Cambiamenti Tecnologici (di Piergiorgio Rosso)

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L’articolo originale di Irina Slav è uscito il giorno 8 agosto 2017 su OILPRICE.com con il titolo: “Dear Millennials, Big Oil is not your enemy”. Uno spot rivolto ai giovani neo-laureati in cerca di occupazione. Lo riportiamo comunque ampiamente – con traduzione libera – perché ci sembra abbastanza utile per rinforzare il nostro punto di vista sulla questione della transizione energetica in generale: una tecnologia – lo sfruttamento delle fonti di energia fossile – è storicamente determinata e viene superata non perché finiscano quelle determinate materie prime e neanche per decisione “illuminata” di un comitato di scienziati riuniti in un organismo ONU (Comitato IPCC), ma solo e quando una nuova tecnologia più efficiente – nel senso della razionalità strumentale del mini-max più volte citata da G. La Grassa – viene resa disponibile e solo e quando nuovi agenti delle sfere politica ed economica (industriale e finanziaria), decidono di utilizzarla nel contesto del conflitto strategico che li oppone ad altri. Nel frattempo la tecnologia esistente non sta ferma, si “efficienta” anch’essa e i suoi sostenitori non stanno a guardare ma invadono il campo avversario, se necessario e utile alla loro sopravvivenza.
Buona lettura.
Quella del petrolio e gas è, apparentemente, l’ultima industria che i millennials [convenzionalmente la fascia di età compresa fra 15 e 35 anni – NdR] hanno segnato a morte. Non vogliono lavorare nel settore perché è sporco, difficile e pericoloso. Per quanto precisa possa essere, questa non è la storia completa del petrolio e del gas.
Per i millennials, l’industria petrolifera si cura solo di fare più soldi possibile, pompare e vendere quanto più petrolio possibile e danneggiare l’ambiente irrimediabilmente. Ma questa è una descrizione piuttosto ristretta. E’ decisamente troppo facile mettere da parte il fatto che migliaia di prodotti quotidiani siano totalmente o parzialmente ricavati da petrolio e gas naturale.
Per essere onesti, alcuni dei prodotti derivati del petrolio hanno sostituti più ecologici, ma certamente non tutti, per esempio prodotti importanti come valvole cardiache e fibre sintetiche. E le alternative non sono sempre innocue. Le alternative alle fibre sintetiche sono cotone, canapa, lana, pelle e pelliccia.

Ora, alcuni autori affermano che l’industria dei combustibili fossili debba morire e che i millennials sarebbero solo felici di aiutarli. Ma per quanto sporca sia, l’industria dei combustibili fossili sopravvive. Il suo modello di business – almeno il modello di quelli che tendono a sopravvivere ad ogni crash dei prezzi – è sostenibile nel senso più generale della parola.
Una caratteristica di un modello di business sostenibile è la diversità di applicazioni per i suoi prodotti. Un altro è quello che recentemente ha ricevuto una grande spinta: l’innovazione tecnologica volta a migliorare l’efficienza produttiva e ridurre i costi di produzione. Quando il nuovo prezzo normale è la metà di quello che è stato tre anni fa, puoi andare avanti in uno spirito di innovazione, oppure puoi sprofondare. Questa innovazione, per quanto strano possa sembrare, aiuta la sostenibilità ambientale.
“E’ abbastanza semplice – dice l’analista Peter Bryant – ciò che è buono per il business è buono per l’ambiente”. Bryant, ha tre decenni di esperienza in energia, tra le altre industrie, e co-autore di una relazione che riesamina in anticipo ciò che si annuncia per i giocatori dell’industria del petrolio e del gas. Quello che può favorirli è più tecnologia, processi più semplici e maggiore produttività. Tutto ciò ridurrà l’effetto negativo che l’industria ha sull’ambiente, dice Bryant, perché la strada del petrolio e del gas verso la sostenibilità interna corre parallela alla sostenibilità ambientale. È vero che la sostenibilità ambientale non è stato l’impulso primario dell’innovazione, ma ora che l’attenzione del settore è orientata verso incrementi di efficienza e costi di produzione più bassi, una riduzione delle emissioni di anidride carbonica, ad esempio, è una conseguenza logica. Un’altra conseguenza di questo tipo è ridurre la quantità di risorse come combustibili e acqua utilizzati per lo sviluppo di campi di petrolio e gas a terra e in mare aperto. Un terzo è assicurarsi di estrarre tutto ciò che puoi estrarre dai giacimenti esistenti prima di passare a quelli nuovi. Questo va bene per le imprese in quanto costa meno, ed è anche un bene per l’ambiente in quanto conserva risorse e riduce le emissioni. Gli azionisti ambientalisti hanno avuto un ruolo in tutto questo così come le nuove normative, rafforzando la motivazione del settore del petrolio e del gas in favore del cambiamento, ancorché contro voglia. Questa motivazione ha portato ad investimenti di Big Oil nelle energie rinnovabili e nelle iniziative per la cattura e stoccaggio del carbonio – stiamo parlando di centinaia di milioni di dollari versati in energia verde e ricerca sulla sostenibilità, che non è affatto male per un settore che agli occhi dell’opinione pubblica è l’opposto dell’economia verde. Alcune grandi compagnie petrolifere stanno sostenendo a gran voce una tassa sul carbonio negli Stati Uniti.

