CHI MINIMIZZA SUL COVID “ALLARMA” SULLE NANOPARTICELLE. APRITE GLI OCCHI.

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La cultura antiscientifica in Italia è ancora troppo radicata. Questo è un problema perché molta gente, anche con un grado di istruzione medio o alto, finisce nelle grinfie di ciarlatani o simil-tali. Gli stregoni si sono aggiornati e adesso adoperano un linguaggio pseudo-medico o pseudo-scientifico per gabbare persone anche abbastanza colte. Così, di fianco a vecchie pratiche decennali di truffa ne vediamo sorgere di nuove, più raffinate, che scimmiottano teorie provate – utilizzandone categorie e termini – ma stravolgendole nel loro significato. Penso, ad esempio, alla medicina quantica, una branca della medicina che non esiste se non nella testa di qualche pazzo o truffatore. L’uovo di upupa del mago Gabriel era certamente più efficace della “terapia quantistica” che promette l’autoguarigione.
Approfittando dell’epidemia in corso, anche in virtù di qualche errore di valutazione e polemica impropria tra scienziati generalmente molto seri, gli impostori hanno ripreso forza, aiutati da cosiddetti mezzi di controinformazione e persone molto suggestionabili. In realtà agli italiani manca la pazienza dello studio e la fatica di andarsi a cercare da soli la verità senza passare da Byoblu o da altri siti delle stesso genere.
Vi riporto, a questo proposito, un caso eclatante. Abbiamo in Italia l’unico nanopatologo al mondo. Questo tipo di specialista non esiste in nessun altro Paese dma noi siamo all’avanguardia nelle ”defininvenzioni”. I nostri geni così sono trattati da esperti americani:

‘Sono qui, sono lì, sono ovunque! Scusate. Non ho resistito. Inoltre non ho potuto resistere a rivisitare il tema delle nanoparticelle un’ultima volta. Ricordate le nanoparticelle? Sono i contaminanti che avvelenano tutto, almeno se credete a due italiani…che hanno pubblicato un documento che pretendeva di dimostrare che i vaccini erano irrimediabilmente contaminati da nanoparticelle di metalli pesanti. (Ehi, sarebbe un grande nome per una band.) Sfortunatamente per loro, lo studio è stato un pasticcio senza speranza che mancava di qualcosa che assomigliava a controlli adeguati, propositi sperimentali, replica o analisi statistica…Mi ha anche portato a scoprire il mondo selvaggio e meraviglioso delle nanoparticelle. In realtà, le nanoparticelle hanno molti potenziali usi in medicina e sono un argomento affascinante in biologia e medicina. Non è di questo che sto parlando. Sto parlando di ciarlatani e di come vedono le nanoparticelle. Fondamentalmente, i ciarlatani si sono aggrappati alle nanoparticelle come si sono aggrappati alla fisica quantistica e all’epigenetica. Piegano la scienza e, in questo caso, la usano per “spiegare” ogni tipo di malattia. Hanno trovato “nanoparticelle” non solo nei vaccini, ma praticamente in tutto… Quindi ieri mi chiedevo: quanto è andata lontano la ciarlataneria delle nanoparticelle? I lettori di lunga data si renderanno conto che gli omeopati hanno – esilarante – invocato le nanoparticelle come meccanismo con cui l’omeopatia “funziona”. È diventato un trofeo così comune tra gli omeopati che ora mi viene da ridere. Qui, stiamo parlando di una diversa forma di ciarlataneria di nanoparticelle. Curioso, ho cercato diversi importanti siti Web di ciarlataneria e ho scoperto che le nanoparticelle sono un argomento popolare…definiamo quali sono le nanoparticelle… Fondamentalmente, le nanoparticelle sono particelle che misurano tra 1 e 100 nanometri di dimensioni. Sono classificate in base al diametro e hanno molte applicazioni in medicina, fisica, ottica ed elettronica. In effetti, Sono nella commissione di laurea di uno studente il cui progetto di dottorato prevede lo studio di una nanoparticella come dispositivo di rilascio di farmaci nella chemioterapia del cancro… non posso fare a meno di indicare il punto di vista di Sayer Ji. Ti ricordi Sayer Ji, vero? Ne ho discusso in numerose occasioni. È il proprietario di GreenMedInfo, un archivio di ciarlatani basato sull’interpretazione errata di articoli scientifici. Non sorprende che rimase piuttosto impressionato dall’articolo [dei nostri italiani] al punto che scrisse un articolo chiamato Vaccini contaminati con nanoparticelle di metallo: perché le dimensioni contano:
“Un nuovo studio molto controverso sui vaccini contaminati da metalli pesanti è sotto tiro, ma i suoi detrattori non riescono a capire che, nella nanotossicologia, le dimensioni contano molto più di quanto si credesse. Infatti, a volte più piccola è la dimensione, maggiore è la tossicità”.
Fondamentalmente, Ji sembra pensare che le nanoparticelle invalidino il dire di Paracelso che la dose fa il veleno. In sostanza, sembra discutere dell’omeopatia delle nanoparticelle in cui più sono piccole (e meno massose), più sono fortemente tossiche:

“Il numero di particelle presenti in ciascun campione di vaccino testato variava da 2 a 1.821. ORAC e i suoi colleghi sostengono che si tratta di quantità biologicamente insignificanti. Le probabilità: “Quello che hanno davvero scoperto è che la quantità di contaminazione inorganica è così bassa da essere biologicamente irrilevante. In realtà, ciò che hanno scoperto è che i vaccini sono prodotti incredibilmente puri.” Credo che questa prospettiva ignori ciò che ora sappiamo del pericoli delle nanoparticelle. Contrariamente alla credenza popolare, in realtà è a causa delle dimensioni estremamente ridotte di queste particelle che possiedono tossicità particolarmente potenti e complesse, nonché una maggiore propensione alla biopersistenza. Il peso molecolare, quindi (cioè “dose”), non produce il veleno. In altre parole, quando la dimensione di un metallo o di un tossico diminuisce (e quindi la sua massa), il danno prodotto può effettivamente aumentare. Per non parlare del fatto che nell’era della medicina personalizzata e delle presentazioni di malattie sindromiche sempre più complesse, è impossibile generalizzare sulla “irrilevanza” di un’esposizione.
Te lo sto dicendo. È di nuovo l’omeopatia, dove più piccola è la nanoparticella, più forte è il suo effetto tossico.
Sistemiamo prima l’uomo di paglia. Non è il peso molecolare che fa il veleno. Ricordate, sostenevo che il numero di particelle, non la massa delle particelle, era irrilevante. In effetti, sono stato criticato per non aver tenuto conto della possibile massa. In ogni caso, le nanoparticelle non invalidano in alcun modo le esposizioni dose-response. Potrebbero avere diverse esposizioni dose-response, diverse distribuzioni a diversi fluidi e organi nel corpo, ma la dose produce ancora il veleno. Sì, le nanoparticelle possono presentare citotossicità e genotossicità. Sì, le dimensioni influenzano la tossicità. Tuttavia, la dimensione è solo un fattore. Ce ne sono molti altri, tra cui composizione chimica, forma, struttura superficiale, carica superficiale, aggregazione e solubilità e presenza o assenza di gruppi funzionali di altri prodotti chimici…
Fondamentalmente, ciò che è accaduto alle nanoparticelle è ciò che accade a così tante domande scientifiche rilevanti per la salute quando i ciarlatani ci mettono le mani sopra. Le domande sul fatto che le nanoparticelle abbiano effetti negativi sulla salute sono sensazionalizzate, e quindi le nanoparticelle si trasformano in un bogeyman tossico per tutti gli usi che provocano ogni tipo di malattia cronica, che si trovano ovunque e che sono più tossicche tanto più piccole sono. Poi, ovviamente, arrivano i test diagnostici per rilevarli. In questo, [gli italiani] conoscono chiaramente il loro pubblico e sono avanti in cialtronaggine.’

Avete capito brutti dementi? Il nostro nanopatologo che minimizza il Covid, “allarmizza” sulle nanoparticelle perché è il suo “lavoro”. Aprite gli occhi e non fatevi fregare. Basta cercare anziché ascoltare Byoblu.

I CRETINI ANTIMODERNI

Decrescita-felice

 

Un cretino si alza la mattina e bofonchia che in giro c’è troppo scientismo. Ovviamente, è un cretino e di scienza non sa nulla però fa la critica alla scienza, in nome di un ritorno ad origini meravigliose mai esistite. Non sa cosa sia la teoria della relatività o la meccanica quantistica – cose complicatissime sulle quali un profano come me, che pur cerca di leggere, può avere solo idee generali e non esaurienti – eppure sente di doversi ribellare all’oppressione scientifica. E se non è la scienza il suo bersaglio, è la tecnica (o anche la tecnologia) che da scoperta umana diviene destino con la T maiuscola, il Destino Tecnico o della Tecnica la quale da strumento si è fatto fine per la fine del mondo. Si tratta di frasi prive di senso, o di senso apocalittico, che in bocca ad un filosofo sono difficili da digerire mentre in bocca ai cretini diventano intollerabili da ascoltare.
La critica alla modernità, questa “lotta contro il proprio tempo” viaggia veloce, ça va sans dire, su mezzi antimoderni come Internet, i cellulari, i tablet, i computer. La coerenza è il segno distintivo del feudatario del XXI secolo che rimpiange i vecchi giorni con un tweet o con un post. Questi svitati sono gli stessi che dietro un virus vedono un complotto o dentro un vaccino uno sterminio. Ma si definiscono antiscientisti e per un recupero di prerogative antropologiche che il “progresso” avrebbe sottratto all’Uomo. Sviluppo che se non ci fosse stato avrebbe tolto di mezzo loro, anche prima dei 40 anni, tra atroci malattie e sofferenze ma molte meno idiozie dette e pensate.
In un articolo molto gustoso di qualche anno fa scriveva Gianfranco la Grassa:

“Voi coltivate il vostro campicello? E vi fabbricate vanghe, zappe e altri semplici strumenti? Li fate allora di legno, non certo di ferro per cui occorrono fonderie e fabbriche di lavorazione del ferro, ecc? E dove trovate un legno buono? E sapete fare questi strumenti con materiali che non vi si spezzino tra le mani? E avete idea di quanto potete scavare (in estensione e in profondità) con quegli attrezzi nel terreno, quanto profondi dovrete mettere i semi (talché, se vi viene un inverno poco favorevole, non siate fottuti per un anno almeno)? E il concime per rigenerare gli elementi necessari affinché la terra sia coltivabile e nutra le piante? Avete animali a portata di mano e contadini che sappiano come far maturare cacca e piscio per il tempo necessario a che non vi secchino tutta la vegetazione (perché spero sappiate che gli acidi si debbono trasformare in sali per nutrire e non bruciare)? Oppure praticate il maggese o altri tipi di rotazione delle terre coltivate per farle riposare? E quanta terra avete, quanti giardini avete per eseguire questa rotazione? Allora siete ricchissimi. Ma tutta quella terra non potete coltivarla e curarla (perché anche quella che “riposa” va curata altrimenti l’anno successivo avrete erbacce a volontà!) da soli. E fate dunque una cooperativa (di almeno qualche centinaio di persone, visto che non userete che semplici strumenti di legno fatti a mano)? Oppure vi viene in testa di metterli al vostro servizio, dando loro la partecipazione al prodotto (così finalmente vi inforcano come meritate già al primo anno, perché non riusciranno certo a mantenersi ad un minimo livello di vita né a sfamare i loro bambini, ecc.)? E poi non osiate mettere piede in una Farmacia o in un Ospedale! E meno che meno farvi un’operazione chirurgica; altrimenti pretendo che vi facciate il tipo di operazione che abbiamo visto nei Western (con whisky come anestetico). E guai a voi se usate il laser per un distacco di retina. Accettate la cecità, mandata da Dio. Sapete tutto il progresso che sta dietro ad un laser, ne avete una pallidissima idea? E sapete quanta energia consumano decine e decine di migliaia (forse milioni) di laser di ogni tipo; energia che deve quindi essere prodotta? E poi cosa usate per l’illuminazione? Vi proibisco di parlarmi di energia elettrica, le cui bollette crescono per pagare i lauti profitti guadagnati dai “salvatori dell’umanità” che ci stra-rompono con le energie rinnovabili; e per pagare i loro profitti (passati per opere meritorie di “ricerca”, come se non si facesse ricerca anche per le energie tratte da altre fonti e per diminuire il loro consumo nei vari tipi di motori o turbine, ecc. che le utilizzano). Nemmeno vi salti il ticchio di usare lumi a petrolio, che è secondo voi in esaurimento. Le candele? Fate pena! Cosa dite? Mettete i pannelli solari o una pala eolica nell’orto di casa? E chi li fabbrica? Li fate a mano con semplici strumenti; e scartando sempre l’acciaio, un prodotto troppo moderno? E chi ve li installa? Non ditemi che chiamate aziende con camion dotati di scale allungabili per salire sui tetti se necessario per una migliore illuminazione; gli ingranaggi richiedono una certa dose di “progresso tecnico”, senza considerare gli oli lubrificanti che, se non si vuole un’usura rapida, sono frutto di ricerche (e quindi di complessi laboratori) per i quali sono necessarie altre strumentazioni e materiali adatti alle stesse. E poi la manutenzione con il cambio dei pezzi? Il miglioramento del loro rendimento e della loro fabbricazione a costi (e prezzi) più bassi? E’ uno sfinimento, non si riesce a mettere termine all’evoluzione di ogni più piccola cosa che serve ad un’altra che però serve ad un’altra ancora. E come s’incazzano i fabbricanti di un bene se c’è qualche ritardo nel perfezionamento della produzione di altri che servono a produrre i loro. Imprecano contro i “ritardati mentali”, che ancora non hanno scoperto il miglioramento indispensabile. E siete mai stati in quelle “Opere pie” che sono le fabbriche che producono medicinali omeopatici? Mai, che so, alla Boiron o cosa similare? Non sapete quali complessi macchinari hanno per inscatolare e riempire boccette di liquidi “miracolosi” (in termini di lauti guadagni a costi di materia prima pressoché nulli)? Che tipo di organizzazione del lavoro modernissima hanno? Mandano in giro miliardi di confezioni con (stra)guadagni, e credete che le facciano a mano e selezionando accuratamente erbe e frutti di “Madre Natura”? Oppure, pensate di mettere le erbe nel vostro orto dietro casa e ottenere tutte quelle necessarie a curarvi? Bene, siamo d’accordo: così c’è speranza che morirete prima. Vi controlleremo però e guai se andate in un posto medico a farvi curare o cucire quando vi farete qualche grave strappo o maciullamento di carne, perché siete così incapaci che non saprete usare nemmeno gli strumenti di legno senza fare un casino della Madonna. Che il vostro giardino di casa abbia almeno una piccola estensione di terra argillosa. L’argilla fa miracoli (secondo gli “stregoni moderni”); usate impacchi di quella per tutto, anche per farvi ricrescere un dito o una “zampa” se ve li amputate. Sapete com’è fabbricata – e in quali stabilimenti – la miracolosa argilla (magari quella verde, la migliore)? Sempre con macchinari automatizzati, mano d’opera quasi nulla (neanche occupazione forniscono!) e con aggiunta di prodotti medici; o, per carità, solo per rafforzare le sue meravigliose “proprietà naturali” che, da sole, vi danno pochissimo sollievo e in tempi “secolari”. Ascoltate il mio consiglio; fatevi soprattutto la grappa in casa, s’impara facilmente; ma fatela senza gli alambicchi e strumentazioni di fabbrica. Viene fuori una grappa a 70 gradi e soprattutto con forse fino all’1% di CH3-OH (il venefico alcol metilico), che finalmente vi darà il riposo celestiale ed eterno. Provoca qualche spasmo, dolore addominale, vomito, cefalea, vertigini, confusione mentale; poi annebbiamento, edema retinico, cecità, coma, convulsioni e infine, liberatrice, la morte. In fondo, se siete deboli in nemmeno un giorno ve ne andate; soffrite quindi quasi nulla rispetto a quei lungi soggiorni in Ospedale dove vi hanno tolto un cancro al polmone o alla prostata e poi vi devono fare anche la chemioterapia o simile. Poche ore e siete fuori d’ogni pensiero senza più soffrire di questa maledetta tecnologia. Del resto, dovete crepare per il bene dell’umanità; siete la nuova “peste nera”, quindi crepate per favore, ci liberate anche spazio per il blog, che non può perdere tempo con gli imbecilli o, più probabilmente, gli imbroglioni che vendono un tanto al kilo ai media dei dominanti la loro sbobba antimodernista ed eco-catastrofista, con il loro orto dietro casa, il commercio equo-solidale, il no profit, il macrobiotico e, dulcis in fundo, le energie rinnovabili (per finanziare i guadagni dei loro produttori e propagandisti chiacchieroni subiamo continui aumenti delle bollette elettriche, questa l’unica realtà accertata).”

