Croce fissa

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Sono ateo e “fervente” appassionato di scienza. Non solo di quella sociale ma anche di fisica. Divoro i libri di questo tipo e non credo a nulla che non possa essere sottoposto al metodo scientifico. Tuttavia, niente mi infastidisce più dei laici che se la prendono col crocefisso. Recentemente, un esponente nazionale del Pd (qui trovate il video: https://www.youtube.com/watch?v=0LxiuxeDaqY) ha esaltato il progetto di un sindaco, suo simile politico, che propone di coprire le croci nei cimiteri, con tendine amovibili, per non disturbare la vista ai non cattolici. Con questo “sistema di oscuramento”, si chiama proprio così, detti signori stanno solo dimostrando l’ottenebramento del loro cervello, anche senza avvolgibili che si abbassano e si alzano. Il nostro è un paese di forte tradizione cattolica, questa è la sua Storia. Con una saracinesca di merda costoro vorrebbero, invece, fare calare il sipario su tradizioni secolari che hanno, nel bene e nel male, definito quello che siamo oggi. Parlo sempre da non cristiano che però si rende benissimo conto di quanto hanno inciso detti valori nella sua formazione. Soprattutto, non vorrei mai vedere sostituiti i crocefissi coi cazzi di gomma agitati durante i gay pride o manifestazioni similari. Sono ateo, ribadisco, ma non ho dubbi, tra sacralità e dissacrazione ad capocchiam preferisco la prima. Poi ovviamente ognuno “ creda in chi crede”. Le minoranze hanno certamente diritto di professare la loro fede, qualunque essa sia, ma essendo in inferiorità numerica non pretendano di dettare legge alle maggioranze. Parlo ancora di me. Quasi un anno fa ho seppellito la mia giovane e meravigliosa moglie. Era ortodossa. Svetlana non ha potuto essere accompagnata all’estremo saluto col suo rito ma sapendo della sua fede in Dio ho garantito che avesse comunque un funerale religioso, anche se diverso da quello della sua credenza. Lei avrebbe approvato ed io ho vissuto per farla felice, quindi ho acconsentito a quella scelta. Io, non credente, ho assistito in Chiesa alla funzione, a capo chino e piangente. Il crocefisso non mi infastidiva affatto mentre se ripenso alla voce di quell’esponente politico che parla di pannelli sulle croci mi sento molto più che contrariato.
Ieri, un altro di questi radical chic che si sente un genio, se l’è presa con una giornalista di Rai2 che è andata in onda al telegiornale con un crocifisso al collo. Costui ha scritto: “Magari è già accaduto, nella lunga storia della Rai, che qualcuno conducesse un telegiornale con un crocefisso a penzoloni sul petto. E dunque la figura della mezzobusta confessionale non è proprio inedita: però fa sempre una certa impressione.Si tratta del Tg2 (quello delle 13), privatizzato dal governo sovranista, con l’implicito logo Dio Patria Famiglia che incombe su ogni inquadratura. Con una compattezza formale che perfino memorabili tigì non blended, come Telecraxi e Telekabul, nemmeno si sognavano. Ma almeno per ipocrisia, almeno per uno scrupolo formale, almeno per fare finta che, tra gli utenti pagatori di canone, ne esista qualcuno che preferirebbe evitare i simboli religiosi al collo di chi esercita una funzione pubblica, ovvero di tutti: non si potrebbe cortesemente evitare? In Francia condurre un telegiornale con un crocefisso al collo, a meno che non si tratti di un’emittente religiosa privata con preti e suore nel palinsesto, sarebbe inconcepibile; forse anche un reato, perché è vietato ostentare simboli religiosi nei luoghi pubblici. Ma la Francia, si sa, è una nazione atea e corrotta, per questo destinata ben presto a cadere nelle fauci sovraniste”.
1) Non dico a questo intelligentone di andarsene in Francia, dove comunque non mancano quartieri islamizzati nei quali la sua democrazia non vale un’acca. Ma lo spedirei volentieri a fare il laico in Arabia Saudita. Vediamo se ritorna cambiato o se ritorna.
“E poi non è il caso di buttarla sul piano legale, con tutte le norme e contronorme che già avvelenano la vita di noi tutti, compresi i conduttori di tigì. Buttiamola dunque su quel tanto di civile convivenza che ci rimane, ammesso che qualche scampolo sia disponibile anche per l’opposizione: amici del Tg2, che ne direste di sospendere almeno per i pochi minuti della messa in onda la vostra fervente battaglia? Basta infilare il crocefisso sotto la camicetta, badando che non urti il microfono.”
2) Il sapientone non ha ancora capito che se la smettessero loro di osannare qualsiasi reietto che arriva via mare, senza nemmeno conoscerlo o di far passare chi sventola i perizoma al cielo come un esempio di apertura mentale, quei crocefissi, molto probabilmente, resterebbero invisibili agli occhi e non verrebbero esposti come segni d’identificazione da chi è stufo di tali stronzate. Il fatto è che persino uno come me, quando li sente parlare, da senzadio qual è partirebbe volentieri per le crociate. Non in nome del crocifisso ma per fissare loro alla croce.