Allo stesso tempo, Big Oil si è rapidamente direzionata verso le energie rinnovabili. Oltre ai leader come Total e Statoil, che da anni si sono espansi in energia eolica e solare, Shell ha recentemente annunciato un investimento annuo di miliardi di dollari in iniziative rinnovabili e il suo amministratore delegato, Ben van Beurden, ha dichiarato che la sua prossima vettura sarà elettrica. Un rinnegato?
Per coloro che si fondono sulle vecchie ipotesi che il mondo non possa sopravvivere senza combustibili fossili, questo crescente spostamento verso le fonti rinnovabili potrebbe apparire come un rinnegamento. Per coloro che si trovano all’estremità opposta del campo, questo appare come i topi che lasciano una nave che affonda. La realtà è che il petrolio è un business. Non è un’ideologia e non è una fede. È un’impresa e le imprese, se i loro proprietari vogliono mantenerle in funzione, sono sistemi adattativi.
L’impulso delle energie rinnovabili sta ancora guadagnando slancio, spinto in avanti dalla normativa e dall’innovazione tecnologica. Se i regolamenti pro-verde continuano ad espandersi e l’innovazione tecnologica mantiene il ritmo attuale – o addirittura aumenta – il petrolio potrebbe diventare obsoleto prima della fine del secolo, almeno come fonte di carburante per veicoli e centrali elettriche. Il gas, il carburante “ponte”, continuerà ad essere richiesto per la durata del passaggio alle rinnovabili, che richiederà decenni.
In altre parole, il petrolio e il gas non scompaiono e le aziende che li estraggono e li raffinano non sbiadiranno nell’oblio: cambieranno. Alcune di loro potrebbero anche trasformarsi in leader di mercato dell’energia rinnovabile. Quale millennials non vorrebbe lavorare per un leader del mercato dell’energia rinnovabile?

QUANDO FINIRA’ QUESTO TRAVAGLIO?, di GLG

gianfranco

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Si tratta di un’autentica scemenza. Detta tuttavia da un personaggio che certamente non è scemo. E allora la scemenza acquista un “sapore strano”, è indice di intenzioni e progetti che devono renderci consapevoli di un pericolo assai grave. Nel 1956, l’accordo del Belgio con l’Italia era stato comprensibilmente stilato per fornire lavoratori alle evidentemente non sufficientemente guarnite miniere di quel paese. Oggi, con gli avanzamenti della tecnologia e di nuove scoperte, nemmeno nelle miniere, nelle “fonti” di energia in genere e ancor meno in ogni altro settore produttivo, si può stabilire una correlazione tra numero dei lavoratori impiegati e crescita di un paese. Semmai, in un periodo in cui questa crescita è decisamente più bassa che nel periodo di rinascita dopo una terribile e distruttiva guerra mondiale – ed è stentata per motivi legati alla crescente competitività, a sua volta connessa allo scoordinamento multipolare di un mondo in cui alcune potenze si rafforzano e confliggono (e non sto parlando di potenze dal solo punto di vista economico e basta) – non vi è dubbio che l’aumento del numero di braccia in cerca di lavoro può semmai diventare motivo di maggiori difficoltà, in estensione dalla semplice sfera economica a quella politica e ancor più a quella sociale, con fenomeni di disordine, disgregazione, perdita dei connotati culturali e grave alterazione delle modalità del vivere, essenziali per la permanenza di un solido tessuto di relazioni. L’arrivo di disperati, privi fra l’altro di conoscenze tecniche di un qualsiasi genere, serve semmai soltanto ai guadagni degli scafisti, delle ONG tanto incensate quanto ormai sospette di pratiche tutt’altro che salvatrici e misericordiose, dei proprietari agricoli o altri imprenditori che li impiegano per salari infimi, ecc. Tuttavia, a parte una schiera non numerosa di intellettuali e di altri personaggi del tutto al di sopra del tenore di vita medio sociale, ormai corrotti nel temperamento e nel cervello, ci sono vertici del potere politico e culturale (a cui appartiene a pieno diritto pure il Papa) che non mirano certo ai guadagni; invece avvertono la fine della loro epoca di ormai immiserito livello politico, culturale e pure morale. Quanto durerà questa tormentosa fine è impossibile adesso a dirsi; ed è pure ignoto come finirà, pur se sarà probabilmente una fine sofferta in cui tutti saranno coinvolti, anche gli incolpevoli. Bisognerebbe cercare di abbreviare il travaglio doloroso di una nuova nascita. Bisognerebbe far subire la tragedia soprattutto a questi “abbarbicati” al potere, che ancora provocano danni enormi nella nostra società. Chissà che non arrivi il temporale, la bufera, un grandioso tsunami che ci liberi di così drammatico pericolo.
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Per Mauro Tozzato

