SANZIONI ALLA RUSSIA, CALCI ALL’ITALIA.

RUSSIAN PRESIDENT VLADIMIR PUTIN VISITS CHINA

E’ notizia di qualche giorno fa che il “blocco occidentale” ha deciso di prorogare, per altri sei mesi, le sanzioni alla Russia, in seguito al protrarsi delle vicende ucraine.
Bruxelles e Washington contestano a Mosca l’annessione della Crimea ed il sostegno ai ribelli indipendentisti del Donbass. Atti che, se paragonati a quanto successo negli anni ’90, nell’area orientale del Continente (dallo smembramento della Yugoslavia, all’inglobamento nella Nato e nell’Unione Europea di paesi già appartenetti alla sfera d’influenza sovietica, fino alla secessione del Kosovo dalla Serbia), non dovrebbero provocare reazioni né scandalizzare alcuno, meno che mai chi ha ricartografato l’Europa a proprio piacimento, approfittando del tracollo russo, nell’ambito dell’implosione dell’Urss.
Tuttavia, pur tralasciando questo inequivocabile dato storico, la prosecuzione del regime sanzionatorio contro il Cremlino non è di nessuna convenienza per l’Europa. A guadagnarci è solo la Casa Bianca, il cui obiettivo di tenere separati in casa russi ed europei è prioritario per mantenere il predominio mondiale.
Le classi dirigenti europee non possono opporsi a questi diktat oltre-oceanici senza suicidarsi politicamente, essendo esse (e le strutture in cui agiscono) diretta emanazione dei dominatori americani dai quali dipende la loro sorte. Per i popoli europei, invece, l’estinzione di questi drappelli servili, è l’unica strada per fare di nuovo ingresso nella Storia.
Ma oltre al danno geopolitico, con l’Europa ridotta a spettatrice di battaglie per l’egemonia, tra contendenti assertivi che non esiteranno a tirarla in mezzo per farsene scudo, vi è quello geoeconomico.
Le relazioni tra Europa e Russia sono gravemente deteriorate, così come i loro affari. Secondo un rapporto del Riac (Russian International Affairs Council), prima delle sanzioni, la Russia era il terzo partner commerciale dell’Ue, alla quale forniva anche 1/3 delle sue necessità energetiche. A sua volta l’Europa era tra i principali partner economici della Russia, alla quale garantiva 1/10 delle importazioni agricole. Nel 2014 le esportazioni dall’UE verso la Russia sono diminuite del 12,1% e dalla Russia verso l’UE del 13,5%, con una riduzione del valore totale degli scambi da 326 miliardi di euro a 285 miliardi di euro. L’impatto delle sanzioni è stato diverso per i singoli membri dell’Unione. Qualcuno ne ha risentito maggiormente. Secondo il rapporto in questione, gli stati membri più danneggiati, in assoluto, dal calo delle esportazioni sono stati: Germania (14 mld di euro); Italia (3,6 mld di euro) e Francia (3 mld di euro). Berlino e Parigi hanno però economie più solide e sopporteranno meglio di Roma queste perdite, anche in termini occupazionali. Quest’ultima, invece, è in una situazione molto più delicata (detto eufemisticamente, perché in realtà è catastrofica) e non dovrebbe accodarsi, così scioccamente, a decisioni imposte dall’alto, senza tener conto dei suoi problemi, con dosi di autolesionismo che stanno superando il livello di guardia. Tanto più che i membri più tetragoni alla permanenza delle sanzioni (i quali soffrono anch’essi il peso delle sanzioni in virtù di antiche interdipendenze dallo scomodo vicino), cioè la Polonia e gli Stati Baltici, ricevono risarcimenti dal centro che all’Italia sono preclusi.
Se i nostri dirigenti non sanno sbattere i pugni per farsi valere e far valere gli interessi nazionali devono essere cacciati. I rapporti della Russia coi i suoi satelliti non ci riguardano, specialmente se per metterci in mezzo perdiamo soldi e posti di lavoro. Chi tenta ancora di ammannire bei discorsi sullo spirito inclusivo europeo, mentre evaporano le nostre speranze di ripresa economica, è un cialtrone da mandare al confino. Il popolo italiano non morirà per l’oligarca ucraino.

CHI PARLA DI NAZISMO FINANZIARIO (E DI GERMANIA SFRUTTATRICE D’EUROPA) NON HA CAPITO NIENTE

europa

 

Tutti quelli che continuano a blaterare di dominio tedesco in Europa dovrebbero studiare attentamente l’ultimo numero di Limes, dedicato proprio a questo Paese e ai suoi rapporti con gli Usa. Sono questioni che noi di ConflittieStrategie segnaliamo da anni, sempre inascoltati perché vanno di moda le versioni semplicistiche, alimentate da intellettualucci da strapazzo o da esperti del piffero, sovrabbondanti nei media, che attribuiscono al “nazismo finanziario tedesco” le responsabilità del declino europeo.
I ferventi germanofobi, col tiro al tedesco, coprono le spalle agli Stati Uniti, veri carnefici del Vecchio Continente e di altre aree strategiche. Ma l’errore commesso da questi narratori di sciocchezze un tanto al chilo è doppio. Non solo viene additato, come causa della crisi politica europea, l’egoismo economico di un Paese che, al pari degli altri (e forse anche di più), viene guardato a vista da Washington e sconta pesanti ingerenze nei suoi affari, sino ai livelli più profondi dei suoi apparati di Stato, ma, ancor peggio, costoro individuano nella deriva finanziaria del modello occidentale il fulcro di tutti i mali del mondo. Questo è solo un altro modo per obnubilare i reali rapporti di forza a livello mondiale che discendono dalla supremazia americana in ogni campo. E’ più comodo parlare di mostro senza testa e senza patria, lobbies del denaro semidelinquenziali deterritorializzate, piuttosto che rivelare il nucleo politico-militare da cui si diramano le catene che tengono imprigionati i vari contesti nazionali.
I tedeschi, o meglio i governi berlinesi, hanno il torto di essersi messi a disposizione della Casa Bianca, come dipendenti principali del carrozzone unitario, anziché provare a guidare l’Europa verso la sua indispensabile autonomia. Ma questa sudditanza è caratteristica precipua anche di altri esecutivi che, al contrario della Germania, nemmeno tentano il necessario recupero di sovranità. In Europa esiste unicamente una concorrenza autolesionistica tra servi, per compiacere il padrone d’oltreatlantico, priva di qualsiasi aspirazione indipendentistica.
Di Limes, di cui parlavo poc’anzi, segnalo in particolari gli articoli di Caracciolo, Fabbri, Mini, Mainoldi e l’intervista, sempre di Fabbri, a G. Friedman. Il quadro che ne emerge è ancora quello di una Germania occupata dagli americani, con basi e strutture d’intelligence che vincolano i movimenti e rendono la sua sicurezza strategica dipendente dagli interessi Usa. Gli autori riportano di Generali teutonici che rispondono a Washington prima che ai loro referenti politici e di agenti crucchi direttamente agli ordini dei colleghi americani. Lo ricorda Fabbri: “Come capitato nel 2003, quando il servizio federale di informazioni (Bundesnachrichtendienst, BND) contribuì fattivamente all’invasione dell’Iraq che pure il cancelliere Schröder aveva osteggiato”. Sembra che i tedeschi siano messi persino peggio degli italiani, benché tentino, contrariamente a noi, di sottrarsi a questa stretta dipendenza per definire un proprio orizzonte d’influenza geopolitica. Come afferma Caracciolo: “La posta in gioco, per Washington, era e resta impedire l’emergere in Eurasia di una concentrazione di potere capace di contendere agli Usa il primato planetario”. Un simile risultato è ottenibile esclusivamente con un’alleanza europea, capeggiata da Berlino, che guardi finalmente ad est, verso la Russia. Gli americani si sono preparati a questa evenienza. Se la Germania dovesse concretamente smottare verso Mosca hanno pronta la contromossa, o meglio l’atto di guerra. Così descrive Mini il possibile scenario, che parte dagli ultimi eventi, effettivamente accaduti, e si protende verso avvenimenti immaginari ma molto verosimili (forse nel giro di 5-10 anni, con la realtà che supererà la fantasia, e non già nel 2018 come “fantastica” il Generale):

 

