RIFARE L’ITALIA SOVRANA

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I Palazzi del potere sono pieni di manine che cambiano le carte in tavola alle spalle dei legittimi governanti. Il Governo in carica è abbastanza sgradito ai parrucconi filoeuropeisti ed è facile che per ostacolare le iniziative dell’Esecutivo si ricorra al colpo a tradimento, allo spargimento di sospetti e menzogne, alle subdole manovre dietro alle quinte, alle trame indicibili per mettere in difficoltà qualche suo esponente o l’intera compagine. C’è da dire che gli stessi due partiti che compongono il “gabinetto populista” sono stracolmi di stronzi, pronti a vendersi per una ricandidatura o un posticino di rilievo, ominicchi disposti alla pugnalata alla schiena per la propria carriera personale. I boiardi di stato, i grand commis, i tecnici dei livelli apicali nei ministeri devono essere “messi a posto” se si vuol dare una direzione diversa a questo pauvre pays. Non siamo in tempi rivoluzionari e non si possono usare i fucili alla schiena degli specialisti come affermava Lenin ma senza pugno di ferro, rudezza di modi ed obiettivi ben definiti la svolta non può avvenire. Adesso si dirà che chi scrive è un complottista, uno spregiatore delle regole democratiche o un attentatore della stabilità istituzionale. Chi scrive vuol solo de-scrivere la realtà di quello che accade nelle recondite stanze dello Stato, di uno Stato soggiogato da potenze straniere e lacchè nazionali, di ogni livello, da queste protetti. Poiché simili teorie non scandalizzano nessuno se appaiono su riviste “specializzate” citeremo direttamente da queste. Ecco cosa scrive Carlo Pelanda sul numero di agosto di Limes: “La sola occupazione delle istituzioni da parte dei partiti ha allargato e tuttora allarga in modo illimitato e indefinibile lo Stato profondo, portando le decisioni all’esterno del perimetro istituzionale. I partiti e i singoli politici sono pertanto aperti a infuenze di ogni genere, locale, nazionale ed estera, in cambio di denaro…Lo Stato colabrodo ha consentito ad alcuni comparti dello Stato stesso di alzare barriere contro la politica eletta. I politici di nuova nomina sono forzati a scegliere figure di gabinetto che possano mediare tra la linea politica espressa dal mandato elettorale e la prassi tipica dell’apparato della funzione statale in questione. In generale, tale gioco dove il potere politico è debole tende ad attutire i progetti di cambiamento eventualmente promossi dal politico stesso in quanto i diversi apparati statali esibiscono una tendenza all’inerzia e/o alla continuità. Questo effetto freno da parte della burocrazia strategica…in Italia appare più forte nel settore della politica economica e di bilancio perché è il terminale locale del governo europeo sul nostro paese. [direi che è ancora più sostanziale negli apparati di sicurezza e in politica estera]. La Ragioneria dello Stato, per esempio, caricata di potere dai vincoli di bilancio sia europei sia costituzionali – che unica in Europa ha incorporato norme molto ampie di governo esterno della nazione – nonché dalla funzione di presidio svolta dal Quirinale, ha un potere di blocco delle scelte politiche che si estende informalmente al condizionamento diretto della politica economica indipendentemente dagli esiti elettorali. Il ministero degli Esteri ha la medesima capacità di ridefinire l’interesse nazionale espressa dal governo di turno, in particolare se deviante dall’euroconformismo. La magistratura è un apparato statale piuttosto compatto e autoideologico, con un potere dissuasivo tale da impedire l’approvazione di qualsiasi norma sgradita. Il bilanciamento dei poteri istituzionali è del tutto asimmetrico, fonte di un disordine generalizzato. In sintesi, pur se il confine dello Stato profondo è indeterminato, ci sono alcuni suoi settori molto strutturati e con elevate competenze tecniche e potere di indirizzo autonomo o di interpretazione propria delle regole e degli standard da perseguire. In un mare di disordine queste isole di ordine – peraltro autoreferenziale – tendono ad aumentare il disordine stesso perché ostacolano, anche se per lo più dichiarando buone intenzioni, un’eventuale politica riformatrice. Dove la burocrazia strategica è più strutturata tende a essere indipendente dalle espressioni democratiche… i suoi funzionari [possono] compiere in autonomia scelte di fatto ideologiche in sostituzione dell’elettorato… nel caso un politico voglia controllare la burocrazia di riferimento in ministeri o agenzie sensibili per l’interfaccia europeo e per la politica economica, interviene il Quirinale avocando a sé tali scelte. Anzi, la forte e anomala autonomia della burocrazia in alcuni settori chiave dell’apparato statale è spiegabile dalla relazione diretta con il Quirinale che le conferisce un potere di contrasto o condizionamento della politica eletta. Paradossalmente, lo Stato profondo più rilevante è la presidenza della Repubblica…infatti i poteri privati interni e statuali esterni che vogliono influenzare l’Italia non danno molta attenzione alle elezioni politiche, ma esercitano la massima pressione sulla scelta dei candidati al Quirinale. E ciò avviene perché il vero potere in Italia, indipendente da qualsiasi controllo o bilanciamento democratico, lì risiede. Il Quirinale sceglie i ministri, pur in una rosa di candidati presentata dalla politica eletta, con incisività particolare per Economia, Esteri e Difesa. Non è propriamente un potere di burocrazia strategica, ma è a esso assimilabile. Le infuenze sistemiche esterne passano attraverso il Quirinale. Queste non vengono esercitate con pressione forte o ricattatoria, ma attraverso un sofisticato mercanteggiamento psicologico: fai scelte gradite e in cambio ti riconosciamo uno status elevato di interlocutore. In sostanza, un presidente della Repubblica Italiana, se vuole contare, deve scegliere un ministro dell’Economia e degli Esteri gradito a Francia e Germania e alla Bce e uno della Difesa gradito agli Stati Uniti”.

