COL TURISMO E CON LE PICCOLE IMPRESE NON SI VA DA NESSUNA PARTE

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I liberali frignano per le stupide libertà perdute, quelle più insignificanti, e il Governo continua sulla sua linea “conservativa” (per usare un eufemismo), conseguenza di un’assenza di strategia contro la pandemia. Nuovamente “tutti a casa”, mentre la disfatta avanza. Ormai si è capito che se avessero fatto i tamponi a tutti, anziché nascondere la situazione e raccontare balle agli italiani, adesso non saremmo relegati in casa, non avremmo avuto così tanti contagiati e altrettanti poveretti andati al creatore. Hanno sbagliato metodo dal principio ed ora sono costretti a mettere pezze insufficienti in buchi diventati voragini. Che dio ce la mandi buona. È intollerabile però che questo Paese adesso piagnucoli per i mancati guadagni dopo aver, per decenni, esaltato le virtù del “piccolo è bello” e quelle della nazione a vocazione turistica o artistica. Non che questi settori non contino ma non possono diventare elementi centrali nello sviluppo di un Paese. Senza il “resto”, queste “rendite posizionali” diventano fattori di debolezza, soprattutto in presenza di crisi epocali o eventi eccezionali. Parlavano di nicchia i “ninchioni” democratici, lillipuziani nel cervello e grandi solo in balordaggine mentre intorno all’Italietta del sole, del mare e della cultura, crescevano i giganti industriali degli altri Stati. Anzi, noi ci davamo la zappa sui piedi mettendo i bastoni tra le ruote a quelle poche eccellenze, in genere pubbliche, che ancora ci resta(va)no (Eni, Enel o Finmeccanica) con pretesti ecologisti o di altra infingarda specie. Col turismo e le piccole imprese non si tiene in piedi un sistema nel mondo multipolare. Adesso arranchiamo più dei nostri competitori che hanno coltivato i campi dell’industria, della tecnologia e dell’energia, per citarne alcuni. Noi ci raccontavamo favole bucoliche e loro spingevano sull’acceleratore del progresso. Made in Italy? Mad Italy! Qualcuno però lo deve dire, con queste scemenze non si va da nessuna parte.
Quelle che consideravamo opportunità erano frutto di arretratezza. Aver creato certe mode turistiche, gastronomiche, “monumentali” e manifatturiere ha favorito molte degenerazioni dopo i piccoli vantaggi di breve periodo. Si è giunti, trasportati da una ideologia ribassista, al paradosso di credere ad una possibile sostituzione tra produzioni all’avanguardia e processi scarsamente tecnologici e di poter competere con la grande dimensione attraverso tante minuscole unità produttive disperse sui territori. Come ha scritto La Grassa: “Le PMI hanno sopperito alla carenza di grandi gruppi industriali, mettendo però in evidenza i limiti del modello di sviluppo italiano, affetto da ‘piccolismo’ che non è affatto ‘bello’ quando sui mercati internazionali si ha a che fare con giganti meglio equipaggiati, pronti a sbaragliare la concorrenza o a dettare le proprie condizioni a chi sconta dimensioni ridotte”.
In ogni caso, le speculazioni sulla specificità italiana, che non è affatto solo nostra, iniziano a diventare parossistiche. Così in una saggia riflessione: “Il cocktail esplosivo di regionalismo, salutismo e crisi del modello industriale mise in moto la macchina dell’invenzione della tradizione, che in pratica non si fermò più. Gli studi sui singoli prodotti o sulle tradizioni gastronomiche dei più sperduti paesini di montagna, di collina, di pianura, di lago e di mare si moltiplicarono a vista d’occhio…Ogni sindaco, ogni presidente di provincia e ogni governatore di regione voleva il suo piatto tipico, la sua sagra, generalmente antichissima, e la sua associazione per difendere (da chi?) quel determinato prodotto. Furbi imprenditori fiutarono l’affare: la parola d’ordine divenne “eccellenza”. L’Italia si riempì di eccellenze delle quali avevamo ignorato l’esistenza fino a pochi giorni prima e la cui perdita sarebbe stata una tragedia nazionale, o quanto meno regionale, provinciale e comunale. Poi arrivarono le sensibilità ambientali ed economiche e quindi si lanciarono nuove parole d’ordine: “biodiversità”, “lotta alle multinazionali” e finalmente “territorio”. Eccola la parola magica: territorio. Secondo una vulgata ormai di uso comune, l’Italia sarebbe fatta di territori e nemmeno ci si rende conto dell’autoironia che si nasconde dietro questa definizione. Come se la Spagna, la Germania o la Francia, ad esempio, fossero fatte di satelliti o, al contrario, fossero un’unica entità omogenea dal punto di vista culturale e alimentare”. (Denominazione di origine inventata, Alberto Grandi). In verità, parliamo di mercati in cui, nonostante il nome che ci siamo costruiti negli ultimi anni, è facile farsi scavalcare dai competitori o essere sostituiti da altri esportatori altrettanto bravi. Pensate, per esempio, dopo le sanzioni come la Russia abbia provveduto a sostituire i nostri prodotti dop, doc, docg con i propri o con quelli di altri non aderenti alla restrizioni internazionali comminate dall’Occidente.
In tempi caotici come i presenti, con il virus che sta colpendo duramente la nostra economia, i servizi segreti hanno lanciato l’allarme su possibili scalate ai danni di nostre attività di punta. Se ne parla su La Verità di oggi: “[c’è] il rischio di scalate ostili dall’estero ad aziende strategiche italiane. Tra le manovre indagate c’è anche quella di banche che concedono prestiti a società estere per scalare le nostre imprese. Il Comitato starebbe riflettendo se sentire anche i rappresentanti italiani di Deutsche Bank, oltre ai vertici di Unicredit, Generali, Mediobanca, Ubi, Crédit Agricole Italia, Intesa SanPaolo e Mps. I servizi già nella relazione annuale del 2018 avevano sottolineato il fenomeno dell’incunearsi nei consigli d’amministrazione o tra i dirigenti di soggetti infiltrati da Stati esteri. La relazione non indica le nazioni in ballo ma è noto che alcuni Stati hanno un sistema di intelligence economica molto aggressiva…” E noi? Alcuni di noi fanno i liberali col culo degli italiani.
Come affrontano simili problemi i liberali di casa nostra? Come Paolo Becchi su Libero che invoca Montesquieu contro questo governo delle serrate e contro il “tiranno di Palazzo Chigi”, sostenendo che “per contrastare gli abusi di potere [Montesquieu] pensò di dividere il potere. Potere legislativo ed esecutivo dovevano condizionarsi e limitarsi a vicenda”. Peccato che il filosofo francese non volesse limitare il potere tout court (separandolo in tre, comprendendo il giudiziario) ma trovare ”collocazione” ai dominanti dell’epoca (Monarchia, Aristocrazia e Borghesia rampante), lui che era figlio di baroni ma che aveva sposato una neo-nobile. Le sue teorie rispondevano ad una esigenza storica e non ad un palpito del cuore. Il nostro Capo dell’esecutivo non è un despota, semmai è un burattino nelle mani dei marciti dominanti italiani e, soprattutto, di potentati stranieri che vorranno approfittare della situazione per farci ancora più male. Ma un liberale è troppo ingenuo per comprendere questa fase politica, lui spera sempre di essere risollevato da una mano invisibile mentre sta per prendersi in testa un pugno di ferro.

Per la morte di Giulietto Chiesa, di GLG

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Sono ancora disorientato dalla notizia così improvvisa della morte di Giulietto Chiesa. Lo stimavo da tanto tempo, ma l’ho conosciuto un paio d’anni fa e solo telefonicamente. Dovevo sempre andare a Roma e la prima cosa che mi ripromettevo di fare è di conoscerlo di persona. Ci siamo comunque sentiti più volte sempre per telefono. Nel frattempo aveva messo in piedi l’importante iniziativa detta “Centro di Gravità”, che mi auguro vada avanti anche per onorare la sua memoria. Certamente però Chiesa era l’anima di questo progetto in fase di avanzamento e giunto già ad un buon punto. Tuttavia, quello che mi addolora è ovviamente proprio la morte di un personaggio di valore. E anche umanamente sono sicuro che era un’amicizia da coltivare; per giudicare una simile persona non era necessario conoscerla di persona. Sono fortemente dispiaciuto che ciò non sia accaduto. Mi ripromettevo di andare a Roma quest’autunno vista l’attuale emergenza per i motivi ben noti. Sono stato preceduto dall’“Ospite” inattesa e sempre sgradita, la più grande assassina di ogni tempo. Non so cosa potrei fare per ricordarlo con forza. Posso solo dire che in fondo è come mi fosse morto un parente; di quelli cari naturalmente. Oggi è proprio una giornata di tristezza e raccoglimento. Non rivolgo però a Giulietto nessun saluto perché sarebbe la solita retorica; nulla lo può più raggiungere. Semplicemente, non dimentichiamolo.

UNA VECCHIA STORIA, UNA FAKE NEWS.

