La CO2 in gran quantità

mondo

 

<< L’articolo che riportiamo dalla newsletter Astrolabio mette in luce un aspetto del tutto trascurato – ma sarebbe meglio dire “tenuto opportunamente nascosto” – relativo alla cosiddetta Transizione Energetica nel settore dei trasporti ma non solo. L’attuale deriva ideologica che considera l’anidride carbonica un “inquinante” e non un elemento nutritivo fondamentale per il mondo vegetale – e come tale un componente essenziale per la sopravvivenza della specie umana – deve per forza di cosa falsificare la realtà, per imporsi al cospetto di una opinione pubblica ancora piuttosto restia a investire i suoi risparmi nella “svolta” dell’auto elettrica. Finora i portatori di interesse in questa deriva sembrano godere di un certo successo nei ceti dominanti e semi-colti, ma qualcuno non smette di usare il cervello. Ostinatamente e contro la logica imperante.>> P. Rosso

Tempo fa mi ero incazzato in un video (non so adesso dov’è) per i cretini dell’ambientalismo, ignorantacci, che nemmeno conoscono la formula della fotosintesi clorofilliana: 6 CO2 + 6 H2O → C6H12O6 + 6 O2. Tale processo avviene con le piante dotate di foglie verdi (appunto la clorofilla). In presenza di luce solare, viene assorbita l’anidride carbonica assieme ad acqua e viene prodotto il glucosio, fondamentale per la vita delle piante. Però il “sottoprodotto” – per noi umani l’essenza della vita – è l’ossigeno. Anche le piante respirano, assorbendo quindi ossigeno ed emettendo anidride carbonica; ma la quantità di quest’ultima emessa è enormemente inferiore a quella assunta per produrre (come “sottoprodotto”) ingenti quantità di molecole di ossigeno (O2, molecole costituite appunto da due atomi di ossigeno). Il problema quindi non è la produzione di CO2, “gretini” ambientalisti, bensì semmai la distruzione di foreste, la carenza di alberi. La CO2 è fondamentale per la nostra vita; senza di essa non si produce per nulla l’ossigeno e noi crepiamo. G. La Grassa

http://astrolabio.amicidellaterra.it/node/2038

Il ruolo di una élite.

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Si sta discutendo se rinviare il referendum sul taglio dei parlamentari, previsto per il prossimo 29 marzo. La causa del possibile procrastinamento è il coronavirus. Ovviamente, io non andrò a votare, indipendentemente se la consultazione si faccia nel giorno previsto o in altra data perché trovo il tema pretestuoso e superfluo. In realtà, Il parlamento andrebbe letteralmente abolito vista la sua inutilità, o, ancor peggio, la sua capacità di far danni a questo Paese vilipeso persino dai suoi vertici che toccano bassezze inaudite. Tuttavia, è necessario fare alcune riflessioni in quanto la nostra classe dirigente, oltre a essere incompetente, è assolutamente falsa nella sue campagne contro se stessa. Farne una questione economica rende l’argomento ancor più ridicolo perché con l’eliminazione dei posti in aula il risparmio dello Stato sarebbe, in ogni caso, irrisorio. Qui si tratta invece di analizzare i fatti sotto il profilo sociale. Una élite che viene a raccontare di essere alle dipendenze del popolo andrebbe sputata in faccia. Il popolo non ha dipendenti stipendiati e non abbisogna di lavoratori subordinati della politica per sentirsi ben amministrato. Compito dei