“…A partire dal maggio 2017 gli Stati Uniti accelerarono la sostituzione degli ordigni e lo spiegamento di F35 in Europa. Germania e Belgio erano fuori dallo sharing e gli altri paesi non avevano ancora gli F35 a doppia capacità. Francia e Regno Unito si opposero alla condivisione e gli Stati Uniti fecero sapere che ormai la difesa nucleare in Europa poggiava soltanto sulle loro spalle. Tuttavia si ritennero impossibilitati a impiegare le armi nucleari in Europa per i limiti imposti dal Trattato di non-proliferazione. Soltanto lo stato di guerra avrebbe consentito di superare tali limiti e l’amministrazione Trump dichiarò che non era propria intenzione aprire un confitto con la Russia.
Tuttavia, la Nato poteva aggirare anche questo apparente ostacolo e anzi serviva proprio a questo. Secondo l’articolo 5 del Trattato un attacco a un paese membro era considerato un attacco a tutta l’Alleanza. Bastava soltanto che l’attacco ci fosse o, meglio, che lo si credesse per creare lo stato di difesa collettiva e consentire la guerra.
Così le cosiddette esercitazioni Nato in Polonia e nei paesi baltici cominciarono a presentare problemi. Si verificarono due sconfinamenti di aerei americani in Estonia e uno russo in Polonia. La campagna della minaccia russa montò in tutta la Nato e gli Stati Uniti iniziarono a incrementare le proprie forze in Germania. Ci furono alcune proteste locali subito attribuite a formazioni neonaziste o a pacifisti ignoranti. Il Pentagono annunciò il «rafforzamento» dei rapporti di amicizia con la Germania riprendendo le esercitazioni Reforger. Proprio durante il periodo elettorale tedesco (settembre) furono rischierati in Germania 18 mila uomini e altre decine di migliaia erano in afflusso. Fu ricostituito il V corpo d’armata e
la 4 a divisione meccanizzata Usa fu dislocata nell’area di Francoforte sul Meno.
Alle truppe tedesche furono richieste «esercitazioni» nell’area dell’ex Germania orientale al confine con la Polonia che il Trattato di Mosca del 1990 aveva designato come area libera da forze esterne. Poi furono richieste dimostrazioni di forza congiunte con le unità polacche, ceche e slovacche ai confini con l’Ucraina.
In Germania non si capì subito la situazione che si stava determinando. Soltanto verso l’ottobre 2017 i tedeschi si resero conto che mentre le unità statunitensi affluivano in Germania e non si spostavano né in Polonia né nei Paesi baltici, quelle poche tedesche sotto comando nazionale e relativamente efficienti erano all’estero. Montarono ovviamente le proteste popolari in tutta la Germania. La cancelliera Merkel appena rieletta si rivolse alla Nato e il segretario generale Stoltenberg la rassicurò sulle intenzioni americane: se le unità affluite di recente (che ormai avevano fatto aumentare le forze americane a 120 mila uomini solo in Germania) non raggiungevano prontamente le zone di rischieramento previste in
Polonia e nelle repubbliche baltiche era a causa della «limitata capacità di trasporto tedesca». Stoltenberg invitò la Germania a incrementare i trasporti, ma allo stesso tempo scoraggiò il richiamo in patria delle forze tedesche. La tensione in Europa, disse, era molto alta e le fonti d’intelligence americane avevano individuato movimenti di truppe russe ai confini con la Bielorussia. La cancelliera, per nulla rassicurata, tentò un approccio diretto con gli americani e volò a Washington. Il 12 dicembre 2017 incontrò Trump e la dichiarazione congiunta fu di preoccupazione ma di rinnovo della grande intesa fra i due paesi. Tornata in patria, la cancelliera fu accolta da un parlamento freddissimo e da una piazza popolare incandescente. Le dimostrazioni in Germania contro i movimenti di truppe ai confini ucraini erano diventate violente e a esse si erano unite le analoghe dimostrazioni in Slovacchia e nella Repubblica Ceca.
La Russia sembrava inattiva, ma i comandanti delle Forze armate e lo stesso Putin alimentarono una campagna di propaganda antiamericana e denunciarono le ormai palesi e quotidiane violazioni del Trattato di Mosca. La delegazione russa alla Nato rientrò in patria rilasciando un comunicato di fuoco che denunciava il «piano efferato americano che per non coinvolgere il proprio continente in un confronto nucleare diretto sta costringendo i singoli paesi della Nato e in particolare Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania e la stessa Germania a creare le condizioni di guerra con la Russia in modo da far scattare l’articolo 5 del Trattato Nato e l’annullamento del Trattato di non-proliferazione nucleare». Quest’ultima osservazione riacutizzò il dilemma nucleare tedesco facendo spostare l’attenzione dei parlamentari tedeschi e delle opposizioni di piazza sui siti di stoccaggio di ordigni nucleari in tutta Europa.
La Germania si trovava completamente dipendente dall’ombrello nucleare americano e nel contempo ospitava sul proprio territorio il maggior numero di militari americani al mondo. Tutto questo la qualificava come l’obiettivo più probabile di un attacco preventivo russo in Europa. Per evitarlo, in parlamento fu
avanzata l’ipotesi di uscire dalla Nato. Questa eventualità fu subito accolta dagli Stati Uniti come un affronto e dalla Nato come un tradimento. La popolazione tedesca la considerò invece come l’unica via d’uscita da una situazione di triplo ricatto: dalla minaccia russa, dalla morsa americana e dalla strategia della Nato ormai controllata dagli Stati antirussi e antieuropei. La base di Ramstein e il sito di Büchel furono circondati da dimostranti contrastati duramente sia dalle forze di polizia tedesca sia poi, in un caso di penetrazione, dai militari americani. Dimostrazioni analoghe si svolsero in Belgio con una pericolosa intrusione nel sito di Kleine Brogel. Altre dimostrazioni si ebbero in Italia, a Ghedi e in Sicilia. Gli Stati
Uniti e i vertici della Nato denunciarono la minaccia alla sicurezza dei loro siti e richiamarono la Germania al rispetto degli accordi bilaterali e dei trattati internazionali. L’amministrazione Usa aggiunse il solito aut aut trumpiano: «O ci pensate voi o ci pensiamo noi». L’effetto su tutto il governo e sulla popolazione fu esatta-
mente l’opposto di quello sperato. I tedeschi si convinsero che l’uscita dalla Nato era l’unica soluzione. E alla fine di febbraio 2018, la proposta fu presentata in Consiglio atlantico con l’invito agli altri paesi membri di seguirla.
Fu allora che iniziò una drammatica serie di attentati alle strutture e alle forze americane in Germania. A Berlino saltò un pub frequentato dai soldati americani. A Francoforte fu distrutto un convoglio ferroviario con materiali americani. Ad Amburgo s’incendiò un cargo di contractors. Nelle dimostrazioni di piazza aumentarono le presenze di gruppi neonazisti. Le emittenti radiotelevisive statunitensi in Germania attribuirono la responsabilità degli episodi a infiltrazioni russe e Washington accusò il governo tedesco di collusione. Le indagini della polizia tedesca sugli episodi violenti ormai diventati giornalieri portarono invece a individuare responsabilità degli stessi americani e di strutture tedesche a essi collegate. La popolazione era frastornata e la politica sospettosa. La cancelliera Merkel rivelò al parlamento che il rapporto FWD aveva in effetti messo in evidenza l’eventualità di una operazione statunitense in Germania e nella Nato del tipo Northwood, proposta dai militari nel 1962 per giustifcare la guerra e l’occupazione di Cuba. In particolare, l’operazione in Germania avrebbe dovuto comprendere sia attività terroristiche sia azioni coperte false fag contro le forze americane da attribuire alla Russia e alla Germania. La Northwood fu rigettata da un presidente cauto e lungimirante come Kennedy, disse la cancelliera, «oggi la leadership militare ha assunto atteggiamenti identici a quelli del 1962 ma l’America non ha un
presidente cauto o lungimirante». In una drammatica seduta del parlamento tedesco, l’8 maggio 2018 (anniversario della resa incondizionata delle Forze armate del Terzo Reich nel 1945), la cancelliera parafrasò parti del discorso di Hitler al Reichstag dell’11 dicembre 1941. Elencò tutti gli episodi di violazione americane, le provocazioni e l’arroganza nella considerazione delle esigenze di sicurezza della Germania e dell’intera Europa. Denunciò la connivenza di paesi cosiddetti alleati nelle provocazioni. Elencò tutte le iniziative tedesche per la costruzione europea e per la formazione di un esercito europeo. Enumerò costi e sacrifici tedeschi nel mantenimento delle forze alleate sul proprio territorio «anche quando la minaccia sovietica era scomparsa, credendo che ciò dovesse essere un contributo volontario e cosciente di un paese sovrano e non il debito permanente di una nazione debellata e sottomessa». Fra i continui applausi dei parlamentari, la cancelliera concluse con la frase che sarebbe diventata famosa e che avrebbe
procurato reazioni drammatiche da parte americana, ma che avrebbe unito il popolo tedesco sotto una nuova idea di sovranità, indipendenza e coscienza umana:
«L’11 dicembre 1941 un elenco di violazioni americane nei confronti della Germania portò alla formale dichiarazione di guerra del Terzo Reich agli Stati Uniti d’America. L’elenco di violazioni americane e dei contributi tedeschi alla sicurezza europea di oggi inducono invece a una formale dichiarazione di pace. Costi quel che costi, la Germania non si presterà alla guerra e cercherà più che mai la pace in Europa invitando gli altri paesi del continente a considerare che la pace non può provenire né dalla Russia né dalla Nato né dagli Stati Uniti di oggi». Com’era prevedibile la «dichiarazione di pace» fu presa per una dichiarazione di guerra e la Germania fu accusata di essersi proposta come leader di una nuova identità europea. Nessuno Stato europeo raccolse l’appello. Dopo due giorni di imbarazzati commenti e di veementi accuse da parte degli americani, la Germania richiamò in patria le truppe schierate in Polonia, Repubblica Ceca ed Estonia. Alcuni
generali tedeschi si dissero preoccupati di queste decisioni, ma furono subito dimissionati. L’elenco dei generali che per decenni avevano anteposto gli interessi americani a quelli tedeschi comparve su tutti i giornali.
Domenica 13 maggio 2018 un sommergibile russo in emersione davanti a Kaliningrad fu colpito da raffiche di cannone a cinque canne da 25 mm sparate da una coppia di F35 statunitensi e costretto all’immersione. I velivoli stealth (invisibili) erano sfuggiti ai radar del sommergibile e della difesa aerea russa e presi dall’entusiasmo si diressero verso la base navale sede del comando della Flotta russa del Baltico. Anche questa volta sfuggirono ai radar dei sistemi automatizzati contraerei, ma non sfuggirono agli occhi degli addetti alle vecchie postazioni contraeree che, al secondo beffardo passaggio, ne abbatterono uno. Gli americani s’indignarono, chiesero spiegazioni e fu loro risposto che siccome erano invisibili «non li avevano visti». Il Pentagono non colse l’ironia e il giorno dopo rispose con una salva di missili sulla base lanciati da un sommergibile nucleare schierato nel Baltico. La Russia avvertì la Lituania che una colonna di rinforzi diretti a Kaliningrad ne avrebbe attraversato il territorio. La Nato indusse la Lituania a negare il transito. Le truppe russe ignorarono il divieto e le colonne corazzate passarono lentamente per un paio di giorni protette da nugoli di elicotteri e cacciabombardieri che, a causa della lentezza dei convogli, così dissero, «dovevano» compiere lunghi giri su Vilnius. Sulla tangenziale sud della città i russi dislocarono distaccamenti di forze speciali ufficialmente per «dirigere il traffico». Tanto bastò per far tornare la memoria ai lituani. Il comando Nato Force Integration Units di Vilnius, creato per facilitare l’accesso di truppe Nato in Lituania, si mise in licenza.
Intanto in Germania le basi militari e gli accasermamenti delle forze americane e inglesi furono posti sotto sorveglianza dalla polizia tedesca per «proteggerli da attentati», ossia per controllarli. Le comunicazioni militari Usa furono sottoposte a radiodisturbi e il governo federale dichiarò la mobilitazione di 100 mila riservisti in tutto il paese. La misura non fu contestata da nessun tedesco, nemmeno dai pacifisti, che anzi svolsero un ruolo di fiancheggiamento della politica governativa creando presidi permanenti attorno a tutte le principali basi americane e inglesi.
Gli Stati Uniti s’irrigidirono ulteriormente, ma persero completamente la testa quando il Regno Unito annunciò l’anticipo alla fine di luglio del ritiro delle proprie forze dalla Germania previsto per il 2019. Le truppe americane assunsero il controllo di Berlino. I comandi militari tedeschi furono tagliati fuori da qualsiasi comunicazione. Nei principali Länder del Centro-Nord s’insediarono commissioni di controllo della sicurezza americane. Droni e pattugliatori aerei ed elicotteri iniziarono un servizio di sorveglianza continuo su molte città. I porti di Amburgo, Brema e Lubecca furono bloccati al traffico commerciale. Il comando navale di Rostock fu oscurato da attacchi di hacker e jammer satellitari. Le basi navali di Wilhelmshaven e Kiel furono bloccate e tutte le componenti tedesche destinate al supporto della fotta in Olanda, negli Stati Uniti e in altri Stati furono dichiarate «sospese» dai rispettivi paesi. Negli ultimi giorni di settembre, la mobilitazione militare e popolare in Germania crebbe ulteriormente trovando il sostegno anche esterno nei paesi nordici, nella stessa Francia e perfino in Gran Bretagna. I tedeschi non si rassegnavano e i maggiori partiti, oltre a decine di altre formazioni, sostennero la formazione di un movimento di resistenza nazionale.
Oggi 3 ottobre, anniversario della riunificazione del 1990 e festa nazionale mai veramente sentita dai tedeschi, la Nato è a pezzi, ma la presa statunitense non si è allentata. La Germania è definita il nuovo impero del Male e viene accusata di essere in combutta con la Russia. Di fatto, la Germania è di nuovo sotto occupazione militare. A Berlino dalle finestre del Marriott in ogni direzione da IngeBeisheim-Platz si vedono mezzi e velivoli militari di presidio e di pattuglia. Il traffco è inesistente, la gente non esce dalle case, come se sapesse cosa sta per succedere. La filodiffusione dell’albergo trasmette un valzer lento, un po’ triste.
L’incubo del decennio 1945-55 è tornato e, come allora, la Germania è sola. La differenza è che si trova in queste condizioni alla vigilia e non alla fine di una guerra devastante che comunque la vedrà come prima vittima dello scontro che si sta facendo sempre più globale, totale, finale. La Germania ha solo una conso-
lazione: in questa occasione ha trovato la vera unità e sovranità che le avevano fatto credere di avere acquisito nel 1990. Una consolazione importante anche per l’esempio di dignità dato al resto dell’Europa, ma piuttosto magra, perché forse domani la Germania, l’Europa e il mondo non ci saranno più. A meno che…”

