L’Europa si salva con la Russia.

il ratto d'europa

Nell’ultimo numero di Limes si parla di Antieuropa. Questo termine, secondo me azzeccato, si riferisce ad una struttura di governo del Continente costruita esclusivamente su interessi egemonici esterni allo stesso. L’Antieuropa, cioè l’Ue, ha una matrice americana, in quanto tale è contro gli Stati europei che vedono derubricate le proprie istanze a favore della geopolitica statunitense. Nel suo editoriale, Caracciolo rammenta che i due pionieri dell’Ue, Schuman e Monnet, erano in sostanza due agenti transatlantici, due congiurati di Washington che rispondevano alle mire conquistatrici di questa anche se ammantavano i loro discorsi di spirito cosmopolitico ed europeistico. Ciò  dovrebbe bastare a far capire che l’Unione Europea non è un soggetto riformabile, esso può essere solo abbattuto e sostituito con un vero progetto indipendentistico che risponda alle esigenze multipolaristiche della fase storica. Di questo abbiamo già scritto con La Grassa, proponendo un asse Berlino-Mosca-Roma per la rinascita di un reale contropotere nel Vecchio Continente atto a ridisegnare i destini dei popoli che lo abitano.
Sulla rivista già citata, in questa direzione, c’è un intervento piuttosto interessante a firma di Vitalij Tret’jakov, intitolato “Senza la Russia l’Europa non si salverà”.
Riporto i passaggi piu’ stimolanti (poiché non tutto è condivisibile del pezzo) e che rispecchiano il mio punto di vista: “Il Vecchio Continente può sopravvivere se si riunirà a Mosca. Ma dovrà abbandonare arroganza e padrone americano, ricalibrare il concetto di democrazia… L’Europa e la Civiltà Europea si trovano a un passo dalla morte; sono in pochi oggi a dubitarne.
Purtroppo, le ricette per il salvataggio che si sentono risuonare più forte nella stessa Europa (vale a dire, l’Europa meno la Russia) sono o lacunose o prive di prospettive nella loro dogmaticità neoliberale, ovvero nella loro essenza antipopolare.
A mio avviso, è evidente che la Russia sopravvivrà anche senza questa Europa. Tuttavia, non isolo così deliberatamente l’Europa dalla Russia, o la Russia dall’Europa, come fanno gli europei più illustri, da poter rimanere impassibile davanti al destino di questa nostra parte di mondo.
Certamente, se l’Europa non rinsavisce da sé, la Russia non riuscirà a salvarla: la sindrome suicida di questa Europa si è fatta troppo potente. Tuttavia, mi sembra che la chance non sia ancora andata perduta. Provare a far rinsavire l’Europa è possibile e necessario.
…In nome della salvezza dell’Europa (intesa come civiltà europea) così come la conosciamo, stimiamo e amiamo, è necessario rivedere in maniera radicale (rivoluzionaria) ogni aspetto relativo alla politica europea in senso lato. Di seguito elenco ciò che reputo assolutamente non negoziabile e di primaria importanza.
La deoccupazione dell’Europa. La smobilitazione di tutti i battaglioni e la chiusura di tutte le basi militari Usa sul territorio dei paesi europei e pertanto, più ragionevolmente, il semplice scioglimento della Nato. L’Europa deve smettere di essere un vassallo militare degli Usa.
L’esclusione dall’Osce, come minimo, di Usa e Canada, o ancor meglio la com-pleta soppressione di questa organizzazione, in quanto essa ha tradito la sua missione primigenia. Complessivamente, queste due misure comporteranno, se non una totale, quanto meno una radicale de-americanizzazione dell’Europa.
È necessario sciogliere l’Unione Europea in quanto formazione burocratica sovranazionale ormai deceduta, che per giunta non riflette gli interessi, non solo di tutte le nazioni europee, ma nemmeno di molti membri Ue. L’Unione Europea collasserà da sé con la stessa inevitabilità, negli stessi termini temporali e per lo stesso ordine di ragioni per cui collassò l’Unione Sovietica – un’Unione Europea numero 1, sorta cent’anni fa nell’Est dell’Europa. Ma questa volta sarà un collasso incontrollato, con i relativi eccessi e conseguenze.
La riunificazione dell’Europa. Gli europei occidentali non solo hanno permesso di vedere la propria parte d’Europa americanizzarsi, ma hanno anche privatizzato il nome storico dell’Europa, considerando Europa solo ciò che coincide con l’Unione Europea e la Nato e isolando da sé tutto ciò che non rientra in queste due organizzazioni, in primo luogo la Russia. È giunto il tempo di riunire Europa e Russia, poiché è questa la vera, completa e piena Europa, la vera civiltà europea (tra l’altro, estesa attraverso la Russia in Asia, fino all’Oceano Pacifico).
…elaborazione di una nuova architettura politica dell’Europa, in particolare di un’idea di Organizzazione delle nazioni europee (One). Ritengo doveroso sottolineare che i soggetti principali della politica intra-europea saranno solo e soltanto le nazioni sovrane europee (situate in Europa).
È necessario porre e stabilire giuridicamente il divieto di interferire reciprocamente negli affari interni tra Stati europei, nonché il divieto per qualsiasi Stato non- europeo di interferire negli affari interni degli Stati europei e negli affari intra-europei (compresi divergenze e confitti tra Stati membri).
