UN PASSAGGIO ESSENZIALE NELLA TEORIA DI MARX

gianfranco

 

Si tratta di un brano, un semplice e solo brano delle migliaia di pagine scritte da Marx e spesso pubblicate dai suo successori, magari con aggiunte non sempre messe in evidenza nella loro non stesura (o almeno non completa e letterale) fatta proprio da lui. Ma non m’interessa nulla di tutto questo. L’importante è fissare le parti salienti di una teoria scientifica e mostrarne la rilevanza ancora attuale e, ancor più, laddove essa va rielaborata alla luce dell’esperienza storica di un secolo e mezzo! Riporto quindi un brano tratto dal III Libro de “Il Capitale”, cap. XVII.

<<<Trasformazione del capitalista realmente operante in semplice dirigente, amministratore di capitale altrui, e dei proprietari di capitale in puri e semplici proprietari, puri e semplici capitalisti monetari. Anche quando i dividendi che essi ricevono comprendono l’interesse e il guadagno d’imprenditore, ossia il profitto totale (poiché lo stipendio del dirigente è o dovrebbe essere semplice salario di un certo tipo di lavoro qualificato, il cui prezzo sul mercato è regolato come quello di qualsiasi altro lavoro), questo profitto totale è intascato unicamente a titolo d’interesse, ossia un semplice indennizzo della proprietà del capitale, proprietà che ora è, nel reale processo di riproduzione, così separata dalla funzione del capitale come, nella persona del dirigente, questa funzione è separata dalla proprietà del capitale. In queste condizioni il profitto (e non più soltanto quella parte del profitto, l’interesse, che trae la sua giustificazione dal profitto di chi prende a prestito) si presenta come semplice appropriazione di plusvalore altrui, risultante dalla trasformazione dei mezzi di produzione in capitale, ossia dalla loro estraniazione rispetto ai produttori effettivi, dal loro contrapporsi come proprietà altrui a tutti gli individui REALMENTE ATTIVI NELLA PRODUZIONE, DAL DIRIGENTE ALL’ULTIMO GIORNALIERO [maiuscolo mio]. Nelle società per azioni la funzione è separata dalla proprietà del capitale e per conseguenza anche il lavoro è completamente separato dalla proprietà dei mezzi di produzione e dal plusvalore. Questo risultato del massimo sviluppo della produzione capitalistica è un momento necessario di transizione per la ritrasformazione del capitale in proprietà dei produttori, non più però come proprietà privata di singoli produttori [come erano gli artigiani precapitalistici; nota mia], ma come proprietà di essi in quanto associati, come proprietà sociale immediata. E inoltre è momento di transizione per la trasformazione di tutte le funzioni, che nel processo di riproduzione sono ancora connesse con la proprietà del capitale, in semplici funzioni dei produttori associati, in funzioni sociali.
…………………………[qui vi è un pezzo che si può tralasciare]
Questo significa la soppressione del modo di produzione capitalistico nell’ambito dello stesso modo di produzione capitalistico, quindi è una contraddizione che si distrugge da se stessa, che prima facie si presenta come semplice momento di transizione verso una nuova forma di produzione. Essa si presenta poi come tale anche all’apparenza. In certe sfere stabilisce il monopolio e richiede quindi l’intervento dello Stato. Ricostituisce una nuova aristocrazia finanziaria, una nuova categoria di parassiti nella forma di escogitatori di progetti, di fondatori e di direttori che sono tali semplicemente di nome; tutto un sistema di frodi e di imbrogli che ha per oggetto la fondazione di società, l’emissione e il commercio di azioni [non vi fischiano le orecchie?]. E’ produzione privata senza il controllo della proprietà privata. >>>.

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Discorso che mi sembra estremamente chiaro e non bisognoso di molti commenti per quel che significa. Certamente Marx scrive (appunti poi sistemati da Engels) un secolo e mezzo fa. E mi sembra presentare alcuni momenti di modernità. Tuttavia, ha in testa il capitalismo <<borghese>>, nato da quello mercantile e che presenta varie commistioni con elementi delle tradizioni, cultura, mentalità, della società precedente, in mano alla nobiltà. Ad un certo punto, almeno nella traduzione, salta fuori il nome di imprenditore, ma Marx non ha nozione dell’impresa come si andrà configurando già a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo; e che vedrà soprattutto il fiorire novecentesco del capitalismo statunitense, quello definito assai più tardi (1941) da Burnham capitalismo “manageriale”. Si tratta di quel capitalismo che per il momento ho definito, dopo un paio di decenni di studio, <<formazione sociale degli strateghi (funzionari) del capitale>>.
In Marx il fulcro dell’impresa è in realtà l’opificio industriale, sede del processo lavorativo in quanto trasformazione di materia prima in prodotto finito: di consumo oppure di investimento come ad es. le macchine e il complesso strumentale da impiegare in ulteriori processi trasformativi. Egli prende dunque in considerazione soltanto il dirigente di fabbrica, quello che poi verrà indicato dal marxismo successivo, ivi compreso Lenin, quale “specialista borghese”. Marx, insomma, attribuisce chiaramente al dirigente in oggetto, nella prima fase del capitalismo, la proprietà dei mezzi di produzione. Come scrive anche nelle Glosse a Wagner, l’ultimo lavoro economico di Marx scritto (ma pubblicato dopo la sua morte) negli anni 1881-82 – tra l’altro lo stesso periodo in cui invia la lettera (risposta) a Vera Zasulič, da cui i “marxisti” fuori di testa hanno tratto la conclusione che Marx smentisse tutta l’analisi de “Il Capitale” – in cui si afferma che il proprietario capitalista “contribuisce a creare ciò di cui si appropria”, cioè il plusvalore (che è il pluslavoro della forza lavoro salariata). E anzi per Marx (come per Lenin e ogni marxista scientifico e non “pietistico”) “senza direttore d’orchestra l’orchestra non suona” (per quanto bravi siano gli orchestrali). Di conseguenza, il capitalista di quella prima fase del modo di produzione capitalistico non solo “contribuisce a creare”, ma è proprio essenziale per la creazione (la produzione); senza di lui, addio pluslavoro e plusvalore, non si crea nulla.
Successivamente – per effetto non della “lotta di classe”, ma invece della competizione intercapitalistica in cui pochi hanno successo e molti falliscono – si verifica la centralizzazione del capitale con passaggio alla forma oligopolistica di mercato, caratterizzata fra l’altro dall’impresa quale “società per azioni”. A questo punto, nella previsione di Marx, il dirigente della “fabbrica” diventerebbe un lavoratore salariato a tutti gli effetti e verrebbe quindi a far parte dell’“associazione dei produttori”, cui spetterebbe ormai l’esecuzione dell’intero processo produttivo; il capitalista si riduce a mero proprietario (ad es. azionista) e il suo profitto è una “quasi” rendita (il dividendo azionario). Questa appunto l’interpretazione marxiana del processo evolutivo capitalistico, che risulta in tutta evidenza dal lungo brano citato.
“Qui casca il palco”. E qui è iniziata tutta la mia opera di revisione per eliminare quella centralità della proprietà, ormai superata. Si tratta di quella privata, quella di cui parla Marx. Non cambia proprio un gran che con quella statale. Questa potrebbe perfino essere ancora peggiore se dà vita ad un ceto di “burocrati” pressoché incapaci e soltanto succubi di un potere politico miope; assai diversa l’attitudine produttiva attribuita da Marx all’insieme dei produttori associati, “dal primo dirigente all’ultimo giornaliero”. Egli però scriveva nel 1860 e anni successivi; non è certo lui il responsabile della perdita di efficacia interpretativa del marxismo, ma i suoi seguaci incancreniti per ben oltre un secolo a cianciare sul preteso “socialismo”, sulla formazione sociale di quelli che non sono mai diventati “produttori associati”.
Già Kautsky (e Lenin non lo critica su tale punto) aveva capito che non si andava per nulla costituendo qualcosa di simile. Il gruppo dirigente dei processi produttivi, pur eventualmente privo della proprietà, era indicato come insieme di “specialisti borghesi”, pienamente assegnati alla classe dominante in convergenza semmai con i proprietari assenteisti (rispetto alla direzione di detti processi produttivi), che tuttavia invece sono spesso proprio gli strateghi delle politiche imprenditoriali nella “concorrenza” che solo gli stupidi liberisti riducono a semplice competizione nel mercato. In realtà, il grande dirigente d’impresa (ma non più dei processi produttivi) è proprio colui che assicura il collegamento con i veri apparati del potere politico, funzionale a detta “concorrenza”. Non a caso, un grande dirigente rivoluzionario come Lenin intuisce benissimo che il “monopolio” (la centralizzazione dei capitali) “non annulla la concorrenza, ma la spinge al suo livello più alto”. Ed è ovvio che sia così, dato che non si tratta più di concorrenza ma di reale conflitto (strategico) per le “sfere d’influenza”, conflitto che ingloba e dà forma specifica alla concorrenza mercantile.
I marxisti – dovendo riconoscere che l’alta dirigenza della produzione, pur non proprietaria, non faceva parte del “proletariato” o “classe operaia”, presunto soggetto della “rivoluzione anticapitalistica” – hanno allora insistito sulla rivoluzionarietà del “semplice giornaliero” (o poco più su), insomma dell’operaio di fabbrica, del Charlot di “Tempi moderni”. Veri fraintendimenti, che sono stati pure miei. Tuttavia, da più di vent’anni ho faticosamente iniziato una “marcia” almeno in buona parte diversa, di cui non parlo qui (ho scritto ormai centinaia, anzi potrei dire migliaia, di pagine in proposito). Tuttavia, ci sono problemi lungo la nuova via che non ho certo risolto. Ho scritto negli ultimissimi anni alcuni libri sempre dibattendo tale problema onde affinarlo per quanto possibile.
Ultimamente ho anche consegnato ad un blocco di video su Marx (le “dieci discussioni” accompagnate da un libro su “Denaro e forme sociali”) la coerentizzazione del suo modello teorico. Che io sappia, non esiste una altrettanto rigorosamente organica esposizione del modello teorico (scientifico) di Marx; anche al di là di ciò che egli avrebbe effettivamente detto o voluto dire. Non m’interessa affatto riempire le pagine di sue citazioni e cercare di diventarne l’esegeta e il “corretto interprete”. Per me Marx è una sorta di Galilei della scienza sociale. Bisogna capire quale salto ha fatto fare a quest’ultima al di là della consapevolezza che poteva averne all’epoca; mettendo inoltre in luce i limiti di tale modello teorico, proprio dovuti ai tempi in cui esso fu formulato.
Non pretendo però di aver risolto il problema. Non lo posso fare io, che appartengo alla vecchia epoca storica iniziata grosso modo con il marxiano “Manifesto del Partito comunista” (1848) e già in fase di trapasso (troppo lenta per la vita umana) da alcuni (pochi) decenni; fase oggi in accelerazione, ma non ancora vicina alla piena entrata nella nuova epoca. Quelli come me (di orientamento marxista ovviamente) hanno il compito di mettere ordine nella vecchia teoria, di estrarne il “succo” in base alle conoscenze attuali e alla esperienza storica di un buon secolo e mezzo. La mia reale intenzione è di far rilevare sia le alterazioni che essa subì già appena morto Marx sia l’errata sua previsione di dati eventi e la non realizzazione di altri pur iniziati in suo nome. Al massimo si possono indicare alcune ipotesi di revisione e fuoriuscita (ma sempre da “quella porta”). A chi saprà vivere realmente la “fase storica” che avanza, senza inutili nostalgie e indebite “frenate”, spetterà il compito di arrivare a nuove ipotesi e magari anche a effettive sintesi in ben diverse teorizzazioni intorno alla società, alle sue strutture e dinamiche evolutive.
Per questo ritengo fondamentale l’effettiva messa in circolazione delle mie “dieci discussioni su Marx” con il libro “Denaro e forme sociali”. ESIGO che tale mia “fatica” venga distribuita senza ulteriori indugi. In tutta la vita sono stato boicottato soprattutto dagli schifosi intellettuali e “operatori culturali” di una “sinistra”, che da alcuni decenni ormai è il cancro della nostra società; e che molti idioti (di ogni orientamento) confondono con i comunisti. Io sono stato comunista. E parlo al passato non per abiura, ma solo per il riconoscimento che nella storia certi movimenti si esauriscono. Per fare un esempio, continuo a nutrire grandi simpatie per i giacobini e il loro essenziale “anno del terrore”. Non posso però dirmi giacobino ai giorni nostri. E quindi nemmeno mi dico comunista, ma certo stimo e ricordo con affetto i “fu” comunisti e odio invece mortalmente gli ancora “sinistri”; perfino più degli ancora “destri” (ma anche loro…. per carità!). Parlo ovviamente dei gruppi dirigenti dei diversi schieramenti. I seguaci vanno considerati con ben altro atteggiamento più benevolo. I nervi però saltano spesso di fronte a certi farabutti e mentitori.