Nobel screditato, di GLG

gianfranco

Dando il Nobel alla “Gretina”, sancirebbero il degrado di questo premio; scenderebbero ancora più in basso di quando diedero quello per la Letteratura a Dario Fo. E allora ci dobbiamo fidare di quelli per la Fisica, Matematica, Biologia e quant’altro? Ci sono oggi veri scienziati, privi di boria e non saccenti, capaci di formulare acute ipotesi per la conoscenza del mondo in cui viviamo? Mi sembra che ci siano solo ottimi “tecnici”, ma che sono un’altra cosa. Mi sembra siano anche in liquefazione le grandi religioni dei tempi passati. E le masse – un po’ sciocche, ma non solo per colpa loro – si danno a credenze e pratiche che sembrano tornare ai primordi del genere umano. Del resto, pur senza negare in toto alcuni gravi guasti che il progresso tecnico può provocare al mondo in cui viviamo (e che vanno corretti per quanto si può), mi sembrano veri “sbandati” e un po’ coglioni i vari “verdi”, quelli dei cibi “biologici” (le più grandi bufale mai propalate) e anche i vegetariani e affini. Io amo gli animali, ma mi rendo conto che i vegetali sono vita esattamente come loro. E in questo mondo la vita non fa altro che mangiare vita per potersi protrarre e sopravvivere. Nessun essere vitale può perpetuarsi nutrendosi di rocce e terra e simili. Noi esseri umani abbiamo scoperto la medicina per curarci e cercare di riparare dati “guasti”. Ma una cura provoca altri guai, che vengono corretti iniziando una bella catena di effetti detti “collaterali”. Diamoci certo da fare per quanto possibile, ma cercando di non far guadagnare i criminali dell’ambientalismo e del cibo “biologico”. E rendiamoci conto che faremo certo di tutto per restare a lungo su questa Terra (o magari spostandoci anche altrove), ma ogni cosa vivente alla fine muore; anzi alla fin fine si “spegnerà” anche l’Universo intero. Cerchiamo di avere il senso delle cose; e soprattutto si torni anche alle vere grandi ipotesi scientifiche; e a chiederci – senza mai successo pieno e definitivo – chi siamo, perché viviamo, che cos’è tutta questa “cosa strana” (le specie vitali di grande complessità), che per il momento sappiamo esistere su un pianeta di uno dei cento miliardi di stelle della nostra galassia; e ci sono miliardi di galassie. Smettetela di credervi chissà chi perché manovrate computer, telefonini e mandate razzi e satelliti artificiali in minuscole parti dell’“universo mondo”. Ricominciate a pensare a quelle cose che in passato hanno dato lo spunto a grandi opere nell’arte, nella letteratura, nella filosofia (oggi in mano a filosofessi). E anche nella scienza, appunto, tornate alle penetranti ipotesi e non sentitevi delle specie di Dei perché state creando artificialmente la vita. I veri grandi avvertivano un tempo la loro piccolezza in questo mondo.

L’agonia della sinistra, di A. Terrenzio

Dugin

 

La sinistra attuale vive in questa fase storica una delle sue crisi maggiori non solo in termini di consenso popolare, ma soprattutto in termini ideologici.

Sono praticamente innumerevoli gli esempi di una degenerazione politico-culturale che permea la sinistra dalla base ai suoi vertici. Gli eredi del vecchio PCI hanno subito una mutazione antropologica che non sembra avere precedenti nella Storia. La parte politica deputata alla difesa delle classi lavoratrici e dei ceti popolari si é trasformata in un “monstre” irriconoscibile, parte organica dell’ideologia dominante. Tale mutazione antropologica è stata metabolizzata dai media main stream ed è rivendicata con orgoglio dai suoi esponenti o pseudointellettuali, i quali non lesinano insulti e disprezzo per chi osa pensarla diversamente.