Allo stesso modo le nazioni europee dovranno impegnarsi pubblicamente a non interferire negli affari interni di qualsiasi Stato situato al di fuori dell’Europa. Tale intromissione sarà possibile in casi eccezionali e soltanto su richiesta dei legit- timi governi di tali Stati o su risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu.
Le nazioni europee dovranno promuovere una riforma dell’Onu: il Consiglio di Sicurezza, dopo la riforma, dovrà formarsi su base continentale o su criteri di appartenenza culturale.
… La storia del mondo non si è fermata, nemmeno quella dell’Europa. La marcia della storia è un costante cambiamento dei confini, la comparsa e la scomparsa di Stati. Pertanto, è necessario creare all’interno dell’One un organo apposito: il Consiglio degli Stati non riconosciuti e dei territori europei contesi, con una rappresentanza per ognuno di questi Stati e territori.
Imperativo categorico è la creazione tra gli Stati europei occidentali e la Russia di un cordone di Stati neutrali, che nei successivi quindici anni non avranno diritto a partecipare ad alcun blocco militare internazionale, sia intraeuropeo che extraeuropeo. In tale cordone dovranno rientrare: Norvegia, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Bielorussia, Slovacchia, Ungheria, tutti gli Stati dell’ex Jugoslavia, Bulgaria, Romania, Ucraina, Moldova, Georgia. Ciò permetterà un gra-duale superamento dello storico scisma d’Europa, che ha generato molte guerre in passato.
…Il rifiuto dell’idealizzazione e dell’assolutizzazione della cosiddetta democrazia (politica), giacché mai essa si è realizzata e, per principio, non è pienamente realizzabile o non può risultare democrazia per tutti. L’abbattimento delle vetuste scenografe democratiche che mascherano il potere della classe dominante. Il rifiuto dell’ipocrisia politica democratica, la quale costituisce uno dei tratti più riprove- voli dell’Europa contemporanea.
…Il rifiuto dell’imperante traduzione della democrazia, quale «potere della maggioranza» (pur illusorio), in una democrazia dove il potere (anche effettivo) è riposto nelle mani di un gruppo minoritario costituito da ferventi zeloti dalle ambizioni totalitarie a danno della maggioranza.
Ciononostante, è naturale che non si possano negare o ridimensionare il valore e il signifcato delle forme democratiche di governo (compreso il potere statale), così caratteristiche per la civiltà europea in diverse tappe del suo sviluppo. Tuttavia, non in misura minore la civiltà europea ha saputo usare proficuamente un altro regime naturale di governo della società: il sistema di comando e controllo (nei casi limite, l’autoritarismo). Pervenire a un equilibrio ragionevole, seppur costante- mente variabile, tra questi due metodi di governo è l’autentica – e non artificiale – democrazia, ovvero un potere in nome degli interessi della maggior parte della società e della società in generale…Il riconoscimento dell’eterogeneità delle nazioni europee, dei popoli, delle loro culture, lingue, tradizioni, comprese le tradizioni politiche, come valore fondante dell’Europa quale comunità di nazioni e quale civiltà. Nessuna nazione deve essere costretta a rinunciare alle proprie particolarità nazionali, siano esse ideologiche o politiche. A nessuno può essere imposto di conformarsi a una determinata formazione politica, a un regime, a un’ideologia o filosofia politica. La standardizzazione, ovvero l’omogeneizzazione sistematica, della vita delle nazioni e dei popoli europei è il meccanismo che conduce al graduale deperimento della civiltà europea…I cittadini di nazioni che un tempo possedevano colonie in tutti gli altri continenti del pianeta con tutte le conseguenze del caso, compreso lo sterminio di massa della popolazione locale e la tratta degli schiavi, non possono permettersi di insegnare agli altri la tolleranza, la democrazia, i diritti umani e altre cose del genere. Non hanno il diritto morale di insegnare ad altri popoli e a governi più giovani l’umanesimo, la misericordia, le virtù civili e politiche … L’Europa e la civiltà europea nella loro condizione attuale non possono essere salvate senza la Russia, escludendo la Russia o, ancor peggio, nello scontro con la Russia e in guerra contro di lei. Chi la pensa diversamente è ignorante, stolto o un provocatore (e non sono pochi nell’Europa orientale), o ancora un membro fedele (di principio o meno) del partito degli atlantisti, o, ancora meglio, un semplice schiavo docile e privo di volontà al soldo degli Usa. Proprio oggi l’Europa deve, infine, unirsi, in tutta la sua eterogeneità e in tutto il suo volume geografico e storico, alla Russia – la più grande, e sempre più europea della stessa Europa, parte della civiltà europea. Non si parla, chiaramente, di una mitica «casa comune europea», costruita su modello europeo occidentale o secondo progetti neoliberali, nella pratica governata da Bruxelles, Berlino o Londra…”

