Negrieri, di GLG

LAGRA2

http://www.ilgiornale.it/news/politica/fine-dei-pirati-demolire-stati-1717302.html

lo capisce anche un bambino. Solo che non lo si fa solo perché si vogliono lucrare le migliaia di euro che questi criminali ottengono da chi emigra e che non scappa da nessun campo di tortura e sterminio. Il fine è manovrato da quelli che si continuano a definire “sinistra”: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/lerner-boldrini-lesultanza-sea-watch-fuorilegge-1717080.html, i quali pagano anche le spese: http://www.ilgiornale.it/news/politica/schiaffo-casarini-pagheremo-multa-long-sea-watch-1717167.html.
Abbiamo a che fare con gente che è pronta a mandare a picco il paese pur di non perdere quel potere che è stato lasciato loro per troppo tempo, a partire dall’operazione “mani pulite”. Ma la preparazione era antecedente, risaliva alle manovre del Pci anni ’70, in combutta con settori DC (il “compromesso storico”); un Pci che si spostava copertamente (ma solo per i suoi ciechi seguaci) verso gli USA e l’atlantismo, che “approfittò” (state attenti alle virgolette) del caso Moro, fatto che consentì un facile viaggio di un suo importante dirigente negli Stati Uniti proprio una volta rapito il dirigente democristiano con gli importanti documenti che aveva in borsa (quelli mai ritrovati!). Voi capite da quanto tempo questa “sinistra” ha tradito l’originaria appartenenza (con lo stesso spirito del Re e di Badoglio nel ben noto “8 settembre”) e ne ha approfittato per impadronirsi di tutti i gangli dell’informazione e dell’amministrazione dei principali organi dello Stato. Ora sono in crisi e stanno tentando disperatamente di non perdere quelle posizioni, pronti a mandare a fondo l’intero paese pur di restare loro a galla. In ciò aiutati dall’imprenditoria privata, da me detta “cotoniera”, che ha una lunga storia di trame e tradimenti; a partire dall’ENI di Mattei, dall’aver messo a dirigere l’IRI un uomo che ne svendette una discreta parte, ecc. Si deve interrompere il tradimento e la perversione di questa forza politica; e con la forza. Per il momento, non si vede chi abbia questo coraggio.

 

http://www.ilgiornale.it/news/politica/sea-watch-non-sfida-salvini-lattacco-contro-tutta-litalia-1717618.html
sono in parte d’accordo, ma con una precisazione, che andrà meglio sviluppata in futuro. Quelli che sono contro l’Italia, lo sono perché stanno perdendo l’influenza che hanno avuto da mezzo secolo e più con ulteriore incremento dopo la fine della prima Repubblica. Deve essere chiaro che l’operazione “mani pulite” (avvenuta su input anche degli USA e non a caso solo dopo la fine del campo “socialista” e la dissoluzione dell’URSS; prima era pericoloso agire così) è stata condotta da una magistratura già da tempo invasa soprattutto dalla “sinistra”. Oggi questi manigoldi sentono in forse il loro potere; perfino nel servilismo agli Stati Uniti, attualmente divisi in due establishment in netto attrito. E allora sono pronti a mandare al diavolo l’intero paese pur di continuare a predominare. E sono alleati in questo della parte più inetta e incapace dell’imprenditoria privata, la più corrotta, vera erede di quella che fece fuori Mattei per indebolire, assieme all’ENI, tutta l’impresa pubblica. Non si battono questi furfanti, pronti a distruggere il paese pur di mantenere il controllo delle sue macerie, con i metodi sedicenti “democratici”. Oggi la parte fondamentale del paese – e i suoi ceti popolari – è esasperata, ma non ha ancora chiaro in testa cosa si deve fare per annientare questi “infetti”, questi “agenti patogeni”. Occorre una formazione dirigente lucida e che afferri il fondo del problema e agisca con i metodi all’uopo necessari.

