Estratto da un lavoro in corso

gianfranco

Questo è l’ultimo paragrafo finora scritto del mio saggio in un nuovo libro (in preparazione con Petrosillo). Un saggio in due parti, in cui sto cercando di precisare – nei limiti delle mie possibilità e dell’epoca di transizione che stiamo vivendo – una “ristrutturazione” del pensiero marxiano, partendo da quelli che ritengo i suoi assunti principali e ancor oggi da riproporre. Assunti che, secondo il mio ormai ventennale (o quasi) convincimento, sono stati bellamente dimenticati o ancor peggio stravolti dalla quasi totalità dei marxisti successivi a Marx (me compreso per alcuni decenni). Questo libro non sarà finito se non fra qualche mese. Inoltre attendo prima la pubblicazione del volume su “Per la forza nuova” (sottotitolo, pur esso a due mani), che dovrebbe avvenire entro ottobre-novembre. Quest’ultimo non è un semplice testo di tipo teorico. Lo ritengo rilevante e quindi spero che l’editore mantenga i tempi. Poi nel nuovo anno dovrebbe apparire anche il libro cui appartiene il paragrafo qui presentato. Ricordo, come ultima notazione, che in facebook non appaiono i corsivi, che sono in discreto numero. Comunque credo che tutto sia egualmente comprensibile senza difficoltà; almeno per quelli che hanno dimestichezza con l’ambito teorico, quello marxiano in particolare.

