Affondarle tutte, di GLG

gianfranco

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/sea-watch-sfida-viminale-gdf-dalle-nostre-acque-1696197.html

sarebbe indispensabile affondarle. Ovviamente prima che raccolgano migranti. Quanto all’equipaggio, ci sono sicuramente sufficienti scialuppe di salvataggio. Il problema è soltanto togliere di mezzo questi strumenti di nostro danno e invece produrre un bell’affondamento pure finanziario delle ONG, che così infine la smetteranno con la loro attività delittuosa. Naturalmente tutto questo potrà essere fatto quando finalmente il vaso sarà colmo ed in alcuni paesi europei (non certo in tutti, questa UE deve essere fatta saltare in aria) si affermeranno forze veramente decisioniste e capaci di portare infine ordine e sicurezza. E non si parli sempre di fascismo. I tempi sono cambiati. Non ci dovrà più essere un nazionalismo sfrenato, nessuna propensione all’“Impero”, nessuna politica di tipo razziale. Semplicemente spazzare via gentaglia come quella ancora etichettata quale “sinistra” (la più dannosa) e “destra”. Questi “infetti” devono mettersi al servizio dei nuovi gruppi di comando o essere sbattuti in galera o, se accettano, essere inviati fuori dai paesi liberatisi della loro presenza in ambito politico. E si deve avere uno spostamento graduale delle alleanze “verso est”, senza alcuna nuova subordinazione dopo essersi però liberati al 100% di quella statunitense che dura dall’occupazione del 1945. Ci vorrà tempo, questo è chiaro, ma non si possono aspettare vent’anni. A quella data saremo già in policentrismo conflittuale acuto e si approssimerà lo scontro per la supremazia tra i diversi poli (potenze) in grado di farlo con al seguito altri paesi “alleati”. Bisogna provvedere all’eliminazione delle “parti malate” prima di quel momento cruciale (uno dei tanti che ha attraversato e continuerà sempre ad attraversare la storia della società degli esseri umani, questa specie animale dotata di pensiero, di ragione). E’ ora di finirla con le ipocrisie e la finzione di “tanta bontà”. Gli “umanitari” siano trattati per quello che sono: o malati psichici (rari) o (molto più di frequente) mentitori e falsi, che distruggono ogni e qualsiasi civilizzazione del nostro particolare genere animale.

Mani leste, di GLG

gianfranco

https://notizie.virgilio.it/top-news/sindaco-arrestato-lega-legnano-due-assessori-tangenti-corruzione-468133?ref=virgilio

stiamo andando di nuovo verso la piena politicizzazione della “giustizia” come già in altra epoca che ben ricordiamo e che ha avviato il paese ad una netta decadenza. Queste operazioni si accentuano nel momento in cui i “5 stelle” stanno riaprendo quello che fu il “primo forno”, fatto fallire da Renzi a “Porta a Porta”, favorendo così la formazione dell’attuale coalizione governativa. All’improvviso Di Maio si mette a dire cretinate (come il Pd) sullo spread provocato per riportare in auge pienamente l’austerità della UE (soprattutto nei nostri confronti). Ripeto che siamo in mano a prekeynesiani, seguaci del più balordo e fallimentare liberismo (diciamo “alla Pigou”). Sempre più è chiaro che sarebbe necessaria una definitiva resa dei conti con queste forze reazionarie. Se si continua a ricercare il compromesso, si arriva solo alle decisioni ormai “di parte” del premier Conte, infine smascheratosi per quello che è; adesso si capisce perché è stato scelto. La Lega forse sperava di riuscire a condizionare finti alleati e il premier nominato in seguito all’opposizione fin troppo brusca del presdelarep ad un Savona, decisione che suscitava infatti una serie di sospetti. Anche l’improvvida e sgangherata richiesta di impeachment di detto presdelarep da parte del leader pentastellato – d’altra parte ritirata subito in modo altrettanto inconsulto – suscita adesso domande. Era forse una copertura di certi rapporti che intercorrono tra ambienti veteroeuropeisti e questi “ultramoderni” grillini con l’intenzione di ingannare e quindi paralizzare gli ambienti che si dicono sovranisti? PD e “5 stelle” si affannano a dichiarare che mai potrebbero mettersi insieme, che si odiano o giù di lì. Intanto, però, stanno progressivamente rendendo paralleli i loro piani e le loro dichiarazioni sempre più balorde e reazionarie, del più piatto e vetusto liberismo. Si sta ormai giocando sporchissimo come all’epoca della liquidazione della prima Repubblica e del rapido indebolimento del nostro paese. Per liberarsi di tutto questo imbroglio che dura da anni bisogna procedere con ben altre maniere, fortemente rudi e definitive.