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di Gianfranco La Grassa

Indice:

Introduzione, di Gianni Petrosillo     pag. 9

Denaro e forme sociali                     pag. 27

Appendice: il marxismo impossibile pag. 41

 

Introduzione

Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo. Quanto grande è il potere del denaro, tanto grande è il mio potere. Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e le mie forze essenziali, cioè sono le caratteristiche e le forze essenziali del suo possessore. Ciò che io sono e posso, non è quindi affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. E quindi io non sono brutto, perché l’effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è annullata dal denaro. Io, considerato come individuo, sono storpio, ma il denaro mi procura ventiquattro gambe; quindi non sono storpio. Io sono un uomo malvagio, disonesto, senza scrupoli, stupido; ma il denaro è onorato, e quindi anche il suo possessore. Il denaro è il bene supremo, e quindi il suo possessore è buono; il denaro inoltre mi toglie la pena di esser disonesto; e quindi si presume che io sia onesto. Io sono uno stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe essere stupido chi lo possiede? Inoltre costui potrà sempre comperarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti, non è più intelligente delle persone intelligenti? Io che col denaro ho la facoltà di procurarmi tutto quello a cui il cuore umano aspira, non possiedo forse tutte le umane facoltà ? Forse che il mio denaro non trasforma tutte le mie deficienze nel loro contrario?E se il denaro è il vincolo che mi unisce alla vita umana, che unisce a me la società, che mi collega con la natura e gli uomini, non è il denaro forse il vincolo di tutti i vincoli? Non può esso sciogliere e stringere ogni vincolo? E quindi non è forse anche il dissolvitore universale? Esso è tanto la vera moneta spicciola quanto il vero cemento, la forza galvano-chimica della società.

Karl Marx

1.Gianfranco La Grassa lavora da molti anni ad un paradigma interpretativo che pur prendendo le mosse dall’analisi marxiana se ne discosta di molto. Si naviga in mare aperto, verso destinazioni sconosciute, perché è franato il terreno dei convincimenti dei due secoli precedenti (‘800 e ‘900). Il porto di partenza è inevitabilmente il marxismo ma la terra promessa non è più il comunismo. Si deve infine salpare per uscire da un’impasse teorico che dura da troppo tempo e rende sempre più difficile la comprensione delle forme sociali odierne, plasmate da uno specifico modo di ri-produzione, obiettivamente differente dal passato. L’intento è certamente ambizioso e, tuttavia, ineludibile per dare linfa all’indagine conoscitiva, indirizzata a cogliere il funzionamento della società attuale (delle sue forme), attraverso un approccio scientifico rigoroso alla stregua di quello marxiano che però appare oggi datato.

Questo saggio su “il denaro e le forme sociali” si colloca proprio nella prospettiva di un nuovo “passaggio teorico” ed è un tentativo originale di approfondire temi già trattati da Marx ma in un contesto completamente mutato in cui i conflitti principali non sono quelli dicotomici tra dominanti e dominati (Capitale vs Lavoro), considerati centrali dal pensatore tedesco, ma quelli tra agenti strategici in ogni sfera sociale. La politica, quale insieme di mosse strategiche per dominare, diviene il nucleo della questione, al posto del conflitto classista nella sola sfera produttiva.

La costruzione e l’implementazione di un modello interpretativo, ad ogni modo, non avviene sul nulla ma “decolla” da una solida base di acquisizioni concettuali, quella delle categorie marxiane che conservano una certa validità, almeno rispetto a “porzioni di realtà” che formano la trama comunitaria. Ci sono però anche “leggi” generali da aggiornare, sostituire o, persino, accantonare se non “macinano” più conoscenza rispetto ai mutamenti in atto. La Grassa dice espressamente che l’impianto marxiano è ancora il più avanzato tra le teorie sociali, eppure, lo stesso, si rivela non più soddisfacente a dipanare le incessanti metamorfosi avvenute nel mondo capitalistico che è sotto il nostro sguardo. Una teoria che viene falsificata nelle sue previsioni non è, comunque, da accantonare nella sua totalità. Essa può rivelarsi ancora efficace, per alcuni aspetti, benché possa comprendere solo parzialmente problematiche che sono andate via via approfondendosi. Come dire, possiamo affermare che la fisica newtoniana è “errata” perché relatività generale e meccanica quantistica hanno riformulato le regole “provvisorie” che governano il mondo, eppure bastano ancora le equazioni matematiche della prima per costruire un edificio che non caschi al suolo a causa della gravità, senza dover scomodare Einstein.

Marx ha creduto, prendendo a riferimento il capitalismo di matrice inglese del suo tempo, che la funzione predominante, nell’ambito di tale sistema, fosse quella proprietaria. Insieme a questa funzione l’imprenditore svolgeva (almeno fino ad un dato livello di sviluppo storico), anche il compito di organizzare la produzione, contribuendo “direttamente” alla creazione di quello che poi estorceva agli operai salariati (pluslavoro nella forma di plusvalore). Qui si colloca la prima confusione, perché Marx aveva ipotizzato che, con l’avanzamento del modo di produzione, la funzione proprietaria avrebbe spinto la divaricazione tra possessori e non possessori di capitale alle sue estreme conseguenze, trasformandosi, dal lato dei “possidenti” in pura attività finanziaria (attraverso processi prima di concentrazione e poi di centralizzazione dei capitali), e dal lato dei “non possidenti” in controllo esclusivo sulle attività realizzative. I capitalisti, ormai distanti dai processi produttivi, al pari di signori semi-feudali, avrebbero allora operato sottraendo, senza grandi schermature, i profitti alla produzione per alimentare le proprie scorribande borsistiche. Ma per la stessa ragione, all’interno del processo produttivo, gli organizzatori della produzione (ingegneri e tecnici) avrebbero preso coscienza del parassitismo delle classi dominanti, fino a stringersi, in un’alleanza necessitata, con i salariati delle funzioni esecutive, formando un gruppo intermodale di transizione dal capitalismo al socialismo/comunismo. Sarebbe così venuto a consolidamento un soggetto rivoluzionario (il lavoratore collettivo cooperativo) che, in virtù dell’acquisito controllo sui mezzi di produzione, avrebbe definitivamente mandato in frantumi i vecchi rapporti di produzione, non più corrispondenti all’effettivo dispiegamento delle forze produttive (dando seguito, pertanto, alla inevitabile espropriazione degli espropriatori, oramai poco numerosi, con un’azione di forza, nemmeno troppo violenta).

Marx considerava questo processo di ri-appropriazione già in atto, da concludersi in un tempo relativamente breve, almeno se confrontato alle secolari fasi di trapasso dal feudalesimo alla produzione mercantile semplice fino al modo di produzione capitalistico pienamente sviluppato. L’avvento del socialismo era, invece, questione di pochi decenni.

Tale impostazione ha però mostrato la sua incapacità di prevedere l’esito dei processi capitalistici e ciò comporta, inevitabilmente, la necessaria riformulazione della nostra ipotesi scientifica, partendo proprio da quelle funzioni che Marx lascia sullo sfondo o descrive come sovrastrutturali nel suo sistema. Decade, dunque, la determinazione “economica” d’ultima istanza e si allarga il campo delle possibilità. Difatti, i capitalisti non solo non si sono disinteressati della produzione ma, al contrario, hanno continuato a servirsi di questa per ottenere i mezzi economici attraverso i quali dare appropriatezza alle strategie del conflitto per la conquista della supremazia.

Lo scenario si amplia e si crea un’altra immagine del mondo. Se si dà preminenza all’aspetto puramente proprietario, la sfera economica diviene effettivamente quella determinante per sceverare gli stadi evolutivi capitalistici. La concorrenza tra capitalisti che mirano ad aumentare i propri profitti, per espungere dal mercato i concorrenti, ci tiene troppo sulla superficie del problema impedendoci di comprendere, più a fondo, la natura del flusso conflittuale che anima tale sistema.

Non a caso, le leggi della competizione economica vengono ipertroficamente estese ad ogni ambito sociale, al fine di coprire, con questo velo ideologico, le azioni strategiche che sono alla base dell’allargamento e della riproduzione dei principali rapporti sociali capitalistici. Ma è l’agente strategico, quello che agisce politicamente (anche se ”mascherato” da operatore finanziario o da uomo d’affari), il vero funzionario del capitale, colui che espande gli orizzonti dell’agire nella società. Detto agente non è direttamente implicato nella produzione materiale e, tanto meno, in quel mondo di superficie (il mercato) dove avviene lo scambio tra equivalenti (in media), per quanto la sua attività debba restare costantemente celata sotto una coltre di “scambi economici egualitari”. Del resto, il soggetto strategico non può fare a meno di quest’ultimi dato che le strategie, per essere efficaci, abbisognano dell’uso di uomini (del loro sforzo fisico e intellettuale) e mezzi, i quali nel capitalismo (fondato appunto sul mercato e sull’impresa) assumono la forma di merci e del loro corrispondente generale, il denaro.

Il capitalismo, nella concezione lagrassiana,  non si riduce al conflitto, nella sfera produttiva, tra salariati e oppressori, tra Capitale e Lavoro, secondo la versione en economiste di un certo marxismo d’antan che sta ancora attendendo l’avvento della “Grande Ostetrica” (la Rivoluzione Socialista) quale levatrice di un parto ormai maturo nelle viscere del Capitale. Per La Grassa, quest’ultimo, è un rapporto sociale, esattamente come per Marx. Diversa è però la realtà in cui esso è “immerso”. Se non si tiene conto di questa realtà che è flusso continuo, indistinto e del tutto squilibrante, si cade in un riduzionismo “materialistico” (quello rozzo che assegna la predominanza alle relazioni meramente mercantili o anche quello più raffinato, ma non meno fallace, descrivente le connessioni nella sfera ri-produttiva di cui quella economica è basamento) che restringe la nostra conoscenza e ci induce in errore. Nello scorrimento impetuoso della realtà occorre fissare dei campi di stabilità “che sono allora certamente dei sistemi di relazioni. Sia relazioni tra le diverse parti in cui abbiamo suddiviso tali campi per la nostra praticità d’azione; sia soprattutto tra questi campi e noi, che li abbiamo costruiti seguendo date impostazioni teoriche e dotandoli inoltre di apparati organizzativi differenziati appunto per settori vari in base alle esigenze del nostro agire”.

La Grassa sostiene, giustamente, che anche in questo frangente l’apparenza gioca un ruolo mistificatorio poiché essa ci suggerisce che sono questi corpi a precedere le azioni strategiche conflittuali; mentre invece essi sono solo mezzo, strumento, del conflitto per la supremazia combattuto tra gruppi dominanti che si formano e si disfano ricomponendosi in altri schieramenti, si alleano e poi si combattono, in fasi differenti (e di lunghezza variabile) della formazione societaria. Ci troviamo ancora sulla “superficie” del mondo (perché del dichiarato flusso ne sappiamo poco, se non che si trova ben coperto sotto determinate concrezioni fenomeniche reali ed altrettanto ingannevoli) ma su una “area” molto più esplicativa rispetto a quella del mercato, della merce e delle interconnessioni nella sfera produttiva. Se il pensiero dominante “manda avanti”, a copertura della sua “intimità”, gli elementi economici “sensibili”, la teoria scientifica ha, invece, il dovere di non farsi incantare dalle sirene di questa immediatezza (si pensi a quel marxismo sclerotizzato che pensava, e pensa tuttora, di poter trasformare il piombo in oro con la ri-soluzione matematica di certe corrispondenze tra valori e prezzi di produzione) e di individuare il luogo “non ameno” dove finalmente la notte smette di far apparire bigi tutti i lupi. Questo “luogo” è per noi il conflitto (strategico) generato dal flusso squilibrante della realtà che avvolge le cose umane. Questo è il punto di partenza per la definizione di un paradigma teorico innovativo.

2. Che cos’è, allora, il denaro?  Cosa sono i suoi duplicati finanziari? In quale contesto di vincoli di forza (sociali) si collocano le crisi sistemiche ed economiche passate e presenti? In periodi di scandali bancari e di crisi “permanente” sarebbe opportuno decifrare meglio le funzioni  del denaro (laddove si blatera troppo di neo-mercatismo o di irreversibilità del capitalismo finanziarizzato) e la sua “natura” (variabile nelle epoche storiche), soprattutto, perché gli economisti  accreditati dal potere non hanno mai smesso di pensare le leggi di una specifica formazione sociale come naturali; tanto che in loro resiste persino il mito fondativo di Robinson, il naufrago finito sull’isola deserta, il quale riorganizza la sua esistenza selvaggia nella stessa maniera in cui gestiva la quotidianità nel mondo civilizzato.

Secondo l’economica diffusa, questa trasposizione romanzesca dovrebbe spiegare la spontaneità della mentalità mercantile degli individui  che si riforma da sé in ogni circostanza, mentre, in realtà, certifica esclusivamente i suoi pregiudizi ideologici circa l’interpretazione dei fatti collettivi. La robinsonata, come l’avrebbe chiamata Marx, sta in questo: il personaggio del romanzo di Daniel Defoe non  trova la razionalità strumentale e l’indirizzo logico che guiderà la sua attività,  in quel luogo sperduto, già pronta sugli alberi ma la ricava dai suoi savoir-faire precedenti, acquisiti nel contesto “civilizzato” di provenienza. Se il Robinson, anziché ai primi del 1700, fosse stato scritto in arco medievale, avremmo visto operare ben altra scala di condotte da parte del superstite, non di sicuro la visione del borghese del XVIII secolo; quantunque si debba ammettere che gli esseri umani abbiano repentinamente imparato a calcolare costi e benefici dei loro atti per sopravvivere in un ambiente costantemente ostile. Se Robinson fosse andato disperso con la sua imbarcazione, non in età adulta ma in fasce, in un viaggio compiuto con i suoi genitori, qualora si fosse poi miracolosamente salvato e fosse stato raccolto ed allevato da un gruppo di primati, la narrazione sarebbe totalmente cambiata. Al posto dell’inglese educato ci sarebbe l’uomo-scimmia, un vero animale guidato dal codice della giungla. Come Tarzan di Burroughs.