Pelanda e’ molto chiaro ed esaustivo. Piuttosto, lo correggerei esclusivamente nell’ordine delle ingerenze che partono dagli USA, si estendono a tutta l’Ue e dalle cerchie europeistiche si impongono ai vari membri. Quelli più forti possono gestire la “distribuzione” della sudditanza, procurandosi qualche vantaggio aggiuntivo, quelli più deboli (come l’Italia) devono subire tutti gli effetti di questa catena di “smontaggio” della sovranità nazionale. È ora di dire basta e di fare sul serio. Il clima geopolitico è cambiato. Chi continua ad accettare tale statu quo resterà schiacciato sotto il peso della Storia. Gli italiani, bene o male, ci sono, si tratta di rifare un’Italia sovrana.

Chi vuol fottere chi? di GLG

gianfranco

Qui

 

non credo ci sia tanto da ridere. E nemmeno credo si tratti di una bufala. Qualcuno ha evidentemente cercato di danneggiare pesantemente il governo. Innanzitutto, diciamo che chi ha dato l’ordine di eseguire quelle variazioni di soppiatto sta “in alto” (nel senso di uomini d’un certo peso appartenenti ad uno dei due partiti di governo). Poi manualmente certe cose le fanno i “gradi bassi”, che si è pronti a sacrificare se qualcosa va storto e si scopre l’origine dell’inghippo. Difficile immaginare chi aveva interesse alla faccenda. Potrebbe essere qualche “ambiente leghista”. Di gente poco fidata Salvini ne ha a iosa e magari il “qualcuno” ha addentellati nell’entourage del leader (non penso proprio ad un Giorgetti, che avrebbe ben altre carte da calare in modo meno contorto). Francamente, mi sentirei tuttavia di optare per gli ambienti “5 stelle”, che sono in continua “contromarcia” (e non la nascondono in ogni occasione possibile) e che sono rimasti fottuti nella loro spinta ad allearsi con il Pd per il veto posto a suo tempo da Renzi e i suoi (non scordiamoci il chiaro rifiuto del “bullo fiorentino”, se non erro da Fazio). Poi è tutto poco chiaro. Qualcuno dei “congiurati” ha avvertito Di Maio del fatto che stava avvenendo? Sono stati gli stessi leader dei “contrari” pentastellati ad avvertirlo nel mentre non inoltravano il documento al Quirinale? E Di Maio intende con la denuncia far capire ai suoi oppositori che rischiano grosso ad intralciagli la marcia? Oppure vuole avvertire i “temporanei alleati” leghisti che lui è sincero e leale, ma deve (e dovrà sempre più) tener conto di gente del suo partito contraria alla loro linea? Il che significa che in definitiva avverte Salvini di non pretendere da lui troppi strappi a quelle che sono le preferenze “buoniste” dei “5 stelle”? Vedremo se la denuncia riuscirà a porre in luce qualcosa.
Intanto, è bene che i “due governativi” stiano ben attenti a quello che fanno fino alle elezioni europee. Dovranno sostenere pesantissimi attacchi (già su questa manovra, ma si andrà oltre) da un establishment in forte caduta. I due “alleati per forza” devono resistere se non vogliono perdere voti. D’altra parte, anche tra gli oppositori ai sedicenti populisti qualcuno dovrebbe riflettere con maggiore consapevolezza. Sembra siano in troppi a pensare superficialmente che il crollo degli storici partiti socialisti in tutta Europa possa essere sanato dal successo (in alcuni paesi) dei verdi, con assai meno storia e tradizioni e una notevole pochezza politica. Ci si accorgerà che non sarà affatto così con la demagogia ambientalista al posto di un autentico riformismo sociale, che sembra alla frutta. E anche i centristi “europeisti”, cioè i vecchi marpioni della UE e dei governi che l’appoggiano, sono in forte arretramento. Sperano in una boccata d’ossigeno dalle elezioni di midterm statunitensi. Anche andassero per loro bene, sarebbe solo proprio una boccata d’ossigeno, ma non cambierebbe la tendenza di fondo, di medio periodo. Non so ancora valutare bene l’efficacia dell’azione, ben coperta (salvo mirate esposizioni di breve momento), di Bannon qui in Europa. Ma non sarà senza effetto. Spero tuttavia che anche la Russia sappia approfittare delle crepe che lo scontro in atto, assai duro, sta aprendo. Già ieri Salvini a Mosca ne ha approfittato per dichiarazioni (“qui mi trovo a mio agio, tra amici, ecc. ecc.”) certo interessanti. Non ci si fidi della sincerità del leghista, le sue affermazioni servono solo a dire agli avversari: state attenti che le cose per voi potrebbero andare ancora peggio. Tuttavia, l’oggettività può spingere in nuove direzioni.
Seguiamo, seguiamo, una fase nuova va comunque aprendosi. Non ne sappiamo approfittare, purtroppo. Parlo di gente come me, che va ben oltre (nella mente soltanto però) i giocherellini di questi un po’ piatti politici. Vogliamo infine cominciar a fare qualcosa?

