La Cina è vicina?

Cina

 

Da oggi l’Italia è una colonia cinese. Lo scrivono i giornali. Prima che i mandarini ci invadessero con le loro merci eravamo un Paese libero. Ora i nostri figli nasceranno con gli occhi a mandorla e ci abbasseremo mediamente di qualche centimetro all’anno. La pelle dei connazionali tenderà sempre più al giallo e pronunceremo la “l” al posto della “r” per empatizzare linguisticamente con i nostri nuovi padroni. Dopo l’Inter anche la Juventus passerà ai cinesi e non vincerà più un campionato. Gli oggetti si romperanno presto ma non ci prenderemo la briga di ripararli perché costeranno meno e li sostituiremo con altri di più scarsa durata. Diremo Amelica anziché America e calo anziché caro. Che brutta china con la Cina vicina. Eppure qualcosa non torna in questi racconti da quattro renminbi che leggiamo sui quotidiani. Con l’iniziativa di accogliere i cinesi a braccia aperte ci saremmo inimicati tutti, dall’Ue agli Usa, i quali non vedono bene un simile avvicinamento. Pechino è il primo competitore dell’Occidente a livello mondiale, dicono questi grandi analisti del piffero, eppure Washington e Bruxelles, nonostante qualche rimbrotto, ci avrebbero lasciati fare. Siamo seri. Se gli americani non si sono opposti, con tutte le loro forze, come in occasione degli accordi coi russi per i gasdotti, è perché non temono così tanto l’Impero di Mezzo come altri avversari, meno intraprendenti economicamente ma molto più attrezzati militarmente e “geopoliticamente”. I rapporti che contano, quelli che riguardano i settori strategici, non sono stati toccati e, per esempio, il 5G è stato escluso dai documenti firmati. Anzi, storicamente gli Usa hanno legato con la Cina per limitare lo strapotere sovietico e ci sono riusciti nonostante i due giganti comunisti condividessero, sulla carta, una speculare ideologia. Nemmeno la solidarietà tra bandiere rosse impedì a Mao di accordarsi con Nixon, considerati i problemi avuti con Mosca, soprattutto dopo la morte di Stalin, profondamente stimato dal Grande Condottiero.
La carta stampata però fa un mestiere sporco e anziché dare notizie rovescia la realtà per servire le menti che tirano i fili dei suoi falsi discorsi. Possiamo star certi che le intese sino-italiane rientrano in quella marginalità di movimento consentita da Washington ai pianeti della sua orbita e non inficiano il quadro strategico complessivo dell’Egemone. Anzi, si tratta di “tolleranze” ammesse allorché sono in atto mutamenti negli equilibri mondiali e nei rapporti di forza generali. Rammentiamo ancora una volta ai pennivendoli che i cinesi potrebbero essere rintuzzati in qualsiasi momento dai nostri protettori oltreoceanici perché costoro hanno basi e armamenti sul suolo nazionale. Ma i botoli dei media si fanno terrorizzare dai Panda Bond coi quali i Wang, gli Zhang e i Chen avrebbero dato il via alla colonizzazione del BelPaese. C’è una tara economicistica che fa credere ai più che basti comprarsi i titoli di uno Stato per controllarlo, così in quest’ottica la Cina sarebbe persino più potente degli Usa perché possiede il debito pubblico americano. Ovviamente, sono balle che i sedicenti esperti alimentano per nascondere altro, cioè che essi ricorrono alla stupidità per meglio servire la propaganda dei dominanti. Riporto, con commento tra parentesi quadre, un florilegio di tutte queste sciocchezze apparse ieri su un quotidiano nazionale molto vicino alla Lega: “Si chiamano «Panda Bond» e trasformeranno l’Italia in una riserva cinese. Sono le nuove obbligazioni che da oggi la Cassa Depositi e Prestiti potrà emettere per finanziare le aziende italiane che operano in Cina, ma denominate in renminbi e scambiate esclusivamente sul mercato del Dragone. Di fatto un pezzo del nostro apparato produttivo che il presidente Giuseppe Conte ha ceduto in uno dei tanti accordi firmati con Xi Jinping. E siamo pure contenti: masochismo puro”… “Con questi modi il gigante asiatico intende colonizzare il mondo: lo ha già fatto con l’Africa, dove ha fornito capitali per grandi opere pubbliche, salvo richiedere indietro con interessi salati i fondi anticipati, diventando proprietaria delle infrastrutture [qui ci si dimentica di dire che i cinesi sono stati sbattuti fuori da qualche paese africano, perdendo tutti i loro investimenti e senza risarcimenti, grazie all’aiuto di una manina occidentale, a testimonianza del fatto che la sola economia non può nulla contro la minaccia armata dei prepotenti]… “Perché è vero che gli accordi commerciali e industriali sono sacrosanti in quanto portano sviluppo e benessere [solita leccatina al libero-scambio, non guasta mai soprattutto quando si sta scrivendo di impedire di far circolare liberamente le merci perché non sono quelle ‘giuste’], ma è altrettanto vero che il fine ultimo della Cina è un altro. Affermare la propria egemonia, utilizzando la leva economica, demografica e militare. Ma se è comprensibile che possano cascarci i Paesi africani, davvero non si comprende come possa farlo l’Italia che è la settima potenza mondiale [gli unici che vengono ad affrancarci sono gli americani che ci hanno liberato persino dalla libertà, tutti gli altri portano con loro sempre un brutto retropensiero]… “Davvero siamo tanto disperati da dover porgere il nostro collo al cappio cinese? L’enfasi con cui si esaltano gli accordi firmati in questi giorni altro non è che una resa alla nostra impotenza e una certificazione di debolezza economica e politica”. … “Con Xi Jinping a Roma abbiamo siglato la nostra condanna a morte [addirittura!]…Al presidente della Repubblica Popolare Cinese tutto è permesso. Bandiera rossa ha sempre il suo fascino in Italia e da due giorni sventola sul Quirinale. Ma rosso è anche il colore del demonio. E quando il diavolo ti accarezza, come sta facendo la Cina con noi, è perché vuole prendersi l’anima [tocco anticomunista e teologico finale, casomai fosse sfuggita la sostanziale cialtroneria dello scrivente]”.