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Il compianto Costanzo Preve, con il quale spesso eravamo in disaccordo, diceva una sacrosanta verità, ovvero che a Lenin i dominanti, di ogni tempo e di ogni luogo, non avrebbero mai perdonato di aver fatto riuscire una rivoluzione in nome di contadini e operai. Per questo Vladimir Il’ič Ul’janov sarebbe stato perseguitato anche dopo sepolto. Aveva dato un tale cattivo esempio da non meritare pace per tutta la vita e per tutta la morte. E così effettivamente sta accadendo. Oggi su Libero è stato vergato l’ennesimo articolo contro il più grande genio rivoluzionario del XX secolo. Di cosa si accusa Lenin? Di essere stato al soldo del Kaiser e di aver svenduto la Russia ai crucchi. A cosa si fa riferimento? Al famoso treno (niente affatto piombato) offerto dai teutonici ai bolscevichi in esilio per rientrare in patria e mettere definitivamente fine allo zarismo. Lenin e compagni vollero però pagarsi il biglietto proprio per non dar adito a basse insinuazioni. I tedeschi avevano i loro interessi e i bolscevichi i loro, come si dice in questi casi, il nemico del mio nemico mi è amico. Dove sarebbe lo scandalo? Secondo il giornalista di Libero nel fatto che i rivoltosi russi accettarono a più riprese le “donazioni” di un Paese straniero, da parte di imprenditori e spioni tedeschi (il famigerato Parvus). Ma guarda che strano, si tratta delle stesse tecniche in voga anche ai giorni nostri allorché si intende creare scompiglio nei giardini “altrui”. Sta di fatto però che Lenin la rivoluzione l’ha fatta e l’ha vinta sul serio, imprevedibilmente per tutti, tedeschi, francesi e inglesi ai quali la cosa andò piuttosto di traverso. Lenin sfruttò l’atavica rivalità tra classi dominanti europee per rientrare in Russia poiché voleva approfittare delle condizioni sociali favorevoli (oserei dire uniche) per far scoppiare una rivoluzione socialista. Lenin aveva argutamente spalancato la finestra lasciata aperta dalla storia per sferrare l’attacco (negli anelli deboli della catena imperialistica) contro le classi dominanti del suo paese, indebolite dalla guerra e dalla crisi sociale. Insomma, fu Lenin ad usare il Kaiser e non viceversa, del resto oltre 70 anni di dominio sovietico ad est dovrebbero confermarlo. I fili della Rivoluzione non furono di certo tirati a Berlino, anzi i tedeschi sottovalutarono i bolscevichi e la situazione storica della disputa imperialistica mondiale. Lenin realizzò una vera e propria “opera d’arte” strategica che dovrebbe far aumentare la nostra considerazione per lui e non il contrario. Ma, continuano i detrattori con la coscienza sporca, la pace di Brest-Litowsk firmata da Lenin dopo la rivoluzione d’ottobre fu la reale contropartita dell’aiuto ottenuto da Guglielmo II. In realtà quella pace non andava giù ai bolscevichi e comportava mutilazioni territoriali rilevanti. Il problema era che Inglesi e Francesi pretendevano ancora più dei tedeschi. Gran Bretagna e Francia intendevano smembrare totalmente la Russia sovietica. L’Accord français-anglais du 23 décembre 1917, définissant les zones d’action françaises et anglaises era ben più vessatorio per la Russia di quello imposto a caro prezzo dai teutonici. In ogni caso, prima della ratifica del trattato Lenin cercò di arrivare al governo degli Stati Uniti chiedendo l’appoggio di questi, della Gran Bretagna e della Francia qualora il trattato con Berlino fosse saltato. Non ottenne risposta e si dovette accettare a malincuore quello tedesco. Ai bolscevichi interessava mettere fine alla guerra, perché lo chiedevano i soldati, i contadini e gli operai, tutti ormai stremati dallo sforzo bellico. Lenin salvò la Russia e milioni di vite, anche se mi tocca sentir dire da qualche sciocco che era un cannibale. Vladimir Il’ič Ul’janov non era un sanguinario per quanto, a causa dei tempi, non potesse sottrarsi al truce destino di picchiare sulle teste di nemici e disfattisti. Ricorda uno che non amava molto i bolscevichi: “Mi ha non di rado stupito l’impegno con cui Lenin aiutava quelli che riteneva suoi nemici, e non solo l’impegno, ma anche la cura che aveva del loro futuro. Ad esempio con un generale, che era uno studioso, un chimico, ed era minacciato di morte. «Ehm», disse Lenin, dopo aver ascoltato attentamente il mio discorso. «Così secondo voi non sapeva che i figli nascondessero le armi nel suo laboratorio? C’è qualcosa di romanzesco qui. Ma bisogna che se ne occupi Dzeržinskij,64 ha un fiuto molto fine per la verità».
Dopo alcuni giorni mi disse a telefono a Pietrogrado: Il vostro generale, lo tireremo fuori, forse lo hanno già liberato. Che vuole fare lui?». «L’emulsione oleosa…». «Sì, sì, l’antisettico. Ma sì, che faccia l’antisettico. Poi mi direte cosa gli serve…». E per nascondere l’imbarazzante felicità di aver salvato un uomo, Lenin copriva la gioia con l’ironia.
Dopo alcuni giorni chiese nuovamente: «E dunque, il generale? Si è ripreso?». “Ma va bene», mi disse poi la seconda volta riguardo a una qualche richiesta di assoluta importanza. «Va bene, vi prendete voi cura di queste persone. Sì, ma bisogna sistemarle in modo che non venga fuori un altro caso Šingarev.Dove li metteremo? Dove vivranno? È una cosa delicata!». Circa due giorni dopo, in presenza di persone che non erano del partito e che lui conosceva poco, chiese preoccupato:
«Avete fatto tutto ciò che occorreva per quei quattro? Formalità?”Ehm, ehm, ci rovineranno, queste formalità». Non si riuscì a salvare queste persone, le esecuzioni erano avvenute con troppa fretta. Mi dissero che questa esecuzione fece venire a Lenin un attacco di rabbia.” L’episodio è riportato da Maksim Gor’kij.

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ABBATTERE PER RICREARE

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In Italia è tutto da rifare ma ad un livello tale che nessuna elezione democratica potrà mai raddrizzare le sorti di questo sconsolato Paese. Troppi gli interessi e gli intrecci di potere che hanno fatto marcire dalle fondamenta le istituzioni nazionali. Una classe dirigente priva di autonomia piegata a volontà straniere, un settore industriale di cotonieri che vive alle spalle dello Stato, una finanza decotta che specula miseramente all’ombra delle big bank estere. I sindacati dei lavoratori e le associazioni degli imprenditori si occupano dei loro apparati e non dei problemi di chi dovrebbero rappresentare. Tra destra e sinistra le differenze non sono sostanziali, anzi, come dice La Gianfranco la Grassa, La sinistra è il cancro e la destra il metodo Di Bella, ovvero al male si contrappone una falsa cura. La situazione è così compromessa che nella normalità dell’urna non si riuscirà mai a spezzare questa catena di servitù e “approfittamenti” ai danni della collettività, essa dura infatti da troppi anni e occorre procedere col bisturi. Questa nazione viene presa in giro da decenni, tutto è andato a ritrecine, soprattutto con la fine della I Repubblica, dai corpi elettivi a quelli stabili di alto vertice, di media caratura e di più basso rango. Tutta l’amministrazione pubblica è una macchina del disastro che produce cataclismi. Si moltiplicano le agenzie inutili dai nomi altisonanti e dai compiti controversi che infittiscono le incombenze per i cittadini e obnubilano le cointeressenze dei molti furbacchioni in esse incistati, si accrescono le autorità amministrative per offrire sinucure agli amici di chi comanda e complicare la vita a chi lavora. Per non parlare poi di tutti quegli organismi di cosiddetto “rilievo costituzionale” tipo Csm, Corte Costituzionale, Corte dei conti ecc. ecc. che si comportano anche peggio dei partiti nell’assecondare gli interessi particolari contro gli interessi generali. Nessuno ci pensa ma com’è possibile che in Italia, nonostante la Corte dei Conti, il debito aumenti vertiginosamente per impieghi sempre più deleteri e improduttivi ma poi non si trovano i soldi, le coperture le chiamano, per provvedimenti di crescita di cui abbisogniamo come il pane? E perché la Costituzione, questa presunta carta sacra, decada perennemente e venga modificata a piacimento da lor signori solo in senso deteriore e mai a favore della popolazione? Giustamente, nel libro “Io sono il potere”, rivelazioni di un capo di gabinetto anonimo, sta scritto: “Non si è mai capito come si sia formato un così immenso debito pubblico pur essendoci, dal 1862, un organo che vigila sui conti delle amministrazioni e sulla spesa pubblica. Se doveva prevenire sprechi e cattive gestioni, c’è di che disperarsi.” Perché il debito pubblico è semmai cattiva gestione di chi decide non di chi è amministrato. Quando sento dire che gli italiani hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità mi viene voglia di metter mano alla fondina. Forse alcuni italiani hanno gozzovigliato e continuano a sfamarsi pantagruelicamente, quelli delle varie combriccole dominanti, non di certo i poveri mortali. E questo vale anche per tutto il resto della baracca statuale che sprofonda anno dopo anno, legislatura dopo legislatura, nomina dopo nomina. È un letamaio che sembra non avere mai fine mentre il popolo viene aizzato contro i furbetti del cartellino o contro le caste di aule sorde, grigie e rincretinite, lasciando i veri pescecani liberi di scorrazzare e di ingollare una Penisola intera.
Dicevo, non bastano le pacifiche consultazioni per estrarre questo dente cariato. Ci vuole ben altro, una immensa opera di repulisti, una catarsi collettiva per rinascere . I parrucconi resisterebbero perché sono capaci di sfangarla o di provare a farlo anche durante le rivoluzioni. C’è un episodio emblematico accaduto subito dopo il ‘17 Sovietico. Il vecchio mondo zarista era crollato ma i funzionari di stato continuavano a mettere i bastoni tra le ruote ai bolscevichi vittoriosi. Il governatore della Banca centrale si rifiutava di aprire le casse, accampando le solite scuse da banchiere, al nuovo esecutivo. Lenin dovette inviare uomini armati per costringere costui ad aprire i cordoni della borsa ed anche per silurarlo con la forza poco dopo. Episodi simili si sono verificati anche in Italia durante il fascismo che veniva boicottato dalla vecchia nomenclatura a tutti i livelli. Stiamo parlando di fasi eccezionali, in cui l’uso della forza sbrogliava gli inghippi, figuriamoci se questi boiardi privilegiati, che si passano i ruoli di padre in figlio, di zio in nipote, di protetto in protetto, possano essere spaventati da un cambio di maggioranza o di governo per via di democratiche votazioni. Ci vuole un immenso evento sovvertitore per cacciare l’antico e aprire al nuovo. Non c’è nulla di più democratico di una rivoluzione che consente al figlio di una contadina della Georgia di divenire Presidente. Altrimenti tutto procede come sempre, i prepotenti, come diceva Trilussa, sono tutti cugini.