LA CARICA DEI 60 PROFESSORI CONTRO IL GOVERNO

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Sessanta professori hanno firmato un appello contro “ le politiche fiscali del governo” il quale, irresponsabilmente, ha avviato iniziative come il reddito di cittadinanza e “quota 100” che “incrementano le prestazioni sociali di oltre 48 miliardi di euro”, con coperture insufficienti. Ciò, a loro parere, farà inevitabilmente lievitare il deficit. Orrore! Inoltre, le cose potrebbero persino peggiorare con l’introduzione della flat tax che porterebbe il disavanzo a livelli ancora più incontrollabili. Doppio orrore senza libidine! Chi sono questi insigni luminari della triste scienza così preoccupati per le casse dello Stato? Alcuni di loro, in questi anni, hanno ricoperto incarichi ministeriali eppure i loro contributi non hanno invertito la situazione disastrosa (Brunetta e Padoan), altri hanno amministrato aziende o organismi di rappresentanza delle stesse (Innocenzo Cipolletta) ma non sono passati alla Storia per i mirabili risultati raggiunti. Poi ci sono i figli di…comunisti illustri come Bruna Ingrao e Pietro Reichlin. Su questi stendiamo un velo rosso pietoso. Questo consesso di cervelli sopraffini, sulla cui competenza tecnica non discuto (ma si tratta di un’aggravante date le circostanze), riesce a sviluppare il seguente risibile argomento a supporto delle sue congetture: “il nuovo debito sarà pagato dalle prossime generazioni”. Mecojoni! E si sono messi in sessanta per arrivare alla brillante conclusione epocale? Gli esperti di cui sopra temono che il disavanzo possa aumentare “oltre il 3,4 per cento del pil nel 2020 ed il debito al 139 per cento nel 2024”. Perché queste sarebbero “soglie di guardia” (o di sventura inevitabile) non lo spiegano se non attraverso “logaritmi gialli”, come li avrebbe definiti Marx, frutto della loro fervida irrazionalità. Lo dicono i mercati, le agenzie di rating e la Commissione europea. E Sti cazzi!
Costoro, più che altro, sembrano aver dimenticato la storia e ignorano la realtà dei tempi. La nostra è un’epoca eccezionale, con una crisi che va approfondendosi da più di un decennio. A mali estremi, dunque, estremi rimedi.
Il new deal, tanto per fare un esempio, si basò su un forte incremento della spesa statale effettuata in deficit di bilancio (senza dunque preoccupazioni per il Debito pubblico), anticipando così, si può dire, la successiva teoria keynesiana formulata nel 1936. Lo scrive La Grassa nel saggio “Crisi economiche e mutamenti geopolitici”. Qualche sollievo si ebbe da tali scelte, che contraddicevano le teorie dominanti del momento, come quella di Pigou, anche se si uscì “definitivamente” dalla crisi solo dopo la II Guerra Mondiale, allorquando la disputa tra potenze venne a risolversi a favore di due di esse: Usa e Urss che si spartirono il mondo. Tuttavia, Se Roosvelt avesse dato retta ai precetti più in voga anziché a quelli meno seguiti (ma più giusti per la congiuntura) la questione sociale gli sarebbe esplosa tra le mani più di quanto non accadde.
Lo conferma La Grassa nel saggio nominato (la citazione è lunga ma molto esplicativa):

