Il Conte de La Pochette

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Il Premier italiano è convinto che i prossimi tre anni saranno quelli delle riforme. Non c’è governo o Presidente di questa sedicente Seconda Repubblica che non abbia annunciato qualche grande cambiamento epocale sotto il proprio mandato. Stando alle promesse avremmo dovuto assistere almeno a due o tre rivoluzioni liberali, quattro o cinque civili, sei o sette culturali ecc. ecc. E poi altre molteplici armonizzazioni o razionalizzazioni: dalla giustizia, alla fiscalità, ai servizi, al Welfare…effettivamente le mani ce le hanno messe ma sarebbe stato meglio non lo avessero fatto perché almeno prima qualcosa funzionava mentre ora siamo allo sbando completo. Mille modi di mascherare una decadenza inarrestabile e di chiamarla svolta. E’, piuttosto, questo l’esito di quel che è occorso al Paese negli ultimi lustri. I “grandi uomini” di Stato si sono distinti solo per le spartizioni di potere mentre la nazione perdeva pezzi a vantaggio dei competitori esterni. Pure questa volta la musica non cambia. Il governo lotta contro di noi per accaparrarsi i posti strategici in ballo nei prossimi mesi senza alcuna visione politica o economica. Ne parlava ieri, unico giornale, La Verità, in uno schema grafico che pubblico qui. Questo è il collante che tiene insieme i mercenari del Conte La Pochette che attendono di razziare il territorio e poi ognuno per la sua strada. Il presidente del consiglio ovviamente preferisce blaterare di “nuova frontiera contro il cambiamento climatico, la svolta green… oggi la nuova frontiera è la leadership su questo fronte”. L’augurio è che la fronte sia la sua su un muro di eventi che lo riportino alla realtà.
Purtroppo è molto difficile trovare conforto anche nell’opposizione al paludato sovrano della palude. I Destri non smettono di essere rozzi ed antistorici, vedono comunisti e dittatori ovunque, non analizzano i problemi in profondità e si limitano a contrastare i nemici al massimo ribaltando le loro idee malsane. Ma il contrario di una sciocchezza non è una cosa sensata quanto una stupidaggine invertita nei termini. Così si dà addosso al nero mentre si dovrebbe agire contro chi crea le condizioni dell’invasione e dello scollamento sociale. Si urla al tiranno sanguinario rosso laddove si dovrebbero cercare alleati e tutelare interessi con molto più pelo sullo stomaco ribaltando le vecchie sottomissioni o le scomode alleanze oramai superate dalla geopolitica degli avvenimenti. Quest’ultimi sono sconosciuti anche a Salvini e soci ed i quotidiani a loro vicini esitano titoli come questi: “In un anno il tiranno Maduro ne ammazza più di Pinochet”, “Comunisti e islamici sterminano i cristiani” (Socci su Libero). Ora, per Socci, i comunisti sarebbero i cinesi. Ammesso e non concesso che quanto detto dal giornalista sulle persecuzioni abbia un fondo di verità ma come si fa a definire la Cina uno stato Comunista? Bastano le bandiere rosse e i busti di Marx per creare il comunismo che è un rapporto sociale? Se è così potrei ben dire che con uno scopino infilato tra le chiappe ed un movimento di allungamento del collo divento uno Struzzo. Questa è la logica dei loro intelletti bacati.

 

UN PO’ DI STORIA RECENTE PER GLI IGNARI

gianfranco

1. Da qualche punto debbo cominciare questa mia breve (e fin troppo succinta) memoria della storia che abbiamo attraversato da molti decenni a questa parte. Intanto partirò da una premessa di tipo personale. Ho aderito al comunismo nel 1953. Mi trovai subito immerso nei dubbi e perplessità, direi perfino inopposizione, quando uscì l’articolo di Togliatti su Nuovi Argomenti nel 1956 con la “trovata” della “via italiana al socialismo”. In quell’anno fui contrario al XX Congresso del PCUS (tenutosi a febbraio) e poi ammirai l’intervento di Concetto Marchesi all’VIII Congresso del Pci (verso la fine del ‘56), in cui svillaneggiò Krusciov, il meschino ricostruttore delle vicende dello stalinismo in chiave puramente personalistica e come si trattasse del frutto di una psiche “disturbata” e tendenzialmente criminale; con metodo insomma del tutto simile a quello, criticato dai comunisti (almeno da quelli che conoscevano un po’ il marxismo), quando si parla di Hitler folle e “mostro”,ricostruendo la storia in base a simili fatue categorie interpretative. Ricordo che Togliatti andò a stringere la mano a Marchesi dopo l’intervento e ciò rinsaldò il mio atteggiamento critico di fronte a quello che ho sempre considerato l’opportunismo dell’allora segretario piciista. Nell’ottobre del ’56 fui senza esitazioni per l’intervento in Ungheria, non approvando però l’atteggiamento incerto dei sovietici (una prima mossa aggressiva frettolosa e poco giustificata, poi l’arresto dell’operazione, infine la repressione troppo brutale).

Accettai inoltre quel fatto per ragioni che oggi si direbbero “geopolitiche”. Ritenevo un disastro che si sbriciolasse il campo avverso a quello atlantico (guidato e comandato dagli Usa). Cominciai tuttavia a chiedermi quale “coincidenza” ci fosse tra il “socialismo” imparato sui testi marxisti e quello in atto. Si ammette sempre una discrepanza tra teoria e realizzazioni pratiche, tuttavia mi sembrava che fosse venuta in evidenza una distanza leggermente eccessiva. Fui poi disturbato dalcomportamento dei vertici del PCI (della “via italiana al socialismo”) nei confronti di chi traballò e fu preso da naturali dubbi, come ad es. Di Vittorio, di cui si dice che fu perquisito a casa e intimidito da parte di una sorta di “polizia interna” (che a mio avviso era giusto esistesse, ma non per agire con somma rozzezza e brutalità) mossa da quello che si riteneva allora una specie di “ministro dell’interno” del partito (lo stesso che nel 1978, in costanza di rapimento Moro, fece il viaggio, detto ridicolmente “culturale”, negli USA). E’, però, soltanto un “si dice”, mi raccomando, non prendetelo per sicuramente vero.  

L’anno successivo (’57), fui comunque sostanzialmente dalla parte del “gruppo antipartito” nel PCUS (Malenkov-Molotov-Scepilov-Kaganovič), perché Krusciov mi appariva un opportunista rozzo e furbastro. I quattro furono espulsi dal partito,dopo alterne vicende: iniziale maggioranza nella Direzione del partito e poi in minoranza nel successivo Comitato Centrale, convocato d’urgenza dal segretario e che, come sempre accade quando si passa ad un numero piuttosto consistente di “esseri umani”, era zeppo di tirapiedi silenziosi e conformisti. C mi allontanò ancor di più dalle posizioni del PCI, sempre allineato con Mosca e dunque ormai con la mediocrità del krusciovismo.

Da allora accentuai la mia critica al partito in quanto “revisionista” (pensavo ad una riedizione, “riveduta e scorretta”,del kautskismo) e mi avvicinai sempre più ai comunisti cinesi (allora non ancora divisi in “linea nera” di Liu-sciao-chi e “rossa” di Mao, divisione che avvenne nel ’66 con la rivoluzione culturale; è ovvio che le definizioni di “nera” e “rossa” erano di marca maoista). Quando nel ’60 si svolse a Mosca il Congresso degli 81 partiti comunisti (di tutto il mondo), si precisò la lontananza fra cinesi e russi e mi sentii viepiù consenziente con i primi. Infine vi fu la “crisi di Cuba” (ottobre 1962), su cui occorre un racconto a parte, data la somma di bugie raccontate. Nel 1963, si precisò con nettezza il dissidio ormai inconciliabile tra PCUS e PCC (in cui era ancora in auge Liu-sciao-chi) con il violento scambio di accuse contenute nelle lettere che si scambiarono i comitati centrali dei due partiti. Alle critiche al PCUS, i cinesi aggiunsero due importanti interventi (in specie il secondo) contro Togliatti e il PCI. Da allora ruppi in modo definitivo con il partito;per un bel po’ di tempo mi aggirai nella gruppistica (quella di tendenza m-l), da cui però mi allontanai nel corso degli anni ’70 (in specie dopo la morte di Mao nel settembre 1976).

Poiché ero però allievo del maggiore economista di tale partito (fra l’altro, l’unico citato assieme a Togliatti nel secondo degli interventi cinesi contro i comunisti italiani), in definitiva mantenni aperti i canali con esso e quindi ebbi modo di sapere molte “cosette”. In fondo ho avuto contatti amichevoli con membri dei vertici del PCI (sorprenderebbe sapere qualche “grosso” nome, che non posso fare), senza mai chiedere alcun favore ma solo notizie (assai interessanti e sovente non di dominio pubblico).Frequentai anche molto “Critica marxista”, fui pubblicato dagli Editori Riuniti, ecc. ecc. Tuttavia, ero nel contempo impegnato in tutto quell’ambaradan che fu detto “extraparlamentare”; vedevo come fumo negli occhi, perché ne rilevavo le ascendenze fondamentalmente anticomuniste (non solo antipiciiste), le correnti poi dette “operaiste” (e più tardi dell’“autonomia”) e fuipiù vicino ai cosiddetti emme-elle, ma certo con tanto sconcerto per la sclerosi e dogmatismo delle loro posizioni, salvo rarissimi casi.

2. Passarono gli anni, morì nel giugno ‘63 il “Papa buono” (il primo della “S.S. Trinità costituita da Giovanni XXIII, Kennedy e Krusciov), a novembre fu assassinato il presidente americano,nell’agosto ’64 morì Togliatti e in ottobre fu rimosso il leadersovietico. Si arrivò al fatidico ’68 (preceduto in Italia da un ’67 già turbolento) e anni successivi che, come ben si sa, furono definiti “anni di piombo” (quelli ’70 soprattutto) o del “terrorismo rosso”, mentre invece sono stati anni in cui quest’ultimo (indubbiamente messosi in moto dissennatamente) fu ampiamente infiltrato e sfruttato (insieme a quello, “secondario”, detto nero) per una serie di “giochi delittuosi” posti invece in atto dai vari Servizi dei paesi dei “due campi”. Venni a conoscenza abbastanza presto di quanto fosse falso il “racconto” che si stava facendo (e che continua ancor oggi!) di quel “terrorismo”. Ricordo intanto l’importante evento della repressione sovietica in Cecoslovacchianel 1968, che questa volta condannai, ma più che altro per critica al cosiddetto “socialimperialismo” Urss e senza aderire minimamente alle idee, anzi aborrite, di Dubcek e soci; idee invece condivise da assai deboli “antirevisionisti”, in particolaredai “manifestaioli” in Italia che mostrarono fin da allora di non essere migliori dei piciisti. Alla fine degli anni ’60 iniziarono “discreti” contatti tra PCI e “ambienti statunitensi”; prese insomma avvio il lento e molto coperto trasferimento del PCIverso ovest. In un certo senso, se si vuol fissare una data, si deve indicare il 1969; detto “per inciso”, in quell’anno Berlinguer divenne vicesegretario.

Sembravano allora maggioritari nel partito gli “amendoliani” (il cui n. 2 era Napolitano), corrente (pur se non riconosciuta formalmente in nome dell’unità del partito, che si pretendeva ancora leninista) cui apparteneva anche il mio Maestro, corrente cui si deve l’espulsione di quelli de “Il Manifesto”. Il gruppo amendoliano era considerato appunto l’avversario principale(quello più “revisionista”) nell’ambito del piciismo. In effetti,detto gruppo era sostanzialmente socialdemocratico, critico del socialismo di tipo sovietico; peraltro con critiche non del tuttoerrate a quello che era un semplice statalismo esasperato, ormaiincapace di promuovere un vero sviluppo. Vi era in esso unapropensione ormai piuttosto evidente verso il capitalismo; solo moderata da più che fumosi e mai seriamente attuati propositi di sedicenti “riforme di struttura” e di “programmazione democratica” al posto della pianificazione statalista, con idee poco chiare circa la pretesa superiorità delle imprese “pubbliche”rispetto alle “private”. Insomma, fu evidente la debolezza teorica(del “marxismo all’italiana”) e anche l’ambiguità della loro lineapolitica. Gli “amendoliani” (almeno nella maggior parte) eranocomunque contrari all’atlantismo (Usa) e quindi considerati tutto sommato filosovietici nell’ambito del PCI; furono dunque i più radicali avversari dei gruppuscoli extraparlamentari, cheoscillavano tra il filo-maoismo (e la rivoluzione culturale) e il dubcekismo opportunista e filo-occidentale (soprattutto apprezzato da quelli del Manifesto).

Nel 1972 venne eletto segretario Berlinguer con l’appoggio diun composito assembramento di cui fece parte l’ormai fu(almeno per me) amendoliano Napolitano e la sedicente sinistraingraiana, che aveva fili di collegamento con la gruppistica tramite i “manifestaioli”. Da allora, il cambio di casacca piciistaprocedette con più sicurezza e, nel contempo, prudenza; venne via via in evidenza l’“eurocomunismo”, l’ideologia che mascheravatale processo e cercava di dare dignità allo spostamento di camponello schieramento internazionale.