Federico Rampini e Carlo Freccero sono tra i pochi ad aver preso coscienza di tale degenerazione. L’inviato di Repubblica con il suo corrosivo pamphlet “La notte della sinistra”, sviscera tutti i luoghi comuni e le contraddizioni  di una sinistra diventata sostenitrice del partito di Davos, che si mobilita solo per i migranti e dimentica i “penultimi”, sostiene il nazionalista travestito da europeista Macron,  assume le difesa di qualunque causa antinazionale, si tratti del rispetto delle leggi dell’austerità UE o delle ragioni dei mercati.  Una sinistra,  che per dirla con una battuta del giornalista:” E’ passata da Gramsci ad Asia Argento”.

Carlo Freccero, consigliere della Rai, si interroga sulle ragioni dei populisti, demonizzati dal ceto medio semicolto residente nei centri delle grandi città, ed accusa la sinistra di essersi ridotta a “pensiero unico”, promotrice di una “democrazia elitaria” che vanta la pretesa di educare popolo a votare correttamente. “Nel 1968 avevo vent’anni ed ero di sinistra. Cosa significava allora essere di sinistra? Credere nella lotta di classe e nella coscienza di classe. Nessuno pensava allora che nel popolo ci fosse qualcosa di sbagliato,  che le élite dovevano ‘raddrizzare’ per il bene del popolo stesso. Era il popolo che, assumendo coscienza, poteva e doveva guidare la società. E’ questo concetto, prima che di sinistra, è democratico. Che cosa è oggi la sinistra? Essere politicamente corretti. Accettare il pensiero unico in maniera acritica e credere, presuntuosamente che, in quanto detentrici del pensiero unico, le élite devono guidare un popolo ignorante e rozzo, irritante per la sua mancanza di educazione”.

Nonostante il riposizionamento di tali intellettuali e giornalisti o quantomeno il tentativo di autocritica e revisione interna, tali voci non riescono ancora a sfondare il muro del politicamente corretto. La sinistra nostrana, dal PD al mondo dei salotti televisivi, rimane pressoché impermeabile a qualsiasi tentativo di confronto con la realtà, grida al ritorno del Fascismo in prossimità di qualsiasi appuntamento elettorale, perché non ha più idee e preferisce demonizzare ed insultare gli avversari, che  confrontarsi sui temi. Per essa il fatto che i ceti subalterni, come sottolineato da uno dei suoi intellettuali engagé, Gad Lerner, votino in massa Salvini, è soltanto segno che ad esprimere tale preferenze siano gli illetterati. Un disprezzo di classe che non ha nemmeno più la decenza di nascondersi e che si mostra in tutta la sua arroganza. Non si trovano opinioni diverse anche tra i maggiori filosofi di grido, come Galimberti o Cacciari, che alle loro dotte ed illuminate riflessioni di filosofia politica, contrappongono le posizioni del pensiero unico dominante: accoglienza dei migranti come fenomeno “naturale” ed irreversibile, deriva populistiche delle democrazie, accettazione dell’ordine neoliberista con l’inderogabilità delle riforme strutturali che l’UE, che per quanto sbagliata , resta il migliore dei modelli possibili. Arginare il ritorno dei nazionalismi, forieri di distruzione e barbarie, é il mantra usurato che gli alfieri della liberal-democrazia ripetono ossessivamente. Galimberti recentemente si è proteso in una difesa vergognosa di Elsa Fornero e ha più volte ripetuto che chi vota la Lega ed solo un ignorante.  L’ex sindaco di Venezia, in un incontro svoltosi a Foggia recentemente, dal titolo “Ragioni e crisi dell’Europa”, ha parlato della necessità di costruire un Continente federato in grado di affrontare le sfide che caratterizzeranno il mondo multipolare. Peccato che il nostro barbuto filosofo, si sia dimenticato del fatto che l’UE è ancora sotto protettorato americano e che i nazionalismi da lui paventati, siano ben rappresentati da Macron e dalla Merkel, europeisti nella misura in cui ciò può rivelarsi funzionale ai loro interessi.

Come al solito non viene fuori una riga di critica seria e ragionata su questa UE e dei suoi valori fondanti, li si accetta in blocco o al limite si mostrano critiche marginali, che fungono solo da copertura ad una irriformabilità sostanziale del modello neoliberista.

Sorvoliamo invece sulle posizioni dei Saviano, Murgia, Raimo, perché abbiamo citato gli intellettuali..