L’intelligenza di Tarzan, il quale resta, comunque, un rappresentante della razza Sapiens, lo porterà a primeggiare sul branco (intuisce come usare un coltello trovato nella capanna del padre) ma i suoi processi di evoluzione rimarranno lentissimi e difficoltosi, limitatamente a quel che gli occorre per farsi rispettare dalle bestie. Al re della foresta mancava un ”Venerdì”, ovvero tutta quella base di rapporti sociali (anche primitiva) che può essere acquisita in contesto collettivo umano. Ergo accetta l’unico codice animalesco che conosca, al quale, tuttavia, applica la sua superiore capacità intellettiva per primeggiare.

Torniamo ora alle nostre domande iniziali e alle medesime “alchimie” escogitate dagli economisti per spacciare come eterne e naturali istituzioni e abitudini “artificiali”.

Mi è capitato, quando ero studente, di trovare sui manuali universitari frasi come la seguente: “considerata la naturale capacità del denaro di autovalorizzarsi…”. Di naturale non c’è assolutamente niente nel denaro che è un prodotto sociale il cui “valore” dipende dal contesto dei rapporti sociali in cui è utilizzato. Il denaro è mezzo di accumulazione di valore e misura del valore (delle merci), mezzo di pagamento, mezzo di circolazione e di scambio dei prodotti, quando quest’ultimi assumono la forma di merci nella loro generalità, ossia quando sorge il lavoro salariato (venduto come qualsiasi altra merce dai suoi portatori ai detentori dei mezzi produttivi, i quali avevano spossessato dei saperi e delle attrezzature gli artigiani e le corporazioni)  e i beni vengono creati direttamente per essere venduti a terzi. Antecedentemente, nelle società pre-industriali, le cose stavano in maniera differente e, nonostante il denaro esistesse, svolgeva compiti interstiziali e residuali.

Se prendiamo come riferimento l’alto medio-evo, andando alle radici dell’economia europea, benché le monete circolassero, anche nelle contrade più amene, non avevano l’importanza e l’uso corrente. I sovrani ne facevano coniare di bellissime, in lega pregiata, per magnificenza più che utilità. Inoltre, non era tanto il valore nominale che le faceva accettare ma il peso dei materiali. Insomma, in quest’epoca e in altre successive, fino all’avvento della modernità, come scrive Duby, i fenomeni monetari erano meno attinenti alla storia economica che alla storia delle culture e delle strutture politiche. Sarà, pertanto, unicamente con l’affermarsi del sistema capitalistico, storicamente riveniente da peculiari connessioni sociali, che il denaro, in quanto Capitale, acquisterà la “capacità di autovalorizzarsi”.

Scrive La Grassa nel libro che avete in mano:

 

La società capitalistica – in cui tutti gli uomini sono liberi da condizioni di schiavitù o servaggio – si presenta come un grande aggregato di individui che riproducono la loro vita associata, cioè i rapporti che li legano reciprocamente, mediante produzione di beni caratterizzata dalla seguente modalità: ognuno produce beni per altri e gli altri li producono per lui. Ognuno si specializza dunque nella produzione di un dato bene, aumentando perciò l’efficienza produttiva dello stesso; poiché tutti si comportano così, nel complesso si ha un vertiginoso aumento della produzione – dunque della ricchezza, che è una somma di valori d’uso – dell’insieme societario. Questo enorme interscambio – che richiede appunto l’uso del mezzo universale di scambio, il denaro nelle sue varie figure monetarie – è colto dai sensi nel suo aspetto più superficiale, che denota la conquista dei diritti personali (di un individuo libero, né servo né schiavo, ecc.) da parte di tutti i membri della società; ognuno ha da scambiare qualcosa di utile per altri. E ognuno è libero sia di migliorare il bene prodotto per la vendita, sia di aumentarne la produzione, al fine di accrescerne la valutazione complessiva – da parte degli altri – e di potersi dunque procacciare da questi ultimi quantità superiori dei beni da essi prodotti e a lui venduti”.

 

Dunque, in questa architettura di legami sociali, perché il Capitale è, come già detto, un rapporto sociale, la forma dominante di merce dei prodotti implica l’uso generalizzato del denaro e la sua duplicazione (i suoi derivati immateriali), che contribuisce a far emergere un settore specializzato, quello appunto finanziario, dove il denaro compie il “miracolo” di moltiplicarsi da se stesso. Le crisi che si verificano, a fasi  alterne, soprattutto a livello mondiale, dipendono da uno squilibrio dei concatenamenti sociali e dei legami forza, tra formazioni (paesi), o aree di paesi (nonché al loro interno), in quanto questi sono coinvolti in una rete di relazioni mondiali, di tipo politico (la potenza) ed, in subordine, economico (commerci).

Anche se al primo manifestarsi la crisi “si mette” in scena col precipitare degli indici in borsa, con l’arrembaggio speculativo, con i fallimenti bancari, fino al, vero e proprio, blocco dei circuiti mercantili dello scambio, non è in questi elementi che si deve riconoscere la concreta causa della débâcle.  Non è l’immoralità dei broker e quella di spietati faccendieri a mettere a soqquadro la vita sociale, e non è con il ripristino della morigeratezza negli affari che si può ricostituire un clima di migliore prosperità e collaborazione.

Dobbiamo smentire l’attuale vulgata, così di moda negli ambienti economici ed accademici, secondo la quale siamo  entrati in piena fase di finanziarizzazione del capitalismo che per alcuni, i “critici”, rappresenta uno stadio di degenerazione ultima del sistema, per altri, i ”restauratori”, una momentanea fuoriuscita dal solco della normalità.

La crisi indica, quando prolungata ed intensa, la trasformazione degli assetti sociali internazionali, con la riconfigurazione dei centri di sprigionamento della potenza e la costituzione di nuovi punti di snodo geopolitico, lungo tutta l’impalcatura mondiale (multipolarismo). La crisi è destinata a sfociare in molti conflitti, di modulazione diversa (non soltanto ed esclusivamente militare), finché i giocatori in campo non si saranno stabilizzati in poli di concorrenza e conflittualità, tanto manifesta che “retroscenica”, rivolti alla conquista della maggiore preminenza possibile sullo scacchiere planetario (policentrismo). Successivamente a siffatto ulteriore gradino, si dovrebbe pervenire, in tempi mai preventivabili a priori, ad una nuova stagione monocentrica, generalmente meno precaria (si pensi al predominio inglese nell’ottocento e a quello, in coabitazione, nel novecento di USA ed Urss). Quindi, siamo solo al principio di eventi devastanti che cambieranno la morfologia e la consistenza del panorama storico-politico del prossimo  futuro.

Marx ha da dirci ancora qualcosa su simili problematiche, tanto più che i nostri avversari “culturali” sono costretti a ricorrere a teoresi più vetuste e ineffettuali per spiegare fenomeni che sfuggono completamente alla loro comprensione. Recentemente, un giornale liberale ha dovuto rispolverare Bastiat per discutere di denaro (e credito), argomenti sui quali Marx ha illuminato la mente mentre i suoi detrattori, coevi a lui o nostri contemporanei, continuano a brancolare nel buio:

 

“Si comincia col confondere il numerario con i beni, poi si confonde la carta moneta con il numerario, ed è da queste due confusioni che si pretende di individuare una realtà. Occorre assolutamente, nella questione, dimenticare il denaro, la moneta, i biglietti e gli altri strumenti per mezzo dei quali i beni passano di mano, per vedere i prodotti soltanto in se stessi, che sono la vera materia del prestito. Infatti, quando un contadino prende in prestito 50 franchi per comprare un aratro, non sono effettivamente 50 franchi che gli sono prestati, è l’aratro…il denaro non compare che per facilitare l’accordo tra molte parti…infatti nessuno prende a prestito il denaro per il denaro stesso. Si prende a prestito il denaro per arrivare ai prodotti”.

 

Bastiat dimostra qui di ignorare praticamente tutto della società in cui vive. Scrivendo che il denaro non compare che per facilitare l’accordo tra molte parti, con ciò riducendolo a mero segno, nega il rapporto sociale, specificatamente capitalistico, di cui il denaro (nella sua forma capitalistica) è il risultato. Il denaro esiste da millenni ma non assolve, nel tempo, sempre alle stesse funzioni. Il denaro diventa mezzo di accumulazione di valore e misura del valore (delle merci), mezzo di pagamento, mezzo di circolazione e di scambio (a quel determinato livello) dei prodotti, solo quando quest’ultimi assumono la forma di merci nella loro generalità, ossia quando sorge il lavoro salariato (venduto come qualsiasi altra merce dai suoi possessori) e i beni vengono creati direttamente per essere scambiati e non autoconsumati. Nelle società pre-capitalistiche, le cose procedevano diversamente, il denaro esisteva ma i suoi usi erano limitati perché i rapporti sociali non erano “mercificati”.

Marx conosce bene la questione:

 

“Una delle principali deficienze dell’economia politica classica è di non essere mai riuscita a scoprire, attraverso l’analisi della merce e specialmente del valore della merce, la forma del valore che appunto lo rende valore di scambio. Proprio nei suoi rappresentanti migliori, come Smith e Ricardo, essa tratta la forma valore come qualcosa di assolutamente indifferente od estraneo alla natura stessa della merce. La ragione di ciò non è soltanto che l’analisi della grandezza di valore assorbe tutta la sua attenzione; è una ragione più profonda. La forma valore del prodotto del lavoro è la forma più astratta ma anche più generale, del modo di produzione borghese, che ne risulta caratterizzato come un genere particolare di produzione sociale, e quindi anche storicamente definito. Se perciò lo si scambia per la forma naturale eterna della produzione sociale, si trascura necessariamente anche l’elemento specifico della forma valore, quindi della forma merce e, così via procedendo, della forma denaro, della forma capitale ecc. Accade così di trovare in economisti pur concordi nel misurare la grandezza del valore mediante il tempo di lavoro, le più variopinte e contraddittorie idee sul denaro, cioè sulla forma perfetta dell’equivalente generale. Lo si vede in modo lampante, per esempio, nella trattazione del sistema bancario, dove i luoghi comuni per definire il denaro non bastano più. Per reazione, è poi sorto un sistema mercantilistico restaurato (Ganilh ecc.), che vede nel valore soltanto la forma sociale o, meglio, la sua apparenza priva di sostanza. Sia detto una volta per tutte, intendo per economia classica tutta l’economia che, a partire da W. Petty, indaga il nesso interno dei rapporti di produzione borghesi, in contrasto con l’economia volgare che gira a vuoto entro i confini del nesso apparente, rimastica sempre di nuovo il materiale da tempo fornito dall’economia scientifica per rendere plausibilmente comprensibili i cosiddetti fenomeni più grossolani e soddisfare il fabbisogno quotidiano dei borghesi; ma, per il resto, si limita a dare forma pedantesca e sistematica alle concezioni banali e compiaciute degli agenti della produzione borghese sul loro proprio mondo, il migliore dei mondi possibili, proclamandole verità eterne”.

 

Bastiat è appunto uno dei più spassosi rappresentanti di questa confusione che si ricicla nei nostri economisti odierni a corto di idee.

A ragione, afferma La Grassa, nel libro, che:

 

“La distinzione tra denaro e sue figure monetarie, il valore intrinseco che il denaro – e quindi ogni sua rappresentazione in moneta – possiede, completano lo smascheramento dell’inganno sotteso alla forma generale dello scambio, il moto apparente del modo di produzione capitalistico. Fermarsi alla quantità di valore implica la dimenticanza della storicità di quest’ultimo, significa cadere nella credenza della sua “naturalità” e quindi intrascendibilità. Eliminare l’aspetto quantitativo, fare della moneta un puro segno di contabilità, serve a nascondere la diseguaglianza reale sottostante all’eguaglianza formale. Se la scienza è ricerca del movimento reale, celato da quello apparente (anch’esso reale e produttivo di effetti nella sua presentazione “di superficie”) – cioè, ricordando l’esempio di Marx, è lo scoprire che il Sole non gira attorno alla Terra immobile, ma che è la rotazione di quest’ultima a produrre simile sensazione – è impossibile fare a meno del valore intrinseco, della sostanza di valore, della quantità; pur non sganciandola mai, mai isolandola, dalla sua forma di manifestazione, pena la caduta nell’altro errore esiziale: il restare agganciati alla mera empiria, e all’inganno delle apparenze sensoriali, divenendo così incapaci di svelare lo sfruttamento, dunque il dominio legato al controllo reale delle condizioni oggettive della produzione, la quale – già lo sappiamo – è resa possibile dal fatto che, nel contempo, viene riprodotto il rapporto sociale della formazione capitalistica”. Parole chiarissime che significano fare scienza e non chiacchiere. Il valore intrinseco del denaro è per Marx la quantità di “materiale” (oro, argento ecc.) che contiene lavoro astratto (gelatina di lavoro umano indifferenziato, dice Marx) ed “estratto”, mi si consenta il gioco di parole, trattandosi di cioè di minerali da strappare alla terra), come per gli altri beni, il tempo di lavoro utile a produrre la quantità detta. Il prezzo di una merce è dato dall’“unità di moneta che la contrassegna, assommanti ad una certa quantità di quel materiale prodotto che ha acquisito la funzione di equivalente generale nello scambio con ogni altro prodotto divenuto merce”.