3. Nel 1967 vi fu il colpo di Stato dei colonnelli in Grecia (e venne ucciso in Bolivia il Che Guevara, altro argomento su cui occorrerebbe un discorso a parte). Tale colpo di mano militare fuchiaramente appoggiato dagli USA (nella sua politica “ufficiale”), mentre vide ovviamente contrario lo schieramento sovietico e l’insieme dei partiti comunisti occidentali. Quel regime non fu mai ben saldo, pur se si parlò di contatti con ambienti destri in Italia e qualcuno ebbe paura di eventi simili pure da noi (il cui unico risultato in definitiva fu il gustoso film di Monicelli Vogliamo i colonnelli). Nel 1973 il regime militare greco entrò in piena crisi e l’anno successivo ebbe termine; con l’instaurazione, però, di una “democrazia” apertamente filo-occidentale, di fatto filo-atlantica e proUsa, quindi avversaria del campo detto socialista. E questo era comunque il reale scopo perseguito dagli Usa con il colpo di Stato.

Le posizioni tra il 1967 e il ’74 nel nostro campo capitalistico sembravano molto chiare e nette: gli Usa per i colonnelli, l’Europa tiepida, in certi casi perfino antipatizzante ma senza troppo irritare il perno del campo stesso; i comunisti, orientati ad est”, decisamente avversari dei militari. La politica è però sempre assai meno limpida delle sue apparenze e delle declamazioni in pubblico”. Dati “ambienti statunitensi” (diciamo così, la qual cosa è in fondo sufficientemente corretta) si rendevano conto delladebolezza del regime greco e quindi tramavano sotto traccia purecon l’opposizione “democratica” greca per preparare l’eventuale cambio di regime come poi avvenne. In queste trattative entrava pure una parte dei comunisti greci, la minoranza, mentre la maggioranza restava ostile e vicina all’Urss. La parte minoritaria costituì il partito comunista dell’interno, che si collegò con il nascente “eurocomunismo”, il cui centro direttivo si trovava nella parte ormai maggioritaria del PCI. Fu durante quel periodo che si accentuarono (almeno così si può arguire) i contatti tra i suddetti“ambienti statunitensi” e date correnti del PCI e, tramite queste,con il partito comunista greco dell’interno; colloqui non irrilevanti per quanto avvenne poi in Grecia nel 1974: caduta del regime, vittoria elettorale di Nuova Democrazia, partito appena fondato da Konstantinos Karamanlis, governo “democratico” (conservatore) che iniziò il suo iter filo-Nato.

In quegli anni, fra l’altro, ebbi modo di venire coinvolto di striscio nella vicenda. Nel 1971 avrei dovuto andare proprio in quel paese e incontrare qualcuno che apparteneva ai “comunisti dell’interno” (i futuri “eurocomunisti” con il PCI). Purtroppo, ho come soli testimoni le mie orecchie e la mia vista; non posso provare per conto di chi ci dovevo andare e chi dovevo incontrare. Da questa vicenda trassi però in seguito idee piuttosto precise su ciò che stava accadendo con i cambiamenti di campo in atto. Alla fine rifiutai di recarmi in Grecia perché mi sembrava troppo pericoloso, ma tutto sommato – come appunto capii meglio un po’ dopo – sarei stato protetto abbastanza (e proprio da certi “ambienti” USA) anche se certamente i colonnelli avrebbero masticato amaro e potevano quindi farmi qualche scherzo tipo “incidente” o qualcosa del genere.

In ogni caso, per quanto all’inizio assai sorpreso della proposta fattami di andare “laggiù” (io ero ben conosciuto come comunista e quindi certo non favorevole a quel regime), pian piano afferraipoi cosa stava avvenendo in certi ambienti dell’“opposizione” in Italia. Di più non posso chiarire, ma ebbi prove discrete di quanto sto raccontando circa gli spostamenti di “campo” in quel periodo.Non compresi comunque subito che aveva preso avvio, tra fine anni ’60 e inizio 70, lo spostamento di almeno alcune frange della “destra” (amendoliana), che permisero l’ascesa a posizioni di comando nel PCI di coloro che furono fondamentali per il suo lento orientarsi verso l’atlantismo, sempre però assai ambiguo almeno fino all’accettazione della Nato, anche questa iniziata fin dal 1972, ma molto ambigua e “mascherata” per alcuni anni.

4. Ancora più rilevanti per comprendere dati fatti riguardanti il “comunismo” italiano (ma anche più in generale) – accaduti inquegli anni, che sono pure fondamentali per meglio valutare il nostro presente, a partire dal periodo susseguente al crollo dell’Urss, alla truffaldina operazione “mani pulite”, ecc. ecc. – furono gli eventi svoltisi nello stesso periodo in Cile. Cerchiamo di essere ordinati, cosa non tanto facile data la somma di eventi, tra cui si deve trascegliere tacendone una buona parte. Se non vado errato – ma certamente ricerche storiche finalmente oneste sarebbero necessarie – nella seconda metà degli anni ’60 vi fu notevole corresponsione di interessi tra settori Dc (con Moro in testa) e il presidente democristiano cileno Eduardo Frei. Gli accordi portarono fra l’altro alla nascita di un’agenzia stampa (con sede a Roma), che si espanse a tutto il Sud America, poi ai tre continenti del Terzo Mondo ed infine su scala globale, autonomizzandosi rispetto all’originario contesto (oggi non esiste più già da tempo). Ciò introdusse anche correnti imprenditoriali italiane in Cile e altri paesi sudamericani, ma non penso proprio che questo abbia infastidito più che tanto gli USA.

Nel 1970, Allende vince le presidenziali in Cile. Frei, da allora, si sposta nettamente verso gli Stati Uniti e certamente non si oppose (penso proprio il contrario) alla preparazione del colpo di Stato di Pinochet dell’11 settembre 1973. Credo non debba esservi nemmeno dubbio che la scelta di Frei abbia determinato frizioni con settori non irrilevanti della Dc italiana e con Moro in particolare. Nello stesso tempo, come già era avvenuto in Grecia, vi furono sicuramente “ambienti statunitensi” che non parteciparono alla preparazione del colpo di Stato, sempre per il principio che è sempre necessario esistano soluzioni di ricambio per l’eventualità della non riuscita di determinati progetti più “radicali”. Indubbiamente, la storia successiva dimostrò che il colpo di Stato di Pinochet fu più solido di quelli dei colonnelli greci, durò sedici e non sette anni. Tuttavia, non credo proprio che abbiano mai cessato di sussistere i suddetti ambigui ambienti negli USA; sempre pronti all’eventuale sostituzione di determinati progetti con altri di tipo detto (ridicolmente) “democratico”.

Il PCI – o meglio certi settori dello stesso, ormai a noi ben noti, già in azione con i comunisti greci (dell’interno) durante il regime dei colonnelli – si mosse in questa situazione che ancora una volta si presentò chiara nella sua ufficialità: condanna del colpo di stato da parte del partito italiano (assieme a tutti gli altri partiticomunisti), contrarietà anche di altre forze politiche nostrane (ed europee, contrarietà molto ben contenuta), appoggio smaccato a Pinochet da parte degli Stati Uniti, apparentemente in tutti i loro ambienti poiché è ovvio che le “forze di riserva” si tengano sempre ben coperte e tramino in gran segreto per l’eventualità di diverse soluzioni future. Subito dopo il colpo di Stato, esce in tre puntate (su Rinascita) un lungo articolo di Berlinguer (ricordo: segretario dal 1972 per la convergenza dei settori ex amendoliani,di cui già detto, e anche della sedicente corrente di sinistra, ecc. sul suo nome), in cui si condanna ufficialmente il colpo di Stato, si accusano dello stesso gli USA; però…..

Il però era unapparentemente togliattiana valutazione intrisa di realpolitik, che taluni vollero assimilare alla scelta di Palmiro nella famosa “svolta di Salerno” del 1944, necessitata dai patti di Yalta e dal voler evitare la stessa sorte che toccò ai comunisti greci; sorte, lo si scorda sempre, che si compì per essi nel 1949 dopo aver avuto perfino il sopravvento in dati periodi, almeno fino al 1947. Anno in cui si ebbe la rottura tra Jugoslavia e URSS e l’uscita della prima dal Cominform; evento da cui conseguìl’impossibilità di adeguati aiuti (soprattutto dell’URSS) ai compagni greci poiché gli jugoslavi (geograficamente vicini a quel paese) li impedirono. Ci fu poi la sostituzione di Markos (notevole capo militare) con il molle Zachariadis al comando delle truppe comuniste greche con risultati complessivamentecatastrofici: annientamento di vasti settori di queste ultime e uccisione di decine di migliaia di militanti.

Berlinguer, con buon senso” (appunto tra virgolette), ricordò che comunque l’Italia era parte del campo capitalistico (l’“occidente”) strutturato attorno ad un’alleanza militare, la Nato, controllata dagli Stati Uniti. Per evitare che anche l’Italia corressepericoli di tipo cileno, bisognava secondo il suo parere almeno in parte “abbozzare” e accettare realisticamente la nostra posizione atlantica. In un certo senso, si può dire che da qui parte, o almeno si rinforza, l’idea del cosiddetto eurocomunismo, da ritenersi in qualche modo il successore, riveduto e (s)corretto, dell’invenzionetogliattiana denominata “via italiana al socialismo”. Qui si pensa meno in termini italiani, nazionali, e invece più europei. Sembròun allargamento di visione prospettica; in realtà, significò che il Pci, sfruttando la sua posizione di maggiore partito comunista d’occidente (e il più radicato tra le masse popolari” del proprio paese, chiara impostazione ideologica del problema), si candidò a far da organo di collegamento e traino di tutte le frazioni interne ai partiti comunisti occidentali primi fra tutti quelli francese e spagnolo, ma con ramificazioni minori pure verso i partiti comunisti orientali (dunque pure in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, paesi “socialisti” in genere) frazioni ormai preoccupate dell’evidente (salvo che per alcuni “frastornati”) indebolimento dell’Unione Sovietica (soprattutto dovuto allastruttura sociale interna, non tanto quale potenza militare) e che dunque si prepararono cautamente al cambio di campo.

S’intensificarono, tramite alcuni “ambasciatori”, i rapporti tra Pci e i suddetti ambienti statunitensi (quelli delle “soluzioni alternative”), che culmineranno nel 1978, chiudendo solo la prima fase, con il viaggio dell’alto esponente del Pci negli Usa; un viaggio ridicolmente e inutilmente presentato (salvo forse che per la “base”, costituita dai soliti credenti) come culturale, mentre si ebbero molti riservati incontri ben più significativi e coinvolgenti. Riparleremo più avanti di questo viaggio, avvenuto in fortuita coincidenza con il rapimento Moro; fortuita in quanto coincidenza temporale, non ne sono invece sicuro quale rapporto causa/effetto.Le mene “atlantiche” del Pci non avrebbero avuto senso senza l’avvio di quello che fu il “compromesso storico” con la Dc, un compromesso tutt’altro che scevro di antagonismo e di insinuante tentativo piciista di arrivare un giorno a sostituirla come bastione di un regime solidamente pro-occidentale (cioè pro-Usa), nella sostanza meno ambiguo di Dc e Psi verso l’est europeo, gli arabi, ecc. (pur se, ufficialmente, il Pci restò a lungo vicino a personaggi come Arafat, ecc.). Comunque, è tutto da ricostruire storicamente, non come fatto da storici “di sinistra” cui deve andare tutto il nostro disprezzo.

In ogni caso, non mi sembra che la Dc sia rimasta complessivamente tranquilla. Credo che i settori più favorevoliall’avvicinamento del PCI agli statunitensi (e dunque al “compromesso storico”) fossero in sostanza guidati da Cossiga(comunque questi ne fu un esponente assai importante). Costui, dopo “mani pulite”, sembrò prendere negli anni ‘90 posizioni di contrasto con gli USA. Lui stesso rivelò che, quando nella stampa americana s’iniziò a fare troppo spesso il suo nome in merito a quell’operazione giudiziaria, ottenne infine il silenzio minacciando di fare cenno ai contatti tra Stati Uniti e mafia siciliana per favorire la costruzione della base a Comiso con una “opportuna” azione tesa a mitigare la contrarietà dei partiti del cosiddetto arco costituzionale. Non credo siano serviti tanto questi ricatti quanto i rapporti con “amici” statunitensi che zittirono quelli che lo importunavano. Non a caso, ben dopo “mani pulite”, nel ’99, Cossiga (per sua stessa ammissione) fu al centro delle operazioni trasformistiche che portarono al governo D’Alema, giudicato il migliore per un “corretto” comportamento italiano di appoggio incondizionato all’aggressione clintoniana alla Jugoslavia.

5. Tornando indietro agli anni ‘70, credo che Moro avesse una buona conoscenza dei fatti e fosse molto sospettoso e prudente nei confronti dell’avvicinamento (conflittuale, e non lo si prenda per bisticcio di parole) tra PCI e certi ambienti democristiani, pureloro pronti a notevoli mutamenti di prospettiva su pressione di certi “ambienti” statunitensi. Per quanto posso capire, il dirigente diccì – poi rapito e ucciso; e la si smetta di dire dalle BR – fosse in ciò seguito da Fanfani, mentre Andreotti come al solito si “destreggiò”; pagò più tardi, ma anche da “mani pulite” in poi sopportò in silenzio e con pazienza che passasse la buriana, garantendo una segretezza (di quanto avvenuto negli anni ’70) che infine lo premiò, cosa non accaduta ad altri (ad es. a Craxi, che era stato a suo tempo favorevole a contatti tali da almeno cercare di salvare Moro). All’inizio degli anni ’70, il PSI faceva già da lungo tempo parte del cosiddetto centro-sinistra al governo, ma fu solo dopo il ’76 (ascesa di Craxi, ecc.) che si mise in più accesa competizione con il PCI; e anche la direzione del partito socialistaprese atto, secondo la mia opinione, delle pericolose manovre del“nuovo” PCI di avvicinamento agli USA.

