeni politici e i loro sviluppi concreti a livello sociale, in un’era di certificato trapasso. Gianfranco La Grassa è stato sicuramente tra i primi a pronosticare quanto si sarebbe determinato sulla scacchiera geografica, con l’ingresso in una nuova fase di conflittualità multipolare e policentrica. Quando La Grassa annunciava questi presentimenti, derivati dai suoi studi sulle formazioni sociali in ambito capitalistico, erano ancora molto in voga le grandi narrazioni sulla fine della storia, sulla globalizzazione livellatrice dei diritti e doveri collettivi, al di là delle distinzioni etniche e culturali, e sulla proficua cooperazione tra le nazioni (i cui organi statali si sarebbero dissolti nel governo mondiale), tutti elementi rassicuranti venuti a galla dopo la caduta dell’Urss e l’ingresso nella monodimensionalità Occidentale. Ma, per l’appunto, si trattava di una forzatura ideologica, dettata dall’assoluta supremazia di “una parte” (quella vittoriosa nella Guerra Fredda) emersa trionfante dal mondo bipolare. Proprio il pensatore veneto, già qualche lustro fa, scrisse che la cosiddetta geopolitica del caos era stata innescata da una dinamica oggettiva di conflittualità, sempre operante sotto la crosta sociale, la quale, nonostante il teleologismo dei vincitori, avrebbe sfaldato gli equilibri (a dominanza statunitense) ritenuti irreversibili dai vessilliferi dei poteri costituiti, aprendo un ventaglio di scelte strategiche internazionali, diramanti da questo flusso destabilizzatore, con successiva ridefinizione dei rapporti di forza tra formazioni globali e regionali.

Vennero in auge nuove potenze politiche ed economiche, come la Cina, e riemerse dagli abissi in cui l’avevano sprofondata i traditori del socialismo ir(realizzato) anche la Russia, ora principale concorrente antiamericano nel riassestamento del planisfero. Anche su questo La Grassa fu anticipatore, mentre tutti puntavano su Pechino quale vero antagonista di Washington. In ogni caso l’intuizione lagrassiana è stata confermata nella sua essenzialità. Il primo dato ad emergere prepotentemente, con l’entrata in questa nuova fase, è lo scoordinamento finanziario e l’avvento di un periodo di stagnazione economica, quasi dappertutto.

Gli economicisti hanno interpretato questo fatto come basilare, il fattore scatenante del disordine odierno. Ma si tratta, invece, di una conseguenza superficiale che segue e non precede la fine del tendenziale monocentrismo Usa (1991-2001) e la crescita di potenza di paesi competitori dell’America (in particolare, ancora Russia e Cina). L’età in corso sembra avvicinarsi alla Grande Stagnazione che caratterizzò il quarto di secolo dal 1873-96, una periodo in cui, scrive La Grassa,

[…] Si andarono preparando eventi estremamente drammatici quali quelli che si produssero nella prima metà del secolo XX: le grandi crisi economiche (soprattutto, come già detto, quella del ’29) e, in particolare, le due guerre mondiali[…] A partire dalla seconda metà del XIX secolo, e specialmente dal 1870, si accentuò lo scontro tra i vari paesi capitalistici avanzati per la conquista delle colonie; e per la redistribuzione di quelle già acquisite (ci si ricordi che anche la Francia aveva possessi coloniali di rilievo pur se si era indebolita, come già messo in luce, con la sconfitta nella guerra del 1870-71)[…] la lunga depressione del 1873-96 è stata il sintomo (e l’effetto) della messa in discussione della primazia inglese, dell’ascesa di alcune nuove potenze ormai concorrenti nell’aspirazione a prevalere.

Detto ciò, possiamo fare dei parallelismi con la situazione attuale, dal momento in cui la superpotenza statunitense (proprio come quella inglese al calar del XIX secolo), fatica a conservare un primato mondiale che però, fondamentalmente, resta tale.

Gli Usa detengono un vantaggio posizionale sui “concorrenti” ma ugualmente avanza la sregolazione del sistema internazionale, che preannuncia ben altri conflitti.

Per intanto, l’opposizione tra player geopolitici si manifesta come guerra dei mercati, ma quando gli scarti di potere, tra gli Usa e i suoi sfidanti, si saranno avvicinati, le tensioni assumeranno la loro precipua veste politica e militare. Vicini a questo “stadio” la crisi risulterà irricomponibile, nessuna riforma potrà salvare un sistema superato nelle sue stesse gerarchie e (inter)dipendenze, verrà squarciato il velo di sofisticazioni economiche che rivestono l’abito delle relazioni tra le nazioni ed i nudi rapporti di forza saranno maggiormente visibili.

L’epoca della grande depressione, volendo restare al paragone storico precedente, cioè quella della fine degli anni ’20 del secolo XX, coincide con il conclamato indebolimento (e poi declino) di Londra. Questo decadimento però era cominciato da più lontano, dalla stagnazione di fine ‘800, si era inasprito con una guerra mondiale, a cui era seguita un’altra depressione profondissima e quest’ultima si era risolta, a sua volta, in una seconda guerra generalizzata che doveva mettere fine alla supremazia dell’impero inglese sul globo, a favore di Usa (nel campo occidentale) e Urss (in quello orientale). Senza essere troppo finalistici, né nella narrazione degli eventi passati (ai quali risaliamo post festum), né di quelli futuri (non escludendo, anzitempo, che gli Usa stiano andando incontro a questo destino ma nemmeno dandolo per scontato) parrebbe di essere sulla soglia di un’epoca di ulteriore scoordinamento, i cui risvolti sono intuibili con approssimazione ma non dettabili con certezza. La storia non si ripete allo stesso modo, per quanto ricorsiva sia. La conflittualità tra nazioni e rispettivi gruppi dirigenti negli apparati di Stato sarà il leitmotiv dei prossimi anni, lontana da infingimenti multilaterali. Il policentrismo è inevitabile approdo di ciò. Sarà ancora guerra totale? Tra dieci o vent’anni lo sapremo, ma non si sfugge mai alla logica dei conflitti che rinnovano la vita e la Storia.

RIANDIAMO UN PO’ ALLA STORIA! UN DIBATTITO NON INUTILE

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1. Nel 1972, su Critica marxista, uscì un articolo di Emilio Sereni, improntato allo “storicismo” tipico del marxismo italiano, che di fatto lanciò un dibattito sulla centralità o meno, nel marxismo, dello sviluppo delle forze produttive o invece della trasformazione dei rapporti di produzione, ai fini del passaggio da una formazione sociale all’altra, cioè da un modo di produzione, considerato il nocciolo fondamentale della formazione sociale, ad un altro. A Sereni rispose Luporini; e da lì iniziò appunto il dibattito che vide la partecipazione di molti studiosi marxisti, in particolare italiani e francesi, fra cui Althusser e alcuni della sua scuola. A quel dibattito partecipai anch’io, da poco tornato dal soggiorno a Parigi (all’EPHE, oggi EHESS) dove avevo studiato con Bettelheim, passato all’impostazione althusseriana dopo un periodo di maggiore ortodossia. In seguito a quel dibattito si formarono in Critica marxista alcuni gruppi di studio sui modi di produzione divisi per fase storica: quello antico (e schiavistico), quello feudale, quello capitalistico e il modo di produzione asiatico. Il terzo si sarebbe dovuto interessare anche della formazione sociale di transizione al socialismo. In definitiva, l’unico gruppo che funzionò fu quello sul modo di produzione antico (diretto da Aldo Schiavone), che pubblicò anche un volume con gli Editori Riuniti.

