PROCESSI STORICI E SOGGETTI AGENTI

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di Gianfranco La Grassa

1. Scrisse Marx, nel Manifesto del 1848, che cruciale era il passaggio alla classe rivoluzionaria di una piccola parte della classe dominante, in particolare di “una parte degli ideologi borghesi, che sono riusciti a giungere alla intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme”. Nel ’48 era da poco completata – o quanto meno da poco se ne potevano vedere apprezzabili risultati – la decantazione del TERZO STATO in borghesia (classe proprietaria dei mezzi di produzione) e classe operaia (quella poi anche detta “quarto Stato), costituita dai possessori di semplice forza lavoro venduta quale merce dietro salario; vendita di cui Marx vide la crescente “libertà di contrattazione”, all’epoca ancora ostacolata da una serie di intralci. Quest’ultima classe era appunto considerata quella rivoluzionaria, quella che avrebbe OGGETTIVAMENTE costituito il SOGGETTO PORTATORE della trasformazione del capitalismo in socialismo (primo stadio) e comunismo, conclusione del processo di liberazione da ogni “sfruttamento dell’uomo sull’uomo”, con piena libertà di ogni individuo in merito alla scelta consapevole di attività consone alle proprie prerogative e preferenze.

Non era prevista la fine della competitività interindividuale e tra gruppi, dell’ambizione, della volontà di diventare i primi”, ecc.,ma si pensava sarebbero venute meno – con la fine della proprietà e controllo privati dei mezzi di produzione da parte di particolari individui o gruppi, controllo che consentiva loro di appropriarsi del plusprodotto (caratteristica specificamente umana come adeguatamente spiegato nelle mie “discussioni su Marx”) ottenuto dal complesso dei produttori non proprietari dei mezzi produttivile più importanti (per Marx) condizioni OGGETTIVE che di taliineliminabili “passioni” umane fanno la molla della prevaricazione, del conflitto estremo portato fino al desiderio di schiacciante predominanza sugli altri ottenuta con i mezzi più estremi, fra cui la violenza, l’uccisione, l’oppressione, ecc. (oltre all’inganno e raggiro con malevola astuzia, alla menzogna, alla finzione di amicizia spesso conclusa con il tradimento, e via dicendo). La lotta intersoggettiva avrebbe invece in gran partecontribuito al progresso della cooperazione con stimolo all’inventività, alla innovazione. Senza però, lo ribadisco, che ci sarebbe stata pace fra gli uomini e solo benevolo atteggiamento fra di loro. I conflitti sarebbero continuati, non più però come “conflitti di classe”; dove le classi erano due, appunto caratterizzate dalla proprietà o non proprietà dei mezzi produttivi e dall’appropriazione del plusprodotto della seconda da parte della prima.

A metà ‘800, all’effettivo completamento (soprattutto in Inghilterra) della prima rivoluzione industriale (iniziata verso il 1760 circa), Marx considerò l’affermazione del capitalismo – che,in una prima fase transitoria verificatasi nei secoli precedenti, era stata promossa dalla borghesia mercantile, poi però infeudatasi e quindi incapace di terminare la transizione alla nuova formazione sociale – quale risultato di un processo i cui portatori soggettivifurono i manifattori divenuti industriali, inizialmente ancora dotati di saperi produttivi. Si tratta di quei capitalisti (proprietari “privati” delle condizioni oggettive della produzione) che possiedono pure le capacità direttive (le “potenze mentali della produzione”, per dirla con Marx) delle unità produttive ormaidotate di macchine; si trattava insomma delle fabbriche di grandezza crescente e che impiegavano “eserciti operai” via via più numerosi. Il movimento rivoluzionario, per innescarsi, aveva quindi bisogno che una parte degli ideologi appartenenti alla nuova classe dominante (borghesia) passasse al proletariato, termine con cui si denotava tale classe operaia, in definitiva il complesso dei produttori possessori di sola forza lavoro venduta come merce; in definitiva, i salariati.

Negli anni ’50 e ’60 del XIX secolo, nei vari studi e letture – degli economisti classici e di altre correnti, dei verbali degli ispettori di fabbrica (personaggi di fronte a molti dei quali i “tecnici” odierni sembrerebbero degli sprovveduti ), ecc. – che,attraverso la scrittura di migliaia di pagine, condurranno a Il Capitale (il cui unico volume pubblicato, in fase rifinita e definitiva, da Marx nel 1867 è stato il primo libro), il grande pensatore acquisisce la consapevolezza del processo di centralizzazione dei capitali, che non conduce semplicemente alla mera forma di mercato definita monopolistica (questa è una semplificazione compiuta dall’economicismo marxista successivo) bensì ad un nuovo rapporto sociale, poiché per Marx“il capitale non è cosa ma rapporto sociale”. La proprietà capitalistica si separa dalle potenze mentali della produzione, divenute prerogativa di particolari gruppi di lavoratori salariati di tipo direttivo. Le due classi antagonistiche fondamentali restano, come denominazione, borghesia e proletariato. Tuttavia, la prima comporta ormai soltanto la proprietà, cioè il mero controllo, dei mezzi produttivi tramite il possesso di maggioranze nelle società per azioni (o similari), in cui sono inglobate le unità produttive. Per inciso (assai rilevante) ricordo che Marx non ha il concetto di impresa, implicante un mutamento di prospettiva con cui guardare a tali unità in cui si svolge l’attività di vasti complessi di lavoratori e che non sono solo quelle produttive in senso stretto, ma anche quelle commerciali, finanziarie, ecc. La seconda classe – quella detta operaia – è in realtà costituita dal complesso lavorativo salariato, in cui direzione ed esecuzione tenderebbero a divenireun corpo lavorativo unico, sia pure differenziato e stratificato al suo interno.

Questa nuova configurazione avrebbe dovuto comportare un mutamento nell’individuazione delle due classi fondamentali (presunte antagonistiche); diciamo, anzi, che sarebbe stato indispensabile riconsiderare il modello sociale semplicemente DUALE. Non averlo fatto ha indebolito la “intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme, con gravi ripercussioni sullaprassi rivoluzionaria del secolo successivo e sulla sua correttainterpretazione. Marx sembra prendere atto del mutamento del soggetto rivoluzionario (dall’operaio in senso stretto al lavoratore collettivo cooperativo” o “complesso dei produttori associati”), ma la sua analisi al riguardo procede a sprazzi, in modo tutto sommato incerto, e senza trarre da simile evento lo stimolo ad un radicale ripensamento della concezione espressa nel passo del “Manifesto” citato all’inizio.

Kautsky, in ciò seguito da Lenin, prende atto che il reale processo sociale di sviluppo capitalistico non conduce affatto al lavoratore collettivo (“dal primo dirigente all’ultimo giornaliero; cap. XXVII del III Libro de “Il Capitale”); anzi, i possessori delle potenze mentali della produzione, quand’anche salariati, restano quello che adombra la definizione leniniana: SPECIALISTI BORGHESI, di cui il proletariato (la mera classe operaia in senso stretto) non può fare a meno, senza però considerarli nemmeno quali effettivi alleati, piuttosto semmai avversari “piccolo-borghesi”, con tendenza ad acquisire (o imitare) i modi e costumi di vita dei capitalisti (proprietari). Nella sua concretezza ben diversa dalla stupidità del molto successivo movimento sessantottardo, che ha voluto fingere la “proletarizzazione” dei quadri tecnici e specialistici per semplificarsi i compiti pseudo-rivoluzionari Lenin affermò che gli operai dovevano tenere sempre ben puntato il fucile contro questi individui, una volta messo in moto il processo rivoluzionario, tendente – così si sperava e credeva – alla “costruzione del socialismo” (sia pure, ben a lungo, “in un paese solo”).