DIETRO FUSARO C’È IL CAPITALE

fusaro

Quando ho scritto il pezzo non ero ancora a conoscenza delle richieste di Fusaro. 1000 euro netti per partecipare a riunioni politiche. Marx impegnava i pantaloni per i suoi studi, il suo sedicente allievo indipendente pretende denari per rivelare al popolo la strada della rivoluzione. Tutto questo la dice lunga sul personaggio.

 

 

Un’idiozia grossolana non può essere un piano predeterminato. Parliamo del cosiddetto programma Kalergi, quello della sostituzione dei popoli europei con gli immigrati africani. Dare adito a simili sciocchezze significa fare il gioco di chi sta, invero, manipolando i flussi migratori per obiettivi decisamente più realistici , di controllo sociale e destabilizzazione (geo)politica dell’Europa, che però non arrivano al delirio della surrogazione etnica.
Tra accaniti sostenitori del disastroso statu quo e loro fanatici oppositori, in solidarietà antitetico-polare, c’è un patto di ferro per buttarla in cagnara e distrarre la popolazione da criticità molto più concrete ed urgenti. Inizia il solito finto rivoluzionario, il figosofo Fusaro, pupillo dell’editoria dominante e prezzemolino delle tv generaliste (possibile che nessuno veda la contraddizione?) sostenendo che “Kalergi Lo Sapeva: Stanno Sostituendo I Popoli Europei Coi Migranti”. Secondo costui, i poteri finanziari capitalistici stanno creando un esercito industriale di riserva extracomunitario da usare per sopprimere i diritti civili e ridurre i salari degli autoctoni. Se ciò è verosimile, lo è marginalmente, poiché gli sbandati che approdano sulle nostre coste sono giovani per lo più dequalificati, i quali possono fare concorrenza ai residenti (spesso non italiani) solo in quei settori a scarsissimo contenuto tecnologico, dove si scontreranno con altri diseredati come loro, magari arrivati in precedenti ondate. In secondo luogo, “i deportati” dal continente nero metterebbero a rischio la secolare identità europea, portando con sé pratiche e valori non conciliabili con i nostri: “In luogo dei popoli radicati e con memoria storica, con identità culturale e con coscienza mnestica dei conflitti di classe e delle conquiste sociali, prende forma una massa di schiavi post identitari…”

Cazzi loro, mi verrebbe da aggiungere, tanto più che la coscienza mnestica del conflitto di classe è una turba da filosofo non da chi butta il sangue in un campo di pomodori, il quale vorrebbe semplicemente un salario adeguato e un ambiente di lavoro adatto. Un problema serio però c’è ma non riguarda l’identità (che è sempre dura a morire e non può essere modificata nel laboratorio del permissivismo sinistrorso, per quanto impegno ci mettano questi deficienti) quanto piuttosto l’uso che i gruppi dominanti faranno di questi balordi sradicati. Le nostre classi dirigenti, serve dell’Occidente americano, sono in grande difficoltà. Sanno che i popoli europei non le tollereranno ancora a lungo. Queste, per preservarsi, ricorreranno senz’altro alla feccia proveniente dall’Africa e non unicamente da lì. Non voglio dire che tutti i migranti siano teppaglia, dico che i nostri governanti preferiscono la gentaglia perché con questa allestiranno le squadracce di domani, con le quali fermare gli autentici sovranisti anti-americani e fomentare il caos sociale.
Sono argomenti dei quali ho già parlato qui e non mi dilungo: http://www.conflittiestrategie.it/le-manovre-geopolitiche-dietro-i-flussi-migratori

Fusaro, invece, col suo mancare (volontariamente? E per questo che i media lo coccolano?) il bersaglio opera di sponda con quelli già pronti a rispondergli sullo stesso “falso piano” ma partendo da teoremi antipodici (Vedi qui: http://www.giornalettismo.com/archives/2220510/piano-kalergi-fusaro-bufala-razzismo/ ).