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Come già scritto sono stato ieri alla cerimonia funebre per il caro Mauro. Avrei anche voluto assistere alla sepoltura in cimitero, ma è un periodo in cui non sono proprio in gran forma (fisica) ed ero in effetti molto stanco. Del resto, non sono mai andato a “visitare” in cimitero nemmeno i miei genitori. So che altri ci vanno, curano le tombe, portano fiori e altro non m’interessa. In quei posti non c’è nessuno e nessuna attenzione di alcun genere riporterà vicino a noi le persone care scomparse. Mauro lo ricorderò comunque in ben altro senso e per ben altri motivi. Ho voluto andare alla cerimonia soprattutto per conoscere i suoi familiari, cosa che mi ha procurato piacere e convinzione di restare in contatto con loro. Ho provato molta pena per il padre; non dovrebbe mai accadere che i figli se ne vadano prima dei genitori. Ero anche curioso di vedere se la Chiesa avesse voluto, sia pure indirettamente e con metodi discreti, “annettersi” Mauro, che era persona a suo modo religiosa, ma assolutamente non nel senso di una qualsiasi delle religioni esistenti, che riteneva in sostanza delle creazioni umane; da rispettare, da non trattare con la sufficienza di certi “intelligentoni” che giocano malamente al “materialismo”, ma pur sempre creazioni del nostro spirito, della nostra intelligenza, di questa spinta a non accettare una fine definitiva. Devo dire che ho sentito predicare una persona intelligente e dotata di spessore. Ha anche letto lunghi brani del ricordo di Mauro scritto nel nostro blog (e riportato anche qui, in FB), citandolo espressamente anche se non per nome ma come luogo in cui lui inseriva i suoi rilevanti contributi. Bello e profondamente sentito anche il saluto dei suoi colleghi d’ufficio, che mi piacerebbe pubblicare nel blog e anche qui in FB, se possibile.
Adesso, però, credo sia importante non consegnare Mauro all’oblio. Sicuramente resterà in quello che noi diremo ancora, perché come i suoi scritti erano pregni dei contributi di altri così pure i nostri saranno arricchiti dalle sue riflessioni. Gli esseri umani non si sono mai rassegnati alla “notte”. Hanno cominciato con lo scoprire infine il fuoco; e poi hanno compiuto un lungo percorso fino alle più che illuminate notti delle nostre città, così belle anche se alcuni, oscurati nella mente, brontolano per gli sprechi, per i danni ambientali e per non so quante altre melanconie di gente che non sta bene in questo mondo, ma mai se ne va perché è fondamentalmente dedita a “rompere” agli altri. Noi faremo il possibile, pur conoscendo le difficoltà cui si andrà incontro in questi tempi aridi di pensiero, per tenere accese almeno alcune delle “luci” che Mauro ci ha lasciato in eredità. Anche quando non lo citeremo esplicitamente, ci si ricordi che i suoi contributi continueranno a “viaggiare” assieme a noi. Pensiamo quindi adesso anche al Mauro vivo, pur se l’assenza della concreta sua persona non ci andrà mai bene. E molti di noi sentiranno spesso quest’assenza. Non doveva andarsene così presto, è stato un insulto della cosiddetta “madre natura”, questa volta “madre matrigna”. Non ci si può fare più niente, salvo non far scendere su lui la “notte” con il suo più fitto buio, che sarebbe allora definitivamente mortale.

Gianfranco La Grassa


Purtroppo mi trovo all’estero e non ho potuto partecipare alle esequie di Mauro. Valgano però le belle parole di Gianfranco la Grassa anche per me. Mauro è stato tra i pochi del blog coi quali non ho mai litigato perché era davvero una persona rigorosa e dal carattere riflessivo. Il dono più bello che mi ha fatto è nel libro L’illusione perduta. Chi lo ha letto capirà. Non gli ho restituito altrettanto ma l’ho sempre incoraggiato perché tendeva a non apprezzarsi ed,invece, era veramente bravo. Un amico che mi ha insegnato qualcosa e che porterò dentro di me.

Gianni Petrosillo

ANCORA LONTANI DALLA COMPRENSIONE, di GLG

gianfranco

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avevo il sospetto che costui non fosse sciocco com’è nella norma degli economisti odierni. Non so se proprio scoppierà una “bolla” (finanziaria) in quest’agosto. Tuttavia, ci si accorgerà negli anni a venire che la situazione è veramente da assimilare (non nelle forme ovviamente, ma nelle cause sostanziali) a quella di fine ‘800; forti sviluppi tecnologici (allora ci fu la seconda rivoluzione industriale) e multipolarismo crescente con indebolimento inglese e avanzata di Usa, Germania e appena più tardi Giappone. Importante la citazione di Churchill, uomo nefasto ma lucido e dotato di cervello fino: c’è stata in fondo un’unica guerra mondiale con in mezzo un lungo armistizio. Cioè, dopo il multipolarismo si è arrivati al policentrismo conflittuale acuto che ha conosciuto varie turbolenze – e non solo tra paesi, ma anche all’interno di questi, soprattutto di alcuni – fino alla supremazia di uno di essi (gli Usa), anche se contrastata da un altro (Urss) in cui si era sviluppata una forma rivoluzionaria, fraintesa in pratica per un secolo o quasi. Adesso solo pochi scervellati non hanno ancora preso atto che tale rivoluzione non era quella prevista (a partire da Marx) e sperata da molti. L’incomprensione della stessa, incomprensione che del resto dura tuttora, ha condotto le dirigenze dell’Urss – e degli altri paesi che hanno creduto di seguire una strada in qualche modo analoga – ad attuare politiche comportanti in realtà il totale irrigidimento delle loro strutture sociali, con finale dissoluzione di quella forma che si credeva ormai di impronta socialista. Dal 2008 (o 2007, ma l’anno è del resto solo all’ingrosso indicativo dell’inizio di una diversa fase) è iniziata, con la solita manifestazione (di “superficie”) relativa ai sistemi economici, la crescita di una nuova ondata di scoordinamento multipolare, che sta conducendo verso il policentrismo; tuttavia non prossimo, a mio avviso. Questa è però ancora una volta la via lungo la quale si sta correndo nella massima confusione e con soluzioni di volta in volta improvvisate. Solo se si capirà che si sta ripetendo, in forme certo molto differenti, un processo già svoltosi sostanzialmente tra 1860-70 e 1945, si potrebbero (FORSE) cercare conclusioni diverse e meno tragiche dello stesso. Per il momento, continuiamo a pensare “in piccolo”, nel “provvisorio”, con le interpretazioni più scontate e facili, che ci porteranno alla totale incomprensione dell’epoca che già stiamo cominciando a vivere. Ma anche questo, in definitiva, è ciò che si è verificato nei 150 anni precedenti. Gli storici ci hanno dato tante notizie anche interessanti su questo secolo e mezzo, ma con interpretazioni completamente sballate; e purtroppo ancora svianti per tutti noi.
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FORME VARIE DEL CONFLITTO MULTIPOLARE, di GLG

