ORWELL CE L’HA CON TUTTI E CON SE STESSO

diavolo

 

Prendo spunto da un articolo dello scrittore Massimiliano Parente il quale, a proposito dei lavori Orwell, sostiene che i suoi romanzi siano una descrizione e una denuncia dei totalitarismi, quelli nazi-comunisti (associazione frettolosa ed errata, non perché qui ci interessi scagionare l’uno o l’altro regime, semplicemente essi erano strutturalmente diversi e rispondenti a rapporti sociali non assimilabili, e nemmeno bastano i conculcamenti delle libertà o gli ammazzamenti a parificarli perché, come diceva Cioran, l’ora del crimine arriva, prima o poi, per ogni nazione) e non contro il capitalismo o la modernità, come si usa affermare oggi. In realtà, l’unico vero testo in cui Orwell si riferisce alla rivoluzione sovietica e al suo sistema sociale è “La Fattoria degli animali” che però viene ambientato in Inghilterra: “tosto o tardi tornerà: l’uom tiranno a terra andrà; per le bestie sol cortese sarà l’alma terra inglese…”.
Nella fattoria liberata dal padrone si era partiti dal principio per cui “tutti gli animali sono uguali” per giungere al fatto più prosaico che “alcuni sono più uguali degli altri”. Inevitabilmente direi, perché maiale o ircocervo, l’animale decisionale è raro, è sempre un gruppo ristretto di individui che sceglie, anche nei sistemi liberali, i quali possono servirsi delle votazioni per aver conferma di quanto precedentemente deciso. Dal popolo non nasce niente se non un cieco caos. L’offerta democratica, peraltro, è limitata a quel che passa la partitocrazia (in Italia molto frammentata ma decisamente condensata intorno ad un obiettivo condiviso, non mettere mai in discussione i rapporti di sudditanza internazionali: vogliono fare tutti gli americani) dove le differenze tra organizzazioni sono ormai azzerate.
Se mi venisse in testa di creare un movimento per l’abbattimento della democrazia mi ritroverei gli “sbirri” sotto casa, esattamente come accadeva e accade nelle dittature. Tutti possono pensare quel che vogliono purché sia lo stesso pensiero della democrazia e della dittatura oppure, laddove non collimi, lo tengano per sé e non creino problemi passando dalla teoria alla pratica. Uno scrittore diventa pericoloso non quando scrive ma quando troppi cominciano a leggerlo. Io posso scrivere quasi quel che voglio perché non mi considera nessuno ma se le mie parole dovessero essere prese sul serio da molti sarei subito attenzionato da chi di dovere. E’ falso, dunque, che sotto le dittature non si potesse pensare liberamente. I pensieri non sono controllabili nemmeno dai totalitarismi. Non si può mettere a repentaglio la stabilità dello Stato e del governo, forse le dittature ricorrono a mezzi più spicci per far valere le loro ragioni ma i risultati non cambiano, in un Paese o nell’altro. Si pensi poi ai servizi segreti nelle democrazie, operano pensando alla libertà del prossimo o ricorrono a qualsiasi nefandezza per proteggere lo Stato di appartenenza, anche contro i dissidenti interni? La democrazia sospesa quando occorre è sempre democrazia? E quando va in guerra inventandosi “provette” false?
Nelle democrazie finché funzionano i meccanismi di condizionamento sociale si lascia alla gente la possibilità di esprimersi ma quando la deviazione diventa eccessiva emergono i concreti sistemi di “salvezza pubblica” usati dal potere che non necessitano di urne e nemmeno di regolari processi. Del resto, non mi sembra che le democrazie quando, per esempio, devono dichiarare guerra facciano prima dei referenda. Ovviamente, gli umori della pubblica opinione possono avere un peso in certe scelte (molto meno nelle dittature) ma solitamente vengono testati lungo una strada già tracciata da chi sta in alto. Questa è, comunque, una questione estrema perché le cosiddette democrazie intervengono a direzionare lo spirito generale con metodi che non hanno nulla a che vedere con il voto anche in situazioni meno cruente. La libertà ma fino ad un certo punto e, soprattutto, in nome della mia libertà vengo a dettare legge anche in casa tua se ne ho forza e possibilità. Così si comporta la prima democrazia del mondo, tanto per dirne una.
Piuttosto, 1984 di Orwell, ci parla, per alcune situazioni, più dell’Occidente che dell’Oriente in questo momento storico. Il politicamente corretto non è una versione della neoligua orwelliana? Il bispensiero non è sovrapponibile alla cancel culture degli antirazzisti? L’ignoranza del passato non è la forza di questi sciocchini senza cultura? “La continua alterazione del passato” è il fulcro del bispensiero dei nostri sventurati tempi, in cui si denigrano grandissime menti della nostra storia per far contenti finti emarginati privi di razionalità.
Orwell ce l’ha con tutti non solo con nazisti e comunisti. Tutto degenera a questo mondo compreso lo stesso scrittore che si arruolò nelle file del POUM (Partito Operaio di Unificazione Marxista) ma finì a stendere liste di proscrizione per il Foreign Office.

