A CENTOCINQUANT’ANNI DAL “MANIFESTO” COMUNISTA

gianfranco

Questo testo è stato per l’essenziale scritto nel dicembre 1997. E’ stato poi presentato l’anno successivo con qualche correzione (in specie di nota) all’importante Convegno Internazionale di Parigi dedicato al 150° anniversario del Manifesto marxiano del 1848. Il caro amico Jacques Texier (di “Actuel Marx”) – già scomparso da qualche anno con mio vero dolore – lo tradusse in francese per il libro che uscì poco dopo con un buon numero degli interventi fatti a quel convegno. Prendetemi pure per presuntuoso, ma mi sono inorgoglito rileggendolo a distanza di oltre 22 anni. Chiunque sappia qualcosa del dibattito marxista svoltosi fino ad oggi potrà rendersi conto di quanto fossi già piuttosto avanti, in quell’epoca abbastanza lontana, nel ripensare una teoria che considero essenzialmente scientifica proprio perché corrisponde a ciò che è la scienza nel suo necessario e continuo sviluppo mediante rilevanti modifiche del precedentemente pensato ed elaborato. Invito soprattutto i giovani amici a leggersi il testo e a ripensare la necessità di andare ancora più avanti, sempre più avanti.  

di Gianfranco La Grassa

1. Chiunque torni oggi alla lettura del Manifesto del partito comunista di Marx-Engels, scritto tra il dicembre del 1847 e il gennaio dell’anno successivo, non può a mio avviso non ricavarne una duplice e contraddittoria sensazione: di un documento insieme moderno e segnato ormai irrimediabilmente dal lungo periodo trascorso da allora, periodo in cui si è consumata la vicenda di un movimento comunista spesso grandioso, e che ha prodotto effetti storici rilevanti e per l’essenziale positivi, per poi entrare nel lungo tunnel di un poco edificante declino, in effetti irreversibile già ben prima della sua indecorosa fine, sanzionata dagli avvenimenti dei recenti anni 1989-91.

Folgoranti sono, ad es., le pagine del Manifesto in cui si parla della mercificazione generale di ogni aspetto della vita sociale nonché di quella personale, quando anche la virtù, l’onore, la dignità, ecc. diventano sempre più oggetti di scambio, quando il calcolo in denaro travolge progressivamente ogni residua resistenza morale. Assolutamente moderne appaiono le pagine dedicate alla succinta illustrazione della diffusione del capitalismo, all’estensione irresistibile del suo mercato a livello mondiale, dove sembra di leggere – ma con intento critico e non di glorificazione – le più recenti esaltazioni della globalizzazione capitalistica, del superamento delle funzioni degli Stati nazionali (comunque a base territoriale), ecc.

A questo proposito, è anzi bene imparare la lezione del Manifesto, poiché indubbiamente già a quel tempo Marx ed Engels erano convinti che lo sviluppo capitalistico avrebbe ben presto esaurito la fase dei nazionalismi; l’unione internazionale dei proletari, dei lavoratori, era vista non come un qualcosa da semplicemente propagandare e costruire, facendo affidamento sulla mera forza delle idee e sulla volontà di riscatto sociale delle masse (e dei loro “illuminati” ispiratori), bensì come un risultato del processo di completa internazionalizzazione del modo di produzione capitalistico e delle sue dinamiche riproduttive. Malgrado il primo, e anche lungo, periodo di sviluppo di un movimento operaio internazionale, e in particolare del movimento comunista internazionale, alla fine si è visto di quanto egoismo nazionale, di quante ristrette e localistiche interpretazioni del socialismo e comunismo (o quanto meno della cosiddetta emancipazione del mondo del lavoro), di quanta unità formale e divisione reale, fosse intessuta l’ideologia di tali movimenti, che solo raramente hanno collaborato con effettiva unione di intenti.

Questa è stata anzi una delle più grandi delusioni dei comunisti, nata da un decisivo e radicale errore di previsione (che dipende, evidentemente, da altri e più gravi, di cui tratterò più avanti). E’ però abbastanza curioso che oggi proprio quelli che in tempi non lontanissimi (e alcuni anche attualmente) non mettevano minimamente in dubbio le affermazioni “internazionaliste” di Marx ed Engels, e poi via via di quasi tutti gli altri comunisti successivi, in riferimento al movimento dei lavoratori, siano i più entusiastici propagandisti, o almeno i più convinti assertori, della internazionalizzazione del capitale e dei suoi agenti. Non sono più i proletari, gli operai (la Classe per antonomasia), i lavoratori salariati, ad essere internazionalisti (e questo è purtroppo vero); sarebbero i capitalisti, i grandi imprenditori industriali e finanziari ad essere “transnazionali”, cosmopoliti, e questo può essere vero superficialmente, per certi aspetti individuali, non sufficienti però a recidere determinate radici, anche (non dico solo) nazionali o comunque territoriali, del capitale, delle sue varie unità produttive, dei suoi differenti sistemi economici, in reciproca competizione nelle diverse aree mondiali.  

2. Eguale sapore di modernità e, nel contempo, sensazione di un tempo ormai passato trasmette la lettura della terza parte del Manifesto, riguardante le varie classificazioni dei socialismi e comunismi premarxisti; sarebbero comunque da rileggere certe succinte e secche affermazioni sul socialismo di ascendenza cristiana e sul socialismo tedesco o “vero” socialismo e sugli altri. Importantissima è la parte che riguarda il socialismo e il comunismo utopici, poiché pur riconoscendo ad essi la capacità di formulare critiche anticapitalistiche basate su una individuazione spesso acuta, e per gli autori del Manifesto talvolta anche corretta, dei caratteri specifici della formazione sociale moderna, viene nettamente ribadito che il comunismo non può affermarsi in base a precetti astratti, al puro appello al desiderio di giustizia e di moralità degli uomini, al presunto loro sentirsi tutti fratelli (più o meno fortunati e dotati di maggiori o minori mezzi materiali a sostegno dei loro differenti tenori di vita), per cui la predicazione del comunismo – e la dimostrazione pratica della sua possibilità e bellezza attraverso l’esempio di piccole comunità (del tipo dei “falansteri” di Fourier, delle “colonie in patria” di Owen, dei cabetiani progetti di comunità comuniste in America, ecc.) – avrebbero permesso la progressiva, e pacifica, instaurazione del comunismo stesso, anche “in mancanza di quelle condizioni materiali della sua [del proletariato, comunque, e non di tutti gli uomini in generale; ndr] emancipazione, le quali non possono essere che il prodotto dell’epoca borghese”.

E’ invece proprio alla presenza di queste condizioni materiali, al loro sviluppo concomitante e intrinseco a quello del modo di produzione capitalistico, che fa riferimento il Manifesto, che per questo indica come scientifico il socialismo e il comunismo in esso preconizzato, previsto appunto come sbocco dello sviluppo di detto modo di produzione e delle sue forze produttive che in esso vanno sempre più socializzandosi ed entrando in contrasto insanabile con i rapporti di produzione (di appropriazione privata dei prodotti) tipici del capitalismo. Nel Manifesto, insomma, si dispiega pienamente la concezione fondamentale di Marx ed Engels, che già alcuni anni prima (1845) avevano scritto: “Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente [il modo di produzione capitalistico e le sue dinamiche di sviluppo, che si presumeva andassero socializzando in misura crescente le forze produttive; ndr]”.

Questo sembra essere il punto principale sul quale intenderei soffermarmi: il socialismo e comunismo marxista – come più tardi indicherà Engels nel suo volumetto dal titolo significativo: L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza – non intende fare prediche agli “uomini di buona volontà”, pretende invece di avere scoperto le “leggi” che presiedono allo sviluppo delle società umane; ma in modo del tutto particolare pensa di avere individuato nella società a modo di produzione capitalistico l’ultima forma di società divisa in classi antagonistiche – di cui l’una, minoritaria, sfrutta l’altra, quella maggioritaria, vivendo del plusprodotto (nella forma societaria capitalistica espresso come plusvalore) da quest’ultima creato – poiché la classe in essa sfruttata, essendo stata separata dal, ed espropriata del, possesso di tutti i mezzi di produzione, non può più ribellarsi ed emanciparsi dallo sfruttamento se non eliminando ogni e qualsiasi forma di proprietà di detti mezzi, che ne affidi il potere di disporre, l’uso, ad una parte soltanto della società. La classe sfruttata nel capitalismo non potrà che avocare alla collettività tutta tale proprietà, con ciò eliminando ogni possibilità di sfruttamento degli uni da parte degli altri e creando così, per la prima volta nella storia (a parte il caso di società umane ancora assai primitive, non a caso “preistoriche”), una società senza più classi e antagonismi tra classi.

Si tratta di capire quali sono le condizioni materiali, sviluppate dallo stesso modo di produzione capitalistico, che consentirebbero la trasformazione (rivoluzionaria) della società capitalistica in società comunista. Il marxismo ha sempre insistito sulla “socializzazione delle forze produttive”, riferendosi appunto principalmente a quelle dette materiali. La prima questione che viene subito in evidenza è quella legata al passaggio alla manifattura e poi alla grande industria basata sulle macchine e su tecnologie sempre più complesse e produttive. Tale trasformazione è d’altronde immediatamente connessa alla separazione del lavoro intellettuale (le potenze mentali della produzione) da quello manuale, prima intimamente uniti nel lavoro dell’artigiano; nonché alla divisione del processo lavorativo in operazioni sempre più minute, il cui sincronico coordinamento soltanto – che implica contemporaneamente la riunione negli stessi luoghi di lavoro di decine, e poi centinaia, e poi migliaia, di operai – permette la produzione dei diversi prodotti-merce. Il coordinamento in oggetto è nell’industria affidato appunto alle macchine, alla tecnica, che è la concretizzazione, il “precipitato”, del processo di crescente simbiosi tra scienza e produzione (attività lavorativa di trasformazione); e nella produzione meccanizzata, tecnicizzata, il lavoro umano socialmente combinato trova un potenziamento mille e mille volte superiore a quello della somma dei singoli lavori individuali.

La socializzazione implica inoltre il collegamento di sempre più vaste zone del mondo fra loro (fino poi a coinvolgere il mondo stesso nella sua interezza), per cui ogni dato prodotto, in ogni data unità produttiva dislocata in ogni data località geografica, ha bisogno per la sua produzione di sempre più numerosi prodotti di altre, e sempre più numerose, unità produttive dislocate in aree mondiali sempre più lontane e sempre più ampie. Il collegamento in questione, tra molte unità produttive in molte parti del mondo, è nel capitalismo attuato per mezzo della rete degli scambi mercantili. L’idea centrale del Manifesto, ma poi di tutto il marxismo, è che l’ampliarsi del mercato – implicante, per la sua crescente generalizzazione, la vendita in forma di merce della forza lavoro e costituito da un sempre più fitto intrico di relazioni conflittuali, competitive, tra le diverse unità produttive capitalistiche – si fonda sia sull’aumento continuo della classe operaia, poiché molti piccoli proprietari precapitalistici e poi anche molti capitalisti falliscono cadendo nel proletariato, e pochi centralizzano nelle loro mani la proprietà dei mezzi di produzione, sia sulla crescita dello sfruttamento (della estrazione di plusvalore, in specie relativo) e sull’impoverimento, soprattutto relativo, di tale classe, costituita inoltre in misura sempre maggiore da individui spossessati delle loro attitudini lavorative professionali, ridotti sempre più a lavoro generico, privo di particolare qualificazione (e dunque di infimo valore in quanto merce); una massa di individui, insomma, sempre più simili fra loro quanto a condizioni e abitudini di vita, a mentalità, a cultura, a “presa di coscienza” della loro inferiorità sociale provocata dallo sfruttamento capitalistico, ecc.  

Lo sviluppo del modo di produzione capitalistico spinge dunque al superamento di se stesso in direzione del socialismo e comunismo; certamente non si può sostenere, con ferreo determinismo, la necessità del passaggio (transizione) al modo di produzione comunistico, ma indubbiamente le condizioni di possibilità di una sua affermazione sono, per Marx ed Engels, oggettivamente contenute nei processi da cui è caratterizzato il movimento autoriproduttivo dei rapporti sociali dominanti nel capitalismo. Quanto appena affermato non cancella affatto l’esigenza della rivoluzione proletaria, ma quest’ultima è solo la “levatrice di un parto”, che a un certo punto diventa già maturo nelle viscere stesse della società del capitale. I meccanismi di sviluppo di quest’ultima – centralizzazione dei capitali, restringimento dello strato sociale dei proprietari capitalisti e forte estensione invece del proletariato, contraddistinto al suo interno da una sempre maggiore uniformità delle condizioni di vita e di lavoro e da un comune senso di appartenenza di “classe” (se non addirittura da una comune “coscienza di classe”) – prepara, forgia, il soggetto della rivoluzione contro il capitale; e a un certo punto dovrebbe “suonare l’ultima ora della proprietà privata capitalistica” e “gli espropriatori dovrebbero essere espropriati”. Nel suo sviluppo, perciò, il modo di produzione capitalistico riprodurrebbe, rafforzandolo, il dominio della classe borghese e nel contempo, contraddittoriamente, preparerebbe e rafforzerebbe anche il suo antagonista storico e il suo affossatore: il proletariato rivoluzionario.

3. Come ben si vede, dalle condizioni materiali relative alla socializzazione crescente delle forze produttive siamo passati a quella condizione “soggettiva” rappresentata dalla formazione della classe antagonista del capitale, cui sarebbe affidato il compito della rivoluzione per l’emancipazione generale della società da una qualsiasi forma di sfruttamento, per l’affermarsi cioè del comunismo, di una società senza più classi.

Questa condizione soggettiva non dipende però certo, per Marx ed Engels, da una predicazione di buoni sentimenti, dall’appello ad esigenze di giustizia, di solidarietà, di fratellanza di “tutti” gli uomini (senza distinzione di classi di appartenenza), ma è invece anch’essa un portato oggettivo del movimento di riproduzione dei rapporti di produzione capitalistici. D’altra parte, senza questo presupposto, senza cioè la formazione del soggetto agente nella rivoluzione anticapitalistica, la semplice socializzazione delle forze produttive (le cosiddette condizioni materiali) non potrebbe conseguire alcun risultato trasformativo della società. Delle due l’una: o si pensa che lo sviluppo di dette condizioni materiali crea la possibilità della trasformazione rivoluzionaria, ma poi, per realizzare quest’ultima, si crede sia sufficiente fare appello alla coscienza degli uomini (in generale) affinché essa si adegui alla crescente socializzazione delle forze produttive; oppure detta possibilità può concretizzarsi solo se, contemporaneamente, lo sviluppo capitalistico forma anche (oggettivamente) i soggetti antagonisti, gli agenti del suo superamento. E’ questa seconda via quella pensata, ipotizzata, dai fondatori del marxismo; ed è per questo che essi pretesero essere la loro teoria un “socialismo scientifico” e non più utopico.

E’ proprio su questo punto che è necessario concentrare l’attenzione perché qui ci si rende conto, purtroppo, di quanta acqua è passata sotto i ponti da allora. D’altronde, è bene essere chiari: non si può tornare indietro, non si deve credere in un comunismo “cristiano”, miserabilista, solidaristico, da “predica della domenica”, da comunità di fedeli (in realtà da caserma, così come è stato quello affermatosi nel ‘900 in vari paesi a basso grado di sviluppo, non solo produttivo ma anche sociale, e che è stato poi quello propagandato come il “Nuovo Paradiso” da tutti i partiti comunisti). Se lo sviluppo oggettivo del sistema capitalistico non produce, per dinamiche sue intrinseche, i soggetti della rivoluzione in direzione del comunismo, è meglio lasciare alla “Storia” il compito di trovare le sue originali vie di trasformazione dell’attuale società, anche se magari il risultato non sarà la società senza più classi antagoniste, la fine di ogni sfruttamento, l’emergere dell’“uomo nuovo”, ecc.

Nel Manifesto, comunque, il soggetto della rivoluzione comunista sarebbe il proletariato. In una nota di Engels all’edizione inglese del 1888 si chiarisce che “per proletariato si intende la classe degli operai salariati moderni, che, non possedendo nessun mezzo di produzione, sono costretti a vendere la loro forza-lavoro per vivere”. E’ dunque evidente che, in questo contesto, i fondatori del “socialismo scientifico” pongono nella sostanza come sinonimi proletariato, classe operaia e lavoro salariato. Naturalmente, si deve dare per presupposta l’ormai avvenuta scissione tra potenze mentali della produzione e lavoro semplicemente manuale (e, in generale, meramente esecutivo). I rivoluzionari sono quindi, oggettivamente e potenzialmente, i lavoratori manuali salariati, in particolare quelli della grande industria basata sulle macchine. L’idea fondamentale di Marx ed Engels è che lo sviluppo industriale (accompagnato dai processi di centralizzazione del capitale) scinderà, tendenzialmente, la società in due blocchi nettamente distinti e contrapposti: un numero sempre minore di capitalisti proprietari ed una massa sempre crescente di operai.

Si formano evidentemente delle figure sociali intermedie; basti pensare ai “sottufficiali e ufficiali” della gerarchia di fabbrica. Inoltre “non appena l’operaio ha finito di essere sfruttato dal fabbricante e ne ha ricevuto il salario in contanti, ecco piombar su di lui gli altri membri della borghesia, il padrone di casa, il bottegaio, il prestatore a pegno, e così via”. Tuttavia, più in generale, “quelli che furono sinora i piccoli ceti medi, i piccoli industriali, i negozianti e la gente che vive di piccola rendita, gli artigiani e gli agricoltori, tutte queste classi sprofondano nel proletariato…”.

L’idea centrale del Manifesto è comunque ben chiara e definita: i rivoluzionari sono fondamentalmente gli operai, i proletari, l’esercito (crescente) dei lavoratori manuali dell’industria. E lo sono perché l’industria, come già considerato, si esercita in fabbriche di sempre maggiori dimensioni che – sia  nel loro complesso sia, e questo appare decisivo, fabbrica per fabbrica – impiegano masse crescenti di lavoratori salariati. L’applicazione sempre più estesa della scienza alla produzione, cioè la crescente dimensione degli apparati tecnologici impiegati in fabbrica, espropria i lavoratori delle loro conoscenze specifiche e li rende sempre più omogenei gli uni agli altri. La loro riunione a centinaia e migliaia nello stesso luogo di lavoro, la sorveglianza, l’addestramento e la rigida disciplina quasi militari, i ritmi lavorativi sempre più intensi e tuttavia caratterizzati da crescente monotonia e ripetitività, la vicinanza e contiguità dei posti di lavoro che consente agli operai di scambiarsi opinioni e manifestarsi reciprocamente il loro scontento per condizioni di lavoro e di vita sempre più simili, miserabili e squallide, renderebbero oggettivamente questa classe l’antitesi, la negazione più radicale, della moderna forma storica di società (della storicamente specifica formazione sociale capitalistica).

Al di là della previsione, rivelatasi errata, di una sempre più larga, ed esponenziale, crescita del proletariato di fabbrica e della tendenziale scissione della società in due grandi classi antagonistiche – una sempre meno numerosa e l’altra sempre più numerosa – con in mezzo dei ceti sociali o in via di sprofondamento nella classe operaia o mantenuti dal crescente plusvalore (relativo) estratto a quest’ultima, non vi è dubbio che manca nelle indicazioni del Manifesto, così come mancherà spesso nel marxismo di questo secolo, la considerazione che – se anche le ipotesi poste si fossero rivelate esatte – il proletariato industriale, più precisamente la classe operaia di fabbrica, non avrebbe potuto rappresentare la classe “universale”, portatrice degli interessi più generali della società nel suo insieme, poiché essa sarebbe comunque ormai spossessata e separata totalmente dalle potenze mentali della produzione. Giusta era certo la critica al “socialismo feudale” e a quello piccolo-borghese, che pensavano ancora nei termini di un ritorno all’unità di braccio e mente tipica dell’artigianato precapitalistico, questo sì ormai destinato alla scomparsa o riduzione al lumicino, ma in ogni caso nessuna classe, per quanto maggioritaria, può divenire egemone nella società sulla base della prestazione di un lavoro meramente esecutivo e nettamente subordinato alla direzione altrui, con il logico corollario della incapacità di esprimere una cultura complessiva – che implica pure la formazione e l’emergere dal proprio seno di un ceto intellettuale – in grado di soppiantare quella della classe precedentemente dominante (e dirigente).

Solo ne Il Capitale, (in specie nel terzo libro curato e pubblicato da Engels), e nel cosiddetto Capitolo sesto inedito, Marx porrà in modo nettamente diverso il problema della classe antagonistica rispetto alla borghesia capitalistica. Leggiamo insieme, e con pazienza, questi lunghi passi decisivi e assai illuminanti (oltre che veramente assai più avanzati dell’elaborazione de Il Manifesto): “Trasformazione del capitalista realmente operante in semplice dirigente, amministratore di capitale altrui, e dei proprietari del capitale in puri e semplici proprietari, puri e semplici capitalisti monetari [….] In queste condizioni il profitto (e non più soltanto quella parte del profitto, l’interesse, che trae la sua giustificazione dal profitto di chi prende a prestito) si presenta come semplice appropriazione di plusvalore altrui, risultante dalla trasformazione dei mezzi di produzione in capitale, ossia dalla loro estraniazione rispetto ai produttori effettivi, dal loro contrapporsi come proprietà altrui a tutti gli individui realmente attivi nella produzione, dal dirigente fino all’ultimo giornaliero (corsivo mio; ndr). Nelle società per azioni la funzione è separata dalla proprietà del capitale e per conseguenza anche il lavoro è completamente(corsivo mio) separato dalla proprietà dei mezzi di produzione e dal plusvalore”. E ancora: “Poiché con lo sviluppo della sottomissione reale del lavoro al capitale e quindi del modo di produzione specificamente capitalistico, il vero funzionario del processo lavorativo totale non è il singolo lavoratore [l’artigiano precapitalistico; ndr], ma una forza-lavoro sempre più socialmente combinata, e le diverse forze-lavoro cooperanti che formano la macchina produttiva totale partecipano in modo diverso al processo immediato di produzione delle merci o meglio, qui, dei prodotti – chi lavorando piuttosto con la mano e chi piuttosto con il cervello, chi come direttore, ingegnere, tecnico, ecc., chi come sorvegliante, chi come manovale o come semplice aiuto –, un numero crescente di funzioni della forza-lavoro si raggruppa nel concetto immediato di lavoro produttivo, e un numero crescente di persone che lo eseguiscono nel concetto di lavoratori produttivi, direttamente sfruttati dal capitale e sottomessi al suo processo di produzione e valorizzazione. Se si considera quel lavoratore collettivo che è la fabbrica, la sua attività combinata si realizza materialmente e in modo diretto in un prodotto totale, che è nello stesso tempo una massa totale di merci – dove è del tutto indifferente che la funzione del singolo operaio, puro e semplice membro del lavoratore collettivo (corsivo mio), sia più lontana o più vicina al lavoro manuale in senso proprio”. E “tutto questo significa la soppressione del modo di produzione capitalistico, nell’ambito dello stesso modo di produzione capitalistico, quindi è una contraddizione che si distrugge da se stessa, che prima facie si presenta come semplice momento di transizione verso una nuova forma di produzione [in tutta evidenza quella comunistica; ndr]. Essa [….] ricostituisce una nuova aristocrazia finanziaria, una nuova categoria di parassiti nella forma di escogitatori di progetti, di fondatori e di direttori che sono tali semplicemente di nome(corsivo mio)”.

4. Non credo ci sia bisogno di molti commenti. Il soggetto antagonista del capitale e suo affossatore, quel soggetto che sarebbe creato oggettivamente, per dinamica endogena del modo di produzione capitalistico, non è la semplice classe operaia in senso stretto, non è il solo proletariato industriale, di fabbrica (e sottolineo l’uso continuo di questo termine da parte di Marx, che non possedeva, perché non poteva possedere a quell’epoca, il concetto moderno di impresa), bensì il lavoratore produttivo collettivo, “dal direttore all’ultimo giornaliero”. In questo lavoratore collettivo, o combinato, si effettuerebbe, per Marx, il ricollegamento – certamente non più a livello individuale, come nell’artigiano – tra direzione ed esecuzione, tra potenze mentali della produzione e lavoro manuale, tra braccio e mente.

La mera proprietà capitalistica, dei mezzi di produzione, si trasforma di fatto in proprietà monetaria, in proprietà finanziaria, in proprietà dei titoli della proprietà. Si forma insomma una nuova classe signorile, parassitaria come quella medievale, il cui parassitismo, però, il cui vivere di rendita, non attiene al possesso della terra, bensì a quello di tutti i mezzi impiegati nella produzione; e tuttavia non direttamente come nel caso dei primi capitalisti, dei capitalisti agenti nella forma concorrenziale del mercato, che erano anche capaci di dirigere i processi produttivi e quindi avevano il possesso reale dei vari mezzi di produzione. Qui il possesso diventa formale , è mediato dal possesso dei titoli della proprietà, titoli che si rappresentano nella loro pura forma finanziaria, come capitale di fatto monetario, per cui l’intero plusvalore estratto al lavoratore collettivo di cui sopra è nella sostanza un mero interesse, una (quasi) rendita (finanziaria), mantiene del profitto il simulacro, la veste giuridica (presentandosi quale dividendo sulla proprietà azionaria).

In questo modo, viene indubbiamente posto in modo del tutto corretto il problema della nuova classe dirigente ed egemone, in grado di far “transitare” la società dalla sua forma capitalistica a quella comunistica, senza più antagonismi di classe. La centralizzazione monopolistica dei capitali – risultato necessario della competizione tra i molti capitalisti esistenti nella forma di mercato concorrenziale – comporta l’estraniazione della proprietà dai veri e propri processi produttivi, dove si afferma una nuova figura sociale, quella del lavoratore collettivo, nel cui ambito tutti, chi con il braccio e chi con la mente, cooperano ad un unico sbocco produttivo. In detto “lavoratore” esistono certamente delle differenziazioni gerarchiche – soprattutto durante la prima fase, o fase inferiore, del comunismo (quella denominata poi socialismo), che vede la società, appena uscita dal dominio capitalistico, ancora segnata dalla diseguaglianza sociale da quest’ultimo provocata – ma nel contesto di una ormai tendenziale unificazione cooperativa dei vari organismi lavorativi, per cui non sussisterebbero più i veri e propri antagonismi di classe, ma al massimo quelle che molto più tardi Mao denominerà “contraddizioni all’interno del popolo”.

L’oggettiva condizione sociale che potrebbe realmente garantire la rivoluzione comunista, cioè il soggetto antagonista del capitale, il suo affossatore, in quanto rappresenterebbe la stragrande maggioranza della società a fronte di un ormai piccolo pugno di sfruttatori parassiti, è precisamente rappresentata da questo corpo sociale lavorativo di tipo cooperativo, cui la proprietà capitalistica si appaleserebbe ormai completamente estranea in quanto nuova classe di tipo signorile. Come il lettore è in grado di capire perfettamente, siamo a questo punto ben lontani dalle indicazioni del Manifesto del ’48, ben lontani dalla previsione di una radicale e completa rivoluzione anticapitalistica, con transizione al comunismo, guidata dal semplice proletariato di fabbrica, dalla classe operaia della grande industria basata sulle macchine, dai lavoratori salariati soltanto esecutivi, anzi manuali. Le potenze mentali della produzione sociale – che anch’esse, fra l’altro, come indicato dallo stesso Marx nei Grundrisse e ne Il Capitale, sarebbero interessate da un processo di crescente reciproco coordinamento, di simbiosi, di sostanziale unione cooperativa, tale da dar vita ad una sorta di “intelletto generale”, di sapere scientifico-tecnico intimamente intrecciato ed organico (non scisso in innumeri specialismi così com’è in realtà successo) – si sarebbero per l’essenziale ricongiunte al lavoro manuale; e così pure le capacità direttive alle attività esecutive.

La formazione del lavoratore collettivo rende più credibile anche la possibilità del passaggio alla proprietà veramente collettiva dei produttori associati. Come tutti sanno, tale proprietà, dopo la pretesa rivoluzione proletaria del ’17 in Russia, e poi negli altri paesi del cosiddetto “campo socialista”, è stata sempre e soltanto statale. Su questo punto già Il Manifesto è molto chiaro. Il proletariato si sarebbe servito “della sua supremazia politica per strappare alla borghesia, a poco a poco, tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, vale a dire del proletariato stesso organizzato come classe dominante, e per aumentare, con la massima rapidità possibile, la massa delle forze produttive. Naturalmente, sulle prime tutto ciò non può accadere, se non per via di interventi dispotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione, vale a dire con misure che appaiono economicamente insufficienti e insostenibili(corsivi miei), ma che nel corso del movimento sorpassano se stesse e spingono in avanti, e sono inevitabili come mezzi per rivoluzionare l’intero modo di produzione”.

