CRISI ECONOMICHE E MUTAMENTI GEOPOLITICI DI G. LA GRASSA

gianfranco

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INDICE

Introduzione

Capitolo I Elementi di teoria delle crisi

Capitolo II Crisi, sviluppo, trasformazione e trapasso d’epoca

Capitolo III la crisi: si brancola nel buio (in primis gli esperti)

Capitolo IV Riflessioni storico-teoriche sulla crisi

Capitolo V Critica dell’economicismo

Appendice I Un discorso “di fase”

Appendice II Contro il neoromanticismo economico

Introduzione, di Gianni Petrosillo

E’ l’eccesso che genera il necessario[…] Senza la speculazione non si farebbero affari. Perché diavolo pensate che tiri fuori i soldi, che rischi di perdere la mia ricchezza se non mi ripromettessi un piacere straordinario, una felicità improvvisa che mi spalanchi il cielo? Col compenso legittimo e mediocre del lavoro, il saggio equilibrio delle transazioni quotidiane, l’esistenza diventa un deserto di una terribile piattezza, una palude in cui l’energia affonda e imputridisce. Se invece, all’improvviso, fate risplendere all’orizzonte un sogno, promettete che con un soldo, se ne vinceranno cento, offrite a tutti quegli addormentati nella palude di mettersi a caccia dell’impossibile, e parlate loro dei milioni conquistati in due ore, in mezzo ai rischi più terribili, vedrete che la corsa comincia subito, le energie sono moltiplicate, il parapiglia è tale che la gente sgobbando per il puro piacere di sgobbare, riesce talvolta a fare dei bambini, cioè delle cose grandi, belle, ricche di vita…Ah, perbacco! E’ vero che ci sono  tante porcherie inutili, ma è anche vero che, senza quelle porcherie, il mondo finirebbe. E. Zola, L’Argent.

1. Questo libro nasce da un’esigenza, quella di decifrare il problema delle crisi economiche nella società capitalistica. Teoricamente e storicamente. Il pensiero economicistico prevalente, cosiddetto neoliberista e “globalista”, ancorato ai suoi miti fondativi, la mano invisibile, le robinsonate “asociali”, gli equilibri(smi) del mercato ecc., si scontra con scuole più critiche che contestano la funzionalità dei cosiddetti correttivi automatici del “sistema”. Alcune di queste sperano di poter depurare il capitalismo dalle sue deformazioni, bilanciando pubblico e privato, aumentando la presenza istituzionale in settori socialmente sensibili (sanità, grandi infrastrutture, ecc.), altre di approfittare delle crescenti contraddizioni per una “resa dei conti” ed una trasformazione dei rapporti sociali. I neokeynesiani (come i loro predecessori keynesiani), per esempio, perorano un maggiore interventismo dello Stato (inteso erroneamente quale organo contemperatore degli interessi di tutta la società) per frenare l’anarchia dei mercati, altre tendenze più radicali (sedicenti comuniste o socialiste) intravedono nella speculazione fuori controllo un tratto irreversibile della degenerazione dei tempi, per contrastare il quale occorre ritornare a legami comunitari, anche rinnegando i progressi conseguiti. Sia l’esegesi ufficiale che quelle antagonistiche, o pseudo tali, appaiono però ristrette e fuorvianti. Esse non comprendono il carattere ricorsivo della crisi economica nei capitalismi e i mutamenti che questa segnala. In ogni caso, restano nell’orizzonte di una “realtà costituita” che obnubila cause ed effetti di funzionamento delle nostre società. In questo saggio, invece, si tenta di fare una disamina diversa del fenomeno, andando oltre le apparenze superficiali e studiando i mutamenti nei rapporti di forza che avvengono in simili periodi.

Ho suggerito l’idea di questo testo a Gianfranco La Grassa proprio perché mi sembrava giunto il momento di una vera battaglia teoretica e culturale, finalizzata a rompere gli “schemi” di un’epoca che si annuncia pregna di cambiamenti, nella quale occorrerà imbracciare le armi della critica ma, soprattutto, come si sarebbe detto un tempo, la critica delle armi, per provare ad incidere sui prossimi inevitabili eventi.  Si sente dire, dai sostenitori dello statu quo, che il capitalismo (definizione di comodo che non spiega il passaggio di questo “modo di ri-produzione sociale” dal modello inglese a quello americano), nella sua versione globalizzata, sia un orizzonte invalicabile della Storia (a dir il vero, il tiro è stato ultimamente corretto, allorché le ottimistiche previsioni di conciliazione mondiale, dopo l’implosione del blocco socialista, si sono scontrate con ulteriori sfide e conflitti che hanno inaugurato il III millennio). Si tratterebbe, al massimo, di migliorare le sue performance inficiate dal carattere degli attori sociali, non sempre razionali e piuttosto inclini al vizio o al cedimento morale. Questo traguardo giustifica, inoltre, l’esportazione, a suon di bombe, della democrazia, allo scopo di togliere di mezzo chi non accetta la libertà in tutte le sue forme, quella della circolazione dei capitali, delle idee, degli uomini, dei beni e delle conoscenze tutt’altro che neutrali.

Avverso questa visione dell’ “open society“ si scagliano gli “antiglobalisti”, i quali però anziché focalizzarsi sull’aspetto (geo)politico della questione (il fatto che la guida, per fornire di tali superiori principi l’umanità, non sia altrettanto collegiale ma, anzi, basata sulla forza di un unico Paese e dei suoi alleati subdominanti: gli USA e le altre formazioni dell’area occidentale), sulla battaglia per le sfere d’influenza tra Stati, riapertasi col multipolarismo (in virtù dell’emergere e del riemergere di potenze revisionistiche dell’ordine mondiale), oppongono a tale rappresentazione del mondo narrazioni parimenti distorte. Si tratta di “storielle” di vario tipo, economiche, sociali, culturali. Si accetta, insomma, il concetto che, effettivamente, il potere risieda in élite apolidi, operanti nella sfera finanziaria, imponenti una “dittatura” del denaro spersonalizzante e antiumanistica. La lotta contro questa aristocrazia dello “strozzinaggio” è ritenuta prioritaria per salvaguardare il destino dell’Uomo (inevitabile la lettera maiuscola, perché l’umanitarismo non concepisce gli individui nella loro connessione e suddivisione sociale, variabile di era in era, ma solo soggetti destoricizzati). Occorre, invece, negare la sussistenza di questo potere sovranazionale finanziario, di cui tutti gli Stati sarebbero strumenti passivi, in via di estinzione. Se così fosse, non ci sarebbe un Paese predominante che trascina gli altri nei suoi conflitti, producendo disordine crescente, in conseguenza di una perdita di controllo delle sue tradizionali sfere d’influenza, a vantaggio di concorrenti in ripresa di potenza. Esisterebbe, invece, un coordinamento internazionale unificato, le crisi non diventerebbero così profonde e sarebbe sempre agevole trovare delle soluzioni concordate.

Contrariamente a dette ubbie, bisogna piuttosto comprendere che gli Stati, in quanto sistemi di apparati, sono strumenti nelle mani di agenti strategici dominanti (in competizione fra loro), di tipo nazionale, che confliggono con quelli di altri Stati. Tale conflitto prevede, certamente, delle alleanze ma queste sono sempre orientate a meglio posizionarsi nella lotta di tutti contro tutti, che in alcune fasi diventa guerra aperta, come accaduto per due volte nel XX secolo. Ovviamente, man mano che ci si avvicina a detto momento si acuiscono gli scoordinamenti nelle varie sfere sociali, a partire da quella che, nei sistemi capitalistici, prende il davanti della scena: la sfera economica, suddivisa in produttiva e finanziaria. Il multipolarismo crescente è il segnale che gli assetti mondiali sono in via di riconfigurazione. E’ difficile prevedere gli esiti ultimi di questo movimento carsico che per ora scuote solo l’epidermide delle formazione capitalistica globale, organizzativamente non omogenea al suo interno (si pensi, ad esempio, a Paesi come Russia e Cina, i quali si fondano su presupposti economici speculari a quelli occidentali ma, politicamente, essi sono meno impastoiati nei rituali democratici o negli umori dell’opinione generale). Gli economisti, ormai volgarmente più tecnici che scienziati, credono di cogliere queste profonde trasformazioni sociali con grafici e statistiche, recitano il mantra dei conti da tenere in ordine, cercando con ciò di legare le mani agli Stati e alle loro strategie di lotta. Ma quello che si approssima sarà un periodo in cui gli organi di vertice dei Paesi torneranno a “spendere”, non lesinando energie finanziarie e strategiche, senza curarsi troppo dei bilanci, al fine di far aumentare la propria capacità di proiezione internazionale. E’ probabile che di questo si avvantaggino gli strati popolari, da coinvolgere emotivamente nello sforzo delle élite in “singolar tenzone”, in questi ultimi anni tosati da dirigenze di scarso coraggio politico. Laddove, si installeranno drappelli dominanti, con una più ampia visione dei processi storici, i quali avranno necessità di creare nuovi blocchi sociali per compattare le nazioni nella lotta, è possibile migliori anche la condizione di quei ceti che fin qui hanno pagato la crisi per tutti. Chi non sarà in grado di fare questo salto di qualità resterà vittima del chiacchiericcio degli economisti, quasi tutti di formazione anglosassone (et pour cause), e si impoverirà maggiormente.

2. Purtroppo, c’è chi tira in ballo Marx per legittimare affrettate conclusioni sul capitalismo giunto al suo ultimo stadio di “volatilità” finanziaria. Ma le cose non stanno esattamente così. Secondo Marx, la lotta nel libero mercato tra capitalisti avrebbe favorito processi di concentrazione (prima) e di centralizzazione (poi) dei capitali, con espropriazione di molti proprietari, i quali sarebbero stati risospinti tra i salariati (anche se di più alto livello). Contestualmente, la socializzazione dei diversi processi produttivi, favorita dalla prima circostanza, non avrebbe incontrato più ostacoli, determinando la formazione, nella produzione, di un nuovo soggetto collettivo, il quale avrebbe avuto tutto il controllo delle fasi lavorative, dalla progettazione all’esecuzione. La proprietà si separava dalle potenze mentali della produzione che andavano a ricongiungersi alle forze manuali. Non v’è però in ciò alcun livellamento gerarchico, tra manager “ideatori” e operai “attuatori”, non esiste orchestra che possa suonare senza il coordinamento di un direttore, ma vi è sostanziale comunità d’intenti, emergente da relazioni sociali di fatto. Al contempo, si determina però una netta dissociazione nella collettività, tra redditieri (proprietari degli impianti industriali, secondo modalità finanziaria di controllo) e salariati in senso lato, ovvero, se si vuole usare una terminologia desueta, “colletti bianchi” e “tute blu”, in crescente combinazione (il lavoratore collettivo cooperativo).

Marx spiega che questa classe di rentier, ancora strapotente nei gangli statali, risulta essere in decadenza, per via del fatto che la base materiale (produttiva) sfugge alla sua egemonia ed esiste esclusivamente grazie al controllo politico degli apparati di coercizione dello Stato. Il rapporto sociale generale è, pertanto, diventato favorevole al lavoratore associato che rappresenta il grosso della società, la sua parte più dinamica e propulsiva. I pochi capitalisti finanziari sopravvissuti sarebbero stati, dunque, eliminati da detta compagine collettiva che avrebbe dato, infine, la spallata allo Stato, in cui erano asserragliati gli ultimi prepotenti, rovesciandoli una volta per tutte. Questo sosteneva Marx nel III libro del Capitale, inequivocabilmente. Sono le circostanze in cui ci troviamo adesso? Per quelli che si fermano agli sconquassi sui mercati, evidentemente sì, il “finanzcapitalismo” dimostrerebbe che il clero monetario si è ormai costituito in classe intermodale (una sorta di rivoluzione dentro il Capitale) originando la transizione da un capitalismo industriale a uno cedolare. Ma sono allucinazioni. Addirittura, si sarebbe concretizzata anche la profezia marxiana di una definitiva separazione tra proprietà e produttori, preludio al crollo dell’ “impero del Capitale”.

Lorsignori, non hanno compreso che l’ipotesi marxiana prevedeva qualcosa di ben più articolato rispetto alle loro facili approssimazioni, infatti, la divaricazione sociale tra possessori del denaro, nelle sue varie specificazioni, e utilizzatori delle macchine, avrebbe favorito il formarsi, nel processo produttivo, di una vera classe intermodale portatrice di un rapporto sociale non più fondato sull’estorsione del plusvalore ma sulla piena razionalità dei processi e l’equa appropriazione dei prodotti. Il General Intellect si sarebbe riprodotto socialmente sugli automatismi di un rapporto di tipo comunistico, del quale però v’è traccia, non ai tempi di Marx (che pure sembrava vederlo operare nel grembo di un capitalismo ormai maturo), non ora (che è stato smentito dalla riconfigurazione capitalistica). Per questo, occorre decisamente contestare la presunta egemonia della Finanza, acefala e anomica, sull’industria, sullo Stato e sulla società. Forse, essa ha gioco facile a sottomettere quei Paesi incapaci di sviluppare politiche autonome e che si lasciano attaccare dalle banche e dalle multinazionali estere, ma anche la Finanza è inserita in un preciso contesto nazionale, al quale rende inevitabilmente conto.

Dobbiamo, pertanto, affermare che nella produzione non si è saldato il lavoratore combinato proprio perché il “destino” del capitalismo è stato di attraversare l’oceano e di americanizzarsi, innestandosi su peculiarità sociali sconosciute in Europa. E’ oggi evidentissimo che gli strati alti del management produttivo (non parliamo di quello strategico) sono parte integrante dei gruppi dirigenti dominanti. I redditieri per Marx erano, invece, quelli estraniati dalla produzione, spossessati delle potenze mentali. Con la sola ricchezza, inoltre, non si domina un bel nulla. Perciò, tutto quello che viene attribuito a Marx, in questa falsa interpretazione del suo pensiero, è campato in aria. Il pensatore tedesco non era stato così rozzo e antiscientifico nell’esprimersi, non aveva mai vaneggiato di massonerie danarose che dominano il pianeta. Quando il profitto si stacca nettamente dal “salario di direzione”, quando il capitalista si tramuta in mero proprietario di azioni, che si arricchisce rapinando in borsa i suoi simili, cessa anche la sua spinta innovativa nella produzione. Il capitalismo comincia, allora, a deperire, perché si svigorisce il rapporto sociale di sostegno, esplode la contraddizione tra accrescimento della potenza sociale del lavoro (con uno sviluppo inarrestabile delle forze produttive unificate nel General Intellect) e appropriazione privata dei prodotti sul mercato, a favore di una sempre più ristretta classi di proprietari (modo della produzione e modo dello scambio subiscono un cortocircuito). A fronte di questa potente elaborazione di Marx, comunque smentita dai fatti, gli attuali critici del Capitale, blaterano di finanzcapitalismo, in ciò facilitando il gioco dell’ideologia dominante, ben adusa a sostenere tali emerite idiozie, dando addosso ai finanzieri “cattivoni”, per depistare la critica, condurla su un penoso piano moralistico, oltre che sterilmente economicistico. E’ impossibile, pertanto, digerire quanto annunziato da questi “rodomonti” che occupano la scena pubblica, dalla televisione all’editoria.

Nelle loro disamine c’è una incomprensione profonda del modo di riproduzione sociale in essere. Innanzitutto, il carattere più generale della crisi capitalistica è la sovrapproduzione, infatti, non vi è scarsità o penuria di beni, come spesso accadeva in passato, ma loro eccesso rispetto alla domanda. Si tratta, senz’altro, di una crisi che determina impoverimento delle più larghe masse popolari ma, pur sempre, in un contesto di avanzamento produttivo, in cui si susseguono scoperte tecnologiche, miglioramenti di processo e, soprattutto, realizzazione di nuovi prodotti, cui però non corrisponde l’aumento della capacità di acquisto delle masse. Molte merci restano invendute, le imprese capitalistiche soffrono perdite, sono costrette a ridurre la produzione e le unità lavorative occupate; molte devono chiudere o persino fallire. Questa è la tendenza generale contrastata però dalla proliferazione di settori inesplorati, destinati, presto o tardi, a decollare. E’ in corso un’altra rivoluzione che non ha ancora mostrato tutte le sue potenzialità ma a breve i risultati si noteranno.
Certamente, chi perde il lavoro non consuma, facendo crollare ulteriormente la domanda di tali prodotti, a loro volta le imprese riducono quella dei beni di produzione smettendo d’investire. La crisi si estende. E’ giusto pensare a forme di aiuto per i ceti deboli ma ciò non basterà ad invertire la rotta. Solo l’occhio più superficiale non comprende che nella crisi si manifesta il sintomo di una ristrutturazione o riconfigurazione che, in certi frangenti storici, va ben oltre i confini dell’economia.

La seconda rivoluzione industriale, verificatasi tra fine Ottocento e inizio Novecento, fu attraversata da una lunghissima stagnazione, proprio mentre si gettavano le basi di un grande balzo tecnologico e di profondi mutamenti geopolitici. Poiché la società capitalistica appare come un grande ammasso di merci è ovvio che i suoi terremoti più profondi si presentino in superficie con sconvolgimenti in questa sfera, prima a livello finanziario, poi della cosiddetta “economia reale” ed, infine, nei rapporti di forza tra aggregati statali (a livello della sfera politica, dove si trova il vero nucleo della complessità sociale e dei suoi decisivi conflitti per la preminenza). A seconda delle fasi, le crisi possono risolversi con aggiustamenti che non intaccano il funzionamento generale dell’economia, ed in questo caso si parla più che altro di recessioni, (di solito si tratta di correttivi utili a migliorare la situazione all’interno di un’area ad egemonia stabilizzata, avente un centro regolatore pienamente operante) oppure, in epoche di incertezza geopolitica, la crisi, dipendente da una strenua competizione interstatale, che fa saltare le regole del gioco. Noi ci troviamo all’imbocco di un’epoca di quest’ultimo tipo, poiché siamo passati da una stagione monocentrica, con assoluta supremazia statunitense, ad una multipolare con crescita di elementi regionali (Russia, Cina) che impediscono alla superpotenza di essere unilaterale nelle sue decisioni. La crisi contemporanea è dunque débâcle da sregolazione geopolitica (accompagnata da importanti novità a livello tecnologico e produttivo, la cui portata si vedrà col tempo) che non annuncia il definitivo precipitare del capitalismo (il termine è ormai riduttivo per definire il nostro modo di riproduzione sociale, forgiato sul modello statunitense) nel finanziarismo parassitario, bensì l’inizio di una acerrima conflittualità tra aree per la supremazia mondiale, politica e, in subordine (o meglio, contestualmente), anche economica.

3. E’ passato un decennio dall’esplosione della bolla immobiliare americana del 2008 che diede avvio alla crisi. Dal principio, in altri saggi, sostenemmo che la débâcle economico-finanziaria non si sarebbe risolta molto presto perché la sua natura era prevalentemente (geo)politica. Mentre i grandi sapienti della triste scienza si dividevano in due correnti, quelli che minimizzavano (assicurando che la tempesta sarebbe stata superata con le dovute regolazioni ed il ripristino della fiducia nel mercato) e quelli che allarmavano (prevedendo l’ennesimo crollo del sistema), a seconda della scuola di pensiero a cui erano collegati, noi ipotizzavamo l’avvento di un non breve periodo di stagnazione, molto simile a quello iniziato nel 1873 e conclusosi solo nel 1896, senza che, tuttavia, i problemi strutturali degli assetti internazionali si sciogliessero. Furono le successive guerre mondiali del XIX secolo, che decretarono il tramonto del predominio inglese a favore di Usa e Urss, a mettere le “cose a posto”. In generale, in questi momenti d’instabilità, gli scienziati dell’economia non ne azzeccano una ma confidano sulla scarsa memoria di tutti per dispensare consigli e aumentare i loro cachet. Essi arrivano persino a convincersi, soprattutto ex-post, che siano state le loro ricette tecniche a bonificare la palude in cui si versava.

La insormontabile diatriba, caratteristica di queste congiunture, tra sostenitori delle politiche “dell’offerta”, e loro oppositori concentrati sul sostegno alla “domanda”, è solo fumo negli occhi. Occorrerebbe lasciar perdere le prime impressioni che si ricavano dai dati economici e gettare uno sguardo critico sul succedersi vorticoso degli avvenimenti. Scrive La Grassa:

Oggi, per esempio, la crisi si riflette ovviamente in una caduta dei redditi di una buona parte della popolazione. Si tenga intanto presente che si tratta certo della maggioranza d’essa, ma ce n’è una quota non indifferente (io credo almeno un quinto se non un quarto) che della crisi in atto non soffrirà troppo; e ne uscirà non dico indenne, ma sempre con un tenore di vita elevato e con consumi ‘opulenti’. La maggioranza andrà però incontro a forti disagi. Per ragioni di equità e per opportuna strategia politica (che richiede anche quella delle ‘alleanze’ o ‘blocchi sociali’), è lecito venir incontro al malessere di questa gran parte della popolazione; sapendo che non è però composta di soli lavoratori dipendenti.  C’è invece chi chiede puramente e semplicemente l’aumento salariale, e soprattutto per ragioni economiche, perché aumentando i consumi si combatterebbe la crisi. Mi dispiace ma questo è un errore; i consumi, se eccessivi e dediti solo ai beni di prima necessità, indeboliscono un sistema-paese e lo fanno uscire dalla crisi – che è inevitabile e ci si deve rassegnare a passarla – in condizioni assai peggiori rispetto ad altri. La crisi sarà in definitiva per tale paese più lunga, più spossante, lo lascerà in balia di quelli capaci di sfuggire al banale populismo di simili proposte. Un certo aiuto ai ceti bassi e medio-bassi è doveroso e utile per impedire scollamenti e lacerazioni del tessuto sociale che lascino un paese in balia del caos e disordine, con accentuazione della sua caduta ‘in basso’ e la possibile ascesa di ‘avventuristi’ che potrebbero condurlo al disastro (non economico, bensì proprio sociale e politico) totale.

Andrebbe messa da parte la sterile lite tra liberisti e keynesiani che torna ricorrente in ogni congiuntura di difficoltà. Costoro si alternano a prendersi la ragione ed a scambiarsi il torto, senza soluzione di continuità. Il libero mercato e le politiche dell’offerta sono i principi ineludibili sui quali si appoggiano i primi. Oggi che sono contestati ovunque riprendono fiato quelli antitetici kyenesiani, che predicano meno mercato e più sostegno alla domanda da parte degli organi pubblici. E’ un circolo vizioso che gira in un senso e poi nell’altro, senza passi in avanti. La crisi però non dipende dalla domanda, tanto meno dal sottoconsumo (Keynes almeno tiene conto dell’investimento nella domanda effettiva e pare meno rozzo dei suoi epigoni). Ovviamente, i ceti subalterni devono essere protetti più di quelli superiori dagli squilibri mercantili che su di essi si scaricano con maggiore virulenza ma deve essere altrettanto chiaro che l’immissione di potere d’acquisto in una situazione di crisi non inverte la tendenza negativa. Può lenire ma non risolvere, perché la partita si disputa ad un altro livello: nel grande gioco della potenze per la supremazia mondiale.

