MARX RAZZISTA? SI VERGOGNI CHI LO HA SCRITTO!

Karl-Marx

 

Cercherò di mantenere la calma intellettuale anche se in questo momento vorrei agitare una clava poco intellettuale per fracassare ccc (crani di cazzo cattedratici) . Facciamo una piccola premessa. Il politicamente corretto, con il quale i progressisti vorrebbero mettere a tacere chiunque non la pensi come loro, è una vergogna inaudita che testimonia la decadenza della nostra civiltà. Tuttavia, i destri che si contrappongono ai radical chic non sono meglio di questi ultimi, anzi sono così rozzi e ignoranti che meritano uguale disprezzo e sdegno. Ci vorrebbe più saliva del necessario per benedire tutti questi sciocchi. Anche se insegnano nelle Università o scrivono libri di qualche “sembianza” culturale. Veniamo a noi. In tre puntate, su Il Giornale, a firma di Spartaco Pupo (Professore associato di storia delle dottrine politiche a Cosenza), sono apparsi tre articoli così intitolati:
1. Ecco il Marx colonialista e razzista
2. Quando il compagno Engels faceva il tifo per la razza ariana
3. La difesa della razza di F. Engels

Sono onestamente choccato dal contenuto delle insinuazioni ma, soprattutto, dalle falsità scritte da questo docente che andremo subito a smentire, “carte” alla mano.
Afferma questo Pupo che:

‘Marx credeva nelle differenze razziali, non solo per gli epiteti meschini e a sfondo razzista con cui bollava gli avversari politici, ma anche per certe posizioni teoriche espresse chiaramente nelle sue opere…In nessuno scritto di Marx, tanto per cominciare, è rinvenibile una qualche opposizione alle teorie della supremazia bianca. Al contrario, la differenza da lui più di una volta enfatizzata tra epoche, paesi e popoli «civili» e «incivili», a partire da Per la critica dell’Economia Politica (1859), tradisce la convinzione di Marx circa una dicotomia di ordine razziale esistente fra gli uomini. Nel Capitale egli parla addirittura dell’esistenza di «caratteristiche razziali innate» come agenti di sviluppo sociale da accertarsi attraverso «un’attenta analisi».
In un articolo apparso sul New York Daily Tribune nell’agosto 1853, dal titolo «La dominazione britannica in India», Marx rivelò candidamente di non essere in grado di riconoscere la storia come tale nel mondo non bianco…Dinanzi a una siffatta liquidazione sbrigativa di razze e culture diverse da quelle bianche nord-europee non è difficile immaginare quale fosse la concezione di Marx dei neri in generale, non solo di quelli dell’India”…

Ecco cosa scrive veramente Marx sulla schiavitu’, i neri, gli indiani ecc. e i loro persecutori occidentali che egli detesta senza scampo (le citazioni sono tratte da il Capitale, da atti dell’Internazionale… e da Miseria della Filosofia):

‘Proprio nelle coltivazioni tropicali, dove spesso i profitti annuali eguagliano il capitale complessivo delle piantagioni, la vita dei negri viene sacrificata senza nessuno scrupolo. Proprio quell’agricoltura delle Indie Occidentali, che da secoli sono culla di fastosa ricchezza, ha inghiottito milioni di uomini di razza africana. E oggi, proprio a Cuba, dove i redditi si contano in milioni e dove i piantatori sono principi, vediamo che gran parte della classe degli schiavi, a parte il nutrimento estremamente rozzo e le vessazioni accanitissime e incessanti, è indirettamente distrutta di anno in anno dalla tortura lenta del sopralavoro e della mancanza di sonno e di riposo». Mutato nomine de te fabula narratur!’

‘…Si tratta della stessa stampa che per vent’anni ha deificato Luigi Bonaparte come la provvidenza dell’Europa e ha plaudito freneticamente alla ribellione degli schiavisti americani. Oggi come allora si schiera dalla parte dei negrieri.’