Il punto fondamentale è che tutte le balzanerie antimoderniste, come quelle suggerite da Massimo Fini, ancora in una intervista di ieri su La Verità – che non per niente trovano sempre grande spazio sui media (informativi e controinformativi, perché questi ultimi non fanno altro che rilanciare o controbilanciare la spazzatura dei primi) – hanno il solo intento di farvi consumare in battaglie sciocche e perdenti che non insidiano i gangli veri del potere. Il nominato scrittore affermava, senza la minima preoccupazione di poter fare la figura dello scemo, che presto la gente scapperà dalle città per rifugiarsi in campagna facendo nascere un nuovo feudalesimo: «È il consiglio che do ai giovani che mi seguono: comprate un casale, un appezzamento e imparate a lavorarlo e a mungere le mucche». A breve i cittadini prenderanno d’assalto le campagne, con un moto contrario a quello della Rivoluzione Industriale, e scoppierà una guerra incivile per “imbifolchirsi”.
Come volevasi dimostrare. Questi cialtroni vogliono la resa della gioventù, propugnano il suo ritiro nei campi per spegnerne il vigore dell’età, isolata li dove essa non può fare male a nessuno o distratta da teorie bizzarre, per garantire alle farabutte classi dirigenti che ci comandano ancora un po’ di tranquillità. Invece, noi dobbiamo perseguire la potenza ed il rinnovamento della società con la forza della scienza, della tecnica, della tecnologia che metteremo al servizio di idee rivoluzionarie e di nuove ideologie, imbastendo strategie e conflitti per primeggiare, armati di futuro, non di passato vacuo. Ieri c’era il domani di qualcun altro che ha vinto o ha perso, il nostro domani è adesso, per avanzare o perire.

Socialismo alla zuppa di Porro

Karl-Marx

 

Che cos’è il prezzo di una merce? Il prezzo di una merce è l’unità di moneta che la contrassegna. I prezzi sono rapporti relativi di scambio tra le merci e una moneta usata in un determinato contesto sociale. Per comprare una certa merce occorre una data quantità di moneta che costituisce, per l’appunto, il suo prezzo. Come si arrivi a stabilire quale sia il prezzo “giusto” di una merce dipende da una serie fattori (i costi di produzione di quel bene). Altro non ci dicono i prezzi benché dietro di essi si stagli un mondo di rapporti sociali (e produttivi) completamente oscurato dal brillio del denaro a cui i prezzi si riferiscono.
Marx spiega molto bene questo aspetto e poco importa che oggi il denaro sia divenuto puro segno e si sia distaccato dall’oro o dall’argento (ciò che interessa veramente Marx è il “valore”): “Preso in se stesso il prezzo non è altro che la espressione monetaria del valore… Se esaminate più a fondo l’espressione monetaria del valore, o, che è la stessa cosa, la trasformazione del valore in prezzo, troverete che questo è un procedimento con il quale voi date ai valori di tutte le merci una forma indipendente e omogenea, o per mezzo del quale voi li indicate come quantità di uguale lavoro sociale. Nella misura in cui il prezzo è soltanto l’espressione monetaria del valore, esso venne chiamato da Adam Smith prezzo naturale e dai fisiocrati francesi prix nécessaire (prezzo necessario). Quale è dunque il rapporto fra valore e prezzi di mercato, o tra prezzi naturali e prezzi di mercato? Voi tutti sapete che il prezzo di mercato è lo stesso per tutte le merci della stessa specie, per quanto diverse possano essere le condizioni di produzione dei singoli produttori. Il prezzo di mercato esprime soltanto la quantità media di lavoro sociale necessario, in condizioni medie di produzione, per fornire al mercato una certa quantità di un determinato articolo. Esso viene calcolato secondo la quantità totale di una merce di una determinata specie. In questo senso il prezzo di mercato di una merce coincide con il suo valore. Invece le oscillazioni dei prezzi di mercato, che talvolta superano il valore, o il prezzo naturale, tal altra volta gli sono inferiori, dipendono dalle oscillazioni della domanda e dell’offerta. Le deviazioni dei prezzi di mercato dal valore sono continue, ma, come dice Adam Smith: “Il prezzo naturale è, in un certo senso, il centro attorno al quale gravitano continuamente i prezzi di tutte le merci. Diverse circostanze possono talvolta tenerli molto più alti, talvolta spingerli alquanto più in basso. Ma quali che possano essere gli ostacoli che impediscono loro di fissarsi su questo punto medio di calma e di stabilità, essi tendono costantemente ad esso”.Non posso ora addentrarmi maggiormente in questo argomento. Basterà dire che se la domanda e l’offerta si equilibrano i prezzi di mercato delle merci corrispondono ai loro prezzi naturali, cioè ai loro valori, i quali sono determinati dalle corrispondenti quantità di lavoro necessarie per la loro produzione. Ma domanda ed offerta devono costantemente tendere a equilibrarsi, quantunque ciò avvenga soltanto perchè una oscillazione viene compensata da un’altra, un aumento da una caduta e viceversa. Se invece di seguire soltanto le oscillazioni giornaliere, esaminate il movimento dei prezzi di mercato per un periodo di tempo più lungo, come ha fatto per esempio il signor Tooke nella sua “Storia dei prezzi”, troverete che le oscillazioni dei prezzi di mercato, le loro deviazioni dai valori, i loro alti e bassi, si elidono e si compensano reciprocamente; cosicchè se si fa astrazione dagli effetti dei monopoli e da alcune altre modificazioni che ora devo trascurare, ogni sorta di merce è venduta in media al suo valore, cioè al suo prezzo naturale. I periodi medi di tempo durante i quali le oscillazioni dei prezzi di mercato si compensano reciprocamente, sono diversi per le specie di merci, perchè per una merce è più facile che per un’altra adattare l’offerta alla domanda.Se dunque nel complesso e tenendo conto di lunghi periodi di tempo ogni specie di merce è venduta al suo valore, è assurdo supporre che il profitto, – non il profitto realizzato nei singoli casi, ma il profitto costante e abituale delle diverse industrie, – derivi dal sopraccaricare i prezzi delle merci, o dal fatto che esse sono vendute a un prezzo notevolmente superiore al loro valore. L’inconsistenza di questa opinione diventa evidente se la si generalizza. Ciò che uno guadagna costantemente come venditore, dovrebbe perderlo costantemente come compratore. Non serve a nulla dire che vi sono persone che sono compratori senza essere venditori, oppure sono consumatori senza essere produttori. Ciò che costoro pagano al produttore, dovrebbero prima averlo ricevuto da lui per niente. Se una persona incomincia a prendervi il vostro denaro e ve lo restituisce, poi, comperando le vostre merci, voi non vi arricchirete mai, anche se venderete a questa persona le vostre merci troppo care. Questo genere di affari può limitare una perdita, ma non può mai contribuire a realizzare un profitto. Quindi, per spiegare la natura generale dei profitti, dovete partire dal principio che le merci in media sono vendute ai loro valori reali, e che i profitti provengono dal fatto che le merci si vendono ai loro valori, cioè proporzionalmente alla quantità di lavoro che in esse è incorporata. Se non potete spiegarvi il progetto su questa base, non potete spiegarlo affatto. Ciò sembra un paradosso e in contraddizione con l’esperienza quotidiana. E’ anche un paradosso che la terra gira attorno al sole e che l’acqua è costituita da due gas molto infiammabili. Le verità scientifiche sono sempre paradossi quando vengono misurate alla stregua dell’esperienza quotidiana, la quale afferra solo l’apparenza ingannevole delle cose.

Inoltre, Marx spiega come domanda e offerta non regolino di per sé i prezzi ma le loro oscillazioni:

“La domanda e l’offerta non regolano altro che le oscillazioni temporanee dei prezzi sul mercato. Esse vi spiegheranno perchè il prezzo di mercato di una merce sale al di sopra o cade al di sotto del suo valore, ma non vi possono mai spiegare questo valore. Supponiamo che la domanda e l’offerta si facciano equilibrio o, come dicono gli economisti, si coprano reciprocamente. Nel momento stesso in cui queste forze contrapposte sono ugualmente forti, esse si elidono reciprocamente e cessano di agire in una direzione o nell’altra. Nel momento in cui domanda e offerta si fanno equilibrio e perciò cessano di agire, il prezzo di mercato di una merce coincide con il suo valore reale, con il prezzo normale, attorno al quale oscillano i suoi prezzi di mercato. Se indaghiamo la natura di questo valore, non abbiamo niente a che fare con gli effetti temporanei della domanda e dell’offerta sui prezzi di mercato. Lo stesso vale per i salari e per i prezzi di tutte le altre merci”.