Più chiaro di così! La proprietà dello Stato e le misure che questo prende contro i diritti di proprietà borghesi, ecc. sono considerate necessarie come primo passo, ma anche insufficienti e addirittura insostenibili in una prospettiva di autentica transizione al comunismo; e si sta parlando di uno Stato che si suppone possa essere strumento del proletariato – cioè della grande maggioranza della popolazione – organizzato come classe dominante. E’ evidente che il comunismo deve essere supportato non dalla mera proprietà statale, bensì da quella collettiva dei produttori associati. Tuttavia, di tale proprietà collettiva debbono sussistere le condizioni oggettive; e queste non possono limitarsi a quelle materiali (la scienza e la tecnologia, l’organico coordinamento dei processi produttivi e la socializzazione delle forze produttive in essi operanti); è necessaria la formazione del lavoratore collettivo cooperativo, in quanto maggioranza della popolazione che non potrà non individuare nella classe capitalistica, ormai parassitaria ed estranea alla produzione, il proprio nemico da esautorare di ogni potere.

5. La teoria di Marx appare ben costruita ed estremamente realistica, tenuto conto degli sviluppi del modo di produzione capitalistico e dei caratteri più appariscenti che quest’ultimo manifestava alla metà dell’800; colpiva, in particolare, l’attenzione dell’osservatore la presenza di grandi stabilimenti industriali, di fabbriche di sempre maggiori dimensioni, in cui venivano impiegati sistemi meccanici sempre più giganteschi e complessi messi in moto, e seguiti quali loro mere appendici, da moltitudini di operai privi di specifiche qualificazioni, erogatori di un “lavoro in generale” la cui attribuzione alla categoria dell’“astrazione [….] non è soltanto il risultato mentale di una concreta totalità di lavori” poiché “l’indifferenza verso un lavoro determinato corrisponde a una forma di società in cui gli individui passano con facilità da un lavoro all’altro e in cui il genere determinato del lavoro è per essi fortuito e quindi indifferente. Il lavoro qui è divenuto non solo nella categoria, ma anche nella realtà (corsivo mio), il mezzo per creare in generale la ricchezza, ed esso ha cessato di concrescere con l’individuo come sua destinazione particolare. [….] Qui, dunque, l’astrazione della categoria ‘lavoro’, il ‘lavoro in generale’, il lavoro sans phrase, che è il punto di partenza dell’economia moderna, diviene per la prima volta praticamente vera (corsivo mio)”.

Nella fabbrica sono presenti, in quantità relativamente limitata rispetto all’esercito dei “soldati semplici”, cioè degli operai, dei lavoratori manuali ed esecutivi, “sottufficiali e ufficiali”, cioè sorveglianti, tecnici, ecc. Vi è poi un apparato amministrativo, di contabilità, non eccessivamente esteso, ed infine la proprietà che spesso ha l’ultima parola in fatto di direzione generale della produzione (di fabbrica), anche se quasi sempre coadiuvata da un ristretto gruppo di dirigenti stipendiati. In queste condizioni, nulla di più facile, e corretto per l’epoca, che pensare all’aumento continuo delle dimensioni delle unità produttive capitalistiche – sempre più vaste e ramificate, sempre più meccanizzate, dotate di attrezzature continuamente innovate e più potenti e produttive – come alla crescente estensione dei fenomeni appena indicati.

Tuttavia, va applicato a Marx quanto egli stesso sostenne più volte: l’analisi scientifica comincia sempre post festum, solo quando la nuova forma di un determinato organismo (non solo sociale) si è già formata da una forma precedente (e si ricordi sempre, al proposito, la ormai ben famosa analogia che rinvia all’anatomia della scimmia e a quella dell’uomo). Oggi siamo in presenza dell’“uomo” – il capitalismo moderno basato su quell’unità di produzione che è l’impresa – ed esistono perciò maggiori possibilità di capire anche la “scimmia”, cioè il capitalismo dell’epoca di Marx, la cui struttura produttiva appariva fondata sulla fabbrica, sullo stabilimento industriale. Non si possono imputare a Marx errori di valutazione. Egli ha compiuto nel miglior modo possibile, tenuto conto dei suoi tempi, l’analisi del modo di produzione capitalistico; sono i marxisti ad essere rimasti fermi a quelle analisi, certo assai affascinanti, che hanno però mostrato la corda nel corso di più di un secolo.

L’impresa odierna ha poco a che vedere con l’unità produttiva capitalistica tipica dell’800. La scienza economica, sia quella tradizionale che quella critica di derivazione marxista, ha continuato a trattare sostanzialmente l’impresa quale unità, cellula base, della produzione capitalistica, anche se di dimensioni sempre più grandi, enormi. L’impresa è unitaria esclusivamente sotto il profilo giuridico (e spesso nemmeno sotto questo). Essa è un coacervo, più o meno organico ma comunque sempre tendenzialmente organizzato secondo un assetto gerarchico, di più entità produttive, dove per produzione deve intendersi, in senso lato, un processo di trasformazione di certi input in certi output, assegnando alla trasformazione non soltanto un più stretto significato industriale (di fabbrica), ma anche quello di acquisizione e “lavorazione” dei dati amministrativi fra cui quelli contabili, di raccolta ed elaborazione delle informazioni riguardanti i mercati di acquisto (dei fattori produttivi) e di vendita (dei prodotti), di ricerca e applicazione di innovazioni (di processo e di prodotto), di studio dei modelli, dei materiali e dei metodi per realizzarli nella produzione effettiva, di acquisizione e gestione dei mezzi finanziari, di analisi dell’organizzazione del lavoro e delle relazioni (anche gerarchiche) interne a gruppi produttivi omogenei (omogeneità di prodotto o di tipo di lavorazione) e tra i gruppi, ecc.

Al di sopra di tutto questo corpo lavorativo – internamente assai differenziato come tipo e condizioni di lavoro, come livello gerarchico e di reddito e dunque come condizioni di vita e status sociale – esiste un apparato direttivo, suddiviso tra le diverse sezioni e dipartimenti dell’impresa; un apparato in parte costituito da tecnici, in parte da amministratori e da coordinatori di più vasti insiemi di unità lavorative costituenti l’impresa. Al vertice, infine, sta lo “Stato Maggiore”, i “generali” dell’esercito imprenditoriale moderno, costituito dal supremo gruppo dirigente – talvolta proprietario dei pacchetti azionari di comando dell’impresa, talvolta semplicemente remunerato con quello che appare essere uno stipendio – che hanno comunque, qualsiasi ne sia la formagiuridica, il reale controllo e possesso di tutti i mezzi, materiali e finanziari, impiegati nell’impresa, e che si interessa non tanto delle tecniche “produttive” in atto nei diversi dipartimenti imprenditoriali, quanto più specificamente delle politiche e delle strategie dell’impresa nei confronti dell’ambiente esterno – il mercato, l’insieme delle altre imprese con cui si è in relazione conflittuale, o anche di collaborazione ai fini della competizione con altri gruppi imprenditoriali, nonché il complesso degli apparati politici, delle istituzioni sociali, delle strutture massmediologiche, ecc. – oltre che delle funzioni di controllo generale di carattere interno, concernente le relazioni, spesso caratterizzate da forti frizioni, tra le (e il coordinamento delle) diverse parti di cui è formata l’impresa onde accrescerne la potenza e le capacità concorrenziali.    

Data la speciale strutturazione dell’impresa moderna, alcune conclusioni si impongono. La forma salariata del lavoro sembra estendersi sempre più, poiché anche molte funzioni dirigenti, persino al massimo livello, appaiono così remunerate. Sarebbe, però, voler chiudere gli occhi di fronte all’evidenza, non riconoscere che, dietro la forma, si nasconde ormai una sostanza di mille e mille tipi di lavoro tra loro profondamente diversi, sia in senso verticale (gerarchia, livelli estremamente differenziati di redditi salariali, di status sociale e di posizioni di potere, ecc.) sia in senso orizzontale in riferimento a lavori differenti pur se di livello (gerarchico e salariale) paragonabile. Non è per nulla in marcia un processo di più generale assimilazione di condizioni di lavoro, di vita, di status sociale, ecc., così come il marxismo ha sempre supposto con una tenacia, contraria all’evidenza, degna di miglior causa. Non è a tutt’oggi minimamente in atto una tendenza alla formazione di un corpo lavorativo, collettivo e cooperativo (“dal direttore all’ultimo giornaliero”), in cui si ricongiungano potenze mentali della produzione e lavoro manuale, attività direttiva ed esecutiva, in cui sia di rilevanza vieppiù minore che qualcuno presti la mente e qualcun altro il braccio ad un ormai comune progetto e sforzo lavorativo. Tanto meno sussiste la pretesa tendenza alla formazione del general intellect, dato lo specialismo sempre più esasperato che si afferma al livello delle tecniche produttive come della stessa scienza.

Se si è rivelata non realistica la previsione marxiana della formazione del lavoratore produttivo collettivo, nemmeno si può più sostenere che la proprietà capitalistica sia già divenuta, o anche semplicemente tenda a divenire, una semplice classe di rentier, di “tagliatori di cedole”, una nuova classe (quasi) signorile. Esiste senza dubbio un ceto di grandi finanzieri, spesso apparentemente autonomo rispetto all’economia reale (della produzione e dello scambio di merci), che si espande e rafforza il suo ruolo e le sue funzioni soprattutto in determinate fasi (ricorsive) dello sviluppo capitalistico. A parte però il fatto che sussiste anche una miriade di piccoli redditieri, reclutati in numerosi ceti sociali non facenti certo parte della classe dominante, la questione decisiva è che la grande finanza agisce comunque in stretto intreccio con l’alto management direttivo (a volte proprietario, a volte no) delle grandi imprese oligopolistiche, ceto sociale di cui – data la particolare configurazione sociale assunta dalla produzione capitalistica nell’attuale epoca – è difficile predicare l’inutilità ai fini della prosecuzione e dello sviluppo dell’attività produttiva in questa sua forma storicamente specifica, che trova ormai la sua base essenziale in quel particolare aggregato (organizzato) di entità lavorative denominato appunto impresa.

Non si tratta di un ceto direttamente produttivo, ma nemmeno parassitario, superfluo e dannoso per la produzione, così come si pensava della proprietà (centralizzata) dei capitali nel Manifesto e ne Il Capitale. E’ difficile sostenere che sia inessenziale – anzi proficua per la prosecuzione dell’attività imprenditoriale – la sua eventuale eliminazione, affidando tutti i compiti produttivi al corpo più immediatamente lavorativo; essendo quest’ultimo, come già detto, comunque suddiviso, in sé disarticolato, e cooperante solo perché subordinato ad una istanza gerarchicamente superiore, dato che è continuamente attraversato dal conflitto tra gruppi di lavoro non omogenei e dalla competizione per l’ascesa nella gerarchia. Semmai, potremmo stabilire un’analogia tra questo ceto dominante (che definiamo provvisoriamente complesso imprenditoriale e finanziario) e la classe dei mercanti nella fase di transizione al capitalismo. Una classe cosmopolita (la più colta all’epoca, mecenate delle arti, ecc.), capace di collegare le varie sezioni dell’economia europea e mondiale fra di loro, quindi utile ai fini dell’affermarsi del modo di produzione capitalistico; e tuttavia sostanzialmente conservatrice, e persino reazionaria, poiché frapponeva gravi ostacoli all’ulteriore sviluppo socio-produttivo – sia pur sempre di tipo capitalistico, ma specificamente capitalistico – in quanto quest’ultimo poteva mettere in discussione il suo stesso potere di classe dominante in quell’epoca “transitoria”.

6. A partire dal 1895 si sviluppò nel marxismo una ben nota polemica interna (il Bernsteindebatte), a seguito appunto delle critiche rivolte al pensiero marxiano dal revisionista Bernstein; questi affermava essere stata ampiamente smentita la tesi relativa alla crescente centralizzazione dei capitali, data l’ancora massiccia presenza della piccola dimensione d’impresa. La risposta degli ortodossi, Kautsky in testa a quell’epoca, sostenne che le piccole imprese erano residuali o comunque satelliti delle grandi imprese, leaders in tutti i vari settori merceologici, e che erano fortemente centralizzati il capitale finanziario e la proprietà capitalistica azionaria, ecc. Se Bernstein sbagliava, perché sottovalutava un processo che non a caso, proprio negli ultimi decenni del secolo scorso, stava conducendo alla fase monopolistica del sistema capitalistico, anche la risposta alle sue critiche non coglieva la sostanza del problema.

Dopo un altro secolo di sviluppo capitalistico, possiamo ben comprendere che le piccole, anche minute, imprese non sono residuali e non sempre sono satelliti di quelle oligopolistiche; non sempre, cioè, appartengono all’indotto di queste ultime, al sistema del subappalto, ecc. Oggi si parla spesso di reti di imprese o di imprese a rete, quale forma particolare del decentramento e della flessibilizzazione della produzione. Non entrerò, in questa sede, in un dibattito tanto attuale. Basti solo ricordare che tale decentramento, ecc., è tipico di ogni epoca di policentrismo capitalistico, di riapertura di una intensa fase competitiva tra i vari sistemi produttivi (a base nazionale e territoriale), tra le varie imprese, per l’egemonia nel (la direzione del) complessivo capitalismo mondiale. Quando si sviluppò il Bernsteindebatte, eravamo precisamente in un’epoca del genere, in cui i capitalismi tedesco e statunitense lottavano per la direzione dell’intero campo capitalistico, cioè per succedere all’Inghilterra; e la lotta terminò nel 1945 con l’affermazione temporanea degli USA.

In epoche (ricorsive) del genere si formano vasti apparati piccolo-imprenditoriali, non solo satelliti dell’oligopolio, ma anche largamente autonomi. Essi costituiscono la base di una vasta creazione di ricchezza – sia in termini reali che monetari, poiché questa è la forma generale che assume la ricchezza nel modo di produzione capitalistico – che viene poi spesso scremata, tramite l’azione degli apparati politici (Stato) e finanziari, a favore del già nominato complesso imprenditorial-finanziario (il ceto sociale dominante). Tuttavia, per poterlo scremare, tale settore piccolo-imprenditoriale deve anche continuare ad esistere; è quindi necessario trovargli, o fargli trovare, valvole di sfogo, sistemi per sopravvivere, nicchie produttive fondamentalmente autonome, al riparo dalla concorrenza, altrimenti micidiale, del grande capitale.

Anche i fenomeni appena sopra accennati provocano una enorme complicazione della strutturazione sociale della produzione, che ha poco a che vedere con la scissione della formazione sociale capitalistica in due fondamentali classi antagonistiche, una sempre meno numerosa (la proprietà capitalistica che andrebbe trasformandosi in una nuova classe di tipo signorile) ed una sempre più numerosa, la classe operaia o proletariato (come indicato ne Il Manifesto) o il corpo lavorativo sociale cooperativo, dal direttore all’ultimo giornaliero, come sottolineato nelle pagine sopra citate de Il Capitale.

Non voglio continuare a dilungarmi sull’argomento, ma a questo punto credo non possa esservi alcun dubbio che siamo oggi lontanissimi dalle affermazioni de Il Manifesto e, appena un po’ meno, da quelle de Il Capitale. Dobbiamo veramente ricominciare l’analisi della società a modo di produzione capitalistico dominante. Marx ci può certamente aiutare in quest’opera, ma soprattutto per l’uso che possiamo fare di una serie di categorie teoriche da lui elaborate (non è un caso che io continui ad utilizzare quella di modo di produzione capitalistico, ma l’impiego di altre è altrettanto possibile e utile). Sarebbe però errato in radice non ridiscutere radicalmente le ipotesi, che egli formulò in merito agli sviluppi successivi di detto modo di produzione, e le previsioni che da ciò egli trasse con riferimento al possibile, assai probabile, affermarsi della società comunista, di cui pensava esistessero tutte le condizioni oggettive: quelle materiali e quelle riguardanti la formazione della classe antagonistica rispetto al capitale.

In base alle conoscenze di cui siamo per il momento in possesso, discutere della necessità o probabilità, o anche semplice possibilità, del comunismo è esattamente come discutere dell’esistenza o meno di Dio. Ci si può credere oppure no, ritenerla fortemente auspicabile oppure temerla; ma in una discussione simile, per favore, non coinvolgiamo Marx ed Engels che pensavano di aver posto la questione in modo scientifico. Adesso sappiamo che così non è; o almeno non lo è, e non lo sarà, fino a quando non saremo in grado di individuare reali nuove tendenze intrinseche allo sviluppo del modo di produzione capitalistico che producano, oggettivamente, i soggetti della trasformazione – e di una trasformazione avente la direzione della società comunista – senza che questi ultimi vengano inventati a getto continuo dalla fervida fantasia di certa sinistra (sedicente comunista) odierna, senza immaginare di convincere le masse con l’ideologia della “buona volontà”, con l’appello ai “buoni sentimenti”. In questo modo, ci si troverebbe a promuovere processi di sempre maggiore degenerazione e decadimento di un’idea un tempo comunque grandiosa, che verrebbe propugnata da sempre più ristretti, infimi, gruppi di “fedelissimi”, miserabili e disadattati, al seguito di capetti corrotti e nichilisti, di ben meschina levatura.

 

Alcune pagine importanti di storia (a cura di G. La Grassa)

gianfranco

http://www.dellarepubblica.it/congressi-pci/viii-congresso-roma-palazzo-dell-eur-8-14-dicembre-1956

leggere soprattutto relazione Togliatti nell’Unità del 9 dicembre e tutte le chiacchiere sulla “via italiana al socialismo”; con riforme di struttura, alleanza con i ceti medi, ecc. Non è l’inizio della via opportunistica di Togliatti, ma certo un passo importante, una svolta ancora più svolta di quella di Salerno, entro certi limiti necessaria e con tutta probabilità effettivamente “consigliata” da Stalin. Comunque di queste pagine di storia e di quelle a queste vicine si parlerà in qualche video. E bisognerebbe trovare qualcuno che affronti il problema da vero storico con ricerche varie. Metto ancora altri testi. Intanto il discorso commemorativo di Stalin, che Togliatti pronunciò il 6 marzo 1953, il giorno dopo la morte del “supremo” dirigente sovietico. E poi un documento sulla svolta di Salerno (1944) e infine l’intervista a “Nuovi Argomenti”, dove si lancia appunto la “via italiana al socialismo”, dopo aver approvato, con pieno opportunismo (di tipico stampo “togliattiano”, a noi di una certa età ben noto e mi sembra dimenticato dai più giovani), il rapporto di Krusciov al XX Congresso del PCUS (febbraio 1956), una delle pagine più meschine e miserabili della storia sovietica. Di tutto questo, ripeto, bisognerà parlare a voce perché ci vuole troppo tempo per commenti scritti.

http://files.spazioweb.it/aruba27963/file/palmiro_togliatti_commemorazione_di_giuseppe_stalin_6_marzo_1953.pdf

https://it.wikipedia.org/wiki/Svolta_di_Salerno

https://www.sitocomunista.it/pci/documenti/togliatti/nuoviargomenti.html

Chi vuol imparare qualcosa leggerà. So già quanto pochi lo faranno. Comunque, si tratta di pagine importanti della nostra storia. Almeno questo mi auguro verrà un po’ compreso.

Da Marx in poi

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come annunciato, il 28 maggio è uscito “Da Marx in poi”, Mimesis. Per il momento è disponibile la versione elettronica. Tuttavia, ho già ricevuto le copie cartacee ordinate alla casa editrice. Dunque, è comunque già stampato. Spero sia presto disponibile anche quella versione. Capisco che chi nemmeno compra “La follia è vita”, non si farà vivo per questo che richiede certe competenze. Tuttavia, mi auguro che su oltre 4700 cosiddetti amici ci sia una discreta quota in grado di leggere un libro come questo. Quindi, compratelo altrimenti vi mando tutte le maledizioni possibili.

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Introduzione di Gianni Petrosillo

Ma sulle soglie della scienza, come sulle soglie dell’Inferno, va posto il monito severo: Qui si convien lasciare ogni sospetto. Ogni viltà convien che qui sia morta. Karl Marx.

1. In questo saggio su Marx, Gianfranco La Grassa tenta di evidenziare (ed interpretare), con ancora più precisione, quelli che sono i capisaldi scientifici che sorreggono l’apparato teorico del pensatore tedesco. Si badi bene, non si tratta di operazione nostalgica onde vivificare previsioni concettuali ormai consegnate, quasi senza scampo, ai non avveramenti della Storia. Semmai, intento di La Grassa è quello di fissare l’importanza di concetti acquisiti, sgombrando contemporaneamente il campo dai detriti di esegesi del marxismo (eretiche o ortodosse) non adeguate, oltre che ormai consumate da eventi e risvolti contrari alle intuizioni del “Fondatore”, al fine di descrivere i nuovi scenari che incalzano le nostre società, in virtù di mutamenti evidenti, intervenuti in oltre 150 anni dalla stesura de Das Kapital. Tuttavia, per ri-generare un pensiero, o servirsene come solida base per un diverso concepimento (nulla nasce dal nulla, tanto meno le idee), è necessario afferrare esattamente quello che si sta lasciando definitivamente alle spalle e quello che, invece, si porterà con sé, per non duplicare fatiche o disperdere energie intorno a tematiche effettivamente sceverate, assimilate o irrimediabilmente decadute. Per intenderci, non ha più molto senso arrovellarsi sulla teoria del valore, soprattutto nei suoi elementi matematici (la trasformazione dei valori nei prezzi di produzione), bisogna piuttosto inferirla nella sua forza descrittiva generale (nelle sue conclusioni) poiché essa, molto meglio di dottrine concorrenti (o sola tra esse), svela la natura e la funzione del plusprodotto (nella forma astratta del plusvalore) e, dunque, anche del profitto, in un determinato tipo di sistema sociale quale quello capitalistico. La teoria del valore lavoro ha, infatti, una funzione di “disvelamento della realtà capitalistica, della sua strutturazione e dinamica, delle lotte che in essa si sono svolte e si svolgono, dei blocchi sociali che si sono affrontati e si affrontano… del perché, degli obiettivi e risultati di questo affrontamento”. La teoria del valore ci interessa, in sostanza, per le sue implicazioni “sociali” (presa del potere o egemonia nella società), interesse che non collima con quello dei capitalisti o dei loro ideologi ai quali basta superficialmente districarsi tra prezzi, costi e ricavi monetari, fenomeni evidenti di un mondo in cui essi si trovano ben posizionati perché appartenenti alle classi dominanti. Ma sono dominanti in quanto storicamente (e socialmente) si è verificata quella che La Grassa definisce una duplice scissione: a) tra proprietà dei mezzi di produzione e forza lavoro che acquisisce la forma di merce in quanto unica “proprietà” di individui liberi ma spossessati, e che debbono pur vivere comprando valori d’uso come merci; b) quella tra prestazione d’uso di tale forza lavoro e gli uomini (nella loro complessa personalità) che la possiedono e debbono venderla quale unico mezzo per vivere… Il fulcro di un simile conflitto (detto “di classe”), comunque uno dei suoi problemi decisivi, è l’appropriazione del plusprodotto che avviene, in forme di società diverse, secondo modalità (sociali) differenti, secondo una dinamica di riproduzione dei decisivi rapporti di ogni data società – quei rapporti definiti dal concetto di modo sociale di produzione – che è specifica della società in questione. Dunque, la teoria del valore assume importanza cruciale laddove fornisce una spiegazione della “struttura e dinamica dei rapporti sociali di produzione capitalistici”. Questo è lo spirito con cui Marx si cimenta nella sua elaborazione, tutt’altro che meramente economicistica ovvero schiacciata sul tentativo ossessivo di arrivare all’esatta misurazione del plusvalore “estorto” alla classe lavoratrice, alla esatta “trasformazione” (dei valori in prezzi di produzione), alla inverificabile caduta tendenziale del saggio di profitto ecc. ecc. Marx riconosce alla sfera economica nel capitalismo una certa supremazia (legata all’efficacia dei sistemi di estrazione del pluslavoro/plusvalore), ma va appuntato che gli interessano in primo luogo i rapporti sociali (il capitale non è cosa ma rapporto sociale) di detta sfera. Le operazioni cervellotiche dei suoi epigoni, alcuni dei quali, anche nostri contemporanei, avrebbero risolto il dilemma dei dilemmi, quello della esatta coincidenza tra valori e prezzi di produzione, avrebbero fatto sobbalzare Marx dal suo scrittoio. Fu lui stesso ad affermare che tale riscontro sarebbe stato impossibile in circostanze reali e non puramente teoriche. Se vogliamo dirla tutta, tra realtà e legisimilità (astratta) c’è uno scarto e l’autore del Capitale lo ribadisce a più riprese, sia quando parla della “trasformazione” ma anche quando affronta le leggi interne della produzione capitalistica mediante l’azione di domanda e offerta. In questo passaggio viene in evidenza la modalità scientifica marxiana allorché precisa: Spiegare le vere leggi interne della produzione capitalistica mediante l’azione e reazione di domanda ed offerta è chiaramente impossibile (a prescindere da un’analisi più profonda, che qui tralasciamo, di queste due forze motrici sociali), perché tali leggi appaiono realizzate nella loro purezza solo allorché domanda ed offerta cessano di operare, cioè coincidono. In realtà, domanda ed offerta non coincidono mai o, se ciò avviene, è solo per caso; dunque, dal punto di vista scientifico, la loro coincidenza va posta = 0, deve ritenersi non accaduta. Eppure, nell’economia politica si suppone che esse coincidano. Perché? Da un lato, per poter studiare i fenomeni nella loro forma normale, corrispondente al loro concetto, dunque fuori dell’apparenza generata dal movimento di domanda ed offerta; dall’altro, per individuare la tendenza effettiva del loro movimento e, in qualche modo, fissarla (sottolineature mie). Le diseguaglianze sono infatti di natura antagonistica e, dato che seguono costantemente l’una all’altra, finiscono per compensarsi appunto in virtù delle loro opposte direzioni, del loro antagonismo. Se perciò domanda e offerta non coincidono in nessun caso singolo dato, le loro diseguaglianze si susseguono — e il risultato della deviazione in un senso è di provocarne un’altra in senso inverso — in modo che, considerando l’insieme di un periodo più o meno lungo, offerta e domanda costantemente si pareggiano, ma solo come media del movimento trascorso e solo come moto costante del loro antagonismo. Così i prezzi di mercato divergenti dai valori di mercato si livellano, ove se ne consideri il numero medio, sui valori di mercato, perché gli scarti in più e in meno da questi ultimi si elidono a vicenda. E, per il capitale, questo numero medio ha un’importanza non puramente teorica ma pratica, in quanto il suo investimento è calcolato in base alle oscillazioni e compensazioni su un arco di tempo più o meno preciso. Dunque, da un lato il rapporto fra domanda ed offerta spiega soltanto le deviazioni dei prezzi di mercato dai valori di mercato, dall’altro spiega la tendenza ad annullare tali deviazioni, cioè gli effetti del rapporto fra domanda ed offerta (Karl Marx, Il Capitale, sez. IV, Cap.X, Utet). Marx è un Galileo della scienza sociale, sostiene La Grassa, perché intuisce che “per esporre le leggi dell’economia politica nella loro purezza, si astrae dalle frizioni, allo stesso modo che, nella meccanica pura, si astrae da frizioni determinate che, in ogni caso singolo della sua applicazione, devono essere superate”, o anche meglio in questo passaggio: Il fisico osserva i processi naturali nel luogo dove essi si presentano nella forma più pregnante e meno offuscata da influssi perturbatori, oppure, quando è possibile, fa esperimenti in condizioni tali da garantire lo svolgersi del processo allo stato puro. In quest’opera debbo indagare il modo capitalistico di produzione e i rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono. Fino a questo momento, loro sede classica è l’Inghilterra. Per questa ragione è l’Inghilterra principalmente che serve a illustrare lo svolgimento della mia teoria. Ma nel caso che il lettore tedesco si stringesse farisaicamente nelle spalle a proposito delle condizioni degli operai inglesi dell’industria e dell’agricoltura o si acquietasse ottimisticamente al pensiero che in Germania ci manca ancora molto che le cose vadano così male, gli debbo gridare: de te fabula narratur! (Karl Marx, Il Capitale, prefazione alla prima edizione, Utet).