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8. E allora veniamo al dunque. Bisogna restare fermi sull’idea che il cosiddetto mercato – per nulla libero, bensì subordinato alle complesse mosse dei diversi dominanti in conflitto per il massimo potere – è solo la “superficie” del movimento sociale quando sono cadute tutte le altre forme di predominanza fondate su rapporti di dipendenza personale: di schiavismo o servitù. Il problema è certo il controllo del plusprodotto che l’essere umano, unico fra gli animali, ottiene con la sua attività detta lavorativa; la caccia del leone alla gazzella o il becchettare degli insetti da parte degli uccelli, e via dicendo, non si definiscono lavoro. Restare alla “superficie” dell’interazione tra scambisti nel mercato – come fanno gli economisti, i sociologi, ecc. dei dominanti – è esattamente il modo di impedire ogni comprensione su chi effettivamente comanda nella società e su come avviene l’appropriazione del plusprodotto. Dobbiamo intanto capire che tale appropriazione non è il fine ultimo dei ceti dominanti in una data forma dei rapporti sociali. Lo scopo principale è appunto il mantenimento del predominio anche quando cadono le forme di dipendenza personale nella società moderna (detta capitalistica). Il plusprodotto resta certo uno strumento rilevante del predominio. Per affrontare i problemi relativi a quest’ultimo – e al suo mantenimento o rovesciamento in una data epoca storica – si deve anche passare per l’appropriazione del plusprodotto. Tuttavia “anche”, non esclusivamente o prevalentemente.
Una volta compreso il limite della centralità assegnata da Marx alla proprietà dei mezzi di produzione come carattere decisivo della dominanza, una volta appurato che non basta scindere proprietà e potere di disporre di detti mezzi tramite l’effettiva direzione dei processi produttivi (da parte dei manager, considerati allora i veri dominanti capitalistici), ho proposto da tempo, e lo ribadisco, di passare intanto alla centralità del conflitto per l’assunzione di una supremazia. Il conflitto ha certo un carattere di generalità, che tuttavia non cancella la differenza tra quello tra singoli individui all’interno di ogni dato gruppo sociale (di differenti tipologie e dimensioni, a partire dalla cosiddetta “famiglia”), quello tra vari gruppi sociali all’interno di una data popolazione considerata come qualcosa di unitario in base a date caratteristiche (prima fra tutte la lingua comune ai suoi svariati membri; ma non solo questa evidentemente, anche altre comunanze di tradizioni, abitudini di vita, forme di organizzazione specifica della vita associata, ecc.), infine quello tra diverse popolazioni di questo tipo che poi – a partire almeno da metà secolo XVII, dalla fine della “guerra dei trent’anni” – vengono definite nazioni e sono organizzate in quegli apparati, il cui complesso è detto Stato.
Se ogni conflitto mira comunque all’assunzione di una supremazia – e presuppone quindi sempre che ci debba essere un vincitore e un vinto, uno che prende il sopravvento e uno che viene assoggettato; assai più raramente annientato completamente, cancellato dalla “Storia”, obiettivo che in genere non soddisfa pienamente le esigenze di chi vince – è ovvio che esso deve essere condotto seguendo una serie di mosse tese a dare infine “scacco matto” all’avversario. Possiamo definire questa serie di mosse nel loro insieme una strategia; e l’espletazione di quest’ultima da parte di vari gruppi in conflitto per la supremazia è in definitiva la politica (in corsivo per distinguerla da una delle tre “sfere” sociali già indicate, che consta di apparati vari). La politica, con connessa serie di mosse strategiche, viene attuata dai soggetti in conflitto in ognuna delle tre “sfere” sociali: in quella economica (ad es. tra imprese), in quella politica (tra diversi gruppi, ad es, partiti, lobbies, ecc. che tendono ad assumere il governo di una data formazione sociale), in quella culturale (tra i portatori di diverse correnti ideologiche). Nell’epoca moderna, le “tre sfere” riguardano quelle formazioni sociali “particolari” dette Paesi, Nazioni, in definitiva Stati. Ed è tra questi che ormai da qualche secolo si sono scatenati i conflitti più violenti per l’assunzione di una supremazia su larga scala nel mondo.
Se noi leggiamo i libri di storia, ci troviamo in presenza di continui conflitti tra vari gruppi dominanti nelle più diverse “comunità” sociali; quelle che, come appena detto, sono già da un bel po’ di tempo i paesi o gli Stati, ecc. Le rivolte degli strati sociali subordinati nelle diverse “comunità” (e negli Stati della modernità) sono soltanto episodiche. E ben poche di esse conducono poi all’effettiva rivoluzione che rovescia il vecchio assetto del potere di certi gruppi dominanti; anche quando ciò infine accade, si verifica poi sempre il consolidarsi di nuovi gruppi al vertice della società “rivoluzionata” con caratteri ed esercizio della politica differenti rispetto a quelli in uso presso i dominanti ormai spazzati via, ma sempre con la finalità della preminenza nel nuovo organismo sociale, nella nuova forma dei rapporti sociali.
Vorrei fosse chiaro che generalmente, almeno per un buon periodo di tempo, i gruppi dirigenti delle effettive rivoluzioni – perché senza chi le dirige, le rivolte vengono soffocate nel sangue – non sono affatto assetati di potere, non sono soltanto biechi individui che hanno approfittato di quell’occasione per assurgere al potere. Nient’affatto, essi sono all’inizio intenzionati – anche perché influenzati da fortissime convinzioni ideologiche – a conseguire ben altri ideali di maggior “equità sociale”. Poi però si impone la necessità di un’organizzazione funzionante e capace di riprodurre i pur nuovi rapporti sociali con un minimo di ordine, senza caos e anarchia. E l’abbiamo già ripetuto tante volte: “l’orchestra non suona senza il direttore”. Pian piano, dirigi oggi e dirigi domani, vengono avanti quelli che si assuefanno al potere; e la loro azione “distende” di nuovo la società “in verticale”, con gruppi che ascendono alla posizione di dominanti e le cosiddette “masse” che, pur spesso godendo di condizioni di vita migliori rispetto a precedenti epoche storiche, si dispongono negli strati dei dominati. L’organizzazione delle nuove società si irrigidisce e inizia una nuova epoca che durerà ….quel che durerà. Perché alla fine sempre le “classi” dominanti mostreranno l’incapacità di assicurare la riproduzione della società nella situazione di continua evoluzione tipica dell’essere umano che abbisogna, periodicamente, di radicali mutamenti delle forme dei rapporti sociali; e si imporranno dunque nuovi rivolgimenti con nuovi gruppi dirigenti degli stess

Andate a farvi fottere!