Ovviamente, un economista del sistema non ha alcun interesse a fare certi discorsi approfonditi sul “valore”, a lui fa comodo immaginare l’esistenza una mano invisibile che benedice gli sforzi produttivi, facilita gli scambi, la realizzazione dei profitti privati ed egli vuole assicurarsi che per nulla al mondo questa sia intralciata, pena lo scombussolamento del mercato. L’economista felice del suo ambiente non spiega ma giustifica.
Recentemente, mi sono imbattuto in un articolo di Porro incazzatissimo per l’intromissione del governo nel fissare il prezzo delle mascherine. Così scrive il giornalista, allievo dell’economista friedmaniano Antonio Martino: “ Vedete, le mascherine di Arcuri, rappresentano proprio il caso di scuola per distinguere un liberale (tutti oggi si definiscono tali) da un socialista (nessuno oggi, tranne pochi onesti intellettualmente, si vogliono sentire chiamare così). Non vogliamo renderla complicata, ma la teoria dei prezzi è proprio ciò che discrimina le due grandi scuole di pensiero economico. I liberali sono convinti che il prezzo sia banalmente un’informazione: e cioè di quanto un bene o un servizio sia richiesto in rapporto alla sua offerta. Se un bene è scarso e vi è una grande richiesta, il prezzo sale e in questa maniera indica una corsa al suo acquisto. D’altra parte più sale un prezzo e più c’è convenienza per terzi operatori di entrare in quel mercato per fare soldi: cosa legittima, ovviamente. Insomma, quando i prezzi si alzano arrivano nuovi fornitori che cercano di prendere una quota di mercato e aumentando così l’offerta riducono il prezzo. Per un pianificatore, un socialista, il prezzo ha un obbligo morale, che il mercato non considera. Deve essere giusto, anzi equo. E dunque in una società che non può più essere quella pianificata e sovietica, il prezzo deve essere controllato, stabilito, vigilato. Il caso Arcuri.I cosiddetti liberali che condividono il prezzo di 50 centesimi, sono ovviamente dei socialisti mascherati. Nulla di male, basta intendersi. E giustificano la propria accondiscendenza al prezzo di Arcuri con due punti di vista ritenuti forti. Il primo è l’ingiusto profitto che farebbero gli speculatori. Il secondo è il rispetto del portafoglio dei più deboli. La forza dei principi liberali in economia è che non solo rispettano la fondamentale libertà economica, ma che alla prova dei fatti i meccanismi di mercato aiutano soprattutto i più deboli, oltre che i più meritevoli”.
Lungi da me difendere la scelta dell’esecutivo ma si può essere così scemi da considerare un intervento diretto sui prezzi una misura socialista? Bisognerebbe chiedere a Porro, a questo punto, cosa intenda lui per socialismo. Forse tutto quello che non gli va a genio? Un modo socialista della produzione, secondo quanto pensava Marx, avrebbe dato “a ciascuno secondo il suo lavoro”. Parlare di prezzi, a questo punto, sarebbe stato già irrilevante perché il lavoro avrebbe smesso di essere merce, quella fondamentale in quanto creatrice di plusvalore (del quale si appropriano i capitalisti), e di avere pertanto un prezzo. Se poi Porro usa il termine socialismo come sinonimo di comunismo allora è peggio che andar di notte, in quanto sotto quest’ultimo si ha “da ognuno secondo le sue capacità, [e si dà] a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Niente prezzi, né merci e nemmeno quella scarsità ancora non totalmente superata nel socialismo, primo gradino della trasformazione, in cui occorre limitarsi a dare agli individui quello che hanno effettivamente contribuito a produrre.
Per Porro però ogni intervento sui prezzi è socialismo, cosicché potremmo ben affermare che, una multinazionale, in posizione di monopolio, la quale impone i suoi prezzi al mercato, utilizzando vari mezzi, anche “forti” e non sempre leciti, per impedire ai concorrenti di insidiarla, aggirando le leggi della domanda e dall’offerta, è socialista, anche se al contrario.
Socialismo e comunismo sono più semplicemente degli insulti per questi bambini che ragionano con i piedi. Il solito minestrone di Porro.

I legami del Mossad con Riad e FETÖ, a cura di P. Rosso

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 I legami del Mossad con Riad e FETÖ per attaccare la Turchia – da DAILY SABBAH del 21.4.2020

Riportiamo ampi stralci di una articolo – da noi tradotto – uscito sul giornale filogovernativo turco DAILY SABAH chiaramente ispirato dai servizi turchi. Lo troviamo interessante non solo per alcune rivelazioni sulle attività ibride del Mossad dirette a danneggiare Turchia e Iran tramite l’utilizzo dei media e dei social-media, ma soprattutto perché – attraverso i vari livelli di lettura dell’articolo che sono possibili – conferma indirettamente come la Turchia si stia muovendo nello scacchiere medio-orientale e del Mediterraneo con una certa autonomia, pur non abbandonando l’appartenenza alle alleanze militari e la prossimità alle organizzazioni filo-occidentali (NATO e UE in primis). Questa autonomia politica le è permessa certamente dalla peculiare posizione geografica, che però è utilizzata dentro un sistema ideologico, che in patria è risultato finora vincente, fondato sulla religione e sui richiami alla storia della nazione turca. Quello che in occidente viene chiamato un po’ semplicisticamente disegno neo-ottomano”.

Un sistema ideologico elaborato nel tempo da quella fazione di élite turca che si è coagulata attorno al partito AKP e che si dimostra ancora in grado di esercitare un notevole grado di egemonia nella società turca, anche nelle fasi di acute crisi internazionali sia quelle “economiche” che quelle “politiche” (in realtà per noi di C&S, aspetti di superficie di un unico scontro prevalente, quello strategico dentro e fra le diverse formazioni sociali – Paesi per lo più in competizione fra loro).

La recente vicenda della liberazione della cooperante italiana Romano ha portato alla ribalta il ruolo della Turchia nel corno d’Africa, ma già da tempo esso si rivela determinante in tutta l’area mediterranea dai Balcani alla Libia, dagli accordi energetici a quelli militari.

Inutile sottolineare a questo punto come appaia in questo contesto ancora più necessario che l’Italia si doti prima possibile di un equipollente apparato politico ed ideologico capace di conquistare i “cuori” della nazione, così come di attuare mosse strategiche vincenti sulla scacchiera mediterranea, pur considerando i rilevanti interessi che qui collocano sia la potenza globale ancora egemone (USA) che quelle che le contendono il primato (Cina e Russia).

Buona lettura.

I dettagli della oscura rete di intelligence e terrore creata da Israele, Arabia Saudita ed i terroristi Gulenisti (FETÖ) utilizzando i media, sono stati scoperti.

Le operazioni condotte attraverso i media negli ultimi anni eguidate dall’alleanza di Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e FETÖ, che è una struttura di terrore e spionaggio, sono venute alla luce una ad una.

[…].

È sorprendente che gli obiettivi comuni di queste operazioni siano la Turchia e la sua Agenzia di intelligence nazionale (MİT). Il 18 marzo, è stato pubblicato un articolo su Intellitimes.co.il, uno dei siti web operativi di Israele, con il titolo “Scoperta: le immaginidella sezione Quds di intelligence iraniana in Turchia“. La foto dell’articolo raffigurava il territorio turco, più della metà del qualeera coperto da bandiere iraniane.

In precedenza, il Daily Makor Rishon, noto per la sua vicinanza al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, aveva usato le seguenti affermazioni nell’articolo di Pazit Rabin con il titolo “Il Sultano e Soleimani“, che mostravano come obiettivo il capo dell’intelligence turca Hakan Fidan: “Ora che Qassem Soleimani è sepolto sottoterra, è tempo di concentrarsi sulle cospirazioni del suo gemello, Hakan Fidan“.

Rabin nel respingere ogni accusa di minacce nei confronti di Fidan, in una dichiarazione che ha dato allo scrittore turco indipendente, finanziato dai sauditi, Benan Kepsutlu il 30 gennaio, ha così sintetizzato la tesi principale del suo articolo: La fonte d’ispirazione di Qassem Soleimani sono le idee di Hakan Fidan e dell’ideologia neo-ottomana di Davutoğlu (ex Primo Ministro).

In effetti, cercare di stabilire un legame così strutturato tra il capo dell’intelligence turca e l’Iran non è solo una questione di Israele. Vi è cooperazione e una voce unificata in questa materia,finanziata dal FETÖ, dagli Emirati Arabi Uniti e, di volta in volta, da Riyadh.

In passato, i funzionari di polizia e i pubblici ministeri di FETÖ hanno tentato di arrestare migliaia di persone in Turchia – compresi politici di alto rango, burocrati, soldati, uomini d’affari,giornalisti e diplomatici -nell’ambito del caso Selam-Tevhid nel 2010 con l’accusa di “svolgere attività di spionaggio per l’Iran“.

A seguito degli attacchi del 2012 alle missioni diplomatiche israeliane in India e Georgia, il caso della cospirazione Selam-Tevhid è stato ampliato dal Mossad aggiungendo al dossier informazioni condivise con il servizio di polizia sotto il controllo di FETÖ, e i cospiratori hanno tentato di includere Fidanattraverso l’intelligence fornita da Israele a FETÖ. […]. Inoltre, molti rapporti dell’intelligence confermano che FETÖ ha assicurato la sua rete di intelligence con Israele attraverso la diaspora ebraica negli Stati Uniti e ha finanziato Haaretz, uno dei principali quotidiani politici israeliani sulla scena internazionale, per la propaganda anti-turca. Non sorprende che l’articolo “AboutBlack Sites Turkey”, pubblicato in inglese e tedesco l’11 dicembre 2018 sul sito web tedesco di FETÖ Correctiv.org, includesse di nuovo notizie infondate e non comprovate sull’intelligence turca, e queste accuse sono state pubblicate su Haaretz come titoli.

Le straordinarie attività di spionaggio di Israele e l’omicidio di Khashoggi.

È noto che Israele svolge da anni le sue operazioni di spionaggio senza frontiere e regole, attraverso una serie di apparati, di agenti e di organizzazioni terroristiche alleate, nei paesi cui si rivolge. Le attività del Mossad comprendono l’uso di software di spionaggio illegale, interrogatori illegali e omicidi. Alcuni di questi software consentono l’accesso remoto alle applicazioni di comunicazione ampiamente utilizzate in tutto il mondo come WhatsApp, mentre altri consentono all’hacker di raggiungere il contenuto di tutti i tipi di dispositivi che si connettono a Internet che l’obiettivo utilizza. Di conseguenza, uno di questi programmi software israeliani, chiamato Pegasus, è stato utilizzato intensamente dall’intelligence saudita per tenere traccia delle attività di Jamal Khashoggi negli Stati Uniti e in Turchia, un processo che si è concluso con l’omicidio di Khashoggi. Mentre Israele ha nascosto il fatto che questo software sia stato utilizzato nel monitoraggio di Khashoggi, il suo alleato più potente, gli Stati Uniti, continua a offrire il software a servizio degli alleati del Golfo per danneggiare i paesi che prendono di mira o eliminare gli elementi dell’opposizione. In effetti, Israele ottiene anche enormi guadagni vendendo software di spionaggio per tracciare le attività di nemici e avversari dei paesi interessati attraverso società di software israeliane che operano in affiliazione con l’intelligence israeliana. Poiché il database principale di questo software di spionaggio si trova a Tel Aviv, Israele può seguire le attività di questi alleati con il sistema che essi finanziano.

Come funziona l’intelligence israeliana?

L’intelligence israeliana stabilisce società di facciata in alcuni paesi dei Balcani e dell’Europa centrale, come la B.D.C. in Serbia e prepara siti Web speciali attraverso queste società, che in realtà non esistono, dando uno spazio disponibile per le informazioni di contatto personali degli agenti del Mossad che devono coordinare le attività di intelligence sotto falso nome.

Successivamente sono assunti, a costi elevati, gli intermediari in grado di stabilire la comunicazione tra la persona designata e il personale del Mossad che parla la lingua e conosce la cultura della persona-obiettivo. Queste persone generalmente sanno di lavorare per l’intelligence israeliana perché svolgono più di un compito ma, a volte, queste persone pensano di lavorare senza avere dubbi per la compagnia di facciata.

Gli intermediari del Mossad che viaggiano nel paese in cui si trova la persona designata si presentano come uomini d’affari, lavoratori della compagnia di facciata, rappresentanti di un filantropo o difensori sfegatati di una questione che la persona-obiettivo ha a cuore. Trasmettono rapporti di intelligence ai servizi israeliani con software speciali sui loro computer e comunicano con l’agente segreto connesso tramite Skype, Viber o WhatApp.

L’intermediario che ottiene tranquillamente la fiducia della persona designata, a volte, in conformità con l’obiettivo dell’operazione, regala alla persona un telefono caricato con il software di spionaggio o invita la persona nei paesi del sud-est asiatico dove gli standard di sicurezza sono bassi, sotto le sembianze di un viaggio d’affari.

Queste persone, che accettano l’offerta con entusiasmo pensando di ottenere un guadagno significativo da un’attività commerciale o che riceveranno una grossa donazione per un programma non governativo, vanno incontro a situazioni spiacevoli in cui vengono interrogati, sottoposti a violenza o uccisi da squadre di assassini nelle case del Mossad o missioni israeliane in questi paesi.[…].

Spie giornalistiche dell’intelligence israeliana: Adi Lieberman

I giornalisti dissimulati svolgono un ruolo chiave nelle operazioni di intelligence di Israele. Uno degli esempi di spicco è AdiLieberman.

Una protesta su larga scala è stata condotta dai sostenitori delrivale riformista Mir Hossein Mousavi dell’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, nel 2009, quando Ahmadinejad è stato rieletto presidente. Dopo che l’uccisione di Neda Agha Soltan da parte di un cecchino durante la protestache in seguito fu chiamata Movimento Verdesuscitò un’enorme reazione, l’intelligence israeliana accelerò le sue operazioni contro l’Iran.

Il fidanzato di Soltan, Caspian Makan, che è fuggito dal Paese dopo essere stato arrestato dall’intelligence iraniana per aver rilasciato interviste alla stampa internazionale sull’assassinio, e Adi Liebermann, che era in realtà sotto copertura per il Mossadma sembrava lavorare come corrispondente del canale israeliano Channel 2, convinsero il presidente israeliano Simon Peres adincontrare Makan. I due si sono incontrati nel 2010 in presenza di Lieberman, che parla correntemente il persiano.

Lieberman, ebrea ashkenazita che ha imparato il persiano durante gli studi all’università israeliana Bar Ilan nella quale si è anche laureato il direttore del Mossad Yossi Kohen, è diventata popolare tra i dissidenti iraniani e i sostenitori di Mousavi durante le elezioni del 2009 in Iran a causa delle interviste con l’Iran e del ruolo che ha svolto portando Makan in Israele.

