Recensione a “Geofinanza e geopolitica”, di Parenti-Rosati (edizioni Egea)

mondo

Il manuale curato da Fabio Massimo Parenti e Umberto Rosati, intitolato “Geofinanza e geopolitica” (ed.Egea), con studi di Silvia Grandi, Ann Lee e Davide Tentori, è uno strumento molto utile per comprendere lo sviluppo delle dinamiche finanziarie della nostra epoca. Il testo è agevole, benché mai superficiale, ed è comprensibile anche ai lettori non esperti che, pur non maneggiando linguaggio e tecnicismi economico-finanziari, vogliano approcciarsi all’apprendimento della tematica.

Il saggio permette di farsi un’idea delle trasformazioni avvenute nel sistema finanziario internazionale, dalla seconda guerra mondiale ai nostri giorni, mettendo l’accento sulle specificità storico-geografiche che ne hanno influenzato lo sviluppo. Il processo di globalizzazione, secondo gli autori, inizia idealmente dagli accordi Bretton Woods del 1944. Qui si fissano le regole di funzionamento del sistema finanziario e monetario e si istituzionalizzano i rapporti di dominanza, a matrice anglosassone (cioè statunitense e inglese), che attraverso l’adattamento nel tempo, o, persino, momenti di sconvolgimento di pratiche e paradigmi consolidati (si pensi alla decisione di Nixon, nel 1971, di sospendere la convertibilità dollaro-oro) si estenderanno all’intero globo; a fortiori dopo il collasso del blocco sovietico, in seguito al quale l’egemonia occidentale non incontrerà quasi più ostacoli sulla sua strada.

Odiernamente, l’unipolarismo americano inizia a mostrare le prime crepe, ad evidenziare i sintomi di un relativo declino che però non prefigurano, come qualche ottimista ritiene un po’ troppo frettolosamente, la quasi certezza di un imminente tracollo della potenza d’oltre-Atlantico. Tuttavia, i segnali di debolezza inviati dell’impero americano imbaldanziscono i suoi competitor sulla scacchiera mondiale. Giustamente, scrivono gli autori, oggi: “quest’assetto di potere viene sfidato da alcuni paesi emergenti e in particolare da Cina e Russia”. Russia e Cina (e non inverto casualmente l’ordine dei nomi rispetto a quanto riportato nel libro) rappresentano le concrete potenze revisioniste degli assetti internazionali, quelle che, almeno regionalmente, tentano di erodere lo strapotere americano generando o rigenerando le loro sfere d’influenza. In sostanza, il venir meno di un unico centro regolatore a livello planetario sta rimettendo in discussione il secolare disegno geopolitico americano e le leggi economico-finanziarie che lo hanno sin qui normato. Russia e Cina, infatti, pur operando come economie di mercato, rappresentano configurazioni capitalistiche con peculiarità proprie, non direttamente sovrapponibili al modello occidentale. I due giganti condividono con quest’ultimo alcuni fattori fondamentali, come la forma-impresa o la forma-mercato (elementi di elevata dinamicità che hanno decretato la superiorità della tipologia capitalistica anglo-americana rispetto ad esperimenti alternativi del passato, come il socialismo ir-realizzato) ma differiscono per aspetti strutturali non inessenziali, sia a livello di complessi statali che per articolazione sociale. Certo, dar adito agli ossimori non aiuta a rendere intelligibili le reali differenze tra sistemi: «Se c’è un “modello cinese” la sua più rilevante caratteristica è la volontà di sperimentare con differenti modelli». Secondo alcuni autorevoli studiosi, la traiettoria contemporanea dello sviluppo cinese sarebbe riconducibile, con tutte le sue ibridazioni e nuove sperimentazioni, a un sistema di mercato non-capitalistico, oppure a un socialismo di mercato. Ciononostante, nell’interpretazione della maggior parte dei media e dell’opinione pubblica occidentali, in cui sembrano prevalere pregiudizi etnocentrici e acritici, la Cina contemporanea è vista come un «sistema capitalistico autoritario». Non di questo si tratta, né di socialismo di mercato, che è un autentico obbrobrio categoriale, né di capitalismo-autoritario, che è un giudizio ideologicamente liquidatorio. E’, invece, innegabile che segmentazione e stratificazione degli apparati e dei ruoli apicali, a livello statale-politico, ma anche economico-strategico (imprese di punta), tanto in Russia che in Cina, derivano da logiche (lotta per il potere tra gruppi autoctoni e successiva proiezione esterna della potenza nazionale) non del tutto assimilabili allo schema capitalistico predominante di tipo “anglobalizzato”.

Dovremmo, dunque, iniziare a parlare non più di capitalismo ma di capitalismi se vogliamo meglio discernere affinità e divergenze tra gli attori in campo e loro sistemi organizzativi, senza ricorrere alle fughe in avanti terminologiche che conducono l’analisi scientifica in vicoli ciechi. Ad uno di questi punti morti teoretici ha condotto, per esempio, il cosiddetto concetto aleatorio di finanzcapitalismo, che gli autori sembrano però condividere. Il finanzcapitalismo, secondo Gallino, è quella mega-macchina sociale che ha superato il capitalismo industriale “a motivo della sua estensione planetaria e della sua capillare penetrazione in tutti i sottosistemi sociali, e in tutti gli strati della società, della natura e della persona. Così da abbracciare ogni momento e aspetto dell’esistenza degli uni e degli altri, dalla nascita alla morte o all’estinzione. Perché il finanzcapitalismo ha come motore non più la produzione di merci ma il sistema finanziario. Il denaro viene impiegato, investito, fatto circolare sui mercati allo scopo di produrre immediatamente una maggior quantità di denaro. In un crescendo patologico che ci appare sempre più fuori controllo”.

In realtà, per quanto la finanza abbia affinato le sue tecniche e la sua capacità di condizionamento, anche grazie alla tecnologia informatica, essa non è diventata l’orizzonte ultimo del sistema, lo stadio finale di una degenerazione irreversibile del capitalismo. Piuttosto, siamo in presenza di una ricorsività gravida di conseguenze geopolitiche. Le crisi finanziarie annunciano cambiamenti più profondi che si sostanziano all’interno dei rapporti di forza tra potenze, nella loro battaglia per la preminenza.

Gli autori ricostruiscono abilmente, ricorrendo a dati, tabelle e schede di approfondimento, le scelte istituzionali, gli eventi, le circostanze e le coincidenze che “contribuirono a generare la «tempesta perfetta» all’origine della crisi finanziaria globale scoppiata negli Stati Uniti nel 2007, manifestatasi pienamente nel 2008, e continuata in forme differenti fino ai giorni nostri”. E’ stato questo il terremoto finanziario che ha modificato la fiducia di milioni di persone e molte delle precedenti sicurezze circa una perdurante stabilità globale (la fine della storia di Fukuyama), oramai svanite. Tuttavia, bisogna stare molto attenti ad interpretare questi segnali, evitando accuratamente di essere risucchiati dalle profezie apocalittiche che generalmente accompagnano accadimenti così caotici. Sebbene lo choc sia emerso negli Usa, evidenziato dal fallimento di grandi banche ed altri operatori del settore, con pesanti ripercussioni anche sull’economia reale, gli effetti negativi più duraturi della crisi si sono materializzati soprattutto nelle zone subordinate a Washington. Europa compresa. Ora gli Usa sembrano in ripresa mentre le nazioni sotto il suo ombrello continuano ad arrancare. A queste manca quella libertà di agire e di sperimentare alternative al caos sistemico globale che, forse, potrebbero applicare solo distaccandosi dal giogo americano. Non è un caso che Washington proceda serrando i ranghi coi suoi alleati ed incrementando l’aggressività verso quelle potenze che offrono opzioni di risalita innovative, in contrasto con i suoi interessi.

Non condividiamo l’impostazione wallersteiniana, ripresa dagli autori, secondo la quale “la globalizzazione abbia avuto inizio con l’affermarsi della moderna economia, configurando una situazione di crescente autonomia del settore economico rispetto alla sfera politica”. E’ sempre la politica che indirizza questi processi benché lo faccia celando le sue iniziative dietro il paravento della “legalità” mercatistica. La sfera finanziaria ha sicuramente una sua autodeterminazione ed, effettivamente, può divenire, in alcune occasioni, predominante rispetto alla sfera politica, ma limitatamente ad aree o formazioni subalterne a centri strategici esterni, i quali sono immancabilmente politici, anche quando manovrano prodotti speculativi. Per questo, negli Usa non si può parlare di predominio della finanza sulla politica, semmai lo si può dire per la dipendente Europa. La globalizzazione, infatti, va colta come processo di dominazione politica, con importanti implicazioni (geo)economiche, e non viceversa. Del resto, sia Wallerstein che Arrighi, appoggiandosi a questa falsa convinzione si sono lasciati andare a futili vaticini ineluttabilmente smentiti dall’ingresso nella corrente era multipolare, in cui sono tornati in evidenza gli Stati. Tempo fa Wallerstein scrisse di essere convinto che “da almeno 30 anni siamo entrati nella fase terminale del sistema capitalista. Ciò che differenzia fondamentalmente questa fase dalla successione ininterrotta dei cicli congiunturali passati è il fatto che il capitalismo non perviene più a «farsi sistema», nel senso in cui lo intende la fisica e chimica Ilya Prigogine (1917-2003): cioè quando un sistema, biologico, chimico o sociale, devia troppo sovente dalla sua situazione di stabilità e non arriva più a ritrovare l’equilibrio. Si assiste allora a una biforcazione: la situazione diventa caotica, incontrollabile per le forze che la dominavano fino a quel momento. Emerge in questo modo una lotta non più tra sostenitori e avversari del sistema, ma tra tutti gli attori che lo compongono per arrivare a determinare ciò che potrebbe rimpiazzarlo. Personalmente riservo la parola «crisi» a questo tipo di periodi. E bene, oggi siamo in crisi. Il capitalismo è giunto alla sua fine”. 

A conclusioni analoghe era giunto anche Arrighi nella parte finale de “Il lungo XX secolo”.

Che quest’orientamento sia erroneo lo si desume proprio da quanto anticipavamo poc’anzi. Ovvero, non si è affatto “aperto un lasso di tempo all’interno del quale vi è la possibilità d’influenzare l’avvenire con la nostra azione individuale”, come impropriamente previsto da Wallerstein, ma si è schiusa una fase in cui  è la contesa tra gli Stati per il multipolarismo a riconfigurare l’architettura del potere mondiale, al di là di atti meramente soggettivi.

Meritevole è, infine, l’ultimo capitolo del libro dedicato alla Cina. Vi è in esso il tentativo di esporre, con chiavi d’interpretazione originali ed avulse dai soliti luoghi comuni (il socialismo di mercato, il capitalismo autoritario, ecc. ecc.), il fenomeno economico e politico cinese. Gli studiosi sono interessati ad “indagare tra le altre cose il rapporto Stato-società e i processi di pianificazione territoriale. Questi ultimi, in particolare, sono all’origine delle più recenti trasformazioni socioeconomiche e tecnologiche del paese e, contestualmente, delle sue strategie di graduale ma costante internazionalizzazione di intere regioni e sempre più estese reti urbane”. Si rileva, inoltre, della spinta propulsiva con la quale Pechino cerca di consolidare e di estendere la sua egemonia sul palcoscenico mondiale, sia ricorrendo all’influenza economico-commerciale che ad accordi politico-militari, anche in competizione con gli Usa. A parere nostro, il sistema politico cinese sconterà ancora delle pesanti difficoltà, non come asserisce la vulgata economicistica in virtù dei troppi vincoli statali imposti al libero mercato, ma a causa delle relazioni tra gli agenti della sfera politica e quelli della sfera economica, che in un sistema che si definisce comunista, pur non essendolo affatto, potrebbero arrivare ad un punto di rottura ideologico, con ripercussioni sul tessuto connettivo sociale. Fu questo che determinò il cortocircuito sovietico. Non è detto che il modello cinese imploda, al pari di quello dell’Urss, ma qualora queste contraddizioni non dovessero essere affrontate nei tempi giusti e con soluzioni efficaci i cinesi rischierebbero di tornare indietro di decenni.

