EUROPA UNITA: 60 ANNI DI SOTTOMISSIONE AGLI USA

il ratto d'europa

Oggi si celebrano 60 anni di sottomissione dei popoli europei al predominio Usa. Dunque, non c’è proprio niente da festeggiare perché le uniche a spassarsela davvero sono le corrotte e codine élite europeistiche legate all’impero americano. Tutta l’impalcatura istituzionale dell’Ue, fin dagli esordi, è stata concepita per perpetrare questo assoggettamento dell’Europa agli Stati Uniti. I gruppi dirigenti europei difendono con le unghie e con i denti tale architettura federalista, che esprime un ordine condizionato ed eterodiretto da Washington, poiché senza sarebbero spazzati via dalla Storia.

I popoli europei vivono sotto il tallone di ferro americano da più di mezzo secolo, con risultati che vanno peggiorando di anno in anno per il modificarsi delle condizioni geopolitiche mondiali. Se l’Ue si frantuma non finisce l’Europa ma si esaurisce la spinta di un asservimento, mascherato da progresso, che dura da una precedente epoca. Chi ritiene che gli assetti europei siano riformabili non ha ancora compreso la loro genesi. Solo una palingenesi completa dell’idea di Europa, inserita nelle dinamiche sociali e politiche odierne, può produrre un sistema diverso da quello attuale, con una diversa prospettiva storica e nuove alleanze internazionali.

Come abbiamo già scritto in passato, l’impotenza europea è stata elaborata a tavolino dalla potenza d’oltre-atlantico che ha guidato il processo di unificazione federale per i suoi interessi nazionali e non per il benessere continentale. La descrizione di questo quadro di rapporti di forza, svantaggiosi per l’Europa e favorevoli agli yankee, non è frutto di complottismo ma è suffragato da molte prove. Sono state la Cia e la Casa Bianca a gettare le fondamenta dell’edificio comunitario con l’unico scopo di piegare l’Europa ai loro piani di dominazione.

Come ha scritto lo studioso d’oltreoceano Joshua Paul, il quale ha scandagliato gli archivi istituzionali del suo paese, l’intelligence americana ha avuto una parte sostanziale nel creare e finanziare il mito europeistico per ragioni strategiche. I cosiddetti padri fondatori dell’Ue erano a libro paga dei servizi segreti americani: “The European Youth Campaign, an arm of the European Movement, was wholly funded and controlled by Washington. The Belgian director, Baron Boel, received monthly payments into a special account. When the head of the European Movement, Polish-born Joseph Retinger, bridled at this degree of American control and tried to raise money in Europe, he was quickly reprimanded. The leaders of the European Movement – Retinger, the visionary Robert Schuman and the former Belgian prime minister Paul-Henri Spaak – were all treated as hired hands by their American sponsors. The US role was handled as a covert operation. ACUE’s funding came from the Ford and Rockefeller foundations as well as business groups with close ties to the US government”. (The Telegraph). Senza dimenticare Jean Monnet, altro faro della mitologia europeistica, che faceva la spola tra Washington, Parigi e Londra per realizzare il grande progetto unionista, con la protezione dell’Amministrazione Usa. Pare che l’espressione “L’America sarà il grande arsenale della democrazia” sia uscita dalla sua bocca prima di finire in quella di vari Presidenti americani. Ecco il trust di cervelli senza spina dorsale, al servizio del nemico, che ci ha portato alla rovina sotto i nostri occhi.

Oltre a costoro ritroviamo tra i prezzolati anche uomini di Stato come Winston Churchill (che scrisse, non per niente, il saggio “Gli Stati Uniti d’Europa”) , Konrad Adenauer, Léon Blum ed Alcide de Gasperi. Non si è salvato nessuno e, ovviamente, nemmeno l’Ue nata sotto questo atroce peccato originale che ha segnato i suoi sviluppi successivi. E’ chiaro che i nipotini di questi cortigiani oggi si scandalizzino per i tentativi di Putin d’influenzare il corso delle elezioni in Europa, attraverso il sostegno ai cosiddetti movimenti populistici, perché sanno bene come funziona la cosa. Se dovesse un giorno verificarsi un simile spostamento geopolitico sarebbe la loro fine. Ce lo auguriamo affinché il nostro Continente inizi a brillare di luce propria e smetta di essere la sala da bagno dello Zio Sam.

LA SECONDA GUERRA CIVILE AMERICANA

america

 

Nel 1997, sulla televisione americana, andava in onda il film diretto da Joe Dante, The second civil war (la seconda guerra civile americana, nella traduzione italiana).
Una pellicola profetica, vista con gli occhi di oggi, abbondantemente superata dalla realtà, almeno in alcuni eventi e protagonisti.
La trama della proiezione parla di un’America invasa dagli stranieri che spinge il Governatore dell’Idaho a chiudere le frontiere, per impedire i flussi di clandestini da vari Paesi come il Messico. Ne nasce un contenzioso con il Governo Federale che tenta di infrangere il blocco cercando di far entrare in Idaho dei piccoli pakistani, rimasti senza genitori, dopo il lancio di una bomba nucleare da parte dell’India.
Il politico a capo dello Stato nord-occidentale degli Usa non si lascia intimorire, lancia il suo slogan anti-immigrazione e a difesa del sogno americano (L’America…come dovrebbe essere) che sembra quello di Trump (America…First) e mette la Guardia Nazionale a protezione dei confini.
Altri Stati, stanchi delle imposizioni buoniste di Washington, mandano i loro corpi di sicurezza a sostenere il coraggioso Governatore Jim Farley che proprio non comprende come si possa definire razzista “chi vuole preservare l’integrità della propria cultura”, salvare i posti di lavoro dei connazionali ed impedire alle banche e agli industriali di mandare la gente sul lastrico.
Farley, inoltre, come Trump è un vecchio porco sposato che si è innamorato di una giornalista messicana, la quale aspetta un bambino da lui. Ha già deciso di chiamare suo figlio Juan Pablo e di farne un grande leader americano, a dispetto di chi lo accusa di xenofobia, perché una cosa sono le orde di profughi ed un’altra è un solo messicano, per giunta figlio suo. Tuttavia, per amore della giornalista promette di far riaprire le frontiere, un’ora prima della scadenza dell’ultimatum datogli dalla Casa Bianca, e di avviare la successione. Qualcuno però a Washington viene informato male e anziché successione capisce secessione. Senza attendere il termine dell’aut aut l’esercito federale invade l’Idaho ed inizia la guerra civile. Gli americani si spareranno tra loro senza pietà per una decina di giorni finché non verrà riportato l’ordine dall’Amministrazione centrale.
Poiché, come dicevamo la realtà supera l’immaginazione, un tipo quasi come Farley (Donald Trump) è arrivato alla Casa Bianca con gli stessi slogan contro l’immigrazione, a favore dei lavoratori statunitensi e per il ripristino del sogno americano. Contro di lui si sono scatenati i politicamente corretti di ogni dove e i poteri forti, d’ispirazione democratica, usciti sconfitti dalle elezioni.
Con metodi menzogneri ed illegali costoro provano ora a rovesciare il legittimo Presidente. Ogni mezzo è lecito per raggiungere lo scopo, dalla propaganda-disinformazione (le accuse di razzismo) alle imputazioni, per ora solo adombrate, di alto tradimento (i legami con i russi). Dubito che, come nella finzione cinematografica, le cose possano sfuggire di mano ma non si può mai sapere. Certo è che gli Usa hanno sempre risolto tali problemi utilizzando sistemi più mirati e anche se non meno clamorosi. Evidentemente, nel Deep State statunitense la lotta si è fatta molto acuta ed è in atto una guerra per il potere più acerrima che in passato. E’ plausibile che si ridetermini un equilibrio in nome dell’unità nazionale ma prima che questo avvenga ne vedremo delle belle. Nulla sarà come prima perché una volta innalzato il livello dello scontro s’impone la tendenza a spingersi sempre oltre, finché non muta tutto il quadro dei rapporti di forza, trovando una nuova stabilizzazione. La fase di crisi politica mondiale agevolerà il verificarsi di simili eventi, negli Usa come altrove. La guerra per bande dominanti in tutto il pianeta sarà l’atout dei nostri tempi che cambiano. Ed i paesi più dipendenti dagli americani, in perdita relativa di potenza, sono quelli che sentiranno maggiormente le scosse che partiranno dal cuore dell’impero occidentale.