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Il compianto Carmelo Bene non aveva torto, già molti anni fa, a sfottere i buonisti con le sue frasi fulminanti: “Non me ne fotte nulla del Rwanda, però lo dico. Voi no, non ve ne fotte, però non lo dite”. A dire il vero, i politicamente corretti oggi si sono evoluti, o meglio involuti, fino a dire esattamente il contrario di quel che pensano. Se ne fregano ancora, come ieri, degli africani, ma hanno imparato ad usarli per bieche ragioni politiche. Ovviamente, nemmeno la pandemia (purtroppo vera, checche’ ne dicano sciocchi complottisti in solidarietà antitetico-polare con i “governativi”), che ha costretto in casa gli italiani, ha fermato questo mercimonio di carne umana da oltremare.
Purtroppo, la finta opposizione di una destra xenofoba, alimentatrice di negazionismi, ad una sinistra fingente umanità, non riesce a far di meglio che foraggiare il disprezzo per l’uomo nero anziché incanalare la rabbia e lo spaesamento dei ceti “emotivi” verso i reali aguzzini dell’Italia, contro quell’èlite liquidatrice, la quale da decenni spinge a fondo la Penisola.
Noi, invece, vorremmo gli immigrati talmente integrati da non essere relegati nella periferie ma accomodati nei quartieri alti, abitati dai radical chic e dal loro delfinato cosmopolitico. Vogliamo vedere la prole dei nostri fratelli clandestini divenire compagna di banco dei figli dei benestanti di destra e di sinistra. Vogliamo vedere i neri alle feste degli accoglienti, a gustare tartine nei loro salotti, non come camerieri ma come ospiti. Vogliamo vederli alla guida dei loro suv, non come autisti ma come proprietari o, al massimo, come “espropriatori”. Vogliamo vederli, non sui barconi ma in barca a vela a godersi la vita tra lo spumeggiare delle onde ed il solleone. Esattamente, come ex ministri e parlamentari che masticano solidarietà e vomitano spocchia. Vogliamo vedere fin dove sono sinceri nel loro abbraccio trans-etnico perché finora hanno saputo solo scaricare questi poveretti lontano dalla loro felicità tra connazionali a loro volta in difficoltà.
Ciò che non vogliamo vedere è, appunto, quello che avviene di questi tempi ai margini dell’opulenza, laddove italiani disoccupati e cassaintegrati sono costretti a condividere spazi barbarici e decandenti con dis-integrati alla deriva. Noi siamo antirazzisti in ogni vena e per questo vogliamo l’assoluta parità di diritti e di doveri tra l’agiato globalista e l’ultimo dannato della terra. La parificazione tra sventurati, bianchi e neri, che non intacca i privilegi degli ottimati, col cuore a sinistra ed il portafoglio a destra, è solo una messinscena dei prepotenti per strumentalizzare gli ultimi contro i penultimi, e viceversa.
Il gioco lo abbiamo capito da tempo ed è vecchio come la piramide di Cheope. Si stanno creando i presupposti di una guerra tra poveri che metta al riparo questa nostra classe dominante senza più futuro. È la classica forma di resistenza di chi non ha più forze per resistere ai mutamenti in atto.
Una politica sensata, da parte di una vera opposizione, concluderebbe iniziative opposte a quelle in corso, invece di alimentare tra bianchi tartassati e depauperati l’odio per i neri “sballottati” metterebbe gli uni e gli altri contro i manipolatori asserragliati nei quartieri elevati. Ma chi lo alza un destro sino ad un così alto concetto?