Dalla realistica valutazione di come si è andata effettivamente sviluppando la centralizzazione del capitale (cioè la formazionedei nuovi rapporti sociali), sia Kautsky, quando non era un “rinnegato”, sia Lenin trassero la convinzione di unaccentuazione del tema trattato da Marx in merito alla “piccola parte degli ideologi borghesi” staccatasi dalla borghesia perché riuscita a giungere alla INTELLIGENZA TEORICA [maiuscolo mio, in quanto è frase molto significativa in polemica con i semplici “praticoni”] del movimento storico nel suo insieme. Da simileconcretezza nasce l’idea leniniana del partito, di cui già scrissi molti anni fa; e non mi ripeto ora perché certe polemiche non sono oggi più produttive di effetti. Ricordo solo che gli antileninisti (tipo la Luxemburg, quella che lo stesso grande dirigente bolscevico definì un’aquila che spesso volava basso come un’anatra) si sono strappati i capelli di fronte a questa concezione, poiché la sedicente avanguardia del proletariato (ormaiconsiderato soltanto nella veste di classe operaia, quella di fabbrica, le “tute blu”) doveva secondo costoro nascere ed enuclearsi, per movimento spontaneo, all’interno di quest’ultimo. Questa diatriba si riprodusse pure nei gruppastri del post-’68 con le tesi del partito quale avanguardia “esterna” (gli m-l) o invece“interna” (gli operaisti e movimentisti vari) rispetto al proletariato.Sia “esternisti” che “internisti” hanno fatto una brutta fine; quindi lasciamo perdere, è acqua che non macina più.

2. Se quell’acqua, ormai “sporca”, non macina più (e non deve macinare, altrimenti ci si prende qualche brutta malattia), lo scorrere della stessa per un secolo abbondante non ha nulla da insegnarci? O almeno farci pensare? Credo di sì, se si sposta il tiro. Il problema dell’avanguardia (esterna o interna) non ha più interesse perché, se intendiamo il proletariato come classe operaia in senso stretto, possiamo ben dire che non ci sono state rivoluzioni proletarie; semmai contadine, ma certamente dirette da gruppi organizzati, dotati spesso di una visione d’insieme e mossi da interessi (non parlo di quelli materiali soltanto!) ben diversi da quelli delle “masse in scomposta agitazione. Tali gruppi hanno condotto i movimenti lungo percorsi indicati e seguiti con forte determinazione, in modo senza dubbio consapevole, che hannotuttavia avuto sbocchi impensati, del tutto diversi da quelli voluti enon ancora valutati adeguatamente nei loro risultati sociali complessivi.

La classe operaia – nei paesi d’avanguardia dello sviluppo capitalistico; non certamente unitario com’è stato sempre considerato, ma invece con passaggio dal capitalismo borghese (familistico) di tipo inglese (ottocentesco soprattutto) a quello manageriale (tipologia statunitense; diciamo pure quello dei “funzionari del capitale”) ancora predominante – ha mostrato di essere la meno rivoluzionaria di tutta la storia. Solo nel passaggio dalla condizione contadina a quella propriamente operaia, il “disagio” implicato da un effettivo processo di sradicamento sociale plurisecolare ha provocato momenti di radicalizzazione del conflitto (detto erroneamente “di classe”). Alla fine del processo,si è avuta una netta caduta della violenza irriducibile conriconduzione del conflitto in questione entro l’alveo della riproduzione della formazione sociale detta capitalistica; la lotta è stata soltanto sindacale per il mutamento dei rapporti di distribuzione del prodotto. I cambiamenti più radicali interni al capitalismo nell’epoca del suo ormai definitivo affermarsi sonostati causati dall’azione di altri gruppi sociali e non hanno affattocondotto al condensarsi e realizzarsi delle condizioni di possibilità relative allagognata transizione al socialismo; pur se piccoli rimasugli di “passatisti” continuano a sognare in tal senso.

Del resto, l’impossibilità per i marxisti di capire che cos’è realmente accaduto era inscritta almeno in parte nell’ignoranza del concetto di impresa quale unità o cellula del tessuto sociale; e non semplicemente nella sfera strettamente produttiva, bensì in quella che si può definire in senso lato economica. L’unità dell’impresa consiste nella sintesi operata dalle strategie del gruppo di vertice; quest’ultimo ha spesso la proprietà del pacchetto azionario “di comando”, ma tale fatto in genere occulta la caratteristica imprenditoriale decisiva rappresentata dal CONTROLLO TRAMITE L’AZIONE STRATEGICA. La proprietà è al massimo un supporto strumentale non inessenziale né accidentale, ma pur sempre subordinato all’uso che ne fanno gli agenti di dette strategie.

Se i marxisti – sulla scia di Marx che ha visto la fase della prima rivoluzione industriale con il passaggio dallo strumento alla macchina, con il moltiplicarsi delle fabbriche, ecc. – non hanno afferrato la differenza tra impresa e unità produttiva di tipo meccanico (la fabbrica ottocentesca appunto), i liberal/liberisti non hanno in fondo molto da insegnarci, essendo rimasti all’idea del SOGGETTO (con prevalenza di quello consumatore su quello produttore) che agisce in un “libero mercato”. Il massimo che sono riusciti a teorizzare è la funzione di innovazione dell’imprenditore (Schumpeter), concetto comunque distante da quello di STRATEGA; o la necessità dell’intervento correttivo dello Stato (Keynes), in cui non si è comunque usciti dal meroeconomicismo con il gioco della domanda complessiva (di beni di consumo come di investimento) carente rispetto al risparmio nei sistemi “opulenti”, ecc. ecc.

Il concetto, pur ancora elaborato in modo rudimentale, di CONFLITTO TRA STRATEGIE rompe, o inizia a rompere,questa intelaiatura costrittiva, sia che la si guardi dal punto di vista marxista o invece liberale. In effetti, con il conflitto strategicoviene in primo piano la POLITICA. Non nel senso banale del “pubblico” che sarebbe superiore al “privato”; o dello Stato (soggetto mistico di tutti i beoti antiliberisti privi di una qualsiasi consapevolezza del problema) che impone ai singoli individui la volontà suprema di tale soltanto immaginario rappresentante della collettività (certuni la pensano cervelloticamente quale comunità); una collettività inesistente, teorizzata da ideologi che fanno il gioco dei gruppi dominanti impadronitisi delle leve del potere. La POLITICA è l’apprestamento di un “campo” di lotta, favorevole alla disposizione su di esso delle forze di cui ogni agente strategico è in possesso, allo scopo di effettuare le mosse più confacenti ad acquisire la supremazia sugli avversari. Ogni agente strategico agisce in cotesto senso; e ognuno si muove cercando nel contempo di svolgere funzione di orientamento di un dato gruppo sociale – più o meno precisamente configurato e strutturato – che, in genere inconsapevolmente (POICHE’ LA CONSAPEVOLEZZA SPETTA ALL’AGENTE STRATEGICO),si scontra con altri. Il risultato della lotta non è quindi determinato.

Non intendo qui allungare troppo il discorso, da farsi in sede più appropriata; comunque, mi sembra evidente che le mosse della POLITICA appartengono ad ogni sfera sociale: a quella che indichiamo come economica o a quella ideologica e culturale oalla politica nel senso appunto degli apparati “pubblici” e dello Stato in primo luogo. La POLITICA, in quanto conflitto tra gruppi comportante serie successive di mosse strategiche per la supremazia è un misto di azioni nelle diverse sfere sociali. Per comprendere la relativa superiorità degli agenti in movimento nella sfera economica o invece di quelli attivi nella sfera che passa per politica vera e propria (il “pubblico” e lo statale), ecc. è indispensabile un’analisi delle differenti congiunture e della configurazione delle forze in campo in ogni congiuntura; considerando tali forze e la configurazione dei loro rapporti su diversi piani, dal più strettamente locale fino al livello più globale (mondiale), di gran lunga più rilevante e denso di effetti.

Certamente, un lavoraccio, che lascia da parte il primato dell’economia (magari della finanza) o invece quello della politica in quanto apparati dello Stato, e altre semplificazioni. Il primato è sempre delle strategie, delle necessità OGGETTIVE inerenti aduna data supremazia da conseguire, cui si ricollegano le mosse degli agenti che ne sono i PORTATORI SOGGETTIVI; con prevalenza in date congiunture (o fasi di una congiuntura) degli agenti economici, in altre invece degli agenti politici o ideologicie culturali, sempre comunque intrecciati fra loro, pur mutando la strutturazione e gerarchia dell’intreccio. Restare alla dominanza dell’economia (o addirittura della finanza) o della politica (gli apparati pubblici o statali), ecc. è il modo di nascondere la portata reale – e i reali agenti in campo – della POLITICA, in quanto CONFITTO TRA STRATEGIE (per la supremazia), che permea le varie sfere sociali, semplici condensazioni di organizzazioni di varia natura: imprese per la sfera economica, apparati vari dell’amministrazione pubblica e statale (sfera politica), TV, giornali, apparati della comunicazione e informazione, scuola e organismi culturali vari (per la sfera della formazione ideologica),e via dicendo. Il tutto supportato da gruppi di pressione, lobbies, centri più specificamente indirizzati alle elaborazioni strategiche, ecc.  

