I SIMILI

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Carlo De Benedetti dà dell’imbroglione a Berlusconi per aver corrotto un giudice. Non è nostra intenzione rettificare un tal giudizio. Tuttavia, è nostro dovere affermare che ci vuole una gran faccia di tolla per additare la pagliuzza negli occhi altrui con una trave conficcata nei propri.
Il Giornale di proprietà del Cavaliere ha provveduto a ricordare a De Benedetti le scorrerie finanziarie che lo hanno reso ricco, oltre all’onta subita della carcerazione agli albori di Mani pulite.
In realtà, c’è di peggio nel curriculum di De Benedetti. Avere approfittato della politica e di amicizie in alto loco per accaparrarsi bocconi prelibati dell’industria di Stato a prezzi “stracciati” prima e dopo Tangentopoli. Ricordiamo la svendita dell’agroalimentare dell’Iri che non si trasformo’ in un regalo vero e proprio solo per l’intervento di Craxi. Inoltre, e’ noto il suo coinvolgimento in quelle trame che, tra varie vicissitudini, condussero alla fine della I Repubblica.
Ne parlava già molti anni fa Paolo Cirino Pomicino, grande protagonista della vecchia classe dirigente: “E’ marzo 1991. Carlo De Benedetti viene a trovarmi al ministero del Bilancio. Mi espone un progetto, che sta elaborando con diversi amici, industriali e giornalisti, per affidarlo poi ad alcuni uomini politici…Il progetto di cui mi aveva parlato De Benedetti nel marzo 1991 prevedeva la sconfitta della Dc alle elezioni che erano in programma per l’aprile 1992. Per questo dopo Cernobbio cominciò una martellante campagna stampa a favore dei partiti che costituivano il nuovo asse, Pds e Pri soprattutto, oltre che a favore della Lega, capace di sottrarre molti consensi alla Democrazia Cristiana nelle regioni del Nord. Purtroppo, però, non andò così: alle elezioni del 5 aprile 1992 la vecchia Dc vinse ancora con quasi il 30% dei consensi (nei successivi otto anni nessuno riuscirà a raggiungere tale livello). E fu tuttavia, subito dopo quel risultato, che agli strateghi della destabilizzazione Scalfari e De Benedetti, innanzitutto, venne l’idea di favorire con decisione la scorciatoia giudiziaria. Bisognava, dunque, dare forza ai pubblici ministeri fornendo loro elementi d’indagine fondamentali, enfatizzare le loro iniziative, pretendere che chiunque fosse colpito da avviso di garanzia rassegnasse subito le dimissioni. Dimissioni da tutto, nel caso anche dalla vita. Ai magistrati in cambio si offrivano popolarità e potere. Fu così che la tenaglia si formò…Nel 1991, però, i poteri forti decidono di abbandonare l’alleanza con la Dc e di stringere un patto con il Pds di Achille Occhetto. In quel momento la sinistra comunista è molto debole e culturalmente allo stremo. La sua debolezza è, però, la sua salvezza. Il mondo che con una forzatura definisco ‘azionista’, guidato operativamente da Carlo De Benedetti ed Eugenio Scalfari, sotto la regale benevolenza della famiglia Agnelli, capisce infatti che è il momento giusto per cambiare cavallo…Il progetto prevedeva che la Dc fosse ridotta a stampella centrista di uno schieramento dominato dall’ex partito comunista…Chi si schierava dalla parte del progetto studiato dalla grande borghesia in cambio aveva l’immunità giudiziaria da un reato comune a tutti i partiti, quello del finanziamento illegale della politica.”
Le cose poi andarono un po’ diversamente, perché il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. La gioiosa macchina da guerra di Occhetto, che avrebbe dovuto spianare la strada ai progressisti catto-comunisti, si inceppò e il disegno di portare al governo i nuovi servitori dei poteri forti, esteri ed interni, si concretò per vie molto più contorte e inaspettate.
Il principio di Wundt trovava ulteriore riscontro. Il risultato di trasformare l’Italia in una appendice, priva di autonomia degli Usa e dell’Ue, fu però pienamente realizzato anno dopo anno, governo dopo governo.
De Benedetti è un traditore della patria esattamente come Berlusconi che nel 2011 sacrificò Gheddafi e gli interessi italiani per preservare i cazzi suoi. I due sono cugini (nel senso di Trilussa), qualsiasi epiteto si lancino.

E LE FOIBE?

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E le foibe? Le foibe sono il solito rozzo argomento che i nostalgici di destra usano per rintuzzare i nostalgici di sinistra che li accusano di crimini fascisti e nazisti. Succede pure oggi, dopo la scoperta di una nuova foiba in Slovenia. Quotidiani e politici di una certa area ne hanno prontamente approfittato per denunciare “i criminali comunisti guidati dal Maresciallo Tito”, come ha scritto un leader di partito sulla sua pagina Fb. Tuttavia, non si combatte un cretino diventando un cretino e mezzo. Un cretino si respinge facendo buon uso della ragione storica, soprattutto, a molti anni di distanza da certi tragici avvenimenti. Gli statisti di quel periodo atroce di conflitti non possono essere definiti “boia”, epiteto troppo in voga sui giornali per etichettare capi di Stato scomodi, poiché nessuno di loro lo è stato. Nemmeno quelli che hanno perso e sono stati coperti d’infamia ben oltre quanto appurato e documentato (dai vincitori). Non vado oltre ma ci siamo intesi. I “crimini” dello Stato non sono nemmeno tali. Solo chi non comprende la sua natura di “apparto di apparati” che monopolizza l’esercizio della forza e della “egemonia corazzata di coercizione” (Gramsci) cade in un abbaglio del genere. Lo so che viene insegnato altro, che lo Stato sarebbe organo “contemperatore” degli interessi generali o, anche, di armonizzazione delle istanze dei vari gruppi sociali, oppure ancora di distribuzione di garanzie sociali. Ve lo insegnano ma mentono. In ogni caso, gli Stati non sono sistemi delinquenziali, tipo la mafia, e questo anche quando commettono quelli che ci appaiono “delitti” brutali. Sia chiaro che da un punto di vista morale, assassinii e stragi tali restano, azioni certamente esecrabili, ma applicare il moralismo alle questioni di Stato, per di più in una fase di guerra, è esercizio da anime belle o da “partigiani” del “giorno dopo”. Quelli che dopo Piazzale Loreto, fatto altrettanto indegno, da fascisti si straformarono istantaneamente in democratici. Un tempo, politici e giornalisti non erano così scemi quanto oggi. Non si buttavano su temi complicati, ai quali non sono avvezzi, con tanta crassa ignoranza e opportunismo. Prendete, ad esempio, la dichiarazione di un Cossiga: “Ho difeso apertamente la coerenza di quel partigiano comunista che al recente congresso dell’Associazione nazionale Partigiani d’Italia ha difeso con orgoglio le «foibe» ed i compagni comunisti jugoslavi, tra gli applausi onesti, coerenti e sinceri dei vecchi partigiani”.
La vecchia classe politica che aveva vissuto in prima persona quei momenti drammatici riusciva a comprendere. Non soltanto emotivamente, si badi bene, ma storicamente e socialmente. Oggi, invece, che siamo governati da spaventapasseri e da giornali ridotti alla carta straccia sentiamo dire amenità che fanno cascare le braccia. Come scriveva giustamente La Grassa qualche anno fa sull’argomento: “…Il fascismo non popolò di italiani quelle zone (così come fece in Alto Adige)? Crediamo ancora che [gli italiani] siano “brava gente”, che “aiutino” le popolazioni sottoposte al loro dominio coloniale? Ci siamo scordati quello che abbiamo combinato in Libia, in Etiopia (gasificando le popolazioni), in Albania, in Grecia e, per l’appunto, in Jugoslavia? E pensavamo di essere trattati con i guanti? Siamo forse di una specie “superiore” che non può essere maltrattata da una presunta “inferiore”? E possiamo con tanta leggerezza parlare di “pulizia etnica”? Fino a prova contraria, eccessi ce ne sono sempre stati, e sempre ci saranno, durante guerre, rivoluzioni, sconvolgimenti politici e sociali, ecc. …Nelle foibe non metto in dubbio che siano stati buttati persino innocenti o comunque alcuni che non meritavano la morte (come non la meritavano i serbi uccisi dalla d’alemiana “difesa integrata”, cioè dai bombardamenti aerei compiuti al seguito degli USA nel 1999; qualche autorità italiana, e in primo luogo l’attuale “indignato” Ministro degli Esteri, ha chiesto scusa e perdono per quei morti?). Ci saranno stati anche, come durante la Resistenza italiana (ed in ogni rivolgimento politico-sociale), vendette personali, regolamenti di conti, persino omicidi per appropriarsi della “roba”. I giudizi complessivi su eventi storici di quella portata si emettono in base a tali iniquità inevitabili? Si parla poi di “rivalsa sociale”. La rivoluzione compiuta dai comunisti di Tito (qualunque giudizio si voglia dare su di essa, magari anche assai negativo) non può però essere considerata in nessun caso una semplice rivalsa sociale…”
Purtroppo, i “destri” non riescono a fare a meno di cadere nel tranello teso loro dai “sinistri”, i quali la buttano in “caciara” sul passato per coprire la verminosa contemporaneità, e se non è ciò dobbiamo allora considerarli in solidarietà antitetico-polare con quelli nel propalare vecchi rancori e odi per coprire le loro responsabilità attuali, che sono gravissime. Basta lacrime di coccodrillo, finti buoni sentimenti e stantie recriminazioni. Bisogna guardarsi intorno, e non indietro, per identificare i veri farabutti che, hic et nunc, stanno massacrando l’Italia.