Bravo man troppo II, di Roberto Di Giuseppe

gianfranco

Faccio notare tre punti di “caduta”, tali da inficiare l’intero impianto di ragionamento critico intorno al sistema teorico di Gianfranco La Grassa. Questi errori comportano come conseguenza il titolo fuorviante dell’articolo. La Grassa non predica la sconfitta nè tantomeno la sanziona come definitiva ed inappellabile. Sarebbe sciocco oltrechè illogico che egli continuasse a spendere energia e tempo di vita intorno ad un tema considerato ormai definitivamente perduto e chiuso. Parlare quindi di “sconfittismo”, oltre che un brutto neologismo e per di più già nel titolo, appare più un mettere le mani avanti, caso mai ci si dovesse trovare eccessivamente d’accordo con il reprobo, che non il frutto di un’analisi che dovrebbe far vedere semmai tale giudizio, come risultato piuttosto che come premessa a titolo.

Il primo punto di caduta sta nel definire La Grassa come ex o post marxista. Direi piuttosto che pochi o forse nessun autore contemporaneo possa definirsi più strutturalmente marxista del nostro. Egli infatti non cessa di lottare strenuamente contro la definizione castrante di un Marx filosofo, rivendicando piuttosto a quest’ultimo lo statuto assai più fecondo ed impegnativo di scienziato.

Vale la pena di specificare che qui non si fa una gara di primato tra scienza e filosofia. Ciò che è in gioco sono le immagini di Marx e della sua produzione di pensiero. Una come icona filosoficamente immota, utile a qualunque gioco dialettico, proiettato nel futuro più remoto e perciò, per definizione, inverificabile, sostanzialmente sterile o peggio utile ad alimentare una classe di scrocconi “antisistema” da salotto. L’altra, molto più viva, inquieta e probabilmente per alcuni inquitante, di un Marx che sfida il pensiero dominante della sua epoca sul terreno della scienza sociale. Non un filosofo dunque, ma un ricercatore e scienziato sociale. Ovviamente, in quanto ricercatore e scienziato, Marx diventa superabile, non come possibilità ma come sviluppo naturale del pensiero scientifico in quanto tale. Questo è il nocciolo duro del pensiero lagrassiano. Un nocciolo a ben vedere molto più marxiano che marxista (per alcuni forse anche “marziano”, ma questo è un problema che non riguarda il nostro). Se proprio si vuole ricorrere alla banalità delle metafore, La Grassa fa tutt’altro che buttare via il bambino con l’acqua sporca. Egli semmai solleva questo bambino dalla tinozza di acqua ormai da lungo tempo stantia e se ne prende cura, lasciandolo crescere senza pretendere di trattenrlo per sempre in fasce, eterno infante inutile ed infelice . Superare Marx significa accettare la sua caducità in quanto pensiero umano volto al concreto realizzarsi della vita degli uomini, ricavando da esso, laddove effettivamente sussistano, gli elementi costitutivi, strutturali, per un effettivo avanzamento teorico e pratico.

