Primo dell’anno

gianfranco

Come primo dell’anno – e di un anno che si apre dopo la fine di uno assai “particolare” – mi sembra possa andare bene. Ma bisogna avere la pazienza di leggere anche il mio commento attuale che chiarisce il senso di questo “antico scritto”

NOSTALGIE DELLA PRIMA GIOVINEZZA (SCRITTO A CIRCA 20 ANNI)

Passano gli anni, struggenti di desiderio, della giovinezza. Sfumano i ricordi dai colori accesi in accenti di tenue e morbida tonalità. Le passioni dalla violenza esasperata e multiforme si trasformano in placida e monotona serenità; serenità non fatta di gioia e di gaia spensieratezza, ma di rassegnazione, di opaca amarezza. L’animo si piega, si corruga, si ritira in se stesso a difesa di quel poco che rimane dei sogni di tanto tempo addietro….di tanto, tanto tempo addietro.
E’ incredibile pensarci! Voltarsi e pensare a quelle sensazioni, a quei desideri, ai sogni di un tempo. Ma sono poi esistiti? Non ce li siamo inventati per non volere ammettere che la nostra vita è uno stagno, dove nulla accade, nulla si muove? E’ veramente esistito per noi l’azzurro del cielo, il verde fiorito dei prati, l’acqua chiara dei ruscelli, la veste bianca della purezza? Abbiamo veramente ammirato quei tramonti di fuoco che accendevano strani, occulti, desideri in noi, e poi degradavano in quel rosa sempre più tenue e sfumato di malinconia, e poi ancora in quell’azzurro-viola che empiva di tenerezza il nostro animo? Erano reali quelle stelle sopra di noi, stelle lucide, splendenti, ma non gelide come si dice; calde invece di forza gioiosa, di speranza e promessa di grandi destini, di eventi magicamente disegnati e prefigurati da una sensibile, tenera, mente infantile? E i fuochi della notte dell’Epifania, ammirati avidamente nel gelo pungente della sera, con quei veloci brividi di freddo e d’emozione che accarezzavano il nostro corpo; nel mentre densi fasci di faville venivano scagliati vorticosamente in alto, volteggiando poi lievemente e spegnendosi cadendo, simili ai desideri dei fanciulli così intensi, mutevoli e fugaci? E le luci, di cui si ornava la collina e il piano all’imbrunire; luci che significavano casa, focolare, famiglia riunita nella stessa stanza, calore di parole e di comunione di spiriti, sapore dolcissimo di contatti umani?
Tutto questo non sarebbe esistito? Non è così! I fatti c’erano; le cose che i nostri occhi hanno visto erano realtà. Il significato era tutto diverso. Abbiamo dato la vita a cose, a fatti, li abbiamo caricati di significati simbolici; ed essi hanno vissuto in noi, infondendoci una gioia immensa con la loro solidità apparente. E la realtà si muta così in leggenda. E quando la leggenda muore, e prende vita la realtà, ci sembra allora di avere perso qualcosa…..anzi tutto. Ed invece non abbiamo perso nulla. E’ soltanto mutata la posizione dalla quale guardiamo alle cose; che differenza fa se il risultato è il medesimo! Il risultato è vuoto, è sensazione di essere stati defraudati di ciò che avevamo di più bello, è rimanere soli, spauriti, senza più capacità di comunicare con gli altri. Il nostro mondo, così faticosamente costruito e conquistato, crolla e non ce n’è un altro di egualmente poetico, di egualmente armonioso, che possa sostituirlo.
Potessero almeno rimanere inalterate la nostre più intime profondità, con tutte le sensazioni belle che si erano sedimentate in noi in tanti anni di felici e dolci visioni! Cessate le visioni, anche il nostro mondo interiore viene scosso dalla tormenta che infuria. Qualcosa rimane, però, non tutto è spazzato via. Qualcosa rimane che contraddistingue il sognatore dagli altri. E’ migliore il sognatore degli altri? O è peggiore? Diciamo soltanto che è più sfortunato. La vita, la capirà sempre parzialmente.
Gli anni passano inesorabili. Trascorrono sempre più velocemente, ed invecchia anche chi ha paura dell’età matura e vorrebbe aggrapparsi alla sua felice e magica prima giovinezza, vorrebbe tenerla vicina a sé per sempre, con la sua irresponsabilità, con le sue scoperte che creano ogni giorno stati d’animo estatici, con i suoi sogni sempre intatti, con la sua divina capacità di annullare ogni particolarismo individuale in una sfera di interessi che abbraccia tutto il mondo, che sconfina oltre i limiti del mondo. E’ impossibile! L’età viene che richiede responsabilità, lotta, cattiveria, presa di coscienza (almeno parziale) della realtà. E ogni cosa perde il suo candore, ogni persona mostra il suo lato iniquo, e l’amore…..l’amore potrebbe riscattare tutti i sogni distrutti, ma è un sogno anch’esso. E’ il nuovo sogno dell’adolescenza e della prima gioventù, ed è tanto ingannevole e labile quanto lo sono i sogni dei bambini! E’ necessario farsi forza e vivere senza più l’aiuto di tutto ciò che era nostro, profondamente nostro e che ci è stato sradicato così brutalmente.
E dobbiamo trovare un po’ di serenità e di pace nella rassegnazione, chinandoci ad adorare il nuovo Dio: la realtà, le cose e i fatti reali, cioè senza vita, senza significazioni particolari. Serenità amara dunque, serenità disperata, ma che forse permetterà di vivere……di vivere e basta! Non diamo qualificazioni a questo vivere, perché non potremo mai sapere cos’è questa vita sorta dalle rovine della nostra fede in qualcosa di pulito, di bello. Ci sta davanti, la vediamo, la tocchiamo, ci ritraiamo spesso inorriditi, ma noi – nati e cresciuti con questa sfrenata tensione all’assoluto – non sappiamo definirla, non possiamo farlo. Ci è sconosciuta; noi conoscevamo un’altra vita, la vita dei sogni e degli stati d’animo incantati, rapiti nell’estasi; la vita della magia!
Rassegniamoci dunque. Serenità nella rassegnazione: questa la nuova parola d’ordine. E coscienza che la nostra personalità sarà sempre mutilata e che, durante tutto l’arco di nostra vita, spesso l’animo nostro si rattrappirà in spasimi dolorosi al pensiero amarissimo di tutto ciò che credevamo possibile, e non fu mai.