 

Il pensatore veneto intende questo valore intrinseco diversamente ed aggiunge un ulteriore tassello alla comprensione del fenomeno trattato perché include elementi che Marx aveva “sottovalutato” o messo da parte, essendosi concentrato sulla sfera produttiva (che non è la mera produzione materiale) per i suoi studi sul capitalismo, mentre La Grassa vi include la disamina dei rapporti sociali (conflittuali) strategici, cioè politici, che innervano ogni ambito umano:

 

“Il denaro non è comprensibile fuori dal campo di energie (Il conflitto strategico interdominanti) entro il quale si sviluppa il capitalismo e si riproducono i suoi rapporti; esso rappresenta in definitiva anche il valore intrinseco del mezzo monetario. Non appunto nel senso della quantità di sostanza (di massa) – com’è il caso dell’oro – ma di quel qualcosa di comunque materiale (perché tale è ogni energia) che impedisce il “comando capitalistico”, la “manovra monetaria” a piacimento per conseguire gli scopi fissati e perseguiti.

Quello che denomino valore intrinseco è in definitiva il campo di energie creato dal conflitto strategico, all’interno del quale si vanno “coagulando”, “condensando”, determinati “corpi”: le imprese, ad esempio, nella sfera economica; gli apparati politici e istituzionali, più o meno compatti e costituiti da organizzazioni formali o informali, in quella politica; e via dicendo. Ancora una volta, l’apparenza (reale, con i suoi effetti di superficie) ci suggerisce che sono questi “corpi” a precedere le azioni strategiche conflittuali; mentre invece essi sono solo mezzo, strumento, del conflitto per la supremazia combattuto tra gruppi di dominanti, che si formano e si disfano ricomponendosi in altri schieramenti, si alleano e poi si combattono, in fasi differenti (e di lunghezza variabile) della formazione capitalistica. Il moto apparente – tipo quello del Sole che gira intorno alla Terra – ci suggerisce che prima si formano i “corpi” in questione (apparati vari) e poi da questi promana il conflitto. Per cui, basterebbe pensare a loro forme di costituzione e organizzazione differenti rispetto a quelle oggi in voga e sarebbe possibile far fiorire la pretesa “naturale bontà” dell’Uomo, il suo desiderio di pace e tranquillità, di benessere fondato sul riconoscimento della comune esigenza di cooperare a fini collettivi. Da millenni vi sono queste “prediche”; perché quest’Uomo non si rassegni a seguirle, qualcuno non lo capisce proprio mentre altri sono spudorati falsificatori della realtà”.

3. La revisione lagrassiana del pensiero di Marx consente, dunque, quello che in filosofia viene chiamato “riorientamento gestaltico”. E’ tutta la prospettiva sul capitalismo, così come ce l’ha indicata Marx, che cambia.

Per Marx il fulcro dell’analisi è il processo lavorativo con la sua sede nell’opificio industriale. Non dispone nemmeno del concetto di impresa, intesa come organismo complesso con i suoi comparti (strategici) interni. Ogni impresa, infatti, è un piccolo governo che si serve di apparati diplomatici, intelligence e polizia. E’essa stessa composta di “mercato” , fatta della stessa sostanza di questo, per cui non si limita a subire le leggi commerciali, visibili ed invisibili.

Marx prende in considerazione soltanto il dirigente di fabbrica che inizialmente coincide con il proprietario della stessa ma poi, con l’affermarsi delle corporazioni azionarie, diventa un lavoratore salariato (anche se di alto rango) a tutti gli effetti, esperto di processi produttivi ma senza possedere gli strumenti che usa. Costui entra a far parte della classe dei “produttori associati”, insieme ai giornalieri, e si schiera contro il capitalista speculatore, aduso esclusivamente ai giochi speculativi. L’interpretazione marxiana del processo evolutivo capitalistico, che avrebbe dovuto sfociare nel comunismo, si ferma a questi esiti smentiti dalla storia. Al presente testo è associato un dischetto intitolato “Dieci discussioni  su Marx” dove La Grassa coerentizza il modello teorico del pensatore tedesco, affinché si capisca che quello da lui detto, in un’altra epoca storica, aveva un certo senso ma non ha più molto a che fare con la società dei funzionari (privati) del Capitale in cui viviamo adesso. Occorre un’altra scienza per i nostri tempi.

Marx era uno scienziato, nel senso pieno del termine. Chi lo trasforma nel profeta di un comunismo messianico, oramai impossibile a concretarsi secondo i “canoni” della sua stessa teoria, è nemico dei “sottomessi” che afferma di voler emancipare. La scienza era per lui la strada da intraprendere e solo ponendosi sul medesimo percorso si onorano i suoi sforzi analitici e i suoi lasciti.

Egli rifuggiva le spiegazioni consolatorie tanto in auge ai nostri giorni in cui proliferano gli adulatori degli sfruttati, imbroglioni a tutti gli effetti che pensano unicamente alla propria carriera.

Le varie teorie, anche se superate, non si buttano nel cestino dei rifiuti ma nemmeno si possono considerare eterne in ogni parola. Le teorie stantie degenerano in eclettismo e sterilità di idee, diceva Althusser. Ecco perché vediamo fiorire romanticismi e moralismi di ogni genere sui quali prosperano le peggiori classi dominanti (col loro codazzo di intellettuali imbonitori) travestite da soccorritrici dei migranti, dei diversi, delle minoranze, ecc. ecc. Marx non indulgeva ai sentimentalismi e appariva persino cinico quando il cuore prendeva il sopravvento sulla testa. Riporto qui dei passi dalle Teorie sul Plusvalore, che mi sembrano adeguati a far capire quanto Marx reclamasse un’assoluta mancanza di riguardo “umanitaria” quando si trattava di fare scienza, in disprezzo a tutti quelli che, coi loro piagnucolamenti sociali, anche se in buona fede, finiscono per rendere la realtà sociale ancora più opaca di quella che è:

 

“Giustamente, per il suo tempo, Ricardo considera il modo di produzione capitalistico come il più vantaggioso per la produzione in generale, come il più vantaggioso per la produzione di ricchezza. Egli vuole la produzione per la produzione, e questo a ragione. Se si volesse sostenere, come hanno fatto degli avversari sentimentali di Ricardo, che la produzione in quanto tale non è il fine, si dimenticherebbe allora che produzione per la produzione non vuol dire altro che sviluppo delle forze produttive umane, quindi sviluppo della ricchezza della natura umana come fine a sé. Se si contrappone a questo fine, come Sismondi, il bene dei singoli, allora si afferma che lo sviluppo della specie deve essere impedito per assicurare il bene dei singoli e che quindi, per esempio, non dovrebbe essere fatta nessuna guerra in cui i singoli in ogni caso si rovinano (Sismondi ha ragione solo rispetto agli economisti che nascondono, negano questa antitesi). Non si comprende che questo sviluppo delle capacità della specie uomo, benché si compia dapprima a spese del maggior numero di individui e di tutte le classi umane, spezza infine questo antagonismo e coincide con lo sviluppo del singolo individuo, che quindi il più alto sviluppo dell’individualità viene ottenuto solo attraverso un processo storico nel quale gli individui vengono sacrificati, astrazion fatta dalla sterilità di tali considerazioni edificanti, giacchè i vantaggi della specie nel regno umano, come in quello animale o vegetale, si ottengono sempre a spese dei vantaggi degli individui, poiché questi vantaggi della specie coincidono con i vantaggi di particolari individui che in pari tempo costituiscono la forza di questi privilegiati. La mancanza di riguardo di Ricardo era dunque solo scientificamente onesta, ma scientificamente necessaria per il suo punto di vista. Ma perciò gli è anche del tutto indifferente se lo sviluppo delle forze produttive uccida la proprietà fondiaria o gli operai. Se questo progresso svalorizza il capitale della borghesia industriale, questo gli è altrettanto gradito. Che importa, dice Ricardo, se lo sviluppo della forza produttiva del lavoro svalorizza della metà il capital fixe esistente? La produttività del lavoro umano si è raddoppiata. Qui vi è dunque dell’onestà scientifica. Se la concezione di Ricardo è, nel complesso nell’interesse della borghesia industriale, lo è solo perché e in quanto l’interesse di questa coincide con quello della produzione o dello sviluppo produttivo del lavoro umano. Quando quello entra in conflitto con questo, egli è altrettanto privo di riguardi verso la borghesia, come del resto lo è verso il proletariato e l’aristocrazia. Ma Malthus! Ce Misérable trae dalle premesse scientificamente date (e da lui sempre rubate) solo conclusioni tali che siano “gradevoli” (siano utili) all’aristocrazia contro la borghesia e a entrambe contro il proletariato. Egli perciò non vuole la produzione per la produzione, ma solo in quanto essa conserva o rigonfia l’esistente, in quanto conviene al tornaconto delle classi dominanti. Ma un uomo che cerca di accomodare la scienza (per quanto errata possa essere), a un punto di vista non mutuato dai suoi stessi interessi ma da interessi mutuati da fuori, a essa estranei, esterni, io lo chiamo “volgare”. Non è volgare da parte di Ricardo mettere i proletari sullo stesso piano del macchinario o della bestia da soma o della merce, perché (dal suo punto di vista) la “produzione” esige che essi siano solo macchinario o bestia da soma, o perché in effetti nella produzione borghese i proletari sono solo merci. Ciò è stoico, obiettivo, scientifico. Nella misura in cui ciò può avvenire senza peccato contro la sua scienza, Ricardo è sempre un filantropo, come lo era anche nella prassi.  Il prete Malthus invece abbassa gli operai a bestie da soma a causa della produzione, li condanna alla morte per fame e per celibato. Quando le medesime esigenze della produzione riducono al landlord la sua “rendita” o minacciano le “decime” della Established Church o l’interesse dei “divoratori d’imposte” o anche sacrificano la parte della borghesia industriale il cui interesse ostacola il progresso alla parte della borghesia che rappresenta il progresso della produzione – in tutti questi casi il “prete” Malthus non sacrifica l’interesse particolare alla produzione, ma cerca, per quanto sta in lui, di sacrificare le esigenze della produzione all’interesse particolare delle classi o frazioni di classi dominanti esistenti. E a questo scopo falsifica le sue conclusioni scientifiche. Questa è la sua volgarità scientifica, il suo peccato contro la scienza, a prescindere dalla sua impudente e meccanica attività di plagiaro. Le conclusioni scientifiche di Malthus sono “piene di riguardo” verso le classi dominanti in generale verso gli elementi reazionari di queste classi in particular, egli cioè falsifica la scienza per questi interessi. Esse sono invece senza riguardi quando si tratta delle classi soggiogate. Non solo è senza riguardi. Egli affetta una mancanza di riguardo, si compiace cinicamente, ed esagera le conclusioni nella misura in cui si rivolgono contro i misérables, anche oltre la misura che dal suo punto di vista darebbe scientificamente giustificata”.

 

Questo era Marx e di questo suo approccio scientifico raccogliamo l’eredità, senza alcun riguardo per i lamentosi i quali sognano un mondo “migliore” da far schifo, in cui lo stile del “profugo” (o dei rivendicatori di diritti inutili), sia di tutti, eccetto di quelli che lo auspicano alloggiando al quartiere il Parioli. La Grassa, in questo senso, è il più ortodosso dei marxisti. Il suo “modo di superamento” del marxismo avviene nell’ambito di uno spirito scientifico inflessibile, con un temperamento intellettuale esigente che non è mai del volgare ideologo, di colui che è interessato alla sua fama più che alla fame (anche di conoscenza) altrui. Infatti, il Nostro riceve insegretimento, come lo chiama Schopenhauer, perché afferma cose teoricamente molto scomode per i circoli dominanti e i “circhi” intellettuali dei dominati, presi d’assalto da parolai senza pudore.

Marx è artefice di un primo disvelamento determinante, quello attinente al movimento apparente sul mercato, dove gli ”scambisti” sono fittiziamente tutti eguali. In verità, il luccichio della merce obnubila “il carattere generale della riproduzione dei rapporti” in una società divisa tra chi ha i capitali (ed è dominante) e chi ha solo da vendere la propria capacità lavorativa ( ed è sottostante). Ciò non basta però a svelare tutta la sostanza sociale del capitalismo o di ciò che ha preso il suo posto. E’ necessario un secondo disvelamento su cui appunto si cimenta La Grassa con uno spostamento dell’attenzione “verso l’altro livello o luogo dell’“inganno” ideologico, dove si sviluppa il conflitto tra gruppi di agenti strategici per la supremazia”.