ENERGIA (DI P. ROSSO)

gas

Si è svolto a Roma il 18/5 il convegno “Scenari di Strategie Energetiche per un’Italia Sovrana” organizzato dalla sen. Paola De Pin cui siamo stati invitati insieme a Giuseppe Germinario/ItaliaeilMondo, Irina Osipova/RIM Giovani Italo-Russi, Giulietto Chiesa e Max Bonelli/Riscossa Italia. Il convegno, che pure non ha brillato per la numerosità delle presenze, ci ha permesso di sintetizzare, nella presentazione che pubblichiamo, il quadro della questione energetica italiana sotto diversi aspetti e di proporre alla discussione alcune considerazioni finali.
La presentazione riassume tutte le informazioni ufficiali sui consumi energetici, la ripartizione delle diverse fonti primarie, la loro provenienza e la loro destinazione nei settori di impiego. Appare evidente la relativa concentrazione di carbone e intermittenti (denominazione equivalente, ma che preferiamo, a rinnovabili) nella produzione di energia elettrica, del petrolio nei trasporti in contrasto con la pervasività del gas naturale nell’industria e nel civile.
Si indicano inoltre gli attori industriali impegnati nella produzione, importazione, distribuzione delle fonti primarie e dell’energia elettrica, prendendo atto della ormai acquisita struttura di mercato diffuso o tutt’al più oligopolistico del settore energetico, con relativa presenza estera sia nella raffinazione (Rosneft, Lukoil, EXXON) che nella distribuzione del gas naturale (Edison).
Il quadro delle principali tendenze tecnologiche porta a prevedere un utilizzo residuale del carbone, un calo progressivo del petrolio, un avanzamento delle quote coperte da intermittenti e gas naturale il quale sarà chiamato in particolare a garantire la continuità di provvista alla rete elettrica – alimentata in modo discontinuo dalle intermittenti – per tutto il tempo necessario allo sviluppo di tecnologie di accumulo efficaci ed economiche.
Infine si focalizza lo sguardo sulle infrastrutture dedicate all’approvvigionamento di gas naturale nella macro-regione europea, in particolare i gasdotti in programma nel Baltico, nel Mar Nero e nel Mediterraneo, visti in relazione con gli investimenti in nuovi terminali di ri-gassificazione del GNL (Gas Naturale Liquefatto). Si mettono in evidenza diversi aspetti in particolare:
1. La relativa prevalenza della Federazione Russa nella quota di fornitura di gas naturale all’Italia non costituisce in realtà un rischio di dipendenza italiana, considerata la numerosità dei fornitori alternativi disponibili e la abbondante infrastrutturazione italiana sia in termini di gasdotti che di terminali GNL;
2. Il mercato del gas naturale mantiene specifiche caratteristiche regionali in modo tale che non risulta facile approvvigionarsi in maniera stabile e sicura da qualsiasi parte del mondo (sicurezza e competitività sono due criteri della Strategia Energetica Nazionale – SEN – in via di pubblicazione da parte del Ministro Calenda). Per una nazione che deve comprare è pertanto importante stabilire relazioni di reciprocità e di fiducia costanti nel tempo in modo tale da co-interessare chi deve vendere;
3. Gazprom è spinta ad assumere un approccio di prezzo di mercato e non oligopolistico dalla presenza di grosse disponibilità di terminali GNL non utilizzati a pieno. Dall’altra parte i produttori USA – o i loro “cugini” australiani – sono particolarmente attratti dal vendere a lungo termine in Asia – dove spuntano prezzi più alti – piuttosto che in Europa, tranne che per ragion tutte politiche, come in Polonia e Estonia, e comunque a prezzi “asiatici”;
4. L’Italia rischia di rimanere l’unico cliente importante di Gazprom che utilizzi la via di transito ucraina per importare il gas russo. La Germania diventerebbe ri-esportatrice (sia la suo ovest che al suo est) per conto russo con il North Stream 2, mentre la Turchia – secondo cliente di Gazprom in ordine di importanza – chiuderebbe la via attuale da Ucraina/Romania/Bulgaria utilizzando il Turkish Stream via Mar Nero già in costruzione per la parte dedicata ai turchi. Riservandosi di servire in retro-flusso Bulgaria e Romania;
5. L’Ucraina detiene un solido “rubinetto” sulla corrente di gas russo verso la UE nella misura in cui le tariffe di trasporto influenzano direttamente la convenienza economica delle vie alternative e dei terminali GNL: basse tariffe potrebbero mettere fuori mercato il North- Stream-2 e ridurre la quota di mercato russa in futuro a favore dei produttori alternativi via terminali. Ovviamente questa potenzialità è ben presente a chi comanda la junta ucraina.
6. Il gasdotto East Med – da Israele/Libano/Cipro – soffre di difficoltà tecniche (profondità fino a 3000 m) e geopolitiche (interferenze israeliane, turche ed egiziane) tali da non garantire a nostro parere i requisiti di una concreta complementarietà – tantomeno alternativa – all’importazione dalla Fed. Russa. Per quanto riguarda il gas egiziano di proprietà ENI – ammesso e non concesso che ne avanzi un po’ dopo aver coperto il fabbisogno interno egiziano – meglio sarebbe esportarlo sotto forma di GNL.
La SEN che sarà approvata in Parlamento dovrebbe affrontare tali temi e sarà interessante intanto verificare se li affronta e poi verificarne il come. Dalle anticipazioni ufficiose sembra di capire che il documento rappresenti il classico “calcio al barattolo”: un po’ meno incentivi alle rinnovabili, sostegno di Stato alle centrali a gas, defiscalizzazione degli interventi per efficientare gli edifici, incentivi per la mobilità elettrica. Vedremo.

energia-18-5-17

SERVA ITALIA

italia_a_pezzi

Limes dedica il numero di aprile all’Italia ed il quadro che ne viene fuori è drammatico. Nella nuova fase multipolare il nostro Paese, che per l’andamento oggettivo delle dinamiche geopolitiche resta strategico, è divenuto del tutto marginale sulla scacchiera globale. La rilevanza oggettiva della Penisola è, tuttavia, più chiara ai nostri nemici che ai nostri governanti. Quest’ultimi, nella migliore delle ipotesi, sono ancorati a vecchie concezioni dell’ordine mondiale ormai eclissatesi. Nella peggiore, invece, sono autentici collaborazionisti antinazionali. L’aspetto realmente tragico della tematica riguarda, comunque, la doppia sudditanza, europea e americana, che deprime le nostre possibilità di ricollocazione negli assetti internazionali in via di trasformazione. Non si muove niente a Roma che non sia stato stabilito prima a Washington e poi a Bruxelles. Anche sulle problematiche che ci riguardano più da vicino siamo tenuti all’oscuro e spesso posti di fronte al fatto compiuto. Come per la guerra in Libia. La pesante ingerenza degli stranieri nelle questioni italiane è però imputabile soprattutto alla viltà delle nostre classi dirigenti. Chi da fuori usa il Belpaese per i suoi interessi può contare sulla complicità di chi, da dentro, è pronto a svenderlo per posti a sedere e potere di seconda mano. Scrive il Generale Mini sulla rivista citata all’inizio:

“Il controllo americano sull’Italia è gestito in Italia. Da settant’anni, il nostro paese si presenta nelle organizzazioni internazionali come Onu e Nato, G7, G8 e G20, Osce e Unione Europea con un’agenda già concordata all’ambasciata Usa di Roma. Molte volte non è neppure necessario concordare nulla perché ogni tassello dirigenziale politico, amministrativo e militare è allineato sulle posizioni e sugli interessi americani. Qualunque sia il partito al governo. Agli «americani di Roma», funzionari d’ambasciata, addetti commerciali, culturali, politici, addetti alla public diplomacy (un modo elegante per pilotare la comunicazione italiana), forze speciali sotto copertura, agenti della Cia, della Dia e dell’Fbi sparsi a gruppi di ventine in tutta Italia, si aggiungono gli «americani nostrani». Sono di tutte le specie: politici convinti (il presidente Cossiga si riteneva uno di questi e si definiva «amerikano»), politici voltagabbana, diplomatici, giornalisti, informatori, complottisti, piduisti, pseudo-esperti e intellettuali, militari ed ex militari, massoni e cattolici, vecchi mercenari e neo-contractors che, agendo in qualsiasi ambito nazionale e pontificando da qualsiasi pulpito, alimentano le già numerose lobby pro-americane e sono i più accesi sostenitori delle ragioni oltre che difensori degli errori statunitensi. Gli «americani nostrani» vantano quasi sempre contatti e connessioni dirette e fruttuose con gli italiani d’America che costituiscono una comunità assai numerosa (circa 18 milioni), ma scarsamente coesa e quindi politicamente meno influente di altre componenti sociali minoritarie. Non si può certo fare il confronto tra il peso politico degli americani d’origine italiana e quello politico ed economico della comunità dei sette milioni di ebrei che sostengono Israele anche quando non ne condividono gli atteggiamenti. Ma è bastato un albanese nel Congresso per scatenare la guerra contro la Serbia e un montenegrino per far ammettere il Montenegro nella Nato. Adesso bisognerà vedere quanti di coloro che si dichiarano italo-americani difenderanno il made in Italy nella guerra commerciale aperta da Trump”. Nel nostro paese l’opposizione al servilismo è invece prettamente ideologica. Si limita alla critica per partito preso e non per cognizione di causa. È rimasta agli  schemi della guerra fredda e per questo anacronismo si squalifica da sola. Di fatto, contribuisce a rafforzare il già radicato americanismo servile. Da noi si applica appieno l’amara constatazione di un filosofo cinese: «Ci sono stati periodi in cui il nostro desiderio di essere schiavi è stato soddisfatto e altri no». Da noi il «periodo no» deve ancora arrivare. In sostanza, dal 1945 a oggi non abbiamo fatto altro che andare in America per mendicare, implorare, rinnovare il patto di sudditanza e fare il pieno di stupidaggini, dagli slogan elettorali ai gadget pubblicitari. Anche noi abbiamo i nostri twitter-in-chief (soprannome di Trump) che cinguettano, felici di essere al sicuro, in gabbia”.

Un quadro impietoso che non ci lascia grandi speranze per il futuro. Siamo infiltrati nei gangli oscuri dello Stato, quelli che contano per la potenza. Lo abbiamo scritto tante volte su questo sito. Se non ci sbarazzeremo repentinamente e con violenza inaudita delle élite “contoterziste”, che esaudiscono i desiderata degli stranieri a scapito dei desideri di autonomia nazionale, il destino dello Stivale sarà segnato. I tempi sono maturi per imboccare altre strade ma immaturi ed eterodiretti sono i gruppi di comando, politici, economici e culturali che ci costringono a subire il dominio straniero. Dovremmo essere tra i maggiori revisionisti del panorama che si multipolarizza ed, invece, siamo i peggiori conformisti.