Marx insegna il “disvelamento” di un effettivo movimento delle cose, dialettico e conflittuale, dietro l’apparente calma del pensiero liberale, così come l’astronomo chiarisce come solo apparente il movimento del sole attorno alla terra. L’estrazione di plus-lavoro è caratteristica specie-specifica dell’umano. Il plus-valore che da esso deriva, è sottratto dal capitalista attraverso la proprietà dei mezzi della produzione. Ma non basta. La matrice dello sfruttamento non si costituisce nell’esasperato sfruttamento sul luogo della produzione. Questo, che pure esiste e muove le masse alla ribellione ed all’autodifesa, non è che circostanziale. Il punto nodale è prioprio l’estrazione di plus valore dal lavoro salariato ed il suo reimpiego a discrezione del capitalista. Uno sfruttamento sociale quindi prima e più che uno sfruttamento di fabbrica. Il capitale è fatto sociale e non cosa. Si vuole forse negare che la prospettiva marx-filosofista si sia mossa prima di tutto nel pathos dello sfruttmaneto dell’uomo-macchina, lasciando di molto indietro ogni altra più stringente e problematica considerazione?

La Grassa, rivendicando il Marx scienziato non fa altro che rilevare questa incongruenza che nel lungo periodo ha prodotto i risultati nefasti di anchilosi arteriosclerotica che anche i più ciechi hanno dovuto riconscere. Cercando di procedere oltre Marx, La Grassa ne richiama di fatto la capacità di fondazione di un pensiero scientificamente strutturato, e rende Marx stesso assai più vivo e vitale del Marx filosofo, buono per qualche  poster, ma assai meno utile per un processo di innovazione oggi più che mai necessario.

Il secondo punto di caduta, allo stesso tempo premessa e conseguenza del primo, sta nel circoscrivere la tesi del conflitto stragico tra dominanti lagrassiano pressochè esclusivamente alla sfera economica, che tende, come nella consueta vulgata, ad invadere ed occupare stabilmente le altre. Il conflitto tra imprenditori NON è il conflitto strategico. Esso è il conflitto determinato dal minimax, la ricerca del massimo profitto con il minimo dispendio di forze. Il vero conflitto strategico è essenzialmente POLITICO, ovvero strutturato su mosse di largo respiro finalizzate alla conquista di spazi egemonici cioè di potere. Le tre sfere, politica in senso funzionale (apparati di rappresentanza, burocratico-amministrativi, gestionali-statali, militari), culturale ed economica, sono strettamente compentrati tra loro tanto da essere nella realtà effettiva non nettamente distinguibili. Essi vengono distinti unicamente per chiarezza teorica. Inoltre (è bene probabilmente chiarirlo) lo scontro tra gruppi dominanti non avviene tra sfera politica vs sfera economica vs sfera culturale, ma tra gruppi politico-economico-culturali contro gruppi politico-economico-culturali in lotta per la supremazia. Non solo. Questi conflitti, fisiologicamente presenti in ogni contesto geopolitico, vale a dire allo stato attuale, in ogni nazione, se sufficientemente ricomposti permettono la ricerca di una preminenza proiettata all’esterno, tanto da determinare la formazione di nazioni dominanti su nazioni dominate. Questo processo, fluido ed in continua trasformazione anche quando apparentemente stabilizzato, è quello che determina la concezione lagrassiana delle fasi monocentrica, multicentrica e multipolare. Per monocentrica va intesa la capacità di un’unica area geopolitica di definire e regolare, sia pure con momenti di maggiore o minore forza, a proprio vantaggio, i conflitti generali (vedi ad esempio l’Inghilterra della seconda metà dell’Ottocento o gli USA della seconda metà del Novencento, sia pure, fino ad un certo punto, in spuria coabitazione con l’URSS). Per multicentrica invece va intesa una fase come quella attuale, dove accanto alla presenza ancora preponderante di una area geopolitica, in questo caso gli USA, si vanno costituendo in competizione con quest’ultima, altre aree autonome, non ancora sufficientemente forti da sopravanzare la prima, ma comunque in grado di sottrarsi in modo pressochè completo dal controllo di questa. Tale epoca è caratterizzata da un crescente disordine tendente ad un caos generalizzato che rende difficile non solo qualsiasi tentativo di previsione sul futuro anche prossimo, ma anche valutazioni sufficientemente coerenti del presente. L’impostazione lagrassiana prevede infine, non per uso reiterato della sfera cristallo, ma sulla base delle precedenti fasi storiche, una terza situazione, possibile, forse probabile, ma ovviamente non inevitabile, di scontro diretto anche armato tra aree geopolitiche sostanzialmente equivalenti, in condizioni anche mutevoli di alleanza e conflitto. Non avere chiara questa lettura, limitandola alla solo sfera economica o anche alla semplice prevalenza di questa significa in definitiva, gurdare al lavoro di La

Grassa con occhi particolarmente miopi, tale da spiegare, ma non giustificare, il neologismo del titolo.