Dialogo sul conflitto. Recensione a cura di Gianni Petrosillo

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DIALOGO SUL CONFLITTO

Dialogo sul Conflitto. Editoriale scientifica Napoli, € 10,00. Orazio Gnerre e Gianfranco La Grassa.
Si tratta di un testo che affronta, in forma dialogica, i grandi temi del nostro tempo, all’imbocco di decisive trasformazioni storiche e sociali, nel periodo del relativo decadimento americano e della riemersione sulla scena mondiale di vecchie e nuove potenze concorrenti del citato superegemone d’oltreatlantico.
Il conflitto è esso stesso una forma di dialogo portato alle sue estreme conseguenze (in quanto accostamento e contrapposizione tra idee diverse e piani d’azione che vogliono essere esclusivi), un modo di confrontarsi affrontandosi che sfocia in cointeressenze o in acerrimi antagonismi tra le parti in causa. Attraverso il/i conflitto/i si stabiliscono, soprattutto se spingiamo il ragionamento al livello dei vertici apicali dei Paesi, dove operano gli agenti strategici, le configurazioni (con nascita di alleanze o approfondimento di inimicizie tra attori) della corsa alla supremazia. Il conflitto innerva le cose umane e crea le masse d’urto per le “battaglie” dalle quali, infine, escono vincitori e sconfitti, con conseguente riparametrazione dei rapporti di forza i quali, tuttavia, non si danno una volta per tutte col medesimo settaggio. La Storia non muore mai perché lo squilibrio incessante del “reale” è il suo motore. Ciò che si conferma “oggi” viene contraddetto ”domani”, in virtù di spinte oggettive squilibranti, indipendenti dalla volontà dei soggetti agenti (e agiti da detto flusso squilibrante che conduce all’urto inevitabile). Gli imperi declinano, per quanto strapotenti possano apparire, e altri scenari si aprono sul mondo.
Qualche giorno fa è stato lo stesso a Trump, a proposito della conquista dello spazio, a chiarire come funzionano determinati discorsi. Il Presidente americano ha dichiarato di essere interessato allo spazio per vincere una eventuale “guerra interstellare”. Non la presenza nello spazio ma l’egemonia dello spazio è il suo obiettivo. Detto chiaro e tondo e senza troppi infingimenti.
Proprio la formazione sociale americana ha imposto il suo modello politico-sociale-economico-culturale al mondo, ottenendo una superiorità che però inizia a dare piccoli segni di cedimento. Il capitalismo americano (o società dei funzionari privati del Capitale, come la chiama La Grassa) ha superato quello inglese, di matrice ottocentesca, ed ha eliminato altri concorrenti portatori di differenti rapporti sociali, come il sistema sovietico, affermandosi su gran parte della scacchiera planetaria. Il capitalismo statunitense è, dunque, alquanto differente da quello borghese europeo e ciò ha rimesso in questione molte delle nostre interpretazioni sui gruppi sociali e sui conflitti principali operanti in detto “modo di riproduzione”. Non più la proprietà o meno dei mezzi di produzione è il discrimine essenziale (come lo era per Marx che da ciò faceva discendere la separazione di classe che alimentava la massima contraddizione sistemica) ma la gestione delle strategie per il predominio in ogni ambito sociale. Con questo spostamento il conflitto Capitale/Lavoro viene derubricato a fattore non rivoluzionario ma organico del sistema, attinente agli aspetti distributivi della ricchezza prodotta socialmente. Del resto, nella società americana, i manager ricercano il profitto, da fornire agli azionisti, ma svolgono un ruolo più ampio, sono soprattutto strateghi di un “reparto” di classe dominante in perenne lotta con altre “divisioni” della stessa classe superiore per la prevalenza, pur non detenendo la proprietà dei mezzi di lavoro. Per quest’ultimo scopo, in alcune circostanze, possono anche sacrificare i guadagni laddove una perdita immediata permetta un successo futuro maggiore. Questo contraddice la previsione marxiana dalla quale risultava che il personale di alto livello della produzione si sarebbe integrato alla manovalanza per dar vita al General Intellect, la classe intermodale di passaggio dal capitalismo al socialismo (e poi comunismo), contrapposto ai rentier finanziari ormai dediti alle mere speculazioni in borsa e avulsi dalla vita produttiva.
Per questo si ha ora bisogno di altre teorie per interpretare l’epoca in corso. Il pensiero strategico deve divenire la nostra fonte se vogliamo comprendere il passaggio dal capitalismo borghese a quello dei funzionari del Capitale. Ed è tanto più importante perché lo scontro tra Paesi, in questa fase multipolare, annuncia mutamenti radicali negli assetti globali che potrebbero determinare sconvolgimenti di non poco conto. E’ bene ricordare, inoltre, che le grandi rivoluzioni sono sempre avvenute in fasi in cui le potenze sono entrate in guerra tra loro, nei cosiddetti anelli deboli della catena imperialistica, per usare un termine del tutto vetusto (meglio parlare di policentrismo). Certamente, adesso non si tratterebbe più di realizzare l’idea socialista, ormai definitivamente superata, ma almeno di spazzare via quei gruppi di potere assolutamente deleteri, asserviti all’occupazione straniera, nonché proporre piani d’indipendenza e di autonomia favorevoli alla nazione in cui si vive, senza cascare, come scrive La Grassa, in un nazionalismo d’antan altrettanto inutile e becero. In tal senso, abbiamo anche bisogno di una diversa analisi della società che individui i settori disponibili (nei ceti medi e in quelli medio-bassi) a formare un blocco sociale autonomistico, tenendo conto del malcontento e delle insicurezze, aumentati esponenzialmente negli ultimi decenni.
Si riscontrano, indubitabilmente, delle fratture nel Paese ancora predominante che si sente insidiato nel primato da Russia e Cina. L’elezione di Trump è indicativa di un cambio di passo voluto da quella parte di America consapevole di dover rivedere la sua azione strategica per preservare la primazia. L’altra fazione, quella uscita sconfitta dalle elezioni, crede di poter andare oltre le difficoltà con i soliti metodi dimostrando scarsa percezione degli sviluppi globali. L’approfondimento di detta diatriba potrebbe accelerare l’ingresso nel policentrismo ma occorre che gli sfidanti degli Usa si preparino adeguatamente agli eventi proseguendo sulla strada del rafforzamento della potenza, sacrificando alcune libertà e concessioni civili. Pazienza per le critiche che pioveranno loro addosso dai sedicenti democratici occidentali, tutti (poco) stranamente servi degli Usa.
Lo stesso compito di preparazione tocca agli studiosi dei fenomeni politici che vogliano essere di supporto a quelli (le avanguardie svincolate dalle antiche sudditanze) in grado di assumere su di sé l’incarico storico di dare un destino positivo ai propri Stati in un momento di sicure trasformazioni. Occorre fornire interpretazioni corrette sulla dinamica capitalistica globale, sui suoi aspetti centrali e dirimenti che non sono sicuramente le sciocchezze sulla preponderanza della finanza senza patria e senza cuore. Abbiamo i nostri territori disseminati di basi americane dalla fine della II Guerra mondiale ma gli intellettuali da quattro soldi (o 30 denari?) blaterano di finanzcapitalismo o di altre teorie straccione sull’alienazione umana o, peggio mi sento, il cataclisma ambientale. Dobbiamo concentrarci su cose molte più serie, come il conflitto (in orizzontale), attualmente ancora in sordina ma che diventerà via via più fragoroso, tra formazioni particolari e aree di paesi, e processi di scissione (in verticale) tra strati sociali nei diversi contesti nazionali in ribollimento. La teoria del conflitto strategico è senz’altro un passo in avanti in questa ricerca, da completare e perfezionare, per comprendere quello che ci aspetta nei prossimi anni.

LA PRATICA E’ IMPORTANTE, RIFLETTERE LO E’ DI PIU’, di GLG

gianfranco

Non esiste detto più sciocco e di fatto falso di quello che afferma: “val più la pratica della grammatica”. E’ in fondo la bandiera degli ignoranti. La “pratica” della nostra lingua, ad es., è aberrante da parte di italiani che appunto non sanno nulla (o assai poco) di grammatica. E quelli che acquisiscono la semplice “cittadinanza” italiana (una mera questione giuridica, priva di qualsiasi connotato culturale e di tradizione del nostro paese) parlano una lingua rabberciata che fa aggricciare la pelle (almeno la mia); e non conoscono minimamente la nostra storia, come purtroppo anche una grossa quota di nostri autentici cittadini.

A volte si dice che si agisce irriflessivamente, in molti casi si parla di reazioni istintive o d’intuito. Si vuol semplicemente significare che si reagisce – e a volte si è costretti a farlo per l’improvviso sorgere di un pericolo cui occorre sfuggire con immediata decisione – in base ad una rappresentazione della realtà, cui si deve far fronte, presa all’istante; ed infatti capita che ci si sbagli e si soccomba a causa dell’evento imprevisto. Nessuno però, nemmeno gli animali (perfino i più “primitivi”), compie un qualsiasi atto senza che vi sia stata, sia pure nel lampo d’un secondo, la raffigurazione di quel “reale” in cui ci si sta muovendo. Anche quando, nel corso di un duello, si sostiene che uno dei due in tenzone “anticipa” la mossa dell’altro, si è fortemente imprecisi; in effetti, l’“anticipatore” ha colto la mossa altrui in una infinitesimale frazione di tempo.

La “visione” della realtà (invero “costruita” mentalmente) e la riflessione su di essa, per quanto breve, precede sempre l’azione. E la riflessione ha pur sempre “una grammatica”; anche gli animali, ne sono convinto, ne possiedono una, certamente assai elementare rispetto alla nostra. L’essere umano, dotato di quella attività cerebrale denominata “ragione”, pone in atto pratiche particolarmente complesse e articolate. E allora procediamo con un esempio.

 

**********************

 

Il leone insegue la gazzella, tutto sommato solo per mangiarsela, perché ha fame e ha bisogno di nutrirsi. Non vi è nulla di malvagio né vi è smania di potere nel territorio di cui il leone viene detto, ma dagli uomini, Re. Lui non lo sa e non gli interessa essere un Re. Deve solo alimentarsi e semmai dar sostentamento pure alla leonessa (che svolge però la sua parte di cacciatrice) e ai leoncini. Non è tuttavia questo che m’interessa sottolineare di questo povero animale, ucciso per farsene trofeo con ben poco merito da animali effettivamente crudeli e privi di ogni impellente bisogno di nutrimento. La gazzella tenta di sfuggire all’inseguimento con brusche, improvvise e continue inversioni di rotta. Il leone è veloce ma lo è pure lei. Chi la bracca si adegua a questi rapidi cambiamenti di percorso e segue dunque lo stesso zig zag della preda. Può capitare, e accade anzi spesso (sembra una buona metà delle volte e perfino di più) che si stanchi prima di quest’ultima, che non riesca ad agguantarla; in tal caso l’animale più debole scansa la sua brutta sorte, resta vivo e riprende il suo tran tran.

Immaginiamo adesso che il leone venga dotato di ragione; non semplicemente per scrivere e parlare a vanvera in internet e nei telefonini, ma proprio per fermarsi e riflettere su quali nuove decisioni potrebbe prendere per conseguire il suo scopo. Insomma, egli non segue più lo schema stimolo/risposta, appunto tipico dell’inseguimento leonesco della gazzella, cioè peculiare dell’animale che non ha vero pensiero, non ha la ragione. Adesso ne è invece dotato. Occorre pur sempre che vi sia un leone in corsa dietro alla preda senza darle requie. Sia per stancarla (anche se si stanca pure lui), ma soprattutto per obbligarla a tutte quelle inversioni di rotta. Quel leone ha però adesso la possibilità di chiedere l’intervento di un suo compagno, che se ne sta invece fermo, dotato degli strumenti adeguati a seguire le varie fasi dell’inseguimento. Egli cercherà di capire se la gazzella si muove veramente in modo del tutto caotico oppure se, pur inconsciamente, segue un certo schema nel suo scappare. Cerca quindi di studiare la frequenza temporale dei suoi zig zag, il loro alternarsi a destra e sinistra e con quale irregolarità (che magari ha una sua regolarità), con quale angolazione vengono effettuati, ecc.

Alla fine, almeno in molti casi, riesce a ricostruire un certo percorso; non certo quelle reale, solo costruito idealmente, teoricamente. Quindi la teoria non riproduce affatto la realtà, ma l’interpreta tramite costruzione pensata; non si tratterà proprio di una linea retta, vi saranno pur sempre determinate curve, ma la traiettoria tracciata sarà comunque nettamente più breve di quella seguita effettivamente dalla gazzella, che il leone cacciatore (quello dedito alla “pratica”) sta inseguendo assiduamente. Tale traiettoria “costruita” presume che in un dato tempo, calcolato con la maggiore approssimazione possibile, il leone possa infine incocciare nella sua preda per atterrarla o almeno affibbiarle qualche bella artigliata cosicché essa, ferita e perdendo sangue, perda presto le sue energie e non possa più sfuggire al suo triste destino. E’ ovvio, però, che è indispensabile trasmettere al leone in corsa le informazioni e ordini necessari ad abbandonare il suo zig zag e a seguire quel dato percorso più breve perché assai meno curvilineo. Bisogna dunque costruire pure delle opportune reti di comunicazione tra i due leoni, reti che trasmettano quanto necessario sempre più velocemente, meglio se istantaneamente; altrimenti il lavoro del leone “pensante”, con tutti i suoi precisi calcoli, diverrebbe puramente inutile.