Fiat Marchionne

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https://www.dagospia.com/rubrica-4/business/come-ci-ha-fregato-marchionne-ndash-riccardo-ruggeri-alza-sipario-206943.htm

Marchionne prendeva per il culo, come sempre detto da noi di ConflittieStrategie. Ricordiamoci di tutti quelli che gli hanno steso tappeti rossi accostandolo ad un salvatore della patria ed insultando gli italiani lavativi.
Mi limito a ricordare alcune sue dichiarazioni di qualche anno prima di morire:
“Non possiamo demandare al funzionamento dei mercati la creazione di una società equa perché non hanno coscienza, non hanno morale, non sanno distinguere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è”… ”l’efficienza non è e non può essere l’unico elemento che regola la vita. C’e’ un limite oltre il quale il profitto diventa avidità e chi opera nel libero mercato ha il dover di fare i conti con la propria coscienza”…”gli eventi e la storia hanno dimostrato che ci reggevamo su un sistema di governance del tutto inadeguato. Soprattutto, hanno evidenziato la necessità di ripensare il ruolo del capitalismo stesso, e di stabilire qual è il corretto contesto dei mercati. Sono una struttura che disciplina le economie, non la società”… “se li lasciamo agire come meccanismo operativo della società, tratteranno anche la vita umana come una merce. E questo non può essere accettabile”…”la forza del libero mercato in un’economia globale è fuori discussione…nessuno di noi può frenare o alterare il funzionamento dei mercati…questo campo aperto è la garanzia per tutti di combattere ad armi pari…il perseguimento del mero profitto, scevro da responsabilità morale, non ci priva solo della nostra umanità, ma mette a repentaglio anche la nostra prosperità a lungo termine… [Occorre] creare le condizioni per un cambiamento virtuoso…per promuovere la globalizzazione che sia davvero al servizio dell’umanità”.

Accusare i mercati di non avere coscienza è una stupidaggine. Marchionne lo sapeva, quello era solo un altro suo modo per intortare il prossimo e qualche politico buonista (anche questo per finta). Lui era un finanziere, non un industriale e lo si è visto. Speculazione e “perculazione” sono state le sue doti principali. I mercati sono il regno anarchico delle merci ed il fatto che oggi si siano estesi a tutto il pianeta, secondo le dicerie globaliste, non muta il loro intrinseco funzionamento. Non vi è nessuna degenerazione nei mercati che sono anzi, seppur solo formalmente, il luogo dell’uguaglianza degli individui i quali vi si recano liberamente per acquistare e vendere i loro prodotti, secondo leggi ferree di una certa formazione sociale, leggi solo occasionalmente violate con truffe e raggiri ( puniti dai tribunali), che però non rappresentano la norma. Marchionne avrebbe voluto che i mercati non trattassero la vita umana come merce? Balle. Sui mercati la nuda vita non vale nulla, conta semmai la merce forza-lavoro. Gli unici corpi che interessano ai mercati sono quelli dei prodotti in quanto contenenti un (plus)valore da realizzare per trarne un profitto, non i corpi tout court né, tantomeno, i fisici corpulenti di certi manager in vena di raccontarle più grosse della loro mole. Non c’è rischio che la vita umana diventi merce perché se accadesse ci troveremmo dinanzi ad un arretramento, ad un ritorno della società ai vincoli personali di tipo schiavistico e feudale. Sarebbe una regressione secolare a forme di esistenza precedenti già superate dal modo di produzione capitalistico. Marchionne mentiva sapendo di smentirsi poche righe dopo: “ la forza del libero mercato in un’economia globale è fuori discussione”.
Marchionne avrebbe voluto limitare i profitti? Lo sosteneva ma non lo pensava. Il capitalismo americano ha fatto una rivoluzione manageriale non per dire messa ma per creare maggiore ricchezza. “Il perseguimento del mero profitto, scevro da responsabilità morale, non ci priva solo della nostra umanità, ma mette a repentaglio anche la nostra prosperità a lungo termine” . Lui fu scelto per perseguire la “dismisura” finanziaria non per perorare il senso della misura francescana. Infatti, anziché produrre veicoli competitivi, fu più aduso a far quadrare i conti attraverso i giochetti in borsa, con scalate, fusioni o acquisizioni. Fu spregiudicato nel pregiudicare il futuro dell’auto nazionale al servizio dei suoi amici oltreoceanici.