2.Leggere Marx attraverso le lenti lagrassiane schiude continenti analitici inusuali, strade non battute da altri commentatori (per dirla con le parole di una poesia di Robert Frost, citata nel libro), troppo superficiali o a volte, persino, in malafede. La Grassa punta a restituire al marxismo il suo vero ruolo scientifico, depurato delle fantasie utopistiche o filosofiche dei suoi presunti allievi auto-accreditatisi tali, adusi a de-razionalizzare (col ricorso ad afflati morali, umanitari ecc. atti a coprire pesanti deficit analitici) i suoi studi per inseguire chimere ideologiche. Il punto di partenza oggettivo da cui si sviluppa l’indagine storico-economica marxiana è il conflitto per il plusprodotto (caratteristica specifica della sola specie umana, gli animali non hanno questa possibilità) poiché esistono da sempre le classi che lo producono e quelle che se ne appropriano per scopi di egemonia sociale. Queste classi, precisa La Grassa (seguendo Marx), sono formate da “maschere di rapporti sociali”, da “persone che incarnano dati rapporti sociali”, ecc. Anche il pensiero di Marx subisce però una torsione ideologica da parte del marxismo: dalla maschera all’uomo. Esistono uomini proprietari (i “padroni”) e uomini lavoratori (gli operai). Così si è consumato lo sconvolgimento del senso dell’analisi scientifica marxiana, pur se questo processo è con quasi sicurezza quello che ha consentito la saldatura tra nascente movimento operaio e “dottrina” marxista. Senza questa torsione ideologica, Marx sarebbe restato nella storia del pensiero economico e sociale, ma non avrebbe dato il proprio nome ad un movimento che ha segnato un buon secolo di storia. Dopo Cristo (ancora in auge), Marx è probabilmente il personaggio che più a lungo ha orientato un imponente movimento di “masse”. Con la nascita del capitalismo e la divaricazione da esso imposta tra possessori e non possessori dei mezzi di produzione la forma di appropriazione del plusprodotto, da parte delle classi superiori, assume connotazioni uniche (il plusvalore), mai apparse in altre epoche umane. Marx parla di una accumulazione originaria in quanto fase in cui avviene l’espropriazione dei piccoli produttori, da cui consegue la dissoluzione della proprietà privata fondata sul lavoro personale. Ciò significa che da quel “momento” in poi (in senso storico-logico, perché non è avvenuto tutto in un “momento”) chi non aveva mezzi propri per impiegare la propria energia lavorativa avrebbe dovuto rivolgersi a chi li aveva accumulati, ricevendone in cambio un salario in denaro pari alla quota dei beni necessari alla sua sussistenza (storico-sociale). I passaggi riportati nel Capitale sono estremamente chiari ed è utile riconsiderarli qui a supporto del discorso di La Grassa:

Il rapporto capitalistico presuppone la separazione fra i lavoratori e la proprietà delle condizioni di realizzazione del lavoro. La produzione capitalistica, non appena poggi sui suoi piedi, non solo mantiene questa separazione, ma la riproduce su scala sempre crescente. Perciò, il processo che genera il rapporto capitalistico non può essere se non il processo di separazione del lavoratore dalla proprietà delle sue condizioni di lavoro; processo che da un lato trasforma in capitale i mezzi sociali di vita e produzione, dall’altro trasforma i produttori diretti in operai salariati. La cosiddetta accumulazione originaria non è quindi che il processo storico di scissione fra produttore e mezzi di produzione. Essa appare “originaria” perché è la preistoria del capitale e del modo di produzione che gli corrisponde. La struttura economica della società capitalistica è uscita dal grembo della struttura economica della società feudale. La dissoluzione di questa ha messo in libertà gli elementi di quella. Il produttore immediato, o diretto, cioè l’operaio, poteva disporre della sua persona solo dopo di aver cessato d’essere legato alla gleba, e servo di un’altra persona o infeudato ad essa.

Per divenire libero venditore di forza lavoro, che porta la sua merce dovunque essa trovi un mercato, doveva inoltre sottrarsi al dominio delle corporazioni di mestiere, delle loro clausole sugli apprendisti e sui garzoni, dei vincoli delle loro prescrizioni sul lavoro. Così il movimento storico che trasforma i produttori in operai salariati appare da un lato come loro liberazione dalla servitù feudale e dalla coercizione corporativa; e, per i nostri storiografi borghesi, è questo il solo lato che esista. Ma, dall’altro, i neo-emancipati diventano venditori di se stessi solo dopo di essere stati depredati di tutti i loro mezzi di produzione e di tutte le garanzie offerte alla loro esistenza dalle antiche istituzioni feudali. E la storia di questa loro espropriazione è scritta negli annali dell’umanità a caratteri di sangue e di fuoco. I capitalisti industriali, questi nuovi potentati, dovevano da parte loro soppiantare non solo i mastri artigiani delle corporazioni di mestiere, ma anche i signori feudali detentori delle fonti di ricchezza. Da questo lato, la loro ascesa appare come il frutto di una lotta vittoriosa sia contro il potere feudale e i suoi privilegi rivoltanti, sia contro le corporazioni e i limiti ch’esse imponevano al libero sviluppo della produzione e al libero sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. I cavalieri dell’industria, tuttavia, riuscirono a soppiantare i cavalieri della spada solo sfruttando avvenimenti che non erano affatto opera loro. Si fecero strada con mezzi non meno volgari di quelli coi quali il liberto romano si rendeva, in antico, signore del suo patronus. Il punto di partenza dello sviluppo che genera tanto l’operaio salariato, quanto il capitalista, fu la servitù del lavoratore. Il suo prolungamento consistette in un cambiamento di forma di tale servitù, nella trasformazione dello sfruttamento feudale in sfruttamento capitalistico. Per comprenderne il corso, non abbiamo affatto bisogno di risalire molto addietro. Benché i primordi della produzione capitalistica s’incontrino sporadicamente, in alcune città del Mediterraneo, già nei secoli XIV e XV, l’era capitalistica data soltanto dal secolo XVI. Dove essa appare, l’abolizione della servitù della gleba è da tempo un fatto compiuto, e la gloria del Medioevo, l’esistenza di città sovrane, volge, e non da allora, al tramonto. Fanno epoca nella storia dell’accumulazione originaria tutti i rivolgimenti che servono di leva alla classe capitalistica in formazione; ma soprattutto i momenti nei quali grandi masse di uomini vengono, all’improvviso e con la forza, staccate dai loro mezzi di sussistenza e scagliate sul mercato del lavoro come masse di proletari senza terra o dimora. L’espropriazione del produttore agricolo, del contadino, dal possesso del suolo, costituisce la base dell’intero processo. La sua storia prende sfumature diverse nei diversi paesi e percorre le diverse fasi in ordini di successione diversi e in epoche storiche differenti. Solo in Inghilterra, che quindi prendiamo ad esempio, essa possiede forma classica ( Karl Marx, Il Capitale, sez. VII, Cap. XXIV, Utet). Dunque, puntualizza La Grassa, sono stati dei processi storici specifici e originali (quelli innescati dall’accumulazione originaria del capitale) a “liberare” i produttori a) dai vincoli di dipendenza personale e b) dagli strumenti necessari ad attivare lo sforzo lavorativo. Quando il lavoro (la forza-lavoro) diventa merce si generalizza detta forma a livello sociale complessivo e tutti i “manufatti” del lavoro umano, prodotti privatamente, sono direttamente esitati per la compravendita sul mercato che socializza i frutti di tanti lavori privati. I lavoratori, esattamente come i mezzi produttivi, vengono concentrati in unità autonome – prima manifatture poi macchino-fatture, con conseguente transizione del lavoro da una mera sussunzione formale (in cui emergono i sistemi “estorsivi” diretti del plusvalore assoluto, in quanto il Capitale non si è ancora impadronito dell’intero processo lavorativo), a quella reale (in cui primeggiano i metodi “estorsivi” indiretti del plusvalore relativo, in cui il richiamato processo lavorativo diventa forma sociale dominante ed emanazione completa del modo di produzione capitalistico pienamente sviluppato) – in cui si ha la divaricazione verticale tra i pochi proprietari di tali mezzi produttivi e i molti espropriati degli stessi. Contro la forza-lavoro intruppata nell’organizzazione capitalistica si ergono gli strumenti di lavoro proprietà dei capitalisti ai quali appartengono i beni prodotti. La differenza tra il lavoro (valore) prodotto e il valore di mercato della forza-lavoro (pur espresso in moneta quale prezzo, denominato salario) [dà] il profitto (plusvalore) al capitalista-proprietario. In un secondo tempo – ma proprio perché la produzione avviene in centri formalmente indipendenti, sotto la direzione di gruppi di proprietari (capitalisti) tra loro in competizione per accrescere il loro potere e la loro ricchezza mediante l’introduzione di nuove organizzazioni e di nuove tecnologie nei processi di lavoro, con crescente parcellizzazione degli stessi e sostituzione degli strumenti manifatturieri con sistemi meccanici – si verifica la scissione tra saperi produttivi (e capacità direttive) e forza-lavoro semplicemente manuale e/o esecutiva. La spiegazione del pluslavoro / plusvalore fornita da Marx è superiore a quella degli economisti volgari o classici che si fermano all’epidermide dei fenomeni o, meglio, come dice lo stesso tedesco, alla mera grandezza (misura) economica evitando accuratamente di scandagliarne l’origine. A Marx, in sostanza, interessa la struttura ossea del sistema (la base produttiva in cui si sviluppano i rapporti sociali), prima ancora della pelle (“merceologica”) che la ricopre. Questo modo di fare è comune anche agli economisti del nostro tempo i quali schivano, per istinto, il “pericolo” derivante dall’addentrarsi troppo nelle questioni dirimenti. Non è cambiato molto, in questo senso, dai tempi di Marx e non ci è oscura la ragione che spinge gli “esperti” della materia economica ad essere refrattari all’analisi dei rapporti sociali prediligendo essi quella su “indici e numeri”, essendo la loro “appartenenza di classe” ad indirizzarne le modalità di ragionamento:

Ricardo non si preoccupa mai dell’origine del plusvalore. Lo tratta come cosa inerente al modo di produzione capitalistico, che ai suoi occhi è la forma naturale della produzione sociale. Dove parla della produttività del lavoro, cerca in essa non la causa dell’esistenza del plusvalore, ma solo la causa determinante della sua grandezza. Invece, la sua scuola ha proclamato a gran voce che la forza produttiva del lavoro è la causa originaria del profitto (leggi: del plusvalore). Un progresso, comunque, di fronte ai mercantilisti, che da parte loro deducono dallo scambio, dalla vendita dei prodotti al disopra del loro valore, l’eccedenza del prezzo dei prodotti sui loro costi di produzione. Tuttavia, anche la scuola ricardiana aveva solo aggirato, non risolto, il problema. In realtà, questi economisti borghesi avevano il giusto istinto che fosse molto pericoloso scavare troppo a fondo nella questione scottante dell’origine del plusvalore. Ma che dire quando, mezzo secolo dopo Ricardo, il signor John Stuart afferma con grave prosopopea la sua superiorità sui mercantilisti, ripetendo male gli stupidi sotterfugi dei primi volgarizzatori di Ricardo ? Mill dice: “La causa del profitto è, che il lavoro produce più di quanto richieda per il suo mantenimento…”. Fin qui, nulla di diverso dalla vecchia canzone; solo che Mill vuole aggiungervi del suo: “O, per variare la forma del teorema: la ragione per cui il capitale dà un profitto è che gli alimenti, il vestiario, le materie prime e gli strumenti, durano più del tempo necessario a produrli”. Qui, Mill scambia la durata del tempo di lavoro con la durata dei suoi prodotti. Secondo questo modo di vedere, un fornaio, i cui prodotti durano soltanto un giorno, non potrebbe ricavare dai suoi operai salariati lo stesso profitto di un fabbricante di macchine, i cui prodotti durano vent’anni e più. Certo, se i nidi degli uccelli non resistessero più del tempo indispensabile per la loro costruzione, gli uccelli dovrebbero fare a meno dei nidi! Una volta stabilita questa verità fondamentale, Mill stabilisce la propria superiorità sui mercantilisti, scrivendo: “Vediamo dunque che il profitto sorge non dal fatto dello scambio, ma dalla capacità produttiva del lavoro; e il profitto generale di un paese è sempre ciò a cui la capacità produttiva del lavoro lo fa giungere, indipendentemente dalla circostanza che si verifichino o non si verifichino scambi. Se non vi fosse alcuna divisione del lavoro, non vi sarebbero né acquisto né vendita, ma vi sarebbe tuttavia un profitto”. Qui, dunque, lo scambio, la compravendita, le condizioni generali della produzione capitalistica, sono un puro accidente, un “fatto” bruto, e v’è pur sempre profitto senza compravendita della forza lavoro! …Segue uno splendido campione del modo di trattare le diverse forme storiche della produzione sociale, caratteristico di Mill: “Presuppongo sempre”, egli scrive, “lo stato di cose attuale, che, salvo qualche eccezione, predomina dovunque lavoratori e capitalisti costituiscano classi separate, in cui il capitalista fa tutti gli anticipi, inclusa la remunerazione dell’operaio”. Bontà sua, il signor Mill concede che “non è una necessità assoluta che così sia” — neppure nel sistema economico nel quale i lavoratori e i capitalisti si fronteggiano come classi separate. Al contrario: “Il lavoratore potrebbe anche aspettare il pagamento… dell’intero ammontare del suo salario finché il lavoro non sia completamente eseguito, se disponesse dei mezzi necessari per sostentarsi nell’intervallo. Ma in questo caso egli sarebbe in una certa misura un capitalista, che investirebbe capitale nell’azienda e anticiperebbe una parte dei fondi indispensabili per mantenerla in esercizio” Allo stesso titolo, Mill potrebbe sostenere che l’operaio il quale anticipa a se stesso non solo i mezzi di sussistenza, ma i mezzi di lavoro, in realtà è il suo proprio salariato. O che il contadino americano è il suo proprio schiavo, che esegue una corvée per se stesso invece che per un padrone. Dopo di aver spiegato chiaro e tondo che la produzione capitalistica, quand’anche non esistesse, esisterebbe pur sempre, Mill è ora tanto conseguente da dimostrarci che non esiste neppure quando esiste: “E anche nel primo caso” (in cui il capitalista anticipa al salariato tutti i suoi mezzi di sussistenza), “l’operaio può essere considerato in quella luce” (cioè come capitalista), “in quanto, cedendo il suo lavoro al disotto del prezzo di mercato (!), si può ritenere che anticipi la differenza (?) al padrone…”. Nella realtà effettiva, l’operaio anticipa gratuitamente al capitalista il proprio lavoro durante una settimana ecc., per riceverne alla fine della settimana o così via il prezzo di mercato; questo, secondo Mill, farebbe di lui un capitalista! Nel grigiore uniforme della pianura, anche mucchi di terra sembrano colline; si misuri il grigiore dell’odierna borghesia dal calibro dei suoi “grandi cervelli” (Karl Marx, Il Capitale, sez. V, Cap. XIV, Utet). Quei cervelli sono persino peggiorati nel corso dei decenni! Magari avessimo a che fare con dei Ricardo, invece oggi ci toccano menti così prive di fantasia da far cascare le braccia. Ovviamente, secondo La Grassa, ciò non significa che l’economica “ufficiale”, con le sue varie teorie, non faccia scienza. Ad esempio, la teoria marginalistica basata su scelte e preferenze razionali degli individuali lo è in tutti i sensi. Solo che quest’ultima si ferma ad un livello di “attenzione”, a nostro parere, meno profondo di altre concezioni, tipo il marxismo, che sondano l’origine delle problematiche e non esclusivamente il loro manifestarsi in particolari settori o ambiti umani da estendersi, in seconda battuta, all’intero universo sociale come se quest’ultimo fosse prodotto e non causa dell’agire dei singoli. C’è da aggiungere che, nella presente fase di crisi sistemica, molti economisti o presunti dottori della dismal science, anziché studiare con rigore le trasformazioni in corso, preferiscono indossare l’abito sacerdotale dei giustificatori ad oltranza dell’esistente, per puro arrivismo cattedratico o mediatico. A causa di questa loro attitudine che falsa la realtà risultano ormai incapaci di qualsivoglia previsione e finiscono per brancolare nel buio. È così che il liberismo ha smesso di essere una scuola con una tradizione di nomi altisonanti ed è divenuto una fucina di servitori dello statu quo in decadenza. “L’odierno liberismo è una ideologia abbondantemente falsa atta ad ottundere il pensiero di chi ne è permeato”, commenta, con ragione, La Grassa. 3. Aver chiarito la prospettiva di Marx, su quel rapporto sociale che è il Capitale, è essenziale per abbracciare gli sviluppi successivi, legati alle sue intrinseche contraddizioni, quelle che avrebbero azionato spinte trasformative irrimediabili, nel suo stesso grembo, fino ad una trasfigurazione intermodale verso una diversa società comunistica (in cui avviene la liberazione dei/dai bisogni), raggiunta attraverso la tappa intermedia di un socialismo, in cui ognuno avrebbe ricevuto secondo il proprio lavoro, senza sottrazioni di sorta. Dimostrato che dietro merci e valori c’è “qualcos’altro” è possibile pensare al superamento del capitalismo, non come pia aspirazione utopistica ma come dato fattuale, già esecutivo, rebus sic stantibus. Infatti, scrive Marx, il socialismo concresce nelle viscere del sistema a causa delle sue intime antinomie ed in pochi decenni (non secoli o millenni) avrebbe preso il sopravvento. Questo fa sì, precisa La Grassa, che sia possibile pensare un progetto comune di lavoro: I diversi “lavoratori privati” prendono in considerazione, im-mediata, solo il sistema dei prezzi dei vari beni, prezzi che rappresentano meri rapporti quantitativi di scambio tra merci pur espressi in equivalente generale (nelle sue varie figure monetarie). Ogni “individuo” sa soltanto che produce e vende una cosa (al limite la sua forza-lavoro) al prezzo x e che, con la quantità di moneta ottenuta, può acquistare ai prezzi y, z, w… date quantità di altre merci necessarie alla sua vita e alla riproduzione della sua forza-lavoro e delle condizioni di una nuova produzione. Afferrare che, dietro l’equivalente generale, quindi dietro determinati rapporti di scambio tra le cose prodotte, vi è un contenuto rappresentato da una quota parte del lavoro sociale complessivo, serve a comprendere che sarebbe possibile un progetto comune di lavoro, se ciò non fosse appunto impedito dalla forma di valore (o valore di scambio) in cui si esprime tale contenuto, forma che diventa generale con il modo di produzione capitalistico e induce gli “individui produttivi” ad una sfrenata competizione per prevalere gli uni sugli altri. Questo è il significato della distinzione, nella merce, di un contenuto (il valore come quota del lavoro sociale complessivo) dalla forma espressiva dello stesso, che indica la separatezza e l’autonomia dei “produttori”, costretti a soddisfare i propri bisogni – anche quelli relativi alla riproduzione allargata (accumulazione) delle condizioni (mezzi) di produzione – senza progetti di cooperazione collettiva ma anzi ponendosi in conflitto l’uno contro l’altro.

Detto ciò, è innegabile che l’ipotesi previsionale di Marx si sia scontrata con una fattualità in controtendenza andandosi definitivamente ad esaurire. Il proletariato di fabbrica non è rivoluzionario “in sé”; nemmeno i “trucchi” di Lenin (il quale parlava di Classe per sé, cioè di gruppo sociale che diventa rivoluzionario quando acquisisce una coscienza lasciandosi direzionare dalle sue avanguardie di partito, che però sono di estrazione borghese e non operaia, et pour cause) ne mutano i destini, come preventivati dalla teoria marxiana, i quali derivano dal concetto di modo di produzione capitalistico, nell’intreccio di rapporti di produzione e forze produttive, controvertiti dalle risultanze dell’effettiva dinamica capitalistica pienamente estrinsecata. Marx aveva sceverato storicamente questi elementi: inizialmente erano stati artigiani e contadini ad essere espropriati dei loro mezzi (nella fase accumulativa originaria), quest’ultimi erano divenuti proprietà di capitalisti i quali organizzavano i processi lavorativi ergendosi di fronte ad una massa di lavoratori salariati, senz’altro da offrire se non la propria energia lavorativa. Competizione e concorrenza attivano al contempo l’“autofagia” dei capitalisti tra loro. Si determina così la concentrazione e poi la centralizzazione (monopolistica) dei capitali. I capitalisti si mangiano a vicenda fino a ridursi di numero, mutando la loro funzione e divenendo meri proprietari di azioni (rentier) estranei ai processi produttivi, mentre nelle fabbriche avviene una riunificazione tra lavoratori della mente e del braccio con composizione di una nuova classe sociale (il General Intellect). Nelle stesse parole di Marx: Ogni capitalista ne uccide molti. E, di pari passo con questa centralizzazione, cioè espropriazione di molti capitalisti da parte di pochi, si sviluppano su scala crescente la forma cooperativa del processo di lavoro, la cosciente applicazione tecnica della scienza, lo sfruttamento metodico della terra, la conversione dei mezzi di lavoro in mezzi di lavoro utilizzabili soltanto in comune, l’economia di tutti i mezzi di produzione grazie al loro impiego come mezzi di produzione del lavoro sociale combinato, l’inserimento e l’intreccio di tutti i popoli nella rete del mercato mondiale, e quindi il carattere internazionale del regime capitalistico. Col numero sempre decrescente dei magnati del capitale, che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione, cresce la massa della miseria, della pressione, dell’asservimento, della degradazione, dello sfruttamento, ma cresce anche la rivolta della classe operaia ogni giorno più numerosa, e disciplinata, unita e organizzata dallo stesso meccanismo del processo di produzione capitalistico. Il monopolio del capitale diviene un inciampo al modo di produzione che con esso e sotto di esso è fiorito. La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto nel quale diventano incompatibili col loro involucro capitalistico. Esso viene infranto. L’ultima ora della proprietà privata capitalistica suona. Gli espropriatori vengono espropriati. Il modo di appropriazione capitalistico, e quindi la proprietà privata capitalistica, nascenti dal modo di produzione capitalistico, sono la prima negazione della proprietà privata individuale poggiante sul lavoro personale. Ma la produzione capitalistica genera, con la necessità di un processo naturale, la propria negazione. È la negazione della negazione. Questa non ristabilisce la proprietà privata, ma la proprietà individuale sulla base della vera conquista dell’era capitalistica: la cooperazione e il possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione prodotti dallo stesso lavoro. La trasformazione della proprietà privata frammentata, poggiante sul lavoro personale degli individui, in proprietà capitalistica, è naturalmente un processo infinitamente più lungo, duro e tormentoso della trasformazione della proprietà capitalistica, che già si basa di fatto sulla conduzione sociale della produzione, in proprietà sociale. Là si trattava dell’espropriazione della massa del popolo da parte di pochi usurpatori; qui si tratta dell’espropriazione di pochi espropriatori da parte della massa del popolo (Karl Marx, Il Capitale, sez. VII, Cap. XXIV, Utet).

Il passaggio è importante perché qui Marx esplicita decisamente che la trasformazione della proprietà capitalistica, che già si basa di fatto sulla conduzione sociale della produzione, in proprietà sociale, è un avvenimento che non durerà a lungo. Il socialismo è in transizione nelle viscere del Capitale e la rivoluzione incombente avrebbe soltanto accelerato un evento necessario. Il soggetto della rivoluzione è ugualmente già formato nel processo produttivo senza alcuna utopia di supporto. Ovviamente, le classi proprietarie ancora egemoni culturalmente e politicamente (controllanti gli apparati di Stato, soprattutto quelli della coercizione) avrebbero opposto una strenua resistenza per cui si sarebbe reso necessario scalzarle dalla “macchina che gestisce la violenza” instaurando una dittatura del proletariato per liberare definitivamente la società dai parassiti finanziari. Quest’ultimi, ormai estranei alla produzione e dediti alla pura speculazione risultavano di intralcio al pieno sviluppo delle forze produttive, costrette in un involucro di rapporti socio-economici oramai deprimenti l’intera società. Il popolo avrebbe avuto, a questo punto, ben chiara l’odiosa sottrazione di pluslavoro/plusvalore, ben visibile grazie alla avvenuta riunificazione tra saperi e lavori (direzione ed esecuzione) e all’alleanza dei lavoratori del braccio e della mente, opposti ai “redditieri” estranei all’organizzazione di fabbrica, meri approfittatori del frutto del lavoro altrui attraverso le manovre sui titoli di borsa. Rotto l’involucro e dissolti i vecchi rapporti di proprietà, le forze produttive avrebbero ricominciato a svilupparsi realizzando il comunismo (passando da una breve transizione socialistica già operante nelle interiora del capitalismo), regno dell’abbondanza alla portata di tutti: “da ognuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. La società sarebbe uscita dalla sua preistoria di sopraffazione e di strenua competizione per entrare nella Storia vera e propria, quella in cui l’uomo è finalmente affrancato dai bisogni (non intellettuali ma materiali) perché quest’ultimi sono immediatamente soddisfatti. L’umanità intera può dunque dedicarsi allo sviluppo delle sue qualità più nobili, quelle spirituali e morali, perché non vive più la stringenza del lavoro salariato, unica fonte di sostentamento subalterna ai mezzi di produzione altrui. L’ipotesi scientifico-predittiva di Marx, come si può ben desumere, non si è concretata. In nessun posto. Lo Stato accentratore della proprietà pubblica, che qualcuno definisce ancora comunista (penso alla Cina di oggi o all’Urss di una volta) in nome del proletariato non c’entra con Marx che, tutt’al più, ne vaticina la fine (o la distruzione con “spallata” rivoluzionaria) in quanto esso è per lui soprattutto accentramento dei mezzi per l’esercizio della forza, non della proprietà. “Il potere statale centralizzato, con i suoi organi dappertutto presenti: esercito permanente, polizia, burocrazia, clero e magistratura – organi prodotti secondo il piano di divisione del lavoro sistematica e gerarchica…”. Per gestire i beni collettivi basta un’amministrazione di altro tipo (poiché non sarebbero più esistite le classi e i loro conflitti, mentre le dispute interindividuali sarebbero certamente proseguite ma su tutt’altro piano), non uno Stato che è egemonia corazzata di coercizione. Un aspetto della teoria di Marx non è stato del tutto invalidato, quello che La Grassa chiama il suo “I disvelamento” (non più sufficiente però a dipanare l’attuale formazione dei funzionari privati del capitale di matrice americana) benché sappiamo benissimo che destino di ogni teoria scientifica, come diceva Weber, sia quello di essere superata. Marx ha spiegato che l’eguaglianza formale dei soggetti, scambiantisi le merci (compreso la forza lavorativa) sul mercato, al loro valore, avviene in assenza di vincoli personali. Questa parità di diritti degli attori economici sul mercato maschera però la disuguaglianza effettiva nel processo produttivo che discende dai differenziali di proprietà e, dunque, di potere tra chi detiene i mezzi produttivi e chi no. Chi non ha i mezzi vende liberamente la sua forza lavoro ma una volta inserito nella produzione produce più di quanto gli viene effettivamente pagato (è il plusvalore). Lo scambio delle merci quali equivalenti (in media) nasconde la fondamentale (sottostante) produzione, e appropriazione capitalistica, del plusvalore che è pluslavoro; ancor più decisiva è però la riproduzione del rapporto durante lo svolgimento del processo produttivo, da cui escono il capitalista, arricchito dal profitto (plusvalore), e l’operaio in quanto semplice possessore della sua forza lavoro pronta per essere rivenduta, dando così inizio ad un nuovo ciclo dello stesso processo. Tutto qui, si fa per dire! Però Marx non coglie nel segno allorché prevede l’avvento della società comunistica come parto ormai maturo (quindi da concretarsi in pochi decenni, non secoli) nelle viscere del capitalismo. Bisogna prendere atto che dalla prospettiva di Marx il comunismo è impossibile, inutile girarci intorno. Esso non si è realizzato e non si realizzerà. Tuttavia, egli non immaginava la società comunistica come un sogno, lo spiega La Grassa nel saggio, lui la vedeva già in fieri nello sviluppo delle contraddizioni capitalistiche. Chi oggi continua a sperare nel comunismo è un illuso o un imbonitore mentre Marx, lo scienziato della “scienza dei modi di produzione”, non può essere ritenuto responsabile delle immaginazioni altrui.