Ma andate a cacale!

I PIANI AMERICANI

LAGRA21

Qui

 

potrebbe anche essere che l’accusa del complotto non sia del tutto corretta nella indicazione che ne dà una delle parti in conflitto. Nessuno ha la prerogativa della oggettiva valutazione degli avvenimenti, che è sempre guidata dagli interessi (antagonisti come in questo caso) in gioco. Quello che è nelle mie valutazioni e convinzioni sugli attuali eventi è che indubbiamente Guaidò è un semplice sicario della strategia degli Usa n. 2 (establishment rappresentatosi in Trump), che punta ad una nuova completa solidità del predominio del paese sul “cortile di casa”. Infatti, si parla pure di un nuovo “interessamento” a Cuba e Nicaragua. Inoltre si appoggia nuovamente al 100% Israele (ma vedremo come l’attuale assetto del paese resisterà agli “scombussolamenti” in corso) quale “guardiano” in Medioriente; con anche la netta contrapposizione all’Iran e l’appoggio rinnovato e pieno all’Arabia Saudita (sul Qatar l’atteggiamento sembra meno charo, ma è una situazione di fatto incerta). Il precedente establishment aveva invece tentato di creare una situazione di grande instabilità, annientamento della Libia gheddafiana (che non era poi così favorevole all’Islam e non appoggiava nemmeno tanto i palestinesi) e analogo tentativo con la Siria di Assad. Inoltre, ammorbidimento verso l’Iran, ma solo per giocare meglio la partita di un acutizzarsi del contrasto tra sciiti e sunniti; anche il fallito colpo di Stato contro Erdogan, su cui però le motivazioni e la “provenienza” organizzativa suscitano perplessità, sembra rientrare comunque in questa nuova situazione venutasi a creare. Non sembra tuttavia che il presidente turco si sia ammorbidito verso la nuova Amministrazione statunitense. In ogni caso, vi era contrasto netto tra governo israeliano e Obama, mentre adesso sembra esservi nuova piena sintonia (in Israele vi è però crisi interna e vedremo come andranno le elezioni). La soluzione del conflitto tra i “due” Usa oggi esistenti (se vi sarà anche al di là di eventuali mutamenti delle rispettive leadership) sarà importante per il mondo “occidentale”. In questo momento, il gruppo “egemone” per tanti anni nella UE – che in Italia si esprime nella complicità (pur competitiva) tra PD e Forza Italia, entrambi per il momento in forti difficoltà – appoggia in pieno gli antitrumpiani mentre i sedicenti populisti, in testa la Lega, stanno puntando senza riserve su Trump; con Bannon che “sembra” aver rotto con quest’ultimo, ma in realtà è il vero “amministratore” dei rapporti tra lui e i suddetti “populisti” ed è infatti ostile all’accordo tra Italia e Cina, con la Lega (e Fd’I) che tengono bordone. La Russia da qualche tempo appare più defilata, ma si spera stia lavorando sulle contraddizioni apertesi tra i vari protagonisti dello scontro piuttosto acuto insorto all’interno dello schieramento “atlantico”. Seguiamo attentamente, la situazione è sempre più tipica del multipolarismo, con il caos che esso inevitabilmente provoca.

L’EUSA, di GLG

LAGRA21

https://www.fayard.fr/documents-temoignages/jai-tire-sur-le-fil-du-mensonge-et-tout-est-venu-9782213712284

non lo traduco. Comunque conferma pure lui le ricerche di Joshua Paul (di cui ho già più volte parlato) su che schifo erano i “glorificati padri dell’Europa”. Semplicemente pagati dalla CIA (cioè dagli USA) per renderci puri schiavetti di tale paese. E tutta l’Europa (quella di questa UE infame), non solo il nostro paese. Per quanto riguarda quest’ultimo ripeto: siamo stati occupati dalla Germania nazista dall’otto settembre 1943 al 25 aprile del 1945, cioè un anno e mezzo. E siamo occupati dai nuovi criminali statunitensi (che hanno infierito in tutte le parti del mondo con massacri analoghi a quelli compiuti contro i nativi di quella terra su cui vivono; all’incirca 100 milioni di morti) dal 25 aprile 1945 fino ad oggi, cioè tre quarti di secolo; e l’occupazione non cessa, anche se trova adesso “due” Stati Uniti in contrasto fra loro. Ognuno dei due ha i suoi punti di riferimento in Europa. Quelli n. 2 (venuti alla luce soprattutto con Trump) si stanno creando i loro servitori tra coloro che si dichiarano sovranisti, patriottici e altre balle varie. In Italia questi “coraggiosi indipendenti e nazionalisti” brontolano per gli accordi possibili con la Cina, da cui noi alla fine dipenderemmo, saremmo addirittura “colonizzati”. Non solo sono servi ma anche sciocchi, rozzi e beceri come non riuscivano ad esserlo quelli della prima Repubblica, che pure ce la mettevano tutta.