Kalergi non elaborò nessun piano. Le bestialità proferite dal conte austriaco, almeno quelle sugli Stati Uniti d’Europa, si ritrovano pure nell’opuscolo di Ernesto Rossi, Gli Stati Uniti d’Europa. L’Europa di Domani, del 1944. Afferma Rossi nel testo citato: “Quando per qualsiasi ragione, le guerre tra i popoli abitanti di una certa area geografica sono divenute endemiche l’unica soluzione possibile per passare dal regno della forza al regno del diritto, anche nei rapporti internazionali, è quella dell’organizzazione unitaria che sottoponga i popoli stessi ad una sola sovranità”. Rossi auspicava inoltre: “la menomazione della sovranità degli Stati nazionali” per far nascere quel mostro di Europa Unita che abbiamo oggi sotto i nostri occhi. Fusaro in passato ha lodato lo studioso campano (qui: http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-Euro__europeit%C3%A0__Il_Dominio_Di_Mercato_E_Finanza_Discettazioni_Con_Diego_Fusaro/6_7723/ ) ma a voi racconta di essere antieuropeista e a favore dello Stato nazionale. A me pare che tutta questa sceneggiata, tra favorevoli e contrari ai profughi, sia stata allestita dal medesimo cervello strategico. Alcuni ingranaggi girano in un senso ed altri al contrario ma ognuno di essi è parte di una macchina che non si inceppa. Non fatevi confondere.

IL COMUNISMO E’ MORTO MA IL LIBERALISMO E’ SEPOLTO

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Nel nostro saggio, L’illusione perduta, edito da NovaEuropa, insieme a La Grassa e Tozzato, abbiamo cercato di spiegare perché il modello marxiano è da considerarsi definitivamente fuori uso, almeno nella sua parte predittiva, quella per cui, nelle medesime viscere del Capitale, sarebbe sorto un nuovo rapporto sociale, di tipo comunistico, che di lì a breve si sarebbe generalmente affermato, facendo transitare l’umanità dalla preistoria alla storia. Secondo Marx, l’unione dei lavoratori del braccio e della mente nella produzione, avrebbe reso definitivamente superflui i capitalisti e avrebbe destrutturato la forma sociale di cui essi erano espressione e creature. L’evoluzione degli eventi ha inficiato la sua previsione e la sentenza di morte del comunismo deve ritenersi senza possibilità di appello; esso non potrà più essere risuscitato, almeno attenendosi all’elaborazione marxiana, se non sotto specie di narrazione utopistica o moralistica, cioè in totale contraddizione con la lettera di Marx, che era al 100 per cento scientifica. Sappia, dunque, chi ancora, ai nostri tempi, predica il comunismo di farlo contro Marx e contro la scienza, anche quando si dichiara suo allievo indipendente (cosa che non significa proprio niente). Costui è, dunque, un antimarxista ed un irrazionale, anche se afferma di richiamarsi alle analisi del pensatore tedesco (vedi un tale Fusaro). In sostanza, è un cialtrone che prende in giro la gente per interessi sicuramente meschini. Purtroppo, non meno sciocchi degli adulatori di Marx devono essere considerati i suoi detrattori liberali. Oggi, su Il Giornale, Nicola Porro ha vergato un articoletto dal titolo: “E Pareto segnalò l’errore «capitale» di Karl Marx”.
Premetto che la mia considerazione per Pareto e le sue teorie antimoralistiche supera di gran lunga quella che (non) ho per i furbastri pseudomarxisti di cui parlavo poc’anzi. Pareto era un grande studioso, anche se la sua critica a Marx va completamente fuori bersaglio. Innanzitutto, essendo egli un neoclassico ha un approccio diverso al problema del valore, differente sia da Marx che dagli stessi economisti classici. Scrive La Grassa ne “L’illusione perduta”: “Per Marx le merci vengono (mediamente) vendute al loro valore; il prezzo effettivo (il salario nel caso della merce forza-lavoro) oscilla attorno a questo valore. Il “nostro” accetta la teoria dei classici, secondo cui il valore è la quantità di lavoro (di energia lavorativa, misurata in tempo) spesa per produrre i beni, incorporata quindi in essi. Tale teoria è nettamente diversa da quella che verrà poi accettata unanimemente con la nascita della teoria detta neoclassica (o marginalistica) che dominerà dopo il 1870, anno in cui escono le fondamentali opere di Walras (Francia), Menger (Austria) e Jevons (Inghilterra). Secondo tale teoria il valore dipende dalla scarsità del bene in relazione al bisogno del singolo individuo (il Robinson); diciamo che è il valore dell’ultima dose del bene a disposizione dei consumatori dello stesso.
I classici non avevano distinto tra lavoro e forza-lavoro. Marx introduce questa decisiva differenza: il lavoro è appunto l’energia spesa per produrre un oggetto e che ne costituisce il valore; la forza-lavoro è la potenzialità di lavoro contenuta nella corporeità umana, nella sua mente e nei suoi muscoli, nervi, ecc. Tale potenzialità, data la libertà da vincoli servili tipica del capitalismo, è venduta dal lavoratore come merce. Dunque, essa ha un valore, che è come per ogni altro prodotto umano (divenuto merce nella società moderna) una data quantità di lavoro incorporato. E quale sarà il lavoro incorporato nella speciale merce forza-lavoro? La risposta è semplice e logica: è la quantità di lavoro spesa per produrre i beni necessari all’esistenza del lavoratore, di colui che vende in qualità di merce la sua potenzialità lavorativa. Naturalmente, non si tratta di mera sussistenza biologica, ma invece storico-sociale, tenuto cioè conto dei livelli medi di vita raggiunti in ogni data fase di sviluppo della società; sviluppo particolarmente accelerato con la sopravvenienza della forma capitalistica dei rapporti sociali”.
Pareto, come riporta Porro (il quale è stoltamente accecato, da acritico supporter liberale, dall’abbaglio paretiano) attribuisce a Marx due errori che però sono inventati di sana pianta: “Pareto dice che Marx avrebbe dovuto titolare il suo libro Capitalisti, più che Capitale, poiché è contro di loro che rivolge il suo sguardo. E poi critica (cosa che oggi è diventata generalmente accettata) la cosiddetta teoria del valore marxiana. «Marx cade nell’errore di non fare abbastanza attenzione a ciò che il valore d’uso non è una proprietà inerente a ciascuna merce, come sarebbe la composizione chimica, ma è al contrario un semplice rapporto di convenienza tra una merce e uno o più uomini. Questo errore è ancora più manifesto per il valore di scambio, ed è una delle cause principali del sofisma che si trova nella teoria del plus-valore». Pareto con semplicità spiega come il valore di una merce sia il valore che ad essa viene attribuita dallo scambio e dalla posizione relativa di che intende scambiare. Un bicchiere d’acqua non ha un valore d’uso intrinseco, basti pensare quanto vale per un assetato nel deserto rispetto a quanto sia apprezzato da un cittadino davanti a una fontanella. Anche l’economia borghese su questi termini – ammonisce però Pareto – ha spesso fatto confusione, come ad esempio quando attribuisce al valore di scambio il costo di produzione”.
Manco per il cazzo. Marx è chiarissimo sul primo punto. I capitalisti (e gli operai) gli interessano solo in quanto maschere di rapporti sociali. Nel Capitale lo ribadisce più volte. Lo sostiene nella prefazione: “Una parola per evitare possibili malintesi [malintesi evidentemente non afferrati da Pareto]. Non dipingo affatto in luce rosea le figure del capitalista e del proprietario fondiario. Ma qui si tratta delle persone soltanto in quanto sono la personalizzazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classi. Il mio punto di vista, che concepisce lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale, può meno che mai rendere il singolo responsabile di rapporti dei quali esso rimane socialmente creatura, per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi”. Poi, in altri passaggi della sua massima opera: “Comunque si giudichino le maschere con cui gli uomini si presentano l’uno di fronte all’altro su questo palcoscenico, in ogni caso i rapporti sociali fra le persone nei loro lavori appaiono quindi come loro propri rapporti personali, e non travestiti da rapporti sociali fra le cose, fra i prodotti del lavoro”… “le maschere economiche dei personaggi sono soltanto le personificazioni dei rapporti economici come depositari dei quali si stanno di fronte”. Quindi Marx non avrebbe mai potuto intitolare la sua opera “I Capitalisti”, così come Pareto non avrebbe mai potuto scrivere un elogio dei moralisti.
Quanto alla seconda critica di Pareto, quella per cui Marx non sarebbe stato attento al fatto che “il valore d’uso non è una proprietà inerente a ciascuna merce…ma è al contrario un semplice rapporto di convenienza tra una merce e uno o più uomini”, mi sembra ancora più inessenziale trattandosi di divaricazione di visione. Per i neoclassici l’azione individuale è al centro dei problemi societari, pertanto tutto ruoto intorno al soggetto e alle sue scelte (più o meno razionali), per Marx no, perché sono le dinamiche oggettive dei rapporti sociali a creare le funzioni e i ruoli in cui si incastonano gli individui (individui che sono sempre socialmente creature di uno specifico meccanismo di riproduzione sociale e che solo occasionalmente si emancipano dalla loro condizione di partenza): “il processo di produzione capitalistico si svolge in determinate condizioni materiali, che però sono al contempo depositarie di determinati rapporti sociali in cui entrano gli individui nel processo di riproduzione della loro vita. Quelle condizioni, come questi rapporti, sono da un lato i presupposti, dall’altro i risultati e le creature del processo di produzione capitalistico; ne sono prodotti e riprodotti”. Più chiaro di così non si poteva enunciare. Ora, io non sostengo semplicemente che Marx aveva ragione mentre Pareto aveva torto marcio. Non commetto l’errore di Porro il quale confonde la scienza con la propaganda. Dico, piuttosto, che si tratta di approcci intellettuali agli antipodi, entrambi dotati di una certa coerenza logica e forza conoscitiva, coi quali i due autori hanno cercato di isolare quelle che a parer loro erano le dinamiche fondamentali per cogliere il fulcro dei fenomeni sociali. Personalmente, credo che, in questo caso, abbia visto più lontano Marx di Pareto ma si può anche pensare il contrario.
Marx ha però certamente errato quando ha immaginato l’avvento del comunismo per autoconsunzione del Capitalismo (nel giro di qualche decennio), a causa dell’inasprirsi delle sue intrinseche contraddizioni che avrebbero spalancato le porte ad un superiore modo di produzione-riproduzione collettivo in cui le classi si sarebbero estinte e l’appropriazione privata del sovrappiù sociale sarebbe terminata. Quando anche i liberali arriveranno ad ammettere gli errori delle loro teoresi, ormai ampiamente superate e smentite dagli avvenimenti allora potremo chiamarli onesti ed iniziare con loro un dialogo autentico. Attualmente, sono soltanto dei servi sciocchi che negano l’evidenza per opportunismo individuale e corporativo, sono messi male quanto i marxisti ortodossi perché come loro non comprendono la natura dei capitalismi evolutisi sotto i loro occhi perennemente bendati.
Ps. Il nostro libro, L’illusione perduta, è sempre disponibile. Chiedetelo direttamente all’editore sul suo sito. E’ una buona occasione per approfondire quanto qui appena abbozzato.