Per settant’anni abbiamo obbedito agli Usa ottenendo meno di quanto avremmo dovuto avere. Ancora permettiamo certe narrazioni sugli americani che sono venuti qui a liberarci. Sono venuti a conquistarci e usarci per i loro scopi politici. Altri paesi europei hanno spuntato dalla Casa Bianca benefici più alti dei nostri pagando un prezzo inferiore. Oggi subiamo soltanto razzie e predazioni ma continuiamo a sottostare agli ordini dello Zio Sam e dei suoi maggiordomi europei che scaricano su noialtri il costo della subordinazione continentale. Ci vuole una forza d’urto che spazzi ogni cosa, compreso l’armamentario democratico dietro il quale ci siamo fin qui arroccati per giustificare la codardia nazionale. Gli etnocrati vanno messi al muro e poi a muso duro bisognerà affrontare i loro padroni, gli invasori d’oltreoceano. Ci hanno già tolto tanto per cui abbiamo poco da perdere.

IL FREUD DEL SEGRETARIO DI STATO VATICANO, CARDINALE PAROLIN (di O.M. Schena)

papa

Prima le carte in tavola

Chi scrive non è un freudiano e non ha titoli accademici, né una preparazione tale da poter impartire su Freud e la teoria freudiana una “lectio” neppure brevis, né nei palazzi blasonati, né negli scantinati proletari, né del lumpënproletari̯àt. Ciò non di meno, peccando gravemente e consapevolmente d’orgoglio, chi scrive pensa comunque che Freud e la sua teoria vadano mandati assolti da ogni accusa d’aver in qualsivoglia modo “auspicato, atteso e vezzeggiato” l’esplosione del primo conflitto mondiale; prosciolti entrambi, dunque, con sentenza di non luogo a procedere perché il fatto non sussiste. E questo proscioglimento di Freud dalle gravi accuse <<(…) di chiunque siano quelle parole, in conferma e in esaltazione dell’errore, quell’affermar così sicuro, sul fondamento d’un credere così spensierato (…)>>. Così scrive Manzoni in premessa al suo “Storia della colonna infame” (Feltrinelli p. 10). Manzoni era credente e Freud no, ma la vittoria dell’errore contro la verità è sempre orrenda, e non può far altro che dispiacere come dispiacque al Manzoni.

 

 

La verità, i pastori e il gregge

 

C’era qualche volta una RAI TV pubblica, una RAI TV pubblica un po’ a singhiozzo, o meglio “pubblica” una volta ogni morte di papa. Che poi “pubblica” non significa “proprietà di tutti”, perché spesso quel “pubblica” è soltanto una finzione giuridica, è solo un guscio rigonfio di tanti interessi privati, di varie lobby, di bande quasi sempre in guerra fra di loro.

 

<<Il 12 settembre alle 13.15 su RAI3 prende il via la 4^ stagione de Il Tempo e la Storia. Il programma quotidiano di divulgazione storica quest’anno propone molte novità, prima tra tutte la conduzione affidata ad un nuovo volto femminile, la giovane storica Michela Ponzani formatasi con un dottorato di ricerca e autrice di libri sulla seconda guerra mondiale con una chiave interpretativa molto originale.

(…) Un impianto scenico interattivo, una conduzione fresca e incisiva, un utilizzo più dinamico dei contenuti multimediali in un percorso di 170 puntate realizzate con la consulenza del comitato degli storici.

Il programma continuerà a rispondere alla domanda del pubblico coniugando le nuove ricerche e i nuovi linguaggi con il rigore scientifico di storici affermati, in un dialogo costante.>>

(“http://www.raistoria.rai.it/tempo-storia/default.aspx”)

 

 

È il mese di novembre 2016 e va in onda su RAI 3 HD cultura – IL TEMPO E LA STORIA un servizio su “Benedetto XV e l’inutile strage”. Stando ai propositi dei responsabili del programma, che assicurano il “rigore scientifico di storici affermati”, e ferma restando la possibilità che anche un comitato di storici possa distrarsi o cedere ad un colpo di sonno, gli spettatori avrebbero dovuto e dovrebbero sentirsi in una botte di ferro, ovvero, in una “botte di verità di ferro”. Si spera non si tratti d’una “verità” secondo l’etimo latino “veritas”, cioè d’una verità di fatto, in cui credere, in cui avere fede, magari soltanto perché “l’ha detto Tizio”, e Tizio è, o è stato, un’autorità indiscussa. Ovverossia secondo quel procedimento illustrato da Schopenhauer (Stratagemma 30) attraverso il quale un’opinione di due o tre persone finisce col diventare un’opinione generale, universalmente valida. Le persone di Schopenhauer, vanno come le pecorelle di Dante, “a una, a due, a tre … e ciò che fa la prima, e l’altre fanno”(Purgatorio Canto III), e sono come gli scrittori di Manzoni  “l’uno dietro all’altro, senza pensare a informarsi”(Storia della Colonna Infame – p.10) d’un fatto del quale si mettono a parlare anziché mettersi a sedere e a studiare. Le pecorelle possono essere perdonate, ma i pastori?

Si spera, dunque, che, per il programma IL TEMPO E LA STORIA, anziché d’una “verità” secondo l’etimo latino “veritas”, possa trattarsi d’una “verità” secondo l’etimo greco di “aletheia”, cioè d’una verità come movimento, come esperienza che diventa vera nel giudizio, nel ragionamento, che presuppone il duro lavoro del disnascondimento e della ricerca.

http://h5.rai.it/raiplay/video/2016/11/Il-tempo-e-la-Storia-Benedetto-XV-e-l-inutile-strage-c99c3ef8-dbc5-4487-a795-21b65c56cd41.html

 

Ed ecco la trascrizione puntuale dell’introduzione letta dal Segretario di Stato Vaticano, cardinale Pietro Parolin nella puntata su Benedetto XV:

 

<<La grande guerra era stata auspicata, attesa, perfino vezzeggiata da un’intera cultura che con la sola teoria di Sigmund Freud mescolava vitalismo e violenza nell’ingenua ed aberrante attesa d’un lavacro sanguinoso che sarebbe stato invece la catastrofe politica, civile e morale dell’intera Europa”. Papa della guerra e nella guerra spesso la sua figura ha rischiato di venire quasi compressa e quasi trasformata in una semplice premessa a quella frase memorabile, lapidaria al pari di un giudizio profetico della prima guerra mondiale come “inutile strage”, riducendo la sua azione ad un puro contorno a quell’atto>>.

 

Quale potrà mai essere stata la serie causale dei 00:52 minuti (sui  23:26 minuti dell’intero servizio) delle terribili accuse lette dal cardinale Pietro Parolin e rovesciate sulle spalle di Sigmund Freud? In verità si vedono più fogli tra le mani del cardinale, ma ci sarà scritto qualcos’altro? Tre aggettivi, dunque, <<auspicata, attesa, vezzeggiata>>, tre terribili rabbuffi per marchiare col fuoco della più grave infamia un’intera cultura + Freud, tutti quanti assetati di sangue. Un’intera cultura, forse non tanto ingenua, a volerci vedere chiaro, che, così almeno par di capire, con la sola teoria freudiana (ingrediente teorico principale quindi!) mescolava vitalismo e violenza nella smaniosa attesa del bagno di sangue. Si sarebbe mai permessa, Sua eminenza, di scandire invece “(…) un’intera cultura che con la sola teoria del Cristo Figlio di Dio mescolava vitalismo e violenza …”? E poi perché non tirar fuori qualche altro nome oltre quello del povero Freud?

Ad esempio, tra i fanatici della campagna interventista, si potrebbero tirar fuori in Italia, accanto a Filippo Tommaso Marinetti e ai futuristi, i nomi di Giovanni Papini, con le sue urla belluine sulla rivista <<Lacerba>> a favore del “caldo bagno di sangue malthusiano”, e di Agostino Gemelli. Quest’ultimo, psicologo e biologo antisemita, si converte al cattolicesimo. Da positivista figlio di mangiapreti si fa teorico delle apparizioni e dei miracoli di Lourdes. Si fa frate minore e fonda nel 1921 l’Università cattolica del Sacro Cuore. Su “Vita e pensiero” frate Agostino Gemelli così scrive nel 1915:

 

<<(…) è naturale che noi come cristiani, abbiamo più di ogni altro uomo il dovere della disciplina militare in nome della nostra religione (“La psicologia della vita militare”). (…) Prova dunque terribile e sanguinosa, ma prova divina. Così all’occhio del cristiano la guerra si illumina di miglior luce. Il cristiano può combattere la guerra senza ledere il precetto divino e fondamentale dell’amore per il prossimo, perché egli pugna per il buon diritto. Il cristiano accetta la guerra con animo sereno, perché vede in essa un castigo salutare per le sue colpe. Il cristiano anziché abbattersi trova in questa prova nuova forza, perché la guerra nobilita e rigenera le nazioni … oh la dolcezza della vita religiosa al campo! … la guerra coi suoi mali conduce a manifestazioni sublimi di carattere religioso. Dalle trincee si leva un canto di invocazione a Dio, che desta un’eco attorno ai focolari delle nostre case (“La filosofia del cannone” 1915)

La guerra viene quindi ad essere un terribile e severo eliminatore  di quei popoli che hanno tradito la loro missione e uno strumento nelle mani della Provvidenza per guidare le genti (“Le conseguenze benefiche della guerra” 1915)

Potrà il buon cristiano non solo volere e fare la guerra – in quanto essa è e gli appare una giustizia – ma potrà anche predicarla (“Il dovere del cristiano della guerra”)>>.

***

<<Quelle di frate Gemelli non erano le opinioni di papa Benedetto XV, ma non erano neppure opinioni sconfessate come eretiche. Gemelli era anzi tanto autorevole che nel 1916 poté promuovere ufficialmente, con l’autorizzazione di quello stesso Benedetto XV che chiedeva la fine della guerra, la Solenne consacrazione dei soldati del Regio Esercito Italiano al Sacro Cuore di Gesù, di cui le truppe furono informate nel 1917 con un foglio (C149) che diceva tra l’altro:

<<La devozione al Sacro Cuore di Gesù è la grande speranza dei tempi nostri … Vedete i francesi alla battaglia della Marna: tutto pareva perduto, quando il generale Castelnau ebbe l’ispirazione d’invocare il Sacro Cuore e consacrargli l’esercito. E il risultato fu la meravigliosa vittoria che salvò la Francia>>.

(Walter Peruzzi “Il cattolicesimo reale” – Odradek edizioni 2008 – p.362)

 

Ci dovrebbero essere ben pochi dubbi sul fatto che quella di frate Gemelli sia una “lectio magistralis” sulla “guerra come strumento della Provvidenza” (!), un vero inno grondante di sangue e tutto recitato in punta di cristianesimo, per giunta con l’autorizzazione di Battista Della Chiesa, vale a dire di papa Benedetto XV, e senza neppure la più pallida ombra di Freud!

Ma allora perché il cardinale Parolin avrebbe tirato fuori il nome di Freud, e, come se non bastasse, lasciandolo da solo?

L’aberrazione massima, tutto il male di quel tempo sembra dunque tutto quanto concentrarsi emblematicamente nel corpo d’una sola persona (e nell’anima, per chi ci crede), e quella persona è: Sigmund Freud.

Sua eminenza Parolin lamenta poi la riduzione dell’azione di Benedetto XV <<ad un puro contorno>> della memorabile lapidaria frase del Papa sulla prima guerra mondiale come <<inutile strage>>. E va bene, tale giudizio papale sarà pure profetico, ma qui varrebbe la pena di chiedersi: potrebbe mai una strage essere (definita) <<utile>>? E la risposta potrebbe anche essere un <<SÌ, anche una strage potrebbe essere utile>>, se a dare la risposta fossero, però, solo i dominanti di tutte le contrade. Insomma, <<inutile strage>> sarà pure una frase lapidaria, ma con un aggettivo che avrebbe potuto e dovuto essere meno infelice e soprattutto più <<utile>>, ma più utile per i dominati (credenti e non), più utile ad essi per capirci qualcosa in più su quella guerra e, soprattutto, sul <<che fare>> per non doverla subire senza neppure l’abbozzo d’una difesa.