MEGLIO “KEYNESIANO” MA NON ESAGERIAMO

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C’è un brutto fraintendimento intorno al quale gravitano le posizioni di molti economisti, non importa a quale scuola appartengano. I sostenitori della spesa pubblica, con tutte le ragioni che hanno in una fase di crisi in cui l’economia nazionale risulta stagnante, cadono in questa trappola molto più dei liberisti. Per esempio, Claudio Borghi che scrive su twitter : “se lo Stato spende si arricchiscono i cittadini (che sono lo stato)”. Va bene la sintesi, dettata dallo strumento di cinguettamento, ma un errore di interpretazione resta tale e non è scusabile anche se si tratta di riassumere una posizione in poche righe. I (neo)liberisti, invece, vedendo nello Stato un nemico, sembrano più consapevoli delle lotte intestine tra drappelli dominanti che si disputano al suo interno. La retorica antistatalista non impedisce loro, in ogni caso, di cercare protezione presso le cerchie politiche che “abitano” lo Stato, salvo lamentarsi “dopo” di certe ingerenze. Sono uomini di mondo.
Precisiamo, che lo Stato non sono i cittadini e non sempre quando esso spende si arricchiscono quest’ultimi. Piuttosto, abbiamo visto come in questi anni, pur aumentando il debito pubblico ad arricchirsi siano stati pochi gruppi di privilegiati i quali si sono spartiti le spoglie di un insieme di istituzioni in profonda decadenza e decomposizione. Gli Stati, in quanto sistemi di apparati, sono strumenti nelle mani di attori politici (in competizione fra loro), di tipo nazionale, che confliggono con quelli di altri Stati. Tale conflitto contempla delle alleanze ma queste sono sempre orientate a meglio posizionarsi nella lotta di tutti contro tutti, che in alcune fasi diventa guerra aperta. Lo Stato è egemonia corazzata di coercizione, come diceva Gramsci, in esso operano un tipo particolare di agenti strategici ai quali spetta di tenere insieme tutto il “sistema”, di dare una direzione al Paese, di coordinare le grandi manovre in un ambiente geopolitico intriso di sfide. Se lo Stato fossero i cittadini sarebbe la fine dello Stato.
Detto ciò, in questa epoca di scoordinamento ci sembrano più giuste le iniziative espansive proposte da Borghi e soci, che non i micragnosi tagli per tenere in ordine i conti pubblici (alla Monti, Cottarelli e compagnia cantante). Ricordiamo a questi signori che tirare in ballo Keynes non significa contestare certe leggi economiche o mettere in dubbio il libero mercato, anzi come scrive La Grassa, costui partiva dalla presupposizione di una libera concorrenza, si atteneva ai concetti marginalistici tradizionali, ma riferendosi a grandezze globali, aggregate, nel senso di variabili complessive attinenti all’economia nazionale: “Si parla, ad es., di consumo, risparmio, investimento, ecc. in quanto dati relativi alla totalità dei consumatori, risparmiatori, investitori, ecc. esistenti in un determinato territorio (in genere un paese; comunque, ci si può anche limitare ad una regione di un paese o invece allargarsi ad un insieme di paesi di una certa area geografica, ecc.). Per questo si parla della teoria economica keynesiana come di una macroeconomia, in contrapposizione alla microeconomia della teoria neoclassica tradizionale. Man mano che cresce il reddito nazionale (somma dei redditi di tutti gli individui viventi in un dato territorio, in genere quello nazionale, senza riguardo alla loro collocazione in date classi o gruppi sociali), aumenta la quota (percentuale) del reddito risparmiata rispetto a quella consumata. La teoria neoclassica tradizionale riteneva che tutto il reddito risparmiato fosse anche investito. Quando il risparmio aumentava, si supponeva che diminuisse adeguatamente il saggio di interesse (prezzo dei prestiti), per cui gli imprenditori si facevano dare a credito – con l’intermediazione delle banche – tale risparmio per effettuare gli investimenti, che sono appunto domanda di beni di produzione. Quindi, qualunque fosse la dimensione del prodotto (reddito) nazionale, la domanda era comunque della stessa entità dell’offerta, visto che quella di beni di investimento assorbiva la parte di reddito risparmiata (la parte consumata è ipso facto domanda di beni di consumo). Si sarebbe quindi realizzata la cosiddetta legge di Say per cui l’offerta dei beni (e dunque la produzione da cui dipende l’offerta) crea la sua propria domanda; non potrebbe quindi mai esserci crisi di sovrapproduzione, la merce prodotta non resterebbe mai invenduta per carenza di domanda. Per Keynes, invece, vi è un livello della produzione nazionale, nei paesi ad alto sviluppo capitalistico, in cui si verifica comunque un eccesso di