Il terzo punto infine riguarda proprio la definizione e l’adozione della parola Comunismo. Credo che La Grassa, con ragione,  più che respingerla come tale, cerchi di evitarne esplicitamente una funzione caratterizzante, proprio perchè a tutt’oggi ne viene fatto un uso sconsiderato e foriero delle più fuorvianti interpretazioni.

Un comunismo millenarista non ha senso. Il Comunismo si misura nella realtà presente altrimenti diventa francescanesimo. Molto comodo e riposante ma tutt’altra cosa.

Il Comunismo marxiano si è definitivamente ed irreversibilmente dissolto. Se non se ne prende atto si ritorna dritti al Marx filosofo con la sterilizzazione che ne consegue. Resta il confronto con una lettura del Comunismo come produzione di rapporti sociali ed umani improntati alla condivisione. Ma qui si esula dalla lettura critica del pensiero lagrassiano per scendere sul terreno assai più infido del confronto tra coloro che ancora su questo termine intendono per varie ragioni cimentarsi.

Il senso collettivo e di reciprocità tra comunisti, al di là delle apparenze, è stato nella gran parte dei casi, quasi inesistente.

La tendenza alla frantumazione ed al, per lunghissimo tempo contrapposto, credo assolutistico del centralismo per così dire democratico, sembrano inscritti nel codice genetico dell’esperienza comunista.

Rifugiarsi dietro esperienze, benchè significative, ma troppo sporadiche, di segno opposto, ricalca la penosa impressione di quell’uomo che ricercato, cercò di nascondersi dietro al proprio dito.

Se ci si vuole cimentare con un’effettiva ricerca comunista occorre tenersi fuori da ogni prospettiva millenarista e prendere atto che la sua versione marxiana è definitivamente invalidata e conclusa.

Fintanto che sussisteranno simili posizioni, la riflessione sul comunismo sarà purtroppo mero esercizio soggettivo, in sofferta contrapposizione con la stessa etimologia della parola, oppure esposizione esteriore sempre proclamata e sempre condannata alla pura esibizione folkloristica.

Bravo ma non troppo

LAGRA21

 

Sul sito sinistra in rete a questo link (https://www.sinistrainrete.info/teoria/19961-salvatore-bravo-lo-sconfittismo-di-g-la-grassa-funzionale-al-neoliberismo.html) è stato pubblicato un articolo di Salvatore Bravo con il titolo ‘Lo “sconfittismo” di G. La Grassa funzionale al neoliberismo’.

Il titolo è già equivoco. Lo sconfittismo di La Grassa non è funzionale a nulla perché non esiste. Ammettere, come ha fatto il Nostro, che una stagione teorica si sia definitivamente chiusa, anche a causa di una deriva ideologica nella quale il pensiero ha smesso da tempo “di pensare” e di macinare comprensione, è atto di “scienza, coscienza e conoscenza”. La scienza deve continuamente superarsi per cogliere nuovi aspetti della vita che evolve in strutture sempre differenti. Facciamo un esempio caro a Marx o, meglio, a Engels che ne scrive nella prefazione al II libro del Capitale:
“La storia della chimica ci può offrire un utile esempio. Ancora verso la fine del secolo scorso dominava, com’è noto, la teoria flogistica, secondo la quale l’essenza di ogni combustione consisteva nel fatto che dal corpo comburente si separa un altro corpo ipotetico, una materia combustibile assoluta, che veniva designata con il nome di flogisto. Questa teoria riusciva a spiegare la maggior parte dei fenomeni chimici allora conosciuti, se pure, in molti casi, non senza qualche violenza. Ora, nel 1774 Priestley descrisse una specie di aria «che trovò così pura, ossia così immune da flogisto, che l’aria comune al suo confronto appariva già corrotta». Egli la chiamò: aria deflogistizzata. Poco dopo Scheele in Svezia descrisse la stessa specie di aria, e ne dimostrò la presenza nell’atmosfera. Egli trovò pure che essa scompare se si brucia un corpo in essa o nell’aria comune, e la chiamò perciò aria di fuoco. «Da questi risultati trasse quindi la conclusione che la combinazione che nasce dall’unione del flogisto con una delle parti costitutive dell’aria» (dunque dalla combustione) «altro non è che fuoco o calore, che fugge attraverso il vetro». Sia Priestley che Scheele avevano descritto l’ossigeno, ma non sapevano che cosa avessero tra le mani. Essi «rimanevano prigionieri delle categorie “flogistiche” così come le avevano trovate belle e fatte». L’elemento che doveva rovesciare tutta la concezione flogistica e rivoluzionare la chimica, era caduto infruttuosamente nelle loro mani. Ma Priestley subito dopo comunicò la propria scoperta a Lavoisier a Parigi, e Lavoisier, avendo a disposizione questo fatto nuovo, sottopose ad esame l’intera chimica flogistica, e scoperse solo che questa specie di aria era un nuovo elemento chimico, e che nella combustione non si diparte dal corpo comburente il misterioso flogisto, ma che questo nuovo elemento si combina con il corpo; così soltanto egli mise in piedi l’intera chimica, che nella sua forma flogistica se ne stava a testa in giù. E se anche non ha descritto, come più tardi ha preteso, l’ossigeno contemporaneamente agli altri e indipendentemente da essi, tuttavia egli rimane il vero e proprio scopritore dell’ossigeno di fronte a quei due, i quali lo hanno meramente descritto, senza minimamente sospettare che cosa avessero descritto”.