 

Antonio Moscato ha titolato il suo ultimo libro sul primo conflitto mondiale “La madre di tutte le guerre”- ed. La.Co.Ri. 2014. Sulla quarta di copertina si  legge:

 

<<Era stata presentata come “la guerra che metterà fine a tutte le guerre”: la spartizione del mondo che la concluse, e che confermava gli obiettivi predatori di tutti quelli che l’avevano voluta, ha invece innescato le micce per molti conflitti, per altre tragedie. È diventata, appunto, la madre di tutte le guerre future …

Il libro parte dalla ricostruzione delle cause reali che l’hanno provocata: oltre al desiderio di rimettere in discussione la suddivisione dei Balcani  e del mondo coloniale concordata tra il 1878 e il 1885 a Berlino, c’erano l’illusione di poter usare il conflitto ai fini interni (la “guerra come igiene del mondo”) e una straordinaria incapacità  di tutti i governi e degli alti comandi di prevedere le caratteristiche che avrebbero inevitabilmente preso i combattimenti tra forze sostanzialmente equivalenti nel numero e nella tecnica militare, rendendo impossibili i sogni di “guerra lampo”. Ottusità e cinismo, disprezzo per la carne da cannone, spedita ad attaccare trincee imprendibili, si riscontrano in tutti gli alti ufficiali dei due schieramenti. In Italia, la coercizione su soldati male addestrati e spesso analfabeti tentava di nascondere la più forte impreparazione delle gerarchie militari. E quei metodi, combinati con la violenza d’una minoranza interventista sul Parlamento, crearono le premesse del fascismo.

Saranno solo le avvisaglie della rivoluzione russa nel 1917, combinate con gli ammutinamenti francesi e lo sfaldamento dell’esercito italiano a Caporetto di fronte a forze tutt’altro che preponderanti, a costringere gli alti comandi a risparmiare un po’ gli uomini e a ridurre le decimazioni e fucilazioni arbitrarie, che avevano caratterizzato i primi anni di guerra.>>

 

Attenzione, allora, attenzione ai sogni di gloria e di potere dei governi e dei dominanti. E, soprattutto, attenzione al <<mal blanco>>, che può avvolgere le sue vittime in un candore luminoso simile a un mare di latte. Perché quel <<mal blanco>>, quella cecità dovuta a una malattia sconosciuta, a quell’epidemia che colpisce il Paese descritto da José Saramago nel romanzo “Cecità”, rappresentano la notte dell’etica.

Se i governi coinvolti, e gli alti comandi non fossero stati tanto incapaci di prevedere l’inutilità del conflitto, e pure così tanto ottusi e cinici, la guerra la si sarebbe potuta-dovuta fermare molto prima … ancor prima di scoppiare. Ma chissà, forse <<l’inutile strage>> della 1^ guerra mondiale non fu poi così tanto “inutile” per tutti, se è vero che essa servì egregiamente, con i suoi metodi di comando combinati con la violenza d’una minoranza interventista sul Parlamento, a plasmare le menti e i corpi (e non del solo popolo italiano) e a creare così le premesse “utili” all’avvento del fascismo (e del nazismo).

Insomma, a ben vedere, ma anche a mal vedere, in quel tempo della notte dell’etica (non certo il primo e il solo della storia umana), c’è davvero un bel mucchio di “brava gente”, che sbava per la guerra, sbava per un lavacro sanguinoso, c’è tanta “brava gente” da poter indicare con tanto di nome e cognome, perché mai prendersela con il solo, povero, innocente Freud?

 

 

Freud e  la guerra

 

Ma è davvero Freud il lievito del 1° conflitto mondiale? Nell’estate del 1914 Freud ha sì uno slancio patriottico, ma a questo slancio di breve durata fa seguito un subitaneo quanto doloroso turbamento. Turbamento che si esplicita nello scritto del 1915 Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte” (B. Boringhieri). In esso non si dà voce soltanto al dolore per la degradazione e la distruzione del prezioso patrimonio dell’umanità, ma si articola una dura denuncia della degenerazione che colpisce anche il mondo scientifico:

 

<<L’antropologo è indotto a dimostrare che l’avversario è un essere inferiore e degenerato, lo psichiatra a diagnosticare in lui perturbazioni spirituali e psichiche (…)>>  (Freud “Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte” (1915) B. Boringhieri p. 15)

 

Il senso d’impotenza e il pessimismo di Freud risaltano ancor più nella sua corrispondenza privata, già alla fine del 1914:

 

<<Vienna 25 novembre 1914 — Cara signora (…) non ho dubbi che l’umanità riuscirà a rimettersi anche da questa guerra; tuttavia so per certo che né io né i miei contemporanei rivedremo mai più un mondo felice. Tutto è troppo orribile; ma quel che è più triste è che le cose vanno esattamente come avremmo dovuto immaginarle in base a quanto le attese suscitate dalla psicoanalisi ci hanno insegnato sugli uomini e sul loro comportamento. È questo atteggiamento nei confronti del genere umano ad avermi sempre impedito  di condividere il Suo sereno ottimismo. Nel segreto del mio animo ero giunto alla conclusione che, se ravvisiamo nella nostra civiltà attuale, che è di tutte la più elevata, soltanto una gigantesca ipocrisia, è evidente che non siamo organicamente idonei per questa civiltà. Non ci resta che abdicare, e il Grande Sconosciuto, persona o cosa, che si nasconde dietro al Fato, ripeterà in futuro, l’esperimento con un’altra razza>>. (S. Freud e Lou Andreas Salomé Eros e Conoscenza – lettere 1912-1936 – B. Boringhieri p.17)

 

Sì, si potrebbe anche dire che l’uomo freudiano appare impegnato in una lotta senza speranza, perché l’essenza della natura umana sarebbe per Freud la naturale inclinazione alla guerra e all’autodistruzione. Ma, pur nel suo pessimismo, Freud non pare aver mai sbavato, né nel 1914 né tantomeno dopo, per l’attesa d’un malthusiano <<lavacro sanguinoso>> per l’intera Europa. <<Lavacro>> atteso, auspicato ed esibito, invece, dal più noto fra gli intellettuali cattolici italiani del 20° secolo, padre Agostino Gemelli.

Se, invero, è improbabile che anche un accurato lavoro di scavo tra gli scritti di Freud possa portare alla luce una sua esaltazione della guerra, appare davvero impensabile che le dure parole del cardinale Parolin possano essere state provocate dalle osservazioni critiche riservate da Freud alla religione e alla chiesa, come, ad esempio, con il paragone tra la chiesa e l’esercito. Due istituzioni entrambe fondate, secondo Freud, sulla medesima illusione dell’esistenza d’un capo supremo (Gesù Cristo per la chiesa cattolica). Illusione che, una volta caduta, trascinerebbe nella rovina l’esercito e la chiesa, le cui masse si disperderebbero come una <<lacrima di Batavia>> cui sia stata tagliata la punta. (Freud “Psicologia delle masse e analisi dell’io” – B. Boringhieri – p. 39)

Ancora un’osservazione. C’è chi ritiene che l’opera di Freud, sia una gigantesca descrizione di formazioni di compromesso. Chi scrive non sa dirvelo, sul “Freud del cardinale Parolin” ha messo da subito le carte in tavola. Ora, non per voler essere indiscreti, ma resta del tutto impenetrabile perché mai Sua Eminenza abbia voluto far credere agli spettatori di “non” conoscere di Freud neppure quel poco che sarebbe bastato per prosciogliere in istruttoria da ogni accusa il padre della psicoanalisi. E qui si assicura che quel precedente “non” non nasconde una negazione freudiana neppure debolissima. Tutt’altro, aver enunciato le ragioni di Sua Eminenza nell’atto stesso di negarne la “verità” può darsi soddisfi, invece, un residuo di convinzione accordato a quelle ragioni nell’atto stesso di annullarle.

Lasciato il cardinale alle sue incomprensibili (almeno per chi scrive) aspre accuse a Freud è possibile ora ricordare chi, inutilmente purtroppo, provò a rendere edotto e a pungolare il popolo italiano e perfino gli aderenti al suo stesso partito sull’immane tragedia della guerra.

 

 

I NI e i NO alla guerra: B. Croce e G. Matteotti

 

Sarebbero servite in quel tempo parole capaci di essere da subito  parole chiare e utili alle azioni dei dominati di tutte le contrade. Il PSI è ingessato da Turati, Treves e Prampolini (che hanno la maggioranza del gruppo parlamentare socialista) nella formula <<né aderire né sabotare>>, formula inventata dal segretario del Partito socialista Costantino Lazzari.

C’è Antonio Gramsci (1891-1937), ma è ancora un giovane studente, inquieto, appassionato e incerto, nonché privo dell’indispensabile autorevolezza nel partito. C’è il neutralismo di Benedetto Croce, leader indiscusso della cultura liberale, la massima autorità della cultura italiana. Croce è consapevole del suo ruolo d’ordine, ma suggerisce e comanda l’ubbidienza, come abito normale del buon cittadino -civile o militare-, a chi è investito del ruolo di comando. Per lui:

 

<<la guerra è come il terremoto, quando arriva arriva e si può solo sperare che passi senza fare eccessivi danni>> (da Mario Isnenghi “Convertirsi alla guerra” Donzelli 2015 – p. 54)

<<(…) Se si decide la guerra, sarò fra quei molti italiani che non pronunzieranno verbo di commento, appresteranno il loro animo alla nuova situazione, e faranno tutto quanto potranno. Ma non vorrei mai rimproverarmi di aver aiutato a provocarla.>> (Croce a Prezzolini, Napoli 16 maggio 1915, – Mario Isnenghi “Convertirsi alla guerra” p.60  )

 

Ovvero, secondo B. Croce, ciascuno faccia pure la sua parte, Parlamento compreso, e se il responso è la guerra tutti lo rispettino, e tutti quanti, mesti o esultanti, si acconcino poi alle inevitabili atrocità della guerra.

Ma c’è chi, invece, il <<verbo di commento>> lo pronuncia forte e chiaro. Uno di questi nomi è Giacomo Matteotti, inascoltato, però, anche dalla maggioranza del suo partito. Matteotti scrive sino al maggio 1915, dopo tale data, infatti, deve subire la disciplina militare rischiando più volte il carcere. (Alla disciplina militare, è bene ricordarlo, non devono sottostare papi, cardinali e preti, i quali corrono, in ogni caso, rischi assai minori).

Non è dato sapere se il cardinale Parolin abbia sistemato Giacomo Matteotti in una qualche sottocultura vampiresca assetata di sangue vivo <<che con la sola teoria di Sigmund Freud mescolava vitalismo e violenza>>.

 

– È lo storico Mario Isnenghi, nel suo libro “Convertirsi alla guerra” – Donzelli 2015, a ricordare tra i contrari alla guerra sia Errico Malatesta che Giacomo Matteotti; di quest’ultimo ecco il laconico e intensissimo Liebknecht del 12 dicembre 1914:

 

<<Non i cattolici di Vienna o di Monaco sono insorti contro la guerra; essi son cristiani, ma intanto aiutano a sgozzare i fratelli cristiani di Francia e del Belgio.

Contro la guerra è soltanto un socialista.

Uno solo, in un Parlamento di centinaia.

Ma quell’uomo salva l’Internazionale.

Carlo  Liebknecht non ha temuto il fucile o il capestro prussiano.