gianfranco

Continua la sceneggiata che, come tutte le sceneggiate, può avere soluzioni gravi, meno gravi, moderate, a seconda dell’evoluzione di un confronto tutto sommato triangolare: Usa, Cina, Russia. Ovviamente, in tale confronto gioca un ruolo primario il Nord Corea. Del tutto esagerate, e non certo per follia del leader nordcoreano, le sue affermazioni del tipo: cancelleremo gli Stati Uniti dalla faccia della terra. Più credibili, questo va da sé, le affermazioni di Trump. In ogni caso, continuo a ritenere che la soluzione, alla fine escogitata, non sarà per nulla qualcosa di “sfuggito di mano”. La faranno magari passare per tale, ma sarà stata invece pensata e ripensata e “rimodellata” chissà quante volte. Tuttavia, sono pure convinto che ancora non sia stata presa la decisione definitiva. E nemmeno, quando verrà presa, sarà quella pienamente approvata dai suddetti “tre attori”; è abbastanza chiaro che sarà più vicina alle preferenze di uno dei tre e, anche fra gli altri due, vi saranno livelli diversi di insoddisfazione. Il tutto è con molta probabilità dovuto in particolare allo scontro in atto negli Stati Uniti con la necessità, per gli avversari di Trump (e di coloro che in qualche modo costui rappresenta), di far presto a mutare il risultato – decisamente inaspettato anche fra i servitori europei – delle elezioni presidenziali americane. E credo che anche Russia e Cina – senza tante consultazioni fra loro – stiano valutando che cosa conviene meglio loro in merito all’esito dello scontro interno ai gruppi dominanti americani.

Altra “sparata” per nulla affatto improvvisata di Trump è quella relativa al possibile intervento militare in Venezuela. Maduro ha chiesto un colloquio telefonico per allentare la tensione e gli è stato risposto che questo verrà concesso quando sarà ristabilita la “democrazia” e garantita la “libertà” al popolo venezuelano. Si potrebbe fare ironia, ricordando gli interventi americani in Cile e in mille altri posti, non solo in Sud America ma in tutto il mondo; ultimi fra questi, quelli in Siria, in Libia e nord Africa, in Ucraina (e prima in Georgia), ecc. Gli Stati Uniti sono il bubbone che impesta il mondo da decenni e decenni, malgrado alcuni elementi di più benevola considerazione di quel paese (ma non in tema di politica, tanto meno di “democrazia” e “libertà”). In ogni caso, va rilevato più freddamente che le minacce contro il Venezuela – pur se lì s’instaurasse una “dittatura” è cosa che riguarda solo quel paese e nessuno dovrebbe metterci il naso, se veramente vigesse il principio della “libertà”, che significa pure non ingerenza negli affari interni di una data “collettività” – servono a Trump anche per finalità interne, ponendo in evidenza la differenza tra la strategia dei suoi centri sostenitori rispetto ai precedenti. Viene chiaramente fatto capire che gli Usa devono tornare, proprio come ai tempi di Pinochet, a considerare il Sud America (e anche il Messico e i paesi del Centro-america) area decisiva per la sicurezza del paese, area in cui non consentire alcuna infiltrazione di forze politiche – sia pure orientate da finalità ormai vetuste e definitivamente fallite nei tempi trascorsi – con intenti di propria autonomia rispetto a chi si è sempre considerato totalmente egemone in tutto quel continente, da nord a sud.

Possiamo essere solo spettatori di questo complesso “gioco” che, a mio avviso, è ancora connesso alla situazione di crescente (non in modo lineare e continuo) multipolarismo; mentre si è ancora lontani da un effettivo policentrismo, che potrebbe portare alla risoluzione del conflitto mediante netti e decisivi scontri bellici di tipo globale tra due schieramenti antagonisti “coagulatisi” in funzione dello stesso. Ma questo ben più in là nel tempo.
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MISCELLANEA, di GLG

gianfranco

Qui

Russia e Cina hanno votato le sanzioni ONU contro la Corea del Nord e i ministri degli esteri cinese e nordcoreano si sono incontrati; ufficialmente il cinese ha rivolto un invito al suo collega affinché il paese che rappresenta si astenga da “provocazioni” tipo test nucleari e lancio missili. Quindi solo alcune grandi potenze possono munirsi di dati “deterrenti” bellici, gli altri devono sottostare al predominio di queste. Sono convinto che Usa, Russia e Cina intrattengono anche colloqui nascosti fra loro, di cui è difficile ipotizzare il concreto svolgimento. La sensazione è che non si voglia troppo intralciare Trump, che cerca con certe azioni di difendersi dagli attacchiamo  dell’establishment avverso, sempre in pieno attacco (anche perché più passa il tempo e più difficile diverrà l’operazione anti-Trump, condotta insieme da democratici e larghe quote dei repubblicani). Nel contempo, soprattutto la Russia invita il presidente americano a non esagerare in questa dimostrazione di forza (appunto ad uso interno). Difficile adesso sapere se verrà concessa o meno agli Usa la possibilità di aperte azioni militari per dimostrare ai nemici interni la capacità di decisione del suo presidente. Di sicuro, a mio avviso, i due paesi ex-“socialisti” vorranno comunque precise assicurazioni che ciò, se avvenisse, non preluderà ad alcun tentativo di riunificazione del paese sotto la direzione delle forze politiche sudcoreane; un po’ come accadde alla DDR nei confronti della BRD (Germania occidentale) dopo il 1989 con il pieno accordo dello sfasciacarrozze Gorbaciov. In ogni caso, si nota ancora una certa debolezza delle potenze “concorrenti” degli Usa. Siamo lontani da certi confronti tra Usa e Urss, pur se quest’ultima aveva sempre in seno forze di indebolimento (si pensi a Kruscev), che poi alla fine prevalsero appunto con il mediocre Gorbaciov e con l’aperto “traditore” Eltsin. Da seguire attentamente questa situazione, punto di snodo pure del conflitto in corso all’interno degli Stati Uniti