La crisi economica è una specie di terremoto che nasce da attriti, più o meno profondi, sotto la superficie sociale. Nella presente epoca, l’impatto tra masse geopolitiche avviene a profondità importanti e l’energia che si scarica in alto è piuttosto potente. Può provocare dei bei disastri ma questi sono conseguenza di sconvolgimenti nei rapporti di forza tra Stati. E’ essenziale distinguere una crisi di simile portata da quelle cagionate dalla volatilità dei titoli. Anzi, su quest’ultimi si possono innestare “manovre” politiche per mettere con le spalle al muro i Governi o le loro imprese strategiche. Chiosa La Grassa che:

 

Le vere crisi economiche – caratterizzate da crolli improvvisi e catastrofici (tipo 1929) o invece da un lungo periodo di sostanziale stagnazione (tipo quella di fine secolo XIX, 1873-96, cui tende sempre più ad assomigliare la recente crisi generale di sistema del 2008) – non sono affatto controllabili e manovrabili da nessuna forza economica e politica.

In una società dominata dalla forma merce, qual è quella capitalistica, è normale che i primi sconquassi appaiano a livello finanziario. La parte finanziaria, legata alla moneta e alla sue duplicazioni, subisce per prima gli effetti dello scoordinamento sociale, data la generalizzazione della forma di merce nel capitalismo e il conseguente uso necessario del denaro nel ciclo continuo M-D-M. Quando qualcosa interrompe la sequenza (può trattarsi di un evento economico o extraeconomico, come stiamo evidenziando nei nostri ragionamenti) sono i mercati in cui circola il denaro, che è tanto intermediario nello scambio di merci che merce a sua volta (D-D’, cioè denaro che equivale a più denaro, senza anello intermedio, è la formula generale del Capitale), a subire l’iniziale contraccolpo. Queste problematiche, se non dipendono da puri azzardi speculativi, posso riversarsi sui cosiddetti settori dell’economia reale, di beni e servizi, ed allora la situazione può divenire grave.

Ad ogni modo, occorre capire qual è il livello di stabilità politica delle dinamiche storico-sociali, generanti i disequilibri in quella specifica congiuntura, e come si ripercuotono a livello economico, per “classificare” la natura della crisi. Quando non sono messi in questione i rapporti di forza su cui si regge il “sistema” è agevole trovare, entro la stessa sfera economico-finanziaria, delle contromisure di riaggiustamento, operando con gli strumenti normalmente a disposizione. In detti frangenti, anche le iniezioni di fiducia (per rassicurare consumatori e imprenditori), con provvedimenti ad hoc emessi dagli organi istituzionali (un minor carico fiscale sulle aziende o qualche privilegio concesso alle famiglie, per citare qualcosa) possono sortire dei risultati. Invece, se ci si trova nel bel mezzo di uno scontro per le sfere d’influenza, tra Stati in ripristino di sovranità o in recupero di potenza che sfidano un egemone di più lungo corso, gli accorgimenti “amministrativi” risultano inefficaci. Non a caso, la crisi perdura e si aggrava perché i palliativi non possono cambiare il corso storico. Nella nostra fase la strategia (geo)politica conta più dell’economia e dei suoi dettami “contabilistici”.

Chi non comprende la sfida verrà spazzato via dalla furia degli eventi. Per questo possiamo mettere tutti sullo stesso piano, i (neo)liberisti, i(neo) keynesiani e anche i rimasugli (neo)marxisti che fraintendendo Marx, blaterano di predominio della finanza senza patria. Sono scuole di de-pensiero, ormai ossificate, che non hanno più nulla da insegnarci.

4. Per renderci più adeguato lo studio dei fenomeni sociali ed il loro mutare nel tempo, bisogna procedere “sezionando” quella che chiamiamo realtà. Ovviamente, la scelta dei “tagli” e delle scomposizioni del “reale”, con i quali tentiamo di afferrare il mondo, è sicuramente soggettiva ma le teorie si costruiscono facendo inevitabilmente delle scelte, basandosi su intuizioni che concepiscono uno specifico campo di azione, sul quale calare “strutture” costruite mentalmente, le quali non sono proprie dell’oggetto preso in considerazione. Per questo si crea sempre uno scarto tra ipotesi conoscitiva e andamento degli eventi. Altrove, La Grassa ha scritto che questi campi possono risultare saldi per intere fasi storiche ma mai immutabili in quanto colpiti dal flusso conflittuale che li attraversa e li deforma, fino a trasfigurarli. Le teorie che individuano il campo sono il primo passo per stabilizzare l’azione dei soggetti che in esso intendono agire (in quanto trasportati dal flusso squilibrante) al fine di cogliere e poi servirsi delle sue dinamiche, per posizionarsi al di sopra di altri gruppi che si contendono la preminenza. Anticipato il metodo possiamo, dunque, suddividere la società in cui operiamo in tre sfere interrelate: economica (produttiva e finanziaria nel capitalismo), politica (con il suo prolungamento bellico e d’intellicence), culturale (ideologica). La realtà in cui gli individui agiscono non è statica ma è flusso continuo, è getto incessante, è, appunto, “storia”, pertanto, è lo squilibrio la sua unica “costante”.

Gli individui non possono immergersi direttamente in questo scorrimento continuo se vogliono avere una visione più ampia dei processi sociali, devono gettare ormeggi in vari punti, scegliere postazioni di osservazione privilegiate, alzare la testa dall’”acqua”. La realtà è movimento di cui immaginare parti in relazione interattiva, essa è fondata sul conflitto, quale causa di un sotteso squilibrio sempre operante. Lo squilibrio è ciò che innesca le dinamiche del conflitto strategico. Gli attori non possono sottrarsi a tale sorte ed in quanto maschere di rapporti sociali agiscono nel mondo circostante solo dentro queste tendenze. Cioè sono agiti da tali impulsi. La stessa cooperazione nasce dall’esigenza di avere più spinta nel conflitto, contro determinati avversari, o almeno quelli che si percepiscono come antagonisti sulla strada dei propri scopi, allorché si perseguono certi obiettivi. Persino sentimenti come l’amicizia, potremmo supporre, principiano dagli incerti dell’esistenza che spingono a legarsi, con una o più persone, in ”comitive”, per non essere soli nel momento del bisogno. Poi, certamente, su questo movente egoistico, dettato dal timore di essere in balia dei casi della vita, germogliano trasporti e sentimenti sinceri.  Per agire, dunque, i soggetti hanno bisogno di fissare un ventaglio d’iniziative su un campo delimitato d’azione, in questo “perimetro” di lotta nascono le loro strategie per la riuscita nei loro intenti.

L’attività strategica è Politica. La Politica è fascio di mosse strategiche necessario ad operare in ogni sfera sociale. Sono Politiche le condotte per primeggiare nella sfera detta politica (lo Stato, i suoi apparati, e tutti gli altri organismi che esplicitamente dichiarano di voler influenzare le scelte in quest’arena), è politica l’ “investimento” di energie per conquistare il mercato nella sfera economica (anche con mezzi extraeconomici), è politica la produzione di idee per egemonizzare la sfera ideologico-culturale (la battaglia delle tesi, attraverso media, editoria ecc. ecc.). Lo Stato viene impropriamente considerato un “soggetto” unitario – questa falsa interpretazione dà sempre adito a molti malintesi, sui suoi compiti e le sue funzioni – mentre esso è invece costituito da centri di elaborazione di strategie in urto fra loro. Ugualmente le imprese, trattate abitualmente quali entità armoniche, sono gestite e suddivise gerarchicamente, sviluppano strategie conflittuali (non esclusivamente collegate ad una razionalità strumentale, quella del minimo mezzo per il massimo risultato, come generalmente si crede studiando questi organismi, che, invece, ricorrono come tutti gli altri, operanti in altre ambiti, ad una più dispendiosa razionalità strategica per avere ragione dei concorrenti, anche rimettendoci qualcosa subito per conseguire un più alto traguardo domani), sia internamente che esternamente, ed il mercato non sta loro accanto, come qualcosa di estraneo, ma è il terreno su cui sono innestate, da cui sono anche composte, in quanto fatte con la stessa “materia”.

Lo squilibrio innesca il conflitto, indipendentemente dai desideri pacifici degli esseri umani, la vibrazione squilibrante scuote la società e produce frizioni che si riflettono socialmente. Ciascuno pensa che sia l’altro a voler prevaricare, ciò vale sia per i singoli individui che per gli enti in cui questi si organizzano, ma è il flusso del reale che li sospinge al confronto/scontro. Dal predetto svolgimento, e dalla differente risposta dei “soggetti”, scaturiscono rapporti di forza dissimmetrici; chi si sente soverchiato vuole recuperare e rovesciarli, chi gode di condizioni favorevoli vuole preservarle. Anzi, quest’ultimo costruisce, sui suoi privilegi, delle narrazioni universali, con le quali condizionare interi blocchi sociali (la cintura protettiva del suo dominio, egemonica ma, quando occorre, anche coercitiva) e stigmatizzare le eventuali alterazioni di questi “equilibri” portate dai gruppi avversi, che solo per il tentativo di insidiarli nel primato diventano immorali, irresponsabili e, persino, terroristi.

Poiché c’è sempre la possibilità di uno sbilanciamento delle forze in campo, si cercano delle alleanze, da parte dei dominanti per tutelarsi contro le “trame” dei nemici o dei (sub)dominanti o non ancora dominanti per ridurre il gap di potenza verso gli egemoni. Trasferendo questo ragionamento nell’agone mondiale si comprende perché si verifichino le crisi internazionali (che immancabilmente principiano dal versante economico) e, in alcuni momenti, si arrivi alle guerre, regionali o mondiali.  Quindi, esiste sempre una conflittualità, che può essere latente o pronunciata, a seconda dei periodi, degli individui nei gruppi, dei gruppi nelle formazioni particolari (paesi o aree a “struttura” considerata sufficientemente omogenea), e di queste ultime nell’arena globale, cioè nella formazione capitalistica mondiale. Ad ogni modo, è anche bene chiarire che non è mai possibile stabilire a priori la supremazia di una sfera sociale sull’altra perché è la stessa lotta per la supremazia, in ogni sfera sociale, l’elemento determinante. Questa lotta è lotta di strategie politiche, anche quando non avviene nella sfera detta politica. E’ possibile, forse, stabilire una predominanza relativa della sfera politico-militare sulle altre proprio perché il conflitto portato al suo più alto livello attiene agli Stati e a gruppi che agiscono in esso. E’ il conflitto per la preminenza geopolitica che richiede un coordinamento ed uno sforzo direzionato di tutti i settori sociali verso quell’obiettivo. Tuttavia, lo sguardo “primitivo” si focalizza sul quel che vede di primo acchito, cioè sulla generalizzazione dello scambio mercantile che sembra pervadere il complesso sociale, addirittura mutando antropologicamente gli uomini, come usano dire i filosofi. Ogni cosa è ridotta a compra-vendita, alla logica del profitto, raggiunto col minimo sforzo per il massimo esito. Da questa visione la storia è letteralmente espulsa e non si tiene in considerazione un dato generale, valevole per tutte le epoche (benché quello specifico muti in ciascuna di esse), cioè che il potere è sempre stato in mano a chi ha avuto il monopolio della forza, del consenso, nonché la maggiore intelligenza del rapporto che regola l’architettura sociale.

Non è mai stata la ricchezza (o la moneta) il fulcro di tutto, nonostante sia sempre questa ad oliare gli ingranaggi di un sistema, a “finanziare” i progetti strategici. Si continua a confondere uno strumento con il fine (cosa che individualmente può anche avere un senso ma di certo lo ha meno socialmente). Molti credono a questa fantasmagoria del denaro (e dei suoi duplicati) che proietterebbe ovunque la sua potenza, tanto da attribuire alla finanza il vulnus della crisi, incoraggiati dai veri dominanti, i quali hanno ogni interesse ad insegretire l’essenza del potere. Anche questa è una strategia di chi domina: provocare lo sdegno per l’isolato banchiere truffaldino, al massimo per la banda di speculatori che scippa gli azionisti, piuttosto che dipanare le mosse conflittuali con le quali essi si tengono in sella, disattendendo ai principi propinati alla massa. Quest’ultima deve sempre credere che l’errore sia di qualcuno che fa il furbo e non dell’intero apparato e delle sue logiche di funzionamento. Del resto, i conflitti, erano più visibili in passato, quando la struttura sociale risultava meno articolata e la lotta per il potere si svolgeva principalmente nella sfera politica e in quella ideologica.

Col capitalismo la conflittualità si sposta nella sfera economica, diventa “competizione” per il profitto (cioè appropriazione privata di pluslavoro nella forma del plusvalore), almeno in apparenza. Senz’altro, questo è un meccanismo più sofisticato per appropriarsi del surplus sociale (di cui abbisognavano anche Re, Nobili e Clero per muovere gli eserciti) ma la novità è un’altra, lo stesso sovrappiù, generato dalle classi subordinate e ad esse non pagato, cresce esponenzialmente permettendo di condensare una energia collettiva mai vista. La lotta per la predominanza fa un salto di qualità, si perfezionano le strategie, i mezzi per confliggere, le armi per distruggere. Eppure, questi elementi svaniscono alla vista, restano a lungo dietro il paravento dei movimenti economici, degli affari, dei commerci, del denaro, per apparire solo raramente nei momenti di massima tensione del conflitto, allorché diventa inevitabile far risuonare i cannoni. Essenziale è primeggiare, non guadagnare.

5.Ci troviamo indubitabilmente al bivio di una nuova fase storica di cui la crisi economica segnala la presenza. L’attuale formazione sociale occidentale, sorta dal capitalismo borghese di matrice inglese (La Grassa la denomina formazione dei funzionari privati del capitale, a matrice statunitense, in mancanza di definizione più adeguata), sta perdendo terreno a causa dell’ingresso in una dimensione multipolare (con l’affacciarsi e il riaffacciarsi sulla scena di formazioni particolari in competizione con il predominio statunitense) che annuncia un più profondo policentrismo, non ancora prevedibile nei tempi di effettiva concretazione. La crisi è di fatto il risultato di questo scontro in profondità tra placche tettoniche (aree di paesi) che segnala l’emergere di una diversa configurazione mondiale. Il crollo finanziario, e poi anche reale, è l’aspetto più appariscente, su questo si concentrano gli economisti e gli “esperti” finanziari con le loro ricette risolutive, ma sempre più contorte, che durano l’espace d’un matin. La crisi, presa dal punto di vista strettamente economico, è inevitabile aumento delle sproporzioni tra settori, a causa dell’anarchia nel mondo delle merci.

Lo aveva descritto già Marx che, tuttavia, coglieva la superiorità di questo rapporto sociale rispetto ai precedenti:

Nella società attuale, in una industria basata sugli scambi individuali, l’anarchia della produzione, che è la causa di tanta miseria, è al tempo stesso la fonte di ogni progresso. Ora, di due cose l’una: O volete le giuste proporzioni dei secoli passati con i mezzi di produzione della nostra epoca, e siete allora dei reazionari e degli utopisti. O volete il progresso senza l’anarchia ed allora, per conservare le forze produttive, dovete abbandonare gli scambi individuali. Gli scambi individuali possono conciliarsi solo con la piccola industria dei secoli passati e con il suo corollario di ‘giusta proporzione’ o anche con la grande industria, però con tutto il suo seguito di miseria e di anarchia.

 

Questa è la regola, ad ogni modo, in altra situazione, è possibile avere un migliore controllo del fenomeno, quando i mercati sono sotto l’egida di un unico Paese, cioè nelle cosiddette epoche monocentriche. Le stesse però durano per un po’, poi lo scompenso prende il sopravvento e la crisi si ripresenta in tutta la sua prorompenza, facendo saltare anche le istituzioni create per stabilizzare quel dato quadro di rapporti di forza.  La Grassa spiega che la produzione di merci implica la duplicazione monetaria, ciò fa emergere il settore finanziario, il quale si autonomizza da quello reale (al quale fornisce importanti risorse), in virtù di ritmi ben più vorticosi. Qui è possibile realizzare guadagni con un semplice clic su una testiera, comprando e vendendo titoli in pochi secondi, spostando ingenti capitali per speculare, quindi i tempi della sua realizzazione sono rapidissimi in rapporto a quelli necessari nei settori della produzione materiale. I castelli di carta, prima o poi, finiscono per avvitarsi su se stessi, a causa dell’estrema volatilità del settore e dello iato che si crea con la base produttiva. Quest’ultima non sa come assorbire gli ipertrofici mezzi finanziari, che in altre circostanze sono fondamentali per realizzare i grandi progetti industriali, le infrastrutture più costose, ecc. ecc.

Le crisi finanziarie possono essere ripetute, ma non sempre sono devastanti per l’organismo economico, in quanto colpiscono comparti delimitati e non si estendono a tutta l’intelaiatura sociale. Se invece il disagio perdura, con crolli continui in borsa, con l’inceppamento dei principali circuiti economici, con ripercussioni sulla produzione ecc. ecc. ciò diviene indice di tutt’altre problematiche che  oltrepassano  la sfera economica. Il momento storico è allora quello di una lotta per la predominanza, che coinvolge gli Stati e che si manifesta primieramente sul lato economico, perché la società capitalistica si presenta come “un’enorme raccolta di merci”, con determinazioni sociali coperte e mediate da quelle “cosali”.

6. Le crisi, che spesso precedono le guerre (anche se non è sempre detto), sono la conseguenza del conflitto intercapitalistico tra gruppi di decisori ai più alti livelli delle sfere sociali. E’ lo sviluppo ineguale dei capitalismi a provocare queste situazioni che devono risolversi in scontri sempre più accesi. La grande crisi del 1929-33, in seguito al declino inglese, determinò l’ingresso in una fase policentrica che, a sua volta, ebbe come conseguenza la guerra mondiale, per la preminenza. Solo dopo l’ultimo conflitto si entra in una fase molto lunga di stabilizzazione, fondata sul bipolarismo Usa-Urss, non un equilibrio di potere perfetto, tanto che a lungo andare la supremazia di Washington emerge, anche per l’incapacità del blocco socialista di tenere il passo con l’avversario (non dobbiamo credere che sia stata la corsa agli armamenti o l’assertività di Reagan a far implodere l’Unione Sovietica, corrosasi dall’interno). In questo periodo di relativa stabilità geopolitica, non scoppiano crisi radicali, nemmeno allorché collassa la Russia e si entra in una breve epoca di monocentrismo Usa, a partire dagli anni ’90. Con l’estendersi dell’impero americano alle aree che rientravano nel campo nemico, inizia tutta una narrazione ideologica di pace, cooperazione, governo mondiale dell’economia di cui l’apice è l’incontrovertibile globalizzazione, portatrice di vantaggi per tutti i partner del consesso internazionale, finalmente unificato negli interessi commerciali e comunitari. Ma, appunto, parliamo di un racconto ad usum populi.

Nel ‘800, quando era Londra la capitale dei traffici, delle produzioni e degli eserciti, spopolava la teoria dei costi comparati di David Ricardo, secondo la quale ogni Paese avrebbe dovuto specializzarsi nella produzione e nella vendita di merci che, per elementi naturali ed artificiali, lo rendessero più adatto a crescere in quei determinati ambiti merceologici in cui erano impareggiabili, integrati nell’economia mondiale. Per cui se i portoghesi eccellevano nel vino avrebbero dovuto concentrarsi su quello, scambiando bottiglie con i beni che non realizzavano in proprio. Ciò avrebbe ostacolato lo sviluppo in altri settori, magari i più avanzati.

Lo scopo di queste teorie è quello di giustificare, ammantando di scienza l’ideologia, la sottomissione di tutti gli altri paesi a quello più forte, impedendo alle collettività surclassate dalla rivoluzione industriale (ieri come oggi) di fare concorrenza ai meglio attrezzati, limitandosi ad essere zone di smercio dei prodotti tecnologici di questi o semplici fornitori di materie prime o di altri beni frugali (anche se di lusso). Friedrich List, contraltare di David Ricardo in Germania, parlava invece di protezione dell’“industria nascente”, alla quale riservare il sostegno dello Stato, affinché anche in un contesto inizialmente sfavorito potessero concretizzarsi le condizioni di uno sviluppo impetuoso delle forze produttive, per ridurre il gap con i First Comers. La globalizzazione, mutatis mutandis, è la versione del modello ricardiano dei nostri giorni. I periodi unipolari, in ogni caso, non durano in eterno e quello americano sembra già alla fine, insieme al suo idealismo “secolare” di supporto (si annunciava un New American Century, esauritosi in un misero decennio di hiperpuissance). Due lustri di assoluto monocentrismo Usa e già si è aperta una fase multipolare che sfocerà, tra non molto, in un più veemente policentrismo. Oggi, l’antagonista principale del Paese predominante è la Russia, seguita dalla Cina, gigante economico che però militarmente risulta ancora non all’altezza dei due diretti contendenti. Altre nazioni cercano un rafforzamento approfittando dei cambiamenti in corso. E’ chiaro che in un mondo così in movimento si crea uno scoordinamento, visibile, prima facie, dal lato finanziario. La crisi è tornata ad incombere, con un andamento altalenante, tuttavia, il mare resterà burrascoso, con qualche breve schiarita, ancora per un pezzo. Occorre che lo scontro politico si approssimi alle sue estreme conseguenze, con sbilanciamento progressivo dei rapporti di forza tra i poli conflittuali, perché i pilastri dell’economia vadano in frantumi.

Si parla tanto del declino statunitense ma per ora è molto relativo, essendo Washington a guida di un’area ancora potente, militarmente, scientificamente e tecnologicamente. Vi è certamente una discesa che ha imposto una revisione strategica per arginare la perdita di influenza. Il conflitto in Siria, e i suoi esiti poco favorevoli all’amministrazione Usa, è la testimonianza di quanto dichiariamo. L’unilateralità alla quale abbiamo assistito nella gestione dei conflitti, all’indomani del tracollo sovietico, è solo un ricordo.

7. Alla luce di queste spiegazioni, risultano del tutto fuori bersaglio le critiche rivolte dai famigerati “antiglobalisti” alla cosiddetta “élite liquido-finanziaria”, guidata da figure inserite in una specie di “spectre”, come George Soros. Se il problema fosse puramente soggettivo basterebbe sbarazzarsi di qualche farabutto per ripristinare un minimo di tranquillità sociale.

