Un mondo di cialtroni (di GLG)

gianfranco

 

Secondo i giornali nazionali, a causa delle politiche del governo, ad ottobre è cresciuta la disoccupazione e si è aggravata la crisi.
Stesse cose propalate in TV in tutti i Tg (Rai, Mediaset e la 7) e nei talk show pseudopolitici su rete 4, la 7, Linea notte, ecc. Questi sono ignoranti e in malafede insieme. Il governo è in carica da 5 mesi, ancora non è in atto né reddito di cittadinanza, né revisione Fornero né la flat tax per una serie di lavoratori autonomi e piccoli imprenditori – cioè non è in funzione la “manovra” tanto aggredita – e già avrebbe provocato recessione, aumento di disoccupazione. Qualsiasi non idiota e mentecatto, qualsiasi non bugiardo sesquipedale, sa che questi sono gli effetti della politica economica degli anni passati, basata sull’austerità e il crollo della domanda. Hanno fatto un tam tam sui negozi chiusi in quanto, secondo loro, i cittadini hanno perso la fiducia a causa della “manovra” e dei primissimi atti del governo (nulla è stato approvato prima dell’ultimo trimestre, quello incriminato). Mascalzoni e a mio avviso assai più delinquenti di quel moldavo ucciso nel corso di un furto. Nella mia stessa cittadina è da due anni e anche più che stanno chiudendo decine e decine di negozi soprattutto nella zona centrale. Manca la domanda a causa dell’impoverimento di larghi strati di ceto medio, manca una vera spesa pubblica capace di rimettere in moto una certa distribuzione di reddito. Oltre al fatto che i grandi centri commerciali, ancora in diffusione e sempre più grandi (sembrano a volte delle cittadine ben popolate), fanno chiudere i piccoli negozi. E in ogni caso, l’austerità che ha indebolito la domanda complessiva si è accentuata proprio a partire da Monti e dalla dannosa politica della UE. Questi ignoranti sembrano credere che siamo alle crisi del Medioevo; nemmeno sanno che le crisi della società moderna (capitalistica e industrializzata) sono di sovrapproduzione. Lo sapevano già nell’800 che l’immiserimento in questo tipo di società si crea nel bel mezzo della sovrabbondanza della produzione e offerta di beni, che certo poi, non più sorretta dalla spesa dei privati (consumatori e investitori), cade logicamente e crea disoccupazione dei fattori produttivi: lavoro e capitale (imprese). Si sapeva già da un pezzo che non funzionava la legge fondamentale del liberismo: quella di Say secondo cui l’offerta crea la propria domanda (il che implicava la convinzione che il risparmio sarebbe stato sempre investito, semplicemente riducendo i tassi di interesse sui prestiti). Questi coglioni, con in testa i correttamente definiti “cretini della Bocconi”, si sono dimenticati tutto; e i giornalisti seguono questi imbecilli e imbroglioni di tale portata che il ben noto dott. Dulcamara era un principiante. O si prendono a calci nei denti oppure la si smetta di governare. Per il momento soprassiedo sul catastrofico presidente della Camera; come si possa eleggere un simile sprovveduto, non si capisce proprio. Ma anche sulle fesserie di costui, la discussione di politicanti, giornalisti, ecc. è quanto di più miserabile vi sia. Si pone in primo piano la dichiarazione di contrarietà rispetto al decreto sulla sicurezza per cui si è assentato dall’Aula (atteggiamento che dovrebbe immediatamente portare alla sua rimozione). E lo si fa perché si vuole insistere sul fatto che i due partiti governativi sono in contrasto e non possono né debbono proseguire nel governare. Ma la cosa gravissima è l’atteggiamento di inimicizia deciso da Fico verso l’Egitto, che ha con noi importantissimi contratti d’affari e con in piedi la possibilità che l’Eni possa avvantaggiarsi nello sfruttamento del maggior giacimento d’idrocarburi mai scoperto; e scoperto proprio dalla nostra benemerita azienda pubblica (fondata da Enrico Mattei). E ancora insisto sulla mascalzonaggine dell’informazione (nemica al 90% perché tutta pagata da confindustriali legati a Renzi e Berlusconi). Insistono che ormai il popolo italiano è stanco di questi due incapaci e inetti che ci governano. Per il momento, però, quando devono dare risultati dei sondaggi elettorali, questi sono abbastanza diversi tra loro, ma tutti danno comunque Lega e 5stelle intorno al 60% di gradimento. E allora tacete, puri imbroglioni che vi passate per giornalisti ed esperti di politologia o di opinione pubblica; siete solo dei putridi farabutti pagati profumatamente per mentire. La vergogna di questo governo è che non ha la forza di mettervi a tacere con punizioni esemplari. E nominano alla direzione delle reti Rai non uomini scafati e decisi a far valere finalmente il “nuovo”; niente, ancora il vecchio culturame proveniente dalla falsa “sinistra”; al massimo intervallato con qualche squallido berlusconiano.