risparmio, che non viene assorbito dall’investimento degli imprenditori (privati) per quanto bassi siano i saggi di interesse sui prestiti (bancari). La domanda complessiva dei privati (consumi più investimenti) non tiene allora dietro allo sviluppo (grazie agli avanzamenti tecnologici) della capacità di produrre un reddito, in cui cresce più che proporzionalmente la parte risparmiata rispetto a quella consumata. E’ quindi la debolezza di questa domanda complessiva la causa reale della crisi che poi certamente, una volta scoppiata, si avvita su se stessa facendo regredire il livello della produzione fino al punto in cui, nuovamente, l’intero risparmio, anch’esso ovviamente diminuito, trova di fronte a sé una adeguata domanda di beni di produzione (investimento). Va rilevato, ed è cruciale, che nella crisi la debolezza della domanda induce la diminuzione della produzione e questa accresce la disoccupazione dei fattori produttivi; quella del fattore lavoro ha maggiore evidenza perché è socialmente squassante, ma la disoccupazione colpisce anche il “fattore capitale”, che in questo contesto, come sempre nella teoria neoclassica, è l’insieme dei mezzi di produzione (di proprietà privata). In definitiva, la causa fondamentale della crisi risiede nella carenza, evidentemente relativa, della domanda a livelli di reddito elevati, tipici di economie con grandi potenzialità produttive, quindi tecnologicamente assai avanzate; ecco perché la crisi scoppia soprattutto nel bel mezzo di una raggiunta opulenza ed altezza del tenore di vita. Se vi è relativa debolezza della domanda privata (di beni di consumo e di investimento), è necessario che lo Stato effettui una sua spesa (pubblica) che vada a sommarsi a quella dei singoli cittadini, una spesa che quindi supplisca alla deficienza di quella dei privati. Ecco la ragione dell’intervento statale in economia… Lo Stato spende, cioè effettua domanda apprestando le opere infrastrutturali già considerate. Il problema che si pone è però: di che tipo di spesa deve trattarsi? Secondo i principi tradizionali (oggi ripresi con vigore) del mantenimento di un pareggio del bilancio statale (o almeno di un deficit da contenersi il più possibile), lo Stato, se vuol spendere di più, deve dotarsi dei mezzi a ciò necessari tramite un accrescimento dell’imposizione fiscale. Così agendo, però, si provoca la diminuzione del reddito dei cittadini, e dunque della loro domanda, al fine di accrescere la domanda pubblica. I conti non tornano. Si dà con una mano e si toglie con l’altra. La domanda (spesa) statale deve essere in deficit di bilancio. E nemmeno è possibile che lo Stato, per poter spendere, accresca il suo debito con l’emissione di titoli (i bot ad es.) perché, ancora una volta, si sottrarrebbe reddito ai privati, indebolendo così la loro domanda per rafforzare quella pubblica. Puramente e semplicemente, si stampa moneta e la si mette in circolazione comprando i fattori produttivi che servono per compiere le varie opere pubbliche. Secondo la tradizionale teoria quantitativa della moneta, quando lo Stato mette in circolazione una massa di moneta superiore, i prezzi delle merci salgono (inflazione). Secondo la teoria keynesiana ciò è vero solo nel caso che i fattori produttivi (lavoro e capitale) siano pienamente occupati e non si possa perciò accrescere, almeno nel breve periodo (in mancanza di aumento delle potenzialità produttive dovuto ad investimenti e nuove tecnologie), la quantità prodotta e offerta. Quando invece c’è la crisi, i fattori sono disoccupati; ma, come sopra considerato, è essenziale che lo sia il lavoro così come il capitale (mezzi di produzione); debbono esserci milioni di lavoratori a spasso e migliaia di imprese chiuse, ma potenzialmente in grado di riaprire i battenti, con macchinari che hanno solo bisogno di essere lubrificati e rimessi in movimento. L’importante è solo che riparta la domanda dei beni, perché allora le imprese riprendono a produrre, riassumendo forza lavoro. La spesa pubblica per infrastrutture, insomma, dà impulso all’attività di una serie di imprese che debbono – tanto per fare un esempio – fornire cemento, acciaio, vetri, infissi, mobilio, ecc. per costruzioni edili. E queste imprese debbono assumere lavoro (dirigente come esecutivo) per produrre; così facendo, distribuiscono salari a lavoratori prima disoccupati, che cominceranno a domandare beni prodotti, a loro volta, da altre imprese. Anche queste allora si riattivano, acquistando beni di produzione e pagando salari ad altri lavoratori prima disoccupati che, con il salario percepito, domandano altri beni di consumo e …..via di questo passo, in un circolo ora virtuoso di ripresa economica”.