migliori, assurti ai più alti ranghi delle istituzioni, è quello di guidare il corpo collettivo verso lo sviluppo, non di raccattare il consenso alimentando idee strampalate che nascono nei bassifondi della vita. I “preparati” non assecondano il popolo ma lo elevano fino alle sue più alte possibilità e potenzialità. Questi idioti che ci sgovernano pensano solo a far quadrare conti che non tornano mai, a svendere i patrimoni accumulati con tanta fatica nella storia nazionale e a tagliare ciò che non sono capaci di gestire. Non si deve avere alcun rispetto per una dirigenza che vellica, dopo averli stimolati, gli istinti più infimi della marmaglia, per convogliarli su elementi secondari o inessenziali i quali, peraltro, non scalfiscono gli odiosi appannaggi di chi non merita lo scettro del comando. Il problema non è il privilegio in sé ma il non guadagnarselo. Quando i cosiddetti primi scendono a detti scarsi livelli devono essere prontamente abbattuti perché non sono all’altezza dei tempi. Peraltro, questo andare incontro alla piccolezza del volgo è ipocrita e micragnoso laddove ai cervelli più attrezzati si deve chiedere di disegnare nuovi orizzonti per superare la difficoltà degli eventi. Una élite che sa vedere soltanto sotto il suo naso e nemmeno fino a tanto non ha destini da tratteggiare ma può solo fingere di risparmiare per non correre i rischi che invece dovrebbe assumersi. Il popolo non va servito e riverito, affogato di stupidi diritti da salotto, ma va spronato a costruire il suo benessere, indirizzato da chi sa vedere strategicamente oltre i luoghi comuni di cui le moltitudini generalmente si alimentano. E chi specula su simili luoghi comuni, tra le superiori sfere, non è che un lestofante che abusa della credulità popolare. La minoranza dei capaci deve invece innalzare le qualità di tutti ponendosi quegli obiettivi speciali richiesti dalla fase storica. Ci sono questioni e situazioni che non si risolvono coi referendum, chiamando ad esprimersi il gran numero che ha spesso idee grossolane sul da farsi. Se è il popolo tutto che deve sbrogliare la matassa non abbiamo bisogno di metterci nelle mani di pochi che allora migliori non sono. Chi sta “sopra” deve dimostrare di che pasta particolare è fatto, altrimenti se ne torni sulla terra o anche sotto. Ci vogliono doti straordinarie per guidare un Paese, ad uno non vale sempre un altro nell’opera del comando. Uno può valere mille e se mille valgono quanto l’uno più bravo allora può nascere un vero ceto direttivo che non rompe i coglioni coi conti della serva assimilati a quello dello Stato. Chi detiene le più elevate cariche deve dimostrare di saper ottenere risultati rilevanti, di modo che il popolo possa riconoscere in esso la competenza della materia che gli manca. Farsi umile per paura di osare servirà unicamente a farsi umiliare dalla bestia numerosa e irascibile. Il popolo deve essere abbagliato dal potere ma non accecato. I nostri parlamentaretti si sono tolti persino l’auto di rappresentanza pensando che guidando la propria vettura sarebbe stato perdonato loro di non saper guidare la nazione. Si sono decurtati lo stipendio e ora si eliminano a vicenda sperando di guadagnare tempo per la loro inesorabile decadenza. Piuttosto che distinguersi preferiscono estinguersi purché con lentezza.