Quel dibattito, se seguito da qualcuno ignaro di marxismo e comunismo, poteva forse apparire quasi “teologico”. In ogni caso, non credo che la maggior parte dei “militanti di base” del Pci fosse in grado di capire che cosa si giocava in esso; anche se poi, alla fin fine, non fu giocato quasi nulla perché il Pci non era disponibile ad alcuna rimessa in discussione della propria linea, tanto più che la prevalenza nel partito stava andando alla nuova segreteria berlingueriana, addirittura interessata al “trasferimento”verso il capitalismo occidentale (io avrei dovuto capirlo fin dall’autunno del ’71 in seguito ad un importante incontro alle Botteghe Oscure; rimasi invece perplesso e afferrai il problema un po’ più tardi, comunque ben prima di altri e del famoso viaggio di un “plenipotenziario” piciista nel 1978, in costanza di rapimento Moro). In ogni caso, la nuova direzione del Pci non era per nulla intenzionata a disquisire su problemi come quelli dibattuti a “Critica marxista” nel ’72, riguardanti di fatto la lotta al capitalismo e la possibilità di transizione al socialismo. Tuttavia, è interessante comprendere il senso ultimo di quella discussione poiché si tratta, da una parte, di qualcosa di non irrilevante per la storia del comunismo e del suo pensiero; e poi perché serve a rendersi conto come, dietro a questioni apparentemente teoriche, considerate dai più astruse, si celino precise scelte di linea politica, che guidano poi determinate pratiche delle varie forze in campo.

Affinché si renda più comprensibile quanto si discusse alloraricordo brevemente, e non con intenti professorali, che le forze produttive venivano distinte in soggettive ed oggettive. Le prime riguardano la capacità lavorativa umana, con le sue prerogative e abilità specifiche (se ci sono); le seconde si riferiscono alle condizioni della produzione esterne a detta capacità lavorativa,quelle su cui quest’ultima si esercita (ad es. la terra o varie materie prime da essa fornite) o che l’assistono nella lavorazione come la strumentazione e la tecnologia (e quindi la scienza che ne è pur sempre alla base), ecc. Tale distinzione va ricordata perché la polemica contro la tesi del primato delle forze produttive si è spesso esercitata con riferimento a quelle oggettive – tutte le ciance sulla necessità di rallentare lo sviluppo e la stessa ricerca scientifica, tornando a tecnologie ritenute più blande e meno dannose per la natura – mentre esalta, in realtà relegandola al compimento di maggiori sforzi e fatica, la capacità di lavoro del “soggetto umano” (o dell’Uomo).

E’ bene tenere presente che quel dibattito era comunque condotto tra studiosi con una buona, o almeno più che discreta, conoscenza del marxismo, a differenza di quelli che seguiranno dopo l’infausto ’68 (scusate se ormai lo valuto abbastanzanegativamente), una vera débacle per il Marx scienziato dellediverse formazioni sociali succedutesi nella storia della società umana; e, in particolare, di quella capitalistica. La conoscenza comune di allora consentiva una polemica a volte aspra, ma appunto condotta alla guisa di quelle dottrinarie interne ad un’unica religione; la discussione, cioè, avveniva in base ad una terminologia teorica in larga parte condivisa, caratterizzatasoltanto da differenziazioni nell’interpretazione e nelleconseguenze pratiche che ne derivavano. In definitiva, nella polemica ci s’intendeva, si sapeva bene dove erano situati i punti di contrasto; e si era ben consci del significato politico del dissenso, non riguardante esclusivamente i “massimi sistemi”, le “alte concezioni” dell’Umanità e dei suoi “destini ultimi”.

Insomma, anche i filosofi marxisti, in quanto reali conoscitori di tale corrente di pensiero e delle sue finalità in tema di lotta per il comunismo, erano ben consapevoli della posta in gioco: la linea politica adottata dalle varie organizzazioni denominate comuniste. Oggi, tutto questo non esiste più. Ci sono filosofi vaneggianti e scienziati alla ricerca di nuovi paradigmi teorici per comprendere le dinamiche dell’attuale formazione sociale (o formazioni sociali), in cui solo dei visionari pseudocomunisti (o degli incalliti vetero-anticomunisti) possono credere esista ancora qualcosa da definirsi comunismo o anche solo socialismo. Il povero Marx è stato triturato e ricondotto al minuscolo cervello dei miseri e opportunisti intellettuali dell’ultimo mezzo secolo. Ogni discussione con simili personaggi appare ormai sterile; allora no, il contrasto tra marxisti aveva un senso e notevoli effetti pratici.  

   

2. Lo scopo politico della discussione, tralasciando i tesori di dottrina che comunque venivano esibiti, si può, credo, sintetizzare come farò qui di seguito. I teorici delle forze produttive – cioè del loro sviluppo in quanto molla decisiva (pur con la possibilità di qualche “azione di ritorno”: dai rapporti alle forze) della trasformazione dei rapporti sociali di produzione e dunque dell’intera società – sostenevano tale tesi per giustificarel’attendismo, l’accoccolarsi entro i meccanismi di riproduzione dei rapporti nelle società del campo capitalistico (“occidentale”), coadiuvando di fatto i loro gruppi dominanti con la scusa che non era ancora matura la trasformazione sociale per l’immaturità dello sviluppo delle forze in oggetto.

Ovviamente, questa tesi centrale era contornata da tutta una serie di altre argomentazioni, che fungevano da sua cintura protettiva, soprattutto tesa però a creare una fitta nebbia in cui non si intravedesse il nocciolo centrale: l’attendismo e il ripiegamento su posizioni di sostanziale supporto (subordinato) allo sviluppo capitalistico. Vi erano i discorsi sull’utilizzo della “democrazia” parlamentare (cioè elettoralistica, dunque nulla a che vedere con il preteso “governo del popolo”) per accrescere l’influenza delle “masse lavoratrici” sulle classi dominanti,considerate solo in quanto proprietarie private dei mezzi produttivi (e dei capitali monetari). Si trattava in realtà di captare i voti di queste masse per essere accettati all’interno dei gruppi di vertice eintegrarsi nel sistema dei meccanismi (ri)produttivi del capitale, in modo che una parte dei dirigenti (in specie sindacali o di cooperative) potesse accedere alla proprietà capitalistica stessa, mentre l’apparato di partito sarebbe divenuto l’organo privilegiatodi rappresentanza nella sfera politica di questi nuovi spezzoni di classe dominante. Non avvertite un che di odierno?

Un gran battage fu sollevato intorno al fumoso discorso concernente le “riforme di struttura” (cardine dell’altrettanto nebbiosa “via italiana al socialismo”), di cui mai si precisò con nettezza il significato e la portata; le proposte in merito furonoappena abbozzate e tutto sommato avanzate per fare scena, e nascondere alla “base” il proprio progressivo cambio di casacca(scrissi sull’argomento un preciso articolo nei primi anni ’70, che è stato pubblicato qualche anno fa nel sito Conflitti e strategie). Infine vi fu il blaterare sull’appoggio all’industria “pubblica”, che doveva servire a contrastare, e dunque calmierare, le pretese arroganti del monopolio privato. In realtà, era più facile contrattare vie di collaborazione con i gruppi dominanti – chiedendo fra l’altro di essere accettati quale una delle loro rappresentanze nella sfera della politica – attraverso contatti con le frazioni dei partiti governativi aventi influenza sui (o che subivano l’influenza dei) gruppi manageriali delle grandi imprese “pubbliche”. Ve l’immaginate un membro del Pci, o un aderente stretto al partito, che facesse in quegli anni carriera nelle alte o almeno medio-alte vette delle grandi imprese private? Fiat, Pirelli, Olivetti o che so io potevano al massimo finanziare giornali e case editrici, in cui facevano “bella mostra” di sé intellettuali pseudo-comunisti: o di stampo riformista o di quel tipo“ultrarivoluzionario” che serviva a far meglio risaltare il “buon senso” del riformismo (su cui poi del resto è ripiegata la stragrande maggioranza degli “ultrarivoluzionari”). Invece, nelle imprese “pubbliche” si trovava, anche ai piani alti o medio-alti del management, un certo numero di individui addestrati nell’imprenditoria “rossa” (sic!); talvolta in modo palese, altre volte copertamente, ma comunque sempre ammessi nella stanzadelle decisioni dei dominanti.