Dai Compagni mi guardi Dio

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Si avvicina l’anniversario degli accordi di Danzica e di Stettino, il 22 Agosto del 1980. Da questo evento, qualche giorno dopo, il 31 agosto, nascerà il primo sindacato cosiddetto libero, Solidarnosc, in uno dei Paesi del patto di Varsavia, la Polonia.
Alla testa di Solidarnosc c’era l’elettricista Lech Wałęsa il cui amore per il mondo operaio sarà realmente svelato quando, anni dopo, da Presidente della Polonia, avviò le riforme liberistiche e antisociali richieste dai suoi padrini occidentali.
Ovviamente, anche questo era un segnale che annunciava lo smantellamento del blocco comunista le cui involuzioni stagnazionistiche interne (sociali, economiche e culturali) erano in atto da tempo. Un decennio dopo tutta l’impalcatura sovietica e quella degli stati alleati si sbriciolerà come niente, quasi senza scorrimento di sangue. I tradimenti e i passaggi di campo furono così numerosi e sconcertanti che non fu necessaria la guerra civile. Ci fu qualche cadavere eccellente, come Ceaușescu nel 1989, ma poi poco altro.
I morti veri arrivarono in seguito, con la “libertà” che non garantì più quelle sicurezze di base per le popolazioni impoverite, come durante il socialismo (ir)realizzato.
Immaginiamo che anche quest’anno i giornali e i mezzi di comunicazione festeggeranno l’avvenimento, come cani intorno all’osso, per ricordarci quanto era brutto l’incubo comunista e che tiranni fossero Lenin, Stalin e loro successori delinquenziali.
Sono farabutti ma da certi necrofagi o coprofagi liberali non ci si può aspettare di più, soprattutto in questa fase di paurosa decadenza culturale e storica. Sono lontani i giorni in cui, come recentemente riportato da La Grassa, il parlamento italiano e i suoi politici illuminati sospendevano i lavori e per bocca di Gronchi, non certo un bolscevico, dichiaravano: «Onorevoli colleghi, con sincero rispetto mi associo alle espressioni di cordoglio manifestate in questa Camera per la morte di Giuseppe Stalin. Come eletto dai rappresentanti del popolo italiano, interprete del pensiero comune di tutti i colleghi, esprimerò le condoglianze della Camera ai rappresentanti dei popoli russi, il Soviet supremo della Unione delle repubbliche socialiste sovietiche».

Però, c’è da dire, che nello schieramento di presunti “compagni” pullulavano insinceri e perfidi opportunisti che riuscirono persino a far passare Walesa per il nuovo Lenin. Rossana Rossanda fu la più spudorata tra questi ed è difficile credere che la celebre giornalista “manifestaiola” non sapesse di certi legami tra Walesa e la Chiesa cattolica che finanziava Solidarność, anche tramite il banchiere Calvi, oppure dei rapporti Brzeziński-Wojtyla per destabilizzare la Polonia.
Rossana Rossanda su ‘Il manifesto’ del 31 agosto 1980 (sotto riporto l’articolo integrale) giunse ad affermare che i moti polacchi annunciavano un nuovo ‘17 ed una rinascita della classe operaia: “Questa vittoria proletaria è, in questi anni di conclamata crisi del marxismo… è iniziato, in questo agosto grande e terribile; e un giorno conterà—o forse sogniamo, ma perché proibircelo?—come una seconda data dopo il 1917.”

Walesa paragonato a Lenin. C’è da vomitarci sopra.
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Di Rossana Rossanda