Ogni volta che un economista parla…

mario_monti24

No

L’ideologia del tutto “corretto”, di matrice progressista, non attiene solo agli aspetti politici e culturali (politicamente corretto, culturalmente corretto) della verminosa (perché in decadenza relativa) società occidentale attuale ma, soprattutto, a quelli economici.
L’economicamente corretto è, se possibile, anche più insopportabile del resto perché i tromboni che se ne fanno custodi hanno sempre una faccia da sventura imminente, che non esprime alcuna passione civile ma solo presunzione, disprezzo ed indifferenza per chi si permette la messa in discussione del loro verbo numerico. Questo è proprio il punto centrale. Il pensiero espresso da detti sacerdoti del “conto” non si basa su un approccio scientifico quanto sull’immutabilità di un certo “dogma” economicistico (indimostrato ed indimostrabile), dal quale fanno discendere altri preconcetti secondari, ugualmente fallaci se non assurdi. La loro è una numerologia priva di contatto con il mondo, alla quale attribuiscono una potenza mistica contro cui le azioni e le scelte umane non possono nulla. Essa si esprime in vincoli (ne abbiamo persino uno in Costituzione) che il colto e l’inclita non devono violare, altrimenti sono debiti e fallimenti ovunque.E così sia. Tuttavia, della crisi in corso essi non hanno previsto né gli inizi e nemmeno gli sviluppi, eppur consigliano ogni cosa per giungere al suo superamento. Il polpo Paul, con poche movenze, ne ha azzeccate più di loro che si innalzano su un pulpito di chiacchiere da molti decenni.
Benché perennemente in giacca e cravatta, con la variante dello zaino per alcuni, essi sono astrologi in campo economico (ed io nella mia mente me li figuro travestiti come il mago Otelma, il che mi vieta di prenderli in considerazione anche quando hanno la faccia seria e corrugata di un Padoan), si dedicano a divinazioni basandosi su: dati costruiti selettivamente, da incrociare tra loro artatamente, per confermare immancabilmente conclusioni già formate nelle loro teste, con lievi scarti di imprecisione a fini di dissimulazione. Troppa precisione svelerebbe la truffa e la mistificazione. Pazienza se la realtà non vuole saperne di adeguarsi alla parola dell’economista, andando in senso opposto, si allineerà senz’altro dopo la scomparsa di questa generazione. La lunga tendenza speculativa ha questo scopo, quando non si sa che dire si chiamano in ballo le future generazioni, poverine, quelle che saranno grate a questi economisti giudiziosi, i quali le hanno salvate dai loro padri spreconi.
Quando Mario Draghi, presidente della Bce, afferma, per esempio, che l’euro è irreversibile, ci dimostra di quale pasta è fatto. Il sesterzio era irreversibile, prima che i romani scomparissero. Hitler (che però era un politico, quindi più saggio) almeno auspicava il Reich millenario, perché aveva quel senso del limite e della misura che invece manca al nostro connazionale parlante in inglese e depensante in generale.
Quando Padoan afferma che un battito di spread genera una tempesta sui mutui sta sostenendo un’amenità ma non teme la figuraccia perché quello è l’ordine di batteria dato a tutti i pennuti professorali dal motore immobile economicista che muove i suoi polli cattedratici. Quando Cottarelli eticizza cifre (Borghi lo ha smascherato sugli andamenti sballati dei prezzi del petrolio), sublima tagli, spiritualizza risparmi e si erge a spendigrewivista celestiale, sapendo di aggravare la situazione, non sente il disagio perché ha in testa l’aureola del salvatore del patrimonio, conferitagli dalla solita cerchia di sperperatori di futuro che diedero 10 e loden ad uno come Monti ed un calcio in culo a tutti noi.
Ma facciamola breve. Ogni volta che un economista parla un cervello muore. Lo tengano a mente quelli che continuano ad ascoltare certe suggestioni e a basarsi su sciocche e mai verificate previsioni di detti ciarlatani. Se si vuole cambiare non dico il mondo ma l’Italia si sputi pure in faccia a chiunque tenti di scoraggiare anteponendo spread o deficit alla potenza nazionale.