P.S. Qui
Mi consento di restare tranquillo di fronte a questa tensione crescente. Nella realtà, non esiste Davide che uccide Golia; lo sa bene il leader nordcoreano e ancor più la Cina, che tiene sotto controllo la situazione. E’ evidente che vi sono contatti tra cinesi e gli Usa dei centri trumpiani. E probabilmente, pur se in modo meno diretto, sono coinvolti anche i russi. Quale sarà il gioco effettivo e fin dove si spingerà? Si arriverà a scaramucce, più o meno pesanti, tra nordCorea e Stati Uniti? Difficile a dirsi. Comunque, mi par di capire ch Russia e Cina preferiscano avere di fronte Trump piuttosto che il vecchio establishment. E non perché il presidente americano sia connivente con il “nemico” (come si cerca di sostenere con il “russiagate”), ma semplicemente perché intende riportare un po’ di ordine in date situazioni (nel “cortile di casa” come nelle zone africane e mediorientali e un po’ in tutto il mondo, progressivamente) onde ristabilire più precise linee di confronto (che sarà comunque duro) nel medio periodo. Ciò però sembra convenire anche ai due paesi avversari. Comunque, è una situazione “in farsi” e che potrebbe mutare se riesce l’operazione anti-Trump di vasti settori statunitensi.

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Qui

Sia chiaro che non mi convince per nulla tutta la canea che si sta sollevando sulla feroce “dittatura” che ormai sarebbe imposta da Maduro ad un paese impoverito, ma con tanta sete di “democrazia e libertà”. Sappiamo bene chi sono i portatori di queste “trovate”; e sappiamo bene quali forme democratiche e liberatorie abbiano portato nel mondo gli Usa e il loro servitorame annidato soprattutto nella Nato e più tardi pure nella UE. Gli Stati Uniti hanno ormai mostrato in lungo e in largo di essere sempre stati governati da establishment ben criminali. Certo la politica non è fatta – se non nelle campagne promosse dagli ipocriti – per esprimere i migliori sentimenti di umanità. Tuttavia, gli Usa (non solo loro, ovviamente) hanno pienamente dimostrato di non essere secondi a nessuno in fatto di crudeltà e ferocia; e gli europei (a partire dall’“illuminata” guida dei “padri” di questo miserando insieme di paesi) non sono secondi a nessuno in fatto di ipocrisia e di vile e miserabile servilismo nei confronti dei prepotenti e arroganti d’oltreatlantico. Oggi poi mi sembra che una delle revisioni “trumpiane” alla precedente strategia obamiana sia la ripresa in attenta considerazione della necessità di ritornare al controllo stretto del cosiddetto “cortile di casa” (Messico e SudAmerica). Senza per nulla dimenticare il contenimento della Russia, malgrado le colossali bufale del “russiagate” necessitate da un conflitto interno non ancora del tutto chiaro nei suoi reali obiettivi (che non sono solo le smanie di potere di gruppi politici americani diversi).
Detto questo, non mi convince nemmeno il modo d’agire del vertice venezuelano, che temo aiuterà gli avversari a scalzarlo, isolandosi sempre più e perdendo molti possibili appoggi. Soprattutto, però, desidererei che la si smettesse, da una parte e dall’altra (da parte dei nemici come di coloro schierati con Maduro), di dichiarare comunista il regime di quel paese; così come mi irritavo per la stupidità di coloro che cianciavano della politica di Chavez come se si stesse costruendo il socialismo del XXI secolo. Non c’entra nulla né il socialismo né il comunismo. Si è trattato senz’altro, e si tratta ancora, di politiche di resistenza al predominio americano. Sono da approvare, possono riscuotere simpatia da parte di chi è nettamente contrario alla criminalità dei dirigenti di quel paese, di cui è incredibilmente accettata qui da noi la pantomima sulla “democrazia”, sulla “liberazione” dal fascismo, sulla condanna dei criminali nazisti a Norimberga, e altre belle e ben propagandate trovate dei gruppi dominanti di un paese nato dal genocidio degli indiani e che ha compiuto massacri un po’ dappertutto, con i metodi più violenti e selvaggi. Tuttavia, non si vincerà mai con una ideologia ancora fondata sull’antimperialismo di tipo terzomondista, incapace perfino di realizzare ciò che riuscì almeno al regime sovietico, l’industrializzazione del paese. Quello sudamericano è sempre stato un preteso “socialismo” fondato su masse popolari di grande miseria, assai simili al “lumpenproletariat” (tanto inviso a Marx e ai veri marxisti), di cui nemmeno si sono sollevate realmente le condizioni di vita. E’ una politica perdente, e giustamente perdente, non serve a nulla. Non basta urlare contro la prepotenza americana. Possiamo essere d’accordo su questo, ma con la consapevolezza che l’arroganza criminale dei “padroni” prevarrà fin quando troverà avversari di simile debolezza e ancorati a idee comuni(tari)stiche che mi sembrano molto antiquate e fallimentari.

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Mattarella: “Il dramma di Marcinelle [8 agosto 1956] è un motivo di riflessione verso coloro che oggi cercano anche in Italia opportunità che noi trovammo in altri paesi e che sollecita attenzione e strategie coerenti da parte dell’Unione Europea”.

Grasso: “Marcinelle è un luogo di dolore, ma sempre di più anche di speranza, perché anche da qui è partito il processo dell’integrazione europea” [quel processo, come messo in luce dal ritrovamento di importanti documenti da parte dello storico Joshua Paul, finanziato dagli Usa che, tramite i “venerandi padri dell’Europa”, crearono una loro succursale di vili sempre pronti a servirli].