VOGLIONO UCCIDERE FINMECCANICA?

finmeccanicaOK

Matteo Renzi è vivo e vegeto e piazza i suoi uomini in alcune grandi imprese di punta a partecipazione statale. Gentiloni, attuale premier, si rivela (semmai ci fossero stati dubbi in merito) la sua testa di turco nel Governo e fa solo quello che il fiorentino gli ordina di fare. La nomina più importante, avvenuta nelle ore passate, è sicuramente quella del banchiere Alessandro Profumo alla testa di Leonardo, cioè di Finmeccanica, azienda strategica del settore aerospaziale. Profumo è uomo del Pd, almeno dai tempi in cui, con Passera ed altri “power brokers”, faceva la fila alle primarie del 2005, quelle vinte da Romano Prodi. Il guaio più grosso per la nazione è che il banchiere genovese è della cordata filo-americana, sponda democratica, benché per un periodo abbia lavorato pure nella banca russa Sberbank (della serie pecunia non olet). L’ex Presidente di MPS e AD di Unicredit è un estimatore di Clinton e di Tony Blair, il peggio che il liberalismo internazionale di sinistra abbia mai espresso. Parliamo della corrente più globalista ed ingerentista che ci sia, quella che ha portato le relazioni mondiali al disastro attuale, con speciale danneggiamento degli interessi italiani.

Infatti, si sussurra che Profumo sia stato mandato in Finmeccanica proprio per svenderla ai suoi referenti esteri. Si parla dei francesi ma vedrete che tutti gli altri squali reclameranno il loro boccone. E’ da qualche anno che il Pd prova a realizzare questo piano di spacchettamento della best company nostrana con il pretesto che la strategia manageriale di Finmeccanica sia “erronea, erratica, inconcludente” (rapporto Nens del 2013). Ma il colosso di Monte Grappa, con oltre 12 mld di fatturato e 40 mila dipendenti, rappresenta forse l’asset migliore del Paese. E’ questo che dà fastidio ai concorrenti stranieri, sia europei che americani. E’ per queste ragioni che la magistratura, eterodiretta da manine non autoctone, si accanisce contro il gigante industriale mettendo il popolo italiano di fronte al pessimo spettacolo di uno Stato che si autoprocessa e si scredita per favorire i competitors. Per impedire che i buoni risultati del Gruppo si protraggano la sinistra mondialista porta sullo scranno principale di Finmeccanica un banchiere che ha fallito nel risanare MPS ed è stato indagato per falso in bilancio e manipolazione del mercato. Mi pare che l’Ad uscente di Leonardo, Mauro Moretti, sia stato allontanato per qualcosa di simile, ovvero i suoi guai con la giustizia. E’ ovvio che sono tutti pretesti altrimenti la scelta non sarebbe ricaduta su di un sostituto con problemi giudiziari. Se quanto dicono alcuni commentatori è vero, ossia che Profumo in Finmeccanica abbia l’unico ruolo di liquidare le branche più redditizie della società, appoggiandosi ai suoi legami con la finanza internazionale, allora siamo all’ennesimo tradimento della nazione. Quando finalmente gli italiani si sveglieranno e cacceranno via tutti questi etnocrati che li depredano per conto di centrali mondiali assetate del loro sangue? Quando finirà questo scempio contro la sovranità nazionale? Mai, finché avremo al potere tali sicofanti che agiscono indisturbati.

L’ILLUSIONE PERDUTA. LINK ALL’ACQUISTO.

la-grassa-1-2

Link all’acquisto

la-grassa-1-2

lillusione-perduta-2

 

 

 

PREMESSA

Questo libro nasce da un seminario tenuto da G. La Grassa nel settembre del 2015, che è stato però ampiamente rivisto e rielaborato per meglio conseguire lo scopo cui mirava quell’incontro. Allo scritto principale ne sono stati aggiunti altri due dello stesso autore al fine di approfondire alcuni punti. Si è inoltre ritenuto importante arricchire il libro con le elaborazioni di Petrosillo e Tozzato, che discutono le tesi ivi sostenute secondo angolazioni diverse. Crediamo inutile dilungarci ad esporre quanto è chiaramente illustrato nelle pagine che seguono. Qualche breve considerazione invece sul fine ultimo della nostra fatica.

Un autore della ricchezza di Marx – e di cui sono state pubblicate dopo la morte migliaia di pagine da lui redatte quali appunti da ripensare e riscrivere successivamente, compito realizzato soltanto per il primo libro de “Il Capitale” (vera opera decisiva e fondamentale del “Nostro”) – presenta diverse sfaccettature. Non a caso, “arditi esegeti” l’hanno piegato in non so quanti sensi e direzioni. Intendiamoci bene. Di qualsiasi autore, grande o meno grande che sia, è possibile fornire interpretazioni relativamente differenziate. Tuttavia, entro ben precisi limiti, oltre i quali si giunge all’autentica falsificazione del pensiero di costui.

Gli inconcludenti tentativi di trattare Marx come filosofo o come economista infastidiscono per la manifesta incomprensione dell’utilizzazione che egli fece di date tesi dell’economia politica classica – costantemente studiata a partire dalla seconda metà degli anni ’40 e fino alla morte – nell’elaborazione delle sue concezioni in merito alla “formazione economica della società” (parole sue). Il preteso economicismo marxiano sta tutto nell’aver privilegiato la produzione quale fondamento della struttura (e forma) dei rapporti sociali, in base all’affermazione troppo semplicistica (da noi infatti criticata) secondo cui perfino un bambino sa che, se non si producesse anche soltanto per pochi giorni o settimane, la società non potrebbe sopravvivere. Tuttavia, egli affermò con la massima nettezza: “il capitale non è cosa, ma rapporto sociale”. E dei rapporti sociali – non di quanto e di cosa si produce e si consuma – si deve interessare ogni serio studioso di teoria della società, seguendo la lezione di colui che “aprì alla scienza il Continente Storia” (secondo la definizione di Althusser).

Noi ci siamo quindi sforzati di rendere coerente il pensiero di Marx dedito all’indagine scientifica delle trasformazioni subite dai rapporti sociali nelle diverse epoche della storia umana. Abbiamo individuato dove si situa il centro focale della sua analisi – la proprietà (potere di disporre) dei mezzi impiegati in quell’attività fondamentale per la vita e sviluppo della società che è appunto la produzione – e le conseguenze che ne derivano riguardo alla da lui prevista evoluzione dei rapporti sociali in quel paese, l’Inghilterra, preso esplicitamente quale “laboratorio” delle sue indagini sul capitalismo (più precisamente sul modo di produzione capitalistico; si veda la Prefazione al I libro de “il Capitale). Abbiamo indicato quale specifica dinamica storica venisse attribuita ai rapporti capitalistici (già in pieno svolgimento, secondo lui, mentre scriveva la sua massima opera) e quale dovesse esserne lo sbocco: il socialismo, ma come semplice fase transitoria che preparava il comunismo. Abbiamo pure ben precisato che cosa fosse per Marx una simile, solo futura, formazione sociale; non certo quella che impropri lettori dei suoi scritti hanno costruito con la loro, fra l’altro poco fervida, fantasia.

Tuttavia, le lezioni storiche del ‘900 accompagnate da una rilettura assai più attenta delle formulazioni teoriche marxiane – comunque scientifiche al 100%, perché fare scienza non significa affatto attingere la “Verità”, per la qual cosa servirà semmai la fede e non il travaglio scientifico – pongono in luce il punto debole delle stesse. L’abbiamo esposto con precisione; e abbiamo nel contempo proposto alcune ipotesi alternative per non disperderne completamente i preziosi contributi, evitando tuttavia l’ormai più che evidente impasse (storica come teorica) delle conclusioni e previsioni sostenute da Marx. Siamo convinti, senza presunzione ma nemmeno falsa modestia, che questo libro rappresenti un punto fermo in merito ad un’interpretazione del suo pensiero scevra da fastidiosi ideologismi e da ancora più sconsolanti utopie.

Consegniamo dunque il nostro lavoro a chiunque voglia prenderlo in considerazione con reale attenzione e libero da preconcetti pro o contro un Marx troppo spesso inventato, per poterlo portare in Cielo o inviare all’Inferno.