Temeranno i socialisti d’Italia o del Polesine, i fucili o i capestri  nostrani, per non rivendicare l’unione dei lavoratori contro tutte le guerre, per tutte le libertà?>>  (da M. Isnenghi  “Convertirsi alla guerra” p. 66)

 

E così continua Mario Isnenghi su Giacomo Matteotti:

 

<<Non sono grandi posizioni di potere, siamo fuori dai grandi centri urbani, ma il Polesine  è una torbida  area di braccianti rossi e questa drastica ostilità alla guerra – una testa fra migliaia di braccia, quella per giunta di un riformista dichiarato e non di un rivoluzionario – si dimostra con gli scritti e i discorsi dei dieci mesi a tal punto determinata da suggerire alle autorità di riaprire il suo fascicolo militare, togliergli l’esenzione e sbatterlo in divisa: non certo per introdurre un virus sobillatore tra i soldati combattenti, non è un fucile in più quello che può interessare, ma per sradicarlo, territorializzarlo e tenerlo più rigidamente d’occhio: prima in Veneto, e poi, dal settembre del 1916 al marzo 1919, addirittura in Sicilia: là dove la voce pubblica mormora che ci siano torme di imboscati protetti da omertà paesana, ma lui, paradossalmente, alla maniera e nella condizione di un “imboscato” di Stato.>>  (M. Isnenghi – “Convertirsi alla guerra” Donzelli p. 66 – 67)

 

La parola d’ordine di Giacomo Matteotti è da subito: <<Neutralità assoluta, neutralità a qualunque costo>>. Matteotti ritiene fondamentale mostrare alla classe lavoratrice il proprio interesse ad avere, sulle diverse questioni, dalla guerra alla patria, un proprio punto di vista, che necessariamente deve essere diverso dal punto di vista della classe dominante.

L’analisi di Matteotti sulla natura della guerra, sul concetto di patria e sul rapporto tra patria e guerra, come sul rapporto patria-socialismo-guerra, costituisce un lavoro (spesso in polemica con Turati) di costante disvelamento offerto ai proletari affinché su tali questioni si affermi il punto di vista della classe lavoratrice.

Una classe lavoratrice che dovrebbe approfittare della sua forza numerica e della sua capacità produttiva per conseguire nella sua lotta contro la classe capitalista sempre maggiori conquiste. Matteotti sottolinea più volte come e perché un partito socialista ben organizzato e compatto avrebbe potuto sostenere  efficacemente la “neutralità”:

 

<<Un milione di proletari organizzati nell’Italia settentrionale sono sufficienti a far riflettere qualsiasi governo sulla opportunità di aprire una guerra; poiché non soltanto noi dovremmo preoccuparci d’<<aggiungere anche la guerra civile>>; e non sappiamo fino a dove si possa temere uno spargimento di sangue, se altrimenti la grande guerra moderna falcerebbe, nel nostro stesso campo, centinaia di migliaia di vite.>> (G. Matteotti “Socialismo e guerra” Pisa University Press p. 92)

 

I lavoratori, secondo Matteotti, devono gridare <<abbasso il militarismo>>,  perché la borghesia vuole soltanto il dominio proprio sostituito a quello di un’altra borghesia, e poi ancora gridare <<abbasso la vostra patria>>:

 

<<poiché la storia dimostra nulla esservi di più facile che la finzione di assaliti quando si è assalitori, di invasi quando si vuol invadere e ogni esercito è un organo che richiede necessariamente la funzione di distruggere, attaccare, uccidere. Può bene la borghesia giocare tutta le propria vita in una questione di patrie, perché la posta della lotta è tutto il suo dominio; ma la classe lavoratrice non vi trova che una gradazione di dominazioni  che forse non vale la sua vita. Potrà darla tutta domani in una grande ribellione contro ogni specie di dominatori, perché allora soltanto potrà conquistare piena libertà.>> (G. Matteotti “Socialismo e guerra” Pisa University Press p. 77- ott. 1914)

 

E quando nel maggio 1915 la battaglia per il neutralismo è ormai perduta, Matteotti manifesta tutta quanta la sua amarezza con queste parole scritte su “La Lotta”:

 

<<(…) Prepariamoci ormai a veder dilagare la menzogna; prepariamoci a leggere vittorie sopra vittorie (…) Orsù, lavoratori che fate? Levatevi il cappello, passa la patria, e ormai più non ci sono socialisti; passa la Rovina, passa la Guerra, e voi date ancora la vostra carne martoriata.>> (G. Matteotti “Socialismo e guerra” Pisa University Press p. 98 – maggio 1915).

 

Ed è proprio Matteotti a ricordare un altro nome dell’italica cultura schierato fra i tanti <<vezzeggiatori della guerra>>:

 

<<(…) ognuno di noi ha visto il degno poeta d’Italia, in quel piccolo mantenuto di donne, fuggito in Francia per debiti, e restituitoci per porto affrancato dalla massoneria repubblicana (il riferimento è a Gabriele D’Annunzio tra i più attivi fautori dell’intervento dell’Italia in guerra)>>.

 

Chi, allora, sarà stato più profetico tra papa Benedetto XV e Giacomo Matteotti? Il papa che può avvalersi del grosso aiuto divinatorio dello Spirito Santo? O il socialista che, per aver ostinatamente pronunciato e gridato il suo <<verbo di commento>> alla tragica scelta della guerra, è  costretto a subire, insieme al bavaglio della censura, anche l’onta infamante del marchio dell’imboscato?

 

 

Sotto la maschera di Benedetto XV

 

Tra i pochi storici che abbiano voluto vedere che cosa c’è sotto la maschera del misericordioso samaritano con la quale Benedetto XV recita davanti al mondo intero il ruolo del pacifista c’è Karlheinz Deschner (1924 – 2014).

Deschner si domanda perché il papa non abbia vietato ai cattolici di combattere, perché non abbia invitato dappertutto a gettare le armi, perché non abbia obbligato i vescovi ad agire nello stesso senso, perché i popoli non siano stati chiamati all’obiezione di coscienza e così si risponde:

 

<<(…) In realtà però il clero obbliga tramite un giuramento i cattolici di entrambe le parti a massacrarsi  reciprocamente in caso di guerra – in mezzo ai rincretinenti appelli papali alla pace. L’ipocrisia più micidiale della storia. (…) e mentre lui stesso (Benedetto XV) ostentava il fatto che la <<Santa Sede>> dovesse, per quanto difficile restare neutrale (nullius partis), mentre lui stesso si presentava al mondo commosso in qualità di padre di tutti i suoi figli (…) era responsabile di un’assistenza militare che ordinava ai soldati cattolici di tutti i paesi belligeranti il massacro reciproco come supremo adempimento  del proprio dovere>>. (K. Deschner  “La politica dei papi nel XX secolo” – ed. Ariele – Tomo I – pag.167-168)

 

La risposta ai propri perché da parte di K.  Deschner è chiara, e siccome “i fatti hanno la testa dura” egli dimostra come la lamentazione del cardinale Parolin poggi su fondamenta tutt’altro che solide. Perché l’azione di papa Benedetto XV pare sia stata tutt’altro che un “puro contorno” della profetica, memorabile frase “inutile strage”, ma semmai “un contorno impuro e avvelenato. In quei tempi, in quella guerra, infatti, il nemico ha ancora un corpo, un volto, una fisionomia, e quel volto nemico è ben visibile, è visibile addirittura dalla trincea di fronte, ed è anche il volto del cristiano d’oltreconfine.

Quello è anche il tempo della “Guerra di Piero” descritto e cantato da Fabrizio De Andrè:

 

E se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire,
ma il tempo a me resterà per vedere,
vedere gli occhi di un uomo che muore”.

 

Tra i fabbricatori d’odio della 1^ guerra mondiale ci sarebbe dunque anche la Chiesa di Roma, col suo papa che ordina e benedice il massacro reciproco tra i cristiani <<come supremo adempimento del proprio dovere>>, in una delle ultime occasioni per poter “sparare in fronte o nel cuore e vedere gli occhi d’un uomo che muore”.

Davvero memorabile, allora, l’assistenza ai militari di papa Benedetto XV, un papa di guerra, un papa per la guerra, senza l’elmetto, ma con l’aspersorio sempre a portata di mano!

Ci sarebbero tante buone ragioni per avanzare l’ipotesi che la catastrofe del 1° conflitto mondiale sia stata un’ottima levatrice del fascismo e del nazismo, come anche un’ottima levatrice della catastrofe della 2^ guerra mondiale.

 

 

La carnevalizzazione della Storia e Richard Wurmbrand

 

Ora, forse, potrebbe risultare un po’ più chiaro come la bramosia, gli obiettivi di ogni “potere”, compresi i poteri religiosi, anche nell’alba del 1915, siano quelli di controllare sempre meglio il proprio gregge, anche a costo d’una carnevalizzazione della Storia, nel corso della quale, come spesso accade, carnefici e vittime finiscono col diventare indistinguibili. Indistinguibili anche perché trattasi d’un carnevale stregato. E sotto ogni maschera c’è n’è sempre un’altra. Nel 1915, infatti, ci si trova  da un po’ di tempo, nel regno e nel tempo del Capitale,  laddove, se ci sono persone, ci sono solo nel senso etimologico-etrusco di “maschere”. Almeno secondo quel che Karl Marx ha da poco finito di “raccontare”. Ma ci si può fidare di costui?

Un certo Richard Wurmbrand, nell’anno 1976, scrive “Was Karl Marx a Satanist?”, dove così annota:

 

<<L’aspetto irsuto di Marx con i suoi capelli e la sua barba non vi ha mai dato da pensare? Gli uomini del suo tempo portavano in genere la barba, ma non come la sua, né capelli così lunghi. L’aspetto di Marx è tipico degli adepti di Giovanna Southcott, sacerdotessa di una setta stravagante che pretendeva di essere in relazione col demonio Shiloh>> (R. Wurmbrand “Mio caro diavolo – Ipotesi demonologiche su Marx e sul marxismo – Edizioni Paoline 1979 – p. 42).

 

Delle Edizioni Paoline ci si dovrebbe poter fidare. Forse, però, non è né giusto, né saggio porre i tratti somatici d’un individuo, la sua barba e i suoi capelli lunghi, in lombrosiana relazione col suo potenziale tasso di criminalità. In ogni caso, chi scrive non sa dirvi se Marx sia stato o meno un adepto di Giovanna Southcott e se sia mai stato in relazione col demonio. Può dirvi, invece, che nei suoi scritti Marx parla spesso di cose strane, ma strane forse solo perché ricoperte da una fitta nebbia, una nebbia di classe, una nebbia creata e disseminata a bella posta dalle classi dominanti e dai loro fidi scudieri.

 

Marx scrive di “lavoro vivo”, di “lavoro morto”, di “rapporti cosali tra persone” e “di rapporti sociali fra cose”, di “maschere economiche che sono la personificazione di rapporti economici”. E poi qualifica  “il capitale” come “stregonesco”, come “mostro animato”, evoca “lupi mannari” e “vampiri”, con numerosi riferimenti al “mondo magico”.

Marx usa dunque, scientemente, il linguaggio degli inquisitori e degli stregologi per descrivere il mondo del capitale come fosse il mondo delle streghe, ovvero un mondo alla rovescia, popolato d’incantesimi, di apparizioni e sparizioni. E come potrebbe mai definirsi se non “incantesimo” quello che costringe la stragrande maggioranza del genere umano a restare sotto le grinfie d’un manipolo di gentiluomini abili anestesisti dello sfruttamento?