Ma qui, non è in questione il giudizio sulle persone, bensì la definizione delle funzioni e dei rapporti sociali che le determinano. Per capire il ruolo giocato dalla finanza è necessario dipanare l’intreccio delle relazioni interdominanti nella complessiva articolazione delle formazioni particolari, inserite nella formazione globale o mondiale. Quella finanziaria è un’interfaccia che prende il centro del palcoscenico sociale ma ciò che avviene dietro al sipario è certamente più decisivo. I “giochi” realmente determinanti si svolgono negli apparati della sfera politica; questi, peraltro, si condensano in virtù dei conflitti in cui gli attori sono coinvolti, sospinti dal flusso squilibrante della realtà. Volendo riassumere possiamo dire che la formazione capitalistica si presenta con una “base”, la produzione di merci, che crea la massa di mezzi necessaria a confliggere (anche se questo scontro si mostra come più blanda concorrenza per il profitto); da ciò si genera, a sua volta,  una sfera finanziaria che distribuisce tali mezzi, qui assume centralità il denaro, in quanto duplicato della merce (tanto forza-lavoro che prodotti); le risorse generate affluiscono alle sovrastrutture politiche e culturali, dove la lotta tra agenti strategici rivela le sue mete supreme. La “sovrastruttura” politica, in questo senso, non deriva semplicisticamente dalla struttura economica della società, come si è a lungo pensato, il rapporto va persino rovesciato, sono le lotte tra agenti strategici nella prima che scuotono “la base materiale” e ne modificano spesso i presupposti, soprattutto quando l’egemonia passa da una nazione particolare all’altra.

Il capitalismo americano, verbigrazia, non è la stessa cosa di quello inglese, come già abbiamo accennato. Il capitalismo, in realtà, rispetto a formazioni sociali precedenti, ha portato la funzione strategica all’ambito economico-produttivo. Qui essa è prorotta, per caratteristiche intrinseche al modo di produzione, in conflitti multipli tra i molteplici attori del mercato, cosicché nient’altro sembra avere lo stesso rilievo, “determinante in ultima istanza”.  Invece, l’orizzonte strategico si restringe se ci si convince che tutto si risolva nella sfera economico-finanziaria; questo è l’errore più grave che i politici commettono ai nostri giorni, soprattutto, quelli dei Paesi che nascondono la loro mancanza d’iniziativa e d’indipendenza dietro astrusità come le spread o i parametri di Maastricht. Sono proprio costoro a permettere le aggressioni ai danni dei loro paesi da parte del capitale finanziario, ostacolando, invece, l’attività di industrie strategiche che fornirebbero vitalità a iniziative politiche, orientate al superamento della vecchia sudditanza internazionale.

La finanza è consustanziale al capitalismo, non può essere demonizzata né eticizzata. Va contestualizzata, lasciata libera di procurare risorse a favore delle attività del Paese o ridimensionata quando diventa una quinta colonna al fianco di potenze straniere con le quali depreda le risorse nazionali. Vanno respinte al mittente certe definizioni della finanza in voga nei vecchi ambienti marxisti o in quelli di sinistra. Penso a come essa viene intesa dallo scomparso Luciano Gallino:

Il finanzcapitalismo è una mega-macchina che è stata sviluppata nel corso degli ultimi decenni allo scopo di massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e insieme di potere, il valore estraibile sia dal maggior numero possibile di esseri umani, sia dagli ecosistemi. L’estrazione di valore tende ad abbracciare ogni momento e aspetto dell’esistenza degli uni e degli altri, dalla nascita alla morte o all’estinzione. Come macchina sociale, il finanzcapitalismo ha superato ciascuna delle precedenti, compresa quella del capitalismo industriale, a motivo della sua estensione planetaria e della sua capillare penetrazione in tutti i sotto-sistemi sociali, e in tutti gli strati della società, della natura e della persona.

Per Gallino, e per tanti altri, purtroppo anche sedicenti marxisti, il Capitale non è rapporto sociale, come  ci aveva insegnato Marx, ma “cosa”, mega-macchina, Moloch imperscrutabile,  sfinge imbattibile  “che, attraverso i suoi sistemi intermedi – le grandi imprese finanziarie e non – e le sue servo-unità di base, gli uomini economici, procede a estrarre valore, oltre che dagli esseri umani, pure dalla natura”.

Nel Capitalismo non esiste una finale preminenza di una sfera sociale sull’altra anche se, a seconda delle fasi, una di queste può prendere il davanti della scena o condizionare maggiormente le dinamiche complessive del panorama sistemico. Ovviamente, questa divisione in sfere del capitalismo (meglio sarebbe parlare di uno specifico sistema a predominanza americana, sviluppatosi insieme alla potenza e proiezione geopolitica-economica-militare Usa) è “artificiale” (ipotetico) e segue un determinato taglio della realtà ai fini di una decomplessificazione dei suoi elementi (ritenuti più importanti, sempre secondo l’epoca). Come detto le tre sfere in questione sono quella politico(-militare), economico(-produttivo-finanziaria), ideologico(-culturale).

La superiorità è semmai della politica, in quanto insieme di mosse strategiche per primeggiare in un ambiente conflittuale, che scuote ogni ambito societario (nelle sfere predette) modificando i rapporti di forza tra gruppi decisori (verso i quali sono attirate anche le masse).

L’ipertrofia finanziaria e le contraddizioni che seguono, contrariamente a quanto pensano molti intellettuali, non sono il sintomo dell’ormai irreversibile parassitismo da cui sarebbe caratterizzato il Capitale, che avrebbe perciò raggiunto il massimo livello possibile di sviluppo. Le crisi annunciano mutamenti storici, riportano, persino, sulla scena i popoli, cooptati con miraggi e poi usati come carne da macello, mentre gli agenti dominanti si avvicinano alla “battaglia finale”.

Il parassitismo finanziario, pur se prende visibilità esorbitante, non è comunque fulcrale rispetto a quanto accade nella società, quando iniziano a cedere gli equilibri nei rapporti di forza tra agenti dominanti che lottano per il primato in ogni sfera sociale. Indubbiamente, l’ipertrofia finanziaria accentua, ma non scatena, una situazione di lotte già attiva nella sfera politica e, in second’ordine, in quella ideologica, in virtù di un flusso conflittuale sempre operante.

Piuttosto, è interessante capire come l’intreccio relazionale tra attori finanziari (ed economici) e politici influisce nella costruzione di una comune politica di potenza, considerando, per esempio, che l’amministrazione Usa spinge le sue multinazionali del denaro (o altre imprese) ad aggredire i paesi attirati nella propria orbita egemonica, al fine di controllarne i sistemi produttivi. Diversamente, non si spiegherebbero i timori che si manifestano in Europa, ed in Italia in particolare, per lo spread o le valutazioni delle agenzie di rating, quasi tutte appartenenti al mondo anglosassone. Ha ragione Steve Bannon, ex stratega della campagna presidenziale di Donald Trump ed ora animatore dell’internazionale populista, a dire che solo in Italia la gente parla di spread, a causa di campagne martellanti dei giornali e dei media, collegati al vecchio establishment Usa democratico-neocon, in primo luogo per portare al Governo quei famigerati tecnici (istruiti nelle centrali finanziarie statunitensi) che hanno poi depredato i ceti medio-bassi, in ossequio a scelte provenienti da Oltre-Atlantico, prim’ancora che dall’Ue (a rimorchio dei suoi padroni).

8. Giungiamo, dunque, alla conclusione di questa introduzione che ha cercato di toccare, anche se non esaustivamente, molti argomenti del libro di La Grassa. Chi si fa accecare dalla crisi finanziaria (ed in generale economica), crederà effettivamente che la via d’uscita alla débâcle consisterà nel mettere la museruola ad apparati finanziari transnazionali, guidati da approfittatori immorali, sfuggiti al controllo degli organi pubblici. Per questo, da un lato, si fanno proposte per una maggiore cooperazione tra sistemi economici a fini perequativi mentre dall’altro, cadendo in palese contraddizione, si chiede insistentemente l’introduzione di dazi e tasse doganali (non sarebbe irrazionale ricorrere a tali mezzi, come indicato da Friedrich List, per salvaguardare le imprese di punta, inutile è, invece, pretenderli per salvaguardare il riso nostrano dall’invasione di quello asiatico, come recentemente proposto da Matteo Salvini), salvo accorgersi che la situazione non muta ed, anzi, peggiora. Bisogna rompere la gabbia d’acciaio dell’economicismo e comprendere che il caos attuale deriva dal riaccendersi di una conflittualità (geo)politica internazionale. E’ la potenza, come intreccio tra funzioni politiche (militari), economiche (finanziarie), e ideologiche(culturali), di un Paese o di un’area di Paesi omogenea, che deciderà delle sue sorti nella crisi sistemica globale.

L’incertezza è la cifra geopolitica della nostra epoca storica. Diversamente non si può concettualizzare l’assenza di regolarità con cui si manifestano i vari fenomeni politici e i loro sviluppi concreti a livello sociale, in un’era di certificato trapasso. Gianfranco La Grassa è stato sicuramente tra i primi a pronosticare quanto si sarebbe determinato sulla scacchiera geografica, con l’ingresso in una nuova fase di conflittualità multipolare e policentrica. Quando La Grassa annunciava questi presentimenti, derivati dai suoi studi sulle formazioni sociali in ambito capitalistico, erano ancora molto in voga le grandi narrazioni sulla fine della storia, sulla globalizzazione livellatrice dei diritti e doveri collettivi, al di là delle distinzioni etniche e culturali, e sulla proficua cooperazione tra le nazioni (i cui organi statali si sarebbero dissolti nel governo mondiale), tutti elementi rassicuranti venuti a galla dopo la caduta dell’Urss e l’ingresso nella monodimensionalità Occidentale. Ma, per l’appunto, si trattava di una forzatura ideologica, dettata dall’assoluta supremazia di “una parte” (quella vittoriosa nella Guerra Fredda) emersa trionfante dal mondo bipolare. Proprio il pensatore veneto, già qualche lustro fa, scrisse che la cosiddetta geopolitica del caos era stata innescata da una dinamica oggettiva di conflittualità, sempre operante sotto la crosta sociale, la quale, nonostante il teleologismo dei vincitori, avrebbe sfaldato gli equilibri (a dominanza statunitense) ritenuti irreversibili dai vessilliferi dei poteri costituiti, aprendo un ventaglio di scelte strategiche internazionali, diramanti da questo flusso destabilizzatore, con successiva ridefinizione dei rapporti di forza tra formazioni globali e regionali.

Vennero in auge nuove potenze politiche ed economiche, come la Cina, e riemerse dagli abissi in cui l’avevano sprofondata i traditori del socialismo ir(realizzato) anche la Russia, ora principale concorrente antiamericano nel riassestamento del planisfero. Anche su questo La Grassa fu anticipatore, mentre tutti puntavano su Pechino quale vero antagonista di Washington. In ogni caso l’intuizione lagrassiana è stata confermata nella sua essenzialità. Il primo dato ad emergere prepotentemente, con l’entrata in questa nuova fase, è lo scoordinamento finanziario e l’avvento di un periodo di stagnazione economica, quasi dappertutto.

Gli economicisti hanno interpretato questo fatto come basilare, il fattore scatenante del disordine odierno. Ma si tratta, invece, di una conseguenza superficiale che segue e non precede la fine del tendenziale monocentrismo Usa (1991-2001) e la crescita di potenza di paesi competitori dell’America (in particolare, ancora Russia e Cina). L’età in corso sembra avvicinarsi alla Grande Stagnazione che caratterizzò il quarto di secolo dal 1873-96, una periodo in cui, scrive La Grassa,

[…] Si andarono preparando eventi estremamente drammatici quali quelli che si produssero nella prima metà del secolo XX: le grandi crisi economiche (soprattutto, come già detto, quella del ’29) e, in particolare, le due guerre mondiali[…] A partire dalla seconda metà del XIX secolo, e specialmente dal 1870, si accentuò lo scontro tra i vari paesi capitalistici avanzati per la conquista delle colonie; e per la redistribuzione di quelle già acquisite (ci si ricordi che anche la Francia aveva possessi coloniali di rilievo pur se si era indebolita, come già messo in luce, con la sconfitta nella guerra del 1870-71)[…] la lunga depressione del 1873-96 è stata il sintomo (e l’effetto) della messa in discussione della primazia inglese, dell’ascesa di alcune nuove potenze ormai concorrenti nell’aspirazione a prevalere.

Detto ciò, possiamo fare dei parallelismi con la situazione attuale, dal momento in cui la superpotenza statunitense (proprio come quella inglese al calar del XIX secolo), fatica a conservare un primato mondiale che però, fondamentalmente, resta tale.

Gli Usa detengono un vantaggio posizionale sui “concorrenti” ma ugualmente avanza la sregolazione del sistema internazionale, che preannuncia ben altri conflitti.

Per intanto, l’opposizione tra player geopolitici si manifesta come guerra dei mercati, ma quando gli scarti di potere, tra gli Usa e i suoi sfidanti, si saranno avvicinati, le tensioni assumeranno la loro precipua veste politica e militare. Vicini a questo “stadio” la crisi risulterà irricomponibile, nessuna riforma potrà salvare un sistema superato nelle sue stesse gerarchie e (inter)dipendenze, verrà squarciato il velo di sofisticazioni economiche che rivestono l’abito delle relazioni tra le nazioni ed i nudi rapporti di forza saranno maggiormente visibili.

L’epoca della grande depressione, volendo restare al paragone storico precedente, cioè quella della fine degli anni ’20 del secolo XX, coincide con il conclamato indebolimento (e poi declino) di Londra. Questo decadimento però era cominciato da più lontano, dalla stagnazione di fine ‘800, si era inasprito con una guerra mondiale, a cui era seguita un’altra depressione profondissima e quest’ultima si era risolta, a sua volta, in una seconda guerra generalizzata che doveva mettere fine alla supremazia dell’impero inglese sul globo, a favore di Usa (nel campo occidentale) e Urss (in quello orientale). Senza essere troppo finalistici, né nella narrazione degli eventi passati (ai quali risaliamo post festum), né di quelli futuri (non escludendo, anzitempo, che gli Usa stiano andando incontro a questo destino ma nemmeno dandolo per scontato) parrebbe di essere sulla soglia di un’epoca di ulteriore scoordinamento, i cui risvolti sono intuibili con approssimazione ma non dettabili con certezza. La storia non si ripete allo stesso modo, per quanto ricorsiva sia. La conflittualità tra nazioni e rispettivi gruppi dirigenti negli apparati di Stato sarà il leitmotiv dei prossimi anni, lontana da infingimenti multilaterali. Il policentrismo è inevitabile approdo di ciò. Sarà ancora guerra totale? Tra dieci o vent’anni lo sapremo, ma non si sfugge mai alla logica dei conflitti che rinnovano la vita e la Storia.

RIANDIAMO UN PO’ ALLA STORIA! UN DIBATTITO NON INUTILE

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1. Nel 1972, su Critica marxista, uscì un articolo di Emilio Sereni, improntato allo “storicismo” tipico del marxismo italiano, che di fatto lanciò un dibattito sulla centralità o meno, nel marxismo, dello sviluppo delle forze produttive o invece della trasformazione dei rapporti di produzione, ai fini del passaggio da una formazione sociale all’altra, cioè da un modo di produzione, considerato il nocciolo fondamentale della formazione sociale, ad un altro. A Sereni rispose Luporini; e da lì iniziò appunto il dibattito che vide la partecipazione di molti studiosi marxisti, in particolare italiani e francesi, fra cui Althusser e alcuni della sua scuola. A quel dibattito partecipai anch’io, da poco tornato dal soggiorno a Parigi (all’EPHE, oggi EHESS) dove avevo studiato con Bettelheim, passato all’impostazione althusseriana dopo un periodo di maggiore ortodossia. In seguito a quel dibattito si formarono in Critica marxista alcuni gruppi di studio sui modi di produzione divisi per fase storica: quello antico (e schiavistico), quello feudale, quello capitalistico e il modo di produzione asiatico. Il terzo si sarebbe dovuto interessare anche della formazione sociale di transizione al socialismo. In definitiva, l’unico gruppo che funzionò fu quello sul modo di produzione antico (diretto da Aldo Schiavone), che pubblicò anche un volume con gli Editori Riuniti.

Quel dibattito, se seguito da qualcuno ignaro di marxismo e comunismo, poteva forse apparire quasi “teologico”. In ogni caso, non credo che la maggior parte dei “militanti di base” del Pci fosse in grado di capire che cosa si giocava in esso; anche se poi, alla fin fine, non fu giocato quasi nulla perché il Pci non era disponibile ad alcuna rimessa in discussione della propria linea, tanto più che la prevalenza nel partito stava andando alla nuova segreteria berlingueriana, addirittura interessata al “trasferimento”verso il capitalismo occidentale (io avrei dovuto capirlo fin dall’autunno del ’71 in seguito ad un importante incontro alle Botteghe Oscure; rimasi invece perplesso e afferrai il problema un po’ più tardi, comunque ben prima di altri e del famoso viaggio di un “plenipotenziario” piciista nel 1978, in costanza di rapimento Moro). In ogni caso, la nuova direzione del Pci non era per nulla intenzionata a disquisire su problemi come quelli dibattuti a “Critica marxista” nel ’72, riguardanti di fatto la lotta al capitalismo e la possibilità di transizione al socialismo. Tuttavia, è interessante comprendere il senso ultimo di quella discussione poiché si tratta, da una parte, di qualcosa di non irrilevante per la storia del comunismo e del suo pensiero; e poi perché serve a rendersi conto come, dietro a questioni apparentemente teoriche, considerate dai più astruse, si celino precise scelte di linea politica, che guidano poi determinate pratiche delle varie forze in campo.

Affinché si renda più comprensibile quanto si discusse alloraricordo brevemente, e non con intenti professorali, che le forze produttive venivano distinte in soggettive ed oggettive. Le prime riguardano la capacità lavorativa umana, con le sue prerogative e abilità specifiche (se ci sono); le seconde si riferiscono alle condizioni della produzione esterne a detta capacità lavorativa,quelle su cui quest’ultima si esercita (ad es. la terra o varie materie prime da essa fornite) o che l’assistono nella lavorazione come la strumentazione e la tecnologia (e quindi la scienza che ne è pur sempre alla base), ecc. Tale distinzione va ricordata perché la polemica contro la tesi del primato delle forze produttive si è spesso esercitata con riferimento a quelle oggettive – tutte le ciance sulla necessità di rallentare lo sviluppo e la stessa ricerca scientifica, tornando a tecnologie ritenute più blande e meno dannose per la natura – mentre esalta, in realtà relegandola al compimento di maggiori sforzi e fatica, la capacità di lavoro del “soggetto umano” (o dell’Uomo).

E’ bene tenere presente che quel dibattito era comunque condotto tra studiosi con una buona, o almeno più che discreta, conoscenza del marxismo, a differenza di quelli che seguiranno dopo l’infausto ’68 (scusate se ormai lo valuto abbastanzanegativamente), una vera débacle per il Marx scienziato dellediverse formazioni sociali succedutesi nella storia della società umana; e, in particolare, di quella capitalistica. La conoscenza comune di allora consentiva una polemica a volte aspra, ma appunto condotta alla guisa di quelle dottrinarie interne ad un’unica religione; la discussione, cioè, avveniva in base ad una terminologia teorica in larga parte condivisa, caratterizzatasoltanto da differenziazioni nell’interpretazione e nelleconseguenze pratiche che ne derivavano. In definitiva, nella polemica ci s’intendeva, si sapeva bene dove erano situati i punti di contrasto; e si era ben consci del significato politico del dissenso, non riguardante esclusivamente i “massimi sistemi”, le “alte concezioni” dell’Umanità e dei suoi “destini ultimi”.

Insomma, anche i filosofi marxisti, in quanto reali conoscitori di tale corrente di pensiero e delle sue finalità in tema di lotta per il comunismo, erano ben consapevoli della posta in gioco: la linea politica adottata dalle varie organizzazioni denominate comuniste. Oggi, tutto questo non esiste più. Ci sono filosofi vaneggianti e scienziati alla ricerca di nuovi paradigmi teorici per comprendere le dinamiche dell’attuale formazione sociale (o formazioni sociali), in cui solo dei visionari pseudocomunisti (o degli incalliti vetero-anticomunisti) possono credere esista ancora qualcosa da definirsi comunismo o anche solo socialismo. Il povero Marx è stato triturato e ricondotto al minuscolo cervello dei miseri e opportunisti intellettuali dell’ultimo mezzo secolo. Ogni discussione con simili personaggi appare ormai sterile; allora no, il contrasto tra marxisti aveva un senso e notevoli effetti pratici.  

   

2. Lo scopo politico della discussione, tralasciando i tesori di dottrina che comunque venivano esibiti, si può, credo, sintetizzare come farò qui di seguito. I teorici delle forze produttive – cioè del loro sviluppo in quanto molla decisiva (pur con la possibilità di qualche “azione di ritorno”: dai rapporti alle forze) della trasformazione dei rapporti sociali di produzione e dunque dell’intera società – sostenevano tale tesi per giustificarel’attendismo, l’accoccolarsi entro i meccanismi di riproduzione dei rapporti nelle società del campo capitalistico (“occidentale”), coadiuvando di fatto i loro gruppi dominanti con la scusa che non era ancora matura la trasformazione sociale per l’immaturità dello sviluppo delle forze in oggetto.

Ovviamente, questa tesi centrale era contornata da tutta una serie di altre argomentazioni, che fungevano da sua cintura protettiva, soprattutto tesa però a creare una fitta nebbia in cui non si intravedesse il nocciolo centrale: l’attendismo e il ripiegamento su posizioni di sostanziale supporto (subordinato) allo sviluppo capitalistico. Vi erano i discorsi sull’utilizzo della “democrazia” parlamentare (cioè elettoralistica, dunque nulla a che vedere con il preteso “governo del popolo”) per accrescere l’influenza delle “masse lavoratrici” sulle classi dominanti,considerate solo in quanto proprietarie private dei mezzi produttivi (e dei capitali monetari). Si trattava in realtà di captare i voti di queste masse per essere accettati all’interno dei gruppi di vertice eintegrarsi nel sistema dei meccanismi (ri)produttivi del capitale, in modo che una parte dei dirigenti (in specie sindacali o di cooperative) potesse accedere alla proprietà capitalistica stessa, mentre l’apparato di partito sarebbe divenuto l’organo privilegiatodi rappresentanza nella sfera politica di questi nuovi spezzoni di classe dominante. Non avvertite un che di odierno?