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Questi pensieri li ho nutriti in effetti ancora sostanzialmente adolescente, in uno di quei momenti di trapasso, in cui non si riesce a capire chi veramente si sia, che cosa stia accadendo dentro di noi, dove tutto sembra in stato di fermentazione. Però lo scritto risale a 3-4 anni dopo aver attraversato lo stato d’animo che si cerca di esprimere nel ricordo. Quando l’ho vergato, pensavo già diversamente rispetto ai 15-16 anni, ma ho cercato di ben descrivere quel periodo di incertezza. In ogni caso, mi ero ormai abbastanza stabilizzato; avevo deciso di non chiedermi più chi ero, cosa avrei fatto. Insomma avevo scelto di vivere, punto e basta.
Oggi, facendo un bilancio, devo dire che la mia vita è stata buona, oserei dire bella in molti momenti; a parte i dolori della perdita di genitori, parenti, amici, persone care in generale. Una vita più che discreta, in definitiva, che purtroppo è ormai trascorsa. Mi piacerebbe ricominciare, non sono proprio stufo né stanco di vivere. Tuttavia, bisogna riconoscere che questo mondo è proprio assai “mal combinato”. Vorrei viverci comunque, anche per sempre, lo confesso. Però, mi preparerei a viverlo con affanni e tormenti che sempre si alternano con i godimenti. Comunque, continuerei imperterrito a non chiedermi come sono fatto (male, di sicuro, ma così sono). Insisterei nel non pormi il problema: da dove veniamo, dove andiamo, siamo sicuri di star facendo il bene e il giusto, evitando il male e l’ingiusto? Per me sono domande inutili, superflue e da veri egocentrici (altro che il sottoscritto). Sono domande sostanzialmente ipocrite (è un falsone anche chi non sa di esserlo); potete farvi domande del genere ogni minuto, ma quando arriverà il vostro turno di ri-compiere azioni non apprezzabili, le rifarete. Poi, vi pentirete, vi strazierete il cuore per averle fatte, urlerete vane promesse di non farle più…… fino alla prossima occasione in cui non potrete evitarle. Smettetela di rimuginarci sopra e accettate d’essere fatti in modo tale da adeguarvi a questo mondo che, lo ripeto, non è “ben costruito”. E’ così e non lo si cambierà; e noi siamo fatti in un certo modo, pur esso per null’affatto esaltante, ma è tempo perso stare ad auto-interrogarsi sempre su chi siamo e che cosa vogliamo dalla vita. Viviamo e basta, senza batterci il petto, senza i falsi e transitori “mea culpa”. Ci sono alcuni che ci rinfacciano quello che siamo? E loro come sono fatti? Se lo chiedono sempre, ma non si danno mai la risposta giusta: sono soltanto capaci di angustiare la vita agli altri, a chi vorrebbe godere di quel qualcosa che si può godere.
Io sono come Peter Pan. Sì, certo, lo so e lo sarò sempre fino alla fine. Cerco di tenere nel mio orizzonte l’<<Isola che non c’è>>; perché per me non è una semplice utopia, un’aspirazione ideale (come in genere quest’isola viene pensata). Esiste, invece, è sempre in vista laggiù. E con un potente cannocchiale se ne intravede anche la struttura e la vita (animale e vegetale) in svolgimento nella parte subito antistante quel mare che ci separa da essa. Solo che la barca su cui siamo non può giungervi perché il mare è in realtà una spessa massa di fanghiglia. E’ in questa che siamo costretti ad arrangiarci per vivere. L’isola si può soltanto guardare nella parte appena ricordata; ma è comunque una vista che solleva lo spirito ed è chiaro che laggiù esiste sul serio, non è un’illusione ottica. Proviamo letizia alla vista di quell’isola che è proprio lì davanti a noi pur se non vicina; e muoviamoci alla bell’e meglio in quel mare tutto fangoso che ci separa da quella meraviglia.