Dunque avevano ragione, gli operai del baltico. Avevano ragione di tenere duro e hanno vinto. E non solo vinto per sé; hanno voltato una pagina della storia. Hanno riaperto una speranza, contro ogni previsione; nel momento più oscuro per la sinistra. La sigla dell’accordo a Danzica e Stettino non risolve una crisi, ma la svela nella sua verità, le dà un itinerario di svolgimento, produce l’embrione d’un blocco sociale che la salva dal precipizio. Mette in moto società immobilizzate e marcescenti nel monolitismo e le mette in moto sui binari operai. La vecchia talpa ha scavato bene. Ne è investito, con la nascita del sindacato autogestito, quel pilastro dello stalinismo che vedeva nel partito, nella sua linea e nel suo Stato, l’intera forma presente e futura, della società. Questo principio che non è stato mai vero, era diventato ormai putrido; se vi poteva credere ancora qualche nostalgico qui (basti vedere le lettere sull’Unità e sapere di alcuni dibattiti, anche di base sindacale e operaia), né a Mosca né a Varsavia né a Praga da tempo non ci credeva più alcuno. Da tempo era chiaro, in quei paesi, che quella ideologia aveva prodotto soltanto un ceto dirigente, formatosi attorno al partito e garantito da un’ideologia pseudo marxista, che deteneva tutti i poteri, e di fronte ad esso, inchiodati in una rigida divisione del lavoro, tutti i non potenti. Situazione non solo intollerabile, ma tanto più pericolosa in quanto coperta dalla facciata di menzogna dello ‘Stato operaio’. Dal 1956 in poi, chiunque a sinistra abbia pensato al presente e al futuro blocco dell’est lo ha visto, dunque, come una caldaia che prima o poi sarebbe esplosa. Una grande corrente attorno alla cultura comunista ha a lungo sperato che un correttivo sarebbe venuto dallo sviluppo stesso delle forze produttive; esso avrebbe indotto la sfera politica a flessibilizzarsi, riacquistare trasparenza, ridare alla realtà sociale un’articolazione e quindi una dialettica. Le speranze del XX congresso erano state queste. Le chiudeva l’invasione della Cecoslovacchia giusto l’agosto di dodici anni fa. I carri armati russi a Praga non demolirono soltanto l’indipendenza d’un popolo, ma la speranza d’un rinnovamento—magari lento ma inevitabile—dei partiti comunisti dal loro interno. La loro rigidità parve inesorabile e assieme obbligata dalle ragioni di Stato dell’Urss. Da quel momento il blocco dell’est, è sembrato senza vie d’uscita che non fosse il crollo e la catastrofe: il fascistizzarsi progressivo delle strutture, le tentazioni di espansionismo, e, fuori delle istituzioni, il ripiegare delle coscienze non solo verso il privato, ma verso tentazioni torbide del passato, razzismo e nazionalismo, irrazionalismi di marche varie. La crisi sarebbe prima o poi scoppiata, ma sull’onda di agenti oscuri che avrebbero ‘legittimata’ la repressione, costringendo questi paesi in una lunga tragica oscillazione fra rivolta di destra e regime, regime e rivolta di destra.
La grande conquista del proletariato del Baltico è di avere spezzato quella gabbia sull’onda di un limpido movimento di classe. E attraverso la ripresa dell’espressione diretta degli sfruttati attraverso la loro forma politica prima, il sindacato. Il sindacato nascente, quello che viene dal basso, che funziona per coordinamenti orizzontali, che ha la sua legittimazione nelle assemblee, le sue forme nell’occupazione della fabbrica. Esso comincia col restituire verità ai rapporti sociali: nei cantieri di Danzica, fra Jagielski e gli operai in questi giorni si chiamavano le cose con il loro nome, datori di lavoro e lavoratori, potere dello Stato e un potere di base da liberare. Veniva alla luce lo schema soggiacente dell’alienazione e dello sfruttamento in un meccanismo di accumulazione capitalistica gestita dallo Stato-partito con la sua specificità e complessità. Per una volta, e con minore angoscia che a Stettino nel 1970, nessuno più mentiva.