Un gran battage fu sollevato intorno al fumoso discorso concernente le “riforme di struttura” (cardine dell’altrettanto nebbiosa “via italiana al socialismo”), di cui mai si precisò con nettezza il significato e la portata; le proposte in merito furonoappena abbozzate e tutto sommato avanzate per fare scena, e nascondere alla “base” il proprio progressivo cambio di casacca(scrissi sull’argomento un preciso articolo nei primi anni ’70, che è stato pubblicato qualche anno fa nel sito Conflitti e strategie). Infine vi fu il blaterare sull’appoggio all’industria “pubblica”, che doveva servire a contrastare, e dunque calmierare, le pretese arroganti del monopolio privato. In realtà, era più facile contrattare vie di collaborazione con i gruppi dominanti – chiedendo fra l’altro di essere accettati quale una delle loro rappresentanze nella sfera della politica – attraverso contatti con le frazioni dei partiti governativi aventi influenza sui (o che subivano l’influenza dei) gruppi manageriali delle grandi imprese “pubbliche”. Ve l’immaginate un membro del Pci, o un aderente stretto al partito, che facesse in quegli anni carriera nelle alte o almeno medio-alte vette delle grandi imprese private? Fiat, Pirelli, Olivetti o che so io potevano al massimo finanziare giornali e case editrici, in cui facevano “bella mostra” di sé intellettuali pseudo-comunisti: o di stampo riformista o di quel tipo“ultrarivoluzionario” che serviva a far meglio risaltare il “buon senso” del riformismo (su cui poi del resto è ripiegata la stragrande maggioranza degli “ultrarivoluzionari”). Invece, nelle imprese “pubbliche” si trovava, anche ai piani alti o medio-alti del management, un certo numero di individui addestrati nell’imprenditoria “rossa” (sic!); talvolta in modo palese, altre volte copertamente, ma comunque sempre ammessi nella stanzadelle decisioni dei dominanti.

Questa era comunque la “cintura protettiva” – per subornare le “masse” della più dotta tesi circa la centralità dello sviluppo delle forze produttive: tesi, però, nella versione in uso nei partiti comunisti del campo capitalistico e specialmente nel PCI. Nel campo socialista che tale non era mai stato, ma lo si è capito un po’ tardi; e ancora adesso buona parte degli scribacchini, di qualsiasi orientamento ideologico, nemmeno lo sospetta la tesi in oggetto era presentata in forma diversa. In tale area si sosteneva che i rapporti sociali erano già per l’essenziale stati trasformati;non però in rapporti comunisti, come pensano alcuni ignorantissimi intellettuali e politicanti odierni, bensì piùsemplicemente in rapporti socialisti, primo stadio del comunismo. Il problema fondamentale sarebbe stato allora rappresentato da un certo qual avanzamento dei rapporti rispetto allo sviluppo suddetto; si riteneva quindi indispensabile adeguare quest’ultimo ai rapporti.

In ogni caso, in entrambi i filoni di quel movimento comunista da noi (che ci pensavamo autentici marxisti-leninisti) accusato di “revisionismo”, si affermava che bisognava prestare massima, e centrale, attenzione alle forze produttive. Così agendo, si sarebbe finalmente preparata la base per la trasformazione dei rapporticapitalistici; e in modo indolore, non violento, senza rivoluzione, con pieno rispetto delle forme democratico-parlamentari. Questa la tesi riformistica, gradualista, sostenuta in occidente (campo capitalistico). A est (nel cosiddetto “socialismo reale”), la tesi serviva ai fortemente centralizzati (e del tutto verticistici) gruppi al potere per soffocare ogni critica ad essi, che avrebbe soltantoprovocato l’indebolimento della trasformazione dei rapporti,appunto pensati come già socialisti, da irrobustire invece tramite l’ulteriore sviluppo delle forze produttive.

Negli anni ’60, in particolare nella loro seconda metà, pur essendomi allontanato dal Pci nel ’63, ero discretamente edotto delle pratiche del partito, molto produttive in fatto di poteri acquisiti nell’ambito dell’organizzazione e riproduzione dei rapporti capitalistici. Andai da Bettelheim a Parigi – e non a Cambridge od Oxford o all’MIT, ecc., mossa essenziale per la carriera accademica in un paese ormai succube degli Stati Uniti e del campo “atlantico” – perché interessato alla critica, non soltanto politicistica ma pure teorico-dottrinale, delle tesi “revisioniste”, gradual-riformistiche, del presunto comunismo italiano. Quindi, all’epoca del dibattito di cui si sta parlando, conoscevo bene la portata d’esso, che cosa si stava giocando; eche, lo ribadisco, in effetti non si giocò per il veloce tralignare delpiciismo in senso filo-“occidentale” (pur in modo mascherato fino allo sfacelo del “blocco sovietico”). Purtroppo ci fu chi nemmeno intuì, almeno a spanne, un simile sbocco e si mise di fatto nelle mani di certe “trame”, in specie elaborate dai Servizi dei paesi orientali per motivi già più volte indicati in altri miei scritti; ma che poi provocarono la reazione di quelli occidentali, appoggiati da buona parte dei “poliziotti” piciisti, con la creazione di un caosin cui chi non si era tirato indietro in tempo fu travolto negli anni detti “di piombo”. Anni in cui il tanto declamato (per incutere timore e violento anticomunismo) “terrorismo rosso” non fu tanto rosso, bensì frutto di trame e lotte segrete tra vari Servizi e forze politiche “occidentali” per arrivare infine, una volta crollato il sedicente “socialismo”, alla svolta in Italia con la distruzione della prima Repubblica e il tentativo di creare un nuovo regime fondato appunto sui postpiciisti (del “tradimento”); tentativo di fatto fallito per l’insipienza e rara inettitudine dei dirigenti di quel partito che mutò nome e colori più di un camaleonte.

Ricordo, en passant, che molti – anche alcuni ancora in circolazione ma di cui non farò il nome – mi criticarono a quel tempo come “criptorevisionista” per aver compreso in tempo con buona approssimazione cosa stava avvenendo nel Pci e dintorni, e nel non aver mai voluto partecipare ad una lotta scriteriata e balorda condotta senza alcuna protezione, allo sbaraglio – contro il revisionismo, lotta che non poteva che condurre dove ha condotto certi “compagni”: galera o tradimento o tutti e due! Il fatto è che io non sono un vero intellettuale. Sono un prodotto della medio-alta “classe” imprenditoriale e ho sufficiente concretezza per capire che le “idee” non orientano il mondo. Purtroppo sono un prodotto mal riuscito che non voleva essere“padrone”, ma nemmeno servo come sono gli intellettuali (quasi tutti); e purtroppo chi non sta da una precisa parte subisce le piùmalefiche conseguenze. Così non sono un miliardario (padrone) e nemmeno un “maître à penser” (servo ignobile ma ben pagato). E nemmeno un “esperto”, portaborse di qualche “Maestro” e andato ad “allenarsi” nel mondo accademico anglo-americano, giocando al ritorno per qualche anno al marxista o al critico liberal per essere infine chiamato a cianciare nei media o infilato in qualche Ministero o simile (sono decine e decine i chiamati in causa, perché di questi bassi opportunisti, che hanno impestato tutti i gruppetti “antirevisionisti” e “rivoluzionari” dell’epoca per procurarsi titoli di merito in ambito accademico e/o giornalistico, ne ho conosciuti in quantità superiore ad ogni più sfrenata immaginazione).

3. La critica sostenuta dalla corrente, che poneva i rapporti di produzione in posizione decisiva nella transizione da una formazione sociale all’altra, intendeva riprendere l’orientamento rivoluzionario contro l’ormai avvenuta pacificazione tra comunismo europeo (eurocomunismo) ma anche di molti altri paesi, perfino del “terzo mondo” – e i gruppi dominanti nei paesi capitalistici dell’area a più alto sviluppo, un sistema di paesi centrato sugli Stati Uniti e la loro politica imperiale; e non semplicemente imperialistica come si diceva con linguaggio impreciso e tributario di una pseudo-ortodossia leninista o di un più generico concetto di imperialismo in quanto dominio coloniale o neocoloniale.

Ci furono molte forzature: ad es. la considerazione della ben nota (ormai a pochi per la verità) Prefazione del ’59 di Marx,trattata a volte addirittura da testo non marxista. In un mio libro di alcuni anni fa, Due passi in Marx, ho cercato di compiere una più ponderata valutazione di quel testo, considerato la base dell’economicismo delle correnti favorevoli alla tesi della centralità delle forze produttive. In realtà, molti dei critici di questa tesi non erano veramente usciti da essa. Ci sono stati quelli che pensavano alle tecniche produttive in uso nei paesi ad alta produttività come sempre in grado di riprodurre i rapporti(capitalistici) in esse “incorporati”, rapporti che le avrebberodunque plasmate ai fini di questa incessante (auto)riproduzione (pure io sono caduto in posizioni simili per qualche tempo). Si arrivava così, magari inconsapevolmente, a implicite forme di luddismo poiché per distruggere i rapporti era necessario annientare una serie di tecnologie; o quanto meno si sosteneva la necessità di non importare – nei paesi in cui si voleva attuare la transizione al socialismo le tecnologie dei paesi capitalistici se non dopo attenta analisi e trasformazione per riadattarle ai “bisogni” (del tutto imprecisati e non conosciuti) di quei paesi.

La vecchia ortodossia sosteneva che i rapporti capitalistici si sarebbero ad un certo punto trasformati in catene per l’ulterioresviluppo delle forze produttive; sarebbero perciò state necessariamente suscitate le forze rivoluzionarie capaci dispezzarle, provocando la nascita di nuovi rapporti. Nella critica a tale tesi si prendeva atto della capacità di sviluppo del capitalismo, che non ha alcun limite prefissato da nessuna “legge storica” (di tipo economico). Tuttavia, si accreditava di fatto l’idea che tale formazione sociale è la più adeguata allo sviluppo produttivo,accompagnato quasi sempre dall’innovazione tecnico-organizzativa; giacché sviluppo e crescita (che non richiede, di per sé, l’innovazione) non sono lo stesso fenomeno, ma sono di solito fra loro collegati. Nel contempo, una parte delle critiche alla tesi dello sviluppo delle forze produttive diffondeva il timore chequest’ultimo riproducesse sempre i rapporti della società “da rivoluzionare”, per cui bisognava essere diffidenti nei suoi confronti e, in definitiva, boicottarlo. Non si usciva così per nulla dalla tesi della centralità delle forze produttive (oggettive); e il capitalismo diventava una sorta di mostruoso automa sempre in riproduzione di per se stesso, a meno di non intralciarne losviluppo, e dunque l’innovazione tecnica; da cui consegue in genere l’impossibilità di aumentare la produttività del lavoro, ottenuta di solito con una diversa organizzazione del processo lavorativo e l’introduzione di nuove tecnologie che spessoalleviano la fatica dei lavoratori.  

Peggiore ancora è stata la critica alla tesi delle forze produttive proveniente dagli “umanisti”, da coloro che piangevano (e ancora piangono) sulle sorti della “classe operaia” o delle “masse lavoratrici”, sacrificate sull’altare dei profitti capitalistici (soprattutto di quei parassiti dei finanzieri). Sarebbe stato invece necessario fare appello alle risorse di questa classe o delle masse, capaci (secondo i soliti cervelloni degli intellettuali di questa fatta, del tutto avulsi dal mondo così com’esso è!) d’inventività e innovazione sociale; soprattutto in grado di ribellarsi ai soprusi del Capitale (quello ovviamente totale, che intende sopraffare e sottomettere a sé tutto l’insieme dell’Essere Umano, dell’interosuo corpo e delle sue capacità cognitive). La Fiera delle imbecillità sessantottarde (e seguenti) è stata ricchissima di prodotti di scarto di “avanguardie” pseudo-culturali di una demenza sconosciuta, credo, in altre epoche storiche della società umana. In ogni caso, in simili tesi – e in quelle del “comando” del Capitale, della “sfida operaia” con “risposta” del suddetto Capitale, e via vaneggiando – non c’è alcuna prevalenza dei rapporti sociali; semplicemente si esalta la forza produttiva dell’Uomo, o in generale o con specifico riferimento all’Uomo Lavoratore nella fabbrica (prima quella meccanica fordista e poi quella presunta sociale complessiva) del capitalismo.

4. Del resto, anche lo spostamento verso la centralità dei rapporti sociali (da trasformare) non è stato scevro di limiti gravi. Nei casi di maggiore superficialità ci si è attenuti fondamentalmente ai rapporti mercantili, ai rapporti tra uomini “cosificati” nel mero scambio di prodotti del proprio lavoro in quanto merci (siamo nei paraggi del sismondismo e proudhonismo). La riduzione economicistica dei rapporti sociali èqui molto evidente; soprattutto però si fa dell’ambito di “superficie” della formazione sociale capitalistica – dove, come Marx aveva avvertito, vige una sempre maggiore libertà nello scambio ed una tendenziale eguaglianza di valore delle merci scambiate tra compratori e acquirenti, nel senso di una oscillazione dei prezzi intorno ai valori (prescindendo dalla trasformazione dei valori in prezzi di produzione, che non ci interessa) – il fulcro della società. Allora, ancora una volta, la lotta anticapitalistica viene ridotta a pura questione di rapporti di forza nella distribuzione del prodotto, alla ricerca di una maggiore “equità” nello “sfruttamento” (creazione ed estrazione del plusvalore come profitto) che è la vera acquisizione di Marx come scienziato e non come chiacchierone filosofico sulla sorte dell’Uomo, alienato nel mercato. A che cosa si poteva giungere allora? A proporre quell’aberrazione teorica e politica del “socialismo di mercato”, ultimo rifugio (ormai diroccato) di meri “sopravvissuti”, che cercano di difendere il loro passato di fallimentari teorici e storici degli altrettanto falliti tentativi di transizione al socialismo.

C’è stato a mio avviso un positivo tentativo di formulare una tesi di trasformazione dei rapporti sociali (da Marx indicati qualirapporti di produzione sia pure sociali) in quanto critica ad ogni forma di attendismo gradualistico (tesi delle forze produttive) o di puro “ultrarivoluzionarismo” parolaio in favore dell’Uomo (o in generale o di quello Lavoratore o delle “Masse popolari”, ecc.). Si è trattato del tentativo althusseriano. Condotto tuttavia con sostanziale inconsapevolezza della teoria del valore marxiana, che è teoria dello sfruttamento (estrazione di plusvalore, forma di valore del pluslavoro) pur nella supposizione (astrazione scientifica) di una perfetta parità di forze e quindi di eguaglianza tra venditore e acquirente di forza lavoro in qualità di merce. Tutto sembrava invece rinviare ad un rapporto di forza nella “lotta di classe” che, ad un certo punto, si trasformava così in entitàpiuttosto confusa e poco perspicua, un autentico deus ex machinadi particolare artificiosità.

Si è dovuto accettare la tradizionale divisione della storia del capitalismo in due epoche: quella concorrenziale (sostanzialmente ottocentesca) e quella del monopolismo (trasformazione avvenuta in particolare a partire dalla lunga crisi del 1873-96). Si è anche distinto tra la determinazione d’ultima istanza (dell’economico: ulteriore omaggio all’ortodossia) e la dominanza. Si è allora sostenuto che nella prima epoca del capitalismo (concorrenziale)sia la determinazione d’ultima istanza che la dominanza appartenevano all’economico (alla sfera produttiva e finanziaria); mentre nella seconda epoca (monopolistica) quest’ultimo restava determinante in ultima istanza mentre la dominanza passava alla sfera della politica e dell’ideologia, condensata nell’indicazione della presenza decisiva degli apparati ideologici di Stato.Difficile pensare ai caratteri della determinazione d’ultima istanza, dato che non si potevano ridurre i rapporti sociali capitalistici soltanto a quelli nel mercato; e nemmeno fare sempliceriferimento alla tecnologia e all’organizzazione lavorativa nelle fabbriche. Quanto alla dominanza nell’epoca del monopolismo, è ovvio che i rapporti di produzione venivano in sostanza pensatiquali meri rapporti di potere.

Interessante la distinzione tra proprietà (dei mezzi produttivi),considerata nella sua mera forma giuridica (ma Marx né alcunmarxista pensante l’hanno ridotta a questo), e potere di disposizione o di controllo sui mezzi stessi. Tale potere rinviava però appunto, in definitiva, a quello detenuto negli apparati dellasfera politica e ideologica. In primo luogo, mi sembra sia venuta a mancare una più netta distinzione tra gli apparati propriamente statali, con particolare riferimento a quelli di tipo coercitivo e repressivo, e quelli esercitanti l’egemonia attraverso l’ideologia; e anche nell’ambito di questi ultimi sarebbe stato indispensabile distinguere tra la trasmissione di forme culturali di lunga durata (con le loro tradizioni, ecc.) e l’approntamento di ideologie più spicciole, spesso “di moda” per brevi periodi, che hannosolitamente una ben più scoperta funzione di mascheramento e di menzogna circa le intenzioni dei gruppi dominanti (per cui sono spesso fonte di incultura o di “semicultura” come quella tipica di certo ceto mediosinistrorso” odierno).

Di fatto, lo Stato è divenuto nell’althusserismo un coacervo di apparati dei più svariati tipi, tutti però raggruppati nello stesso luogo, eletto a principale campo, dunque anche oggetto(obiettivo), dello scontro tra gruppi sociali; privilegiando inoltre il conflitto “in verticale” tra dominanti e dominati, con il solito schema duale di semplificazione caratteristico del marxismo tradizionale. Lo Stato è,, un insieme di apparati, ma in quanto condensazione, precipitazione, di un complesso intreccio di conflitti tra più gruppi sociali, in cui si verifica, in circostanze diverse, il prevalere di uno o di alcuni dessi o il loro accordocompromissorio, ecc. L’insieme di apparati mantiene, anche a lungo, uno “statuto legale” unitario, che tuttavia nasconde lo scontro e il mutare delle egemonie e del potere vero e proprio; un potere, inoltre, sempre “corazzato di coercizione”, altrimenti non consente alcun predominio sicuro e prolungato di un dato gruppo sociale. Chi crede in quello decisivo della cultura (della sua egemonia non “corazzata di coercizione”) è il solito intellettuale arruffone, che fa il gioco dei dominanti, sempre ben pagato e onorato per i suoi bassi servigi di confusione mentale indotta in potenziali oppositori.

Inoltre, nella storia, i più lunghi periodi sono caratterizzati dal conflitto tra gruppi dominanti di alto e medio-alto livello; a volte ciò si traduce nella formazione dei cosiddetti blocchi sociali, in cui gruppi a più basso livello sono trascinati e orientati nella lottada quelli dominanti. Proprio per questo, in tali periodi storici, all’interno dei gruppi a basso e medio-basso livello, quand’anche si situino in posizione d’urto con quelli dominanti, si formano nuclei dirigenti (“élites”) che vengono infine cooptati verso l’alto, verso i dominanti stessi. Solo in particolari congiunture di scontro acuto e violento tra i dominanti, con disgregazione del collante (egemonico) sociale, paralisi del potere coercitivo (i suoi vari apparati di intralciano l’un l’altro e alla fine si sgretolano), con conseguente crisi aperta del suddetto “statuto legale” unitario che tiene legati i vari apparati, le élites dei raggruppamenti sociali di medio e basso livello emergono in dominanza, ricreando a lungo andare altri (e diversi) gruppi dotati di egemonia (culturale) e di potere (politico) in una società nuovamente “normalizzata”, in genere mutata nella forma dei rapporti sociali che la caratterizzano prevalentemente (si tratta allora di una nuova formazione sociale).

5. Ho cercato di sintetizzare nel migliore (o meno peggiore) modo possibile un dibattito che ha coinvolto principi fondamentali di una teoria – poi trasformata in dottrina – all’origine di complesse pratiche di quello che è stato denominato movimento operaio, in specie di quello di orientamento comunista, dato che nel secondo dopoguerra la socialdemocrazia si è allontanata del tutto dal marxismo. Ci si ricordi in particolare il Congresso del SPD tedesco a Bad Godesberg nel 1959, quando viene ufficialmente dichiarato l’abbandono di tale impostazione teorica e dottrinale. A qualcuno sembrerà forse che quel dibattito, lanciato dal Pci nel 1972-73, non abbia più molto da dire. Sarebbe un errore. Intanto, pur non rifacendosi al marxismo, le teorie decresciste (e ambientaliste, ecc.) sono di fatto dentro l’orizzonte della tesi relativa allo sviluppo delle forze produttive. Il fatto di considerarlo negativo invece che positivo non cambia in nulla l’impostazione sostanziale, che dimentica opportunamente, e opportunisticamente, il problema della trasformazione dei rapporti sociali – per la qual trasformazione occorre rifarsi alla politica del conflitto; magari non più “di classe”, ma pur sempre conflitto tra interessi di gruppi sociali differenti mettendo così in bella evidenza la vera natura di simili tesi.  

Criticare la tesi della centralità delle forze produttive in termini di sviluppo e trasformazione della società significa quindi prendere netta posizione contro le tesi dei decrescisti, metterne in luce il falso anticapitalismo, mentre essi si pongono invece al pieno servizio dei capitalisti, una parte dei quali ha perso fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive” di questa società; per cui si dedica a imbrogliare le carte – servendosi anche di “ultrarivoluzionari” pronti ad ogni lucroso servigio (non soltanto in termini di denaro) pur di distrarre l’attenzione dai veri nodi del problema capitalistico. In questo senso, i decrescisti sono dello stesso stampo di coloro che insistono nell’attribuire l’attuale crisi ai “cattivi” finanzieri o anche alla “finanza tout court” e ai banchieri o alle manovre monetarie, ecc.

Del resto, solo una parte (minoritaria) del decrescismo (e della “difesa della Natura”) dipende dalla perdita di fiducia nelle “sorti progressive” del capitalismo; la parte maggioritaria è rappresentata da consapevoli imbonitori, pagati dalle impresecapitalistiche che lucrano ottimi affari con tutte le “mode” attuali: le energie alternative (che sono un modo accessorio di guadagnare lauti profitti), i commerci equosolidali, le coltivazioni “biologiche” e tutta una serie di altri imbrogli, del tutto interstiziali nel capitalismo odierno, affidati a gruppi di(inizialmente) semidiseredati, alcuni dei quali diventano agenti discretamente ben pagati dai dominanti. Il tutto fa brodo per un capitalismo che dovrà attraversare una lunga crisi quanto meno di stagnazione tendenziale, tipo quella di fine ‘800.