Come giornalista, Lieberman, che ha anche il nome in codice Didush e Nesteran Azadmerd, ha avuto un ruolo nel portare Payam Feili in Israele nel 2015, che è un’altra figura dissidente di spicco in Iran.

C’è un’altra prova che Lieberman non è una giornalista. Stava effettuando pagamenti regolari ai dissidenti del regime, che la contattarono e le fornirono informazioni. In questo senso, Lieberman ha contattato il dissidente del regime iraniano MortezaSalimi attraverso i social media e ha effettuato pagamenti mensili di $1000 dal 2013 al 2015 in cambio di informazioni sui dissidenti e sulle società iraniane che inviano aiuti ai palestinesi.

Neda Amin, Lieberman e le loro operazioni in Turchia.

Neda Amin è un’altra figura che l’intelligence israeliana usa per le sue operazioni contro la Turchia attraverso i media. Amin, che ha presentato domanda di asilo all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) in un paese terzo nel 2014, arrivando dall’Iran alla Turchia, dal 2016 scrive articoli per il Times of Israel.

Amin, che ha guadagnato popolarità come Lieberman tra i dissidenti iraniani con i suoi articoli, ha collegamenti sia con Lieberman che con Salimi. Morteza, che trasferisce denaro ad Amin attraverso i rifugiati iraniani in Turchia, allo stesso tempo ha inviato ad Amin un laptop e un cellulare che è stato caricato con software spia dell’intelligence israeliana a luglio 2017.

Amin, che era una richiedente asilo in Turchia sotto la direzione dell’intelligence israeliana, iniziò un’oscura propaganda contro la Turchia attraverso registrazioni sui social media. Dopo che la sua vera identità è stata rivelata, Amin è stata espulsa dalla Turchia nell’agosto 2017. Quindi, con l’assistenza del direttore del Times of Israel, David Horovitz, ha presentato domanda di asilo in Israele ed è stata accettata. Amin continua le sue attività di propaganda contro la Turchia a Tel Aviv.

Tutti gli esempi sopra riportati illustrano come il governo israeliano prenda di mira la Turchia e l’intelligence turca, usando i media e giornalisti coperti per le sue operazioni in altri paesi come la Turchia e l’Iran.

DA MARX IN POI, IL NUOVO LIBRO DI LA GRASSA – INTRODUZIONE E VIDEO DI PRESENTAZIONE

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Introduzione di Gianni Petrosillo

Ma sulle soglie della scienza, come sulle soglie dell’Inferno, va posto il monito severo: Qui si convien lasciare ogni sospetto. Ogni viltà convien che qui sia morta. Karl Marx.

1. In questo saggio su Marx, Gianfranco La Grassa tenta di evidenziare (ed interpretare), con ancora più precisione, quelli che sono i capisaldi scientifici che sorreggono l’apparato teorico del pensatore tedesco. Si badi bene, non si tratta di operazione nostalgica onde vivificare previsioni concettuali ormai consegnate, quasi senza scampo, ai non avveramenti della Storia. Semmai, intento di La Grassa è quello di fissare l’importanza di concetti acquisiti, sgombrando contemporaneamente il campo dai detriti di esegesi del marxismo (eretiche o ortodosse) non adeguate, oltre che ormai consumate da eventi e risvolti contrari alle intuizioni del “Fondatore”, al fine di descrivere i nuovi scenari che incalzano le nostre società, in virtù di mutamenti evidenti, intervenuti in oltre 150 anni dalla stesura de Das Kapital. Tuttavia, per ri-generare un pensiero, o servirsene come solida base per un diverso concepimento (nulla nasce dal nulla, tanto meno le idee), è necessario afferrare esattamente quello che si sta lasciando definitivamente alle spalle e quello che, invece, si porterà con sé, per non duplicare fatiche o disperdere energie intorno a tematiche effettivamente sceverate, assimilate o irrimediabilmente decadute. Per intenderci, non ha più molto senso arrovellarsi sulla teoria del valore, soprattutto nei suoi elementi matematici (la trasformazione dei valori nei prezzi di produzione), bisogna piuttosto inferirla nella sua forza descrittiva generale (nelle sue conclusioni) poiché essa, molto meglio di dottrine concorrenti (o sola tra esse), svela la natura e la funzione del plusprodotto (nella forma astratta del plusvalore) e, dunque, anche del profitto, in un determinato tipo di sistema sociale quale quello capitalistico. La teoria del valore lavoro ha, infatti, una funzione di “disvelamento della realtà capitalistica, della sua strutturazione e dinamica, delle lotte che in essa si sono svolte e si svolgono, dei blocchi sociali che si sono affrontati e si affrontano… del perché, degli obiettivi e risultati di questo affrontamento”. La teoria del valore ci interessa, in sostanza, per le sue implicazioni “sociali” (presa del potere o egemonia nella società), interesse che non collima con quello dei capitalisti o dei loro ideologi ai quali basta superficialmente districarsi tra prezzi, costi e ricavi monetari, fenomeni evidenti di un mondo in cui essi si trovano ben posizionati perché appartenenti alle classi dominanti. Ma sono dominanti in quanto storicamente (e socialmente) si è verificata quella che La Grassa definisce una duplice scissione: a) tra proprietà dei mezzi di produzione e forza lavoro che acquisisce la forma di merce in quanto unica “proprietà” di individui liberi ma spossessati, e che debbono pur vivere comprando valori d’uso come merci; b) quella tra prestazione d’uso di tale forza lavoro e gli uomini (nella loro complessa personalità) che la possiedono e debbono venderla quale unico mezzo per vivere… Il fulcro di un simile conflitto (detto “di classe”), comunque uno dei suoi problemi decisivi, è l’appropriazione del plusprodotto che avviene, in forme di società diverse, secondo modalità (sociali) differenti, secondo una dinamica di riproduzione dei decisivi rapporti di ogni data società – quei rapporti definiti dal concetto di modo sociale di produzione – che è specifica della società in questione. Dunque, la teoria del valore assume importanza cruciale laddove fornisce una spiegazione della “struttura e dinamica dei rapporti sociali di produzione capitalistici”. Questo è lo spirito con cui Marx si cimenta nella sua elaborazione, tutt’altro che meramente economicistica ovvero schiacciata sul tentativo ossessivo di arrivare all’esatta misurazione del plusvalore “estorto” alla classe lavoratrice, alla esatta “trasformazione” (dei valori in prezzi di produzione), alla inverificabile caduta tendenziale del saggio di profitto ecc. ecc. Marx riconosce alla sfera economica nel capitalismo una certa supremazia (legata all’efficacia dei sistemi di estrazione del pluslavoro/plusvalore), ma va appuntato che gli interessano in primo luogo i rapporti sociali (il capitale non è cosa ma rapporto sociale) di detta sfera. Le operazioni cervellotiche dei suoi epigoni, alcuni dei quali, anche nostri contemporanei, avrebbero risolto il dilemma dei dilemmi, quello della esatta coincidenza tra valori e prezzi di produzione, avrebbero fatto sobbalzare Marx dal suo scrittoio. Fu lui stesso ad affermare che tale riscontro sarebbe stato impossibile in circostanze reali e non puramente teoriche. Se vogliamo dirla tutta, tra realtà e legisimilità (astratta) c’è uno scarto e l’autore del Capitale lo ribadisce a più riprese, sia quando parla della “trasformazione” ma anche quando affronta le leggi interne della produzione capitalistica mediante l’azione di domanda e offerta. In questo passaggio viene in evidenza la modalità scientifica marxiana allorché precisa: Spiegare le vere leggi interne della produzione capitalistica mediante l’azione e reazione di domanda ed offerta è chiaramente impossibile (a prescindere da un’analisi più profonda, che qui tralasciamo, di queste due forze motrici sociali), perché tali leggi appaiono realizzate nella loro purezza solo allorché domanda ed offerta cessano di operare, cioè coincidono. In realtà, domanda ed offerta non coincidono mai o, se ciò avviene, è solo per caso; dunque, dal punto di vista scientifico, la loro coincidenza va posta = 0, deve ritenersi non accaduta. Eppure, nell’economia politica si suppone che esse coincidano. Perché? Da un lato, per poter studiare i fenomeni nella loro forma normale, corrispondente al loro concetto, dunque fuori dell’apparenza generata dal movimento di domanda ed offerta; dall’altro, per individuare la tendenza effettiva del loro movimento e, in qualche modo, fissarla (sottolineature mie). Le diseguaglianze sono infatti di natura antagonistica e, dato che seguono costantemente l’una all’altra, finiscono per compensarsi appunto in virtù delle loro opposte direzioni, del loro antagonismo. Se perciò domanda e offerta non coincidono in nessun caso singolo dato, le loro diseguaglianze si susseguono — e il risultato della deviazione in un senso è di provocarne un’altra in senso inverso — in modo che, considerando l’insieme di un periodo più o meno lungo, offerta e domanda costantemente si pareggiano, ma solo come media del movimento trascorso e solo come moto costante del loro antagonismo. Così i prezzi di mercato divergenti dai valori di mercato si livellano, ove se ne consideri il numero medio, sui valori di mercato, perché gli scarti in più e in meno da questi ultimi si elidono a vicenda. E, per il capitale, questo numero medio ha un’importanza non puramente teorica ma pratica, in quanto il suo investimento è calcolato in base alle oscillazioni e compensazioni su un arco di tempo più o meno preciso. Dunque, da un lato il rapporto fra domanda ed offerta spiega soltanto le deviazioni dei prezzi di mercato dai valori di mercato, dall’altro spiega la tendenza ad annullare tali deviazioni, cioè gli effetti del rapporto fra domanda ed offerta (Karl Marx, Il Capitale, sez. IV, Cap.X, Utet). Marx è un Galileo della scienza sociale, sostiene La Grassa, perché intuisce che “per esporre le leggi dell’economia politica nella loro purezza, si astrae dalle frizioni, allo stesso modo che, nella meccanica pura, si astrae da frizioni determinate che, in ogni caso singolo della sua applicazione, devono essere superate”, o anche meglio in questo passaggio: Il fisico osserva i processi naturali nel luogo dove essi si presentano nella forma più pregnante e meno offuscata da influssi perturbatori, oppure, quando è possibile, fa esperimenti in condizioni tali da garantire lo svolgersi del processo allo stato puro. In quest’opera debbo indagare il modo capitalistico di produzione e i rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono. Fino a questo momento, loro sede classica è l’Inghilterra. Per questa ragione è l’Inghilterra principalmente che serve a illustrare lo svolgimento della mia teoria. Ma nel caso che il lettore tedesco si stringesse farisaicamente nelle spalle a proposito delle condizioni degli operai inglesi dell’industria e dell’agricoltura o si acquietasse ottimisticamente al pensiero che in Germania ci manca ancora molto che le cose vadano così male, gli debbo gridare: de te fabula narratur! (Karl Marx, Il Capitale, prefazione alla prima edizione, Utet).

2.Leggere Marx attraverso le lenti lagrassiane schiude continenti analitici inusuali, strade non battute da altri commentatori (per dirla con le parole di una poesia di Robert Frost, citata nel libro), troppo superficiali o a volte, persino, in malafede. La Grassa punta a restituire al marxismo il suo vero ruolo scientifico, depurato delle fantasie utopistiche o filosofiche dei suoi presunti allievi auto-accreditatisi tali, adusi a de-razionalizzare (col ricorso ad afflati morali, umanitari ecc. atti a coprire pesanti deficit analitici) i suoi studi per inseguire chimere ideologiche. Il punto di partenza oggettivo da cui si sviluppa l’indagine storico-economica marxiana è il conflitto per il plusprodotto (caratteristica specifica della sola specie umana, gli animali non hanno questa possibilità) poiché esistono da sempre le classi che lo producono e quelle che se ne appropriano per scopi di egemonia sociale. Queste classi, precisa La Grassa (seguendo Marx), sono formate da “maschere di rapporti sociali”, da “persone che incarnano dati rapporti sociali”, ecc. Anche il pensiero di Marx subisce però una torsione ideologica da parte del marxismo: dalla maschera all’uomo. Esistono uomini proprietari (i “padroni”) e uomini lavoratori (gli operai). Così si è consumato lo sconvolgimento del senso dell’analisi scientifica marxiana, pur se questo processo è con quasi sicurezza quello che ha consentito la saldatura tra nascente movimento operaio e “dottrina” marxista. Senza questa torsione ideologica, Marx sarebbe restato nella storia del pensiero economico e sociale, ma non avrebbe dato il proprio nome ad un movimento che ha segnato un buon secolo di storia. Dopo Cristo (ancora in auge), Marx è probabilmente il personaggio che più a lungo ha orientato un imponente movimento di “masse”. Con la nascita del capitalismo e la divaricazione da esso imposta tra possessori e non possessori dei mezzi di produzione la forma di appropriazione del plusprodotto, da parte delle classi superiori, assume connotazioni uniche (il plusvalore), mai apparse in altre epoche umane. Marx parla di una accumulazione originaria in quanto fase in cui avviene l’espropriazione dei piccoli produttori, da cui consegue la dissoluzione della proprietà privata fondata sul lavoro personale. Ciò significa che da quel “momento” in poi (in senso storico-logico, perché non è avvenuto tutto in un “momento”) chi non aveva mezzi propri per impiegare la propria energia lavorativa avrebbe dovuto rivolgersi a chi li aveva accumulati, ricevendone in cambio un salario in denaro pari alla quota dei beni necessari alla sua sussistenza (storico-sociale). I passaggi riportati nel Capitale sono estremamente chiari ed è utile riconsiderarli qui a supporto del discorso di La Grassa:

Il rapporto capitalistico presuppone la separazione fra i lavoratori e la proprietà delle condizioni di realizzazione del lavoro. La produzione capitalistica, non appena poggi sui suoi piedi, non solo mantiene questa separazione, ma la riproduce su scala sempre crescente. Perciò, il processo che genera il rapporto capitalistico non può essere se non il processo di separazione del lavoratore dalla proprietà delle sue condizioni di lavoro; processo che da un lato trasforma in capitale i mezzi sociali di vita e produzione, dall’altro trasforma i produttori diretti in operai salariati. La cosiddetta accumulazione originaria non è quindi che il processo storico di scissione fra produttore e mezzi di produzione. Essa appare “originaria” perché è la preistoria del capitale e del modo di produzione che gli corrisponde. La struttura economica della società capitalistica è uscita dal grembo della struttura economica della società feudale. La dissoluzione di questa ha messo in libertà gli elementi di quella. Il produttore immediato, o diretto, cioè l’operaio, poteva disporre della sua persona solo dopo di aver cessato d’essere legato alla gleba, e servo di un’altra persona o infeudato ad essa.