Nel ’76 vi fu però (sempre fortuita coincidenza?) la vittoria decisiva dell’antifascismo del tradimento, che falsa tutto il significato della Resistenza, divenuta lotta di liberazione in pieno appoggio agli Alleati”, i nostri “liberatori”. Balle mostruose, se si pensa che, come ammise Cossiga (anche se poi ritrattò e negò), l’80% di quell’evento storico limitato di fatto, nella sua vera rilevanza, al nord Italia (o poco più) quale autentica lotta partigiana e non chiacchiere dei savoiardi e badogliani, poi di fatto avallate almeno parzialmente dall’eccessiva “prudenza” togliattiana fu guidato dai comunisti. Naturalmente, ci sono molti misteri da spiegare, a partire dalla frettolosa fucilazione di Mussolini con sparizione, almeno così si continua a dire, di importanti carteggi. La scusa fu che, altrimenti, gli Alleati lo avrebbero salvato. Proprio così? Soprattutto gli inglesi e Churchill lo volevano salvo? Non è che certi “comunisti”, magari, eseguendo gli ordini del comando del CLN (con aperta tendenza al compromesso togliattiano dei dirigenti comunisti in quel comando) fecero un favore agli “Alleati”, ma soprattutto agli inglesi, consegnando carteggi tra Mussolini e il premier inglese? Mah!

Resta il fatto che né Moro né Craxi si opposero (c’è da dire: “et pour cause”?) al totale travisamento della Resistenza; non lo potevano, d’altronde, giacché ridimensionava il ruolo dei comunisti, fatto che pensavano ad essi favorevole (sbagliando di grosso!). Furono fin troppo morbidi anche quando ci si prodigònel dileggio del “fanfascismo”, nelle vignette di Craxi in camicia nera e orbace, ecc. E si trattava di un chiaro sintomo di come il nuovo (falso) antifascismo volesse sfruttare i meriti passati, approfittando di un ceto intellettuale infame che obnubilò ogni effettiva memoria storica, per accusare di fascismo chiunque intralciasse il “compromesso storico”, cioè la riabilitazione atlantica del PCI. L’antifascismo del tradimento – lanciato fra l’altro con Repubblica”, giornale non a caso uscito proprio nel 1976 – fece dimenticare l’infamia di badogliani e savoiardi, fu patrocinato anzi da ambienti repubblicani, dichiaratisi semmai eredi di “Giustizia e Libertà” (che ebbe uomini insigni, sia chiaro, non i miserabili allignanti in quel giornalaccio), ben foraggiati dai “cotonieri” italiani, in particolare dalla Fiat e dagli eredi degli ambienti industriali italiani fascistoni fino al 25 luglio ’43 – effettiva caduta del “fascismo” al “Gran Consiglio” diretto da Achille Grandi con arresto di Mussolini e sua “custodia” al Gran Sasso, da cui fu liberato dai tedeschi scesi in Italia dopo il voltafaccia settembrino del Re e di Badoglio – per poi voltare rapidamente gabbana e innamorarsi dei “liberatori” (si dice chealcuni ambienti “industriali” abbiano iniziato segrete trattative con i già chiari vincitori della guerra già a fine ’42).

Quell’antifascismo del tradimento attaccò appunto i settori che più sospettavano e temevano il compromesso storico”, ma che commisero l’errore di non prenderlo di petto con molta energia, cosa che alla fine li perdette. E li attaccò esattamente come fa oggi; chiunque si oppone alle sue losche trame, all’asservimento totale del paese agli Usa, è immediatamente tacciato di fascismo. Va dichiarato senza mezzi termini che questo antifascismo è da quarant’anni il veleno responsabile dellosbriciolamento politico, sociale e culturale d’Italia. Ha apportato danni, putrefazione, viltà estrema, servilismo. E’ veramente il più grande pericolo degenerativo che sta correndo il nostro paesedall’Unità ad oggi. O lo si ferma o si è perduti per molti e moltianni. Non lo si ferma, però, con l’altrettanto meschino e antistorico anticomunismo dell’attuale “destra”, con il liberismo d’accatto; non ci siamo proprio. Occorre ben altra forza politica, che ancora non appare minimamente in formazione; soprattutto perché tre quarti di secolo di “democrazia” (del tutto falsa e imbelle) hanno istupidito anche gran parte della popolazione, perfino le masse più popolari.

6. Dobbiamo fermarci un momento a pensare e analizzare, sempre via ipotesi, quanto stava avvenendo nel campo “socialista” centrato sull’Urss. Devo tralasciare tutta la questione del decisivodissidio sovietico-cinese in cui s’inserì, nei primi anni ’70, l’azione Kissinger-Nixon, non raggiungendo grandi successi per gli ostacoli frapposti a quello che, io penso, verrà infine rivalutato come un non banale presidente americano, fatto fuori dall’FBI con il Watergate (su indicazione di ben precisi centri statunitensi portatori di altra strategia). Qui mi limito a considerare brevemente le difficoltà interne dell’Urss, che non potevano non riverberarsi sui paesi dell’area ad essa sottomessa.

Con la liquidazione di Krusciov (1964) si mise termine ad una serie di operazioni sconnesse e contraddittorie, che rappresentavano un grosso pericolo per la seconda superpotenza mondiale; sia per quanto concerne la coesione all’interno sia per il possibile sgretolamento della sua sfera d’influenza esterna.Tuttavia, si congelò la situazione sociale e politica, si dichiarò una soltanto formale e decrepita ortodossia ideologica, ormai priva di presa. Si cercò di tenere saldo un blocco sociale (ed è già tanto forse definirlo così) formato dai vertici del partito – con gli alti dirigenti dei grandi Kombinat, nominati da detti vertici politici per meriti di fedeltà, non certo per capacità direttive managerialie dagli strati inferiori, esecutivi, dei lavoratori salariati trattati ancora, del tutto stancamente, da Classe Operaia, il presunto soggetto operativo nella “costruzione” del socialismo (primo stadio) e poi comunismo. Il famoso principio marxista del socialismo, “a ciascuno secondo il suo lavoro”, venne interpretato in senso meramente quantitativo, in quanto durata e pesantezza del lavoro; non per la qualità, così come intendeva Marx che – oltre al fatto di pensare tale classe formata, insieme, “dal primo dirigente all’ultimo giornaliero” – aveva fatto distinzione tra lavoro semplice e complesso, un’ora del quale valeva quale multiplo dell’ora del primo. Vi erano operai delle mansioni inferiori che prendevano un salario (pur sempre basso) non inferiore a quello di molti quadri intermedi (o anche medio-alti, salvo i “boss” legati al partito) e perfino a quello di ricercatori in importanti centri di elaborazione scientifica e tecnica.

In un sistema industriale in crescita, è ormai dimostrato che gli operai, se si considerano tali solo quelli svolgenti mansioni prevalentemente esecutive o addirittura manuali (non l’associazione dei produttori di cui parlava Marx), diminuiscono di peso perfino numericamente, per non parlare del loro contributo ad una industrializzazione sempre più sofisticata. Crescono invece rapidamente gli strati intermedi (i “ceti medi”), e non soltanto in ambito strettamente produttivo. Ed infine, dato l’evidente fallimento totale di una cogente pianificazione – dall’alto e dall’esterno delle diverse unità produttive, che non vengono affatto a formare un tutto unico, compatto, omogeneo – diventa fondamentale lo strato manageriale: e non semplicemente tecnico, bensì specificamente dotato in senso strategico. L’Urss, durante il ventennio brezneviano, cristallizzò la pratica legata alla vecchiaideologia “rivoluzionaria” e andò incontro a “rendimenti decrescenti” con accelerazione esponenziale, mascherata solo dalla forza (in specie militare) raggiunta in passato e da una soloapparente unità del PCUS.

Fu infine l’insieme, sempre più ampio e massiccio pur se frastagliato, degli strati sociali intermedi – ignorati per sclerosi ideologica e politica, pure responsabile del forte indebolimento economico e dunque di una effettiva stagnazione, ecc.a scardinare l’ordinamento sovietico e a creare nel contempo lo sfacelo sociale che distrusse l’Urss. Basta con la favola del “grande” presidente Reagan (attore scadente pur se interprete infilm niente male, in specie western), che avrebbe stroncato il bastione del “socialismo” (chiamato, dagli ignoranti di tutti gli schieramenti, comunismo), obbligandolo ad un surplus di spese militari. Il crollo, una vera e propria implosione, fu dovuto inveceal collasso del sistema complessivo, con una direzione politicalegata a impostazioni superate e incapace di comprendere i processi di trasformazione di quella formazione sociale, definita del tutto impropriamente socialista. Alla morte di Breznev (1982), vi fu già un primo sussulto pre-distruttivo con l’elezione a segretario del partito di Jurij Andropov, che però morì nel 1984. Il pendolo tornò a segnare l’ora di uno stretto collaboratore di Breznev, Černenko, che si spense dopo sei mesi di segretariato (marzo 1985). Venne in auge allora Gorbaciov che restò fino alla dissoluzione dell’Urss (1991), liquidò l’intero campo “socialista” euro-orientale, organizzando fra l’altro il colpo di Stato (passato per rivolta popolare) di Iliescu in Romania. Questo più che mediocre personaggio, assurto indegnamente alla direzione dell’URSS, cercò perfino di creare zizzania in Cina, dove le sue mene (con alcuni ambienti interni al PCC e al segretario del partito, subito destituito) furono assai velocemente stroncate. Dopo, la situazione precipitò in URSS con Eltsin che dissolse l’Unione sovietica alla fine del 1991. Formatasi la Russia, assai più debole e con la perdita di alcune “Repubbliche”, le sorti cominciarono a risalire molto lentamente con Primakov, ma ormai da posizioni compromesse. Infine, la ripresa di quel paese si rinsaldò con Putin. Questa è già storia dei nostri giorni e dunque tornerò adesso indietro.

7. Dopo la cacciata di Krusciov nel 1964, l’Urss tornò solo apparentemente compatta e unitaria. In essa, per i motivi sociali sopra accennati, permanevano correnti sotterranee di opposizione, anche dentro lo stesso PCUS. Correnti che, in qualche modo, erano perfino in buon rapporto con l’eurocomunismo o eranocomunque interessate a compromessi con l’occidente, anche a prezzi molto bassi, talvolta di svendita. Esse furono a lungostrettamente controllate, ma la loro opera corrosiva cresceva lentamente ed in modo coperto e cauto; soprattutto tenevano contatti con le corrispondenti frazioni dei partiti comunisti euro-orientali, infarcite dei soliti opportunisti che annusavano i mutamenti di atmosfera (pur tenuti molto segreti) e si preparavano ad ogni evenienza. Le frazioni maggioritarie – e solo apparentemente padrone assolute dei partiti: dal PCUS a quelli dei “satelliti” non avevano capacità manovriere di grande rilievo per le carenze politico-ideologiche già accennate; esse usavano la forza e conducevano tramite la parte più fedele dei Servizi e di altri apparati addetti ad operazioni varie anche all’esteromanovre segrete e deformate in guisa da non farne afferrare con facilità gli scopi realmente perseguiti.

Dette manovre miravano certamente a colpire e mettere in difficoltà le trame degli interessati a cedimenti compromissori più o meno gravi con l’occidente capitalistico. Lo facevano, tuttavia, in modo assai contorto, giungendo perfino a promuovere esse stesse pericolosi compromessi con gli USA e i paesi del campo capitalistico mediante mosse morbide e prudenti, alternate a scelte improntate ad estrema durezza (anche militare). Inoltre, cercavanoprioritariamente di scompaginare le correnti compromissorie interne all’Urss e al “suo campo”, ma si rivolgevano pure all’esterno di quest’ultimo, imbastendo più o meno cauti e coperti rapporti con frazioni interne di alcuni partiti comunisti euro-occidentali ormai schierati in senso atlantico”; frazioni rimaste fedeli al presunto socialismo e quindi nettamente contrarieall’eurocomunismo, ma soprattutto a chi aveva preso il sopravvento nel Pci, il principale di questi partiti, conducendolo asempre più invischianti (e conosciuti dai Servizi dell’est) rapporti con gli USA e trasformandolo perciò nei fatti in una vera centrale di cospirazione antisovietica. In tale opera da voltagabbana, le frazioni ormai nettamente maggioritarie nel PCI sfruttarono pure il dissidio russo-cinese e, solo parzialmente, la fronda “gruppuscolare” fintasi quasi maoista; ad es. quella del Manifesto, che salvo lodevoli ma rare eccezioni, era la più“corrotta” fra coloro che si richiamavano, impudicamente e senza arrossire, al comunismo. Da qui gli eventi italiani degli anni ’70, degli anni detti “di piombo”.

8. Nel ’68, il gruppo – composto in prevalenza, se ricordo bene, da cattolici divenuti comunisti (ma pure da comunisti “laici”), comunque tutti “ragazzi” in gamba – facente capo ad una rivista di orientamento marxista-leninista, Lavoro politico (una dellepubblicazioni apprezzabili di quell’area), entrò nel Pcd’I (m-l), quello che pubblicava Nuova Unità e che di fatto era in stretto collegamento con le Edizioni Oriente, nate a Milano nel ’63 con il principale compito, almeno per quanto io abbia potuto constatare, di diffondere le pubblicazioni della “Guozi Shudian”, casa editrice cinese in lingue estere, dalla quale provenivano le più importanti pubblicazioni dei comunisti di quel paese, appunto tradotte in italiano. Tralascio i rapporti da me intrattenuti con quest’area, conclusisi con una discussione (pubblica), polemica, tenutasi a Padova alla fine del maggio ’68 (proprio il 31), subito dopo la quale (ma non a causa della quale, sia chiaro) me ne andai a passare piacevolmente circa quattro mesi a Londra.