3. Vi è forse un altro punto, più astratto ancora, da dover sondare con maggiore sistematicità di quanto non sia in grado di fare, in particolare in questo scritto. Se il movimento storico nel suo insieme è il risultato di azioni incrociate mosse dal conflitto tra strategie in vista di una supremazia da conquistare, lo sbocco del movimento in questione è largamente imprevedibile nel lungo periodo; a distanza relativamente ravvicinata (può trattarsi anche di alcuni anni) diventa possibile qualche previsione azzeccata assai all’ingrosso. Quando passa unintera epoca storica, di decenni o più, il quadro è del tutto mutato rispetto a quanto agognato da coloro che hanno messo in moto determinati processi sia pure di grande ampiezza e visione complessiva. Gli effetti storici dell’89 francese o del ’17 sovietico sono buoni esempi a tal proposito.

Di solito, quando si tratta di afferrare il comportamento umano e analizzare le condizioni del prodursi di suoi effetti particolari, si discute intorno al rapporto tra coscienza e spontaneità; in altre contingenze, ci si avvolge in dotte considerazioni circa l’interazione tra ragione e volontà, mossa da passioni. Oppure ci si sposta verso una riflessione intorno alla relazione che viene a istituirsi tra il soggetto agente e l’oggetto (la “realtà”) su cui esso opera. In linea di principio mi attengo al presupposto dell’esistenza di “qualcosa” di esistente, e di saldo nella sua esistenza, al nostro “esterno”. Spesso si ritiene che questo qualcosa, l’oggetto reale, sia dotato di struttura interrelazionale tra suoi elementi isolabili, struttura conoscibile per gradi(“approssimazioni successive”), magari mediante schemi costruiti in base ad ipotesi preliminari soggette a prova. E la prova consisterebbe nel valutare il successo o meno conseguito dall’azione mossa da quelle ipotesi. Naturalmente, l’azione nasce dalla conoscenza (supposta) della presunta “struttura interrelazionale” di cui è costituito l’oggetto “reale” indagato.  

Qualcuno pensa di superare la dicotomia soggetto/oggetto riducendo in sostanza quest’ultimo all’idea che di esso ha il primo, sia pure attraverso contorte disquisizioni tese ad allontanare il sospetto che egli sia affetto da pura fantasia idealistica. In altri casi, ci si attiene alla considerazione che nelle azioni in società il soggetto incide con la sua opera sull’oggetto,trasformandolo. L’oggetto quindi influisce con la sua “realtà” sul soggetto, imponendogli (in un certo senso) di esercitare la sua attività conoscitiva al fine di rendersi conto delle condizioni obiettive entro cui deve agire; ma poi il risultato dell’azioneimplica il mutamento dell’oggetto per cui si richiede la ripetizionedel processo. Detto scherzosamente, il soggetto non è munito di rete da pesca nelle cui maglie catturare il “pesce” (l’oggetto) per poi cuocerlo e mangiarlo; cerca invece di prendere il guizzante e sgusciante animale a mani nude, il che comporta il continuo schizzare nell’acqua di quest’ultimo per cui esso di ripresenta, sornione e maligno, all’appuntamento con il soggetto “prenditore”.

Innanzitutto, IL soggetto non è UN soggetto, ma un insieme plurimo di AGENTI in conflitto tra loro. A seconda degli specifici caratteri attribuiti al conflitto e alle sue poste in gioco, detti agenti sono singoli individui o gruppi, più o meno numerosi, di individui uniti fra loro (con conflitti interni minori o meno acuti) per il conseguimento di determinati scopi, sempre tenendo conto che il fine ultimo è l’affermazione di una supremazia; quand’anche ciò non comporti violenza e metodi bellicosi, mettiamo ad es. la vittoria in una contesa sportiva ed eventi similari. L’impresa è un gruppo in lotta con le altre nel luogo denominato mercato, così comè gruppo uno Stato nel conflitto, armato o non armato, con altri Stati. Le “classi” – definite nel caso del marxismo con riferimento alla proprietà (controllo) o meno delle condizioni oggettive necessarie a produrre – sono gruppi, di cui si suppone la contesa per assumere posizione preminente in vista di obiettivi determinati: da quelli redistributivi (tipo lotta sindacale per le retribuzioni, ecc.) a quelli di rivoluzionamento dei rapporti SOCIALI di produzione, comportanti allora mutamenti radicali in merito al suddetto controllo dei mezzi produttivi.

La coesione, senza la quale non vi è gruppo ma solo caotico assemblaggio di individui, richiede l’acquisizione di una serie di elementi-base, non sempre possibile; e non soltanto per incapacitàdegli agenti soggettivi, ma spesso per immaturità della situazione detta oggettiva. Innanzitutto, occorre quel gruppo (di vertice) che Marx definì nel Manifesto” del 1848 come capace di “intelligenza teorica del processo storico nel suo insieme”. E’ indispensabile indicare le coordinate (“oggettive”) che delimitano i gruppi nella loro lotta in un determinato CAMPO di suo svolgimento. L’intelligenza del campo, implicante la sua costruzione in base alla presupposizione delle coordinate in questione, è fondamentale per individuare i gruppi in quanto sintesi di varie posizioni individuali, sintesi capace di costituirli in effettivi agenti collettivi nel conflitto.

Althusser ebbe una intuizione del problema quando sostennel’idea di un processo senza soggetto né fine”. Tuttavia, si può rischiare, secondo me, di erigere il processo stesso a soggetto mentre il fine sarebbe comunque la tendenza al comunismo, per quanto la tendenza in questione possa rimanere senza conclusioneper un tempo indefinito. Penso sia meglio partire dalla supposizione che il processo storico è “qualcosa di reale” – a noi esterno – ma di fatto inconoscibile IN SE STESSO perché flusso caotico, indistinto, disomogeneo, ecc. Nel magma fluido e incandescente incontriamo determinate “parti” che ci appaionocomposte di un materiale più denso, in grado di formare quei grumi detti “fatti”; la densità dei grumi – la rilevanza dei “fatti” – non appare a tutti nello stesso modo e con la stessa consistenza, talvolta nemmeno nello stesso tempo. In ogni caso, per agire, è tassativo costruire (teoricamente), cioè STRUTTURARE, unCAMPO di apparente solidità e durevolezza. La strutturazione esige una selezione degli elementi (di grumi/fatti) da stringere in relazione onde trarre da quest’ultima un SIGNIFICATO, del tuttoindispensabile per impostare poi un’azione, che può anche essere rappresentata dal suo procrastinarla in quanto non si ritiene possibile attuarla in quella data congiuntura, bensì in una successiva.

Il gruppo si forma a partire dall’azione di quello che sarà, per tutta una fase storica o almeno all’inizio della stessa, il suo vertice, quello che Marx indicò appunto (lo ripeto) come parte degli ideologi borghesi in grado di giungere all’intelligenza teorica del processo storico nel suo insieme; quello che in Lenin fu il partito in quanto avanguardia della classe operaia ecc.L’intelligenza teorica è pur sempre la scelta (selezione) dei grumi/fatti da interrelare in quella struttura che è il campo su cui si intende svolgere la lotta; e la struttura del campo indica, per ogni gruppo che riesca a formarsi, l’individuazione dei suoi avversari (principali, secondari, possibili alleati temporanei, ecc.) con cui condurre la competizione secondo modalità varie e di diversa portata storica.