Ecco, questi pochi elementi alquanto ragionevoli, pur se da sviluppare, approfondire ed estendere ad altri presupposti, rappresentano dei principi sani per dare all’Europa (e alla Russia) il posto che meritano (ma che si devono riguadagnare dopo decenni di sfaceli) sulla scacchiera mondiale.

E’ un “vaste programme” ma qual è l’alternativa? Ci sentiamo di aderire a tali intenzioni espresse dall’analista russo. Rovesciare la dominazione americana non è un compito semplice per questo bisogna letteralmente annientare l’Ue, le sue classi dirigenti compromesse con gli Usa, essendo lo spazio in cui agiamo una gabbia nata più di 60 anni fa per diretto impulso dei vincitori della II Guerra Mondiale. I cosiddetti padri fondatori dell’Ue erano a libro paga dei servizi segreti americani e hanno realizzato un incubo più che un sogno. Per rompere il sortilegio occorre riavvicinarsi al principale antagonista di Washington, la Russia. Deve essere inaugurata una nuova politica di intese tra est ed ovest per rompere l’isolamento russo e sganciare l’Europa dalla dipendenza americana. Questi primi passi, da attuare con cautela, sono possibili perché il declino americano, seppur relativo, è un fatto. Il multipolarismo è un processo storico oggettivo e inarrestabile ma il mutamento dei rapporti di forza ed il ribilanciamento della potenza, dipende anche da fattori soggettivi. La Storia spalanca delle finestre ma per passarci attraverso bisogna “osare”, ed essere strategici. Ormai, anche muovere un dito in questo mondo in ebollizione genera scosse da tutte le parti. È l’oggettività della situazione conflittuale. La sorte dei conflitti dipende però anche dal l’intelligenza soggettiva degli attori in campo. Il mondo è aperto ad ogni possibilità.