Questa era comunque la “cintura protettiva” – per subornare le “masse” della più dotta tesi circa la centralità dello sviluppo delle forze produttive: tesi, però, nella versione in uso nei partiti comunisti del campo capitalistico e specialmente nel PCI. Nel campo socialista che tale non era mai stato, ma lo si è capito un po’ tardi; e ancora adesso buona parte degli scribacchini, di qualsiasi orientamento ideologico, nemmeno lo sospetta la tesi in oggetto era presentata in forma diversa. In tale area si sosteneva che i rapporti sociali erano già per l’essenziale stati trasformati;non però in rapporti comunisti, come pensano alcuni ignorantissimi intellettuali e politicanti odierni, bensì piùsemplicemente in rapporti socialisti, primo stadio del comunismo. Il problema fondamentale sarebbe stato allora rappresentato da un certo qual avanzamento dei rapporti rispetto allo sviluppo suddetto; si riteneva quindi indispensabile adeguare quest’ultimo ai rapporti.

In ogni caso, in entrambi i filoni di quel movimento comunista da noi (che ci pensavamo autentici marxisti-leninisti) accusato di “revisionismo”, si affermava che bisognava prestare massima, e centrale, attenzione alle forze produttive. Così agendo, si sarebbe finalmente preparata la base per la trasformazione dei rapporticapitalistici; e in modo indolore, non violento, senza rivoluzione, con pieno rispetto delle forme democratico-parlamentari. Questa la tesi riformistica, gradualista, sostenuta in occidente (campo capitalistico). A est (nel cosiddetto “socialismo reale”), la tesi serviva ai fortemente centralizzati (e del tutto verticistici) gruppi al potere per soffocare ogni critica ad essi, che avrebbe soltantoprovocato l’indebolimento della trasformazione dei rapporti,appunto pensati come già socialisti, da irrobustire invece tramite l’ulteriore sviluppo delle forze produttive.

Negli anni ’60, in particolare nella loro seconda metà, pur essendomi allontanato dal Pci nel ’63, ero discretamente edotto delle pratiche del partito, molto produttive in fatto di poteri acquisiti nell’ambito dell’organizzazione e riproduzione dei rapporti capitalistici. Andai da Bettelheim a Parigi – e non a Cambridge od Oxford o all’MIT, ecc., mossa essenziale per la carriera accademica in un paese ormai succube degli Stati Uniti e del campo “atlantico” – perché interessato alla critica, non soltanto politicistica ma pure teorico-dottrinale, delle tesi “revisioniste”, gradual-riformistiche, del presunto comunismo italiano. Quindi, all’epoca del dibattito di cui si sta parlando, conoscevo bene la portata d’esso, che cosa si stava giocando; eche, lo ribadisco, in effetti non si giocò per il veloce tralignare delpiciismo in senso filo-“occidentale” (pur in modo mascherato fino allo sfacelo del “blocco sovietico”). Purtroppo ci fu chi nemmeno intuì, almeno a spanne, un simile sbocco e si mise di fatto nelle mani di certe “trame”, in specie elaborate dai Servizi dei paesi orientali per motivi già più volte indicati in altri miei scritti; ma che poi provocarono la reazione di quelli occidentali, appoggiati da buona parte dei “poliziotti” piciisti, con la creazione di un caosin cui chi non si era tirato indietro in tempo fu travolto negli anni detti “di piombo”. Anni in cui il tanto declamato (per incutere timore e violento anticomunismo) “terrorismo rosso” non fu tanto rosso, bensì frutto di trame e lotte segrete tra vari Servizi e forze politiche “occidentali” per arrivare infine, una volta crollato il sedicente “socialismo”, alla svolta in Italia con la distruzione della prima Repubblica e il tentativo di creare un nuovo regime fondato appunto sui postpiciisti (del “tradimento”); tentativo di fatto fallito per l’insipienza e rara inettitudine dei dirigenti di quel partito che mutò nome e colori più di un camaleonte.

Ricordo, en passant, che molti – anche alcuni ancora in circolazione ma di cui non farò il nome – mi criticarono a quel tempo come “criptorevisionista” per aver compreso in tempo con buona approssimazione cosa stava avvenendo nel Pci e dintorni, e nel non aver mai voluto partecipare ad una lotta scriteriata e balorda condotta senza alcuna protezione, allo sbaraglio – contro il revisionismo, lotta che non poteva che condurre dove ha condotto certi “compagni”: galera o tradimento o tutti e due! Il fatto è che io non sono un vero intellettuale. Sono un prodotto della medio-alta “classe” imprenditoriale e ho sufficiente concretezza per capire che le “idee” non orientano il mondo. Purtroppo sono un prodotto mal riuscito che non voleva essere“padrone”, ma nemmeno servo come sono gli intellettuali (quasi tutti); e purtroppo chi non sta da una precisa parte subisce le piùmalefiche conseguenze. Così non sono un miliardario (padrone) e nemmeno un “maître à penser” (servo ignobile ma ben pagato). E nemmeno un “esperto”, portaborse di qualche “Maestro” e andato ad “allenarsi” nel mondo accademico anglo-americano, giocando al ritorno per qualche anno al marxista o al critico liberal per essere infine chiamato a cianciare nei media o infilato in qualche Ministero o simile (sono decine e decine i chiamati in causa, perché di questi bassi opportunisti, che hanno impestato tutti i gruppetti “antirevisionisti” e “rivoluzionari” dell’epoca per procurarsi titoli di merito in ambito accademico e/o giornalistico, ne ho conosciuti in quantità superiore ad ogni più sfrenata immaginazione).

3. La critica sostenuta dalla corrente, che poneva i rapporti di produzione in posizione decisiva nella transizione da una formazione sociale all’altra, intendeva riprendere l’orientamento rivoluzionario contro l’ormai avvenuta pacificazione tra comunismo europeo (eurocomunismo) ma anche di molti altri paesi, perfino del “terzo mondo” – e i gruppi dominanti nei paesi capitalistici dell’area a più alto sviluppo, un sistema di paesi centrato sugli Stati Uniti e la loro politica imperiale; e non semplicemente imperialistica come si diceva con linguaggio impreciso e tributario di una pseudo-ortodossia leninista o di un più generico concetto di imperialismo in quanto dominio coloniale o neocoloniale.

Ci furono molte forzature: ad es. la considerazione della ben nota (ormai a pochi per la verità) Prefazione del ’59 di Marx,trattata a volte addirittura da testo non marxista. In un mio libro di alcuni anni fa, Due passi in Marx, ho cercato di compiere una più ponderata valutazione di quel testo, considerato la base dell’economicismo delle correnti favorevoli alla tesi della centralità delle forze produttive. In realtà, molti dei critici di questa tesi non erano veramente usciti da essa. Ci sono stati quelli che pensavano alle tecniche produttive in uso nei paesi ad alta produttività come sempre in grado di riprodurre i rapporti(capitalistici) in esse “incorporati”, rapporti che le avrebberodunque plasmate ai fini di questa incessante (auto)riproduzione (pure io sono caduto in posizioni simili per qualche tempo). Si arrivava così, magari inconsapevolmente, a implicite forme di luddismo poiché per distruggere i rapporti era necessario annientare una serie di tecnologie; o quanto meno si sosteneva la necessità di non importare – nei paesi in cui si voleva attuare la transizione al socialismo le tecnologie dei paesi capitalistici se non dopo attenta analisi e trasformazione per riadattarle ai “bisogni” (del tutto imprecisati e non conosciuti) di quei paesi.