È senz’altro vero che K. Marx ha l’ossessione (diabolica?) del “plusvalore” e del “valore di scambio”, e li vede un po’ dovunque … ma soprattutto perché, nel modo di produzione capitalistico, essi sono davvero dovunque. Ad esempio Marx, detto anche il “Moro” dagli amici (soprannome che forse potrebbe “aver dato da pensare” a R. Wurmbrand suffragando l’ipotesi demonologica su Marx), ritiene che il potere sociale (ovvero “il valore di scambio”, ovvero il “denaro”) d’un individuo risieda nella sua tasca:

 

<<così come il suo nesso con la società, egli lo porta con sé nella tasca. L’attività, quale che sia la sua forma fenomenica individuale, e il prodotto dell’attività, quale che sia il suo carattere particolare, è il valore di scambio, vale a dire qualcosa di generico in cui ogni individualità, proprietà, è negata e cancellata>>. (K. Marx Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica – La Nuova Italia 1978, p. 97)

<<(…) Da ciò la funzione preponderante che ebbe allora il sistema coloniale. Esso fu il “il dio straniero” che si mise sull’altare accanto ai vecchi idoli dell’Europa e che un bel giorno, con una spinta improvvisa li fece ruzzolar via tutti insieme e proclamò che fare del plusvalore era il fine ultimo e unico dell’umanità>> (K. Marx – Il Capitale Libro I – Einaudi 1975 p. 926)

 

Marx racconta, tra l’altro, di un cambio di religione, ovvero la religione della “tasca”. Racconta la nascita colonialistica del Capitale, che lui chiama “il dio straniero”, con i suoi rituali altrettanto magici, e con sempre nuove vittime da immolare alle indefettibili leggi del Capitale. In questa nascita colonialistica del Capitale si rivelerà di fondamentale importanza la grande esperienza accumulata dal cristianesimo in casa propria nel torturare, spezzare le ossa e abbruciare vivi i corpi di streghe ed eretici o presunti tali.

Non ci sarebbe dunque alcun motivo per dubitare che, in tema di “lavacri sanguinosi”, il  cardinale Parolin ne sappia quanto basta e avanza, e abbia  altresì piena coscienza e conoscenza di quel che dice e non dice di Freud.

È forse possibile dimenticare i misfatti del “dio straniero” e cancellare la più grande caccia alle streghe che dentro l’alba della età moderna sacrifica oltre 60 milioni di amerindi eliminati, con la duplice accusa di sodomia e stregoneria, per la sete di plusvalore del capitale? È forse possibile dimenticare la messa in cantiere del “lavoro forzato”? Si possono dimenticare gli scritti di Bartolomé de Las Casas’?

È questa nascita del capitale, battezzato in un Giordano di sangue e di orribili supplizi, che fa dire a Marx:

 

<<In Inghilterra, proprio mentre si smetteva di bruciare le streghe, si cominciò a impiccare i falsificatori di banconote>> (K. Marx – Il Capitale Libro I – Einaudi 1975 p. 928)

 

Chi scrive, però, non sa proprio dirvi se “l’irsuto” Karl Marx, dopo essersi unto ben bene col grasso del diavolo, fabbricato con le carni bollite di bambini morti, qualche notte scivolasse di soppiatto per la cappa del camino su scope e caproni volanti, pur di recarsi al sabbatico rendez-vous col diavolo, con annessi voli notturni, metamorfosi e orge gastronomico-sessuali collettive (sui sabba stregoneschi, sulla bolla di Innocenzo VIIISummis desiderantes affectibus (1484) e sull’enciclopedia  demonologica di J. Sprenger e H. Institor KramerMalleus maleficarum” (1486), si può leggere “I Lumi e le Streghe” – di Luciano Parinetto ed. Colibrì ‘98).

 

 

Un esorcismo a babbo morto?

 

Pare che gli esorcismi del battesimo non abbiano più l’efficacia d’un tempo. I papi, che se ne intendono, dicono spesso che servirebbero più esercizi ascetici speciali, come preghiere e digiuni, ma i cristiani non devono esserne granché entusiasti, vista la reiterazione ossessiva degli appelli papali.

Sembra, inoltre, che le pezze papali per tappare le <<fessure attraverso le quali il Maligno penetra e altera l’umana mentalità>> si rivelino quasi peggiori dei buchi dei diavoli. Gli identikit psicofisici dei demoni sono più o meno gli stessi di papa in papa, peraltro in sintonia con i passi evangelici, ivi compresi quelli su Satana e Gesù. Questi identikit dell’orrore non fanno però che accrescere a dismisura l’infernale incubo umano per le migliaia di diavoli che ballonchiano senza sosta per le vie del mondo: questi diavoli sono <<molti, oscuri e conturbanti, insidiatori sofistici, che esistono davvero>> (Paolo VI 15/11/72), <<bugiardi che sanno come ingannare e truffare la gente>> (Francesco I 14/10/16). Com’è possibile difendersi da chi osa insidiare Gesù, che accetta persino di farsi condurre da Satana sul pinnacolo del tempio? (in occasione della seconda tentazione di Gesù: <<Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio>> (Matteo 4,5).

 

Coloro i quali sono ossessionati da qualcosa rischiano prima o poi di ritrovarsela davanti agli occhi dovunque vadano, anche negli specchi della propria casa. C’è chi, come R. Wurmbrand, si è convinto che sia stato  Satana a intrufolarsi nel corpo di K. Marx. Altri sono convinti che il Maligno abbia posseduto B. Mussolini, A. Hitler, G. Stalin, N. Lenin,  per giungere sino alle demonizzazioni più recenti di Saddam Hussein, di Slobodan Milošević, di Mu’ammar Gheddafi, di Bashar al-Assad. E così ci si può anche convincere che Satana abbia abitato e posseduto il corpo di Freud.

È ben noto che non solo Freud si sia molto interessato di animismo, di stregoneria e di magia, alla ricerca di “alcune concordanze nella vita psichica dei selvaggi e dei nevrotici” (che è poi il sottotitolo del suo libro “Totem e Tabù”), ma abbia anche istituito analogie fra possessione isterica ed epidemie demoniache. E non è affatto un caso se per il padre della psicoanalisi <<il diavolo non è altro che la personificazione della vita pulsionale inconscia rimossa>> (in C. Musatti “Freud” Boringhieri 1970 – p.188).

Non sarebbe dunque impossibile che in un brutto giorno, sentendosi ingiustamente degradato a fenomeno isterico dalla “nuova scienza”, quel povero diavolo di Satana, per amor proprio e per dare nuova linfa alla teoria medioevale dell’invasamento, come sempre ben sostenuta dalle corti ecclesiastiche, abbia deciso di andare ad abitare nel corpo di Freud. Non foss’altro che per far toccare con mano, al profeta della nuova scienza, i propri ancora intatti poteri di diavolo e dimostrare così di saperne, almeno una più di S. Freud, il quale lo riduce a “nient’altro che personificazione della vita pulsionale inconscia rimossa”. Al riguardo si dice che Satana, giunto davanti a Freud, poco prima di prenderne possesso, così abbia esclamato con satanico cinismo: “ehi, Sigmund Freud, professor extraordinarius, si ricordi che, una volta compiuta la mia diabolica missione, il rimosso sarà lei!

Una tardiva scoperta di questa possessione demoniaca da parte delle corti ecclesiastiche potrebbe finalmente spiegare anche l’irrisolta questione (almeno a parere di scrive) dell’accanimento (esorcistico?), a babbo (della psicoanalisi) morto, da parte del cardinale Parolin nei confronti di Freud, presunto sitibondo di sangue umano.

Anche la 1^ guerra mondiale, così stando le cose, potrebbe essere stata in buona parte, se non per intero, tutta colpa di Freud, ovverossia di Satana, il quale risulta sempre in cima ai pensieri anche di papa Francesco I (14/3/2013): «Chi non prega il Signore, prega il Diavolo» (adattamento della frase evangelica pronunciata da GesùMatteo 12, 30 «chi non è con me, è contro di me», lat. «qui non est mecum, contra me est»).

L’intolleranza divina sa essere lapidaria e terribile … a volerla vedere!

“Intolleranze” divine a parte, pare abbastanza difficile che Freud, che ha dissolto la religione in patologia, abbia mai usato anche solo una piccola parte del proprio tempo per pregare il Signore. L’impero del male di Satana, dunque, ha di certo un’anima in più. Peccato, una festa in meno in paradiso.

Ed è per dare la caccia in tutto il mondo a Satana e a tutti i diavoli che papa Bergoglio si è da subito dotato d’un piccolo esercito di 250 esorcisti  (Famiglia Cristiana 3/7/2014).

Ed è stato papa Bergoglio a nominare Pietro Parolin prima segretario di Stato Vaticano e poi cardinale.

Che dire allora, nell’auspicare che sia tolto il blocco delle assunzioni nel ruolo degli esorcisti e sia almeno decuplicato il loro numero, non è meglio un esorcismo a babbo (della psicoanalisi) morto che niente? Se la pianta organica degli esorcisti fosse stata adeguata, chissà, forse oggi Satana si starebbe rodendo il fegato nel vedere lassù, nell’alto dei cieli, Freud, magari in qualità di consulente psichiatrico, accanto al padre e al figlio. No, non si intenda accanto “a dio Padre e al suo Figlio Gesù Cristo”, ma accanto ad Abramo e ad Isacco, entrambi impegnati nel lungo lavoro di un’analisi interminabile, a causa degli effetti traumatici del monte Moriah, ovvero “grazie” alla fede canina di Abramo in Dio Padre onnipotente.

14 maggio 2017

oronzo mario schena

 

LA CAUSA ANIMALE CONTRO IL CAPITALE

fusaro

“L’adorazione indiscriminata dei prodotti della civiltà tecnologica e’ altrettanto negativa che la polemica indiscriminata contro questi prodotti”. Mao Tse Tung. Il figlio di coltivatori agricoli del villaggio di Shaoshan aveva il cervello fino, sicuramente molto più sottile degli sciocchi pauperisti dei nostri giorni che predicano sobrietà e rinuncia arricchendosi alle spalle della comunità. Mai fidarsi di chi sventola la bisaccia del mendicante da una cattedra o in uno studio televisivo. Ispirarsi al pensiero comunista non ha mai significato votarsi alla miseria o alla frugalità, semmai proprio il contrario, come sosteneva Marx, per il quale il comunismo sarebbe stato il regno dell’abbondanza contrapposto a quello della scarsità, l’affermazione di un diverso modo di produzione, generato dalle viscere del capitalismo ma più evoluto storicamente, in cui ognuno avrebbe preso quello che gli occorreva, prima secondo la proprio fatica (socialismo) e poi a seconda dei propri bisogni (comunismo).