FINANZA E CIALTRONI

fusaro

«La speculazione, la speculazione» ripeté macchinalmente, combattuta dal dubbio. «Ah! È una cosa che mi sconvolge il cuore, fino  all’angoscia». Saccard, che conosceva bene i suoi pensieri ricorrenti, aveva seguito sul suo volto la speranza dell’avvenire. «Sì, la speculazione. Perché questa parola vi fa paura?… Ma la speculazione è il richiamo stesso della vita, è l’eterno desiderio che costringe a lottare, a vivere… Se potessi permettermi un paragone, saprei convincervi…». Rideva di nuovo, preso da uno scrupolo delicato. Poi, volentieri brutale davanti alle donne, osò ugualmente. «Vediamo un po’, voi credete che senza… come posso dire? senza lussuria, si farebbero molti bambini?… Su un centinaio di bambini che non si riescono a fare, se ne produce a stento uno solo. È l’eccesso che porta allo stretto indispensabile, non è vero?». «Certo» rispose lei, imbarazzata. «Ebbene! Senza la speculazione non si farebbero affari , mia cara… Perché diavolo volete che io tiri fuori il mio denaro, che rischi il mio capitale, se non mi promettete un appagamento speciale, un’improvvisa felicità che mi apra il cielo?… Con la remunerazione legittima e mediocre del lavoro, con il prudente equilibrio delle transazioni giornaliere, l’esistenza è un deserto assolutamente piatto, una palude in cui tutte le forze dormono e marciscono; invece, fate sfavillare con energia un sogno all’orizzonte, promettete che con un centesimo se ne guadagnino cento, offrite a tutti questi addormentati di mettersi a caccia dell’impossibile, di milioni guadagnati in due ore, in mezzo ai rompicolli più temerari; allora sì che comincia la gara, che le energie si moltiplicano, il parapiglia è così grande che la gente, pur sudando solo per il piacere, si mette a fare figli, voglio dire cose vive, grandi e belle… Ah! perbacco! ci sono tante porcherie inutili, ma certamente senza di quelle il mondo sarebbe finito». La signora Caroline si era decisa a ridere, anche lei; perché non aveva nessun falso pudore. «Allora» disse, «la vostra conclusione è che ci si deve rassegnare, perché tutto questo è nel piano della natura… Avete ragione, la vita non è una cosa pulita.

Zola, Il Denaro

******

La speculazione fa paura perché la si demonizza continuamente senza provare a capire la sua funzione nei sistemi capitalistici. Chi contribuisce ad alimentare lo spauracchio non rende un servizio ai dominati ma ai dominanti che puntano sulla confusione nelle menti per annichilire ogni possibile resistenza. Di questi apocalittici,  fintamente rivoluzionari, che partecipano al caos intellettuale generale ne conosciamo a iosa. Il loro linguaggio biblico contro la finanza ne rivela soprattutto la cattiva fede. Costoro, anziché spiegare i rapporti sociali che attraversano la sfera finanziaria, si limitano a lanciare anatemi contro il Moloch del denaro per eccitare le masse e condurle su una strada senza uscita dove non faranno mai del male a nessuno se non a loro stesse. La finanza è consustanziale al capitalismo con i suoi “spiriti animali,  non può essere rabbonita con le recite moralistiche di predicatori tardivamente keynesiani o comunisti, i quali vorrebbero mettere la museruola ad un Cerbero a più teste, amplificato dalle loro medesime narrazioni.

Prendiamo qualcuno a caso di questi presunti amici del popolo che fanno la guerra alla finanza adulterando la sua reale “natura”.

Diego Fusaro, figosofo itinerante della televisione italiana: “In effetti, il vero dissenziente, oggi, pare poter essere identificato in chi è eretico e non allineato rispetto al monoteismo idolatrico del mercato, al fanatismo economico-finanziario: e, dunque, a quella sacra teologia che, con i suoi dogmi imperscrutabili («ce lo chiede il mercato»), ci rende tutti adepti di un culto intimamente irrazionale, con la sua trinità composta dalla crescita fine a se stessa, dal nichilismo classista del profitto e dalla mercificazione integrale a detrimento della vita umana e del pianeta. Non vi è giorno che le omelie neoliberiste non celebrino, a reti unificate, questo culto, rinsaldando un consenso universale e una sincronizzazione di massa delle coscienze, che sembrano non vacillare nemmeno al cospetto delle catastrofi naturali, delle «tragedie nell’etico», come le etichettava Hegel, e del restringimento ogni giorno maggiore della democrazia che il fanatismo economico sta realizzando….Il nuovo ordine mondiale classista corrisponde, nella sua logica, al capitalismo divenuto absolutus perché realizzato nel superamento di ogni limite. Con la grammatica hegeliana, l’immane potenza del negativo si è integralmente dispiegata nella condizione dell’alienazione universale e della perdita di sé, da parte dell’umanità, nell’esteriorità deiettiva del fanatismo economico centrato sul processo di valorizzazione infinita divenuto fine a se stesso e sullo sfruttamento classista subito passivamente dal Servo…Il nuovo ordine globalizzato, al tempo stesso, ha saturato le coscienze, colonizzandole con un’ideologia gravida di potere che, in assenza di visioni antagonistiche, si è imposta nella forma del cosiddetto pensiero unico politicamente corretto…Con il Weltdualismus, si è, in pari tempo, estinto il dualismo delle prospettive e delle immagini del mondo. In suo luogo, si è venuto costituendo quello che, con diritto, è stato definito il pensiero unico e che già Marcuse aveva etichettato come «pensiero a una dimensione»7. Nella sua logica essenziale, esso corrisponde alla sovrastruttura ideologica della struttura del fanatismo economico-finanziario globale. È, in altri termini, l’ordine simbolico che glorifica i rapporti di forza esistenti, la logica illogica di un sistema che orbita intorno all’obiettivo della crescita illimitata, alle disuguaglianze sempre piú radicali, alla neutralizzazione della possibilità di dissentire rispetto a questa follia difesa con metodo dal Deus mortalis del mercato globale”. (Pensare altrimenti, Einaudi)

Dopo tutti questi versi ridondanti, di gusto religioso, quanto se ne sa di più dei meccanismi finanziari? Assolutamente nulla. Il filosofo, col suo scrivere, ha contribuito all’ingrossamento di una oscura teologia che intorcina, anziché chiarire, gli aspetti del problema.

Prendiamone un altro. Per esempio, il sociologo Luciano Gallino il quale ricorre, invece, ad un lessico fantascientifico, di grande effetto ma di nessun rigore scientifico, per illustrare il presunto ultimo stadio del Capitale: “Il finanzcapitalismo è una mega-macchina che è stata sviluppata nel corso degli ultimi decenni allo scopo di massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e insieme di potere, il valore estraibile sia dal maggior numero possibile di esseri umani, sia dagli ecosistemi. L’estrazione di valore tende ad abbracciare ogni momento e aspetto dell’esistenza degli uni e degli altri, dalla nascita alla morte o all’estinzione. Come macchina sociale, il finanzcapitalismo ha superato ciascuna delle precedenti, compresa quella del capitalismo industriale, a motivo della sua estensione planetaria e della sua capillare penetrazione in tutti i sotto-sistemi sociali, e in tutti gli strati della società, della natura e della persona” (Finanzcapitalismo, Einaudi). Il Capitale, per Gallino, non è rapporto sociale, come diceva Marx, ma cosa, megamacchina, “la quale, attraverso i suoi sistemi intermedi- le grandi imprese finanziarie e non – e le sue servo-unità di base, gli uomini economici, procede a estrarre valore, oltre che dagli esseri umani, pure dalla natura”.

 

Questa descrizione (come quella del filosofastro di cui sopra),  è un pauroso passo indietro rispetto alla scienza marxiana e benché tale analisi possa apparire appena più raffinata degli slogan puerili di Fusaro conduce, parimenti, in un vicolo cieco interpretativo che riproduce errori secolari, pre e post marxisti.

E’ bastata una mezza stagnazione, che dura sì da un decennio, per riaprire la bocca a simili pensatori di fantasia, pronti a speculare (sono loro i veri affaristi) sulle angosce che ogni crisi porta con se, per vendere copie di libri inutili e piazzarsi ancor meglio nell’Accademia dove s’imbrodano tra loro.  Tuttavia, anche l’ultimo mini-crollo economico non annuncia una trasmutazione palingenetica del capitalismo (veramente è da un bel pezzo che non è più quello di un tempo) divenuto definitivamente Moloch succhia-sangue o Mega-macchina finanziaria o chissà quale altra scemenza. Come ci ha insegnato La Grassa gli apparati finanziari sono ineliminabili fino quando non saranno superati i rapporti capitalistici: “La  finanza  nasce  dalla  presenza  del  denaro,  e  quest’ultimo  è  il necessario  duplicato della merce che è la forma generale assunta dai prodotti nella società moderna”. Nel Capitalismo non esiste una finale preminenza di una sfera sociale sull’altra anche se, a seconda delle fasi, una di queste può prendere il davanti della scena o condizionare maggiormente le dinamiche complessive del panorama sistemico. Ovviamente, questa divisione in sfere del capitalismo (meglio sarebbe parlare di uno specifico sistema a predominanza americana, sviluppatosi insieme alla potenza e proiezione geopolitica-economica-militare Usa) è artificiale e segue un determinato taglio della realtà ai fini di una decomplessificazione dei suoi elementi (ritenuti più importanti, sempre secondo l’epoca). Le tre sfere in questione sono quella politico(-militare), economico(-produttivo-finanziaria), ideologico(-culturale). La superiorità è semmai della politica, in quanto insieme di mosse strategiche per primeggiare in un ambiente sempiternamente conflittuale, che scuote ogni ambito societario (nelle sfere predette) modificando i rapporti di forza tra gruppi decisori (verso i quali sono trascinate anche le masse). Lascio volentieri la parola a La Grassa (con estratti da testi vari) che meglio di chiunque altro ha chiarito questi aspetti.