Quando tornai in autunno, trovai il Pcd’I (m-l) in scissione, con formazione della cosiddetta “linea rossa”, l’imbarazzante (perché un po’ ridicola) nascita di una Nuova nuova Unità, di “Nuove Edizioni Oriente”, e via dicendo. Il gruppo di Lavoro politico fu attivo nella scissione e nella nascita di questa “linea rossa”; vaperò affermato con la massima nettezza che tale gruppo si attenne, nel suo complesso, alla più assoluta legalità senza sfizi di lotte d’altro genere. E’ però vero che una parte minoritaria d’esso (con nomi poi divenuti noti) uscì sia dalla rivista sia soprattutto dal Pcd’I (anzi dai due Pcd’I ormai); e, per quanto ne so, andò a Milano dove nel ’69 fondò, immagino assieme ad altri, il “Collettivo politico metropolitano”, che gettò fuori un opuscolo programmatico non irrilevante. Da tale organismo, mi sembra proprio chiaro, nacquero le future BR. Mi dispiace di non trovare più quell’opuscolo (qualcuno certamente lo avrà) e la risposta che ne diedi, certo a circolazione assai più ridotta e totalmente ignorata, che purtroppo non trovo più. Tuttavia, la mia rispostaconteneva una serie di obiezioni a quel “programma”, che a me sembra si siano rivelate con il tempo sensate.

Ricordo bene, ricordo male? Quel che ricordo di quello scritto da me criticato è la formulazione di due previsioni fondamentali, entrambe errate e foriere di sviluppi molto negativi. Innanzitutto, quella di un non troppo lontano scoppio della guerra tra “imperialismo” (USA) e “socialimperialismo” (URSS); per cui bisognava, “leninisticamente”, giocare sulle contraddizioni tra i due nemici, confidando nella tenuta della Cina maoista, di cui per la verità nessuno (per quanto ne so) immaginava la brusca svolta subito dopo la morte del “grande timoniere”. Ovviamente, mi sembra chiaro, l’idea centrale era un recondito riferimento alla “Rivoluzione d’ottobre”, avvenuta appunto verso la fine della prima guerra mondiale e nel da Lenin definito “anello debole della catena imperialistica”, in cui crollò il regime zarista; l’Italia sarebbe stata il nuovo “anello debole” in questa prevista terza guerra mondiale. La seconda previsione, su cui però ho ricordi più imprecisi, è quella di un probabile o almeno possibile colpo di Stato in Italia; il che, credo, scontasse l’impressione ricevuta da quello verificatosi nel 1967 in Grecia. Devo dire che, ancora nei primi anni ’70, in molti “giocavamo” un po’ troppo con questo timore.

In ogni caso, fui subito comunque molto contrario e critico dell’idea di entrare in clandestinità prima ancora che l’evento si producesse. Ricordo bene che ero addirittura stupefatto di simili intenzioni. Si poteva capire l’attuazione di preparativi per l’eventualità, preparativi di vario tipo e soprattutto organizzativi; e, se volete, anche in riferimento alla creazione di alcuni “depositi d’armi”. Tuttavia, che si proponesse l’entrata in clandestinità anticipando le mosse “dell’avversario” mi sembrava una trovata balzana, per non dire di più. Dove la mia contrarietà si espresse ancora più netta e senza esitazioni fu sulla previsione di una guerra tra le due superpotenze (con i loro alleati/subordinati al seguito) con il ripetersi di un quadro simile a quello che permise l’“ottobre bolscevico”.

Non ero ancora stato a Parigi da Bettelheim (lo feci nel 1970-71). Tuttavia, ero già ben convinto dell’ingrippamento dell’Unione Sovietica, messo in luce a partire dal XX Congresso (1956) e aggravatosi negli anni successivi. Ricordo vivacipolemiche con coloro che insistevano addirittura sulla superiorità del “socialimperialismo” in quanto “capitalismo di Stato”, pensato quale gradino superiore (e ultimo o supremo) della società capitalistica, con riferimento un po’ scolastico ad una vecchia impostazione del marxismo d’antan. Ho succintamente accennato sopra ai motivi dell’indebolimento dell’Urss (per non parlare dei paesi “socialisti” euro-orientali, in netta difficoltà); li avrei approfonditi ben di più a Parigi, con anche una qualche informazione sulla solo apparente coesione di quei paesi, percorsi dalle correnti che condussero al crollo dell’89 (“campo socialista” europeo) e del ’91 con dissoluzione dell’URSS dopo qualche anno di “agonia” gorbacioviana, scambiata (non da me!) per ripresa del “socialismo”. Nel ’69-’70 non avevo quelle informazioni né avevo approfondito con Bettelheim la corrosa struttura sociale sovietica.Tuttavia ero già convinto della stasi di quel paese e dunque dell’improbabilità, per me pressoché assoluta, di uno scontro mondiale tra le due superpotenze; in realtà, ne esisteva ormai una sola di effettiva, gli USA.  

9. Arriviamo quindi al punto cruciale per quanto concerne la storia italiana di quell’epoca infelice e con il quale interromperò, almeno per adesso, questo racconto. Le direzioni dei partiti comunisti dei paesi euro-orientali avevano la sensazione di pericolo per opposizioni interne, ma soprattutto perché consapevoli di un’Unione Sovietica meno forte di quanto sembrava a prima vista. La rottura con la Cina – in continuo aggravamento, che non terminò nemmeno con la svolta post-maoista del 1976, subito dopo la morte di Mao con arresto della cosiddetta “banda dei quattro (fra cui la moglie di Mao) – rendeva i pericoli ancora maggiori. E bisogna ben dire che la politica Kissinger-Nixon di “apertura” ai cinesi e a una possibile pace in Vietnam – politica non certo fiorita all’improvviso nel 1972 con il viaggio nixoniano a Pechino, poiché occorreva prepararla, senza pubblicità, prima che apparisse alla luce del giorno – rendeva il pericolo ancora più grave. Diciamo pure che gli ostacoli frappostidall’interno al presidente statunitense, e poi la sua eliminazione tramite il “Watergate, diedero al “campo socialista” un periodo di respiro, consentendo fra l’altro all’Urss una stretta alleanza con ilVietnam, dove esisteva una minoritaria, ma forte, corrente filo-cinese nel partito comunista, sconfitta appunto dopo gli approcci tra Cina e Usa, che diedero un loro contributo a possibili sbocchi della guerra in Vietnam con gli accordi di pace di Parigi (gennaio 1973), finiti però male anche (e direi soprattutto) a causa delle difficoltà di Nixon. Quegli accordi condussero comunque al ritiro di buona parte delle truppe statunitensi dal Vietnam del sud; il che alla fine favorì la vittoria dei nordvietnamiti e la loro conquista di Saigon nell’aprile 1975. Il Vietnam riunito si schierò infineapertamente con l’Urss ed entrò in conflitto (perfino una breve guerra di un mese nel 1979) con i cinesi.

Ripeto che tali avvenimenti diedero solo una boccata d’ossigeno al “campo socialista” europeo centrato sull’Urss; e proprio grazie alla miopia di quegli ambienti statunitensi che misero in moto la manovra contro Nixon (con l’azione del Fbi, ecc.). In ogni caso, non si può pensare che i partiti comunisti euro-orientali non avvertissero che cosa stava avvenendo. Immagino che anche importanti settori del partito comunista sovietico (anzi maggioritari nel periodo brezneviano) stessero in allerta ben conoscendo l’azione corrosiva di quelle correnti più tardi (1985) responsabili della nomina di Gorbaciov a segretario del partito. E’ ovvio che la storia avrebbe avuto ben altro andamento se in Urss si fosse compresa la necessità di smantellare quella struttura politica che cristallizzava una situazione non più confacente alla “composizione sociale” ormai in formazione nel paese.

Fra l’altro, si sarebbero dovuti regolare, in qualche modo, i conti con la Jugoslavia (avamposto più importante di quanto nonsi creda, anche durante la direzione titoista, di varie manovre di “infiltrazione” nel blocco sovietico provenienti da “occidente”), accomodare i rapporti pure con la Romania (costretta a rapporti amichevoli con la Cina proprio dall’atteggiamento ostiledell’Urss, sfociato poi apertamente nell’aiuto fornito al colpo di Stato di Iliescu contro Ceausescu durante la “gestione” gorbacioviana). Meno importante l’attrito con l’Albania, comunque anch’essa schierata con la Cina, pur essendo invece critica nei confronti del maoismo; e ne fanno prova gli aiuti datida Enver Hoxha alle frazioni di cosiddetta “linea nera” nei vari, pur irrilevanti, gruppuscoli m-l, soprattutto nei paesi euro-occidentali, Italia compresa.

La posizione di debolezza dell’Urss, accompagnata dalla presenza di correnti filo-occidentali nei paesi europei “socialisti”, rendeva in ogni caso più fastidiosa la presenza nei paesi europei della NATO di partiti comunisti (rilevanti comunque solo in Francia e ancor più in Italia) con tendenza a “sbandare” (ma così nettamente soltanto nel nostro paese) in senso dichiaratoriformista, in realtà di sostanziale accettazione della formazione sociale esistente in occidente, quella che veniva ritenuta “il capitalismo” in aperto antagonismo con il socialismo”; non mi soffermo sulla questione di detta schematica contrapposizione, a tutt’oggi non risolta da politici (e storici) incompetenti e faziosi.

Una Unione Sovietica forte – con il suo “campo” (sfera d’influenza) ben controllato, con un migliore sistema di alleanze (o di non inimicizia) con Cina, Jugoslavia, ecc. – avrebbe determinato un diverso andamento degli eventi storici; per quanto ci riguarda, sarebbero stati meno forti, e immagino menodeterminanti, quegli influssi che invece si produssero negli anni ’70, i cosiddetti “anni di piombo”, in cui si è posto in forte risaltoil dichiarato “terrorismo rosso” (e anche nero in certi casi) per coprire le mene internazionali condotte in varia guisa in quegli anni.

La situazione era invece quella appena delineata: l’Urss apparentemente molto forte, ma in posizione di sostanziale stallo rispetto agli anni della grande ascesa (soprattutto gli anni ’30), della vittoria nella seconda guerra mondiale, dell’allargamento del “campo socialista”, ecc. Nei paesi euroorientali, i partiti comunisti (i loro vertici ovviamente) erano consapevoli delle difficoltà esistenti soprattutto al loro interno, ma comunque aggravate da quanto avveniva, sia pure in modo poco appariscente, nel paese centrale del sistema. Vi fu la succitata boccata d’ossigeno quando si pose in mora la politica nixoniana verso la Cina (e anche il Vietnam), si verificò la creduta grande vittoria dei nordvietnamiti contro il gigante statunitense el’altrettanto sopravvalutata crisi interna statunitense a causa di quella guerra, ecc.

Un conto sono i “movimenti” che si credono sulla cresta dell’onda e blaterano di vittorie sull’imperialismo, in via di presunto indebolimento. Un altro sono i vertici politici delle varie organizzazioni che conoscono la POLITICA (le strategie del conflitto), sanno come questa deve essere condotta, sono ben informati circa le mosse segrete di cui quella vera si sostanzia; e di cui, invece, i poveri “giovinotti” di detti movimenti nemmeno avevano il più blando sentore. O forse sarebbe meglio dire che alcuni ne avevano un qualche sentore, ma secondo quanto avevano deciso di far sapere (e far credere) loro i vari “Servizi”, che sono una delle nervature cruciali di detta POLITICA, quella seria e non fatta di dissennate valutazioni degli effettivi rapporti di forza esistenti.

In nessun momento degli anni ’70, i partiti comunisti, sia all’est che all’ovest, crederono a ciò che magari sostenevanoufficialmente. All’est è probabile che si comprendessero le proprie debolezze e i pericoli che si correvano. E all’ovest forse pure. L’eurocomunismo, cioè in definitiva il suo nucleo centrale, il PCI(con i vertici in mano alla nuova maggioranza), non defletté certamente mai dal suo cauto, coperto, spostamento verso l’atlantismo. Tuttavia, credo che sia rimasta molto in ombra – per il solito motivo che la storia la raccontano i vincitori – l’esistenza,soprattutto proprio in Italia, di frazioni del tutto minoritarie, ma non proprio inconsistenti, in opposizione (anche all’interno di quel partito) a simili approcci verso gli Usa e l’occidente in genere. Non credo però ci fosse una effettiva consapevolezza delle manovre eurocomuniste. Purtroppo, la visione ideologica del tempo faceva credere che la lotta nell’ambito del movimentocomunista fosse una sorta di ripresa dello scontro tra “neokautskismo” (neorevisionismo) e neoleninismo (in buona parte identificato con il maoismo); un errore non decisivo ma comunque rilevante per far prevalere gli ambienti più opportunisti e miserabili del PCI e dei partiti consimili in altri paesi europei.