La fine dell’Ue

Mr. Trump- Yellow Tie

Non è credibile la Merkel che fa di testa sua contro l’America. La Cancelliera non è antiestablishment statunitense ma nemica giurata di Trump, per ordine delle élite obamiane. Discorso valevole anche per i suoi colleghi europei. Servi che non hanno potuto cambiare cavallo perché sotto lo schiaffo dei circoli democratici di oltreoceano, ai quali devono tutto. Se tradiscono si ritrovano impallinati o irrimediabilmente screditati. Ma qui arriva il bello. Rischiano ugualmente di finire a gambe all’aria qualora l’ex tycoon newyorkese si dimostrerà in grado respingere gli assalti (dall’impeachment a qualche pallottola vagante) dei suoi avversari in patria. Costui, rafforzatosi in casa, passerà certamente alla resa dei conti percuotendo i vassalli e gli zimbelli del vecchio continente che lo hanno osteggiato (non solo politici ma anche giornalisti, professori, banchieri, imprenditori ed altri ancora). Sarà un terremoto perchè il libro nero è già zeppo di nomi. Per questo, se vogliamo vedere dei piccoli cambiamenti in Europa dobbiamo augurare lunga vita al Presidente. Non illudiamoci però. Ciò non determinerà un allentamento dei vincoli atlantici sull’Europa, anche se avremo il piacere di sentire il rumore delle teste rotolanti degli invertiti che hanno ridotto la Comunità all’attuale bordello. Tuttavia, è probabile che nella fase di sostituzione delle leadership, nei passaggi di consegne più o meno cruenti e nei vuoti di potere conseguenti, possano crearsi le condizioni giuste per l’emergere di soggetti politici meno assuefatti all’impero e più inclini ad un progetto di sganciamento da Washington. Non sarà scontato né automatico ma è una eventualità da non farsi sfuggire. La difficile ascesa di Trump indica che è in corso un cambio di strategia ai vertici della superpotenza mondiale che vuole avere tutt’altro approccio verso i problemi globali. Obama era il caos. Trump è il colpo a sorpresa. Obama anteponeva la narrazione alla bomba. Trump prima fa fuoco e poi tratta. In ogni caso, si concretizzerà quello che un analista americano aveva previsto tempo fa e di cui avevamo riferito su questo sito. L’armamentario politicamente corretto, eretto dai benpensanti liberaldemocratici, è divenuto una pesante zavorra per gli stessi americani che si sentono limitati nei movimenti in un momento in cui le sfide si fanno dirette. L’epoca richiede nuovi sistemi: “per gli Usa è arrivato il momento di smettere i panni del gendarme buono e di vestire quelli dell’agente cattivo che opera ad esclusiva tutela dei propri interessi diretti, senza troppi infingimenti e giri di parole. Tale motivazione è sufficiente per intraprendere qualsiasi azione indirizzata alla preservazione dell’ordine mondiale di cui sono alla guida.. il periodo della carota si è irrimediabilmente concluso, ora è il momento del bastone. Basta con i discorsi demagogici e le perdite di tempo per perorare, soprattutto presso gli alleati, la causa della democrazia e dei diritti umani come mezzo di persuasione “gentile” e di coinvolgimento collettivo. Occorre derubricare il soft power e ricorrere alla mano pesante per ottenere la vittoria e non perdere posizioni. Washington dovrebbe avere il coraggio d’intervenire nelle contese internazionali facendo appello all’unica ragione che davvero conta: la sua sicurezza nazionale che ha come limite i margini della sua capacità di proiezione. Essa, infatti, viene prima delle grandi narrazioni di copertura, delle forme di esortazione blanda, quelle col guanto di velluto, di cui l’America si è servita in precedenza per “legalizzare” le sue ingerenze all’estero. Dunque, fine dell’ipocrisia e bando alle ciance, è la ragione del più forte che autorizza qualsiasi intromissione negli affari altrui. L’America deve mostrarsi per quello che è, il perno del pianeta e il vertice della sua gerarchia e come tale deve comportarsi, picchiando sulle teste di chi si oppone ed alzando il prezzo della resistenza dei recalcitranti. Se c’è qualcuno che vuole sfidare la preminenza degli Usa ne pagherà le conseguenze senza pietà”.
Prepariamoci al peggio che coincide, in questo caso, col meglio.

VACCINATEVI E RIFIUTATE I MITI ANTISCIENTIFICI, SONO UN’ARMA PER DEPRIMERE LA NAZIONE

pensiero

 