 

 

Gli agglomerati – i grandi organismi finanziari “monopolistici” che trattano la moneta e i suoi sostituti, surrogati e derivati: non soltanto gli apparati del settore bancario, ma anche quelli assicurativi e oggi quelli dei fondi pensione, e altri – sono tali in quanto precipitazione, condensazione, dei flussi reticolari conflittuali già ricordati, che interessano le varie sfere sociali ivi compresa quella che tratta il “duplicato” delle merci, l’“immagine” della ricchezza reale riflessa nello specchio della produzione effettuata secondo strutture di rapporti e modalità capitalistiche; sempre ricordando che tali  rapporti (conflittuali)  non  vanno semplicisticamente  ridotti, come  ha  fatto  certo marxismo, a quelli capitale/lavoro, bensì concernono pure quelli tra dominanti (economici, politici, ideologico-culturali), che sono anzi i rapporti decisivi nell’attribuire al capitalismo la sua forza espansiva e innovativa con riguardo alle forze produttive, quella forza che, pur attraverso devastanti crisi (nelle epoche policentriche), ha garantito la prosecuzione e sviluppo del sistema, la sua vittoria sugli altri che si pretendevano alternativi, l’inglobamento e assorbimento delle istanze critiche che predicano costantemente la sua crisi finale: si veda il miserevole punto d’arrivo politico e ideologico dei terzomondisti, degli  ambientalisti,  dei “diversi”,  in  massima parte  riavvolti nelle spire delle attività producenti profitto (pur talvolta dichiarandosi, cervelloticamente e risibilmente, no profit)…

Nel settore che manovra il denaro, l’elemento decisivo, da tenere sempre sott’occhio, è il conflitto – permanente pur se attraverso fasi di acutizzazione e di attenuazione, di crescente fluidità e di temporanea aggregazione collaborativa (alleanza) per meglio disporsi sul terreno del combattimento – tra gli agenti che ricoprono i ruoli e svolgono le funzioni strategiche di “gruppi di comando” delle “truppe” finanziarie. Ogni gruppo di comando di un esercito usa gli strumenti che possiede. I finanzieri manovrano il denaro e tutti gli strumenti che ne derivano. Ovviamente essi non hanno, in specie se lasciati “soli”, la visione dell’equilibrio di detti strumenti con quelli impiegati dagli agenti dominanti in altri comparti della società, arrivando così a mettere in circolazione una quantità eccessiva di mezzi finanziari e a utilizzarli in contingenze in cui sarebbe più efficace, ai fini della vittoria nella lotta per la supremazia, affidarsi a quelli specifici di altre sfere sociali: ad es. all’attività produttiva, in specie innovativa; o all’azione politica, in particolare di potenza; e via dicendo. ..

Quello che è un “riflesso speculare” della produzione di merci, il suo “duplicato” monetario, viene in questo modo ad essere accresciuto e reso eccessivamente sovrabbondante per il semplice fatto che gli agenti strategici dominanti nella sfera finanziaria hanno a disposizione tale strumento di battaglia, e questo sanno usare in modo precipuo. In tale senso e a causa di quest’uso, il mezzo monetario  diventa  meramente  speculativo.  Gli  “specchi”  dunque  si  moltiplicano  rinviando  continuamente, potenzialmente all’infinito, la stessa immagine. Se uno o più “specchi” vanno in frantumi, l’immagine si spezza o anche sparisce per un certo periodo di tempo, fino a quando quelli rimasti non vengano riposizionati onde rinviarsela nuovamente, in genere ormai deformata irrimediabilmente…

La crisi finanziaria – con cui, non a caso, si aprono quasi sempre le più vaste crisi di tipologia economica nella formazione capitalistica – non è però il sintomo dell’ormai irreversibile parassitismo da cui sarebbe caratterizzato il capitale, che avrebbe perciò raggiunto il massimo livello possibile di sviluppo. I critici anticapitalistici che si consolano sempre con queste speranze, e con vaticini demenziali di imminente fine del capitalismo, meriterebbero solo le più dure critiche e il più infamante ludibrio, poiché sono i principali responsabili della débacle dei dominati e del prevalere, pur dopo catastrofiche crisi, di nuovi gruppi di dominanti. Le crisi sono infatti uno dei momenti di trapasso dal predominio di dati gruppi di questi ultimi ad altri; mentre i dominati servono, in tali fasi di transizione, da “carne da macello”, e sono a quest’esito condotti da politici e ideologi asserviti ai vari gruppi di dominanti fra loro in lotta, o succubi delle mene mistificatorie dei loro agenti politici e culturali. Oggi, ad es., non è agevole, direi che è quasi impossibile, combattere una efficace battaglia ideologica contro il neoliberismo, se prima il campo “tra noi e lui” non è stato completamente liberato dalla sterpaglia infestante del “marxismo”, del “comunismo”, del “riformismo” e “neokeynesismo”; più altri “ismi” altrettanto nefasti che paralizzano ogni possibile intento di trasformare l’attuale formazione sociale: ambientalismo, pauperismo, antisviluppismo, egualitarismo in quanto mera massificazione della mediocrità, ecc. ecc. Impossibile farne un elenco esauriente soprattutto perché, individuata e sottoposta a critica una “quinta colonna” (ideologica e politica), i dominanti si affrettano a promuoverne di ulteriori…

Anche quando gli agenti strategici finanziari, moltiplicando gli specchi riflettenti lo strumento specifico (monetario) da essi controllato e manovrato come loro arma decisiva nel conflitto per prevalere, provocano eventualmente un forte scompenso (l’eccesso seguito dalla carenza) nell’impiego dello  strumento  in  oggetto  che  –  essendo  quest’ultimo  il  necessario  duplicato  della  capitalistica forma generale di merce [per inciso: ecco un altro motivo per cui l’analisi della merce, contrariamente a quanto anch’io pensavo un tempo seguendo Althusser, è decisiva al fine di comprendere la struttura e la dinamica della società capitalistica, pur se in un’ottica in parte modificata rispetto a quella  marxista  relativa alla proprietà e al conflitto  capitale/lavoro]  – coinvolge la  produzione e dunque l’intero assetto materiale della vita dei membri della società e i loro rapporti, non è affatto imminente o prossima la fine del sistema capitalistico. La crisi, pur se prevalgono inizialmente i suoi lati economici (primo fra tutti, in ordine di tempo, quello finanziario), dilaga poi nelle altre sfere della società, provocando spesso mutamenti politici e ideologici (il fascismo, ma soprattutto il nazismo, ne sono un esempio preclaro).   Niente dunque semplice parassitismo (termine che può risultare utile solo in un pamphlet per la sua diretta efficacia propagandistica) della finanza; si ha invece rottura degli equilibri nei rapporti di forza esistenti tra i diversi gruppi di agenti dominanti in reciproca lotta nelle differenti sfere sociali.

Si modificano insomma i flussi conflittuali che scorrono nel reticolo, sempre più fitto, costituente latrama dei tre comparti in cui possiamo suddividere (teoricamente) la società: economico (produttivo e finanziario), politico (ivi compreso lo Stato), ideologico-culturale. L’alterazione dei flussi è in un certo senso fisiologica, ma non è di tipo deterministico e non può quindi essere perfettamente prevista nei suoi tempi e nei suoi effetti di continuo spostamento dei rapporti di forza tra raggruppamenti (“classi”) e gruppi (strati e segmenti) sociali; tale spostamento non può essere mai veramente calcolato con esattezza né si è in grado di indicare con precisione le direzioni di mutamento dei rapporti di forza in questione. Siamo solo in grado di dire che l’ipertrofia finanziaria – il proliferare degli “specchi” e quindi l’uso speculativo del denaro – può, nel caso di gravi crisi, accentuare i conflitti tra dominanti, coinvolgendo i gruppi di agenti strategici della sfera politica (e, in subordine, di quella ideologica, ove si svolge il confronto/scontro tra le varie correnti teoriche, e culturali in genere).  Il capitale finanziario è in definitiva una espressione sintetica – e solo in questo senso la impiego – per indicare i flussi conflittuali che scorrono nel reticolo di rapporti tra gruppi di agenti strategici in lotta per la preminenza con l’“arma” del denaro (nelle sue svariate forme), flussi che si condensano (cosificano) in apparati vari di grandi dimensioni attuanti operazioni particolari. Gli apparati sono le imprese capitalistiche dello specifico settore finanziario ove, al di sotto dei ruoli dominanti esplicanti funzioni strategiche, agiscono quelli del management che persegue gli scopi di ogni e qualsiasi azienda: accrescere i ricavi e ridurre i costi, cioè massimizzare i profitti. Che tale massimizzazione non sia fine a se stessa – e soprattutto che essa non si consegua in ambito esclusivamente economico né con le sole metodologie della “buona” esecuzione (efficiente) del particolare processo di lavoro svolto in ogni dato ambito aziendale – non è conclusione cui sappiano giungere i gruppi  manageriali  dell’impresa.  Quanto  appena  detto  vale  in  generale  e  dunque  anche  per  il management delle imprese finanziarie. Esso agisce tutto sommato come Pinocchio: “seminare denaro” onde “raccoglierne di più”; a questa attività, come fosse avulsa da altre, esso dedica le migliori energie. Si tenga inoltre conto che la circolazione di quella merce peculiare che è la moneta, a parità di ogni altra condizione, è più semplice e “scorrevole” di quella di qualsiasi altra…