3. Marx aveva sempre sostenuto che il suo laboratorio era stato l’Inghilterra, in quanto sede classica del modo di produzione capitalistico, cioè dei rapporti di produzione e di scambio ad esso corrispondenti. Tuttavia, già a fine ottocento e primi novecento il suo modello teorico, di fronte alla formazione dei grandi monopoli, cominciò a vacillare. Si erano formate grandi imprese (organismi composti da dipartimenti, settori, reparti ecc. ecc.) che non erano semplicemente le fabbriche che egli aveva avuto sotto gli occhi. In questi conglomerati produttivi e finanziari, estremamente articolati, la separazione tra manager e giornalieri è fin troppo evidente, per non parlare di tutta quella serie di ruoli (e funzioni) intermedi che vengono a stratificarsi tra gli uni e gli altri. La presagita sintesi dei saperi produttivi, la riunificazione tra operazioni intellettuali e manuali, resta un miraggio, anzi, al contrario si accelera la costituzione di una managerialità specialistica di elevato ingegno e doti strategiche, sospinta dalla tecnica, dalle innovazioni di prodotto (e non solo di processo), contrapposta di fatto agli operai. Questo mutamento obbliga ad un detour ideologico, il “soggetto rivoluzionario” non è più l’unione di dirigenti e operai, ma le sole tute blu mentre i “responsabili della produzione” sono considerati specialisti borghesi, soggetti inclini ad indentificarsi con le classi superiori che il proletariato deve tenere sotto stretto controllo “con i fucili puntati alla schiena” (Lenin). Con la descritta situazione viene a decadere la possibilità di una effettiva preponderanza sociale degli “sfruttati” sul grosso della società. La teoria leniniana dell’avanguardia, che include quella parte degli “intellettuali borghesi giunti alla comprensione del movimento della società nel suo insieme” (Marx) e la parte più cosciente degli operai, tenta proprio di colmare questo deficit egemonico. Le rivoluzioni guidate da simili avanguardie, in paesi dove erano i capitalisti ad essere più deboli e non i subordinati ad essere più forti, hanno ottenuto certo dei risultati ma non quelli sperati e, in ogni caso, nessuna costruzione del socialismo o del comunismo. Da simili rivolgimenti sono nati anche nuovi rapporti sociali che però, alla lunga, si sono dimostrati meno dinamici di quelli capitalistici, tanto da portare al fallimento delle società che li avevano instaurati (Unione Sovietica). Sinceramente, c’è anche da dire che lo stesso capitalismo, quello inizialmente tracciato da Marx, a partire dall’epoca dell’imperialismo, si è tramutato in qualcosa di diverso. Per questo il marxismo ha cominciato a mancare costantemente il “bersaglio”. La Grassa suggerisce la presenza di questa transizione e la fa coincidere con la supremazia americana, sospinta dalla strutturazione interna di quella formazione, nella quale si profila la genesi dei funzionari (privati) del capitale, diversa da quella inglese, preminente fino alla fine del ’800 inizio ’900. Gli Usa, che si rafforzeranno dopo due guerre mondiali, sconfiggeranno infine anche il “socialismo reale” e rimondializzeranno il pianeta imponendo a tutti il marchio del loro predominio.

4. Il mutamento storico impone ora un rinnovamento teorico perché il vecchio marxismo risulta inadatto ad interpretare la nuova realtà. Il capitalismo borghese, con laboratorio nella sua sede inglese, è metamorfosato in una direzione non prevista dal “Moro”, non è stato soppiantato dal comunismo di cui gli “sfruttati” erano classe intermodale di trapasso. Sulla base di queste considerazioni e dell’evoluzione, politica, sociale, culturale ecc. ecc. degli eventi l’analisi deve essere riorientata. La Grassa lo sostiene francamente: Mi sono quindi posto il compito di individuare la fallacia delle previsioni formulate in base alla teoria cui avevo aderito, attribuendola alla centralità che Marx aveva assegnato a: 1) la produzione (non nelle sue tecniche bensì nei suoi rapporti sociali) quale “base” sostanziale e struttura portante della società; 2) la divisione di quest’ultima in due classi antagoniste, la cui lotta doveva rappresentare la dinamica di quei rapporti e spingerli infine ad una trasformazione secondo un orientamento che sarebbe stato possibile individuare con certezza; classi caratterizzate, in modo preciso e inequivocabile, dalla “proprietà” (potere di disporre) o “non proprietà” dei mezzi impiegati nella produzione…Ho spostato la centralità in questione ponendola nel conflitto tra strategie (che sono l’essenza della POLITICA nel suo significato più generale, che non è quello della sfera di apparati designati con questo nome) applicate da diversi (non semplicemente due) gruppi sociali allo scopo di conseguire la supremazia in quella data formazione sociale e per una determinata epoca storica. Ho illustrato più volte quali conseguenze derivino da questo spostamento di centralità per quanto riguarda l’analisi della società, con particolare riferimento a quella detta capitalistica; e che credo nasconda il succedersi di almeno due formazioni sociali nel corso dell’ultimo secolo e mezzo, da quando Marx diede la sua definizione di rapporto sociale (di produzione) capitalistico. Ho definito queste due formazioni: capitalismo borghese (tipico del primo paese compiutamente capitalistico, l’Inghilterra) e società dei funzionari, o meglio ancora strateghi, del capitale (affermatasi più compiutamente negli Stati Uniti dopo la loro guerra civile e in particolare nella prima metà del XX secolo).

Dopo una lunga epoca, caratterizzata da pesanti crisi economiche (si indicano in particolare, la Grande Stagnazione del 1873-’96 e il crollo del 1929) e due dispute mondiali (nonché quasi mezzo secolo di confronto bipolare Usa-Urss conclusosi nel 1989-91), gli Stati Uniti, portatori di una formazione sociale differente da quella del capitalismo di matrice inglese, benché avente una struttura sempre fondata su mercato e impresa, hanno raggiunto un primato assoluto in quasi ogni campo.  In questo contesto, di pesanti rivolgimenti geo-politici, la lotta di classe (il conflitto Capitale/Lavoro – proprietari/non proprietari dei mezzi di produzione), i contrasti nella base economico-produttiva, su cui Marx basava parte del suo discorso, sono apparsi assolutamente secondari rispetto al resto. L’economia quale determinazione di ultima istanza per “leggere il capitale” è venuta a mancare. Le lotte tra i gruppi dominanti nella società globale, quelle orizzontali tra decisori di paesi diversi e quelle verticali tra gruppi dominanti all’interno di uno stesso contesto nazionale, hanno dimostrato di essere peculiarmente innervanti la dinamica sociale complessiva. Per tanto, l’autore di questo saggio, ha voluto porre l’accento sullo scontro tra agenti capitalistici, tra Stati e loro tessuti di connessione collettiva che vanno analizzati nell’insieme delle sfere sociali: economica (produttiva e finanziaria), politica (con le sue propaggini militari e d’intelligence), ideologico-culturale. I fatti della sfera economica non sono assolutizzanti, nonostante prendano spesso il davanti della scena, quanto più “volatili” appaiano. Essi sono funzionali ad una battaglia per la prevalenza, da attuarsi attraverso un confronto strategico, vero centro della questione.

Ma puntualizziamo meglio. “Politico” è tutto ciò che attiene alle strategie per primeggiare nei vari contesti umani. Per tale ragione, La Grassa, parla della POLITICA, non come insieme di apparati dell’omonima sfera o di agonismo per scopi elettorali (la sciocca democrazia da paragonarsi ad un sondaggio tra gli aventi diritto per offrire a quest’ultimi l’abbaglio di una partecipazione o lo “smercio” di una allucinazione che finga di rappresentarli nei loro interessi) , ma quale “strategia”, “serie successiva di mosse strategiche”, per affermare la propria visione delle cose e del mondo. Chi pensa meglio la propria situazione e si muove di conseguenza, in un campo di possibilità individuate astrattamente (perché si tratta di una costruzione della realtà tramite delle idee rigorose e non di una riproduzione fedele della materialità nel cammino del pensiero) e stabilizzate ai fini dell’azione, raggiunge una certa prevalenza (sociale, culturale, organizzativa, economica, ecc. ecc.) più o meno duratura ma non permanente, nell’ambito di quella data formazione sociale, logisticamente individuata. La POLITICA, intesa in tal guisa, è una modalità teorico-pratica (strategia e azione), per incidere nel quadro sociale, nelle sue segmentazioni e stratificazioni, nelle sue concrezioni più visibili che per comodità espositiva possono essere ridotte alle tre sfere citate. Questa riflessione ci libera dal “suprematismo” dell’economico, dalla “teologia” del denaro e dei suoi duplicati finanziari ma anche dalla teleologia marxiana secondo cui gli sconvolgimenti nella struttura economica della società (rapporti di produzione+forze produttive=modo di produzione, la presunta base reale, come se gli aspetti da Marx stesso definiti sovrastrutturali fossero irreali o non abbastanza reali) sono quelli fulcrali per aprire una fase di palingenesi nel corpo collettivo. L’approntamento delle strategie per raggiungere un predominio necessita di “energie” per sostenere i conflitti, oltre che della capacità pre-visionale per circoscrivere il migliore “campo” dove sfidarsi. Nella società capitalistica, il terreno economico viene sicuramente in maggiore evidenza per le caratteristiche del sistema il quale, come scriveva Marx, si presenta come un’immane raccolta di merci. La centralità dei mercati, sostenuta dal (neo)liberismo, da cui è oggi scaturita la globalizzazione mercantile, fa parte di questa visione superficiale. Tale approccio, in conseguenza dei suoi postulati, dà grandissima (troppa) importanza al “denaro”, quale equivalente generale, poiché esso “paga” il prezzo di tutto e chi ne dispone a sufficienza può comprare cose e persone da utilizzare nello scontro con gli avversari. La narrazione dominante obnubila, inoltre, il vero conflitto per la supremazia, che avviene tendenzialmente senza esclusione di colpi ma “riparato” sotto le virtù “concorrenziali” e “competitive” che, ispirate dalla mano invisibile, consentirebbero al più abile o meritevole – perché capace di fornire alla società beni e servizi di alta qualità a costi contenuti (il principio della razionalità strumentale, il minimax, minimo mezzo e massimo risultato) – di accedere ai più alti ranghi del benessere e del prestigio. Il neoliberismo crede, pertanto, che tutto debba essere lasciato al mercato, con decisa riduzione dell’intervento dello Stato in economia, in quanto i suoi meccanismi intrinseci sono in grado di auto-correggere gli eventuali squilibri tra domanda e offerta, portando prosperità a tutta la civiltà. Questa è una posizione ingenua per due ordini di ragioni. Presuppone che la razionalità strumentale risolva ogni orizzonte umano (ignorando che i saperi strategici precedono e indirizzano le scelte economiche e non solo quelle), inoltre, occulta il ruolo svolto dai Paesi più avanzati, militarmente e tecnologicamente, nel dettare le leggi che influenzano i rapporti mercantili. La potenza, invece, permette a chi la detiene di fare e interpretare le regole a proprio favore e piacimento. Peraltro, non è affatto vero che il mercato sia il deus ex-machina che vogliono farci credere. In un saggio notevole, l’economista coreano Ha-Joon Chang tratta il tema del rapporto imprese-mercato in questi termini:

Con lo sviluppo del capitalismo, settori sempre più vasti dell’economia sono stati dominati da grandi società. Questo significa che è cresciuta l’area dell’economia capitalista coperta dalla pianificazione. Per fare un esempio concreto, oggi una porzione compresa tra un terzo e la metà del commercio internazionale, a seconda delle stime, è fatta di trasferimenti tra differenti unità all’interno di società transnazionali. Herbert Simon, un pioniere degli studi di organizzazione delle imprese, riassunse sinteticamente questo punto nel 1991 in Organisations and Markets, uno degli ultimi articoli da lui scritti. Se un marziano, senza pregiudizi, venisse sulla terra e osservasse la nostra economia, scherzava, penserebbe forse che i terrestri vivono in un’economia di mercato? No, diceva, concluderebbe quasi certamente che i terrestri vivono in una organizational economy (economia organizzativa), nel senso che il grosso delle attività economiche della terra sono coordinate, all’interno delle aziende (organizzazioni), piuttosto che tramite transazioni di mercato tra aziende diverse. Se le aziende fossero rappresentate dal verde e i mercati dal rosso, diceva Simon, il marziano avrebbe visto “grandi spazi verdi interconnessi da linee rosse”, piuttosto che “una rete di linee rosse che connettono spazi verdi”. E noi pensiamo che la pianificazione sia morta. Simon non includeva la pianificazione statale, ma se l’aggiungiamo le moderne economie capitaliste sono ancora più pianificate di quanto suggerito dalla prospettiva del marziano. Tra la pianificazione all’interno delle imprese e i vari modelli di pianificazione statale, le moderne economie capitaliste risultano essere pianificate in misura molto elevata. Un punto interessante da sottolineare è che i paesi ricchi sono più pianificati dei paesi poveri, data l’ampia presenza di grandi società, e spesso la più diffusa presenza dello stato (anche se in genere meno visibile, dato il suo approccio più sottile). ( Ha-Joon Chang, 23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo, Il Saggiatore).

In questa sede non ci interessa tanto l’aspetto della cosiddetta pianificazione capitalistica, che pur è rilevante, ma un altro tema che l’economica dominante tende a ideologizzare con spiegazioni di comodo: il rapporto tra imprese e mercato, “appianato” ricorrendo a sotterfugi quasi spiritistici, come la mano invisibile di smithiana memoria, quale specie di “orologio biologico” del sistema economico che regola tutti i suoi ritmi. Per l’economia mainstream le imprese operano nel mercato ma risultano separate da questo. Sono immerse in esso come corpi avulsi che ne subiscono gli impulsi e i condizionamenti ad ogni livello. Il primo sarebbe pertanto l’ambiente esterno delle seconde, un habitat che con le sue leggi universali e imperiture, prima fra tutte la concorrenza, norma le attività di tali apparati privati. Ma è proprio così? Simon, con il suo esempio delle zone verdi (imprese) interconnesse da linee rosse (mercati) coglie intuitivamente qualcosa in più anche se non giunge al punto. Almeno però respinge l’idea superficiale del mercato come ambiente altro dagli attori collettivi che vi opererebbero “dentro”. Ma esiste realmente un dentro ed un fuori dal mercato? Per l’economica ufficiale, che intende lo spazio mercantile come superficie piana su cui si collocano singolarità imprenditoriali fondamentalmente speculari, ed aventi un potere tendenzialmente equivalente (valendo le leggi quasi perfette della competizione), ovviamente sì. Ma se tale “spazio” viene inteso come una sfera nella quale si snodano trame conflittuali tra più soggetti che operano per conquistare una posizione di predominio (tanto sociale e politico che economico), allora no o non del tutto. Se la seconda ipotesi è verosimile anche l’interconnessione simoniana appare inadeguata a spiegare tutta la “faccenda”. L’economia organizzativa, comunque fondata sulla razionalità strumentale (minimo mezzo – massimo risultato, con opportuni correttivi che tengano conto degli obiettivi di lungo periodo, in ossequio ai quali è lecito e possibile accettare piccole perdite immediate per una maggiore stabilità futura, quindi contravvenendo occasionalmente al modello per un miglioramento organizzativo), non coglie il vero lavoro strategico che le imprese svolgono per affermarsi sulle altre. Le sole strategie economiche risultano insufficienti per spuntarla sui competitori essendo i profitti, in un contesto capitalistico pienamente sviluppato, uno strumento per confliggere e primeggiare e non l’obiettivo “esistenziale dell’impresa” tout court. Un’impresa dominante (parliamo soprattutto dei grandi giganti del mercato) non resta mai tale se non è in grado di innovare continuamente ma pure se non è capace di far fuori gli avversari con manovre extraeconomiche. Anche a questo serve la sua “intelligence” interna. Carpire i segreti del “nemico”, elaborare strategie “di guerra” servendosi di tutti i mezzi a disposizione, inclusi i legami istituzionali, e, perché no, quelli “delinquenziali” ecc. ecc. La Grassa, invece, illustra magistralmente questi concetti. Egli dice che nell’impresa operano due diversi tipi di razionalità. I marxisti, ma anche gli economisti “sistemici”, hanno sempre pensato che ruolo precipuo dell’impresa (nella sua riduzione a fabbrica) fosse quello di garantire la migliore combinazione dei fattori produttivi (capitale e lavoro) al fine di produrre, con le risorse a disposizione, il massimo possibile. Questa razionalità del minimax agisce, senza ombra di dubbio, dal lato tecnico-produttivo, essendo la stella polare che orienta l’azione dello “strato” che si occupa degli esiti della produzione e nella quale sono implicati (in maniera subordinata) anche i lavoratori (più e meno qualificati). Già questo mette in evidenza che il gruppo dei tecnici e degli ingegneri, deputati agli indirizzi produttivi, è direttamente collegato al comando del management strategico, dal quale riceve precisi input che devono essere convertiti lungo gli anelli della catena dell’impresa (riorganizzazioni processuali con impiego di tecnologie sempre più avanzate, ma anche per la realizzazione di nuovi output) con lo scopo di aumentare la produttività del lavoro.

I lavoratori subordinati, meri esecutori degli ordini provenienti dal settore tecnico-ingegneristico, non hanno alcuna possibilità di intervenire su questi processi poiché sono inseriti in attività lavorative fortemente parcellizzate o direttamente guidate dalla combinazione “macchinica”. La conoscenza globale del processo produttivo (i c.d. saperi produttivi), dal lato tecnico, è prerogativa degli specialisti della produzione, almeno per quel che concerne intere sezioni o dipartimenti nei quali l’impresa è scorporata; questo sapere non è uniforme e si ripartisce, a sua volta, tra i vari specialisti che dirigono tecnicamente i diversi settori aziendali. Anzi, contrariamente a quanto affermava il marxismo economicistico, il sapere all’interno della produzione non tende ad omogeneizzarsi e a diffondersi capillarmente lungo la collana dei profili lavorativi, “lo specialismo” tende, invece, a moltiplicarsi con una progressione geometrica. La razionalità strategica, al contrario, attiene esclusivamente ai gruppi di comando che guidano le imprese (proprietà o disposizione sui mezzi produttivi), i quali gestiscono il coordinamento tra le varie parti (dipartimenti) ed orientano le risorse esitate dal lavoro sottostante nella lotta per la preminenza nell’ambiente “esterno”. Questo ambiente esterno non coincide semplicemente col mercato ma è qualcosa di molto più complesso che comprende anche la politica e le influenze ideologiche. Il mercato stesso non è il luogo che comincia dove finisce l’impresa o, più scarnamente, quello dove le imprese si scontrano per vendere i loro prodotti (senz’altro anche questo). Il mercato è direttamente nell’impresa così come l’impresa è immersa nel mercato:

[…] nelle relazioni tra le sue varie parti (sezioni, dipartimenti, divisioni) che sono di tipo sia più propriamente gerarchico sia caratterizzate da determinate forme di decentramento e flessibilizzazione dell’organizzazione intera; per cui quest’ultima si basa su ordini imperativi, sul coordinamento imposto dall’alto verso il basso, ma anche su rapporti interimprenditoriali.

Come si può ben capire, La Grassa sposta completamente il fulcro dell’analisi dalla fabbrica – intesa come organismo unitario che si limita a trasformare dati input in dati output, secondo la combinazione dei fattori produttivi e i metodi del plusvalore (in primis “relativo”) – all’impresa, che è invece “un aggregato, internamente coordinato dal gruppo di comando, di entità produttive, disposte generalmente su linee collaterali, ma che nel loro complesso configurano una piramide gerarchica di funzioni e ruoli sociali.” (La Grassa, Microcosmo del dominio, CRT). Dunque,

non è né l’ottimale combinazione dei fattori produttivi, secondo i dettami dell’economica neoclassica, né il massimo profitto da ottenere con i metodi del plusvalore soprattutto relativo… così come sostenuto dal marxismo tradizionale. A parità di ogni altra condizione, si persegue l’efficienza economica, cioè il principio della massima economizzazione dei mezzi, ma solo se questa è in accordo con l’efficacia dell’attività svolta per prevalere nell’ambiente mercantile, uno spazio i cui confini e la cui trama interrelazionale interna sono tracciati dalle azioni conflittuali delle varie imprese in reciproca lotta. L’efficienza tende a conseguire il massimo profitto (plusvalore) che rappresenta il fondo cui attingere per svolgere con efficacia la competizione interimprenditoriale. Essendo però il successo in quest’ultima il fine principale perseguito da ognuno dei molti capitali in conflitto per la preminenza, l’efficacia è prioritaria rispetto all’efficienza…  l’efficacia nella lotta, e dunque la prevalenza conseguita tramite questa, è il fine supremo di ogni funzione capitalistica; l’efficienza nell’organizzazione interna ad ogni impresa – e dunque il perseguimento di quello scopo secondario che è il massimo profitto da conseguire con il miglior uso di dati mezzi (economica neoclassica), o con l’estrazione del massimo plusvalore da una data forza lavoro (marxismo) – è un semplice mezzo in relazione allo scopo principale, di carattere strategico e decisivo. Accade spesso che l’efficienza… entri in contraddizione con il fine principale, quello della migliore strategia per… conseguire la supremazia. In questo caso, si può ben sacrificare l’efficienza, si possono “sprecare” risorse, non seguendo perciò il principio (neoclassico) dell’economicità né quello (marxista) dell’estrazione del massimo pluslavoro/plusvalore (G. La Grassa, Gli Strateghi del Capitale, Manifestolibri).

Questo è, onestamente, un passo avanti nel tentativo di comprendere le categorie essenziali dei capitalismi odierni che gli economisti di “regime” trasformano in idòla, utili alle loro carriere ma inutili al resto dell’umanità.

5. Il discernimento della situazione nel “campo di stabilità” è una questione complessa che non si rende intelligibile ricorrendo alle “specifiche” della razionalità strumentale; occorre invece la capacità di orientarsi nel mondo dell’agente strategico. Per raggiungere la preminenza, in ciascuna delle sfere sociali in cui si è suddivisa la realtà, ci vuole “scienza, conoscenza e arte”, in quanto non è sol(tanto) questione di calcoli, di analisi costi-benefici, anzi, lo stratega può lungamente derubricare l’utilità immediata per raggiungere obiettivi più alti, appunto strategici, in momenti successivi. La razionalità strumentale procura sicuramente le risorse con le quali è poi possibile scontrarsi coi nemici per primeggiare. Ma non è il nocciolo della questione, l’elemento vitale che avrebbe acceso la divaricazione “bipolare” (lavoratore collettivo cooperativo, inglobante il gran numero delle funzioni e degli individui vs speculatori sparuti ma controllanti la “bestia statale”), tra classi nemiche a prescindere dai contesti nazionali o culturali, contrariamente a quello che pensava Marx, il quale è comunque lungimirante da scorgere: Il costante accrescimento delle classi medie che si trovano nel mezzo, fra gli operai da una parte e i capitalisti e i proprietari fondiari dall’altra, in gran parte mantenute direttamente dal reddito, e che gravano come un peso sulla sottostante base lavoratrice e accrescono la sicurezza e la potenza sociale dei diecimila soprastanti (Karl Marx, Teorie sul plusvalore, vol. II). Lo svolgimento preventivato da Marx non si è concretato, la società odierna non ha visto affatto scomparire i suoi corpi intermedi perché assorbiti dalla classe “sottostante” (a sua volta non unificatasi e allargatasi agli alti ranghi ingegneristici ma ridottasi persino di numero nelle sue schiere operaie), il “diaframma” delle classi medie si è mostrato molto flessibile, consustanziale all’esistenza dei capitalismi e non destinato a dissolversi, offerente agli strati superiori, e non a quelli salariati di infimo status, le sue teste preparate. Il concetto stesso di “medietà” di tali corpi è divenuto ripostiglio di incomprensioni e di scarsa propensione allo studio dei cambiamenti sociali. Il conflitto strategico cerca di afferrare tutti questi aspetti (novità) e prova a superare l’impasse in cui è precipitato il marxismo. La razionalità strategica, il conflitto strategico (precipuamente quello nei gangli del comando) schiude finalmente la Storia a inconsuete e originali esegesi, sempre meglio della solita “solfa” sulla lotta di classe che non rende più perspicua la nostra contemporaneità e garantisce rifugio a molte canaglie, sedicenti rivoluzionarie ma passate al nemico senza autocritica. Il sol dell’avvenire non viene ed è meglio farsene una ragione piuttosto che insistere utopisticamente con teorie fintamente emancipative e degradate a religioni, professate da approfittatori della credulità popolare. La Grassa, comunque, ammette che in Marx, esisteva un elemento oggettivo convincente (la proprietà, il potere di disposizione, o non proprietà dei mezzi di produzione) che stabiliva in anticipo (e non come discettava Althusser durante il reciproco confronto) gli schieramenti sociali e le modalità di trapasso da una formazione sociale all’altra (schiavismo, feudalesimo, capitalismo). La Storia (era) esattamente storia di lotte di classe. Ma i processi storici di transizione, che vengono colti ex-post, non sono una necessità oggettiva della Storia medesima. Sono accaduti e vengono riscontrati ma è improbo definirne lapalissianamente la “ragione” causante. Forse la nostra ragione è più adatta a scorgere l’intersoggettività sociale, anche quella dei conflitti, per quanto debba sforzarsi di porre un “principio originario” (che non è semplicisticamente un mito fondativo), come ha fatto Marx elaborando la nozione dell’accumulazione originaria. Il conflitto strategico può essere allora coerentemente posto al centro dell’evoluzione storica delle formazioni sociali. Il conflitto dà “tono” all’agire e crea le masse d’urto per le “battaglie” dalle quali, infine, escono vincenti e perdenti, con conseguente riparametrazione dei rapporti di forza i quali, tuttavia, non si danno una volta per tutte col medesimo “settaggio”. La Storia non muore mai, non si placa, perché lo squilibrio incessante del “reale” è il suo motore. Tale squilibrio, dettato dal fluire caotico del reale, può ben essere, mutatis mutandis, la nostra “accumulazione originaria”. Il flusso è pensato, o meglio, immaginato (con la creatività delle forme artistiche) ma non può essere attraversato. Immersi in esso ci sentiremmo alla deriva, come nel cosmo sconfinato. Per agire nello scorrimento del tempo e dello spazio (sociali) i gruppi devono creare campi di stabilità in cui muoversi (razionalmente) con l’intento di conseguire scopi. Meta delle mete è la supremazia sugli altri contendenti che nasce dalla convinzione di avere convinzioni più adatte al progresso particolare e generale. Le élites o avanguardie sorgono su questi presupposti. I drappelli decisori (i quali devono, in ogni caso, associare alla propria progettualità blocchi consistenti di popolazione per avere “massa” d’impatto), che egemonizzano un dato campo di stabilità, avvertono il pericolo di potenziali rivali pronti a scalzarli, sentendosi anche questi portatori di sorti ancor più magnifiche e progressive di quelle istituite. Si alimentano così “movimenti vari di conflitto e di alleanza (ma ai fini del conflitto poiché, come si dice, l’‘unione fa la forza’) tra gruppi vari”. Il flusso squilibrante del reale sospinge i gruppi ad affrontarsi, i conflitti diventano inevitabili a lungo andare, imponendo il traguardo della supremazia ai vari livelli: economico, politico, ideologico-culturale. La POLITICA nel senso di serie di “mosse strategiche” è, pertanto, il perno di questo “gioco” senza fine (della Storia).

GIANFRANCO LA GRASSA: DISCUSSIONE SU MARX (10 PARTI)

gianfranco

Vi presentiamo le discussioni di La Grassa su Karl Marx. Le “lezioni” approfondiscono molti temi sviluppati in questi anni dal pensatore  veneto sulla teoria marxiana, non per ristabilire la “verità” su quel che Marx avrebbe detto esattamente ma per eliminare i troppi fraintendimenti che ancora oggi obnubilano il nucleo essenziale dei suoi studi sul capitalismo a matrice inglese. Tali errori forniscono una cattiva interpretazione del passato e si ripercuotono anche sulla comprensione del presente che, invece, necessita di un nuovo apparato categoriale di riferimento per essere inteso nei suoi elementi essenziali. Seguire l’esempio di Marx vuol dire proprio far progredire la scienza sociale, superando i dogmatismi e i preconcetti, soprattutto quelli di un marxismo ormai ossificato e lontano dalla realtà. La Grassa opera questo tentativo individuando gli elementi decisivi per Marx e quanto si è, invece, sviluppato antiteticamente alle sue ipotesi predittive.

 

 

 

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di Gianfranco La Grassa

Indice:

Introduzione, di Gianni Petrosillo     pag. 9

Denaro e forme sociali                     pag. 27

Appendice: il marxismo impossibile pag. 41

 

Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo. Quanto grande è il potere del denaro, tanto grande è il mio potere. Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e le mie forze essenziali, cioè sono le caratteristiche e le forze essenziali del suo possessore. Ciò che io sono e posso, non è quindi affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. E quindi io non sono brutto, perché l’effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è annullata dal denaro. Io, considerato come individuo, sono storpio, ma il denaro mi procura ventiquattro gambe; quindi non sono storpio. Io sono un uomo malvagio, disonesto, senza scrupoli, stupido; ma il denaro è onorato, e quindi anche il suo possessore. Il denaro è il bene supremo, e quindi il suo possessore è buono; il denaro inoltre mi toglie la pena di esser disonesto; e quindi si presume che io sia onesto. Io sono uno stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe essere stupido chi lo possiede? Inoltre costui potrà sempre comperarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti, non è più intelligente delle persone intelligenti? Io che col denaro ho la facoltà di procurarmi tutto quello a cui il cuore umano aspira, non possiedo forse tutte le umane facoltà ? Forse che il mio denaro non trasforma tutte le mie deficienze nel loro contrario?E se il denaro è il vincolo che mi unisce alla vita umana, che unisce a me la società, che mi collega con la natura e gli uomini, non è il denaro forse il vincolo di tutti i vincoli? Non può esso sciogliere e stringere ogni vincolo? E quindi non è forse anche il dissolvitore universale? Esso è tanto la vera moneta spicciola quanto il vero cemento, la forza galvano-chimica della società.