Fu in ogni caso del tutto impossibile formare un fronte in qualche misura comune al di là delle divergenze, non solo ideologiche ma pure politiche – tra tutti quelli che si opponevanoai piciisti degli anni ’70 e seguenti: chi perché appunto neoleninista, chi invece sostanzialmente socialdemocratico (ad es. gli “amendoliani”) ma comunque relativamente favorevole ad una ostpolitik e chi, come fu un po’ più tardi Craxi, semplicemente antagonista della supremazia del PCI sulla “sinistra” e sospettoso del “compromesso storico”, una buona leva per l’avanzata di tale partito, ormai degenerato, lungo la via di una politica filo-occidentale con tutto ciò che comportò più tardi. Tale divisione fra gli oppositori a quel PCI favorì, infatti, quel che accadde in seguito con il viaggio “culturale” di Napolitano negli USA nel 1978; e soprattutto dopo la fine del “socialismo reale” e dell’Urss. Quanto appena ricordato può forse in parte spiegare anche l’azione di certi Servizi orientali (io penso soprattutto a quelli della DDR e della Cecoslovacchia) per mettere comunque delle “zeppe” tra i piedi del PCI nel suo spostamento a ovest. E tra queste, almeno a mio avviso, ci fu anche un almeno iniziale appoggio alla poco assennata “lotta clandestina” (non solo delle BR), poi ampiamente sfruttata, come già detto, nell’ambito di una conflittualità tra est e ovest, ecc. ecc.

10. Mi fermerei per il momento a questo punto per non allungare eccessivamente il mio “racconto”. Tuttavia sia chiaro che bisognerà riflettere a lungo su quanto è poi accaduto dopo la “caduta del muro” e la dissoluzione dell’URSS. In particolare in Italia, dove si è verificato un vero rovesciamento dei precedenti assetti politici tramite quella viscida manovra giudiziaria (“mani pulite”), che si prolunga ancor oggi in una continua invasione della politica da parte della sedicente “giustizia” e della “Legge”. Di questo abbiamo parlato comunque più volte nei nostri interventi; così come stiamo seguendo i netti mutamenti della politica internazionale, in cui cresce il “multipolarismo” e si accentua un dissidio politico all’interno degli USA forse più acuto che in passato e che mi sembra delineare un certo declino di quel paese, pur ancora il più potente economicamente, militarmente e anche in termini di avanzamento tecnologico.

Siamo tuttavia a mio avviso in un’epoca di “transizione” ad altra, cui dovremo faticosamente riadattarci abbandonando vecchie convinzioni senza lasciarci trasportare in visioni avveniristiche, che nemmeno la fantascienza ha avuto il coraggio di predire con tanta improntitudine e “falsa coscienza”. Lancio un ultimo avvertimento: la storia di tutto il ‘900 è stata gravemente falsificata e distorta da politicanti e storici attivi soprattutto negli ultimi decenni e che si qualificano come “sinistra”. Le nostre popolazioni non sanno un bel nulla di ciò che è stato il nostro passato. Per “risaperlo” e valutarlo adeguatamente dobbiamo rovesciare il predominio di questi falsificatori, che stanno provocando una vera crisi di cultura, di tradizioni di cui nondobbiamo per nulla vergognarci; insomma ci stanno conducendo ad una crisi della nostra civiltà. Reagiamo.

 

 

Antifascismo un cazzo!

giornalismo

 

L’antifascismo aveva rotto il cazzo tanto tempo fa, figuriamoci ora. Indimenticabile il dialogo nel film “Caro papà” di Dino Risi tra Vittorio Gassman e Stefano Madia (padre vero di Marianna Madia, ex ministro della funzione pubblica):

Padre: “All’età tua io ero in montagna a sparare ai tedeschi!“

Marco: “Ci avete rotto i coglioni con i partigiani e con la resistenza … siete diventati peggio dei garibaldini … con una retorica che fa schifo!“

Padre: “Adesso basta! Guarda che non ti permetto di insultare il mio passato.”

Marco: “E il tuo presente fa ancora più schifo del tuo passato.”

L’antifascismo odierno non ha nulla a che fare nemmeno col mito dell’antifascismo costruito subito dopo la II guerra mondiale (appunto già narrazione) che era sofisticazione di quanto avvenuto effettivamente sotto il fascismo. Siamo, dunque, alla sofisticazione della sofisticazione, laddove il reale antifascismo fu quello della resistenza comunista che non voleva liberare l’Italia ma trasformarla in un’altra tappa della rivoluzione sovietica. Liberazione, e festa annessa, un paio di ciufoli! Lo confermava anche Cossiga detto punto allorché testimoniava che il 80% di quelli che combattevano contro il regime erano comunisti, tutti gli altri facevano piuttosto (quasi) finta mentre attendevano gli alleati. Dunque, bene facevano le brigate comuniste a non fare tanta differenza tra camicie nere e parolai cristiani e socialisti quando menavano le mani o sparavano.
Oggi, sentire dire che è in atto un ritorno al ventennio perché c’è Salvini o la Meloni fa veramente venire da ridere o da piangere, a seconda delle situazioni. In realtà, quando vedo qualcuno identificarsi coi partigiani mi vien voglia di ripristinare le torture corporali e tornare al medioevo, altro che quando c’era Lui. Cantano pure Bella Ciao questi deficienti che di eroico non hanno nulla, sono figli de i Parioli che disprezzano la povera gente e i suoi problemi concreti, a meno che non si tratti di rom, immigrati o minoranze create seduta stante. Sono sardine che nuotano in un mare di ideologia invecchiata, pesci in barile che scambiano lo snobismo per la rivoluzione e vorrebbero pure farci la lezione. Essere giovani diventa in questo caso l’aggravante di una idiozia sempre più insopportabile. Poi sono veramente stufo di credere alle sciocchezze accreditate da decenni secondo le quali il fascismo era solo olio di ricino e violenza. Ovunque c’è del buono, anche all’inferno, per cui bisogna essere faziosi fino al midollo per affermare che sotto il fascio tutto era crimine e assassinio. Ci furono fior di intellettuali che appoggiarono il fascismo, molti cambiarono casacca appena in tempo per riconvertirsi alla democrazia trionfante, altri meno fortunati ci lasciarono le penne. Ciò dimostra che anche il fascismo aveva la sua élite che non era composta da picchiatori scimmioni. Balle intollerabili, dunque, quelle degli antifascisti odierni che nascondono ignoranza e saccenza da trenta denari e quattro soldi. Il nemico è il nemico ma questo non vuol dire che esso sia o sia stato esclusivamente un matto da legare perché si è contrapposto a noi o noi a lui. Ugualmente sono stanco di descrizioni che risolvono ogni cosa con la psicopatologia dei dittatori e del loro entourage. Svitato è chi crede che gli statisti del passato siano stati pazzi o assetati di sangue. Ma non voglio dare a questi cialtroni l’incapacità di intendere e di volere e quindi sostengo che non di decerebrati si tratta ma di autentici traditori al servizio di prepotenti. Attualmente gli antifascisti sono partigiani di gruppi di potere antinazionali o nazional-parassitari. Vanno combattuti fino alla fine perché sono infidi e delatori. Stesso ragionamento vale contro chi urla ai delitti della falce e martello, non perché la scure non abbia falcidiato (innocenti e meno innocenti) ma perché non si riducono mai gli eventi epocali a mera cronaca nera o scandalistica. Gramsci odiava gli indifferenti io odio indifferentemente antifascisti ed anticomunisti.
Pasolini, che era un pensatore serio, queste cose le diceva già più di cinquanta anni fa. Noi, invece, siamo tornati indietro, o meglio, siamo finiti in una dimensione parallela in cui la Storia è un editoriale di un giornalista sinistrato o (mal)destro che sente le voci e vedi i fantasmi. Rossi o neri, non ha importanza.
Questo presunto fascismo contemporaneo è frutto di allucinazioni oppure è nero di seppia
spruzzato apposta per disorientare. Che sardine! Al di sopra di quest’ultime ci sono le solite piovre che spargono l’oscurità per confondere le coscienze.

Ed ora la parola al Poeta, morto anni fa ma più vivo che mai, più degli zombie che blaterano ancora di rigurgiti totalitari:

“Molti, troppi giornalisti hanno finito col rappresentare, un po’ alla volta, questo mondo nemico che vuole che i suoi personaggi siano come lui crede che siano.”

“Che vi vengano figli fascisti, che vi distruggano con le idee nate dalle vostre idee, l’odio nato dal vostro odio.” (1962).

“L’omologazione «culturale»…riguarda tutti: popolo e borghesia, operai e sottoproletari. Il contesto sociale è mutato nel senso che si è estremamente unificato. La matrice che genera tutti gli italiani è ormai la stessa. Non c’è più dunque differenza apprezzabile – al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando – tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, interscambiabili. Nel comportamento quotidiano, mimico, somatico non c’è niente che distingua – ripeto, al di fuori di un comizio o di un’azione politica – un fascista da un antifascista”

“nel caso che in Italia fosse stato restaurato, a suon di bombe, il fascismo, [si sarebbe stat[i] dispost[i] ad accettare l’Italia della sua falsa e retorica nostalgia? L’Italia non consumistica, economa e eroica (come lui la credeva)? L’Italia scomoda e rustica? L’Italia senza televisione e senza benessere? L’Italia senza motociclette e giubbotti di cuoio? L’Italia con le donne chiuse in casa e semivelate? No: è evidente che anche il più fanatico dei fascisti considererebbe anacronistico rinunciare a tutte queste conquiste dello «sviluppo». Conquiste che vanificano, attraverso nient’altro che la loro letterale presenza – divenuta totale e totalizzante – ogni misticismo e ogni moralismo del fascismo tradizionale. Dunque il fascismo non è più il fascismo tradizionale.”

“I giovani dei campi fascisti, i giovani delle SAM, i giovani che sequestrano persone e mettono bombe sui treni, si chiamano e vengono chiamati «fascisti»: ma si tratta di una definizione puramente nominalistica. Infatti essi sono in tutto e per tutto identici all’enorme maggioranza dei loro coetanei. Culturalmente, psicologicamente, somaticamente – ripeto –non c’è niente che li distingua. Li distingue solo una «decisione» astratta e aprioristica che, per essere conosciuta, deve essere detta. Si può parlare casualmente per ore con un giovane fascista dinamitardo e non accorgersi che è un fascista. Mentre solo fino a dieci anni fa bastava non dico una parola, ma uno sguardo, per distinguerlo e riconoscerlo.” (1974).

“Esiste oggi una forma di antifascismo archeologico che è poi un buon pretesto per procurarsi una patente di antifascismo reale. Si tratta di un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà mai più… “buona parte dell’antifascismo di oggi, o almeno di quello che viene chiamato antifascismo, o è ingenuo e stupido o è pretestuoso e in malafede: perché dà battaglia o finge di dar battaglia ad un fenomeno morto e sepolto, archeologico appunto, che non può più far paura a nessuno. È, insomma, un antifascismo di tutto comodo e di tutto riposo.” (1974).

Sotto la Banca qualcuno crepa

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Un’altra banca è saltata. Questa volta siamo nel profondo sud, in quella Puglia che fa affari ed intraprende come una piccola Lombardia. Solo dove c’è spregiudicatezza e rischio la vita pullula. Il problema però non è l’azzardo che contempla la possibilità del fallimento ma il voler farla franca mettendo in piedi sistemi di relazioni e protezioni politiche che trasformano l’alea speculativa in vera truffa o raggiro. La finanza, come scrive Gianfranco la Grassa nei suoi libri, è quel settore della sfera economica che ha a che fare col denaro ed i suoi duplicati. Per sua natura (o meglio, per la sostanza dei rapporti sociali nel capitalismo) la forma dominante di merce dei prodotti implica l’uso generalizzato del denaro e la sua duplicazione (i suoi derivati immateriali), che contribuisce a far emergere un settore specializzato, quello appunto finanziario, dove il denaro compie il “miracolo” di moltiplicarsi da se stesso. Questo è richiesto agli operatori di tale campo, fare più soldi dai soldi. Non c’è immoralità in questo gioco che risponde a leggi sistemiche, semmai immorali sono alcuni individui che rosicano ma non risicano mai in proprio facendo ricadere sugli sprovveduti le sconfitte dei loro progetti, mettendo immancabilmente al riparo i propri profitti. Nello scandalo della Popolare di Bari ritroviamo infatti alcuni nomi che già in passato hanno agito così, mandando a ritrecine istituti e finendo a guidarne altri più grossi, grazie alla politica. Questo fa letteralmente saltare la regola secondo la quale sopravvivono solo i migliori. Come si può capire, in Italia la raccomandazione senza merito, la segnalazione che non si può rifiutare, il favore da ricambiare ecc. ecc. riguardano tutti gli ambiti e ciò contribuisce ad indebolire il Paese (avviene anche altrove ma con i giusti correttivi). I risparmiatori devono evitare di farsi circuire dai guadagni facili e dagli investimenti insicuri se non hanno gli strumenti per muoversi in questo mondo in cui sguazzano pescecani e remore senza remora.
Sentendo le intercettazioni dei vertici della Popolare, che includono vecchie conoscenze di altri disastri finanziari, cadono i dubbi sulla capacità di questi signori di amministrare i soldi altrui, soggetti che non si fanno scrupoli a sfruttare la propaganda green (del green non me ne frega un cazzo ha detto giustamente uno di questi) per fare danari.
Ora lo Stato dovrà mettere riparo a quest’altro dissesto privato. Si inizi allora dagli ultimi come sotto, se non ricordo male, Luigi XV il Beneamato, nella débâcle della Banca General avvenuta nella prima metà del ‘700. Uno dei pochi casi della storia. Vedremo se il premier farà qualcosa in questo senso oppure darà pochette di consolazione ai cittadini gabbati. C’è il precedente delle brioches di una Regina, lui in quanto Conte potrebbe non essere da meno.