‘…Meravigliosa, in verità, fu la trasformazione operata dalla Comune a Parigi! Sparita ogni traccia della putrida Parigi del Secondo Impero! Parigi non fu più il ritrovo di grandi proprietari fondiari inglesi, dei latifondisti assenteisti irlandesi, degli ex negrieri e loschi affaristi americani, degli ex proprietari di servi russi e dei boiardi valacchi. Non più cadaveri alla Morgue, non più rapine e scassi notturni, quasi spariti i furti. Invero, per la prima volta dopo i giorni del febbraio 1848, le vie di Parigi furono sicure senza alcun servizio di polizia.’

E a proposito degli inglesi e delle loro angherie contro gli indiani, il suo disprezzo è ancora più forte:

‘Non si deve dimenticare, d’altra parte, che mentre delle crudeltà degli inglesi si discorre come di atti di vigor marziale, e se ne parla in tutta semplicità, rapidamente, senza trattenersi su particolari disgustosi, le violenze dei ribelli, sia pure rivoltanti, vengono esagerate di proposito. Da chi è venuto, per esempio, il racconto circostanziato delle atrocità commesse a Delhi e a Meerut, che, apparso prima sul Times, fece poi il giro di tutta la stampa londinese? Da un parroco codardo residente a più di mille miglia in linea d’aria dal teatro dell’azione, a Bangalore: e il resoconto ufficiale trasmesso da Delhi conferma che l’immaginazione di un parroco anglicano può partorire orrori quali neppure la fantasia esaltata di un indù ribelle concepisce. Naturalmente, per la sensibilità europea le orribili mutilazioni inflitte dai sepoys, il taglio di nasi, seni ecc., sono più rivoltanti che il lancio di palle infocate sulle catapecchie di Canton a opera di un segretario della manchesteriana Società della pace6 o il rogo di arabi stipati in caverne per ordine di un maresciallo francese,7 o il gatto dalle sette code che scortica vivi i soldati britannici per sentenza di corti marziali giudicanti per direttissima, o qualunque altro filantropico arnese usato nei penitenziari britannici. La crudeltà, come tutte le cose di questa terra, ha le sue mode che variano a seconda del tempo e del luogo. Cesare, il raffinato uomo di cultura, narra candidamente di aver dato ordine di tagliare la mano destra ad alcune migliaia di guerrieri galli. Napoleone ne sarebbe arrossito: preferiva mandare i suoi reggimenti sospetti di simpatie repubblicane a morire di peste, o per mano dei negri, a Santo Domingo. Le orrende mutilazioni dei sepoys ricordano una delle tante pratiche del cristiano impero bizantino, o gli articoli del codice penale di Carlo V, o le pene inglesi per i reati di alto tradimento descritte dal giudice Blackstone.8 Per gli indù, virtuosi per tradizione religiosa nell’arte di torturare se stessi, queste torture inflitte a nemici della loro razza e della loro fede sembrano affatto naturali: e come non dovrebbero sembrare altrettanto naturali agli inglesi, che in anni recenti solevano trarre profitti dalle cerimonie nel tempio di Jaggernaut, proteggendo e favorendo i riti sanguinari di una religione crudele? Le urla frenetiche dell’old bloody Times,9 come era solito chiamarlo Cobbett – quel suo recitare la parte del personaggio collerico di una delle opere di Mozart [il Ratto dal Serraglio, aria di Osmino nel finale] che si scioglie nel canto più melodioso pregustando d’impiccare l’avversario, poi arrostirlo, poi squartarlo, poi metterlo allo spiedo e infine scuoiarlo vivo; quel ridurre la passione della vendetta in cenci e brandelli tutto questo potrebbe sembrare stupido se, dietro il pathos della tragedia, non fossero visibili i trucchi della commedia. Non è soltanto il panico che spinge il Times a caricare la sua parte. Esso fornisce alla commedia un personaggio che perfino Molière si era lasciato sfuggire: il Tartufo della vendetta. Il suo scopo è uno solo: giustificare le spese in bilancio, e coprire il governo. Non essendo Delhi caduta al primo soffio di vento come le mura di Gerico, è necessario immergere in grida di vendetta John Bull, fino alle orecchie, per fargli dimenticare che del malanno causato, e delle dimensioni colossali che gli si è lasciato prendere, è responsabile primo il suo governo. (New York Daily Tribune, 16 settembre 1857).’

