GORBACIOV: IL MAGGIORDOMO SUL LUOGO DEL DELITTO

BASI

Mikhail Gorbaciov ritorna sul luogo del delitto, come un maggiordomo dilettante colpevole già al primo sguardo. Tra pochi giorni ricorre quel nefasto 25 dicembre in cui, ormai quasi 26 anni fa, egli si dimise da Capo dello Stato Sovietico favorendo la dissoluzione dell’Urss, ufficialmente proclamata il giorno successivo. Oggi Gorbaciov dichiara: “Schiumo dalla bocca, come si suol dire, si chiamo’ alla preservazione dell’Unione ma il popolo rimase silente. Gli intellettuali rimasero muti”. Costui reclama di essere stato lasciato solo in un momento critico della Storia del Paese. Ma è solo il pretesto di un individuo meschino che si arrampica sugli specchi. L’Urss non doveva capitolare in quel modo poiché c’era lo spazio per avviare un periodo di riforme controllate che non si riducesse ad una mera svendita dello Stato per favorire lo storico rivale geopolitico, gli Usa. Chi vuole restaurare il comunismo è senza cervello, chi non lo rimpiange è senza cuore. Dice bene Putin, in quanto c’è da rimpiangere il ruolo geopolitico del grande blocco dell’Est che per decenni si era opposto alla società occidentale a trazione statunitense, ponendo importanti limiti all’espansione della potenza oltreoceanica poi divenuta egemone su tutto il globo. Il tradimento di Gorbaciov non avvenne, del resto, in quei giorni ma iniziò con la perestrojka o catastrojka, fase di false riforme e promesse mancate che diede il colpo di grazia all’Unione Sovietica, la cui stagnazione andava avanti dagli anni ’50. Abbiamo spiegato altrove che il tradimento è il risultato di un processo oggettivo il quale si realizza per determinate circostanze e condizioni storiche. Ma ciò non sgrava quest’uomo dall’averlo incarnato, essendo stato lui il portatore soggettivo di una dinamica dissolutoria che mandò in rovina, non l’idea (irrealizzabile) e l’ideologia del socialismo, ma la Russia e i suoi satelliti. Gorbaciov e la sua cricca di liquidatori, nonché chi prese il potere successivamente (Eltsin ed oligarchi), debbono assumersi le responsabilità di quanto avvenuto dopo le loro politiche ed eclissarsi per sempre dalla vita pubblica. Meriterebbero il carcere a vita e la damnatio memoriae per quanto hanno causato, per il male che hanno fatto a milioni di russi e non solo. In seguito alle decisioni scellerate di questa banda di liquidatori, il 70% della popolazione finì sotto la soglia di povertà. La mortalità raggiunse livelli da terzo mondo e la gente fu abbandonata a se stessa, discese letteralmente nelle fogne, andò ad elemosinare per strada, a prostituirsi, a scannarsi per un tozzo di pane. Migliaia di morti come in un genocidio. Altro che crimini di Stalin! Adesso questo carnefice senza scrupoli, insignito col Premio Nobel per la Pace nel 1990, continua a balbettare scuse, a inventare giustificazioni. Oltre alle migliaia di vite spezzate sono anche da considerarsi le migrazioni di massa e la crisi demografica che svuotarono e depauperano ulteriormente l’Unione Sovietica negli anni a seguire. Mancano all’appello almeno 48 mln di persone in tutta l’ex Urss per colpa di questo pusillanime ingaggiato da Vuitton per pubblicizzare borse e dalla Hut per propagandare fast food. Una catastrofe inaudita che distrusse il tessuto sociale, l’apparato industriale, quello militare e assistenziale di una superpotenza mondiale di tutto rispetto riportata d’emblée indietro di decenni. Fortunatamente, prima Primakov e poi Putin sono riusciti ad uscire da quel baratro ma c’è ancora molto da fare per recuperare su Washington. Un tale inetto, celebrato unicamente dai nemici di un tempo (ça va sans dire), non merita nessuna considerazione e deve essere svillaneggiato fino alla fine dei suoi giorni ed anche oltre.

VOTARE SUBITO

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Mettiamo le cose in chiaro dopo le dimissioni di Renzi. Si deve andare al voto il prima possibile e senza scuse. Siano gli elettori a stabilire da chi essere governati o, eventualmente, ancora sgovernati. Scavarsi la fossa con le proprie mani è preferibile a farsi seppellire, rimanendo immobili, dai becchini eurocratici. Nessuno ha più il diritto di pensare al bene dell’Italia ignorando il volere popolare. Tre Premier calati dall’alto hanno già fallito miseramente. L’instabilità e la crisi economica sono state aggravate da queste scelte sciagurate. Chi ha partecipato, a vario titolo, a queste misure di Palazzo, va cancellato dalla faccia dell’Italia. Anche chi le ha subite senza reagire quando poteva, come Berlusconi.
Chiunque paventi ancora il pericolo dei mercati per evitare le elezioni anticipate è un pusillanime. Oltre che un traditore al servizio delle cricche economiche e dei potentati internazionali. Se la politica non è in grado di respingere gli attacchi della speculazione ha sbagliato mestiere. Se non sa rintuzzare i condizionamenti stranieri è un covo di miserabili. Si facciano da parte sicofanti e lestofanti che danni ne hanno già fatti tanti a questa povera patria.
Sappiamo chi non vuole le urne, tutti costoro sono i nemici della nazione. Devono essere fermati prima della svendita totale dell’Italia. Sono gli stessi che ci catechizzano con la democrazia, salvo respingerla quando non possono controllarne o accomodarne i risultati.
Le larghe intese sarebbero il colpo di grazia alla Penisola. Meglio di ulteriori accordi banditeschi in Parlamento è il responso dei cittadini col quale infrangere definitivamente i piani di coloro che tramano pateracchi istituzionali permanenti, per pararsi il sedere a spese nostre.
Sappiamo che Forza Italia, il Pd e loro satelliti vari non vogliono votare perché oramai screditati agli occhi della gente, temono la disfatta e con essa l’emersione completa delle loro malefatte. Per allontanare il rischio fabbricano paure e spargono terrore. Après nous le déluge, dice quest’armata delle tenebre allo sbando e quindi ancor più pericolosa. Sono partiti che disprezzano il popolo, i suoi bisogni, le sue esigenze e le sue speranze di autonomia. Dall’altra parte non c’è un granché. Lega, M5S e FdI che non sono esattamente la soluzione ai problemi del Belpaese. Tuttavia, quest’ultimi non fanno parte della combriccola dei farabutti di regime. Non prendono ordini dall’Ue, dagli americani, dalle banche e dalla finanza. Almeno per ora. Sono l’unica scappatoia estemporanea che possiamo imboccare per frenare il saccheggio dei mercenari antinazionali all’ultima spiaggia, in cerca di un nuovo accordo alle spalle della collettività. A patto però che questi gruppi resistano ai canti di certe sirene malefiche sempre operanti intorno a loro. Salvini e Meloni a quello incantatore di Berlusconi. Grillo e soci a quello della sinistra che ha molti infiltrati tra i pentastelluti.
Così siamo ridotti, dopo decenni di decadenza. A scrutare le stelle, in mezzo alle ruspe. Ma è l’ultima chance che ci resta per non fare fine peggiore.