La teoria “flogistica” che pure riusciva a spiegare molti fenomeni si era rivelata sbagliata, occorreva sopravanzarla. Col senno di poi possiamo dire la stessa cosa della teoria di Marx nella parte in cui costui aveva previsto la formazione, nelle viscere medesime del processo produttivo capitalistico, di una nuova classe intermodale portatrice di rapporti sociali avanzati che avrebbero scavalcato quelli capitalistici. Perchè? Perché lo sviluppo delle forze produttive avrebbe rotto l’involucro dei vecchi rapporti di produzione (ormai troppo limitanti le potenzialità delle prime) causando il sovvertimento del modo sociale di produrre.
Marx aveva colto l’importanza dei conflitti come chiave di lettura principale dei fatti sociali (abbiamo il flogisto) ma aveva frainteso la dinamica oggettiva che determinava la reale divaricazione delle soggettività in contrapposizione per la predominanza. Ora possiamo e dobbiamo dirlo, la storia non è storia di lotte di classi ma di classi dominanti (forse abbiamo l’ossigeno). In questa battaglia i ceti subalterni vengono, certamente, trascinati in ogni modo ma non posseggono l’intelligenza del dominio, ovvero la materia strategica per ergersi a classe superiore, figurarsi a classe universale che abolisce la società divisa in classi. Quest’ultimo aspetto era per Marx non una prerogativa della volontà soggettiva (dei buoni proletari in ascesa) ma una necessità oggettiva manifestantesi con gli innovativi rapporti sociali comunistici. Solo nel regno dell’abbondanza “oltrecapitalistico” i conflitti sociali si trasformano, finalmente, da lotta per la sopravvivenza in contraddizioni minori.
Se pur dal grembo del proletariato emerge una qualche avanguardia (che solitamente è molto spuria perché coinvolge gli esclusi dei ceti superiori) questa si strutturerà necessariamente come un ristretto gruppo dominante (pensiamo ai bolscevichi) che governa il popolo. Il popolo non può mai governarsi da sé perché non c’è orchestra che suoni senza il suo direttore. Aver spostato il baricentro della disputa di classe nella sfera economica (anche più largamente intesa, come processo di ri/produzione sociale), quindi al livello del conflitto Capitale/Lavoro, ha portato Marx ancor più fuoristrada. Forse, Pareto aveva colto meglio di lui la questione quando parlava di Storia come cimitero di élite. Non, dunque, liberi contro schiavi, patrizi contro plebei, baroni contro servi della gleba, membri delle corporazioni contro garzoni, oppressori contro oppressi ma oppressori contro oppressori e anche oppressi. In Marx manca pertanto questa dimensione “politica” orizzontale a cui viene preferita una “verticale economica” dei rapporti di forza, dalla quale nasce anche l’internazionalismo contrapposto di capitalisti e operai (mai visto sulla faccia di questa terra, se non in occasioni eccezionali. Per di più i gruppi superiori riescono ad essere più solidali tra loro quando si tratta di colpire i sottoposti). La Grassa si concentra, invece, proprio sulla disputa politica (che declina in maniera originale, come insieme di mosse strategiche per la supremazia, ben oltre la stessa sfera politica, strettamente intesa). Lo evidenzieremo a breve.