Proporre, pertanto, oggi politiche keynesiane (post o neo, come preferite) è solo buon senso, si tratta di contrastare una lunga stagnazione che tagli, riduzione degli investimenti, privatizzazioni di rami strategici ecc. ecc. hanno semplicemente aggravato. Il mito dei bilanci pubblici sotto controllo è l’ultimo rifugio di certe canaglie che se ne fregano dell’indipendenza e della prosperità del proprio Paese, perché servili a potenze straniere. Noi però riteniamo anche che tali politiche incidenti sulla domanda non siano sufficienti a superare la débâcle in atto, perché stiamo vivendo un’epoca di multipolarismo in cui le decisioni politiche pesano più di quelle meramente economiche. Puntare unicamente su quest’ultime è scelta miope, se ciò non sarà accompagnato da decisioni storiche dirompenti, soprattutto nella rivisitazione dei rapporti di forza internazionali, che potrebbe rendere vani questi sforzi iniziali in campo economico-finanziario.

BASTA CON L’ECONOMICISMO, CONSAPEVOLE SCELTA REAZIONARIA (di GLG)

gianfranco

Si ha la netta sensazione, a mio avviso del tutto esatta, che si confonda continuamente la giusta e irrinunciabile polemica contro l’economicismo con la critica – consapevolmente rifiutata da chi difende quest’“ordine costituito” – di ogni tipo di analisi che abbia un carattere strutturale, analisi che è stata invece l’elemento di forza di teorie del tipo di quella di Marx.

L’economicismo prende sovente la forma che Marx definì <<feticismo delle merci>>, con la sostituzione dei rapporti tra cose (nel capitalismo le merci) ai rapporti tra uomini. In senso lato, si può secondo me parlare di economicismo quando tali rapporti interumani vengono nascosti da quantità definite economiche quali prezzi, profitti, quote di mercato, transazioni finanziarie, saggi di interesse e via dicendo. Un ragionamento fra i più banali in tal senso è, ad esempio, il seguente (usato perfino da certi pseudo critici del capitalismo): <<nell’anno 0 l’x% della popolazione possedeva l’y% del reddito nazionale (o magari del patrimonio nazionale, ecc.); nell’anno 0+t lo stesso x% ne possedeva l’y+z%>>. Se ne trae allora la conclusione di una evidente iniquità del tipo di società che consente una simile maldistribuzione della ricchezza, di un altrettanto evidente sfruttamento dei “miseri” da parte dei più “ricchi”, con il corollario (di un tempo ormai lontano) che si avvicinerebbe l’ora della ribellione dei primi.

E’ meglio poi non diffondersi sull’attuale mito delle quotazioni di Borsa, vista come “Dio” benefico (tutti avrebbero l’opportunità di arricchirsi) o come dominio del “Maligno” (si approssima una crisi spaventosa con grandi sofferenze per intere popolazioni). Oggi è assai di moda lo spread o ci si inchina ai giudizi di sedicenti società di rating (due americane e una inglese), veri organi di manovra politica da parte dei predominanti, attuata con la falsa obiettività delle cifre ottenute mediante calcoli ben adattati alle esigenze dell’inganno da perpetrare a danno di coloro che accettano la subordinazione ai prepotenti. Si tratta di rozzezze e grossolanità dal punto di vista di un corretto atteggiamento sia teorico che pratico; tuttavia, i loro propalatori si servono di media asserviti appunto alle esigenze di precisi paesi e gruppi dominanti. E altri gruppi di subordinati, che accettano per interesse questa loro condizione di dipendenza, si fanno essi pure diffusori di simili menzogne, avendo a disposizione tutti i mezzi per far accadere gli eventi drammatici profetizzati.