TI PREOCCUPI DI BILL GATES PERCHÉ SEI UN BAMBINO CHE NON USA LA TESTA

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Il potere non è persona ma rapporto sociale (a dominanza). Bisogna finirla con l’attribuire a singoli uomini “di potere” proprietà mefistofeliche o la capacità di elaborazione di piani diabolici che escono da una sola mente per modificare il mondo esterno. Questo modo di (non) ragionare e di personalizzare le dinamiche collettive, oltre che ad essere infantile, rappresenta una distrazione dal nostro obiettivo di comprendere società e socialità nel profondo. Chi indulge nella denuncia dell’uomo “cattivo” antiumanitario è nemico della scienza e dell’intelligenza, indispensabili a dipanare la realtà. Peggio ancora è amico del nemico che dice di combattere, sia in buona che in cattiva fede. Ritengo opportuno riportare qui due riflessioni in proposito. La prima di Gianfranco la Grassa da un saggio inedito in lavorazione. La secondo di Carl Schmitt sulla natura del potere. “Somatizzare” il potere, esaurirlo nell’incarnazione demoniaca di un Bill Gates o di un George Soros, è superficialità intellettuale. Chi si perde nella psycho-logia, nella sede dei sentimenti, non afferrerà mai la “natura” del potere che è oggettiva ed impersonale. Il potere produce fasci di ruoli e funzioni, a seconda di una certa scala e gerarchia. Gli individui concreti sono l’escrescenza inutile ma ineliminabile della sua logica riproduttiva. Il potere non ha volto perché anche quando si “incarna” le sue facce umane sono irrilevanti e intercambiabili. Il Potere, allora, non si può cambiare? Il Potere non cambia ma cambia il potere (attraverso conflitti, conflitti per il potere, che innervano il tessuto sociale).

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…il capitale non è cosa ma rapporto sociale. E ciò vale anche per la forma sociale schiavista, feudale e ogni altra. Conta la forma “storicamente specifica” dei rapporti associativi tra individui – riuniti in gruppi con diversi ruoli e funzioni – e non certo la forma delle ricchezze possedute da alcuni gruppi. Ancora più negativo e sviante – spesso volutamente sviante da parte di “critici critici” della società, in realtà pienamente al servizio dei dominanti di quel dato periodo storico – è il mettere in primo piano la diseguaglianza “crescente” nel possesso di beni tra i differenti gruppi della gerarchia sociale. In tal caso, abbiamo a che fare con imbroglioni fatti e rifatti, i cui libri “critici” non a caso vengono pubblicati e venduti al massimo per deviare la giusta comprensione della dominazione di certi gruppi al vertice della società. E simili “guasconi”, vili e miserabili, vengono portati nelle alte sfere degli apparati ideologico-culturali per confondere sempre più le idee dei dominati. Tanto per fare un esempio concreto, il potere da combattere oggi non è nelle mani di Soros o Bill Gates. Questi si godono le loro immani ricchezze, ma sono strumenti di poteri dominanti, che non hanno mai un nome preciso. Possiamo anche indicare Obama o Trump; sempre nomi di personaggi i cui poteri dipendono dalla forma dei rapporti sociali in una determinata fase storica e dagli apparati secondo cui tale forma è strutturata.
Gli effettivi poteri dominanti appartengono sempre alla forma “stabilizzata” di questi apparati, di date forme organizzative dei rapporti sociali. E apparati e forme organizzative hanno alle loro dipendenze soprattutto gruppi ben attrezzati all’uso della forza e della coercizione per chiunque voglia mettere in discussione quella forma di potere e quelle modalità di ascesa allo stesso, che non sono la semplice ricchezza “finanziaria”. Certamente diceva bene il nostro Gramsci: l’uso della forza e della coercizione vanno “conditi” con l’egemonia ideologico-culturale; ma solo “conditi” perché se ad un certo punto la cosiddetta “rabbia delle masse” fuoriesce da certi limiti – e soprattutto se trova infine una élite organizzata e ben strutturata in grado di dirigerla – la coercizione si scatena e tenta di ripristinare “l’ordine”, cioè quella forma storica di dominanza/subordinazione.
Bisogna allora contrapporgli con decisione altri strumenti di forza e coercizione, che annientino quelli dei “dominanti” al vertice del potere. I “soldi” dei grandi finanzieri possono servire, ma soltanto servire (quelli al potere, ma talvolta con il tentativo di ingraziarsi anche gli avversari); la violenza è l’autentico ultimo gradino della lotta per abbattere un certo potere dominante o di quest’ultimo per restare in vetta. I finanzieri, contro tutte le apparenze, sono dei “subordinati” al potere, dei loro “umili servi”. Chi si dirige contro di loro è di fatto al servizio dei dominanti in quel determinato periodo storico. Basta considerare questi falsi e bugiardi quali critici del capitalismo, addirittura atti a rivitalizzare il pensiero di Marx. Si tratta solo dei ben noti “Demoni” di Dostoevskij, falsi rivoluzionari al pieno servizio dei potenti ormai in declino e che le tentano tutte per restare in sella. (La Grassa).

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… “il potere è una grandezza indipendente, anche di fronte al consenso che lo ha creato e vorrei ora mostrarle che non sempre è a vantaggio di chi lo detiene. Il potere è una grandezza oggettiva ed autonoma rispetto a qualsivoglia individuo umano, che, di volta in volta, lo detenga nelle proprie mani… [Che cosa significa grandezza oggettiva e autonoma?] Significa qualcosa di molto concreto. Si renda conto che anche il più terribile dei potenti rimane legato ai limiti della natura umana, all’insufficienza della comprensione umana e alla debolezza dell’anima umana. Anche l’uomo più potente deve mangiare e bere, si ammala e invecchia come tutti noi… La realtà del potere passa sopra la realtà dell’uomo. Io non dico che il potere dell’uomo su un altro è buono. Non dico neanche che è cattivo. Dico però che è neutro. E mi vergognerei come essere pensante di dire che è positivo, se sono io ad averlo e negativo se a possederlo è il mio nemico. Mi
limito ad affermare soltanto che il potere è per tutti, anche per il potente, una realtà a sé stante e lo trascina nella propria dialettica. Il potere è più forte di ogni volontà di potere, più forte di ogni bontà umana e fortu-natamente anche di ogni malvagità umana.” (Carl Schmitt).