In ogni caso, per non allungare il discorso, appare abbastanza intuitivo che chi usa lo strumento finanziario, lo considera in se stesso e tende ad espanderlo – salvo l’eventuale intervento di altri organismi di controllo più centralizzato – senza troppo riguardo per gli equilibri “sistemici”. In linea generale, gli apparati del capitale finanziario, di per se stessi, tenderebbero alla moltiplicazione ipertrofica dello strumento da essi impiegato quale arma ai fini del loro reciproco conflitto nella specifica sfera sociale in cui agiscono. Il capitale finanziario cioè, se agisse da solo, si autonomizzerebbe perdendo di vista il complesso (il sistema sociale). Esso non è però mai solo e la conflittualità interdominanti è assai più complicata di quanto normalmente si pensi; il reticolo di flussi finanziari si intreccia con quelli delle altre sfere dell’economia, della politica, ecc. Lasciando cadere le banalità che si potrebbero dire sull’andamento dei flussi monetari in relazione a quello della produzione reale, diventa fondamentale l’analisi dell’interrelazione tra agenti finanziari e politici. Anche in tal caso, ci sono però molti discorsi, teorici e pratici, che non centrano il problema. Non mi sembra si sia fatta sufficiente attenzione all’intreccio tra agenti finanziari e politici nell’ambito di una più complessiva politica di potenza, che certamente contiene al suo interno anche quella specificamente economica (con le due contrapposte finalità appena considerate). Per considerare tale aspetto della questione è però indispensabile andare oltre le formulazioni teoriche relative ad un sistema economico capitalistico inquadrato secondo le sue caratteristiche tipizzate. E’ indispensabile allargare il discorso allo spazio (dell’intero mondo o di sue parti rilevanti) occupato da più sistemi interrelati, in genere ancora paesi o gruppi di questi uniti da particolari relazioni (come quelle sussistenti nella UE, ad esempio). E’ in quest’ambito che vanno situate le analisi in termini di potenza e di eventuali rapporti di dominanza/dipendenza, o invece di più o meno sorda o acuta conflittualità, tra dati sistemi (paesi o gruppi di paesi)…

Il rapporto tra finanza – intrecciata al resto della sfera economica (branche industriali, commerciali, ecc.) – e politica cambia aspetto in una visione di spazi più ampi, suddivisi in tanti comparti (sistemi-paese) fra loro articolati secondo i suddetti rapporti di dominio e subordinazione o di reciproca conflittualità. Non si può più nutrire la convinzione, non soltanto marxista (si pensi a Hobson per fare un nome), che la finanza assuma, nel capitalismo “monopolistico” (pensato quale fase o stadio ormai permanente di tale formazione trattata in generale), una decisiva e irreversibile predominanza. Nemmeno è però da teorizzare semplicemente che tale settore consenta, grazie alla “liquidità” dello strumento impiegato, la mobilitazione delle risorse con loro trasferimento dai settori più tradizionali a quelli innovativi. Sia l’uno che l’altro punto di vista sono “parzialmente” corretti, come altri ancora, in quanto si tratta di casi particolari del mutevole intreccio – che si viene costruendo, disfacendo e ricostruendo in fasi temporali diverse e in differenti spazi della formazione globale (mondiale) – tra i gruppi di agenti dominanti (quelli delle strategie), fra loro in lotta nelle tre sfere in cui si usa suddividere teoricamente la società…

Tiriamo le fila, anche se molto resta da dire e dovrà essere ancora chiarito e sviluppato in ulteriori studi. Parliamo di finanza con riferimento agli apparati che trattano della “liquidità” in svariati modi; tra tali apparati, quelli più tradizionali e noti sono le banche, ma oggi tale comparto è molto più variegato di un tempo. Tuttavia, ciò che conta è la conflittualità tra i vari gruppi di agenti dominanti (quelli che ricoprono i ruoli e funzioni delle strategie); e indubbiamente nel sistema capitalistico, data la sua configurazione ormai generalmente mercantile, non sussiste conflittualità possibile senza l’impiego degli strumenti monetari. Che tale funzione sia svolta dai più tradizionali istituti a ciò adibiti, quali sono le banche, oppure dalle assicurazioni e da altri organismi che trattano attività similari; o che tale liquidità sia invece nella disponibilità di grandi corporations industriali (e commerciali): tutto ciò è meno importante del fatto che il denaro è divenuto, nella coscienza empirica degli individui viventi nelle nostre società, il simbolo del successo e della potenza di chi ne detiene le più ampie quantità…

La coscienza empirica coglie ancora una volta verità parziali, monche, dunque spesso svianti. La potenza – quale mezzo principe per conseguire la supremazia – dipende da molti fattori (non esauribili in una semplice elencazione, come già rilevato), che hanno comunque alla loro base un complesso intreccio tra funzioni finanziarie (esercitate, come appena rilevato, da istituti che gestiscono specificamente la “liquidità”, ma anche dalle grandi imprese industriali, ecc.) e politiche. Quando ad esempio si va incontro a fenomeni di rottura degli equilibri sistemici a causa di una ipertrofia finanziaria, è evidente che i settori più precipuamente addetti all’impiego del mezzo monetario hanno agito con “eccessiva” autonomia inseguendo i loro particolari fini, sfuggendo o aggirando i controlli degli agenti politici o invece prendendo il sopravvento sugli stessi (che questi processi si manifestino spesso nella forma di una crescente corruzione di questi ultimi agenti da parte di quelli finanziari, è fenomeno importante ma non tale da dover essere qui sottoposto ad analisi). E’ solo il caso di aggiungere che, in tali congiunture, si verifica di solito una notevole confusione di ruoli e funzioni tra agenti strategici e management negli apparati specificamente finanziari (banche ecc.), con tendenza ad invertire i rapporti di mezzo/fine tra profitti e supremazia…

Poiché nel combattimento le varie strategie richiedono l’impiego di mezzi vari, e poiché questi sono generalmente merci la cui acquisizione necessita del loro “duplicato” monetario, la manifestazione più appariscente dello squilibrio generato dalla lotta per la supremazia si verifica nei settori finanziari in senso stretto. L’osservatore – purtroppo anche quello marxista tradizionale – è sempre rimasto accecato da tale manifestazione così “visibile ad occhio nudo” (per constatarla non vi è gran che bisogno di coscienza teorica); per cui non è mai riuscito a mettere a fuoco il processo cruciale che si svolge dietro ad essa, ha perciò sempre creduto nella mera potenza del capitale finanziario, nel suo incontrastato predominio.

 

L’ILLUSIONE PERDUTA. IL NUOVO SAGGIO DI LA GRASSA, PETROSILLO E TOZZATO.

gianfranco

Finalmente è pronto il saggio: “L’illusione perduta. Dal modello marxiano verso il futuro”. Il libro, pubblicato da NovaEuropa, sarà acquistabile già nei prossimi giorni dal sito dell’editore. Vi proponiamo qui quarta di copertina e premessa.

QUARTA DI COPERTINA

La prospettiva del comunismo, sulla base delle teorie di Marx, è stata smentita dalla Storia. La scienza marxiana ha prodotto importanti risultati nello studio del capitalismo ottocentesco, di matrice inglese, ma risulta oramai inadatta ad interpretare i capitalismi di oggi, quelli modellati sulla società dei funzionari (privati) del Capitale di origine statunitense. I capitalismi attuali hanno lineamenti comuni ma sono al loro interno estremamente differenziati, per caratteristiche (geo)politiche e sociali. E’ passato quasi un secolo e mezzo da quando Marx ha scritto la sua opera principale, “Il Capitale”, un periodo abbastanza lungo per prendere coscienza che la sua eredità non basta più ad interpretare le metamorfosi sociali succedutesi nel tempo. Le previsioni di Marx non si sono realizzate perché le sue deduzioni, derivate dall’analisi scientifica dei fenomeni e dei rapporti capitalistici, non hanno retto al confronto con la realtà. Negare questa evidenza significa degradare il marxismo da scienza a religione. Il comunismo, per il Moro, era il punto di approdo di un processo storico attivato dalle evoluzioni (ed antinomie) del modo di produzione capitalistico (il parto maturo nelle sue viscere), non un’utopia da coltivare moltiplicando ortodossie, illusioni e pie aspirazioni. Chi persevera in questo errore tradisce lo spirito della ricerca di Marx la cui valorizzazione sta nella contestualizzazione storica e nel suo sopravanzamento al cospetto di ipotesi indubitabilmente contraddette dai fatti.