In definitiva, si cerca di dirottare la possibile lotta e criticalontano dal centro del problema odierno: l’attuale configurazione del sistema mondiale dei rapporti capitalistici, che vede ancora in posizione preminente gli Stati Uniti, anche se cresce l’attuale multipolarismo, provocando quella frattura interna ai vertici politici di tale paese tutto sommato positiva per i futuri sviluppi della nuova fase in cui stiamo entrando. E’ senz’altro indispensabile coltivare la massima attenzione per la differente politica (in quanto complesso di mosse strategiche) condotta dai diversi gruppi dominanti. Tale attenzione deve però indirizzarsiall’analisi e valutazione delle possibilità di un’opposizione alleloro mosse (appunto differenti), senza mai dimenticare che certe critiche alla società attuale, sommariamente indicata come capitalistica, servono in realtà gli interessi di specifici gruppi dominanti o di altri, dimenticando il fulcro essenziale rappresentato dai rapporti sociali e dalla politica che ne consegue, celata dietro i vaneggiamenti sulla difesa dell’ordine naturale”  e dell’ambiente o della Umanità in generale.

La conoscenza del dibattito, di cui si sta discutendo, ha pure un altro scopo precipuo. Ci sono alcuni vecchi arnesi del “rivoluzionarismo” sessantottardo (e seguenti), che sfruttano la (peraltro vaga) conoscenza della critica alle forze produttive per tentare ancora una volta di difendere, nella sostanza, la formazione sociale capitalistica nella sua peggiore configurazione storica, quella che, tanto per andare al pratico, vede la società italiana in mano ai “cotonieri” (spero ci si ricorderà da dove deriva tale termine da me affibbiato ad una classe imprenditoriale di puri servi). Gli ambigui e torbidi pseudo-pensatori del “fu”sessantottismo sviluppavano fino a non molto tempo fa il seguenteargomento: se si è contro la decrescita, essi affermavano, allora si è favorevoli alla centralità delle forze produttive in sviluppo. Che si sia per lo sviluppo o per il sostanziale blocco di tali forze, non è affatto il problema centrale e non muta l’orientamento di fondo.

Mettere il segno meno invece che più alle forze produttive serve, in ogni caso, ad allontanare l’attenzione del critico dall’analisi dei rapporti sociali costitutivi della formazione sociale capitalistica. Il fine dei vecchi e nuovi arnesi di una rivoluzione soltanto declamata, anzi urlata, è proprio quello di impedire che si parli del capitale in quanto rapporto sociale. Il capitalismo sarebbe solo un Male per l’Uomo; questo sostengono al massimo i finti rivoluzionari. Nel migliore dei casi, se sono in buona fede, manifestano soltanto insoddisfazione e angoscia. Si arrangino come fanno tutti gli individui concreti, semplici uomini (al minuscolo), che hanno sempre al loro fianco l’orizzonte della morte. Il capitale non c’entra nulla con questo problema, non lo può risolvere, ma nemmeno lo aggrava più che tanto.

I teorici della centralità dei rapporti sociali (di produzione o considerati in senso sociale complessivo) tentavano invece di contrastare il gradualismo riformista di quelli che venivano considerati “i revisionisti”, gli opportunisti ormai lanciati verso la collaborazione con il sistema capitalistico e i suoi gruppi dominanti. Vi era ancora la credenza di poter rilanciare la rivoluzione e riprendere la transizione verso la nuova formazione sociale socialista (in attesa di quella comunista); ma senza mai il sogno impossibile di evitare il disagio legato alla malattia, alla morte, alle disgrazie varie che ci affannano, chi più e chi meno, per tutta la nostra vita individuale. Nessun althusseriano si è maiscagliato contro la crescita della produzione, contro l’innovazione tecnica e via dicendo. Semplicemente dicevamo: questi risultati liottiene anche il capitalismo, i rapporti del capitale non sonoaffatto catene che impediscono la loro realizzazione. I “revisionisti”, per giustificare il loro cedimento opportunistico, sostenevano invece proprio che, se il capitalismo si stavasviluppando, allora i suoi rapporti sociali non erano ancora diventati le famose catene; era perciò utile non creare disordini, non avere intenti rivoluzionari, si doveva aiutarlo a svilupparsi ancora di più, cosicché si sarebbe infine (campa cavallo….)impiccato da solo a questi suoi rapporti una volta divenuti impedimenti allo sviluppo.

Oggi, quel dibattito è stato superato – ma non è caduta in disuso la sua utilità, ove attentamente valutata – perché è crollata ogni prospettiva di transizione al socialismo, di lotta per il comunismo che, per alcuni sopravvissuti, è ormai una semplice aspirazione sentimentale. Non vi è dubbio che il capitalismo – e fra l’altro la nostra ignoranza è tale che chiamiamo tutto capitalismo, senza riuscire a fare un minimo di distinzione decente tra diverse formazioni sociali quali il “capitalismo borghese” di matrice inglese e la società dominata dai funzionari del capitale, sviluppatasi negli Usa e ormai diffusa in tutto l’“occidente” – si sta dimostrando una società con molte mostruosità, soprattutto però culturali. Adesso stiamo vivendo una crisi che rimette in discussione molte “conquiste” – di quelle che però i pensatori del disagio trattano da solo “materiali”, quindi quasi da disprezzare – ma non si tratta della fine di una società “cattiva”, da cui poi sorgerà quella “migliore”. E’ una fase storica di riarticolazione dei rapporti (di potere) tra gruppi sociali e tra diverse formazionisociali, alcune nuove in sul farsi “a est” e tutto sommato tuttorapoco conosciute.

Sarebbe indispensabile mettere all’ordine del giorno l’analisi di questi differenti rapporti sociali. Invece, chi ha ormai abdicato adogni intento di pensare criticamente, problematicamente, si abbandona ai lamenti sull’Uomo alienato o sulla Natura violentata. Si curassero il loro spleen in splendida solitudine e non ci seccassero! No, hanno scoperto che i gruppi dominanti – e soprattutto i subdominanti, i “cotonieri” reazionari e smaniosi di mettersi al servizio dei predominanti – li pagano bene, li ospitano nelle Università (ormai luoghi di abiezione), li fanno scrivere sui giornali, li ammettono in TV, pubblicano tutte le più futili e ignobili aberrazioni del loro pensare con case editrici che ancora si impegnano nel distribuirle, nel finanziare convegni organizzati per rimbecillire viepiù il popolo e trasmettere il messaggio che ormai siamo alla fine della Storia, alla fine di ogni speranza; salvo quella di questi cialtroni che se la ridono fra loro e si divertono alle nostre spalle.      

6. E allora noi torniamo testardamente ai rapporti sociali.Usciamo da un fallimento storico; fallimento solo se considerato in relazione all’obiettivo di trasformazione sociale che è stato l’intendimento dei comunisti per ben oltre un secolo. Ho già detto in altra occasione che la Rivoluzione d’ottobre (e altri eventi rivoluzionari che ne sono seguiti), considerata dal punto di vistadei suoi effetti di mutamento delle fasi storiche, non è fallita per nulla; ma non era questo l’obiettivo perseguito per tanto tempo e ormai alle spalle. Quindi su questo dobbiamo ragionare e trarre le opportune conclusioni. Tenuto conto dei vari “ismi” ancora in campo, non credo proprio che il marxismo ci faccia brutta figura; rispetto al liberismo è a mio avviso assai più avanti. Per cui solo i totalmente ignoranti della reale problematica di Marx si gonfiano il petto quando ripetono le loro stolte ricette sul libero mercato con i suoi “automatismi”, sul vantaggio per i consumatori delle liberalizzazioni che porterebbero all’abbassamento dei prezzi (ma dove mai vivono questi individui: o sono dementi o, piuttosto, dei furfantoni ben pagati da gruppi dominanti sempre più rapaci).

Quindi, in attesa che il movimento sociale effettivo stimoli nuovi pensieri e nuove ipotesi (che non s’inventano per genio di qualcuno, altrimenti dovremmo credere che da quarant’anni viviamo in un mondo di perfetti deficienti), dobbiamo sfruttare l’insegnamento del marxismo e del suo indubbio invecchiamento e logoramento – nel promuovere una pratica politica in base a determinate previsioni, rivelatesi assai imperfette, circa la dinamica della società capitalistica – che ci segnala errori di valutazione o comunque l’impossibilità dell’effettuazione di quella pratica con quei dati obiettivi. Secondo me, occorre giungere ad alcune conclusioni da considerarsi abbastanza definitive. Innanzitutto, è indispensabile smetterla con l’idea di poter rappresentare, sia pure in schema, il reale, immaginando di esso una precisa struttura di relazioni, dotata di una cosiddetta dinamica che è in effetti una cinematica, un succedersi in momenti successivi di configurazioni diverse (da noi pensate e costruite via ipotesi) della struttura (inesistente come tale nel reale).

Si possono ravvicinare fin che si vuole questi successivimomenti, costruendo l’immagine di un movimento apparentemente continuo; il successo di questa nostra“rappresentazione” del reale dipende dalla posizione della configurazione iniziale e dalla supposizione di mutamento delle variabili secondo una successione che si pensa legata a specifiche leggi, deterministiche o probabilistiche. Sempre, all’improvviso, appare una discontinuità che ci lascia “sorpresi”; non è, però, in senso proprio una discontinuità; più semplicemente, la continuità costruita, ravvicinando quanto più possibile i momenti successivi, dipende pur sempre dalla struttura posta all’inizio appunto comemera rappresentazione del reale. Poiché quest’ultimo è continuamente sfuggente, ci si trova ad un certo punto nella necessità di pensare una nuova struttura, che è una differente singolarità da cui riprende avvio la successione delle nostre supposizioni circa il suo movimento. La “discontinuità” dipende dalla nostra impossibilità di agire con efficacia nel reale continuo, fluido, oscillante, squilibrante. Siamo obbligati ad arrestarlo, stabilizzarlo, strutturarlo, ecc. per svolgere un’attività capace di produrre effetti; così comportandoci, tuttavia, i nostri schemi invecchiano e arriva il momento in cui essi non orientano più azioni dotate di senso e di incisività.

Salvo i soliti discorsi “orientaleggianti” – che mai hanno risolto i problemi nelle formazioni sociali dimostratesi vincenti su scala mondiale, e che continueranno ad esserlo finché troveranno di contro a loro questi “santoni” imbelli – il nostro modo di agire nella moderna società non è in grado di discostarsi dal procedimento appena indicato. Essenziale diventa allora prendere atto del problema e non sognare di avere rappresentato compiutamente, sia pure in schema, il reale e il suo effettivo movimento. Quel che accade nel Cosmo, dove i mutamenti possono anche riguardare decine e centinaia di milioni di anni,non ci interessa “qui ed ora”. E per favore lasciamo stare il fascino della microfisica perché non siamo microbi pensanti. Atteniamoci al nostro mondo – macrofisico, da una parte, e sociale dall’altra – e consideriamoci individui agenti e pensanti in una data epoca storica della società.

Se vogliamo elucubrare su problemi sempre esistenti per noi umani, del tipo della vita e della morte con tutto ciò che “ci va dietro”, nessuna obiezione; è atteggiamento assai più che comprensibile, direi doveroso. Quando però riflettiamo sul nostro vivere nel cosiddetto “divenire storico-sociale”, cerchiamo di non perdere il buon senso e non lasciamoci andare a fantasie, che pretenderebbero di trascendere l’orizzonte spazio-temporale in cui siamo situati. Sia nel fare storia (pensare il passato) sia nella previsione del futuro, è meglio utilizzare categorie teoriche (più o meno elaborate, talvolta perfino inconsapevoli) adatte alla formulazione di specifiche ipotesi (anche per quanto concerne il passato usiamo ipotesi); e si tratta pur sempre di teorie (e ipotesi)mediante le quali interpretiamo il presente al fine di potervi agire per giungere a determinati obiettivi. Queste categorie teoriche (e le ipotesi) sono transitorie, mostreranno infine la corda; più elastici saremo, prima riusciremo a cogliere la loro obsolescenza, la loro progressiva riduzione di presa sulla “realtà”. Quanto al movimento reale, lasciamolo tranquillo a svolgere il suo consueto lavoro di logoramento delle nostre pratiche, delle nostre speranze, delle nostre convinzioni di averlo fermato e poi indirizzato come piacerebbe a noi; se ne sbatte altamente dei nostri desideri, anzi potrebbe pure irritarsi e reagire con violenza se ci venisse in testa di averlo “imbracato” definitivamente.

Non si creda che quanto appena detto abbia qualcosa a che vedere con il relativismo. Quest’ultimo è in definitiva incertezza, indecisione, quasi sempre incapacità di scendere in campo prendendo posizione (partito); il tutto mascherato da capacità (molto limitata invero) di valutare vari corni del dilemma conmoderazione e tolleranza, ecc. (si pensi alla ben nota, e fastidiosa quant’altre mai, frase di Voltaire, una frase “buonista”, di piatto conformismo, perfettamente adatta al “ceto medio semicolto” odierno!). Quando si agisce veramente – dove l’azione contempla pure l’apparente inazione, il temporeggiamento, il surplace a volteassai lungo (come fanno i ciclisti velocisti) – e non semplicemente ci si dedica alle chiacchiere fatue e ideologicamente favorite daivari gruppi dominanti per bloccare ogni azione a loro contraria, si deve assumere “partito” nel conflitto, nel contempo ponendo e analizzando nei particolari il campo in cui esso si svolge e i diversi “partiti” e interpretazioni del campo (in effetti, di campi differenti) assunti dai soggetti agenti nella lotta. Tuttavia, ci si deve preparare all’eventuale sconfitta, al riconoscimento di errori in questa lotta, ai mutamenti di fase che spiazzano alla lunga i vincitori non meno dei perdenti ed esigono il riconoscimento, intanto in termini di principio, di nuove singolarità sopravvenienti (che sempre sopravverranno) e di cui ancora una volta occorrericercare le categorie interpretative, ecc. ecc.

7. Fondamentale, nella lotta passata dei comunisti, sarebbe stata la coerentizzazione (nella teoria e nella pratica) del “modello” marxista utilizzato per interpretare, e prevedere, la dinamica sociale del capitale, l’evoluzione dei rapporti nella formazione sociale definita capitalistica; una definizione rimasta pressoché immutata da almeno un secolo e mezzo a questa parte. Un conto è impiegare genericamente il termine capitale per indicare ogni dotazione – in strumentazioni produttive ed in moneta in quanto equivalente generale dei prodotti scambiati come merci – in possesso di particolari agenti (soprattutto, ma non solo, nella sfera economica della società); un altro è indicare un sistema di rapporti sociali di forma storicamente peculiare, perché questo è il capitale nella sua precisa accezione marxiana.

Marx studiò il “modello” di questo capitale (sistema di rapporti, ecc.) nel suo primo luogo di definitiva affermazione, l’Inghilterra; ne trasse una serie di conclusioni e si disse convinto che esso si sarebbe esteso a tutto il mondo. In effetti, tale “modello” fu surrettiziamente mutato in corso d’opera dai marxisti successivi, senza che nessuno si ponesse però troppi problemi al proposito. Inoltre, anche Marx ebbe incertezze; per esempio usò indifferentemente classe operaia e proletariato, e la classe in questione (quella che avrebbe dovuto emancipare tutta l’umanità emancipando se stessa dallo sfruttamento) fu da lui a volte considerata – e i marxisti successivi sempre così la considerarono – l’insieme degli operai in senso stretto, quelli addetti alle mansioni fondamentalmente esecutive (e di più basso livello, ripetitive, ecc.), mentre altre volte egli fece riferimento al lavoratore complessivo (“ingegnere e manovale”).

Si badi bene: proprio dai termini usati si comprende come Marx avesse in mente la dominanza, nei rapporti sociali della formazione a modo di produzione capitalistico, di quelliinstauratisi nell’unità produttiva in senso stretto, nella “fabbrica”, risultato di una storica trasformazione della bottega artigiana, attraverso la fase transitoria della manifattura, descritta nelle pagine sulla accumulazione originaria del capitale; accumulazione intesa quale trasformazione di rapporti, nonsemplicemente crescita di “forze produttive oggettive”. La fabbrica è il luogo della trasformazione di materie prime in prodotti finiti; si può considerare più genericamente la trasformazione di input in output, in ogni caso è sempre presente un preciso processo lavorativo che vede associati, in forma cooperativa, la figura dirigenziale (“l’ingegnere”) e quella esecutiva (“il manovale”).

Il testo più significativo per le indicazioni, comunque sommarie, relative alla formazione dell’operaio combinato, in quanto complessivo insieme di lavoratori direttivi ed esecutivi in cooperazione, è il cosiddetto Capitolo VI inedito (edito molto dopo la morte di Marx), in cui vi sono pure le splendide pagine sulla sussunzione, prima formale e poi reale, del lavoro nel capitale (con passaggio da una determinata forma, transitoria, dei rapporti sociali capitalistici ad un’altra, quella considerata definitiva). Capitolo comunque tolto dall’autore stesso nella pubblicazione del primo libro de Il Capitale, l’unico testo di quest’opera effettivamente e integralmente di Marx. Non mi lancio in illazioni sui motivi del toglimento, non sono “addottorato” in sedute spiritiche; noto solo che non è stato pubblicato, rendendo più difficile quella coerentizzazione cui ho sopra accennato.

Il sottoscritto ha preteso di compierla con un lavoro durato molti anni e che è stato consegnato in centinaia, e più ancora, di pagine, tutte pubblicate negli ultimi 15-20 anni. Le do quindi per conosciute, altrimenti chi vuole si documenti. Ricordo solo che tale dinamica, fondata sulla “spietata” concorrenza intercapitalistica, mette in moto la centralizzazione dei capitali, da cui deriva non tanto il passaggio al capitalismo monopolistico (e poi ancora a quello di Stato, tutto sommato una contraddizione in termini), quanto invece la trasformazione di quel rapporto che è il capitale. Le “potenze mentali della produzione” – in definitiva lacapacità di dirigere e innovare nei processi produttivi di fabbrica, di trasformazione di input in output – spettavano nel più antico capitalismo concorrenziale al capitalista, considerato il proprietario privato dei mezzi di produzione.

Con la centralizzazione, tale capacità (detta poi, non da Marx, imprenditoriale) si sarebbe trasferita, per il Nostro, nell’“ingegnere” divenuto lavoratore salariato e facente ormai parte dell’operaio combinato (lavoratore collettivo cooperativo), mentre il capitalista sarebbe divenuto solo proprietario; una proprietà trasformata con l’affermarsi della società per azioni. Detto in termini molto più moderni, Marx avrebbe pensato una sorta di “rivoluzione dei tecnici” (in realtà un loro vero amalgama cooperativo con i lavoratori manuali ed esecutivi) e non quella “manageriale” teorizzata 70-80 anni dopo da Burnham. In ogni caso, da tutto ciò discendono le conclusioni di Marx in merito alla trasmutazione della società capitalistica in socialistica – uncambiamento da lui già creduto in atto ai suoi tempi (si legga anche soltanto l’ultimo paragrafo del capitolo sull’accumulazione originaria) – che ho molte volte analizzata con dovizia di particolari nei miei scritti.

Una volta coerentizzato il “modello” marxiano di avvento del capitalismo, di suo sviluppo e di transizione ad altra società – sempre in termini di trasformazione dei rapporti sociali e non per quanto concerne l’aspetto quantitativo dei capitali accumulati e centralizzati, con semplici modificazioni delle “forme di mercato” – si comprende più facilmente l’impasse della lotta comunista e infine il suo tramontare ed esaurirsi. Può restare la tristezza, la nostalgia, il rimpianto, sentimenti umanissimi; anche perché i sacrifici, le morti, la galera, la miseria, ecc. per conseguire quel risultato irraggiungibile sono stati immensi, altro che i crimini commessi dai comunisti come sostengono gli incalliti delinquenti che si sentono appagati in questa società! Se però da questisentimenti si insiste a volere trarre l’indicazione di una(im)possibile ripresa della lotta per il comunismo, dobbiamo allontanarci con molta decisione e chiarezza critica dagli “zombi”incapaci di afferrare la realtà del loro essere morti.  

8. Mi guardo bene dal ripercorrere qui, nelle sue varie tappe, lamia coerentizzazione del “modello” marxiano – consegnata per il momento ai dieci video dedicati alla discussione su Marx (http://www.conflittiestrategie.it/gianfranco-la-grassa-discussione-su-marx-10-video) – al fine di metterne in luce le manchevolezze e la necessità di superarlo, senza semplicemente ridurlo a indegni sbrodolamenti filosofici ma anzi mantenendone lo spirito scientifico e l’intento critico-problematico in merito alla doppia faccia della formazione capitalistica, con la sua “superficie” (soprattutto mercantile) e le sue “viscere profonde”, dove si agitano i grandi sconvolgimenti che hanno determinato sia mutamenti non minori della suddetta formazione sociale sia l’obsolescenza della teoria con cui Marx volle rappresentarla nella sua strutturazione (in una data forma di rapporti antagonistici) e nella dinamica direzionata, oggettivamente, alla trasmutazione: prima socialistica e infinecomunistica.

Mi è sembrato non inutile riandare ad un vecchio dibattito, pur ripercorrendolo veramente a volo d’uccello. Tuttavia, m’interessava soprattutto metterne in luce alcuni aspetti salienti. Innanzitutto le modalità secondo cui avvenivano allora le discussioni in campo marxista. Secondo me non esiste oggi la stessa serietà e lo stesso rigore nei dibattiti (rari) che ancora ci sono. Bisogna inoltre ben dire che non vi è più, almeno nei settoriintenzionati a criticare la moderna società, alcuna teoria comunemente condivisa. Allora ci si poteva accusare reciprocamente di “revisionismo” o di “estremismo infantile”, secondo l’abitudine invalsa da molti decenni, ma le categorie di riferimento erano comunque consolidate e ci si riusciva ad intendere pur nelle più aspre diatribe. Era inoltre chiara a chi partecipava al dibattito – a parte la solita “base militante”, soprattutto interessata a quello che dicevano i capi e capetti; che si trattasse di quelli del Pci o quelli dei vari gruppetti via via formatisi soprattutto dopo il 68 – la posta politica in gioco dietro la solo apparente astrattezza di certi temi teorici, conditi anche di ampie carrellate storiche intorno alle vicende del cosiddettomovimento operaio e all’evoluzione del suo pensiero nelle diverse correnti riformiste e rivoluzionarie.