Questo illimpidimento dei rapporti sociali reali, la fine d’un mito, ha permesso alla parte operaia di valutare appieno lo sfondamento che produceva, in quale quadro, in quali limiti, con quale compatibilità, senza estremismi e senza lasciarsi convincere a cedere, come tutti la consigliavano; ma ha obbligato anche la parte ‘datori di lavoro’, partito e governo, a vedere se stessi in termini decisivi, a scegliere la repressione o la fluidificazione. Questo ha dato al conflitto la sua drammaticità e maturità, ma ne ha delineato lo sbocco—la prima relativa democratizzazione non a chiacchiere delle società dell’est.
La prima. Se l’accordo è stato così difficile, è perché con essa la Polonia entra in movimento, con essa entreranno in movimento gli altri paesi del blocco. Il segno dominante all’est diventa quello del mutamento. Come muterà? Con grande fastidio abbiamo veduto in questi giorni la stampa italiana non saper pensare che in termini di immobilismo o repressione; forse non voler pensare diversamente. L’operaio che fa di se stesso la prima compatibilità dà angoscia a tutti; non ha scritto Repubblica che con questi scioperi erano ormai ammainate in Polonia le conquiste del socialismo? La sinistra rispettosa intendeva da un pezzo per socialismo il potere dei gruppi dirigenti dei partiti comunisti; meglio se in sintonia con il cardinale Wyszynski. In verità queste settimane di lotte operaie sono il primo barlume a una speranza socialista che rinasca in quelle terre. Il primo e non sicuro barlume che la crisi si sciolga a sinistra.
Non sicuro, perché occorrerà invertire le tendenze; corrodere le resistenze e le strutture che le si opporranno; costruire negli stessi lavoratori, e anche fuori dal momento chiarificante della lotta, un’idea di sé, dei rapporti di lavoro che vogliono, del modello di sviluppo in cui possano riconoscersi, di un modello di istituzioni da ricostruire. E una strategia di cambiamento che metta in moto le forze, senza precipitare e senza aprire varchi ai molti corvi che le svolazzano attorno. Non sarà semplice per il Poup, né per gli operai, né per le opposizioni: significherà mutare tutte le carte, mutare anche se stessi, in un quadro interno e internazionale complesso e fragile.
Il modo in cui gli operai del Baltico, ma non solo del Baltico, si sono mossi, permette di credere che essi posseggano la maturità e lucidità necessaria perché stavolta il successo non sia corroso o dissipato.
Le mosse del comitato della costa baltica sono state senza errori. Il tempismo con cui sono entrati in scena gli altri complessi, ultimi e decisivi i minatori della Slesia, roccaforte del partito, sono un modello di tattica vincente. La forza operaia s’è sentita in tutto il paese, da nord a sud, irriducibile e severa, dietro Walesa ha preso corpo la verità d’un paese, che nessun gruppo dirigente poteva più giocare, e che ha offerto una carta a chi, all’interno del potere politico, voleva un cambiamento. E accanto agli operai s’è delineato un gruppo di intellettuali anch’esso, e per la prima volta, intrinseco al comitato di sciopero, suo prolungamento ed espressione ‘colta’, suo specialista ‘organico’. Così come si è rivelata esatta l’intuizione del Kor dopo il 1976: aveva visto giusto la zona di società che occorreva difendere, perché solo di là poteva venire uno sbocco.