In realtà, simili considerazioni hanno la valenza e profondità di quelle di un individuo che viva sempre chiuso in una stanza e pensi all’intero mondo come ad una superficie piatta del tutto simile al pavimento della stessa. Ben diverso è il caso quando uno studioso serio dei rapporti tra uomini in una data società non si limita a trattarli alla stregua di interazioni tra individui prive di una qualsiasi strutturazione dell’insieme. Ad es., il concetto marxiano di modo di produzione definisce una intelaiatura, una mappa, di rapporti sociali, sia pure a grana grossa, che tende a mettere in luce alcune determinazioni decisive di date società (detto ancor meglio: di date forme di società o formazioni sociali).Detta intelaiatura, a mio avviso, non è la “riproduzione” (una sorta di fotografia) dei rapporti sociali secondo la loro presunta struttura “reale” in dati periodi storici, bensì una costruzione teorica che tende a mettere ordine nel caos delle innumerevoli interrelazioni tra i soggetti componenti la società in diverse epoche (e fasi di un’epoca) storiche. La teoria tenta di decifrare inoltre quali di simili interrelazioni sembrano essere le più decisive, le più influenti sulle dinamiche di quella data società; e si cerca di formulare qualche ipotesi circa la direzione di movimento e trasformazione della stessa.

Nessuna ipotesi teorica che metta ordine può tuttavia essere definita se non si parte dal riconoscimento che, nella interazione reciproca tra i molti soggetti componenti la società, si sono andati formando quelli che vengono definiti “ruoli” (le caselline della struttura pensata appunto come la più idonea a “mettere ordine”). E’ inoltre indispensabile trascegliere quelle che si suppongonoessere le principali funzioni svolte dai vari ruoli (e quindi dai soggetti che li occupano). Da questo punto di vista, il costrutto marxiano di modo di produzione trasmette le seguenti informazioni: a) l’esistenza di una struttura di ruoli e di relazioni tra ruoli, occupando i quali gli agenti formano delle classi (grossi raggruppamenti) sociali; b) la conseguente esistenza di funzioni cui sono adibiti tali agenti delle diverse classi, di alcune delle quali si può predicare l’essere dominanti e di altre l’essere dominate (eventualmente con l’indicazione di una serie di gradini intermedi) in relazione alle decisioni riguardanti sia gli assetti(economici, politici, ideologici, ecc.) di quella data formazione sociale sia le dinamiche di riproduzione o trasformazione degli stessi.

In mancanza di uno “schema d’ordine” – e il concetto di modo di produzione tale voleva essere – tutti i discorsi sulla società si fanno generici, confusi, rinviano ad erratici (casuali) flussi di potere o ad una sorta di psicologia degli agenti o ad una loro formazione ideologico-culturale di incerta derivazione senza “base” alcuna; ci si limita ad una serie di riflessioni di tipo sociologistico e/o politicistico, non certo ininteressanti, ma che senza dubbio risentono troppo fortemente delle preferenze e predisposizioni dei loro autori. Per questi motivi, sono contrario a ritenere ogni discorso (eminentemente teorico) intorno alle strutture (di ruoli e funzioni) come puramente affetto da un appesantimento d’ordine economicistico o, in altri casi, definito spregiativamente scientista. L’essere scientificamente rigorosi è un pregio, non un orpello fastidioso e da gettarsi alle spalle. So che è molto impegnativo e difficile – e bisogna perderci molto tempo, è necessaria la “lenta” riflessione e non la “meccanica” prontezza di riflessi, che spinge spesso all’improvvisazione – ma è l’unico modo per giungere più a fondo nella critica ai gruppi sociali, di vario ordine e grado, che si ergono a difesa dell’attuale struttura di rapporti tra dominanti e dominati. Anche la semplice lotta culturale – che da sola non è comunque sufficiente a rovesciare quel sistema di rapporti di potere – viene in ogni caso rafforzata da una rigorosa analisi dei sistemi sociali (di ruoli e funzioni).

E’ bene tuttavia ricordare che nell’attuale fase storica, di intenso sviluppo soprattutto tecnologico, si arriva spesso ad una deformazione parossistica del significato della scienza. Quest’ultima si fonda su ipotesi – nate appunto dall’esigenza di semplificare la realtà e di renderla idonea allo sviluppo di un agire nel mondo perseguendo determinate finalità – che non devono affatto essere fatte passare come una autentica e ormai esaustiva rappresentazione del complessivo mondo nel cui flusso siamo immersi. Le ipotesi sono e devono essere sempre così ritenutesemplici schemi d’ordine che, in un certo senso, fissano la realtà, la sua struttura e la sua dinamica, che sono invece eminentemente mutevoli, cangianti. Lo dobbiamo fare per agire, altrimenti ci perdiamo nel flusso degli eventi e siamo semplicemente travolti dal loro susseguirsi, di cui non siamo in grado di cogliere le infinite sfumature. Guai però se il presunto scienziato dichiara che quella data ipotesi è una certezza (“matematica”). Costui non ha nulla a che vedere con la scienza, ma solo con la prepotenza ideologica di una classe dominante (o di sue varianti interne) in crisi, in pericolo di perdita del potere. Gli “scienziati” diventano allora i moderni sostituti delle caste sacerdotali di tempi assai antichi, in cui erano il supporto dei gruppi dominanti; e spesso tendevano anche a sostituirsi a questi nei momenti di particolare crisi di quella formazione sociale. Questo tipo di scienza va disprezzato e combattuto e i suoi “alfieri” messi alla gogna, trattati da semplici ciarlatani.