I piani americani

gianfranco

Questo è l’editoriale dell’ultimo “Le Monde diplomatique”. Che mi sembra abbastanza sensato. Gli USA, con la nuova presidenza, intendono riprendere l’egemonia mondiale. I democratici hanno accusato ripetutamente Trump di essere quasi “alleato” di Putin e di essere invece estremamente “acceso” contro la Cina (con cui, secondo l’accusa dei repubblicani, uno dei figli di Biden ha fatto molti affari). In realtà, la nuova presidenza statunitense vorrà riprendere un’avversità totale nei confronti delle sedicenti “autocrazie” russa e cinese per riaffermare con maggior forza la predominanza globale della tanto decantata “democrazia” americana, che ha portato nel mondo, da quando gli USA sono nati (e come sono nati!!), la “libertà” con i più grandi massacri che la storia ricordi; e con una continua serie di colpi di Stato e di assassinii di avversari politici. I nazisti possono essere considerati dei dilettanti (allo sbaraglio) rispetto ai “serial killers” che sempre hanno diretto gli USA.
Per ottenere la nuova ondata di repressioni in ogni dove, gli USA chiamano a raccolta le “democrazie” per unirsi al loro progetto. Cioè eserciteranno sempre maggiori pressioni e chiederanno maggiore servilismo ai putrescenti paesi “occidentali”, in particolare a quelli europei. E l’Italia – sia con i malfattori che governano che con le sordide opposizioni – è fra i paesi più putridi e servi. Non credo che gli USA – in chiaro anche se ancor lento declino e malgrado la loro ancora superiore potenza militare – riusciranno nel loro intento. Si accentueranno i contrasti interni malgrado la comune aspirazione di democratici e repubblicani a riprendere una supremazia mondiale. Una “Forza Nuova”, ancor oggi da creare integralmente, dovrà allentare sempre più i legami “atlantici” e avvicinarsi proprio a Russia e Cina (secondo me ben più alla prima che alla seconda). E senza alcuna preferenza per l’organizzazione sociale e la direzione politica di quei due paesi. Semplicemente perché in questo momento – soltanto una fase storica specifica, non una millenaria e inconsistente aspirazione al “bene comune” e alla “giusta società” – il compito principale e decisivo è l’accentuazione del multipolarismo e del contrasto tra potenze.
La Russia attuale – malgrado gli sconvolgimenti del 1989-91 – è nata dalla “Rivoluzione d’ottobre”, che mai avrebbe visto la luce senza la prima guerra mondiale, cioè l’esplosione aperta del confronto tra potenze. E la nascita della Cina è frutto del secondo e più decisivo scontro tra le solite potenze con l’aggiunta di quella nata dal decisivo evento del 1917. Basta con gli imbecilli e i ritardati (anche mentali), che credono ad una “rivoluzione sociale” mondiale. Si riparta finalmente da dove sempre sono partite le grandi svolte storiche!
I ceti oggi dominanti nei nostri degenerati paesi, ormai in piena decadenza e degrado culturale e di civiltà, saranno spinti a sopravvivere con grandi operazioni criminali quali già furono le due guerre mondiali. Da lì dovrà ripartire la svolta del “rinnovamento globale”. Che non sarà mai per i secoli dei secoli. Ma potrebbe ben essere per una lunga nuova epoca di rinascita sociale (e anche di civiltà). Sempre con la consapevolezza che gli ideali umani – quelli ancorati a questo mondo terreno imperfetto – si trasformeranno alla fine in ideologie vanamente aspiranti a compiti “eterni” e quindi di nuovo in piena decadenza. E ci penseranno i nostri discendenti fra qualche altro secolo. Adesso addosso a questi vermi che stanno impestando e disfacendo il nostro mondo attuale!

Qui sera le prochain ennemi ?
PAR SERGE HALIMI
LA carte de vœux de M. Anders Fogh Rasmussen n’a pas attendu la Saint-Sylvestre. L’ancien secrétaire général de l’Organisation du traité de l’Atlantique nord (OTAN) a résumé ainsi la mission que celle-ci devrait remplir, selon lui, sitôt que M. Donald Trump aura quitté la Maison Blanche : « En 2021, les États-Unis et leurs alliés auront une occasion qui ne se présente qu’une fois par génération. Celle d’inverser le repli global des démocraties face aux autocraties comme la Russie et la Chine. Mais il faudra pour cela que les démocraties principales s’unissent (1). » Ce qu’ont fait nombre d’entre elles, il y a une génération, justement, en envahissant l’Afghanistan, puis l’Irak. Il est donc temps de s’attaquer à des adversaires plus puissants…
Mais par lequel commencer ? Puisque Washington entend assurer le « leadership » de la croisade démocratique — « L’Amérique est de retour, prête à diriger le monde », a proclamé M. Joseph Biden le 24 novembre 2020 —, les pays satellites feraient bien de comprendre que les Américains ne s’accordent plus sur l’identité de leur adversaire principal. Leurs raisons ont peu à voir avec la géopolitique mondiale, et tout avec leurs déchirements internes. Pour les démocrates, l’ennemi est d’abord russe, puisque, depuis quatre ans, les dirigeants de ce parti ont répété, à l’instar de Mme Nancy Pelosi, présidente de la Chambre des représentants, qu’« avec Trump tous les chemins mènent à Poutine ». Côté républicain, dans le registre d’« un prêté pour un rendu » qui évoque les bousculades d’école maternelle, le slogan « Beijing Biden » tient lieu de réplique. Car le second fils du nouveau président, M. Hunter Biden, a fait des affaires en Chine ; et la mondialisation, imputée aux démocrates, a fait les affaires de la Chine. CQFD.
Le 10 décembre dernier, le secrétaire d’État Michael Pompeo s’est donc appliqué à creuser le fossé existant entre les deux pays. Invoquant, sans rire, son souci du respect de la vie privée, celui qui fut aussi directeur de la Central Intelligence Agency (CIA) a d’abord alerté le monde : « Xi Jinping a l’œil sur chacun d’entre nous. » Puis il s’est attaqué tour à tour aux 400 000 étudiants chinois envoyés aux États-Unis chaque année, dont une partie viendrait voler des secrets industriels et scientifiques ; aux universités américaines elles-mêmes, « très nombreuses à avoir été achetées par Pékin » ; enfin, aux produits de la société Huawei, dont chaque utilisateur se placerait « entre les mains de l’appareil de sécurité chinois » (2). Voilà le refrain que les républicains vont opposer à M. Biden. Il relaiera les quatre ans de paranoïa antirusse alimentée par les démocrates contre M. Trump. Mer de Chine, Taïwan, sort des Ouïgours, Hongkong : tout sera prétexte à tester la détermination antichinoise de la nouvelle administration.
M. Rasmussen a vu clair au moins sur un point : « Une file d’alliés inquiets attendent le président élu Joe Biden devant sa porte. » Mais, en demeurant dans une alliance que dirige une puissance mentalement ébranlée, ils ne vont pas recouvrer de sitôt leur tranquillité.
SERGE HALIMILa