Per divenire libero venditore di forza lavoro, che porta la sua merce dovunque essa trovi un mercato, doveva inoltre sottrarsi al dominio delle corporazioni di mestiere, delle loro clausole sugli apprendisti e sui garzoni, dei vincoli delle loro prescrizioni sul lavoro. Così il movimento storico che trasforma i produttori in operai salariati appare da un lato come loro liberazione dalla servitù feudale e dalla coercizione corporativa; e, per i nostri storiografi borghesi, è questo il solo lato che esista. Ma, dall’altro, i neo-emancipati diventano venditori di se stessi solo dopo di essere stati depredati di tutti i loro mezzi di produzione e di tutte le garanzie offerte alla loro esistenza dalle antiche istituzioni feudali. E la storia di questa loro espropriazione è scritta negli annali dell’umanità a caratteri di sangue e di fuoco. I capitalisti industriali, questi nuovi potentati, dovevano da parte loro soppiantare non solo i mastri artigiani delle corporazioni di mestiere, ma anche i signori feudali detentori delle fonti di ricchezza. Da questo lato, la loro ascesa appare come il frutto di una lotta vittoriosa sia contro il potere feudale e i suoi privilegi rivoltanti, sia contro le corporazioni e i limiti ch’esse imponevano al libero sviluppo della produzione e al libero sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. I cavalieri dell’industria, tuttavia, riuscirono a soppiantare i cavalieri della spada solo sfruttando avvenimenti che non erano affatto opera loro. Si fecero strada con mezzi non meno volgari di quelli coi quali il liberto romano si rendeva, in antico, signore del suo patronus. Il punto di partenza dello sviluppo che genera tanto l’operaio salariato, quanto il capitalista, fu la servitù del lavoratore. Il suo prolungamento consistette in un cambiamento di forma di tale servitù, nella trasformazione dello sfruttamento feudale in sfruttamento capitalistico. Per comprenderne il corso, non abbiamo affatto bisogno di risalire molto addietro. Benché i primordi della produzione capitalistica s’incontrino sporadicamente, in alcune città del Mediterraneo, già nei secoli XIV e XV, l’era capitalistica data soltanto dal secolo XVI. Dove essa appare, l’abolizione della servitù della gleba è da tempo un fatto compiuto, e la gloria del Medioevo, l’esistenza di città sovrane, volge, e non da allora, al tramonto. Fanno epoca nella storia dell’accumulazione originaria tutti i rivolgimenti che servono di leva alla classe capitalistica in formazione; ma soprattutto i momenti nei quali grandi masse di uomini vengono, all’improvviso e con la forza, staccate dai loro mezzi di sussistenza e scagliate sul mercato del lavoro come masse di proletari senza terra o dimora. L’espropriazione del produttore agricolo, del contadino, dal possesso del suolo, costituisce la base dell’intero processo. La sua storia prende sfumature diverse nei diversi paesi e percorre le diverse fasi in ordini di successione diversi e in epoche storiche differenti. Solo in Inghilterra, che quindi prendiamo ad esempio, essa possiede forma classica ( Karl Marx, Il Capitale, sez. VII, Cap. XXIV, Utet). Dunque, puntualizza La Grassa, sono stati dei processi storici specifici e originali (quelli innescati dall’accumulazione originaria del capitale) a “liberare” i produttori a) dai vincoli di dipendenza personale e b) dagli strumenti necessari ad attivare lo sforzo lavorativo. Quando il lavoro (la forza-lavoro) diventa merce si generalizza detta forma a livello sociale complessivo e tutti i “manufatti” del lavoro umano, prodotti privatamente, sono direttamente esitati per la compravendita sul mercato che socializza i frutti di tanti lavori privati. I lavoratori, esattamente come i mezzi produttivi, vengono concentrati in unità autonome – prima manifatture poi macchino-fatture, con conseguente transizione del lavoro da una mera sussunzione formale (in cui emergono i sistemi “estorsivi” diretti del plusvalore assoluto, in quanto il Capitale non si è ancora impadronito dell’intero processo lavorativo), a quella reale (in cui primeggiano i metodi “estorsivi” indiretti del plusvalore relativo, in cui il richiamato processo lavorativo diventa forma sociale dominante ed emanazione completa del modo di produzione capitalistico pienamente sviluppato) – in cui si ha la divaricazione verticale tra i pochi proprietari di tali mezzi produttivi e i molti espropriati degli stessi. Contro la forza-lavoro intruppata nell’organizzazione capitalistica si ergono gli strumenti di lavoro proprietà dei capitalisti ai quali appartengono i beni prodotti. La differenza tra il lavoro (valore) prodotto e il valore di mercato della forza-lavoro (pur espresso in moneta quale prezzo, denominato salario) [dà] il profitto (plusvalore) al capitalista-proprietario. In un secondo tempo – ma proprio perché la produzione avviene in centri formalmente indipendenti, sotto la direzione di gruppi di proprietari (capitalisti) tra loro in competizione per accrescere il loro potere e la loro ricchezza mediante l’introduzione di nuove organizzazioni e di nuove tecnologie nei processi di lavoro, con crescente parcellizzazione degli stessi e sostituzione degli strumenti manifatturieri con sistemi meccanici – si verifica la scissione tra saperi produttivi (e capacità direttive) e forza-lavoro semplicemente manuale e/o esecutiva. La spiegazione del pluslavoro / plusvalore fornita da Marx è superiore a quella degli economisti volgari o classici che si fermano all’epidermide dei fenomeni o, meglio, come dice lo stesso tedesco, alla mera grandezza (misura) economica evitando accuratamente di scandagliarne l’origine. A Marx, in sostanza, interessa la struttura ossea del sistema (la base produttiva in cui si sviluppano i rapporti sociali), prima ancora della pelle (“merceologica”) che la ricopre. Questo modo di fare è comune anche agli economisti del nostro tempo i quali schivano, per istinto, il “pericolo” derivante dall’addentrarsi troppo nelle questioni dirimenti. Non è cambiato molto, in questo senso, dai tempi di Marx e non ci è oscura la ragione che spinge gli “esperti” della materia economica ad essere refrattari all’analisi dei rapporti sociali prediligendo essi quella su “indici e numeri”, essendo la loro “appartenenza di classe” ad indirizzarne le modalità di ragionamento:

Ricardo non si preoccupa mai dell’origine del plusvalore. Lo tratta come cosa inerente al modo di produzione capitalistico, che ai suoi occhi è la forma naturale della produzione sociale. Dove parla della produttività del lavoro, cerca in essa non la causa dell’esistenza del plusvalore, ma solo la causa determinante della sua grandezza. Invece, la sua scuola ha proclamato a gran voce che la forza produttiva del lavoro è la causa originaria del profitto (leggi: del plusvalore). Un progresso, comunque, di fronte ai mercantilisti, che da parte loro deducono dallo scambio, dalla vendita dei prodotti al disopra del loro valore, l’eccedenza del prezzo dei prodotti sui loro costi di produzione. Tuttavia, anche la scuola ricardiana aveva solo aggirato, non risolto, il problema. In realtà, questi economisti borghesi avevano il giusto istinto che fosse molto pericoloso scavare troppo a fondo nella questione scottante dell’origine del plusvalore. Ma che dire quando, mezzo secolo dopo Ricardo, il signor John Stuart afferma con grave prosopopea la sua superiorità sui mercantilisti, ripetendo male gli stupidi sotterfugi dei primi volgarizzatori di Ricardo ? Mill dice: “La causa del profitto è, che il lavoro produce più di quanto richieda per il suo mantenimento…”. Fin qui, nulla di diverso dalla vecchia canzone; solo che Mill vuole aggiungervi del suo: “O, per variare la forma del teorema: la ragione per cui il capitale dà un profitto è che gli alimenti, il vestiario, le materie prime e gli strumenti, durano più del tempo necessario a produrli”. Qui, Mill scambia la durata del tempo di lavoro con la durata dei suoi prodotti. Secondo questo modo di vedere, un fornaio, i cui prodotti durano soltanto un giorno, non potrebbe ricavare dai suoi operai salariati lo stesso profitto di un fabbricante di macchine, i cui prodotti durano vent’anni e più. Certo, se i nidi degli uccelli non resistessero più del tempo indispensabile per la loro costruzione, gli uccelli dovrebbero fare a meno dei nidi! Una volta stabilita questa verità fondamentale, Mill stabilisce la propria superiorità sui mercantilisti, scrivendo: “Vediamo dunque che il profitto sorge non dal fatto dello scambio, ma dalla capacità produttiva del lavoro; e il profitto generale di un paese è sempre ciò a cui la capacità produttiva del lavoro lo fa giungere, indipendentemente dalla circostanza che si verifichino o non si verifichino scambi. Se non vi fosse alcuna divisione del lavoro, non vi sarebbero né acquisto né vendita, ma vi sarebbe tuttavia un profitto”. Qui, dunque, lo scambio, la compravendita, le condizioni generali della produzione capitalistica, sono un puro accidente, un “fatto” bruto, e v’è pur sempre profitto senza compravendita della forza lavoro! …Segue uno splendido campione del modo di trattare le diverse forme storiche della produzione sociale, caratteristico di Mill: “Presuppongo sempre”, egli scrive, “lo stato di cose attuale, che, salvo qualche eccezione, predomina dovunque lavoratori e capitalisti costituiscano classi separate, in cui il capitalista fa tutti gli anticipi, inclusa la remunerazione dell’operaio”. Bontà sua, il signor Mill concede che “non è una necessità assoluta che così sia” — neppure nel sistema economico nel quale i lavoratori e i capitalisti si fronteggiano come classi separate. Al contrario: “Il lavoratore potrebbe anche aspettare il pagamento… dell’intero ammontare del suo salario finché il lavoro non sia completamente eseguito, se disponesse dei mezzi necessari per sostentarsi nell’intervallo. Ma in questo caso egli sarebbe in una certa misura un capitalista, che investirebbe capitale nell’azienda e anticiperebbe una parte dei fondi indispensabili per mantenerla in esercizio” Allo stesso titolo, Mill potrebbe sostenere che l’operaio il quale anticipa a se stesso non solo i mezzi di sussistenza, ma i mezzi di lavoro, in realtà è il suo proprio salariato. O che il contadino americano è il suo proprio schiavo, che esegue una corvée per se stesso invece che per un padrone. Dopo di aver spiegato chiaro e tondo che la produzione capitalistica, quand’anche non esistesse, esisterebbe pur sempre, Mill è ora tanto conseguente da dimostrarci che non esiste neppure quando esiste: “E anche nel primo caso” (in cui il capitalista anticipa al salariato tutti i suoi mezzi di sussistenza), “l’operaio può essere considerato in quella luce” (cioè come capitalista), “in quanto, cedendo il suo lavoro al disotto del prezzo di mercato (!), si può ritenere che anticipi la differenza (?) al padrone…”. Nella realtà effettiva, l’operaio anticipa gratuitamente al capitalista il proprio lavoro durante una settimana ecc., per riceverne alla fine della settimana o così via il prezzo di mercato; questo, secondo Mill, farebbe di lui un capitalista! Nel grigiore uniforme della pianura, anche mucchi di terra sembrano colline; si misuri il grigiore dell’odierna borghesia dal calibro dei suoi “grandi cervelli” (Karl Marx, Il Capitale, sez. V, Cap. XIV, Utet). Quei cervelli sono persino peggiorati nel corso dei decenni! Magari avessimo a che fare con dei Ricardo, invece oggi ci toccano menti così prive di fantasia da far cascare le braccia. Ovviamente, secondo La Grassa, ciò non significa che l’economica “ufficiale”, con le sue varie teorie, non faccia scienza. Ad esempio, la teoria marginalistica basata su scelte e preferenze razionali degli individuali lo è in tutti i sensi. Solo che quest’ultima si ferma ad un livello di “attenzione”, a nostro parere, meno profondo di altre concezioni, tipo il marxismo, che sondano l’origine delle problematiche e non esclusivamente il loro manifestarsi in particolari settori o ambiti umani da estendersi, in seconda battuta, all’intero universo sociale come se quest’ultimo fosse prodotto e non causa dell’agire dei singoli. C’è da aggiungere che, nella presente fase di crisi sistemica, molti economisti o presunti dottori della dismal science, anziché studiare con rigore le trasformazioni in corso, preferiscono indossare l’abito sacerdotale dei giustificatori ad oltranza dell’esistente, per puro arrivismo cattedratico o mediatico. A causa di questa loro attitudine che falsa la realtà risultano ormai incapaci di qualsivoglia previsione e finiscono per brancolare nel buio. È così che il liberismo ha smesso di essere una scuola con una tradizione di nomi altisonanti ed è divenuto una fucina di servitori dello statu quo in decadenza. “L’odierno liberismo è una ideologia abbondantemente falsa atta ad ottundere il pensiero di chi ne è permeato”, commenta, con ragione, La Grassa. 3. Aver chiarito la prospettiva di Marx, su quel rapporto sociale che è il Capitale, è essenziale per abbracciare gli sviluppi successivi, legati alle sue intrinseche contraddizioni, quelle che avrebbero azionato spinte trasformative irrimediabili, nel suo stesso grembo, fino ad una trasfigurazione intermodale verso una diversa società comunistica (in cui avviene la liberazione dei/dai bisogni), raggiunta attraverso la tappa intermedia di un socialismo, in cui ognuno avrebbe ricevuto secondo il proprio lavoro, senza sottrazioni di sorta. Dimostrato che dietro merci e valori c’è “qualcos’altro” è possibile pensare al superamento del capitalismo, non come pia aspirazione utopistica ma come dato fattuale, già esecutivo, rebus sic stantibus. Infatti, scrive Marx, il socialismo concresce nelle viscere del sistema a causa delle sue intime antinomie ed in pochi decenni (non secoli o millenni) avrebbe preso il sopravvento. Questo fa sì, precisa La Grassa, che sia possibile pensare un progetto comune di lavoro: I diversi “lavoratori privati” prendono in considerazione, im-mediata, solo il sistema dei prezzi dei vari beni, prezzi che rappresentano meri rapporti quantitativi di scambio tra merci pur espressi in equivalente generale (nelle sue varie figure monetarie). Ogni “individuo” sa soltanto che produce e vende una cosa (al limite la sua forza-lavoro) al prezzo x e che, con la quantità di moneta ottenuta, può acquistare ai prezzi y, z, w… date quantità di altre merci necessarie alla sua vita e alla riproduzione della sua forza-lavoro e delle condizioni di una nuova produzione. Afferrare che, dietro l’equivalente generale, quindi dietro determinati rapporti di scambio tra le cose prodotte, vi è un contenuto rappresentato da una quota parte del lavoro sociale complessivo, serve a comprendere che sarebbe possibile un progetto comune di lavoro, se ciò non fosse appunto impedito dalla forma di valore (o valore di scambio) in cui si esprime tale contenuto, forma che diventa generale con il modo di produzione capitalistico e induce gli “individui produttivi” ad una sfrenata competizione per prevalere gli uni sugli altri. Questo è il significato della distinzione, nella merce, di un contenuto (il valore come quota del lavoro sociale complessivo) dalla forma espressiva dello stesso, che indica la separatezza e l’autonomia dei “produttori”, costretti a soddisfare i propri bisogni – anche quelli relativi alla riproduzione allargata (accumulazione) delle condizioni (mezzi) di produzione – senza progetti di cooperazione collettiva ma anzi ponendosi in conflitto l’uno contro l’altro.