E(ra) ora?

RENZI

 

Ammetto di aver creduto in una vittoria dei sì al recente referendum sulla riforma costituzionale che, invece, ha visto la netta affermazione dei no. Il battage mediatico messo in atto dal Governo, con i mezzi di comunicazione quasi tutti allineati, mi aveva convinto di questa probabilità che, invece, non si è concretizzata. Tuttavia, ho ugualmente detto che la questione principale atteneva i successivi scenari post-voto, chiunque l’avesse spuntata. Mi cito con poca eleganza perché è di questo che occorre ora occuparsi: “Se…vince il No, si dovrà ricorrere a più larghe intese (con o senza Renzi al timone), nell’immutata prospettiva di tenere ancorato il Paese alle sue solite zavorre e pastoie, procedendo con più cautela al suo smembramento, tra una mancia e l’altra. L’intento ultimo è quello di impedire ad ogni costo che si creino quegli spazi politici in cui si andrebbero ad infilare forze autenticamente antisistema (altro che Movimento 5 Stelle!), capaci di raccogliere ed incanalare il malcontento generale che si sta paurosamente accumulando nei corpi intermedi della nostra società.” Mi sembra che l’infausta previsione sia già in atto, almeno nelle parole a caldo del Presidente della Repubblica, che parla di tempi da rispettare per la manovra di bilancio (addirittura si avanza l’ipotesi del congelamento delle dimissioni di Renzi), ed in quelle di Berlusconi, pronto a passare all’incasso appoggiando un esecutivo tecnico o di larghe intese, grazie al quale continuare a galleggiare in Parlamento mentre i suoi consensi nel Paese sono in caduta libera.
Tutti vogliono evitare le elezioni anticipate che rappresentano una vera incognita considerati gli umori popolari. Chi credeva che il “no” al referendum servisse a salvare l’Italia dalla dittatura e la Costituzione dal macero è servito. Chi pensava che sarebbe stata data immediatamente la parola agli elettori, dopo anni di burattini calati dall’alto, lasci ogni speranza. Occorre prendere tempo per evitare che l’ondata di rabbia generale diventi incontrollabile e si canalizzi in un vero movimento antiregime, poiché l’italiano medio sa farsi i conti in tasca (benché gli si parli di superamento della crisi) meglio dell’Istat e degli altri istituti di rilevazione dati, sempre abili ad accomodare i numeri per spalleggiare questa classe dirigente putrefatta.
I partiti esistenti sono tutti sistemici, anche quelli più critici. Nessuno di questi oserebbe scardinare il Palazzo o rompere i fili che lo legano ai club esteri. Altrimenti non si condurrebbero certe sciocche battaglie sui costi della politica, le varie caste, la corruzione nei settori strategici ecc. ecc. Non saranno i grillini a lanciare l’assalto al cielo perché si incartano su ogni sciocchezza e rincorrono qualsiasi baggianata, non provvederanno i leghisti il cui populismo è uno strapaesismo volgare, impossibile da volgere in qualcosa di più elevato. Siamo in ritardo rispetto agli eventi che, in ogni caso, dovranno ancora maturare.
Quindi, diciamo come stanno le cose. Renzi è stata la “matta” giocata dai soliti poteri agenti dietro le quinte dello Stivale per abbreviare alcuni percorsi decisionali, ridurre il numero di pescecani che richiedevano la loro parte e soddisfare i clienti stranieri. La risolutezza di Renzi non è stata altro che questo, oltre le sue rodomontate. Occupazione di posti e di cariche nei punti nevralgici dello Stato e collaboratori trattati come pedine (scrive, infatti, Bisignani: “Lui si comporta come il padrone assoluto del governo, tanto che, come vedi, al contrario di qualsiasi altra compagine che lo ha preceduto, i ministri sono dei meri esecutori dei voleri del presidente. Arrivano perfino a votare testi che non sono stati neppure posti alla loro attenzione. E quando parlano vengono quasi sempre zittiti, come è capitato a febbraio sulla Libia” ) per conto di elementi sovraordinati e per soddisfare la sua vanità personale. Nella sostanza la linea politica generale della nazione rimaneva immutata, con l’Italia ancorata al carro statunitense e a quello europeo senza nessuno smottamento dal sentiero tracciato. Idem per i piccoli aggiustamenti economici spacciati per riforme epocali. Un programma scarsissimo per uno che si presenta come grande rottamatore del vecchiume, ben sapendo che però il problema è il pattume, tutto ancora al suo posto ed anche aumentato di volume.
Ora che l’incantesimo si è spezzato la merda può ritornare a galla con poche alternative che cercheranno comunque di farci digerire. Si chiamino grandi coalizioni o ulteriori comiche di stelle per le stalle. Per questo trovo tutto questo entusiasmo per la vittoria dei no così fuori luogo. La nostra ancora di salvezza è altrove ma stentiamo a capirlo. Basta con le chiacchiere sulla democrazia, la costituzione ecc. ecc. Essa è nel malcontento stesso e non nei suoi risvolti immediati. Che questo si diffonda inesorabilmente e renda i tempi più agevoli per le nostre esigenze. Il caos deve essere il nostro ambiente privilegiato, in esso raccoglieremo le energie per dare forma ad una forza diversa da quelle presenti, il cui spirito di contestazione non sia limitato dai finti buoni sentimenti e dalle bagatelle stracittadine. La cui voglia di affermazione non inciampi nella pietà per chi si contrappone, anche in buona fede. Come dice bene La Grassa dobbiamo iniziare ad riunirci e collegarci, senza i soliti malumori reciproci, per conquistare qualche posizione di quelle che, al gran completo, questi fottuti di “progressisti”, dopo il “mitico” ’68, hanno occupato in tutti i luoghi da cui diffondono la loro (in)cultura definita “progressista”. Dal disordine deve nascere un nuovo ordine che non annuncia fantomatici cambiamenti ma li attua nel momento stesso in cui li pensa