La proprietà non è un furto

Karl-Marx

 

Ogni tanto, nonostante si tratti di questioni chiuse da un pezzo, qualcuno riesuma il “povero” Proudhon per opporlo a Marx. Viene detto che seguendo le idee del primo il socialismo non sarebbe mai degenerato nel terrorismo rosso e nel leninismo burocratico di Stato che raggiunse l’apice con le atrocità collettivistiche di Stalin. Sono tutte sciocchezze sesquipedali ripetute da pseudo intellettuali prezzolati i quali celano le proprie incomprensioni teoriche dietro belle ma inutili parole come la solidarietà sociale. L’episodio emblematico fu quello del ‘78 allorché il Psi, assistito da due mediocri personaggi, Luciano Pellicani e Luciano Cafagna, tirò fuori un inesistente Proudhon mezzo liberale e mezzo craxiano per criticare il “violento e intollerante Marx”. L’operazione fu talmente carnevalesca, benché supportata da contingenti esigenze politiche, che chi la eseguì sentirà per sempre ridersi alle spalle finché vivrà ed anche oltre. Eppure Marx, con molta tristezza, non poté fare a meno di mettere Proudhon di fronte alle sue contraddizioni pur avendo avuto iniziale stima di lui. Proudhon stava facendo troppa confusione tra filosofia ed economia, nonostante Marx gli avesse riconosciuto il merito di aver aperto il suo linguaggio alla modernità economica. Tuttavia: “Proudhon non ha che idee imperfette, confuse e false circa il fondamento di ogni economia politica, il valore di scambio: il che lo conduce a vedere le basi di una nuova scienza in una interpretazione utopistica della teoria del valore di Ricardo. Infine io riassumo il mio giudizio generale sul suo punto di vista con queste parole: ‘ Ogni rapporto economico ha un lato buono e uno cattivo: è questo l’unico punto sul quale Proudhon non si smentisce. Il lato buono egli lo vede esposto dagli economisti; quello cattivo lo vede denunciato dai socialisti. Egli prende a prestito dagli economisti la necessità dei rapporti eterni; dai socialisti l’illusione di vedere nella miseria solo la miseria” (invece di vedervi l’aspetto rivoluzionario, distruttivo che rovescerà la vecchia società). “E si trova d’accordo con gli uni e con gli altri, volendosi appoggiare all’autorità della scienza, che, per lui, si riduce alle esigue proporzioni di una formula scientifica; è l’uomo alla ricerca delle formule. Quindi Proudhon si vanta di aver fornito la critica e dell’economia politica e del comunismo: mentre si trova di sotto dell’una e dell’altro. Al di sotto degli economisti, poiché come filosofo che ha sotto mano una formula magica, ha creduto di potersi esimere dall’entrare in dettagli puramente economici; al di sotto dei socialisti, poiché non ha né sufficiente coraggio né sufficienti lumi per elevarsi, non fosse altro in maniera speculativa, oltre l’orizzonte borghese… Vuole librarsi, come uomo di scienza al di sopra dei borghesi e dei proletari; e non è che il piccolo borghese, sballottato costantemente fra il capitale e il lavoro, fra l’economia politica e il comunismo’. ” (Marx)
Dunque, checché ne dica Pellicani, il pensiero di Proudhon non sarebbe servito per “l’universalizzazione dei valori liberali, non già la loro negazione; la socializzazione del mercato, non già la sua distruzione; la saldatura fra democrazia economica e democrazia politica, non già la tirannia ideocratica dei custodi sacerdotali della Gnosi dialettica”.
Questi sono giudizi in libertà di chi ha voluto compiacere le mode dei propri tempi per conciliare l’inconciliabile. Anzi, Marx critica in Proudhon, l’assoluta mancanza di contatto con la realtà: “A sentir lui, l’uomo non è che lo strumento di cui l’idea ovvero la ragione eterna si serve per svilupparsi. Le evoluzioni di cui parla Proudhon debbono essere evoluzioni quali si compiono nel seno mistico dell’idea assoluta. Ma se si strappa il sipario di questo linguaggio mistico, ciò significa che Proudhon ci fornisce l’ordinamento in cui le categorie economiche si sistemano all’interno del suo cervello”.
Più grave però è che i comunisti di ieri e i nostalgici di oggi non abbiano capito che per il pensatore tedesco la proprietà non fosse un furto. In ciò sono stati Proudhoniani anziché marxisti senza nemmeno rendersene conto.
Tanto Engels che Marx furono precisi sul punto:
“Se si traducono i giuochi di prestigio della produzione capitalistica in questo linguaggio semplice, nel quale essi si manifestano apertamente come furto, si rendono impossibili. (Engels)
“Poiché il ‘furto’in quanto violazione della proprietà presuppone la proprietà, così Proudhon ha finito col perdersi in confuse e cervellotiche discettazioni sulla vera proprietà borghese”.
Persino nel film “Le jeune Karl Marx” del 2017, di Raoul Peck, c’è una bellissima scena in cui Marx incontra Proudhon e chiede spiegazioni sulla proprietà che sarebbe un furto. Qui Marx dice”se rubo la proprietà di qualcuno sto rubando un furto?” Una battuta che fulmina Proudhon. https://m.youtube.com/watch?v=abeNVdxLvTg

In nessun caso la proprietà si fonda sul furto, come sosteneva Proudhon, e non sono rapine quella che avvengono nella produzione, di beni o di servizi, o nei mercati azionari. Non è un gioco delle tre carte quello finanziario. I cervelli banali dei filosofi lo pensano. Lo spiega perfettamente Engels nell’ Anti-Dühring (la citazione è lunga ma necessaria):