Contro la democrazia

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Sentiamo dire da intellettuali di paglia, con parole altamente infiammabili, che la lotta al presunto ultimo stadio di degenerazione finanziaria del capitalismo è indispensabile per ripristinare la democrazia. Se questo è lo scopo della nostra battaglia siamo letteralmente fuori strada. E’ sbagliato il bersaglio (la finanza predona), ed è errata la meta (la democrazia da ristabilire). Si tratta, invece, di essere apertamente e prioritariamente antidemocratici perché la democrazia non è il “regno” del demos (la circoscrizione, non il popolo come comunemente creduto) alla greca ma è una proiezione “spirituale” di una forza “materiale”, coincidente con i rapporti ” a supremazia” di cui si sostanzia il mondo occidentale a guida statunitense. Pertanto, democrazia (inteso come prodotto specifico della nostra epoca) è eguale a egemonia del modello culturale americano. Non c’è scampo da questa appartenenza, nemmeno se romanticamente si sognano i greci. Torniamo, dunque, in noi e, peculiarmente, ai nostri riferimenti di sempre tralasciando gli allievi indipendenti di Marx che sono più indipendenti dal rigore scientifico che marxisti. Il Moro scriveva esplicitamente: “Le idee della classe dominante [o di una Potenza preminente] sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale… Se ora nel considerare il corso della storia si svincolano le idee della classe dominante dalla classe dominante e si rendono autonome, se ci si limita a dire che in un’epoca hanno dominato queste o quelle idee, senza preoccuparsi delle condizioni della produzione e dei produttori di queste idee, e se quindi si ignorano gli individui e le situazioni del mondo che stanno alla base di queste idee, allora si potrà dire per esempio che al tempo in cui dominava l’aristocrazia dominavano i concetti di onore, di fedeltà, ecc., e che durante il dominio della borghesia dominavano i concetti di libertà, di uguaglianza, ecc. Queste sono, in complesso, le immaginazioni della stessa classe dominante. Questa concezione della storia che è comune a tutti gli storici, particolarmente a partire dal diciottesimo secolo, deve urtare necessariamente contro il fenomeno che dominano idee sempre più astratte, cioè idee che assumono sempre più la forma dell’universalità. Infatti ogni classe che prenda il posto di un’altra che ha dominato prima è costretta, non fosse che per raggiungere il suo scopo, a rappresentare il suo interesse come interesse comune di tutti i membri della società, ossia, per esprimerci in forma idealistica, a dare alle proprie idee la forma dell’universalità, a rappresentarle come le sole razionali e universalmente valide.” Appunto, sostituiamo la parole “classe” con “superpotenza” ed il discorso non cambia molto, anzi diventa più cogente.
Ecco spiegato perché dobbiamo definirci e comportarci antidemocraticamente, essendo la democrazia una falsa ideologia universalistica che rappresenta il concreto interesse, non di tutti, ma di una nazione o area egemone. La democrazia e la sua sorella libertà sono figurazioni “razionali e universalmente valide” di interessi specifici che si traducono in una maggior subordinazione di chi si piega a detto sistema, soprattutto nella presente epoca di incipiente scoordinamento geopolitico. Scrive anche La Grassa: “la democrazia è quel regime dei dominanti, nel quale il popolo (la stragrande maggioranza dei dominati) viene chiamato ogni tot anni ad eleggere i rappresentanti (nella sfera politica) di coloro che lo opprimono e sfruttano. Lo stesso Lenin considerava la Repubblica democratica “borghese” (poiché a quell’epoca esisteva ancora, per quanto fosse ormai arrivato al suo “ultimo stadio”, il capitalismo borghese) il migliore involucro formale della reale “dittatura” della borghesia: dittatura di classe con un significato diverso da quello in uso presso tutti quelli che sono soltanto studiosi, formalisti, di politologia e diritto, autentici ideologi dei dominanti, trattati quali specialisti, anzi “scienziati” (figuriamoci!)”.
Considerato lo stato di subordinazione dagli Usa dei suoi satelliti europei e longue durée democratica che da un pezzo plasma simili società non sarà assolutamente possibile divincolarsi dal dominio della potenza d’oltreatlantico attraverso i riti elettorali. Sono i suoi cerimoniali. Quest’ultimi riproducono massonerie parlamentari che non vanno mai contro gli Usa. A volte si travestono di sovranismo, come recentemente accaduto, ma esclusivamente perché questa è la nuova parola d’ordine del trumpismo, da intendersi quale mutamento strategico principiato in America dopo le difficoltà dell’ultimo quindicennio che hanno decretato la fine del monocentrismo a stelle e strice.
E’ necessario, invece, un fattivo decisionismo da parte di autentiche élite nazionali, in grado di coinvolgere la popolazione con forme di partecipazione diversa dalle votazioni, al fine di rompere la gabbia d’acciaio dell’atlantismo. Piuttosto, in passato, sono state proprio le dittature ad aver trovato metodologie di trascinamento delle masse nell’arena politica, molto più attive e dinamiche della passiva liturgia delle urne, laddove occorreva liberarsi da condizionamenti esterni ormai troppo pesanti. Nel frangente in corso, con l’avvio del multipolarismo, si ripresentano necessità speculari. Quando è la libertà ad opprimere i popoli, i popoli hanno il dovere di opprimere la libertà.