COSA DISTINGUE UOMINI E ANIMALI: LA NECESSITA’ DEL SUPERFLUO E IL PLUSPRODOTTO.

LAGRA21

 

Vi propongo qui due brani sui quali occorrerà riflettere molto. Il primo è di Ortega y Gasset, il secondo di Gianfranco la Grassa. Questi due passaggi, a mio parere, si integrano perfettamente e devono essere tenuti insieme per comprendere alcune cose che ci riguardano come specie umana e come esseri sociali. Credo si possa ben dire che quanto affermato da Ortega sia l’antefatto e quanto affermato da La Grassa la conseguenza. Ovviamente, si tratta di schemi mentali che ci aiutano nel ragionamento poiché sappiamo quanto nella realtà sia difficile far seguire gli effetti dalle cause e viceversa, ad ogni modo ciò ci è indispensabile per arrivare a delle spiegazioni plausibili di certi fenomeni “originari” molto importanti, direi cruciali, per interpretare il punto a cui siamo. Ortega sostiene che è l’esigenza del superfluo e l’invenzione della tecnica (delle tecniche) per ottenerlo quel che ci divide dagli animali. La Grassa, invece, riprendendo Marx, legge questa differenza nella capacità umana di assicurarsi un plusprodotto (che è appunto qualcosa di superfluo, nel senso che supera i bisogni istantanei dell’uomo) intorno a cui si scatenano i conflitti di appropriazione ma anche di ri-produzione che consentono agli uomini di creare la Storia, elemento assente nella vita degli animali. L’uomo inventa la vita, la immagina per vivere bene (all’uomo interessa non lo “stare” ma lo “star bene”), dice Ortega, ovvero produce i suoi stessi bisogni non “subendoli” dalla natura ma ricavandoli da essa. L’uomo crea la sua stessa natura (è “soprannaturale”) e non la riceve meramente come fatto esterno, non è semplicemente immerso in essa come tutti gli altri esseri che abitano questo pianeta. Non voglio appesantire oltre la lettura pertanto vi lascio ai due testi annunciati che spero possano aprire una discussione seria.