Ovviamente, Marx è, innanzitutto, uno scienziato e anche della schiavitu’ dà una lettura distaccata, in termini di analisi economica, quindi con un linguaggio crudo e diretto, come teoria reclama:

‘cos’è uno schiavo negro? Un uomo di razza nera. Una spiegazione vale l’altra. Un negro è un negro. Soltanto in determinate condizioni egli diventa uno schiavo.’

‘Non si tratta della schiavitù del proletariato; si tratta della schiavitù diretta, la schiavitù dei negri a Surinam, nel Brasile, negli stati meridionali dell’America del Nord. La schiavitù diretta è il fulcro della nostra industria odierna, proprio come le macchine, il credito ecc. Senza schiavitù, niente cotone; senza cotone, niente industria moderna. La schiavitù ha cominciato a dare il loro valore alle colonie, le colonie hanno cominciato a creare il commercio mondiale che è la condizione necessaria della grande industria meccanizzata.
Così infatti, le colonie, prima che cominciasse la tratta dei negri, fornivano al vecchio mondo solo pochissimi prodotti e non provocarono cambiamenti sensibili sulla faccia della terra. Di conseguenza, la schiavitù è una categoria economica della massima importanza. Senza la schiavitù l’America del Nord, il paese più progredito, si trasformerebbe in un paese patriarcale. Si cancelli l’America del Nord dalla carta geografica e si ha l’anarchia, la decadenza totale del mercato e della civiltà moderna. Ma far scomparire la schiavitù vorrebbe dire certa mente cancellare l’America dalla carta geografica. E così infatti, poiché la schiavitù è una categoria economica, la si riscontra presso tutti i popoli sin dall’inizio del mondo. I popoli moderni hanno saputo soltanto mascherare la schiavitù nei loro paesi e introdurla apertamente nel mondo nuovo. Che cosa farà ora il buon signor Proudhon dopo queste riflessioni sulla schiavitù? Egli cerca la sintesi tra libertà e schiavitù, la vera via di mezzo, in altre parole: l’equilibrio tra schiavitù e libertà.’

Dimostrato che Marx (ma anche Engels) non erano affatto razzisti, ci chiediamo perché certi professori si prestino a queste campagne d’odio alla rovescia, favorendo simili pessimi quotidiani, contro grandi pensatori del passato che dovrebbero essere patrimonio dell’umanità intera?
Quando i sinistri usano il razzismo per mettere a tacere il dissenso contro di loro noi siamo restiamo sinceramente disgustati e vorremmo vederli sprofondare nelle fosse di luoghi comuni che essi stessi hanno scavato. Quando però vediamo i destri, spesso bersaglio di dette infamanti accuse, usare i medesimi sistemi da quattro soldi, ci convinciamo della necessità di un giudizio universale sulla nostra epoca senza distinzioni di razza, religione, ideologia e pensiero politico.

QUATTRO PASSI CON BATTIATO, BERLINGUER, ADORNO E LE STUPIDE GALLINE TELEGUIDATE, O. Schena

merlino

Nella Lettera aperta all’Onorevole Dottor Marco Bella, pubblicata ieri, 18/6/2020, sulla mia pagina F., non ho trovato indicati gli autori. In essa viene precisato che quelli effettuati sono test di primo livello, e che non appena saranno stati effettuati “i test di conferma, seguiti sui composti candidati di maggior interesse, i dati saranno pubblicati su riviste peer review.” Qualcuno sa se questi test di conferma siano poi stati pubblicati?

INGLESISMI NELLA RICERCA

Ma “Is peer review a good idea?” (la revisione tra pari sarà una buona idea?)
L’interrogativo non appaia retorico senza dimenticare l’aforisma “publish or perish”. Questi inglesismi affliggono le comunità scientifiche d’ogni Paese. A me sembra normale e doveroso che ogni scienza sia aliena dal credere o ricercare verità assolute. In ogni scienza, infatti, la verità dovrebbe essere soltanto una tappa, destinata ad essere superata. Chi volesse, invece, andare a caccia di verità assolute, dovrebbe rivolgersi ad una fede.
Per quanto mi riguarda, ho sempre provato a dire la mia, sebbene con fatica e, per non pisciare troppo fuori dal vaso, soltanto sulle questioni del marxismo, del comunismo, del socialismo e dintorni, magari bistrattando, ma con riguardo, ci mancherebbe, alcuni personaggi, modello Zygmunt Bauman (qui l’ossimoro è nient’altro che un atto dovuto, perché, rovesciando quel che diceva di sé il Marchese del Grillo: “Bauman è Bauman e io non sono un cazzo”).
In realtà Bauman meriterebbe ben altro per le grossolane, oscene falsificazioni di Marx!