Quel tradimento della sinistra ​che preferisce le élite al popolo

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Fonte http://www.ilgiornale.it/news/politica/sinistra-che-tifa-lite-cos-ha-tradito-suo-popolo-1715369.html

 

Da Massimo Cacciari a Francis Fukuyama passando per Gianfranco La Grassa, filosofi e studiosi raccontano la genesi di questa crisi

L’avanzata dei sovranisti in tutto l’Occidente, consolidatasi negli ultimi anni, e la contemporanea crisi delle forze progressiste negli Stati Uniti e in Europa, ha portato molti intellettuali un tempo organici alla cosiddetta “sinistra” a riflettere e a cercare di capire le motivazioni di ciò che sta accadendo.

Com’è possibile che la sinistra abbia completamente abbandonato le fabbriche e le periferie e, in generale, sia finita per rappresentare l’establishment politico e quello che il “popolo” percepisce come l’élite?

L’ultimo a fornire una spiegazione interessante è stato il filosofo Massimo Cacciari, che in una recente intervista rilasciata alla Verità ha osservato, parlando del Pd: “A furia di spostarsi verso il centro, sono rimasti prigionieri del centro storico. Si sono rintanati nel rifugio dei benestanti. E di conseguenza hanno dimenticato le periferie, hanno abbandonato gli italiani in difficoltà, una larga parte di elettorato che è stata consegnata ai partiti populisti e alla destra sociale“, l’analisi del filoso sulla compagine dem.

Sulle colonne del Manifesto, Carlo Freccero, direttore di Rai2, è stato ancora più incisivo, facendo letteralmente a pezzi la retorica della sinistra radical chic. “Cos’è oggi essere di sinistra?” si chiede Freccero. “Essere politicamente corretti. Accettare il pensiero unico in maniera acritica e credere, presuntuosamente che, in quanto detentrici del pensiero unico, le élite devono guidare un popolo ignorante e rozzo, irritante per la sua mancanza di educazione“.