UN’ALTRA PUGNALATA ALL’ITALIA

SudItaliabordello

 

Strano modo di tutelare il nostro interesse nazionale quello della Lega. Il Corriere della Sera riporta una nota da Palazzo Chigi, vergata dal movimento di Salvini, in cui si afferma che: “nelle ultime settimane il governo, condividendo la crescente preoccupazione in termini di cybersecurity da parte della comunità internazionale inclusi USA, G7 e la stessa Commissione europea ha lavorato all’ ampliamento del Golden Power con particolare riferimento allo sviluppo della tecnologia 5G”.
Quest’ultima, come abbiamo già scritto, comporta uno sviluppo accelerato in settori importanti ma, evidentemente, gli Usa non sono affatto contenti dello scenario e quindi si stanno frapponendo tra i cinesi, che detengono il primato di detto sistema, e i loro possibili interlocutori. Possiamo immaginare che il viaggio di Giancarlo Giorgetti a Washington, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio in quota leghista, di fine febbraio, servisse a discutere anche di questo dossier. Dico anche perché in realtà avranno esaminato cose molto più serie, come politica estera, intelligence, ecc. ecc. Tutti temi sui quali tra noi e gli Usa esiste da tempo una ”dialettica”, quella servo-padrone. Non sarà stato il viaggio “culturale”, al di là dell’Atlantico, di Napolitano del 1978, che di fatto sancì lo spostamento di campo del Pci sotto l’ala statunitense, anticipato dalle dichiarazioni di Berlinguer del ’76 circa “l’ombrello Nato”, ma il momento storico suggerisce che qualcosa di grosso aleggia nell’aria, viste le trasformazioni politiche in corso a livello geopolitico. La mutata azione americana rifarà i connotati alle sue tradizionali sfere d’influenza, ricalibrando o sconvolgendo le precedenti formule.
Infatti, le dichiarazioni leghiste gridano vendetta e costituiscono l’ennesimo tradimento ai danni di questo pauvre pays. Siamo dominati da più di settanta anni dagli americani, in tutti i settori chiave e negli assetti strategici, ma si arriva a paventare di un pericolo cinese ancora inesistente nei fatti. Ieri temevamo i gialli per le merci a basso costo ora siamo terrorizzati dai loro progressi. Se vanno oltre l’involtino dobbiamo stare attenti al mandarino. Qualcosa non quadra nelle narrazioni di questi difensori della patria dell’ultima ora che fino a ieri volevano resecare l’Italia, isole comprese.
Vorremmo però ricordare ai nostri governanti del cambiamento che i principali problemi della cosiddetta cybersecurity in Europa sono venuti tutti da oltreoceano. Gli yankee hanno intercettato chiunque sul vecchio continente, ai livelli apicali di Stati e governi, facendo scoppiare scandali che però non si sono risolti in nulla, proprio perché questi controllano l’Ue “manu militari” e con spie sparse ovunque. La stessa Unione Europea è una loro creazione. Lo è dai primi passi di una integrazione forzata e gestita ideologicamente (con l’ingombro statunitense legittimato retoricamente per impedire il ritorno delle dittature) all’indomani della II Guerra Mondiale, pilotata dalla Cia, dal Fbi e dagli stessi militari che impiantavano basi ovunque fosse utile farlo. I grandi padri fondatori dell’Europa erano tutti finanziati dallo “straniero” e i loro nipotini sono ugualmente comprati o minacciati, a seconda del loro grado di sudditanza.
Questa è la realtà, ma qualcuno ha ancora davanti agli occhi una grande muraglia immaginaria che ci costerà sempre più cara, in termini di autonomia ed indipendenza, da Lisbona a Vladivostok.

QUARTO POTERE, di GLG

LAGRA21

E’ piuttosto lungo, ma non richiede alcuna preparazione “specialistica”. Non parlo certamente da vero critico cinematografico (non me ne intendo troppo di tali problemi), ma cerco di afferrare il significato del film dal punto di vista di quella che è la vita in generale. Ho ovviamente una mia visione specifica, che tuttavia è del tutto comprensibile anche da parte di chi può divergerne su più punti. Un paio d’anni fa (o forse più) avevo pubblicato queste considerazioni. Qui sono però state riviste e abbastanza consistentemente ampliate.