Detto ciò, è innegabile che l’ipotesi previsionale di Marx si sia scontrata con una fattualità in controtendenza andandosi definitivamente ad esaurire. Il proletariato di fabbrica non è rivoluzionario “in sé”; nemmeno i “trucchi” di Lenin (il quale parlava di Classe per sé, cioè di gruppo sociale che diventa rivoluzionario quando acquisisce una coscienza lasciandosi direzionare dalle sue avanguardie di partito, che però sono di estrazione borghese e non operaia, et pour cause) ne mutano i destini, come preventivati dalla teoria marxiana, i quali derivano dal concetto di modo di produzione capitalistico, nell’intreccio di rapporti di produzione e forze produttive, controvertiti dalle risultanze dell’effettiva dinamica capitalistica pienamente estrinsecata. Marx aveva sceverato storicamente questi elementi: inizialmente erano stati artigiani e contadini ad essere espropriati dei loro mezzi (nella fase accumulativa originaria), quest’ultimi erano divenuti proprietà di capitalisti i quali organizzavano i processi lavorativi ergendosi di fronte ad una massa di lavoratori salariati, senz’altro da offrire se non la propria energia lavorativa. Competizione e concorrenza attivano al contempo l’“autofagia” dei capitalisti tra loro. Si determina così la concentrazione e poi la centralizzazione (monopolistica) dei capitali. I capitalisti si mangiano a vicenda fino a ridursi di numero, mutando la loro funzione e divenendo meri proprietari di azioni (rentier) estranei ai processi produttivi, mentre nelle fabbriche avviene una riunificazione tra lavoratori della mente e del braccio con composizione di una nuova classe sociale (il General Intellect). Nelle stesse parole di Marx: Ogni capitalista ne uccide molti. E, di pari passo con questa centralizzazione, cioè espropriazione di molti capitalisti da parte di pochi, si sviluppano su scala crescente la forma cooperativa del processo di lavoro, la cosciente applicazione tecnica della scienza, lo sfruttamento metodico della terra, la conversione dei mezzi di lavoro in mezzi di lavoro utilizzabili soltanto in comune, l’economia di tutti i mezzi di produzione grazie al loro impiego come mezzi di produzione del lavoro sociale combinato, l’inserimento e l’intreccio di tutti i popoli nella rete del mercato mondiale, e quindi il carattere internazionale del regime capitalistico. Col numero sempre decrescente dei magnati del capitale, che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione, cresce la massa della miseria, della pressione, dell’asservimento, della degradazione, dello sfruttamento, ma cresce anche la rivolta della classe operaia ogni giorno più numerosa, e disciplinata, unita e organizzata dallo stesso meccanismo del processo di produzione capitalistico. Il monopolio del capitale diviene un inciampo al modo di produzione che con esso e sotto di esso è fiorito. La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto nel quale diventano incompatibili col loro involucro capitalistico. Esso viene infranto. L’ultima ora della proprietà privata capitalistica suona. Gli espropriatori vengono espropriati. Il modo di appropriazione capitalistico, e quindi la proprietà privata capitalistica, nascenti dal modo di produzione capitalistico, sono la prima negazione della proprietà privata individuale poggiante sul lavoro personale. Ma la produzione capitalistica genera, con la necessità di un processo naturale, la propria negazione. È la negazione della negazione. Questa non ristabilisce la proprietà privata, ma la proprietà individuale sulla base della vera conquista dell’era capitalistica: la cooperazione e il possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione prodotti dallo stesso lavoro. La trasformazione della proprietà privata frammentata, poggiante sul lavoro personale degli individui, in proprietà capitalistica, è naturalmente un processo infinitamente più lungo, duro e tormentoso della trasformazione della proprietà capitalistica, che già si basa di fatto sulla conduzione sociale della produzione, in proprietà sociale. Là si trattava dell’espropriazione della massa del popolo da parte di pochi usurpatori; qui si tratta dell’espropriazione di pochi espropriatori da parte della massa del popolo (Karl Marx, Il Capitale, sez. VII, Cap. XXIV, Utet).

Il passaggio è importante perché qui Marx esplicita decisamente che la trasformazione della proprietà capitalistica, che già si basa di fatto sulla conduzione sociale della produzione, in proprietà sociale, è un avvenimento che non durerà a lungo. Il socialismo è in transizione nelle viscere del Capitale e la rivoluzione incombente avrebbe soltanto accelerato un evento necessario. Il soggetto della rivoluzione è ugualmente già formato nel processo produttivo senza alcuna utopia di supporto. Ovviamente, le classi proprietarie ancora egemoni culturalmente e politicamente (controllanti gli apparati di Stato, soprattutto quelli della coercizione) avrebbero opposto una strenua resistenza per cui si sarebbe reso necessario scalzarle dalla “macchina che gestisce la violenza” instaurando una dittatura del proletariato per liberare definitivamente la società dai parassiti finanziari. Quest’ultimi, ormai estranei alla produzione e dediti alla pura speculazione risultavano di intralcio al pieno sviluppo delle forze produttive, costrette in un involucro di rapporti socio-economici oramai deprimenti l’intera società. Il popolo avrebbe avuto, a questo punto, ben chiara l’odiosa sottrazione di pluslavoro/plusvalore, ben visibile grazie alla avvenuta riunificazione tra saperi e lavori (direzione ed esecuzione) e all’alleanza dei lavoratori del braccio e della mente, opposti ai “redditieri” estranei all’organizzazione di fabbrica, meri approfittatori del frutto del lavoro altrui attraverso le manovre sui titoli di borsa. Rotto l’involucro e dissolti i vecchi rapporti di proprietà, le forze produttive avrebbero ricominciato a svilupparsi realizzando il comunismo (passando da una breve transizione socialistica già operante nelle interiora del capitalismo), regno dell’abbondanza alla portata di tutti: “da ognuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. La società sarebbe uscita dalla sua preistoria di sopraffazione e di strenua competizione per entrare nella Storia vera e propria, quella in cui l’uomo è finalmente affrancato dai bisogni (non intellettuali ma materiali) perché quest’ultimi sono immediatamente soddisfatti. L’umanità intera può dunque dedicarsi allo sviluppo delle sue qualità più nobili, quelle spirituali e morali, perché non vive più la stringenza del lavoro salariato, unica fonte di sostentamento subalterna ai mezzi di produzione altrui. L’ipotesi scientifico-predittiva di Marx, come si può ben desumere, non si è concretata. In nessun posto. Lo Stato accentratore della proprietà pubblica, che qualcuno definisce ancora comunista (penso alla Cina di oggi o all’Urss di una volta) in nome del proletariato non c’entra con Marx che, tutt’al più, ne vaticina la fine (o la distruzione con “spallata” rivoluzionaria) in quanto esso è per lui soprattutto accentramento dei mezzi per l’esercizio della forza, non della proprietà. “Il potere statale centralizzato, con i suoi organi dappertutto presenti: esercito permanente, polizia, burocrazia, clero e magistratura – organi prodotti secondo il piano di divisione del lavoro sistematica e gerarchica…”. Per gestire i beni collettivi basta un’amministrazione di altro tipo (poiché non sarebbero più esistite le classi e i loro conflitti, mentre le dispute interindividuali sarebbero certamente proseguite ma su tutt’altro piano), non uno Stato che è egemonia corazzata di coercizione. Un aspetto della teoria di Marx non è stato del tutto invalidato, quello che La Grassa chiama il suo “I disvelamento” (non più sufficiente però a dipanare l’attuale formazione dei funzionari privati del capitale di matrice americana) benché sappiamo benissimo che destino di ogni teoria scientifica, come diceva Weber, sia quello di essere superata. Marx ha spiegato che l’eguaglianza formale dei soggetti, scambiantisi le merci (compreso la forza lavorativa) sul mercato, al loro valore, avviene in assenza di vincoli personali. Questa parità di diritti degli attori economici sul mercato maschera però la disuguaglianza effettiva nel processo produttivo che discende dai differenziali di proprietà e, dunque, di potere tra chi detiene i mezzi produttivi e chi no. Chi non ha i mezzi vende liberamente la sua forza lavoro ma una volta inserito nella produzione produce più di quanto gli viene effettivamente pagato (è il plusvalore). Lo scambio delle merci quali equivalenti (in media) nasconde la fondamentale (sottostante) produzione, e appropriazione capitalistica, del plusvalore che è pluslavoro; ancor più decisiva è però la riproduzione del rapporto durante lo svolgimento del processo produttivo, da cui escono il capitalista, arricchito dal profitto (plusvalore), e l’operaio in quanto semplice possessore della sua forza lavoro pronta per essere rivenduta, dando così inizio ad un nuovo ciclo dello stesso processo. Tutto qui, si fa per dire! Però Marx non coglie nel segno allorché prevede l’avvento della società comunistica come parto ormai maturo (quindi da concretarsi in pochi decenni, non secoli) nelle viscere del capitalismo. Bisogna prendere atto che dalla prospettiva di Marx il comunismo è impossibile, inutile girarci intorno. Esso non si è realizzato e non si realizzerà. Tuttavia, egli non immaginava la società comunistica come un sogno, lo spiega La Grassa nel saggio, lui la vedeva già in fieri nello sviluppo delle contraddizioni capitalistiche. Chi oggi continua a sperare nel comunismo è un illuso o un imbonitore mentre Marx, lo scienziato della “scienza dei modi di produzione”, non può essere ritenuto responsabile delle immaginazioni altrui.