Il comunismo non sarebbe nemmeno stato il luogo in cui “ciò che mio è tuo” e viceversa, in cui gli individui sarebbero stati costretti a condividere ogni cosa, pure i rasoi da barba. Non il possesso di ogni oggetto ma esclusivamente la proprietà degli strumenti di lavoro sarebbe stata collettivizzata. Anche qui, all’opposto di quel che narrano certuni filosofessi, per il pensatore tedesco, il comunismo avrebbe permesso lo sviluppo del massimo d’individualità dei soggetti, definitivamente affrancati dalla dipendenza economica e dalla subalternità di classe (condizione in cui è purtroppo possibile approfittare del lavoro altrui), per concentrarsi sul libero accrescimento delle proprie attitudini personali. La Grassa ha spiegato questi passaggi in numerosi testi. Il Capitalismo porta il livello della produttività del lavoro ad un grado mai raggiunto prima ma non elimina l’odiosa appropriazione, da parte dei proprietari privati, del pluslavoro nella forma del plusvalore. Il salario pagato ai “proletari” corrisponde alla quantità di merci necessarie a riprodurre la loro energia, e quella dei discendenti, cioè a riproporre costantemente una specifica situazione di dominanza. Dunque, il “conquibus” ricevuto dai lavoratori dipendenti (del braccio e della mente) è elemento di quello speciale rapporto sociale che fissa ruoli e posizioni contrapposti: la massa dei produttori deve percepire immancabilmente meno di quanto ha effettivamente prodotto per garantire il profitto dei gruppi superiori. Questa condizione economica di subalternità è il riflesso di un meccanismo sistemico che innerva ogni sfera in cui noi dividiamo teoricamente la società. Tuttavia, è sbagliato dire che nel capitalismo sia la stessa natura umana ad essere irrimediabilmente compromessa perché sottoposta al decadimento dell’alienazione. Il manovale, ed anche chi svolge attività cognitive subordinate, invece, non aliena mai se stesso ma unicamente la sua energia lavorativa, per quanto duro ed imbarbarente possa essere il suo sforzo. Certo, è “estraniato” perché svolge compiti parcellizzati di cui può non cogliere il senso complessivo. Ed è ugualmente estraniato perché non può disporre direttamente dei beni che ha solo contribuito a fabbricare, essendo questi la somma di svariati interventi, lungo la catena produttiva, di altri suoi simili. E’ sufficiente ciò per affermare, come fanno i filosofi umanisti, che l’operaio perde la sua anima nell’atto di produrre? L’alienazione è casomai del chiacchierone cattedratico che non ha mai mosso un dito in vita sua ma vuole spiegare agli altri in cosa consista la nuda vita. Il capitalismo non mercifica l’uomo ma la sua forza lavorativa. Non è una sottigliezza ma un aspetto fondamentale che se non compreso adeguatamente porta a sostenere delle sciocchezze inaudite. Voi direte che me la prendo sempre con i filosofi. E’ errato, me la prendo piuttosto con i ciarlatani che costruiscono le loro carriere sull’ignoranza o sulla dabbenaggine di altri esseri umani. Sono contro la figosofia, ovvero contro quel depensamento, prettamente estetico e totalmente antiscientifico, elaborato da certi furbastri per far colpo sui più deboli e su quelli meno attrezzati culturalmente. C’è qualcuno che, superando qualsiasi impudenza, ha trasferito l’alienazione, imposta dal Capitale, dall’uomo all’animale. Il Capitale sarebbe ovviamente anche responsabile del disastro ambientale. “Il mondo animale storicamente non ha voce in capitolo, non ha la possibilità di protestare, né di organizzarsi in forma di indocilità ragionata. Il mondo animale subisce la mercificazione e lo sfruttamento capitalistici senza avere la possibilità concreta di forme di antagonismo tese a superare e trascendere il modo capitalistico della produzione”. Così uno di questi filosofi che fa risalire la sua critica pro-animalista addirittura a Marx il quale, invece, non ne sa proprio nulla di tutte queste stronzate. Un fatto però è sicuro. Anche gli animali se la passano meglio oggi, che non devono fornire forza motrice agli attrezzi di lavoro, rispetto a quanto avveniva nei modi di produzione arcaici. Un bue finirà sulle nostre tavole dopo un’esistenza all’ingrasso e non sgobberà in un campo di patate, per ore ed ore, trascinando un pesante aratro. Un cavallo non sarà più costretto a trasportare una carrozza per chilometri con dentro una testa di cazzo della nostra specie. Un mulo idem. Ci arriva pure un bambino a capire queste banalità, non un filosofo che deve prendere in giro un mare di gente. La produzione di merci è sempre meglio della produzione di merda encefalica che ci sta sommergendo fino al collo. Il filosofo odierno, che sguazza nelle evacuazioni del suo cervello, ricorre pure al cuore per spingerci ad abbracciare una causa animale, in nome della lotta contro il Capitale. Onestamente è troppo, anche se voglio bene agli animali. Invoco una guerra per fare pulizia del mondo perché proprio non se può più della degenerazione intellettuale dei nostri tempi, si tratti di politicamente corretto o del suo contraltare ipocritamente scorretto. Ascoltare per credere. Spero che dopo questa Pandora Tv chiuda per sempre i battenti perché non merita di esistere.

 

 

QUEGLI ASSASSINI DEI LIBERALI

Ukraine Protest

I Piccoli intellettuali di regime sono stati chiamati all’appello, all’avvicinarsi dei 100 anni della rivoluzione russa, per denigrare il più grande avvenimento del XX secolo, con tutto l’odio che hanno in corpo. I soldatini ubbidienti si sono messi in riga, con la penna puntata come un fucile, per crivellare di colpi bassi il cadavere freddo del bolscevismo, dimostrando di essere i soliti vili e prezzolati che si accaniscono su un corpo esanime. Merdosi divoratori di carcasse che si spacciano per sapienti. Nonostante il socialismo irreale e irrealizzato sia fallito da un pezzo, il ricordo di quell’immenso atto rivoluzionario continua a togliere il sonno ai gruppi dominanti e ai loro lacchè laureati, i quali temono quell’esempio storico come la peste. Perdura, infatti, nella testa di questi codardi, l’ammonimento del passato che può ancora investire il futuro rovinando loro la festa esclusiva. In realtà, il vero obiettivo di costoro non è (solo) quanto accaduto in Russia nel 1917, cioè la riuscita di un rovesciamento politico e sociale, ma quello che certi eventi possono ancora ispirare ai giorni nostri. Parlano male delle precedenti generazioni rivoluzionarie per terrorizzare le nuove, affinché non venga loro in mente di contestare l’insuperabile ordine costituito, dopo il quale c’è unicamente l’inciviltà e il disastro. I camaleontici professori liberali hanno piegato la lezione di Lenin ai loro interessi: capitalismo o barbarie, mercato o preistoria.

Ma il capitalismo, oltre ad essere metamorfosato nel tempo, trasfigurandosi in qualcosa diverso dal modello classico inglese, non ha mai avuto nulla a che vedere con le auliche narrazioni dei liberali. Queste tendono a nascondere i concreti rapporti di forza di cui esso si sostanzia, tanto in verticale (i vecchi e secondari conflitti di classe) che in orizzontale (la lotta tra paesi per il dominio mondiale). Nell’epoca in corso sono fondamentali gli scontri tra aree e nazioni più delle battaglie salariali (che restano decisive per il tenore di vita dei ceti subalterni).

Il mercato è l’altro feticcio sul quale i liberali costruiscono le loro favole progressiste. Dove passano le merci non passano gli eserciti. Dove si scambiano i beni prevale la forza dell’interesse e non l’interesse della forza. Il mercato è l’incarnazione dell’idea di libertà, anche se si tratta, quasi esclusivamente, della libera scelta di vendere o comprare qualcosa (e mai qualcuno, come sbagliando dicono gli sciocchi filosofastri dell’alienazione). Lo ha spiegato bene La Grassa che ciò, però, è solo in parte vero. E’ giusto affermare che sul mercato non avviene nessuna coercizione fisica, tuttavia, i soggetti (l’energia lavorativa da essi trasportata)e le merci che circolano in esso sono il risultato di specifici legami sociali, gerarchizzanti e gerarchizzati, sviluppatisi fuori di esso. Il mercato è una superficie liscia che riflette il davanti delle cose e non tutto quello che vi sta dietro o sotto (fate voi). Però il mercato non fornisce nemmeno quelle virtù taumaturgiche di cui straparlano i liberali. Chi agisce secondo le regole del mercato (ormai qualunque formazione sociale nell’era globalizzata) non necessariamente offre ai suoi cittadini un mondo di vita idilliaco, all’insegna dei diritti. Si pensi alle petromonarchie del Golfo, alleate degli Usa. Sono certamente società di mercato ma collettivamente legate a tradizioni semifeudali o ancora più arcaiche. Non si può, comunque, calcare troppo la mano sugli aspetti negativi degli sceiccati perché amici della superpotenza statunitense, vessillo di tutte le libertà (o licenziosità). Prendiamocela allora con Putin perché è più facile, essendo un concorrente geopolitico prima che economico. L’economia di mercato ha dimostrato dinamicità e flessibilità impareggiabili, ha prodotto benessere elevato, di grado superiore ad altri sistemi, ma da essa non deriva il miglioramento antropologico dell’uomo e dei suoi valori comunitari. Da questo punto di vista, i liberali ragionano specularmente a quei pensatori alternativi che poi criticano perché producono distopie totalitarie. Le loro concezioni assolutistiche sono altrettanto perniciose, anzi, lo sono anche di più perché prevalenti in questa fase.

Torniamo allo sfrenato assalto alla carovana bolscevica intrapreso dagli illuminati del liberalismo. Il trucco usato è sempre lo stesso. Il comunismo ha ucciso e torturato milioni di persone. Basta stendere un velo di dimenticanza sugli eccidi dei paesi capitalistici e dei loro drappelli signoreggianti ed il gioco è fatto. Noi siamo i buoni (e smemorati) e loro i cattivi (di cui ci ricordiamo tutto). Eppure, i conti non tornano, esattamente come i morti. Non tornano nemmeno i loro discorsi libertari, che sono appunto discorsi. Nei regimi capitalistici sono più sottili le tecniche utilizzate per guidare il consenso, perlomeno finché è possibile controllare, ignorare o sopire col guanto di velluto le voci fuori dal coro. Se aumentano i rischi anch’essi ricorrono al pugno di ferro, perché l’egemonia o è corazzata di coercizione o è una barzelletta. Sentite cosa scrive Luciano Pellicani su Il Foglio (naturalmente, scaricando le colpe degli eccidi russi sulla dottrina marxista, che ha insito nel suo DNA il disprezzo per l’umanità):

 