A Marx resta il grande merito di aver spiegato per primo che l’eguaglianza formale dei soggetti, scambiantisi le merci (compreso la forza lavorativa) sul mercato, al loro valore, avveniva in assenza di vincoli personali. Questa parità di diritti degli attori economici sul mercato mascherava però la disuguaglianza effettiva nel processo produttivo che discendeva dai differenziali di proprietà e, soprattutto, di potere tra chi detiene i mezzi produttivi e chi no. Chi non ha i mezzi vende liberamente la sua forza lavoro ma una volta inserito nella produzione produce più di quanto gli viene effettivamente pagato (è il plusvalore). Lo scambio delle merci quali equivalenti (in media) nasconde la fondamentale (sottostante) produzione, e appropriazione capitalistica, del plusvalore che è pluslavoro; ancor più decisiva è però la riproduzione del rapporto durante lo svolgimento del processo produttivo, da cui escono il capitalista, arricchito dal profitto (plusvalore), e l’operaio in quanto semplice possessore della sua forza lavoro pronta per essere rivenduta, dando così inizio ad un nuovo ciclo dello stesso processo. Tutto qui, si fa per dire! Però Marx non coglie nel segno allorché prevede l’avvento della società comunistica come parto ormai maturo (quindi da concretarsi in pochi decenni, non secoli) nelle viscere del capitalismo. Bisogna prendere atto che dalla prospettiva di Marx il comunismo è impossibile, inutile girarci intorno. Esso non si è realizzato e non si realizzerà.
Gianfranco La Grassa si “appoggia” a questo primo disvelamento marxiano per costruire un avanzamento teorico. La Grassa fonda il suo disvelamento mettendo al centro dell’analisi:

‘senza più esitazioni, il principio della “razionalità” strategica, applicata al conflitto in quella che è la politica tout court, ovunque venga svolta: nella sfera politica vera e propria, in quella economica, in quella ideologico-culturale. Tale politica si condensa nei vari “macrocorpi” (Stato e apparati politici, imprese, ecc.) che diventano gli “attori” della battaglia nel campo del suo svolgimento, i portatori soggettivi di dinamiche conflittuali oggettive; non colte in sé ma sempre interpretate con ipotesi che nascono dalle teorie formulate all’uopo (e sempre riviste e ri-formulate di epoca in epoca). Il conflitto (strategico), “essenza” della politica, pur essendosi esteso – durante il passaggio al capitalismo, cioè alla sua prima formazione sociale, quella borghese – alla sfera economica, non fa di quest’ultima quella ormai predominante e da cui tutte le altre dipenderebbero (deterministicamente o con “azione di ritorno”, che è un semplice “meccanicismo incrociato”, una mera interazione)’.

Il nostro, prendendo cognizione della falsificazione da parte degli avvenimenti della previsione di Marx sulla rivoluzione proletaria scaturente dall’irriducibile contraddizione Capitale vs Lavoro, l’ha sostituita con quella del conflitto strategico (attivato dal flusso squilibrante della realtà) innervante il complesso societario in tutte le sue sfere e determinante il continuo scontro tra insiemi in competizione (di individui, di drappelli, di formazioni geopolitiche ecc. ecc.) raggruppamenti nei quali risultano inclusi anche i dominati, però con un ruolo non più transmodale rispetto alla società capitalistica e con alterne fortune circa la soddisfazione delle loro legittime istanze, dipendenti dal livello dei rapporti di forza nelle diverse congiunture) per la predominanza, in ogni spazio antropico.
Questo non è sconfittismo ma è analisi teorica della situazione pratica. Tanto più che lo stesso La Grassa parla della sua teoria quale pensiero di fase che necessita di approfondimenti e validazioni.
Quando Bravo scrive: “Si potrebbe ricominciare da Marx per ricostruire il comunismo, malgrado gli errori teorici e storici senza abiurarlo: non si deve buttare il bambino con l’acqua sporca” contravviene alla stessa lettera di Marx che prediceva il comunismo di lì a breve (non a Preve, il nostro compianto Costanzo, perché sono i filosofi gli unici a potersi permettere di porre domande assolute e di attendere secolari risposte. La Grassa, invece, non è un filosofo, nonostante Bravo lo definisca tale, attirandosi le saette degli dei greci). No, il comunismo nella prospettiva di Marx è ormai impossibile. Non si è formato il General Intellect nell’ambito della formazione sociale capitalistica a matrice inglese, l’unica studiata da Marx. Il capitalismo di oggi è tutt’altra cosa, ammesso che si possa ancora appellare tale. Dirò di più. Il comunismo è possibile solo lasciando stare Marx, per quest’ultimo il comunismo era necessitato in quanto sbocco di determinate contraddizioni sistemiche, rivelatesi non tali. Ognuno può desiderare quel che vuole, anche il comunismo, il suo avvento in qualche luogo o epoca a venire, prescindendo da Marx che pensava allo stato di cose a lui presenti e non alle osterie dell’avvenire. Questa si chiama utopia ma non ha niente a che fare con la teoria sociale, la politica, la vita attiva. E’ fede alla quale si crede. Non si pensa.