In determinate contingenze storiche, la gazzella è il potere, quando ormai è sclerotizzato e sempre più aborrito dal “popolo” o almeno da una sua parte attiva e grintosa. Il leone inseguitore può ben essere questa parte, irosa e anelante essenziali cambiamenti, che ha deciso di ribellarsi o comunque di manifestare sempre più energicamente il suo vivo malcontento. La ribellione di questa parte di popolazione (le “masse” fortemente insoddisfatte del potere esistente) è però simile a quello del leone non assistito dal pensiero razionale e che procede “a zig zag”, esaurendo così le proprie energie di rivolta e rischiando perciò un grave flop con tutte le conseguenze del caso: schiacciamento della ribellione e ampi massacri. E’ del tutto indispensabile il secondo leone capace di riflessione per studiare le mosse della gazzella e individuare il “percorso” meno faticoso e complesso per agguantarla ed eliminarla. Tuttavia l’esempio non sarebbe completo se non si ricordasse che pure la “specie” gazzella ha ricevuto il dono della ragione. Quindi quella in fuga è pur essa assistita da un’altra che pensa e riflette e dunque osserva le mosse del leone inseguitore per rilevarne eventuali punti deboli, alcuni piccoli ritardi di reazione allo zigzagare della fuggitiva, la maggiore o minore robustezza delle sue zampe nelle virate, ecc. E’ dunque ancora più evidente la necessità che il leone in movimento (le “masse”) abbia alle spalle il “leone pensante”, valutatore delle mosse della gazzella e anche ben conscio dell’esistenza dell’altra gazzella di sostegno e di ciò che essa può escogitare per difendere la sua compagna in fuga. Il “leone pensante” è in questo caso la cosiddetta “avanguardia”, in senso più proprio l’élite che deve dirigere le masse affinché esse conseguano l’obiettivo: afferrare la preda, cioè prendere il potere, togliendolo alla fuggitiva e rendendo vani i tentativi di difesa escogitati dalla sua gazzella d’appoggio

 

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L’animale dotato di pensiero ragionante è l’uomo; e una delle specie è la nostra, quella dell’homo sapiens. Decine e centinaia di migliaia d’anni fa ve n’erano cinque, fra cui quella ben nota di Neanderthal, quella che a lungo ha dominato nella zona europea (la specie sapiens è arrivata dall’Africa) e il cui ultimo rifugio, circa 50.000 anni or sono, fu la Rocca di Gibilterra. Alla fin fine è rimasta solo la nostra specie che, ne sono convinto, ha eliminato le altre e in particolare quella appena citata. In ogni caso, l’uomo non ha come finalità suprema il semplice mangiare; mentre troppo spesso, credo con una certa superficialità e non conoscenza adeguata, crediamo sia invece così per gli altri animali (oggi si comincia a porre in luce che perfino i vegetali hanno determinate forme di “sensibilità”). Dobbiamo evidentemente mangiare per vivere, ma non usiamo il nostro pensiero (raziocinante) soltanto, e nemmeno principalmente, per procacciarcelo. In genere abbiamo altre finalità “supreme”. Sarebbe possibile dire – ma sempre con una certa approssimazione – che, in ultima analisi, inseguiamo un qualche tipo di potere; in particolare, ci preme conquistare una posizione di preminenza in differenti ambiti, laddove ognuno degli individui appartenenti a quella determinata società (forma strutturale dei rapporti sociali) esercita la sua specifica attività. Il potere è il predominio o, se vogliamo dirla in altro modo, l’attribuisce a qualcuno rispetto agli altri (sugli altri). Il modello dell’azione umana è in effetti meno simile a quello del leone che insegue la preda: più spesso sembra la lotta tra due (o anzi più) animali della stessa specie per assumere il comando nel “branco” cui appartiene.

Nella teoria marxista tradizionale – in questo seguendo Marx – il “mangiare la preda” è fondamentalmente il produrre i beni secondo date modalità (tecniche e d’organizzazione). La specie umana ha creato continuamente nuove strumentazioni e forme organizzative per potenziare le sue capacità produttive; dunque non soltanto per ottenere una sempre maggiore quantità di oggetti più direttamente indispensabili alla vita in quella data società, ma per approntare pure strumenti capaci di accrescere la produttività della sua attività lavorativa. E si è pure impegnata nel crescente accumulo di conoscenze che hanno ulteriormente aumentato e via via diversificato la produzione dei beni. L’ampliarsi delle conoscenze ha richiesto l’allestimento e continuo miglioramento delle organizzazioni a ciò addette; e tali organizzazioni hanno a loro volta necessità di nuove strumentazioni per migliorare la loro efficienza, e così via. Non può sussistere nessuno dei fenomeni appena considerati se la stessa società non si viene strutturando in base ad appropriati rapporti fra gli individui che la compongono; e gli individui non sanno esistere in società se non riunendosi in gruppi “funzionali”, tra i quali si vanno creando forme differenti di relazioni, ora di collaborazione ora di conflitto.

Arrivati a questo punto, il mangiare (e dunque anche il produrre dell’uomo primitivo, alle sue origini) si allontana sempre più dal suo essere lo scopo per eccellenza. Certamente non si può non produrre. Tuttavia, appare limitativo quando Marx scrisse a Kugelman (luglio 1868): “Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane, ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa”. Bisogna però anche ricordare il contesto in cui la frase fu scritta: Marx stava spiegando al destinatario la sua teoria del valore di un bene in quanto tempo di lavoro speso per produrlo, in questo seguendo l’impostazione dei “classici” (anche se poi il problema del plusvalore è un suo contributo del tutto originale e decisivo per la lotta dei lavoratori contro il capitalismo). In ogni caso, appena il bambino esce dalla sua infanzia apprende pure che non è in grado di fare gran che se non accresce le sue conoscenze in fatto di produzione e se non si mette nelle condizioni indispensabili a perseguire tale scopo. Poi si accorge della necessità di porsi in relazione con altri “bambini cresciuti”; e simili relazioni implicano sia una collaborazione sia una competizione più o meno acuta fino all’aperto scontro e alla sottomissione (e perfino soppressione) degli avversari. Si creano così gruppi sociali più o meno coesi, con mutevoli forme di rapporto fra loro. Diventano allora fondamentali quelle che sono definite da Marx “sovrastrutture”: l’organizzazione politica, l’elaborazione di ideologie varie in ambiti sempre più numerosi, la trasmissione dei saperi acquisiti e accumulati, ecc.

In tutto questo processo ci si trascina dietro logicamente le due finalità d’origine: mangiare (che nell’uomo significa ormai produrre) e assumere la guida del branco, cioè avere il potere di comando nelle varie organizzazioni e strutture politiche e ideologiche. Nella specie umana, queste due finalità non possono mai più essere conseguite riducendo all’osso le modalità della loro sempre più complessa articolazione, che continua a differenziarsi, acquisisce nuove energie e vitalità; e poi progressivamente sfiorisce, si sclerotizza, diventa un ostacolo e deve essere modificata più o meno radicalmente con azioni spesso violente. Quelle che vengono definite sovrastrutture non possono certo essere pensate come qualcosa posto al semplice servizio delle due suddette finalità (che si pretende siano quella primarie perché primigenie); la loro complicatezza diventa tale da divenire essa stessa una finalità. Il pensiero si concentra su di esse e la loro adeguatezza o meno non si misura solo in base ai loro scopi originari. Sì, “in ultima analisi”, questi continuano a sussistere; ma molto “in ultima”. Guai se il pensiero si ponesse nel semplice percorso che arriva soltanto a riflettere su come meglio produrre e su come meglio assumere la supremazia nel “branco”.  Bisogna  allontanarsi da questi due scopi elementari, non dimenticarli ma essere coscienti della loro limitatezza; e allora si produrranno le vere “novità” del vivere umano, comprese quelle più idonee al conseguimento delle finalità “primitive”.

Il leone pensante, posto a supporto di quello “pratico” in caccia, non deve essere un mero “tecnico” che studia il percorso migliore per abbreviarlo e ridurre il tempo di percorrenza atto ad arrivare alla preda. Deve sdoppiarsi, in definitiva chiamare in causa un terzo leone, abituato a riflettere sui motivi per cui è indispensabile costruire una “realtà” diversa dal reale percorso seguito dalla gazzella in fuga che, a sua volta, ne ha un’altra tesa a conservare non solo la sopravvivenza della sua “assistita”, ma a cercare di dimostrare come in definitiva la sua “specie” (il suo “gruppo di potere”) sia in grado di non farsi sopraffare dall’altra “specie” (tesa alla conquista del potere in questione). Solo che questo terzo leone deve ben concentrarsi, come suo obiettivo specifico, sul perché la realtà (proprio quella effettiva) della gazzella fuggitiva non è da considerarsi la “realtà” più essenziale da conoscere se si vuol raggiungere il risultato perseguito. Vi è appunto una diversa “realtà”, non reale nei suoi termini troppo semplicistici, la cui “costruzione” – via ipotesi poi soggetta senza dubbio alla prova della “pratica” – può consentire l’ottenimento del successo finale. Non ci si deve mai scordare che non si tratta della realtà (reale, effettiva); quindi nemmeno bisogna “innamorarsi perdutamente” della “realtà costruita”, altrimenti si rischia di andare incontro ad un fallimento se la gazzella pensante induce quella in fuga a mutamenti di percorso in grado di porla in salvo.

Insomma, spero ci si sia grosso modo capiti al di là di leoni e gazzelle.

 

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Dobbiamo adesso abbandonare definitivamente l’esempio condotto utilizzando il comportamento animale per concentrarci esclusivamente su quello umano. Non si può comunque parlare di tale argomento in modo troppo generale; bisogna invece riferirsi a varie teorie che cercano di spiegare l’umano in ciò che ha di più specifico: i rapporti intercorrenti tra i diversi appartenenti a tale specie animale, rapporti che, essendo assistiti dal pensiero e dall’azione sorretta appunto da una data impostazione teorica (la “pratica” deve basarsi su una “grammatica”), si strutturano secondo particolari modalità di carattere evolutivo, mutevole (storico). Personalmente mi sono formato nell’ambito della teoria marxista i cui postulati fondamentali – quelli da cui si parte per una corretta costruzione di un dato complesso teorico – sono stati appunto posti da Karl Marx. Come già ricordato, egli dette importanza primaria, e fondante tutto il rimanente, alla sfera produttiva, più precisamente ai RAPPORTI SOCIALI DI PRODUZIONE.

Non ci si faccia ingannare, come una gran parte dei marxisti, dal cosiddetto primato delle forze produttive, in quanto mobili e dinamiche e supposte quindi quale causa ultima del mutare dei suddetti rapporti di produzione. Certamente Marx scrive (“Miseria della filosofia”): “Impadronendosi di nuove forze produttive, gli uomini cambiano il loro modo di produzione e, cambiando il modo di produzione, la maniera di guadagnarsi la vita, cambiano tutti i rapporti sociali. Il mulino a braccia vi darà la società con il signore feudale, e il mulino a vapore la società col capitalista industriale”. Però subito dopo afferma: “Le macchine non sono una categoria economica più di quanto lo sia il bue che trascina l’aratro. Le macchine non sono che una forza produttiva. La fabbrica moderna, che si basa sull’applicazione delle macchine, è un rapporto sociale di produzione”.

A mio avviso è ben più significativo tale rapporto. Esso, nella sua forma capitalistica, si è formato durante il periodo della manifattura, che è ben antecedente la scoperta e il diffondersi delle macchine. In primo luogo si è affermata la cosiddetta “accumulazione originaria”, che non è semplice accumulo di beni prodotti e di strumentazione per ottenerli in misura crescente. Si verifica in varie guise – ad es. in Inghilterra la diffusione del pascolo (all’inizio per rifornire di lana la produzione di tessuti in Olanda) con recinzione delle terre  ed espulsione di masse di contadini che, in un primo tempo, alimentano il vagabondaggio poi soggetto per legge ad una regolamentazione – il progressivo aumento dei lavoratori salariati, sempre più liberi da ogni vincolo servile ma privi dei mezzi di produzione e quindi costretti per vivere a vendere (come merce) la propria forza lavorativa ai proprietari degli stessi (i capitalisti). Dalla competizione di questi manifattori, ormai in un clima produttivo appunto capitalistico, si ha non semplicemente l’iniziale concentrazione e centralizzazione dei capitali, ma soprattutto la suddivisione del processo di lavoro in segmenti tali da favorire la specializzazione dei compiti (e degli strumenti per attuarli), cui si unisce il progressivo impoverimento dei lavoratori rispetto ai loro saperi produttivi. Ad un certo punto, tale segmentazione dei processi lavorativi in operazioni via via più elementari favorisce l’invenzione delle macchine, una sorta di assemblaggio di strumenti semplificati per compiere dette operazioni con precisione, regolarità e tempistica nettamente superiori alle possibilità umane; e il loro movimento viene ottenuto e controllato utilizzando energia non umana (molto superiore a quest’ultima per forza e tempo di applicazione).

Le scoperte scientifiche e tecniche, con l’affermarsi di nuove forze produttive, sono indice dell’evolversi, del trasformarsi, delle strutture dei rapporti sociali intercorrenti tra le varie classi e le differenti categorie sociali. E con il mutare dei rapporti, muta la forma di società (la formazione sociale). Continuare a chiedersi che cosa viene prima tra forze e rapporti di produzione, assomiglia un po’ al famoso quesito: è nato prima l’uovo o la gallina? Tutto sommato, però, è ragionevole supporre che il sistema dei rapporti sociali sia predominante rispetto all’insieme e varietà delle forze produttive. Ciò che comunque è mutato considerevolmente è il DNA di date specie animali, dando origine ad un certo punto a quello che caratterizza gli esseri umani e la loro riproduzione. Il vecchio, e ormai superato, dibattito tra primato delle forze produttive (marxismo ultratradizionale e base teorica del riformismo attendista) o invece dei rapporti (sociali) di produzione (marxismo critico-rivoluzionario, tipo quello althusseriano) ha avuto un senso ben preciso quando ancora si pensava che la forza rivoluzionaria del movimento comunista si andasse affievolendo e si cercava perciò di opporsi a simile processo.