La sinistra che censura

Non sono bastate le censure dei libri al Salone di Torino di editori fuori dal circuito politically correct a fermare i gendarmi orwelliani del pensiero unico. A finire nel tritacarne della censura liberal è stato anche Alexander Dugin, il filosofo russo autore della “Quarta teoria politica”. L’Università di Messina ha impedito lo svolgimento di un incontro con il filosofo eurasiatista con l’accusa, manco a dirlo, di Nazismo e di vicinanza al presidente Putin.

Inutile cercare di spiegare ai paladini della “democrazia selettiva”, che le teorie di Dugin siano quanto di più lontane dell’etnocentrismo e che i suoi lavori si basino sugli studi di Martin Heidegger e Carl Schmitt. Oggetto dei suoi studi sono la crisi della società liberale ed individualista, la proposta di un modello eurasiatico che raccolga l’Europa, la Russia e l’Iran. Non molto tempo fa, anche il filosofo francese Alain de Benoist ed il giornalista Marcello Veneziani, hanno ricevuto un trattamento simile. Sempre in Sicilia, questa volta ad Agrigento, al giornalista pugliese, venne impedito da una cricca di psicoanalisti, di presentare il suo libro sul Mito,  censurato e bollato con la consueta accusa idiota di “diffondere idee di estrema destra”.

Un clima irreale da caccia alle streghe, con atti di censura odiosi, che non generano nessun senso del ridicolo nei loro promotori.  Al contrario, essi vengono rivendicati con orgoglio, con la giustificazione assurda di evitare la diffusione di idee generatrici di odio e xenofobia. La stessa logica che ha spino il vicedirettore del Corriere della sera, Federico Fubini, a censurare la notizia di 700 bambini greci morti per denutrizione ed austerità, pur di non far un piacere ai sovranisti.

Boicottaggio e censura, applicati sistematicamente verso coloro che sostengono critiche al modello neoliberale e mondialista. “E’ il politicamente corretto, bellezza”, ed ha il volto livido ed isterico dei ‘guardiani del pensiero unico’, espressione dello stato degenerativo di una pseudocultura che si fa più ottusa, nella misura in cui si rende più refrattaria al confronto.

Tali cortocircuiti interni all’area progressista, sono le prime avvisaglie di una sinistra ormai allo stadio terminale, incapace di reggere il peso delle proprie contraddizioni. Le defezioni ed il ripensamento di alcuni intellettuali su posizioni sovrapponibili al pensiero sovranista, vanno appunto letti come segni di crisi dalla quale, come sempre accade, sono i più furbi ed avveduti ad abbandonare la nave quando essa sta per affondare.

 

35 anni che non ci manca Berlinguer

pci

 

(estratti da “In Cammino verso una nuova epoca” di Gianfranco la Grassa, introduzione di G.Petrosillo, Avatar edizioni)