La vecchia ortodossia sosteneva che i rapporti capitalistici si sarebbero ad un certo punto trasformati in catene per l’ulterioresviluppo delle forze produttive; sarebbero perciò state necessariamente suscitate le forze rivoluzionarie capaci dispezzarle, provocando la nascita di nuovi rapporti. Nella critica a tale tesi si prendeva atto della capacità di sviluppo del capitalismo, che non ha alcun limite prefissato da nessuna “legge storica” (di tipo economico). Tuttavia, si accreditava di fatto l’idea che tale formazione sociale è la più adeguata allo sviluppo produttivo,accompagnato quasi sempre dall’innovazione tecnico-organizzativa; giacché sviluppo e crescita (che non richiede, di per sé, l’innovazione) non sono lo stesso fenomeno, ma sono di solito fra loro collegati. Nel contempo, una parte delle critiche alla tesi dello sviluppo delle forze produttive diffondeva il timore chequest’ultimo riproducesse sempre i rapporti della società “da rivoluzionare”, per cui bisognava essere diffidenti nei suoi confronti e, in definitiva, boicottarlo. Non si usciva così per nulla dalla tesi della centralità delle forze produttive (oggettive); e il capitalismo diventava una sorta di mostruoso automa sempre in riproduzione di per se stesso, a meno di non intralciarne losviluppo, e dunque l’innovazione tecnica; da cui consegue in genere l’impossibilità di aumentare la produttività del lavoro, ottenuta di solito con una diversa organizzazione del processo lavorativo e l’introduzione di nuove tecnologie che spessoalleviano la fatica dei lavoratori.  

Peggiore ancora è stata la critica alla tesi delle forze produttive proveniente dagli “umanisti”, da coloro che piangevano (e ancora piangono) sulle sorti della “classe operaia” o delle “masse lavoratrici”, sacrificate sull’altare dei profitti capitalistici (soprattutto di quei parassiti dei finanzieri). Sarebbe stato invece necessario fare appello alle risorse di questa classe o delle masse, capaci (secondo i soliti cervelloni degli intellettuali di questa fatta, del tutto avulsi dal mondo così com’esso è!) d’inventività e innovazione sociale; soprattutto in grado di ribellarsi ai soprusi del Capitale (quello ovviamente totale, che intende sopraffare e sottomettere a sé tutto l’insieme dell’Essere Umano, dell’interosuo corpo e delle sue capacità cognitive). La Fiera delle imbecillità sessantottarde (e seguenti) è stata ricchissima di prodotti di scarto di “avanguardie” pseudo-culturali di una demenza sconosciuta, credo, in altre epoche storiche della società umana. In ogni caso, in simili tesi – e in quelle del “comando” del Capitale, della “sfida operaia” con “risposta” del suddetto Capitale, e via vaneggiando – non c’è alcuna prevalenza dei rapporti sociali; semplicemente si esalta la forza produttiva dell’Uomo, o in generale o con specifico riferimento all’Uomo Lavoratore nella fabbrica (prima quella meccanica fordista e poi quella presunta sociale complessiva) del capitalismo.

4. Del resto, anche lo spostamento verso la centralità dei rapporti sociali (da trasformare) non è stato scevro di limiti gravi. Nei casi di maggiore superficialità ci si è attenuti fondamentalmente ai rapporti mercantili, ai rapporti tra uomini “cosificati” nel mero scambio di prodotti del proprio lavoro in quanto merci (siamo nei paraggi del sismondismo e proudhonismo). La riduzione economicistica dei rapporti sociali èqui molto evidente; soprattutto però si fa dell’ambito di “superficie” della formazione sociale capitalistica – dove, come Marx aveva avvertito, vige una sempre maggiore libertà nello scambio ed una tendenziale eguaglianza di valore delle merci scambiate tra compratori e acquirenti, nel senso di una oscillazione dei prezzi intorno ai valori (prescindendo dalla trasformazione dei valori in prezzi di produzione, che non ci interessa) – il fulcro della società. Allora, ancora una volta, la lotta anticapitalistica viene ridotta a pura questione di rapporti di forza nella distribuzione del prodotto, alla ricerca di una maggiore “equità” nello “sfruttamento” (creazione ed estrazione del plusvalore come profitto) che è la vera acquisizione di Marx come scienziato e non come chiacchierone filosofico sulla sorte dell’Uomo, alienato nel mercato. A che cosa si poteva giungere allora? A proporre quell’aberrazione teorica e politica del “socialismo di mercato”, ultimo rifugio (ormai diroccato) di meri “sopravvissuti”, che cercano di difendere il loro passato di fallimentari teorici e storici degli altrettanto falliti tentativi di transizione al socialismo.

C’è stato a mio avviso un positivo tentativo di formulare una tesi di trasformazione dei rapporti sociali (da Marx indicati qualirapporti di produzione sia pure sociali) in quanto critica ad ogni forma di attendismo gradualistico (tesi delle forze produttive) o di puro “ultrarivoluzionarismo” parolaio in favore dell’Uomo (o in generale o di quello Lavoratore o delle “Masse popolari”, ecc.). Si è trattato del tentativo althusseriano. Condotto tuttavia con sostanziale inconsapevolezza della teoria del valore marxiana, che è teoria dello sfruttamento (estrazione di plusvalore, forma di valore del pluslavoro) pur nella supposizione (astrazione scientifica) di una perfetta parità di forze e quindi di eguaglianza tra venditore e acquirente di forza lavoro in qualità di merce. Tutto sembrava invece rinviare ad un rapporto di forza nella “lotta di classe” che, ad un certo punto, si trasformava così in entitàpiuttosto confusa e poco perspicua, un autentico deus ex machinadi particolare artificiosità.

Si è dovuto accettare la tradizionale divisione della storia del capitalismo in due epoche: quella concorrenziale (sostanzialmente ottocentesca) e quella del monopolismo (trasformazione avvenuta in particolare a partire dalla lunga crisi del 1873-96). Si è anche distinto tra la determinazione d’ultima istanza (dell’economico: ulteriore omaggio all’ortodossia) e la dominanza. Si è allora sostenuto che nella prima epoca del capitalismo (concorrenziale)sia la determinazione d’ultima istanza che la dominanza appartenevano all’economico (alla sfera produttiva e finanziaria); mentre nella seconda epoca (monopolistica) quest’ultimo restava determinante in ultima istanza mentre la dominanza passava alla sfera della politica e dell’ideologia, condensata nell’indicazione della presenza decisiva degli apparati ideologici di Stato.Difficile pensare ai caratteri della determinazione d’ultima istanza, dato che non si potevano ridurre i rapporti sociali capitalistici soltanto a quelli nel mercato; e nemmeno fare sempliceriferimento alla tecnologia e all’organizzazione lavorativa nelle fabbriche. Quanto alla dominanza nell’epoca del monopolismo, è ovvio che i rapporti di produzione venivano in sostanza pensatiquali meri rapporti di potere.

Interessante la distinzione tra proprietà (dei mezzi produttivi),considerata nella sua mera forma giuridica (ma Marx né alcunmarxista pensante l’hanno ridotta a questo), e potere di disposizione o di controllo sui mezzi stessi. Tale potere rinviava però appunto, in definitiva, a quello detenuto negli apparati dellasfera politica e ideologica. In primo luogo, mi sembra sia venuta a mancare una più netta distinzione tra gli apparati propriamente statali, con particolare riferimento a quelli di tipo coercitivo e repressivo, e quelli esercitanti l’egemonia attraverso l’ideologia; e anche nell’ambito di questi ultimi sarebbe stato indispensabile distinguere tra la trasmissione di forme culturali di lunga durata (con le loro tradizioni, ecc.) e l’approntamento di ideologie più spicciole, spesso “di moda” per brevi periodi, che hannosolitamente una ben più scoperta funzione di mascheramento e di menzogna circa le intenzioni dei gruppi dominanti (per cui sono spesso fonte di incultura o di “semicultura” come quella tipica di certo ceto mediosinistrorso” odierno).