DISCUTENDO DI QUARTO POTERE

“Quarto potere” (“Citizen Kane”) di Orson Welles è uno dei tre film da me preferiti, assieme a “La corazzata Potemkin” (il capolavoro di Eisenstein, gustosamente definito da Villaggio-Fantozzi “una boiata pazzesca”) e “La grande illusione” di Renoir. Certamente, giudico appena staccati di un’incollatura altre decine e decine di capolavori o comunque di gran bei film (del muto come del sonoro, in bianco e nero o a colori), che non elenco per l’impossibilità di ricordarli tutti; nemmeno la metà e ancora meno di così.
Parlerò qui appunto di “Quarto potere”, film assolutamente grandioso del 1941 interpretato dallo stesso regista (notevolissimo pure nella recitazione) e da una folta schiera di altri più che ottimi attori, fra i quali ricordo: Joseph Cotten, Everett Sloane, Dorothy Comingore, Agnes Moorehead, Paul Stewart, Ray Collins, George Coulouris, Ruth Warrick. Tutti inghiottiti dalla “Notte Eterna” e che pochi lettori, temo, ricorderanno ancora.
Come al solito, in youtube non si trova quasi nulla di questo giustamente famoso classico. E tanto meno il film intero. Ho recuperato una recensione non male, almeno secondo la mia opinione:

L’ho riportata soprattutto perché illustra alcuni aspetti tecnici che non saprei nemmeno ripetere dopo averli ascoltati attentamente. Non sono un intenditore in grado di espormi in simili disquisizioni. Capisco che vi è “dietro” quest’opera la lezione dell’espressionismo tedesco, mi rendo certamente conto della sua enorme potenza espressiva, ma mi soffermo esclusivamente sul suo significato generale o su quello di determinate scene.
Prendiamo, ad es., la sequenza in cui la bibliotecaria accompagna il giornalista, incaricato di indagare sulla vita di Kane, in un’amplissima stanza e gli porta tutto l’incartamento riguardante le notizie relative al magnate. L’immagine è scarna ma desta una forte impressione. Tuttavia, essa soprattutto evidenzia l’irrealizzabilità del compito, che schiaccia chi vi si accinge. Impossibile sceverare un’intera esistenza nel suo effettivo svolgersi, pur tramite una gran massa di documenti da consultare in un tot di tempo ben stabilito. L’epilogo, il giornalista che ringrazia e se ne va, sottolinea come tutta la lettura, di alcune ore, abbia appena scalfito il senso di quella vita.
Poi il giornalista si reca a trovare, via via, le persone che più erano state vicine a Kane e, progressivamente, capiamo quanto illusorio fosse il tentativo di riuscire a inquadrare la complessità, contraddittorietà, perfino incoerenza, della sua personalità. E non perché costui sia un mentitore; anzi è nell’insieme sincero nel suo percorso destinato al successo e alla grandiosità della magione che si è costruita su una altura isolata, giusto a sottolineare l’elevatezza e la perfetta solitudine del magnate. E’ proprio il vivere – implicante complicate relazioni con altri intrise di amicizia e malevolenza, di colpi bassi e adorazioni fin troppo prive di dubbi – a impedire che di quest’individuo si sappia chi realmente è stato. Nemmeno lui riesce a capirsi. Del resto, nessuno apprende gran che di se stesso poiché siamo tutti presi dall’agire, dal provare sentimenti contrastanti, dal calcolare razionalmente i risultati di certe azioni, dal perseguire dati obiettivi che spesso mutano di posizione (spazio-temporale) e inducono contraddittorie convinzioni; ecc. ecc.
Nella scena iniziale come alla fine compare l’immagine di quella sorta di Castello e, in primo piano, il cancello con la scritta “no trespassing” (non oltrepassare, vietato l’accesso). Se non ricordo male, nella recensione la s’interpreta quale definitiva sottolineatura di quanto sia preclusa agli altri una non effimera conoscenza di un qualsiasi essere umano. Non si è in grado di oltrepassare determinati limiti nell’approfondire i caratteri di una personalità, perfino della più semplice; figuriamoci quella di “citizen Kane”. Eppure, non credo che quella scritta si limiti a porre l’accento su tale aspetto. Sullo sfondo vi è la cupa, scura (perché notturna), presenza del “mausoleo” fattosi edificare dal protagonista, presenza tesa secondo me a segnalare qualcos’altro di ancora più rilevante. La potenza e ricchezza di un individuo sono intrise di solitudine e distanza dagli altri; con la giovialità e il dialogo intenso e amichevole, con l’apertura a reali incontri e vicinanze, non si giunge ai risultati voluti e acquisiti da Kane. Non vi è alcuna prospettiva di oltrepassare il recinto che il potente, perfino quasi inconsapevolmente, dispone attorno a sé, separandosi così dai possibili stretti interlocutori. Resta solo la (magra) consolazione, quando gli va bene, d’avere seguaci, ammiratori, fedeli credenti nelle sue virtù di fatto inesistenti. Nessuno oltrepassa il cancello che divide gli altri dall’uomo che è o si pensa “superiore”. Ne riparleremo alla fine.
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Veniamo all’idea forse più rilevante del film, al suo significato più profondo. Proprio nei primi minuti della vicenda, poi raccontata in una sorta di lungo flash-back, il protagonista muore e, nel mentre dalla sua mano cade un pallina di vetro con dentro un volteggio di fiocchi di neve, pronuncia la parola “rosebud” (mi rifiuto anch’io, come il recensore, alla traduzione italiana con rosabella). La parola viene incidentalmente udita da chi entra nella stanza e diventa il tormentone del film. Vi è anche un’altra fondamentale scena quando Kane ormai vecchio resta solo e in un accesso di rabbia distrugge mobilio e oggetti vari in alcune stanze del suo “mausoleo”; ad un certo punto gli capita tra le mani la solita pallina di vetro e immediatamente la sua ira scema e fa luogo ad una triste, perfino cupa, calma nel mentre anche in quella contingenza pronuncia “rosebud” nel mentre arriva, al rumore dello sfracello da lui fatto, l’intera servitù con il maggiordomo in testa, che evidentemente coglie il suono di quella espressione per lui incomprensibile.
Da qui, dall’intento di scoprirne il significato, si sviluppa in fondo tutta la vicenda filmica in una serie di ricerche giornalistiche e di interviste a coloro che gli erano stati più vicini, tutte tese ad approfondire e portare a conoscenza del pubblico la reale personalità del magnate deceduto. Si crede che appurando chi è o che cos’è “rosebud”, si riuscirà a metterla a nudo almeno in buona parte. Nessuno fra i conoscenti e amici di Kane aiuta a chiarire il mistero, che si svela invece allo spettatore del film poiché una delle scene finali mostra come vengano buttati nel fuoco molti degli innumerevoli oggetti da lui raccolti durante la vita; quasi mai ordinati, semmai affastellati in grandi mucchi. Ed ecco apparire una slitta, di quando Kane era bambino, sul cui fianco è incisa la scritta “rosebud”:

Essa brucia per tutti quelli che stanno rovistando nella vita del magnate, ma non prima di essere vista da chi assiste alla proiezione del film. Ed è fatto di estrema incisività, e vi ritorneremo, la progressiva scomparsa di quella parola, dissolta dalle fiamme, su cui insiste un primo piano sufficientemente lungo da far capire che lì si annida un evento decisivo e condizionante la sua vita. Il discorso qui si complica. Inserisco un’altra scena del film, del tutto cruciale per il suo “messaggio”, indispensabile all’inizio di una ricostruzione, sia pure per sommi capi, della vita di Kane:

E’ in inglese; grosso modo ricordo quel che vi si dice ma ammetto che, se non avessi visto il film in italiano, non capirei gran che dell’intera discussione. Credo però che il suo senso si colga per sommi capi. Il ragazzo ha una madre estremamente determinata mentre il padre è un debole, che alla fine si adegua ai voleri della moglie. Questa desidera un gran futuro per suo figlio e, avendo ricevuto un’eredità, ne cede la gestione ad una società guidata dall’uomo che sarà sempre in contrasto con Kane. Il ragazzo dovrà abbandonare la sua residenza di montagna, quasi isolata, e andare in un Collegio dove lo istruiranno a diventare qualcuno di molto diverso e soprattutto lontano dal “cattivo esempio” paterno. La madre firma il contratto – e con parole secche rivolte al marito che tenta all’inizio una debolissima resistenza – e poi chiama il figlio tutto intento ai suoi giochi con la slitta sulla neve che ricopre, assai profonda, l’intero ambiente cicostante.
In modo asciutto, che non annulla la sensazione dell’affetto da essa nutrito, gli annuncia il termine della sua infanzia; egli dovrà allontanarsi da lei e seguire “quell’uomo”, che tenta anche di rendersi simpatico al fanciullo. Niente da fare, si osservi lo sguardo duro e nemico di quest’ultimo contro l’intruso nella sua vita spensierata, arrivato proprio mentre giocava nella neve, nell’ambiente in cui è nato e cresciuto fino allora. Egli chiede alla madre se lo seguirà; la risposta è negativa e il suo odio verso quell’uomo cresce. Così gli si avventa contro e lo respinge, proprio usando la sua slitta. Alla fine viene neutralizzato, la slitta gli sfugge di mano e il suo destino si compie. L’ultima immagine è quella slitta da sola ferma nella neve, ormai abbandonata anche se sarà evidentemente poi recuperata e messa tra gli oggetti che Kane conserva e che verranno bruciati alla sua morte.
L’interpretazione più semplice dell’ultima parola – “rosebud” – pronunciata dal magnate nel supremo momento del trapasso è che egli ricordi quel momento cruciale della sua vita, in cui ha dovuto abbandonare la spensieratezza dell’adolescente e si è compiuta la rottura verso la sua futura, ma solitaria, grandezza. Il recensore prende il fatto come ulteriore dimostrazione che una parola non può servire a spiegare la vita di un uomo, il suo reale destino. Vero, ma limitato. Una persona a me molto cara, il mio Maestro (un mio secondo padre), durante l’ultimo dolorosissimo attacco al cuore che lo portò alla morte in pochi minuti, invocava con quel che gli restava di fiato sua madre, a quanto mi si disse. Quel grido strozzato non illustra la vita dell’uomo, ma non è certo senza significato (e di che rilevanza); ci rivela quale legame (molto comune fra gli umani) fosse principalmente impresso nella memoria del morente. E anche per Kane, la slitta gli ricorda intanto proprio la madre e il momento supremo della separazione definitiva da lei. L’ultimo pensiero, prima dell’addio alla vita, fu per la neve di quel giorno fatale e per la slitta con cui giocava e poi si difendeva dal destino arrivato, sotto forma di un individuo del tutto sconosciuto e subitamente odiato, per separarlo dalla persona a cui lo legava l’affetto di gran lunga più importante nutrito durante tutta la sua esistenza.
In definitiva, un solo ricordo non spiega la vita, ma ci fa conoscere il sentimento più profondo e costante che alberga in Kane e che irrompe imperioso quand’è alla fine. Evidentemente, chi era alla ricerca di notizie del tutto superficiali, e magari segrete, sulla sua esistenza d’uomo spesso presente nelle cronache dei giornali e notiziari, bramava soltanto scoprire qualche retroscena piccante. Ed è allora evidente che “rosebud”, anche se si fosse appreso che cos’era, non avrebbe spiegato alcunché; avrebbe anzi deluso al massimo grado i chiacchieroni interessati al pettegolezzo e alla notizia da cinegiornale. La parolina ci rivela tuttavia che la spinta emotiva in lui dominante non era l’arraffare potere e denaro, come poteva sembrare ad una superficiale considerazione delle sue motivazioni; questo scopo fu in definitiva realizzato, forse non coscientemente, per non deludere la madre, da lui separatasi pur di evitargli una misera sorte simile a quella dell’imbelle padre.