Infine, non si creda che alcune delle misere tesi venute a quel tempo alla moda e ancora in piena vita – tipo la decrescita o l’eco-sostenibilità e altre piacevolezze di questi tempi di degrado intellettuale e culturale – non abbiano proprio nulla a che vedere con quel dibattito, pur se in forma di grave scadimento dell’intelligenza teorica dei problemi. Spesso si tratta di tesi che si rifanno, in modo più o meno aperto, alla totale dimenticanza della politica come campo di scontro e conflitto acuto tra interessi, sempre avvolti da specifiche ideologie, di dati gruppi sociali, in genere sempre quelli dominanti che ormai conducono al 100% le danze in questa fase storica. I “deboli” critici del capitalismo diventano semplici detrattori di ogni modernità e progresso (considerato un termine osceno anche soltanto in termini del tutto “materiali”) perché non comprendono più nulla della necessità di andare ai rapporti sociali di ogni data fase storica, sia pure con la consapevolezza di una conoscenza via ipotesi sempre soggette ad errori e alla necessità di revisioni o di drastici cambiamenti di indirizzo. Si preferisce oggi soddisfare l’orrendo ceto medio semicolto, il quale magari blatera di predominio di chi controlla la TV e poi ripete tutte le più stupide insulsaggini che da quelle “scatolette” sostengono, con atteggiamento da geni assoluti, i loro beniamini, intellettuali che hanno ormai l’intelletto in completa défaillance.

Non credo ci sia molto altro da dire. Se volete, prendete questo mia memorizzazione come una vacanza, ma non credo sia priva di interesse per chi capisce come la teoria non sia una fisima da intellettuali. Anzi, oggi sono proprio quelli che passano per intellettuali presso l’incolto “volgo” i più carenti in fatto di teoria. Non pensano, sputano quello che ritengono più facile far passare per scienza, riducendo quest’ultima (basata su ipotesi sempre rivedibili) a certezza assoluta e indiscutibile, cui il “popolo” deve sempre adeguarsi. Poi ci sono i “tecnici”, anche peggiori nella loro limitatezza di visione e nellarroganza e presunzione con cui sparano i loro verdetti e le loro ricette quasi che la lotta politica, oggi sempre più acuta e spesso sconclusionata per mancanza di ampie visioni e di solidi appoggi sociali, sia riducibile alle formulette imparate in Università che sarebbero ormai da chiudere, a partire da quelle “ricche e famose” anglo-americane. Viviamo un’epoca di transizione, ma particolarmente povera di intelligenza. Insisto che, anche solo mezzo secolo fa, ci si muoveva intellettualmente in un ben diverso ambito, assai meno deteriorato. Non parliamo della prima metà del secolo XX o di ancor prima. Chiudiamo qui, senza rimpianti ma ricordando; e facendo tesoro dei ricordi!

 

PROCESSI STORICI E SOGGETTI AGENTI

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di Gianfranco La Grassa

1. Scrisse Marx, nel Manifesto del 1848, che cruciale era il passaggio alla classe rivoluzionaria di una piccola parte della classe dominante, in particolare di “una parte degli ideologi borghesi, che sono riusciti a giungere alla intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme”. Nel ’48 era da poco completata – o quanto meno da poco se ne potevano vedere apprezzabili risultati – la decantazione del TERZO STATO in borghesia (classe proprietaria dei mezzi di produzione) e classe operaia (quella poi anche detta “quarto Stato), costituita dai possessori di semplice forza lavoro venduta quale merce dietro salario; vendita di cui Marx vide la crescente “libertà di contrattazione”, all’epoca ancora ostacolata da una serie di intralci. Quest’ultima classe era appunto considerata quella rivoluzionaria, quella che avrebbe OGGETTIVAMENTE costituito il SOGGETTO PORTATORE della trasformazione del capitalismo in socialismo (primo stadio) e comunismo, conclusione del processo di liberazione da ogni “sfruttamento dell’uomo sull’uomo”, con piena libertà di ogni individuo in merito alla scelta consapevole di attività consone alle proprie prerogative e preferenze.

Non era prevista la fine della competitività interindividuale e tra gruppi, dell’ambizione, della volontà di diventare i primi”, ecc.,ma si pensava sarebbero venute meno – con la fine della proprietà e controllo privati dei mezzi di produzione da parte di particolari individui o gruppi, controllo che consentiva loro di appropriarsi del plusprodotto (caratteristica specificamente umana come adeguatamente spiegato nelle mie “discussioni su Marx”) ottenuto dal complesso dei produttori non proprietari dei mezzi produttivile più importanti (per Marx) condizioni OGGETTIVE che di taliineliminabili “passioni” umane fanno la molla della prevaricazione, del conflitto estremo portato fino al desiderio di schiacciante predominanza sugli altri ottenuta con i mezzi più estremi, fra cui la violenza, l’uccisione, l’oppressione, ecc. (oltre all’inganno e raggiro con malevola astuzia, alla menzogna, alla finzione di amicizia spesso conclusa con il tradimento, e via dicendo). La lotta intersoggettiva avrebbe invece in gran partecontribuito al progresso della cooperazione con stimolo all’inventività, alla innovazione. Senza però, lo ribadisco, che ci sarebbe stata pace fra gli uomini e solo benevolo atteggiamento fra di loro. I conflitti sarebbero continuati, non più però come “conflitti di classe”; dove le classi erano due, appunto caratterizzate dalla proprietà o non proprietà dei mezzi produttivi e dall’appropriazione del plusprodotto della seconda da parte della prima.

A metà ‘800, all’effettivo completamento (soprattutto in Inghilterra) della prima rivoluzione industriale (iniziata verso il 1760 circa), Marx considerò l’affermazione del capitalismo – che,in una prima fase transitoria verificatasi nei secoli precedenti, era stata promossa dalla borghesia mercantile, poi però infeudatasi e quindi incapace di terminare la transizione alla nuova formazione sociale – quale risultato di un processo i cui portatori soggettivifurono i manifattori divenuti industriali, inizialmente ancora dotati di saperi produttivi. Si tratta di quei capitalisti (proprietari “privati” delle condizioni oggettive della produzione) che possiedono pure le capacità direttive (le “potenze mentali della produzione”, per dirla con Marx) delle unità produttive ormaidotate di macchine; si trattava insomma delle fabbriche di grandezza crescente e che impiegavano “eserciti operai” via via più numerosi. Il movimento rivoluzionario, per innescarsi, aveva quindi bisogno che una parte degli ideologi appartenenti alla nuova classe dominante (borghesia) passasse al proletariato, termine con cui si denotava tale classe operaia, in definitiva il complesso dei produttori possessori di sola forza lavoro venduta come merce; in definitiva, i salariati.

Negli anni ’50 e ’60 del XIX secolo, nei vari studi e letture – degli economisti classici e di altre correnti, dei verbali degli ispettori di fabbrica (personaggi di fronte a molti dei quali i “tecnici” odierni sembrerebbero degli sprovveduti ), ecc. – che,attraverso la scrittura di migliaia di pagine, condurranno a Il Capitale (il cui unico volume pubblicato, in fase rifinita e definitiva, da Marx nel 1867 è stato il primo libro), il grande pensatore acquisisce la consapevolezza del processo di centralizzazione dei capitali, che non conduce semplicemente alla mera forma di mercato definita monopolistica (questa è una semplificazione compiuta dall’economicismo marxista successivo) bensì ad un nuovo rapporto sociale, poiché per Marx“il capitale non è cosa ma rapporto sociale”. La proprietà capitalistica si separa dalle potenze mentali della produzione, divenute prerogativa di particolari gruppi di lavoratori salariati di tipo direttivo. Le due classi antagonistiche fondamentali restano, come denominazione, borghesia e proletariato. Tuttavia, la prima comporta ormai soltanto la proprietà, cioè il mero controllo, dei mezzi produttivi tramite il possesso di maggioranze nelle società per azioni (o similari), in cui sono inglobate le unità produttive. Per inciso (assai rilevante) ricordo che Marx non ha il concetto di impresa, implicante un mutamento di prospettiva con cui guardare a tali unità in cui si svolge l’attività di vasti complessi di lavoratori e che non sono solo quelle produttive in senso stretto, ma anche quelle commerciali, finanziarie, ecc. La seconda classe – quella detta operaia – è in realtà costituita dal complesso lavorativo salariato, in cui direzione ed esecuzione tenderebbero a divenireun corpo lavorativo unico, sia pure differenziato e stratificato al suo interno.

Questa nuova configurazione avrebbe dovuto comportare un mutamento nell’individuazione delle due classi fondamentali (presunte antagonistiche); diciamo, anzi, che sarebbe stato indispensabile riconsiderare il modello sociale semplicemente DUALE. Non averlo fatto ha indebolito la “intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme, con gravi ripercussioni sullaprassi rivoluzionaria del secolo successivo e sulla sua correttainterpretazione. Marx sembra prendere atto del mutamento del soggetto rivoluzionario (dall’operaio in senso stretto al lavoratore collettivo cooperativo” o “complesso dei produttori associati”), ma la sua analisi al riguardo procede a sprazzi, in modo tutto sommato incerto, e senza trarre da simile evento lo stimolo ad un radicale ripensamento della concezione espressa nel passo del “Manifesto” citato all’inizio.

Kautsky, in ciò seguito da Lenin, prende atto che il reale processo sociale di sviluppo capitalistico non conduce affatto al lavoratore collettivo (“dal primo dirigente all’ultimo giornaliero; cap. XXVII del III Libro de “Il Capitale”); anzi, i possessori delle potenze mentali della produzione, quand’anche salariati, restano quello che adombra la definizione leniniana: SPECIALISTI BORGHESI, di cui il proletariato (la mera classe operaia in senso stretto) non può fare a meno, senza però considerarli nemmeno quali effettivi alleati, piuttosto semmai avversari “piccolo-borghesi”, con tendenza ad acquisire (o imitare) i modi e costumi di vita dei capitalisti (proprietari). Nella sua concretezza ben diversa dalla stupidità del molto successivo movimento sessantottardo, che ha voluto fingere la “proletarizzazione” dei quadri tecnici e specialistici per semplificarsi i compiti pseudo-rivoluzionari Lenin affermò che gli operai dovevano tenere sempre ben puntato il fucile contro questi individui, una volta messo in moto il processo rivoluzionario, tendente – così si sperava e credeva – alla “costruzione del socialismo” (sia pure, ben a lungo, “in un paese solo”).

Dalla realistica valutazione di come si è andata effettivamente sviluppando la centralizzazione del capitale (cioè la formazionedei nuovi rapporti sociali), sia Kautsky, quando non era un “rinnegato”, sia Lenin trassero la convinzione di unaccentuazione del tema trattato da Marx in merito alla “piccola parte degli ideologi borghesi” staccatasi dalla borghesia perché riuscita a giungere alla INTELLIGENZA TEORICA [maiuscolo mio, in quanto è frase molto significativa in polemica con i semplici “praticoni”] del movimento storico nel suo insieme. Da simileconcretezza nasce l’idea leniniana del partito, di cui già scrissi molti anni fa; e non mi ripeto ora perché certe polemiche non sono oggi più produttive di effetti. Ricordo solo che gli antileninisti (tipo la Luxemburg, quella che lo stesso grande dirigente bolscevico definì un’aquila che spesso volava basso come un’anatra) si sono strappati i capelli di fronte a questa concezione, poiché la sedicente avanguardia del proletariato (ormaiconsiderato soltanto nella veste di classe operaia, quella di fabbrica, le “tute blu”) doveva secondo costoro nascere ed enuclearsi, per movimento spontaneo, all’interno di quest’ultimo. Questa diatriba si riprodusse pure nei gruppastri del post-’68 con le tesi del partito quale avanguardia “esterna” (gli m-l) o invece“interna” (gli operaisti e movimentisti vari) rispetto al proletariato.Sia “esternisti” che “internisti” hanno fatto una brutta fine; quindi lasciamo perdere, è acqua che non macina più.

2. Se quell’acqua, ormai “sporca”, non macina più (e non deve macinare, altrimenti ci si prende qualche brutta malattia), lo scorrere della stessa per un secolo abbondante non ha nulla da insegnarci? O almeno farci pensare? Credo di sì, se si sposta il tiro. Il problema dell’avanguardia (esterna o interna) non ha più interesse perché, se intendiamo il proletariato come classe operaia in senso stretto, possiamo ben dire che non ci sono state rivoluzioni proletarie; semmai contadine, ma certamente dirette da gruppi organizzati, dotati spesso di una visione d’insieme e mossi da interessi (non parlo di quelli materiali soltanto!) ben diversi da quelli delle “masse in scomposta agitazione. Tali gruppi hanno condotto i movimenti lungo percorsi indicati e seguiti con forte determinazione, in modo senza dubbio consapevole, che hannotuttavia avuto sbocchi impensati, del tutto diversi da quelli voluti enon ancora valutati adeguatamente nei loro risultati sociali complessivi.

La classe operaia – nei paesi d’avanguardia dello sviluppo capitalistico; non certamente unitario com’è stato sempre considerato, ma invece con passaggio dal capitalismo borghese (familistico) di tipo inglese (ottocentesco soprattutto) a quello manageriale (tipologia statunitense; diciamo pure quello dei “funzionari del capitale”) ancora predominante – ha mostrato di essere la meno rivoluzionaria di tutta la storia. Solo nel passaggio dalla condizione contadina a quella propriamente operaia, il “disagio” implicato da un effettivo processo di sradicamento sociale plurisecolare ha provocato momenti di radicalizzazione del conflitto (detto erroneamente “di classe”). Alla fine del processo,si è avuta una netta caduta della violenza irriducibile conriconduzione del conflitto in questione entro l’alveo della riproduzione della formazione sociale detta capitalistica; la lotta è stata soltanto sindacale per il mutamento dei rapporti di distribuzione del prodotto. I cambiamenti più radicali interni al capitalismo nell’epoca del suo ormai definitivo affermarsi sonostati causati dall’azione di altri gruppi sociali e non hanno affattocondotto al condensarsi e realizzarsi delle condizioni di possibilità relative allagognata transizione al socialismo; pur se piccoli rimasugli di “passatisti” continuano a sognare in tal senso.

Del resto, l’impossibilità per i marxisti di capire che cos’è realmente accaduto era inscritta almeno in parte nell’ignoranza del concetto di impresa quale unità o cellula del tessuto sociale; e non semplicemente nella sfera strettamente produttiva, bensì in quella che si può definire in senso lato economica. L’unità dell’impresa consiste nella sintesi operata dalle strategie del gruppo di vertice; quest’ultimo ha spesso la proprietà del pacchetto azionario “di comando”, ma tale fatto in genere occulta la caratteristica imprenditoriale decisiva rappresentata dal CONTROLLO TRAMITE L’AZIONE STRATEGICA. La proprietà è al massimo un supporto strumentale non inessenziale né accidentale, ma pur sempre subordinato all’uso che ne fanno gli agenti di dette strategie.

Se i marxisti – sulla scia di Marx che ha visto la fase della prima rivoluzione industriale con il passaggio dallo strumento alla macchina, con il moltiplicarsi delle fabbriche, ecc. – non hanno afferrato la differenza tra impresa e unità produttiva di tipo meccanico (la fabbrica ottocentesca appunto), i liberal/liberisti non hanno in fondo molto da insegnarci, essendo rimasti all’idea del SOGGETTO (con prevalenza di quello consumatore su quello produttore) che agisce in un “libero mercato”. Il massimo che sono riusciti a teorizzare è la funzione di innovazione dell’imprenditore (Schumpeter), concetto comunque distante da quello di STRATEGA; o la necessità dell’intervento correttivo dello Stato (Keynes), in cui non si è comunque usciti dal meroeconomicismo con il gioco della domanda complessiva (di beni di consumo come di investimento) carente rispetto al risparmio nei sistemi “opulenti”, ecc. ecc.

Il concetto, pur ancora elaborato in modo rudimentale, di CONFLITTO TRA STRATEGIE rompe, o inizia a rompere,questa intelaiatura costrittiva, sia che la si guardi dal punto di vista marxista o invece liberale. In effetti, con il conflitto strategicoviene in primo piano la POLITICA. Non nel senso banale del “pubblico” che sarebbe superiore al “privato”; o dello Stato (soggetto mistico di tutti i beoti antiliberisti privi di una qualsiasi consapevolezza del problema) che impone ai singoli individui la volontà suprema di tale soltanto immaginario rappresentante della collettività (certuni la pensano cervelloticamente quale comunità); una collettività inesistente, teorizzata da ideologi che fanno il gioco dei gruppi dominanti impadronitisi delle leve del potere. La POLITICA è l’apprestamento di un “campo” di lotta, favorevole alla disposizione su di esso delle forze di cui ogni agente strategico è in possesso, allo scopo di effettuare le mosse più confacenti ad acquisire la supremazia sugli avversari. Ogni agente strategico agisce in cotesto senso; e ognuno si muove cercando nel contempo di svolgere funzione di orientamento di un dato gruppo sociale – più o meno precisamente configurato e strutturato – che, in genere inconsapevolmente (POICHE’ LA CONSAPEVOLEZZA SPETTA ALL’AGENTE STRATEGICO),si scontra con altri. Il risultato della lotta non è quindi determinato.

Non intendo qui allungare troppo il discorso, da farsi in sede più appropriata; comunque, mi sembra evidente che le mosse della POLITICA appartengono ad ogni sfera sociale: a quella che indichiamo come economica o a quella ideologica e culturale oalla politica nel senso appunto degli apparati “pubblici” e dello Stato in primo luogo. La POLITICA, in quanto conflitto tra gruppi comportante serie successive di mosse strategiche per la supremazia è un misto di azioni nelle diverse sfere sociali. Per comprendere la relativa superiorità degli agenti in movimento nella sfera economica o invece di quelli attivi nella sfera che passa per politica vera e propria (il “pubblico” e lo statale), ecc. è indispensabile un’analisi delle differenti congiunture e della configurazione delle forze in campo in ogni congiuntura; considerando tali forze e la configurazione dei loro rapporti su diversi piani, dal più strettamente locale fino al livello più globale (mondiale), di gran lunga più rilevante e denso di effetti.

Certamente, un lavoraccio, che lascia da parte il primato dell’economia (magari della finanza) o invece quello della politica in quanto apparati dello Stato, e altre semplificazioni. Il primato è sempre delle strategie, delle necessità OGGETTIVE inerenti aduna data supremazia da conseguire, cui si ricollegano le mosse degli agenti che ne sono i PORTATORI SOGGETTIVI; con prevalenza in date congiunture (o fasi di una congiuntura) degli agenti economici, in altre invece degli agenti politici o ideologicie culturali, sempre comunque intrecciati fra loro, pur mutando la strutturazione e gerarchia dell’intreccio. Restare alla dominanza dell’economia (o addirittura della finanza) o della politica (gli apparati pubblici o statali), ecc. è il modo di nascondere la portata reale – e i reali agenti in campo – della POLITICA, in quanto CONFITTO TRA STRATEGIE (per la supremazia), che permea le varie sfere sociali, semplici condensazioni di organizzazioni di varia natura: imprese per la sfera economica, apparati vari dell’amministrazione pubblica e statale (sfera politica), TV, giornali, apparati della comunicazione e informazione, scuola e organismi culturali vari (per la sfera della formazione ideologica),e via dicendo. Il tutto supportato da gruppi di pressione, lobbies, centri più specificamente indirizzati alle elaborazioni strategiche, ecc.  

3. Vi è forse un altro punto, più astratto ancora, da dover sondare con maggiore sistematicità di quanto non sia in grado di fare, in particolare in questo scritto. Se il movimento storico nel suo insieme è il risultato di azioni incrociate mosse dal conflitto tra strategie in vista di una supremazia da conquistare, lo sbocco del movimento in questione è largamente imprevedibile nel lungo periodo; a distanza relativamente ravvicinata (può trattarsi anche di alcuni anni) diventa possibile qualche previsione azzeccata assai all’ingrosso. Quando passa unintera epoca storica, di decenni o più, il quadro è del tutto mutato rispetto a quanto agognato da coloro che hanno messo in moto determinati processi sia pure di grande ampiezza e visione complessiva. Gli effetti storici dell’89 francese o del ’17 sovietico sono buoni esempi a tal proposito.

Di solito, quando si tratta di afferrare il comportamento umano e analizzare le condizioni del prodursi di suoi effetti particolari, si discute intorno al rapporto tra coscienza e spontaneità; in altre contingenze, ci si avvolge in dotte considerazioni circa l’interazione tra ragione e volontà, mossa da passioni. Oppure ci si sposta verso una riflessione intorno alla relazione che viene a istituirsi tra il soggetto agente e l’oggetto (la “realtà”) su cui esso opera. In linea di principio mi attengo al presupposto dell’esistenza di “qualcosa” di esistente, e di saldo nella sua esistenza, al nostro “esterno”. Spesso si ritiene che questo qualcosa, l’oggetto reale, sia dotato di struttura interrelazionale tra suoi elementi isolabili, struttura conoscibile per gradi(“approssimazioni successive”), magari mediante schemi costruiti in base ad ipotesi preliminari soggette a prova. E la prova consisterebbe nel valutare il successo o meno conseguito dall’azione mossa da quelle ipotesi. Naturalmente, l’azione nasce dalla conoscenza (supposta) della presunta “struttura interrelazionale” di cui è costituito l’oggetto “reale” indagato.  

Qualcuno pensa di superare la dicotomia soggetto/oggetto riducendo in sostanza quest’ultimo all’idea che di esso ha il primo, sia pure attraverso contorte disquisizioni tese ad allontanare il sospetto che egli sia affetto da pura fantasia idealistica. In altri casi, ci si attiene alla considerazione che nelle azioni in società il soggetto incide con la sua opera sull’oggetto,trasformandolo. L’oggetto quindi influisce con la sua “realtà” sul soggetto, imponendogli (in un certo senso) di esercitare la sua attività conoscitiva al fine di rendersi conto delle condizioni obiettive entro cui deve agire; ma poi il risultato dell’azioneimplica il mutamento dell’oggetto per cui si richiede la ripetizionedel processo. Detto scherzosamente, il soggetto non è munito di rete da pesca nelle cui maglie catturare il “pesce” (l’oggetto) per poi cuocerlo e mangiarlo; cerca invece di prendere il guizzante e sgusciante animale a mani nude, il che comporta il continuo schizzare nell’acqua di quest’ultimo per cui esso di ripresenta, sornione e maligno, all’appuntamento con il soggetto “prenditore”.