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Venendo al dunque e a più modeste e attuali questioni, quando manifesto idiosincrasia per la “sinistra”, si fraintende spesso il mio discorso, prendendolo per umorale. Se si leggesse attentamente quanto scrivo in tema di ipotesi relative alle diverse frazioni di dominanti e alle loro funzioni riproduttive dell’odierno, terrificante, (dis)ordine sociale, ci si renderebbe conto di quanto la mia idiosincrasia per questa miserabile e meschina “marmaglia” politica sia tributaria di un’analisi del tutto realistica degli spregevoli servizi che essa rende alle frazioni dominanti in paesi asserviti ad una potenza predominante. La “sinistra” è un vero cancro o, se preferite, un’infezione che, lasciata agire, porterà alla dissoluzione dell’intera nostra società. Contro simile catastrofico pericolo non si è ancora in grado di far sorgere una forza politicacapace di espellerla dal consesso civile, di eliminarla da ogni possibile intervento nelle decisioni di paesi che intendano riconquistare una loro autonomia. Ci sono alcuni movimenti politici, ormai intossicati da una sedicente democrazia basata sul “mercato elettorale”, che credono di batterla appunto con il voto. Così essa continua ad esistere e a spargere i suoi veleni dissolutori. Occorrerebbe invece asportare del tutto le cellule cancerogene, usare un disinfettante di potenza risolutiva, in grado di cancellare questa “malattia”. La mia, dunque, non è idiosincrasia, è consapevolezza del pericolo di totale distruzione del nostro modo di vita, delle nostre tradizioni e cultura, ad opera di agenti che sembrano agire alla guisa di Sansone: se moriamo noi, facciamo crepare anche gli altri, distruggiamo l’intero consesso sociale.

Ancora molto tempo fa, alla fine degli anni ’60 del secolo scorso – nel mio periodo ancora pre-althusseriano e pre-bettelheimiano – scrissi due articoli (in “Ideologie” e nel “Che fare”, rivista diretta da Francesco Leonetti), in cui delineavo la progressione futura del Pci in quanto organizzazione in progressiva (e certo lenta data la “base operaia” del partito”)rappresentanza e “servizio” di quella che designavo allora ancora come “borghesia monopolistica”. Al di là della rozzezza di un’argomentazione ancorata alla tradizione (si tratta del resto diquasi mezzo secolo fa), feci una previsione molto in anticipo sui tempi, ma potei formularla in base ad un’analisi, pur ancora rudimentale, che non esito a definire fondamentalmente scientifica, anche se certo con i termini e l’intelaiatura teorica (marxista) di quei tempi. Qualsiasi analisi di superficie, culturalistica e quasi psicologistica, conduceva gli altri critici del capitalismo a parlare, al massimo, di “deviazione” piccolo-borghese del Pci e cose del genere. Aggiungo che subito dopo il mio ritorno dalla Francia (andai appunto a seguire Bettelheim e la scuola althusseriana frequentando l’EPHE a Parigi nel 1970-71), mi accadde un fatto ebbi un contatto ben rilevante per un “viaggio”, che poi mi rifiutai di intraprendere perché lo pensavo più pericoloso di quanto poi capii essere in realtà – che mi lasciò molto “pensoso” e un po’ sbalordito. Solo pian piano, negli anni successivi, riuscii da quell’evento ad afferrare che dovevano essere in atto alcuni contatti di un “certo tipo” per favorire, in modo coperto e prudente, il passaggio di campo del Pci verso l’atlantismo, processo che conobbe un momento “più scoperto” nel ’78 con il viaggio di un suo notevole esponente negli Stati Uniti, in concomitanza con la “faccenda” Moro (in possesso, ne sono convinto, di documenti, finiti chissà dove, comprovanti gli intendimenti di “nuove alleanze internazionali” di quella direzione del Pci).