“….quando l’uomo non può soddisfare i bisogni della sua vita, poiché la natura circostante non gli fornisce i mezzi indispensabili, l’uomo non si rassegna. Se, in mancanza di un incendio o di una caverna non può riscaldarsi o, per mancanza di frutti, di radici, di animali, non riesce ad alimentarsi, allora l’uomo mette in moto una seconda serie di atti: crea il fuoco, crea un edificio, crea l’agricoltura o la caccia. Questo repertorio di attività che soddisfa i bisogni in modo diretto a partire dai mezzi reperibili sul momento, è comune all’uomo e all’animale…l’animale, quando non può esercitare un’attività del suo elementare repertorio per soddisfare un bisogno – ad esempio, quando non ha a disposizione né il fuoco né una caverna – non fa niente e si lascia morire. L’uomo invece dà inizio a un nuovo tipo di atti che consiste nel produrre ciò che non è presente in natura, sia ciò che è assente in assoluto, sia ciò che è assente nel momento del bisogno. Qui natura significa semplicemente ciò circonda l’uomo, la circostanza [circunstancia]. Così produce il fuoco quando non c’è fuoco, crea una caverna, vale a dire un edificio, quando non ne trova uno lì attorno, monta a cavallo o fabbrica un’automobile per sopprimere lo spazio e il tempo. Ebbene, si noti che accendere il fuoco è un fare molto diverso dal riscaldarsi, che coltivare un campo è un’azione molto diversa dall’alimentarsi e che costruire un’automobile non equivale a correre. Ora si comincia a vedere perché prima ci siamo ostinati a fornire la definizione lapalissiana dell’atto di riscaldarsi, di alimentarsi e di spostarsi.
Riscaldamento, agricoltura e fabbricazione di carri o di automobili non sono attività con cui soddisfiamo i nostri bisogni, ma piuttosto, nell’immediato, implicano il contrario: una sospensione di quel repertorio primitivo di atti con cui riusciamo a soddisfarli in modo diretto. Questo secondo repertorio in fin dei conti mira anch’esso alla soddisfazione dei bisogni, ma – questo è il punto – presuppone precisamente una capacità che manca all’animale. A mancargli non è tanto l’intelligenza – di ciò parleremo più avanti, se ne avremo il tempo – quanto la capacità di separarsi temporaneamente da tali bisogni vitali, di staccarsi da essi e di tenersi libero in modo da occuparsi di attività che, di per sé, non soddisfano dei bisogni. L’animale, diversamente dall’uomo, rimane sempre e immancabilmente preso da attività di soddisfacimento diretto dei bisogni. La sua esistenza non è nient’altro che il sistema di bisogni elementari da noi chiamati organici o biologici e il sistema di atti che li soddisfano. L’essere dell’animale coincide con tale doppio sistema o, detto in altro modo, l’animale non è nient’altro che questo. In ciò consiste la vita nel senso biologico o organico del termine…mentre tutti gli altri esseri coincidono con le proprie condizioni oggettive – natura o circostanza – l’uomo non coincide con quest’ultima, ma è piuttosto qualcosa di estraneo e diverso dalla propria circostanza piuttosto è immerso in essa e può uscirne in qualche momento ed entrare in sé, raccogliersi, astrarsi e, solo con se stesso, occuparsi di cose che non consistono nel soddisfare direttamente e immediatamente gli imperativi e i bisogni della propria circostanza. In questi momenti, extra o soprannaturali, di raccoglimento o ritiro in sé, inventa ed esegue il secondo repertorio di atti: accende un fuoco, costruisce una casa, coltiva un campo e fabbrica un’automobile.
Notiamo che tutte queste attività possiedono una struttura comune. Esse presuppongono e portano con sé l’invenzione di un procedimento che ci permette, entro certi limiti, di ottenere con sicurezza, a nostro piacere e convenienza, ciò che non è presente nella natura, ma di cui abbiamo bisogno. Non importa che nell’ambiente circostante, qui ed ora, non ci sia fuoco. Lo facciamo, vale a dire, eseguiamo qui ed ora una certa sequenza di atti che abbiamo inventato in precedenza una volta per tutte. Questo procedimento consiste spesso nella creazione di un oggetto, cioè lo strumento o il congegno, il cui semplice funzionamento ci procura ciò di cui abbiamo bisogno. Tali sono i due bastoncini e l’esca con cui l’uomo primitivo accende il fuoco, o la casa che erige per proteggersi da un ambiente estremamente freddo.
Da ciò risulta che questi atti modificano e migliorano la circostanza o la natura, facendo sì che in essa si trovino cose che non ci sono – sia che esse manchino qui ed ora quando se ne ha bisogno, sia che esse manchino in assoluto. Dunque: questi sono atti tecnici, specifici dell’uomo. L’insieme di questi atti, costituisce la tecnica, che possiamo pertanto definire come i cambiamenti che l’uomo impone alla natura in vista della soddisfazione dei propri bisogni. Questi, come abbiamo visto, erano imposte all’uomo dalla natura. L’uomo risponde imponendo a sua volta un cambiamento alla natura. La tecnica è dunque una reazione energica contro la natura o la circostanza, che finisce con il creare tra queste ultime e l’uomo una nuova natura, una sovranatura [sobrenaturaleza].
Si noti, dunque: la tecnica non è ciò che l’uomo fa per soddisfare i propri bisogni. Questa espressione è equivoca e varrebbe anche per il repertorio biologico degli atti animali. La tecnica è la riforma della natura, di quella natura che ci rende poveri e bisognosi. Una riforma tale per cui i bisogni possano venire possibilmente annullati, in modo che la loro soddisfazione smetta di essere un problema. Se, ogni volta che sentiamo freddo, la natura ponesse accanto a noi il fuoco, è evidente che non sentiremmo il bisogno di riscaldarci, come normalmente non sentiamo il bisogno di respirare, ma piuttosto ci limitiamo a farlo senza che ciò sia per noi un problema. Questo è proprio ciò che fa la tecnica; precisamente questo: fornirci il calore non appena proviamo la sensazione di freddo e annullare quest’ultima in quanto bisogno, mancanza, negazione, problema e angoscia…La tecnica è il contrario dell’adattamento del soggetto all’ambiente, visto che consiste nell’adattamento dell’ambiente al soggetto. Ciò basterebbe per farci sospettare che si tratti di un movimento in direzione contraria a tutti quelli di tipo biologico…
Se ci sforzassimo di capire quali tra i nostri bisogni siano rigorosamente necessari, inevitabili, e quali superflui, ci troveremmo in grande difficoltà. Ci troveremmo infatti a scoprire: 1) Che di fronte ai bisogni che a priori sembrano più elementari e inevitabili – ad esempio cibo e calore – l’uomo possiede un’elasticità incredibile. Egli può ridurre – non solo per costrizione, ma anche per piacere – al limite estremo la quantità di cibo assunta, e può addestrarsi a sopportare un freddo intensissimo. 2) Al contrario, gli costa molta fatica, o più semplicemente non riesce a fare a meno di certe cose superflue e, quando queste gli mancano, preferisce morire. 3) Da ciò si deduce che gli sforzi dell’uomo per vivere, per stare al mondo, sono inseparabili dai suoi sforzi per stare bene. Di più: per lui la vita non significa semplicemente stare, ma stare bene, ed egli sente come bisogni le condizioni oggettive dello stare solo in quanto queste sono il presupposto dello stare bene…Pertanto, per l’uomo è necessario solo ciò che è oggettivamente superfluo. Tutto ciò sembrerà paradossale, ma è la pura verità. Dunque i bisogni biologicamente oggettivi non sono, per lui, bisogni. Quando si trova a dipendere da essi, si rifiuta di soddisfarli e preferisce soccombere. Si trasformano in bisogni solo quando appaiono come condizioni dello «stare al mondo», necessario a sua volta solo in forma soggettiva; ossia perché rende possibile lo «stare bene al mondo» e il superfluo. Da ciò risulta che perfino ciò che è oggettivamente necessario, per l’uomo è tale solo se fa riferimento al superfluo. Non c’è dubbio: l’uomo è un animale per cui solo il superfluo è necessario…vedrete che arriverete inevitabilmente alle medesime conclusioni. Questo è essenziale per capire la tecnica. La tecnica è la produzione del superfluo: oggi come nell’epoca paleolitica.
La tecnica è di certo il mezzo per soddisfare i bisogni umani; ora possiamo accettare questa formula che prima rifiutavamo, perché ora sappiamo che i bisogni umani sono oggettivamente superflui e che si trasformano in bisogni veri e propri solo per chi ha bisogno di stare bene e per cui vivere è, essenzialmente, vivere bene. Ecco perché l’animale è a-tecnico: si accontenta di vivere, di ciò che è oggettivamente necessario per il semplice esistere. Dal punto di vista del semplice esistere l’animale è insuperabile e non ha bisogno della tecnica. Però l’uomo è uomo perché per lui esistere significa sempre e comunque stare bene; perciò è a nativitate tecnico, creatore del superfluo.