Ricordo bene un importante snodo di tale dibattito (cui partecipai come althusseriano) nel 1972-73 in “Critica marxista”. I forzaproduttivisti erano appunto quelli ormai rivoluzionariamente “spenti” come la maggioranza dei partiti comunisti, in specie europei, che sembravano pensare alla progressiva trasformazione del capitalismo in socialismo (assistita da pratiche di lotta parlamentare e al massimo sindacale) per l’oggettivo imporsi di forze produttive richiedenti l’indispensabile cooperazione dei “produttori” (operai e ceti medi piccolo-imprenditoriali). Tutto questo mentre l’“eurocomunismo” (guidato dal PCI) si stava segretamente e con circospezione (che per poco tempo m’ingannò!) spostando verso il campo “atlantico” (cioè sotto la predominanza USA) come diventerà lapalissiano dopo la vergognosa operazione “mani pulite”. I “rivoluzionari”, invece, avevano compreso che questi ormai falsi comunisti si adattavano alla riproduzione della società capitalistica così come si era andata configurando dopo la seconda guerra mondiale con la netta e ormai generale caratterizzazione tipica della formazione sociale statunitense in quanto sistema di rapporti al cui vertice stavano i “funzionari” (soprattutto gli “strateghi”) del capitale; e sostenevano quindi che decisivo era invece il rivoluzionamento dei rapporti di produzione in direzione della forma socialista. Idea che si è comunque rivelata errata. Da una parte – i sedicenti riformisti (e revisionisti) – avevamo a che fare con trucidi opportunisti e voltagabbana; dall’altra – gli speranzosi rivoluzionari – eravamo ancora alla fiduciosa credenza di una possibile radicale trasformazione della società ormai nettamente invalidata dal processo storico concreto.

Discorsi oggi inutili; ci accorgiamo bene (indubbiamente dalla fine del sistema bipolare) che erano di fatto invecchiati già allora quando ancora lo scontro era vivace perché poco consapevole di quanto stava realmente accadendo. Non si poteva ridare vitalità ad alcun processo di rivoluzionamento della società detta troppo genericamente (e generalmente) capitalistica. Semmai quei dibattiti sono forse serviti ad isterilire ancor più le pratiche di pretesa trasformazione sociale, consentendo la vittoria completa di questo capitalismo di matrice USA con l’affossamento definitivo del preteso socialismo. Bisogna afferrare perché siamo arrivati ad una simile conclusione del processo iniziato oltre un secolo e mezzo fa con il marxiano “Manifesto del partito comunista”. E’ ormai indispensabile procedere ad uno spostamento netto di paradigma; quello tradizionale e ormai decrepito – fondato sul capitalismo inglese al termine della prima rivoluzione industriale che, come Marx esplicitò fin dalla prefazione al I libro de “Il Capitale”, era il suo “laboratorio d’analisi” – insisteva sulla centralità della sfera produttiva e della proprietà o meno dei mezzi di produzione. Dalla decisività di tale carattere della società detta (in modo erroneamente indifferenziato) capitalistica discendeva la sua divisione nelle due classi fondamentali della borghesia (i capitalisti proprietari, la classe dominante) e del proletariato (i lavoratori semplici possessori della loro forza lavorativa venduta come merce, la classe dominata). Tali classi furono pensate come irriducibilmente antagonistiche, quindi le effettive protagoniste della lotta che avrebbe condotto alla trasformazione rivoluzionaria del capitalismo in socialismo, fase di transizione (necessaria) al comunismo; poiché da tale lotta sarebbe emerso infine un rapporto sociale di cooperazione nella sfera produttiva (“dal primo dirigente all’ultimo giornaliero” come affermato da Marx), rapporto indispensabile al conseguimento di quella trasformazione.

 

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Nulla di tutto questo si è verificato; e allora si sono escogitate brillanti “ipotesi ad hoc” (fra le migliori vi sono a mio avviso quelle di Lenin, per cui non era in fondo errato parlare di marxismo-leninismo), che hanno però ritardato la comprensione dell’errore di fondo: la sfera produttiva (il “mangiare”) non è quella più decisiva nella evoluzione (storica) della società degli uomini. Le cosiddette sovrastrutture sono più autonomamente dinamiche di quanto abbia pensato il marxismo tradizionale. Tuttavia, è necessario fare attenzione a non ricreare una contrapposizione analoga a quella tra forze produttive e rapporti di produzione. Viene prima la “base economica” o le “sovrastrutture politico-ideologiche”? E tra queste sovrastrutture deve essere data preminenza agli apparati della sfera politica (in primo luogo quelli costituenti lo Stato) o a quelli ideologici e culturali in genere, quelli della crescita e trasmissione dei saperi (magari supponendo che ha il potere soprattutto chi possiede il sapere)?

Mi dispiace, ci siamo arenati; si fanno tante discussioni, anche utili per certi versi, molto raffinate senza dubbio, ma in definitiva non convincenti né concludenti. E allora direi di scartare “di lato”. Nessuna sfera della società viene prima delle altre; per ognuna vale quanto scritto sopra in merito al “viene prima l’uovo o la gallina?”. Mutiamo del tutto prospettiva e ambito della discussione, dedichiamoci ad una nuova sorta di teorizzazione. Da qui nasce la mia proposta di attribuire centralità, nel “costruire” una nuova teoria, al principio del “conflitto tra strategie” per conquistare la supremazia. Dove le strategie sono la POLITICA, ma nel senso delle mosse da compiere per vincere in un conflitto. Di conseguenza, questa POLITICA è alla base della dinamica di tutte le sfere sociali: di quella economica (produttiva e finanziaria), di quella politica (Stato, partiti, ecc.) con la sua appendice militare (rilevantissima per il conflitto!), di quella ideologico-culturale.

Si tratta allora della ben nota lotta in quanto espressione della “volontà di potenza”? No, non è in senso specifico una tensione di tal genere. Non c’è soltanto il presunto innato desiderio di prevalere, di schiacciare l’avversario. Non c’è la semplice superbia di affermarsi vincitore. Il problema mi sembra ben diverso: è che non c’è altro modo di agire, di esercitare una “pratica” senza questa specifica “grammatica”. Siamo obbligati, per muoverci adeguatamente, a costruire e stabilizzare un dato “campo” (il “territorio” in cui poi ci muoviamo); altrimenti sbanderemmo continuamente, cascheremmo, ci faremmo travolgere dalle “onde” come un surfista inetto. Non siamo però soli, non siamo tanti Robinson Crusoè come pensa il liberista (neoclassico) per arrivare alla teoria del soddisfacimento dei bisogni in base all’utilità marginale del bene a disposizione del consumatore (e il valore del bene non è più quindi il lavoro speso per produrlo come nei “classici”, bensì sta in relazione con l’utilità dello stesso, calante quanto più esso è abbondante in relazione al bisogno d’esso).

Proprio perché la tesi che seguo è del tutto differente – come spero sia risultato chiaro da quanto fin qui esposto – ogni “stabilizzazione di un campo” da parte di un dato gruppo nuoce ad altri, crea loro difficoltà, disturba il “campo” da loro stabilizzato per agire. Non si tratta però della “virtuosa” competizione nel presunto libero mercato come pensano i liberisti/liberali. E’ invece una penosa situazione di contrapposizione. E gli individui, non sempre ipocritamente e anzi più spesso in modo sincero, aspirerebbero a non inimicarsi nessuno, a intrattenere buoni rapporti di vicinato con tutti. E non è loro specifico desiderio di riunirsi in gruppi per confrontarsi con altri ed eventualmente affrontarli con intenzioni non proprio pacifiche. E’ brutta, logorante, la lotta; rende cattivi, ma non certo perché non si desidererebbe praticare invece la bontà. Eppure ci si urta. Se ciò accadesse nel vorticoso flusso squilibrante del “reale” (quello vero, effettivo), tutto sommato non ci si sentirebbe nemmeno tanto avversari; ci si incontrerebbe a caso, ci si saluterebbe per un attimo, si avrebbe poco tempo solo per scambiarsi “due parole” e si andrebbe poi incontro ad altri (e sempre casualmente, senza aver fissato alcun appuntamento). Non ci sarebbe nemmeno l’occasione di darsi reciprocamente fastidio e di nutrire reciprocamente sentimenti di simpatia o antipatia, di amicizia o del suo contrario e via dicendo. Non vi sarebbero “punti d’appoggio” possibili per potersi fermare, valutare le situazioni, prendere decisioni in un qualsiasi senso. Insomma nessuna possibilità di conflitti acuti.

Non possiamo agire e continuare a vivere in questo modo. Dobbiamo “fermare il mondo”; e lo facciamo con la nostra attività di pensiero, con la riflessione ripetuta più volte (non stimolo/risposta, se non in situazioni eccezionali), che costruisce sistemi di relazioni atti a stabilizzare “campi” in cui svolgere la nostra attività. In un certo senso, siamo come quelli che andavano a colonizzare l’ovest degli Stati Uniti; tanti piccoli produttori agricoli che delimitavano i confini dei terreni di loro proprietà (insomma, di cui si impossessavano). Questo, tuttavia, non chiudeva la questione. I confini erano di sovente attraversati e si litigava, ci si scontrava; e poi arrivavano nuovi colonizzatori e pure loro volevano un campo da coltivare, ecc. ecc. La lotta comincia, ma non si combatte da soli, ci si riunisce in gruppi, si fanno alleanze d’interesse, a volte vere amicizie. E molto spesso ci si associa per affinità di attività svolta, quindi per le funzioni e i ruoli ricoperti in quella data società. Ed ecco strutturarsi i diversi rapporti della formazione sociale attraverso la “costruzione” dei “campi stabili” in cui poter essere attivi; costruzione che esige quasi sempre la lotta con l’alleanza quale suo mezzo.

Non siamo cattivi per natura, non siamo semplicemente assetati di potere, non vogliamo esclusivamente prevalere sugli altri e subordinarli a noi. Non abbiamo una “natura” definita, non è il DNA che ci conduce allo scontro, al conflitto, al pensare e attuare le mosse strategiche adatte a sconfiggere gli altri. Lo facciamo perché così siamo in grado di agire in quella stabilità senza la quale saremmo sempre come gli oggetti e gli uomini, ecc. in assenza di gravità; si volteggia ed è allora complicato agire con fini preordinati e ben definiti. E’ quindi obbligatorio rassegnarci a quanto ho appena detto: ci stabilizziamo e ci urtiamo fra noi; e inizia il conflitto.

Qui mi fermo, per il momento. Questo mutamento – da me compiuto all’interno del marxismo: dalla centralità della sfera produttiva e della proprietà o meno dei mezzi di produzione alla POLITICA come insieme delle mosse di un conflitto per la supremazia, che riguarda tutte le sfere della società – invita a non perdere altro tempo intorno alle ormai invecchiate discussioni sulla transizione al socialismo e poi comunismo. Rende inoltre un po’ ridicole le affermazioni circa la meravigliosa aspirazione che animerebbe l’UOMO – inesistente perché reali sono solo gli esseri umani, formati e “individualizzati” dalla multiforme, complessa e conflittuale interrelazione fra loro – in merito ad una società armonica, felice, piena zeppa di bontà. E’ indispensabile prendere le mosse da una diversa concezione dello strutturarsi dei rapporti sociali. Ho semplicemente voluto indicare i motivi e i ragionamenti che mi hanno condotto al mutamento di paradigma teorico qui esposto. In fondo, si tratta di un inizio anche se tale riflessione dura ormai almeno dalla metà degli anni ‘90 del secolo scorso; ed è quindi stata e sarà ancora, nei limiti del possibile e della mia “durata”, un processo di continuo ripensamento. Per di più è un invito – rivolto a chi cerca la “grammatica” ben prima della “pratica” immediata – a voler ricevere il mio messaggio, rielaborandolo e anche andando oltre lo stesso. So bene che non posso superare “in toto” i pesanti condizionamenti rappresentati dalla mia formazione teorica. Bisogna si facciano avanti giovani in grado di calarsi senza più indugi nella nuova epoca, in cui secondo la mia ormai netta convinzione siamo entrati.

Speriamo bene, questa è la logica conclusione di questo scritto.

 

Cos’è la realta’, di GLG

gianfranco

COS’E’ LA REALTA’ (E COME CE LA RAPPRESENTIAMO E PERCHE’)

Vediamo di chiarire alcuni punti essenziali, solo provvisori e certo schematici, di una possibile teorizzazione tesa alla rappresentazione di ciò che definiamo “realtà”. Preliminare sempre necessario per poi agire con un minimo di razionalità e anche semplice buon senso. Perché non c’è detto più stupido de “la pratica val più della grammatica”. Oggi vediamo bene come senza grammatica straparlino in una lingua molto approssimativa i nostri politicanti, i “grandi imprenditori”, perfino parte dei sedicenti intellettuali. E senza teoria – senza cioè studio, analisi, ottima riflessione prima di trarre conclusioni; e trarle con buona sistematicità e articolazione consequenziale – si fanno “opere” disastrose.  