L’alternativa e’ ormai secca e pressante, di GLG

gianfranco

Qualcuno(a) ha scritto che non si offendano le puttane paragonandole ai giornalisti (salvo le opportune eccezioni; d’altronde si sa che non c’è regola senza eccezioni). In effetti, la gran parte dei giornalisti – e non solo italiani almeno dalle notizie che arrivano in merito alla stampa statunitense – è ben rappresentata soltanto da vermi che strisciano a pagamento. Quelli appena un po’ meno banali e superficiali (ma mai meno faziosi e bugiardi) sono lombrichi. Oggi c’è un buon articolo di Belpietro su “La Verità” (che non so riportare non essendo il giornale on line), in cui si mette in luce come stanno andando i sondaggi elettorali in totale contrasto con quanto sostengono i giornali riguardo alla presunta rivolta dei “nordici” nei confronti della Lega, che i sondaggi danno in notevole crescita. Ne ho anch’io visti un certo numero. Ne cito solo pochi. Intanto, quello patetico de “Il Giornale” che dà in aumento la Lega (ma solo a poco più del 31%) e ridicolmente attribuisce a F.I. una rimonta fino ad oltre l’11%. In realtà, quelli settimanali del TG7 danno alla Lega ormai ben oltre il 30%, F.I. sempre tra il 7 e l’8% (qualche volta al 9), il Pd sempre tra il 17-18, ecc. ecc. Quanto a Pagnoncelli, proprio 2-3 giorni fa ha segnalato la Lega a oltre il 36% e F.I. e Pd alle percentuali appena considerate. Lascerei comunque stare i sondaggi (molto spesso richiesti e magari finanziati da qualcuno) e attenderei le vere elezioni (tipo quella del Trentino-Alto Adige con F.I. quasi sparita e il Pd appena visibile).

A parte i sondaggi, la malafede degli organi d’informazione – ancora uniformati al vecchio establishment piddino e forzaitaliota, quello appoggiato dai nostri “cotonieri” (i vertici confindustriali, da sempre vera vergogna di questo paese) – ha raggiunto livelli via via parossistici a partire dal 4 marzo, ma soprattutto dopo la formazione del governo. In questi giorni – in accordo con gli attuali vertici della UE, formati da membri di un PS in disfacimento dappertutto e di un PPE in grave crisi, in particolare proprio nel suo paese “principe”, la Germania; e non parliamo di “en marche” di Macron – l’informazione dei venduti continua ad intervistare i suddetti “cotonieri”, facendoli passare per l’intero ceto degli imprenditori nordici in sollevazione contro la Lega. In realtà, si devono ossessivamente udire le cavolate di uno dei figli dei “capitani coraggiosi”, cui vent’anni fa fu svenduta la Telecom fino ad allora pubblica. Vicenda raccontata più volte da noi di C&S, implicando pure un certo Mario Draghi, da tutti considerato un grande economista che avrebbe operato per aiutare l’Italia; sì, in un certo senso, solo da quando fu nominato a dirigere la BCE nel 2011, proprio l’anno in cui, a novembre, iniziò il settennato dei governi di “tradimento del paese” (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni), che si tentò di perpetuare dopo il 4 marzo con un altro dissennato governo tecnico (Cottarelli), immediatamente bloccato dall’accordo certo problematico dei due attuali governativi, non ancora adeguato alle necessità dell’epoca che avanza.

Il fallimento della “primavera araba” (tentativo obamiano di ricreare un ormai impossibile monocentrismo americano, che ha condotto agli sconvolgimenti in Africa e Medioriente con l’incontrollato fenomeno migratorio), le elezioni presidenziali negli Usa (che mostrano lo scollamento delle sedicenti élites,“acculturate” malamente e terribilmente ignoranti proprio in fatto di storia), la prosecuzione di tale processo in Europa (con i vari sedicenti “populismi” e la crisi irreversibile della UE), adesso anche i “gilet jaune” in Francia, ecc. chiariscono senza più dubbi che l’alternativa è: dissesto crescente della “civiltà occidentale” o eliminazione completa e senza alcuna pietà (o resipiscenza di “falsa etica”) di vecchie “sinistre” e “destre” ormai non più corrispondenti ai termini usati e solo formate da zombi. Sappiamo da notevoli film anticipatori (fra cui quelli di Romero, ma non solo) che o gli esseri umani eliminano gli zombi o questi ultimi li azzanneranno e li ridurranno nelle loro condizioni. Ormai questo è certo; quindi sarebbe necessario che terminassero presto i dubbi e le indecisioni su ciò che è sempre più urgente fare per salvarsi.  