Populisti coglioni

il ratto d'europa

 

 

Interpretare la Storia è sempre operare delle piccole o grandi revisioni su eventi e protagonisti di processi trascorsi. Per le esigenze di noi contemporanei, perché come diceva Marc Bloch: “si tratta di trarre da quei lontani avvenimenti insegnamenti per l’azione presente, attraverso una comparazione di questi fattori con quelli del presente”. Ma si tratta anche, e questo lo aggiungiamo noi, di scrostare il passato da quelle visioni ideologiche o, peggio ancora, da quei pre-giudizi moralistici vincolati a battaglie politiche, sociali, culturali di un tempo ormai superato. Trascinarsi le medesime divisioni e incomprensioni nell’epoca attuale rende oscure le sue reali problematiche e favorisce le mistificazioni di cui poi si approfittano i prepotenti di oggi col loro codazzo di servitori.

Gianfranco La Grassa lo ha affermato spesso che occorre  rivedere la storia degli ultimi secoli, ed in primo luogo quella del ‘900, in quanto vi è un pauroso isterilimento di date valutazioni storiche ormai depistanti per il (nostro) futuro. Come certe illusioni novecentesche che continuano a produrre impuntamenti e attriti tra settori sociali e soggetti collettivi i quali, invece, potrebbero unire le forze contro i veri nemici, incontrandosi in un nuovo spazio di elaborazione teorica e politica.

Faccio questo ragionamento perché la recente dipartita del grande leader cubano Fidel Castro ha riportato in auge questi steccati, dimostrando che il passato tarda a passare (e ad essere compreso) nella testa di tanti sciocchi ed ignoranti. Che delusione!  Salvini scrive: “un dittatore in meno. Pietà Cristiana si deve a tutti, ma con tutti i morti che ha sulla coscienza, non piango. Libertà”. La pietà cristiana dovrebbe infilarsela dove tutti sanno, un capo di partito non è un chierichetto ed è tenuto a giudicare con ben altre categorie intellettuali. Il Socialista Castro ha costruito una patria indipendente, non il socialismo, resistendo ad un avversario millanta volte più armato ed economicamente attrezzato di lui. Un esempio per il mondo intero ed anche per la Lega che vorrebbe, a parole, un’Italia libera di decidere del suo destino contro  l’invasività di Stati esteri e finanza internazionale. Salvini crede che la libertà sia gratis o si conquisti con le pose sui rotocalchi? Evidentemente, costui non è disposto a sporcarsi le mani per guadagnarsela. Si faccia eleggere in oratorio che quello è il suo posto. La grandezza, che porta spesso con sé la tragedia, non fa per uno come lui.

Sia chiaro, su queste basi considero statisti anche uomini come Hitler, Mussolini, Lenin, Stalin, Mao, De Gaulle, ecc. ecc.

Tutta gente che non è andata mai per il sottile, ha commesso dei delitti, anche feroci, eppure ha continuamente avuto ben presente come si governa e si difende uno Stato. Si contano i morti che si portano sulla coscienza e mai le vite che hanno salvato o la dignità che hanno preservato ai loro popoli, respingendo gli eserciti invasori, tenendo lontani i saccheggiatori e incrementando il benessere generale. O almeno ci hanno sinceramente provato.

Non ho nessuna simpatia per il Furher, né umana, né politica, ma chi può negare che fu lui a risollevare la Germania dalla polvere, dopo anni di umiliazioni e predazioni, cui era stata sottoposta dalla Società delle Nazioni e dal resto dell’Europa.

Come mai non si getta il medesimo disprezzo su chi ha sganciato bombe atomiche, cosparso le teste asiatiche di napalm e quelle medio-orientali di uranio impoverito? E no, quelli sono i padroni, ci vuole coraggio per condannarli ed il coraggio non si trova in sagrestia dove abbiamo appena lasciato Salvini e soci.

Che dire poi dell’odierna polemica di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, contro un assessore del comune di Trieste, il quale ha avuto l’ “ardire” di definire Tito “indubbiamente un grande statista”. Sì, proprio indubbiamente perché non ci sono equivoci su ciò, ci sono le sue gesta a confermarlo, si condividano o meno.

E questi sarebbero i pericolosi populisti, quelli che rivolteranno l’Europa dei banchieri e della Nato? Ma fatemi il piacere. Con queste educande sicuramente l’Ue creperà, dal ridere.