Passi di
Meditazione sulla tecnica e altri saggi su scienza e filosofia
José Ortega y Gasset

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Tutti gli animali compiono lo sforzo necessario a realizzare lo scopo vitale, da considerarsi però in generale soltanto da un punto di vista puramente biologico. Al massimo, tutti gli animali mettono da parte un certo “di più” in una data stagione per consumarlo in un’altra in cui non ottengono il necessario (per vari motivi). L’essere umano – secondo diverse specie, di cui poi è restata solo quella sapiens (e ancora sapiens) – produce un “di più” proprio “in assoluto”, un “di più” che consente di mutare regimi di vita associata e di scoprire sempre nuove modalità e nuove strumentazioni di ottenere il “da mangiare”.
Tale risultato è ovviamente ottenuto grazie ad un cervello differente dagli altri animali, un cervello dotato di quello che possiamo definire pensiero, ragione. Comunque, un modo d’atteggiarsi non “immediatamente” diretto allo scopo di nutrirsi e riprodursi figliando. C’è capacità, crescente, di ri-flessione sulla propria azione vitale, mutandone le mosse e l’organizzazione, ottenendo così, anche tramite adeguata trasformazione degli strumenti all’uopo necessari, un “di più”, insomma un “plusprodotto”, pur esso sempre crescente. Da qui quindi la speciale storia dell’uomo, che ha carattere evolutivo, cioè trasformativo delle relazioni intercorrenti tra i vari individui e anche di ogni data individualità; e dunque di quello che chiamiamo pensiero o ragione o come preferite. Tutto ciò proprio perché l’animale uomo, dotato di questo particolare lavorio del cervello, non si accontenta (non può accontentarsi) di “mangiare” al solo scopo di riprodurre la sua usuale modalità d’esistenza. Producendo il plusprodotto, sempre più può pensare e accrescerlo; ma sempre più può escogitare nuove modalità e nuovi strumenti per accrescerlo.
Evidentemente, allora, non ci si limita ad accantonarlo in misura sempre maggiore, ma se ne consumano quantità crescenti per quel vivere che possiamo dire quotidiano. Ma ogni processo del genere esige organizzazione, divisione dei compiti, abilità diverse per i diversi strumenti utilizzati. Ed esige, piaccia o non piaccia, una direzione dei processi in questione. E si differenziano le diverse abilità e poi le diverse capacità di comando direzionale e, via via, si vengono formando strutture particolari dei rapporti interindividuali, dei rapporti tra gruppi sociali, ecc. ecc. E la storia evolutiva di queste capacità umane non è dunque disgiunta (non può esserlo) da quella delle strutture dei rapporti sociali.
Ogni miglioramento di quelle che definiamo condizioni di vita (che quindi aumentano via via di “livello”) esige alla fin fine che ci si cominci a chiedere quali sono le caratteristiche dell’ambiente da cui traiamo quanto ci consente di vivere, l’ambiente “naturale” in cui siamo immersi. Dobbiamo conoscerlo per non limitarci ad estrarre da esso ciò che consentirebbe una pura riproduzione della nostra esistenza senza vere trasformazioni, senza crescita del “prodotto” per la vita quotidiana e del “plusprodotto”. E nasce quella conoscenza dell’ambiente a noi “circostante”, che non può che condurre alla sua mutazione (senza la quale non cresce né il “prodotto” né il “plusprodotto”). E alla fine, non troppo presto, nasce quella che chiamiamo scienza. Ma è logico che non possiamo non chiederci chi siamo, come siamo “saltati fuori” conformati secondo specifiche modalità. Prendiamo inoltre piena coscienza che siamo transitori (intanto come individui; come genere e specie si vedrà a tempo debito) e quindi prende vita e aire tutto il pensiero di ciò che potrebbe esserci “dopo”, in una salvifica “altra vita”, e via dicendo. Non posso addentrami in questo, non sono filosofo e non sto scrivendo di questo genere di riflessioni. Nemmeno sono psicologo e dunque non posso nemmeno addentrami in quel tipo di conoscenza che cerca di comprendere com’è “combinato” il nostro cervello soprattutto nei nostri modi di pensare, che spesso si flettono su se stessi e producono anche qui una serie di conseguenze in crescita e variazione.
Debbo tornare al “prodotto necessario” – necessario alla riproduzione della vita quotidiana, ma in continua trasformazione dato il mutare delle relazioni degli individui associati, insomma di quella che definiamo società, soggetta a periodiche mutazioni della forma dei rapporti tra i diversi gruppi di individui – e del “plusprodotto” indispensabile ad accrescere le condizioni di vita, a svolgere conoscenza e scienza, i pensieri su noi stessi e la nostra “sorte futura”, le trasformazioni dei rapporti sociali e anche dei vari modi di pensare e conoscere; e naturalmente a inventare e perfezionare gli strumenti per “produrre” (e “plusprodurre”) sempre di più. Tutto ciò non può avvenire senza la già detta ri-flessione su ogni cosa che stiamo facendo e senza continuo scontro con l’ambiente che ci circonda. Non possiamo lasciarlo al suo “stato naturale”, quello di prima della vita animale, ma soprattutto della vita umana dotata di pensiero e quindi di capacità – che diventa necessità assoluta – di ottenere anche il “plusprodotto”.
Per (tentare di) difendere veramente “l’ambiente”, dovremmo allora eliminare questa “nociva” specie animale, lasciare il mondo terreno agli animali incapaci di pensare e di realizzare un “plusprodotto”. Occorre un suicidio collettivo, sperando di andare tutti insieme nel cosiddetto “al di là”, nell’“altro mondo”, insomma nella supposta e sperata altra dimensione spirituale che dura in eterno senza l’ingombro del corpo e delle sue esigenze, così distruttive della “natura”; che muta essa stessa senza bisogno di aspettare le nostre azioni, le azioni di pigmei che si credono giganti, anzi più ancora Dei! Se qualcuno vuole che si arrivi a questa fine, io sono pronto, mi fregherei le mani al pensiero di andarmene in così numerosa compagnia: “tutti insieme appassionatamente”. Ovviamente scherzo per ironizzare sugli ambientalisti, quelli “gretini” e della “green economy”; in realtà dei personaggi in totale malafede che, influenzando un’umanità in decrescita intellettiva, guadagnano fior di soldi.