 

Contro i parametri della vecchia Ue

europa

 

L’Ue avrebbe certamente bocciato il New Deal roosveltiano che andava oltre il lecito di una situazione di “legalità” economica, con le sue scelte espansive in deficit, in contrasto alle convinzioni dell’epoca. Infatti, i “suggeritori” della teoria neoclassica del tempo, non videro di buon occhio quelle scelte che contraddicevano i dettami di cui essi erano portatori e che toglievano loro molta credibilità. Ma la débâcle principiata nel 1929, avente davvero poco di ordinario, convinse il Paese, che più era stato colpito dai crolli in borsa e dai riflessi sull’economia reale, con le file agli sportelli bancari e poi, più tardi, con le code dei disoccupati per il pane, ad avviare, nel 1933, un piano di spese pubbliche per realizzare infrastrutture importanti, ad alto capitale fisso ed impiego massiccio di manodopera, rimasta inoperosa negli anni precedenti. Inoltre, si decise di applicare forme di salario minimo per far crescere i consumi, cioè la domanda di determinati beni da parte dei settori più colpiti dal terremoto sociale (coincidenti con quelli medio-bassi, dequalificati e naturalmente più esposti, ma anche con quelli appartenenti alla classe media, scippata delle “riserve” in borsa). Le imprese che producevano beni di consumo si rimisero in moto a loro volta, avviando un circolo virtuoso. L’impatto fu sicuramente più forte per quelle aziende che dovevano, invece, rispondere ai grandi investimenti statali ma ogni iniziativa permetteva di ”ossigenare” il sistema, da diverse angolazioni. Gli americani ricorsero, pertanto, ad una specie di “reddito di cittadinanza” ante litteram, senza intenti di generosità (e di retorica stracciona) per salvare il loro capitalismo. E’ vero, in Italia, non abbiamo ancora orde di disperati che si aggirano per le strade ma non è detto che si debba per forza arrivare a simili condizioni per invertire la rotta. Ci sono segnali sufficienti per preoccuparsi, e da lunga pezza, del difficile contesto. Se alcuni parametri stabiliti in qualche lussuosa stanzetta di Bruxelles (e prima ancora di Maastricht), dove si riuniscono sedicenti esperti, non lo permettono, è giusto ignorare bellamente detti indici che non sono stati rivelati agli economisti e ai commissari europei da un dio infallibile competente in materia.
Anche all’epoca di Keynes, c’erano quelli che, come oggi, mal interpretavano le ragioni della crisi (tra questi Pigou), imputando le sue cause all’aumento dei salari. Ma ridurre ancora di più quest’ultimi, la cui messa andava persino azzerandosi in seguito alle espulsioni dei lavoratori dalle fabbriche, avrebbe significato deprimere maggiormente la domanda. Nel capitalismo le crisi sono da sovrapproduzione e non da penuria, pertanto, è facile immaginare cosa sarebbe accaduto se si fossero seguiti siffatti cattivi consigli di insigni maestri della triste scienza. Dunque, la domanda è il vero problema, nonché un eccesso di risparmio che resta tipicamente inutilizzato in economie avanzate e mature. Ci riferiamo a date contingenze storiche, relative e non assolute. Keynes non disse che per sopperire a tutto ciò occorreva assumere operai per far scavare loro buche e poi ricoprirle, caricando sulla collettività i costi totali dell’operazione. Precisamente affermò: “Se il Tesoro dovesse riempire vecchie bottiglie con banconote, sotterrarle a profondità adeguate in miniere di carbone in disuso, riversare nelle miniere rifiuti urbani fino alla superficie, e lasciare poi alla libera iniziativa, sulla base dei consolidati principi di laissez faire, il compito di dissotterrare le banconote (dopo aver indetto una gara per le concessioni di sfruttamento di quel territorio), la disoccupazione non aumenterebbe più e, con l’aiuto delle successive spendite, il reddito reale e la ricchezza della comunità sarebbero probabilmente molto più elevati di quanto si darebbe altrimenti. Certamente, sarebbe più sensato costruire case o altro. Ma, se ci sono difficoltà politiche o pratiche nel farlo, quel che si è detto sopra sarebbe meglio che niente”. Keynes era per il mercato e la libera iniziativa, stimolate però da un intervento statale, in quel particolare momento (durato fin troppo) in cui l’attività dei privati e della concorrenza erano incapaci di autocorreggersi. Nulla di sacrilego in campo economico, nemmeno per i “puristi” liberisti di oggi.