ELEMENTI DI TEORIA DELLE CRISI ECONOMICHE

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1. Dovrei essenzialmente parlare della crisi del 1929. E’ ovvio che ogni avvenimento storico ha una sua singolarità specifica e va inquadrato nell’epoca del suo verificarsi. Do però per scontata la conoscenza di tutto il “contorno” storico della crisi del 1929, solitamente considerata la più grave delle crisi che comunque, in forme e con intensità diverse, coinvolgono il nostro sistema sociale detto capitalistico e ne arrestano il tendenziale sviluppo. Per larga parte del 1800, nell’epoca del capitalismo detto di concorrenza, le crisi erano fenomeni verificantisi all’incirca ogni 8-10 anni con caratteristiche molto simili fra loro. Negli ultimi decenni, in specie dopo la seconda guerra mondiale, la situazione di crisi appare meno regolare nelle sue cadenze e nelle sue forme di manifestazione, ma ciò non esclude che si cerchi sempre di cogliere le caratteristiche comuni di fenomeni diversi, comunque appartenenti alla “classe” di quegli accadimenti in grado di interrompere lo sviluppo capitalistico e di provocare anche, come appunto nel caso del 1929, netti arretramenti produttivi accompagnati da gravi sconvolgimenti dei circuiti economici e finanziari, e da sconquassi sociali di notevoli proporzioni con le loro brusche ricadute politico-istituzionali (per tutte si pensi all’ascesa del nazismo nel 1933, non certo causata dalla crisi ma senz’altro da questa favorita).

Prima di entrare direttamente nel discorso sulla crisi, con riferimento particolare a quanto accadde nel 1929 e anni successivi, voglio ricordare – poiché ciò avrà una sua utilità in seguito – la possibilità di catalogare tale fenomeno in due tipologie fondamentali. La prima trova la sua principale esemplificazione nel periodo 1873-96; si tratta di una sostanziale (lunga) stagnazione, non di un vero e proprio brusco tracollo economico-finanziario. Normalmente, si considera quel periodo storico come la fase di passaggio dal capitalismo di prevalente concorrenza a quello di prevalente mono(oligo)polio. Una fase non caratterizzata da troppo gravi sconvolgimenti (e arretramenti) economici, ma da ritmi di sviluppo estremamente bassi interrotti da inversioni di tendenza di non drammatiche dimensioni. Insomma, un’epoca il cui trend dovrebbe essere rappresentato graficamente da una linea quasi orizzontale. La seconda tipologia è appunto quella che si manifestò con particolare acutezza nel 1929: ad una punta di boom di notevole portata, che aveva fatto (stra)parlare di una ormai ininterrotta epoca di grande prosperità capitalistica, seguì una brusca e accentuata caduta di tutti gli indici economici, pur a partire dalla crisi di Borsa a New Yorkufficialmente iniziata il giovedì 24 ottobre e aggravatasi decisamente nel famoso “martedì nero” (il 29). Tale caduta dilagò praticamente in tutti i paesi capitalistici – con il prodursi di gravissimi disagi sociali susseguenti anche alla vastissima disoccupazione della forza lavoro – e poi si stabilizzò a livelli produttivi molto bassi fin praticamente al 1933. Vedremo più avanti che tipo di “ripresa” si verificò a partire da quell’anno.

Va ancora ricordato il carattere più generale della crisi capitalistica: il suo essere caratterizzata da una sovrapproduzione, poiché provoca impoverimento delle più larghe masse popolari nell’ambito di una sempre più elevata potenzialità produttiva del sistema economico, cui non corrisponde l’aumento della capacità di acquistare come merci i beni prodotti. Grandi quantità di questi ultimi restano quindi invendute e le varie unità produttive (le imprese capitalistiche) soffrono perdite (invece che godere di profitti) e dunque diminuiscono la produzione; molte chiudono e spesso vanno pure in fallimento, licenziando così mano d’opera. Diminuisce di conseguenza la massa salariale e cade ulteriormentela domanda dei beni di consumo e dunque anche quella dei beni di produzione (cioè gli investimenti delle imprese); così la crisi si generalizza e avanza a macchia d’olio.

Tale tipo di evento fortemente negativo in termini economici, con riflessi sociali ovviamente drammatici, colpisce le società ormai basate sulla produzione industriale. Si tratta quindi di un fenomeno del tutto differente da quello tipico delle società precapitalistiche, in cui prevaleva nettamente la produzione agricola. In queste ultime, le “crisi” erano in genere vere carestie dovute ad andamenti climatici sfavorevoli, al diffondersi di gravi fitopatologie, alle distruzioni militari, ecc.; processi devastanti in società ad ancora scarsa evoluzione tecnologica, caratterizzate quindi da quella che oggi indicheremmo come un’assai bassa produttività del lavoro. Quelle “crisi” dipendevano da vera e propria penuria di beni prodotti;  nel capitalismo, al contrario, essesono provocate dalla produzione “troppo” alta di beni, dove il “troppo” è semplicemente relativo alla capacità (ormai generalmente monetaria) d’acquisto della gran parte della popolazione.

2. Nella teoria economica tradizionale di origine neoclassica, il cui inizio viene solitamente fatto risalire al 1870 (con Walras, Menger e Jevons), per oltre mezzo secolo non fu mai presa in considerazione una vera teoria della crisi. Solo pochi autori (Veblen, Schumpeter e qualche altro) trattarono la crisi come una dinamica intrinseca all’organizzazione del sistema economico capitalistico; in genere, la quasi totalità degli economisti accademici considerava tale fenomeno come dipendente da fattori estranei al sistema in questione, comunque del tutto erratici e casuali, del tipo delle ondate di ottimismo o pessimismo (non è che oggi non si faccia ancora ampio ricorso a simili spiegazioni che…..non spiegano nulla). Solo il marxismo diede risalto alla crisi quale evento che non può non verificarsi nell’ambito del sistema economico in questione. Tuttavia, per ragioni di “tempo e spazio”, non mi diffonderò sulla spiegazione marxista, anche perché essa non ha mai dato origine a effettive politiche economiche atte a combattere la crisi. L’unica ricetta (non del tutto marxista per ragioni su cui non posso qui diffondermi) fu quella della pianificazione statale dell’economia, ma in una situazione di totale rivoluzionamento sociale e politico-istituzionale e di abolizione formale della proprietà privata dei mezzi di produzione. Ricorderò comunque che, nel 1929, la crisi non toccò precisamente il paese sedicente socialista, l’URSS. Non m’imbarcherò comunque in una discussione su tale fatto e sui vantaggi e sopratutto svantaggi dell’economia pianificata poichédovrei andare in una direzione del tutto diversa da quella che qui intendo affrontare.

In ogni caso, siamo oggi in un sistema capitalistico sostanzialmente rimondializzatosi, e dunque parlerò delle teorie che in campo capitalistico, una volta verificatasi la potente scossa del ’29, furono formulate con l’intento non solo di spiegare bensì anche di risolvere i problemi della crisi stessa. Ne parlerò in termini molto “intuitivi”, all’ingrosso, senza cercare una impossibile precisione che esigerebbe conoscenze e strumentazioni specialistiche. Mi guarderò bene dal tentare di riprodurre in sintesi il dibattito che si sviluppò per decenni. Tenterò soltanto di rendere sufficientemente chiara la logica di fondo dei ragionamenti afferenti alle posizioni fondamentali che si scontrarono sul problema della crisi e sugli strumenti di politica economica atti a contrastarla.
Quando si entrò bruscamente in una situazione critica nell’ottobre del ’29, data l’eccezionale portata e ampiezza del fenomeno e la sua durata, la teoria tradizionale si trovò in forte difficoltà nel fornire sia una spiegazione dello stesso sia una ricetta per ridurne la gravità e invertire la tendenza recessiva.