Non intendo tediare oltre il lettore. Invito però tutti quelli che leggeranno queste poche pagine a meditare sull’uso a volte pretestuoso che viene fatto di polemiche contro l’economicismo, lo scientismo, ecc. Bisogna seguire attentamente l’evolversi dei fatti “reali”, ma non l’interpreteremo mai nel suo, almeno realistico (non proprio REALE), andamento e nel suo significato effettivo se non si è intenzionati ad assumersi la fatica e anche il tedio della “fredda” scienza. La si smetta di rincoglionirsi solo con internet, con i telefonini e altre novità tecnologiche, in evoluzione sempre più veloce in modo da far perdere a chi la segue ossessivamente ogni capacità di mettere per alcune ore il culo sulla sedia, leggendo vari documenti, ma essendosi preparati a capirli e inquadrarli nel loro significato per nulla affatto trasparente come sembra a prima vista. Si tenga inoltre presente che nelle scienze sociali non vi sono laboratori con provette e reagenti o acceleratori di particele o telescopi giganti, ecc. Lo scienziato sociale nemmeno può fare la verifica delle sue teorie mediante impegno diretto e immediato in tutte le situazioni (nei vari periodi storici e nei vari luoghi geografico-sociali) di cui ipotizza le strutture e dinamiche evolutive.

E’ ora di smetterla con l’ossessiva alimentazione della sola prontezza di riflessi. E’ ormai sempre più necessario riprendere ad allenarsi con la lenta riflessione, con il montare e smontare diverse ipotesi, senza innamorarsi di una soltanto d’esse per la noia di pensare. E anche quando si è divenuti molto convinti di una, se ne devono cogliere le sempre non poche sfaccettature e angolazioni dei punti di vista che esse consentono e anzi spesso impongono. E ricordiamoci pure che nel lottare per una causa non c’è sempre bisogno di mettere bombe e commettere atti molto spesso più che altro negativi. E’ anche utile far funzionare il cervello che ha la straordinaria capacità di immaginare strutture “architettoniche” in grado di mappare, di ordinare semplificando, il “territorio” (sociale non meno di quello naturale) in cui siamo costretti a muoverci, cercando di accrescere l’efficacia delle nostre azioni. E’ un discorso che non termina certamente qui.  

 

Se il dito indica la luna, lo stolto guarda lo spread

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Mario Draghi, Presidente Bce, si reca al Quirinale, dal Capo di Stato Sergio Mattarella, per raccomandare di non sottovalutare lo spread. Inoltre, avverte su un probabile declassamento dell’Italia, da parte delle agenzie di rating, a causa dei suoi conti traballanti. L’ex Goldman Sachs, utilizzando argomenti pretestuosi, cerca di spaventare il Governo giallo-verde, reo di essere uscito dai binari dell’Ue, ingerendosi in scelte politiche nelle quali non dovrebbe mettere naso. Innanzitutto, il differenziale tra titoli di Stato italiani e tedeschi, non ha nulla a che vedere con lo stato effettivo di un’economia. E’ mero aspetto finanziario sui cui giocano speculatori che hanno in mano i titoli di Stato. Lasciate agire questa volatilità ed essa si dissolverà come una montagna di fumo, in un tempo non lungo, perché non deriva da fattori “reali” ma da manovre fittizie su cedole di carta (anzi, ormai su desktop dove agiscono algoritmi). Fu lo stesso Berlusconi a dire che lo spread era un imbroglio: https://m.youtube.com/watch?v=By-hSH-UWYs.
Ora il suo cortigiano Sallusti, direttore de Il Giornale, va annunciando la catastrofe imminente a causa dello Spread e delle mani bucate dei grillini, dopo aver gridato al complotto nel 2011, quando il suo datore di lavoro fu costretto a sloggiare da Palazzo Chigi, per una similare azione dei mercati (dietro i quali c’erano Draghi, Napolitano e i loro padrini internazionali). Quanto ai timori per i giudizi negativi da parte delle agenzie di rating ci sarebbe da rispondere con sonore pernacchie. Si tratta di centrali della truffa che, in passato, hanno nascosto i bilanci in rosso di grandi società (e probabilmente continuano a farlo, basta pagare e avere le conoscenze giuste) prossime al fallimento, per dare il tempo a chi di dovere di sbarazzarsi dei titoli tossici. Il compito dei loro impiegati è quello di far finta di prendere sul serio i bilanci, rendere credibile ciò che non è solvibile e fornire valutazioni truccate in base a convenienze relazionali.
Tuttavia, sono convinto che in questa circostanza l’assalto “dei mercati” all’Italia non sortirà gli effetti della volta precedente. Il clima è cambiato, gli sponsor americani della burocrazia Ue sono in grande difficoltà, dopo la vittoria di Trump, e non possono esercitare la medesima opera di dissuasione del passato. Piuttosto, i veri rischi vengono dall’alleanza incerta Lega-5S. Già si parla di una rottura dopo le prossime elezioni europee, a causa delle diatribe insolute tra essi e dei sondaggi che sembrano avvantaggiare Salvini, ora socio di minoranza del connubio ma con velleità solitarie. Inoltre, c’è l’incognita delle consultazioni di mid-term negli USA. Queste sono ancora più importanti, perché un ridimensionamento di Trump ringalluzzirebbe il vecchio establishment democratico e con questo i suoi scherani nel nostro Continente. Altro dunque che lo spread, siamo in piena battaglia campale per nuovi equilibri di potere, internazionali e nazionali.

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