<<In generale la proprietà privata non appare affatto nella storia come risultato della rapina e della violenza. Al contrario. Essa sussiste già, anche se limitatamente a certi soggetti, nella comunità primitiva naturale di tutti i popoli civili. Già entro questa comunità essa si sviluppa, dapprima nello scambio con stranieri, assumendo la forma di merce. Quanto più i prodotti della comunità assumono forma di merci, cioè quanto meno vengono prodotti da essa per l’uso personale del produttore e quanto più vengono prodotti per il fine dello scambio, quanto più lo scambio soppianta, anche all’interno della comunità, la primitiva divisione naturale del lavoro, tanto più diseguali divengono le fortune dei singoli membri della comunità, tanto più profondamente viene minato l’antico possesso comune del suolo, tanto più rapidamente la comunità si spinge verso la sua dissoluzione e la sua trasformazione in un villaggio di contadini parcellari. Per secoli il dispotismo orientale e il domino mutevole di popoli nomadi conquistatori non poterono intaccare queste antiche comunità; le porta sempre più a dissoluzione la distruzione graduale della loro industria domestica naturale operata dalla concorrenza dei prodotti della grande industria. Così poco si può parlare qui di violenza, come se ne può parlare per la sparizione che avviene anche oggi dei campi posseduti in comune dalle “Gehöferschaften” [comunità di villaggio] sulla Mosella o nello Hochwald; i contadini trovano che è precisamente nel loro interesse che la proprietà privata del campo subentri alla proprietà comune. Anche la formazione di un’aristocrazia naturale, quale si ha nei celti, nei germani e nel Punjab basata sulla proprietà comune del suolo, in un primo tempo non poggiò affatto sulla violenza, ma sul consenso e sulla consuetudine. Dovunque si costituisce la proprietà privata, questo accade in conseguenza di mutati rapporti di produzione e di scambio, nell’interesse dell’aumento della produzione e dell’incremento del traffico: quindi per cause economiche. La violenza qui non ha assolutamente nessuna parte. È pur chiaro che l’istituto della proprietà privata deve già sussistere prima che il predone possa appropriarsi l’altrui bene; che quindi la violenza può certo modificare lo stato di possesso, ma non produrre la proprietà privata come tale. Ma anche per spiegare “il soggiogamento dell’uomo allo stato servile” nella sua forma più moderna, cioè nel lavoro salariato, non possiamo servirci né della violenza, né della proprietà fondata sulla violenza. Abbiamo già fatto menzione della parte che, nella dissoluzione delle antiche comunità, e quindi nella generalizzazione diretta o indiretta della proprietà privata, rappresenta la trasformazione dei prodotti del lavoro in merci, la loro produzione non per il consumo proprio, ma per lo scambio. Ma ora Marx ha provato con evidenza solare nel “Capitale”, e Dühring si guarda bene dal riferirvisi sia pure con una sola sillaba, che ad un certo grado di sviluppo la produzione di merci si trasforma in produzione capitalistica, e che in questa fase “la legge dell’appropriazione poggiante sulla produzione e sulla circolazione delle merci ossia legge della proprietà privata si converte direttamente nel proprio diretto opposto, per la sua propria, intima, inevitabile dialettica. Lo scambio di equivalenti che pareva essere l’operazione originaria si è rigirato in modo che ora si fanno scambi solo per l’apparenza in quanto, in primo luogo, la quota di capitale scambiata con forza-lavoro è essa stessa solo una parte del prodotto lavorativo altrui appropriato senza equivalente, e, in secondo luogo, essa non solo deve essere reintegrata dal suo produttore, l’operaio, ma deve essere reintegrata come un nuovo sovrappiù (…) Originariamente il diritto di proprietà ci si è presentato come fondato sul rapporto di lavoro (…) Adesso” (alla fine del suo sviluppo dato da Marx) “la proprietà si presenta, dalla parte del capitalista come diritto di appropriarsi lavoro altrui non retribuito ossia il prodotto di esso, e dalla parte dell’operaio come impossibilità di appropriarsi il proprio prodotto. La separazione tra proprietà e lavoro diventa conseguenza necessaria di una legge che in apparenza partiva dalla loro identità” In altri termini: anche se escludiamo la possibilità di ogni rapina, di ogni atto di violenza, di ogni imbroglio, se ammettiamo che tutta la proprietà privata originariamente poggia sul lavoro proprio del possessore, e che in tutto il processo ulteriore vengano scambiati solo valori eguali con valori eguali, tuttavia, con lo sviluppo progressivo della produzione e dello scambio, arriviamo necessariamente all’attuale modo di produzione capitalistico, alla monopolizzazione dei mezzi di produzione e di sussistenza nelle mani di una sola classe poco numerosa, alla degradazione dell’altra classe, che costituisce l’enorme maggioranza, a classe di proletari pauperizzati, arriviamo al periodico affermarsi di produzione vertiginosa e di crisi commerciale e a tutta l’odierna anarchia della produzione. Tutto il processo viene spiegato da cause puramente economiche senza che neppure una sola volta ci sia stato bisogno della rapina, della violenza, dello Stato, o di qualsiasi interferenza politica. La “proprietà fondata sulla violenza” si dimostra qui semplicemente come una frase da spaccone destinata a coprire la mancanza di intelligenza dello svolgimento reale delle cose>>.

Ancora oggi non è stata capita la dinamica del vecchio capitalismo di matrice inglese, immaginatevi quanto siamo indietro sull’attuale comprensione della formazione sociale capitalistica di matrice americana. Lasciamo perdere Proudhon, lasciamo stare in parte anche Marx (che però sta a Proudhon come un Galilei sta ad un alchimista) e pensiamo finalmente la storia e la scienza sociale dei nostri giorni, così convulsi e faticosi.

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