Fu all’inizio ampiamente sostenuto che il problema nasceva a causa delle “imperfezioni e rigidità” del mercato del lavoro. Senza entrare, come già detto, in particolari, si sosteneva che la forza sindacale dei lavoratori aveva ormai imposto un salario (prezzo della forza lavoro in quanto merce) al di sopra della sua produttività. Bisogna aggiungere “marginale. Cercherò di spiegare brevemente il problema. Debbo necessariamente fare un détour che assomiglierà un po’ ad una lezione, noioso quindi ma necessario. A differenza dei “classici” (Smith e Ricardo in testa), che consideravano il valore dei beni prodotti in base al tempo di lavoro occorso nel produrli – e il prezzo effettivo, in base all’andamento della domanda e dell’offerta, oscillava attorno al valore; questa considerazione in merito a detta oscillazione vale per tutti gli economisti, di qualsiasi tendenza siano nel concepire ilvalore dei beni – i neoclassici lo pensavano in base alla quantità di bene a disposizione del consumatore in relazione all’intensità delsuo bisogno di quel bene. Ma questa intensità, e dunque l’utilità del bene per il consumatore, diminuisce man mano che la quantità del bene a sua disposizione aumenta. L’ultima unità del bene disponibile ha quindi una certa utilità, detta appunto marginale; ed è questa a misurare il valore attorno a cui oscillerà il prezzo di quel bene (ovviamente sommando la domanda di tutti i consumatori che ne hanno bisogno.

Ciò che vale per il consumo, vale pure per la produzione. Se consideriamo i due fattori fondamentali di quest’ultima – il capitale (strumentazione e materie prime; per inciso, noto che qui, a differenza che in Marx, il capitale è cosa e non rapporto sociale) e il lavoro – si ha anche qui una produttività ad un certo punto decrescente delle diverse unità di tali fattori impiegate nel processo produttivo. E la produttività dell’ultima dose impiegata dei fattori è sempre quella detta marginale. I fattori hanno un prezzo unitario d’acquisto (il costo insomma). Quando la produttività marginale di quel fattore equivale a detto prezzo, l’imprenditore smette di acquistarlo poiché, ovviamente, ogni unità in più determinerebbe una diminuzione del suo utile. Quindi la crisi era determinata dalle eccessive richieste (sindacali) di aumento dei salari, che ad un certo punto andavano al di sopra della produttività marginale del fattore lavoro. Ergo: bastava ridurre i salari e la crisi si sarebbe risolta con comune soddisfazione di entrambe le figure cardine del processo produttivo: imprenditori (i capitalisti) e lavoratori salariati non più disoccupati. Questa ad es. era la tesi di Pigou, antagonista poi delle tesi di Keynes.

Evidentemente, l’abbassamento del salario diminuiva, sì, il costo di produzione per l’imprenditore, ma diminuiva nel contempo la massa salariale a disposizione del complesso dei lavoratori pur se poteva momentaneamente aumentare la convenienza – per ogni singolo imprenditore, attento al rapporto prezzo di vendita del bene prodotto e costo di quest’ultimo – di assumere lavoro. In realtà, uscendo dalla considerazione del singolo (sia consumatore che produttore) – quindi dalla tipica visione microeconomica dei neoclassici (liberisti puri) – e andando invece a quella macroeconomica del complesso della domanda e dell’offerta, si poteva ben supporre un aggravamento della crisi in atto, che vedeva un eccesso di produzione non assorbito dalla domanda. Diminuendo i salari, l’effetto complessivo (macroeconomico) sarebbe stato un ulteriore calo della domanda di beni di consumo; quindi una crescente sovrapproduzione “relativa”. Allora, gli imprenditori avrebbero ridotto la produzione e dunque pure gli investimenti, cioè la domanda di beni di produzione; subito quella delle materie prime (capitale circolante) e, alla lunga, anche quella degli strumenti produttivi (capitale fisso, di cui si sarebbe trascurato l’ammortamento).

In effetti, ci sarebbero stati sia meno profitti da investire sia la riduzione della profittabilità di detti investimenti data la caduta della domanda (di beni di consumo come di produzione). La crisi si sarebbe allora avvitata sempre di più, si sarebbe entrati in un circolo vizioso di continuo aggravamento della situazione. Entrò dunque in crisi la spiegazione tradizionale dei neoclassici liberisti puri, secondo cui la “causa iniziale”, cioè il motore della crisi, sarebbe stata la crescita dei salari al di sopra della produttività(marginale) del lavoro, con riduzione dei profitti imprenditoriali o addirittura il verificarsi di forti perdite. La “colpa essenziale” sarebbe quindi stata dell’eccessiva forza dei sindacati dei lavoratori; questi ultimi si sarebbero dovuti accontentare di salari più bassi. Alcuni cominciarono però a rilevare quanto già detto: isalari più bassi implicavano riduzione della domanda di consumo con conseguente ulteriore aggravarsi della crisi, che vedeva l’accumularsi di merci invendute per mancanza di una corrispondente capacità d’acquisto delle stesse. Da qui partì l’inversione della politica seguita e dunque il lancio del New Deal all’inizio del 1933 non appena eletto Roosevelt. E tale politica fu poi sistematizzata con l’importante opera teorica di Keynes uscita nel 1936.

Non si smise comunque di “brontolare” contro il New Deal da parte dei neoclassici tradizionali. Venne pure posta in evidenza la centralizzazione oligopolistica dei capitali – fusione di più imprese, incorporazione di quelle fallite da parte delle “sopravvissute”, accordi per sospendere la competizione e dividersi pacificamente le quote di mercato, e via dicendo – che la crisi avrebbe favorito accelerandone le conseguenze. Questo processo, in base alla teoria neoclassica (liberista), era trattato quale fattore che aggravava la rigidità dei mercati, indeboliva gli “spiriti animali” imprenditoriali e la spinta all’innovazione con ulteriore caduta della domanda per investimenti, dunque rallentamento dell’attività produttiva e licenziamento di forza lavoro in esubero, conseguente diminuzione anche della domanda di beni di consumo, e così via, con l’avvitamento del consueto circolo vizioso tipico della crisi. Probabilmente anche Schumpeter – il da lungo tempo teorico dell’importanza cruciale dell’innovazione imprenditoriale – ristette su questa posizione e non accettò veramente le tesi keynesiane.

Si noti bene: con questi aggiustamenti di certi neoclassici, si invertiva il rapporto causaeffetto della crisi. Qui si parte dalla caduta degli investimenti (domanda di beni di produzione) dovuta al mutamento della “forma di mercato”; niente più la “virtuosa” competizione in esso, non più affidamento alla sua “mano invisibile” che sollecita gli “spiriti animali” con affollarsi di innovazioni (di prodotto e di processo nel contempo). Qui, la colpa della crisi non era più semplicemente delle eccessive pretese dei sindacati che avevano spinto il salario al di sopra della produttività marginale del lavoro. Le imprese erano divenute troppo mastodontiche e la funzione imprenditoriale si era appannata nel gioco degli accordi per evitare concorrenza e spartirsi “pacificamente” i mercati. Le tesi sviluppate dall’ex trotzkista Burnham nel 1941 sullarivoluzione manageriale”caratteristica tipica del capitalismo statunitense, una nuova formazione sociale rispetto al “capitalismo borghese” dell’Inghilterra all’epoca in cui Marx lo studiò, formulando la teoria espressa ne Il Capitale – erano molto più congrue e facevano giustizia dell’opinione secondo cui l’oligopolio aveva reso meno vitale il sistema capitalistico. Semmai risaltano le tesi leniniane del 1916 (nel saggio sull’imperialismo), secondo cui il monopolio non aveva eliminato la concorrenza, ma l’aveva “portata ad un più alto livello”, quello del conflitto tra grandi imprese per la conquista di sempre più ampie quote di mercato (quarta caratteristica dell’imperialismo nel saggio di Lenin), conflitto nettamente subordinato a quello in atto tra le maggiori potenze per le “sfere di influenza” (quinta caratteristica).

3. Appunto con il New Deal rooseveltiano vennero seguite politiche di ampia spesa pubblica (statale) per opere infrastrutturali: strade, porti e aeroporti, dighe e canali di irrigazione, risanamento urbano di considerevoli dimensioni, ecc.; insomma tutto quello che spesso viene denominato capitale fisso sociale. Accanto a questo, vi fu, in particolare negli USA con il NIRA (National Industrial Recovery Act), la garanzia di un salario minimo; ufficialmente per fini di solidarietà sociale, ma in realtà per rallentare la brusca riduzione della domanda complessiva (di beni di consumo). Qui si vede appunto che le “nuove” tesi (ancora non formulate teoricamente, ma praticamente applicate) si basavano sulla crisi come caduta dei consumi, cui sarebbe seguita poi anche quella degli investimenti delle imprese in difficoltà per la riduzione dei ricavi rispetto ai costi. Quindi chi lanciò il New Deal si era già reso conto (in pratica) che, in mancanza di domanda sufficiente dei loro beni, le imprese riducono la spesa siain capitale circolante sia ancor più in quello fisso (cadono perfinogli ammortamenti e non soltanto i nuovi investimenti).

Nel 1936 uscì il fondamentale libro dell’economista inglese Keynes – Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta – che diede fondamento teorico a quanto praticamente perseguito tramite la spesa pubblica in deficit, tipica del New Deal. Da allora, si sostenne per alcuni decenni che la crisi veniva combattuta e vinta tramite l’intervento dello Stato nella sfera economico-produttiva. Anche in tal caso, cerchiamo di capire la logica sottintesa ai ragionamenti teorici che si opposero frontalmente ai dettami della scuola neoclassica tradizionale.Innanzitutto, va chiarito che Keynes non propugna alcun intervento per limitare la portata del “libero mercato”. Inoltre, l’economista di Cambridge non parlava di spesa con finalità sociali (tipo pensioni, sanità, ecc., cioè il cosiddetto “Stato sociale”, che si affermò nell’Europa occidentale dopo la guerra mondiale). Nemmeno si sosteneva che non dovessero in nessuna misura ridursi i salari; anzi, tramite l’inflazione che, almeno inizialmente, veniva promossa tramite la spesa pubblica, una certa riduzione dei salari reali si verificava e ciò non era considerato certo dannoso, poiché alleviava comunque i compiti delle imprese dal lato dei costi di produzione.