Innanzitutto, IL soggetto non è UN soggetto, ma un insieme plurimo di AGENTI in conflitto tra loro. A seconda degli specifici caratteri attribuiti al conflitto e alle sue poste in gioco, detti agenti sono singoli individui o gruppi, più o meno numerosi, di individui uniti fra loro (con conflitti interni minori o meno acuti) per il conseguimento di determinati scopi, sempre tenendo conto che il fine ultimo è l’affermazione di una supremazia; quand’anche ciò non comporti violenza e metodi bellicosi, mettiamo ad es. la vittoria in una contesa sportiva ed eventi similari. L’impresa è un gruppo in lotta con le altre nel luogo denominato mercato, così comè gruppo uno Stato nel conflitto, armato o non armato, con altri Stati. Le “classi” – definite nel caso del marxismo con riferimento alla proprietà (controllo) o meno delle condizioni oggettive necessarie a produrre – sono gruppi, di cui si suppone la contesa per assumere posizione preminente in vista di obiettivi determinati: da quelli redistributivi (tipo lotta sindacale per le retribuzioni, ecc.) a quelli di rivoluzionamento dei rapporti SOCIALI di produzione, comportanti allora mutamenti radicali in merito al suddetto controllo dei mezzi produttivi.

La coesione, senza la quale non vi è gruppo ma solo caotico assemblaggio di individui, richiede l’acquisizione di una serie di elementi-base, non sempre possibile; e non soltanto per incapacitàdegli agenti soggettivi, ma spesso per immaturità della situazione detta oggettiva. Innanzitutto, occorre quel gruppo (di vertice) che Marx definì nel Manifesto” del 1848 come capace di “intelligenza teorica del processo storico nel suo insieme”. E’ indispensabile indicare le coordinate (“oggettive”) che delimitano i gruppi nella loro lotta in un determinato CAMPO di suo svolgimento. L’intelligenza del campo, implicante la sua costruzione in base alla presupposizione delle coordinate in questione, è fondamentale per individuare i gruppi in quanto sintesi di varie posizioni individuali, sintesi capace di costituirli in effettivi agenti collettivi nel conflitto.

Althusser ebbe una intuizione del problema quando sostennel’idea di un processo senza soggetto né fine”. Tuttavia, si può rischiare, secondo me, di erigere il processo stesso a soggetto mentre il fine sarebbe comunque la tendenza al comunismo, per quanto la tendenza in questione possa rimanere senza conclusioneper un tempo indefinito. Penso sia meglio partire dalla supposizione che il processo storico è “qualcosa di reale” – a noi esterno – ma di fatto inconoscibile IN SE STESSO perché flusso caotico, indistinto, disomogeneo, ecc. Nel magma fluido e incandescente incontriamo determinate “parti” che ci appaionocomposte di un materiale più denso, in grado di formare quei grumi detti “fatti”; la densità dei grumi – la rilevanza dei “fatti” – non appare a tutti nello stesso modo e con la stessa consistenza, talvolta nemmeno nello stesso tempo. In ogni caso, per agire, è tassativo costruire (teoricamente), cioè STRUTTURARE, unCAMPO di apparente solidità e durevolezza. La strutturazione esige una selezione degli elementi (di grumi/fatti) da stringere in relazione onde trarre da quest’ultima un SIGNIFICATO, del tuttoindispensabile per impostare poi un’azione, che può anche essere rappresentata dal suo procrastinarla in quanto non si ritiene possibile attuarla in quella data congiuntura, bensì in una successiva.

Il gruppo si forma a partire dall’azione di quello che sarà, per tutta una fase storica o almeno all’inizio della stessa, il suo vertice, quello che Marx indicò appunto (lo ripeto) come parte degli ideologi borghesi in grado di giungere all’intelligenza teorica del processo storico nel suo insieme; quello che in Lenin fu il partito in quanto avanguardia della classe operaia ecc.L’intelligenza teorica è pur sempre la scelta (selezione) dei grumi/fatti da interrelare in quella struttura che è il campo su cui si intende svolgere la lotta; e la struttura del campo indica, per ogni gruppo che riesca a formarsi, l’individuazione dei suoi avversari (principali, secondari, possibili alleati temporanei, ecc.) con cui condurre la competizione secondo modalità varie e di diversa portata storica.

In un certo senso, il conflitto forma i vari gruppi in lotta e delimita il campo di svolgimento di quest’ultima. L’inizio non è però rappresentato dalla lotta stessa; l’inizio è il magma fluido e incandescente in cui siamo immersi ed in cui intravediamo, in modo caotico e anche incerto, parti di materiale che ci appaiono più dense a mo’ di grumi (fatti). Dati “nuclei” – i vertici con intelligenza teorica, ecc. – iniziano a solidificare, con evidente carattere di aleatorietà, il terreno delimitando campi ritenuti più consoni alla lotta per affermarsi, gli uni in conflitto con gli altri (con le opportune alleanze, compromessi, rotture delle alleanze edei compromessi, ecc.); così agendo, ognuno d’essi contribuisce alla (apparente) stabilizzazione e solidificazione del campo (o dei campi) del o dei conflitti e alla formazione degli altri nuclei di ulteriori gruppi in lotta in quei campi. Non è semplicemente la lotta a rendere gruppo i contendenti (che il marxismo della tradizione considerava CLASSI in base alla proprietà o meno dei mezzi di produzione); gli agenti sono nuclei coagulatisi per comune “intelligenza teorica del processo”, sono cioè piccoli gruppi di individui riunitisi per selezionare dal magma fluido in cui sono immersi le parti che appaiono loro più dense e degne di essere utilizzate quali elementi di realizzazione della struttura(relazione tra gli elementi in questione) solida e stabile, caratterizzante il campo in cui svolgere il conflitto.

4. I nuclei sono gli effettivi AGENTI (SOGGETTI) del processo; e l’oggetto “reale”, in senso proprio, è il magma fluido e caotico, non conoscibile nel senso attribuito solitamente a questo termine. Anche in tal caso vi sono nel marxismo barlumi di consapevolezza di tale problema; ad es. in quella fra le Tesi su Feuerbach, in cui Marx afferma che per conoscere la realtà non ci si deve limitare ad interpretarla, ma bisogna trasformarla. In realtà, non è detto che la si trasformi; l’importante è che si riesca ad intervenire su di essa, pur se l’operazione si concludesse con l’insuccesso del tentativo di trasformazione. Inoltre, non si riproduce l’oggetto (“il concreto”) nel cammino del pensiero, come pensava Marx; l’importante è riuscire a costituire quel nucleo (di vertice) del soggetto agente (il gruppo sociale)uno dei soggetti agenti, quindi con un SUO PUNTO DI VISTA – in grado di delimitare “strutturalmente” il campo (costruito per solidificarsi il terreno sotto i piedi) su cui combattere il conflitto con gli altri soggetti agenti, dotati di altri punti di vista e selezionanti elementi diversi per la costruzione dei campi di lotta (anch’essi quindi differenti fra loro).

Certamente, però, il nucleo di cui si è parlato NON E’ ANCORA SUFFICIENTE PUR SE NECESSARIO. Non si forma alcun gruppo (sociale), in quanto soggetto agente, se non sussiste il nucleo (con intelligenza teorica, ecc.). Altro materialedeve tuttavia essere recuperato. Una delle condizioni è rappresentata dalla presenza di quelle che vengono dette “le masse”. Esse sono insiemi, ammassi piuttosto caotici, di individui classificabili come appartenenti a gruppi sociali diversi. La formazione delle “masse”, dette “in movimento”, avviene in contingenze particolari, in cui il disagio si scatena e si propaga inuna o più formazioni PARTICOLARI (in genere si tratta dei vari paesi). Per quanto il disagio possa diffondersi presso la maggioranza di una determinata popolazione, le masse in movimento rappresentano sempre una minoranza, di solito pure esigua in rapporto al totale della popolazione in oggetto. In assenza di queste masse in movimento – e del disagio crescente di ulteriori vasti strati sociali – i nuclei direttivi di cui si è parlato non possono agire secondo il significato proprio del termine.Tuttavia, in senso lato, è da considerarsi azione anche l’analisi indispensabile alla delimitazione e solidificazione (strutturale) del campo e all’individuazione delle potenziali forze in campo, cioè degli strati sociali che dovrebbero essere più acutamente investiti dal disagio in particolari congiunture, pur esse da analizzare e fissare nelle loro più essenziali coordinate spaziali e temporali.

Con una certa approssimazione, i nuclei (direttivi) sarebbero daparagonarsi alla “ragione”, mentre le masse, soprattutto in movimento, rappresenterebbero le varie passioni che la ragione dovrebbe incanalare verso uno o più scopi ben determinati. In realtà, il problema mi pare porsi in modo meno semplice e definito. Intanto, le cosiddette masse quelle in agitazione più o meno scomposta; e con loro gli strati sociali investiti dal disagio in date congiunture – si muovono per motivazioni che comportano stimoli molto immediati, rabbiosi, quasi istintivi, di solito non durevoli e facili allo sconforto, con abbandono del movimento, alle prime difficoltà (magari provocate da qualche repressione “convincente”). Le passioni non hanno tale carattere di labilità e di rapido alternarsi di esaltazione furiosa e di cedimento della decisione ad agire. Inoltre, sono dotate di scopi solidamenteprefissati e perseguiti, pur quando è carente l’analisi razionale delle condizioni di possibilità di un’azione condotta per realizzarli. Condizioni di possibilità che sono per l’appunto il campo in cui si combatte il conflitto, la mobilitazione di specifiche forze e la loro organizzazione e disposizione nel campo, l’individuazione di tappe intermedie implicanti un dato percorso temporale, durante il quale può certo accadere che le passioni si acquietino e la ragione si senta appagata dal minimo raggiunto, magari perché si teme la sconfitta continuando il conflitto; oppure perché i nuclei direttivi vengono cooptati e risucchiati nel vecchio ordine, ritenendosi pienamente soddisfatti di tale risultato.

Chiariamo allora il radicale modo di porsi la costruzione del partito da parte del vecchio bolscevismo leninista. Certamente, la specifica organizzazione rispondeva ai criteri invalsi nell’epoca in cui si pensava allo scontro tra borghesia e proletariato (classe operaia). Tuttavia, l’insegnamento ha carattere più generale. La sedicente “avanguardia della classe” (il partito appunto) era in fondo costituito dai nuclei direttivi (potenzialmente almeno) di cui ho discorso. Era evidente che i primi, poco numerosi, individui facenti parte di tali nuclei erano per formazione culturale, nella loro grande maggioranza, intellettuali formatisi all’interno delle classi dominanti (o degli strati sociali medio-alti), erano cioè quegli ideologi di cui parla Marx nel passo citato all’inizio. Non erano dunque semplicemente portatori della necessaria ragione analitica, senza la quale con vi è la costruzione del campo della lotta, ecc. ecc. come già sopra chiarito. Erano appunto anche portatori di un punto di vista (detto all’epoca DI CLASSE), di unideologia comportante il consolidarsi e rafforzarsi di una PASSIONE: sentirsi cioè parte decisiva di un processo storico di emancipazione dallo sfruttamento.

Caduta quella “passione” specifica, è ovvio che altre dovranno prenderne il posto, poiché senza di esse resta l’analisi, presunta oggettiva, delle coordinate strutturali della società in cui dati nuclei (direttivi) si muovono. Tali nuclei sono però soltanto “in formazione”, con caratteri di forte labilità e di facile dispersione ad opera della forza dell’abitudine connessa al predominio del vecchio ordine; anzi, spesso, sono assorbiti in quest’ultimo e dai dominanti di quella PARTICOLARE formazione sociale (paese).Dunque, non è che i nuclei direttivi rappresentino la ragione (organizzatrice e orientante) mentre le masse, e i loro movimenti, sarebbero espressione delle passioni da organizzare e orientare. Queste ultime, invece, nascono e si sviluppano nei nuclei stessiaccanto alla ragione e, di fatto, la coadiuvano. Ciò che coinvolge le masse e le fa entrare in agitazione è il disagio, più o meno forte, più o meno rabbioso e più o meno simile ad ebollizione tumultuosa e caotica, nascente dal processo storico in certe congiunture. Dal semplice disagio delle masse, per quanto forte sia, non nasce la passione (o le passioni), non nasce l’ideologia che serve ad alimentare, e fornire impulso, alla ragione analitica; può invece risultarne uno scoordinamento, una disorganizzazione crescente, che blocca a lungo la possibile nascita dei nuclei direttivi.

Nella concezione leninista del partito, tra i vertici (quelli “giunti all’intelligenza teorica, ecc.”) e le masse (proletarie e contadine) doveva situarsi un anello di congiunzione, rappresentato da gruppi di proletari “più coscienti” dei compiti (storici) della “classe”. Tale coscienza non era in definitiva null’altro che l’ideologia della “rivoluzione proletaria mondiale”, dell’emancipazione definitiva dallo sfruttamento con il passaggio, mai avvenuto, al socialismo einfine comunismo. Era una passione, certamente favorita dalla particolare congiuntura – che, una volta superata, ha condotto alla conclusione disastrosa del processo presunto rivoluzionario – ma nutrita soprattutto dai vertici, dai nuclei direttivi; una passione che alimentava la ragione analitica, mentre quest’ultima dava veste di necessità storica all’organizzazione e orientamento del processo. Dalle masse, in movimento in quella determinata congiunturastorica, proveniva soltanto generica energia che andava ad alimentare i nuclei direttivi sovietici; processo poi sclerotizzatosi e condensatosi nella costituzione di un gruppo dirigente piuttostochiuso in se stesso e poco permeabile.

5. In definitiva, per riassumere, l’oggetto reale, saldo nella sua indipendenza al di fuori della nostra coscienza, dovrebbe essere pensato (supposto, presunto, ecc.) quale fluido magmatico, in cui si scorge o si crede di scorgere qualche grumo (“fatto”) di condensazione. Allo scopo di agire, dati gruppi tentano di costituirsi in nuclei direttivi, in agenti soggettivi che orientano il processo oggettivo (del fluido). Il tentativo non può esimersi dalla costruzione di un campo, strutturato e consolidato (e dunque stabile per dati periodi di tempo), con elementi (alcuni grumi)trascelti dall’insieme e messi tra loro in relazione secondo configurazioni specifiche, e sempre ipotetiche. Nel campo, i diversi agenti soggettivi, cioè i vari nuclei direttivi, entrano in conflitto per la supremazia, tentando di orientare date “masse” – quando però queste si costituiscono come tali entrando disordinatamente in movimento a causa di contingenze storiche di disagio sociale – al fine di organizzare determinate forze da disporre in campo nel modo più appropriato per vincere.

Non esiste il semplice rapporto soggetto/oggetto, qualsiasi sia poi la teorizzata relazione tra i due e la primazia o dell’uno odell’altro, con l’affannosa ricerca di superare la dicotomia e di fondere i due elementi in una unità (magari definita “dialettica”,termine che spesso viene usato solo per confondere ulteriormente le idee e darsi la patina di profondo pensatore). In realtà, vari sono i soggetti poiché si tratta degli agenti che hanno poteri decisionaliin un conflitto, cioè dei nuclei direttivi (formati o in formazione), ognuno dei quali ha un punto di vista, opera un certo “taglio della realtà supposta, trasceglie elementi per costruire (strutturando) un campo di solidità su cui disporre le forze per lottare contro gli altri. Pure gli oggetti sono dunque da declinarsi al plurale se ci si riferisce a detti campi; altrimenti ci si deve rapportare al “qualcosa” a noi esterno, la cui esistenza s’impone attraverso il finale – dopo periodi di tempo di lunghezza variabile a seconda dei “settori di mondo” (naturale, sociale, ecc.) in cui si agisce – insuccesso dell’azione dei soggetti. Questi ultimi, dunque, andranno dissolvendosi nella forma presa in date epoche storiche; altri e diversi si formeranno in epoche successive mediante le solite modalità (conflittuali) già indicate per sommi capi.  

Prima della costituzione del campo e della disposizione e orientamento delle forze nel campo, i nuclei direttivi non sono tali in senso effettivo; sono solo tentativi di formazione degli stessi, unione di piccoli gruppi di individui uniti da una data direzioneassegnata all’analisi del fluido e all’uso di determinate categorie teoriche – senza però più la pretesa di poter “giungereall’intelligenza teorica del processo storico nel suo insieme” in modo definitivo e certo, credenza da abbandonare perché conduce infine alla delusione paralizzante ogni volontà di riprovare – per orientarsi nel flusso solidificandolo, appunto tramite quelle categorie, in “campi provvisori” su cui confliggere. I nuclei, per formarsi, devono perciò assumere un punto di vista nell’elaborazione di una teoria adeguata alla conduzione delcombattimento. La ragione analitica, secondo cui si viene costruendo la teoria e il campo da essa strutturato, deve trovare nel contempo impulso dalle passioni. Essa poi senz’altro le orienta, le dirige ad uno scopo, non le lascia in balia del mare procelloso come nave senza nocchiero – così come accade invece almovimento delle masse, gonfio di disagio, rabbia, tendenza prevalentemente distruttiva (non indirizzata alla “creazione del nuovo”) – e tuttavia le orienta, organizza e dirige dopo che esse hanno fornito l’impulso alla formulazione teorica. Quest’ultima, dunque, non è mai mera “intelligenza del processo storico nel suo insieme”, una intelligenza cioè soltanto asettica, oggettiva, spassionata.

Essere lucidi nell’analisi non significa essere spassionati, bensì contemperare l’impulso con il suo imbracamento, che sempre ha da essere temporaneo ed aperto a periodici successivi impulsi (“passionali”) di modifica e aggiornamento. Ragione e passione, elaborazione teorica e tensione della volontà e della decisione nell’agire, analisi rattenuta (e quasi a bocce ferme) e forte carica interiore che spinge alla realizzazione di un “ideale”, ecc. vanno insieme, si spronano a vicenda. E le ragioni e le passioni sono molte, si raggrumano nella formazione di più agenti soggettivi (nuclei direttivi) che lottano fra loro; ognuno d’essi ha un suo scopo da conseguire. Ogni scopo viene “vestito” di “abiti ideologici”, e ogni gruppo costituitosi in agente ha una sua più o meno elaborata articolazione teorica con cui costruire i campi di battaglia e le forze in lotta da orientare per affermare la sua direzione di marcia, sintesi appunto di volontà ideale e di lucidaanalisi delle condizioni di possibilità per la vittoria del proprio schieramento.

Dietro ci sono gli interessi, detti materiali, non me ne sono dimenticato. Tuttavia, questi sono semplice materia bruta; nessuno si costituisce in autentico agente soggettivo in quanto effettivo nucleo direttivo impastando soltanto quest’ultima. Chi si limita a tale “lavorio” non ottiene nulla di stabile e vincente nel lungo periodo; costruisce sulla sabbia dell’effimero o le sue calzature si appesantiscono nel fango impedendogli infine ogni movimento.L’interesse va forgiato con gli strumenti rappresentati siadall’analisi del campo che dallo sprone ad uno scopo ideale; ed acquista efficacia – forma produttiva di effetti duraturi – quando tali strumenti entrano in simbiosi fra loro, interagendo virtuosamente nel perseguimento di prospettive realizzabili.

D’altronde, quelle che indico come passioni – forti cariche anche emotive indirizzate a finalità determinate – non nascono per pura volontà e decisione di singoli individui. Dobbiamo supporre che il fluido magmatico venga, in date fasi (storiche), attraversato da correnti incrociate che si vanno formando; esse si urtano fra loro, sollevando nello scontro una serie di increspature (onde) sulle più alte delle quali i vari agenti tentano di salire, in conflitto fra loro, per acquisire la posizione suprema (il potere maggiore).Lo ripeto: gli agenti sono obbligati a stabilizzare il campo del loro conflitto. Teorie (“intelligenza teorica”) e ideologie sono strumenti di tale modalità stabilizzante dell’azione; tanto più dati gruppi sono stimolati a forgiarli e a utilizzarli (divenendo effettivi soggetti agenti, nuclei direttivi secondo quanto ormai si è detto più volte) quanto più le correnti, formandosi, seguono precise direzioni incrociate di incanalamento dentro il fluido della “realtà” e sollevano creste (onde) via via più alte.

La fase storica attuale, ad es., mi sembra di preparazione alla formazione delle correnti; già esistono, ma spesso si confondono fra loro più che urtarsi e incresparsi, per cui anche gli agenti sono ancora informi, i gruppi si fanno e disfano con facilità. Quelli che sembrano già costituiti si muovono troppo scopertamente per i loro interessi materiali, privi di qualsiasi capacità di sollecitare passioni e di promuovere elaborazioni teoriche atte a solidificare e stabilizzare il campo del conflitto. Solo alcuni gruppi residuali mantengono simulacri di passioni e ragione analitica, di ideologie e formulazioni teoriche ormai cristallizzate, inerti, spesso anzi inputrefazione. E’ necessario dare per scontato che le modalità stesse secondo cui si costituiscono gli agenti (i nuclei direttivi) – proprio in quanto essi tendono a stabilizzare ciò che è incessante movimento allo stato fluido – comportano infine lacristallizzazione e la “morte” di passioni e ragione, di ideologie e teorie. E ne devono necessariamente sorgere di diverse, all’inizio in modo esitante, incerto, con frequenti mutamenti d’impostazione; e tuttavia si deve insistere nel nuovo cammino.

Altra conclusione necessitata è che non esistendo il soggetto in relazione ad un oggetto (comunque questa relazione vengapensata ed elucubrata), bensì sussistendo il conflitto incrociato tra molti agenti in un fluido magmatico, a periodi ricorrenti attraversato da correnti incrociate – sempre gli agenti (i gruppi, i nuclei direttivi, ecc.) saranno alla fine “delusi” dalla “realtà” che sono convinti di aver creato con la loro azione; è da qui che poi nascono lagnose autocritiche, sensi di colpa, ecc. E’ allora possibile dire (imprecisamente ma significativamente) che la Storia si è presa gioco della volontà, delle decisioni, dei desideri, di chi aveva combattuto per affermare una certa direzione di sviluppo della società. La delusione appartiene solo a coloro che ancora ragionano in termini di SOGGETTO AGENTE e di OGGETTO REALE da trasformare (o conservare). Nulla di più lontano da quanto si svolge nel conflitto tra più agenti, che solo in esso – e in mezzo ad un fluido in magmatico sobbollimento con periodiche onde in sollevazione più o meno alta e impetuosa e in direzioni variabili – agiscono; ma ognuno secondo determinate sue passioni e determinate sue “comprensioni della realtà”.  

             

6. Certuni però si lamenteranno: mancano i dominati, le masse oppresse, sfruttate, ecc. Tutti termini che vanno in certi casi utilizzati – direi di impiegare sempre meno oggi, almeno nei nostri paesi a capitalismo detto avanzato, quelli di oppressi e sfruttati – con la precisa consapevolezza che si tratta tuttavia della ben nota “notte in cui tutte le vacche sono nere”. La loro capacità orientativa è scarsa; solo alcuni “religiosi messianici” possono sentirli come termini ancora significativi. In realtà, certamente vi sono, nell’ambito delle diverse società – qualunque sia il criterio con cui delimitiamo le loro varie partizioni – gruppi minoritari di individui che hanno maggiori poteri di decisione in merito a scelte di più acuto impatto nelle società in questione; e nelle loropartizioni, sia in orizzontale (secondo date segmentazioni) che in verticale (cioè in quanto strati).