3. Marx aveva sempre sostenuto che il suo laboratorio era stato l’Inghilterra, in quanto sede classica del modo di produzione capitalistico, cioè dei rapporti di produzione e di scambio ad esso corrispondenti. Tuttavia, già a fine ottocento e primi novecento il suo modello teorico, di fronte alla formazione dei grandi monopoli, cominciò a vacillare. Si erano formate grandi imprese (organismi composti da dipartimenti, settori, reparti ecc. ecc.) che non erano semplicemente le fabbriche che egli aveva avuto sotto gli occhi. In questi conglomerati produttivi e finanziari, estremamente articolati, la separazione tra manager e giornalieri è fin troppo evidente, per non parlare di tutta quella serie di ruoli (e funzioni) intermedi che vengono a stratificarsi tra gli uni e gli altri. La presagita sintesi dei saperi produttivi, la riunificazione tra operazioni intellettuali e manuali, resta un miraggio, anzi, al contrario si accelera la costituzione di una managerialità specialistica di elevato ingegno e doti strategiche, sospinta dalla tecnica, dalle innovazioni di prodotto (e non solo di processo), contrapposta di fatto agli operai. Questo mutamento obbliga ad un detour ideologico, il “soggetto rivoluzionario” non è più l’unione di dirigenti e operai, ma le sole tute blu mentre i “responsabili della produzione” sono considerati specialisti borghesi, soggetti inclini ad indentificarsi con le classi superiori che il proletariato deve tenere sotto stretto controllo “con i fucili puntati alla schiena” (Lenin). Con la descritta situazione viene a decadere la possibilità di una effettiva preponderanza sociale degli “sfruttati” sul grosso della società. La teoria leniniana dell’avanguardia, che include quella parte degli “intellettuali borghesi giunti alla comprensione del movimento della società nel suo insieme” (Marx) e la parte più cosciente degli operai, tenta proprio di colmare questo deficit egemonico. Le rivoluzioni guidate da simili avanguardie, in paesi dove erano i capitalisti ad essere più deboli e non i subordinati ad essere più forti, hanno ottenuto certo dei risultati ma non quelli sperati e, in ogni caso, nessuna costruzione del socialismo o del comunismo. Da simili rivolgimenti sono nati anche nuovi rapporti sociali che però, alla lunga, si sono dimostrati meno dinamici di quelli capitalistici, tanto da portare al fallimento delle società che li avevano instaurati (Unione Sovietica). Sinceramente, c’è anche da dire che lo stesso capitalismo, quello inizialmente tracciato da Marx, a partire dall’epoca dell’imperialismo, si è tramutato in qualcosa di diverso. Per questo il marxismo ha cominciato a mancare costantemente il “bersaglio”. La Grassa suggerisce la presenza di questa transizione e la fa coincidere con la supremazia americana, sospinta dalla strutturazione interna di quella formazione, nella quale si profila la genesi dei funzionari (privati) del capitale, diversa da quella inglese, preminente fino alla fine del ’800 inizio ’900. Gli Usa, che si rafforzeranno dopo due guerre mondiali, sconfiggeranno infine anche il “socialismo reale” e rimondializzeranno il pianeta imponendo a tutti il marchio del loro predominio.

4. Il mutamento storico impone ora un rinnovamento teorico perché il vecchio marxismo risulta inadatto ad interpretare la nuova realtà. Il capitalismo borghese, con laboratorio nella sua sede inglese, è metamorfosato in una direzione non prevista dal “Moro”, non è stato soppiantato dal comunismo di cui gli “sfruttati” erano classe intermodale di trapasso. Sulla base di queste considerazioni e dell’evoluzione, politica, sociale, culturale ecc. ecc. degli eventi l’analisi deve essere riorientata. La Grassa lo sostiene francamente: Mi sono quindi posto il compito di individuare la fallacia delle previsioni formulate in base alla teoria cui avevo aderito, attribuendola alla centralità che Marx aveva assegnato a: 1) la produzione (non nelle sue tecniche bensì nei suoi rapporti sociali) quale “base” sostanziale e struttura portante della società; 2) la divisione di quest’ultima in due classi antagoniste, la cui lotta doveva rappresentare la dinamica di quei rapporti e spingerli infine ad una trasformazione secondo un orientamento che sarebbe stato possibile individuare con certezza; classi caratterizzate, in modo preciso e inequivocabile, dalla “proprietà” (potere di disporre) o “non proprietà” dei mezzi impiegati nella produzione…Ho spostato la centralità in questione ponendola nel conflitto tra strategie (che sono l’essenza della POLITICA nel suo significato più generale, che non è quello della sfera di apparati designati con questo nome) applicate da diversi (non semplicemente due) gruppi sociali allo scopo di conseguire la supremazia in quella data formazione sociale e per una determinata epoca storica. Ho illustrato più volte quali conseguenze derivino da questo spostamento di centralità per quanto riguarda l’analisi della società, con particolare riferimento a quella detta capitalistica; e che credo nasconda il succedersi di almeno due formazioni sociali nel corso dell’ultimo secolo e mezzo, da quando Marx diede la sua definizione di rapporto sociale (di produzione) capitalistico. Ho definito queste due formazioni: capitalismo borghese (tipico del primo paese compiutamente capitalistico, l’Inghilterra) e società dei funzionari, o meglio ancora strateghi, del capitale (affermatasi più compiutamente negli Stati Uniti dopo la loro guerra civile e in particolare nella prima metà del XX secolo).

Dopo una lunga epoca, caratterizzata da pesanti crisi economiche (si indicano in particolare, la Grande Stagnazione del 1873-’96 e il crollo del 1929) e due dispute mondiali (nonché quasi mezzo secolo di confronto bipolare Usa-Urss conclusosi nel 1989-91), gli Stati Uniti, portatori di una formazione sociale differente da quella del capitalismo di matrice inglese, benché avente una struttura sempre fondata su mercato e impresa, hanno raggiunto un primato assoluto in quasi ogni campo.  In questo contesto, di pesanti rivolgimenti geo-politici, la lotta di classe (il conflitto Capitale/Lavoro – proprietari/non proprietari dei mezzi di produzione), i contrasti nella base economico-produttiva, su cui Marx basava parte del suo discorso, sono apparsi assolutamente secondari rispetto al resto. L’economia quale determinazione di ultima istanza per “leggere il capitale” è venuta a mancare. Le lotte tra i gruppi dominanti nella società globale, quelle orizzontali tra decisori di paesi diversi e quelle verticali tra gruppi dominanti all’interno di uno stesso contesto nazionale, hanno dimostrato di essere peculiarmente innervanti la dinamica sociale complessiva. Per tanto, l’autore di questo saggio, ha voluto porre l’accento sullo scontro tra agenti capitalistici, tra Stati e loro tessuti di connessione collettiva che vanno analizzati nell’insieme delle sfere sociali: economica (produttiva e finanziaria), politica (con le sue propaggini militari e d’intelligence), ideologico-culturale. I fatti della sfera economica non sono assolutizzanti, nonostante prendano spesso il davanti della scena, quanto più “volatili” appaiano. Essi sono funzionali ad una battaglia per la prevalenza, da attuarsi attraverso un confronto strategico, vero centro della questione.

Ma puntualizziamo meglio. “Politico” è tutto ciò che attiene alle strategie per primeggiare nei vari contesti umani. Per tale ragione, La Grassa, parla della POLITICA, non come insieme di apparati dell’omonima sfera o di agonismo per scopi elettorali (la sciocca democrazia da paragonarsi ad un sondaggio tra gli aventi diritto per offrire a quest’ultimi l’abbaglio di una partecipazione o lo “smercio” di una allucinazione che finga di rappresentarli nei loro interessi) , ma quale “strategia”, “serie successiva di mosse strategiche”, per affermare la propria visione delle cose e del mondo. Chi pensa meglio la propria situazione e si muove di conseguenza, in un campo di possibilità individuate astrattamente (perché si tratta di una costruzione della realtà tramite delle idee rigorose e non di una riproduzione fedele della materialità nel cammino del pensiero) e stabilizzate ai fini dell’azione, raggiunge una certa prevalenza (sociale, culturale, organizzativa, economica, ecc. ecc.) più o meno duratura ma non permanente, nell’ambito di quella data formazione sociale, logisticamente individuata. La POLITICA, intesa in tal guisa, è una modalità teorico-pratica (strategia e azione), per incidere nel quadro sociale, nelle sue segmentazioni e stratificazioni, nelle sue concrezioni più visibili che per comodità espositiva possono essere ridotte alle tre sfere citate. Questa riflessione ci libera dal “suprematismo” dell’economico, dalla “teologia” del denaro e dei suoi duplicati finanziari ma anche dalla teleologia marxiana secondo cui gli sconvolgimenti nella struttura economica della società (rapporti di produzione+forze produttive=modo di produzione, la presunta base reale, come se gli aspetti da Marx stesso definiti sovrastrutturali fossero irreali o non abbastanza reali) sono quelli fulcrali per aprire una fase di palingenesi nel corpo collettivo. L’approntamento delle strategie per raggiungere un predominio necessita di “energie” per sostenere i conflitti, oltre che della capacità pre-visionale per circoscrivere il migliore “campo” dove sfidarsi. Nella società capitalistica, il terreno economico viene sicuramente in maggiore evidenza per le caratteristiche del sistema il quale, come scriveva Marx, si presenta come un’immane raccolta di merci. La centralità dei mercati, sostenuta dal (neo)liberismo, da cui è oggi scaturita la globalizzazione mercantile, fa parte di questa visione superficiale. Tale approccio, in conseguenza dei suoi postulati, dà grandissima (troppa) importanza al “denaro”, quale equivalente generale, poiché esso “paga” il prezzo di tutto e chi ne dispone a sufficienza può comprare cose e persone da utilizzare nello scontro con gli avversari. La narrazione dominante obnubila, inoltre, il vero conflitto per la supremazia, che avviene tendenzialmente senza esclusione di colpi ma “riparato” sotto le virtù “concorrenziali” e “competitive” che, ispirate dalla mano invisibile, consentirebbero al più abile o meritevole – perché capace di fornire alla società beni e servizi di alta qualità a costi contenuti (il principio della razionalità strumentale, il minimax, minimo mezzo e massimo risultato) – di accedere ai più alti ranghi del benessere e del prestigio. Il neoliberismo crede, pertanto, che tutto debba essere lasciato al mercato, con decisa riduzione dell’intervento dello Stato in economia, in quanto i suoi meccanismi intrinseci sono in grado di auto-correggere gli eventuali squilibri tra domanda e offerta, portando prosperità a tutta la civiltà. Questa è una posizione ingenua per due ordini di ragioni. Presuppone che la razionalità strumentale risolva ogni orizzonte umano (ignorando che i saperi strategici precedono e indirizzano le scelte economiche e non solo quelle), inoltre, occulta il ruolo svolto dai Paesi più avanzati, militarmente e tecnologicamente, nel dettare le leggi che influenzano i rapporti mercantili. La potenza, invece, permette a chi la detiene di fare e interpretare le regole a proprio favore e piacimento. Peraltro, non è affatto vero che il mercato sia il deus ex-machina che vogliono farci credere. In un saggio notevole, l’economista coreano Ha-Joon Chang tratta il tema del rapporto imprese-mercato in questi termini:

Con lo sviluppo del capitalismo, settori sempre più vasti dell’economia sono stati dominati da grandi società. Questo significa che è cresciuta l’area dell’economia capitalista coperta dalla pianificazione. Per fare un esempio concreto, oggi una porzione compresa tra un terzo e la metà del commercio internazionale, a seconda delle stime, è fatta di trasferimenti tra differenti unità all’interno di società transnazionali. Herbert Simon, un pioniere degli studi di organizzazione delle imprese, riassunse sinteticamente questo punto nel 1991 in Organisations and Markets, uno degli ultimi articoli da lui scritti. Se un marziano, senza pregiudizi, venisse sulla terra e osservasse la nostra economia, scherzava, penserebbe forse che i terrestri vivono in un’economia di mercato? No, diceva, concluderebbe quasi certamente che i terrestri vivono in una organizational economy (economia organizzativa), nel senso che il grosso delle attività economiche della terra sono coordinate, all’interno delle aziende (organizzazioni), piuttosto che tramite transazioni di mercato tra aziende diverse. Se le aziende fossero rappresentate dal verde e i mercati dal rosso, diceva Simon, il marziano avrebbe visto “grandi spazi verdi interconnessi da linee rosse”, piuttosto che “una rete di linee rosse che connettono spazi verdi”. E noi pensiamo che la pianificazione sia morta. Simon non includeva la pianificazione statale, ma se l’aggiungiamo le moderne economie capitaliste sono ancora più pianificate di quanto suggerito dalla prospettiva del marziano. Tra la pianificazione all’interno delle imprese e i vari modelli di pianificazione statale, le moderne economie capitaliste risultano essere pianificate in misura molto elevata. Un punto interessante da sottolineare è che i paesi ricchi sono più pianificati dei paesi poveri, data l’ampia presenza di grandi società, e spesso la più diffusa presenza dello stato (anche se in genere meno visibile, dato il suo approccio più sottile). ( Ha-Joon Chang, 23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo, Il Saggiatore).