Sulle europee, di GLG

gianfranco

Lasciamo pure stare gli exit poll in Olanda e Irlanda. Sono diffusi indubbiamente per influenzare se possibile gli elettori. E poi quei due paesi non sono certo i più significativi cui guardare. Tuttavia, non credo si evidenzierà quello sconvolgimento che anche i sedicenti populisti italiani annunciano da tempo. Penso anzi che anche in Italia la Lega abbia perso lo slancio di solo due-tre mesi fa. E’ evidente che sono state sbraitate tante roboanti dichiarazioni, ma in fatto di difesa degli interessi nazionali ci si è dimostrati appunto solo parolai e poco incisivi. Vi dovrebbe essere una buona astensione in tutta Europa (e pure qui da noi), ma anche questo fatto dimostrerà più che altro la passività e impreparazione di una popolazione da troppo tempo resa torpida da quella degradante “democrazia (falsamente) rappresentativa” di cui sono portatori i più “efficaci” esecutori di eccidi di massa di tutta la storia. Credo che risulteranno ancora accreditate le sole due alternative possibili nel medio periodo (a breve niente grandi cambiamenti): 1) progressiva decadenza, e anzi decomposizione, di una civiltà di lunga tradizione; 2) scoperta e uso di un potente “antibiotico” che elimini drasticamente i batteri portatori dell’“infezione” ormai dilagante da troppo tempo.
Nel nostro paese in particolare, si renderà sempre più evidente, nel brevissimo periodo, la dannosità del perseguimento di questa morbosa unione tra i due schieramenti al governo. I “5 stelle” – seguiti dalla parte più dannosa della popolazione; in questo essendo simili ai “verdi” di altri paesi nel ben rappresentare l’attuale dissoluzione sociale e persino intellettiva – saranno sempre più maturi per una alleanza con l’infezione detta “sinistra” (detta così ormai per mancanza d’altri termini). Fra i due schieramenti ci sono continue dichiarazioni di incompatibilità, ma sono solo finzioni di mentitori di bassa tacca. Altrettanto dicasi per i “malati” che ancora seguono un uomo di speciale bassezza quale il “nano d’Arcore”. Costui, cui si è fatta una propaganda incredibile quale chiaro sintomo del disfacimento politico in atto in Italia, ciancia sempre di governo di “centro-destra” (mentre tiene bordone ai peggiori schieramenti detti “europeisti”). In realtà pur esso sarebbe pronto a riprendere il “patto del Nazareno” ove risultasse possibile (ma si spera che almeno questo “bubbone pestilenziale” si riveli di difficile evoluzione).
In ogni caso, si voti e non si voti, si abbia almeno coscienza che o arriverà veramente un movimento singolarmente drastico nei suoi metodi di “pulizia dell’ambiente” oppure si proseguirà con la solita commediola elettorale, che ci ossessiona da tre quarti di secolo. Per il momento si vede soltanto questa seconda prospettiva; null’altro mi sembra sia nell’orizzonte finora prevedibile. La popolazione di questo continente (e non solo) appare composta di individui in gran parte (direi in maggioranza netta) apprezzabili singolarmente, ma del tutto smorti (o forse proprio “morti”) in termini di possibile rinascita di una civiltà.

BUONI MAESTRI

gianfranco

Oggi mi va di rendere omaggio ai miei vecchi Maestri anche se, come normalmente avviene, sono giunto ormai a idee profondamente diverse dalle loro. Tuttavia, diverse non significa che abbia avversione per le loro. Tutt’altro, le considero ben rilevanti anche per quanto sono arrivato a concludere dopo tanti anni, in cui la storia è scorsa in un senso ben diverso da quello che non pensavano solo loro (e già differentemente fra loro proprio perché morti a trent’anni l’uno dall’altro; e che trent’anni in fatto di accadimenti!), ma pure io almeno per larghi versi.

I MIEI MAESTRI

ANTONIO PESENTI (1910-73)

Il mio Maestro italiano (e come fosse il mio “secondo” padre)