Karl Marx

 

 

La proprietà non è un furto

Karl-Marx

 

Ogni tanto, nonostante si tratti di questioni chiuse da un pezzo, qualcuno riesuma il “povero” Proudhon per opporlo a Marx. Viene detto che seguendo le idee del primo il socialismo non sarebbe mai degenerato nel terrorismo rosso e nel leninismo burocratico di Stato che raggiunse l’apice con le atrocità collettivistiche di Stalin. Sono tutte sciocchezze sesquipedali ripetute da pseudo intellettuali prezzolati i quali celano le proprie incomprensioni teoriche dietro belle ma inutili parole come la solidarietà sociale. L’episodio emblematico fu quello del ‘78 allorché il Psi, assistito da due mediocri personaggi, Luciano Pellicani e Luciano Cafagna, tirò fuori un inesistente Proudhon mezzo liberale e mezzo craxiano per criticare il “violento e intollerante Marx”. L’operazione fu talmente carnevalesca, benché supportata da contingenti esigenze politiche, che chi la eseguì sentirà per sempre ridersi alle spalle finché vivrà ed anche oltre. Eppure Marx, con molta tristezza, non poté fare a meno di mettere Proudhon di fronte alle sue contraddizioni pur avendo avuto iniziale stima di lui. Proudhon stava facendo troppa confusione tra filosofia ed economia, nonostante Marx gli avesse riconosciuto il merito di aver aperto il suo linguaggio alla modernità economica. Tuttavia: “Proudhon non ha che idee imperfette, confuse e false circa il fondamento di ogni economia politica, il valore di scambio: il che lo conduce a vedere le basi di una nuova scienza in una interpretazione utopistica della teoria del valore di Ricardo. Infine io riassumo il mio giudizio generale sul suo punto di vista con queste parole: ‘ Ogni rapporto economico ha un lato buono e uno cattivo: è questo l’unico punto sul quale Proudhon non si smentisce. Il lato buono egli lo vede esposto dagli economisti; quello cattivo lo vede denunciato dai socialisti. Egli prende a prestito dagli economisti la necessità dei rapporti eterni; dai socialisti l’illusione di vedere nella miseria solo la miseria” (invece di vedervi l’aspetto rivoluzionario, distruttivo che rovescerà la vecchia società). “E si trova d’accordo con gli uni e con gli altri, volendosi appoggiare all’autorità della scienza, che, per lui, si riduce alle esigue proporzioni di una formula scientifica; è l’uomo alla ricerca delle formule. Quindi Proudhon si vanta di aver fornito la critica e dell’economia politica e del comunismo: mentre si trova di sotto dell’una e dell’altro. Al di sotto degli economisti, poiché come filosofo che ha sotto mano una formula magica, ha creduto di potersi esimere dall’entrare in dettagli puramente economici; al di sotto dei socialisti, poiché non ha né sufficiente coraggio né sufficienti lumi per elevarsi, non fosse altro in maniera speculativa, oltre l’orizzonte borghese… Vuole librarsi, come uomo di scienza al di sopra dei borghesi e dei proletari; e non è che il piccolo borghese, sballottato costantemente fra il capitale e il lavoro, fra l’economia politica e il comunismo’. ” (Marx)
Dunque, checché ne dica Pellicani, il pensiero di Proudhon non sarebbe servito per “l’universalizzazione dei valori liberali, non già la loro negazione; la socializzazione del mercato, non già la sua distruzione; la saldatura fra democrazia economica e democrazia politica, non già la tirannia ideocratica dei custodi sacerdotali della Gnosi dialettica”.
Questi sono giudizi in libertà di chi ha voluto compiacere le mode dei propri tempi per conciliare l’inconciliabile. Anzi, Marx critica in Proudhon, l’assoluta mancanza di contatto con la realtà: “A sentir lui, l’uomo non è che lo strumento di cui l’idea ovvero la ragione eterna si serve per svilupparsi. Le evoluzioni di cui parla Proudhon debbono essere evoluzioni quali si compiono nel seno mistico dell’idea assoluta. Ma se si strappa il sipario di questo linguaggio mistico, ciò significa che Proudhon ci fornisce l’ordinamento in cui le categorie economiche si sistemano all’interno del suo cervello”.
Più grave però è che i comunisti di ieri e i nostalgici di oggi non abbiano capito che per il pensatore tedesco la proprietà non fosse un furto. In ciò sono stati Proudhoniani anziché marxisti senza nemmeno rendersene conto.
Tanto Engels che Marx furono precisi sul punto:
“Se si traducono i giuochi di prestigio della produzione capitalistica in questo linguaggio semplice, nel quale essi si manifestano apertamente come furto, si rendono impossibili. (Engels)
“Poiché il ‘furto’in quanto violazione della proprietà presuppone la proprietà, così Proudhon ha finito col perdersi in confuse e cervellotiche discettazioni sulla vera proprietà borghese”.
Persino nel film “Le jeune Karl Marx” del 2017, di Raoul Peck, c’è una bellissima scena in cui Marx incontra Proudhon e chiede spiegazioni sulla proprietà che sarebbe un furto. Qui Marx dice”se rubo la proprietà di qualcuno sto rubando un furto?” Una battuta che fulmina Proudhon. https://m.youtube.com/watch?v=abeNVdxLvTg

In nessun caso la proprietà si fonda sul furto, come sosteneva Proudhon, e non sono rapine quella che avvengono nella produzione, di beni o di servizi, o nei mercati azionari. Non è un gioco delle tre carte quello finanziario. I cervelli banali dei filosofi lo pensano. Lo spiega perfettamente Engels nell’ Anti-Dühring (la citazione è lunga ma necessaria):

<<In generale la proprietà privata non appare affatto nella storia come risultato della rapina e della violenza. Al contrario. Essa sussiste già, anche se limitatamente a certi soggetti, nella comunità primitiva naturale di tutti i popoli civili. Già entro questa comunità essa si sviluppa, dapprima nello scambio con stranieri, assumendo la forma di merce. Quanto più i prodotti della comunità assumono forma di merci, cioè quanto meno vengono prodotti da essa per l’uso personale del produttore e quanto più vengono prodotti per il fine dello scambio, quanto più lo scambio soppianta, anche all’interno della comunità, la primitiva divisione naturale del lavoro, tanto più diseguali divengono le fortune dei singoli membri della comunità, tanto più profondamente viene minato l’antico possesso comune del suolo, tanto più rapidamente la comunità si spinge verso la sua dissoluzione e la sua trasformazione in un villaggio di contadini parcellari. Per secoli il dispotismo orientale e il domino mutevole di popoli nomadi conquistatori non poterono intaccare queste antiche comunità; le porta sempre più a dissoluzione la distruzione graduale della loro industria domestica naturale operata dalla concorrenza dei prodotti della grande industria. Così poco si può parlare qui di violenza, come se ne può parlare per la sparizione che avviene anche oggi dei campi posseduti in comune dalle “Gehöferschaften” [comunità di villaggio] sulla Mosella o nello Hochwald; i contadini trovano che è precisamente nel loro interesse che la proprietà privata del campo subentri alla proprietà comune. Anche la formazione di un’aristocrazia naturale, quale si ha nei celti, nei germani e nel Punjab basata sulla proprietà comune del suolo, in un primo tempo non poggiò affatto sulla violenza, ma sul consenso e sulla consuetudine. Dovunque si costituisce la proprietà privata, questo accade in conseguenza di mutati rapporti di produzione e di scambio, nell’interesse dell’aumento della produzione e dell’incremento del traffico: quindi per cause economiche. La violenza qui non ha assolutamente nessuna parte. È pur chiaro che l’istituto della proprietà privata deve già sussistere prima che il predone possa appropriarsi l’altrui bene; che quindi la violenza può certo modificare lo stato di possesso, ma non produrre la proprietà privata come tale. Ma anche per spiegare “il soggiogamento dell’uomo allo stato servile” nella sua forma più moderna, cioè nel lavoro salariato, non possiamo servirci né della violenza, né della proprietà fondata sulla violenza. Abbiamo già fatto menzione della parte che, nella dissoluzione delle antiche comunità, e quindi nella generalizzazione diretta o indiretta della proprietà privata, rappresenta la trasformazione dei prodotti del lavoro in merci, la loro produzione non per il consumo proprio, ma per lo scambio. Ma ora Marx ha provato con evidenza solare nel “Capitale”, e Dühring si guarda bene dal riferirvisi sia pure con una sola sillaba, che ad un certo grado di sviluppo la produzione di merci si trasforma in produzione capitalistica, e che in questa fase “la legge dell’appropriazione poggiante sulla produzione e sulla circolazione delle merci ossia legge della proprietà privata si converte direttamente nel proprio diretto opposto, per la sua propria, intima, inevitabile dialettica. Lo scambio di equivalenti che pareva essere l’operazione originaria si è rigirato in modo che ora si fanno scambi solo per l’apparenza in quanto, in primo luogo, la quota di capitale scambiata con forza-lavoro è essa stessa solo una parte del prodotto lavorativo altrui appropriato senza equivalente, e, in secondo luogo, essa non solo deve essere reintegrata dal suo produttore, l’operaio, ma deve essere reintegrata come un nuovo sovrappiù (…) Originariamente il diritto di proprietà ci si è presentato come fondato sul rapporto di lavoro (…) Adesso” (alla fine del suo sviluppo dato da Marx) “la proprietà si presenta, dalla parte del capitalista come diritto di appropriarsi lavoro altrui non retribuito ossia il prodotto di esso, e dalla parte dell’operaio come impossibilità di appropriarsi il proprio prodotto. La separazione tra proprietà e lavoro diventa conseguenza necessaria di una legge che in apparenza partiva dalla loro identità” In altri termini: anche se escludiamo la possibilità di ogni rapina, di ogni atto di violenza, di ogni imbroglio, se ammettiamo che tutta la proprietà privata originariamente poggia sul lavoro proprio del possessore, e che in tutto il processo ulteriore vengano scambiati solo valori eguali con valori eguali, tuttavia, con lo sviluppo progressivo della produzione e dello scambio, arriviamo necessariamente all’attuale modo di produzione capitalistico, alla monopolizzazione dei mezzi di produzione e di sussistenza nelle mani di una sola classe poco numerosa, alla degradazione dell’altra classe, che costituisce l’enorme maggioranza, a classe di proletari pauperizzati, arriviamo al periodico affermarsi di produzione vertiginosa e di crisi commerciale e a tutta l’odierna anarchia della produzione. Tutto il processo viene spiegato da cause puramente economiche senza che neppure una sola volta ci sia stato bisogno della rapina, della violenza, dello Stato, o di qualsiasi interferenza politica. La “proprietà fondata sulla violenza” si dimostra qui semplicemente come una frase da spaccone destinata a coprire la mancanza di intelligenza dello svolgimento reale delle cose>>.

Ancora oggi non è stata capita la dinamica del vecchio capitalismo di matrice inglese, immaginatevi quanto siamo indietro sull’attuale comprensione della formazione sociale capitalistica di matrice americana. Lasciamo perdere Proudhon, lasciamo stare in parte anche Marx (che però sta a Proudhon come un Galilei sta ad un alchimista) e pensiamo finalmente la storia e la scienza sociale dei nostri giorni, così convulsi e faticosi.

TEORIA E PRATICA, LE DUE “LAME” DELLA POLITICA

LAGRA2

1. Per comodità (teorica) ho sempre utilizzato la tripartizione della società in tre “sfere” (tre grossi ambiti, mai concretamente separati da nette delimitazioni di confine): quella politica, quella economica (con sottosfere produttiva e finanziaria), quella ideologica, che a volte denomino ideologico-culturale per indicaresia tutto ciò che si muove nel campo delle idee, dei punti di vista, delle battaglie fra queste(i), sia i depositi accumulatisi durantequesto movimento nel corso di lunghi periodi di tempo in dati ambiti sociali forniti pure di un territorio (di solito si tratta di quelli che chiamiamo paesi e, da un certo periodo in poi, spesso pure nazioni).

Ogni sfera è costituita da gruppi di apparati, di strutture organizzate che perseguono date finalità. Nella sfera politica, simili organismi si addensano attorno allo Stato (della cui formazione storica non discuto), che ufficialmente serve all’espletamento di funzioni generali di mantenimento di una data società abitante in un certo paese. Vi sono poi le organizzazionidette partiti, costruite appunto per accaparrarsi il potere nella gestione dello Stato (e delle sue funzioni generali svolte nell’ambito dei diversi paesi). In determinate congiunture – e anche a seconda di una serie di specifici depositi culturali formatisi nei vari e differenti paesi – un partito esclude tutti gli altri e assume il completo controllo dello Stato; in altrecongiunture si svolge invece una competizione tra vari partiti, in genere soggetta a regolamentazioni diverse da paese a paese e da fase storica a fase storica. Si possono quindi avere le cosiddette dittature o invece le (altrettanto cosiddette) democrazie.

Democrazia dovrebbe significare “governo del popolo”, ma il “popolo” è soltanto un termine del tutto astratto nel senso peggiore di questo termine. In definitiva il “popolo” non esiste minimamente. Il termine da utilizzare semmai è popolazione, che presuppone un insieme di individui divisi in vari comparti e gruppi sociali; si tratta comunque di individui situati in un dato contesto geografico-sociale e culturale, dichiarati tutti eguali fra loro e dotati di eguali diritti e doveri, ma comunque sempre fra loro differenziati per la posizione occupata sia in senso verticale (i diversi strati divisi in base alle condizioni di vita) sia in senso orizzontale. L’eguaglianza, puramente formale e formalmente dichiarata senza alcuna sua reale sostanzialità, è soprattutto la definizione di stampo liberale, quindi fondata su una specifica ideologia particolarmente semplificatrice e rudimentale.

Per altri la popolazione è un variegato insieme di gruppi sociali che possono essere classificati secondo diversi criteri; e tra i quali corrono rapporti pur essi soggetti ad analisi teorica in base alle esigenze di chi intende studiare quella data società e precisare le sue caratteristiche considerate più essenziali e decisive, le più opportune per individuare la direzione di sviluppo che si ritiene più propria della società in questione. Secondo questa seconda concezione, più complessa e articolata di quella liberale, non è affatto decidibile in modo univoco e inalterabile qual è il regime – “dittatoriale” o “democratico”, ognuno dei due in varie configurazioni e modulazioni possibili – più adatto nei diversi paesi e nelle differenti congiunture o nelle (più ampie) fasi storiche.

Nella sfera politica, in ogni caso, gli Stati sono ancor oggi gli assembramenti (strutturati) di apparati fondamentali nel governo dei vari paesi e dunque nelle relazioni tra essi. Si è cercato di fingere il loro superamento con la creazione di organismi internazionali. Il clamoroso fallimento della Società delle Nazioni– istituita dopo la prima guerra mondiale – e oggi, sempre più visibile, quello dell’Onu dimostrano l’inanità di tale ideologica finzione; dove qui ideologia sta nel suo significato peggiore di autentica e consapevole maschera con cui si cerca di coprire l’uso di tali organismi detti internazionali, almeno per quanto riguarda le decisioni più rilevanti, nell’interesse di uno (o pochi) dei paesi ivi rappresentati (nell’attuale fase storica soprattutto gli Stati Uniti). Lo stesso dicasi della nostra povera UE, nata in stato di subordinazione rispetto a detta potenza, malgrado gli sforzi compiuti da dati partiti dei paesi europei per far credereall’autonomia europea. Oltre a tutto, questo miserabile organismo detto unitario non rappresenta affatto “democraticamente” la volontà dei paesi del nostro continente, tutti dichiarati eguali fra loro, tutti con pari diritti e poteri. Mentre in realtà, prevale sempre la volontà di alcuni di essi, soprattutto Germania e Francia. Oggi poi, la frattura grave che si sta producendo nella nazione predominante, gli USA, sta creando la massima confusione e accentuate frizioni in questa finta unità europea.    

Passando alla sfera economica – che va appunto suddivisa, dato il carattere mercantile generalizzato delle economie definite capitalistiche, in produttiva e finanziaria – gli apparati fondamentali sono quelli definiti imprese, di cui ancora una volta la concezione più semplicistica, quella liberale, predica la“virtuosa” concorrenza nello spazio del sedicente “libero mercato”, uno spazio di cui si immagina l’autonomia e autosussistenza in base a semplici criteri di efficienza nella conduzione della gestione aziendale, e dunque il prevalere di queste o quelle imprese nella produzione di beni e servizi, comunque di mercia costi, e dunque a prezzi, più bassi.

In realtà, la concorrenza è un conflitto in cui conta solo parzialmente l’efficienza economica (caratterizzata dal principio del “minimo mezzo”), largamente coadiuvata invece da più complesse attività di questi apparati nei loro svariati rapporti con le altre sfere sociali e, in particolare, con quella politica. Tuttavia, vi è troppo spesso la tendenza a vedere la sfera economica come quella principale e dominante nella società e a trattare dei suoiapparati, le imprese, in termini di organismi strutturati secondo determinati criteri riconducibili appunto all’efficienza. I rapportitra l’economia e le altre sfere sarebbero relazioni tra individui o gruppi di individui, che si considerano caratterizzate da“sentimenti” d’ordine personale: in modo speciale, il desiderio di acquisire potere ma ancor più ricchezza; è anzi quasi sempre quest’ultima ad essere messa in primo piano poiché lo stesso potere sarebbe acquisibile tramite essa, dunque sarebbe una variabile subordinata. Al servizio di ogni ambizione, sostanzialmente rinviabile agli individui, si mette l’inganno, la menzogna, la corruzione, la costrizione (quando possibile), ecc.

Poiché ogni ambizione sarebbe comunque condizionata dalla ricchezza posseduta, si tratta di quest’ultima nella sua disponibilità secondo i criteri di più rapida e flessibile utilizzabilità, che è ovviamente – in una società di generalizzazione mercantile dell’attività produttiva – quella monetaria o assimilabile a quest’ultima; cosicché, in definitiva, si enfatizza sempre la funzione spettante alla sfera finanziaria come se fosse la fonte di ogni potere, nel senso migliore o peggiore del suo uso. Alla fin fine, tutti gli accadimenti sociali più rilevanti – compresi gli eventi detti bellici – vengono attribuiti al denaro, al desiderio di accumularlo e al modo del suo utilizzo che provocherebbe spesso le più acute crisi di tutti i generi. La sfera finanziaria viene quindi pensata quale principale sfera sociale, predominante, causa dei maggiori accadimenti; e poiché di ogni accadimento si tende generalmente a porre in primo piano l’aspetto “demoniaco”, la sfera finanziaria e l’ingordigia di denaro sono considerati le più decisive fonti dei mali sociali di tutti i generi.

Infine vi è la sfera ideologica e, in senso più generale, quella culturale in quando deposito di lunghissimo periodo dello scontro ideologico legato alle successive epoche storiche, attraverso cui sono passate le varie formazioni sociali. Tale sfera non ha suoi specifici apparati, poiché questi o fanno parte della struttura delloStato o sono organizzati in forma di impresa. La sua precipua caratteristica è rappresentata dall’occupazione di particolari ruoli, comunque utilizzati negli apparati di tipologia politica o economica, da parte degli intellettuali in quanto personaggi espletanti le funzioni speciali attinenti alla lotta ideologica e alla trasmissione intergenerazionale di quei saperi e pensamenti(“depositati”) che fanno parte di una determinata cultura. Gliintellettuali sono generalmente incardinati negli apparati in questione e sembrano (solo sembrano!) liberi di svolgere le loro elucubrazioni; mentre invece, salvo eccezioni (più numerose in periodi di crisi e trapasso tra formazioni sociali diverse), tali personaggi svolgono talvolta inconsapevolmente, più spesso con aperta malafede e autentica infamia – funzioni che coadiuvano la riproduzione di una data struttura di rapporti sociali che vede come dominanti appunto le classi al cui servizio, assai ben stipendiato, la maggior parte d’essi recita la parte di grandi pensatori e portatori di avanzata cultura.

Nelle fasi storiche, in cui finalmente date classi dominanti ormai marce e infette vengono travolte da movimenti di rinascita rivoluzionaria, i sopravvissuti di quelle classi – che magari ancora prevalgono in dati paesi – sostengono che il pensiero deve restare “libero” e accusano i rivoluzionari di essere dei repressori dello stesso. Quel “libero” pensiero è soltanto quello pagato dai dominanti in putrefazione e va quindi trattato con la massima durezza e messo ai margini per lasciare posto ad un vero nuovo pensiero “liberatore”; ma liberatore semplicemente perché (e quando) coadiuva l’eliminazione drastica di quella classe ex dominante, i cui resti sono solo “malattia” sociale.

 

2. Se questa è la configurazione – teoricamente considerata e analizzata – delle diverse sfere costituenti la società, ben diverso, come sempre abbiamo rilevato, è il senso (significato e direzione di orientamento) più specifico di quella che chiamiamo solitamente politica. Intendiamo riferirci alla già più volte indicata serie di mosse compiute da dati “attori” sociali, serie di mosse coordinate in quella che denominiamo strategia e che gli agenti mettono in opera nel loro confronto (scontro) teso a prevalere gli uni sugli altri. La strategia non ha nulla a che vedere con movimenti compiuti a casaccio, nel più completo disordine, pura reazione primitiva, quasi istintiva, ad uno stimolo proveniente dall’esterno, che spesso è l’agitazione altrettanto caotica di altri contendenti. La strategia implica un ordine di successione delle mosse; non certo deterministico, ma comunque sempre fondato su una studiata concatenazione delle stesse, sullaricerca, tramite esse, della massima possibile efficacia (concettodel tutto differente da quello di efficienza) in relazione alla finalità perseguita: il successo e la conquista del predominio.

Prima di attuare una strategia è dunque indispensabile pensarla e costruirla in quanto coordinazione di movimenti tesi ad un fine ben prestabilito. Nulla si pone realmente in essere senza la preliminare esplorazione del campo della sua applicazione. All’esplorazione segue una più minuta analisi di detto “campo”, cioè degli elementi fondamentali che lo strutturano e gli attribuiscono date caratteristiche salienti, senza stabilire preliminarmente le quali non ci si può muovere se non disordinatamente e nelle più diverse direzioni, ponendosi alla mercé di altri contendenti che si applichino scientificamente allo studio della strategia da svolgere in quel campo. Oltre al campo è quindi indispensabile tener conto e valutare, al meglio possibile, la posizione, la forza e le intenzioni strategiche degli altri avversari in gioco in esso e in quella contingenza temporale (a volte un’intera fase storica). Tutto questo è sufficiente? Nient’affatto, è importante ma non sufficiente.

Se ci si limita ad operare secondo quanto sinteticamente appena accennato, si ha evidentemente una concezione della “realtà”, in cui ci si muove, quale mera interazione tra gli agenti in conflitto; insomma, una sorta di vettore di composizione delle diverse forze in campo. Tale concezione rinvia di solito allaconvinzione di poter eliminare ogni iato tra “soggetto” e “oggetto”, sostenendo la loro indissolubile unità, una separazione soltanto fittizia coltivata dagli individui sulla base di mere apparenze. La “realtà” sarebbe invece unitaria, non esisterebbero, appunto in realtà, soggetto e oggetto: ognuno dei due si compenetrerebbe con l’altro. Questa è a mio avviso la concezione più ingenua e primitiva, fonte di innumerevoli disastri. Perché, comunque si vogliano mascherare simili tesi, esse si rifanno all’idea fondamentale secondo cui è in definitiva il soggetto acreare il proprio oggetto. Del resto, anche chi sostiene invece che l’oggetto è dato in sé e il soggetto deve immedesimarsi in esso, aderire cioè intuitivamente ed in via immediata ad esso si crea un falso oggetto (un simulacro di “realtà”), che non è altro se non il pensiero del soggetto “condensatosi” in un oggetto cui egliattribuisce forma e sostanza.

Per quanto mi riguarda, sono favorevole ad un deciso dualismo, ad una netta separazione tra soggetto e oggetto. Con la precisazione che il soggetto è attivo, non aderisce passivamente (con finzione più o meno consapevole) all’oggetto, con cui si dovrebbe compenetrare e unire, in pratica fondere. Perfino ilsoggetto contemplativo agisce tanto quanto l’attivo per eccellenza; crede (o finge) di soltanto aderire alla realtà che scorre, in effetti vi interviene, pur con la sua inazione, la interpreta e tenta di piegarla ai suoi scopi pur apparendo semplice osservatore inerte. E’ sovente un subdolo attore, uno dalle cui mene guardarsi, poiché magari tenta, con questo suo comportamento, di sollevare e orientare l’azione di altri soggetti contro coloro che agisconosenza mascheramenti di sorta. E se anche non lo fa consapevolmente, è egualmente, a volte ancor più, pericoloso. Il contemplativo non va mai ignorato da chi confligge e lotta per la supremazia; in certi casi, va eliminato per primo, così come anche chi predica l’amore, la cooperazione e simili, armi micidiali nelle mani di mentitori “universali”.

Una volta accettato, come orizzonte ineliminabile, il dualismo soggetto/oggetto, si deve fare attenzione a non coltivare ingenuamente il loro rapporto. Secondo me, l’affermazione di Marx (Introduzione del ’57” a “Per la critica dell’economia politica”), secondo cui è possibile la “riproduzione del concreto nel cammino del pensiero”, appartiene a questa concezione ingenua. Il “concreto” dovrebbe essere l’oggetto – la realtà a noi esterna, il campo in cui agiamo – in quanto caratterizzato dagli elementi che lo strutturano, ivi compresi gli altri attori contro cui si lotta. In effetti, non riproduciamo affatto questo concreto, ce lo rappresentiamo soltanto; e la sua struttura (da noi costruita)nasce dal nostro bisogno di agire nella stabilità, fingendo che quel campo resterà tale almeno per un congruo periodo di tempo: attimi in un duello alla spada, magari decenni o secoli nella considerazione di date “realtà naturali”, che portiamo alla nostra attenzione (costruttiva) per utilizzarle secondo “storicamente determinate finalità.

L’importante è essere coscienti che tale rappresentazione non è la realtà, ma nemmeno un semplice fantasticare; è il modo di porsi nelle condizioni necessarie ad agire. Talvolta sembra che non vi sia alcun movimento, invece sempre in essere. Ho citato altre volte l’esempio di un uomo in piedi, immobile sull’attenti. Sembra fermo, ma vi è invece un incessante moto dei suoi muscoli per creare quell’apparenza. Il movimento affatica e l’apparente immobilità può a volte concludersi con un vero e proprio crollo.Nemmeno il fantasticare è una “fuga dalla realtà”, è un altro modo di porsi in azione; talvolta dovuto al riconoscimento anticipato di una sconfitta, talaltra quale tentativo di sormontare le difficoltà che sembrano condurre alla sconfitta. Non complichiamo però il discorso, altrimenti non ne usciamo più.

In definitiva, non vi è mai riproduzione (peggio ancora, rispecchiamento) di una realtà; e nemmeno vi è immedesimazione immediata del soggetto con il suo oggetto. E la si smetta pure con l’improprio riferimento al principio di indeterminazione della microfisica quantistica, su cui si sono sbizzarriti fior di filosofi convinti di possedere sufficienti cognizioni scientifiche invece assenti; come messo in luce brillantemente, per quanto mi riguarda, da Sokal e Bricmont nel loro Imposture intellettuali di un bel po’ d’anni fa. Si deve partire, innanzitutto, dall’intreccio conflittuale delle azioni di più “soggetti” che a tal fine si pongono all’esterno di una “realtà”, da loro costruita nel modo più realistico possibile in quanto campo di stabilità su cui attestarsi per meglio procedere poi a pensare lo scontro in atto e a muoversi adeguatamente in esso; a volte si tratta di uno scontro tra posizioni teoriche, tra idee e punti di vista, che tuttavia rappresentano, magari mediante una serie di passaggi intermedi, un più acuto e diretto “conflitto tra gruppi” per assumere una posizione di supremazia.

Prendiamo ad es. le concezioni tipiche dell’economia neoclassica. Questa immagina la preliminare assenza del mercato – la cui generalizzazione, attraverso processi storici di trasmutazione della formazione sociale precedente in quella capitalistica, è invece la reale causa delle teorizzazioni di tale scuola di pensiero – e formula una serie di leggi economiche, eterne e immutabili, a partire dalla supposta relazione tra un individuo (un soggetto umano), dotato di bisogni, e i mezzi atti a soddisfarli. Queste leggi sono poi utilizzate per studiare la competizione nell’ambito del supposto “libero mercato”. Tale impostazione teorica, senza immaginare una subdola attività di contrapposizione ad altra teoria (di fatto, quella marxista), ècomunque servita a spostare l’asse della riflessione da un campo occupato dalle classi sociali pensate quali soggetti collettivi dominanti e dominati (“sfruttatori e sfruttati”) fra loro in lotta antagonistica – allo spazio di una competizione (concorrenza) tra singoli soggetti liberi ed eguali.    