“Non ci si preoccupò del debito pubblico in conseguente notevole ascesa, poiché il problema fondamentale era occupare il maggior numero di lavoratori possibile. La successiva teorizzazione keynesiana diede però a tale scelta anche una razionalità in termini di politica economica adeguata a combattere la crisi nei suoi termini più generali. La domanda privata era carente. Come già è stato detto sopra, le aspettative imprenditoriali erano improntate al netto pessimismo e la domanda di beni d’investimento dunque cadeva malgrado ogni possibile riduzione degli interessi chiesti sui prestiti. La chiusura delle imprese provocava licenziamenti, riduzione dell’occupazione e perciò della massa salariale con conseguente riduzione della domanda di beni di consumo, ulteriore peggioramento delle aspettative imprenditoriali, nuovi licenziamenti, ulteriore contrazione della massa salariale e della domanda di consumo; e così via nel circolo vizioso della crisi.
La spesa statale doveva supplire alla deficienza di quella privata. Per il compimento delle opere pubbliche venivano riaperte date imprese; riprendeva la domanda di beni d’investimento di queste ultime, veniva riassunta una quota di lavoratori disoccupati, iniziava dunque a crescere la massa salariale distribuita con aumento della domanda di consumo, che spingeva altre imprese ad entrare in campo, ecc. ecc.; si metteva in moto quello che venne definito il moltiplicatore degli investimenti (pubblici), invertendo così il circolo vizioso precedente e favorendo la ripresa del sistema economico. Il risollevarsi del reddito prodotto, anche a parità di pressione fiscale – o addirittura con il suo alleggerimento per stimolare l’attività imprenditoriale – avrebbe condotto ad un incremento del gettito delle imposte con possibile riduzione del debito nel prosieguo di questa politica economica. Mentre, all’incontrario, calcare sull’imposizione fiscale con l’ossessione del pareggio di bilancio e del debito pubblico, avrebbe avuto influssi negativi sulla domanda, dunque sulla crescita, con il possibile risultato finale di un deficit di bilancio non sanato e di un debito pubblico magari in aumento.
Questo, molto all’ingrosso, il ragionamento seguito per giustificare una politica di spesa statale in deficit di bilancio, una spesa che si preoccupava il meno possibile della crescita del debito dello Stato. E’ bene chiarire alcuni punti essenziali. Intanto, la spesa pubblica s’interessava tutto sommato meno delle opere che venivano portate a compimento tramite essa di quanto invece non puntasse al reimpiego della forza lavoro (combattendo la disoccupazione che era una piaga sociale e non un mero fatto economico), ottenendo nel contempo un rilancio dei consumi depressi che miglioravano le aspettative imprenditoriali e stimolavano quindi la crescita produttiva tramite la messa in moto del già ricordato circolo virtuoso (con moltiplicazione degli effetti di una spesa iniziale). Per realizzare una simile finalità, era necessario che la spesa pubblica fosse veramente aggiuntiva rispetto a quella privata. Essa doveva dunque essere effettuata in deficit di bilancio, al limite stampando nuova moneta e con questa ottemperando agli obblighi dell’investimento statale. Se si fosse preteso il mantenimento del pareggio di bilancio, ottenuto allora con un incremento delle imposte, si sarebbe tolto con una mano ciò che si dava con l’altra. Lo stimolo alla domanda, e quindi alla ripresa, sarebbe venuto a mancare (salvo considerazioni particolari, contenute nel cosiddetto teorema di Haavelmo, che non credo sia qui d’interesse e nemmeno di possibile discussione).
Altro punto d’estrema rilevanza è che quanto appena detto è valido se si fa riferimento ad un sistema economico capitalisticamente sviluppato, dove non esiste soltanto disoccupazione del “fattore” lavoro, ma inutilizzazione di una corrispondente massa di beni di produzione, del capitale fisso. Devono esserci lavoratori a spasso, ma anche fabbriche chiuse e con impianti in grado di essere rimessi presto in funzione. E’ inoltre necessario che si sia già ampiamente e lungamente sviluppato il cosiddetto spirito imprenditoriale. La domanda d’investimento è caduta perché le aspettative degli imprenditori sono divenute pessimistiche, quindi a crisi già in atto. La spesa pubblica ridà fiducia a questi soggetti, i quali sono già in possesso delle strutture produttive non più funzionanti per la caduta della domanda privata, e non aspettano altro che veder migliorare nuovamente la prospettiva di sbocchi di vendita.
Ove non sussista questa seconda indispensabile condizione, la spesa pubblica, lo stampare nuova moneta per finanziarla, ecc. conducono solo all’inflazione senza crescita del reddito prodotto in termini reali. Infatti, quando nel dopoguerra, simili teorie furono pure applicate in paesi in via di sviluppo (per non dire arretrati, sottosviluppati), mancanti di industrie o di un’agricoltura appena un
po’ modernizzata con livelli di produttività almeno in parte paragonabili a quelli dei paesi sviluppati, e inoltre privi di qualsiasi strato sociale che potesse dirsi imprenditoriale, i risultati furono catastrofici o quanto meno nulli”.