Antonio Pesenti non è stato affatto soltanto un pensatore e non “nacque” marxista. Fu innanzitutto, fin da giovane, fortemente interessato alla politica; e tenuto conto dell’epoca in cui fu giovane, la sua scelta politica dovette essere radicale. Egli divenne, fin dalla sua prima scelta, antifascista. All’inizio optò per l’orientamento repubblicano e poi socialista. Per quanto ricordo, solo in carcere si orientò in senso comunista e quindi marxista; poiché a quel tempo, e per alcuni decenni successivi, era assai raro trovare chi fosse comunista senza essere marxista.
Spero che qualcun altro tracci una più completa biografia del Maestro, perché la sua vita è del tutto esemplare per capire chi furono i comunisti e i marxisti. Qui non posso dilungarmi su questi tratti fondamentale del suo percorso umano e politico, perché fin troppo c’è da dire sul suo pensiero teorico, che sarò obbligato a soltanto sunteggiare. Tuttavia, va sempre tenuto presente che Pesenti non fu semplicemente un “pensatore”; uno che formula idee nel chiuso di una stanza, in solitario colloquio con se stesso o anche con l’Umanità in generale. Pesenti fu anzitutto uomo d’azione, impegnato fino all’ultimo nell’attività del partito che scelse durante i suoi anni di carcere (1935-43). Fu in pratica sempre, nel dopoguerra, parlamentare comunista (senatore dal 1953); fu Ministro delle Finanze nel provvisorio Governo di Unità Nazionale (Governo Bonomi), membro della Consulta Nazionale e poi dell’Assemblea Costituente. Successivamente, divenne il principale economista del suo partito (all’opposizione) ed eccezionale esperto di questioni finanziarie, sulle quali fece anche magistrali interventi nella sua qualità di parlamentare.
Solo alla fine, passato all’Università di Roma (dove abitava), decise di dedicarsi pressoché esclusivamente a studi e insegnamento, ma la sua scelta fu purtroppo di breve durata. Visse nemmeno 63 anni, ma la sua esistenza fu di un’intensità tale da superare o almeno eguagliare in opere e attività quella di un qualsiasi altro individuo longevo. Trattare dunque Pesenti quale mero pensatore sarebbe veramente tagliare, della sua multiforme personalità, una fetta: importante ma connessa con mille fili ad un’attività pratica (e politica) di rara qualità. Quindi, cercherò di porre in luce alcune sue fondamentali categorie teoriche – elaborazioni del marxismo – ma non potrò non fare spesso riferimento alla fase storica in cui queste sono calate.
Il pensiero di Pesenti è quello di uno scienziato, ma di formazione appunto marxista; per cui mai interessato a semplici elucubrazioni d’ordine “universale”, sempre invece legato alla congiuntura politica con le sue peculiarità d’ordine sociale. Per Pesenti vale quanto scrisse mirabilmente Max Weber ne La scienza come professione: “Ognuno di noi sa che, nella scienza, il proprio lavoro dopo dieci, venti, cinquanta anni è invecchiato. E’ questo il destino, o meglio, è questo il significato del lavoro scientifico, il quale, rispetto a tutti gli altri elementi della cultura di cui si può dire la stessa cosa, è ad esso assoggettato e affidato in senso assolutamente specifico: ogni lavoro scientifico ‘compiuto’ comporta nuovi ‘problemi’ e vuol invecchiare ed essere ‘superato’. A ciò deve rassegnarsi chiunque voglia servire la scienza”.

 

biografia in Wikipedia, da cui mi si consenta di citare una breve frase:
<<<Tra i suoi allievi è possibile menzionare Gianfranco La Grassa, divenuto assistente di Pesenti a Pisa>>>.

CHARLES BETTELHEIM

Il mio Maestro francese

Nato a Parigi nel 1913 e morto nel 2006. Uno dei 4-5 maggiori economisti marxisti del ‘900. Insegnante e Direttore di studi all’Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi – poi divenuta Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales – dal 1948 al 1983; direttore del Centro Studi dei modi di industrializzazione presso la stessa Scuola. Consigliere economico in India, Egitto e Cuba tra il 1953 e il 1966; e anche in Algeria, Guinea, ecc. Laureato dell’Académie française (1963). Presidente di diverse “associazioni d’amicizia”: con Vietnam, Cina, Cuba, ecc. Cofondatore della Revue internationale e direttore della rivista Problèmes de planification nonché della collana “Economie et socialisme” della Maspero. Tra le sue principali opere: La planification soviétique, Marcel Rivière 1939, L’Inde indépendante, Armand Colin 1962, La Transition vers l’économie socialiste, Maspero 1968, Calcul économique et formes de propriété, Maspero 1970, Les luttes des classes en URSS (tra il 1917 e il 1941), quattro grossi tomi pubblicati con la Maspero tra il 1974 e il 1983 (solo i primi due tradotti in italiano dall’Etas Libri negli anni ’80). Importante il suo scambio di lettere con l’altro grande economista marxista statunitense Paul M. Sweezy (Lettres sur quelques problèmes actuels du socialisme, Maspero 1972) pubblicato in italiano dagli Editori Riuniti, 1993 (con mia introduzione).