Tuttavia, Keynes pensava che la più alta massa salariale, avrebbe accresciuto la domanda, avviando un processo positivo di ripresa generalizzata. Esattamente il contrario di quello che pensava Pigou, il quale perorava una ulteriore riduzione del costo del lavoro per permettere alle imprese di tornare ad assumere. Ovviamente, seguendo Keynes l’inflazione si sarebbe alzata (limando un po’ di quanto concesso agli stipendi), in risposta all’incremento salariale, ma la macchina produttiva avrebbe avuto il tempo di rimettersi stabilmente in atto. Piuttosto, seguendo Pigou e perdurando la crisi, il crollo dei prezzi sarebbe stato inevitabile e di ben più vasta portata, rispetto alla prima ipotesi, con le imprese che avrebbero continuato a fallire una dopo l’altra.
Afferma giustamente La Grassa: “…Va chiarito che Keynes non propugna alcun intervento per limitare la portata del “libero mercato”; non vi è alcuna indicazione di instaurare una pianificazione statale come nei paesi detti “socialisti”. Inoltre, l’economista di Cambridge non parlava di spesa con finalità sociali (tipo pensioni, sanità, ecc.). Nemmeno si sosteneva che non dovessero in nessuna misura ridursi i salari; anzi, tramite l’inflazione che, almeno inizialmente, veniva promossa tramite la spesa pubblica, una certa riduzione dei salari reali si verificava e ciò non era considerato certo dannoso, poiché alleviava comunque i compiti delle imprese dal lato dei costi di produzione. Tuttavia, la causa principale della crisi – ma nei paesi capitalistici opulenti, ad alto livello di capacità produttiva di reddito – non era attribuita all’eccessiva altezza dei salari, cioè all’esorbitante (presunta) forza raggiunta dalle organizzazioni sindacali nella contrattazione del prezzo del lavoro. Keynes non prende nemmeno in considerazione il problema del mono(oligo)polio; parte anzi dalla presupposizione di una libera concorrenza, si attiene ai concetti marginalistici tradizionali, ma si riferisce a grandezze globali, aggregate, nel senso di variabili complessive attinenti all’economia “nazionale”. Si parla, ad es., di consumo, risparmio, investimento, ecc. in quanto dati relativi alla totalità dei consumatori, risparmiatori, investitori, ecc. esistenti in un determinato territorio (in genere un paese; comunque, ci si può anche limitare ad una regione di un paese o invece allargarsi ad un insieme di paesi di una certa area geografica, ecc.). Per questo si parla della teoria economica keynesiana come di una macroeconomia, in contrapposizione alla microeconomia della teoria neoclassica tradizionale. Man mano che cresce il reddito nazionale (somma dei redditi di tutti gli individui viventi in un dato territorio, in genere quello nazionale, senza riguardo alla loro collocazione in date classi o gruppi sociali), aumenta la quota (percentuale) del reddito risparmiata rispetto a quella consumata. La teoria neoclassica tradizionale riteneva che tutto il reddito risparmiato fosse anche investito. Quando il risparmio aumentava, si supponeva che diminuisse adeguatamente il saggio di interesse (prezzo dei prestiti), per cui gli imprenditori si facevano dare a credito – con l’intermediazione delle banche – tale risparmio per effettuare gli investimenti, che sono appunto domanda di beni di produzione. Quindi, qualunque fosse la dimensione del prodotto (reddito) nazionale, la domanda era comunque della stessa entità dell’offerta, visto che quella di beni di investimento assorbiva la parte di reddito risparmiata (la parte consumata è ipso facto domanda di beni di consumo). Si sarebbe quindi realizzata la cosiddetta legge di Say per cui l’offerta dei beni (e dunque la produzione da cui dipende l’offerta) crea la sua propria domanda; non potrebbe quindi mai esserci crisi di sovrapproduzione, la merce prodotta non resterebbe mai invenduta per carenza di domanda. Per Keynes, invece, vi è un livello della produzione nazionale, nei paesi ad alto sviluppo capitalistico, in cui si verifica comunque un eccesso di risparmio, che non viene assorbito dall’investimento degli imprenditori (privati) per quanto bassi siano i saggi di interesse sui prestiti (bancari). La domanda complessiva dei privati (consumi più investimenti) non tiene allora dietro allo sviluppo (grazie agli avanzamenti tecnologici) della capacità di produrre un reddito, in cui cresce più che proporzionalmente la parte risparmiata rispetto a quella consumata. E’ quindi la debolezza di questa domanda complessiva la causa reale della crisi che poi certamente, una volta scoppiata, si avvita su se stessa facendo regredire il livello della produzione fino al punto in cui, nuovamente, l’intero risparmio, anch’esso ovviamente diminuito, trova di fronte a sé una adeguata domanda di beni di produzione (investimento). Va rilevato, ed è cruciale, che nella crisi la debolezza della domanda induce la diminuzione della produzione e questa accresce la disoccupazione dei fattori produttivi; quella del fattore lavoro ha maggiore evidenza perché è socialmente squassante, ma la disoccupazione colpisce anche il “fattore capitale”, che in questo contesto, come sempre nella teoria neoclassica, è l’insieme dei mezzi di produzione (di proprietà privata). In definitiva, la causa fondamentale della crisi risiede nella carenza, evidentemente relativa, della domanda a livelli di reddito elevati, tipici di economie con grandi potenzialità produttive, quindi tecnologicamente assai avanzate; ecco perché la crisi scoppia soprattutto nel bel mezzo di una raggiunta opulenza ed altezza del tenore di vita. Se vi è relativa debolezza della domanda privata (di beni di consumo e di investimento), è necessario che lo Stato effettui una sua spesa (pubblica) che vada a sommarsi a quella dei singoli cittadini, una spesa che quindi supplisca alla deficienza di quella dei privati. Ecco la ragione dell’intervento statale in economia; non certamente per una pianificazione della produzione…”