Boldrini: “L’anniversario della tragedia di Marcinelle ci ricordi quando i migranti eravamo noi. Oggi più che mai è nostro dovere non dimenticare”

Si tratta delle tre massime cariche di questo povero Stato italiano (mai ridotto così male) e bisogna quindi astenersi da commenti appropriati, visto il clima di “democrazia e libertà” imperante da quando ce lo hanno imposto gli americani, campioni di questo clima sociale idilliaco. Dico solo che mi vergogno profondamente per loro e per quegli italiani che ne seguiranno il verbo.
Il 20 giugno del 1946 fu firmato tra Italia e Belgio un accordo che prevedeva – per vincere la “bataille du charbon” – l’invio di alcune decine di migliaia di lavoratori italiani (2000 a settimana) di non più di 35 anni. Non si trattava, come nel caso odierno, di migranti in fuga né clandestini, alla ricerca di un “miraggio”; senza dubbio, almeno in molti casi, instillato in loro da organizzazioni criminali e anche da forze politiche in affanno e di una meschineria e vigliaccheria tali da cercare di avere a disposizione truppe per resistere alla caduta di credito e di stima. I nostri lavoratori di allora erano veramente poveracci senza lavoro e che accettavano condizioni pesantissime – e privi di protezioni criminali e non molte nemmeno da parte legale e ufficiale – pur di mantenere le loro famiglie, da cui spesso si separavano per molto e molto tempo. Non metto in dubbio che anche tra gli immigrati in Italia – ma soprattutto per quanto riguarda quelli precedenti la “primavera araba” – ci siano tante “brave persone”, qui arrivate per sopravvivere e aiutare le loro famiglie. Tuttavia, tra gli ultimi massicci arrivi, sembra proprio che prevalga tutt’altro genere di individui. Hanno pretese che i nostri lavoratori in Belgio (o in Svizzera, ecc.) nemmeno potevano pensare; non tutti, ma in buona quantità, si danno a reti di criminalità o di mendicanti. In molti, troppi, casi sono privilegiati in fatto di sistemazione in alloggio (per i senza tetto) o per quanto riguarda l’assistenza sanitaria. Non rispettano le nostre leggi (figuriamoci se ciò era permesso in Belgio a quell’epoca) e si permettono atti collettivi come quelli dell’articolo citato all’inizio, che si ripetono in continuazione.
Tuttavia, ripeterò ancora che tutto ciò accade non tanto per specifiche caratteristiche negative dei migranti di questi ultimi anni – il positivo e il negativo esistono sempre e, più o meno, nelle stesse proporzioni se non intervengono, appunto, fattori peculiari – ma soprattutto per la degenerazione profonda delle forze politiche che hanno assunto il comando nel paese dopo l’eliminazione giudiziaria – ma su precise indicazioni politiche provenienti da oltre atlantico – della prima Repubblica. Continuiamo per inerzia ad usare i soliti termini di un tempo. Quella che indichiamo come “sinistra” è però la marcescenza e putrefazione, di portata storica quasi unica, di movimenti “di protesta”, che ebbero fulgore negli anni della “rivolta” contro tutto e tutti, con una serie di ideologie che si volevano “futuriste” e “immaginifiche” e facevano presa su masse studentesche gravemente deprivate di facoltà raziocinanti e ammesse in massa, con decisione improvvisata e improvvida, agli studi detti “superiori”. Non che fosse positiva l’Università “ristretta” pre-’68, non oserei mai sostenere una simile corbelleria. Tuttavia, l’apertura non ha trovato affatto un corpo insegnante preparato; e quei pochi decenti sono stati investiti da masse di veri “alieni urlanti”, pieni di pretese, per nulla affatto contrastati dai ceti dirigenti, più o meno per gli stessi motivi per cui oggi vengono accolti in massa i migranti, senza la benché minima selezione. Il tutto si è via via trasformato in grave infezione. E oggi ne raccogliamo i frutti, “avvelenati”.
Non traggo conclusioni e non mi sogno di lanciare appelli salvifici. E’ un’infezione vasta e profonda; finché si useranno dei palliativi, il male si aggraverà. Bisogna incidere, far uscire il pus, disinfettare le ferite con prodotti estremamente radicali nella loro azione eliminatoria dei tanti germi in circolazione.
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In ricordo di Mauro (di R. Simonitto)

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Ricordare una persona che non c’è – e cercare di rendere partecipi gli altri di questa memoria -, da un lato allevia la pena per la perdita e, dall’altro, la indurisce.
Perché vorresti che l’assente fosse lì e, spettatore attento e partecipante, ascoltasse un repertorio di testimonianze, un corale di voci che mai ebbero tempo e modo di esprimersi, perse nella frettolosità del vivere quotidiano e nel pudore dei sentimenti.

E invece non sei più qui, Mauro, con i tuoi occhiali dal taglio ‘severo’, che nascondevano sì uno sguardo mite ma, nello stesso tempo, determinato e non domo.
Non sei più qui, con le tue considerazioni che spaziavano dalla filosofia occidentale a quella orientale, e che spiazzavano l’ascoltatore per la competenza delle associazioni che facevi connettendo tra loro alcune tematiche dei due campi.
Non sei più qui, con la tua ‘memoria culturale’ che poteva contenere anche gli aspetti più controversi. Ma non era uno sfizio eclettico, il tuo, bensì ti interessava sapere, conoscere, spaziare con la mente entrando in dialogo di pensiero con ogni sollecitazione ti paresse interessante da portare poi al confronto con i sodali (spesso in tutt’altre faccende affaccendati, così come capita a tutti di esservi trascinati, oggi!).
Non ti facevi vanto della tua cultura, tutt’altro: e, forse questo, fu il tuo errore (se così lo possiamo chiamare con i criteri odierni), o la tua debolezza: perché in questo mondo di merci, bisogna sapersi ‘vendere’!
Eri schivo in un quotidiano in cui tutti pesano con il bilancino del farmacista quanto danno e quanto prendono a livello di ‘audience’; con il rischio di sentirsi spaventati, spaesati nel profondo di fronte alla costrizione della dimostratività dei numeri di ascolto, di un apparire che poco si confà ad una persona, pur ricca, ma riservata.
Però ‘Eri’. Appunto con la tua umanità piena di risorse e debolezze, e non avresti dovuto dimostrare niente secondo quei canoni attuali che pompano l’apparire (la ideologica importanza dell’immagine) rispetto al contenuto: bastava solo il tuo ‘essere’. Ci bastava! A noi tuoi amici e compagni, ai lettori che ti seguivano con interesse nel Blog “Conflitti & Strategie” al quale davi un contributo di non poca rilevanza, a tutte le persone che ebbero modo di incontrarti e conoscerti, anche se di sfuggita.
E, purtroppo, quel tuo spaesamento non poteva nemmeno essere ‘agito’, come molti fanno, trasformandolo in quella specie di ‘genuinità’ d’accatto, quel ‘naif’ che viene propagandato e che comunque fa spettacolo.
‘Eri’ tu. Unico. Con la tua storia spericolata di adesioni ad ideali verso i quali la tua capacità critica ti fece penare profondamente i vissuti della contraddizione.