In un certo senso, il conflitto forma i vari gruppi in lotta e delimita il campo di svolgimento di quest’ultima. L’inizio non è però rappresentato dalla lotta stessa; l’inizio è il magma fluido e incandescente in cui siamo immersi ed in cui intravediamo, in modo caotico e anche incerto, parti di materiale che ci appaiono più dense a mo’ di grumi (fatti). Dati “nuclei” – i vertici con intelligenza teorica, ecc. – iniziano a solidificare, con evidente carattere di aleatorietà, il terreno delimitando campi ritenuti più consoni alla lotta per affermarsi, gli uni in conflitto con gli altri (con le opportune alleanze, compromessi, rotture delle alleanze edei compromessi, ecc.); così agendo, ognuno d’essi contribuisce alla (apparente) stabilizzazione e solidificazione del campo (o dei campi) del o dei conflitti e alla formazione degli altri nuclei di ulteriori gruppi in lotta in quei campi. Non è semplicemente la lotta a rendere gruppo i contendenti (che il marxismo della tradizione considerava CLASSI in base alla proprietà o meno dei mezzi di produzione); gli agenti sono nuclei coagulatisi per comune “intelligenza teorica del processo”, sono cioè piccoli gruppi di individui riunitisi per selezionare dal magma fluido in cui sono immersi le parti che appaiono loro più dense e degne di essere utilizzate quali elementi di realizzazione della struttura(relazione tra gli elementi in questione) solida e stabile, caratterizzante il campo in cui svolgere il conflitto.

4. I nuclei sono gli effettivi AGENTI (SOGGETTI) del processo; e l’oggetto “reale”, in senso proprio, è il magma fluido e caotico, non conoscibile nel senso attribuito solitamente a questo termine. Anche in tal caso vi sono nel marxismo barlumi di consapevolezza di tale problema; ad es. in quella fra le Tesi su Feuerbach, in cui Marx afferma che per conoscere la realtà non ci si deve limitare ad interpretarla, ma bisogna trasformarla. In realtà, non è detto che la si trasformi; l’importante è che si riesca ad intervenire su di essa, pur se l’operazione si concludesse con l’insuccesso del tentativo di trasformazione. Inoltre, non si riproduce l’oggetto (“il concreto”) nel cammino del pensiero, come pensava Marx; l’importante è riuscire a costituire quel nucleo (di vertice) del soggetto agente (il gruppo sociale)uno dei soggetti agenti, quindi con un SUO PUNTO DI VISTA – in grado di delimitare “strutturalmente” il campo (costruito per solidificarsi il terreno sotto i piedi) su cui combattere il conflitto con gli altri soggetti agenti, dotati di altri punti di vista e selezionanti elementi diversi per la costruzione dei campi di lotta (anch’essi quindi differenti fra loro).

Certamente, però, il nucleo di cui si è parlato NON E’ ANCORA SUFFICIENTE PUR SE NECESSARIO. Non si forma alcun gruppo (sociale), in quanto soggetto agente, se non sussiste il nucleo (con intelligenza teorica, ecc.). Altro materialedeve tuttavia essere recuperato. Una delle condizioni è rappresentata dalla presenza di quelle che vengono dette “le masse”. Esse sono insiemi, ammassi piuttosto caotici, di individui classificabili come appartenenti a gruppi sociali diversi. La formazione delle “masse”, dette “in movimento”, avviene in contingenze particolari, in cui il disagio si scatena e si propaga inuna o più formazioni PARTICOLARI (in genere si tratta dei vari paesi). Per quanto il disagio possa diffondersi presso la maggioranza di una determinata popolazione, le masse in movimento rappresentano sempre una minoranza, di solito pure esigua in rapporto al totale della popolazione in oggetto. In assenza di queste masse in movimento – e del disagio crescente di ulteriori vasti strati sociali – i nuclei direttivi di cui si è parlato non possono agire secondo il significato proprio del termine.Tuttavia, in senso lato, è da considerarsi azione anche l’analisi indispensabile alla delimitazione e solidificazione (strutturale) del campo e all’individuazione delle potenziali forze in campo, cioè degli strati sociali che dovrebbero essere più acutamente investiti dal disagio in particolari congiunture, pur esse da analizzare e fissare nelle loro più essenziali coordinate spaziali e temporali.

Con una certa approssimazione, i nuclei (direttivi) sarebbero daparagonarsi alla “ragione”, mentre le masse, soprattutto in movimento, rappresenterebbero le varie passioni che la ragione dovrebbe incanalare verso uno o più scopi ben determinati. In realtà, il problema mi pare porsi in modo meno semplice e definito. Intanto, le cosiddette masse quelle in agitazione più o meno scomposta; e con loro gli strati sociali investiti dal disagio in date congiunture – si muovono per motivazioni che comportano stimoli molto immediati, rabbiosi, quasi istintivi, di solito non durevoli e facili allo sconforto, con abbandono del movimento, alle prime difficoltà (magari provocate da qualche repressione “convincente”). Le passioni non hanno tale carattere di labilità e di rapido alternarsi di esaltazione furiosa e di cedimento della decisione ad agire. Inoltre, sono dotate di scopi solidamenteprefissati e perseguiti, pur quando è carente l’analisi razionale delle condizioni di possibilità di un’azione condotta per realizzarli. Condizioni di possibilità che sono per l’appunto il campo in cui si combatte il conflitto, la mobilitazione di specifiche forze e la loro organizzazione e disposizione nel campo, l’individuazione di tappe intermedie implicanti un dato percorso temporale, durante il quale può certo accadere che le passioni si acquietino e la ragione si senta appagata dal minimo raggiunto, magari perché si teme la sconfitta continuando il conflitto; oppure perché i nuclei direttivi vengono cooptati e risucchiati nel vecchio ordine, ritenendosi pienamente soddisfatti di tale risultato.

Chiariamo allora il radicale modo di porsi la costruzione del partito da parte del vecchio bolscevismo leninista. Certamente, la specifica organizzazione rispondeva ai criteri invalsi nell’epoca in cui si pensava allo scontro tra borghesia e proletariato (classe operaia). Tuttavia, l’insegnamento ha carattere più generale. La sedicente “avanguardia della classe” (il partito appunto) era in fondo costituito dai nuclei direttivi (potenzialmente almeno) di cui ho discorso. Era evidente che i primi, poco numerosi, individui facenti parte di tali nuclei erano per formazione culturale, nella loro grande maggioranza, intellettuali formatisi all’interno delle classi dominanti (o degli strati sociali medio-alti), erano cioè quegli ideologi di cui parla Marx nel passo citato all’inizio. Non erano dunque semplicemente portatori della necessaria ragione analitica, senza la quale con vi è la costruzione del campo della lotta, ecc. ecc. come già sopra chiarito. Erano appunto anche portatori di un punto di vista (detto all’epoca DI CLASSE), di unideologia comportante il consolidarsi e rafforzarsi di una PASSIONE: sentirsi cioè parte decisiva di un processo storico di emancipazione dallo sfruttamento.

Caduta quella “passione” specifica, è ovvio che altre dovranno prenderne il posto, poiché senza di esse resta l’analisi, presunta oggettiva, delle coordinate strutturali della società in cui dati nuclei (direttivi) si muovono. Tali nuclei sono però soltanto “in formazione”, con caratteri di forte labilità e di facile dispersione ad opera della forza dell’abitudine connessa al predominio del vecchio ordine; anzi, spesso, sono assorbiti in quest’ultimo e dai dominanti di quella PARTICOLARE formazione sociale (paese).Dunque, non è che i nuclei direttivi rappresentino la ragione (organizzatrice e orientante) mentre le masse, e i loro movimenti, sarebbero espressione delle passioni da organizzare e orientare. Queste ultime, invece, nascono e si sviluppano nei nuclei stessiaccanto alla ragione e, di fatto, la coadiuvano. Ciò che coinvolge le masse e le fa entrare in agitazione è il disagio, più o meno forte, più o meno rabbioso e più o meno simile ad ebollizione tumultuosa e caotica, nascente dal processo storico in certe congiunture. Dal semplice disagio delle masse, per quanto forte sia, non nasce la passione (o le passioni), non nasce l’ideologia che serve ad alimentare, e fornire impulso, alla ragione analitica; può invece risultarne uno scoordinamento, una disorganizzazione crescente, che blocca a lungo la possibile nascita dei nuclei direttivi.

Nella concezione leninista del partito, tra i vertici (quelli “giunti all’intelligenza teorica, ecc.”) e le masse (proletarie e contadine) doveva situarsi un anello di congiunzione, rappresentato da gruppi di proletari “più coscienti” dei compiti (storici) della “classe”. Tale coscienza non era in definitiva null’altro che l’ideologia della “rivoluzione proletaria mondiale”, dell’emancipazione definitiva dallo sfruttamento con il passaggio, mai avvenuto, al socialismo einfine comunismo. Era una passione, certamente favorita dalla particolare congiuntura – che, una volta superata, ha condotto alla conclusione disastrosa del processo presunto rivoluzionario – ma nutrita soprattutto dai vertici, dai nuclei direttivi; una passione che alimentava la ragione analitica, mentre quest’ultima dava veste di necessità storica all’organizzazione e orientamento del processo. Dalle masse, in movimento in quella determinata congiunturastorica, proveniva soltanto generica energia che andava ad alimentare i nuclei direttivi sovietici; processo poi sclerotizzatosi e condensatosi nella costituzione di un gruppo dirigente piuttostochiuso in se stesso e poco permeabile.