In Grecia il 60% dei bambini non ha copertura vaccinale, a causa dei tagli alla sanità pubblica. La mortalità infantile è raddoppiata negli ultimi anni proprio per via dell’austerità e della crisi economica che non risparmiano nessuno.
In Italia, un decreto del Governo, vorrebbe imporre per legge 12 vaccinazioni per i soggetti ricompresi nella fascia di età 0-16 anni. Inutile dire che tra la prima e la seconda situazione c’è poco da scegliere. Meglio l’obbligatorietà della scarsità. In Grecia, inoltre, mancano anche gli antitumorali e gli ospedali non riescono a curare i cittadini per mancanza di fondi, farmaci e apparecchiature. Un disastro completo. Nel Belpaese, per fortuna, non siamo ancora a questo punto (anche se potremmo arrivarci) ma c’è in giro troppa gente, con la pancia piena e la testa vuota, che insegue cure alternative e rifiuta la profilassi (termine che deriva proprio dal greco e che significa prevenire in anticipo) vaccinale ricorrendo ad argomenti “paragnostici”. Purtroppo, anche chi dovrebbe dare l’esempio, come i politici, è vittima dell’irragionevolezza che fa espandere le paure sociali. Tra questi ci sono i rappresentanti 5 Stelle, il cui capo, Beppe Grillo, si è distinto, in passato, per aver preso posizioni stregonesche contro la medicina e la scienza. Il comico genovese insultava un luminare dell’oncologia come Veronesi chiamandolo Cancronesi ed andava raccontando, nei suoi suoi spettacoli, che con i tumori si poteva convivere anche senza curarsi, come facevano i giapponesi. Ma noi non siamo né ellenici, né nipponici. Fortunatamente, non siamo nemmeno ortotteri con un cervello minuscolo. Ancora mi chiedo come gli elettori possano farsi infettare dal virus grillino, un bacillo (contro il quale non esiste ancora vaccino) che si mangia la massa cerebrale e rincoglionisce le persone portandole ad accettare sciocchezze inenarrabili: che la rete sia il futuro della democrazia, che il vegetarianesimo e le altre pratiche naturistiche ci mettano al riparo dalle malattie, che sole e vento siano fonti alternative, che l’agricoltura biodinamica sia efficace ecc. ecc.
Uno dei pretesti usati da questi sciamani per negare validità ai vaccini è quello degli effetti collaterali, primo fra tutti l’autismo. E’ una balla sesquipedale. Come riporta il prof. Burioni, nel suo libro “Il vaccino non è un’opinione”, la correlazione vaccinazioni e autismo è falsa: “Uno studio del 1988, eseguito su soli 12 (dodici) pazienti, aveva indicato un rapporto tra la vaccinazione contro morbillo, parotite e rosolia e l’insorgenza dell’autismo. In seguito si è capito che lo studio era completamente inventato dal ricercatore, che in questa storia aveva interessi economici personali, avendo depositato un brevetto per un vaccino alternativo ed essendo in combutta con avvocati di pochi scrupoli. La truffa scientifica è risultata talmente evidente e grossolana che il medico in questione è stato addirittura radiato dall’albo”.
Gli antivaccinisti hanno una storia lunga. Esistono da quando sono stati inventati i vaccini. Sempre Burioni scrive che nel corso dell’Ottocento sono nate “vere e proprie anti-vaccination societies” che diffondevano spauracchi, come oggi. “Dissero che era ripugnante infettare le persone con materiale proveniente da animali, che non si doveva vaccinare perché nella Bibbia la vaccinazione non era menzionata e quindi bisognava sicuramente evitarla. Alcuni furono molto più geniali e fantasiosi: così come oggi ci sono in giro personaggi pronti ad affermare che vaccinare causa terribili conseguenze, a quei tempi si fecero avanti delle menti “illuminate”, che, facendo finta di avere capito tutto, sostenevano che iniettare del materiale da un animale a un uomo avrebbe contaminato irrimediabilmente l’uomo vaccinato e che negli anni gli sarebbero spuntate corna, zoccoli, coda e via dicendo, diventando infine simile alla mucca dalla quale proveniva il fluido inoculato”.
Grillini ante-litteram ai quali non sono ancora spuntate le antenne ma che credono di sconfiggere i malanni facendo le corna. A questo siamo ancora nel 2000, allo scongiuro come medicamento. Costoro credono pure di essere saggi e riflessivi ed invece sono solo dei cretini che alimentano un ingiustificato terrore pubblico. Se danneggiassero esclusivamente loro stessi ci sarebbe poco da ridire e molto da ridere ma poiché sono un pericolo per tutta la collettività vanno assolutamente fermati. Con ciò non voglio sostenere che vaccinarsi non comporti dei rischi, questi ci sono ma sono infinitesimali. I vaccini dell’infanzia sono tra i più sicuri, eppure sono quelli finiti sotto accusa in queste settimane. Afferma ancora Burioni:” i vaccini in questione non causano nessuna malattia grave (quindi niente autismo, niente cancro, niente sclerosi multipla, niente di niente, anche se gli antivaccinisti ne dicono di tutti i colori). L’unico serio problema che può essere provocato da una vaccinazione di questo tipo è l’anafilassi, che consiste in una violentissima reazione del sistema immune contro una sostanza estranea, tanto violenta che può portare alla morte. Attenzione, però: l’anafilassi è rarissima meno di un caso su un milione di vaccinazioni) e comunque se c’è un medico nei dintorni si risolve in genere senza danni, solo con un brutto spavento. Siccome avviene entro pochi minuti dalla somministrazione del vaccino, per evitare conseguenze è sufficiente, eseguita la vaccinazione, rimanere una mezz’ora nella sala d’aspetto del medico, in modo che nella sfortunata eventualità le cure siano tempestive. Grazie a questo semplice accorgimento le anafilassi si risolvono sempre in modo positivo“.
Sono intervento sul tema, pur non essendo un esperto, perché vorrei aprirvi gli occhi non soltanto sui vaccini ma su tutte quelle panzane (queste so riconoscerle) che vengono diffuse ad arte per far regredire uno Stato o mantenerlo in una condizione di subordinazione. E’ interesse di vari poteri, soprattutto esteri, quello di generare preoccupazioni irrazionali tra i cittadini al fine di impedire gli ammodernamenti tecnologici e industriali, grazie ai quali una nazione può rilanciarsi economicamente e politicamente. I gruppi che si organizzano per dire no a tutto (spesso infiltrati da governi e finanziatori stranieri), no agli inceneritori, no ai gasdotti, no all’alta velocità, no al nucleare ecc. ecc., fondandosi su miti antiscientifici e su riti apotropaici di squadra, subiscono una manipolazione ideologica che nasce quasi sempre, e subdolamente, in quei paesi predominanti intenti a conservare il primato mondiale in ogni campo. I loro sforzi per creare un mondo migliore, anche se c’è la buona fede, finiscono per generare più povertà e arretratezza, a svantaggio della nazione e a favore dei suoi competitors.
II pentastelluti sono emersi apposta per predicare questa decrescita che ci distruggerà. Chi ci sia dietro non lo so e non lo sanno nemmeno gli sprovveduti militanti, ma il capogrillo onnisciente sa tutto.

Il terrorismo americano

Italia-USA-Bandiera

Un attentato a Manchester ha falcidiato le vite di 22 ragazzi. I feriti sono 120. Ormai l’Europa è un campo di battaglia. E’ in corso una guerra “porta a porta” che colpisce gli inermi e terrorizza gli impotenti, dove meno se lo aspettano. Ad un concerto, per esempio, o mentre passeggiano per strada. Gli esecutori materiali delle stragi sono fanatici musulmani ma la matrice, al contrario di quel che si narra, non è islamista. Il “progetto” è più complesso e coinvolge apparati e drappelli di area occidentale, veri manipolatori degli esaltati, in combutta coi loro “Califfi”.  Quest’ultimi, predicano la legge coranica ma razzolano nelle sentine dei vizi e delle ricchezze. Bramano per il potere. Le vie dei signori del terrore sono tortuose ma sboccano quasi sempre a Washington. Come ha scritto recentemente La Grassa: “…è ora di finirla con tutte queste menzogne sul terrorismo islamico. Non vi è dubbio che – data la situazione venutasi a creare con tutto il caos provocato nel mondo islamico dopo l’attacco degli Usa all’Afghanistan, seguito da molti altri disordini voluti dagli Usa (anche, non scordiamocelo, ai confini della Russia, in Cecenia e nelle Repubbliche centroasiatiche in particolare), che hanno poi trovato speciale accelerazione nel 2011 con l’infame “primavera araba”, approvata pure dai farabutti della presunta “sinistra radicale” europea e italiana (quanto deve essere riscritta la storia degli ultimi anni!) – vi è stata senza dubbio la “fiammata” islamica, che ha conquistato perfino alcune migliaia di “spostati” in paesi europei (ma si tratta di una netta minoranza dei “combattenti”). Resta il fatto che i capi di tale “fiammata” sanno bene quali rapporti intrattengono con i dirigenti Usa e di una serie di paesi arabi (a questi ultimi strettamente legati), da cui sono stati ampiamente alimentati e foraggiati per una serie di finalità non ancora del tutto note”.

Quasi nessun Paese è al sicuro, eccetto uno: l’Italia. Perché? Proviamo a fare una supposizione.

Una volta c’era il cosiddetto lodo Moro che, rammenta oggi Bechis su Libero, era “l’intesa …raggiunta fra l’Italia e l’Olp di Yasser Arafat per evitare attentati sul suolo della penisola dopo la strage di Fiumicino del 1973…Ma sarebbe quell’accordo che per decenni avrebbe reso l’Italia immune dal sangue delle stragi medio-orientali. In cambio di un appoggio politico ai palestinesi che ufficialmente in effetti arrivò nel 1980, e della possibilità di utilizzare per loro e per altri gruppi di fuoco medio orientali l’Italia come una sorta di terra di passaggio immune per loro e anche per il passaggio di soldi e armi per operazioni di altro tipo”. Altri tempi ed altre situazioni (geo)politiche. All’epoca, l’Italia aveva di margini di autonomia e faceva valere la sua posizione di confine tra i due blocchi principali, Usa e Urss. Nelle zone d’ombra del bipolarismo, Roma non si limitava ad eseguire gli ordini delle superpotenze ma cercava di bilanciarli con i propri interessi nazionali, attraverso difficili equilibrismi. In quel contesto, era ancora possibile avere spirito d’iniziativa, anche solo per anticipare disposizioni più stringenti dei protettori esterni. Ora che la Penisola non conta più niente sullo scacchiere regionale e mondiale, c’è spazio unicamente per i diktat. Per questo, se davvero esiste un famigerato “lodo Isis”, lo stesso non può che avere le caratteristiche di un pactum sceleris siglato alle nostre spalle. L’ipotesi più accreditata è che il Belpaese debba funzionare da centro di smistamento dei terroristi, eventualmente mischiati tra i migranti, in cambio di una relativa calma. La settima porta (quella dell’inferno), altro che settima potenza! Politici, servizi segreti, magistrati ed altri ordinamenti, ciascuno per quanto di competenza, devono lasciar operare queste cellule, garantendo contemporaneamente una certa sorveglianza. Ogni tanto polizia e carabinieri sono autorizzati a sgominare qualche banda, di minore importanza, affinché risulti credibile la messinscena della sicurezza garantita dalla nostra superiore abilità d’intelligence. Per ora, l’indicibile “collaborazione” con i criminali ci ha evitato scorrimenti di sangue. E finché le masnade barbute serviranno a chi governa i piani alti del mondo è molto probabile che non accada nulla. Oppure, davvero credete che sia stata la bravura degli Alfano e dei Minniti a pararci il culo dalle carneficine che altri paesi non hanno saputo prevenire? Tuttavia, se per nuovo calcolo politico (che pare ormai nell’aria, dopo l’elezione di Trump) gli americani dovessero scaricare gli invasati finora condizionati e che ormai scorrazzano sul nostro territorio, cosa succederebbe? Diventeremmo il bersaglio privilegiato per vendette trasversali, proprio a causa del mancato rispetto dei patti, e ci rimetteremmo in pari con le altre nazioni per numero di morti e tragedie. Alla fine potremmo pagare persino un prezzo più alto. Per questo non ha senso prendersela con i migranti (anche se non si può accogliere chiunque) senza denunciare i mandanti del disastro in corso. Per fermare l’invasione occorre liberarsi dei veri invasori, gli americani.