Questi personaggi, infatti, sono, veri e propri idola fori idolatrati da un vasto pubblico orfano, soprattutto a sinistra, dei suoi miti, di quei miti da un po’ di anni decisamente fuori moda, diciamo vintage, così non si offende nessuno. Tra gli orfani la nutrita schiera di coloro i quali, per dirla con Gaber-Luporini, erano “comunisti perché Berlinguer era una brava persona”. Definizione niente male per uno svenditore, reo confesso, del comunismo barattato con l’ombrello della Nato, e con la libertà in omaggio… la libertà, s’intende, di concimare i Balcani con l’uranio, e d’indossare la livrea dei servitori più fedeli dell’Impero del Bene.

Comunque io sul ponte sventolo Bandiera bianca”, e auguro a tutti una buona lettura dell’aforisma adorniano-gramsciano.
“E par malato tutto ciò che esiste”
“Minima moralia” – Adorno

(…)“Quando Hegel, nel colloquio con Goethe, sembra avvicinarsi a questa concezione, e difende la sua filosofia contro il platonismo goethiano, con l’argomento che essa <<non>> sarebbe <<altro, in fondo>>, <<che l’elaborazione regolata e metodica dello spirito di contraddizione che vive in ogni uomo, dono che si dimostra grande nella distinzione del vero dal falso>>, la formulazione a doppio fondo contiene maliziosamente, nella lode di ciò che <<vive in ogni uomo>>, la denuncia del senso comune, la cui determinazione più intima sarebbe proprio quella di non lasciarsi guidare dal senso comune, di contraddirlo sistematicamente. Il senso comune, la valutazione dei giusti rapporti, lo sguardo addestrato sul mercato, ed esperto nel corso del mondo, ha in comune con la dialettica la libertà dal dogma, dalla chiusura e dall’ostinazione. La sua sobrietà fornisce un momento ineliminabile del pensiero critico. Ma la rinuncia alla cieca caparbietà è, per altro verso, il suo nemico giurato. L’universalità dell’opinione, immediatamente concepita, come presente nella società qual è, ha necessariamente l’intesa per contenuto concreto. Non è un caso che, nel secolo decimonono, proprio il dogma decrepito e messo intimamente in crisi dall’illuminismo, si richiamasse al sano buon senso (…) Il senso delle proporzioni, infine, si richiama al principio che bisogna pensare nei rapporti di misura e negli ordini di grandezza realmente e saldamente sussistenti. Basta aver sentito dire una volta ad un rappresentante incallito di una cricca dominante:<<Ciò non ha importanza>>; basta osservare quando i borghesi parlano di esagerazione, isterismo, follia, per sapere proprio là dove è più pronto il richiamo alla ragione, si tratta sempre, in realtà, dell’apologia del suo contrario.(…)

Come Adorno nel suo “Minima moralia”, anche Antonio Gramsci, nei suoi “Quaderni”, scrive diverse pagine sul senso comune e sul buon senso.
Nella sua “Bandiera Bianca” Un incredibile, profetico Battiato, che non aveva ancora avuto l’incontro con Manlio Sgalambro, fortemente sospettato di comunismo, indossa i panni di Pasolini, e definisce, nel 1981, stupide galline poliziotti e studenti impegnati nelle loro risse quotidiane teleguidate.

Basta con Piketty. È sempre la solita solfa!