“Aveva, dunque, pianamente ragione Aleksandr Solženicyn quando scriveva che “l’Arcipelago Gulag nacque con le cannonate dell’Aurora e fu inventato per lo sterminio”. E aveva parimenti ragione nel denunciare la Grande Menzogna che si nascondeva dietro “la dittatura del proletariato”; la quale, in realtà, altro non era che l’illimitato potere del Partito bolscevico e della ideologia totalitaria che lo ispirava: una perversa Gnosi che divideva l’umanità in tre grandi famiglie spirituali: quella degli eletti illuminati dalla dottrina del “socialismo scientifico”, quella dei proletari passibili di essere redenti e quella dei borghesi destinati ad essere sterminati in quanto irrimediabilmente corrotti. Questi ultimi, nei discorsi e nelle direttive del carismatico leader del bolscevismo mondiale, erano descritti come “insetti nocivi”, “pulci”, “cimici”, “vampiri”, “ragni velenosi” , “sanguisughe”. Breve: non-uomini che andavano sterminati ricorrendo ai metodi più spietati. Come ha puntualmente documentato Orlando Figes, ogni comando locale della Ceka aveva la sua specialità. A Charkov si usava il giochetto del guanto, consistente nell’ustionare le mani delle vittime con acqua bollente fino a che l’epidermide non si staccava da sola , lasciando i torturati con la carne viva sanguinante e i torturatori con un paio di guanti di pelle umana. A Caricyn si segavano a metà le ossa delle vittime e a Voronez i detenuti venivano denudati e ficcati in barili irti di chiodi all’interno. I cekisti di Armavur usavano una correggia provvista di un bullone che stingevano intorno al cranio dei prigionieri fino a schiacciarlo. A Kiev veniva assicurata sul ventre della vittima una gabbia con dentro un paio di topi che, terrorizzati, cercavano una via di fuga rodendo la pelle e la carne del malcapitato, fino ad arrivargli nell’intestino. A Odessa le vittime venivano incatenate a una tavola e lentamente infilate in un forno o in un serbatoio di acqua bollente. D’inverno era diffuso il metodo di versare acqua sulle vittime, in precedenza denudata, fino a trasformarla in un statua di ghiaccio. In molti comandi della Ceka si preferiva la tortura psicologica , per esempio trascinando i prigionieri contro il muro per fucilazione e poi sparavano a salve. In altri casi la vittima veniva seppellita viva oppure tenuta a lungo in una bara insieme a un cadavere. Altre volte si costringevano i prigionieri ad assistere alla tortura, allo stupro e all’uccisione dei congiunti. E mentre il sadismo di quelli che sono stati definiti “i gesuiti del terrore ” si scatenava in forme raccapriccianti, il loro capo , Feliks Dzeržinskij, descriveva orgogliosamente la Ceka come una “macchina gigantesca attraverso la quale la Storia aveva fatto passare i materiali umani per trasformare l’umanità”. Dal canto suo, uno dei suoi più zelanti collaboratori , Martin Lacis, formulava le queste direttive: “Stiamo sterminando la borghesia come classe . Nel corso delle indagini, non cercate di dimostrare che il soggetto ha detto o fatto qualcosa contro il potere sovietico. Le prime domande che dovete porvi sono: a quale classe appartiene? Qual è la sua origine? Quali sono la sua cultura e la sua professione ? Le risposte a queste domande devono determinare il destino dell’accusato. In ciò risiede il significato e l’essenza del Terrore rosso”. Contrariamente a quello che pensava Rodolfo Mondolfo, la macchina sterminatrice creata da Lenin non fu il prodotto di una cattiva lettura del marxismo, bensì l’applicazione burocratica dei suoi principi. Fra i quali, c’era il Terrore rosso così formulato nell’Indirizzo del Comitato centrale del marzo 1850: “I comunisti debbono adoperarsi affinché l’eccitazione rivoluzionaria immediata non venga di nuovo soffocata subito dopo la vittoria . Al contrario, essi debbono sforzarsi di mantenerla viva quanto più possibile. Ben lungi dall’opporsi ai così detti eccessi , casi di vendetta popolare su persone odiate o su edifici pubblici cui non si connettono altro che ricordi odiosi, non soltanto si devono tollerare tali esempi , ma se ne deve prendere in mano la direzione”. Ancora più brutale la difesa del Terrore rosso che si trova nell’articolo Il panslavismo democratico scritto da Engels: “Alle frasi sentimentali sulla fratellanza offerteci qui a nome delle nazioni più controrivoluzionarie d’Europa, noi rispondiamo che l’odio per i Russi è stato ed è ancora la prima passione rivoluzionaria dei Tedeschi; che dopo al rivoluzione si è aggiunto l’odio per i Cechi e i Croati, e che noi, insieme ai Polacchi e ai Magiari , posiamo salvaguardare la rivoluzione soltanto con il Terrore più risoluto contro quei popoli slavi… Lotta, allora, lotta inesorabile per la vita e per la morte , contro lo slavismo traditore della rivoluzione; lotta di annientamento e di terrorismo senza riguardi – non nell’interesse della Germania, ma nell’interesse della rivoluzione” e tenendo sempre presente che “nella storia non si ottiene nulla senza violenza e senza una ferrea spietatezza”. E neanche si può che gli esiti nichilistici della Rivoluzione bolscevica siano da imputare a un processo degenerativo. Al contrario, essi erano iscritti – come potenzialità attivabili e, di fatto, attivati – nella dottrina marxista. In essa – l’osservazione, acutissima, è di Karl Korsch – “tutto l’accento era posto sull’aspetto negativo, cioè che il capitalismo doveva essere eliminato; anche l’espressione socializzazione dei i mezzi di produzione significava anzitutto nient’altro che la negazione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Socialismo significava anticapitalismo”.

 

Nel liberalismo, invece, cosa è iscritto? La bomba atomica sul Giappone­? I lager pieni di asiatici negli Usa? Il Colonialismo? Lo sterminio degli indiani? Quello dei medio-orientali? L’ecatombe dei tedeschi (Dresda)? Il genocidio dei neri? Quello degli Jugoslavi? Degli Ucraini? Degli Afghani? Le torture di Guantanamo e di Abu Ghraib? Ne abbiamo parlato qui http://www.conflittiestrategie.it/19211-2, ma non insistiamo oltre perché non ci rassegniamo a ridurre la Storia ad un funerale. Abbiamo smesso di sventolare le bandiere rosse non ci metteremo ora a far volteggiare quelle viola degli asini democratici.

L’ITALIA BEVUTA IN UN SOROS

italia_a_pezzi

Il Premier Gentiloni ha incontrato a Palazzo Chigi il magnate Soros. Quest’ultimo è uno spregiudicato finanziere che lavora a stretto contatto con gli apparati statali statunitensi di cui è “ambasciatore” occulto. Soros, oltre a fare denaro dal denaro, finanzia organizzazioni umanitarie e fondazioni che hanno il compito di rendere attraente il modo di vivere americano nel mondo, in accordo con alcuni circoli dominanti di quel paese. Soros non fa quello che fa solo per soldi (non è mica un Briatore qualsiasi) ma per proiettare all’estero il modello sociale d’ispirazione yankee (che poi è quello che favorisce i suoi affari).

Per vincere la sua battaglia, orientata da falsi principi morali, ritenuti universali, non lesina i colpi bassi. La sua filantropia non è disinteressata ma fortemente ideologica e, benché essa tenda a mascherarsi dietro i dettami della cosiddetta società aperta, di popperiana memoria, ha obiettivi molto più pragmatici, come plasmare, sulla matrice statunitense, i sistemi degli altri paesi, soprattutto di quelli resilienti alla sua influenza. I valori della democrazia americana sono considerati, dai suoi diffusori, naturali e assoluti; essi, pertanto, devono essere affermati a qualsiasi costo, anche violando la sovranità delle nazioni o capovolgendo governi legittimamente eletti che rifiutano di adeguarsi allo standard. Esportare la democrazia significa espropriare i popoli del diritto di decidere come vivere, vuol dire imporre con le minacce e la violenza il punto di vista del più prepotente. Tuttavia, lo zelo sovversivo applicato dagli Usa ai renitenti non viene riservato a quei regimi dittatoriali che hanno dichiarato fedeltà alla Casa Bianca. Questa pesante contraddizione inficia lo slancio etico di cui si ammantano personaggi come Soros, capaci di trasformare gli ideali in business e il business in un affare di Stato.

A noi tocca, ad ogni buon conto, evitare di personalizzare troppo il nemico, retrocedendo in secondo piano i fondamentali rapporti di forza e le dinamiche conflittuali di cui i singoli sono socialmente creature, come avrebbe detto Marx. Per questo non consideriamo Soros l’unico grande burattinaio della finanza mondiale. Esso è, piuttosto, un agente americano tra gli altri, molto potente ma non il padreterno. E’ gravissimo però che un uomo così ostile sia accolto dalle nostre istituzioni come un consigliere fidato. A Soros dovrebbe essere impedito di mettere piede in Italia, dopo quanto accaduto agli inizi degli anni ’90. Si devono a lui, e ai suoi appoggi internazionali, le trame per far precipitare la lira, con conseguente svuotamento delle casse pubbliche, creazione di nuove tasse, prelievo forzoso sui conti correnti e anche svendita di importanti asset nazionali. Il finanziere, peraltro, non ha mai negato di aver affossato la nostra valuta: “L’attacco speculativo contro la lira fu una legittima operazione finanziaria”…”Gli speculatori fanno il loro lavoro, non hanno colpe. Queste semmai competono ai legislatori che permettono che le speculazioni avvengano. Gli speculatori sono solo i messaggeri di cattive notizie”. Ciò è vero ma in parte perché erano comunque tutti d’accordo, gli americani e i succubi politici nostrani. Più che basarsi su un’intuizione (“le dichiarazioni della Bundesbank, che dicevano che la banca tedesca non avrebbe sostenuto la valuta italiana. Bastava saperle leggere”), Soros disponeva di ben altre informazioni, probabilmente fornite dall’intelligence statunitense. Non bisogna dimenticare che qualche mese prima c’era stato l’episodio del Britannia dove fu deciso da “ operatori delle principali finanziarie internazionali e alcuni esponenti italiani, dirigenti di società pubbliche, enti e banche, tra questi c’era Mario Draghi direttore generale del Tesoro”(Veneziani) di dare il colpo di grazia all’economia del Belpaese e ai suoi residui di autonomia industriale e politica. Soros, imbeccato dalle alte sfere, eseguì alla perfezione i compiti, traendone un profitto e facendo un favore a Washington. Che oggi venga accolto a Roma come un Capo di Stato è il colmo. Ciò dimostra che i traditori della patria sono ancora in sala di comando a fare danni e a perpetrare la sottomissione della Penisola allo straniero.

FERMARE L’IMMIGRAZIONE

images

Quanto scrivemmo in questo lungo articolo pubblicato dalla rivista Eurasia[http://www.conflittiestrategie.it/le-manovre-geopolitiche-dietro-i-flussi-migratori] ha trovato conferme nelle dichiarazioni del Procuratore di Catania Zuccaro che sta indagando sul ruolo svolto da alcune ONG nel traffico internazionale di clandestini.

Secondo il magistrato, dietro alcune di queste organizzazioni di sospetta benevolenza operano soggetti politici ed economici il cui vero obiettivo è di destabilizzare l’Italia.

Il governo italiano e alcuni partiti pro-immigrati non sono solo ideologicamente succubi delle narrazioni umanitaristiche dell’accoglienza ma, persino, complici delle cattive influenze che provocano disastri nei nostri mari, con terribili conseguenze all’interno della comunità nazionale.

Gli italiani sono discriminati per favorire presunti diseredati che lasciano le loro terre per venire a piantare radici qui, dove si sta un po’ meglio. In realtà, chi arriva nei nostri porti non mostra segni di malnutrizione o cicatrici di guerra. Probabilmente, gli autentici bisognosi e perseguitati restano a casa propria non avendo i mezzi per pagare gli scafisti o non trovando il modo per sfuggire ai loro aguzzini. Pertanto, la grande scenografia di orde di reietti che bussano alle nostre porte, chiedendo cibo e salvezza, nasconde l’invasione di individui poco raccomandabili, verso i quali anche i nostri servizi di sicurezza hanno le mani legate.

Chiunque osi contrapporsi alla finta solidarietà di Ong e circoli politici, favorevoli agli sbarchi, viene attaccato e costretto a tacere. E’ successo a Zuccaro, ora sottoposto ad indagine del CSM, per aver toccato questi nervi scoperti. Il togato ha messo nel mirino poteri, presumibilmente stranieri, che ora tenteranno di fargliela pagare scatenandogli contro i cani politicamente corretti nostrani. Purtroppo, le prove che Zuccaro ha raccolto – intercettazioni, testimonianze ed altro materiale scottante proveniente da fonti d’intelligence estere – non sono ammesse dal nostro ordinamento giudiziario. Se l’Esecutivo non interverrà in qualche modo, la truffa dei migranti, comodamente depositati sulle nostre coste dalle Ong, continuerà indisturbata. Tuttavia, a tutela della sicurezza nazionale, in presenza di evidenti cospirazioni operate da paesi terzi, ci aspettiamo che siano i nostri apparati segreti a provvedere, ben prima dei magistrati. Lasciar accadere una o due tragedie di una certa rilevanza, con un cospicuo numero di decessi e dispersi in mare, potrebbe scoraggiare gli altri dal partire. Si salverebbero milioni di vite al prezzo di qualche migliaio di morti. Doloroso ma necessario. Occorre ostacolare, con sabotaggi o altre mosse di disturbo, le navi dei finti angeli del mare, a libro paga di Soros e company, per far capire agli ipocriti buonisti che con noi non è aria e nemmeno acqua, essendo quella territoriale battuta e controllata pezzo per pezzo. Sono misure minime per difendersi dai nemici della nazione che contano sui sicofanti da loro infiltrati nei Palazzi romani.

1 2 3 93