Per questo, amaramente e rabbiosamente, mi chiedo: a che (e a chi) serve tutto questo rimemorare se poi, alla fine, non ci saranno solo le selezioni del tempo ad operare indefettibilmente la scelta tra chi sarà ricordato e chi invece apparterrà alla numerosa anonima schiera di coloro che, in ogni caso, generosamente, hanno lavorato perché il processo storico vada avanti. Ma – e questa, secondo me, è la cosa più grave -, ci dimenticheremo la ‘lezione’.
La lezione che taglia fuori gli aspetti emotivi, e che invece (‘more capitalistico’, mi verrebbe da dire), spinge indefessamente al fare, a dimostrare di essere capaci, intelligenti, dotati e a dimenticare la solitudine profonda dell’essere, la sua sofferenza legata alle contraddizioni della vita, la sua non sradicabile tragicità.
Che è composta da sentimento e ragione.

E credo che Mauro ci abbia portato ad entrare in contatto proprio con questa ‘tragicità’.
Grazie, Mauro, per tutto quello che ci hai dato.
Ciao, amico.

R.S.

Conegliano, 08.08.2017

L’onta libica

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La vicenda dell’attacco alla Libia di Gheddafi del 2011 attesta non solo l’inettitudine di tutta la classe dirigente italiana a svolgere le sue funzioni ma anche la sua attitudine intrinseca a tradire gli interessi nazionali. Il tradimento è un fatto oggettivo che può concretarsi sia con una decisione presa ma anche con una non presa, da parte di chi ha in mano le redini del potere. Chi occupa un posto di responsabilità statale e non adempie ai suoi compiti può trasformarsi in un traditore per il fatto esclusivo di essersi sottratto alla scelta o di aver sbagliato opzione di fronte a questioni dirimenti per la salvaguardia nazionale. In questo episodio in particolare, non siamo soltanto in presenza di errori volontari ed involontari ma di omissioni belle e buone che hanno mutilato la politica estera del Paese, compromettendo anche la sua sicurezza interna. I media si accaniscono contro i furbetti del cartellino mentre nelle istituzioni abbiamo assenteisti politici cronici e recidivi che complottano contro lo Stato.
Da questo punto di vista ha ragione Salvini, però andrebbero processati tutti i vertici di quella fase storica, non solo l’ex inquilino del Quirinale. Almeno se quello che racconta Schifani, all’epoca degli avvenimenti Presidente del Senato, è vero. Afferma Schifani: “Eravamo all’Opera di Roma. Muti dirigeva il Nabucco. Alla fine del primo atto, il presidente della Repubblica ci chiese di trasferirci in un salottino riservato…il capo dello Stato, il sottoscritto, il premier Silvio Berlusconi, il ministro della Difesa Ignazio La Russa, il consigliere Bruno Archi, Gianni Letta e Paolo Bonaiuti…Archi ci mise in contatto con il ministro degli Esteri Franco Frattini che era a New York. E Frattini ci dipinse un quadro drammatico…L’Onu aveva votato una risoluzione che istituiva la no fly zone sula Libia. Ma soprattutto Sarkozy ci aveva fatto sapere che l’indomani avrebbe annunciato al mondo l’intervento militare e l’invio dei Mirage su cielo di Tripoli…Il momento era assolutamente drammatico, forse il più drammatico della mia presidenza. Sarkozy ci poneva davanti a una sorta di fatto compiuto: intervenire con la coalizione, che comprendeva Londra e Washington, oppure rimanere ai margini. E ci dava un ultimatum, poche ore per decidere…Una situazione complicata e fu in quel clima di ansia che Napolitano fece il passo decisivo…Napolitano disse testualmente: L’Italia non può rimanere fuori…Berlusconi soffriva, era visibilmente contrariato, stava quasi male. Si capiva benissimo che non condivideva per niente quella posizione…ma il presidente, che era anche il capo supremo delle Forze armate, con quell’ intervento chiuse la discussione. Pollice verso, partita finita.”

Ciò significa che da un lato c’era un Presidente della Repubblica che premeva per l’aggressione di uno Stato col quale avevamo siglato patti di amicizia e di collaborazione economica e dall’altro vi era un Premier incapace di impedire il disattendimento degli accordi siglati con un gesto forte di dissenso, come le dimissioni. Berlusconi, anziché rinunciare all’incarico, ha asseverato le iniziative belliche contro la Libia rendendosi complice del Colle. Le macchie indelebili sono, dunque, ampiamente distribuite tra i protagonisti citati. La cosiddetta “sofferenza” personale di B. non è un’attenuante, semmai è da considerarsi aggravante, perché egli, pur avendo compreso la gravità della situazione, il disonore che ne sarebbe derivato per l’Italia e i rischi internazionali connessi, non si è opposto ai guerrafondai ma si è unito a loro. Se oggi dalla Libia giungono sulle nostre coste migliaia di disperati, ai quali si mescolano anche terroristi, se abbiamo perso affari strategici in quella terra per miliardi di euro e se il caos nel mediterraneo ci minaccia così da vicino, è colpa di tutti loro. In solido. Lo scaricabarile non laverà l’onta. I danni provocati alla nazione saranno un macigno sulla loro memoria. Il Tribunale della Storia non distrugge i nastri.