Negli anni ’70, il cortocircuito ideologico all’interno del Pci (principiato nella fase post-bellica, anche come effetto della spartizione delle zone egemoniche tra Usa e Urss che fissavano i limiti di espansione dei blocchi) diventò irrimediabile, accelerando le deformazioni della “linea” (rammendata da lunga pezza e oramai ridotta ad atto di fede verso i dirigenti e la causa) e le degenerazioni dell’apparato. Il compromesso storico ne fu l’apice. Il partito comunista diventò staffa di governo, benché esterna allo
stesso per la ben nota conventio ad excludendum.
Quel clima di smobilitazione ideale e di rivestitura moralistica delle numerose falle teoriche, sospinte sotto il tappeto per decenni, garantì l’ascesa ai piani alti di Botteghe Oscure dei peggiori traditori filo-americani, cresciuti come serpi in seno nei gangli dell’organizzazione. Berlinguer (quello che nascondeva la testa sotto l’ombrello della Nato) e Napolitano, il comunista preferito da Kissinger, il primo tra i compagni ad approdare sulla “West Coast”, furono i principali rappresentanti del cedimento all’acerrimo nemico. La resa fu totale ed a rimetterci fu l’intera nazione che continua a pagare la mancanza d’indipendenza, in ogni suo attore istituzionale e “corpo speciale”, anche adesso. Il Pci smise di alimentare alternative all’american way of life e ne divenne anzi ambasciatore, velatamente e via via scopertamente con la caduta del Muro di Berlino, modificando, già all’indomani di quell’evento spartiacque, simbolo e ragione sociale. Il processo però veniva da molto lontano. Occhetto e compagni(a), con finta sofferenza, liquidarono la baracca ma non furono loro gli artefici di quell’epilogo che, anzi, li aveva selezionati per autoadempiersi, prima ancora che costoro arrivassero ad occupare il davanti della scena. La storia crea giganti per le grandi imprese e nani per concluderle…Storicamente, è il golpe cileno del ‘73 l’evento rivelatore, quello che fa trasparire quanto si andava elaborando nella segreteria picciista. In quell’anno Berlinguer, approfittando di un’interpretazione errata dei fatti della Moneda (e di quanto sarebbe potuto avvenire anche in Italia), s’inventò la necessità di un compromesso storico tra le forze responsabili del Paese. Si voleva evitare una possibile svolta autoritaria ma l’occasione fu più che altro propizia per un salto di campo dei comunisti, i cui vertici avevano ormai deciso di entrare a far pienamente parte del cosiddetto “occidente” a guida statunitense.
Nell’ottobre dello stesso anno il segretario comunista esce malconcio da un “incidente” in Bulgaria. I servizi segreti dell’est, non necessariamente il Kgb, vollero dare un preavviso al politico che si stava spingendo troppo oltre le sue possibilità, dettate dal contesto geopolitico. In ogni caso, la strada del dialogo tra Dci e Pci, approntata in quei termini da Berlinguer, non piaceva affatto a Moro, il quale non è mai stato vero interlocutore di quella svolta che si concretizzerà, sebbene in forma ancor più ambigua, solo nel ’76, con il governo della “non sfiducia” di Andreotti.
Piuttosto, all’interno della Dc furono gli elementi della sinistra ad intavolare le vere trattative. Sono gli stessi protagonisti che condivideranno, sempre con il comunista sardo, la linea della fermezza allorché le Br rapiranno Moro.
Su questa triste vicenda risultano interessanti le dichiarazioni rilasciate, qualche anno prima di morire, dal regista Pasquale Squitieri. Secondo quanto afferma il cineasta, il Presidente Leone aveva già firmato la grazia per alcuni brigatisti che non si erano macchiati di reati di sangue. Si sarebbe dovuto effettuare uno scambio con i terroristi per liberare il politico di Maglie ma Benigno Zaccagnini ed Enrico Berlinguer fecero saltare i negoziati. Era stato proprio Leone a rivelarlo, aggiungendo che quest’ultimi erano davvero pericolosi. E’ ovvio, tuttavia, che questi “pericoli pubblici” avevano le spalle molto coperte, essendo a contatto con ambienti Usa che stavano approntando una strategia di distacco del Pci dai sovietici.
L’eurocomunismo era il volto presentabile di questo piano internazionale che destrutturava i partiti comunisti europei per il medesimo obiettivo di allontanamento dalla “casa madre”. Non dimentichiamo che nell’aprile ’78, un mese prima dell’omicidio di Moro, c’era stata pure la gita culturale di Napolitano in America. Una insolita condensazione di eventi che produce significative alterazioni sulla vita politica italiana. Alterazioni che solo un quindicennio dopo, con il collassamento del campo socialista, si mostreranno in tutti i loro decisivi effetti. Basta mettere insieme i pezzi del puzzle per giungere a delle conclusioni: 1) delitto Moro, 2) implosione dell’URSS, 3) cambio di nome del PCI, 4) liquidazione giudiziaria della prima Repubblica.