Il celebre politologo statunitense Francis Fukuyama, autore del celebre La fine della storia, ha invece spiegato nel suo ultimo saggio Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi (Utet), che “il problema con la sinistra odierna sta nelle particolari forme di identità che questa ha deciso sempre di più di esaltare. Anziché costruire solidarietà attorno a vaste collettività come la classe operaia o gli economicamente sfruttati, si è concentrata su gruppi sempre più ristretti che si trovano emarginati secondo specifiche modalità“.

Nel suo ultimo saggio La notte della sinistra. Da dove ripartire (Mondadori), il corrispondente di Repubblica Federico Rampini, oltre ad affrontare il tema dell’immigrazione mettendo in discussione molti dei totem ideologici dei progressisti chic, soprattutto italiani, si chiede per esempio “com’è accaduto che lo spread tra Btp e Bund sia diventato una Linea Maginot dietro la quale la sinistra italiana è asserragliata, un baluardo a cui si aggrappa pur di fare opposizione ai populisti-sovranisti?“.

Una sinistra, insomma, che ha tradito completamente il suo popolo, schiava della propria bolla ideologica, incapace di leggere la realtà, arroccata nei propri preconcetti e superstizioni. Il giudizio del professor Gianfranco La Grassa, già docente di Economia politica nelle Università di Pisa e Venezia, allievo di Antonio Pesenti e di Charles Bettleheim, è ancora più severo. Studioso di marxismo e di strutture della società capitalistica, La Grassa è un intellettuale controcorrente, autore di innumerevoli saggi e di decine di libri, tra cui Crisi economiche e mutamenti (geo)politici (Mimesis, 2019).

“Continuiamo a parlare di ‘destra’ e ‘sinistra’ come in altri tempi quando questa distinzione aveva un effettiva ragione ed una lunga tradizione storica. Non è più così; in Italia, almeno a partire dalla fine della Prima Repubblica” spiega Gianfranco La Grassa.

In politica economica, fra destra e sinistra, spiega il professore, “non vi è alcun reale distacco dall’impostazione liberista. È incredibile la dimenticanza di quanto accadde poco meno di un secolo fa: la crisi del 1929 (la crisi per antonomasia), il roosveltiano New Deal del 1933 e la teoria generale di Keynes (1936), che dominò poi in campo accademico fino alla svolta dell’epoca Thatcher-Reagan (di fatto a partire dal 1980). La differenza tra destra e sinistra è più evidente sul piano, diciamo così, dei costumi, delle tradizioni“.

In questo campo, però, sottolinea La Grassa, la sinistra sbaglia ed è pericolosa, “pretendendo l’annullamento delle diversità tra culture e civiltà radicate in aree socio-culturali decisamente distanti fra loro per una lunga, plurisecolare, storia. A partire soprattutto dal ’68 certi ceti detti “colti” (da me definiti semicolti) e intellettuali hanno teso ad eliminare ogni distinzione e a inneggiare alla pura e semplice e confusa mescolanza, dichiarata integrazione”. Il fallimento di simile impostazione, prosegue, “la vera sua degenerazione (pericolosissima per il mantenimento di un minimo di coesione sociale), sono ormai manifeste; e stanno provocando particolare rigetto nei ceti più popolari e meno abbienti, dove una simile ‘marmellata’ alimenta la tradizionale guerra tra poveri. Ecco perché la sinistra – che un tempo, tradizionalmente, godeva dei favori dei ceti più bassi – è diventata in modo pressoché totale ‘gente dei quartieri alti’; e quindi dei centri delle maggiori città, dove il costo della vita consente lo stabilizzarsi dei più ricchi”.

Secondo La Grassa, inoltre, i cosiddetti sovranisti e populisti “sono appunto quelli che hanno capito un po’ meglio le difficoltà cui stanno andando incontro i ceti a più basso reddito e che sono confinati nelle periferie delle città; in specie di quelle maggiori come Roma, Milano, Torino, Napoli, ecc“. È del tutto ovvio, afferma il docente, “che tali ceti siano i più ostili alla vergognosa operazione di miscelare le diversità (indecentemente definita integrazione dai semicolti), che invece rappresenta l’unica strategia conosciuta oggi da questi avanzi di una fallita rivoluzione per difendere i loro privilegi“.