5. In definitiva, per riassumere, l’oggetto reale, saldo nella sua indipendenza al di fuori della nostra coscienza, dovrebbe essere pensato (supposto, presunto, ecc.) quale fluido magmatico, in cui si scorge o si crede di scorgere qualche grumo (“fatto”) di condensazione. Allo scopo di agire, dati gruppi tentano di costituirsi in nuclei direttivi, in agenti soggettivi che orientano il processo oggettivo (del fluido). Il tentativo non può esimersi dalla costruzione di un campo, strutturato e consolidato (e dunque stabile per dati periodi di tempo), con elementi (alcuni grumi)trascelti dall’insieme e messi tra loro in relazione secondo configurazioni specifiche, e sempre ipotetiche. Nel campo, i diversi agenti soggettivi, cioè i vari nuclei direttivi, entrano in conflitto per la supremazia, tentando di orientare date “masse” – quando però queste si costituiscono come tali entrando disordinatamente in movimento a causa di contingenze storiche di disagio sociale – al fine di organizzare determinate forze da disporre in campo nel modo più appropriato per vincere.

Non esiste il semplice rapporto soggetto/oggetto, qualsiasi sia poi la teorizzata relazione tra i due e la primazia o dell’uno odell’altro, con l’affannosa ricerca di superare la dicotomia e di fondere i due elementi in una unità (magari definita “dialettica”,termine che spesso viene usato solo per confondere ulteriormente le idee e darsi la patina di profondo pensatore). In realtà, vari sono i soggetti poiché si tratta degli agenti che hanno poteri decisionaliin un conflitto, cioè dei nuclei direttivi (formati o in formazione), ognuno dei quali ha un punto di vista, opera un certo “taglio della realtà supposta, trasceglie elementi per costruire (strutturando) un campo di solidità su cui disporre le forze per lottare contro gli altri. Pure gli oggetti sono dunque da declinarsi al plurale se ci si riferisce a detti campi; altrimenti ci si deve rapportare al “qualcosa” a noi esterno, la cui esistenza s’impone attraverso il finale – dopo periodi di tempo di lunghezza variabile a seconda dei “settori di mondo” (naturale, sociale, ecc.) in cui si agisce – insuccesso dell’azione dei soggetti. Questi ultimi, dunque, andranno dissolvendosi nella forma presa in date epoche storiche; altri e diversi si formeranno in epoche successive mediante le solite modalità (conflittuali) già indicate per sommi capi.  

Prima della costituzione del campo e della disposizione e orientamento delle forze nel campo, i nuclei direttivi non sono tali in senso effettivo; sono solo tentativi di formazione degli stessi, unione di piccoli gruppi di individui uniti da una data direzioneassegnata all’analisi del fluido e all’uso di determinate categorie teoriche – senza però più la pretesa di poter “giungereall’intelligenza teorica del processo storico nel suo insieme” in modo definitivo e certo, credenza da abbandonare perché conduce infine alla delusione paralizzante ogni volontà di riprovare – per orientarsi nel flusso solidificandolo, appunto tramite quelle categorie, in “campi provvisori” su cui confliggere. I nuclei, per formarsi, devono perciò assumere un punto di vista nell’elaborazione di una teoria adeguata alla conduzione delcombattimento. La ragione analitica, secondo cui si viene costruendo la teoria e il campo da essa strutturato, deve trovare nel contempo impulso dalle passioni. Essa poi senz’altro le orienta, le dirige ad uno scopo, non le lascia in balia del mare procelloso come nave senza nocchiero – così come accade invece almovimento delle masse, gonfio di disagio, rabbia, tendenza prevalentemente distruttiva (non indirizzata alla “creazione del nuovo”) – e tuttavia le orienta, organizza e dirige dopo che esse hanno fornito l’impulso alla formulazione teorica. Quest’ultima, dunque, non è mai mera “intelligenza del processo storico nel suo insieme”, una intelligenza cioè soltanto asettica, oggettiva, spassionata.

Essere lucidi nell’analisi non significa essere spassionati, bensì contemperare l’impulso con il suo imbracamento, che sempre ha da essere temporaneo ed aperto a periodici successivi impulsi (“passionali”) di modifica e aggiornamento. Ragione e passione, elaborazione teorica e tensione della volontà e della decisione nell’agire, analisi rattenuta (e quasi a bocce ferme) e forte carica interiore che spinge alla realizzazione di un “ideale”, ecc. vanno insieme, si spronano a vicenda. E le ragioni e le passioni sono molte, si raggrumano nella formazione di più agenti soggettivi (nuclei direttivi) che lottano fra loro; ognuno d’essi ha un suo scopo da conseguire. Ogni scopo viene “vestito” di “abiti ideologici”, e ogni gruppo costituitosi in agente ha una sua più o meno elaborata articolazione teorica con cui costruire i campi di battaglia e le forze in lotta da orientare per affermare la sua direzione di marcia, sintesi appunto di volontà ideale e di lucidaanalisi delle condizioni di possibilità per la vittoria del proprio schieramento.

Dietro ci sono gli interessi, detti materiali, non me ne sono dimenticato. Tuttavia, questi sono semplice materia bruta; nessuno si costituisce in autentico agente soggettivo in quanto effettivo nucleo direttivo impastando soltanto quest’ultima. Chi si limita a tale “lavorio” non ottiene nulla di stabile e vincente nel lungo periodo; costruisce sulla sabbia dell’effimero o le sue calzature si appesantiscono nel fango impedendogli infine ogni movimento.L’interesse va forgiato con gli strumenti rappresentati siadall’analisi del campo che dallo sprone ad uno scopo ideale; ed acquista efficacia – forma produttiva di effetti duraturi – quando tali strumenti entrano in simbiosi fra loro, interagendo virtuosamente nel perseguimento di prospettive realizzabili.

D’altronde, quelle che indico come passioni – forti cariche anche emotive indirizzate a finalità determinate – non nascono per pura volontà e decisione di singoli individui. Dobbiamo supporre che il fluido magmatico venga, in date fasi (storiche), attraversato da correnti incrociate che si vanno formando; esse si urtano fra loro, sollevando nello scontro una serie di increspature (onde) sulle più alte delle quali i vari agenti tentano di salire, in conflitto fra loro, per acquisire la posizione suprema (il potere maggiore).Lo ripeto: gli agenti sono obbligati a stabilizzare il campo del loro conflitto. Teorie (“intelligenza teorica”) e ideologie sono strumenti di tale modalità stabilizzante dell’azione; tanto più dati gruppi sono stimolati a forgiarli e a utilizzarli (divenendo effettivi soggetti agenti, nuclei direttivi secondo quanto ormai si è detto più volte) quanto più le correnti, formandosi, seguono precise direzioni incrociate di incanalamento dentro il fluido della “realtà” e sollevano creste (onde) via via più alte.

La fase storica attuale, ad es., mi sembra di preparazione alla formazione delle correnti; già esistono, ma spesso si confondono fra loro più che urtarsi e incresparsi, per cui anche gli agenti sono ancora informi, i gruppi si fanno e disfano con facilità. Quelli che sembrano già costituiti si muovono troppo scopertamente per i loro interessi materiali, privi di qualsiasi capacità di sollecitare passioni e di promuovere elaborazioni teoriche atte a solidificare e stabilizzare il campo del conflitto. Solo alcuni gruppi residuali mantengono simulacri di passioni e ragione analitica, di ideologie e formulazioni teoriche ormai cristallizzate, inerti, spesso anzi inputrefazione. E’ necessario dare per scontato che le modalità stesse secondo cui si costituiscono gli agenti (i nuclei direttivi) – proprio in quanto essi tendono a stabilizzare ciò che è incessante movimento allo stato fluido – comportano infine lacristallizzazione e la “morte” di passioni e ragione, di ideologie e teorie. E ne devono necessariamente sorgere di diverse, all’inizio in modo esitante, incerto, con frequenti mutamenti d’impostazione; e tuttavia si deve insistere nel nuovo cammino.