Chi si salva da questa immane tempesta storica che tutto cambia eccetto, appunto, qualcosa? Gli ex comunisti e la sinistra DC. Sono loro l’eccezione, i prescelti per gestire la transizione da un’America (quella del bipolarismo) all’altra (quella del monopolarismo), in tempi non sospetti, quando i sintomi del mutamento mondiale erano ancora emergenti.
Gli anni ’80 ultimano, per così dire, le azioni del decennio precedente. La sconfitta delle maestranze della Fiat e la marcia dei 40.000 quadri chiudono definitivamente un ciclo lunghissimo di contrapposizioni parossistiche ma sterili fondate su paradigmi ideologici del tutto ossificati. Berlinguer, pur recandosi ai cancelli di Mirafiori per solidarizzare con gli operai, rimase in fondo soddisfatto «dell’insuccesso dello sciopero…In fondo venivano presi due piccioni…ecc. Si stabilì l’alleanza con la “sinistra” del partito (di cui la Fiom era la punta di diamante) e, nello stesso tempo, si dimostrò l’inanità di certa agitazione operaia radicale alla gran parte della base elettorale. Ne venne rafforzata la via del “moralismo”, dell’alleanza con i “cattolici” (in realtà con la Dc, soprattutto “di sinistra”) e dell’uso spregiudicato dei punti di forza conquistati nel campo culturale e nella magistratura»…La Grassa non ha dubbi in merito, le responsabilità maggiori della deriva nazionale ricadono su «quella che impropriamente continua ad essere chiamata “sinistra” alla quale sarebbe stato necessario opporre, a tempo debito, un’autentica forza di autonomia nazionale “che attuasse una feroce repressione dei rinnegati del piciismo, una loro definitiva eliminazione in quanto cellule cancerogene prodotte da un processo nato con la segreteria Berlinguer…
C’è discontinuità, ma non troppo, quando nel 1973 Berlinguer (assurto alla segreteria l’anno precedente, ma già assai influente da vicesegretario nel 1969) progredisce, con la distorsione del significato del colpo di Stato in Cile, nella svolta piciista filo-atlantica, che procede con lentezza – voluta dagli americani (si vedano, nel periodo del compromesso storico e del governo andreottiano di unità nazionale, nel 1976, le dichiarazioni dell’ambasciatore americano Gardner 2 ) – fino al viaggio di Napolitano negli Usa (1978) e anche dopo. Certamente rilevante è il finto appoggio berlingueriano (infatti arrivato con sorpresa di molti) allo sciopero degli operai della Fiat nel 1980, con quasi ricercata sconfitta, pur se verificatasi ufficialmente
con la “marcia dei 40.000 quadri”, ovviamente non organizzata dal Pci. Gli eventi particolari danno sterzate in questa o quella direzione, ma l’orientamento di fondo è spesso quello nella sostanza voluto. Berlinguer, con quella mossa, sconfisse la (non ufficiale) corrente amendoliana, alleandosi alla sedicente “sinistra” del partito, che prese poi la testa nel voltafaccia del post “crollo del muro”; quella “sinistra” che assai più tardi (nel 2011) ha appoggiato gli Usa nel falso “risorgimento arabo”. I rinnegati, una volta preso l’aire, non si arrestano, non svoltano, procedono imperterriti con progressione esponenziale. Ogni traditore non può più tradire il suo tradimento; può attenuarlo, mascherarsi, fingere, ma sempre rinnegato e traditore è obbligato a restare (per motivi politici più che psicologici)…
Il 14 febbraio il «membro della segreteria del Pci» Giorgio Napolitano ha una «breve conversazione» con un diplomatico americano, probabilmente Martin Wenick, che nell’ambasciata curava i rapporti col Pci. L’ambasciatore Gardner due giorni dopo ne informa Washington con un telegramma di quattro pagine intitolato Views of Pci Official – le opinioni di un dirigente del Pci. «Durante la breve conversazione con un addetto dell’ambasciata l’alto funzionario del Pci ha sottolineato la preoccupazione del suo partito per la prolungata durata della crisi, ammettendo che c’è stato un certo confronto nella leadership del partito sul modo di gestire le conseguenze del discorso di Berlinguer al Comitato centrale», ma che comunque ora «il partito avrà il sostegno della base in una soluzione politica che garantisce un significativo passo in avanti nell’affermare l’influenza politica del Pci a livello nazionale» scrive Gardner.