Tuttavia, la causa principale della crisi – ma nei paesi capitalistici opulenti, ad alto livello di capacità produttiva di reddito – non era attribuita all’eccessiva altezza dei salari, cioè all’esorbitante (presunta) forza raggiunta dalle organizzazioni sindacali nella contrattazione del prezzo del lavoro. Keynes, inoltre, non prende nemmeno in considerazione il problema del mono(oligo)polio; parte anzi dalla presupposizione di una libera concorrenza, si attiene ai concetti marginalistici tradizionali, ma si riferisce a grandezze globali, aggregate, nel senso di variabili complessive attinenti all’economia “nazionale”. Si parla, ad es., di consumo, risparmio, investimento, ecc. in quanto dati relativi alla totalità dei consumatori, risparmiatori, investitori, ecc. esistenti in un determinato territorio (in genere un paese; comunque, ci si può anche limitare ad una regione di un paese o invece allargarsi ad un insieme di paesi di una certa area geografica, ecc.). Per questo si parla della teoria economica keynesiana come di una macroeconomia, in contrapposizione alla microeconomia della teoria neoclassica tradizionale.

Man mano che cresce il reddito nazionale somma dei redditi di tutti gli individui viventi in un dato territorio, in genere quello nazionale, senza riguardo alla loro collocazione in date classi o gruppi sociali – aumenta la quota (percentuale) del reddito risparmiata rispetto a quella consumata. La teoria neoclassica tradizionale riteneva che tutto il reddito risparmiato fosse anche investito. Quando il risparmio aumentava, si supponeva che diminuisse adeguatamente il saggio di interesse
(prezzo dei prestiti), per cui gli imprenditori si facevano dare a credito – con l’intermediazione delle banche – tale risparmio per effettuare gli investimenti, che sono appunto domanda di beni di produzione. Quindi, qualunque fosse la dimensione del prodotto (reddito) nazionale, la domanda era comunque della stessa entità dell’offerta, visto che quella di beni di investimento assorbiva la parte di reddito risparmiata (la parte consumata è
ipso factodomanda di beni di consumo). Si sarebbe sempre realizzata la cosiddetta legge di Say per cui l’offerta dei beni (e dunque la produzione da cui dipende l’offerta) crea la sua propria domanda; non potrebbe perciò mai esserci crisi di sovrapproduzione, la merce prodotta non resterebbe mai invenduta per carenza di domanda.

Per Keynes, invece, vi è un livello della produzione nazionale, nei paesi ad alto sviluppo capitalistico, in cui si verifica comunque un eccesso di risparmio, che non viene assorbito dall’investimento degli imprenditori (privati) per quanto bassi siano i saggi di interesse sui prestiti; proprio perché la domanda privata di consumo non tiene dietro all’offerta di beni divenuta “troppo” elevata qualora ci sia il pieno impiego dei fattori produttivi, data l’elevata capacità produttiva raggiunta dall’insieme del sistema. La domanda complessiva dei privati (consumi più investimenti) non tiene allora dietro allo sviluppo (grazie pure agli avanzamenti tecnologici) della potenzialità produttiva di reddito, in cui cresce più che proporzionalmente la parte risparmiata rispetto a quella consumata. E’ quindi la debolezza di questa domanda complessiva(C+I) la causa reale della crisi che poi certamente, una volta scoppiata, si avvita su se stessa facendo regredire il livello della produzione fino al punto in cui, nuovamente, l’intero risparmio, pur esso ovviamente diminuito, trova di fronte a sé un adeguato(ma assai calato) investimento in beni di produzione. Va rilevato, ed è cruciale, che nella crisi la debolezza della domanda induce la diminuzione della produzione e questa accresce la disoccupazione dei fattori produttivi; quella del fattore lavoro ha forte evidenza perché è socialmente squassante, ma la disoccupazione colpisce anche il “fattore capitale”, cioè l’insieme dei mezzi produttivi.Quando le imprese chiudono i battenti o diminuiscono fortemente la loro attività, cade anche la domanda di beni di produzione (quella detta investimento)

In definitiva, la causa fondamentale della crisi risiede nella carenza, evidentemente relativa, della domanda a livelli di reddito elevati, tipici di economie con elevate capacità produttive, quindi tecnologicamente assai avanzate; ecco perché la crisi scoppia soprattutto nel bel mezzo di una raggiunta opulenza ed altezza del tenore di vita. Se vi è relativa debolezza della domanda privata (di beni di consumo e di investimento), è necessario che lo Stato effettui una sua spesa (pubblica) che vada a sommarsi a quella dei singoli cittadini, una spesa che quindi supplisca alla deficienza di quella dei privati. Ecco la ragione dell’intervento statale in economia; non certamente per una pianificazione della produzione, come propugnato dai marxisti e comunisti, il che esigerebbe la soppressione della proprietà privata (dei mezzi produttivi) e del mercato. Mercato e proprietà privata non vengono minimamente toccati, tutto resta come prima dal punto di vista politico-istituzionale, e da quello della preminenza dei ceti imprenditoriali e della subordinazione del lavoro salariato nella società capitalistica.

Lo Stato spende, cioè effettua domanda apprestando le opere infrastrutturali già considerate. Il problema che si pone è però: di che tipo di spesa deve trattarsi? Secondo i principi tradizionali (oggi ripresi con vigore) del mantenimento di un pareggio del bilancio statale (o almeno di un deficit da contenersi il più possibile), lo Stato, se vuol spendere di più, deve dotarsi dei mezzi a ciò necessari tramite un accrescimento dell’imposizione fiscale.Così agendo, però, si provoca la diminuzione del reddito deicittadini, e dunque della loro domanda, al fine di accrescere quellapubblica. I conti non tornano. Si dà con una mano e si toglie con l’altra. La domanda (spesa) statale deve essere in deficit di bilancio. E nemmeno è tanto utile che lo Stato, per poter spendere, accresca il suo debito con l’emissione di titoli (i bot ad es.; a breve e a lungo termine) perché è bene che l’organo “pubblico” si ritenga libero, anche in tempi lunghi, dal dover rimborsare alcunché. Puramente e semplicemente, si stampa moneta e la si mette in circolazione finanziando le imprese che dovranno dedicarsi alla costruzione di infrastrutture (decise ovviamente in sede governativa).

Secondo la tradizionale teoria quantitativa della moneta, quando lo Stato mette in circolazione una più alta massa di moneta, i prezzi delle merci salgono (inflazione). Secondo la teoria keynesiana ciò è vero solo nel caso che i fattori produttivi (lavoro e capitale) siano pienamente occupati e non si possa perciò accrescere – almeno nel breve periodo, in mancanza di aumento delle potenzialità produttive dovuto ad investimenti e nuove tecnologie – la quantità prodotta e offerta. Quando invece c’è la crisi, i fattori sono disoccupati; è però essenziale, come sopra considerato, che lo sia il lavoro così come il capitale (mezzi di produzione). Debbono esserci milioni di lavoratori a spasso e migliaia di imprese chiuse, ma potenzialmente in grado di riaprire i battenti, con macchinari che hanno solo bisogno di essere lubrificati e rimessi in movimento. L’importante è solo che riparta la domanda dei beni, perché allora le imprese riprendono a produrre, riassumendo forza lavoro. Può anche esserci, in unprimo momento, un certo rialzo dei prezzi, ma si tratta di inflazione leggera e temporanea, poi i fattori prima “disoccupati” entrano progressivamente in piena produzione.

La spesa pubblica per infrastrutture, insomma, dà impulso all’attività di una serie di imprese che debbono – tanto per fare un esempio – fornire cemento, acciaio, vetri, infissi, mobilio, ecc. per costruzioni edili (non solo case evidentemente). E queste imprese debbono assumere lavoro (dirigente come esecutivo) per produrre; così facendo, distribuiscono salari a lavoratori prima disoccupati, che cominceranno a domandare beni prodotti, a loro volta, da altre imprese. Anche queste allora si riattivano, acquistando beni di produzione e pagando salari ad altri lavoratori prima disoccupati che, con il salario percepito, domandano altri beni di consumo e …..via di questo passo, in un circolo ora virtuoso di ripresa economica. Non entro qui sul discorso del moltiplicatore, che mi sembra nell’attuale contesto esplicativo superfluo. Si deve invece notare che, ricrescendo nuovamente grazie a questa politica di spesa pubblica il cosiddetto PIL, si accrescono ovviamente anche le entrate fiscali; in definitiva, si ridurrà progressivamente il tanto deprecato (dagli economisti odierni) debito pubblico.

4. Dalla fine della seconda guerra mondiale iniziò il dominio della corrente keynesiana negli ambiti accademici (e non) di tutti i paesi capitalistici avanzati; e anche negli organismi che orientavano la politica economica internazionale nel campo “occidentale”. Le politiche anticicliche basate sull’aumento della spesa pubblica divennero una sorta di dogma, e si credé così di poter scongiurare ogni declino dello sviluppo capitalistico, che invece si ripresentò più volte, anche se mai con la gravità del 1929; la crisi fu ribattezzata recessione, volendo con tale termine indicare dei brevi periodi di arresto della crescita e di sostanziale stagnazione, senza però il presentarsi di fenomeni di eccessivagravità economica e sociale.