La carica dei “sessanta” non fa nemmeno un piccolo sforzo di immaginazione, dettato dal parallelismo storico (mutatis mutandis, s’intende) però pretende di vaticinare i prossimi imminenti disastri, causati da provvedimenti sociali che nemmeno lontanamente si avvicinano, per ordine di risorse necessarie, alle reali esigenze nazionali. Un po’ di misura signori! Oltre il disavanzo al 3,4 per cento del pil non c’è la fine del mondo, come sostenete voi. Imponete a voi stessi l’austerità intellettuale che pretendete dal Paese in senso economico. Soprattutto perché, vorremmo ricordarvelo, nessuno di voi fu in grado di anticipare la crisi iniziata nel 2008 mentre si brindava con lo champagne al benessere globalizzato. Ora, invece, vorreste tagliare le mani a tutti gli spreconi di Stato facendo gli smemorati sulle vostre (scarse) doti profetiche. Ci vorrebbe un bel disavanzo al 10 o al 20% accompagnato da centomila pernacchie e calci nel sedere a chi fa l’uccellaccio del malaugurio.

Dialogo sul conflitto. Recensione a cura di Gianni Petrosillo

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DIALOGO SUL CONFLITTO

Dialogo sul Conflitto. Editoriale scientifica Napoli, € 10,00. Orazio Gnerre e Gianfranco La Grassa.
Si tratta di un testo che affronta, in forma dialogica, i grandi temi del nostro tempo, all’imbocco di decisive trasformazioni storiche e sociali, nel periodo del relativo decadimento americano e della riemersione sulla scena mondiale di vecchie e nuove potenze concorrenti del citato superegemone d’oltreatlantico.
Il conflitto è esso stesso una forma di dialogo portato alle sue estreme conseguenze (in quanto accostamento e contrapposizione tra idee diverse e piani d’azione che vogliono essere esclusivi), un modo di confrontarsi affrontandosi che sfocia in cointeressenze o in acerrimi antagonismi tra le parti in causa. Attraverso il/i conflitto/i si stabiliscono, soprattutto se spingiamo il ragionamento al livello dei vertici apicali dei Paesi, dove operano gli agenti strategici, le configurazioni (con nascita di alleanze o approfondimento di inimicizie tra attori) della corsa alla supremazia. Il conflitto innerva le cose umane e crea le masse d’urto per le “battaglie” dalle quali, infine, escono vincitori e sconfitti, con conseguente riparametrazione dei rapporti di forza i quali, tuttavia, non si danno una volta per tutte col medesimo settaggio. La Storia non muore mai perché lo squilibrio incessante del “reale” è il suo motore. Ciò che si conferma “oggi” viene contraddetto ”domani”, in virtù di spinte oggettive squilibranti, indipendenti dalla volontà dei soggetti agenti (e agiti da detto flusso squilibrante che conduce all’urto inevitabile). Gli imperi declinano, per quanto strapotenti possano apparire, e altri scenari si aprono sul mondo.
Qualche giorno fa è stato lo stesso a Trump, a proposito della conquista dello spazio, a chiarire come funzionano determinati discorsi. Il Presidente americano ha dichiarato di essere interessato allo spazio per vincere una eventuale “guerra interstellare”. Non la presenza nello spazio ma l’egemonia dello spazio è il suo obiettivo. Detto chiaro e tondo e senza troppi infingimenti.
Proprio la formazione sociale americana ha imposto il suo modello politico-sociale-economico-culturale al mondo, ottenendo una superiorità che però inizia a dare piccoli segni di cedimento. Il capitalismo americano (o società dei funzionari privati del Capitale, come la chiama La Grassa) ha superato quello inglese, di matrice ottocentesca, ed ha eliminato altri concorrenti portatori di differenti rapporti sociali, come il sistema sovietico, affermandosi su gran parte della scacchiera planetaria. Il capitalismo statunitense è, dunque, alquanto differente da quello borghese europeo e ciò ha rimesso in questione molte delle nostre interpretazioni sui gruppi sociali e sui conflitti principali operanti in detto “modo di riproduzione”. Non più la proprietà o meno dei mezzi di produzione è il discrimine essenziale (come lo era per Marx che da ciò faceva discendere la separazione di classe che alimentava la massima contraddizione sistemica) ma la gestione delle strategie per il predominio in ogni ambito sociale. Con questo spostamento il conflitto Capitale/Lavoro viene derubricato a fattore non rivoluzionario ma organico del sistema, attinente agli aspetti distributivi della ricchezza prodotta socialmente. Del