VINCERANNO I Sì

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Sono quasi convinto che al referendum del 4 dicembre i “sì” prevarranno sui “no”. So benissimo che i sondaggi affermano il contrario ma abbiamo già saggiato, negli ultimi eventi cruciali, della loro scarsa affidabilità, dalla Brexit alla elezione di Trump.
I sì vinceranno per un motivo banale che non c’entra nulla con le riforme della propaganda governativa: la gente vuole un cambiamento purchessia.
In questi giorni ne leggo di tutti i colori, persino che la vittoria del sì sconfiggerà il cancro. E perché no, di colonizzare anche Marte? Questo è l’infimo livello del dibattito in corso. Quanto a fandonie, dall’altra parte non sono da meno. Vedrete che a cose fatte marziani e terroristi della psiche troveranno un accordo, per il bene della loro piccola patria di partito. Passata la festa, gabbato lo santo.
E’ chiaro che questo voto non modificherà, se non in peggio, la vita degli italiani. Ci vuol ben altro per superare la palude in cui siamo precipitati negli ultimi vent’anni. Ma al popolo questa profanazione della Costituzione piace perché intaccare il Totem fa cadere l’ennesimo tabù, verso il quale essi non hanno alcuna riverenza, in quanto non ne colgono i vantaggi concreti. Un (falso) segnale positivo, insomma, per chi è stufo di vivere in un Paese ingessato, ormai improduttivo e impoverito in ogni settore economico-sociale.
La partita tra costituzionalisti improvvisati ed anticostituzionalisti della domenica non è di nessun interesse per gli elettori. I pareri di insigni professori o quelli contrapposti dei concorrenti di quiz stanno per loro quasi sullo stesso piano. Non temono le derive autoritarie di cui blaterano i soloni in cattedra e non credono, fino in fondo, alle promesse di questi riformatori extraterrestri, tuttavia meglio affidarsi alla ruota della fortuna che rassegnarsi ai presagi di sventura. Almeno ci avranno provato a grattare la sorte.
Le persone sono infatti concentrate sulla necessità di dare una scossa alla nazione, dove le loro aspirazioni individuali, quelle dei loro figli e dei loro nipoti sembrano avere il futuro sbarrato e per nulla sereno.
C’è da capire chi, tra i comuni mortali, voglia votare sì, senza che sia coperto di disdegno da chi voterà per il contrario. E viceversa. Il disprezzo, andrebbe, invece, riservato tanto ai politicanti propugnatori del “no” che a quelli del “si”, i quali manipolano il malcontento pubblico per l’ennesima partita di Palazzo, di nessun giovamento per il presente e il domani dell’Italia e valevole solo ai fini delle loro carriere parlamentari.
L’ideale, sarebbe restarsene a casa per dimostrare di essere alieni (noi, non loro) a queste beghe tra prestigiatori pasticcioni che vorrebbero dare ad intendere di avere a cuore il destino del Paese mentre svendono il suo patrimonio collettivo, fatto di storia(cultura) ma anche di averi materiali (benessere). Il totale disinteresse del popolo dimostrerebbe a lor signori che ci vuole ben altro per ripristinare la fiducia nelle élite che ci hanno condotto alla rovina. Chiunque vincesse sarebbe allora screditato dalla scarsa partecipazione generale e dovrebbe “muoversi sulle uova” con la paura costante di vedersele prima o poi tirare in faccia.
Purtroppo per noi, mancano ancora in Italia quelle forze autenticamente nazionali capaci di “frenare il franamento” in maniera seria e decisa. Difetta la presenza in fieri di una vera classe politica sovranista in grado di chiamare a raccolta gli spiriti e le energie migliori per lanciare la sfida all’epoca in corso. Quando queste truppe marceranno all’orizzonte sapremo riconoscerle dalle spade, non dalle carte bollate. Nessun cambiamento è mai venuto dalle leggi, viceversa sono queste ad adattarsi alla sana e robusta costituzione di un popolo. Noi italiani, invece, siamo sempre più malaticci, di norma in norma.

IL GRANDE PENTOLAIO

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Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Così fu anche all’indomani del terremoto di Mani Pulite che avrebbe dovuto spianare la strada alla gioiosa macchina da guerra occhettiana, pronta a prendere in mano le redini del primo Governo della II Repubblica. Washington, che intendeva modificare gli equilibri internazionali col venire meno dell’Urss, diede il via all’operazione tirando i fili da dietro le quinte e impartendo suggerimenti ai vari ingaggiati. Lo scopo era quello di scardinare un sistema politico ritenuto inadatto al nuovo quadro dei rapporti di forza mondiali, privato del blocco antagonista ad Est, con l’entrata nella fase unipolare.
Quando tutto sembrava già fatto un’astuzia della Storia ci mise lo zampino ed il programma degli ex comunisti, salvati dalla mannaia giudiziaria insieme ai democristiani di sinistra, andò a sbattere contro il fenomeno Berlusconi. Più che il piano destabilizzante furono le aspirazioni dei suoi architetti ad andare a ritrecine poiché, in ogni modo, una transizione era comunque avvenuta. L’intera classe dirigente del periodo precedente veniva messa da parte a favore di mediocri piazzisti, moralisti della domenica e ipocriti incalliti il cui unico compito era quello di svendere la sovranità nazionale e consegnare le chiavi della città al Signore assoluto del pianeta.
Il Cavaliere di Arcore, che fu costretto a scendere in campo dal naufragio dei suoi appoggi politici, temendo (e non sbagliando in tal senso) di subire vendette, rallentò, non facendo parte del giro dei traditori della patria, la liquidazione del patrimonio pubblico ed il rovesciamento istituzionale. Che, comunque, avvenne con modalità e tempi differenti, sottoponendo il Paese ad un’agonia che dura tutt’ora. Il consenso popolare gli permise a lungo di rintuzzare gli attacchi alla sua persona e alle sue imprese ma alla fine, circondato da ogni parte, ha dovuto barattare la sopravvivenza, economica ed elettorale, con i suoi nemici, interni ed esterni. Oggi è una staffa integrata del panorama politico, responsabile come i suoi oppositori (adesso al governo con gli infiltrati della sua combriccola), ed anche più di questi, della decadenza italiana. E’ ancora lui l’anomalia del teatro politico ma ormai solo in senso negativo. Se agli esordi della sua carriera parlamentare si è trovato a sbarrare il passo ai cattocomunisti in ascesa, i quali non avrebbero avuto nessuna remora a vendere madri e padri per scalare il Palazzo, ora costituisce, come scrive La Grassa, il vero elemento “badogliano”. Afferma il professore veneto: “Bisogna mettersi finalmente in testa che questo “badogliano” è l’autentico intralcio di chi vuole un minimo di rinnovamento in Italia. Renzi si presenta per quello che è, costui è invece un vigliacco, un mestatore, uno che sta preparando l’appoggio non tanto al Pd (partito anch’esso ormai superato nei fatti), bensì proprio a coloro (ambienti politici ed economici) che intendono creare un regime soffocante e prendi tutto. Un regime ancora peggiore di quello democristiano, senza poi considerare che non ci saranno uomini di un qualche valore (come ce n’erano nella prima Repubblica), ma solo nanetti cattivi e pericolosi del tipo di Renzi e le sue Ministre e viscidi intriganti come il vegliardo che paga le giovanette per prestazioni varie”.
Tra qualche settimana gli italiani saranno chiamati ad esprimersi sul referendum costituzionale voluto dal Premier, non scelto dal popolo, per autolegittimarsi. I diversi fronti, schierati per il sì o per il no (alcuni, come FI, soltanto fintamente), attendono l’evento per capire come ricollocarsi. La sedicente riforma è solo un pretesto per coinvolgere la gente in decisioni che saranno prese sulla sua testa e contro i suoi interessi. In realtà, tutti i protagonisti sono alla ricerca di una formula per perpetrare l’attuale pantomima. Se Renzi la spunta non avrà più rivali nel partito e potrà percuotere pesantemente correnti e singoli che si sono contrapposti al suo dominio. Poi occuperà, con i suoi addetti, tutte le cariche strategiche nei posti di comando statali ed extrastatali, lasciando agli altri di azzuffarsi per le briciole. Inoltre, concederà ancora qualcosa alla pattuglia dei berlusconiani affinché questi possano continuare a svolgere quel minimo ruolo di opposizione “testimoniale”, utile a confondere la testa agli sciocchi che credono nella democrazia. Tutto ciò accadrà senza che venga mai messa in discussione la subordinazione dell’Italia a quegli organismi sovranazionali occidentali di cui il Premier è garante. Del resto, si trova lì, innanzitutto, per questo.
Se, invece, vince il No, e mi ripeto in quanto ho già affermato in un altro articolo, si dovrà ricorrere a più larghe intese (con o senza Renzi al timone), nell’immutata prospettiva di tenere ancorato il Paese alle sue solite zavorre e pastoie, procedendo con più cautela al suo smembramento, tra una mancia e l’altra. L’intento ultimo è quello di impedire ad ogni costo che si creino quegli spazi politici in cui si andrebbero ad infilare forze autenticamente antisistema (altro che Movimento 5 Stelle!), capaci di raccogliere ed incanalare il malcontento generale che si sta paurosamente accumulando nei corpi intermedi della nostra società. Non sia mai che a qualcuno, con in testa idee di sovranità e rinascita nazionale, venga in mente di marciare su Roma per ripulirla dal suo pattume, perché incontrerebbe, quasi certamente, il favore di una maggioranza popolare stanca di farsi angariare da questi burattini e cantafrottole. In mancanza d’altro, speriamo almeno nel Grande Pentolaio.