Durante il colloquio, «Napolitano ha fatto sapere che intende visitare gli Stati Uniti per quindici giorni a partire da aprile sulla base di inviti ricevuti dalle università di Princeton, Harvard e Yale». Il funzionario americano mette subito le mani avanti e gli dice che «non ci sono prospettive di incontri con rappresentanti del governo degli Stati Uniti» sulla base della cornice politica disegnata dalla dichiarazione del 12 gennaio. «È la stessa valutazione che mi ha fatto il corrispondente dell’ Unità da Washington, Jacoviello, che ho recentemente visto a Roma», è la replica, e tuttavia Napolitano conclude così: «Attiro la vostra attenzione sulla moderazione con cui il Pci ha reagito alla dichiarazione del Dipartimento di Stato del 12 gennaio, in evidente contrasto con le posizioni prese da alcuni dei vostri alleati occidentali». Come dire, non sottovalutate le nostre aperture all’America. È un messaggio che Washington raccoglie, facendo venire meno le obiezioni alla visita che in precedenza erano state avanzate dall’ex segretario di Stato Henry Kissinger, consentendo così a Napolitano di diventare nell’aprile seguente il primo leader del Pci a sbarcare negli Stati Uniti”. (M. Molinari su La Stampa del 10 maggio 2012)…Nel 1973 vi fu, senza apparenti scosse brusche, la svolta (nascosta) del Pci verso l’atlantismo (Usa) che sorresse così l’azione dell’apparato (burocratico di Stato) sindacale. Si arrivò così al punto cruciale dell’accordo Agnelli-Lama sulla “scala mobile” del 1975; ancora una volta, il sindacato tirò la volata al partito verso la realizzazione del “compromesso storico”, adombrato fin dal 1973 da Berlinguer, ma attuato di fatto nel 1976 con l’appoggio al Governo Andreotti, detto di unità nazionale anche allora (chi non si accorge che “la storia si ripete ma in forme diverse” è assai superficiale); ovviamente, il tutto favorito dalla comune lotta al “terrorismo”, risposta sba-
gliata e perdente al cambiamento di campo (ancora mascherato ma già deciso per quando sarebbero maturati i tempi) del Pci. Da quel momento, non a caso, i tentativi della socialdemocrazia italiana (il Psi era un partito socialdemocratico, lo dico per evitare obiezioni dei “nominalisti”) furono tesi a evitare lo schiacciamento tra Dc e Pci. Non è una coincidenza che, nello stesso anno 1976, il Psi muta profondamente la propria linea politica con Craxi.
Due anni dopo, mentre il Pci invia il suo “ambasciatore” negli Usa per stilare accordi che appariranno alla luce del Sole appunto dopo il crollo sovietico, si verifica l’affaire Moro, i cui contorni non sono ancor oggi per nulla chiariti (anzi sono del tutto oscuri), salvo lo schieramento dei partiti: “sinistra” Dc e Pci per non trattare affatto e lasciare alla sua sorte lo statista diccì, buona parte dei democristiani e i socialisti interessati a salvarlo. Ci si dice, ormai da qualche tempo, che era stato infine scelto di intavolare una trattativa, ma che qualcuno suggerì ai brigatisti di uccidere Moro poche ore prima che venisse ufficialmente annunciata tale decisione. Non mi pronuncio perché la faccenda è rimasta sempre avvolta nella nebbia più fitta (potrei forse dire qualcosa in più ma rischiando l’accusa di diffamazione 3 ). In ogni caso, rilevo solo quelle posizioni: parte della Dc e Pci, già in fase di “compromesso storico”, stretti assieme nell’intransigenza, il nuovo Psi interessato a rompere questa tenaglia salvando Moro. Uscendo vivo, questi non avrebbe rivelato pubblicamente nulla, ma avrebbe saputo come agire nei confronti di chi non sembrava volerlo vivo. Ecco una pagina di storia che qualcuno dovrebbe chiarire; ma occorre una nuova generazione, che esca dalla putrefazione preparata fin da allora e attuata dopo il 1991, anche tramite l’operazione “mani pulite”…
In una intervista a Malcolm Pagani per il “Fatto Quotidiano”, del 17 settembre 2016, lo scomparso regista Pasquale Squitieri affermerà quanto segue: “All’epoca in cui rapirono Aldo Moro, l’odio era nelle strade. Mario Cecchi Gori incaricò me e Nanni Balestrini di lavorare sul caso e nella ricerca della verità, io e Nanni ci spingemmo molto in là. Ero amico di Giovanni Leone, il Presidente della Repubblica. Il 10 maggio del ’78, il giorno dopo il ritrovamento di Moro nella R4 in Via Caetani, Leone mi convocò al Quirinale. Era stravolto: ‘Avevo firmato la grazia per alcuni brigatisti in cambio della libertà di Moro.
Me l’hanno strappato di mano due persone. I nomi non te li dico. Fai il cinematografo, hai i figli, non voglio farti rischiare”. Il cineasta napoletano però i nomi li ottiene: “Uno era Benigno Zaccagnini e l’altro Enrico Berlinguer. Fermarono la Grazia concessa da Leone. Come mi disse il Presidente: “non sono persone pericolose, ma pericolosissime”.
Da anni (ma tanti, tanti) ripeto che Moro fu magari ucciso materialmente dalle BR, ma se ciò accadde esse di fatto agirono come semplice “mano d’opera”. Dietro c’erano certi ambienti americani, da me definiti “di riserva” perché di fatto, mentre quelli “ufficiali” seguono una data linea politica, questi preparano eventuali cambiamenti se diventano necessari…