In questa sede non ci interessa tanto l’aspetto della cosiddetta pianificazione capitalistica, che pur è rilevante, ma un altro tema che l’economica dominante tende a ideologizzare con spiegazioni di comodo: il rapporto tra imprese e mercato, “appianato” ricorrendo a sotterfugi quasi spiritistici, come la mano invisibile di smithiana memoria, quale specie di “orologio biologico” del sistema economico che regola tutti i suoi ritmi. Per l’economia mainstream le imprese operano nel mercato ma risultano separate da questo. Sono immerse in esso come corpi avulsi che ne subiscono gli impulsi e i condizionamenti ad ogni livello. Il primo sarebbe pertanto l’ambiente esterno delle seconde, un habitat che con le sue leggi universali e imperiture, prima fra tutte la concorrenza, norma le attività di tali apparati privati. Ma è proprio così? Simon, con il suo esempio delle zone verdi (imprese) interconnesse da linee rosse (mercati) coglie intuitivamente qualcosa in più anche se non giunge al punto. Almeno però respinge l’idea superficiale del mercato come ambiente altro dagli attori collettivi che vi opererebbero “dentro”. Ma esiste realmente un dentro ed un fuori dal mercato? Per l’economica ufficiale, che intende lo spazio mercantile come superficie piana su cui si collocano singolarità imprenditoriali fondamentalmente speculari, ed aventi un potere tendenzialmente equivalente (valendo le leggi quasi perfette della competizione), ovviamente sì. Ma se tale “spazio” viene inteso come una sfera nella quale si snodano trame conflittuali tra più soggetti che operano per conquistare una posizione di predominio (tanto sociale e politico che economico), allora no o non del tutto. Se la seconda ipotesi è verosimile anche l’interconnessione simoniana appare inadeguata a spiegare tutta la “faccenda”. L’economia organizzativa, comunque fondata sulla razionalità strumentale (minimo mezzo – massimo risultato, con opportuni correttivi che tengano conto degli obiettivi di lungo periodo, in ossequio ai quali è lecito e possibile accettare piccole perdite immediate per una maggiore stabilità futura, quindi contravvenendo occasionalmente al modello per un miglioramento organizzativo), non coglie il vero lavoro strategico che le imprese svolgono per affermarsi sulle altre. Le sole strategie economiche risultano insufficienti per spuntarla sui competitori essendo i profitti, in un contesto capitalistico pienamente sviluppato, uno strumento per confliggere e primeggiare e non l’obiettivo “esistenziale dell’impresa” tout court. Un’impresa dominante (parliamo soprattutto dei grandi giganti del mercato) non resta mai tale se non è in grado di innovare continuamente ma pure se non è capace di far fuori gli avversari con manovre extraeconomiche. Anche a questo serve la sua “intelligence” interna. Carpire i segreti del “nemico”, elaborare strategie “di guerra” servendosi di tutti i mezzi a disposizione, inclusi i legami istituzionali, e, perché no, quelli “delinquenziali” ecc. ecc. La Grassa, invece, illustra magistralmente questi concetti. Egli dice che nell’impresa operano due diversi tipi di razionalità. I marxisti, ma anche gli economisti “sistemici”, hanno sempre pensato che ruolo precipuo dell’impresa (nella sua riduzione a fabbrica) fosse quello di garantire la migliore combinazione dei fattori produttivi (capitale e lavoro) al fine di produrre, con le risorse a disposizione, il massimo possibile. Questa razionalità del minimax agisce, senza ombra di dubbio, dal lato tecnico-produttivo, essendo la stella polare che orienta l’azione dello “strato” che si occupa degli esiti della produzione e nella quale sono implicati (in maniera subordinata) anche i lavoratori (più e meno qualificati). Già questo mette in evidenza che il gruppo dei tecnici e degli ingegneri, deputati agli indirizzi produttivi, è direttamente collegato al comando del management strategico, dal quale riceve precisi input che devono essere convertiti lungo gli anelli della catena dell’impresa (riorganizzazioni processuali con impiego di tecnologie sempre più avanzate, ma anche per la realizzazione di nuovi output) con lo scopo di aumentare la produttività del lavoro.

I lavoratori subordinati, meri esecutori degli ordini provenienti dal settore tecnico-ingegneristico, non hanno alcuna possibilità di intervenire su questi processi poiché sono inseriti in attività lavorative fortemente parcellizzate o direttamente guidate dalla combinazione “macchinica”. La conoscenza globale del processo produttivo (i c.d. saperi produttivi), dal lato tecnico, è prerogativa degli specialisti della produzione, almeno per quel che concerne intere sezioni o dipartimenti nei quali l’impresa è scorporata; questo sapere non è uniforme e si ripartisce, a sua volta, tra i vari specialisti che dirigono tecnicamente i diversi settori aziendali. Anzi, contrariamente a quanto affermava il marxismo economicistico, il sapere all’interno della produzione non tende ad omogeneizzarsi e a diffondersi capillarmente lungo la collana dei profili lavorativi, “lo specialismo” tende, invece, a moltiplicarsi con una progressione geometrica. La razionalità strategica, al contrario, attiene esclusivamente ai gruppi di comando che guidano le imprese (proprietà o disposizione sui mezzi produttivi), i quali gestiscono il coordinamento tra le varie parti (dipartimenti) ed orientano le risorse esitate dal lavoro sottostante nella lotta per la preminenza nell’ambiente “esterno”. Questo ambiente esterno non coincide semplicemente col mercato ma è qualcosa di molto più complesso che comprende anche la politica e le influenze ideologiche. Il mercato stesso non è il luogo che comincia dove finisce l’impresa o, più scarnamente, quello dove le imprese si scontrano per vendere i loro prodotti (senz’altro anche questo). Il mercato è direttamente nell’impresa così come l’impresa è immersa nel mercato:

[…] nelle relazioni tra le sue varie parti (sezioni, dipartimenti, divisioni) che sono di tipo sia più propriamente gerarchico sia caratterizzate da determinate forme di decentramento e flessibilizzazione dell’organizzazione intera; per cui quest’ultima si basa su ordini imperativi, sul coordinamento imposto dall’alto verso il basso, ma anche su rapporti interimprenditoriali.

Come si può ben capire, La Grassa sposta completamente il fulcro dell’analisi dalla fabbrica – intesa come organismo unitario che si limita a trasformare dati input in dati output, secondo la combinazione dei fattori produttivi e i metodi del plusvalore (in primis “relativo”) – all’impresa, che è invece “un aggregato, internamente coordinato dal gruppo di comando, di entità produttive, disposte generalmente su linee collaterali, ma che nel loro complesso configurano una piramide gerarchica di funzioni e ruoli sociali.” (La Grassa, Microcosmo del dominio, CRT). Dunque,

non è né l’ottimale combinazione dei fattori produttivi, secondo i dettami dell’economica neoclassica, né il massimo profitto da ottenere con i metodi del plusvalore soprattutto relativo… così come sostenuto dal marxismo tradizionale. A parità di ogni altra condizione, si persegue l’efficienza economica, cioè il principio della massima economizzazione dei mezzi, ma solo se questa è in accordo con l’efficacia dell’attività svolta per prevalere nell’ambiente mercantile, uno spazio i cui confini e la cui trama interrelazionale interna sono tracciati dalle azioni conflittuali delle varie imprese in reciproca lotta. L’efficienza tende a conseguire il massimo profitto (plusvalore) che rappresenta il fondo cui attingere per svolgere con efficacia la competizione interimprenditoriale. Essendo però il successo in quest’ultima il fine principale perseguito da ognuno dei molti capitali in conflitto per la preminenza, l’efficacia è prioritaria rispetto all’efficienza…  l’efficacia nella lotta, e dunque la prevalenza conseguita tramite questa, è il fine supremo di ogni funzione capitalistica; l’efficienza nell’organizzazione interna ad ogni impresa – e dunque il perseguimento di quello scopo secondario che è il massimo profitto da conseguire con il miglior uso di dati mezzi (economica neoclassica), o con l’estrazione del massimo plusvalore da una data forza lavoro (marxismo) – è un semplice mezzo in relazione allo scopo principale, di carattere strategico e decisivo. Accade spesso che l’efficienza… entri in contraddizione con il fine principale, quello della migliore strategia per… conseguire la supremazia. In questo caso, si può ben sacrificare l’efficienza, si possono “sprecare” risorse, non seguendo perciò il principio (neoclassico) dell’economicità né quello (marxista) dell’estrazione del massimo pluslavoro/plusvalore (G. La Grassa, Gli Strateghi del Capitale, Manifestolibri).

Questo è, onestamente, un passo avanti nel tentativo di comprendere le categorie essenziali dei capitalismi odierni che gli economisti di “regime” trasformano in idòla, utili alle loro carriere ma inutili al resto dell’umanità.

5. Il discernimento della situazione nel “campo di stabilità” è una questione complessa che non si rende intelligibile ricorrendo alle “specifiche” della razionalità strumentale; occorre invece la capacità di orientarsi nel mondo dell’agente strategico. Per raggiungere la preminenza, in ciascuna delle sfere sociali in cui si è suddivisa la realtà, ci vuole “scienza, conoscenza e arte”, in quanto non è sol(tanto) questione di calcoli, di analisi costi-benefici, anzi, lo stratega può lungamente derubricare l’utilità immediata per raggiungere obiettivi più alti, appunto strategici, in momenti successivi. La razionalità strumentale procura sicuramente le risorse con le quali è poi possibile scontrarsi coi nemici per primeggiare. Ma non è il nocciolo della questione, l’elemento vitale che avrebbe acceso la divaricazione “bipolare” (lavoratore collettivo cooperativo, inglobante il gran numero delle funzioni e degli individui vs speculatori sparuti ma controllanti la “bestia statale”), tra classi nemiche a prescindere dai contesti nazionali o culturali, contrariamente a quello che pensava Marx, il quale è comunque lungimirante da scorgere: Il costante accrescimento delle classi medie che si trovano nel mezzo, fra gli operai da una parte e i capitalisti e i proprietari fondiari dall’altra, in gran parte mantenute direttamente dal reddito, e che gravano come un peso sulla sottostante base lavoratrice e accrescono la sicurezza e la potenza sociale dei diecimila soprastanti (Karl Marx, Teorie sul plusvalore, vol. II). Lo svolgimento preventivato da Marx non si è concretato, la società odierna non ha visto affatto scomparire i suoi corpi intermedi perché assorbiti dalla classe “sottostante” (a sua volta non unificatasi e allargatasi agli alti ranghi ingegneristici ma ridottasi persino di numero nelle sue schiere operaie), il “diaframma” delle classi medie si è mostrato molto flessibile, consustanziale all’esistenza dei capitalismi e non destinato a dissolversi, offerente agli strati superiori, e non a quelli salariati di infimo status, le sue teste preparate. Il concetto stesso di “medietà” di tali corpi è divenuto ripostiglio di incomprensioni e di scarsa propensione allo studio dei cambiamenti sociali. Il conflitto strategico cerca di afferrare tutti questi aspetti (novità) e prova a superare l’impasse in cui è precipitato il marxismo. La razionalità strategica, il conflitto strategico (precipuamente quello nei gangli del comando) schiude finalmente la Storia a inconsuete e originali esegesi, sempre meglio della solita “solfa” sulla lotta di classe che non rende più perspicua la nostra contemporaneità e garantisce rifugio a molte canaglie, sedicenti rivoluzionarie ma passate al nemico senza autocritica. Il sol dell’avvenire non viene ed è meglio farsene una ragione piuttosto che insistere utopisticamente con teorie fintamente emancipative e degradate a religioni, professate da approfittatori della credulità popolare. La Grassa, comunque, ammette che in Marx, esisteva un elemento oggettivo convincente (la proprietà, il potere di disposizione, o non proprietà dei mezzi di produzione) che stabiliva in anticipo (e non come discettava Althusser durante il reciproco confronto) gli schieramenti sociali e le modalità di trapasso da una formazione sociale all’altra (schiavismo, feudalesimo, capitalismo). La Storia (era) esattamente storia di lotte di classe. Ma i processi storici di transizione, che vengono colti ex-post, non sono una necessità oggettiva della Storia medesima. Sono accaduti e vengono riscontrati ma è improbo definirne lapalissianamente la “ragione” causante. Forse la nostra ragione è più adatta a scorgere l’intersoggettività sociale, anche quella dei conflitti, per quanto debba sforzarsi di porre un “principio originario” (che non è semplicisticamente un mito fondativo), come ha fatto Marx elaborando la nozione dell’accumulazione originaria. Il conflitto strategico può essere allora coerentemente posto al centro dell’evoluzione storica delle formazioni sociali. Il conflitto dà “tono” all’agire e crea le masse d’urto per le “battaglie” dalle quali, infine, escono vincenti e perdenti, con conseguente riparametrazione dei rapporti di forza i quali, tuttavia, non si danno una volta per tutte col medesimo “settaggio”. La Storia non muore mai, non si placa, perché lo squilibrio incessante del “reale” è il suo motore. Tale squilibrio, dettato dal fluire caotico del reale, può ben essere, mutatis mutandis, la nostra “accumulazione originaria”. Il flusso è pensato, o meglio, immaginato (con la creatività delle forme artistiche) ma non può essere attraversato. Immersi in esso ci sentiremmo alla deriva, come nel cosmo sconfinato. Per agire nello scorrimento del tempo e dello spazio (sociali) i gruppi devono creare campi di stabilità in cui muoversi (razionalmente) con l’intento di conseguire scopi. Meta delle mete è la supremazia sugli altri contendenti che nasce dalla convinzione di avere convinzioni più adatte al progresso particolare e generale. Le élites o avanguardie sorgono su questi presupposti. I drappelli decisori (i quali devono, in ogni caso, associare alla propria progettualità blocchi consistenti di popolazione per avere “massa” d’impatto), che egemonizzano un dato campo di stabilità, avvertono il pericolo di potenziali rivali pronti a scalzarli, sentendosi anche questi portatori di sorti ancor più magnifiche e progressive di quelle istituite. Si alimentano così “movimenti vari di conflitto e di alleanza (ma ai fini del conflitto poiché, come si dice, l’‘unione fa la forza’) tra gruppi vari”. Il flusso squilibrante del reale sospinge i gruppi ad affrontarsi, i conflitti diventano inevitabili a lungo andare, imponendo il traguardo della supremazia ai vari livelli: economico, politico, ideologico-culturale. La POLITICA nel senso di serie di “mosse strategiche” è, pertanto, il perno di questo “gioco” senza fine (della Storia).

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