L’ITALIA GHIGLIOTTINATA

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Apprendo da un articolo su Il Giornale che è uscito, finalmente tradotto in italiano, The italian guillotine (Aracne, pagg. 346, euro 18), testo che noi abbiamo compulsato in inglese tanti anni fa. In esso si tratta del famigerato golpe giudiziario che agli inizi degli anni ’90 cancellò un’intera classe politica per far spazio a “uomini nuovi” disposti ad accollarsi la svendita dell’Italia in un diverso contesto mondiale. La tesi del libro può essere così riassunta: “Un gruppo di magistrati altamente politicizzati, in larga maggioranza orientati a sinistra, agendo come pubblici ministeri, hanno usato una legittima inchiesta giudiziaria per perseguire, selettivamente, i loro nemici politici, ignorando o minimizzando misfatti simili dei loro alleati politici. L’investigazione di fondo è stata un’inchiesta su pratiche che erano andate avanti per decenni… I magistrati sono stati abbondantemente appoggiati da un gruppo di quotidiani e settimanali, tutti di proprietà di alcuni pochi grandi industriali che avevano una chiara posta in gioco nel successo del colpo di Stato.” L’autore del saggio, S. Burnett, disse in una successiva intervista che: “Il pool non si è limitato ad applicare la legge ma ha speso molte energie per eliminare il pentapartito sapendo che a beneficiare di questa operazione sarebbe stato il PDS. Per questo si chiama golpe. […] Con l’eliminazione del pentapartito tutti davano per scontata la presa del potere del PDS alle elezioni del 1994. Ricordo che a fine 1993 ricevetti al CSIS [Centro Studi Strategici internazionali di Washington] Giorgio Napolitano e lo presentai come il prossimo ministro degli Esteri”.
In realtà, chi muoveva i fili dei giudici e delle combriccole politiche ed economiche nazionali erano certi servizi statunitensi. Non importa se dietro il terremoto di tangentopoli ci fosse la Cia o l’Fbi, come riportano alcune ricostruzioni. Ciò che conta è che il piano fu elaborato oltreatlantico e realizzato grazie ai numerosi tradimenti interni italiani. Dalle “soffiate” del mafioso siciliano Buscetta, alla rapida carriera in magistratura dell’ex poliziotto Di Pietro, protagonista indiscusso di una pubblica accusa che utilizzava il tintinnio di manette per spaventare gli imputati, fino all’appoggio indiscusso ai giudici dei cattocomunisti (sinistra DC ed ex picciisti), ogni tassello del quadro di sconvolgimento nazionale si andò ad incastrare anche se il disegno non si completò del tutto, grazie alla “discesa in campo” di Berlusconi il quale frenò l’avanzata della “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto e catalizzò il malcontento del vecchio elettorato democristiano e socialista vincendo le elezioni nel ‘94. Il ceto politico governativo della prima Repubblica (il grosso della DC e del PSI) fu eliminato perché non si sarebbe mai piegato ad una retrocessione dell’Italia tra i paesi più pezzenti della sfera egemonica statunitense, come invece è puntualmente avvenuto dopo. Che si trattò di persecuzione nei confronti di una sola parte politica e non di un’altra viene fuori anche da quanto rivelato dalla magistrata Tiziana Parenti, addetta alle indagini sulle tangenti al Pci, la quale fu bloccata e non poté andare fino in fondo. La Parenti uscì dal pool investigativo perché, a suo dire, le venne impedito di indagare sul Pci: «Me ne andai perché c’erano state delle gravi incomprensioni sulla necessità di approfondire le indagini e ci fu una scelta di chiudere il capitolo, fatta però più da D’Ambrosio che da Borrelli>>>. C’era una tangente cospicua di cui parlò Gardini che sarebbe bastata per colpire i vertici comunisti, invece fu solo fu seguita fino ad un certo punto, coinvolgendo quasi esclusivamente Greganti, il Compagno G, per aver intascato la somma per sé (ci sarebbe da ridere). Di Pietro ebbe la faccia tosta di dire che “la giustizia deve perseguire una persona fisica perché non può porre sotto accusa un partito”. Il Pci prese i soldi come tutti ma non pagò le conseguenze come tutti.
Da allora l’Italia è diventata mero zerbino di Usa ed Europa e finché ci si lascerà governare e giudicare da quei personaggi (e loro epigoni) che svendettero il Paese agli stranieri non avremo mai possibilità di risollevarla.

A CENTOCINQUANT’ANNI DAL “MANIFESTO” COMUNISTA

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Questo testo è stato per l’essenziale scritto nel dicembre 1997. E’ stato poi presentato l’anno successivo con qualche correzione (in specie di nota) all’importante Convegno Internazionale di Parigi dedicato al 150° anniversario del Manifesto marxiano del 1848. Il caro amico Jacques Texier (di “Actuel Marx”) – già scomparso da qualche anno con mio vero dolore – lo tradusse in francese per il libro che uscì poco dopo con un buon numero degli interventi fatti a quel convegno. Prendetemi pure per presuntuoso, ma mi sono inorgoglito rileggendolo a distanza di oltre 22 anni. Chiunque sappia qualcosa del dibattito marxista svoltosi fino ad oggi potrà rendersi conto di quanto fossi già piuttosto avanti, in quell’epoca abbastanza lontana, nel ripensare una teoria che considero essenzialmente scientifica proprio perché corrisponde a ciò che è la scienza nel suo necessario e continuo sviluppo mediante rilevanti modifiche del precedentemente pensato ed elaborato. Invito soprattutto i giovani amici a leggersi il testo e a ripensare la necessità di andare ancora più avanti, sempre più avanti.  

di Gianfranco La Grassa

1. Chiunque torni oggi alla lettura del Manifesto del partito comunista di Marx-Engels, scritto tra il dicembre del 1847 e il gennaio dell’anno successivo, non può a mio avviso non ricavarne una duplice e contraddittoria sensazione: di un documento insieme moderno e segnato ormai irrimediabilmente dal lungo periodo trascorso da allora, periodo in cui si è consumata la vicenda di un movimento comunista spesso grandioso, e che ha prodotto effetti storici rilevanti e per l’essenziale positivi, per poi entrare nel lungo tunnel di un poco edificante declino, in effetti irreversibile già ben prima della sua indecorosa fine, sanzionata dagli avvenimenti dei recenti anni 1989-91.

Folgoranti sono, ad es., le pagine del Manifesto in cui si parla della mercificazione generale di ogni aspetto della vita sociale nonché di quella personale, quando anche la virtù, l’onore, la dignità, ecc. diventano sempre più oggetti di scambio, quando il calcolo in denaro travolge progressivamente ogni residua resistenza morale. Assolutamente moderne appaiono le pagine dedicate alla succinta illustrazione della diffusione del capitalismo, all’estensione irresistibile del suo mercato a livello mondiale, dove sembra di leggere – ma con intento critico e non di glorificazione – le più recenti esaltazioni della globalizzazione capitalistica, del superamento delle funzioni degli Stati nazionali (comunque a base territoriale), ecc.

A questo proposito, è anzi bene imparare la lezione del Manifesto, poiché indubbiamente già a quel tempo Marx ed Engels erano convinti che lo sviluppo capitalistico avrebbe ben presto esaurito la fase dei nazionalismi; l’unione internazionale dei proletari, dei lavoratori, era vista non come un qualcosa da semplicemente propagandare e costruire, facendo affidamento sulla mera forza delle idee e sulla volontà di riscatto sociale delle masse (e dei loro “illuminati” ispiratori), bensì come un risultato del processo di completa internazionalizzazione del modo di produzione capitalistico e delle sue dinamiche riproduttive. Malgrado il primo, e anche lungo, periodo di sviluppo di un movimento operaio internazionale, e in particolare del movimento comunista internazionale, alla fine si è visto di quanto egoismo nazionale, di quante ristrette e localistiche interpretazioni del socialismo e comunismo (o quanto meno della cosiddetta emancipazione del mondo del lavoro), di quanta unità formale e divisione reale, fosse intessuta l’ideologia di tali movimenti, che solo raramente hanno collaborato con effettiva unione di intenti.

Questa è stata anzi una delle più grandi delusioni dei comunisti, nata da un decisivo e radicale errore di previsione (che dipende, evidentemente, da altri e più gravi, di cui tratterò più avanti). E’ però abbastanza curioso che oggi proprio quelli che in tempi non lontanissimi (e alcuni anche attualmente) non mettevano minimamente in dubbio le affermazioni “internazionaliste” di Marx ed Engels, e poi via via di quasi tutti gli altri comunisti successivi, in riferimento al movimento dei lavoratori, siano i più entusiastici propagandisti, o almeno i più convinti assertori, della internazionalizzazione del capitale e dei suoi agenti. Non sono più i proletari, gli operai (la Classe per antonomasia), i lavoratori salariati, ad essere internazionalisti (e questo è purtroppo vero); sarebbero i capitalisti, i grandi imprenditori industriali e finanziari ad essere “transnazionali”, cosmopoliti, e questo può essere vero superficialmente, per certi aspetti individuali, non sufficienti però a recidere determinate radici, anche (non dico solo) nazionali o comunque territoriali, del capitale, delle sue varie unità produttive, dei suoi differenti sistemi economici, in reciproca competizione nelle diverse aree mondiali.  