L

Industriali coglioni

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Il capitalismo italiano è sempre stato antinazionale, anche prima che gli americani arrivassero qui ad esercitare la propria egemonia ed imporre i loro interessi. Non bisogna dare in ogni frangente le colpe agli altri per incapacità che sono intrinseche alla mentalità autoctona. Dopo la grande crisi del ’29, le difficoltà furono notevoli nel nostro Paese benché meno invischiato di altri nella catena finanziaria mondiale in vertiginoso scoordinamento. Esso restava sostanzialmente agricolo e poco industrializzato ma avviato sulla strada di uno sviluppo di quest’ultimo tipo. Il fascismo intervenne per ridare slancio ad alcune imprese e lo fece nazionalizzando quelle ritenute strategiche attraverso l’IRI, fondato nel ’33. Nonostante ciò che si crede, anche lo Stato fascista non intendeva sostituirsi ai privati e provò a cedere le aziende risanate o avviate ai capitani (poco) coraggiosi del tempo. Ovviamente, questi rifiutarono l’offerta perché poco inclini al rischio. Pare fosse stato Beneduce, col beneplacito di Mussolini, a chiamare Agnelli e altri grandi industriali, per chiedere loro di rilevare i “gioielli” statali. Sarebbe stato un vero regalo ma quei “gran coglioni”, come li definì il Duce, si fecero sfuggire il colpo fortunato. Avrebbero continuato a succhiare soldi allo Stato per vie traverse, con i soliti ricatti da cotonieri. Anche nel dopoguerra, l’Iri prosegui’ la sua opera meritoria di investire in questi settori in cui gli operatori di mercato si lanciavano con difficoltà a causa di investimenti non alla loro portata. Furono creati altri campioni pubblici come Finmeccanica (1948), Eni (1953) e Enel (1962), i quali furono fondamentali per un sistema-Paese in cui le forze del libero mercato erano debolezze. Negli anni ’90, sull’onda di tangentopoli, si mise fine all’industria pubblica italiana privatizzando e spacchettando il meglio che c’era per liquidarlo a favore di affaristi e speculatori, amici delle leve politiche catto-comuniste risparmiate dalla mannaia giustizialista che terremotò le classi dirigenti della I Repubblica. Qualcosa resistette allo scempio, come Eni, Enel, Finmeccanica, che da enti divennero S.p.A. a controllo pubblico, ma tanto altro fu sbranato dai cani famelici che si facevano chiamare riformatori. Tutto ciò non è bastato a far rinsavire il Paese e ad aprire gli occhi sulle perdite subite sotto quella campagna ideologica. Privato, come poi si è visto, non era sinonimo di bello ma di privazione.
I nostri industriali però continuano ad essere coglioni ed anziché chiedere allo Stato di spendere per far ripartire l’economia si dicono terrorizzati dal debito pubblico. Confindustria sembra una gabbia di matti e mentre quasi ovunque si torna a chiedere allo Stato di fare qualcosa in più per ripartire essa invoca la messa “in sicurezza i conti pubblici perché non è giusto lasciare il macigno del debito alle nuove generazioni…Noi siamo per non stare in panchina ma in Europa con le regole europee…Flat tax e reddito di cittadinanza, poi, sono misure a debito, riparliamone quando si potranno fare senza sfondare i conti pubblici”. Nemmeno Quota 100 aggrada ai Confindustriali che però si lamentano di una manodopera che invecchia e non è reattiva ai cambiamenti in atto. Non parliamo dei minibot che pure farebbero comodo a molte aziende in difficoltà ma che per la Confindustria sono una sventura. Semmai è troppo poco ma non troppo. Sono questi “cotonieri” che sbarrano il passo alle generazioni a venire perché vittime dei loro pregiudizi economici, politici, sociali e industriali provenienti da un’epoca superata. Senza sindacalisti e senza confindustriali questo Paese coltiverebbe la voglia di rimettersi in gioco ed, invece, deve sorbirsi la micragna lamentosa di tali esseri pietrificati che sanno solo lanciare anatemi. Se lo Stato non mette i soldi dal nulla nelle tasche della gente e se non supplisce alla loro mancanza di iniziativa, con azioni di lungo periodo, anche in perdita temporanea, il Belpaese morirà di inedia, come sta appunto accadendo. Negli anni 90 li abbiamo lasciati fare e siamo caduti in basso. È il momento che tutta questa genia di cialtroni venga messa tacere, con le buone o con le cattive. Sciogliendo Confindustria e Sindacati forse si darà nuovo dinamismo alle parti, lavoratori e capitalisti, ormai troppo ingessate perché dirette da fossili che non vedono ad un palmo dei loro nasi.

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