Di fatto, lo Stato è divenuto nell’althusserismo un coacervo di apparati dei più svariati tipi, tutti però raggruppati nello stesso luogo, eletto a principale campo, dunque anche oggetto(obiettivo), dello scontro tra gruppi sociali; privilegiando inoltre il conflitto “in verticale” tra dominanti e dominati, con il solito schema duale di semplificazione caratteristico del marxismo tradizionale. Lo Stato è,, un insieme di apparati, ma in quanto condensazione, precipitazione, di un complesso intreccio di conflitti tra più gruppi sociali, in cui si verifica, in circostanze diverse, il prevalere di uno o di alcuni dessi o il loro accordocompromissorio, ecc. L’insieme di apparati mantiene, anche a lungo, uno “statuto legale” unitario, che tuttavia nasconde lo scontro e il mutare delle egemonie e del potere vero e proprio; un potere, inoltre, sempre “corazzato di coercizione”, altrimenti non consente alcun predominio sicuro e prolungato di un dato gruppo sociale. Chi crede in quello decisivo della cultura (della sua egemonia non “corazzata di coercizione”) è il solito intellettuale arruffone, che fa il gioco dei dominanti, sempre ben pagato e onorato per i suoi bassi servigi di confusione mentale indotta in potenziali oppositori.

Inoltre, nella storia, i più lunghi periodi sono caratterizzati dal conflitto tra gruppi dominanti di alto e medio-alto livello; a volte ciò si traduce nella formazione dei cosiddetti blocchi sociali, in cui gruppi a più basso livello sono trascinati e orientati nella lottada quelli dominanti. Proprio per questo, in tali periodi storici, all’interno dei gruppi a basso e medio-basso livello, quand’anche si situino in posizione d’urto con quelli dominanti, si formano nuclei dirigenti (“élites”) che vengono infine cooptati verso l’alto, verso i dominanti stessi. Solo in particolari congiunture di scontro acuto e violento tra i dominanti, con disgregazione del collante (egemonico) sociale, paralisi del potere coercitivo (i suoi vari apparati di intralciano l’un l’altro e alla fine si sgretolano), con conseguente crisi aperta del suddetto “statuto legale” unitario che tiene legati i vari apparati, le élites dei raggruppamenti sociali di medio e basso livello emergono in dominanza, ricreando a lungo andare altri (e diversi) gruppi dotati di egemonia (culturale) e di potere (politico) in una società nuovamente “normalizzata”, in genere mutata nella forma dei rapporti sociali che la caratterizzano prevalentemente (si tratta allora di una nuova formazione sociale).

5. Ho cercato di sintetizzare nel migliore (o meno peggiore) modo possibile un dibattito che ha coinvolto principi fondamentali di una teoria – poi trasformata in dottrina – all’origine di complesse pratiche di quello che è stato denominato movimento operaio, in specie di quello di orientamento comunista, dato che nel secondo dopoguerra la socialdemocrazia si è allontanata del tutto dal marxismo. Ci si ricordi in particolare il Congresso del SPD tedesco a Bad Godesberg nel 1959, quando viene ufficialmente dichiarato l’abbandono di tale impostazione teorica e dottrinale. A qualcuno sembrerà forse che quel dibattito, lanciato dal Pci nel 1972-73, non abbia più molto da dire. Sarebbe un errore. Intanto, pur non rifacendosi al marxismo, le teorie decresciste (e ambientaliste, ecc.) sono di fatto dentro l’orizzonte della tesi relativa allo sviluppo delle forze produttive. Il fatto di considerarlo negativo invece che positivo non cambia in nulla l’impostazione sostanziale, che dimentica opportunamente, e opportunisticamente, il problema della trasformazione dei rapporti sociali – per la qual trasformazione occorre rifarsi alla politica del conflitto; magari non più “di classe”, ma pur sempre conflitto tra interessi di gruppi sociali differenti mettendo così in bella evidenza la vera natura di simili tesi.  

Criticare la tesi della centralità delle forze produttive in termini di sviluppo e trasformazione della società significa quindi prendere netta posizione contro le tesi dei decrescisti, metterne in luce il falso anticapitalismo, mentre essi si pongono invece al pieno servizio dei capitalisti, una parte dei quali ha perso fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive” di questa società; per cui si dedica a imbrogliare le carte – servendosi anche di “ultrarivoluzionari” pronti ad ogni lucroso servigio (non soltanto in termini di denaro) pur di distrarre l’attenzione dai veri nodi del problema capitalistico. In questo senso, i decrescisti sono dello stesso stampo di coloro che insistono nell’attribuire l’attuale crisi ai “cattivi” finanzieri o anche alla “finanza tout court” e ai banchieri o alle manovre monetarie, ecc.

Del resto, solo una parte (minoritaria) del decrescismo (e della “difesa della Natura”) dipende dalla perdita di fiducia nelle “sorti progressive” del capitalismo; la parte maggioritaria è rappresentata da consapevoli imbonitori, pagati dalle impresecapitalistiche che lucrano ottimi affari con tutte le “mode” attuali: le energie alternative (che sono un modo accessorio di guadagnare lauti profitti), i commerci equosolidali, le coltivazioni “biologiche” e tutta una serie di altri imbrogli, del tutto interstiziali nel capitalismo odierno, affidati a gruppi di(inizialmente) semidiseredati, alcuni dei quali diventano agenti discretamente ben pagati dai dominanti. Il tutto fa brodo per un capitalismo che dovrà attraversare una lunga crisi quanto meno di stagnazione tendenziale, tipo quella di fine ‘800.

In definitiva, si cerca di dirottare la possibile lotta e criticalontano dal centro del problema odierno: l’attuale configurazione del sistema mondiale dei rapporti capitalistici, che vede ancora in posizione preminente gli Stati Uniti, anche se cresce l’attuale multipolarismo, provocando quella frattura interna ai vertici politici di tale paese tutto sommato positiva per i futuri sviluppi della nuova fase in cui stiamo entrando. E’ senz’altro indispensabile coltivare la massima attenzione per la differente politica (in quanto complesso di mosse strategiche) condotta dai diversi gruppi dominanti. Tale attenzione deve però indirizzarsiall’analisi e valutazione delle possibilità di un’opposizione alleloro mosse (appunto differenti), senza mai dimenticare che certe critiche alla società attuale, sommariamente indicata come capitalistica, servono in realtà gli interessi di specifici gruppi dominanti o di altri, dimenticando il fulcro essenziale rappresentato dai rapporti sociali e dalla politica che ne consegue, celata dietro i vaneggiamenti sulla difesa dell’ordine naturale”  e dell’ambiente o della Umanità in generale.

La conoscenza del dibattito, di cui si sta discutendo, ha pure un altro scopo precipuo. Ci sono alcuni vecchi arnesi del “rivoluzionarismo” sessantottardo (e seguenti), che sfruttano la (peraltro vaga) conoscenza della critica alle forze produttive per tentare ancora una volta di difendere, nella sostanza, la formazione sociale capitalistica nella sua peggiore configurazione storica, quella che, tanto per andare al pratico, vede la società italiana in mano ai “cotonieri” (spero ci si ricorderà da dove deriva tale termine da me affibbiato ad una classe imprenditoriale di puri servi). Gli ambigui e torbidi pseudo-pensatori del “fu”sessantottismo sviluppavano fino a non molto tempo fa il seguenteargomento: se si è contro la decrescita, essi affermavano, allora si è favorevoli alla centralità delle forze produttive in sviluppo. Che si sia per lo sviluppo o per il sostanziale blocco di tali forze, non è affatto il problema centrale e non muta l’orientamento di fondo.