Altra conclusione necessitata è che non esistendo il soggetto in relazione ad un oggetto (comunque questa relazione vengapensata ed elucubrata), bensì sussistendo il conflitto incrociato tra molti agenti in un fluido magmatico, a periodi ricorrenti attraversato da correnti incrociate – sempre gli agenti (i gruppi, i nuclei direttivi, ecc.) saranno alla fine “delusi” dalla “realtà” che sono convinti di aver creato con la loro azione; è da qui che poi nascono lagnose autocritiche, sensi di colpa, ecc. E’ allora possibile dire (imprecisamente ma significativamente) che la Storia si è presa gioco della volontà, delle decisioni, dei desideri, di chi aveva combattuto per affermare una certa direzione di sviluppo della società. La delusione appartiene solo a coloro che ancora ragionano in termini di SOGGETTO AGENTE e di OGGETTO REALE da trasformare (o conservare). Nulla di più lontano da quanto si svolge nel conflitto tra più agenti, che solo in esso – e in mezzo ad un fluido in magmatico sobbollimento con periodiche onde in sollevazione più o meno alta e impetuosa e in direzioni variabili – agiscono; ma ognuno secondo determinate sue passioni e determinate sue “comprensioni della realtà”.  

             

6. Certuni però si lamenteranno: mancano i dominati, le masse oppresse, sfruttate, ecc. Tutti termini che vanno in certi casi utilizzati – direi di impiegare sempre meno oggi, almeno nei nostri paesi a capitalismo detto avanzato, quelli di oppressi e sfruttati – con la precisa consapevolezza che si tratta tuttavia della ben nota “notte in cui tutte le vacche sono nere”. La loro capacità orientativa è scarsa; solo alcuni “religiosi messianici” possono sentirli come termini ancora significativi. In realtà, certamente vi sono, nell’ambito delle diverse società – qualunque sia il criterio con cui delimitiamo le loro varie partizioni – gruppi minoritari di individui che hanno maggiori poteri di decisione in merito a scelte di più acuto impatto nelle società in questione; e nelle loropartizioni, sia in orizzontale (secondo date segmentazioni) che in verticale (cioè in quanto strati).

Tuttavia, per lunghi periodi storici e in date ampie partizioni della società, la presenza di maggiori poteri decisionali provocasoltanto conflitti minori, sempre riassorbibili e mutabili a seconda di specifiche contingenze. In specifiche fasi o congiunture, e con particolare impatto in alcune partizioni della società, si sollevano alte onde di conflitto che conducono a scontri acuti legati a sconnessioni e sconvolgimenti di speciale rilievo prodottisi in quelle partizioni. In tal caso appare più netta la divisione tra minoranze decisionali e maggioranze prive di simili poteri. E’ in queste ultime che si vanno accumulando correnti di forte tensione nate dal disagio, malcontento, senso di impossibilità di continuare la vita secondo i moduli fino ad allora seguiti, ecc. Si formano così le “masse”, perché è solo in simili condizioni di “movimento” che si può sensatamente utilizzare un termine simile, denotantetuttavia un ammasso informe di individui, un corpaccio collettivo acefalo, mosso da primitive e confuse passioni (dire aspirazioni mi sembra già tanto, le aspirazioni sono in realtà ingannevolmente attribuite alle masse da gruppi ristretti in agitazione al loro interno).

Senza dubbio, è solo in momenti simili che si vanno accumulando le energie necessarie a più “epocali” cambiamenti sociali (dei generi più svariati e cui non attribuire caratteri specifici fin dal primo momento). Tuttavia, si tratta di unenergia “libera”, sfrenata, priva di concentrazione sufficiente e di indirizzo significativo. E’ come l’energia che si scatena in un forte temporale; si dice che in un qualsiasi fenomeno atmosferico del genere si libera unenergia paragonabile a quella delle prime bombe atomiche. E’ energia che si sfoga nelle più svariate direzioni: o non provoca nulla oppure danni considerevoli a tutto ciò che essa investe. Per avere un senso costruttivo, l’energia deve essere incanalata; occorrono quindi condutture e l’arrivo a punti di sua presa. Per riferirmi solo a quella d’uso domestico, alla presa possono essere collegati strumenti vari: frigoriferi, televisori, aspirapolvere, computer e via dicendo. L’energia in sé conta poco, conta lo strumento (inventato e costruito da “qualcuno”) perraccoglierla e utilizzarla allo scopo di conseguire uno scopopreciso, quello per cui lo strumento è stato ideato e creato.

L’energia, liberatasi nel movimento da cui si formano le “masse”, o si sfoga in senso distruttivo oppure viene utilizzata dai gruppi già qui indicati quali nuclei direttivi, cioè gli agenti soggettivi che si muovono con costruzione di campi, disposizione delle forze in  campo, ecc. secondo quanto più volte sostenuto. I nuclei direttivi non si formano però dall’energia scatenatasi nella formazione delle “masse”; questa è mera immaginazione di intellettuali che conducono il “movimento” al disastro oppure èrozza ideologia imbastita da furfanti profittatori della situazione. I nuclei devono in qualche misura essersi già formati (questa fu la positività del partito bolscevico, anzi del suo gruppo dirigente); indubbiamente, per la loro formazione, è necessario che si siano create nel flusso magmatico del “qualcosa di reale a noi esterno” correnti in incrocio ed urto, con incresparsi di onde di una certa altezza. Sono comunque i nuclei direttivi ad innestare nella presa di corrente la spina di particolari apparecchiature, di dati strumenti operativi, destinati ad usi specifici per conseguire finalità determinate. I gruppi costituenti detti nuclei, gli agenti soggettivi, già lo sappiamo, utilizzano teorie e ideologie, ragione analitica e passioni, per indirizzare l’energia verso la realizzazione di quelle finalità.

Manca tuttavia un anello: la corrente può arrivare alla presa, cui si innesterà la spina della strumentazione, attraverso fili conduttori. E’ qui che nella concezione leninista del partito – secondo cui l’avanguardia nasceva comunque ACCANTO alle “masse proletarie”, non certo “spontaneamente” da esse – si era pensato al formarsi dei fili conduttori in quanto anello di congiunzione tra l’energia scatenata dal “temporale di massa” e la presa cui si doveva innestare l’azione della suddetta avanguardia. Tale anello, come già ebbi modo di dire in un vecchio articolo del 1970, era rappresentato dagli elementi più coscienti del “proletariato”, identificato, lo ricordo sempre, con la “classe operaia” (nel senso stretto del termine, non il “lavoratore collettivo cooperativo”, coordinamento di mansioni direttive ed esecutive).

Oggi, si è dimostrato – innanzitutto storicamente ma poi, almeno per quanto mi riguarda, anche come coscienza teorica del problema – l’essenziale (“strutturale”) NON RIVOLUZIONARIETA’ della, solo presunta, “classe” operaia; esistono gli operai, certo, non la classe così come la intendeva Marx in base ad una precisa, e scientifica, analisi fondata sulla proprietà (controllo) o non proprietà delle condizioni oggettive della produzione, sulla teoria del valore e plusvalore, ecc. Ecco perché chi oggi riduce Marx ad un filosofo non rivivifica l’opera di quel pensatore, per la sua epoca rivoluzionario. Costui se ne serve soltanto per le sue fissazioni di intellettuale fuori della realtà, unita all’ambizione di una carriera universitaria costruitacivettando con la rivoluzione; in attesa di crescere, di età e di potere accademico, per accedere a ben altre cariche concesse agliideologi dei gruppi dominanti.

Con il fallimento della “rivoluzione proletaria” – non della “Rivoluzione d’Ottobre”, che ha prodotto effetti rilevantissimi nel mondo, pur se non quelli voluti dagli agenti soggettivi, dai nuclei direttivi della presunta classe operaia – il fluido magmatico della realtà sembra oggi più quieto ed uniforme, non attraversato da quelle correnti incrociate di cui ho parlato. Per questo, il sottoscritto e i suoi collaboratori hanno deciso di abbandonare le cariatidi, le ossificazioni, di un morto passato, assumendo posizioni del tutto provvisorie – ma di una provvisorietà supposta piuttosto lunga in termini storici – al fine di instaurare, ove possibile, un dialogo con altre forze che si riallacciano intanto alla prospettiva di mutare le attuali configurazioni internazionali che vedono il nostro paese in una avvilente posizione subordinata agli Stati Uniti e ad una UE servile verso il vecchio establishment di tale potenza predominante. E’ stata presa, con la dovuta cautela, questa strada perché quella di una società “globale”, basata sulla mera “libertà dei commerci”, unita alla generica e informe “multiculturalità” (per questo la “destra” liberista si confonde con il falso “progressismo buonista della “sinistra”), è solo il passepartout della predominanza statunitense.