3. Ogni volta che noi ci rappresentiamo una data “realtà”, in quanto campo in cui si lotta per la supremazia secondo le modalità sopra sinteticamente delineate, si può essere sicuri che tale costruzione mostrerà entro un dato periodo di tempo, non determinabile a priori, precisi limiti. L’insistenza nel voler aderire ad essa a tutti i costi – tipico atteggiamento di coloro che dimenticano il suo carattere di utilità per l’azione (sempre ricordando che tutto è azione, anche ciò che appare contrario a simile definizione come ad es. la contemplazione) per credervi fideisticamente – conduce infine alla sconfitta i suoi adepti e alla progressiva scomparsa di simile rappresentazione. Per restare sufficientemente elastici e pronti al mutamento di impostazione di pensiero in merito a date realtà, è necessario un supplemento di ipotesi.

Dobbiamo supporre l’esistenza di un mondo a noi irriducibile, al cui mutamento certo noi contribuiamo agendo (in lotta reciproca), ma in modo tutto sommato “non essenziale”; un mondo, che noi siamo obbligati a sottoporre ad attività dettaconoscitiva senza la pretesa di attingere il suovero essere”. Un mondo da presumere in continua oscillazione, vibrazione, sommovimento o come vogliamo definire la sua incessante mutevolezza che non trova mai momenti di effettivo e costante equilibrio. In certi suoi comparti (ad es. i “cieli”, ma non solo) tale mondo conosce oscillazioni e mutamenti con vibrazioni di tale durata temporale che alla nostra “sensibilità” (pur strumentalmente molto potenziata) esso appare sufficientementeequilibrato e stabile, dotato di un movimento costante, fissato non a caso in “leggi” (fisiche). Tuttavia, ciò non ci deve indurre a pensare il contrario di quanto sopra indicato, altrimenti potremmo irrigidirci spesso in costruzioni teoriche che mostrano infine una decrescente capacità di orientare il nostro muoverci nel mondo.  

Senza dubbio, saremmo in forte disagio se ci atteggiassimo a“soggetti agenti” nello squilibrio, nella vibrazione e oscillazione. E’ quindi per noi obbligatorio fissare delle “leggi” (di movimento), costruendo un campo di possibile agibilità. In definitiva, supponiamo appunto un mondo capace di equilibrio e di movimento costante, che sarebbe possibile conoscere nella sua realtà, dotata di stabilità e immutabilità dei suoi caratteri essenziali pensati come atemporali. E quando detta “realtà” è la società – in cui noi siamo più direttamente inseriti in quanto soggetti capaci di organizzazione e cooperazione o invece di conflitto dobbiamo essere specialmente consapevoli, nel nostro ragionare, che si tratta di un mondo instabile e oscillante. E’ quindi indispensabile dedicarsi con particolare flessibilità alla COSTRUZIONE – al cui scopo servono appunto le teorie,formulate in base ad IPOTESI, non invece con la pretesa diattingere il VERO! – dei campi di stabilità necessari all’agire:giorno per giorno o per intere fasi storiche (con le varie gradazioni intermedie). Senza però fissarsi ostinatamente sulle costruzionirealizzate, che saranno sempre superate dai cosiddetti avvenimenti – in tempi più o meno lunghi a seconda dei campida questi interessati richiedendo dunque periodiche revisioni sovente molto radicali.

Prendendo a prestito un’espressione utilizzata in ben diversi contesti, “in ultima analisi” ciò che decide del realismo di una data teoria, in quanto guida della nostra azione, è il successo o meno di quest’ultima nel conseguimento degli scopi con essa perseguiti.Stando sempre ben attenti al modo di porci “in teoria”. Innanzitutto, “realismo” non significa riproduzione della “realtà”, quella vera e indubitabile. La realtà è un qualcosa di fluido, melmoso, sfuggente, in continuo movimento e trasmutazione, un qualcosa in cui ci si impantana se si ha la pretesa di aderire ad esso. Il realismo implica soltanto che non fantastichiamo, ma cerchiamo di immobilizzare il mutevole e fluido in modo tale da poter comunque conseguire dei successi, con la consapevolezza che essi sono in ogni caso temporanei. Del realismo fa parte pure la presa d’atto che la stabilità, attribuita dalla teoria al mondo in cui ci “agitiamo”, è obbligatoria per quanto riguarda le modalità del nostro agire, non attingendo però alcuna “realtà vera”; quest’ultima, anzi, deve essere supposta sempre in scorrimento vibrante, sussultorio, squilibrante, per cui ogni teoria va appuntoconsiderata transitoria.

Ci sono senz’altro i “grandi pensieri” di genere assai diverso: che so, sulla morte, su quanto ci dovrebbe accadere dopo di essa, sul senso “ultimo” dell’immenso mondo in una infima parte del quale siamo immersi, un senso sul quale sono ovviamente ammesse le complesse elaborazioni mentali che più aiutano gli esseri umani a vivere in varie epoche e in diverse società, con differenti “depositi culturali”. Ecc. ecc. Nessuno vuol negare la rilevanza di simili pensieri, che vi sono sempre stati e sempre saranno; e sono spesso le “radici più profonde” di una certa civilizzazione. Tuttavia, la teoria ha poco a che vedere con essi, deve tenersene lontana; deve attenersi allo scopo dell’agire nel mondo cosiddetto concreto, un agire che, lo ripeto, deve crearsi un’immagine stabile, irrigidita, dunque “non vera”, di quest’ultimo. La stabilità serve, sempre “in ultima analisi”, a combattere un conflitto per la preminenza tra “gruppi sociali”, variamente configurati in base al ruolo economico, politico o ideologico svolto in date società e in determinate epoche storiche.

Alcuni gruppi vogliono conservare l’ordinamento socialeesistente, altri mutarlo; a seconda delle convenienze ritenute confacenti ai diversi gruppi in conflitto. All’interno dello scontroper l’ordinamento sociale, si svolgono lotte diverse e peculiari riguardanti settori specifici della società. Fra questi settori vi èanche quello in cui la lotta per la supremazia prende a proprio oggetto la validità o meno di questa o quella teoria; anche nell’ambito delle teorie riguardanti le cosiddette “realtà naturali”.Per fare un semplice esempio, nel “Galileo Galilei” di Brecht, malgrado l’eccessiva semplificazione dei termini e modalità dello scontro, si colgono alcuni aspetti sociali (e politici) dell’aspro conflitto intorno alle tesi dell’eliocentrismo. I “grandi pensatori” devono limitarsi a tentare di interpretare il cosiddetto “spirito del mondo”, che non è poi altro che l’insieme delle credenze caratteristiche di determinate “epoche storiche della formazione sociale”. Tenendo ben conto che tali formazioni sociali non sono mai state finora unificate in una sola, differenziandosi invece per la loro sussistenza in diversi contesti geografico-sociali,caratterizzati da una storia relativamente comune e da conseguenti “depositi culturali” non divaricati oltre certi limiti (ma sempre sufficienti a creare contrasti e lotte per l’affermazione del proprio “essere”, quello supposto tale e superiore agli altri).

Non sono però questi “grandi pensatori” a far vincere determinati portatori soggettivi delle più cogenti esigenze di date formazioni sociali particolari (da ormai molto tempo riconducibili di fatto ai paesi o anche nazioni) e di dati gruppi sociali all’interno di queste; il successo o meno è compito di chi elabora le strategie del conflitto, cioè degli agenti della POLITICA nel suo senso più specifico che riguarda ogni ambito (sfera) della società: politica (in minuscolo, cioè gli apparati della stessa: quelli dello Stato, i vari partiti, ecc.), l’economia (imprese in testa) e l’ideologia (più in generale diciamo cultura). Sono soprattutto le prime due – e nel capitalismo, nell’epoca della formazione sociale più moderna, ha acquisito certo notevolerilevanza la seconda – ad avere un più alto impatto nella lotta per la vittoria (nella “guerra” e non in “singole battaglie”). I “grandi pensieri”, quelli che poi impregnano a lungo i “depositi culturali” di diverse formazioni sociali, sembrano orientare e muovere “grandi masse”; in definitiva, però, se un conflitto di lunga lena o di particolare acutezza e rilevanza viene perso, per incapacità o condizioni sfavorevoli alla lotta, da determinati gruppi di agenti delle strategie (della POLITICA), le “masse” influenzate da questi ultimi si disperdono e poi si riuniscono, sia pure magari in periodi lunghi, sotto l’egida di nuove “formazioni ideologiche” che coadiuvano di solito la stabilità del successo degli agenti vittoriosi.

4. Quando si sostiene, e del tutto correttamente a mio avviso, che la “politica è sempre e comunque al posto di comando”, è necessario intendersi bene su tale affermazione. Non significa, secondo me, che gli apparati della sfera politica, e dunque i soggetti posti in ruoli di comando in questi, occupano un posto privilegiato rispetto a quelli di altre sfere della società. Il reale senso dell’affermazione sta nella POLITICA in quanto sequenza di mosse facenti parte di una strategia adeguata a combattere ilconflitto nella società (in una determinata area geografico-sociale più o meno vasta, al limite “superiore” la società mondiale) per assumere il controllo di sue parti decisive. Questo tipo di POLITICA permea l’intera formazione sociale e dunque le sue varie sfere; sempre ricordando che la suddivisione di una società in queste sfere ha carattere largamente strumentale, è pur sempre unfare teoria”.

Il fatto che, nello svolgimento della POLITICA, abbia prevalenza o l’una o l’altra delle sfere sociali (con i loro apparati e i loro agenti nei ruoli di comando degli stessi) è “fatto” connesso alle diverse epoche in molti casi specifiche congiunture storiche “concrete”, tenuto conto dei rapporti di forza intercorrenti tra le diverse formazioni particolari (paesi) e tra i vari gruppi sociali al loro interno. E’ in questo contesto che ha senso quanto disse Lenin in merito alla “analisi concreta della situazione concreta”. Guai ad interpretare tale frase nel suo senso più piattamente empirico, al di là di quelle che potevano essere le intenzioni del grande rivoluzionario. Partiamo, per fare un esempio ben noto, da una delle conclusioni di tale tesi leniniana: la considerazione dell’“anello debole della catena dell’imperialismo” (rappresentato dalla Russia nel 1917); il che implica l’altrettanto fondamentale conclusione secondo cui le rivoluzioni vincono non tanto dove le forze rivoluzionarie sono più forti (e numerose, seguite dalle più ampie “masse”, secondo le credenze dei rivoluzionari più superficiali che, infatti, perdono e la “guerra” e spesso pure la vita), bensì dove quelle reazionarie sono più deboli e con le loro istituzioni in sfacelo, i loro “comandanti” demotivati e le “truppe” in movimento disordinato e spesso in fuga non ricevendo più comandi di indirizzo.

La tesi dell’anello debole non rinvia dunque alla semplice analisi empirica di un dato assetto delle forze in una breve congiuntura, ma è effettiva tesi strategica che, non a caso, servì per contrastare e superare i dubbi (e gli opportunismi) di coloro che, perfino tra i bolscevichi, sostenevano la necessità di attendere un avanzamento della rivoluzione democraticoborghese, da cui sarebbe emersa pure una più forte e numerosa classe operaia (il soggetto rivoluzionario per eccellenza secondo i marxisti, in specie quelli scolastici). L’unico errore di Lenin – che è stato possibile giudicare tale soltanto in base all’esperienza storica degliultimissimi decenni – fu quello di credere che tale tesi non contraddicesse in definitiva il marxismo tradizionale e i suoi assi teorici portanti. Così non era e si è creduto per troppo tempo che le rivoluzioni, succedutesi dopo la seconda guerra mondiale, fossero un prolungamento della rivoluzione detta proletaria (della “Classe” per antonomasia) in tanti ulteriori “punti deboli”. Nei “punti forti” – i veri paesi capitalistici con un numero elevato di operai (nient’affatto una Classe!) – non c’è mai stato nemmeno il più piccolo balenio di una autentica rivoluzione dopo il 1945; e quei pochi sussulti precedenti, tipo gli spartachisti nella Germania post-Grande Guerra, sono stati schiacciati in un baleno.

Comunque, oggi chi sa ragionare – non i rimasugli che propugnano un comunismo “etico e religioso”, del resto predicato da certi perfetti imbroglioni nel tentativo di raccogliere ancora alcuni voti dai residui decerebrati di un movimento in altri tempi molto incisivo e colmo di effettive speranze – è consapevole della necessità di abbandonare il marxismo così com’è stato formulato. Tutto sommato, la migliore definizione di questa teoria è quelladata molti anni fa da Althusser: Marx ha aperto alla scienza il Continente Storia; ma soltanto “aperto”, il che significa che la via da percorrere è in genere molto lunga e accidentata, con tante svolte. In effetti, ritengo che unanalisi dei fenomeni storici fondata sulla lotta tra Stati e paesi, tra religioni o in senso più generale culture, tra etnie, ecc. sia assai rilevante: è tuttavia fondamentale tenere anche adeguato conto dei processi che riguardano dati gruppi sociali all’interno di ogni Stato, di ogni paese, di ogni religione e cultura (e lingua), di ogni etnia, e via dicendo. Ed è a questo secondo compito che si è dedicato soprattutto il marxismo. Il vero problema è che esso si è imbozzolato nell’analisi del capitalismo nella sua prima compiuta affermazione in Inghilterra e ha creduto di generalizzare quell’esperienza – per di più appena uscita dalla sua “prima rivoluzione industriale” – impostando così il decorso storico sulla lotta di classe tra borghesia e proletariato (che non era altro se nonla classe operaia). Da qui è derivato infine un sostanziale fallimento, ostinatamente mai ammesso dai marxisti ulteriori (nemmeno da Lenin che, per fortuna, seguì però nella rivoluzione altre tesi strategiche, in sostanza revisioniste).

Questo fallimento teorico prima ancora che pratico-politico la teoria è il massimo livello della pratica giacché serve in definitivaa guidare l’agire degli esseri umani, del tutto diversi in questodagli altri animali – ci ha fatto regredire alla necessità di seguire altre teorie della società, e del conflitto in essa, a mio avviso più primordiali e rudimentali del marxismo. La regressione è proprio consistita, a mio avviso, nell’incapacità di andare all’analisi del conflitto tra gruppi sociali oltrepassando a volte il livellorappresentato dal “cemento” della cultura (e della lingua), della religione e via dicendo. Oggi anche noi, formatici nel marxismo,siamo obbligati a ripiegare magari sul sovranismo (o l’autonomia o la neutralità, ecc.); in un certo senso, si è obbligati apagare dazio” per gli errori commessi così a lungo. In questa fase ci troviamo in mezzo ad una gran quantità di macerie da sgombrare; dopo si potrà, e a mio avviso si dovrà, ridare un qualche senso all’analisi secondo l’impostazione concettuale che fu nostra, senza però ricadere in “visioni” di prevalente antagonismo duale e in verticale, usando le solite, al momento difficilmente sostituibili ma assai poco perspicue, categorie dei “dominanti e “dominati”. Se qualche ritardato intende ancora dilettarsi con tale dualità, utilizzando addirittura i termini di“sfruttatori” e “sfruttati”, di “oppressori” e “oppressi”, meglio toglierselo subito dai piedi. Nemmeno prendo in considerazione i“ricchi” e i “poveri”, i “privilegiati” e i “diseredati”!  

       

5. Concludo adesso questo tutto sommato breve excursus sulla teoria e la pratica (politica). Lo consegno alla lettura di quel 10% (sono troppo ottimista?) che comprende come la teoria sia, nell’essere umano pensante, la massima espressione dell’agire pratico, che implica una riflessione di primo, secondo, terzo, ennesimo grado. Noi, cioè, ci dedichiamo intanto al primo approccio al mondo caotico in cui ci si deve muovere se si vuolevivere. La “riflessione” immediata comporta già la grezza formulazione di abbozzi di teorie chi si ferma a questo stadionon si rende di solito conto della formazione di simili “primi schizzi di teoria” nel suo cervello, crede di essere soltanto pratico e disprezza i “teorici” – con cui fissiamo comunque dati campi di stabilità; talvolta convinti, ingenuamente, di aver riprodotto la realtà”. Su questi primi approcci si deve riflettere ancora e, una volta “ri-aggiustati” i primi campi, stabilirne di ulteriori e poi altri ancora; fino a quando non ci sembra di essere arrivati alla “più realistica” stabilità consona alla nostra attività.

Diceva Lenin: “senza teoria rivoluzionaria niente azione rivoluzionaria”. Togliamo di mezzo il termine rivoluzionario, che non contraddistingue se non eccezionalmente il nostro modo d’agire. Resta pur sempre: senza teoria niente azione. Teoria e prassi sono le usuali “due lame della forbice”, apparentemente diseguali ma entrambe complementari per “tagliare”. Se una lama è troppo usata, bisogna arrotarla, spesso sostituirla. Ho sopra usato l’espressione “grandi pensieri” con dizione generica, ma che spero sia chiara ai più e che a nessuno venga in testa di sottovalutarli.Non si può vivere senza simili pensamenti. E anche chi non “ci pensa”, è solo perché ritiene che l’intero mondo non abbia alcun senso dato, definito. Mi sembra tuttavia ovvia la dannosità della confusione tra gli ambiti dei “grandi pensieri” e i campistabilizzati dalle teorie in quanto aspetto decisivo, ineliminabile,della pratica d’azione. Se teoria e prassi sono le due lame della forbice indispensabile al nostro concreto intervento nel mondo,tra di esse sussiste una tale complementarietà da renderle di fatto un unitario “strumento” per agire. E’ possibile che tra le due lamesi crei una qualche discrasia, si verifichi uno scarso adattamento reciproco nell’uso; la rivelazione dell’imperfezione si ha in genererelativamente presto giacché infine la “realtà” non viene più ben tagliata”.

Una relazione così stretta non corre invece tra “teoria e prassi”(nella loro stretta interrelazione) e la “grande meditazione” che caratterizza le civilizzazioni in diversi contesti spaziali e temporali. Esiste senz’altro complementarietà, reciproca influenza, anche in tale relazione; tuttavia, con più alto grado di indipendenza e, dunque, con l’eventualità (non rara) di scarti edivaricazioni temporali in grado di provocare gravi problemi perl’integrità e il buon “funzionamento” (riproduttivo dei rapporti) di una data formazione sociale. Con metafora di larga massima, pensiamo la seconda (i più alti pensieri filosofici) quale“strumentazione” di acclimatazione (mantenimento di temperatura e grado di umidità) adeguata alla rigogliosa crescita di piante e fiori in serra. La forbice (teoria e prassi) è rappresentata dal sapere e dall’abilità del “giardiniere” che cura tale crescita.

Vi sono purtroppo, soprattutto di questi tempi, tanti pasticcioni che trasferiscono (se volete, “calano”) d’emblée i più elevatipensieri (filosofici e religiosi) nel campo della teoria, sostituendoperciò quest’ultima con un approccio non adatto all’azione.Importante, sia chiaro, di cui gli esseri umani hanno bisogno, ma che rischia di condurli a movimenti errati e dannosi. Purtroppo, tali pensieri influenzano spesso ambiti intellettuali assai degradatisoprattutto nei periodi di decadenza di una formazione sociale. Vengono così provocati guasti irreparabili, che spesso impediscono il superamento della “crisi epocale” di detta formazione. E’ indispensabile denunciare e criticare aspramente personaggi altamente deleteri, che pronunciano frasi insensate di possibile effetto su cervelli deboli e quasi inermi; essi annientanoogni rigore di vera ricerca di una via di uscita con discorsi difasulla “speranza” nell’avvento di una società di cui non sussiste il minimo accenno nel nostro futuro. Un conto è pensare all’“altro mondo”, ad una dimensione spiritualmente elevata; un altro èarrabattarsi alla bell’e meglio per (soprav)vivere in questo mondo fin quando esisterà con tutte le sue miserie e meschinità “terrene”.E con questo termino il mio intervento, ben conscio che è ancora largamente provvisorio e insufficiente.

                 

 

RAZIONALITA’ STRATEGICA E RAZIONALITA’ STRUMENTALE (di G. La Grassa)

LAGRA2

 

 

1. Non intendo qui diffondermi troppo sui due tipi di razionalità (e di funzioni); su entrambe sono state scritte infinite pagine e considerazioni. Mi interessa semmai chiarire alcune differenze e distinzioni. Innanzitutto, la metis – l’astuzia, il raggiro, l’inganno, ecc. (“il cavallo di Troia”) – fa parte dell’arte strategica, ne può in certi casi costituire l’aspetto principale, ma non fa conseguire, in ultima analisi, una vera supremazia, non consente di prevalere se non in casi assai particolari e magari in presenza di una discreta dose di ingenuità dell’avversario. Nemmeno credo si possa identificare la funzione strategica con la mera “volontà di potenza”, comunque quest’ultima possa essere intesa.
La strategia non è solo “arte”, non è solo carattere vitalistico e prorompente di una “personalità” – anche collettiva, in senso allora assai lato – portata a prevalere e a subordinare le altre, quelle nemiche. La strategia esige un elemento intuitivo (almeno all’apparenza), il cosiddetto colpo d’occhio, ma deve strettamente intrecciarsi con una precisa valutazione della situazione “sul campo”: risorse a disposizione, articolazione e movimento delle forze in campo, attenta mappatura e studio di quest’ultimo; con rapida presa in esame di ogni mutamento della situazione stessa e delle risposte da dare ai cambiamenti.
D’altra parte, la valutazione della situazione sul campo non è eseguita in base alla semplice “razionalità strumentale”, quella del minimo mezzo o del massimo risultato; quest’ultima attiene principalmente all’ambito economico in senso stretto, pur se poi è stata ampliata ai vari aspetti della vita personale e collettiva (sociale). Sia per quanto concerne la sua applicazione in campo economico sia per il suo generalizzarsi ad altri settori di attività, detta razionalità si è affermata essenzialmente in epoca capitalistica. Nella stessa conduzione delle attività produttive, agricole e artigianali, in formazioni precapitalistiche, essa non veniva affatto in evidenza; i saperi produttivi, frutto di una lunghissima e in genere lenta accumulazione storico-culturale, non avevano molto a che vedere con una mentalità semplicemente strumentale, che sarebbe anzi stata una vera palla di piombo ai piedi per artigiani e contadini delle società precapitalistiche, e avrebbe condotto alla disgregazione delle stesse per l’impossibilità di conciliare la struttura produttiva con quella del potere (che è poi quanto in definitiva accaduto durante la lunga transizione dal feudalesimo al capitalismo). In ogni caso, anche nella formazione sociale del capitale la posizione di preminenza attribuita alla “razionalità strumentale” ha carattere largamente ideologico. Certamente essa è stata messa al primo posto dal capitalismo; e in quest’ultimo viene largamente utilizzata nei vari ambiti dell’attività sociale, ma non assurge affatto alla posizione di vertice nell’agire delle “classi” dominanti nemmeno in questa forma di società.
E’ stato un errore di certo marxismo – tutto centrato sul problema dell’ottenimento del massimo profitto (e quindi della massima estrazione del pluslavoro/plusvalore) da parte del capitalista, visto come essenzialmente proprietario e non invece quale “agente di strategie” – pensare che la “razionalità strumentale” (quella della cosiddetta efficienza) sia non solo acquisizione fondamentale del modo di produzione capitalistico, ma sorregga l’insieme dei rapporti caratteristici della società da questo strutturata e ne alimenti la dinamica decisiva; e rappresenti addirittura una conquista della Ragione che, sciolta dall’esigenza (del puro proprietario) di conseguire il massimo utile individuale, sarebbe cruciale anche nella presunta futura società socialista, in quanto “transizione” a quella comunista, onde sviluppare le forze produttive e conseguire quella massa di beni, cui potrebbe attingere ogni membro della società “secondo i suoi bisogni”.

2. L’analisi della situazione sul campo – configurazione di quest’ultimo, forze in campo, ecc. – e le risposte ai mutamenti della stessa non si basano quindi sul mero principio del minimo mezzo o del massimo risultato; nel contempo, esse non consistono certo esclusivamente nel colpo d’occhio, nell’intuizione dell’agente strategico. Quest’ultima ha un che dell’arte, ma l’analisi e le risposte di cui appena detto sono pure molto vicine allo spirito dell’osservazione scientifica. In definitiva, diciamo che nella preliminare individuazione delle tecniche e delle metodiche da impiegare per far fronte ai problemi osservati e analizzati, sembra decisiva la razionalità della “efficienza economica”, quella del minimo mezzo, insomma quella detta strumentale. In realtà, quest’ultima ha un ruolo subordinato, non è la principale funzione esplicata dagli agenti “dominanti” (sto parlando delle differenti funzioni, non degli individui empirici che le supportano e che possono esercitarne contemporaneamente più d’una). Per il dominio, cioè per conquistare la supremazia attraverso la lotta, occorre l’analisi – assimilabile all’osservazione scientifica – e l’“artistico” colpo d’occhio sull’insieme e le sue intrinseche, ma non manifeste, potenzialità dinamiche (forza e direzione dei possibili eventi da provocare o impedire o deviare, ecc.) che debbono essere volte al successo della propria lotta tesa a prevalere.
Per ottenere la “vittoria in battaglia” sono perciò necessarie soprattutto le funzioni del “comandante in capo” (che, ovviamente, non è obbligatoriamente un solo individuo) – capace di cogliere quello specifico POTENZIALE insito nell’insieme – e le funzioni dello “Stato Maggiore” atte a svolgere i compiti relativi alla lucida e “scientifica” analisi del campo e delle forze in campo, con tutto ciò che segue. Il potenziale dell’insieme è la ben nota SINGOLARITA’, che non è soggetta a generalizzazioni; pur se le varie battaglie svoltesi in passato, e le innumerevoli mosse strategiche in esse impiegate, sono comunque sottoposte a studio e a vaglio accurato in previsione di quelle future. L’analisi e valutazione del campo e delle forze in campo sono in qualche modo soggette a queste generalizzazioni (di tipo scientifico, per l’appunto), ma non debbono troppo pesare sulle decisioni da prendere in future battaglie secondo una loro scolastica e pedantesca ripetizione, che condurrebbe quasi sempre a sconfitta. Ancor meno debbono pesare, sulle decisioni strategiche cruciali prese nella lotta per la supremazia, le tecniche e metodiche secondo cui vengono in essa impiegate “efficientemente” determinate risorse; tecniche e metodiche che, come sopra rilevato, attengono ai compiti delle funzioni strumentali, quelle del minimo mezzo o massimo risultato.