Quella detta ormai impropriamente sinistra, sottolinea il docente, “è il pericolo maggiore per il disfacimento non soltanto della nostra ultramillenaria civilizzazione, ma anche di tutte le altre che si vorrebbero integrare. Le diversità vanno invece difese e protette; se nessuno si sente superiore ad altri (ma diversi) e se esiste reciproco rispetto, le differenze sono arricchimento, mentre la mescolanza è appiattimento, perdita del proprio profilo, imbarbarimento e perfino instabilità psichica“.

Vergognosa, secondo Gianfranco La Grassa, la sinistra che tifa per la procedura d’infrazione contro l’Italia ed è appiattita sulle posizioni di Bruxelles e della Commissione europea: “Secondo me una vera vergogna, l’ignoranza e la malafede di gente che dovrebbe conoscere quanto già sopra affermato in merito al New Deal e all’opera keynesiana. Occorre spesa e ancora spesa; e mandare al diavolo pure il famoso 3%. “Non posso diffondermi qui sull’argomento, ma il mutamento del clima generale (non solo europeo) è invece evidenziato da mille segnali. E uno, ben rilevante, è stato pure il netto dissidio creatosi all’interno degli Stati Uniti, assai più forte di tante altre volte”.

Spendere per riprendere, di GLG

gianfranco

Qui

 

Nessuno vuol negare che l’imposizione fiscale sia in Italia troppo elevata e scoraggiante per molte iniziative. Tuttavia mi permetto una considerazione che non va nella stessa direzione “salviniana”. Mi sembra assurdo cancellare una certa progressività. Non certo per amore dei “poveri e diseredati” e perché è “giusta e mossa da spirito egualitario”. Semplicemente, stando proprio alla teoria neoclassica (che non è nemmeno la mia), man mano che il reddito aumenta cresce la propensione al risparmio. E un elevato risparmio può non trovare a fronte la domanda per investimenti atta ad assorbirlo proprio perché è carente in generale la spesa (domanda) in relazione alla produzione (e quindi offerta) dei beni. I redditi più bassi (che sono anche decisamente i più numerosi) conoscono, in percentuale, poco risparmio e tanta domanda. Quindi lasciare più reddito a chi lo ha più basso e meno a chi ne ha tanto, diminuisce per l’insieme sociale la percentuale del risparmio aumentando quella del reddito potenzialmente spendibile. Tuttavia, non si può nemmeno ragionare soltanto in questi termini. Il problema centrale, ben più di quello dell’abbassamento delle imposte, è la crescita della spesa atta ad acquisire il surplus dell’offerta che ha depresso l’attività produttiva; così agendo si favorisce il rilancio di quest’ultima. E questa spesa deve provenire soprattutto dallo Stato. Si studi infine la storia della crisi iniziata nell’ottobre del 1929 e del New Deal lanciato nel 1933. E ci si ricordi ogni tanto dell’opera più famosa di Keynes, uscita nel 1936 (più di 80 anni fa!). Decisiva è appunto la spesa statale (non dei privati che nella crisi si impauriscono e tendono a spendere sempre meno aggravando la situazione); e detta spesa deve soprattutto riguardare le infrastrutture. In definitiva, nella situazione odierna ci si decida ad affrontare con violenza i vertici europei e i loro complici qui in Italia, che allignano sia a “sinistra” (Pd) sia a “destra” (F.I.). A me sembra che si stia troppo cincischiando e cercando vie traverse che conducono in veri “cul de sac”. Non se ne esce, lo ripeto (anche se ben pochi hanno ascoltato il mio pur brevissimo video!). Bisogna spazzare via le opposizioni attuali e una UE costruita nel modo peggiore possibile.


 

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