Mettere il segno meno invece che più alle forze produttive serve, in ogni caso, ad allontanare l’attenzione del critico dall’analisi dei rapporti sociali costitutivi della formazione sociale capitalistica. Il fine dei vecchi e nuovi arnesi di una rivoluzione soltanto declamata, anzi urlata, è proprio quello di impedire che si parli del capitale in quanto rapporto sociale. Il capitalismo sarebbe solo un Male per l’Uomo; questo sostengono al massimo i finti rivoluzionari. Nel migliore dei casi, se sono in buona fede, manifestano soltanto insoddisfazione e angoscia. Si arrangino come fanno tutti gli individui concreti, semplici uomini (al minuscolo), che hanno sempre al loro fianco l’orizzonte della morte. Il capitale non c’entra nulla con questo problema, non lo può risolvere, ma nemmeno lo aggrava più che tanto.

I teorici della centralità dei rapporti sociali (di produzione o considerati in senso sociale complessivo) tentavano invece di contrastare il gradualismo riformista di quelli che venivano considerati “i revisionisti”, gli opportunisti ormai lanciati verso la collaborazione con il sistema capitalistico e i suoi gruppi dominanti. Vi era ancora la credenza di poter rilanciare la rivoluzione e riprendere la transizione verso la nuova formazione sociale socialista (in attesa di quella comunista); ma senza mai il sogno impossibile di evitare il disagio legato alla malattia, alla morte, alle disgrazie varie che ci affannano, chi più e chi meno, per tutta la nostra vita individuale. Nessun althusseriano si è maiscagliato contro la crescita della produzione, contro l’innovazione tecnica e via dicendo. Semplicemente dicevamo: questi risultati liottiene anche il capitalismo, i rapporti del capitale non sonoaffatto catene che impediscono la loro realizzazione. I “revisionisti”, per giustificare il loro cedimento opportunistico, sostenevano invece proprio che, se il capitalismo si stavasviluppando, allora i suoi rapporti sociali non erano ancora diventati le famose catene; era perciò utile non creare disordini, non avere intenti rivoluzionari, si doveva aiutarlo a svilupparsi ancora di più, cosicché si sarebbe infine (campa cavallo….)impiccato da solo a questi suoi rapporti una volta divenuti impedimenti allo sviluppo.

Oggi, quel dibattito è stato superato – ma non è caduta in disuso la sua utilità, ove attentamente valutata – perché è crollata ogni prospettiva di transizione al socialismo, di lotta per il comunismo che, per alcuni sopravvissuti, è ormai una semplice aspirazione sentimentale. Non vi è dubbio che il capitalismo – e fra l’altro la nostra ignoranza è tale che chiamiamo tutto capitalismo, senza riuscire a fare un minimo di distinzione decente tra diverse formazioni sociali quali il “capitalismo borghese” di matrice inglese e la società dominata dai funzionari del capitale, sviluppatasi negli Usa e ormai diffusa in tutto l’“occidente” – si sta dimostrando una società con molte mostruosità, soprattutto però culturali. Adesso stiamo vivendo una crisi che rimette in discussione molte “conquiste” – di quelle che però i pensatori del disagio trattano da solo “materiali”, quindi quasi da disprezzare – ma non si tratta della fine di una società “cattiva”, da cui poi sorgerà quella “migliore”. E’ una fase storica di riarticolazione dei rapporti (di potere) tra gruppi sociali e tra diverse formazionisociali, alcune nuove in sul farsi “a est” e tutto sommato tuttorapoco conosciute.

Sarebbe indispensabile mettere all’ordine del giorno l’analisi di questi differenti rapporti sociali. Invece, chi ha ormai abdicato adogni intento di pensare criticamente, problematicamente, si abbandona ai lamenti sull’Uomo alienato o sulla Natura violentata. Si curassero il loro spleen in splendida solitudine e non ci seccassero! No, hanno scoperto che i gruppi dominanti – e soprattutto i subdominanti, i “cotonieri” reazionari e smaniosi di mettersi al servizio dei predominanti – li pagano bene, li ospitano nelle Università (ormai luoghi di abiezione), li fanno scrivere sui giornali, li ammettono in TV, pubblicano tutte le più futili e ignobili aberrazioni del loro pensare con case editrici che ancora si impegnano nel distribuirle, nel finanziare convegni organizzati per rimbecillire viepiù il popolo e trasmettere il messaggio che ormai siamo alla fine della Storia, alla fine di ogni speranza; salvo quella di questi cialtroni che se la ridono fra loro e si divertono alle nostre spalle.      

6. E allora noi torniamo testardamente ai rapporti sociali.Usciamo da un fallimento storico; fallimento solo se considerato in relazione all’obiettivo di trasformazione sociale che è stato l’intendimento dei comunisti per ben oltre un secolo. Ho già detto in altra occasione che la Rivoluzione d’ottobre (e altri eventi rivoluzionari che ne sono seguiti), considerata dal punto di vistadei suoi effetti di mutamento delle fasi storiche, non è fallita per nulla; ma non era questo l’obiettivo perseguito per tanto tempo e ormai alle spalle. Quindi su questo dobbiamo ragionare e trarre le opportune conclusioni. Tenuto conto dei vari “ismi” ancora in campo, non credo proprio che il marxismo ci faccia brutta figura; rispetto al liberismo è a mio avviso assai più avanti. Per cui solo i totalmente ignoranti della reale problematica di Marx si gonfiano il petto quando ripetono le loro stolte ricette sul libero mercato con i suoi “automatismi”, sul vantaggio per i consumatori delle liberalizzazioni che porterebbero all’abbassamento dei prezzi (ma dove mai vivono questi individui: o sono dementi o, piuttosto, dei furfantoni ben pagati da gruppi dominanti sempre più rapaci).

Quindi, in attesa che il movimento sociale effettivo stimoli nuovi pensieri e nuove ipotesi (che non s’inventano per genio di qualcuno, altrimenti dovremmo credere che da quarant’anni viviamo in un mondo di perfetti deficienti), dobbiamo sfruttare l’insegnamento del marxismo e del suo indubbio invecchiamento e logoramento – nel promuovere una pratica politica in base a determinate previsioni, rivelatesi assai imperfette, circa la dinamica della società capitalistica – che ci segnala errori di valutazione o comunque l’impossibilità dell’effettuazione di quella pratica con quei dati obiettivi. Secondo me, occorre giungere ad alcune conclusioni da considerarsi abbastanza definitive. Innanzitutto, è indispensabile smetterla con l’idea di poter rappresentare, sia pure in schema, il reale, immaginando di esso una precisa struttura di relazioni, dotata di una cosiddetta dinamica che è in effetti una cinematica, un succedersi in momenti successivi di configurazioni diverse (da noi pensate e costruite via ipotesi) della struttura (inesistente come tale nel reale).

Si possono ravvicinare fin che si vuole questi successivimomenti, costruendo l’immagine di un movimento apparentemente continuo; il successo di questa nostra“rappresentazione” del reale dipende dalla posizione della configurazione iniziale e dalla supposizione di mutamento delle variabili secondo una successione che si pensa legata a specifiche leggi, deterministiche o probabilistiche. Sempre, all’improvviso, appare una discontinuità che ci lascia “sorpresi”; non è, però, in senso proprio una discontinuità; più semplicemente, la continuità costruita, ravvicinando quanto più possibile i momenti successivi, dipende pur sempre dalla struttura posta all’inizio appunto comemera rappresentazione del reale. Poiché quest’ultimo è continuamente sfuggente, ci si trova ad un certo punto nella necessità di pensare una nuova struttura, che è una differente singolarità da cui riprende avvio la successione delle nostre supposizioni circa il suo movimento. La “discontinuità” dipende dalla nostra impossibilità di agire con efficacia nel reale continuo, fluido, oscillante, squilibrante. Siamo obbligati ad arrestarlo, stabilizzarlo, strutturarlo, ecc. per svolgere un’attività capace di produrre effetti; così comportandoci, tuttavia, i nostri schemi invecchiano e arriva il momento in cui essi non orientano più azioni dotate di senso e di incisività.