2. Eguale sapore di modernità e, nel contempo, sensazione di un tempo ormai passato trasmette la lettura della terza parte del Manifesto, riguardante le varie classificazioni dei socialismi e comunismi premarxisti; sarebbero comunque da rileggere certe succinte e secche affermazioni sul socialismo di ascendenza cristiana e sul socialismo tedesco o “vero” socialismo e sugli altri. Importantissima è la parte che riguarda il socialismo e il comunismo utopici, poiché pur riconoscendo ad essi la capacità di formulare critiche anticapitalistiche basate su una individuazione spesso acuta, e per gli autori del Manifesto talvolta anche corretta, dei caratteri specifici della formazione sociale moderna, viene nettamente ribadito che il comunismo non può affermarsi in base a precetti astratti, al puro appello al desiderio di giustizia e di moralità degli uomini, al presunto loro sentirsi tutti fratelli (più o meno fortunati e dotati di maggiori o minori mezzi materiali a sostegno dei loro differenti tenori di vita), per cui la predicazione del comunismo – e la dimostrazione pratica della sua possibilità e bellezza attraverso l’esempio di piccole comunità (del tipo dei “falansteri” di Fourier, delle “colonie in patria” di Owen, dei cabetiani progetti di comunità comuniste in America, ecc.) – avrebbero permesso la progressiva, e pacifica, instaurazione del comunismo stesso, anche “in mancanza di quelle condizioni materiali della sua [del proletariato, comunque, e non di tutti gli uomini in generale; ndr] emancipazione, le quali non possono essere che il prodotto dell’epoca borghese”.

E’ invece proprio alla presenza di queste condizioni materiali, al loro sviluppo concomitante e intrinseco a quello del modo di produzione capitalistico, che fa riferimento il Manifesto, che per questo indica come scientifico il socialismo e il comunismo in esso preconizzato, previsto appunto come sbocco dello sviluppo di detto modo di produzione e delle sue forze produttive che in esso vanno sempre più socializzandosi ed entrando in contrasto insanabile con i rapporti di produzione (di appropriazione privata dei prodotti) tipici del capitalismo. Nel Manifesto, insomma, si dispiega pienamente la concezione fondamentale di Marx ed Engels, che già alcuni anni prima (1845) avevano scritto: “Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente [il modo di produzione capitalistico e le sue dinamiche di sviluppo, che si presumeva andassero socializzando in misura crescente le forze produttive; ndr]”.

Questo sembra essere il punto principale sul quale intenderei soffermarmi: il socialismo e comunismo marxista – come più tardi indicherà Engels nel suo volumetto dal titolo significativo: L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza – non intende fare prediche agli “uomini di buona volontà”, pretende invece di avere scoperto le “leggi” che presiedono allo sviluppo delle società umane; ma in modo del tutto particolare pensa di avere individuato nella società a modo di produzione capitalistico l’ultima forma di società divisa in classi antagonistiche – di cui l’una, minoritaria, sfrutta l’altra, quella maggioritaria, vivendo del plusprodotto (nella forma societaria capitalistica espresso come plusvalore) da quest’ultima creato – poiché la classe in essa sfruttata, essendo stata separata dal, ed espropriata del, possesso di tutti i mezzi di produzione, non può più ribellarsi ed emanciparsi dallo sfruttamento se non eliminando ogni e qualsiasi forma di proprietà di detti mezzi, che ne affidi il potere di disporre, l’uso, ad una parte soltanto della società. La classe sfruttata nel capitalismo non potrà che avocare alla collettività tutta tale proprietà, con ciò eliminando ogni possibilità di sfruttamento degli uni da parte degli altri e creando così, per la prima volta nella storia (a parte il caso di società umane ancora assai primitive, non a caso “preistoriche”), una società senza più classi e antagonismi tra classi.

Si tratta di capire quali sono le condizioni materiali, sviluppate dallo stesso modo di produzione capitalistico, che consentirebbero la trasformazione (rivoluzionaria) della società capitalistica in società comunista. Il marxismo ha sempre insistito sulla “socializzazione delle forze produttive”, riferendosi appunto principalmente a quelle dette materiali. La prima questione che viene subito in evidenza è quella legata al passaggio alla manifattura e poi alla grande industria basata sulle macchine e su tecnologie sempre più complesse e produttive. Tale trasformazione è d’altronde immediatamente connessa alla separazione del lavoro intellettuale (le potenze mentali della produzione) da quello manuale, prima intimamente uniti nel lavoro dell’artigiano; nonché alla divisione del processo lavorativo in operazioni sempre più minute, il cui sincronico coordinamento soltanto – che implica contemporaneamente la riunione negli stessi luoghi di lavoro di decine, e poi centinaia, e poi migliaia, di operai – permette la produzione dei diversi prodotti-merce. Il coordinamento in oggetto è nell’industria affidato appunto alle macchine, alla tecnica, che è la concretizzazione, il “precipitato”, del processo di crescente simbiosi tra scienza e produzione (attività lavorativa di trasformazione); e nella produzione meccanizzata, tecnicizzata, il lavoro umano socialmente combinato trova un potenziamento mille e mille volte superiore a quello della somma dei singoli lavori individuali.

La socializzazione implica inoltre il collegamento di sempre più vaste zone del mondo fra loro (fino poi a coinvolgere il mondo stesso nella sua interezza), per cui ogni dato prodotto, in ogni data unità produttiva dislocata in ogni data località geografica, ha bisogno per la sua produzione di sempre più numerosi prodotti di altre, e sempre più numerose, unità produttive dislocate in aree mondiali sempre più lontane e sempre più ampie. Il collegamento in questione, tra molte unità produttive in molte parti del mondo, è nel capitalismo attuato per mezzo della rete degli scambi mercantili. L’idea centrale del Manifesto, ma poi di tutto il marxismo, è che l’ampliarsi del mercato – implicante, per la sua crescente generalizzazione, la vendita in forma di merce della forza lavoro e costituito da un sempre più fitto intrico di relazioni conflittuali, competitive, tra le diverse unità produttive capitalistiche – si fonda sia sull’aumento continuo della classe operaia, poiché molti piccoli proprietari precapitalistici e poi anche molti capitalisti falliscono cadendo nel proletariato, e pochi centralizzano nelle loro mani la proprietà dei mezzi di produzione, sia sulla crescita dello sfruttamento (della estrazione di plusvalore, in specie relativo) e sull’impoverimento, soprattutto relativo, di tale classe, costituita inoltre in misura sempre maggiore da individui spossessati delle loro attitudini lavorative professionali, ridotti sempre più a lavoro generico, privo di particolare qualificazione (e dunque di infimo valore in quanto merce); una massa di individui, insomma, sempre più simili fra loro quanto a condizioni e abitudini di vita, a mentalità, a cultura, a “presa di coscienza” della loro inferiorità sociale provocata dallo sfruttamento capitalistico, ecc.  

Lo sviluppo del modo di produzione capitalistico spinge dunque al superamento di se stesso in direzione del socialismo e comunismo; certamente non si può sostenere, con ferreo determinismo, la necessità del passaggio (transizione) al modo di produzione comunistico, ma indubbiamente le condizioni di possibilità di una sua affermazione sono, per Marx ed Engels, oggettivamente contenute nei processi da cui è caratterizzato il movimento autoriproduttivo dei rapporti sociali dominanti nel capitalismo. Quanto appena affermato non cancella affatto l’esigenza della rivoluzione proletaria, ma quest’ultima è solo la “levatrice di un parto”, che a un certo punto diventa già maturo nelle viscere stesse della società del capitale. I meccanismi di sviluppo di quest’ultima – centralizzazione dei capitali, restringimento dello strato sociale dei proprietari capitalisti e forte estensione invece del proletariato, contraddistinto al suo interno da una sempre maggiore uniformità delle condizioni di vita e di lavoro e da un comune senso di appartenenza di “classe” (se non addirittura da una comune “coscienza di classe”) – prepara, forgia, il soggetto della rivoluzione contro il capitale; e a un certo punto dovrebbe “suonare l’ultima ora della proprietà privata capitalistica” e “gli espropriatori dovrebbero essere espropriati”. Nel suo sviluppo, perciò, il modo di produzione capitalistico riprodurrebbe, rafforzandolo, il dominio della classe borghese e nel contempo, contraddittoriamente, preparerebbe e rafforzerebbe anche il suo antagonista storico e il suo affossatore: il proletariato rivoluzionario.