resto, nella società americana, i manager ricercano il profitto, da fornire agli azionisti, ma svolgono un ruolo più ampio, sono soprattutto strateghi di un “reparto” di classe dominante in perenne lotta con altre “divisioni” della stessa classe superiore per la prevalenza, pur non detenendo la proprietà dei mezzi di lavoro. Per quest’ultimo scopo, in alcune circostanze, possono anche sacrificare i guadagni laddove una perdita immediata permetta un successo futuro maggiore. Questo contraddice la previsione marxiana dalla quale risultava che il personale di alto livello della produzione si sarebbe integrato alla manovalanza per dar vita al General Intellect, la classe intermodale di passaggio dal capitalismo al socialismo (e poi comunismo), contrapposto ai rentier finanziari ormai dediti alle mere speculazioni in borsa e avulsi dalla vita produttiva.
Per questo si ha ora bisogno di altre teorie per interpretare l’epoca in corso. Il pensiero strategico deve divenire la nostra fonte se vogliamo comprendere il passaggio dal capitalismo borghese a quello dei funzionari del Capitale. Ed è tanto più importante perché lo scontro tra Paesi, in questa fase multipolare, annuncia mutamenti radicali negli assetti globali che potrebbero determinare sconvolgimenti di non poco conto. E’ bene ricordare, inoltre, che le grandi rivoluzioni sono sempre avvenute in fasi in cui le potenze sono entrate in guerra tra loro, nei cosiddetti anelli deboli della catena imperialistica, per usare un termine del tutto vetusto (meglio parlare di policentrismo). Certamente, adesso non si tratterebbe più di realizzare l’idea socialista, ormai definitivamente superata, ma almeno di spazzare via quei gruppi di potere assolutamente deleteri, asserviti all’occupazione straniera, nonché proporre piani d’indipendenza e di autonomia favorevoli alla nazione in cui si vive, senza cascare, come scrive La Grassa, in un nazionalismo d’antan altrettanto inutile e becero. In tal senso, abbiamo anche bisogno di una diversa analisi della società che individui i settori disponibili (nei ceti medi e in quelli medio-bassi) a formare un blocco sociale autonomistico, tenendo conto del malcontento e delle insicurezze, aumentati esponenzialmente negli ultimi decenni.
Si riscontrano, indubitabilmente, delle fratture nel Paese ancora predominante che si sente insidiato nel primato da Russia e Cina. L’elezione di Trump è indicativa di un cambio di passo voluto da quella parte di America consapevole di dover rivedere la sua azione strategica per preservare la primazia. L’altra fazione, quella uscita sconfitta dalle elezioni, crede di poter andare oltre le difficoltà con i soliti metodi dimostrando scarsa percezione degli sviluppi globali. L’approfondimento di detta diatriba potrebbe accelerare l’ingresso nel policentrismo ma occorre che gli sfidanti degli Usa si preparino adeguatamente agli eventi proseguendo sulla strada del rafforzamento della potenza, sacrificando alcune libertà e concessioni civili. Pazienza per le critiche che pioveranno loro addosso dai sedicenti democratici occidentali, tutti (poco) stranamente servi degli Usa.
Lo stesso compito di preparazione tocca agli studiosi dei fenomeni politici che vogliano essere di supporto a quelli (le avanguardie svincolate dalle antiche sudditanze) in grado di assumere su di sé l’incarico storico di dare un destino positivo ai propri Stati in un momento di sicure trasformazioni. Occorre fornire interpretazioni corrette sulla dinamica capitalistica globale, sui suoi aspetti centrali e dirimenti che non sono sicuramente le sciocchezze sulla preponderanza della finanza senza patria e senza cuore. Abbiamo i nostri territori disseminati di basi americane dalla fine della II Guerra mondiale ma gli intellettuali da quattro soldi (o 30 denari?) blaterano di finanzcapitalismo o di altre teorie straccione sull’alienazione umana o, peggio mi sento, il cataclisma ambientale. Dobbiamo concentrarci su cose molte più serie, come il conflitto (in orizzontale), attualmente ancora in sordina ma che diventerà via via più fragoroso, tra formazioni particolari e aree di paesi, e processi di scissione (in verticale) tra strati sociali nei diversi contesti nazionali in ribollimento. La teoria del conflitto strategico è senz’altro un passo in avanti in questa ricerca, da completare e perfezionare, per comprendere quello che ci aspetta nei prossimi anni.