Ora, è vero che anche il Keynesismo, dopo gli anni gloriosi in cui aveva ragione da vendere diventò dogmatico, continuando a dire le stesse cose in un clima ormai mutato (quando cioè la crisi terminò, in seguito alla guerra che riconfigurò i rapporti geopolitici, peggiorando di molto il valore dei suoi contributi, ancora basato su ricette viepiù ineffettuali e di un periodo abbondantemente superato), ma attualmente ci ritroviamo in una fase di sregolazione internazionale, la quale richiama i singoli Stati (o aree omogenee di Stati) ad uscire da logiche “regolari” che non funzionano o sono autolesionistiche. E’ importante che la spesa statale in deficit non sia meramente assistenziale e anzi volta a sostenere i comparti più avanzati e strategici. Tuttavia, da questo non si può più prescindere se si vogliono almeno calmierare gli effetti della crisi in corso. Noi riteniamo che la scossa concreta verrà non (tanto) da un diverso approccio economico ma addirittura geopolitico, adatto a rimettere in discussione il ruolo del nostro Paese sulla scacchiera mondiale, poiché la vera crisi attiene oggi ai rapporti di forza globali, prima del resto che pure prende il davanti della scena.

Marx: ma li mortacci vostra!

Karl-Marx

 

“ALL’ELISEO VA IN SCENA IL PROCESSO A KARL MARX: DOMENICO DE MASI INTERPRETA IL FILOSOFO COMUNISTA, ACCUSATO DAL PM FIAMMETTA PALMIERI – FAUSTO BERTINOTTI VESTE I PANNI DELL’AVVOCATO DIFENSORE….

l’accusa del Pubblico Ministero Fiammetta Palmieri (Magistrato del CSM) che ha sottolineato quanto Marx, pur partendo da fatti veri e corretti come il tema della lotta di classe e dello slittamento del proletariato, abbia poi proposto soluzioni illusionistiche e irragionevoli, diventando il motore di una rivoluzione violenta che aveva come fine ultimo il cambiamento radicale della società con lo smantellamento dello Stato in favore dell’autogoverno….

[Bertinotti, avvocato difensore] le accuse rivolte a Marx sarebbero più correttamente da destinare a Vladimir Il’ic Ul’janov, meglio noto come Lenin e Iosif Vissarionovic Dzugašvili, meglio noto come Stalin. Il concetto di rivoluzione marxista non era concepito come un colpo di Stato, ma come lotta di classe, quella tra oppressi e oppressori che fa parte da sempre della storia dell’umanità.

De Masi, alias Karl Marx, ha concluso il suo intervento ricordando quanto la sua opera sia stata un lungo e densissimo percorso finalizzato alla felicità dell’uomo e del genere umano”.

Va bene, è solo un gioco, ma perché costoro non si sono fatti una partita a burraco invece di rompere i coglioni a Marx?

1. Al pubblico Ministero. Marx non parte da fatti veri (ammesso che questo significhi qualcosa). Marx parte da ciò che non si vede sensibilmente, appunto, da ciò che è l’esatto contrario di un fatto (i fatti, per lo più, sono sempre ingannevoli). Già Hegel diceva che ciò che è noto è meno conosciuto. Marx vuole smontare i fatti, ciò che appare come dato inequivocabile ma non lo è, in quanto tra “l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica” non c’è diretta coincidenza. E scrive nella “Prefazione”: “Che ogni inizio sia diffìcile, vale per ogni scienza. Perciò la comprensione del primo capitolo, specialmente nella parte dedicata all’analisi della merce, presenterà le difficoltà maggiori. Ho invece reso per quanto è possibile divulgativa l’analisi della sostanza del valore e della grandezza del valore. La forma valore, di cui la forma denaro è la figura perfetta, è vuota di contenuto ed estremamente semplice. Eppure, da oltre due millenni la mente umana cerca invano di scandagliarla, mentre d’altra parte l’analisi di forme molto più ricche di contenuto e molto più complesse è almeno approssimativamente riuscita. Perché? Perché è più facile studiare il corpo nella sua forma completa che la cellula del corpo. Inoltre, nell’analisi delle forme economiche non servono né il microscopio, né i reagenti chimici: la forza dell’astrazione deve sostituire l’uno e gli altri. Ma, per la società borghese, la forma merce del prodotto del lavoro, o la forma valore della merce, è la formaeconomica cellulare elementare. Alla persona incolta, sembra che la sua analisi si smarrisca in mere sottigliezze; e di sottigliezze in realtà si tratta, ma solo come se ne ritrovano nell’anatomia microscopica”.