Politicamente scorretto

liberta

La vittoria di Trump impartisce una dura lezione ai radical chic occidentali e apre una crepa nel politicamente corretto che, col suo sentimentalismo sociale, falso ed ipocrita, vuol costringerci ad accettare la decadenza culturale delle nostre società, mentre ci rifila pure quella politica, economica e finanziaria. Sta cambiando il vento che trascina l’odor di merda umanitaristica?
Dopo Trump, e come Trump, finalmente si potranno prendere a calci in culo, pubblicamente e, s’intende, solo metaforicamente, le femministe, in salsa rosa, che reclamano posti a sedere, solo perché donne. Ugualmente accadrà alle altre minoranze rumorose che pretendono più diritti degli altri per essere legittimate a vivere al rovescio, impipandosene del decoro generale. Gay in parata, transgender in ammucchiata, negri imbufaliti, immigrati sediziosi, riformatori delle lingue a favore di figa, vegani nazisti, ecologisti estremisti ed altri cani rabbiosi perderanno l’immunità di fare e dire quel cazzo che pare a loro, sostenuti da una classe politica di smidollati, dedita ad occuparsi di questioni inessenziali per aggirare i problemi seri o delegarli ai ristretti gruppi di potere agenti dietro le quinte e alle spalle della massa. Come in ogni democrazia recitativa.
Sia chiaro che per me ognuno può fare quel che più gli piace, possibilmente però senza sbattermelo in faccia ogni due per tre ed evitando di eccedere nel vittimismo, perché siamo ormai tutti vittime di qualcosa. Anche quel fantoccio democratico di Michael Moore, parlando in Ohio, uno degli Stati indecisi che poteva far pendere la bilancia elettorale a favore di uno o dell’altro candidato, riuscì a tirare fuori una battuta intelligente: “Ed ora dopo aver sopportato per otto anni un uomo nero che ci diceva cosa fare, dovremmo rilassarci e prepararci ad accogliere i prossimi otto anni con una donna a farla da padrone? Dopodiché, per i successivi otto anni ci sarà un gay alla Casa Bianca! Poi toccherà ai transgender! Vedete che piega abbiamo preso. Finiremo col riconoscere i diritti umani anche agli animali ed un fottuto criceto guiderà il paese. Tutto questo deve finire”. Il regista era lì per sostenere la Clinton ma l’involontaria intuizione artistica ha avuto la meglio sui suoi pregiudizi di uomo di sinistra e, come molti suoi simili, intellettualmente sinistrato.
E’ questa la vera novità che il neopresidente Usa ci porta in dote. Nemmeno più i disabili saranno immuni allo sbertucciamento se speculano sulla loro condizione per propalarci baggianate. Insistere coi luoghi comuni tanto in voga nei salotti di una certaqualsimilkultura spegnerà pure la pietà per il disagio fisico e psicologico. Non se ne può proprio più di tutta questa indulgenza gratuita. La tolleranza è una merce che si paga col rispetto. Inizia la fase del tiro al semicolto e speriamo non si facciano prigionieri tra intellò e lecchini. Sani e malati, sono tutti avvisati. Che questa poltiglia di propugnatori dei diritti civili ed umani sia definitivamente rinchiusa in durissimi campi di concentramento e data in pasto alle bestie feroci, affinché la gente normale, libera dai gramellini, possa tornare ad esprimersi francamente e con autentica rabbia contro i rapinatori di futuro, quelli che la costringono a dover pesare ogni parola (altrimenti scatta l’accusa di razzismo, antisemitismo, maschilismo, populismo ecc. ecc.), anche quando l’incazzatura ha raggiunto il cielo. Sia abolito il vocabolario boldrinesco con l’eccezione del neologismo deficientessa. Come monito per le generazioni a venire, che non ricadano nelle nostre revisioni grammaticali.
Politicamente, sulle posizioni di Trump riponiamo molta meno fiducia. L’uomo bianco non sarà poi tanto migliore del suo predecessore nero. Ammazzerà e corromperà, in ogni parte del pianeta, esattamente come Obama. Forse, muteranno alcune scene del delitto, ma ne riparleremo a breve. Una superpotenza non può essere governata da uno stinco di santo. Tuttavia, almeno non correremo il rischio di vederlo insignito del Nobel per la pace. Ed è già un bel passo in avanti.