In questo volume collettivo, Gianfranco La Grassa, Gianni Petrosillo e Mauro Tozzato approfondiscono tali aspetti del pensiero marxiano orientandosi alla sua critica e al suo definitivo superamento, in virtù di un nuovo approccio teorico, quello del conflitto strategico e della lotta tra agenti dominanti nella formazione capitalistica globale, che, per molti tratti, è ancora debitore della scienza di Marx ma con una sua esclusiva originalità interpretativa.

PREMESSA

Questo libro nasce da un seminario tenuto da G. La Grassa nel settembre del 2015, che è stato però ampiamente rivisto e rielaborato per meglio conseguire lo scopo cui mirava quell’incontro. Allo scritto principale ne sono stati aggiunti altri due dello stesso autore al fine di approfondire alcuni punti. Si è inoltre ritenuto importante arricchire il libro con le elaborazioni di Petrosillo e Tozzato, che discutono le tesi ivi sostenute secondo angolazioni diverse. Crediamo inutile dilungarci ad esporre quanto è chiaramente illustrato nelle pagine che seguono. Qualche breve considerazione invece sul fine ultimo della nostra fatica.

Un autore della ricchezza di Marx – e di cui sono state pubblicate dopo la morte migliaia di pagine da lui redatte quali appunti da ripensare e riscrivere successivamente, compito realizzato soltanto per il primo libro de “Il Capitale” (vera opera decisiva e fondamentale del “Nostro”) – presenta diverse sfaccettature. Non a caso, “arditi esegeti” l’hanno piegato in non so quanti sensi e direzioni. Intendiamoci bene. Di qualsiasi autore, grande o meno grande che sia, è possibile fornire interpretazioni relativamente differenziate. Tuttavia, entro ben precisi limiti, oltre i quali si giunge all’autentica falsificazione del pensiero di costui.

Gli inconcludenti tentativi di trattare Marx come filosofo o come economista infastidiscono per la manifesta incomprensione dell’utilizzazione che egli fece di date tesi dell’economia politica classica – costantemente studiata a partire dalla seconda metà degli anni ’40 e fino alla morte – nell’elaborazione delle sue concezioni in merito alla “formazione economica della società” (parole sue). Il preteso economicismo marxiano sta tutto nell’aver privilegiato la produzione quale fondamento della struttura (e forma) dei rapporti sociali, in base all’affermazione troppo semplicistica (da noi infatti criticata) secondo cui perfino un bambino sa che, se non si producesse anche soltanto per pochi giorni o settimane, la società non potrebbe sopravvivere. Tuttavia, egli affermò con la massima nettezza: “il capitale non è cosa, ma rapporto sociale”. E dei rapporti sociali – non di quanto e di cosa si produce e si consuma – si deve interessare ogni serio studioso di teoria della società, seguendo la lezione di colui che “aprì alla scienza il Continente Storia” (secondo la definizione di Althusser).

Noi ci siamo quindi sforzati di rendere coerente il pensiero di Marx dedito all’indagine scientifica delle trasformazioni subite dai rapporti sociali nelle diverse epoche della storia umana. Abbiamo individuato dove si situa il centro focale della sua analisi – la proprietà (potere di disporre) dei mezzi impiegati in quell’attività fondamentale per la vita e sviluppo della società che è appunto la produzione – e le conseguenze che ne derivano riguardo alla da lui prevista evoluzione dei rapporti sociali in quel paese, l’Inghilterra, preso esplicitamente quale “laboratorio” delle sue indagini sul capitalismo (più precisamente sul modo di produzione capitalistico; si veda la Prefazione al I libro de “il Capitale). Abbiamo indicato quale specifica dinamica storica venisse attribuita ai rapporti capitalistici (già in pieno svolgimento, secondo lui, mentre scriveva la sua massima opera) e quale dovesse esserne lo sbocco: il socialismo, ma come semplice fase transitoria che preparava il comunismo. Abbiamo pure ben precisato che cosa fosse per Marx una simile, solo futura, formazione sociale; non certo quella che impropri lettori dei suoi scritti hanno costruito con la loro, fra l’altro poco fervida, fantasia.

Tuttavia, le lezioni storiche del ‘900 accompagnate da una rilettura assai più attenta delle formulazioni teoriche marxiane – comunque scientifiche al 100%, perché fare scienza non significa affatto attingere la “Verità”, per la qual cosa servirà semmai la fede e non il travaglio scientifico – pongono in luce il punto debole delle stesse. L’abbiamo esposto con precisione; e abbiamo nel contempo proposto alcune ipotesi alternative per non disperderne completamente i preziosi contributi, evitando tuttavia l’ormai più che evidente impasse (storica come teorica) delle conclusioni e previsioni sostenute da Marx. Siamo convinti, senza presunzione ma nemmeno falsa modestia, che questo libro rappresenti un punto fermo in merito ad un’interpretazione del suo pensiero scevra da fastidiosi ideologismi e da ancora più sconsolanti utopie.

Consegniamo dunque il nostro lavoro a chiunque voglia prenderlo in considerazione con reale attenzione e libero da preconcetti pro o contro un Marx troppo spesso inventato, per poterlo portare in Cielo o inviare all’Inferno.

LA POLITICA E’ SEGRETEZZA

SudItaliabordello

Il mito della trasparenza in politica è una sciocchezza. Ad una simile stupidaggine possono credere solo i militonti grillini o anche quelli di altri partiti i quali, con la partecipazione e l’impegno, si costruiscono una falsa coscienza civile che è l’altra faccia della medaglia della loro ignoranza delle dinamiche sociali.

I capi no, loro non prestano fede a queste storielle benché le lascino proliferare tra il popolino bue. I dirigenti, pentastellati o meno, sanno benissimo che meno si conosce di quel che realmente pensano e, soprattutto, di quel che fanno e meglio è. Alle moltitudini si danno in pasto le narrazioni sulla pulizia morale dell’organizzazione, tutta dedita al bene comune e al cambiamento etico, quelle sull’onestà-ta-ta dei suoi ispiratori votati al sacrificio disinteressato per il prossimo, quelle sulla chiarezza di iniziative di pubblico interesse mentre dietro le quinte si tessono continuamente le trame volte a preservare ed estendere il comando e a conquistare sempre più cadreghe nei posti chiave dello Stato o di partecipate dallo stesso.

E’ normale che nel mercimonio completo della politica italiana qualcuno fotte meno di qualche altro, per pudore o per noviziato, ma ciò non muta la sostanza del ragionamento. Tuttavia, non bisogna pensare che agire copertamente significa sempre imbrogliare la comunità, come accade nella nostra epoca degenerata dominata da furfanti di professione e da imbonitori per inclinazione.

Quando, per esempio, si perseguono obiettivi di preservazione della sovranità nazionale, di limitazione dell’influenza straniera sul proprio territorio, di rilancio delle attività strategiche del Paese, tanto in ambito internazionale che interno, la prospettiva, ovviamente, cambia. Questo non significa che i drappelli che inseguono tali scopi “superiori” siano amici del popolo. Il popolo (nella sua suddivisione in segmenti e strati sociali differenziati) è sempre uno strumento nella mani di questi settori che confliggono con altri per affermarsi e imporre la propria interpretazione del mondo. Sicuramente, formazioni con siffatti intendimenti vanno appoggiate nella loro lotta contro quelle che, invece, nel perseguire i loro interessi danneggiano la nazione o la svendono a potentati esteri.

E’ vero che la gran massa non potrà mai cogliere queste situazioni fino in fondo (e, certo, non intendiamo cadere nell’eccesso opposto sostenendo che la politica è solo azione dietro il sipario perchè anche quella fatta alla luce del sole ha una sua valenza non sopprimibile) ma alla retorica e alla demagogia si deve porre un limite, in primo luogo quando è palese che i moralizzatori all’opposizione fanno il medesimo gioco dei sicofanti che governano, magari appoggiandosi ad elementi di contatto stranieri poco diversi da quelli che sostengono le élite ora predominanti (o sub-dominanti, se guardate da una angolazione globale), a causa delle quali l’Italia è divenuta un bordello. Sul medesimo piano mistificatorio si devono porre alcuni sedicenti rivoluzionari, i quali distraggono la pubblica opinione con teorie e slogan di facile appeal, come quelli contro la finanza predona, che hanno il compito compito di mascherare determinati rapporti di forza politici (non esistono congreghe finanziarie, occulte o no, che non si appoggino agli Stati per penetrare i mercati e le nazioni) al fine di dirottare la rabbia di massa verso elementi secondari o non centrali dei meccanismi sistemici.