Tale pensiero penetra la sua mente – o forse soltanto galleggia in una sorta di nebbia – nel momento in cui la sua vita si compie, si perfeziona con l’ultimo atto. Qualcosa di non consapevole per lui è però raffigurato, simboleggiato, in quella slitta; ed è più importante ancora del sentimento che lo pervade nell’attimo finale della sua esistenza cosciente. Guardate bene la scena del ragazzo che respinge con violenza l’uomo venuto a prelevarlo, spingendogli la slitta contro la pancia e facendolo cadere a terra. Non vuole andare con lui; e lo strumento dei suoi giochi ancora infantili gli serve per fargli male e allontanarlo. Quello strumento finisce sperduto nella neve; evidentemente è stato recuperato, ma quale oggetto da ammucchiare in una montagna d’altri poiché Kane adulto raccoglie un po’ di tutto quasi maniacalmente.
La slitta, lo strumento usato nel rifiuto, viene posta in primo piano solitaria e abbandonata nell’ultima immagine di quella scena cruciale. Secondo me, il regista vuole farci capire che il carattere del fanciullo, già potenzialmente pronto a ciò che poi diventerà, è andato (non consapevolmente) oltre la ripulsa e la ribellione insorte per il triste evento della separazione dalla madre. Non c’è volontà né strumento in grado di opporsi ad un destino segnato dalla sua superiore capacità di emergere e dominare rispetto a tutti quelli che poi lo attornieranno nella vita, quelli visitati dal giornalista. Dal loro interrogatorio, per quanta simpatia o antipatia possiamo provare per simili personaggi, ci rendiamo ben conto del loro essere soltanto di contorno, delle comparse nella vita d’un grande, condannato da questa sua superiorità alla solitudine e ad essere colto, alla fine, da un ultimo momento di nostalgia che lo riconduce alla madre e al dolore della divisione da lei.
Direi che tutto il film ha scene eccezionali, ma certamente una delle più dense è quella finale che dura due minuti e mezzo. Vi è questa immane raccolta di oggetti durata evidentemente per tutta la vita di potente di Kane (quand’era ragazzo di sicuro non raccoglieva nulla). Sembra quasi che lo facesse per rendersi sicuro di ciò che stava vivendo e facendo. E il fatto che questo autentico “patrimonio di vita” venga messo al rogo ha un significato; malgrado non sia esplicitato e anzi nemmeno voluto, consapevolmente, da chi lo ordina. E’ come se si intendesse distruggere ciò che invece resterà comunque; e per il tempo dovuto, nulla più di quanto la memoria umana è capace di rammemorare. Il ricordo del “grand’uomo” non dipende affatto da quegli oggetti; e quando esso sarà completamente sbiadito, anzi cancellato progressivamente, esattamente come la scritta “rosebud” dalle fiamme, nessun essere umano delle future generazioni, anche se avesse potuto vedere l’immensa raccolta rimasta intatta, sarebbe stato in grado di riandare dalla distesa di oggetti, ormai muti, all’uomo che li aveva raccolti e custoditi. E lo stesso accade con tutti i documenti e le foto, ecc. che un qualsiasi vivente accumula nella sua vita. Non diranno alla fine nulla di lui, ma hanno una qualche importanza per la storia, in quanto sono segno di certi tempi ormai ignorati nella loro più complessa ed eccitante vivezza, quella che spinge appunto gran parte di noi a raccoglierli e conservarli.

Egualmente intensi sono gli ultimi 45 secondi. Riappare, come all’inizio, l’immenso palazzo, simile quasi ad un castello, visto dal sotto in su sulla cima dell’altura e con il camino che fuma nero intenso, il segno di quel dare alle fiamme che sembrerebbe voler dire che quell’uomo, se fosse vissuto in altra epoca, avrebbe forse meritato il rogo per la sua presunzione e il non mai cedere all’umiltà richiesta imperiosamente dalla religione (pur se spesso ignorata dai suoi massimi cultori e “amministratori”). E tuttavia, anche l’immagine di quella grande e cupamente tetra dimora sancisce in modo vivido e a mo’ d’incubo la solitudine del suo abitatore, potente ma deluso nelle sue mai godute gioie e sincere amicizie, nei suoi amori che disperde per incuria e congenita incapacità di alimentarli; esattamente come la gelida madre, da lui tanto amata e da lei altrettanto ricambiato, ma con modalità molto ben rappresentate da quei giochi solitari nella neve ghiacciata dove solo la slitta fatale gli consentiva di muoversi agilmente.