Salvezza antinazionale

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Diceva il Grande Timoniere Mao Tse Tung: bastona il can che annega. Salvini, anche se preso da anticomunismo viscerale, dovrebbe fare tesoro di certe massime e perle di saggezza anziché mettersi a fare il finto padre della patria, in momenti come questi, proponendo comitati di salvezza nazionale a chi è causa dello sfacelo pubblico. Questo tipo di cedimenti segnala la differenza tra il vero uomo forte (che comprende di essere strumento di un cambiamento necessario) e il pollo che vuole l’egemonia del gallinaio. Il vero leader è il suo stesso progetto, in questo senso, egli non è più solo un uomo ma la personificazione di una visione che si incarna in fattezze umane e, soprattutto, disumane, per modificare la situazione circostante.
Si dirà che quella di Salvini è una tattica per mettere alle strette i nemici dell’Italia. In verità, è l’Italia ad essere da tempo alle strette a causa di una classe dirigente sottomessa all’Ue e incapace di rilanciare il suo ruolo in Europa e nel mondo, da troppi decenni. Insomma, non si può invitare Jack lo squartatore ad un tavolo per discutere come ridurre il tasso di omicidi in città. Giustamente, scrivono Becchi e Palma, su Libero, con questa mossa Salvini rischia molto. Il capo leghista sta facendo incetta di consensi non per la sua ragionevolezza ma perché sta raccogliendo la rabbia e la disperazione di un elettorato spremuto da governanti parassiti, impostori, insensibili ai venti di crisi che stanno spazzando il Belpaese.
Già Salvini non ha un programma politico all’altezza dei tempi, se dovesse anche perdere la capacità di catalizzare gli umori popolari di lui non resterebbe nulla. Inoltre, non ci si può mettere a dialogare con forze che si sono unite soltanto per contrastare la sua ascesa e non ci si può fidare di chi in passato ha dimostrato di essere incline al tradimento. Forza Italia, continua a fare il doppio gioco. La Carfagna, segretamente sostenuta da Berlusconi, si prepara a fornire linfa parlamentare all’Esecutivo in difficoltà. I 5S perdono pezzi e si legano al Pd per non far finire la legislatura, rinnegando i valori del fondatore Casaleggio ed i principi di trasparenza sui quali erano nati. La creatura di Renzi è un piccolo blob pronto a divorare chiunque gli si avvicini per rigurgitarne le ossa e provare ad espandersi. Fratelli d’Italia è l’unico partito con cui il nipotino del Senatur può intendersi. Con chi vuole, dunque, discutere Salvini? Farebbe prima a tagliarsi i coglioni e a servirli ai suoi nemici. Salvini dovrebbe continuare ad “andare verso il popolo”, per dirla ancora con Mao, magari con più intelligenza strategica e meno tatticismi del piffero, utili per lui ma non per l’Italia. Quest’ultima ha bisogno di aria nuova non di ulteriori aree di compromesso tra suoi affossatori.

TEORIA E PRATICA, LE DUE “LAME” DELLA POLITICA

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1. Per comodità (teorica) ho sempre utilizzato la tripartizione della società in tre “sfere” (tre grossi ambiti, mai concretamente separati da nette delimitazioni di confine): quella politica, quella economica (con sottosfere produttiva e finanziaria), quella ideologica, che a volte denomino ideologico-culturale per indicaresia tutto ciò che si muove nel campo delle idee, dei punti di vista, delle battaglie fra queste(i), sia i depositi accumulatisi durantequesto movimento nel corso di lunghi periodi di tempo in dati ambiti sociali forniti pure di un territorio (di solito si tratta di quelli che chiamiamo paesi e, da un certo periodo in poi, spesso pure nazioni).

Ogni sfera è costituita da gruppi di apparati, di strutture organizzate che perseguono date finalità. Nella sfera politica, simili organismi si addensano attorno allo Stato (della cui formazione storica non discuto), che ufficialmente serve all’espletamento di funzioni generali di mantenimento di una data società abitante in un certo paese. Vi sono poi le organizzazionidette partiti, costruite appunto per accaparrarsi il potere nella gestione dello Stato (e delle sue funzioni generali svolte nell’ambito dei diversi paesi). In determinate congiunture – e anche a seconda di una serie di specifici depositi culturali formatisi nei vari e differenti paesi – un partito esclude tutti gli altri e assume il completo controllo dello Stato; in altrecongiunture si svolge invece una competizione tra vari partiti, in genere soggetta a regolamentazioni diverse da paese a paese e da fase storica a fase storica. Si possono quindi avere le cosiddette dittature o invece le (altrettanto cosiddette) democrazie.

Democrazia dovrebbe significare “governo del popolo”, ma il “popolo” è soltanto un termine del tutto astratto nel senso peggiore di questo termine. In definitiva il “popolo” non esiste minimamente. Il termine da utilizzare semmai è popolazione, che presuppone un insieme di individui divisi in vari comparti e gruppi sociali; si tratta comunque di individui situati in un dato contesto geografico-sociale e culturale, dichiarati tutti eguali fra loro e dotati di eguali diritti e doveri, ma comunque sempre fra loro differenziati per la posizione occupata sia in senso verticale (i diversi strati divisi in base alle condizioni di vita) sia in senso orizzontale. L’eguaglianza, puramente formale e formalmente dichiarata senza alcuna sua reale sostanzialità, è soprattutto la definizione di stampo liberale, quindi fondata su una specifica ideologia particolarmente semplificatrice e rudimentale.

Per altri la popolazione è un variegato insieme di gruppi sociali che possono essere classificati secondo diversi criteri; e tra i quali corrono rapporti pur essi soggetti ad analisi teorica in base alle esigenze di chi intende studiare quella data società e precisare le sue caratteristiche considerate più essenziali e decisive, le più opportune per individuare la direzione di sviluppo che si ritiene più propria della società in questione. Secondo questa seconda concezione, più complessa e articolata di quella liberale, non è affatto decidibile in modo univoco e inalterabile qual è il regime – “dittatoriale” o “democratico”, ognuno dei due in varie configurazioni e modulazioni possibili – più adatto nei diversi paesi e nelle differenti congiunture o nelle (più ampie) fasi storiche.

Nella sfera politica, in ogni caso, gli Stati sono ancor oggi gli assembramenti (strutturati) di apparati fondamentali nel governo dei vari paesi e dunque nelle relazioni tra essi. Si è cercato di fingere il loro superamento con la creazione di organismi internazionali. Il clamoroso fallimento della Società delle Nazioni– istituita dopo la prima guerra mondiale – e oggi, sempre più visibile, quello dell’Onu dimostrano l’inanità di tale ideologica finzione; dove qui ideologia sta nel suo significato peggiore di autentica e consapevole maschera con cui si cerca di coprire l’uso di tali organismi detti internazionali, almeno per quanto riguarda le decisioni più rilevanti, nell’interesse di uno (o pochi) dei paesi ivi rappresentati (nell’attuale fase storica soprattutto gli Stati Uniti). Lo stesso dicasi della nostra povera UE, nata in stato di subordinazione rispetto a detta potenza, malgrado gli sforzi compiuti da dati partiti dei paesi europei per far credereall’autonomia europea. Oltre a tutto, questo miserabile organismo detto unitario non rappresenta affatto “democraticamente” la volontà dei paesi del nostro continente, tutti dichiarati eguali fra loro, tutti con pari diritti e poteri. Mentre in realtà, prevale sempre la volontà di alcuni di essi, soprattutto Germania e Francia. Oggi poi, la frattura grave che si sta producendo nella nazione predominante, gli USA, sta creando la massima confusione e accentuate frizioni in questa finta unità europea.    

Passando alla sfera economica – che va appunto suddivisa, dato il carattere mercantile generalizzato delle economie definite capitalistiche, in produttiva e finanziaria – gli apparati fondamentali sono quelli definiti imprese, di cui ancora una volta la concezione più semplicistica, quella liberale, predica la“virtuosa” concorrenza nello spazio del sedicente “libero mercato”, uno spazio di cui si immagina l’autonomia e autosussistenza in base a semplici criteri di efficienza nella conduzione della gestione aziendale, e dunque il prevalere di queste o quelle imprese nella produzione di beni e servizi, comunque di mercia costi, e dunque a prezzi, più bassi.

In realtà, la concorrenza è un conflitto in cui conta solo parzialmente l’efficienza economica (caratterizzata dal principio del “minimo mezzo”), largamente coadiuvata invece da più complesse attività di questi apparati nei loro svariati rapporti con le altre sfere sociali e, in particolare, con quella politica. Tuttavia, vi è troppo spesso la tendenza a vedere la sfera economica come quella principale e dominante nella società e a trattare dei suoiapparati, le imprese, in termini di organismi strutturati secondo determinati criteri riconducibili appunto all’efficienza. I rapportitra l’economia e le altre sfere sarebbero relazioni tra individui o gruppi di individui, che si considerano caratterizzate da“sentimenti” d’ordine personale: in modo speciale, il desiderio di acquisire potere ma ancor più ricchezza; è anzi quasi sempre quest’ultima ad essere messa in primo piano poiché lo stesso potere sarebbe acquisibile tramite essa, dunque sarebbe una variabile subordinata. Al servizio di ogni ambizione, sostanzialmente rinviabile agli individui, si mette l’inganno, la menzogna, la corruzione, la costrizione (quando possibile), ecc.

Poiché ogni ambizione sarebbe comunque condizionata dalla ricchezza posseduta, si tratta di quest’ultima nella sua disponibilità secondo i criteri di più rapida e flessibile utilizzabilità, che è ovviamente – in una società di generalizzazione mercantile dell’attività produttiva – quella monetaria o assimilabile a quest’ultima; cosicché, in definitiva, si enfatizza sempre la funzione spettante alla sfera finanziaria come se fosse la fonte di ogni potere, nel senso migliore o peggiore del suo uso. Alla fin fine, tutti gli accadimenti sociali più rilevanti – compresi gli eventi detti bellici – vengono attribuiti al denaro, al desiderio di accumularlo e al modo del suo utilizzo che provocherebbe spesso le più acute crisi di tutti i generi. La sfera finanziaria viene quindi pensata quale principale sfera sociale, predominante, causa dei maggiori accadimenti; e poiché di ogni accadimento si tende generalmente a porre in primo piano l’aspetto “demoniaco”, la sfera finanziaria e l’ingordigia di denaro sono considerati le più decisive fonti dei mali sociali di tutti i generi.

Infine vi è la sfera ideologica e, in senso più generale, quella culturale in quando deposito di lunghissimo periodo dello scontro ideologico legato alle successive epoche storiche, attraverso cui sono passate le varie formazioni sociali. Tale sfera non ha suoi specifici apparati, poiché questi o fanno parte della struttura delloStato o sono organizzati in forma di impresa. La sua precipua caratteristica è rappresentata dall’occupazione di particolari ruoli, comunque utilizzati negli apparati di tipologia politica o economica, da parte degli intellettuali in quanto personaggi espletanti le funzioni speciali attinenti alla lotta ideologica e alla trasmissione intergenerazionale di quei saperi e pensamenti(“depositati”) che fanno parte di una determinata cultura. Gliintellettuali sono generalmente incardinati negli apparati in questione e sembrano (solo sembrano!) liberi di svolgere le loro elucubrazioni; mentre invece, salvo eccezioni (più numerose in periodi di crisi e trapasso tra formazioni sociali diverse), tali personaggi svolgono talvolta inconsapevolmente, più spesso con aperta malafede e autentica infamia – funzioni che coadiuvano la riproduzione di una data struttura di rapporti sociali che vede come dominanti appunto le classi al cui servizio, assai ben stipendiato, la maggior parte d’essi recita la parte di grandi pensatori e portatori di avanzata cultura.

Nelle fasi storiche, in cui finalmente date classi dominanti ormai marce e infette vengono travolte da movimenti di rinascita rivoluzionaria, i sopravvissuti di quelle classi – che magari ancora prevalgono in dati paesi – sostengono che il pensiero deve restare “libero” e accusano i rivoluzionari di essere dei repressori dello stesso. Quel “libero” pensiero è soltanto quello pagato dai dominanti in putrefazione e va quindi trattato con la massima durezza e messo ai margini per lasciare posto ad un vero nuovo pensiero “liberatore”; ma liberatore semplicemente perché (e quando) coadiuva l’eliminazione drastica di quella classe ex dominante, i cui resti sono solo “malattia” sociale.

 

2. Se questa è la configurazione – teoricamente considerata e analizzata – delle diverse sfere costituenti la società, ben diverso, come sempre abbiamo rilevato, è il senso (significato e direzione di orientamento) più specifico di quella che chiamiamo solitamente politica. Intendiamo riferirci alla già più volte indicata serie di mosse compiute da dati “attori” sociali, serie di mosse coordinate in quella che denominiamo strategia e che gli agenti mettono in opera nel loro confronto (scontro) teso a prevalere gli uni sugli altri. La strategia non ha nulla a che vedere con movimenti compiuti a casaccio, nel più completo disordine, pura reazione primitiva, quasi istintiva, ad uno stimolo proveniente dall’esterno, che spesso è l’agitazione altrettanto caotica di altri contendenti. La strategia implica un ordine di successione delle mosse; non certo deterministico, ma comunque sempre fondato su una studiata concatenazione delle stesse, sullaricerca, tramite esse, della massima possibile efficacia (concettodel tutto differente da quello di efficienza) in relazione alla finalità perseguita: il successo e la conquista del predominio.