I conti con Conte di GLG

gianfranco

Ho detto più volte che tutti sottovalutavano Conte. In realtà, sornione, svolgeva – così sembrava – un discreto lavoro di mediazione. Adesso è venuto allo scoperto nel momento in cui, anche tramite la solita magistratura coadiuvata dal “moralismo” dei pentastellati, si profila un attacco alla Lega. Apparentemente si sta rivelando un alleato dell’altra parte di governo. Non è esattamente così. E’ in realtà un furbone che, fattesi un po’ le ossa, vuol proporsi come premier di un governo “ad interim”, da far nascere dopo le europee (forse non immediatamente). Il presdelarep mai concederà nuove elezioni. Sa pure che, dopo Monti, non è troppo popolare un governo presunto “tecnico”. Quindi dirà che non si può andare subito al voto e chiederà un Governo “neutrale” (solo a parole!) appoggiato da chi ha a cuore “gli interessi d’Italia” (in realtà della più piatta subordinazione alla UE). Si farà avanti Conte (forse con i due ministri già in quota della presidenza); e lo voteranno la “sinistra” e i “5 stelle” (che, se si andasse ad elezioni anticipate, vedrebbero invertite le quote di parlamentari tra loro e la Lega; per cui non potrebbe farsi questo Governo “neutrale”). Finché la popolazione non capirà che bisogna spazzare via tutto il porcile, venuto avanti dopo “mani pulite” e la liquidazione della “prima Repubblica” (resa possibile dalla fine del sistema bipolare Usa-Urss), non avremo un vero Governo di interesse nazionale (che non significa affatto nazionalista!).