Recensione a “Geofinanza e geopolitica”, di Parenti-Rosati (edizioni Egea)

mondo

Il manuale curato da Fabio Massimo Parenti e Umberto Rosati, intitolato “Geofinanza e geopolitica” (ed.Egea), con studi di Silvia Grandi, Ann Lee e Davide Tentori, è uno strumento molto utile per comprendere lo sviluppo delle dinamiche finanziarie della nostra epoca. Il testo è agevole, benché mai superficiale, ed è comprensibile anche ai lettori non esperti che, pur non maneggiando linguaggio e tecnicismi economico-finanziari, vogliano approcciarsi all’apprendimento della tematica.

Il saggio permette di farsi un’idea delle trasformazioni avvenute nel sistema finanziario internazionale, dalla seconda guerra mondiale ai nostri giorni, mettendo l’accento sulle specificità storico-geografiche che ne hanno influenzato lo sviluppo. Il processo di globalizzazione, secondo gli autori, inizia idealmente dagli accordi Bretton Woods del 1944. Qui si fissano le regole di funzionamento del sistema finanziario e monetario e si istituzionalizzano i rapporti di dominanza, a matrice anglosassone (cioè statunitense e inglese), che attraverso l’adattamento nel tempo, o, persino, momenti di sconvolgimento di pratiche e paradigmi consolidati (si pensi alla decisione di Nixon, nel 1971, di sospendere la convertibilità dollaro-oro) si estenderanno all’intero globo; a fortiori dopo il collasso del blocco sovietico, in seguito al quale l’egemonia occidentale non incontrerà quasi più ostacoli sulla sua strada.

Odiernamente, l’unipolarismo americano inizia a mostrare le prime crepe, ad evidenziare i sintomi di un relativo declino che però non prefigurano, come qualche ottimista ritiene un po’ troppo frettolosamente, la quasi certezza di un imminente tracollo della potenza d’oltre-Atlantico. Tuttavia, i segnali di debolezza inviati dell’impero americano imbaldanziscono i suoi competitor sulla scacchiera mondiale. Giustamente, scrivono gli autori, oggi: “quest’assetto di potere viene sfidato da alcuni paesi emergenti e in particolare da Cina e Russia”. Russia e Cina (e non inverto casualmente l’ordine dei nomi rispetto a quanto riportato nel libro) rappresentano le concrete potenze revisioniste degli assetti internazionali, quelle che, almeno regionalmente, tentano di erodere lo strapotere americano generando o rigenerando le loro sfere d’influenza. In sostanza, il venir meno di un unico centro regolatore a livello planetario sta rimettendo in discussione il secolare disegno geopolitico americano e le leggi economico-finanziarie che lo hanno sin qui normato. Russia e Cina, infatti, pur operando come economie di mercato, rappresentano configurazioni capitalistiche con peculiarità proprie, non direttamente sovrapponibili al modello occidentale. I due giganti condividono con quest’ultimo alcuni fattori fondamentali, come la forma-impresa o la forma-mercato (elementi di elevata dinamicità che hanno decretato la superiorità della tipologia capitalistica anglo-americana rispetto ad esperimenti alternativi del passato, come il socialismo ir-realizzato) ma differiscono per aspetti strutturali non inessenziali, sia a livello di complessi statali che per articolazione sociale. Certo, dar adito agli ossimori non aiuta a rendere intelligibili le reali differenze tra sistemi: «Se c’è un “modello cinese” la sua più rilevante caratteristica è la volontà di sperimentare con differenti modelli». Secondo alcuni autorevoli studiosi, la traiettoria contemporanea dello sviluppo cinese sarebbe riconducibile, con tutte le sue ibridazioni e nuove sperimentazioni, a un sistema di mercato non-capitalistico, oppure a un socialismo di mercato. Ciononostante, nell’interpretazione della maggior parte dei media e dell’opinione pubblica occidentali, in cui sembrano prevalere pregiudizi etnocentrici e acritici, la Cina contemporanea è vista come un «sistema capitalistico autoritario». Non di questo si tratta, né di socialismo di mercato, che è un autentico obbrobrio categoriale, né di capitalismo-autoritario, che è un giudizio ideologicamente liquidatorio. E’, invece, innegabile che segmentazione e stratificazione degli apparati e dei ruoli apicali, a livello statale-politico, ma anche economico-strategico (imprese di punta), tanto in Russia che in Cina, derivano da logiche (lotta per il potere tra gruppi autoctoni e successiva proiezione esterna della potenza nazionale) non del tutto assimilabili allo schema capitalistico predominante di tipo “anglobalizzato”.

Dovremmo, dunque, iniziare a parlare non più di capitalismo ma di capitalismi se vogliamo meglio discernere affinità e divergenze tra gli attori in campo e loro sistemi organizzativi, senza ricorrere alle fughe in avanti terminologiche che conducono l’analisi scientifica in vicoli ciechi. Ad uno di questi punti morti teoretici ha condotto, per esempio, il cosiddetto concetto aleatorio di finanzcapitalismo, che gli autori sembrano però condividere. Il finanzcapitalismo, secondo Gallino, è quella mega-macchina sociale che ha superato il capitalismo industriale “a motivo della sua estensione planetaria e della sua capillare penetrazione in tutti i sottosistemi sociali, e in tutti gli strati della società, della natura e della persona. Così da abbracciare ogni momento e aspetto dell’esistenza degli uni e degli altri, dalla nascita alla morte o all’estinzione. Perché il finanzcapitalismo ha come motore non più la produzione di merci ma il sistema finanziario. Il denaro viene impiegato, investito, fatto circolare sui mercati allo scopo di produrre immediatamente una maggior quantità di denaro. In un crescendo patologico che ci appare sempre più fuori controllo”.

In realtà, per quanto la finanza abbia affinato le sue tecniche e la sua capacità di condizionamento, anche grazie alla tecnologia informatica, essa non è diventata l’orizzonte ultimo del sistema, lo stadio finale di una degenerazione irreversibile del capitalismo. Piuttosto, siamo in presenza di una ricorsività gravida di conseguenze geopolitiche. Le crisi finanziarie annunciano cambiamenti più profondi che si sostanziano all’interno dei rapporti di forza tra potenze, nella loro battaglia per la preminenza.

Gli autori ricostruiscono abilmente, ricorrendo a dati, tabelle e schede di approfondimento, le scelte istituzionali, gli eventi, le circostanze e le coincidenze che “contribuirono a generare la «tempesta perfetta» all’origine della crisi finanziaria globale scoppiata negli Stati Uniti nel 2007, manifestatasi pienamente nel 2008, e continuata in forme differenti fino ai giorni nostri”. E’ stato questo il terremoto finanziario che ha modificato la fiducia di milioni di persone e molte delle precedenti sicurezze circa una perdurante stabilità globale (la fine della storia di Fukuyama), oramai svanite. Tuttavia, bisogna stare molto attenti ad interpretare questi segnali, evitando accuratamente di essere risucchiati dalle profezie apocalittiche che generalmente accompagnano accadimenti così caotici. Sebbene lo choc sia emerso negli Usa, evidenziato dal fallimento di grandi banche ed altri operatori del settore, con pesanti ripercussioni anche sull’economia reale, gli effetti negativi più duraturi della crisi si sono materializzati soprattutto nelle zone subordinate a Washington. Europa compresa. Ora gli Usa sembrano in ripresa mentre le nazioni sotto il suo ombrello continuano ad arrancare. A queste manca quella libertà di agire e di sperimentare alternative al caos sistemico globale che, forse, potrebbero applicare solo distaccandosi dal giogo americano. Non è un caso che Washington proceda serrando i ranghi coi suoi alleati ed incrementando l’aggressività verso quelle potenze che offrono opzioni di risalita innovative, in contrasto con i suoi interessi.