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Biografia in Wikipedia. Fra le molte altre cose sta scritto:

<<<Tra coloro che furono influenzati dalle sue teorie vi è l’economista marxista italiano Gianfranco La Grassa……………
……………….
Tra gli italiani, Gianfranco La Grassa è considerato il suo maggiore allievo>>>

LE GRETINATE DI BANKITALIA

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I cambiamenti climatici metteranno ancora più a rischio l’economia italiana. Chi ha detto questa Gretinata? Il Governatore di Bankitalia Ignazio Visco. Da quando è iniziata la crisi ne abbiamo sentite di tutti i colori. Colpa della paura, della sfiducia, dei cattivi banchieri, del parassitismo finanziario e ora anche dello scioglimento dei ghiacciai. Ci prendono per i fondelli e quanto più in alto stanno, con le loro cariche da megadirettore generale e deleghe alle panzane, tanto più grosse le sparano. Sono lup. man. ma soprattutto figl. di put. e si burlano del popolo facendo a loro volta la figura degli asini, ma a caro prezzo per i contribuenti considerati i compensi che incamerano.
Visco, dal famigerato Festival dello sviluppo sostenibile (organizzato da insostenibili esseri verdi lontani dalla terra quanto i marziani) ha dichiarato: “L’Italia sarà la nazione europea più esposta ai danni legati all’esondazione dei fiumi…ll progressivo aumento delle temperature potrebbe influire in modo permanente sulle capacità produttive del Paese”. Dobbiamo dedurne che rifacendo gli argini dei corsi d’acqua scongiureremo una più pesante débâcle nazionale. Ecco il grande dilemma economico del Belpaese e noi che credevamo di avere a che fare con criticità di tutt’altro tipo. Poi costoro si scandalizzano se keynesianamente viene proposto di scavare buche e ricoprirle al fine di reimpiegare i disoccupati, accrescendo la domanda. Peraltro, terremoti e catastrofi varie, brutto a dirsi ma veritiero, possono anche smuovere l’economia ma ormai in Italia abbiamo smarrito il senso utile della tragedia preferendole l’atroce farsa politicamente corretta.
Per dare credibilità alle sciocchezze profferite il reggente dell’Istituto di via nazionale ha poi dato i numeri. “Secondo analisi svolte in Banca d’Italia oltre il 20% dei prestiti al settore produttivo viene erogato a residenti di aree ad elevato rischio alluvionale”. Scende la pioggia, cala la solvibilità. Ma un modo c’è per affrontare pericoli creditizi ed idrogeologici: “la transizione verso un’economia caratterizzata da basse emissioni di carbonio [per] limitare i rischi che i cambiamenti climatici pongono per il benessere dei cittadini …Il settore finanziario, le banche centrali e le autorità di vigilanza non possono supplire alle politiche necessarie a “decarbonizzare” i nostri sistemi energetici, ma possono svolgere un ruolo importante per favorire tale processo”. Ad un falso problema si risponde con una soluzione fasulla mentre impazza la battaglia energetico-geopolitica per le fonti tradizionali (le quali avrebbero dovuto esaurirsi già poco dopo le prime riunioni del Club di Roma) e ci si è tolti da decenni la possibilità di produrre energia veramente pulita ed efficiente come quella nucleare. Decarbonizziamo pure ma serve a poco se ci facciamo sempre bruciare sul tempo da concorrenti più spavaldi e meno disposti di noi a fare la fame per l’ideale.
La finanza, inoltre, deve adeguarsi al nuovo spirito ecologista e per un mondo migliore deve essere a sua volta sostenibile puntando ad “un significativo miglioramento dell’impatto ambientale dei nostri investimenti finanziari: le aziende incluse nel nuovo portafoglio si caratterizzano per un più basso grado di emissioni di gas serra (-23%) e minori consumi di energia e di acqua (del 30 e del 17%, rispettivamente)”. Prestiti in cambio di aria pulita cioè fritta. Ma quando mai? La Banche preferiranno sempre la solidità alla gassosità e nessuno offrirà mai denaro in cambio di certificati verdi. Lo faranno credere ai volatili (soprattutto polli) dell’opinione pubblica ma agiranno con il sempiterno intento di fare profitti, anche in maniera più che spregiudicata. L’unica ecologia possibile in economia è quella dei verdoni, non quella verde.