Che da questa indagine – che poi è “ricerca sul modo di produzione capitalistico e sui rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono” – siano potute nascere “soluzioni illusorie e irragionevoli”, sfociate in violenza, è una tale sciocchezza da non meritare nemmeno commenti. Da un Pm, del resto, di più non ci si può aspettare, questi metterebbero tutti in galera senza uno straccio di prova.

2. All’ Avvocato difensore. La responsabilità, secondo Bertinotti, noto Bertinights dei salotti romani, sarebbe di quelli che non hanno capito Marx, il giusto. Lenin e Stalin sono i veri colpevoli, i truci assassini della buona idea e degli uomini di buona volontà. Cosicché ora abbiamo un sospettato e due colpevoli certi. Come leguleio Berti(notti)è un vero disastro, proprio come ex Segretario comunista. In ogni caso, Marx non era Gesù, non voleva liberare gli oppressi nel senso religioso bertinottiano. Marx riteneva che dalle contraddizioni del capitale sarebbe sorto un nuovo rapporto sociale, non più fondato sull’estorsione del pluslavoro nella forma del plusvalore. La Classe intermodale che avrebbe garantito questo passaggio era il General Intellect (braccia e menti, giornalieri e ingegneri della produzione), non la classe operaia tout court, sfruttato dai capitalisti ma non genericamente oppresso. Berty, sempre meglio in cachemire che in toga.

3. L’alter ego. De Masi, dopo il lavoro a gratis, ci propina questa coglionatura di Marx San Francesco che cercava la felicità dell’uomo, no che dico, dell’intero genere umano, come se fosse un santo e non uno scienziato. In verità, Marx in vita non fece altro che disprezzare gli umanisti alla De Masi, quelli che parlavano degli interessi “del genere umano, dell’uomo, in generale, dell’uomo che… non appartiene neanche alla realtà, ma soltanto al cielo nebuloso della fantasia filosofica”. Marx non sopportava la “dolce rugiada traboccante amore” degli umanisti, dei protettori degli animali, dei fautori di progressivi miglioramenti delle condizioni di vita degli oppressi, non perché fosse cinico ma perché odiava l’ipocrisia.

I signori di cui sopra, alla fine, hanno mandato assolto Marx. Quest’ultimo, se li avessi giudicati, li avrebbe senz’altro condannati alla sua derisione.

CRISI, MULTIPOLARISMO E GRUPPI SOCIALI

gianfranco

 

di Gianfranco La Grassa

1. Va manifestato il massimo disappunto per come la crisi iniziata nel 2008 è stata trattata da sedicenti esperti, che hanno solo enfatizzato le crisi di Borsa, il falso problema dello spread, al massimo criticando i “cattivi finanzieri”, magari per carenza di etica, ecc. Alcuni studiosi di economia più seri hanno affrontato il problema con altri strumenti e con una migliore conoscenza delle varie teorie sulla crisi formulate da autori ormai divenuti dei “classici”. Non ritengo inutile il lavoro di questi studiosi odierni, ma qui mi interessa, come ormai sottolineato più volte, la motivazione profonda e cogente delle crisi (di tipologia variabile), quella motivazione che non attiene alla pura economia, bensì alla politica. Non mi riferisco però in tal caso agli apparati e istituzioni della sfera sociale detta Politica, in gran parte rappresentata da quello che chiamiamo Stato (e poi i partiti, ecc.); bensì alla sequenza di mosse strategiche che i vari attori compiono per vincere nel conflitto, che li oppone gli uni agli altri, e conquistare così la supremazia.