Intanto è necessario, quando si fa teoria, porre un postulato, cioè una premessa impossibile a dimostrarsi. Esso assolve una duplice funzione “pratica”: 1) fornire un punto di partenza per una serie di argomentazioni che poi dovranno proseguire fra lorostrettamente concatenate in successione, ma che appunto hanno bisogno di un inizio; 2) esprimere subito la concezione generale che chi lo formula ha della “realtà” in cui si “sente” immerso (o se la trova, cioè immagina, davanti a sé, ecc.). Del resto, siamo sempre condannati a pensare all’esistenza di un “prima” di un qualsiasi “inizio” supposto. Ad esempio, oggi si è convinti che l’Universo (e quindi il tempo che scorre inesorabile e lo spazio che si amplia a dismisura) abbia preso vita dal ben famoso “big bang” (con tutta la materia concentrata in un piccolo puntino, cominciamento appunto del tempo/spazio). Tuttavia, subito viene in testa: e che cosa c’era prima della supposta “esplosione”? E’ meglio lasciar perdere quest’idea e concentrarsi sulle conseguenze a partire dall’ipotesi posta come inizio. Poi, se ad un certo punto la sequenza di eventi e di ragionamenti sugli stessi lo esigerà, cambieremo la supposizione relativa al punto di partenza. Ma il prima di quest’ultimo potrà soltanto essere fonte di elucubrazioni, esattamente come il “dopo” della fine prevista di un dato processo. Il prima e il dopo è meglio affidarli al sentimento religioso e all’“altra esistenza che ci attenderebbe priva di unqualsiasi limite di spazio e di tempo (in detta esistenza nessun senso avrebbero simili concetti legati a “impressioni” umane).

Il postulato fondamentale afferma la nostra esistenza e il nostro movimento in una “realtà” situata all’esterno di noi e con cui entriamo in interazione, non essendone però parte costitutiva. Probabilmente non è così, probabilmente lo siamo invece, siamo strettamente intrecciati e connessi alla “realtà”. Tuttavia, si pensa generalmente in modo diverso perché è ben difficile immaginare un altro modo di muoversi e agire che non implichipreliminarmente la semplice interazione con un “mondo esterno”. Quest’ultimo va a mio avviso considerato in continuo squilibrio, come fosse un fluire disordinato, casuale, indistinto, privo di forma definita e di parti costitutive. Alcuni sono convinti di potersi immergere nel flusso poiché se ne sentono parte, al massimo sfruttando le sue “onde” come fanno i bravi surfisti, maquando i flutti non sono troppo vorticosi. Per cui la cosiddetta conoscenza non sarebbe altro che questa immersione nel flusso del “reale” o il suo percorrerlo aderendo strettamente al suo moto ondoso. Francamente, simile concezione non mi convince. Nemmeno gli animali, penso, sono in grado di aderire a questo tipo di comportamento; se non altro per il sedicente “istinto di sopravvivenza”. Se ogni individualità, che nel flusso può costituirsi, si sentisse invece solo inserita in esso, fosse perfettamente convinta di scorrere con esso, ho la netta sensazione che quest’ultimo la travolgerebbe, la renderebbe consustanziale a se stesso e quindi la annullerebbe in quanto individualità vivente per se stessa. Chi vive cerca perciò, nei limiti del possibile, di sottrarsi a questa fine.

La cosiddetta ragione (umana) rompe ancora più decisamente con questo schema, non ne fa una semplice questione di propria esistenza. Essa spezza il flusso in una serie di segmenti spaziali e temporali e su essi concentra la sua attenzione. Comincia con uno, ci rimugina sopra, non “lo rispecchia” o “riproduce”semplicemente; si concentra invece sull’analisi di quel segmento e lo sviscera per quanto è nelle sue capacità, potenziate via via da varie strumentazioni. Dopo la prima analisi, la ragione consegna (a se stessa) una data rappresentazione della “realtà”, che noi prendiamo come la vera realtà (senza più virgolette); ed essa non è ovviamente un flusso (sostanzialmente indistinto). Abbiamo invece a che fare con una serie successiva di realtà (a noi esterne) di carattere stabile. La loro dinamica (implicante mutamenti successivi) è di fatto una cinematica, una sequenza di differenti “stabilità”; talmente rapida a volte, per “momenti” infinitamente piccoli a piacere – di fatto in(de)finitamente piccoli a piacere e in successione in(de)finita – che mimano egregiamente una continuità del flusso temporale degli eventi, ma la mimano soltanto.

Il flusso, così pensato dalla ragione, non è più però disordinato, da esso non ci facciamo travolgere (o almeno, detto meglio, crediamo di non esserne più travolti). La sequenza delle “stabilità” diventa ordinata; magari la supponiamo secondo diverse modalità, cui assegniamo in genere dati gradi di probabilità. Il primo risultato – sempre uno schema di successione di eventi che stabilizza il flusso, di conseguenza snaturandolo nella sua “realtà” reale – viene sottoposto a correzioni o (presunti) perfezionamenti tramite reiterate ripetizioni del primo processo di individuazione della realtà (da noi costruita per poter operare su di essa). Il tutto può avvenire in pochi istanti o in tempi molto lunghi a seconda della “sezione di realtà” in cui ci si trova a così operare. Si giunge comunque ad una rappresentazione della realtà (costruita): a volte piuttosto semplice e quasi immediata, altre volte più complessamente elaborata in quella che definiamo una teoria.

Sia la semplice rappresentazione, decisamente elementare e che ci sembra frutto di spontanea osservazione di quanto ci circonda, sia le più elaborate teorie (frutto di varie “andate e ritorni” dal “reale” al nostro cervello che lo costruisce, lo ripeto, per poter agire) vengono sottoposte alla prova dell’uso pratico per appurare quanto realistiche sono. Si può fallire subito e allora quelle rappresentazioni “spontanee” (solo apparentemente tali) o quelle teorie (variamente elaborate) vengono abbandonate. A volte invece si conseguono determinati successi, della cui parzialità non ci accorgiamo subito. Semplici rappresentazioni o complesse teorie vengono allora prese per una effettiva riproduzione nel pensiero di ciò che esiste fuori di noi. In verità, invece, non riproduciamo un bel nulla, ma costruiamo il reale che ci circonda e in cui dobbiamo muoverci con il massimo ordine possibile.

Quando nella “Introduzione del ‘57” (a “Per la critica dell’economia politica”, che uscirà poi nel ’59) Marx parla di “riproduzione del concreto nel cammino del pensiero” forse anche un po’ influenzato dal positivismo dilagante in quel secolo – concezione largamente seguita da gran parte del marxismo – dà vita ad una interpretazione della realtà (al contrario solo costruita) a mio avviso dannosa, che non poteva non avere conseguenze notevoli sulla successiva prassi, anche politica. Sia chiaro però che non è il solo marxismo a commettere quello che è, a mio avviso, un errore. Pensiamo al liberismo con tutti i suoi vaneggiamenti sul “libero mercato” e le sue immense virtù. Tale corrente (deleteria al massimo grado e seguita ancor oggi da schiere di inetti e assai poco intelligenti economisti) si attiene ad una realtà soltanto costruita nel suo più superficiale aspetto. Il marxismo almeno – pur confondendo pur esso la “costruzione” del reale con la sua impossibile “riproduzione” – scende a livelli “più profondi” e dunque svela altri fondamentali aspetti di cui deve tener conto la pratica (politica, ma non solo). La “lotta di classe” – che certamente con la confusione in oggetto si è poitrasformata in semplice corrente ideologica di orientamento di cospicue “masse” – ha svolto per molti e molti decenni una funzione che può essere considerata sostanzialmente “progressiva” (pur con tutte le cautele nell’uso di tale termine). Il liberismo “mercantile” – a parte l’inizio con Adam Smith, che era in antitesi con le resistenze e i residui della vecchia società feudale – ha sempre provocato, appunto restando “in superficie”, un sostanziale stravolgimento della “realtà” in quella forma di società (di rapporti sociali, in specie nella sfera produttiva) definita capitalistica. E oggi, quella “costruzione” della realtà sta provocando un degrado culturale e di civiltà proprio nella nostra parte di mondo, che si crede superiore ad ogni altra: passata, presente e futura.

Oggi, almeno così mi sembra, la concezione della “riproduzione della realtà” è in ribasso. Non mi sembra però di vedere in atto unadeguata presa di coscienza di che cos’è la “costruzione” della realtà per i suoi scopi di azione “efficace” nel tentativo di riprendere in pugno la conduzione di un’attività di trasformazione dei rapporti sociali adeguata ad invertire il processo di accentuatainvoluzione della società detta capitalistica. E il fatto di“costruire” i gradini della realtà secondo un programma di pura “superficialità” del movimento sociale o invece scendendo a datisuoi livelli “più profondi” mi sembra rilevante. Per usare una metafora, se restiamo al puro livello estetico e allo splendore dell’epidermide, diamo un certo giudizio degli esseri umani (o anche di altre specie animali). Se andiamo agli organi interni e a come funzionano, la valutazione di uno stesso “essere” vivente cambia; e di molto.

Diciamo che il marxismo (quello che ha realmente compreso Marx nel suo più accurato e “scientifico” dire) si è molto concentrato sullo “scheletro” del corpo (quello sociale: il “modo di produzione” inteso soprattutto quale struttura dei rapporti sociali di produzione), che dà in effetti ad esso una conformazione del tutto particolare ed influenza senz’altro il suo modo d’agire e, in generale, di vivere (e prosperare; e poi decadere e morire). Gli organi e apparati interni, nel loro modo di funzionare e interagire per la vita complessiva dell’“individuo” (ad es. una data formazione sociale “storicamente costituita e operante”), non sonotuttavia interpretabili in modo stringente e obbligato a partire dalla conformazione del corpo (e quindi dallo scheletro). Ed è quindi qui che deve concentrarsi la nostra attenzione e lo studio della società nel suo sviluppo, trasformazione e differenziazione sia temporale che spaziale. Mandando però al diavolo coloro, tipo gli ormai superati e stolti liberal-liberisti, che credono di vedere il “tutto” mentre se ne stanno tranquillamente a osservare la sola epidermide della società, da essi considerata sempre bellissima, estasiante addirittura. Al massimo, questi sciocchi si concentrano su alcuni “sintomi esterni”; ma sempre prendendo magari la tosse come effetto di un raffreddore da curare con modeste medicine, quando è invece un tumore al polmone che richiede ben altri interventi.

Bisognerebbe tornare ad una più “profonda” attività di ricerca all’interno del corpo sociale; e con la consapevolezza della necessitata costruzione della realtà tramite la quale operiamo e cerchiamo dunque di intervenire, nel modo più consono alla nostra vita sociale, sull’effettiva “realtà”. Se abbiamo la consapevolezza della differenza comunque esistente tra realtà (“costruita”) e “realtà” (reale), dobbiamo capire quant’è lungo il percorso della “costruzione”, che esige RIFLESSIONE (lunga e tormentosa, con vari movimenti di “approssimazione”) e non PRONTEZZA DI RIFLESSI”, tipica di certo atteggiamento tecnologico. Quest’ultima ha al massimo importanza per fornire sintomi e risultati da cui prendere le mosse per l’indagine, ma non certo ai fini di quella “conoscenza” che ci spinge invece a formulare teorie costruttive di date realtà, pensate quale successione di tante “stabilità”; teorie adeguate ad operare in modo utile alla nostra sopravvivenza e alla trasformazione delle sue forme d’espressione “storicamente evolutive”.

Se afferriamo bene la differenza tra “costruzione” e la vecchia idea di “riproduzione” del reale, saremo abbastanza consapevolidel fatto che la nostra pratica d’azione avrà diversi gradi di efficacia; dall’errore completo subito, fin dall’inizio, ad una temporanea riuscita nel vivere e prosperare, trasformando le conformazioni dei rapporti sociali con tutto ciò che questo comporta. Comprenderemo meglio le “grandi illusioni”, cheimprimono comunque forte spinta all’avanzata e all’entusiasmo divaste masse sociali nel loro perdurare storico; e comprenderemo poi anche le cosiddette “delusioni” quando ci si accorgerà che non si sono ottenuti proprio i risultati perseguiti e sperati. La smetteremo tuttavia di gridare soltanto all’errore o daggrapparci nostalgicamente al già superato; e ci si rimetterà con lena a “costruire” nuove realtà per dare inizio a nuove epoche storiche, sempre temporanee, mai definitive. Ben capendo, nel contempo, che molti resteranno alla “vecchia epoca” della “costruzione del reale”; e non si deve aver pietà di loro, bisogna combatterli con energia e senza mezzi termini.

Nel contempo, però, si deve tener conto che non si “costruisce” il nuovo in un battibaleno, occorre sempre la RIFLESSIONE”, opera lunga e laboriosa basata sul “sbagliando s’impara”; e non come battuta consolatoria, ma come autentico programma di ricerca della “nuova costruzione”. Mai paura di sbagliare, si sbaglierà più volte, non s’indovina di prim’acchito. Quindiiniziamo con gli sbagli e senza ascoltare chi continua a recitarci le litanie del “passato”. Le “vecchie storielle” erano magaripregevoli una volta; ed infatti non dobbiamo affatto dimenticare la storia. E’ vero che essa può insegnarci a muoverci nel nuovo, questa non è una bugia. La mancanza di conoscenza storica – pur sempre tipica dei “tecnici” di questi tempi grami – è fatto a mio avviso grave. Tuttavia, non bisogna bloccare la “nuova costruzione” della realtà. Avanti dunque.

 

 

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