Karl-Marx

 

Ci vuole una dose di vanità non indifferente per dare ad un libro il titolo “Il Capitale” con sottotitolo “nel XXI secolo”. I più sapranno di chi stiamo parlando. Ovviamente, si tratta di una trovata editoriale perché, nonostante la fine dei sogni di gloria del proletariato, la testa leonina di Treviri continua a “tirare”. Le teste di… invece proseguono nel travisarlo, semplicemente evocandolo, o rifacendosi in qualche modo a lui, per meglio seppellirlo. Già a vederlo in faccia, questo Piketty, non promette nulla di buono però non possiamo certo limitarci ai giudizi fisiognomici. Infatti, andando un po’ più a fondo nelle tesi dell’economista francese le cose vanno anche peggio. Il Capitale di Piketty non ha nulla a che vedere con il Capitale di Marx, non ci offre nessuna teoria scientifica innovativa e non aggiunge praticamente niente allo studio di un capitalismo profondamento mutato dai tempi del Moro. Solo una inutile mole di dati a supporto di conclusioni ideologiche insite nelle premesse. La disuguaglianza cresce e fa male, questo è il riassunto del libro di Piketty. Un sempiterno economicismo “straccione” che tante volte abbiamo criticato su queste pagine. Ora si capisce perché un simile personaggio venga così pompato dai media. Sono idee che non disturbano poteri dominanti e intellettuali di sistema, i quali, grazie a questi finti antagonisti sembrano ancora più intelligenti di quello che sono. I ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri e i critici critici sempre gli stessi inutili chiacchieroni. Che l’opera di Piketty e quella di Marx siano agli antipodi lo dice direttamente il primo che tratta il Capitale come cosa non come rapporto sociale. Marx sarebbe inorridito. «Io parlo di capitale, non solo di capitalismo. Il capitale – nel senso di fortuna, ricchezza, patrimonio più o meno consistente, pubblico o privato – precede il capitalismo. Ed eventualmente continuerà a esistere anche dopo di lui». Potremmo già fermarci qui e passare a qualcosa di più interessante. Invece, vogliamo dimostrare che anche questo preconcetto sulla disuguaglianza, che riempie la bocca di tanti finti contestatori del mondo, non coglie lo “spirito dell’epoca”, non è, insomma, un fatto veramente essenziale. Anziché perdere tempo con questa solfa, consiglio un libro più stimolante sulla questione, quello del filosofo statunitense Fankfurt. Non sono d’accordo al 100% con lui ma almeno sfata questo mito della diseguaglianza crescente dietro il quale si perde un certo tipo di intellettuale che strizza l’occhio al popolo. Dice, per esempio, Frankfurt:

“A me sembra, invece, che la sfida fondamentale per noi non sia costituita dal fatto che i redditi degli americani sono ampiamente disuguali, ma dal fatto che troppe persone sono povere… “di per sé la riduzione della disuguaglianza non può costituire la nostra ambizione primaria… “Il principale obiettivo dei nostri sforzi deve essere quello di rimediare ai difetti di una società in cui molti hanno troppo poco, mentre altri hanno le comodità e il potere che si accompagnano al possedere più del necessario… “L’uguaglianza economica non è di per sé moralmente importante e, allo stesso modo, la disuguaglianza economica non è in sé moralmente riprovevole. Da un punto di vista morale, non è importante che tutti abbiano lo stesso, ma che ciascuno abbia abbastanza.Se tutti avessero abbastanza denaro, non dovrebbe suscitare alcuna particolare preoccupazione o curiosità che certe persone abbiano più denaro di altri… “Mostrare che la povertà è intimamente indesiderabile non contribuisce in alcun modo a mostrare che lo è anche la disuguaglianza economica. Ciò che rende una persona povera nel senso moralmente rilevante del termine, in cui la povertà viene interpretata come condizione di grave privazione economica, non è il fatto di avere meno soldi di altri. Le situazioni che implicano qualche forma di disuguaglianza sono moralmente inquietanti, credo, solo nella misura in cui violano l’ideale della sufficienza.” (Sulla disuguaglianza, Harry G. Frankfurt).

Piketty è molto più banale di Frakfurt nei suoi ragionamenti. Cerchiamo almeno di non cadere sempre nelle trappole di questi intellettuali che sembrano benefattori dell’umanità ma solo a parole. Nei fatti ci nascondono più di altri le reali dinamiche sistemiche o le ammantano di un comodo moralismo scientificamente inconsistente.

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