Prima di attuare una strategia è dunque indispensabile pensarla e costruirla in quanto coordinazione di movimenti tesi ad un fine ben prestabilito. Nulla si pone realmente in essere senza la preliminare esplorazione del campo della sua applicazione. All’esplorazione segue una più minuta analisi di detto “campo”, cioè degli elementi fondamentali che lo strutturano e gli attribuiscono date caratteristiche salienti, senza stabilire preliminarmente le quali non ci si può muovere se non disordinatamente e nelle più diverse direzioni, ponendosi alla mercé di altri contendenti che si applichino scientificamente allo studio della strategia da svolgere in quel campo. Oltre al campo è quindi indispensabile tener conto e valutare, al meglio possibile, la posizione, la forza e le intenzioni strategiche degli altri avversari in gioco in esso e in quella contingenza temporale (a volte un’intera fase storica). Tutto questo è sufficiente? Nient’affatto, è importante ma non sufficiente.

Se ci si limita ad operare secondo quanto sinteticamente appena accennato, si ha evidentemente una concezione della “realtà”, in cui ci si muove, quale mera interazione tra gli agenti in conflitto; insomma, una sorta di vettore di composizione delle diverse forze in campo. Tale concezione rinvia di solito allaconvinzione di poter eliminare ogni iato tra “soggetto” e “oggetto”, sostenendo la loro indissolubile unità, una separazione soltanto fittizia coltivata dagli individui sulla base di mere apparenze. La “realtà” sarebbe invece unitaria, non esisterebbero, appunto in realtà, soggetto e oggetto: ognuno dei due si compenetrerebbe con l’altro. Questa è a mio avviso la concezione più ingenua e primitiva, fonte di innumerevoli disastri. Perché, comunque si vogliano mascherare simili tesi, esse si rifanno all’idea fondamentale secondo cui è in definitiva il soggetto acreare il proprio oggetto. Del resto, anche chi sostiene invece che l’oggetto è dato in sé e il soggetto deve immedesimarsi in esso, aderire cioè intuitivamente ed in via immediata ad esso si crea un falso oggetto (un simulacro di “realtà”), che non è altro se non il pensiero del soggetto “condensatosi” in un oggetto cui egliattribuisce forma e sostanza.

Per quanto mi riguarda, sono favorevole ad un deciso dualismo, ad una netta separazione tra soggetto e oggetto. Con la precisazione che il soggetto è attivo, non aderisce passivamente (con finzione più o meno consapevole) all’oggetto, con cui si dovrebbe compenetrare e unire, in pratica fondere. Perfino ilsoggetto contemplativo agisce tanto quanto l’attivo per eccellenza; crede (o finge) di soltanto aderire alla realtà che scorre, in effetti vi interviene, pur con la sua inazione, la interpreta e tenta di piegarla ai suoi scopi pur apparendo semplice osservatore inerte. E’ sovente un subdolo attore, uno dalle cui mene guardarsi, poiché magari tenta, con questo suo comportamento, di sollevare e orientare l’azione di altri soggetti contro coloro che agisconosenza mascheramenti di sorta. E se anche non lo fa consapevolmente, è egualmente, a volte ancor più, pericoloso. Il contemplativo non va mai ignorato da chi confligge e lotta per la supremazia; in certi casi, va eliminato per primo, così come anche chi predica l’amore, la cooperazione e simili, armi micidiali nelle mani di mentitori “universali”.

Una volta accettato, come orizzonte ineliminabile, il dualismo soggetto/oggetto, si deve fare attenzione a non coltivare ingenuamente il loro rapporto. Secondo me, l’affermazione di Marx (Introduzione del ’57” a “Per la critica dell’economia politica”), secondo cui è possibile la “riproduzione del concreto nel cammino del pensiero”, appartiene a questa concezione ingenua. Il “concreto” dovrebbe essere l’oggetto – la realtà a noi esterna, il campo in cui agiamo – in quanto caratterizzato dagli elementi che lo strutturano, ivi compresi gli altri attori contro cui si lotta. In effetti, non riproduciamo affatto questo concreto, ce lo rappresentiamo soltanto; e la sua struttura (da noi costruita)nasce dal nostro bisogno di agire nella stabilità, fingendo che quel campo resterà tale almeno per un congruo periodo di tempo: attimi in un duello alla spada, magari decenni o secoli nella considerazione di date “realtà naturali”, che portiamo alla nostra attenzione (costruttiva) per utilizzarle secondo “storicamente determinate finalità.

L’importante è essere coscienti che tale rappresentazione non è la realtà, ma nemmeno un semplice fantasticare; è il modo di porsi nelle condizioni necessarie ad agire. Talvolta sembra che non vi sia alcun movimento, invece sempre in essere. Ho citato altre volte l’esempio di un uomo in piedi, immobile sull’attenti. Sembra fermo, ma vi è invece un incessante moto dei suoi muscoli per creare quell’apparenza. Il movimento affatica e l’apparente immobilità può a volte concludersi con un vero e proprio crollo.Nemmeno il fantasticare è una “fuga dalla realtà”, è un altro modo di porsi in azione; talvolta dovuto al riconoscimento anticipato di una sconfitta, talaltra quale tentativo di sormontare le difficoltà che sembrano condurre alla sconfitta. Non complichiamo però il discorso, altrimenti non ne usciamo più.

In definitiva, non vi è mai riproduzione (peggio ancora, rispecchiamento) di una realtà; e nemmeno vi è immedesimazione immediata del soggetto con il suo oggetto. E la si smetta pure con l’improprio riferimento al principio di indeterminazione della microfisica quantistica, su cui si sono sbizzarriti fior di filosofi convinti di possedere sufficienti cognizioni scientifiche invece assenti; come messo in luce brillantemente, per quanto mi riguarda, da Sokal e Bricmont nel loro Imposture intellettuali di un bel po’ d’anni fa. Si deve partire, innanzitutto, dall’intreccio conflittuale delle azioni di più “soggetti” che a tal fine si pongono all’esterno di una “realtà”, da loro costruita nel modo più realistico possibile in quanto campo di stabilità su cui attestarsi per meglio procedere poi a pensare lo scontro in atto e a muoversi adeguatamente in esso; a volte si tratta di uno scontro tra posizioni teoriche, tra idee e punti di vista, che tuttavia rappresentano, magari mediante una serie di passaggi intermedi, un più acuto e diretto “conflitto tra gruppi” per assumere una posizione di supremazia.

Prendiamo ad es. le concezioni tipiche dell’economia neoclassica. Questa immagina la preliminare assenza del mercato – la cui generalizzazione, attraverso processi storici di trasmutazione della formazione sociale precedente in quella capitalistica, è invece la reale causa delle teorizzazioni di tale scuola di pensiero – e formula una serie di leggi economiche, eterne e immutabili, a partire dalla supposta relazione tra un individuo (un soggetto umano), dotato di bisogni, e i mezzi atti a soddisfarli. Queste leggi sono poi utilizzate per studiare la competizione nell’ambito del supposto “libero mercato”. Tale impostazione teorica, senza immaginare una subdola attività di contrapposizione ad altra teoria (di fatto, quella marxista), ècomunque servita a spostare l’asse della riflessione da un campo occupato dalle classi sociali pensate quali soggetti collettivi dominanti e dominati (“sfruttatori e sfruttati”) fra loro in lotta antagonistica – allo spazio di una competizione (concorrenza) tra singoli soggetti liberi ed eguali.    

3. Ogni volta che noi ci rappresentiamo una data “realtà”, in quanto campo in cui si lotta per la supremazia secondo le modalità sopra sinteticamente delineate, si può essere sicuri che tale costruzione mostrerà entro un dato periodo di tempo, non determinabile a priori, precisi limiti. L’insistenza nel voler aderire ad essa a tutti i costi – tipico atteggiamento di coloro che dimenticano il suo carattere di utilità per l’azione (sempre ricordando che tutto è azione, anche ciò che appare contrario a simile definizione come ad es. la contemplazione) per credervi fideisticamente – conduce infine alla sconfitta i suoi adepti e alla progressiva scomparsa di simile rappresentazione. Per restare sufficientemente elastici e pronti al mutamento di impostazione di pensiero in merito a date realtà, è necessario un supplemento di ipotesi.

Dobbiamo supporre l’esistenza di un mondo a noi irriducibile, al cui mutamento certo noi contribuiamo agendo (in lotta reciproca), ma in modo tutto sommato “non essenziale”; un mondo, che noi siamo obbligati a sottoporre ad attività dettaconoscitiva senza la pretesa di attingere il suovero essere”. Un mondo da presumere in continua oscillazione, vibrazione, sommovimento o come vogliamo definire la sua incessante mutevolezza che non trova mai momenti di effettivo e costante equilibrio. In certi suoi comparti (ad es. i “cieli”, ma non solo) tale mondo conosce oscillazioni e mutamenti con vibrazioni di tale durata temporale che alla nostra “sensibilità” (pur strumentalmente molto potenziata) esso appare sufficientementeequilibrato e stabile, dotato di un movimento costante, fissato non a caso in “leggi” (fisiche). Tuttavia, ciò non ci deve indurre a pensare il contrario di quanto sopra indicato, altrimenti potremmo irrigidirci spesso in costruzioni teoriche che mostrano infine una decrescente capacità di orientare il nostro muoverci nel mondo.  

Senza dubbio, saremmo in forte disagio se ci atteggiassimo a“soggetti agenti” nello squilibrio, nella vibrazione e oscillazione. E’ quindi per noi obbligatorio fissare delle “leggi” (di movimento), costruendo un campo di possibile agibilità. In definitiva, supponiamo appunto un mondo capace di equilibrio e di movimento costante, che sarebbe possibile conoscere nella sua realtà, dotata di stabilità e immutabilità dei suoi caratteri essenziali pensati come atemporali. E quando detta “realtà” è la società – in cui noi siamo più direttamente inseriti in quanto soggetti capaci di organizzazione e cooperazione o invece di conflitto dobbiamo essere specialmente consapevoli, nel nostro ragionare, che si tratta di un mondo instabile e oscillante. E’ quindi indispensabile dedicarsi con particolare flessibilità alla COSTRUZIONE – al cui scopo servono appunto le teorie,formulate in base ad IPOTESI, non invece con la pretesa diattingere il VERO! – dei campi di stabilità necessari all’agire:giorno per giorno o per intere fasi storiche (con le varie gradazioni intermedie). Senza però fissarsi ostinatamente sulle costruzionirealizzate, che saranno sempre superate dai cosiddetti avvenimenti – in tempi più o meno lunghi a seconda dei campida questi interessati richiedendo dunque periodiche revisioni sovente molto radicali.

Prendendo a prestito un’espressione utilizzata in ben diversi contesti, “in ultima analisi” ciò che decide del realismo di una data teoria, in quanto guida della nostra azione, è il successo o meno di quest’ultima nel conseguimento degli scopi con essa perseguiti.Stando sempre ben attenti al modo di porci “in teoria”. Innanzitutto, “realismo” non significa riproduzione della “realtà”, quella vera e indubitabile. La realtà è un qualcosa di fluido, melmoso, sfuggente, in continuo movimento e trasmutazione, un qualcosa in cui ci si impantana se si ha la pretesa di aderire ad esso. Il realismo implica soltanto che non fantastichiamo, ma cerchiamo di immobilizzare il mutevole e fluido in modo tale da poter comunque conseguire dei successi, con la consapevolezza che essi sono in ogni caso temporanei. Del realismo fa parte pure la presa d’atto che la stabilità, attribuita dalla teoria al mondo in cui ci “agitiamo”, è obbligatoria per quanto riguarda le modalità del nostro agire, non attingendo però alcuna “realtà vera”; quest’ultima, anzi, deve essere supposta sempre in scorrimento vibrante, sussultorio, squilibrante, per cui ogni teoria va appuntoconsiderata transitoria.

Ci sono senz’altro i “grandi pensieri” di genere assai diverso: che so, sulla morte, su quanto ci dovrebbe accadere dopo di essa, sul senso “ultimo” dell’immenso mondo in una infima parte del quale siamo immersi, un senso sul quale sono ovviamente ammesse le complesse elaborazioni mentali che più aiutano gli esseri umani a vivere in varie epoche e in diverse società, con differenti “depositi culturali”. Ecc. ecc. Nessuno vuol negare la rilevanza di simili pensieri, che vi sono sempre stati e sempre saranno; e sono spesso le “radici più profonde” di una certa civilizzazione. Tuttavia, la teoria ha poco a che vedere con essi, deve tenersene lontana; deve attenersi allo scopo dell’agire nel mondo cosiddetto concreto, un agire che, lo ripeto, deve crearsi un’immagine stabile, irrigidita, dunque “non vera”, di quest’ultimo. La stabilità serve, sempre “in ultima analisi”, a combattere un conflitto per la preminenza tra “gruppi sociali”, variamente configurati in base al ruolo economico, politico o ideologico svolto in date società e in determinate epoche storiche.

Alcuni gruppi vogliono conservare l’ordinamento socialeesistente, altri mutarlo; a seconda delle convenienze ritenute confacenti ai diversi gruppi in conflitto. All’interno dello scontroper l’ordinamento sociale, si svolgono lotte diverse e peculiari riguardanti settori specifici della società. Fra questi settori vi èanche quello in cui la lotta per la supremazia prende a proprio oggetto la validità o meno di questa o quella teoria; anche nell’ambito delle teorie riguardanti le cosiddette “realtà naturali”.Per fare un semplice esempio, nel “Galileo Galilei” di Brecht, malgrado l’eccessiva semplificazione dei termini e modalità dello scontro, si colgono alcuni aspetti sociali (e politici) dell’aspro conflitto intorno alle tesi dell’eliocentrismo. I “grandi pensatori” devono limitarsi a tentare di interpretare il cosiddetto “spirito del mondo”, che non è poi altro che l’insieme delle credenze caratteristiche di determinate “epoche storiche della formazione sociale”. Tenendo ben conto che tali formazioni sociali non sono mai state finora unificate in una sola, differenziandosi invece per la loro sussistenza in diversi contesti geografico-sociali,caratterizzati da una storia relativamente comune e da conseguenti “depositi culturali” non divaricati oltre certi limiti (ma sempre sufficienti a creare contrasti e lotte per l’affermazione del proprio “essere”, quello supposto tale e superiore agli altri).