3. Come ben si vede, dalle condizioni materiali relative alla socializzazione crescente delle forze produttive siamo passati a quella condizione “soggettiva” rappresentata dalla formazione della classe antagonista del capitale, cui sarebbe affidato il compito della rivoluzione per l’emancipazione generale della società da una qualsiasi forma di sfruttamento, per l’affermarsi cioè del comunismo, di una società senza più classi.

Questa condizione soggettiva non dipende però certo, per Marx ed Engels, da una predicazione di buoni sentimenti, dall’appello ad esigenze di giustizia, di solidarietà, di fratellanza di “tutti” gli uomini (senza distinzione di classi di appartenenza), ma è invece anch’essa un portato oggettivo del movimento di riproduzione dei rapporti di produzione capitalistici. D’altra parte, senza questo presupposto, senza cioè la formazione del soggetto agente nella rivoluzione anticapitalistica, la semplice socializzazione delle forze produttive (le cosiddette condizioni materiali) non potrebbe conseguire alcun risultato trasformativo della società. Delle due l’una: o si pensa che lo sviluppo di dette condizioni materiali crea la possibilità della trasformazione rivoluzionaria, ma poi, per realizzare quest’ultima, si crede sia sufficiente fare appello alla coscienza degli uomini (in generale) affinché essa si adegui alla crescente socializzazione delle forze produttive; oppure detta possibilità può concretizzarsi solo se, contemporaneamente, lo sviluppo capitalistico forma anche (oggettivamente) i soggetti antagonisti, gli agenti del suo superamento. E’ questa seconda via quella pensata, ipotizzata, dai fondatori del marxismo; ed è per questo che essi pretesero essere la loro teoria un “socialismo scientifico” e non più utopico.

E’ proprio su questo punto che è necessario concentrare l’attenzione perché qui ci si rende conto, purtroppo, di quanta acqua è passata sotto i ponti da allora. D’altronde, è bene essere chiari: non si può tornare indietro, non si deve credere in un comunismo “cristiano”, miserabilista, solidaristico, da “predica della domenica”, da comunità di fedeli (in realtà da caserma, così come è stato quello affermatosi nel ‘900 in vari paesi a basso grado di sviluppo, non solo produttivo ma anche sociale, e che è stato poi quello propagandato come il “Nuovo Paradiso” da tutti i partiti comunisti). Se lo sviluppo oggettivo del sistema capitalistico non produce, per dinamiche sue intrinseche, i soggetti della rivoluzione in direzione del comunismo, è meglio lasciare alla “Storia” il compito di trovare le sue originali vie di trasformazione dell’attuale società, anche se magari il risultato non sarà la società senza più classi antagoniste, la fine di ogni sfruttamento, l’emergere dell’“uomo nuovo”, ecc.

Nel Manifesto, comunque, il soggetto della rivoluzione comunista sarebbe il proletariato. In una nota di Engels all’edizione inglese del 1888 si chiarisce che “per proletariato si intende la classe degli operai salariati moderni, che, non possedendo nessun mezzo di produzione, sono costretti a vendere la loro forza-lavoro per vivere”. E’ dunque evidente che, in questo contesto, i fondatori del “socialismo scientifico” pongono nella sostanza come sinonimi proletariato, classe operaia e lavoro salariato. Naturalmente, si deve dare per presupposta l’ormai avvenuta scissione tra potenze mentali della produzione e lavoro semplicemente manuale (e, in generale, meramente esecutivo). I rivoluzionari sono quindi, oggettivamente e potenzialmente, i lavoratori manuali salariati, in particolare quelli della grande industria basata sulle macchine. L’idea fondamentale di Marx ed Engels è che lo sviluppo industriale (accompagnato dai processi di centralizzazione del capitale) scinderà, tendenzialmente, la società in due blocchi nettamente distinti e contrapposti: un numero sempre minore di capitalisti proprietari ed una massa sempre crescente di operai.

Si formano evidentemente delle figure sociali intermedie; basti pensare ai “sottufficiali e ufficiali” della gerarchia di fabbrica. Inoltre “non appena l’operaio ha finito di essere sfruttato dal fabbricante e ne ha ricevuto il salario in contanti, ecco piombar su di lui gli altri membri della borghesia, il padrone di casa, il bottegaio, il prestatore a pegno, e così via”. Tuttavia, più in generale, “quelli che furono sinora i piccoli ceti medi, i piccoli industriali, i negozianti e la gente che vive di piccola rendita, gli artigiani e gli agricoltori, tutte queste classi sprofondano nel proletariato…”.

L’idea centrale del Manifesto è comunque ben chiara e definita: i rivoluzionari sono fondamentalmente gli operai, i proletari, l’esercito (crescente) dei lavoratori manuali dell’industria. E lo sono perché l’industria, come già considerato, si esercita in fabbriche di sempre maggiori dimensioni che – sia  nel loro complesso sia, e questo appare decisivo, fabbrica per fabbrica – impiegano masse crescenti di lavoratori salariati. L’applicazione sempre più estesa della scienza alla produzione, cioè la crescente dimensione degli apparati tecnologici impiegati in fabbrica, espropria i lavoratori delle loro conoscenze specifiche e li rende sempre più omogenei gli uni agli altri. La loro riunione a centinaia e migliaia nello stesso luogo di lavoro, la sorveglianza, l’addestramento e la rigida disciplina quasi militari, i ritmi lavorativi sempre più intensi e tuttavia caratterizzati da crescente monotonia e ripetitività, la vicinanza e contiguità dei posti di lavoro che consente agli operai di scambiarsi opinioni e manifestarsi reciprocamente il loro scontento per condizioni di lavoro e di vita sempre più simili, miserabili e squallide, renderebbero oggettivamente questa classe l’antitesi, la negazione più radicale, della moderna forma storica di società (della storicamente specifica formazione sociale capitalistica).

Al di là della previsione, rivelatasi errata, di una sempre più larga, ed esponenziale, crescita del proletariato di fabbrica e della tendenziale scissione della società in due grandi classi antagonistiche – una sempre meno numerosa e l’altra sempre più numerosa – con in mezzo dei ceti sociali o in via di sprofondamento nella classe operaia o mantenuti dal crescente plusvalore (relativo) estratto a quest’ultima, non vi è dubbio che manca nelle indicazioni del Manifesto, così come mancherà spesso nel marxismo di questo secolo, la considerazione che – se anche le ipotesi poste si fossero rivelate esatte – il proletariato industriale, più precisamente la classe operaia di fabbrica, non avrebbe potuto rappresentare la classe “universale”, portatrice degli interessi più generali della società nel suo insieme, poiché essa sarebbe comunque ormai spossessata e separata totalmente dalle potenze mentali della produzione. Giusta era certo la critica al “socialismo feudale” e a quello piccolo-borghese, che pensavano ancora nei termini di un ritorno all’unità di braccio e mente tipica dell’artigianato precapitalistico, questo sì ormai destinato alla scomparsa o riduzione al lumicino, ma in ogni caso nessuna classe, per quanto maggioritaria, può divenire egemone nella società sulla base della prestazione di un lavoro meramente esecutivo e nettamente subordinato alla direzione altrui, con il logico corollario della incapacità di esprimere una cultura complessiva – che implica pure la formazione e l’emergere dal proprio seno di un ceto intellettuale – in grado di soppiantare quella della classe precedentemente dominante (e dirigente).