G. La Grassa, inedito di prossima pubblicazione.

Il porro della peste

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Nicola Porro ha degli antenati. Anche in passato quando capitavano gravi epidemie si levavano voci dissonanti che protestavano contro i provvedimenti restrittivi delle autorità. Questi lontani parenti di Porro o minimizzavano la portata del problema o contestavano le chiusure forzate delle attività, perché, come si sa, gli affari dovevano (e devono), comunque, continuare. The business must go on, oppure, come avrebbe detto Brancaleone, lo lavoro pria. Il profitto privato viene prima dell’interesse pubblico e si fa anche a discapito di quest’ultimo. Non c’è epoca storica che non abbia avuto di questi pierini o nicolini e non c’è peste che non si sia manifestata con il suo Porro incazzato o con un porro cutaneo (nomina sunt consequentia rerum).
Per esempio, narra Alessandro Barbero, tutte le epidemie del passato nascono da leggerezze. “Le misure di contenimento danno fastidio a molti, anche allora gli affari soffrivano, anche allora gli imprenditori protestavano, anche allora le autorità prima di chiudere tutto ci dovevano pensare due volte…la peste di Marsiglia nel 1720 scoppia perché attracca nel porto di Marsiglia una nave che proviene dalla Siria e in Siria c’è la peste”. Quindi occorre la quarantena per evitare il peggio ma il carico è deperibile e vale molto per cui le autorità si lasciano convincere dal commerciante Porro’ il marsigliese ad abbreviare la quarantena. Insieme alle merci però scende dalla nave anche la peste. A quel punto avrebbero dovuto blindare anche la città ma Porro’, supportato da qualche ottimista del batterio, insiste che sarebbe stato meglio aspettare. La peste si diffonde in tutta la provincia. Quando si decidono a chiudere tutto ormai è un disastro.
E questa è la storia che non insegna mai nulla e si ripete.