Tuttavia, per lunghi periodi storici e in date ampie partizioni della società, la presenza di maggiori poteri decisionali provocasoltanto conflitti minori, sempre riassorbibili e mutabili a seconda di specifiche contingenze. In specifiche fasi o congiunture, e con particolare impatto in alcune partizioni della società, si sollevano alte onde di conflitto che conducono a scontri acuti legati a sconnessioni e sconvolgimenti di speciale rilievo prodottisi in quelle partizioni. In tal caso appare più netta la divisione tra minoranze decisionali e maggioranze prive di simili poteri. E’ in queste ultime che si vanno accumulando correnti di forte tensione nate dal disagio, malcontento, senso di impossibilità di continuare la vita secondo i moduli fino ad allora seguiti, ecc. Si formano così le “masse”, perché è solo in simili condizioni di “movimento” che si può sensatamente utilizzare un termine simile, denotantetuttavia un ammasso informe di individui, un corpaccio collettivo acefalo, mosso da primitive e confuse passioni (dire aspirazioni mi sembra già tanto, le aspirazioni sono in realtà ingannevolmente attribuite alle masse da gruppi ristretti in agitazione al loro interno).

Senza dubbio, è solo in momenti simili che si vanno accumulando le energie necessarie a più “epocali” cambiamenti sociali (dei generi più svariati e cui non attribuire caratteri specifici fin dal primo momento). Tuttavia, si tratta di unenergia “libera”, sfrenata, priva di concentrazione sufficiente e di indirizzo significativo. E’ come l’energia che si scatena in un forte temporale; si dice che in un qualsiasi fenomeno atmosferico del genere si libera unenergia paragonabile a quella delle prime bombe atomiche. E’ energia che si sfoga nelle più svariate direzioni: o non provoca nulla oppure danni considerevoli a tutto ciò che essa investe. Per avere un senso costruttivo, l’energia deve essere incanalata; occorrono quindi condutture e l’arrivo a punti di sua presa. Per riferirmi solo a quella d’uso domestico, alla presa possono essere collegati strumenti vari: frigoriferi, televisori, aspirapolvere, computer e via dicendo. L’energia in sé conta poco, conta lo strumento (inventato e costruito da “qualcuno”) perraccoglierla e utilizzarla allo scopo di conseguire uno scopopreciso, quello per cui lo strumento è stato ideato e creato.

L’energia, liberatasi nel movimento da cui si formano le “masse”, o si sfoga in senso distruttivo oppure viene utilizzata dai gruppi già qui indicati quali nuclei direttivi, cioè gli agenti soggettivi che si muovono con costruzione di campi, disposizione delle forze in  campo, ecc. secondo quanto più volte sostenuto. I nuclei direttivi non si formano però dall’energia scatenatasi nella formazione delle “masse”; questa è mera immaginazione di intellettuali che conducono il “movimento” al disastro oppure èrozza ideologia imbastita da furfanti profittatori della situazione. I nuclei devono in qualche misura essersi già formati (questa fu la positività del partito bolscevico, anzi del suo gruppo dirigente); indubbiamente, per la loro formazione, è necessario che si siano create nel flusso magmatico del “qualcosa di reale a noi esterno” correnti in incrocio ed urto, con incresparsi di onde di una certa altezza. Sono comunque i nuclei direttivi ad innestare nella presa di corrente la spina di particolari apparecchiature, di dati strumenti operativi, destinati ad usi specifici per conseguire finalità determinate. I gruppi costituenti detti nuclei, gli agenti soggettivi, già lo sappiamo, utilizzano teorie e ideologie, ragione analitica e passioni, per indirizzare l’energia verso la realizzazione di quelle finalità.

Manca tuttavia un anello: la corrente può arrivare alla presa, cui si innesterà la spina della strumentazione, attraverso fili conduttori. E’ qui che nella concezione leninista del partito – secondo cui l’avanguardia nasceva comunque ACCANTO alle “masse proletarie”, non certo “spontaneamente” da esse – si era pensato al formarsi dei fili conduttori in quanto anello di congiunzione tra l’energia scatenata dal “temporale di massa” e la presa cui si doveva innestare l’azione della suddetta avanguardia. Tale anello, come già ebbi modo di dire in un vecchio articolo del 1970, era rappresentato dagli elementi più coscienti del “proletariato”, identificato, lo ricordo sempre, con la “classe operaia” (nel senso stretto del termine, non il “lavoratore collettivo cooperativo”, coordinamento di mansioni direttive ed esecutive).

Oggi, si è dimostrato – innanzitutto storicamente ma poi, almeno per quanto mi riguarda, anche come coscienza teorica del problema – l’essenziale (“strutturale”) NON RIVOLUZIONARIETA’ della, solo presunta, “classe” operaia; esistono gli operai, certo, non la classe così come la intendeva Marx in base ad una precisa, e scientifica, analisi fondata sulla proprietà (controllo) o non proprietà delle condizioni oggettive della produzione, sulla teoria del valore e plusvalore, ecc. Ecco perché chi oggi riduce Marx ad un filosofo non rivivifica l’opera di quel pensatore, per la sua epoca rivoluzionario. Costui se ne serve soltanto per le sue fissazioni di intellettuale fuori della realtà, unita all’ambizione di una carriera universitaria costruitacivettando con la rivoluzione; in attesa di crescere, di età e di potere accademico, per accedere a ben altre cariche concesse agliideologi dei gruppi dominanti.

Con il fallimento della “rivoluzione proletaria” – non della “Rivoluzione d’Ottobre”, che ha prodotto effetti rilevantissimi nel mondo, pur se non quelli voluti dagli agenti soggettivi, dai nuclei direttivi della presunta classe operaia – il fluido magmatico della realtà sembra oggi più quieto ed uniforme, non attraversato da quelle correnti incrociate di cui ho parlato. Per questo, il sottoscritto e i suoi collaboratori hanno deciso di abbandonare le cariatidi, le ossificazioni, di un morto passato, assumendo posizioni del tutto provvisorie – ma di una provvisorietà supposta piuttosto lunga in termini storici – al fine di instaurare, ove possibile, un dialogo con altre forze che si riallacciano intanto alla prospettiva di mutare le attuali configurazioni internazionali che vedono il nostro paese in una avvilente posizione subordinata agli Stati Uniti e ad una UE servile verso il vecchio establishment di tale potenza predominante. E’ stata presa, con la dovuta cautela, questa strada perché quella di una società “globale”, basata sulla mera “libertà dei commerci”, unita alla generica e informe “multiculturalità” (per questo la “destra” liberista si confonde con il falso “progressismo buonista della “sinistra”), è solo il passepartout della predominanza statunitense.

Come intuizione, ma sempre da accettare con cautela, pensiamo che le nuove correnti incrociate, e in urto crescente nel fluido magmatico della realtà, andranno prendendo forma in quel coacervo di strati e segmentazioni sociali, tuttora molto confuso e non troppo conosciuto, indicato con il termine di “ceti medi” giustamente definito un “concetto-ripostiglio”. Non intendo dire di più, altrimenti parlerei a ruota libera. Ho solo fatto qui un inizialetentativo di liberare il campo dai cadaveri di morte concezioni, che non sono solo quelle di mia personale appartenenza (marxismo e comunismo), bensì, e direi ancora peggiori, purequelle degli ideologi dei “dominanti”, dei “decisori”, ormai gruppi di zombi, purtroppo però tutt’altro che vicini a trovare i loro seppellitori. Sono questi a imperversare nel mondo, e lo faranno ancora a lungo, almeno secondo le possibili previsioni.                      

 

BASTA CON L’ECONOMICISMO, CONSAPEVOLE SCELTA REAZIONARIA (di GLG)

gianfranco

Si ha la netta sensazione, a mio avviso del tutto esatta, che si confonda continuamente la giusta e irrinunciabile polemica contro l’economicismo con la critica – consapevolmente rifiutata da chi difende quest’“ordine costituito” – di ogni tipo di analisi che abbia un carattere strutturale, analisi che è stata invece l’elemento di forza di teorie del tipo di quella di Marx.

L’economicismo prende sovente la forma che Marx definì <<feticismo delle merci>>, con la sostituzione dei rapporti tra cose (nel capitalismo le merci) ai rapporti tra uomini. In senso lato, si può secondo me parlare di economicismo quando tali rapporti interumani vengono nascosti da quantità definite economiche quali prezzi, profitti, quote di mercato, transazioni finanziarie, saggi di interesse e via dicendo. Un ragionamento fra i più banali in tal senso è, ad esempio, il seguente (usato perfino da certi pseudo critici del capitalismo): <<nell’anno 0 l’x% della popolazione possedeva l’y% del reddito nazionale (o magari del patrimonio nazionale, ecc.); nell’anno 0+t lo stesso x% ne possedeva l’y+z%>>. Se ne trae allora la conclusione di una evidente iniquità del tipo di società che consente una simile maldistribuzione della ricchezza, di un altrettanto evidente sfruttamento dei “miseri” da parte dei più “ricchi”, con il corollario (di un tempo ormai lontano) che si avvicinerebbe l’ora della ribellione dei primi.

E’ meglio poi non diffondersi sull’attuale mito delle quotazioni di Borsa, vista come “Dio” benefico (tutti avrebbero l’opportunità di arricchirsi) o come dominio del “Maligno” (si approssima una crisi spaventosa con grandi sofferenze per intere popolazioni). Oggi è assai di moda lo spread o ci si inchina ai giudizi di sedicenti società di rating (due americane e una inglese), veri organi di manovra politica da parte dei predominanti, attuata con la falsa obiettività delle cifre ottenute mediante calcoli ben adattati alle esigenze dell’inganno da perpetrare a danno di coloro che accettano la subordinazione ai prepotenti. Si tratta di rozzezze e grossolanità dal punto di vista di un corretto atteggiamento sia teorico che pratico; tuttavia, i loro propalatori si servono di media asserviti appunto alle esigenze di precisi paesi e gruppi dominanti. E altri gruppi di subordinati, che accettano per interesse questa loro condizione di dipendenza, si fanno essi pure diffusori di simili menzogne, avendo a disposizione tutti i mezzi per far accadere gli eventi drammatici profetizzati.

In realtà, simili considerazioni hanno la valenza e profondità di quelle di un individuo che viva sempre chiuso in una stanza e pensi all’intero mondo come ad una superficie piatta del tutto simile al pavimento della stessa. Ben diverso è il caso quando uno studioso serio dei rapporti tra uomini in una data società non si limita a trattarli alla stregua di interazioni tra individui prive di una qualsiasi strutturazione dell’insieme. Ad es., il concetto marxiano di modo di produzione definisce una intelaiatura, una mappa, di rapporti sociali, sia pure a grana grossa, che tende a mettere in luce alcune determinazioni decisive di date società (detto ancor meglio: di date forme di società o formazioni sociali).Detta intelaiatura, a mio avviso, non è la “riproduzione” (una sorta di fotografia) dei rapporti sociali secondo la loro presunta struttura “reale” in dati periodi storici, bensì una costruzione teorica che tende a mettere ordine nel caos delle innumerevoli interrelazioni tra i soggetti componenti la società in diverse epoche (e fasi di un’epoca) storiche. La teoria tenta di decifrare inoltre quali di simili interrelazioni sembrano essere le più decisive, le più influenti sulle dinamiche di quella data società; e si cerca di formulare qualche ipotesi circa la direzione di movimento e trasformazione della stessa.

Nessuna ipotesi teorica che metta ordine può tuttavia essere definita se non si parte dal riconoscimento che, nella interazione reciproca tra i molti soggetti componenti la società, si sono andati formando quelli che vengono definiti “ruoli” (le caselline della struttura pensata appunto come la più idonea a “mettere ordine”). E’ inoltre indispensabile trascegliere quelle che si suppongonoessere le principali funzioni svolte dai vari ruoli (e quindi dai soggetti che li occupano). Da questo punto di vista, il costrutto marxiano di modo di produzione trasmette le seguenti informazioni: a) l’esistenza di una struttura di ruoli e di relazioni tra ruoli, occupando i quali gli agenti formano delle classi (grossi raggruppamenti) sociali; b) la conseguente esistenza di funzioni cui sono adibiti tali agenti delle diverse classi, di alcune delle quali si può predicare l’essere dominanti e di altre l’essere dominate (eventualmente con l’indicazione di una serie di gradini intermedi) in relazione alle decisioni riguardanti sia gli assetti(economici, politici, ideologici, ecc.) di quella data formazione sociale sia le dinamiche di riproduzione o trasformazione degli stessi.

In mancanza di uno “schema d’ordine” – e il concetto di modo di produzione tale voleva essere – tutti i discorsi sulla società si fanno generici, confusi, rinviano ad erratici (casuali) flussi di potere o ad una sorta di psicologia degli agenti o ad una loro formazione ideologico-culturale di incerta derivazione senza “base” alcuna; ci si limita ad una serie di riflessioni di tipo sociologistico e/o politicistico, non certo ininteressanti, ma che senza dubbio risentono troppo fortemente delle preferenze e predisposizioni dei loro autori. Per questi motivi, sono contrario a ritenere ogni discorso (eminentemente teorico) intorno alle strutture (di ruoli e funzioni) come puramente affetto da un appesantimento d’ordine economicistico o, in altri casi, definito spregiativamente scientista. L’essere scientificamente rigorosi è un pregio, non un orpello fastidioso e da gettarsi alle spalle. So che è molto impegnativo e difficile – e bisogna perderci molto tempo, è necessaria la “lenta” riflessione e non la “meccanica” prontezza di riflessi, che spinge spesso all’improvvisazione – ma è l’unico modo per giungere più a fondo nella critica ai gruppi sociali, di vario ordine e grado, che si ergono a difesa dell’attuale struttura di rapporti tra dominanti e dominati. Anche la semplice lotta culturale – che da sola non è comunque sufficiente a rovesciare quel sistema di rapporti di potere – viene in ogni caso rafforzata da una rigorosa analisi dei sistemi sociali (di ruoli e funzioni).

E’ bene tuttavia ricordare che nell’attuale fase storica, di intenso sviluppo soprattutto tecnologico, si arriva spesso ad una deformazione parossistica del significato della scienza. Quest’ultima si fonda su ipotesi – nate appunto dall’esigenza di semplificare la realtà e di renderla idonea allo sviluppo di un agire nel mondo perseguendo determinate finalità – che non devono affatto essere fatte passare come una autentica e ormai esaustiva rappresentazione del complessivo mondo nel cui flusso siamo immersi. Le ipotesi sono e devono essere sempre così ritenutesemplici schemi d’ordine che, in un certo senso, fissano la realtà, la sua struttura e la sua dinamica, che sono invece eminentemente mutevoli, cangianti. Lo dobbiamo fare per agire, altrimenti ci perdiamo nel flusso degli eventi e siamo semplicemente travolti dal loro susseguirsi, di cui non siamo in grado di cogliere le infinite sfumature. Guai però se il presunto scienziato dichiara che quella data ipotesi è una certezza (“matematica”). Costui non ha nulla a che vedere con la scienza, ma solo con la prepotenza ideologica di una classe dominante (o di sue varianti interne) in crisi, in pericolo di perdita del potere. Gli “scienziati” diventano allora i moderni sostituti delle caste sacerdotali di tempi assai antichi, in cui erano il supporto dei gruppi dominanti; e spesso tendevano anche a sostituirsi a questi nei momenti di particolare crisi di quella formazione sociale. Questo tipo di scienza va disprezzato e combattuto e i suoi “alfieri” messi alla gogna, trattati da semplici ciarlatani.

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Venendo al dunque e a più modeste e attuali questioni, quando manifesto idiosincrasia per la “sinistra”, si fraintende spesso il mio discorso, prendendolo per umorale. Se si leggesse attentamente quanto scrivo in tema di ipotesi relative alle diverse frazioni di dominanti e alle loro funzioni riproduttive dell’odierno, terrificante, (dis)ordine sociale, ci si renderebbe conto di quanto la mia idiosincrasia per questa miserabile e meschina “marmaglia” politica sia tributaria di un’analisi del tutto realistica degli spregevoli servizi che essa rende alle frazioni dominanti in paesi asserviti ad una potenza predominante. La “sinistra” è un vero cancro o, se preferite, un’infezione che, lasciata agire, porterà alla dissoluzione dell’intera nostra società. Contro simile catastrofico pericolo non si è ancora in grado di far sorgere una forza politicacapace di espellerla dal consesso civile, di eliminarla da ogni possibile intervento nelle decisioni di paesi che intendano riconquistare una loro autonomia. Ci sono alcuni movimenti politici, ormai intossicati da una sedicente democrazia basata sul “mercato elettorale”, che credono di batterla appunto con il voto. Così essa continua ad esistere e a spargere i suoi veleni dissolutori. Occorrerebbe invece asportare del tutto le cellule cancerogene, usare un disinfettante di potenza risolutiva, in grado di cancellare questa “malattia”. La mia, dunque, non è idiosincrasia, è consapevolezza del pericolo di totale distruzione del nostro modo di vita, delle nostre tradizioni e cultura, ad opera di agenti che sembrano agire alla guisa di Sansone: se moriamo noi, facciamo crepare anche gli altri, distruggiamo l’intero consesso sociale.

Ancora molto tempo fa, alla fine degli anni ’60 del secolo scorso – nel mio periodo ancora pre-althusseriano e pre-bettelheimiano – scrissi due articoli (in “Ideologie” e nel “Che fare”, rivista diretta da Francesco Leonetti), in cui delineavo la progressione futura del Pci in quanto organizzazione in progressiva (e certo lenta data la “base operaia” del partito”)rappresentanza e “servizio” di quella che designavo allora ancora come “borghesia monopolistica”. Al di là della rozzezza di un’argomentazione ancorata alla tradizione (si tratta del resto diquasi mezzo secolo fa), feci una previsione molto in anticipo sui tempi, ma potei formularla in base ad un’analisi, pur ancora rudimentale, che non esito a definire fondamentalmente scientifica, anche se certo con i termini e l’intelaiatura teorica (marxista) di quei tempi. Qualsiasi analisi di superficie, culturalistica e quasi psicologistica, conduceva gli altri critici del capitalismo a parlare, al massimo, di “deviazione” piccolo-borghese del Pci e cose del genere. Aggiungo che subito dopo il mio ritorno dalla Francia (andai appunto a seguire Bettelheim e la scuola althusseriana frequentando l’EPHE a Parigi nel 1970-71), mi accadde un fatto ebbi un contatto ben rilevante per un “viaggio”, che poi mi rifiutai di intraprendere perché lo pensavo più pericoloso di quanto poi capii essere in realtà – che mi lasciò molto “pensoso” e un po’ sbalordito. Solo pian piano, negli anni successivi, riuscii da quell’evento ad afferrare che dovevano essere in atto alcuni contatti di un “certo tipo” per favorire, in modo coperto e prudente, il passaggio di campo del Pci verso l’atlantismo, processo che conobbe un momento “più scoperto” nel ’78 con il viaggio di un suo notevole esponente negli Stati Uniti, in concomitanza con la “faccenda” Moro (in possesso, ne sono convinto, di documenti, finiti chissà dove, comprovanti gli intendimenti di “nuove alleanze internazionali” di quella direzione del Pci).

Non intendo tediare oltre il lettore. Invito però tutti quelli che leggeranno queste poche pagine a meditare sull’uso a volte pretestuoso che viene fatto di polemiche contro l’economicismo, lo scientismo, ecc. Bisogna seguire attentamente l’evolversi dei fatti “reali”, ma non l’interpreteremo mai nel suo, almeno realistico (non proprio REALE), andamento e nel suo significato effettivo se non si è intenzionati ad assumersi la fatica e anche il tedio della “fredda” scienza. La si smetta di rincoglionirsi solo con internet, con i telefonini e altre novità tecnologiche, in evoluzione sempre più veloce in modo da far perdere a chi la segue ossessivamente ogni capacità di mettere per alcune ore il culo sulla sedia, leggendo vari documenti, ma essendosi preparati a capirli e inquadrarli nel loro significato per nulla affatto trasparente come sembra a prima vista. Si tenga inoltre presente che nelle scienze sociali non vi sono laboratori con provette e reagenti o acceleratori di particele o telescopi giganti, ecc. Lo scienziato sociale nemmeno può fare la verifica delle sue teorie mediante impegno diretto e immediato in tutte le situazioni (nei vari periodi storici e nei vari luoghi geografico-sociali) di cui ipotizza le strutture e dinamiche evolutive.

E’ ora di smetterla con l’ossessiva alimentazione della sola prontezza di riflessi. E’ ormai sempre più necessario riprendere ad allenarsi con la lenta riflessione, con il montare e smontare diverse ipotesi, senza innamorarsi di una soltanto d’esse per la noia di pensare. E anche quando si è divenuti molto convinti di una, se ne devono cogliere le sempre non poche sfaccettature e angolazioni dei punti di vista che esse consentono e anzi spesso impongono. E ricordiamoci pure che nel lottare per una causa non c’è sempre bisogno di mettere bombe e commettere atti molto spesso più che altro negativi. E’ anche utile far funzionare il cervello che ha la straordinaria capacità di immaginare strutture “architettoniche” in grado di mappare, di ordinare semplificando, il “territorio” (sociale non meno di quello naturale) in cui siamo costretti a muoverci, cercando di accrescere l’efficacia delle nostre azioni. E’ un discorso che non termina certamente qui.  

 

GIANFRANCO LA GRASSA: DISCUSSIONE SU MARX (10 PARTI)

gianfranco

Vi presentiamo le discussioni di La Grassa su Karl Marx. Le “lezioni” approfondiscono molti temi sviluppati in questi anni dal pensatore  veneto sulla teoria marxiana, non per ristabilire la “verità” su quel che Marx avrebbe detto esattamente ma per eliminare i troppi fraintendimenti che ancora oggi obnubilano il nucleo essenziale dei suoi studi sul capitalismo a matrice inglese. Tali errori forniscono una cattiva interpretazione del passato e si ripercuotono anche sulla comprensione del presente che, invece, necessita di un nuovo apparato categoriale di riferimento per essere inteso nei suoi elementi essenziali. Seguire l’esempio di Marx vuol dire proprio far progredire la scienza sociale, superando i dogmatismi e i preconcetti, soprattutto quelli di un marxismo ormai ossificato e lontano dalla realtà. La Grassa opera questo tentativo individuando gli elementi decisivi per Marx e quanto si è, invece, sviluppato antiteticamente alle sue ipotesi predittive.

 

 

 

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