Solo ne Il Capitale, (in specie nel terzo libro curato e pubblicato da Engels), e nel cosiddetto Capitolo sesto inedito, Marx porrà in modo nettamente diverso il problema della classe antagonistica rispetto alla borghesia capitalistica. Leggiamo insieme, e con pazienza, questi lunghi passi decisivi e assai illuminanti (oltre che veramente assai più avanzati dell’elaborazione de Il Manifesto): “Trasformazione del capitalista realmente operante in semplice dirigente, amministratore di capitale altrui, e dei proprietari del capitale in puri e semplici proprietari, puri e semplici capitalisti monetari [….] In queste condizioni il profitto (e non più soltanto quella parte del profitto, l’interesse, che trae la sua giustificazione dal profitto di chi prende a prestito) si presenta come semplice appropriazione di plusvalore altrui, risultante dalla trasformazione dei mezzi di produzione in capitale, ossia dalla loro estraniazione rispetto ai produttori effettivi, dal loro contrapporsi come proprietà altrui a tutti gli individui realmente attivi nella produzione, dal dirigente fino all’ultimo giornaliero (corsivo mio; ndr). Nelle società per azioni la funzione è separata dalla proprietà del capitale e per conseguenza anche il lavoro è completamente(corsivo mio) separato dalla proprietà dei mezzi di produzione e dal plusvalore”. E ancora: “Poiché con lo sviluppo della sottomissione reale del lavoro al capitale e quindi del modo di produzione specificamente capitalistico, il vero funzionario del processo lavorativo totale non è il singolo lavoratore [l’artigiano precapitalistico; ndr], ma una forza-lavoro sempre più socialmente combinata, e le diverse forze-lavoro cooperanti che formano la macchina produttiva totale partecipano in modo diverso al processo immediato di produzione delle merci o meglio, qui, dei prodotti – chi lavorando piuttosto con la mano e chi piuttosto con il cervello, chi come direttore, ingegnere, tecnico, ecc., chi come sorvegliante, chi come manovale o come semplice aiuto –, un numero crescente di funzioni della forza-lavoro si raggruppa nel concetto immediato di lavoro produttivo, e un numero crescente di persone che lo eseguiscono nel concetto di lavoratori produttivi, direttamente sfruttati dal capitale e sottomessi al suo processo di produzione e valorizzazione. Se si considera quel lavoratore collettivo che è la fabbrica, la sua attività combinata si realizza materialmente e in modo diretto in un prodotto totale, che è nello stesso tempo una massa totale di merci – dove è del tutto indifferente che la funzione del singolo operaio, puro e semplice membro del lavoratore collettivo (corsivo mio), sia più lontana o più vicina al lavoro manuale in senso proprio”. E “tutto questo significa la soppressione del modo di produzione capitalistico, nell’ambito dello stesso modo di produzione capitalistico, quindi è una contraddizione che si distrugge da se stessa, che prima facie si presenta come semplice momento di transizione verso una nuova forma di produzione [in tutta evidenza quella comunistica; ndr]. Essa [….] ricostituisce una nuova aristocrazia finanziaria, una nuova categoria di parassiti nella forma di escogitatori di progetti, di fondatori e di direttori che sono tali semplicemente di nome(corsivo mio)”.

4. Non credo ci sia bisogno di molti commenti. Il soggetto antagonista del capitale e suo affossatore, quel soggetto che sarebbe creato oggettivamente, per dinamica endogena del modo di produzione capitalistico, non è la semplice classe operaia in senso stretto, non è il solo proletariato industriale, di fabbrica (e sottolineo l’uso continuo di questo termine da parte di Marx, che non possedeva, perché non poteva possedere a quell’epoca, il concetto moderno di impresa), bensì il lavoratore produttivo collettivo, “dal direttore all’ultimo giornaliero”. In questo lavoratore collettivo, o combinato, si effettuerebbe, per Marx, il ricollegamento – certamente non più a livello individuale, come nell’artigiano – tra direzione ed esecuzione, tra potenze mentali della produzione e lavoro manuale, tra braccio e mente.

La mera proprietà capitalistica, dei mezzi di produzione, si trasforma di fatto in proprietà monetaria, in proprietà finanziaria, in proprietà dei titoli della proprietà. Si forma insomma una nuova classe signorile, parassitaria come quella medievale, il cui parassitismo, però, il cui vivere di rendita, non attiene al possesso della terra, bensì a quello di tutti i mezzi impiegati nella produzione; e tuttavia non direttamente come nel caso dei primi capitalisti, dei capitalisti agenti nella forma concorrenziale del mercato, che erano anche capaci di dirigere i processi produttivi e quindi avevano il possesso reale dei vari mezzi di produzione. Qui il possesso diventa formale , è mediato dal possesso dei titoli della proprietà, titoli che si rappresentano nella loro pura forma finanziaria, come capitale di fatto monetario, per cui l’intero plusvalore estratto al lavoratore collettivo di cui sopra è nella sostanza un mero interesse, una (quasi) rendita (finanziaria), mantiene del profitto il simulacro, la veste giuridica (presentandosi quale dividendo sulla proprietà azionaria).

In questo modo, viene indubbiamente posto in modo del tutto corretto il problema della nuova classe dirigente ed egemone, in grado di far “transitare” la società dalla sua forma capitalistica a quella comunistica, senza più antagonismi di classe. La centralizzazione monopolistica dei capitali – risultato necessario della competizione tra i molti capitalisti esistenti nella forma di mercato concorrenziale – comporta l’estraniazione della proprietà dai veri e propri processi produttivi, dove si afferma una nuova figura sociale, quella del lavoratore collettivo, nel cui ambito tutti, chi con il braccio e chi con la mente, cooperano ad un unico sbocco produttivo. In detto “lavoratore” esistono certamente delle differenziazioni gerarchiche – soprattutto durante la prima fase, o fase inferiore, del comunismo (quella denominata poi socialismo), che vede la società, appena uscita dal dominio capitalistico, ancora segnata dalla diseguaglianza sociale da quest’ultimo provocata – ma nel contesto di una ormai tendenziale unificazione cooperativa dei vari organismi lavorativi, per cui non sussisterebbero più i veri e propri antagonismi di classe, ma al massimo quelle che molto più tardi Mao denominerà “contraddizioni all’interno del popolo”.

L’oggettiva condizione sociale che potrebbe realmente garantire la rivoluzione comunista, cioè il soggetto antagonista del capitale, il suo affossatore, in quanto rappresenterebbe la stragrande maggioranza della società a fronte di un ormai piccolo pugno di sfruttatori parassiti, è precisamente rappresentata da questo corpo sociale lavorativo di tipo cooperativo, cui la proprietà capitalistica si appaleserebbe ormai completamente estranea in quanto nuova classe di tipo signorile. Come il lettore è in grado di capire perfettamente, siamo a questo punto ben lontani dalle indicazioni del Manifesto del ’48, ben lontani dalla previsione di una radicale e completa rivoluzione anticapitalistica, con transizione al comunismo, guidata dal semplice proletariato di fabbrica, dalla classe operaia della grande industria basata sulle macchine, dai lavoratori salariati soltanto esecutivi, anzi manuali. Le potenze mentali della produzione sociale – che anch’esse, fra l’altro, come indicato dallo stesso Marx nei Grundrisse e ne Il Capitale, sarebbero interessate da un processo di crescente reciproco coordinamento, di simbiosi, di sostanziale unione cooperativa, tale da dar vita ad una sorta di “intelletto generale”, di sapere scientifico-tecnico intimamente intrecciato ed organico (non scisso in innumeri specialismi così com’è in realtà successo) – si sarebbero per l’essenziale ricongiunte al lavoro manuale; e così pure le capacità direttive alle attività esecutive.

La formazione del lavoratore collettivo rende più credibile anche la possibilità del passaggio alla proprietà veramente collettiva dei produttori associati. Come tutti sanno, tale proprietà, dopo la pretesa rivoluzione proletaria del ’17 in Russia, e poi negli altri paesi del cosiddetto “campo socialista”, è stata sempre e soltanto statale. Su questo punto già Il Manifesto è molto chiaro. Il proletariato si sarebbe servito “della sua supremazia politica per strappare alla borghesia, a poco a poco, tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, vale a dire del proletariato stesso organizzato come classe dominante, e per aumentare, con la massima rapidità possibile, la massa delle forze produttive. Naturalmente, sulle prime tutto ciò non può accadere, se non per via di interventi dispotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione, vale a dire con misure che appaiono economicamente insufficienti e insostenibili(corsivi miei), ma che nel corso del movimento sorpassano se stesse e spingono in avanti, e sono inevitabili come mezzi per rivoluzionare l’intero modo di produzione”.

Più chiaro di così! La proprietà dello Stato e le misure che questo prende contro i diritti di proprietà borghesi, ecc. sono considerate necessarie come primo passo, ma anche insufficienti e addirittura insostenibili in una prospettiva di autentica transizione al comunismo; e si sta parlando di uno Stato che si suppone possa essere strumento del proletariato – cioè della grande maggioranza della popolazione – organizzato come classe dominante. E’ evidente che il comunismo deve essere supportato non dalla mera proprietà statale, bensì da quella collettiva dei produttori associati. Tuttavia, di tale proprietà collettiva debbono sussistere le condizioni oggettive; e queste non possono limitarsi a quelle materiali (la scienza e la tecnologia, l’organico coordinamento dei processi produttivi e la socializzazione delle forze produttive in essi operanti); è necessaria la formazione del lavoratore collettivo cooperativo, in quanto maggioranza della popolazione che non potrà non individuare nella classe capitalistica, ormai parassitaria ed estranea alla produzione, il proprio nemico da esautorare di ogni potere.