Questa vittoria proletaria è, in questi anni di conclamata crisi del marxismo, il primo segno di contraddizione. Ma quale segno. E’ ormai iscritto per tutto l’est. Suggerisce ‘si può’ agli operai russi e tedeschi, cecoslovacchi e ungheresi. Fra tutti, forse i cecoslovacchi sono quelli che vivranno questi giorni con più partecipazione e assieme amarezza: si vede oggi come la tragedia di Praga fosse un episodio assieme definitivo e non ripetibile. Di là sulle ceneri del nuovo corso, e a che prezzo, cominciava la crisi dell’Urss, non si consolidava la sua forza. Le forme di questa crisi svolgeranno negli anni che ci aspettano riportando in movimento un’Europa dove cessala spartizione di Yalta. Molte categorie sono destinate a saltare, molte ambiguità spunteranno. Se l’Urss vorrà far politica non potrà più fare la guerra; ma la guerra poteva farlo restando com’è, per far politica deve cambiare. Non sarà, come per il partito e lo Stato polacco, un cambiamento indolore. Ma è iniziato, in questo agosto grande e terribile; e un giorno conterà—o forse sogniamo, ma perché proibircelo?—come una seconda data dopo il 1917.”

Sovrano è Paragone

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Gli ingenui che ora sperano in Gianluca Paragone per l’Italexit, l’uscita del Paese dall’euro, o per la rinascita del sovranismo, ampiamente screditato dai partiti cosiddetti sovranisti, in realtà vecchi apparati rimodernati solo a caccia di voti, resteranno certamente delusi. Il profilo dell’ex giornalista, prima in quota Lega e poi parlamentare 5 Stelle, è già un biglietto da visita poco incoraggiante. Chi lo conosce bene così parla di lui:

“…Perché Gianluigi è fatto così: adesca, incanta, incassa e poi si mette a fare casino se non gli danno tutto quello che chiede. In questo è un numero uno e con questa tecnica ha girato tutto l’ arco costituzionale mediatico e politico, salvo la sinistra che non escludo sia già nel suo mirino come prossima tappa. Se Di Maio mi avesse telefonato all’ epoca per un consiglio gliel’ avrei detto: mettiti in casa Paragone solo se puoi farlo subito ministro di qualcosa, è l’ unico modo perché non ti faccia la guerra, almeno non da subito. In questo la storia insegna. Da giovane Paragone si fece leghista ed ebbe in cambio la direzione della Padania, poi passò berlusconiano e arrivò la vicedirezione di Libero. Non avendo ottenuto la direzione (quando Feltri e io lasciammo la guida di quel giornale gli fu preferito Belpietro) ottenne dal Pdl come consolazione una vicedirezione Rai in quota centrodestra ma subito entrò in conflitto con il suo capo e con i suoi padrini politici che non lo difendevano a sufficienza.
Bossi lo scomunicò ufficialmente, in Rai perse la battaglia e si consolò con un buon contratto a La7 dove iniziò a corteggiare i nascenti grillini. Scaricato pure da quella tv trovò seggio e stipendio grazie a un riconoscente Di Maio. Ma a lui ciò non basta, a Paragone nulla basta mai ed ecco quindi l’ ennesimo divorzio con attribuzione di colpa al capo di turno”. (Alessandro Sallusti).

Dello stesso parere, appena un po’ attenuato, è un altro ex collega di Paragone, Vittorio Feltri, il quale, grosso modo, descrive l’italexitaro come un po’ opportunista, uno del tipo “va dove ti porta il quorum”:

“…Egli è stato per anni un giornalista esperto. Fu direttore della Padania, quotidiano leghista quanto lui. Il suo lavoro al timone del foglio e le sue comparsate televisive erano convincenti, cosicché mi venne l’ idea di assumerlo a Libero in veste di vicedirettore. Lavorammo insieme per un lungo periodo. Ciononostante al ragazzo evidentemente non bastava di stare accanto a me, brigò con l’ aiuto della Lega per avere un posto in Rai, e lo ottenne. Contento lui…
Qualche tempo dopo, insoddisfatto del trono offertogli dall’ ex monopolio televisivo, si trasferì alla “7” di Urbano Cairo, che gli affidò programmi di relativo ma non straripante successo. E l’ editore, forse precipitosamente, lo invitò a guadagnare l’ uscita. Gianluigi si trovò a piedi in mezzo alla strada, posizione antipatica, e si cercò qualcosa di meglio.
Collaborò con Libero ricevendo un compenso insufficiente per sopravvivere, finché colse al volo la possibilità di scendere dal Carroccio e di inserirsi nel bordello promettente, in apparenza, di Di Maio, con il quale per mesi ebbe un rapporto quasi fraterno. In effetti i due andavano d’ accordo. Eppure l’ idillio – lo dimostrano gli ultimi fatti – durò lo spazio di alcuni mesi”. La partenza di Paragone non è stata delle migliori. Qualcuno ha rivendicato la proprietà del marchio, promettendo battaglie legali, qualcun altro ha scoperto che dietro il dominio Italexit ci sono editori tutt’altro che sovranisti, anzi di tendenza politica persino opposta. Paragone si è difeso sostenendo che per accaparrarsi il nome “Italexit” avrebbe fatto qualsiasi cosa. L’ha fatta, infatti, in linea con tratti del suo carattere ben evidenziati sopra. Certo è che se uno si impunta sui nomi c’è da scommetterci che il progetto non è in primo piano o non esiste proprio, sostituito da qualche slogan per creduloni. Sovrano è Paragone, in cerca di voti.

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