Salvo i soliti discorsi “orientaleggianti” – che mai hanno risolto i problemi nelle formazioni sociali dimostratesi vincenti su scala mondiale, e che continueranno ad esserlo finché troveranno di contro a loro questi “santoni” imbelli – il nostro modo di agire nella moderna società non è in grado di discostarsi dal procedimento appena indicato. Essenziale diventa allora prendere atto del problema e non sognare di avere rappresentato compiutamente, sia pure in schema, il reale e il suo effettivo movimento. Quel che accade nel Cosmo, dove i mutamenti possono anche riguardare decine e centinaia di milioni di anni,non ci interessa “qui ed ora”. E per favore lasciamo stare il fascino della microfisica perché non siamo microbi pensanti. Atteniamoci al nostro mondo – macrofisico, da una parte, e sociale dall’altra – e consideriamoci individui agenti e pensanti in una data epoca storica della società.

Se vogliamo elucubrare su problemi sempre esistenti per noi umani, del tipo della vita e della morte con tutto ciò che “ci va dietro”, nessuna obiezione; è atteggiamento assai più che comprensibile, direi doveroso. Quando però riflettiamo sul nostro vivere nel cosiddetto “divenire storico-sociale”, cerchiamo di non perdere il buon senso e non lasciamoci andare a fantasie, che pretenderebbero di trascendere l’orizzonte spazio-temporale in cui siamo situati. Sia nel fare storia (pensare il passato) sia nella previsione del futuro, è meglio utilizzare categorie teoriche (più o meno elaborate, talvolta perfino inconsapevoli) adatte alla formulazione di specifiche ipotesi (anche per quanto concerne il passato usiamo ipotesi); e si tratta pur sempre di teorie (e ipotesi)mediante le quali interpretiamo il presente al fine di potervi agire per giungere a determinati obiettivi. Queste categorie teoriche (e le ipotesi) sono transitorie, mostreranno infine la corda; più elastici saremo, prima riusciremo a cogliere la loro obsolescenza, la loro progressiva riduzione di presa sulla “realtà”. Quanto al movimento reale, lasciamolo tranquillo a svolgere il suo consueto lavoro di logoramento delle nostre pratiche, delle nostre speranze, delle nostre convinzioni di averlo fermato e poi indirizzato come piacerebbe a noi; se ne sbatte altamente dei nostri desideri, anzi potrebbe pure irritarsi e reagire con violenza se ci venisse in testa di averlo “imbracato” definitivamente.

Non si creda che quanto appena detto abbia qualcosa a che vedere con il relativismo. Quest’ultimo è in definitiva incertezza, indecisione, quasi sempre incapacità di scendere in campo prendendo posizione (partito); il tutto mascherato da capacità (molto limitata invero) di valutare vari corni del dilemma conmoderazione e tolleranza, ecc. (si pensi alla ben nota, e fastidiosa quant’altre mai, frase di Voltaire, una frase “buonista”, di piatto conformismo, perfettamente adatta al “ceto medio semicolto” odierno!). Quando si agisce veramente – dove l’azione contempla pure l’apparente inazione, il temporeggiamento, il surplace a volteassai lungo (come fanno i ciclisti velocisti) – e non semplicemente ci si dedica alle chiacchiere fatue e ideologicamente favorite daivari gruppi dominanti per bloccare ogni azione a loro contraria, si deve assumere “partito” nel conflitto, nel contempo ponendo e analizzando nei particolari il campo in cui esso si svolge e i diversi “partiti” e interpretazioni del campo (in effetti, di campi differenti) assunti dai soggetti agenti nella lotta. Tuttavia, ci si deve preparare all’eventuale sconfitta, al riconoscimento di errori in questa lotta, ai mutamenti di fase che spiazzano alla lunga i vincitori non meno dei perdenti ed esigono il riconoscimento, intanto in termini di principio, di nuove singolarità sopravvenienti (che sempre sopravverranno) e di cui ancora una volta occorrericercare le categorie interpretative, ecc. ecc.

7. Fondamentale, nella lotta passata dei comunisti, sarebbe stata la coerentizzazione (nella teoria e nella pratica) del “modello” marxista utilizzato per interpretare, e prevedere, la dinamica sociale del capitale, l’evoluzione dei rapporti nella formazione sociale definita capitalistica; una definizione rimasta pressoché immutata da almeno un secolo e mezzo a questa parte. Un conto è impiegare genericamente il termine capitale per indicare ogni dotazione – in strumentazioni produttive ed in moneta in quanto equivalente generale dei prodotti scambiati come merci – in possesso di particolari agenti (soprattutto, ma non solo, nella sfera economica della società); un altro è indicare un sistema di rapporti sociali di forma storicamente peculiare, perché questo è il capitale nella sua precisa accezione marxiana.

Marx studiò il “modello” di questo capitale (sistema di rapporti, ecc.) nel suo primo luogo di definitiva affermazione, l’Inghilterra; ne trasse una serie di conclusioni e si disse convinto che esso si sarebbe esteso a tutto il mondo. In effetti, tale “modello” fu surrettiziamente mutato in corso d’opera dai marxisti successivi, senza che nessuno si ponesse però troppi problemi al proposito. Inoltre, anche Marx ebbe incertezze; per esempio usò indifferentemente classe operaia e proletariato, e la classe in questione (quella che avrebbe dovuto emancipare tutta l’umanità emancipando se stessa dallo sfruttamento) fu da lui a volte considerata – e i marxisti successivi sempre così la considerarono – l’insieme degli operai in senso stretto, quelli addetti alle mansioni fondamentalmente esecutive (e di più basso livello, ripetitive, ecc.), mentre altre volte egli fece riferimento al lavoratore complessivo (“ingegnere e manovale”).

Si badi bene: proprio dai termini usati si comprende come Marx avesse in mente la dominanza, nei rapporti sociali della formazione a modo di produzione capitalistico, di quelliinstauratisi nell’unità produttiva in senso stretto, nella “fabbrica”, risultato di una storica trasformazione della bottega artigiana, attraverso la fase transitoria della manifattura, descritta nelle pagine sulla accumulazione originaria del capitale; accumulazione intesa quale trasformazione di rapporti, nonsemplicemente crescita di “forze produttive oggettive”. La fabbrica è il luogo della trasformazione di materie prime in prodotti finiti; si può considerare più genericamente la trasformazione di input in output, in ogni caso è sempre presente un preciso processo lavorativo che vede associati, in forma cooperativa, la figura dirigenziale (“l’ingegnere”) e quella esecutiva (“il manovale”).

Il testo più significativo per le indicazioni, comunque sommarie, relative alla formazione dell’operaio combinato, in quanto complessivo insieme di lavoratori direttivi ed esecutivi in cooperazione, è il cosiddetto Capitolo VI inedito (edito molto dopo la morte di Marx), in cui vi sono pure le splendide pagine sulla sussunzione, prima formale e poi reale, del lavoro nel capitale (con passaggio da una determinata forma, transitoria, dei rapporti sociali capitalistici ad un’altra, quella considerata definitiva). Capitolo comunque tolto dall’autore stesso nella pubblicazione del primo libro de Il Capitale, l’unico testo di quest’opera effettivamente e integralmente di Marx. Non mi lancio in illazioni sui motivi del toglimento, non sono “addottorato” in sedute spiritiche; noto solo che non è stato pubblicato, rendendo più difficile quella coerentizzazione cui ho sopra accennato.