5. La teoria di Marx appare ben costruita ed estremamente realistica, tenuto conto degli sviluppi del modo di produzione capitalistico e dei caratteri più appariscenti che quest’ultimo manifestava alla metà dell’800; colpiva, in particolare, l’attenzione dell’osservatore la presenza di grandi stabilimenti industriali, di fabbriche di sempre maggiori dimensioni, in cui venivano impiegati sistemi meccanici sempre più giganteschi e complessi messi in moto, e seguiti quali loro mere appendici, da moltitudini di operai privi di specifiche qualificazioni, erogatori di un “lavoro in generale” la cui attribuzione alla categoria dell’“astrazione [….] non è soltanto il risultato mentale di una concreta totalità di lavori” poiché “l’indifferenza verso un lavoro determinato corrisponde a una forma di società in cui gli individui passano con facilità da un lavoro all’altro e in cui il genere determinato del lavoro è per essi fortuito e quindi indifferente. Il lavoro qui è divenuto non solo nella categoria, ma anche nella realtà (corsivo mio), il mezzo per creare in generale la ricchezza, ed esso ha cessato di concrescere con l’individuo come sua destinazione particolare. [….] Qui, dunque, l’astrazione della categoria ‘lavoro’, il ‘lavoro in generale’, il lavoro sans phrase, che è il punto di partenza dell’economia moderna, diviene per la prima volta praticamente vera (corsivo mio)”.

Nella fabbrica sono presenti, in quantità relativamente limitata rispetto all’esercito dei “soldati semplici”, cioè degli operai, dei lavoratori manuali ed esecutivi, “sottufficiali e ufficiali”, cioè sorveglianti, tecnici, ecc. Vi è poi un apparato amministrativo, di contabilità, non eccessivamente esteso, ed infine la proprietà che spesso ha l’ultima parola in fatto di direzione generale della produzione (di fabbrica), anche se quasi sempre coadiuvata da un ristretto gruppo di dirigenti stipendiati. In queste condizioni, nulla di più facile, e corretto per l’epoca, che pensare all’aumento continuo delle dimensioni delle unità produttive capitalistiche – sempre più vaste e ramificate, sempre più meccanizzate, dotate di attrezzature continuamente innovate e più potenti e produttive – come alla crescente estensione dei fenomeni appena indicati.

Tuttavia, va applicato a Marx quanto egli stesso sostenne più volte: l’analisi scientifica comincia sempre post festum, solo quando la nuova forma di un determinato organismo (non solo sociale) si è già formata da una forma precedente (e si ricordi sempre, al proposito, la ormai ben famosa analogia che rinvia all’anatomia della scimmia e a quella dell’uomo). Oggi siamo in presenza dell’“uomo” – il capitalismo moderno basato su quell’unità di produzione che è l’impresa – ed esistono perciò maggiori possibilità di capire anche la “scimmia”, cioè il capitalismo dell’epoca di Marx, la cui struttura produttiva appariva fondata sulla fabbrica, sullo stabilimento industriale. Non si possono imputare a Marx errori di valutazione. Egli ha compiuto nel miglior modo possibile, tenuto conto dei suoi tempi, l’analisi del modo di produzione capitalistico; sono i marxisti ad essere rimasti fermi a quelle analisi, certo assai affascinanti, che hanno però mostrato la corda nel corso di più di un secolo.

L’impresa odierna ha poco a che vedere con l’unità produttiva capitalistica tipica dell’800. La scienza economica, sia quella tradizionale che quella critica di derivazione marxista, ha continuato a trattare sostanzialmente l’impresa quale unità, cellula base, della produzione capitalistica, anche se di dimensioni sempre più grandi, enormi. L’impresa è unitaria esclusivamente sotto il profilo giuridico (e spesso nemmeno sotto questo). Essa è un coacervo, più o meno organico ma comunque sempre tendenzialmente organizzato secondo un assetto gerarchico, di più entità produttive, dove per produzione deve intendersi, in senso lato, un processo di trasformazione di certi input in certi output, assegnando alla trasformazione non soltanto un più stretto significato industriale (di fabbrica), ma anche quello di acquisizione e “lavorazione” dei dati amministrativi fra cui quelli contabili, di raccolta ed elaborazione delle informazioni riguardanti i mercati di acquisto (dei fattori produttivi) e di vendita (dei prodotti), di ricerca e applicazione di innovazioni (di processo e di prodotto), di studio dei modelli, dei materiali e dei metodi per realizzarli nella produzione effettiva, di acquisizione e gestione dei mezzi finanziari, di analisi dell’organizzazione del lavoro e delle relazioni (anche gerarchiche) interne a gruppi produttivi omogenei (omogeneità di prodotto o di tipo di lavorazione) e tra i gruppi, ecc.

Al di sopra di tutto questo corpo lavorativo – internamente assai differenziato come tipo e condizioni di lavoro, come livello gerarchico e di reddito e dunque come condizioni di vita e status sociale – esiste un apparato direttivo, suddiviso tra le diverse sezioni e dipartimenti dell’impresa; un apparato in parte costituito da tecnici, in parte da amministratori e da coordinatori di più vasti insiemi di unità lavorative costituenti l’impresa. Al vertice, infine, sta lo “Stato Maggiore”, i “generali” dell’esercito imprenditoriale moderno, costituito dal supremo gruppo dirigente – talvolta proprietario dei pacchetti azionari di comando dell’impresa, talvolta semplicemente remunerato con quello che appare essere uno stipendio – che hanno comunque, qualsiasi ne sia la formagiuridica, il reale controllo e possesso di tutti i mezzi, materiali e finanziari, impiegati nell’impresa, e che si interessa non tanto delle tecniche “produttive” in atto nei diversi dipartimenti imprenditoriali, quanto più specificamente delle politiche e delle strategie dell’impresa nei confronti dell’ambiente esterno – il mercato, l’insieme delle altre imprese con cui si è in relazione conflittuale, o anche di collaborazione ai fini della competizione con altri gruppi imprenditoriali, nonché il complesso degli apparati politici, delle istituzioni sociali, delle strutture massmediologiche, ecc. – oltre che delle funzioni di controllo generale di carattere interno, concernente le relazioni, spesso caratterizzate da forti frizioni, tra le (e il coordinamento delle) diverse parti di cui è formata l’impresa onde accrescerne la potenza e le capacità concorrenziali.    

Data la speciale strutturazione dell’impresa moderna, alcune conclusioni si impongono. La forma salariata del lavoro sembra estendersi sempre più, poiché anche molte funzioni dirigenti, persino al massimo livello, appaiono così remunerate. Sarebbe, però, voler chiudere gli occhi di fronte all’evidenza, non riconoscere che, dietro la forma, si nasconde ormai una sostanza di mille e mille tipi di lavoro tra loro profondamente diversi, sia in senso verticale (gerarchia, livelli estremamente differenziati di redditi salariali, di status sociale e di posizioni di potere, ecc.) sia in senso orizzontale in riferimento a lavori differenti pur se di livello (gerarchico e salariale) paragonabile. Non è per nulla in marcia un processo di più generale assimilazione di condizioni di lavoro, di vita, di status sociale, ecc., così come il marxismo ha sempre supposto con una tenacia, contraria all’evidenza, degna di miglior causa. Non è a tutt’oggi minimamente in atto una tendenza alla formazione di un corpo lavorativo, collettivo e cooperativo (“dal direttore all’ultimo giornaliero”), in cui si ricongiungano potenze mentali della produzione e lavoro manuale, attività direttiva ed esecutiva, in cui sia di rilevanza vieppiù minore che qualcuno presti la mente e qualcun altro il braccio ad un ormai comune progetto e sforzo lavorativo. Tanto meno sussiste la pretesa tendenza alla formazione del general intellect, dato lo specialismo sempre più esasperato che si afferma al livello delle tecniche produttive come della stessa scienza.