 

MADURO CHE DURI

CHAV

 

La situazione in Venezuela è precipitata, dopo il referendum sulla Costituente di qualche giorno fa, e non si escludono colpi di mano violenti delle opposizioni, con l’appoggio dei governi occidentali. ll segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, vorrebbe defenestrare Nicolas Maduro, ingerendosi pesantemente negli affari di un Paese sovrano. Una violazione delle regole internazionali che però non indigna la stampa mondiale, perennemente prona agli interessi di Washington. Immaginate se Putin avesse dichiarato, così schiettamente, di voler rimuovere Poroshenko. La reazione dei media e dei “circhi” democratici filo-atlantici sarebbe stata di diverso tenore. “Stiamo valutando tutte le nostre opzioni politiche per creare un cambio di condizioni in cui o Maduro decide che non ha un futuro e vuole andarsene di sua spontanea volontà, oppure noi possiamo riportare i procedimenti governativi alla loro costituzione”, afferma Tillerson che, evidentemente, ritiene il Venezuela un’appendice degli Usa e non uno Stato autodeterminato.
Auspichiamo la strenua resistenza del gruppo dirigente chavista, fino alla sconfitta dei traditori interni e dei loro padrini esteri, tuttavia dobbiamo registrare l’incapacità dei vertici statali a compattare la società venezuelana. Le ricette finanziarie dei cosiddetti socialisti del XXI secolo si sono rivelate inadeguate a risolvere la pesante crisi che attraversa la nazione. Le battaglie per far uscire dalla povertà i ceti emarginati sono sacrosante ma per affrontare le sfide della fase occorre saper rilanciare tutta l’economia, favorendo il benessere dei ceti medi e stimolando gli investimenti delle imprese strategiche che non possono essere usate come enti assistenziali.
Qualche anno fa scrivemmo che queste sarebbero state le difficoltà a cui sarebbero andati incontri i post-chavisti. Quest’ultimi non sono aiutati da un approccio ideologico datato che mal si concilia con le esigenze dell’epoca multipolare. Non è elegante autocitarsi ma tant’è: “Le conquiste sociali del chavismo in Venezuela (che sono senz’altro da preservare) reggeranno unicamente se il Paese riuscirà a collocarsi intelligentemente negli spazi in ridefinizione della geopolitica intercontinentale, conservando ed accrescendo la propria autonomia decisionale. Parliamo di un popolo che fino ad alcuni anni fa soffriva di analfabetismo, elevata mortalità infantile, malnutrizione, disoccupazione, bassi salari, assenza di cure mediche ecc. ecc. Tutti temi messi al centro dell’agenda politica dall’ex Colonnello con le sue missioni volte a forgiare uno stato sociale funzionale ed accessibile. In era di scoordinamento multipolare – in cui i sistemi faticano a trovare la quadra perché non esistono stabili centri di riferimento e di regolazione politico-economica e in cui si accende una strenua concorrenzialità tra i competitors globali – non si respinge la crisi finanziaria senza fortificare le imprese di punta e la sovranità statale. Ad ogni modo, il bolivarismo dovrà coniugarsi, fino a snaturarsi nei suoi elementi idealistici incongrui, con l’oggettività di un certo modello di sviluppo, escogitando formule di identificazione e partecipazione pubblica meno fantasiose del socialismo del XXI secolo. Che sarà costretto dal corso degli eventi, quasi certamente, a segnare il passo. Un’altra incognita seria per i bolivaristi si apre proprio in questo periodo, con la successione ad Hugo Chavez. Nicolas Maduro ha qualità inferiori ed esercita meno seduzione del suo predecessore. Alle ultime elezioni si è affermato di misura sullo sfidante Henrique Capriles Radonski, che dice di ispirarsi al leader del PT brasiliano, Inácio Lula. Sta di fatto che scopriremo presto se dietro l’ex Presidente Chavez si è formato un gruppo dirigente all’altezza dei suoi compiti o se questa esperienza si concluderà tra spinte centrifughe intestine e provocazioni indotte da agenti forestieri, sempre all’opera in tutto il Sud America. Ci sono sintomi di lotte interne e divisioni acerrime che non promettono nulla di buono…L’avvenire dello Stato Venezuelano è legato al destino dell’intera area sudamericana e caraibica. Non si può dire che geopoliticamente il socialismo del XXI secolo abbia interpretato quel ruolo di aggregazione che era nei proponimenti dei suoi fautori, tanto che il più potente vicino nordamericano sembra non esserne così preoccupato. Gli Usa lasciano fare, convinti di ristabilire l’ordine in un secondo tempo, essendo attualmente trascinati su palcoscenici regionali e transcontinentali da essi ritenuti più fulcrali nell’attuazione della loro strategia generale” (Qui) . Forse, nei disegni americani, quel momento si è avvicinato, essendo in definizione le questioni in altri scenari.
Ps. Tutti quelli che stanno accusando Maduro di essere un delinquente ed un sanguinario non meritano alcuna considerazione. Chi lo sta osteggiando, in patria e fuori, è almeno un brigante e mezzo rispetto al “bandito” venezuelano.
Ps.2 Nutro molta simpatia per il Venezuela, luogo dove è sepolto Giovanni Petrosillo. Mio nonno. I miei parenti si lamentano del caos e della povertà. Non ho ragione di dar loro torto ma le cose possono sempre peggiorare come insegna la storia di quel Paese.

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