3. L’aver posto tali funzioni (rette dalla “razionalità strumentale”) come essenziali e pervasive dell’intera attività dei dominanti capitalistici (trattati quali meri proprietari dei mezzi produttivi e finanziari) – e averne addirittura fatto una conquista generale del pensiero umano per ogni futuro sviluppo e trasformazione della società, addirittura in direzione del presunto comunismo – ha veramente ottuso le capacità critiche degli anticapitalisti. L’aver posto in primo piano la razionalità del minimo mezzo o massimo risultato ha di fatto mascherato le fonti effettive del predominio degli agenti capitalistici, che non sono affatto semplici proprietari. Inoltre, essa è stata considerata una conquista fondamentale del pensiero razionale; una conquista da mantenere e sviluppare poiché se ne supponeva l’indispensabilità anche ai fini dell’affermazione del SOCIALISMO, fase di grande sviluppo delle forze produttive con la fine della scarsità dei beni, che avrebbe condotto al COMUNISMO.
Se, come ho chiarito più volte negli ultimi anni, fosse stata valida l’ipotesi di Marx relativa alla formazione, per dinamica intrinseca al modo di produzione capitalistico, del “lavoratore collettivo cooperativo”, in cui tutte le diverse funzioni (intellettuali e manuali, direttive ed esecutive) si sarebbero integrate in un unitario e compatto tessuto sociale della sfera produttiva, allora la sussistenza di tale errore di valutazione relativo alla “razionalità strumentale” non avrebbe alla fine troppo nuociuto. Il “movimento reale” – non l’opera di “costruzione del socialismo” da parte di presunte avanguardie della Classe (per antonomasia) – avrebbe condotto all’esaurirsi delle funzioni produttive dei proprietari capitalistici, trasformati in rentier, e al profondo modificarsi della competizione tra individui e gruppi sociali non più tesa, in senso fortemente antagonistico, alla supremazia degli uni sugli altri. A questo punto, la razionalità del minimo mezzo sarebbe in effetti divenuta quella prevalentemente applicata nelle attività sociali (non nella sola sfera economica) in quanto dirette soprattutto allo “sfruttamento” del “fondo naturale” per ottenere di che soddisfare i bisogni degli individui stretti in una società coordinata e di cooperazione, senza conflitti antagonistici né sfruttamento degli uomini su altri uomini.
Poiché la dinamica capitalistica, intrinseca o meno che sia, non conduce affatto in simili direzioni virtuose, è ovvio che le conclusioni da trarre sono totalmente differenti. La “razionalità strumentale” diventa un semplice mezzo per procurarsi, nel migliore (più efficiente) modo possibile, le risorse necessarie all’espletamento delle funzioni legate alla lotta per la supremazia, e che sono quelle appena sopra illustrate. La formazione sociale si frammenta, si segmenta e si stratifica sempre più complessamente, le minoranze predominano sulle maggioranze, ma attraverso lo scontro tra i vari gruppi di agenti di cui sono composte, gruppi che applicano strategie di lotta ai fini della prevalenza di alcuni su altri. Non si va minimamente formando alcun vertice ristretto e sempre più unitario di “sfruttatori”.
La lotta tra gruppi conosce varie periodicità, da me adombrate con i termini di “monocentrismo” e di “multipolarismo” che poi sfocia nel “policentrismo” conflittuale acuto. Alla fine diventa inevitabile il regolamento dei conti per la formazione di un nuovo “monocentrismo” in grado di ridare, solo in minimo grado e temporaneamente, un po’ di ordine all’insieme. Si tratta di fasi (meglio ancora: epoche) diverse di quella che potremmo definire “formazione sociale globale” (mondiale in un certo senso), costituita da una mutevole articolazione di tante “formazioni particolari” (paesi o nazioni) fra loro in conflitto più o meno acuto a seconda appunto delle epoche in questione. Ovviamente con varie forme di subordinazione di date “formazioni particolari” ad altre dominanti e lo sviluppo ineguale dei diversi gruppi capitalistici “nazionali”. Tali conflitti tra “formazioni particolari” (paesi) – a seconda della loro acutezza e delle diverse epoche di monocentrismo o policentrismo – comportano l’accentuazione o l’ammorbidirsi dei conflitti sociali ad esse interni tra minoranze dominanti e maggioranze dominate.
In una società per null’affatto interessata da un movimento interno di omogeneizzazione e compattamento armonico, bensì invece da processi di frammentazione crescente – e di più o meno accentuata, a seconda di un periodico “pulsare” per epoche o fasi dell’evoluzione capitalistica, interazione contraddittoria e conflittuale tra i suoi vari comparti o raggruppamenti, dominanti e non – le funzioni strumentali, attinenti al conseguimento del massimo risultato, scadono a semplice mezzo per procurarsi con la massima economicità le risorse necessarie all’esercizio delle funzioni “strategiche”, compito precipuo degli agenti dominanti in reciproca lotta per gruppi ai fini della supremazia. A questo punto, sono gli “Stati Maggiori” con i loro “Comandanti in capo” a rappresentare quella “classe capitalistica”, che il marxismo pensava fosse invece fondamentalmente costituita dai proprietari dei mezzi di produzione. Questi avrebbero esercitato una funzione produttiva propulsiva nel capitalismo concorrenziale – poiché il conflitto era visto dai marxisti come un fatto prevalentemente economico, un fenomeno in ultima analisi orientato dalla finalità del massimo prelievo di plusvalore in quanto profitto dell’impresa capitalistica – mentre sarebbero divenuti parassiti e “similsignori” nel capitalismo monopolistico strutturato in grandi società per azioni. Si sarebbe trattato certamente di “signori” differenti da quelli feudali o protocapitalistici per il tipo di rendita percepita: non più dalla terra, non più dal semplice prestito in denaro, ma prevalentemente dalla proprietà azionaria, dallo “staccare cedole”.
Nella società capitalistica realmente affermatasi, strutturata in gruppi sempre più numerosi e in crescente disarticolazione, con successiva (in senso logico) ri-connessione interattiva tramite forme varie di conflitto di periodicamente differente intensità e acutezza, i principali dominanti sono gli agenti strategici (del “colpo d’occhio d’insieme” e dell’analisi del campo e delle forze in campo) che rendono la società capitalistica un terreno di battaglia, in cui tutti, ai più vari livelli della scala sociale, sono coinvolti; anche se gli strati sociali bassi sono quasi sempre truppe al seguito degli “Stati Maggiori”, ecc. Solo raramente, in particolari frangenti storici (congiunture), le truppe – “incontrando” dati gruppi di dirigenti e di capi – sono in grado di nuocere agli agenti dominanti in una certa fase di acuto scontro tra questi ultimi (esempio tipico: le guerre mondiali del ‘900). Non è però affatto deciso ineluttabilmente, come proprio il novecento ha ampiamente dimostrato, quale sia l’effettivo sbocco degli eventi “rivoluzionari”; quello del ’17 in Russia è decisamente differente da quelli fascista in Italia e nazista in Germania (pur essi da non trattare come un identico processo storico). Sia l’ideologia dei dominanti (agenti capitalistici), sia quella degli oppositori e intenzionati a trascinare le “truppe” (le masse popolari) contro il loro potere, hanno provocato un totale annebbiamento della strutturazione della formazione capitalistica: sia di quella “globale” sia delle sue articolazioni “particolari”.

4. E’ ormai indispensabile uscire – puntando intanto su di essa il riflettore del pensiero critico – da questa ideologia della “razionalità strumentale” in quanto elemento fondante e carattere decisivo della struttura capitalistica e dunque del movimento dei suoi rapporti di dominazione/subordinazione; un elemento che sarebbe negativo se utilizzato dai proprietari (dei mezzi produttivi) per sfruttare il lavoro (estorsione del massimo pluslavoro/plusvalore), ma che la “rivoluzione comunista” avrebbe potuto rovesciare in positivo, “estraendone il nocciolo razionale”, eliminando la proprietà privata e affidando il coordinamento cooperativo della produzione alla classe lavoratrice (cioè alle sue pretese “avanguardie”).
Deve essere contrastato questo ottundimento del pensiero, che ha condotto a pratiche inizialmente anche eroiche e che hanno rappresentato il famoso “assalto al Cielo”, ma che poi si sono rovesciate nella solita dominazione di popolazioni ormai sotanzialmente inerti da parte di gruppi dirigenti spesso in lotta fra loro. Un movimento che si riteneva comunista, incapace di uscire dalla ideologia “annebbiante” fin qui illustrata, ha avuto comunque un suo grande periodo in cui è sembrato essere il movimento di emancipazione dei dominati in conflitto con gli sfruttatori capitalisti (e colonialisti e imperialisti), ma ha poi di fatto abdicato rispetto ai suoi ideali originari e, proprio nei paesi ancora capitalistici, è divenuto il peggiore e più devastante dei movimenti politici. Basta dunque con questo falso comunismo in tutte le salse lo si voglia cucinare. E si ripensi con radicalità quel marxismo che ha toccato l’apice di quanto poteva farci conoscere per poi decadere a dogmatica fede del tutto ottenebrante.
Tuttavia, la reazione a questo annebbiamento ideologico non deve condurci alla rivalutazione delle sconfortanti banalità dell’ideologia conservatrice neoliberista. Dalla padella nella brace; peggio la toppa dello strappo! Questa è l’alternativa che ci offre un ceto intellettuale fra i più fatui e infami annoverati nella storia dell’Umanità; un vero campionario di “idioti con alto quoziente di intelligenza”, come recitava un “salmo” del movimento sessantottardo, che sostituirei oggi con la più incisiva battuta di quel genio che fu Ettore Petrolini: “idioti con lampi di imbecillità”.
Ogni inizio è senza dubbio difficile. E’ tuttavia necessario che soprattutto i più giovani, e liberi di mente, non storditi da quel cumulo di fanfaluche ammassate dagli intellettuali soprattutto negli ultimi trenta-quarant’anni, si mettano in moto al più presto. E’ urgente prendere a calci chiunque parli (del tutto a vanvera ormai) di liberismo, di keynesismo, di marxismo; insomma chiunque ancora si riempia la bocca di quelle ormai degradate parole – sia chiaro: di ben altro significato ed elevatezza molto tempo addietro – che sono democrazia liberale, socialismo, comunismo, con tutte le loro infinite variazioni.

5. Cominciamo con il riportare al centro della questione, cioè dell’organizzazione dell’attuale società nella sua globalità (mondialità), il principio della preminenza delle funzioni “strategiche” che sottomettono, piegano ai loro fini, quelle “strumentali”, quelle del minimo mezzo o massimo risultato. In questo contesto, non mi sembra di alcun interesse lanciarsi in disquisizioni filosofiche o simili chiedendosi se lo spirito di competizione – teso però alla preminenza tramite prepotenza, sopraffazione, asservimento (e anche inganno e raggiro) esercitati dagli uni sugli altri – sia connaturato o meno all’essere umano. La millenaria storia dell’Umanità non induce certo all’ottimismo in proposito, ma tenuto conto degli orizzonti temporali su cui siamo in grado di allargare la nostra “vista” (teorica), compiendo analisi e sviluppando argomentazioni dotate di un minimo di realismo e credibilità, è assolutamente inutile arrovellarsi sulla “natura” umana, sulle “costanti antropologiche”, e via dicendo. Credo che discussioni del genere abbiano senso, così come ha senso dibattere sulla religione, sull’esistenza o meno di un Essere chiamato Dio e su molti altri problemi dello stesso ordine che, se hanno da sempre spinto grandi intelletti a profondervi le migliori energie, non sono evidentemente destituite di significato come spesso pensano coloro che hanno cervelli simili a computer e sistemi nervosi solo dediti alle più elementari sensazioni animalesche.
Tuttavia, per una analisi che in qualche modo si richiami alla scienza della struttura e dinamica della società nell’attuale epoca storica – un’analisi che voglia porre le basi di prese di posizione pratico-politiche in essa, pur se magari ancora assai generali e non indirizzate alla soluzione di problemi “puntuali” – non è gran che rilevante decidere se le tendenze al conflitto per la preminenza, tramite sconfitta e subordinazione dell’avversario, fanno parte dell’intima costituzione dell’essere umano oppure se vi sono speranze circa l’avvento, in un futuro imprecisato, di una società fondata su rapporti interindividuali, al limite ancora competitivi, non però caratterizzati dalla prevaricazione, dalla menzogna e subornazione, ecc. Penso che chi non accetta la società così com’è adesso, diciamo pure quella capitalistica (perché abbiamo in definitiva a che fare con strutture sociali di questo tipo), debba mantenere un atteggiamento di contrasto e di critica dello spirito conflittuale, basato sulla prepotenza e ricerca del predominio, che in detta società si dispiega pienamente in tutte le sue sfere (economica, politica, ideologico-culturale); non ci si deve però porre nella situazione del “profeta disarmato”, che predica solo la benevolenza, l’irrealizzabile fratellanza umana e altre corbellerie, sostenute spesso con aperta malafede da chi punta al loro esatto contrario.
E’ ora di farla finita con la favoletta della non violenza gandhiana, che sarebbe il miglior modo di vincere le proprie battaglie e di porre le basi per una organizzazione sociale di pace e armonia. A parte le falsità storiche raccontate dall’agiografia di Gandhi, che non era poi così pacifico come si vuol far credere (ai gonzi), la sua vittoria è nata dalla reale sconfitta subita dall’Inghilterra nella seconda guerra mondiale. Apparentemente tale paese faceva parte delle potenze vincitrici, ma in realtà uscì dalla guerra nettamente ridimensionato, avendo definitivamente perso il suo ruolo di grande potenza capitalistica e imperialistica (più precisamente: coloniale). Non poteva in nessun caso mantenere l’India nella situazione precedente la guerra, così come dovette rinunciare alle sue altre sfere di influenza asiatiche e africane. Non parliamo del “pacifismo” attuale dell’India, dotatasi dell’arma atomica, in ricorrente conflitto con il Pakistan, con alcuni (molti) suoi governi locali che reprimono moti popolari tipici di un paese lanciatosi nello sviluppo ad alti ritmi, con le sue “naturali” conseguenze fortemente squilibranti in termini sociali.
Oggi, c’è solo da decidere se è relativamente prossima (qualche decennio) una nuova epoca “policentrica”, con il rinnovarsi dei conflitti per la supremazia tra le diverse formazioni “particolari” componenti quella “globale”; oppure se permarrà ancora a lungo una sostanziale preminenza, sempre più deficitaria comunque, degli USA mentre altri paesi (Russia, Cina, India, Giappone, ecc.) non riusciranno ad andare oltre un conflitto tra potenze di carattere “regionale” (degli outsider insomma). Credo che la tendenza sia verso un autentico conflitto “policentrico”, preceduto comunque da un periodo, probabilmente di alcuni decenni, in cui si assisterà al rafforzamento delle potenze “regionali”. E tenendo sempre in debito conto il problema dello “sviluppo ineguale”, per cui si verificheranno durante tale periodo delle sorprese: qualche formazione “particolare” (paese), oggi in ascesa, si arresterà e deluderà le aspettative, mentre magari ne verrà fuori alla distanza qualche altra.
Non si deve comunque contare – per tutto il periodo lungo il quale si sarà in grado di formulare qualche previsione in base al processo di gestazione di nuove categorie teoriche interpretative (ipotetiche) – sull’affievolirsi delle tendenze al conflitto e al predominio. E si deve tener presente che le tendenze in questione saranno prevalentemente guidate dai gruppi dominanti strategici di diverse formazioni capitalistiche. I conflitti più acuti si svilupperanno tra: a) la potenza (formazione “particolare”) centrale odierna e le potenze per il momento “regionali”, che non possono rinunciare (pena la decadenza dei gruppi dominanti all’interno di esse) al tentativo di contrastare il predominio della prima; b) tra le formazioni “particolari” o pienamente sviluppate capitalisticamente (USA in testa) o in forte ascesa quanto a sviluppo capitalistico e quelle arretrate o che hanno appena iniziato il loro sviluppo (ad es. l’Iran).
Nelle formazioni non ancora pienamente maturate dal punto di vista capitalistico, i gruppi dominanti appaiono in buona parte con-fusi con la massa del popolo, un aggregato anche in tal caso per nulla omogeneo, ma comunque nemmeno scisso in raggruppamenti ben distinti come nel capitalismo avanzato; un aggregato spesso cementato da una solida cultura comune, spesso da un profondo spirito religioso. Assai meno acuti e rilevanti appaiono, al presente, i conflitti interni alle formazioni particolari capitalisticamente avanzate, dove la frammentazione sociale è assai spinta e l’interazione tra i vari comparti, in orizzontale e in verticale, non sconvolge la riproduzione capitalistica dell’insieme societario, poiché ci si limita a ridiscutere sia la divisione della “torta” (prodotto complessivo sociale) – il che implica mutamenti di condizioni di vita e di lavoro dei vari comparti in oggetto – sia le rispettive posizioni quanto a “fette di potere”, a status, a diritti e doveri, ecc.

6. Una volta fissato un quadro orientativo di larga (larghissima) massima, si deve decidere dove collocarsi nello svolgimento della propria attività teorica e pratica; ricordando che la teoria – nella misura in cui sia solo quella di carattere scientifico attinente alla “visione” della struttura e dinamica della società – è in definitiva un lato della pratica stessa. Ha certo suoi caratteri propri, esige particolari strumentazioni; e non risponde ad altre esigenze, quelle che definiamo, non importa se propriamente o meno, “spirituali”. In questo senso, “la teoria è grigia” e tale deve rimanere. Non è che ciò la renda impermeabile alla penetrazione, mascherata e inconsapevole, di una qualche ideologia; ma deve stare sempre in guardia contro simili influssi (pur non sapendo in anticipo da che parte arriva il pericolo), deve compiere i suoi passi con prudenza e sempre sorvegliandosi. Non punta in ogni caso ad accendere gli animi, a suscitare entusiasmi, a dare un senso alto alla propria lotta. Questi compiti spettano ad altri lati dell’agire umano.
Guai se Lenin fosse sceso nell’agone della rivoluzione russa con in mano “Il Capitale” o anche semplicemente il suo “Che fare” o il saggio sull’imperialismo; guai se avesse “predicato” la teoria del valore lavoro e insegnato che questa dà la certezza dello sfruttamento della forza lavorativa (dei dominati); guai se avesse spiegato il concetto di modo di produzione (e l’intreccio tra forze e rapporti produttivi), se si fosse messo ad elucubrare sullo sviluppo ineguale delle varie formazioni capitalistiche, e via dicendo. Avremmo una rivoluzione in meno e un mondo assai diverso; e chissà se in poche righe, in un qualche manuale di storia, verrebbe ricordato che in un qualche anno dei primi decenni del novecento, in un qualche luogo della Russia, un esaltato era stato picchiato a sangue (forse ucciso) da masse popolari mentre stava vaneggiando e pronunziando parole smozzicate, prive di senso compiuto; e aveva malamente reagito all’indifferenza degli astanti, li aveva insultati, minacciati, maledetti per la loro ignoranza e incapacità di capire un “grande libro” vaticinatore.

7. A me sembra evidente che chi vive nel nostro paese debba accettare la prospettiva di sviluppare la propria attività (teorica e pratica) nell’ambito di una formazione “particolare” appartenente all’area del capitalismo avanzato, di quella tipologia che in altra sede ho indicato quale “formazione dei funzionari (strategici) del capitale”. E’ nell’ambito di questa che si dovrà studiare come muoversi, almeno in un primo approccio orientativo. Viene in evidenza, innanzitutto, l’impossibilità di trascurare l’humus conflittuale in cui si attua la riproduzione dei rapporti tipici della società in questione. Due errori sono da evitare. In primo luogo credere di poter contrastare immediatamente e direttamente la mentalità del conflitto per il predominio, che permea la società ad ogni livello. Non si tratta di un comportamento tenuto soltanto dagli agenti dominanti. Questi, essendo una minoranza, avrebbero già perduto ogni potere – ed è quanto pensava Marx che non immaginava affatto un capitalismo tanto durevole – se la conquista della supremazia non fosse il movente dell’agire in ogni più piccolo ambito della società. L’ideologia dei dominanti chiacchiera in continuazione della cooperazione, dell’utilità di unirsi, ecc. Ma ogni coagulazione o alleanza di gruppi di individui si verifica sempre con il fine di meglio lottare contro altri gruppi; non si stabiliscono stretti legami per spirito di fratellanza, ma perché, come dice il detto popolare: “l’unione fa la forza”. Anche dove, a parole, si celebra ad ogni istante l’amore (ad es. nella famiglia), in realtà si vivacizza sovente un confronto più o meno aspro o invece attutito dalla “giusta” valutazione delle rispettive posizioni di forza.
E’ ovvio che si cerchino tutti i marchingegni (legali) possibili per contemperare l’uso reciproco della violenza, per non andare incontro alla generale disgregazione e indebolimento, ecc. Si tratta però del conseguimento di equilibri del tutto instabili che, qualunque sia la loro assai diversa durata, sono comunque soltanto periodiche soste tra uno squilibrio e l’altro. Non si raggiunge per via puramente formale ciò che non diventa insito nel movimento riproduttivo dei rapporti sociali. Nella società capitalistica, d’altronde, si è solo verificata l’estensione alla sfera economico-produttiva del principio del conflitto, che in altre epoche storiche vigeva soprattutto in quella politico-militare e in quella ideologico-religiosa. Certamente, questa estensione ha “involgarito” le classi dominanti; la generalizzazione della forma di merce, che significa la pervasività sociale del pagamento in denaro, ha reso tutto “comprabile”: l’onore, la dignità, il coraggio, la lealtà, ecc. Tutte queste belle qualità, comunque, servivano nelle precedenti epoche a stabilire regole diverse, e apparentemente più “nobili”, di scannamento generale (o di duello individuale). Il principio del conflitto per sopraffare gli altri e assumere la predominanza non è però differente da quello degli “ultimi”….cinque o diecimila anni (o quanti? Credo da sempre, visto l’homo sapiens ha di fatto annientato il neanderthaliano).
Lo sviluppo nella “pacifica” India è del tutto simile a quello in atto nella “crudele” Cina; poiché è comunque disarmonia, squilibrio, lotta. Prima si sviluppano alcune regioni del paese e poi, sussistendo certe politiche effettuate da dati gruppi dominanti, assistiamo (non sempre) ad una trasmissione del dinamismo all’insieme, ma senza che si verifichi alcun livellamento delle differenze; quasi sempre, invece, in accentuazione. L’arricchimento di una parte della società – dei gruppi dominanti – è poi seguito, sempre se vengono attuate le opportune politiche, da un più “timido” innalzamento del livello di vita degli strati sociali dominati, e non in modo uniforme ed eguale neppure in quest’ambito. Il realismo impone di prendere le mosse dalle considerazioni appena fatte, non dalle menzogne, consapevoli o meno che siano, di ideologi imbonitori al servizio delle classi dominanti (sempre, anche quando sembra che difendano i dominati). Qui si pone quel problema che i vecchi “marxisti” incanalavano, con “falsa coscienza”, nella discussione sul rapporto tra riforme e rivoluzione. Ormai, tale problema non mi sembra proprio debba essere più posto nei termini di un tempo ben lontano.
I vecchi comunisti e marxisti pensavano l’attività riformistica – necessitata qualora ci si trovasse in un contesto sociale ancora fortemente dominato dalla classe capitalistica proprietaria – quale periodo di “training” e di accumulazione delle forze della classe “in sé” portatrice della rivoluzione. Le riforme, attuate nella sfera della distribuzione e del miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori (salariati), avrebbero messo in evidenza l’impossibilità di contrastare per tale via lo sfruttamento (estrazione di pluslavoro, sia pure nella ingannevole forma del valore-lavoro delle merci, che sembra assicurare il mero scambio di equivalenti); nel contempo, tramite le lotte riformistiche si sarebbe rinsaldata l’unione della classe deputata al rivolgimento dei rapporti capitalistici a causa del movimento intrinseco alla riproduzione sociale, sfociato infine nella formazione del “lavoratore collettivo cooperativo” (dal primo dirigente all’ultimo manovale).
Una volta abbandonata questa scorretta e ormai inaccettabile visione della dinamica capitalistica, e appurata la crescente frammentazione (segmentazione e stratificazione) del tessuto sociale, le lotte dei vari raggruppamenti – di lavoratori o meno; e di lavoratori sia salariati che cosiddetti autonomi – restano strettamente confinate al livello distributivo della riproduzione dei rapporti sociali. I problemi della “crisi”, non nel suo semplice aspetto economico che è il meno dannoso e pericoloso per i dominanti capitalistici (malgrado l’enfasi posta su di essa dagli epigoni di Marx), nascono proprio dalle modalità assunte dallo sviluppo della “formazione globale” con riferimento all’articolazione di quelle “particolari” che la compongono. Lo sviluppo, causato dalla forte tensione dinamica impressa dalla lotta per la preminenza (estesasi nel capitalismo anche alla sfera economico-produttiva), provoca scissioni e distanziamenti tra ceti sociali e tra le diverse formazioni “particolari” (in genere paesi o gruppi degli stessi); diventano così molto probabili periodiche acutizzazioni delle tensioni sociali e delle lotte che da queste derivano.
Tuttavia, la situazione si aggrava nettamente quando si verifica lo “sviluppo ineguale”: sia tra gruppi dominanti diversi in una certa formazione “particolare” sia tra differenti formazioni “particolari” nell’ambito di quella “globale”. E’ l’alterazione dei rapporti di forza tra gruppi sociali – in specie tra quelli dominanti e soprattutto quando i mutamenti avvengono rapidamente in seguito a lotte estremamente acute – a provocare crisi politico-istituzionali, ideologico-culturali, ecc. che lacerano il tessuto sociale con possibilità di ristrutturazioni radicali. Le stesse considerazioni valgono per le crisi legate all’affermarsi di differenti rapporti di forza tra formazioni “particolari” (sempre i vari paesi) e al precipitare di scontri accesi tra di esse per la preminenza nel mondo o almeno in ampie aree dello stesso. Va anche detto che spesso, e più facilmente, le crisi interne a determinate formazioni e quelle inerenti al confronto tra più formazioni in ambito (geopolitico) globale si intrecciano e alimentano vicendevolmente.
E’ bene ricordare ancora una volta che, per quanto riguarda sia la lotta tra gruppi all’interno di una data formazione “particolare” sia il conflitto tra più formazioni “particolari”, le crisi di maggiore intensità e ampiezza si manifestano quando lotta e conflitto si inaspriscono soprattutto tra dominanti. Se una certa costellazione di forze politiche a questi ultimi riferita (costituita da intrecci tra agenti strategici delle varie sfere sociali) fa entrare una formazione “particolare” in situazione di difficoltà, stagnazione, crisi, malcontento sempre più generalizzato, ecc., è più probabile, almeno in un primo tempo, l’emergere di altri gruppi dominanti che si pongono in alternativa. Così pure, quando si transita alle fasi “policentriche” il conflitto si acutizza – provocando i più netti risultati trasformativi con veri passaggi d’epoca – tra formazioni “particolari” dell’area a capitalismo avanzato, caratterizzate da differenti ritmi di sviluppo, che non accettano più di sottostare alla formazione “particolare” fino ad allora in posizione predominante.

8. Non è qui il caso di riferirsi specificamente alla formazione “particolare” Italia, che andrà analizzata ad un “più basso” livello di astrazione teorica. Tuttavia, sia pure per linee assai generali e generiche, è bene trarre alcune conclusioni da quanto fin qui sostenuto. Non esiste intanto alcuna classe, in via di omogeneizzazione e compattamento, da cui emerga uno strato di élite in grado di avere una visione complessiva e ben delineata della necessaria prassi trasformativa del capitalismo; per di più nella direzione di una determinata società “altra” del tipo del comunismo. Nemmeno è più possibile pensare ancora alla formazione, pur in qualche modo artificiale, di avanguardie “di classe”, che presuppongono pur sempre la sussistenza dell’“in sé” di quest’ultima, dunque di un movimento “oggettivo” verso la suddetta sua omogeneizzazione e compattamento, che faccia da supporto alla “soggettiva” azione rivoluzionaria delle avanguardie in questione.
Esistono sempre, in ogni epoca e in numero maggiore o minore, singoli gruppi di soggetti (individui) – per null’affatto caratterizzati in maggioranza da una determinata collocazione “di classe”, anzi provenienti dai più svariati comparti in cui si frammenta viepiù la società del capitale – che si pongono criticamente rispetto ai caratteri di prepotenza, sopraffazione (e certo inganno, raggiro, ecc.), tipici del conflitto in questa (come in precedenti) forma di società. Tali gruppi di “critici” si espandono e rafforzano nelle situazioni in cui le tensioni sociali si fanno via via più acute: sia all’interno di una formazione “particolare” come tra più formazioni (in sviluppo ineguale) nell’ambito di quella “globale”. Tali gruppi perdono le loro potenzialità – e al limite possono di fatto costituire una “carta di riserva” per i dominanti – se “distraggono” forze da una critica sociale adeguata; soprattutto quando, con estremismo apparente, predicano l’eguaglianza, il pacifismo e altre favole edificanti. In primo luogo, bisogna comprendere la positività della competizione, pur non sfrondata dei lati di aperta violenza per conquistare la supremazia eliminando o asservendo i competitori. In secondo luogo, va rilevato che la critica alla forma assunta dal conflitto nel capitalismo deve comunque tener debito conto di essa e saperla gestire e sfruttare per i propri fini.
Le “anime belle”, spesso non proprio in buona fede, sono comunque – quand’anche “oneste”; anzi, sono ancora più pericolose in tal caso – del tutto negative; e vanno combattute perché indeboliscono l’azione critica. E’ perfettamente inutile cercare di sfuggire alla contraddizione: da una parte è obbligatorio criticare, anzi opporsi drasticamente alla forma capitalistica del conflitto per la preminenza; tuttavia, è nel contempo necessario condurre la propria azione contro i gruppi dominanti, sapendo di strategia e del misto di forza e malizia che l’agire trasformativo (“rivoluzionario”) comporta nell’attuale società. Così pure, è indispensabile orientare i dominati – e prima di tutto unire i raggruppamenti decisivi degli stessi (che non sono affatto in via di amalgama) – per ottenere i risultati trasformativi (di rivoluzionamento sociale); nel contempo, bisogna saper entrare, e proprio nei momenti in cui ciò diventa possibile, nelle contraddizioni tra gruppi dominanti, le cui interrelazioni conflittuali e i rispettivi rapporti di forza sono differenti in epoche diverse, in fasi “mono” o invece “policentriche”. E via dicendo.
Di tutto ciò è meglio essere ben edotti, avendo inoltre la piena consapevolezza che la propria azione tende a convergere, e rischia di confondersi, con quella degli agenti politici da me talvolta denominati “rivoluzionari dentro il capitale”, messi in campo da nuovi gruppi di dominanti intenzionati, una volta rottisi gli equilibri precedenti, a rovesciare il potere dei vecchi gruppi tramite opportune strategie – sia interne ad una formazione “particolare” sia applicate al confronto tra più formazioni – che aprono congiunture di crisi, di tensione sociale, di sfarinamento delle istituzioni, di caduta del consenso, ecc. In definitiva, si tratta delle stesse congiunture in cui si manifestano le maggiori possibilità d’azione da parte dei gruppi anticapitalistici. A causa di questa confusione, di questa “fatale” vicinanza di intenti “rivoluzionari” profondamente diversi, non sarà mai del tutto sicuro il successo, nemmeno nei momenti di massima crisi interna a date formazioni particolari, delle forze realmente intenzionate ad agire specificatamente “contro il capitale”; forze che nell’attuale fase storica sono venute meno nel modo più completo. Siamo in transito verso una vera nuova epoca, i cui caratteri non ci risultano molto chiari per cui si procede nella massima incertezza e con approcci teorici, prima ancora che pratici, decisamente provvisori.