Situazione intollerabile, di GLG

gianfranco

Francamente la situazione mi sembra giunta ad un livello piuttosto intollerabile se ci fosse soltanto un po’ di buon senso. A Mirandola un marocchino (o forse algerino, maggiorenne o forse minorenne) dà fuoco alle 2 di notte alla stazione dei vigili urbani e negli appartamenti soprastanti si muore, si è gravi all’Ospedale, si è feriti o intossicati. La colpa viene attribuita, sembra anche dai pentastellati, al Ministro degli Interni perché il tipaccio aveva un decreto di espulsione (che doveva essere eseguito proprio oggi) e lui “non ne era a conoscenza”. Che un Ministro debba conoscere ogni espulsione che deve essere attuata mi sembra di una idiozia unica. Al massimo può promuovere qualche punizione per chi ha tardato. Tuttavia, l’espulsione doveva essere attuata oggi, quindi dopo che il fattaccio era già avvenuto la scorsa notte. A Torino (o forse altrove) un nigeriano, scoperto a spacciare droga, stacca con un morso la falange di un dito ad un carabiniere. Non so se anche questo verrà addossato al solito Ministro.
Il vero fatto è che la popolazione dovrebbe cominciare ad agitarsi sul serio. Basta manifestazioni di centri sociali (figli di papà benestanti annoiati e violenti senza nessuna idea precisa in testa) e di accoglienti umanitari, di cattolici ipocriti e baciapile. Occorre che si muovano quelli dei quartieri popolari, senza però che debbano attendere le indicazioni di sciocchini come quelli di Casapound o tipi del genere; e soprattutto rivolgendo adeguata violenza, non semplicemente verbale e a base di minacce e volgarità, contro i partiti dell’accoglienza e i loro seguaci. E si lascino alla fine da parte anche quelli come i leghisti che sono solo attaccati ai giochi elettorali. Se la popolazione si muove esclusivamente nei suoi settori minoritari e quasi sottoproletari e se non si individuano i veri nemici – di cui gli eventuali illegali tra migranti, rom e altri (anche del tutto italiani) sono in fondo miseri strumenti – non si otterranno risultati positivi, si favoriranno anzi i farabutti che hanno imperversato per anni in questo paese e che ancora occupano il 90% dei media e degli apparati importanti dello Stato. Anche a livello di organismi economici e finanziari troppi sono quelli che debbono essere colpiti a fondo e messi in condizioni di non più nuocere per “cent’anni a venire”.
Un forte elemento di debolezza è proprio il torpore di questa popolazione che, nei suoi settori più numerosi e senza dubbio operosi, non riesce ad orientarsi nella nuova epoca di frizioni crescenti e sempre più accesamente conflittuali. Troppo tempo è passato dall’accettata occupazione USA seguente alla sconfitta nella seconda guerra mondiale, una sconfitta per nulla riscattata da una presunta guerra di liberazione, mai avvenuta. C’è stata solo in mezza Italia l’azione di formazioni partigiane (quelle comuniste) ben agguerrite, ma non effettivamente egemoni fra la popolazione (salvo forse che in Emilia) e che avevano ben precisi progetti di impossibile realizzazione in quel contesto bellico: eserciti dei gruppi dominanti nei paesi che ci hanno vinto e occupato, decisamente avversi a quei progetti. Tre quarti di secolo sono passati sotto l’influenza “atlantica” (cioè ai piedi dei predominanti statunitensi) mentre il sedicente “socialismo” si è dissolto ormai da trent’anni. Dovrà passare ancora del tempo prima di accorgersi della necessità stringente di abbandonare la subordinata “alleanza” con il declinante, ma ancora forte, “impero americano”, passando infine ad una decisamente autonoma alleanza con qualcuno dei nuovi “poli” in crescita di potenza; personalmente credo che ci si debba avvicinare alla Russia (lo ripeto per i sordi: mantenendo piena indipendenza).
Oggi non c’è una sola forza politica che abbia una politica estera come quella che ci porterebbe infine all’effettivo affrancamento da ogni servilismo. Sul piano interno abbiamo forze del tutto marce quali “sinistre” e “destre” conniventi con un europeismo di puro disastro economico e sociale. Anche i sedicenti “sovranisti” (o populisti) sono ancora troppo invischiati in una politica incapace di programmare autentici sviluppi. Tutte le forze politiche in questo momento attive sono regredite paurosamente perfino rispetto alle politiche relativamente “keynesiane” di alcuni decenni successivi al 1945. Occorre ormai una violenza rigeneratrice che spazzi via il mortifero atlantismo, cui si è sempre piegato quello che è stato detto europeismo in modo del tutto improprio. Occorre una effettiva rivoluzione; e non per mutare fino in fondo gli assetti sociali, ma soltanto per ripulire alcuni paesi europei dall’ “immondizia” accumulata soprattutto dalla fine del secolo scorso. In Italia deve nascere una forte organizzazione in grado di attuare questo risanamento con metodi adeguati; con al seguito certamente una buona quota della popolazione, soprattutto dei ceti medi e bassi, ma senza inseguire la conquista “pubblicitaria” di un consenso molto debole e ballerino. Occorre determinazione e consapevolezza dell’ormai pericoloso ritardo accumulato senza ancora essersi nemmeno posti il problema di spazzare via il pattume ingannevolmente denominato “sinistra” e “destra”. Al macero tutto questo “materiale di scarto”.