QUALCHE OPPORTUNITA’ CON L’ELEZIONE DI TRUMP?

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Con Trump alla Casa Bianca potrebbe riaffacciarsi in Europa quel minimo di “laissez-faire” geoeconomico che caratterizzò la Presidenza Bush jr.
Sotto il texano l’Italia poté sviluppare buone relazioni commerciali, soprattutto nel settore energetico, con la Russia. Lo stesso accadde per altri paesi dell’Ue. La strategia dei repubblicani americani sull’Europa è stata consuetudinariamente meno stringente di quella democratica, anche se parimenti guerrafondaia negli scenari di crisi.
Tuttavia, tra i conservatori d’oltre-atlantico sopravvive l’idea che l’ingerimento nelle questioni europee debba avvenire con più cautele di quelle che (non) usano i cosiddetti progressisti liberali. Ci auguriamo però che Trump ed i poteri alle sue spalle rinuncino a fomentare il caos alle nostre porte (Nord Africa e Stati dell’est) e ci lascino la possibilità di agire autonomamente su alcuni dossier che potrebbero rivelarsi salvifici per una Penisola ridotta malissimo.
In particolare, ci riferiamo al ruolo di hub energetico e di ponte geopolitico con la Russia che Roma potrebbe ancora incarnare. Data la classe politica che ci governa nutro poche speranze sulla sua capacità di saper cogliere quest’ultima chance ma segnalare una simile opportunità è nostro dovere, soprattutto nell’auspicio che gruppi concorrenti e più autonomisti di quelli ora in sella riescano pian piano ad emergere e a scalzare i presenti.
Il comparto energetico veicola interessi geoeconomici e geopolitici determinanti. Chi controlla fonti e tubi ha un vantaggio sui competitori e non si tratta semplicemente di affari. Il ruolo fulcrale delle risorse primarie è risaputo almeno dai tempi di Mattei, eppure l’Italietta odierna sembra averlo dimenticato, con il Premier che profferisce frasi assurde del tipo “non perdo la faccia per due tubi” e gli amministratori delegati delle nostre imprese di punta, come l’Eni (il passaggio da Scaroni a Descalzi è stato ferale), intenti a svendere rami d’azienda e collegate ad alto impatto tecnologico, anziché proteggere e valorizzare i vari asset nazionali.
Il Belpaese dispone di importanti giacimenti di gas e petrolio ma le attività estrattive incontrano troppi ostacoli, burocratici e culturali. Parliamo delle riserve offshore nell’Adriatico e al largo della Sicilia. E’ il momento di superare le resistenze e procedere speditamente per progettare o mettere a regime questi impianti. Lo stesso si deve fare per quelli onshore lucani, i più grandi dell’Ue, sotto o male utilizzati. I politici, anziché usare le paure popolari per raccogliere facili consensi, dovrebbero stimolare una rivoluzione scientifica che porti tutti ad accettare i sacrifici necessari per raggiungere un migliore benessere pubblico. Spaventare la gente con un mare di falsità su gas e petrolio non modifica l’ambiente ma inquina sicuramente le menti, precludendo il progresso economico e tecnologico e peggiorando lo stile di vita. L’Italia non se lo può più permettere perché sta arretrando pericolosamente in fondo alla classifica dei paesi pezzenti del pianeta.
Il nostro Stato deve rimettere in calendario alcuni accordi con la Russia che i democratici americani e la stessa Ue hanno fatto naufragare. E’ il caso del gasdotto South Stream su cui Eni, Gazprom, Edf e Wintershall avevano scommesso per placare la fame energetica europea. Il Consorzio è stato costretto a sciogliersi per motivazioni contrastanti con le logiche di mercato, la cui divinazione vale solo quando, per esempio, si vogliono sponsorizzare gli accordi commerciali con gli Usa, come il TTIP (per ora fermo al palo), che invece non ammettono valutazioni extra-economiche, perché di mezzo ci sono gli interessi nazionali di Washington. Qualche giorno fa lady PESC Mogherini ha dichiarato che: ” i rapporti con gli Stati Uniti sono più profondi di qualsiasi svolta politica, ma anche con la certezza che le scelte politiche dell’Europa non si determinano a Washington”. Lo vedremo a breve il coraggio dell’Europa. Tuttavia, dubito che ci sarà maggiore autodecisionalita’ dei vertici Brussellessi, poiché tutte le idee di sinistra o liberaldemocratiche che aleggiano sul Vecchio Continente, alle quali si ispirano, sono sbagliate e confuse, difettando di un ingrediente indispensabile: la sovranità. Queste pulci faranno presto i conti con la realtà perché un loro colpo di tosse non muterà la situazione in cui ci hanno precipitato, dopo decenni di servilismo filo-americano, come Regione e come Paese.
L’Italia deve recuperare le sue ambizioni, in particolare quella di diventare la petroliera del Mare nostrum e la piattaforma di transito del gas più efficiente e qualificata tra occidente e (medio)oriente. Deve poi trasformare questi aspetti industriali e mercantili in peso politico e pretendere il ruolo che le spetta nell’incipente multipolarismo. Per la sua collocazione geografica, come scrive anche il Foglio, “può ricevere da ogni dove…ipotizziamo uno scenario futuro in cui il gas russo arriva liberamente da nord-est e da sud-est, quello algerino e libico da sud, quello americano da ovest via Spagna, senza dimenticare le riserve nell’Adriatico e l’enorme giacimento scoperto dall’Eni al largo dell’Egitto. Se entra in partita anche l’Iran, con il quale ci sono sempre stati buoni rapporti economici, in particolare negli idrocarburi, l’Italia diventa la terra dell’abbondanza”.