Ed infine la scritta, anch’essa evidenziata in modo molto espressivo all’inizio, con quel “no trespassing”, che è per certi versi la chiave del film. Banalmente, la scritta rappresenta la decisione di una persona di non voler essere disturbata e la minaccia verso chiunque venga con l’eventuale intenzione di furto o altra molestia poco gradita. In realtà, il suo senso è ben più profondo: l’assoluta impossibilità di penetrare la vita di un simile personaggio destinato – per sua fortuna o invece sciagura? – al successo, alla ricchezza, al comando. Deve essere solo lui a decidere quando vorrà essere in contatto con un qualsiasi altro; nessuno deve immaginarsi di entrare con lui in relazione, amichevole o anche di semplice conoscenza, se non dietro suo espresso desiderio o consenso. Anche l’amore è di sua esclusiva scelta. In ogni caso, bisognerà sempre chiedergli il permesso di “entrare”, mai prendere l’iniziativa di un qualche passo nella sua “proprietà”; poiché tutto, compresa la sua stessa personalità, è sottomesso al suo imperio e pervasivo controllo. Questo esclude una reale amicizia o amore, che implica intreccio e reciproco aprirsi all’altro. No, “no trespassing”, ogni avvicinamento avverrà solo quando, dopo opportuno “bussare del visitatore”, il “padrone del Castello” (della propria vita) vorrà “aprirgli il cancello” avendo modo di controllare, sospettoso, i suoi passi. E così, non ci sarà mai vera amicizia, vero amore. Tali sentimenti saranno sempre custoditi, intangibili e senza remore, a favore della madre; che pur essa, tuttavia, è in fondo il sogno di una felicità solitaria nella neve con la sua inseparabile slitta. E’ questa a rappresentare l’autentico mezzo per giungere alle vette di godimento da lui autenticamente desiderate. Ed è da essa che viene in realtà brutalmente separato; e la slitta resta “laggiù” solitaria come solitaria sarà ormai la sua vita. Non importa che la recuperi nell’enorme raccolta di oggetti cui si dedica con massima superficialità e senza distinzione fra di essi. Allora la slitta diventa solo un oggetto fra gli altri, salvo che nel momento supremo del “trapasso”, in cui essa sembra ridiventare simbolo della separazione dalla madre amata. Nemmeno questo è completamente vero. Si tratta in buona parte della separazione, brusca e rovinosa, dalla felice solitudine dei giochi nel freddo della neve, che lui, fanciullo, pensava sarebbe stato l’eterno stato della sua vita; senza la presenza inquinatrice degli altri, solo causa di turbamenti e difficoltà del “sopravvivere in società”, pur giungendo ai massimi gradini del potere.

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Cerchiamo allora di concludere. La nostra vita, almeno per quanto ne sappiamo, è la vicenda più complicata che si svolga nell’intero Universo. Si potrà discorrerne all’infinito, ma non c’è modo alcuno di spiegare in tutti i suoi risvolti la personalità di un qualsiasi essere umano; e mai si giungerà ad elencare tutti gli eventi che attraversano l’esistenza di ognuno di noi. Ed infatti al giornalista, e a chi lo ha incaricato di condurre l’inchiesta su Kane, non interessa un bel nulla conoscere come costui ha realmente vissuto; l’unico desiderio è di carpire qualche suo segreto, magari eccitante, oltre a quello ormai scoperto da tempo e che ha già fatto scandalo.
“Rosebud” rivela semplicemente, allo spettatore del film, il sentimento prevalente nel protagonista, il centro del suo interesse più vitale. Ci fa inoltre comprendere come questo sentimento – e l’oggetto da lui usato per respingere l’intruso, venuto a separarlo dalla sua felicemente solitaria infanzia – non potesse impedire l’affermazione della sua intelligenza e della forte personalità. Va allora ribadito che la slitta isolata, abbandonata, apparente simbolo della sconfitta del ragazzo, assume in realtà un significato opposto. Il suo sguardo d’odio, di rivolta, di promessa d’un antagonismo irriducibile verso chi viene a prelevarlo contro la sua volontà, pone in risalto un’energia incomprimibile ormai pronta ad esplodere. Di conseguenza, quella slitta scivolata e immobile nel freddo mucchio di neve ci comunica una diversa verità: la fanciullezza è finita e la vita del ragazzo compie una svolta e si avvia verso il suo destino di potenza e solitudine.
Sapere chi o che cos’era “rosebud” non serve quindi a nulla se si pretende che ci illumini in merito a Kane e alla sua vita. Quella parola ci consente soltanto di sapere qual è stato il suo ultimo pensiero, svelandoci così il suo più vitale interesse. Come probabilmente accade ad ogni essere umano nel momento estremo della fine. Quanto egli pronunzia assume duplice valenza. Da una parte, c’è la manifestazione esplicita e cosciente di un sentimento, il più prepotente da lui nutrito da sempre. Dall’altra, viene in evidenza ciò di cui lo stesso individuo nemmeno ha precisa consapevolezza: il suo carattere, la tempra della sua personalità, a quale destino è stato consegnato durante la sua esistenza (logicamente nelle sue linee generali, non certo nei particolari affidati alla casualità del vivere).
Ed è sintomatico che Kane, durante la sua vita, sia doppiamente sincero per quanto in piena contraddizione. Lo è all’inizio della sua carriera, quando sembra quasi idealista e perfino favorevole ai più deboli e diseredati, ai lavoratori. Lo è quando stila il manifesto programmatico per il suo giornale, che immagina diverso e in contrasto con tutti gli altri poiché è una promessa di verità e non inganno; un manifesto che il suo più grande amico, il quale poi si allontanerà appunto da lui deluso, prende per oro colato, conservandolo infine quasi come una reliquia. Quest’amico, buono e piuttosto limitato, non capisce che il potente, proprio quando si avvia al successo e alla scalata della notorietà e ricchezza, deve cambiare registro e dinamica pena la sconfitta e l’oblio. Kane, dunque, è altrettanto sincero quando muta ritmo e direzione di marcia rispetto all’inizio del suo cammino verso l’alto. Il suo percorso assomiglia a quello del politico; anzi, è proprio quello di ogni politico di spessore, di ogni autentico stratega del suo successo, che trascina a quest’ultimo schiere di altri, assai più limitati di lui e quindi suoi semplici seguaci e “adoratori” (finché resta vincente, per poi abiurarlo e farlo a pezzi se viene sconfitto). Tuttavia, Kane commette un errore di superbia e di non accettazione di una sconfitta ormai inevitabile. Basta un solo errore e si gioca buona parte del suo successo, pur rimanendo ricco e noto al pubblico, ma non più come prima. E soprattutto irrimediabilmente solo per tutti gli anni del prolungato esaurirsi della sua linfa vitale.
Per terminare, un grande film e una grande lezione di comportamento umano e di psicologia del successo. Oltre alla qualità filmica, pressoché unanimemente valutata al massimo e non mai superato livello; soltanto eguagliato da alcuni altri “supercapolavori”.