Come intuizione, ma sempre da accettare con cautela, pensiamo che le nuove correnti incrociate, e in urto crescente nel fluido magmatico della realtà, andranno prendendo forma in quel coacervo di strati e segmentazioni sociali, tuttora molto confuso e non troppo conosciuto, indicato con il termine di “ceti medi” giustamente definito un “concetto-ripostiglio”. Non intendo dire di più, altrimenti parlerei a ruota libera. Ho solo fatto qui un inizialetentativo di liberare il campo dai cadaveri di morte concezioni, che non sono solo quelle di mia personale appartenenza (marxismo e comunismo), bensì, e direi ancora peggiori, purequelle degli ideologi dei “dominanti”, dei “decisori”, ormai gruppi di zombi, purtroppo però tutt’altro che vicini a trovare i loro seppellitori. Sono questi a imperversare nel mondo, e lo faranno ancora a lungo, almeno secondo le possibili previsioni.                      

 

BASTA CON L’ECONOMICISMO, CONSAPEVOLE SCELTA REAZIONARIA (di GLG)

gianfranco

Si ha la netta sensazione, a mio avviso del tutto esatta, che si confonda continuamente la giusta e irrinunciabile polemica contro l’economicismo con la critica – consapevolmente rifiutata da chi difende quest’“ordine costituito” – di ogni tipo di analisi che abbia un carattere strutturale, analisi che è stata invece l’elemento di forza di teorie del tipo di quella di Marx.

L’economicismo prende sovente la forma che Marx definì <<feticismo delle merci>>, con la sostituzione dei rapporti tra cose (nel capitalismo le merci) ai rapporti tra uomini. In senso lato, si può secondo me parlare di economicismo quando tali rapporti interumani vengono nascosti da quantità definite economiche quali prezzi, profitti, quote di mercato, transazioni finanziarie, saggi di interesse e via dicendo. Un ragionamento fra i più banali in tal senso è, ad esempio, il seguente (usato perfino da certi pseudo critici del capitalismo): <<nell’anno 0 l’x% della popolazione possedeva l’y% del reddito nazionale (o magari del patrimonio nazionale, ecc.); nell’anno 0+t lo stesso x% ne possedeva l’y+z%>>. Se ne trae allora la conclusione di una evidente iniquità del tipo di società che consente una simile maldistribuzione della ricchezza, di un altrettanto evidente sfruttamento dei “miseri” da parte dei più “ricchi”, con il corollario (di un tempo ormai lontano) che si avvicinerebbe l’ora della ribellione dei primi.

E’ meglio poi non diffondersi sull’attuale mito delle quotazioni di Borsa, vista come “Dio” benefico (tutti avrebbero l’opportunità di arricchirsi) o come dominio del “Maligno” (si approssima una crisi spaventosa con grandi sofferenze per intere popolazioni). Oggi è assai di moda lo spread o ci si inchina ai giudizi di sedicenti società di rating (due americane e una inglese), veri organi di manovra politica da parte dei predominanti, attuata con la falsa obiettività delle cifre ottenute mediante calcoli ben adattati alle esigenze dell’inganno da perpetrare a danno di coloro che accettano la subordinazione ai prepotenti. Si tratta di rozzezze e grossolanità dal punto di vista di un corretto atteggiamento sia teorico che pratico; tuttavia, i loro propalatori si servono di media asserviti appunto alle esigenze di precisi paesi e gruppi dominanti. E altri gruppi di subordinati, che accettano per interesse questa loro condizione di dipendenza, si fanno essi pure diffusori di simili menzogne, avendo a disposizione tutti i mezzi per far accadere gli eventi drammatici profetizzati.

In realtà, simili considerazioni hanno la valenza e profondità di quelle di un individuo che viva sempre chiuso in una stanza e pensi all’intero mondo come ad una superficie piatta del tutto simile al pavimento della stessa. Ben diverso è il caso quando uno studioso serio dei rapporti tra uomini in una data società non si limita a trattarli alla stregua di interazioni tra individui prive di una qualsiasi strutturazione dell’insieme. Ad es., il concetto marxiano di modo di produzione definisce una intelaiatura, una mappa, di rapporti sociali, sia pure a grana grossa, che tende a mettere in luce alcune determinazioni decisive di date società (detto ancor meglio: di date forme di società o formazioni sociali).Detta intelaiatura, a mio avviso, non è la “riproduzione” (una sorta di fotografia) dei rapporti sociali secondo la loro presunta struttura “reale” in dati periodi storici, bensì una costruzione teorica che tende a mettere ordine nel caos delle innumerevoli interrelazioni tra i soggetti componenti la società in diverse epoche (e fasi di un’epoca) storiche. La teoria tenta di decifrare inoltre quali di simili interrelazioni sembrano essere le più decisive, le più influenti sulle dinamiche di quella data società; e si cerca di formulare qualche ipotesi circa la direzione di movimento e trasformazione della stessa.

Nessuna ipotesi teorica che metta ordine può tuttavia essere definita se non si parte dal riconoscimento che, nella interazione reciproca tra i molti soggetti componenti la società, si sono andati formando quelli che vengono definiti “ruoli” (le caselline della struttura pensata appunto come la più idonea a “mettere ordine”). E’ inoltre indispensabile trascegliere quelle che si suppongonoessere le principali funzioni svolte dai vari ruoli (e quindi dai soggetti che li occupano). Da questo punto di vista, il costrutto marxiano di modo di produzione trasmette le seguenti informazioni: a) l’esistenza di una struttura di ruoli e di relazioni tra ruoli, occupando i quali gli agenti formano delle classi (grossi raggruppamenti) sociali; b) la conseguente esistenza di funzioni cui sono adibiti tali agenti delle diverse classi, di alcune delle quali si può predicare l’essere dominanti e di altre l’essere dominate (eventualmente con l’indicazione di una serie di gradini intermedi) in relazione alle decisioni riguardanti sia gli assetti(economici, politici, ideologici, ecc.) di quella data formazione sociale sia le dinamiche di riproduzione o trasformazione degli stessi.

In mancanza di uno “schema d’ordine” – e il concetto di modo di produzione tale voleva essere – tutti i discorsi sulla società si fanno generici, confusi, rinviano ad erratici (casuali) flussi di potere o ad una sorta di psicologia degli agenti o ad una loro formazione ideologico-culturale di incerta derivazione senza “base” alcuna; ci si limita ad una serie di riflessioni di tipo sociologistico e/o politicistico, non certo ininteressanti, ma che senza dubbio risentono troppo fortemente delle preferenze e predisposizioni dei loro autori. Per questi motivi, sono contrario a ritenere ogni discorso (eminentemente teorico) intorno alle strutture (di ruoli e funzioni) come puramente affetto da un appesantimento d’ordine economicistico o, in altri casi, definito spregiativamente scientista. L’essere scientificamente rigorosi è un pregio, non un orpello fastidioso e da gettarsi alle spalle. So che è molto impegnativo e difficile – e bisogna perderci molto tempo, è necessaria la “lenta” riflessione e non la “meccanica” prontezza di riflessi, che spinge spesso all’improvvisazione – ma è l’unico modo per giungere più a fondo nella critica ai gruppi sociali, di vario ordine e grado, che si ergono a difesa dell’attuale struttura di rapporti tra dominanti e dominati. Anche la semplice lotta culturale – che da sola non è comunque sufficiente a rovesciare quel sistema di rapporti di potere – viene in ogni caso rafforzata da una rigorosa analisi dei sistemi sociali (di ruoli e funzioni).