9. Riassumiamo. Quella che continuiamo a chiamare società capitalistica – composta da ondate successive di sviluppo di formazioni sociali caratterizzate da via via differenti strutture di rapporti (capitalismo “borghese”, dei “funzionari del capitale”, ecc.) – non ha (più) molto a che vedere con le indicazioni forniteci dalla teoria di Marx; a meno di non rifarsi alla banale ripetizione delle “giuste” previsioni marxiane circa la centralizzazione monopolistica dei capitali, la generalizzazione della forma di merce e la continua estensione del mercato globale, e via cianciando. Se Marx avesse “scoperto” solo simile “acqua calda”, sarebbe veramente uno studioso di secondo rango. Ha detto molto di più, può quindi stimolare ben altre formulazioni teoriche; queste saranno però ineluttabilmente provvisorie, anche se possono però aiutarci a percorrere nuovi sentieri. Le riflessioni di Marx vanno dunque prese come un invito pressante a rimuginarne di nuove, che si distanzieranno inevitabilmente dalle sue; è ben noto che, quando ci si allontana criticamente da un grande pensatore, non lo si abbandona e tanto meno lo si tradisce, bensì lo si usa – proprio mediante la “negazione determinata” delle sue tesi – quale pungolo ancora fecondo e vitale. Solo i dottrinari dogmatici, quali sono i rimasugli marxistoidi d’oggi, non capiscono tale problema e ci propinano sterili rimasticature del passato remoto.
I gruppi dominanti non tendono a centralizzarsi ed unificarsi, permangono invece in conflitto continuo con alternanza di acutizzazione e attenuazione dello stesso; quell’alternanza che, al livello delle interazioni fra formazioni “particolari” nell’ambito di quella “globale”, danno vita alle epoche (di lunga durata) di “mono” e “policentrismo”. All’interno delle singole formazioni “particolari”, le fasi di accentuazione dello scontro tra dominanti conduce, non però necessariamente, a congiunture di “rivoluzione” con sbocchi non predeterminati. Le modalità del conflitto sono quelle da sempre in uso tra i dominanti nelle diverse forme storiche di società; solo che in quelle precapitalistiche, le strategie del conflitto per la supremazia, fondate su forza e astuzia (detto in estrema sintesi), erano utilizzate nelle sfere politico-militare e ideologico-culturale, mentre nel capitalismo pervadono pure l’intera sfera economica duplicatasi in merce e denaro (produzione e finanza), una sfera che fornisce a questo punto i mezzi essenziali per l’attuazione delle strategie in ogni ambito sociale.
Un conflitto del genere produce sviluppo, e tramite questo consente l’egemonia dei gruppi dominanti e l’accettazione del dominio da parte dei sottoposti che migliorano comunque – come tendenza di lungo periodo – le loro condizioni di vita; diciamo pure quelle materiali, ma con ciò non si incrina di un ette il consenso generalizzato per questa forma sociale. Oltre allo sviluppo, il conflitto produce anche segmentazione e stratificazione crescenti della società, con interazione, certamente non armonica, tra i vari spezzoni e comparti sociali (segmenti e strati). Lo sviluppo è esso stesso disarmonico, avviene con ritmi diseguali in tempi e spazi diversi e conduce a periodi (e aree) di acutizzazione. Soprattutto nei periodi e aree (formazioni “particolari” o loro gruppi) in cui si accentuano disarticolazione e crisi, si rafforza la “disaffezione” e spesso l’antagonismo nei confronti delle modalità di uno sviluppo fondato sulle strategie del conflitto per prevalere con la forza e con l’inganno; inizialmente lo scontro si fa più acuto tra i dominanti, ma ne vengono poi investiti sempre più largamente tutti gli altri ceti sociali.
I gruppi di agenti che criticano apertamente le caratteristiche del conflitto strategico tra dominanti – gruppi del tutto minoritari e relativamente isolati nelle fasi di attenuazione delle lotte e di prevalente consenso a chi ha la preminenza – non sono avanguardia di “una classe”, ma hanno anzi “estrazione sociale” assai composita. Chiedersi che cosa li unisca e che cosa essi rappresentino oggettivamente non è senza senso, ma credo costituisca in determinati periodi un esercizio perfettamente inutile. E’ più interessante chiedersi come mai essi – in genere figli di una passata epoca di acutizzazione del conflitto interdominanti – si trovino in situazione di crescente debolezza e di isolamento nell’ambito di vari paesi, man mano che questi accedono agli alti gradini dello sviluppo capitalistico, nel raggiungimento dei quali il processo di differenziazione sociale ha sciolto la “massa” del popolo dai suoi legami con più antiche tradizioni e culture. Non esiste anzi nemmeno più un popolo in senso proprio, bensì un insieme articolato di vari comparti sociali fra loro in interazione, diversamente posizionati sia in orizzontale che in verticale.
Basti pensare, come semplice esempio, alla grande trasformazione di paesi capitalistici dalla prevalenza netta dell’agricoltura a quella dell’industria. Non è stato un semplice fatto economico, ma un processo storico-sociale di enorme portata. I più grandi mutamenti sono avvenuti con la drastica riduzione dei contadini (e della vita in campagna con tradizioni plurisecolari) e l’enorme crescita degli operai in aree urbane caotiche e con vivibilità spesso disagiata. In ogni caso, è stata sradicata una cultura, date tradizioni, con a volte anche sconvolgimenti mentali e di abitudini personali trasformatesi in senso violento e talvolta criminale. Si veda il grande film di Visconti “Rocco e i suoi fratelli” e capirete cosa voglio dire.
I gruppi critici (anticapitalistici) – quando esistono – debbono comportarsi piuttosto differentemente nei periodi di attenuazione e in quelli di accentuazione degli scontri. Essi dovranno muoversi necessariamente tra molte contraddizioni che vanno assunte consapevolmente e senza pretese di una “purezza” di intendimenti, che si pretenderebbero rivolti all’“amore per il popolo”. E’ necessario condurre una critica delle modalità strategiche del conflitto tra dominanti, demistificando le varie ideologie “armoniciste” (e di falsa cooperazione) che le occultano e mistificano; e tuttavia si debbono conoscere tali modalità e rivolgerle contro i dominanti. Vanno condotte azioni politiche – sottoposte all’attento vaglio di date ipotesi teoriche (pur ancora non “stabilizzate”) circa la struttura e dinamica capitalistiche – atte a favorire il collegamento tra gli strati “bassi” della società (quelli più nettamente dominati) e la possibile loro alleanza in un dato “blocco sociale”; sarebbe però un errore decisivo dimenticare la lotta interdominanti e non assumere determinate posizioni in grado di acuirla e di favorire comunque i gruppi nuovi e più dinamici contro quelli ormai intorpiditisi e tendenzialmente parassitari. E’ semplicemente sciocco e avventuristico – tanto da far pensare talvolta alla mala fede di certi pseudo-rivoluzionari – inimicarsi proprio gli strati sociali “bassi” predicando contro lo sviluppo (solo “materiale”; che “orrore”! Questo però lo affermano certi intellettuali dalla pancia fin troppo piena); e tuttavia non vi è dubbio che non ogni tipo di sviluppo favorisce la crescita delle forze dette “antisistema”.
In ogni caso, si tenga presente che le possibilità “rivoluzionarie” si presentano soprattutto nelle congiunture di crisi. Ovviamente, come più sopra rilevato, non si tratta mai di crisi puramente economiche; occorrono ben altre condizioni di sfilacciamento della trama sociale complessiva, di affievolirsi del consenso e di forti incrinature degli apparati politici e istituzionali. Condizioni simili rendono perciò problematico lo sviluppo; questo diventa del resto ancora più debole, incerto e soggetto ad inversioni di tendenza anche in seguito al sempre più duro confronto interdominanti, che vede spesso intrecciarsi il conflitto tra formazioni “particolari” nel contesto globale e quello tra gruppi dominanti “vecchi” e “nuovi” all’interno di dette formazioni. Qui nasce allora una ulteriore complicazione per i gruppi di agenti politici che nutrono aspirazioni al rivolgimento radicale, effettivamente rivoluzionario. La loro lotta si interseca, e rischia di confondersi, con quella degli agenti “critici-critici”, in realtà intenzionati a rilanciare quella data società ormai vetusta semplicemente sostituendo i vecchi gruppi dominanti con altri che si presentano in “vesti nuove” ma con le stesse intenzioni di fondo.
Anche per questo, pur in congiunture apparentemente adatte a mutamenti sociali profondi, è ben difficile l’attività dei gruppi “rivoluzionari”; questi debbono porre molta attenzione a quanto predicano, pena l’alienarsi le simpatie di gran parte dei segmenti e strati – perfino di quelli situati nei bassi gradini della scala sociale (ed economica) – che rischiano allora di ricadere sotto l’influenza dei suddetti “critici-critici”, falsi e ignobili chiacchieroni sulla “rivoluzione”. In ogni vero rivolgimento sociale, i primi a dover essere eliminati sono proprio questi ultimi. Il tanto vituperato Stalin, invece notevole stratega politico, chiarì mirabilmente che prima di iniziare l’attacco – quando ciò diventa possibile, ovviamente, in quella data contingenza storica – contro le forze sicuramente e “sinceramente” reazionarie, bisogna liberare il campo dai falsi predicatori del cambiamento, che si mettono in mezzo e rendono confuso e incontrollabile lo scontro. Tra te e il vero nemico – in un certo senso rispettabile perché leale e sincero nei suoi intendimenti – non devono esistere malsani e viscidi creatori di diversioni tese ad indebolire l’attacco decisivo. Il “campo” va ripulito integralmente e i due “eserciti” avversari si affronteranno allora senza mediazioni; solo usando le strategie più “efficaci” per prevalere. A morte, insomma, chi sta in mezzo, favorisce sempre il fallimento di ogni possibile cambiamento effettivo delle ormai putrefatte strutture sociali. Il “campo di battaglia” deve essere integralmente ripulito di simili contraffattori.

10. Se l’esperienza del fascismo, ma soprattutto del nazismo, non ha insegnato nulla, allora poveri noi! Vogliamo ancora sostenere la menzogna, sciocca e illusoria, che le masse erano antifasciste e antinaziste, che sono state subornate (chissà come e perché), che sono state piegate antidemocraticamente con la pura violenza? Se vogliamo continuare ad autoingannarci, seguendo i mediocri e mentitori antifascisti che blaterano sciocchezze da tempo immemorabile, sotto la copertura della vittoria delle “democrazie” capitalistiche (il “migliore involucro della dittatura borghese” per Lenin), facciamolo pure; ma non avremo imparato nulla dall’esperienza storica. E ripeteremo i clamorosi errori degli anni trenta; il peggiore dei quali è stato assai probabilmente quello dei comunisti che, dopo alcune esitazioni, hanno costituito una superficiale e assai debole alleanza “antifascista” con i socialdemocratici, ampiamente dimostratisi infidi e pronti a compromessi con il peggiore capitalismo. E bisogna ben dire che negli anni ’30 i “Fronti popolari” – tipo quello glorificato in Francia, durato dal 1936 al ‘38 – hanno mostrato subito la loro indegnità ponendo una pietra tombale su ogni velleità di autentico rivolgimento sociale. Non entro evidentemente in questa sede in una discussione, più storica che teorica (ma comunque orientata da nuove ipotesi teoriche), che sarebbe lunga e qui sviante. Certo, se qualcuno infine assolvesse un compito del genere, si farebbe chiarezza su temi ormai avvolti dalla spessa nebbia ideologica sparsa dai capitalismi vincitori nella seconda guerra mondiale; non migliori, nelle loro strutture sociali di base, di quelli perdenti.
Questo è un compito storico che dovrebbe essere appaiato ad una lenta e faticosa ri-costruzione teorica, che tenti in ogni caso di staccarsi dai vecchi lidi senza però perderne la memoria. Pur dove magari non sembra, ci si deve in realtà sempre confrontare con il passato armamentario teorico, sforzandosi però di prendere un diverso indirizzo. Non si deve nutrire la presunzione di possedere le capacità intellettive di alcuni grandi personaggi dei tempi trascorsi – non mi riferisco semplicemente a Marx e ad alcuni (troppo pochi) marxisti – che hanno dato forti contributi alla crescita di una teoria della società, soprattutto di quella capitalistica; una teoria capace anche di suggerire precise pratiche politiche ed economiche. Resto inoltre convinto della posizione assunta da Althusser quando affermò che Marx ha aperto alla scienza il Continente Storia.
Tuttavia, sono sempre più convinto della necessità di percorrere nuove strade, tornando eventualmente sui propri passi se ci si accorge di essere incappati in un “cul di sacco”; non arretrando però fino a ritrovarsi al punto di partenza per poi fermarsi e segnare il passo con stanche giaculatorie. Del resto, tanto per fare un esempio eclatante, Galileo, pur essendo un genio, non penso giungesse all’altezza di pensiero di Aristotele; eppure seppe mandare al diavolo gli aristotelici del suo tempo. Non mi sembra di vedere oggi in giro geni “galileiani”, ma ciò non deve impedire ad alcuna persona appena un po’ sensata di mandare infine al diavolo i marxisti o i weberiani o gli schumpeteriani o i keynesiani….ecc. ecc. (tanti sono i grandi del passato, che hanno tuttavia oggi seguaci assai meno esaltanti) onde avviarsi lungo sentieri non ben segnati, estirpando intanto un bel po’ di erbacce che intralciano il cammino.
Quindi anch’io, nel mio piccolo, mi sento tranquillo: non sono presuntuoso e tanto meno folle, so bene di essere lontanissimo dai livelli di intelligenza di Marx, ma anche di tanti altri pensatori, marxisti e non. Tuttavia, sono del tutto insoddisfatto delle attuali analisi della società da qualsiasi parte provengano; credo perciò che ci sia spazio per pensare e “innovare”. Comunque tento, e andrò avanti passin passino, con estrema prudenza. Tenendo fermi alcuni punti decisivi. Intanto, non c’è stata alcuna trasformazione delle società in direzione del presunto socialismo (il comunismo per favore non era stato immaginato “prossimo a venire” da nessun marxista sensato e non in perfetta malafede). Adesso quei presunti tentativi sono stati comunque archiviati e ritentare vecchie vie significa VOLERE la sconfitta (e a favore di chi?). In secondo luogo, non esiste un solo capitalismo. Questa formazione sociale ha conosciuto almeno due varianti ben differenziate fra loro. Ma forse non abbiamo gli strumenti teorici per constatarne anche altre.
In ogni caso siamo ora in una chiara epoca di “multipolarismo”, che in genere precede più violenti sconvolgimenti sia a livello internazionale che all’interno dei diversi paesi, estremamente differenziati fra loro non solo economicamente, ma per storia, tradizioni, radici culturali e religiose, per abitudini di vita, modi di pensare, forme letterarie e artistiche in genere. Quindi la scelta di ogni reale pensatore (cioè dotato di un cervello) deve essere: fermarsi a riflettere e ipotizzare possibili soluzioni, rivedendo completamente sia la storia sia l’elaborazione teorica dei tempi passati. Basta affannarsi a discutere di questioni puramente contingenti con quella falsa “democraticità” del “dibattito” fra contrastanti, che serve semplicemente a non far capire quasi nulla a chi ascolta gli “esperti” (ignoranti come un pezzo di roccia). Dobbiamo pensare senza tanto chiasso e poi provare le ipotesi principali formulate – che non possono non essere quelle che pretendono un radicale e rapido dischiudersi di completamente nuove prospettive, da provare intanto – chiudendo la bocca a chi contraddice. Poi si vedranno i risultati.
Altrimenti ci attende lo sfacelo e la fine di questo “occidente” veramente infetto e in disfacimento purulento delle sue attuali organizzazioni politiche e dei ceti intellettuali ancora dominanti. Basta inconcludenti chiacchiere dispersive nei media. Si metta in moto la costituzione di “oasi” di pensiero diverso e poi si costituiscano veramente nuovi movimenti consci del grave pericolo che corriamo; e soprattutto in grado di capire che quando i ceti dominanti sono infetti occorre tagliare con il bisturi e usare disinfettanti potenti contro gli agenti patogeni. Nessuna benevola comprensione, anzi proprio nessuna pietà, per coloro che ci stanno portando al decesso. Sono questi semmai a dover “trapassare” per mano di quelli che non intendano aspettare rassegnati la morte. Non si tratta affatto di fascismo, immondi esseri che andate spargendo i virus letali. E’ semplice aspirazione alla vita, che ormai richiede la vostra eliminazione; e che non si aspetti ancora qualche decennio prima di condurla a buon fine.

Marx non c’entra coi gulag e nemmeno coi centri sociali

Karl-Marx

 

Tutti parlano di Marx, pochi lo hanno letto e molti meno lo hanno veramente capito. Purtroppo, più che andare direttamente alle opere del barbuto di Treviri, la maggior parte dei critici (e non) di Marx ha attinto dai suoi interpreti, da quel marxismo divenuto scuola mentre egli, ancora vivente, smentiva l’“‘ismo” discendente dal suo nome.
Marx era, del resto, uno scienziato non un leader di partito. Fatta questa premessa è davvero spiacevole, se non disgustoso, sentire che tale studioso sia stato, con le sue teorie, l’iniziatore del gulag o il mandante di eccidi di massa.
Chi lo afferma sarebbe capace di simili nefandezze, non Marx, il quale ha faticato sui libri per interpretare la struttura del capitalismo dei suoi tempi.
Marx non allestiva ricette per le “osterie del futuro” (“Il metodo usato nel Capitale è stato poco compreso, a giudicare dalle interpretazioni contrastanti che se ne sono date. Così la ce Revue Positiviste» mi rimprovera, da una parte, di trattare l’economia in modo metafisico, dall’altra — immaginate un po’ — di limitarmi a un’analisi puramente critica dei fatti, invece di prescrivere ricette (comtiane?) per la trattoria dell’avvenire”) ma analizzava, ricorrendo all’astrazione concettuale, le caratteristiche del sistema sociale sotto i suoi occhi.
Non si interessava delle persone ma delle categorie sociali e delle loro funzioni:

“Una parola per evitare possibili malintesi. Non dipingo affatto in luce rosea le figure del capitalista e del proprietario fondiario. Ma qui si tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classi. Il mio punto di vista, che concepisce lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale, può meno che mai rendere il singolo responsabile di rapporti dei quali esso rimane socialmente creatura, per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi”.

Scienza allo stato puro rafforzata anche da quest’altra definizione: “La forma valore, di cui la forma denaro è la figura perfetta, è vuota di contenuto ed estremamente semplice. Eppure, da oltre due millenni la mente umana cerca invano di scandagliarla, mentre d’altra parte l’analisi di forme molto più ricche di contenuto e molto più complesse è almeno approssimativamente riuscita. Perché? Perché è più facile studiare il corpo nella sua forma completa che la cellula del corpo. Inoltre, nell’analisi delle forme economiche non servono né il microscopio, né i reagenti chimici: la forza dell’astrazione deve sostituire l’uno e gli altri. Ma, per la società borghese, la forma merce del prodotto del lavoro, o la forma valore della merce, è la forma economica . cellulare elementare. Alla persona incolta, sembra che la sua analisi si smarrisca in mere sottigliezze; e di sottigliezze in realtà si tratta, ma solo come se ne ritrovano nell’anatomia microscopica… Il fisico osserva i processi naturali là dove appaiono nella forma più pregnante e meno velata da influssi perturbatori, ovvero, se possibile, compie esperimenti in condizioni che assicurino lo svolgersi del processo allo stato puro. Oggetto della mia ricerca in quest’opera sono il modo di produzione capitalistico e i rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono. La loro sede classica è fino ad oggi l’Inghilterra, che quindi serve da principale illustrazione dei miei sviluppi teorici. Se poi il lettore tedesco scrollasse farisaicamente le spalle sulle condizioni dei lavoratori inglesi dell’industria e dell’agricoltura, o si cullasse nell’ottimistico pensiero che in Germania le cose sono ancora ben lungi dall’andar così male, io ho l’obbligo di gridargli: De te fabula narratur!”.
In questo importante passaggio vi è anche molto di più della scienza, c’è la delimitazione del campo storico-geografico della sua indagine, la “sede inglese” della sua epoca in cui egli si reca per comprendere più a fondo l’oggetto della sua ricerca. Un rigore epistemologico ormai sconosciuto dai nostri contemporanei abituati a mescolare ideologia e moralismo per l’affermazione delle loro teoresi al fin di soldi e successo.
Marx, dunque, non ha nessuna utopia nella testa, non crede nell’avvento di un mondo nuovo per afflato umanistico ma crede nella necessità del comunismo “rebus sic stantibus”. La nozione che segue è fondamentale nell’analisi marxiana perché in essa si definisce la forma produttiva che emergerà dalle stesse viscere del modo di produzione capitalistico (non dai sogni di qualche visionario umanitario):

“Nel sistema azionario è già presente il contrasto con la vecchia forma nella quale i mezzi di produzione sociale appaiono come proprietà individuale; ma la trasformazione in azioni rimane ancora chiusa entro le barriere capitalistiche; in luogo di annullare il contrasto fra il carattere sociale ed il carattere privato della ricchezza, essa non fa che darle una nuova forma.
Le fabbriche cooperative degli stessi operai sono, entro la vecchia forma, il primo segno di rottura della vecchia forma, sebbene dappertutto riflettano e debbano riflettere, nella loro organizzazione effettiva, tutti i difetti del sistema vigente. Ma l’antagonismo tra capitale e lavoro è abolito all’interno di esse, anche se dapprima soltanto nel senso che gli operai, come associazione, sono capitalisti di se stessi, cioè impiegano i mezzi di produzione per la valorizzazione del proprio lavoro. Queste fabbriche cooperative dimostrano come, a un certo grado di sviluppo delle forze produttive materiali e delle forme di produzione sociale ad esse corrispondenti, si forma e si sviluppa naturalmente da un modo di produzione un nuovo modo di produzione.Senza il sistema di fabbrica, che nasce dal modo di produzione capitalistico, e così pure senza il sistema creditizio, che nasce dallo stesso modo di produzione, non si potrebbe sviluppare la fabbrica cooperativa. Il sistema creditizio, come forma la base principale per la graduale trasformazione delle imprese private capitalistiche in società per azioni capitalistiche, così offre il mezzo per la graduale estensione delle imprese cooperative su scala più o meno nazionale. Le imprese azionarie capitalistiche sono da considerarsi, al pari delle fabbriche cooperative, come forme di passaggio dal modo di produzione capitalistico a quello associato, con la unica differenza che nelle prime l’antagonismo è stato eliminato in modo negativo, nelle seconde in modo positivo”.

Dunque, il prodotto ultimo del capitalismo, come chiarisce Gianfranco la Grassa è appunto “la fabbrica cooperativa direttamente gestita dai produttori associati. Con lo sviluppo di tale forma produttiva viene posta la prima pietra del nuovo modo di produzione, il quale, sebbene ancora costretto nella vecchia forma, avrebbe superato il fatidico antagonismo tra capitale e lavoro”.

Per Marx il comunismo è figlio del capitalismo e la rivoluzione, che scaccia i parassiti dallo Stato ridotto a “ultima thule” dei rentier, è mera “ostetrica” di un parto ormai maturo all’interno della vecchia società.

Esplicitato a sommi capi tutto ciò, cosa diavolo c’entra Marx con i gulag, l’Unione sovietica, i centri sociali, i socialisti del XXI secolo, i compagni che sbagliano, il terrorismo, l’Arcadia umanitaria, le guerre mondiali ecc. ecc.? Niente, assolutamente niente ma gli idioti continuano a vedere fils rouges che da Marx conducono a tutti gli stermini commessi in nome del comunismo.
L’ipotesi di Marx si è rivelata senz’altro errata poiché dalla pancia del capitalismo non è uscito il comunismo ma ben altro (quella che La Grassa chiama la società dei funzionari privati del capitale di matrice statunitense). Una scienza che sbaglia alcune delle sue previsioni, fino a prova contraria, non è un abominio ma uno stimolo a proseguire sul cammino della conoscenza e di ulteriori interpretazioni più vicine alla realtà (sempre cangiante). Se ogni scienziato che non c’entra il bersaglio (o che non prevede le ricadute delle sue scoperte) diventa un lestofante allora qui non si salva più nessuno. Chi accuserebbe Einstein per Hiroshima? Esclusivamente degli ignoranti, gli stessi che si sbizzarriscono a stigmatizzare Marx. A loro va tutto il nostro disprezzo.
Spiace constatare che anche persone intelligenti inciampino su Marx come dilettanti. Nell’ultimo numero di Limes, dedicato alla caduta del Muro di Berlino, G. Friedman ci tiene a farci sapere che “La passione del giovane Karl Marx, che scriveva tra i clamori del 1848, portò direttamente a Lenin e poi a Stalin…Tale dottrina è stata il culmine dell’illuminismo: non solo perché predicava la forma più estrema di eguaglianza, ma anche perché era spietatamente logico, conseguenziale e onnicomprensivo. La sua visione non abbracciava solo politica ed economia, ma anche l’arte, il modo di crescere i figli, l’agricoltura e lo sport. Aveva teorie su tutto e, con il potere dello Stato a disposizione, niente era fuori dalla sua portata. Da ultimo, il marxismo ha screditato l’illuminismo: era la reductio ad absurdum del pensiero razionale. Il marxismo ha frantumato l’illuminismo in una miriade di prismi, ognu- no libero di incarnare le contraddizioni che il marxismo stesso non tollerava. Siamo gli eredi dell’incoerenza che ha lasciato.
Ma il marxismo non solo ha fallito nel creare la società che predicava, è stato anche incapace di motivare la Nuova sinistra. Esso non è mai riuscito ad affrancarsi dalla realtà primordiale della condizione umana. Non parlo dell’egoismo e della corruzione, bensì della comunità come fondamento dell’esistenza umana, più importante dell’individuo e di certo più importante della classe”.

Sono tutte sciocchezze scritte da uno che non ha mai letto Marx ma lo ha assorbito dai suoi falsi epigoni. Le poche citazioni di Marx che ho riportato bastano a smentire Friedman e gli altri che sostengono tesi della stessa portata. Eppure, un punto corretto Friedman lo coglie:

“Marx sosteneva che la rivoluzione sarebbe avvenuta in un paese industrialmente avanzato [proprio perché il comunismo risolveva le insormontabili contraddizioni di un capitalismo sviluppato fino ai suoi limiti estremi in cui le forze produttive risultavano ostacolate dagli esistenti rapporti di produzione] come la Germania. Invece giunse in un luogo e in condizioni che smentivano la teoria e dove costruire il comunismo era impossibile: l’entroterra euroasiatico, non la penisola europea; un paese impoverito, senza sbocchi ai mari caldi, con un sistema dei trasporti disastroso e una popolazione dispersa”.

Costruire il comunismo era impossibile ovunque, anche nei paesi ipercapitalistci perchè la classe intermodale di transizione dal capitalismo al comunismo (il General Intellect) non si veniva formando, contrariamente al vaticinio di Marx. A fortiori Friedman risulta allora inconseguente o arbitrariamente conseguente a premesse errate da lui stesso poste. Se Marx pensava all’Inghilterra e alla Germania (in quanto lì lo conduceva la sua teoria) perché accusarlo di questioni anche logisticamente illogiche?

Che c’entra la teoria di Marx col socialismo (ir)realizzato dell’Urss? Perché Marx deve essere ritenuto responsabile delle prove di forza di Stalin orientate alla costruzione di una politica di potenza in Russia e nei paesi orbitanti intorno ad essa? Secondo noi Stalin, in quel contesto, ha fatto ciò che doveva, tuttavia, Marx è incolpevole per faccende che proprio non lo riguardavano, né teoricamente e nemmeno storicamente. Chi vuole tirare in ballo il grande intellettuale tedesco si prenda almeno la briga di approfondirlo adeguatamente, dai suoi lavori, per piacere, e non dai riassunti, per carità!, dei suoi Improvvisati sostenitori o convinti detrattori.

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