Se si è rivelata non realistica la previsione marxiana della formazione del lavoratore produttivo collettivo, nemmeno si può più sostenere che la proprietà capitalistica sia già divenuta, o anche semplicemente tenda a divenire, una semplice classe di rentier, di “tagliatori di cedole”, una nuova classe (quasi) signorile. Esiste senza dubbio un ceto di grandi finanzieri, spesso apparentemente autonomo rispetto all’economia reale (della produzione e dello scambio di merci), che si espande e rafforza il suo ruolo e le sue funzioni soprattutto in determinate fasi (ricorsive) dello sviluppo capitalistico. A parte però il fatto che sussiste anche una miriade di piccoli redditieri, reclutati in numerosi ceti sociali non facenti certo parte della classe dominante, la questione decisiva è che la grande finanza agisce comunque in stretto intreccio con l’alto management direttivo (a volte proprietario, a volte no) delle grandi imprese oligopolistiche, ceto sociale di cui – data la particolare configurazione sociale assunta dalla produzione capitalistica nell’attuale epoca – è difficile predicare l’inutilità ai fini della prosecuzione e dello sviluppo dell’attività produttiva in questa sua forma storicamente specifica, che trova ormai la sua base essenziale in quel particolare aggregato (organizzato) di entità lavorative denominato appunto impresa.

Non si tratta di un ceto direttamente produttivo, ma nemmeno parassitario, superfluo e dannoso per la produzione, così come si pensava della proprietà (centralizzata) dei capitali nel Manifesto e ne Il Capitale. E’ difficile sostenere che sia inessenziale – anzi proficua per la prosecuzione dell’attività imprenditoriale – la sua eventuale eliminazione, affidando tutti i compiti produttivi al corpo più immediatamente lavorativo; essendo quest’ultimo, come già detto, comunque suddiviso, in sé disarticolato, e cooperante solo perché subordinato ad una istanza gerarchicamente superiore, dato che è continuamente attraversato dal conflitto tra gruppi di lavoro non omogenei e dalla competizione per l’ascesa nella gerarchia. Semmai, potremmo stabilire un’analogia tra questo ceto dominante (che definiamo provvisoriamente complesso imprenditoriale e finanziario) e la classe dei mercanti nella fase di transizione al capitalismo. Una classe cosmopolita (la più colta all’epoca, mecenate delle arti, ecc.), capace di collegare le varie sezioni dell’economia europea e mondiale fra di loro, quindi utile ai fini dell’affermarsi del modo di produzione capitalistico; e tuttavia sostanzialmente conservatrice, e persino reazionaria, poiché frapponeva gravi ostacoli all’ulteriore sviluppo socio-produttivo – sia pur sempre di tipo capitalistico, ma specificamente capitalistico – in quanto quest’ultimo poteva mettere in discussione il suo stesso potere di classe dominante in quell’epoca “transitoria”.

6. A partire dal 1895 si sviluppò nel marxismo una ben nota polemica interna (il Bernsteindebatte), a seguito appunto delle critiche rivolte al pensiero marxiano dal revisionista Bernstein; questi affermava essere stata ampiamente smentita la tesi relativa alla crescente centralizzazione dei capitali, data l’ancora massiccia presenza della piccola dimensione d’impresa. La risposta degli ortodossi, Kautsky in testa a quell’epoca, sostenne che le piccole imprese erano residuali o comunque satelliti delle grandi imprese, leaders in tutti i vari settori merceologici, e che erano fortemente centralizzati il capitale finanziario e la proprietà capitalistica azionaria, ecc. Se Bernstein sbagliava, perché sottovalutava un processo che non a caso, proprio negli ultimi decenni del secolo scorso, stava conducendo alla fase monopolistica del sistema capitalistico, anche la risposta alle sue critiche non coglieva la sostanza del problema.

Dopo un altro secolo di sviluppo capitalistico, possiamo ben comprendere che le piccole, anche minute, imprese non sono residuali e non sempre sono satelliti di quelle oligopolistiche; non sempre, cioè, appartengono all’indotto di queste ultime, al sistema del subappalto, ecc. Oggi si parla spesso di reti di imprese o di imprese a rete, quale forma particolare del decentramento e della flessibilizzazione della produzione. Non entrerò, in questa sede, in un dibattito tanto attuale. Basti solo ricordare che tale decentramento, ecc., è tipico di ogni epoca di policentrismo capitalistico, di riapertura di una intensa fase competitiva tra i vari sistemi produttivi (a base nazionale e territoriale), tra le varie imprese, per l’egemonia nel (la direzione del) complessivo capitalismo mondiale. Quando si sviluppò il Bernsteindebatte, eravamo precisamente in un’epoca del genere, in cui i capitalismi tedesco e statunitense lottavano per la direzione dell’intero campo capitalistico, cioè per succedere all’Inghilterra; e la lotta terminò nel 1945 con l’affermazione temporanea degli USA.

In epoche (ricorsive) del genere si formano vasti apparati piccolo-imprenditoriali, non solo satelliti dell’oligopolio, ma anche largamente autonomi. Essi costituiscono la base di una vasta creazione di ricchezza – sia in termini reali che monetari, poiché questa è la forma generale che assume la ricchezza nel modo di produzione capitalistico – che viene poi spesso scremata, tramite l’azione degli apparati politici (Stato) e finanziari, a favore del già nominato complesso imprenditorial-finanziario (il ceto sociale dominante). Tuttavia, per poterlo scremare, tale settore piccolo-imprenditoriale deve anche continuare ad esistere; è quindi necessario trovargli, o fargli trovare, valvole di sfogo, sistemi per sopravvivere, nicchie produttive fondamentalmente autonome, al riparo dalla concorrenza, altrimenti micidiale, del grande capitale.

Anche i fenomeni appena sopra accennati provocano una enorme complicazione della strutturazione sociale della produzione, che ha poco a che vedere con la scissione della formazione sociale capitalistica in due fondamentali classi antagonistiche, una sempre meno numerosa (la proprietà capitalistica che andrebbe trasformandosi in una nuova classe di tipo signorile) ed una sempre più numerosa, la classe operaia o proletariato (come indicato ne Il Manifesto) o il corpo lavorativo sociale cooperativo, dal direttore all’ultimo giornaliero, come sottolineato nelle pagine sopra citate de Il Capitale.

Non voglio continuare a dilungarmi sull’argomento, ma a questo punto credo non possa esservi alcun dubbio che siamo oggi lontanissimi dalle affermazioni de Il Manifesto e, appena un po’ meno, da quelle de Il Capitale. Dobbiamo veramente ricominciare l’analisi della società a modo di produzione capitalistico dominante. Marx ci può certamente aiutare in quest’opera, ma soprattutto per l’uso che possiamo fare di una serie di categorie teoriche da lui elaborate (non è un caso che io continui ad utilizzare quella di modo di produzione capitalistico, ma l’impiego di altre è altrettanto possibile e utile). Sarebbe però errato in radice non ridiscutere radicalmente le ipotesi, che egli formulò in merito agli sviluppi successivi di detto modo di produzione, e le previsioni che da ciò egli trasse con riferimento al possibile, assai probabile, affermarsi della società comunista, di cui pensava esistessero tutte le condizioni oggettive: quelle materiali e quelle riguardanti la formazione della classe antagonistica rispetto al capitale.

In base alle conoscenze di cui siamo per il momento in possesso, discutere della necessità o probabilità, o anche semplice possibilità, del comunismo è esattamente come discutere dell’esistenza o meno di Dio. Ci si può credere oppure no, ritenerla fortemente auspicabile oppure temerla; ma in una discussione simile, per favore, non coinvolgiamo Marx ed Engels che pensavano di aver posto la questione in modo scientifico. Adesso sappiamo che così non è; o almeno non lo è, e non lo sarà, fino a quando non saremo in grado di individuare reali nuove tendenze intrinseche allo sviluppo del modo di produzione capitalistico che producano, oggettivamente, i soggetti della trasformazione – e di una trasformazione avente la direzione della società comunista – senza che questi ultimi vengano inventati a getto continuo dalla fervida fantasia di certa sinistra (sedicente comunista) odierna, senza immaginare di convincere le masse con l’ideologia della “buona volontà”, con l’appello ai “buoni sentimenti”. In questo modo, ci si troverebbe a promuovere processi di sempre maggiore degenerazione e decadimento di un’idea un tempo comunque grandiosa, che verrebbe propugnata da sempre più ristretti, infimi, gruppi di “fedelissimi”, miserabili e disadattati, al seguito di capetti corrotti e nichilisti, di ben meschina levatura.

 

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