Non sono un filosofo e nemmeno un neoliberista

LAGRA2

https://www.sinistrainrete.info/teoria/19961-salvatore-bravo-lo-sconfittismo-di-g-la-grassa-funzionale-al-neoliberismo.html

Ho già fatto molti video per illustrare le mie reali analisi di Marx; e certo altri ne farò. Costui – che, meglio sottolinearlo, non è Gian Mario Bravo, ma comunque mi sembra persona preparata – ha però capito male quanto scrivo nei miei molti libri (quelli che lui cita sono pochi e di un bel po’ d’anni fa) e dico (nei video). Egli mi definisce filosofo. Ho insegnato economia per 17 anni alla Facoltà di Giurisprudenza di Pisa e per 17 anni al Corso di Laurea in Storia a Venezia. Appartenevo fino ad alcuni anni fa alla “Società degli economisti” [La Società italiana degli economisti, SIE, (spesso indicata brevemente come Società degli economisti) è la principale associazione di economisti in Italia. Vi aderiscono attualmente circa 900 soci, in prevalenza (ma non esclusivamente) docenti e ricercatori nei diversi campi dell’economia. Ha sede legale ad Ancona]. A parte poche decine (posso forse dire 20 o 30?), tutti – di scuola neoclassica, al massimo di quella “rivisitata” (diciamo così) da Keynes – mi erano nettamente e duramente contrari in quanto marxista e quindi, per loro, al massimo appunto un filosofastro o un ideologo (qualcuno di loro, ridete!, mi ha definito antropologo).
Di conseguenza, morto di infarto a soli 62 anni il Maestro (e mio secondo padre) Antonio Pesenti, arrivai fino ad associato, ma mai ordinario. Nei vari concorsi per tale ruolo ho sempre avuto qualche voto favorevole (una volta, credo ma non ne sono sicuro, 4 su 9), ma non poteva diventare ordinario un “ideologo” di tendenze marxiste! Mi sembra del tutto evidente che i sedicenti “colleghi” non mi ritenevano per nulla “funzionale” al neoliberismo. Rischiano di essere funzionali agli attuali predominanti, in fase di pauroso degrado culturale (e perfino di civiltà plurisecolare, direi ultramillenaria), quelli che ancora restano agganciati ad un marxismo ormai da tempo degenerato in consunta ideologia di piccoli gruppetti assai simili a quelli anarchici del ‘900, che ebbero un certo seguito nel secolo precedente. Non metto in dubbio la buona fede della maggioranza dei pochi comunisti e marxisti residuati; ma dovrebbero rendersi conto che continuare ad essere ideologici è funzionale alle ideologie dei ceti al vertice di questa società in disfacimento.
Marx resta per me un grande scienziato (non un filosofo), ma va assimilato ad una sorta di Galileo delle scienze sociali. E i marxisti (fra i quali mi annovero pure io), arretrati come non mai, nemmeno riescono ad arrivare a Newton; altro che Einstein. Ma avremo modo di palarne spesso ancora e di frequente. Marx è appunto il fondatore di una scienza, che ha pubblicato la sua opera fondamentale (I libro de “Il Capitale”) nel 1867. Dobbiamo capire il suo apporto decisivo (la teoria del plusprodotto, del cui ottenimento è capace solo il genere animale homo) e nel contempo renderci conto che in 150 anni una qualsiasi scienza deve fare progressi decisivi in grado di mutare di molto le prospettive iniziali. I marxisti – certo per motivi storici che vanno pure essi attentamente analizzati e valutati – sono stati invischiati, sostanzialmente, nel solo sviluppo ideologico di questa corrente di pensiero; per di più mascherandolo da avanzamento scientifico con largo uso della matematica, che ha solo creato incomprensioni e distorsioni da rendere a volte perfino ridicolo quello che ci si ostinava a definire marxismo. Da decenni e decenni non esiste più tale ramo della scienza sociale, ridotto a ad un insieme di affermazioni e predizioni di tipologia “astrologica”. A ben risentirci.