Non sono però questi “grandi pensatori” a far vincere determinati portatori soggettivi delle più cogenti esigenze di date formazioni sociali particolari (da ormai molto tempo riconducibili di fatto ai paesi o anche nazioni) e di dati gruppi sociali all’interno di queste; il successo o meno è compito di chi elabora le strategie del conflitto, cioè degli agenti della POLITICA nel suo senso più specifico che riguarda ogni ambito (sfera) della società: politica (in minuscolo, cioè gli apparati della stessa: quelli dello Stato, i vari partiti, ecc.), l’economia (imprese in testa) e l’ideologia (più in generale diciamo cultura). Sono soprattutto le prime due – e nel capitalismo, nell’epoca della formazione sociale più moderna, ha acquisito certo notevolerilevanza la seconda – ad avere un più alto impatto nella lotta per la vittoria (nella “guerra” e non in “singole battaglie”). I “grandi pensieri”, quelli che poi impregnano a lungo i “depositi culturali” di diverse formazioni sociali, sembrano orientare e muovere “grandi masse”; in definitiva, però, se un conflitto di lunga lena o di particolare acutezza e rilevanza viene perso, per incapacità o condizioni sfavorevoli alla lotta, da determinati gruppi di agenti delle strategie (della POLITICA), le “masse” influenzate da questi ultimi si disperdono e poi si riuniscono, sia pure magari in periodi lunghi, sotto l’egida di nuove “formazioni ideologiche” che coadiuvano di solito la stabilità del successo degli agenti vittoriosi.

4. Quando si sostiene, e del tutto correttamente a mio avviso, che la “politica è sempre e comunque al posto di comando”, è necessario intendersi bene su tale affermazione. Non significa, secondo me, che gli apparati della sfera politica, e dunque i soggetti posti in ruoli di comando in questi, occupano un posto privilegiato rispetto a quelli di altre sfere della società. Il reale senso dell’affermazione sta nella POLITICA in quanto sequenza di mosse facenti parte di una strategia adeguata a combattere ilconflitto nella società (in una determinata area geografico-sociale più o meno vasta, al limite “superiore” la società mondiale) per assumere il controllo di sue parti decisive. Questo tipo di POLITICA permea l’intera formazione sociale e dunque le sue varie sfere; sempre ricordando che la suddivisione di una società in queste sfere ha carattere largamente strumentale, è pur sempre unfare teoria”.

Il fatto che, nello svolgimento della POLITICA, abbia prevalenza o l’una o l’altra delle sfere sociali (con i loro apparati e i loro agenti nei ruoli di comando degli stessi) è “fatto” connesso alle diverse epoche in molti casi specifiche congiunture storiche “concrete”, tenuto conto dei rapporti di forza intercorrenti tra le diverse formazioni particolari (paesi) e tra i vari gruppi sociali al loro interno. E’ in questo contesto che ha senso quanto disse Lenin in merito alla “analisi concreta della situazione concreta”. Guai ad interpretare tale frase nel suo senso più piattamente empirico, al di là di quelle che potevano essere le intenzioni del grande rivoluzionario. Partiamo, per fare un esempio ben noto, da una delle conclusioni di tale tesi leniniana: la considerazione dell’“anello debole della catena dell’imperialismo” (rappresentato dalla Russia nel 1917); il che implica l’altrettanto fondamentale conclusione secondo cui le rivoluzioni vincono non tanto dove le forze rivoluzionarie sono più forti (e numerose, seguite dalle più ampie “masse”, secondo le credenze dei rivoluzionari più superficiali che, infatti, perdono e la “guerra” e spesso pure la vita), bensì dove quelle reazionarie sono più deboli e con le loro istituzioni in sfacelo, i loro “comandanti” demotivati e le “truppe” in movimento disordinato e spesso in fuga non ricevendo più comandi di indirizzo.

La tesi dell’anello debole non rinvia dunque alla semplice analisi empirica di un dato assetto delle forze in una breve congiuntura, ma è effettiva tesi strategica che, non a caso, servì per contrastare e superare i dubbi (e gli opportunismi) di coloro che, perfino tra i bolscevichi, sostenevano la necessità di attendere un avanzamento della rivoluzione democraticoborghese, da cui sarebbe emersa pure una più forte e numerosa classe operaia (il soggetto rivoluzionario per eccellenza secondo i marxisti, in specie quelli scolastici). L’unico errore di Lenin – che è stato possibile giudicare tale soltanto in base all’esperienza storica degliultimissimi decenni – fu quello di credere che tale tesi non contraddicesse in definitiva il marxismo tradizionale e i suoi assi teorici portanti. Così non era e si è creduto per troppo tempo che le rivoluzioni, succedutesi dopo la seconda guerra mondiale, fossero un prolungamento della rivoluzione detta proletaria (della “Classe” per antonomasia) in tanti ulteriori “punti deboli”. Nei “punti forti” – i veri paesi capitalistici con un numero elevato di operai (nient’affatto una Classe!) – non c’è mai stato nemmeno il più piccolo balenio di una autentica rivoluzione dopo il 1945; e quei pochi sussulti precedenti, tipo gli spartachisti nella Germania post-Grande Guerra, sono stati schiacciati in un baleno.

Comunque, oggi chi sa ragionare – non i rimasugli che propugnano un comunismo “etico e religioso”, del resto predicato da certi perfetti imbroglioni nel tentativo di raccogliere ancora alcuni voti dai residui decerebrati di un movimento in altri tempi molto incisivo e colmo di effettive speranze – è consapevole della necessità di abbandonare il marxismo così com’è stato formulato. Tutto sommato, la migliore definizione di questa teoria è quelladata molti anni fa da Althusser: Marx ha aperto alla scienza il Continente Storia; ma soltanto “aperto”, il che significa che la via da percorrere è in genere molto lunga e accidentata, con tante svolte. In effetti, ritengo che unanalisi dei fenomeni storici fondata sulla lotta tra Stati e paesi, tra religioni o in senso più generale culture, tra etnie, ecc. sia assai rilevante: è tuttavia fondamentale tenere anche adeguato conto dei processi che riguardano dati gruppi sociali all’interno di ogni Stato, di ogni paese, di ogni religione e cultura (e lingua), di ogni etnia, e via dicendo. Ed è a questo secondo compito che si è dedicato soprattutto il marxismo. Il vero problema è che esso si è imbozzolato nell’analisi del capitalismo nella sua prima compiuta affermazione in Inghilterra e ha creduto di generalizzare quell’esperienza – per di più appena uscita dalla sua “prima rivoluzione industriale” – impostando così il decorso storico sulla lotta di classe tra borghesia e proletariato (che non era altro se nonla classe operaia). Da qui è derivato infine un sostanziale fallimento, ostinatamente mai ammesso dai marxisti ulteriori (nemmeno da Lenin che, per fortuna, seguì però nella rivoluzione altre tesi strategiche, in sostanza revisioniste).

Questo fallimento teorico prima ancora che pratico-politico la teoria è il massimo livello della pratica giacché serve in definitivaa guidare l’agire degli esseri umani, del tutto diversi in questodagli altri animali – ci ha fatto regredire alla necessità di seguire altre teorie della società, e del conflitto in essa, a mio avviso più primordiali e rudimentali del marxismo. La regressione è proprio consistita, a mio avviso, nell’incapacità di andare all’analisi del conflitto tra gruppi sociali oltrepassando a volte il livellorappresentato dal “cemento” della cultura (e della lingua), della religione e via dicendo. Oggi anche noi, formatici nel marxismo,siamo obbligati a ripiegare magari sul sovranismo (o l’autonomia o la neutralità, ecc.); in un certo senso, si è obbligati apagare dazio” per gli errori commessi così a lungo. In questa fase ci troviamo in mezzo ad una gran quantità di macerie da sgombrare; dopo si potrà, e a mio avviso si dovrà, ridare un qualche senso all’analisi secondo l’impostazione concettuale che fu nostra, senza però ricadere in “visioni” di prevalente antagonismo duale e in verticale, usando le solite, al momento difficilmente sostituibili ma assai poco perspicue, categorie dei “dominanti e “dominati”. Se qualche ritardato intende ancora dilettarsi con tale dualità, utilizzando addirittura i termini di“sfruttatori” e “sfruttati”, di “oppressori” e “oppressi”, meglio toglierselo subito dai piedi. Nemmeno prendo in considerazione i“ricchi” e i “poveri”, i “privilegiati” e i “diseredati”!  

       

5. Concludo adesso questo tutto sommato breve excursus sulla teoria e la pratica (politica). Lo consegno alla lettura di quel 10% (sono troppo ottimista?) che comprende come la teoria sia, nell’essere umano pensante, la massima espressione dell’agire pratico, che implica una riflessione di primo, secondo, terzo, ennesimo grado. Noi, cioè, ci dedichiamo intanto al primo approccio al mondo caotico in cui ci si deve muovere se si vuolevivere. La “riflessione” immediata comporta già la grezza formulazione di abbozzi di teorie chi si ferma a questo stadionon si rende di solito conto della formazione di simili “primi schizzi di teoria” nel suo cervello, crede di essere soltanto pratico e disprezza i “teorici” – con cui fissiamo comunque dati campi di stabilità; talvolta convinti, ingenuamente, di aver riprodotto la realtà”. Su questi primi approcci si deve riflettere ancora e, una volta “ri-aggiustati” i primi campi, stabilirne di ulteriori e poi altri ancora; fino a quando non ci sembra di essere arrivati alla “più realistica” stabilità consona alla nostra attività.

Diceva Lenin: “senza teoria rivoluzionaria niente azione rivoluzionaria”. Togliamo di mezzo il termine rivoluzionario, che non contraddistingue se non eccezionalmente il nostro modo d’agire. Resta pur sempre: senza teoria niente azione. Teoria e prassi sono le usuali “due lame della forbice”, apparentemente diseguali ma entrambe complementari per “tagliare”. Se una lama è troppo usata, bisogna arrotarla, spesso sostituirla. Ho sopra usato l’espressione “grandi pensieri” con dizione generica, ma che spero sia chiara ai più e che a nessuno venga in testa di sottovalutarli.Non si può vivere senza simili pensamenti. E anche chi non “ci pensa”, è solo perché ritiene che l’intero mondo non abbia alcun senso dato, definito. Mi sembra tuttavia ovvia la dannosità della confusione tra gli ambiti dei “grandi pensieri” e i campistabilizzati dalle teorie in quanto aspetto decisivo, ineliminabile,della pratica d’azione. Se teoria e prassi sono le due lame della forbice indispensabile al nostro concreto intervento nel mondo,tra di esse sussiste una tale complementarietà da renderle di fatto un unitario “strumento” per agire. E’ possibile che tra le due lamesi crei una qualche discrasia, si verifichi uno scarso adattamento reciproco nell’uso; la rivelazione dell’imperfezione si ha in genererelativamente presto giacché infine la “realtà” non viene più ben tagliata”.

Una relazione così stretta non corre invece tra “teoria e prassi”(nella loro stretta interrelazione) e la “grande meditazione” che caratterizza le civilizzazioni in diversi contesti spaziali e temporali. Esiste senz’altro complementarietà, reciproca influenza, anche in tale relazione; tuttavia, con più alto grado di indipendenza e, dunque, con l’eventualità (non rara) di scarti edivaricazioni temporali in grado di provocare gravi problemi perl’integrità e il buon “funzionamento” (riproduttivo dei rapporti) di una data formazione sociale. Con metafora di larga massima, pensiamo la seconda (i più alti pensieri filosofici) quale“strumentazione” di acclimatazione (mantenimento di temperatura e grado di umidità) adeguata alla rigogliosa crescita di piante e fiori in serra. La forbice (teoria e prassi) è rappresentata dal sapere e dall’abilità del “giardiniere” che cura tale crescita.

Vi sono purtroppo, soprattutto di questi tempi, tanti pasticcioni che trasferiscono (se volete, “calano”) d’emblée i più elevatipensieri (filosofici e religiosi) nel campo della teoria, sostituendoperciò quest’ultima con un approccio non adatto all’azione.Importante, sia chiaro, di cui gli esseri umani hanno bisogno, ma che rischia di condurli a movimenti errati e dannosi. Purtroppo, tali pensieri influenzano spesso ambiti intellettuali assai degradatisoprattutto nei periodi di decadenza di una formazione sociale. Vengono così provocati guasti irreparabili, che spesso impediscono il superamento della “crisi epocale” di detta formazione. E’ indispensabile denunciare e criticare aspramente personaggi altamente deleteri, che pronunciano frasi insensate di possibile effetto su cervelli deboli e quasi inermi; essi annientanoogni rigore di vera ricerca di una via di uscita con discorsi difasulla “speranza” nell’avvento di una società di cui non sussiste il minimo accenno nel nostro futuro. Un conto è pensare all’“altro mondo”, ad una dimensione spiritualmente elevata; un altro èarrabattarsi alla bell’e meglio per (soprav)vivere in questo mondo fin quando esisterà con tutte le sue miserie e meschinità “terrene”.E con questo termino il mio intervento, ben conscio che è ancora largamente provvisorio e insufficiente.

                 

 

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