Fortunatamente ci sono analisti seri che tirano fuori l’argomento. Come Germano Dottori su Limes, il quale (affrontando lo spinoso il tema del complotto) scrive che, nell’azione politica “…per ottenere un risultato favorevole in un ambiente competitivo nel quale operino dei rivali aventi interessi opposti a quelli perseguiti occorrono infatti alleanze, segretezza e stratagemmi. Il concorrente va ingannato, confuso, isolato e destabilizzato, in modo tale da pregiudicarne le possibili contromosse e indurlo a cedere. È la logica non lineare della decisione in campo conflittuale a rendere necessaria la cospirazione, perché il corso d’azione più semplice è anche quello più immediatamente intelligibile da tutti, inclusi gli avversari che si vogliono sconfiggere. Capita allora il paradosso sul quale poggia tutto l’edificio della strategia: non è la retta il percorso migliore tra un attore politico e la soddisfazione del suo interesse, ma una fra le possibili traiettorie alternative più accidentali e meno prevedibili.  Non sono in questione il carattere moralmente positivo o negativo di un traguardo o di una linea operativa. Quello che conta è la modalità attraverso la quale i soggetti politici cercano di raggiungere i loro obiettivi laddove questi competano con quelli di altri attori. Solo una parte della lotta politica si svolge alla luce del giorno anche nelle democrazie più avanzate, come quella americana o la nostra. Dobbiamo probabilmente a Niccolò Machiavelli la valutazione più corretta del peso relativo dispiegato sui processi politici dalle astuzie cospiratorie e dai vari fattori materiali concorrenti: nel Principe, testo che paradossalmente proprio gli italiani conoscono meno, probabilmente perché concentrati sullo stile della sua prosa, il segretario forentino è al riguardo chiarissimo. Cesare Borgia, detto “il Valentino”, che pure incarna l’ideale dell’abile cospiratore ambizioso, fantasioso e privo di scrupoli, alla fine viene sconfitto e manca l’obiettivo di dare solidità al suo Stato perché neanche la sua capacità di manovra può ovviare alla precarietà della propria posizione geo politica, legata alla sopravvivenza momentanea di un papa consanguineo e condizionata dall’insufficienza delle forze. Machiavelli lo spiega ancora più efficacemente quando descrive le cause della nostra crisi di fine Quattrocento nel suo Dell’arte della guerra, criticando i limiti di una classe dirigente impegnata a ottenere vantaggi marginali nell’incessante competizione tra i principati italiani attraverso la furbizia diplomatica o il sapiente utilizzo politico delle costosissime truppe mercenarie, mentre incombeva sulla nostra penisola la minaccia degli eserciti delle nuove grandi potenze europee, che l’avrebbero dominata per più di tre secoli . È da qui, dunque, che si deve partire per valutare il ruolo svolto dalla cospirazione nella vicenda politica a fronte delle altre determinanti del successo o del fallimento. Il complotto non può spiegare sempre e comunque l’esito di un confronto, come giustamente viene rimproverato a coloro che ne fanno la chiave di lettura esclusiva delle dinamiche politiche, ma ipotizzarne l’esistenza e decifrarlo aiuta a comprendere le intenzioni delle parti coinvolte nella lotta e ricostruirne l’apporto a un dato risultato”.

Il nostro Gianfranco La Grassa è stato altrettanto esplicito al riguardo nel suo scritto: “Stato, Interesse Nazionale. Perché scegliamo in questa fase l’Autonomia Nazionale”. Afferma l’economista veneto, sottolineando le sottomissioni straniere che bloccano e danneggiano il Belpaese,  che: “I conflitti più acuti e più significativi sono quelli tra Stati. Di conseguenza, diventa in un certo senso scopo preminente seguire gli eventi di quella che è la politica internazionale, l’interrelazione tra i diversi Stati, lo stabilirsi di determinati rapporti di forza tra essi, il loro eventuale modificarsi i cui effetti ricadono immediatamente anche sull’andamento dei sistemi economici. Tuttavia, abbiamo già ricordato come gli Stati siano un insieme organico di svariati apparati, di cui alcuni sono quelli adibiti all’effettivo uso del potere (mentre altri hanno un carattere più propriamente amministrativo, diciamo così). E’ allora rilevante la comprensione dei contrasti in atto tra quei gruppi d’élite che si battono per il controllo e l’uso di tali apparati. Poiché questo “battersi” è appunto la politica, è un intreccio tra differenti strategie svolte per conquistare la supremazia, i gruppi d’élite (se tali sono effettivamente) debbono essere strettamente correlati con dati nuclei in cui si elaborano le strategie. E poiché le mosse della politica mirano al successo nell’ambito di uno scontro tra le varie élites, la segretezza è d’obbligo; e ogni venir meno della stessa o è una di queste mosse o è lo sgretolamento della “copertura” (lo sbucciarsi della “corteccia”) dovuto ad un acuirsi del combattimento tra due o più “attori”. Del resto ho già ricordato un fatto ben noto a chiunque segua minimamente le vicende politiche. Non esistono élites dirigenti dei gruppi sociali nei diversi paesi, che non siano variamente interrelate tra loro in senso economico, politico, culturale. E certamente nel nostro paese, e più generalmente in tutti i paesi europei, in misura maggiore o minore queste élites sono strettamente collegate con quelle statunitensi, ponendosi nei loro confronti in una situazione di maggiore o minore subordinazione. In questo senso, gli Stati Uniti sono ancor oggi il centro di un ampio sistema mondiale di paesi; in particolare, hanno la guida, per quanto a volte appena mascherata, dell’intera UE che, come già detto, è in definitiva un’organizzazione parallela a quella della Nato. E’ impossibile seguire le vicende politiche interne di un qualsiasi paese europeo senza tener conto dei rapporti di subordinazione rispetto al paese predominante. Questo è particolarmente valido per l’Italia, paese la cui subordinazione è di alto livello e va crescendo. E continuerà a crescere per quanto diremo subito appresso”.

Se i nostri politici infarciscono i loro comizi, televisivi o sulla rete, esclusivamente di chiacchiere moralistiche e pseudodemocratiche, salvo poi mostrarsi più sporchi e farabutti dei predecessori o di chi momentaneamente li sopravanza sulla scena politica, il motivo è la loro scarsa visione dei processi epocali o la loro sudditanza ai poteri forestieri di cui parla La Grassa. Diffidate di chiunque pronunci parole come democrazia, diritti, cultura, solidarietà, ambiente, ecc. ecc. unicamente per coprire vuoti strategici.  Parlano d’altro per non affrontare i veri problemi dell’Italia, soprattutto la sua subordinazione agli Usa e all’Ue.

ROMPERE CON LA DEMOCRAZIA

cartina_italia

La magistratura non è un potere ma un ordine dello Stato. Così la pensava anche Cossiga, uno che la sapeva lunga in materia e che giudicava con disprezzo lo sconfinamento di campo dei giudici nella vita politica.

Con Tangentopoli i magistrati hanno, invece, decretato la morte della I Repubblica e condizionato pesantemente l’attività della II, con risultati devastanti, fino ai nostri giorni. Sono stati i togati ad aver facilitato, agli inizi degli anni ’90, il golpe di Palazzo che ha spazzato via democristiani e socialisti, tenendo in piedi gli ex comunisti e i cattolici di sinistra. Quest’ultimi hanno preso il controllo delle istituzioni, sia civili che “morali” (producendo varie distorsioni culturali), del Paese approfittando del nuovo clima internazionale post guerra fredda. Con l’implosione dell’Impero Sovietico gli Usa hanno esteso il loro dominio all’Europa dell’ex Patto di Varsavia spostando la prima linea del fronte antirusso alle porte di Mosca. Le classi dirigenti nostrane che avevano fatto da argine al socialismo realizzato, giostrando con le contraddizioni del bipolarismo imperfetto Usa-Urss per tenere d’occhio l’autonomia e il benessere nazionale, furono ritenute inadatte a gestire la mutata situazione dei rapporti di forza, ormai totalmente sbilanciata a favore di Washington e del suo ordine unipolare.

Chi non è capace di leggere l’azione di Mani pulite in quest’ottica mondiale non è in grado di comprendere la portata di quella finta rivoluzione che ha ridotto l’Italia ad un concorrente di serie B del panorama occidentale. L’importanza strategica del Belpaese per i predominanti Usa non è mutata ma è cambiato il prezzo al quale la sua subordinazione viene assicurata dai servi che ora l’amministrano, senza badare al suo presente e al suo futuro.

Non contiamo più nulla all’estero e in Europa non perché non vi siano i margini per recuperare spazi d’azione, anzi l’aprirsi di una recente fase multipolare suggerirebbe il contrario, ma perché abbiamo al potere gente priva di spina dorsale e completamente dedita alla cessione di sovranità, per accreditarsi verso i padroni-predoni stranieri.