Fu(r)bini e i bambini

giornalismo

 

“ Faccio una confessione, c’è un articolo che non ho voluto scrivere. Guardando i dati della mortalità infantile in Grecia mi sono accorto che facendo tutti i calcoli con la crisi sono morti 700 bambini in più di quanti ne sarebbero morti se la mortalità fosse rimasta quella di prima della crisi. La crisi e il modo in cui è stata gestita ha avuto questo effetto drammatico e ci sono altri dati che confortano questa mia conclusione, come i bambini nati sottopeso…Ho deciso allora di non scrivere perché il dibattito in Italia è avvelenato da antieuropei pronti a usare qualsiasi materiale come una clava contro l’Europa e quello che rappresenta, cioè la democraziafondata sulle istituzioni e sulle regole. Mi sono detto, se scrivo questo vengo strumentalizzato dagli antieuropei e ostracizzato dagli altri, la sostanza del problema si perde e dovrei perdere tempo a difendermi da attacchi sui social e non”.

Questo è quello che ha dichiarato il giornalista del Corriere Federico Fubini a Tv2000. Apprendiamo dai cultori dell’informazione sedicente libera che certe notizie è meglio non darle per non danneggiare gli europeisti. I giornalisti militano, selezionano ideologicamente le notizie, mentre l’Ordine, a cui anche io sono iscritto, ci obbliga a inutili corsi sulla deontologia per mantenere alta la dignità della professione. Ma c’è poco da preservare in questo mestiere che non è il più vecchio del mondo ma sicuramente quello più sporco. So benissimo che a volte è necessario operare in tal maniera per l’incolumità delle persone. Tuttavia, le convinzioni politiche di Fubini non hanno ancora personalità e dunque ce ne fottiamo altamente di eventuali problemi causati alla fazione europeista dall’uscita di determinate informazioni. I “fatti quotidiani” non esistono perché i giornali non ci informano sugli avvenimenti ma informano (creano) gli eventi, parafrasando Carmelo Bene. La manipolazione della realtà può avvenire sia producendo fake news che nascondendo la verità (rigorosamente con la minuscola perché quando scritta con la maiuscola è porcheria da scribacchini). Fubini non dia altre lezioni, perché quelle ascoltate sono da autentico cattivo maestro. Scriveva E.L. Masters, tante volte da me citato: “Ogni sindaco prima di me, sin dove arriva la memoria era stato accusato di essere un demagogo sognatore, oppure un ladro o un truffatore tuttavia io presi quel posto con un certa speranza, intendendo rendere tutto più bello, dare alla gente il dovuto, far sì che i grossi delinquenti si mettessero in riga. Come già una volta il Ledger stava tentando di vendere la sua terra per un parco, ma io lo impedii. Poi allontanai a bastonate sul muso lo schifoso maiale dal trogolo. Che accadde? Bene scoppiò un’ondata di criminalità sulle pagine del Ledger! Quanti rapinatori, giocatori d’azzardo, fuorilegge ubriaconi, e luoghi del vizio! La chiesa cominciò a chiacchierare, la corte mi si mise contro. Sporcarono il mio nome e quello della città mi uccisero per averla vinta. E questo è un gioco da banditi, amici miei, che si chiama democrazia!”

Tra Ledger e Corriere non c’è grande differenza da quanto si apprende e di certi Fu(r)bini alcuni giornali, probabilmente la maggioranza, non potrebbero farne a meno.