Il sottoscritto ha preteso di compierla con un lavoro durato molti anni e che è stato consegnato in centinaia, e più ancora, di pagine, tutte pubblicate negli ultimi 15-20 anni. Le do quindi per conosciute, altrimenti chi vuole si documenti. Ricordo solo che tale dinamica, fondata sulla “spietata” concorrenza intercapitalistica, mette in moto la centralizzazione dei capitali, da cui deriva non tanto il passaggio al capitalismo monopolistico (e poi ancora a quello di Stato, tutto sommato una contraddizione in termini), quanto invece la trasformazione di quel rapporto che è il capitale. Le “potenze mentali della produzione” – in definitiva lacapacità di dirigere e innovare nei processi produttivi di fabbrica, di trasformazione di input in output – spettavano nel più antico capitalismo concorrenziale al capitalista, considerato il proprietario privato dei mezzi di produzione.

Con la centralizzazione, tale capacità (detta poi, non da Marx, imprenditoriale) si sarebbe trasferita, per il Nostro, nell’“ingegnere” divenuto lavoratore salariato e facente ormai parte dell’operaio combinato (lavoratore collettivo cooperativo), mentre il capitalista sarebbe divenuto solo proprietario; una proprietà trasformata con l’affermarsi della società per azioni. Detto in termini molto più moderni, Marx avrebbe pensato una sorta di “rivoluzione dei tecnici” (in realtà un loro vero amalgama cooperativo con i lavoratori manuali ed esecutivi) e non quella “manageriale” teorizzata 70-80 anni dopo da Burnham. In ogni caso, da tutto ciò discendono le conclusioni di Marx in merito alla trasmutazione della società capitalistica in socialistica – uncambiamento da lui già creduto in atto ai suoi tempi (si legga anche soltanto l’ultimo paragrafo del capitolo sull’accumulazione originaria) – che ho molte volte analizzata con dovizia di particolari nei miei scritti.

Una volta coerentizzato il “modello” marxiano di avvento del capitalismo, di suo sviluppo e di transizione ad altra società – sempre in termini di trasformazione dei rapporti sociali e non per quanto concerne l’aspetto quantitativo dei capitali accumulati e centralizzati, con semplici modificazioni delle “forme di mercato” – si comprende più facilmente l’impasse della lotta comunista e infine il suo tramontare ed esaurirsi. Può restare la tristezza, la nostalgia, il rimpianto, sentimenti umanissimi; anche perché i sacrifici, le morti, la galera, la miseria, ecc. per conseguire quel risultato irraggiungibile sono stati immensi, altro che i crimini commessi dai comunisti come sostengono gli incalliti delinquenti che si sentono appagati in questa società! Se però da questisentimenti si insiste a volere trarre l’indicazione di una(im)possibile ripresa della lotta per il comunismo, dobbiamo allontanarci con molta decisione e chiarezza critica dagli “zombi”incapaci di afferrare la realtà del loro essere morti.  

8. Mi guardo bene dal ripercorrere qui, nelle sue varie tappe, lamia coerentizzazione del “modello” marxiano – consegnata per il momento ai dieci video dedicati alla discussione su Marx (http://www.conflittiestrategie.it/gianfranco-la-grassa-discussione-su-marx-10-video) – al fine di metterne in luce le manchevolezze e la necessità di superarlo, senza semplicemente ridurlo a indegni sbrodolamenti filosofici ma anzi mantenendone lo spirito scientifico e l’intento critico-problematico in merito alla doppia faccia della formazione capitalistica, con la sua “superficie” (soprattutto mercantile) e le sue “viscere profonde”, dove si agitano i grandi sconvolgimenti che hanno determinato sia mutamenti non minori della suddetta formazione sociale sia l’obsolescenza della teoria con cui Marx volle rappresentarla nella sua strutturazione (in una data forma di rapporti antagonistici) e nella dinamica direzionata, oggettivamente, alla trasmutazione: prima socialistica e infinecomunistica.

Mi è sembrato non inutile riandare ad un vecchio dibattito, pur ripercorrendolo veramente a volo d’uccello. Tuttavia, m’interessava soprattutto metterne in luce alcuni aspetti salienti. Innanzitutto le modalità secondo cui avvenivano allora le discussioni in campo marxista. Secondo me non esiste oggi la stessa serietà e lo stesso rigore nei dibattiti (rari) che ancora ci sono. Bisogna inoltre ben dire che non vi è più, almeno nei settoriintenzionati a criticare la moderna società, alcuna teoria comunemente condivisa. Allora ci si poteva accusare reciprocamente di “revisionismo” o di “estremismo infantile”, secondo l’abitudine invalsa da molti decenni, ma le categorie di riferimento erano comunque consolidate e ci si riusciva ad intendere pur nelle più aspre diatribe. Era inoltre chiara a chi partecipava al dibattito – a parte la solita “base militante”, soprattutto interessata a quello che dicevano i capi e capetti; che si trattasse di quelli del Pci o quelli dei vari gruppetti via via formatisi soprattutto dopo il 68 – la posta politica in gioco dietro la solo apparente astrattezza di certi temi teorici, conditi anche di ampie carrellate storiche intorno alle vicende del cosiddettomovimento operaio e all’evoluzione del suo pensiero nelle diverse correnti riformiste e rivoluzionarie.

Infine, non si creda che alcune delle misere tesi venute a quel tempo alla moda e ancora in piena vita – tipo la decrescita o l’eco-sostenibilità e altre piacevolezze di questi tempi di degrado intellettuale e culturale – non abbiano proprio nulla a che vedere con quel dibattito, pur se in forma di grave scadimento dell’intelligenza teorica dei problemi. Spesso si tratta di tesi che si rifanno, in modo più o meno aperto, alla totale dimenticanza della politica come campo di scontro e conflitto acuto tra interessi, sempre avvolti da specifiche ideologie, di dati gruppi sociali, in genere sempre quelli dominanti che ormai conducono al 100% le danze in questa fase storica. I “deboli” critici del capitalismo diventano semplici detrattori di ogni modernità e progresso (considerato un termine osceno anche soltanto in termini del tutto “materiali”) perché non comprendono più nulla della necessità di andare ai rapporti sociali di ogni data fase storica, sia pure con la consapevolezza di una conoscenza via ipotesi sempre soggette ad errori e alla necessità di revisioni o di drastici cambiamenti di indirizzo. Si preferisce oggi soddisfare l’orrendo ceto medio semicolto, il quale magari blatera di predominio di chi controlla la TV e poi ripete tutte le più stupide insulsaggini che da quelle “scatolette” sostengono, con atteggiamento da geni assoluti, i loro beniamini, intellettuali che hanno ormai l’intelletto in completa défaillance.

Non credo ci sia molto altro da dire. Se volete, prendete questo mia memorizzazione come una vacanza, ma non credo sia priva di interesse per chi capisce come la teoria non sia una fisima da intellettuali. Anzi, oggi sono proprio quelli che passano per intellettuali presso l’incolto “volgo” i più carenti in fatto di teoria. Non pensano, sputano quello che ritengono più facile far passare per scienza, riducendo quest’ultima (basata su ipotesi sempre rivedibili) a certezza assoluta e indiscutibile, cui il “popolo” deve sempre adeguarsi. Poi ci sono i “tecnici”, anche peggiori nella loro limitatezza di visione e nellarroganza e presunzione con cui sparano i loro verdetti e le loro ricette quasi che la lotta politica, oggi sempre più acuta e spesso sconclusionata per mancanza di ampie visioni e di solidi appoggi sociali, sia riducibile alle formulette imparate in Università che sarebbero ormai da chiudere, a partire da quelle “ricche e famose” anglo-americane. Viviamo un’epoca di transizione, ma particolarmente povera di intelligenza. Insisto che, anche solo mezzo secolo fa, ci si muoveva intellettualmente in un ben diverso ambito, assai meno deteriorato. Non parliamo della prima metà del secolo XX o di ancor prima. Chiudiamo qui, senza rimpianti ma ricordando; e facendo tesoro dei ricordi!

 

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