Dove passano gli eserciti americani non passano le merci di terzi.

Cina

Gli affari si dovrebbero concludere quando sono convenienti e nel luogo in cui sono più favorevoli. Questo ci insegna la triste scienza e i suoi ancor più tristi economisti. In teoria. Ma in pratica le cose stanno affatto diversamente. Il mercato è sovrano, domanda ed offerta determinano i prezzi. Chi è più bravo si arricchisce e chi sbaglia perisce. I paesi devono specializzarsi nelle produzioni in cui sono più competitivi, ecc. ecc. Se lo Stato, con le sue ingerenze, interrompe l’agire della mano invisibile il sistema si inceppa e si precipita nelle crisi. Le imprese devono districarsi da sole senza finanziamenti pubblici. Sono tutte balle o quasi, ovviamente, che vengono a galla quando chi comanda davvero si vede pestare i piedi da un concorrente troppo spavaldo che arriva a rompergli le uova nel paniere. Cinesi, russi, italiani, francesi e assiro-babilonesi sono avvisati. La globalizzazione è solo un altro nome del predomino americano, come diceva Kissinger. se a Mosca si mettono in testa di vendere troppe materie prime in giro per il mondo o a Pechino di esportare merci danneggiando i business preponderanti di Washington ogni teoresi può andare a farsi benedire ed il pugno di ferro finalmente uscire dal guanto di velluto. A fortiori, perché gli Usa comprendono bene che dietro certe iniziative commerciali si celano obiettivi (geo)politici ben più sostanziali. Ora, la via della seta non è un vero pericolo per la Casa Bianca ma certe attività vanno coordinate, cioè autorizzate. Altrimenti l’Egemone è costretto ad alzare la voce e i sottoposti a farsela sotto. E se ne vedono già tanti tra i nostri politici con la cacarella che si tirano indietro persino per qualche contrattino da poco. E’ vero che la questione della rete 5g ha un suo peso strategico, tanto che Mattarella è immediatamente intervenuto a rassicurare gli Usa sul fatto che quest’ultima sarà esclusa da eventuali intese, tuttavia, è proprio essa che dovrebbe interessarci di più per le sue novità. Non sono un esperto di tecnologia ma da quello che leggo in giro si tratterebbe di una rivoluzione plurisettoriale che passa dall’informazione e della comunicazione per influenzare trasporti, manifattura, industria, energia, sanità, ecc. ecc. Le chiavi del sistema sarebbero in mano ai cinesi e questo agli americani non piace. Eppure, poiché gli statunitensi controllano i settori più avanzati questa differenziazione dell’offerta sarebbe giustificata. Del resto, non è stata proprio Washington a far saltare il gasdotto South Stream, che dalla Russia sarebbe sbucato in Italia, col pretesto che questo avrebbe reso l’Europa troppo dipendente da un solo fornitore? Si vede che se l’offerente è yankee il problema non si pone. Quindi la Cina sarebbe un pericolo perché ci invita a concludere accordi commerciali. La Russia sarebbe una minaccia perché ci invita agli accordi energetici. Questi paesi utilizzerebbero patti e contratti per ingerirsi nei nostri affari e condizionare le nostre scelte. Un vero attentato alle nostre libertà democratiche. Invece, la presenza militare diretta degli USA sul nostro suolo, da nord a sud della Penisola, è garanzia di indipendenza non di occupazione da parte di un paese straniero. Nevvero? Dove passano gli eserciti americani non passano le merci di terzi, reinterpretando Bastiat.

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