Se l’Ue vuole davvero differenziare le sue fonti di approvvigionamento non può prescindere da questo. Ma, finora, la cosiddetta pluralità dei fornitori, a cui si dice di voler mirare per evitare la dipendenza da uno di essi, si è rivelata un pretesto per bloccare alcuni affari sgraditi agli Stati Uniti.
Occorre tornare allo spirito del grande presidente dell’Eni Mattei, colui che fu messo alla guida dell’Agip nel 1945 per smantellarla e, invece, la rilanciò creando l’Eni che diventerà una concorrente agguerrita delle Sette sorelle anglo-americane. Lo fece intensificando le attività di perforazione in patria, siglando contratti all’estero e scontrandosi con i monopolisti di mercato. Esattamente quanto occorre anche oggi in un clima ugualmente sfavorevole per il nostro Paese. Ma è nelle difficoltà che gli italiani sanno farsi valere. Le forze politiche che provano a rallentare questo processo sono nemiche degli interessi nazionali. I leader di partito che blaterano di riduzione delle attività estrattive o combattono i rigassificatori (ma anche il nucleare), perorando il ricorso a fantomatiche energie alternative, sono dei traditori della patria. Per questo ho sempre guardato con sospetto al Movimento Cinque Stelle che, in questo senso, sembra essere un vero cavallo di troia entrato Parlamento per impedire all’Italia di concentrarsi su tali compiti. Compiti da perseguire con convinzione e spregiudicatezza, perché la fase storica in atto è pregna di tensioni geopolitiche che iniziano a scaricarsi modificando il rango internazionale degli attori in gioco. Se non ci muoviamo con tempismo rischiamo di essere retrocessi tra le comparse dello scacchiere mondiale in riconfigurazione dei suoi rapporti di forza.
Riporta Nico Perrone (il relatore della mia tesi di laurea) nel suo libro “Capitalismo predatore” che “tra le iniziative di Enrico Mattei che irritarono gli amici occidentali ci fu la firma a Teheran nel marzo del 1957 di un accordo che assegnava all’Iran il 75 per cento degli utili sullo sfruttamento di alcuni giacimenti petroliferi, rompendo la regola del massimo del 50 per cento allora in vigore, imposta dai Paesi colonialisti ed ex. Accordi analoghi furono fatti con l’Egitto (1957) e Marocco (1958) mentre tentativi analoghi con la Libia e l’Iraq furono fatti fallire da interventi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Le novità introdotte da Enrico Mattei non riguardavano solo l’interventismo dell’Eni in questi Paesi, ma anche le forme della cooperazione che rompevano vecchi schemi propri del colonialismo. La cooperazione mirava a valorizzare le risorse dei Paesi produttori mediante una collaborazione alla pari nelle società di sfruttamento petrolifero, rendendoli in tal modo partecipi alla determinazione dei volumi di produzione e dei prezzi. L’Eni anticipava gli investimenti necessari alle ricerche e se queste avessero avuto esito positivo il Paese detentore dei pozzi avrebbe rilevato – al valore nominale – le azioni dell’impresa, fino a ripianare la metà degli investimenti effettuati, diventando in tal modo associato pariteticamente con la società italiana nello sfruttamento dei giacimenti. L’Eni si collocò inoltre alla testa della gestione delle grandi reti di distribuzione di carburante in Europa”. Ecco, dobbiamo recuperare questa capacità di rompere gli schemi (e le alleanze) in cui siamo asfitticamente inseriti mentre il panorama intorno a noi si modifica rapidamente, per l’emergere di antagonisti dello strapotere Usa che cambiano le carte in tavola. L’urgenza, mutatis mutandis, è dunque simile a quella che si trovò di fronte Mattei il quale attraverso i rapporti di affari delle società petrolifere dello Stato italiano con Paesi stranieri riuscì a garantire “l’apertura della nostra politica estera verso orizzonti allora preclusi”. La strada è questa, chi non vuole percorrerla rimanendo seduto ai margini (con l’accovacciamento sotto alleanze politiche e commerciali ormai deleterie ed in rapida decomposizione) o facendo salti sconclusionati (proponendo il ricorso a sedicenti fonti pulite) sta “badogliando”.

La vittoria di Trump

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Trump ha vinto. Grande soddisfazione per l’insoddisfazione che provoca tra i benpensanti pol.cor, siano essi giornalisti embedded (di guerra e di pace), femministe, umanitaristi, personaggini gay friendly, “immigrazionisti”, ambientalisti ed altro pattume del genere, generalmente spostato in fondo a sinistra. In fondo a destra, invece, resta sempre il cesso culturale che oggi può far festa tirando lo sciacquone ma senza liberarsi da una certa puzza di merda che l’accompagna da generazioni. In ogni caso, niente più di questo leggero solluchero però, perché non sarà The Donald a cambiare le sorti del pianeta o le politiche statunitensi verso il mondo. L’arrivo alla Casa Bianca del multimiliardario newyorchese segnerà probabilmente qualche piccolo mutamento tattico nella complessa strategia della prima potenza planetaria che si è spinta molto avanti nel periodo obamiano. Per questo, non illudetevi, è “Trump”e-l’œil, effetto ottico che non durerà a lungo e mostrerà presto la pasta multiforme di cui sono fatti gli Usa. Cambiando i Presidenti, gli obiettivi restano, benché ricalibrati sull’evolversi degli eventi.
Dunque, per favore, non cadiamo nell’errore che accompagnò l’elezione di Obama, coi soliti visionari del piffero che speravano in un orizzonte di solidarietà e di giustizia sociale perché il primo presidente nero (o meglio chiaroscuro) della storia americana era salito al trono, nel regno della democrazia e della libertà autoproclamate. Come ha detto brillantemente Gianfranco La Grassa, si pensi che stiamo parlando di un uomo, appoggiato da qualche centinaio di Generali dell’esercito che vuole diminuire i finanziamenti alla Nato, alla Marina e Aviazione Usa, incrementando invece quelli all’esercito di terra. Una scelta del genere è pregna di ben altre conseguenze. E’ in atto una piccola svolta con la quale si cercherà di solidificare il magma caotico fin qui prodotto sui vari scenari internazionali. L’America non arretrerà con Trump ma stabilizzerà alcune situazioni un po’ sfuggite di mano e aprirà altri fronti (anche l’Europa è avvisata). Volete festeggiare per questo? Fate pure ma non mi sembra una scelta dettata da raziocinio ed intelligenza. Il neoeletto ha dichiarato in campagna elettorale che, in caso di vittoria, avrebbe migliorato i rapporti con la Russia, rivisto il ruolo della Nato e ridefinito lo spessore di alcune alleanze. Vedremo cosa ciò significherà in termini concreti. Sono convinto che per ogni soluzione prospettata nei teatri ora al centro della nostra attenzione si schiuderanno nuovi problemi in altre aree. E’ quello che ci suggeriscono le dinamiche multipolari ormai avviate, che non dipendono dalle opzioni di singoli leader, benchè potenti, ma dai processi storici in atto. Godiamo delle gaffe dei vari Lerner ma non lasciamoci annebbiare la vista dalle stesse sciocchezze.