Fubini però non tace sempre, il più delle volte scrive a sproposito cercando di terrorizzare la popolazione coi soliti argomenti da quattro indici economici.
Oggi afferma che “Il debito sale oltre il 133% del prodotto lordo (Pil), anche perché nessuna delle privatizzazioni promesse dal governo si sta realizzando. Il deficit supera di netto la soglia del 3% del Pil, se gli aumenti delle imposte indirette che si vogliono cancellare non saranno sostituiti da altre misure. …La Commissione Ue dirà che il deficit «strutturale» dell’ Italia l’ anno scorso non è migliorato e quest’ anno potrebbe addirittura peggiorare, magari solo di poco. Significa da ora il fianco del governo è scoperto all’ avvio di una procedura per deficit eccessivo, basata sul debito, in qualunque momento del 2019. L’ Italia, da stamani, è più sotto pressione”.

Ah sì? E noi ce ne impipiamo, perché non vogliamo fare la fine della Grecia, con una operazione (nemmeno) riuscita ed il paziente morto. I nostri bambini non soccomberanno, come quelli ellenici, per rimettere a posto i conti. Non entro nemmeno nel merito di spiegazioni già date ma ribadisco che con la mentalità micragnosa dei Fubini i paesi sprofondano senza sistemare i bilanci. La spesa statale deve essere in deficit di bilancio. Lo Stato si deve incaricare di far ripartire la domanda con strumenti che probabilmente farebbero inorridire Fubini. Ma noi di costui ce ne impipiamo due volte. C’è la crisi da molti anni e sono richieste misure straordinarie per tamponare, esattamente come già successo in altri periodi difficili. “La domanda (spesa) statale deve essere in deficit di bilancio. E nemmeno è possibile che lo Stato, per poter spendere, accresca il suo debito con l’emissione di titoli (i bot ad es.) perché, ancora una volta, si sottrarrebbe reddito ai privati, indebolendo così la loro domanda per rafforzare quella pubblica. Puramente e semplicemente, si stampa moneta e la si mette in circolazione comprando i fattori produttivi che servono per compiere le varie opere pubbliche. Secondo la tradizionale teoria quantitativa della moneta, quando lo Stato mette in circolazione una massa di moneta superiore, i prezzi delle merci salgono (inflazione). Secondo la teoria keynesiana ciò è vero solo nel caso che i fattori produttivi (lavoro e capitale) siano pienamente occupati e non si possa perciò accrescere, almeno nel breve periodo (in mancanza di aumento delle potenzialità produttive dovuto ad investimenti e nuove tecnologie), la quantità prodotta e offerta. Quando invece c’è la crisi, i fattori sono disoccupati; ma, come sopra considerato, è essenziale che lo sia il lavoro così come il capitale (mezzi di produzione); debbono esserci milioni di lavoratori a spasso e migliaia di imprese chiuse, ma potenzialmente in grado di riaprire i battenti, con macchinari che hanno solo bisogno di essere lubrificati e rimessi in movimento. L’importante è solo che riparta la domanda dei beni, perché allora le imprese riprendono a produrre, riassumendo forza lavoro. La spesa pubblica per infrastrutture, insomma, dà impulso all’attività di una serie di imprese che debbono – tanto per fare un esempio – fornire cemento, acciaio, vetri, infissi, mobilio, ecc. per costruzioni edili. E queste imprese debbono assumere lavoro (dirigente come esecutivo) per produrre; così facendo, distribuiscono salari a lavoratori prima disoccupati, che cominceranno a domandare beni prodotti, a loro volta, da altre imprese. Anche queste allora si riattivano, acquistando beni di produzione e pagando salari ad altri lavoratori prima disoccupati che, con il salario percepito, domandano altri beni di consumo e …..via di questo passo, in un circolo ora virtuoso di ripresa economica”.(Gianfranco la Grassa).

Così stanno le cose, sia quando Fubini finge non scrivendo che quando scrive fingendo.

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