LA DIVERSITA’ E’ RICCHEZZA, LA MESCOLANZA UN DEGRADO

LAGRA2

 

//qui

in realtà, nella sostanza, la Francia deve restare ai francesi, l’Italia agli italiani, la Germania ai tedeschi e via dicendo. E naturalmente ogni paese africano o asiatico deve restare ai suoi abitanti da secoli e che hanno una loro cultura, tradizioni, modo di vita e via dicendo. Quando ci fu il movimento detto della “negritude” (Senghor, Aimé Césaire, Damas, ecc.), lo considerai assai positivo e giustificato. Così come sono pienamente soddisfatto di aver approvato e simpatizzato senza riserve per la lotta di liberazione nazionale in Algeria o in Vietnam, ecc. E sono nettamente favorevole a chi in Sud America resiste alla prepotenza USA, da qualsiasi establishment di questo paese provenga. In poche parole, è ora che si rispettino fino in fondo le diversità culturali, etniche, ecc. che abitano questo pianeta. Che possano esserci reciproci “innesti” di date “civilizzazioni” in altre è inevitabile e non dannoso se ciò resta entro limiti tali da evitarele indebite e improprie mescolanze, che creano poi altrettanti disagi reciproci e quindi inevitabili forti “malumori”. Questi ultimi servono a – e quindi sono debitamente promossi da – classi dominanti (con i degradati ceti politici da esse espressi), ormai marce e pressoché disfatte, che hanno la loro “ultima spiaggia” nella creazione di situazioni in cui le classi sottostanti vengano distratte e rese fra loro avverse tramite questi forzati e volutamente mal preparati “incontri” in grado di suscitare violenti contrasti e rifiuti degli uni da parte degli altri.

La cosiddetta “carità cristiana” e i conati di un “comunismo” – che nulla ha a che vedere con quanto pensavano e speravano i comunisti di tanti e tanti decenni fa (non dico un secolo, ma oltre mezzo senza dubbio) – sono oggi la punta avanzata di un processo che rischia di annientare ogni vera diversità (di reciproco “arricchimento”) in un miscuglio di etnie e culture in grado soltanto di odiarsi e respingersi fra loro. In questo contesto di profondo degrado e disfacimento si inserisce poi uno scontro – che ha una lunga per non dire “eterna” storia – tra gruppi dirigenti di “comunità” (da alcuni secoli ormai divenute paesi e Stati) diverse per una supremazia di tipologia più generale (da molto tempo ormai di carattere mondiale).

Premesso che la vita è conflitto anche acuto tra “poli differenti” – e non certo una inerte e indifferenziata mescolanza di anodini gruppi sociali con culture senza nerbo né effettiva propria tradizione – è indispensabile come primo passo individuare le modalità (connesse sempre a forti nuove ideologie perché quelle ancora sopravvissute sono solo “acquaticcio fangoso”) per far nascere un forte movimento che elimini senza falsa pietà i portatori del degrado oggi in atto soprattutto nel cosiddetto “occidente”, costituito dai paesi più “avanzati” soltanto dal punto di vista economico e del livelli “materiali” di vita. Solo eliminando sistematicamente e con estrema minuziosità i ceti politici e “pseudo-culturali” (in particolare, ma certo non soltanto, quelli detti per abitudine “di sinistra”), l’ “occidente” potrà rivivere una nuova epoca storica di riavvio della propria civiltà; altrimenti ci si rassegni ad una decadenza paragonabile a quella dell’Impero romano.

E pur non essendo religioso, voglio ricordare con nettezza che la nostra civiltà e lunghissima storia è per l’essenziale cristiana. Non si tratta certo di promuovere “crociate”, ma di smetterla con l’indebito innesto di altre tradizioni religiose, da rispettare massimamente ma nel loro ambiente plurisecolare di grande vitalità.

 

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