Ci si accorse abbastanza presto, in particolare negli anni ’70, che la spesa pubblica poteva provocare fenomeni inflazionistici di rilievo, e che la sua funzione anticrisi non era poi così incisiva come supposto subito dopo la politica del New Deal e l’opera di Keynes che ne dava una fondazione teorica. Già nel 1979 in Inghilterra con l’avvento della Thatcher, e poi nel 1980 con Reagan negli USA, si riaffermarono correnti neoliberiste che ripresero le tesi di una politica fondata sul rispetto dell’equilibrio del bilancio statale, cioè su un rigore nell’effettuare la spesa pubblica non più affidata consapevolmente, come sostenuto da Keynes, alla crescita del deficit di detto bilancio. Bisogna ben dire che all’inizio si trattò comunque più di affermazioni di principio che reali, poiché, almeno negli Stati Uniti, la spesa statale aumentò notevolmente (per motivi militari soprattutto) e così pure il deficit di bilancio. Soltanto però nel secolo scorso e soprattutto finché non si disfece il sistema detto “socialista” (mai comunista come dicono ancor oggi di Cina, Corea del Nord, Cuba, ecc. dei perfetti ignoranti) e finì quindi l’antagonismo tipico del periodo “bipolare”. In ogni caso, oggi in quasi tutti i paesi avanzati il liberismo è di nuovo saldamente in sella ed è particolarmente degenerato anche rispetto a quello tradizionale pre-keynesiano. Si tenga presente che, nei paesi capitalistici europei, le politiche di spesa pubblica condussero al cosiddetto Stato sociale, in cui si svilupparono in particolare l’apparato pensionistico e quello sanitario, attualmente in fase di ridimensionamento continuo in tutti i paesi capitalistici avanzati, ove più ove meno.

La politica economica keynesiana, nella sua funzione anticrisi, non si basava comunque sulle spese sociali; essa propugnava semplicemente la spesa pubblica, l’intervento dello Stato nel settore economico per il rilancio di una produzione che si riteneva fosse entrata in crisi per carenza di domanda. Che la spesa statale assumesse connotati sociali, come in Europa occidentale, è stato fenomeno dovuto a motivi più politici che economici: alla presenza cioè del campo “socialista”, di robusti partiti comunisti in alcuni grandi paesi europei (Italia e Francia soprattutto), alla preoccupazione insomma di possibile acutizzazione della lotta sociale.

Pian piano ha cominciato a farsi strada, anche presso certi ambienti di economisti accademici, una considerazione più meditata relativa sia alla spesa pubblica negli anni di Roosevelt siaall’opera teorica di Keynes. Ci si è resi conto che, esauritasi sostanzialmente la crisi nei primi anni del New Deal (terminato nel 1937), il sistema capitalistico rientrò in una fase di stagnazione proprio mentre veniva pubblicata, nel 1936, la Teoria generale delloccupazionedellinteresse e della moneta dell’economista inglese. Fu la seconda guerra mondiale a imprimere una decisa spinta economica agli Stati Uniti. Finita la guerra, iniziò la faticosa “ricostruzione” postbellica dell’Europa occidentale, favorita pure dal ben noto e decantato “Piano Marshall”, che non fu un gesto umanitario degli Stati Uniti ma un discreto propellente per l’economia di quel paese e soprattutto per il suo predominio assoluto nell’area ormai appartenente alla sua “sfera d’influenza”, cui apparteneva (e appartengono) i paesi capitalistici maggiormente sviluppati, compreso il Giappone nell’area asiatica.

Furono allora formulate – da critici radicals e, in particolare, da certe correnti del pensiero marxisteggiante – tesi di “keynesismo militare”. Sempre in omaggio alla convinzione che il sistema capitalistico, proprio al suo apogeo come opulenza, entra in difficoltà per l’insufficienza di domanda rispetto all’offerta e dunque alla produzione, si sostenne che a tale inconveniente le classi dominanti ovviarono con spese belliche di grande entità durante la guerra. Anche successivamente tali spese furono elevate per sostenere la competizione con l’URSS e per alimentare continue aggressioni statunitensi in svariate parte del mondo e in specie in quello denominato “Terzo”. I “riformisti” propugnavano soprattutto aumenti salariali (e spese sociali) per sostituire le funzioni della spesa militare con politiche che andassero a migliorare il tenore di vita delle popolazioni e rafforzassero il regime detto democratico”; per alcuni si sarebbe anche potuta verificare, seguendo tali politiche, una pacifica transizione ad un “socialismo democratico” in quanto contraltare al sedicente comunismo dell’est, ritenuto troppo antidemocratico e autoritario.

La cosiddetta globalizzazione – cioè la rimondializzazione del capitalismo dopo gli eventi del 1989-91 – spazzò via molte illusioni. Si continuò ad oscillare – tipico il caso dell’Italia – tra due tesi opposte e poco consistenti. Da una parte, i neoliberisti attribuivano certe difficoltà economiche all’eccessivo debito pubblico, cui si doveva ovviare, in omaggio alla riaffermazione della necessità di un equilibrio del bilancio statale, con la riduzione della spesa pubblica. Da ottenersi soprattuttorisparmiando su sanità e pensioni, le tipiche conquiste del cosiddetto Stato sociale. Bisognava insomma semmai aumentare la domanda dei privati (sia consumatori che investitori) restringendo invece l’intervento pubblico ritenuto fonte di rigidità burocratica e di soffocamento dello spirito imprenditoriale innovativo.

Dall’altra parte, vi fu chi – e fra questi vanno ricordati molti personaggi “di sinistra” – sostenne che, in un mondo ridiventato mercato globale in cui si acutizzava una forte competizione interimprenditoriale, era necessario essere particolarmente efficienti e produttivi; il che significava ridurre al minimo possibile i costi di produzione, effettuare spese per la ricerca di nuovi prodotti e di nuovi metodi produttivi, per creare migliori catene di distribuzione commerciale, ecc. Si doveva insomma diventare più competitivi in termini di costi, prezzi, qualità, e via dicendo. La crisi venne dunque ancora una volta considerata, da “destra” come da “sinistra”, non come qualcosa di intrinseco al sistema capitalistico, ma soltanto come una carenza di certe scelte politiche o di certe altre del tutto opposte.

In pratica, si può ben dire che la scienza economica dominante, praticamente l’unica al momento esistente, aveva (e ha tuttora)rinunciato ad ogni tentativo di trovare una spiegazione strutturale della crisi sempre latente in ogni sistema economico simile a quello, detto capitalistico, che ha iniziato ad affermarsi nel 1600-700, era in pieno sviluppo già nel secolo XIX e pur con tutte le assai rilevanti modifiche intervenute nel frattempo, per cui si dovrebbe oggi cominciare a parlare di capitalismi e non di “capitalismo” – continua a permanere oggi in alcune sue forme decisive: imprese, mercati, concorrenza, innovazioni tecniche e di prodotto, decisiva importanza dei settori dello scambio mercantile (generalizzato) e della finanza, ecc.

Assistiamo così alla sostanziale incomprensione del tema della crisi nella “scienza” economica, sempre più ridotta ormai ad analisi empiriche di breve congiuntura e all’apprestamento di modelli da usare per tecniche di intervento politico-economico. Si torna ad affidare quindi le alterne vicende di un sistema complesso come quello capitalistico, ridivenuto mondiale, a variabili soggettivistiche: gli “spiriti animali” degli imprenditori privati, le ondate di fiducia (ottimismo) e sfiducia (pessimismo), ecc. Non si cerca per nulla una spiegazione scientifica, che non può non rinviare alla formulazione di ipotesi intorno agli elementi strutturali, di sistema, che provocano gli arresti dello sviluppo e il suo nuovo rinvigorirsi secondo cicli indubbiamente meno regolari di quanto si era supposto fossero fino alla metà del XX secolo (o poco dopo).

Faccio solo un esempio. Circa a metà anni ’90 del secolo scorso, entrò in una
lunga fase di crisi strisciante il Giappone, che all’inizio
di quel decennio molti prevedevano sarebbe diventato in un periodo relativamente breve il più potente paese capitalistico al posto degli USA. Dopo oltre un decennio di stagnazione – con fenomeni di deflazione perfino dei prezzi, che per noi europei sono quasi inconcepibili, poiché non li abbiamo più vissuti dopo la crisi del 1929-33 – si cominciò a ritenere che ormai tale paese fosse destinato ad un inarrestabile declino. Improvvisamente, a qualche anno dall’inizio del secolo il Giappone riprese a crescere con buoni ritmi, senza che nessuno ne spiegasse in modo convincente i motivi. Ovviamente, non può non aver poi risentito della crisi iniziata nel 2008 e, proprio adesso, della pandemia che ci sta tormentando da pochi mesi. In ogni caso, ci si trova ormai da molto tempo in una vera impasse teorica, ed è inutile nasconderlo.

5. Non mi sognerò in questa sede di nemmeno iniziare una discussione sulla possibile formulazione di una teoria delle crisi. Dirò soltanto quello che, a mio avviso, non si dovrebbe piùripetere perché è senza senso; inoltre, si possono sommariamente indicare quali direzioni di ricerca sembrano utili per tornare a riflettere con maggiore realismo alla teoria in questione. Naturalmente, il primo passo è l’ammissione che non esiste alcuna considerazione di tipo scientifico che non sia di carattere oggettivo(e dunque strutturale); se ci si riferisce solo alle scelte di politica economica, ad errori commessi – e che nessun essere umano può evitare di commettere – e addirittura all’ottimismo o pessimismo degli “agenti economici”, allora si è già abdicato a voler fare opera di scienza.