0MEOPATIA E CONFLITTO STRATEGICO? CHE IDIOZIA!

10.jpg-Potenze in conflitto per la supremazia

 

Il conflitto strategico, la cui teorizzazione si deve a Gianfranco La Grassa, è un approccio alla comprensione del reale di tipo scientifico. Questo non significa che è l’unica visione possibile della dinamica sociale, né che si tratti di una verità rivelata e perciò stesso immodificabile. E’ una idea o ipotesi selezionata attraverso un metodo di pensiero rigoroso, sceverata nella sue implicazioni e conseguenze in anni di studio.
Il conflitto strategico, scrive La Grassa, pone al centro dell’analisi quella dinamica sociale fondamentale che non è aggregazione tra le diverse entità in reciproca lotta, ma continua dis-aggregazione (in altri termini si può dire che ci si allea con l’obiettivo di acquisire quelle maggiori forze e capacità necessarie alla miglior conduzione del conflitto al fine di prevalere) di queste. Il discorso della conflittualità tra dominanti, che innerva la struttura sociale, attraversa tutti gli ambiti collettivi e si estrinseca con maggior peso in quello politico, luogo (sfera politica stricto sensu) e “non luogo” (la politica che entra nei diversi settori: dall’economia, alla finanza, alla cultura, all’ideologia, alla marzialità ecc. ecc.) dei principali sviluppi sociali. Quindi c’è la Politica come insieme di mosse strategiche per la predominanza che si dirama ovunque e la politica tradizionalmente intesa quale governo e direzionamento della vita pubblica. Anche quest’ultima politica è condizionata dalla Politica perché l’obiettivo è sempre la presa del potere per mezzo di un piano e di azioni discendenti da esso.
Il conflitto strategico è “un affare” di gruppi dominanti che si disputano la supremazia coinvolgendo grandi masse o blocchi sociali i quali vengono invischiati nel conflitto (la famigerata carne da cannone, quando la disputa interdominanti diventa persino guerra) ma non nella strategia la quale resta prerogativa delle avanguardie in “tenzone”.
La questione mi sembra abbastanza chiara ma evidentemente non lo è per gente che ha fatto un pezzo di strada con noi e ora, invece, accosta conflitto strategico e omeopatia (https://italiaeilmondo.com/2021/03/14/il-covid-19-e-uno-strumento-del-potere-nel-conflitto-strategico-a-cura-di-luigi-longo/).
In questo articolo che trovate sopra c’è tutto l’armamentario del più becero complottismo e delle peggiori fake news di questo periodo: il virus sarebbe artificiale e strumento del “conflitto strategico”; la mera influenza curabile a casa (con cure che non esistono o non sono validate o solo parzialmente efficaci); la vaccinazione “apparentemente” libera che nasconderebbe chissà quale macchinazione del potere e della case farmaceutiche. Il tutto basandosi sulle paturnie antiscientifiche di omeopati che pretenderebbero di aiutare la gente con acqua e zucchero. Il potere strumentalizza la paura? E’ una costante che riguarda ogni tema ma non basta una simile insinuazione per dedurre che il virus sia artificiale e quindi elemento di un disegno cosciente. Quest’ultimo, semmai, nasce dopo la pandemia, la usa ma non la genera come un apprendista stregone che gioca con la biologia. Questa è seriamente una caduta obbrobriosa nel sonno della ragione. Tenete fuori il conflitto strategico, che è elaborazione scientifica e seria, da certi scadimenti stregoneschi.

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