Non condividiamo l’impostazione wallersteiniana, ripresa dagli autori, secondo la quale “la globalizzazione abbia avuto inizio con l’affermarsi della moderna economia, configurando una situazione di crescente autonomia del settore economico rispetto alla sfera politica”. E’ sempre la politica che indirizza questi processi benché lo faccia celando le sue iniziative dietro il paravento della “legalità” mercatistica. La sfera finanziaria ha sicuramente una sua autodeterminazione ed, effettivamente, può divenire, in alcune occasioni, predominante rispetto alla sfera politica, ma limitatamente ad aree o formazioni subalterne a centri strategici esterni, i quali sono immancabilmente politici, anche quando manovrano prodotti speculativi. Per questo, negli Usa non si può parlare di predominio della finanza sulla politica, semmai lo si può dire per la dipendente Europa. La globalizzazione, infatti, va colta come processo di dominazione politica, con importanti implicazioni (geo)economiche, e non viceversa. Del resto, sia Wallerstein che Arrighi, appoggiandosi a questa falsa convinzione si sono lasciati andare a futili vaticini ineluttabilmente smentiti dall’ingresso nella corrente era multipolare, in cui sono tornati in evidenza gli Stati. Tempo fa Wallerstein scrisse di essere convinto che “da almeno 30 anni siamo entrati nella fase terminale del sistema capitalista. Ciò che differenzia fondamentalmente questa fase dalla successione ininterrotta dei cicli congiunturali passati è il fatto che il capitalismo non perviene più a «farsi sistema», nel senso in cui lo intende la fisica e chimica Ilya Prigogine (1917-2003): cioè quando un sistema, biologico, chimico o sociale, devia troppo sovente dalla sua situazione di stabilità e non arriva più a ritrovare l’equilibrio. Si assiste allora a una biforcazione: la situazione diventa caotica, incontrollabile per le forze che la dominavano fino a quel momento. Emerge in questo modo una lotta non più tra sostenitori e avversari del sistema, ma tra tutti gli attori che lo compongono per arrivare a determinare ciò che potrebbe rimpiazzarlo. Personalmente riservo la parola «crisi» a questo tipo di periodi. E bene, oggi siamo in crisi. Il capitalismo è giunto alla sua fine”. 

A conclusioni analoghe era giunto anche Arrighi nella parte finale de “Il lungo XX secolo”.

Che quest’orientamento sia erroneo lo si desume proprio da quanto anticipavamo poc’anzi. Ovvero, non si è affatto “aperto un lasso di tempo all’interno del quale vi è la possibilità d’influenzare l’avvenire con la nostra azione individuale”, come impropriamente previsto da Wallerstein, ma si è schiusa una fase in cui  è la contesa tra gli Stati per il multipolarismo a riconfigurare l’architettura del potere mondiale, al di là di atti meramente soggettivi.

Meritevole è, infine, l’ultimo capitolo del libro dedicato alla Cina. Vi è in esso il tentativo di esporre, con chiavi d’interpretazione originali ed avulse dai soliti luoghi comuni (il socialismo di mercato, il capitalismo autoritario, ecc. ecc.), il fenomeno economico e politico cinese. Gli studiosi sono interessati ad “indagare tra le altre cose il rapporto Stato-società e i processi di pianificazione territoriale. Questi ultimi, in particolare, sono all’origine delle più recenti trasformazioni socioeconomiche e tecnologiche del paese e, contestualmente, delle sue strategie di graduale ma costante internazionalizzazione di intere regioni e sempre più estese reti urbane”. Si rileva, inoltre, della spinta propulsiva con la quale Pechino cerca di consolidare e di estendere la sua egemonia sul palcoscenico mondiale, sia ricorrendo all’influenza economico-commerciale che ad accordi politico-militari, anche in competizione con gli Usa. A parere nostro, il sistema politico cinese sconterà ancora delle pesanti difficoltà, non come asserisce la vulgata economicistica in virtù dei troppi vincoli statali imposti al libero mercato, ma a causa delle relazioni tra gli agenti della sfera politica e quelli della sfera economica, che in un sistema che si definisce comunista, pur non essendolo affatto, potrebbero arrivare ad un punto di rottura ideologico, con ripercussioni sul tessuto connettivo sociale. Fu questo che determinò il cortocircuito sovietico. Non è detto che il modello cinese imploda, al pari di quello dell’Urss, ma qualora queste contraddizioni non dovessero essere affrontate nei tempi giusti e con soluzioni efficaci i cinesi rischierebbero di tornare indietro di decenni.

ENERGIA (DI P. ROSSO)

gas

Si è svolto a Roma il 18/5 il convegno “Scenari di Strategie Energetiche per un’Italia Sovrana” organizzato dalla sen. Paola De Pin cui siamo stati invitati insieme a Giuseppe Germinario/ItaliaeilMondo, Irina Osipova/RIM Giovani Italo-Russi, Giulietto Chiesa e Max Bonelli/Riscossa Italia. Il convegno, che pure non ha brillato per la numerosità delle presenze, ci ha permesso di sintetizzare, nella presentazione che pubblichiamo, il quadro della questione energetica italiana sotto diversi aspetti e di proporre alla discussione alcune considerazioni finali.
La presentazione riassume tutte le informazioni ufficiali sui consumi energetici, la ripartizione delle diverse fonti primarie, la loro provenienza e la loro destinazione nei settori di impiego. Appare evidente la relativa concentrazione di carbone e intermittenti (denominazione equivalente, ma che preferiamo, a rinnovabili) nella produzione di energia elettrica, del petrolio nei trasporti in contrasto con la pervasività del gas naturale nell’industria e nel civile.
Si indicano inoltre gli attori industriali impegnati nella produzione, importazione, distribuzione delle fonti primarie e dell’energia elettrica, prendendo atto della ormai acquisita struttura di mercato diffuso o tutt’al più oligopolistico del settore energetico, con relativa presenza estera sia nella raffinazione (Rosneft, Lukoil, EXXON) che nella distribuzione del gas naturale (Edison).
Il quadro delle principali tendenze tecnologiche porta a prevedere un utilizzo residuale del carbone, un calo progressivo del petrolio, un avanzamento delle quote coperte da intermittenti e gas naturale il quale sarà chiamato in particolare a garantire la continuità di provvista alla rete elettrica – alimentata in modo discontinuo dalle intermittenti – per tutto il tempo necessario allo sviluppo di tecnologie di accumulo efficaci ed economiche.
Infine si focalizza lo sguardo sulle infrastrutture dedicate all’approvvigionamento di gas naturale nella macro-regione europea, in particolare i gasdotti in programma nel Baltico, nel Mar Nero e nel Mediterraneo, visti in relazione con gli investimenti in nuovi terminali di ri-gassificazione del GNL (Gas Naturale Liquefatto). Si mettono in evidenza diversi aspetti in particolare:
1. La relativa prevalenza della Federazione Russa nella quota di fornitura di gas naturale all’Italia non costituisce in realtà un rischio di dipendenza italiana, considerata la numerosità dei fornitori alternativi disponibili e la abbondante infrastrutturazione italiana sia in termini di gasdotti che di terminali GNL;
2. Il mercato del gas naturale mantiene specifiche caratteristiche regionali in modo tale che non risulta facile approvvigionarsi in maniera stabile e sicura da qualsiasi parte del mondo (sicurezza e competitività sono due criteri della Strategia Energetica Nazionale – SEN – in via di pubblicazione da parte del Ministro Calenda). Per una nazione che deve comprare è pertanto importante stabilire relazioni di reciprocità e di fiducia costanti nel tempo in modo tale da co-interessare chi deve vendere;
3. Gazprom è spinta ad assumere un approccio di prezzo di mercato e non oligopolistico dalla presenza di grosse disponibilità di terminali GNL non utilizzati a pieno. Dall’altra parte i produttori USA – o i loro “cugini” australiani – sono particolarmente attratti dal vendere a lungo termine in Asia – dove spuntano prezzi più alti – piuttosto che in Europa, tranne che per ragion tutte politiche, come in Polonia e Estonia, e comunque a prezzi “asiatici”;
4. L’Italia rischia di rimanere l’unico cliente importante di Gazprom che utilizzi la via di transito ucraina per importare il gas russo. La Germania diventerebbe ri-esportatrice (sia la suo ovest che al suo est) per conto russo con il North Stream 2, mentre la Turchia – secondo cliente di Gazprom in ordine di importanza – chiuderebbe la via attuale da Ucraina/Romania/Bulgaria utilizzando il Turkish Stream via Mar Nero già in costruzione per la parte dedicata ai turchi. Riservandosi di servire in retro-flusso Bulgaria e Romania;
5. L’Ucraina detiene un solido “rubinetto” sulla corrente di gas russo verso la UE nella misura in cui le tariffe di trasporto influenzano direttamente la convenienza economica delle vie alternative e dei terminali GNL: basse tariffe potrebbero mettere fuori mercato il North- Stream-2 e ridurre la quota di mercato russa in futuro a favore dei produttori alternativi via terminali. Ovviamente questa potenzialità è ben presente a chi comanda la junta ucraina.
6. Il gasdotto East Med – da Israele/Libano/Cipro – soffre di difficoltà tecniche (profondità fino a 3000 m) e geopolitiche (interferenze israeliane, turche ed egiziane) tali da non garantire a nostro parere i requisiti di una concreta complementarietà – tantomeno alternativa – all’importazione dalla Fed. Russa. Per quanto riguarda il gas egiziano di proprietà ENI – ammesso e non concesso che ne avanzi un po’ dopo aver coperto il fabbisogno interno egiziano – meglio sarebbe esportarlo sotto forma di GNL.
La SEN che sarà approvata in Parlamento dovrebbe affrontare tali temi e sarà interessante intanto verificare se li affronta e poi verificarne il come. Dalle anticipazioni ufficiose sembra di capire che il documento rappresenti il classico “calcio al barattolo”: un po’ meno incentivi alle rinnovabili, sostegno di Stato alle centrali a gas, defiscalizzazione degli interventi per efficientare gli edifici, incentivi per la mobilità elettrica. Vedremo.

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