E’ innanzitutto indubbio che la crisi economica, conosciuta dal moderno mondo capitalistico, è l’interruzione e l’inversione di una tendenza allo sviluppo impetuoso delle forze produttive, uno sviluppo che, è inutile negarlo, nessun’altra società (precapitalistica) ha conosciuto. Inoltre, la povertà e miseria (relative), in ogni caso gravi disagi sociali oltre che economici, si verificano sempre nel bel mezzo di un aumento notevole delle capacità produttive del sistema economico, aumento provocato in modo particolare dai continui (per ondate successive) notevoli progressi delle tecniche produttive. Le crisi capitalistiche sonodunque l’esatto contrario dei quelle delle precedenti formazioni sociali, in cui c’era la carestia, legata a eventi di varia natura: siccità, malattie delle piante o invece diffuse epidemie, guerre devastanti, ecc. Nella nostra forma di società, come aspetto di evidenza empirica, si deve invece ammettere il periodico (ciclico) ripresentarsi di un “eccesso” di produzione in relazione alle capacità di acquisto di parti consistenti, maggioritarie, della popolazione.

Abbiamo già considerato, all’ingrosso, la tesi keynesiana di un risparmio crescente a fronte di un investimento (domanda di beni di produzione) che non è in grado di crescere in modo corrispondente. Da parte marxista, si sono prodotte più tesi; ancora una volta, chiedo di capirle approssimativamente poiché manca la possibilità di una loro spiegazione esauriente, che esigerebbe delle lezioni sulla teoria del valore e plusvalore. Si è sostenuto che la tendenza dei capitalisti (imprenditori) a massimizzare i loro profitti provoca una forte spinta allo sviluppo produttivo nel mentre vengono tenuti relativamente bassi i salari (retribuzioni del lavoro dipendente che sono un costo di produzione per le imprese), da cui tuttavia dipende gran parte della domanda di beni di consumo; anche secondo tale prospettiva teorica, si suppone il verificarsi di un netto scarto tra produzione (quindi offerta) e domanda (a partire dal lato del consumo). Un’altra interpretazione dello stesso processo prende pur sempre le mosse dal forte sviluppo economico in quanto causato dall’intenso progresso tecnologico dei processi produttivi, che dovrebbe provocare la caduta del saggio di profitto, cioè il rapporto tra profitti e capitale investito (sia in mezzi produttivi che in salari), in cui cresce soprattutto la quota del capitale fisso.Diminuisce perciò la convenienza dei capitalisti ad investire; per di più, si sostituiscono macchine a lavoratori, cresce quindi la disoccupazione e cala così pure la massa salariale e la domanda di beni di consumo.

Un aspetto evidente della crisi è la rottura dei circuiti dello scambio delle merci e di quelli finanziari (con in evidenza la Borsa valori). Ciò accadrebbe perché le decisioni di investire e sviluppare la produzione di queste o quelle merci provengono da tanti centri – le varie imprese capitalistiche – fra loro autonome, in mano a gruppi privati e fra loro in aspra competizione per la preminenza nei mercati. Non vi è quindi alcun coordinamento, si manifesta e si accentua la cosiddetta anarchia mercantile nei varisettori produttivi, si creano ingorghi e accumulo di merci invendute in alcuni di questi; la mancata realizzazione di adeguati ricavi in essi, a fronte dei costi sostenuti, contrae la domanda di merci prodotte da altre imprese e in altri settori, in cui si verifica allora lo stesso processo, con suo allargamento ed intensificazione fino al limite oltre il quale si innesca la crisi generale dei mercati.

Da queste tesi si generò la proposta relativa ad una pianificazione generale – che esigeva in primo luogo il superamento della proprietà privata delle imprese – che facesse di queste ultime parti interdipendenti di un sistema complessivo, fra loro coordinate da un unico centro decisionale, l’organo della pianificazione statale. Quest’ultima è andata incontro ad un sostanziale fallimento, portando alla stagnazione delle economie di quella tipologia e alla loro disgregazione finale. Tuttavia, anche nelle economie capitalistiche – in cui i mercati dei vari settori produttivi più importanti sono controllati da oligopoli, attorniati da piccole e medie imprese ad essi subordinate – si sarebbero dovuti produrre fenomeni di tendenziale coordinamento in base agli accordi intercorrenti tra le imprese oligopolistiche in oggetto; nel mentre gli Stati dei paesi capitalistici avrebbero dovuto assumere funzioni di programmazione (versione attenuata della pianificazione). La programmazione è fallita tanto quanto la pianificazione, e sono saltati pure gli accordi interoligopolistici; la competizione, con connessa “anarchia mercantile”, ha teso a svilupparsi nuovamente ed è oggi in via di tendenziale acutizzazione. Gli accordi eventuali tra grandi imprese – e le fusioni e centralizzazioni proprietarie attualmente in atto in tutto il mondo – sono solo un mezzo per tentare di migliorare le capacità competitive di certi gruppi economico-finanziari contro altri nella lotta per la preminenza nel mercato cosiddetto globale.

Si constatano al presente chiare difficoltà ad una generalizzata e robusta ripresa economica, pur facendo solo riferimento ai paesi a più alto sviluppo. Alcuni paesi, già sottosviluppati (tipo Cina e India), sono entrati in decisa crescita; soprattutto la Cina fra le due, anche se attualmente tale paese vede un po’ indebolito il suo ritmo di aumento del PIL. Altri paesi, tipo il Giappone, sono da tempo in fase di discreto sviluppo mentre la nostra Europa è andata incontro a crescita nettamente differenziata da paese a paese e oggi è in fase di sostanziale stagnazione. Si è continuato per non so quanto tempo a parlare di ripresa generale del sistema capitalistico rimondializzatosi, ma si è tutto sommato ancora in attesa che ciò si verifichi in modo deciso ed univoco. Non sembra sia da attendersi, salvo eventi al momento imprevedibili, una crisi del tipo del 1929, ma non è improbabile una fase di gravi difficoltà, con tendenziale (salvo eccezioni) stagnazione – caratterizzata magari da qualche breve impennata in alcuni paesi – un po’ come accadde nel 1873- 96. E oggi non vi è alcun passaggio da un sistema capitalistico concorrenziale ad uno mono(oligo)polistico, passaggio già avvenuto appunto da oltre un secolo.

6. Il vero fatto è che non sono sufficienti le analisi e considerazioni di natura quasi solo economica. Un conto sono certe onde cicliche di moderata entità e di “congiuntura”; un altro le crisi di maggior momento, “catastrofiche” come nel 1929 o invece di lunga stagnazione come alla fine del secolo XIX. Quest’ultima non fu semplicemente dovuta al passaggio da una struttura dei mercati di tipo concorrenziale ad una di tipo oligopolistico; spiegazione “volgarmente” economicistica, limitata in tutti i sensi. Gli ultimi decenni di quel secolo rappresentarono piuttosto la transizione all’epoca detta dell’imperialismo. Alla preminenza dell’Inghilterra nell’insieme dei paesi in cui si era affermato il capitalismo – preminenza durata dal Congresso di Vienna (1814-15, detto della “Restaurazione”) fino a subito dopo la metà del secolo – seguì il suo lento (inizialmente) declino e la sempre più acuta lotta per la successione tra alcune grandi potenze, con l’intervento, in particolare, di Germania (nata nel 1871 dopo la guerra vittoriosa sulla Francia, condotta dagli Stati tedeschi guidati dalla Prussia) e USA (dopo la guerra civile del 1861-65 e la netta vittoria del Nord industriale sui “cotonieri” del Sud). Tale periodo, contrassegnato poi, nel secolo successivo, da due guerre mondiali oltre che dalla “grande crisi” del ’29, si chiuse nel 1945 con la netta predominanza degli Stati Uniti in campo capitalistico, mentre il lungo confronto interimperialistico tra le varie potenze provocò una serie di crisi politico-sociali – innanzitutto in Russia (prima guerra mondiale) e in seguito, dopo la seconda guerra mondiale, in molti altri paesi a partire dalla Cina– con la formazione del cosiddetto “campo socialista”.

In seguito al “crollo” di quest’ultimo e alla rimondializzazione del capitalismo, gli USA sono rimasti il paese predominante nel mondo. Tuttavia si assiste, con sempre maggior nettezza, non semplicemente (e banalmente) ad una ripresa di conflittualità e competizione tra grandi imprese – dette “multinazionali”, mentre hanno spesso una ben precisa collocazione nazionale del “gruppo di comando” – nel mercato mondiale, ma soprattutto ad un inizio di contrasti politici in varie aree geografico-sociali; in questo momento, un’area di notevole turbolenza è quella che va dal Nord Africa (Libia in testa) al Medio Oriente. Siamo chiaramente entrati in una nuova fase di tipo multipolare. Fin quando esisteva (ma per poco più di un decennio) un unico paese sostanzialmente predominante – gli USA, la cui supremazia era tanto economico-tecnica e finanziaria quanto politico-militare e spesso anche ideologico-culturale; una predominanza che si prolunga ancor oggi nei vari organismi internazionali: politici come l’ONU o economici come il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Mondiale per lo Sviluppo, il WTO (Organizzazione mondiale per il commercio), ecc. – si è assistito ad un relativo coordinamento delle varie economie “regionali”. In tali condizioni non era facile l’esplodere di una crisi come quella del 1929. Quella crisi, pur di carattere eminentemente economico-finanziario, risentiva dello scontro aperto tra più potenze capitalistiche e faceva quindi parte dell’epoca caratterizzata dalla lotta interimperialistica, epoca conclusasi con la seconda guerra mondiale; la supremazia statunitense diede nuovo ordine e riorganizzò i rapporti interstatali nel campo detto “occidentale” (del capitalismo avanzato).