E’ bene tuttavia ricordare che nell’attuale fase storica, di intenso sviluppo soprattutto tecnologico, si arriva spesso ad una deformazione parossistica del significato della scienza. Quest’ultima si fonda su ipotesi – nate appunto dall’esigenza di semplificare la realtà e di renderla idonea allo sviluppo di un agire nel mondo perseguendo determinate finalità – che non devono affatto essere fatte passare come una autentica e ormai esaustiva rappresentazione del complessivo mondo nel cui flusso siamo immersi. Le ipotesi sono e devono essere sempre così ritenutesemplici schemi d’ordine che, in un certo senso, fissano la realtà, la sua struttura e la sua dinamica, che sono invece eminentemente mutevoli, cangianti. Lo dobbiamo fare per agire, altrimenti ci perdiamo nel flusso degli eventi e siamo semplicemente travolti dal loro susseguirsi, di cui non siamo in grado di cogliere le infinite sfumature. Guai però se il presunto scienziato dichiara che quella data ipotesi è una certezza (“matematica”). Costui non ha nulla a che vedere con la scienza, ma solo con la prepotenza ideologica di una classe dominante (o di sue varianti interne) in crisi, in pericolo di perdita del potere. Gli “scienziati” diventano allora i moderni sostituti delle caste sacerdotali di tempi assai antichi, in cui erano il supporto dei gruppi dominanti; e spesso tendevano anche a sostituirsi a questi nei momenti di particolare crisi di quella formazione sociale. Questo tipo di scienza va disprezzato e combattuto e i suoi “alfieri” messi alla gogna, trattati da semplici ciarlatani.

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Venendo al dunque e a più modeste e attuali questioni, quando manifesto idiosincrasia per la “sinistra”, si fraintende spesso il mio discorso, prendendolo per umorale. Se si leggesse attentamente quanto scrivo in tema di ipotesi relative alle diverse frazioni di dominanti e alle loro funzioni riproduttive dell’odierno, terrificante, (dis)ordine sociale, ci si renderebbe conto di quanto la mia idiosincrasia per questa miserabile e meschina “marmaglia” politica sia tributaria di un’analisi del tutto realistica degli spregevoli servizi che essa rende alle frazioni dominanti in paesi asserviti ad una potenza predominante. La “sinistra” è un vero cancro o, se preferite, un’infezione che, lasciata agire, porterà alla dissoluzione dell’intera nostra società. Contro simile catastrofico pericolo non si è ancora in grado di far sorgere una forza politicacapace di espellerla dal consesso civile, di eliminarla da ogni possibile intervento nelle decisioni di paesi che intendano riconquistare una loro autonomia. Ci sono alcuni movimenti politici, ormai intossicati da una sedicente democrazia basata sul “mercato elettorale”, che credono di batterla appunto con il voto. Così essa continua ad esistere e a spargere i suoi veleni dissolutori. Occorrerebbe invece asportare del tutto le cellule cancerogene, usare un disinfettante di potenza risolutiva, in grado di cancellare questa “malattia”. La mia, dunque, non è idiosincrasia, è consapevolezza del pericolo di totale distruzione del nostro modo di vita, delle nostre tradizioni e cultura, ad opera di agenti che sembrano agire alla guisa di Sansone: se moriamo noi, facciamo crepare anche gli altri, distruggiamo l’intero consesso sociale.

Ancora molto tempo fa, alla fine degli anni ’60 del secolo scorso – nel mio periodo ancora pre-althusseriano e pre-bettelheimiano – scrissi due articoli (in “Ideologie” e nel “Che fare”, rivista diretta da Francesco Leonetti), in cui delineavo la progressione futura del Pci in quanto organizzazione in progressiva (e certo lenta data la “base operaia” del partito”)rappresentanza e “servizio” di quella che designavo allora ancora come “borghesia monopolistica”. Al di là della rozzezza di un’argomentazione ancorata alla tradizione (si tratta del resto diquasi mezzo secolo fa), feci una previsione molto in anticipo sui tempi, ma potei formularla in base ad un’analisi, pur ancora rudimentale, che non esito a definire fondamentalmente scientifica, anche se certo con i termini e l’intelaiatura teorica (marxista) di quei tempi. Qualsiasi analisi di superficie, culturalistica e quasi psicologistica, conduceva gli altri critici del capitalismo a parlare, al massimo, di “deviazione” piccolo-borghese del Pci e cose del genere. Aggiungo che subito dopo il mio ritorno dalla Francia (andai appunto a seguire Bettelheim e la scuola althusseriana frequentando l’EPHE a Parigi nel 1970-71), mi accadde un fatto ebbi un contatto ben rilevante per un “viaggio”, che poi mi rifiutai di intraprendere perché lo pensavo più pericoloso di quanto poi capii essere in realtà – che mi lasciò molto “pensoso” e un po’ sbalordito. Solo pian piano, negli anni successivi, riuscii da quell’evento ad afferrare che dovevano essere in atto alcuni contatti di un “certo tipo” per favorire, in modo coperto e prudente, il passaggio di campo del Pci verso l’atlantismo, processo che conobbe un momento “più scoperto” nel ’78 con il viaggio di un suo notevole esponente negli Stati Uniti, in concomitanza con la “faccenda” Moro (in possesso, ne sono convinto, di documenti, finiti chissà dove, comprovanti gli intendimenti di “nuove alleanze internazionali” di quella direzione del Pci).

Non intendo tediare oltre il lettore. Invito però tutti quelli che leggeranno queste poche pagine a meditare sull’uso a volte pretestuoso che viene fatto di polemiche contro l’economicismo, lo scientismo, ecc. Bisogna seguire attentamente l’evolversi dei fatti “reali”, ma non l’interpreteremo mai nel suo, almeno realistico (non proprio REALE), andamento e nel suo significato effettivo se non si è intenzionati ad assumersi la fatica e anche il tedio della “fredda” scienza. La si smetta di rincoglionirsi solo con internet, con i telefonini e altre novità tecnologiche, in evoluzione sempre più veloce in modo da far perdere a chi la segue ossessivamente ogni capacità di mettere per alcune ore il culo sulla sedia, leggendo vari documenti, ma essendosi preparati a capirli e inquadrarli nel loro significato per nulla affatto trasparente come sembra a prima vista. Si tenga inoltre presente che nelle scienze sociali non vi sono laboratori con provette e reagenti o acceleratori di particele o telescopi giganti, ecc. Lo scienziato sociale nemmeno può fare la verifica delle sue teorie mediante impegno diretto e immediato in tutte le situazioni (nei vari periodi storici e nei vari luoghi geografico-sociali) di cui ipotizza le strutture e dinamiche evolutive.

E’ ora di smetterla con l’ossessiva alimentazione della sola prontezza di riflessi. E’ ormai sempre più necessario riprendere ad allenarsi con la lenta riflessione, con il montare e smontare diverse ipotesi, senza innamorarsi di una soltanto d’esse per la noia di pensare. E anche quando si è divenuti molto convinti di una, se ne devono cogliere le sempre non poche sfaccettature e angolazioni dei punti di vista che esse consentono e anzi spesso impongono. E ricordiamoci pure che nel lottare per una causa non c’è sempre bisogno di mettere bombe e commettere atti molto spesso più che altro negativi. E’ anche utile far funzionare il cervello che ha la straordinaria capacità di immaginare strutture “architettoniche” in grado di mappare, di ordinare semplificando, il “territorio” (sociale non meno di quello naturale) in cui siamo costretti a muoverci, cercando di accrescere l’efficacia delle nostre azioni. E’ un discorso che non termina certamente qui.  

 

GIANFRANCO LA GRASSA: DISCUSSIONE SU MARX (10 PARTI)

gianfranco

Vi presentiamo le discussioni di La Grassa su Karl Marx. Le “lezioni” approfondiscono molti temi sviluppati in questi anni dal pensatore  veneto sulla teoria marxiana, non per ristabilire la “verità” su quel che Marx avrebbe detto esattamente ma per eliminare i troppi fraintendimenti che ancora oggi obnubilano il nucleo essenziale dei suoi studi sul capitalismo a matrice inglese. Tali errori forniscono una cattiva interpretazione del passato e si ripercuotono anche sulla comprensione del presente che, invece, necessita di un nuovo apparato categoriale di riferimento per essere inteso nei suoi elementi essenziali. Seguire l’esempio di Marx vuol dire proprio far progredire la scienza sociale, superando i dogmatismi e i preconcetti, soprattutto quelli di un marxismo ormai ossificato e lontano dalla realtà. La Grassa opera questo tentativo individuando gli elementi decisivi per Marx e quanto si è, invece, sviluppato antiteticamente alle sue ipotesi predittive.

 

 

 

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