In assenza di una politica forte è allora ancora la magistratura a condizionare gli scenari istituzionali, colpendo sia in ambito parlamentare che economico. E’ quest’ultima a frenare con le sue indagini ad orologeria la penetrazione delle nostre imprese di punta sui mercati esteri, qualora vengano toccati gli interessi degli Stati che ci sovrastano, ed è quest’ultima ad entrare a gamba tesa nella bagarre politica per influenzare gli esiti di governo, al fine di garantirsi privilegi di casta e rispondere ad ordini sovranazionali. C’è da dire che essendo i partiti e gli uomini di partito tutti ricattabili – per via di quel passato in cui hanno aderito alla sceneggiata moralizzatrice giudiziaria, pur avendo l’anima sporca e preservandola sempre tale, con successive malversazioni e ruberie di Stato a scopo personale o, al massimo, categoriale – diventa agevole colpirli con indagini, avvisi di garanzia e arresti volti a condizionare gli equilibri politici con la costante vidimazione dei nostri “protettori” extraterritoriali. Ora ci stanno provando anche con Renzi, dopo che lo stesso si è avvantaggiato di speculari sistemi per screditare avversari e amici-nemici interni al Pd. Un circolo vizioso che non accenna ad esaurirsi da quasi vent’anni, con grande nocumento per le prospettive del Belpaese, sia geopolitiche che interne. I pochi elementi non implicati nel disastro in atto (penso ai 5 Stelle) hanno, tuttavia, sposato, con un’enfasi settaria e persecutoria, le deleterie logiche giustizialistiche e moralistiche alla base di tutti i nostri guai, dimostrando di non essere all’altezza del compito di liberare la Penisola dai suoi carnefici. Aderendo, inoltre, a sciocchezze ambientalistiche e complottistiche di ogni tipo, propalate apposta per frenare il nostro sviluppo economico, i grillini sbarrano il passo all’innovazione di cui avremmo bisogno in svariati campi scientifici ed industriali.

Stesso ragionamento vale anche per i cosiddetti populisti (Lega e FdI) i quali non riescono a slegarsi dai famigerati richiami democratici che producono solo lagne e piagnistei, provando di non essere poi così cattivi come sembrano e come, invece, dovrebbero, laddove si tratta proprio di rompere la gabbia d’acciaio della democrazia in stile americano e la sua scimmiottatura europeistica, per restituire all’Italia un proprio stile originale, adeguato ad evadere dalla sua sudditanza agli Usa-Ue e per rispondere a quelle istanze liberatorie che potrebbero rilanciarla sul teatro internazionale.

Finché non apparirà all’orizzonte una forza nazionale capace di respingere democrazia, falsi miti di pace e solidarismo ed idiozie ecologistiche non usciremo dal burrone storico in cui siamo tristemente piombati. Eppure l’avvento di una forza così fatta e risoluta è la nostra unica speranza.

Un omicidio è delinquenza, un milione è eroismo

taxi

Giornalisti, politici, sindacalisti, esperti tuttologi in nulla abbellito con niente ed altre teste vuote assortite che affollano, generalmente, i media politicamente corretti hanno condannato all’unanimità la protesta violenta dei tassisti esasperati dalla concorrenza di Uber et similia. Né pugni in faccia né braccia tese, dicono sdegnati lor signori abituati ai modi falsi e cortesi dei salotti buoni dove s’incontrano per tramare sulle nostre teste. Li condanno anche io “tassinari”. I tirapugni ed i saluti romani sono demodé, come il servizio taxi. Non siamo più ai tempi “de Marco Caco”. Con questa gentaglia che non ha cuore per gli italiani in difficoltà bisogna essere più risoluti. Occorre passare dalle cazzottiere ad altri strumenti più efficaci e meno rudimentali. E basta pure con i rimpianti per un regime flaccido come quello fascista che ricorreva all’olio di ricino e ai manganelli per zittire disfattisti e guastafeste con risultati non sempre soddisfacenti. Ormai ci vuole ben altro per mettere in riga questa nazione che sta sprofondando nell’abisso della degenerazione politica, economica sociale e culturale. Provo simpatia per i tassisti perché il loro mestiere è in estinzione, rende sempre meno mentre la fatica e la frustrazione, purtroppo, raddoppiano. Hanno tutto il diritto di lamentarsi contro un governo che spilla soldi per licenze e tasse, nonostante i profitti calanti, non mostrando un minimo di compassione per la loro condizione lavorativa. Se avessi vissuto nel ‘800 avrei avuto la stessa empatia per i poveri luddisti, storicamente perdenti, proprio come i tassisti, costretti a distruggere i telai per non essere buttati fuori dagli opifici sempre più meccanizzati. Rabbia inutile ma comprensibile. Ma che volete da questa gente, che si suicidi col sorriso sulle labbra e senza rompere i coglioni? Con la violenza non si ottiene nulla, affermano i finti buonisti di cui sopra, proprio loro che approvano le bombe intelligenti americane ed occidentali lanciate contro gli Stati recalcitranti all’ordine globalizzato, senza versare mai una lacrima per i disperati che le beccano su crani. Ha ragione Paragone che su Libero scrive: “…la rabbia di chi non si rassegna a farsi asciugare il proprio stipendio sarà sempre maggiore. Fatevene una ragione. Se uno tenta di strangolarmi, io mi ribello. E divento violento. O contro gli altri o contro me stesso. Se lo divento contro gli altri, ottengo ascolto. Se invece lo divento contro me stesso,ottengo due minuti di compassione se va bene. E poi basta. Giù la maschera: il nostro ipocrita perbenismo vorrebbe che la violenza si materializzasse solo verso se stessi. Meglio i suicidi,delle manifestazioni dure, dei blocchi stradali, delle urla. La violenza dei tassisti e degli ambulanti disturba perché è caos collettivo. Il suicidio è silenzioso. Il suicidio lo rimuovi alla svelta, le macerie restano nell’animo dei familiari. Il suicidio è della stessa invisibilità cui stiamo spingendo il lavoro, i salari, i diritti”.

Probabilmente, il mestiere di tassista soccomberà per le innovazioni introdotte dalle nuove forme di mobilità nel trasporto di persone, forse qualche stoico riuscirà a resistere negli anfratti delle mutazioni logistiche dei percorsi cittadini ma il cambiamento non si può arrestare. Questo non vuol dire che si debba sputare in faccia a chi ci sta rimettendo tempo, denari e identità opponendo una sterile resistenza alla vita che trasmuta. Quei lavoratori devono essere necessariamente risarciti, ricollocati, accompagnati alla pensione ecc. ecc. Non li si può abbandonare come ormai si usa in questi nostri giorni sventurati. I fondi dello Stato non devono servire solo a salvare le banche legate ai partiti, salvo poi accusare gli italiani di aver vissuto a lungo a spese di pantalone. Tutto falso. Se la Penisola ha qualche problema di conti pubblici è perché i suoi gruppi dirigenti hanno arraffato dalle casse pubbliche distribuendo briciole al resto della popolazione. Sono loro che hanno sperperato e svenduto il patrimonio collettivo, non gli italiani. Sono state le combriccole (dominanti nel Belpaese ma servili verso l’estero) dei partiti, dei sindacati, dell’alta finanza speculatrice e delle industrie decotte ad aver rovinato la nazione portandola sull’orlo della bancarotta.

E’ vero, ostacolare il mutamento non si può, salvare chi è rimasto indietro è, invece, un obbligo di governanti responsabili e seri. Quelli che noi non abbiamo. Non sono sicuro che, come scrive Porro sul suo blog, la new economy stia “distruggendo l’economia tradizionale con la medesima forza con cui la rivoluzione industriale ha spazzato via la civiltà agricola”, tuttavia è innegabile che l’Italia sia sempre attardata rispetto alle trasformazioni in corso. I “progressi” dell’epoca sono gestiti malamente e con una mentalità micragnosa da parte dei gruppi decisori (meglio sarebbe dire oligarchie etnocratiche guidate da manine straniere), politici ed economici, che scaricano i costi dei loro ritardi e imbrogli sui ceti subalterni.

Per questo la presunta violenza dei tassisti non mi scandalizza ed, anzi, la comprendo. Nemmeno però mi soddisfa questa escandescenza estemporanea perché non è adeguata a spazzare via la marmaglia che sta devastando il Paese. Ci vuole ben altra organizzazione e visione politica per sbarazzarsi di certi lestofanti attaccati alla cadrega e al nostro sangue. Come recitava Chaplin nel bellissimo film di Monsieur Verdoux, scritto insieme a Orson Welles, “il delitto [e anche la violenza] al dettaglio non rende abbastanza, per avere successo in qualsiasi cosa bisogna essere organizzati…un omicidio è delinquenza, un milione è eroismo, il numero legalizza”. Chi ci massacra ogni giorno conosce questa morale alla perfezione. Impariamola finalmente anche noi.

1 2 3 91