IL MITO DEL DEFICIT

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Si sta parlando molto del libro di Stephanie Kelton “il mito del deficit”, così anch’io mi sono procurato una copia. Devo dire che il testo parte benissimo (sfatando un mito che ho sentito molte volte in bocca ai nostri esperti di economia (lo Stato è una famiglia), anche a quelli cosiddetti alternativi, come Claudio Borghi della Lega, il quale scrisse tempo fa che lo “Stato sono i cittadini”, concetto appena più largo ma ugualmente sbagliato. Kelton apre il suo saggio scrivendo, invece, che lo Stato non è una famiglia…perché emette la moneta che spende. E’ vero, si tratta di un giudizio economicistico essendo lo Stato, innanzitutto, il monopolio della forza e dell’egemonia, ma almeno si esce dalle ristrettezze mentali di cui sopra. Il testo poi prosegue rievocando la giusta importanza che ha avuto la svolta keynesiana durante l’epoca di crisi della prima parte del novecento (ricordiamo che per far ripartire l’economia Keynes pensava a soluzioni in controtendenza rispetto a quelle proposte dalla maggioranza degli economisti a lui coevi, preoccupata solo di contenere i salari o l’inflazione mentre il pensatore inglese suggeriva persino di “ riempire vecchie bottiglie con banconote, sotterrarle a profondità adeguate in miniere di carbone in disuso, riversare nelle miniere rifiuti urbani fino alla superficie, e lasciare poi alla libera iniziativa, sulla base dei consolidati principi di laissez faire, il compito di dissotterrare le banconote – dopo aver indetto una gara per le concessioni di sfruttamento di quel territorio – la disoccupazione non aumenterebbe più e, con l’aiuto delle successive spendite, il reddito reale e la ricchezza della comunità sarebbero probabilmente molto più elevati di quanto si darebbe altrimenti. Certamente, sarebbe più sensato costruire case o altro. Ma, se ci sono difficoltà politiche o pratiche nel farlo, quel che si è detto sopra sarebbe meglio che niente) ma si chiude male, anzi direi malissimo, ricorrendo a numerosi luoghi comuni di questa maldestra contemporaneità. Non entrerò nei dettagli della MMT (Modern Monetary Theory) sui quali la Kelton basa le sue analisi, poiché considero il fattore monetario secondario rispetto alle criticità odierne, per quanto, indubitabilmente, con una moneta sovrana sarebbe sicuramente più agevole far valere il potere di spesa degli Stati, messo in discussione da chi vede nel deficit pubblico esclusivamente un problema piuttosto che una opportunità per la ripresa.
Tuttavia, è bene precisare, pur restando nei ristretti confini economici, l’eventuale iniziativa dello Stato per risollevare la situazione non può essere semplicemente a supporto dell’impresa privata o delle piccole e medie imprese in difficoltà. Se queste hanno problemi a piazzare i loro prodotti, nessun incentivo, nemmeno fiscale, le faciliterà. In realtà, lo Stato, in presenza di una debolezza della domanda privata di beni di consumo e di investimento (perché le crisi che attanagliano le nostre società sviluppate sono di domanda e non di offerta) deve effettuare una sua spesa aggiuntiva che sopperisca a quella insufficiente dei privati. Per non entrare in competizione coi privati, già in difficoltà, lo Stato vara opere infrastrutturali nelle quali i primi si imbarcano con molta titubanza per gli alti rischi.
Come scrive giustamente La Grassa nel libro “Crisi e economiche e mutamenti geopolitici”: “La spesa pubblica per infrastrutture, insomma, dà impulso all’attività di una serie di imprese che debbono – tanto per fare un esempio – fornire cemento, acciaio, vetri, infissi, mobilio, ecc. per costruzioni edili. E queste imprese debbono assumere lavoro (dirigente come esecutivo) per produrre; così facendo, distribuiscono salari a lavoratori prima disoccupati, che cominceranno a domandare beni prodotti, a loro volta, da altre imprese. Anche queste allora si riattivano, acquistando beni di produzione e pagando salari ad altri lavoratori prima disoccupati che, con il salario percepito, domandano altri beni di consumo e …..via di questo passo, in un circolo ora virtuoso di ripresa economica”.
Purtroppo, tanto la Kelton che la MMT sembrano comprendere poco questo approccio. Infatti, l’opera della Kelton si chiude con un capitolo intitolato “Costruire un’economia al servizio del popolo” che è un coacervo di banalità e qualunquismi economici paurosi: “Riuscite a immaginare un’economia nella quale l’impresa privata e l’investimento pubblico si combinano per aumentare il tenore di vita di tutti? Riuscite a immaginare un’economia in cui ogni comunità rurale e urbana disponga di servizi sanitari, educativi e di trasporto sufficienti per soddisfare le esigenze della popolazione locale? Riuscite a immaginare un’economia in grado di misurare e migliorare continuamente il benessere della gente e non solo il prodotto interno lordo? Riuscite a immaginare un’economia in cui l’attività umana rigenera e arricchisce tutti gli ecosistemi? Riuscite a immaginare un’economia in cui le nazioni commerciano in forme che migliorano gli standard di vita e le condizioni ambientali di tutte le parti coinvolte? Riuscite a immaginare un’economia composta da una forte classe media occupata nei servizi e con lavori che prevedono buoni salari e benefit? Riuscite a immaginare un’economia in cui sia garantita a tutti una pensione serena, capace di soddisfare tutti i propri bisogni alimentari, abitativi e sanitari? Riuscite a immaginare un’economia in cui ogni genere di ricerca venga completamente finanziato, con un flusso costante di idee di successo commercializzate o diffuse a beneficio dei cittadini?… Acquisita la consapevolezza di come sia possibile finanziare tutto questo, adesso sta a voi immaginare e contribuire a costruire un’economia al servizio del popolo”.
Forse, è sempre ed ancora meglio scavare buche nel terreno e ricoprirle piuttosto che confidare in un mondo in cui le nazioni cooperino per il benessere di tutti. Ci troviamo all’imbocco di un periodo storico di conflitti per la supremazia che metteranno le nazioni le une contro le altre. Sarebbe più opportuno che gli Stati investissero in difesa, tecnologia, innovazione e ricerca per superare i competitori i quali hanno in testa di tutto ma non sicuramente l’armonia dei rapporti internazionali.

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