Per il prossimo decennio (e oltre) è più facile che si verifichino fenomeni di crisi strisciante, di stagnazione interrotta da brusche, ma brevi (e non generalizzate) impennate, dal declino di certi paesi e aree geografico-sociali mentre altri saliranno a gradini piùalti di sviluppo capitalistico, ecc. Insomma, sembrerebbe più probabile per qualche tempo una serie di fenomeni (di crisi) somiglianti in qualche modo a quelli del 1873-96 più che a quelli del 1929-33; in realtà del 1929-39, perché la crisi era soprattutto d’ordine multipolare e policentrico ed entrò in fase di risoluzione con la lotta per la supremazia, risoltasi a favore degli Stati Uniti nel campo detto capitalistico. Per comprendere appieno tali fenomeni, penso sia molto riduttivo limitarsi all’analisi dei processi economici, alla considerazione (quantitativa) degli andamenti di consumi, risparmi, investimenti, innovazioni tecnologiche, rialzi o ribassi dei saggi di interesse o di quelli dei profitti in settori produttivi diversi, sbalzi delle quotazioni di Borsa, e via dicendo. Questi sono certo sintomi, segnali, importanti e vanno seguiti con attenzione. Bisogna però capire che la competizione, anche per quanto riguarda la conquista di maggiori quote di mercato, non è mai solo basata su costi, prezzi, qualità, catene di distribuzione, sistema di finanziamenti, ecc.; è indispensabile la potenza militare, l’influenza politica sui Governi di vari paesi (alcuni in posizione geografica cruciale), una capillare penetrazione culturale dei propri modelli di vita sociale in aree fondamentali.

Sull’analisi economica, certo da eseguire, prevale perciò quella geopolitica; l’attenzione per le quote di mercato delle varie (grandi) imprese va “sottomessa” a quella relativa alle sfere diinfluenza da conquistare (o riconquistare) e da mantenere. Far credere che staremo tutti meglio se ci attrezziamo ad una virtuosa competizione economico-imprenditoriale in un mercato globale, privo di qualsiasi impaccio e restrizione, è pura ideologia (liberista). E’ grave l’incredibile ignoranza odierna di sedicenti economisti circa le vecchie ricette keynesiane condite di spesa pubblica in pieno deficit di bilancio, che almeno possonoattenuare certi fenomeni estremamente negativi. Tuttavia, è indispensabile superare del tutto l’economicismo, tipico della tradizione neoclassica (in ogni suo versante); e deve essere combattuta ogni falsa credenza in un modello di sviluppo fondato sullo strapotere di gruppi economico-finanziari, che desiderano soltanto di essere lautamente assistiti dallo Stato, “serviti” da apparati politici – nuovi nella forma e nel personale ma vecchi nella sostanza – del tutto incapaci di analizzare a fondo la vera causa dell’attuale crisi: il disordine legato alla netta crescita del multipolarismo. Sia ai gruppi economici che a quelli politici manca del tutto una visione ampia, di carattere strategico.

Qui però mi fermo, in questa discussione, perché altrimenti il discorso dovrebbe aprirsi ad una considerazione più nettamente politica; e certo non univoca né precisa perché molte, troppe, sono oggi le variabili scarsamente conosciute proprio a causa della cortina fumogena che le ideologie neoliberiste stanno diffondendo ormai da un bel po’ di tempo. Invito solo a riflettere, cercando nuove vie, non restando incantati di fronte alle fumisterie di TV e stampa. La storia non sarà “maestra di vita”, ma ci insegna comunque qualcosa. E quanto è successo a partire dalla fine del secolo XIX e fino ai nostri giorni – le due crisi economiche di tipologia differente già più volte considerate (1873-96, di stagnazione, e 1907 e 1929 di crollo finanziario e netto declino economico), le due guerre mondiali, il confronto tra campo capitalistico e (presunto) socialista, il poco più che decennalepredominio statunitense e infine l’attuale multipolarismo – è decisivo per orientarsi di nuovo nel mondo attuale e per i prossimi decenni. Facciamo tesoro delle tante lezioni già ricevute; ma cerchiamo di andare avanti nell’interpretazione del mondo in cui ci troveremo ad operare, probabilmente incontrando crescentidifficoltà.

Per il momento è tutto. Detto succintamente, ma credo con sufficiente chiarezza. Sottolineo che si deve attaccare a più non posso l’economicismo, l’assenza totale di ogni analisi dell’evoluzione politica e sociale in quest’epoca di sempre crescente disordine e conflittualità internazionale. Non si cerchiperò, nel breve (e forse medio) periodo, di voler riproporre la “riscaldata minestra” del conflitto sociale o addirittura “di classe”. Siamo ancora, ma certo con forme nuove (come sempre avviene nella storia), al conflitto tra gruppi dominanti (e di fatto nazionali; non “nazionalisti”, specifico), a quella che in tempi passati e condifferente sistema di interrelazioni mondiali fu definita “epoca dell’imperialismo” (in realtà, detto con definizione più generale, del conflitto policentrico). In quell’epoca si svilupparono le grandi rivoluzioni che si credé orientate al socialismo: “rivoluzione d’ottobre” durante il primo grande conflitto “interimperialistico”; quella cinese con il secondo grande conflitto (anche se la nascita ufficiale di quello Stato avvenne nel 1949). E anche le altre (Cuba, Vietnam, ecc.) furono favorite dalla situazione “bipolare” creatasi con la seconda guerra mondiale.

In definitiva, basta con il micragnoso e gretto (e dunque sviante) economicismo, la malattia degli intellettuali blanditi da una classe dominante come quella “occidentale”; ma in modo speciale da quella europea, infame e inetta come forse non è mai accaduto nella lunga storia delle società umane. Le nostre popolazioni, che ancora accettano simili ceti dirigenti sono al momento inermi e imbelli. Si formerà una Forza Nuova capace di fare piazza pulita, in senso veramente definitivo ed esaustivo, di tali ceti? Per il momento nulla si vede. E finché la situazione resterà come ormai è da alcuni decenni, la si smetta di sognare addirittura le rivoluzioni dei dominati; anche se questi dovesseroavere qualche sussulto di ribellione (e di dubbi ce ne sono tanti), verrebbero schiacciati e massacrati in assenza di una effettivadirezione strategica al loro vertice. Si ricominci a ragionare.

 

Peggio dei virologi sono politici ed economisti

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Nicola Porro è stufo dei virologi che impazzano in tv e sui giornali, sono dei menagramo perché ostacolano la ripresa delle attività con le loro mascherine, le distanze da mantenere, i medicinali da testare, i vaccini da trovare, le saracinesche da tenere abbassate per motivi di sicurezza. Porro si sente asfissiato dagli scienziati che invadono la società e si sostituiscono ai decisori politici con le loro profezie di sventura che impediscono di riaprire tutto perché l’economia rischia il fallimento. La libertà è stata, insomma, conculcata, dai camici bianchi. Potrebbe anche darsi che gli allarmismi dei medici siano eccessivi, del resto anche loro si sono incartati, prima minimizzando la pandemia e poi ventilando le sette piaghe dell’Egitto.
Benissimo. Allora, diamo pure la parola ai decisori politici. Questi però sono ancora più incompetenti degli scienziati perché non riescono a prendere una posizione giusta senza cambiarla, in una ancora più sbagliata, il giorno dopo. Vogliamo lasciare tutto in mano agli economisti? Non ne azzeccano una dalla notte dei tempi, peggio degli infettivologi e degli epidemiologi messi insieme. Dalla crisi del 2008 fino ai giorni nostri, i saggi della triste scienza hanno dimostrato di essere meno attrezzati degli astrologi quanto a previsione di corto, medio e lungo periodo. Vogliamo, pertanto, mettere le nostre sorti nelle mani dei giornalisti? Non se ne salva uno, costoro hanno confuso il compito della semplificazione delle teorie e dei fatti con quello della banalizzazione di tutto e non fanno altro che urlare toc toc al fine di svegliare gli altri mentre loro chiudono gli occhi di fronte alle cose facili facili. Porro, mi sta pure simpatico, ma è diventato più vecchio della mano invisibile di Adamo Smith. L’economia non gira? E’ colpa dello Stato ficcanaso che impedisce ai privati di sprigionare i loro spiriti animali e li riempie di tasse, lacci e laccioli. La recessione avanza? E’ perché non si seguono i dettami di Milton Friedman e von Hayek. Se sente nominare Keynes (liberale ma non cieco) a Porro viene l’orticaria nonostante siano già state provate tutte le ricette dei liberali di ogni risma ed epoca storica, senza altro risultato che un peggioramento generalizzato. Accanimento con terapie sbagliate. E sono ormai due decenni che questi espertoni ci impongono un lockdown liberista che ha rotto i coglioni perché non funziona in questa fase geopolitica.
Effettivamente bisognerebbe aprire, le teste dei fessi e poi le serrande (o anche le teste con le serrande).

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