UN BUON SEGNO, di GLG

LAGRA2

 

 

Qui

 

Niente male questa lettera; ben descrive lo svolgimento di simili forme di lotta contro un potere, che invece si contribuisce a rinsaldare sempre più usando simili metodi da cani rabbiosi. Quello che qui viene scritto è esattamente (al 100%) ciò che poteva essere affermato nei confronti dei sessantottardi; e mi sembra che Pasolini l’abbia detto in forme forse un po’ diverse (non ricordo bene), ma non troppo dissimili. Del resto, a parte gli ottusi, abbrutiti, che si comportano in questo modo, siamo sicuri che qualcuno – proprio nell’ambito dei fottuti che sono adesso al governo di questo disastrato paese – non si adoperi affinché simili decerebrate manifestazioni di dissenso abbiano modo di scatenarsi? E proprio per far superare ai governanti momenti di difficoltà?

Mi sembra evidente che questa lettera non è stata affatto scritta da un semplice poliziotto qualsiasi. Non si offenda la “truppa”; non è questione di ritenerla composta di persone poco intelligenti e incapaci di pensare. Il fatto è che se fosse stata buttata giù di getto da qualcuno, che ha subito le violenze dei “giovanotti” qui citati, sarebbe una lettera un po’ più istintivamente rabbiosa e indignata. E’ invece, in realtà, molto ragionata; e si dice con sufficiente chiarezza dov’era situato il vero potere contro cui questi ottenebrati – e probabilmente manovrati da coloro che hanno la stessa lucida ragionevolezza degli autori di questa lettera (ma stando dall’altra parte) – manifestavano, accreditandolo invece come il punto di forza per assicurare la tranquillità ai “cittadini”, i quali quindi vengono così invitati a fornire a questo ignobile governo tutti i mezzi per togliere ogni libertà di opporsi alla vergogna delle sue basse operazioni di servilismo nei confronti della potenza, che vuol dominare il mondo e che oggi elegge il suo capo (solo nella forma) per conseguire tale scopo.

Chi ha scritto la lettera, che comunque viene diffusa da un organo della polizia, mi sembra avere abbastanza bene in testa chi ha il potere (subordinato allo straniero), che ci sta vessando. E se uno non è un abbrutito che, appunto, vede il dito e non la Luna da esso indicata – questo dice espressamente la lettera! – allora deve capire che in quest’ultima non viene affatto negata l’esistenza di reali motivi di malcontento, di disagio sempre più profondo di una buona parte della popolazione; disagio che andrà ancora crescendo, ma che deve essere convogliato da qualche forza, ancora inesistente, in grado di trovare nuove idee forza capaci di scagliare la vera e ragionevole indignazione contro gli schifosi esercitanti il potere dei servi e non quello di italiani padroni del loro destino.

Mi sbaglierò, ma questa lettera dimostra quanto sospetto da tempo (e spesso ho espresso tale sospetto): anche nei corpi addetti alla cosiddetta “sicurezza” ci sono settori – al momento magari minoritari (non conosco la situazione) – che hanno la consapevolezza di non stare servendo il potere giusto. E chi manovra i giovinastri delle manifestazioni violente lo sa e cerca quindi di mettere tali settori dotati di lucidità nella condizione di doverle reprimere e basta. Tuttavia, esprimendo comunque solidarietà e anche una certa ammirazione per i settori in questione, mi permetto di dire loro che dovrebbero costituire con più coraggio un punto di riferimento per chi oggi avverte quanto il nostro paese sia dominato da ambienti – non solo quelli dei politicanti da strapazzo capaci solo di servire, bensì anche quelli economici e industriali in specie (altro che la semplice finanza, maledetti imbroglioni che diffondete simili panzane) – che lo stanno conducendo ad essere una semplice pedina del gioco di coloro che vogliono dominare il mondo; essi pure ormai violenti e ottusi, ma ancora dotati di grande e pericolosa forza militare.

D’altra parte, mi rendo conto che chi è nella situazione di essere al servizio della “sicurezza” del paese (una sicurezza oggi del tutto prona allo straniero) ha bisogno di trovare interlocutori credibili per l’autonomia del paese. Non chi continua a pensare ai giochini elettorali, alle “maggioranze”, a prendersi i seggi nelle varie assemblee (dal Parlamento ai Consigli comunali), a farsi infilare in qualche buon posto delle varie amministrazioni (centrali o locali) o magari anche di importanti aziende, ad essere assunto nei giornali, in stazioni televisive, e via dicendo. Siamo quindi in una gran brutta situazione di stallo, un vero circolo vizioso che assicura il potere ai fetenti. In ogni caso, delle potenzialità ci sarebbero. E tali potenzialità esistono pure negli ambienti, che deficienti ottusi e violenti, manovrati da sporcaccioni dediti a straparlare del “potere alle masse” (esattamente la situazione del ’68, salvo pochi anche allora onesti), prendono di mira costringendoli a servire puntualmente gli attuali governanti/servi. SVEGLIAMOCI!

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