Da tale punto di vista, la crisi iniziata di fatto nel 2008 – e fin da subito la assimilai a quella di sostanziale stagnazione del 1873-96 – va considerata il segnale d’apertura di una nuova epoca di accentuato scontro multipolare, che comporta lo scoordinamento delle complessive relazioni tra le numerose formazioni particolari(in definitiva, i vari paesi); e dunque pure del cosiddetto mercato globale. In realtà, non si tratta affatto del semplice mercato, bensì di un riposizionamento delle formazioni in questione nei loro rapporti di forza in merito al controllo di determinate sfere d’influenza. Dal tendenziale monocentrismo Usa (1991-2001) si sta entrando in una fase di assai instabile (dis)ordine mondiale, causato da una non irrilevante crescita di potenza di nuovi paesi (in particolare Russia e Cina). Difficile prevedere quale sarà il risultato finale di una simile fase di intensi squilibri.

Propendo comunque per la prosecuzione, sia pure non lineare bensì con andamento a sbalzi, della tendenza al multipolarismo(attualmente ancora imperfetto) in direzione dell’usuale policentrismo che annuncerà un periodo di acutizzazione del conflitto per il predominio mondiale; e non certo di tipo prevalentemente economico, bensì soprattutto politico e bellico. Ed è al servizio di quest’ultimo che funzionerà, in definitiva, l’economia di vari paesi in fase di trasformazione decisamente innovativa. Si verificheranno pure, soprattutto nei paesi che si avvieranno ad essere effettive potenze, modificazioni non indifferenti delle “strutture” sociali (delle forme dei rapporti tra i diversi gruppi sociali). La crisi, nel suo aspetto più superficiale, quello economico appunto, sarà lunga e tormentosa, strisciante e povera di impennate verso alti ritmi di crescita. Nel contempo, non dovrebbe nemmeno condurre a catastrofici sprofondamenti; anche se l’esperienza del 1929 deve tenere avvertiti che eventuali “botti” non si prevedono effettivamente con tanto anticipo. Potrebbe esserci qualche crac finanziario, più difficilmente bruschi e autentici crolli nei settori della produzione; almeno per alcuni anni a venire. La sfera economica sarà però investita da mutamenti intersettoriali, da avanzamento di date branche (alcune anche nuove) con arretramento di altre.

Anche se, come sostengo da tempo, è lo squilibrio a creare i suoi portatori soggettivi (gli “attori” in lotta, in questo caso i vari paesi) grazie al movimento incessante da esso indotto, detti soggetti non sono tuttavia strettamente determinati, non sono privi di libertà di scelta sia pure entro un non largo ventaglio di possibilità d’azione. Inoltre, quando si fa riferimento al mono o policentrismo, al multipolarismo, ecc. balzano in evidenza, quali agenti (creati dal movimento squilibrante), le formazioni particolari: predominanti (le potenze), subdominanti o più nettamente subordinate. Tuttavia, in queste formazioni (paesi, nazioni, ecc.) sono presenti diversi raggruppamenti (e più specificigruppi) sociali; e anche questi sono emersi – con i vari nuclei dirigenti che di fatto li orientano nell’ambito del flusso di conflitti generato dall’oscillazione vibratoria.

Ecco allora che il discorso sulla crisi apre in realtà la porta a una ben più rilevante, e complicata, discussione sui vari tipi di conflitto (di “guerra” in senso lato) che si scatenano ai diversi livelli della formazione sociale nel suo aspetto generale (globale). Due sono dunque i principali conflitti da prendere in considerazione: lo scontro tra le varie formazioni particolari(paesi, nazioni, ecc.) per il predominio mondiale (o almeno “regionale”, cioè di una particolare area del globo) e quello che fu indicato, a lungo e da una particolare concezione teorico-ideologica, quale “lotta di classe”, cioè scontri e frizioni tra gruppi sociali all’interno delle formazioni particolari in questione. Non sono però soltanto questi gruppi, nella loro complessiva costituzione, a determinare con la loro azione (“di massa”) la prevalenza di uno o più d’essi (o le alleanze fra alcuni di essi, quelle a volte definibili blocchi sociali) in ogni data formazione. Decisiva appare sovente la discesa in campo di nuclei dirigenti in competizione più o meno acuta fra loro e più o meno capaci di conquistare il controllo del paese. I nuclei in questione – e non le sole “masse in movimento” (cioè i raggruppamenti sociali) – sono a mio avviso i più efficaci portatori soggettivi ultimi del movimento squilibrante e dei conflitti da esso indotti; e il prevalere di questo o di quello di detti nuclei definisce la differente tipologia cui appartiene un determinato paese (pre o subdominante o nettamente subordinato ad altro, ecc.).

Lasciamo pure gli studiosi (quelli seri però) discorrere sulle varie cause economiche delle crisi, sulla loro periodicità e lunghezza, sui mezzi per contrastarle, quasi sempre con la convinzione che lo si possa fare e che solo manchi la buona volontà o si commettano errori evitabili, ecc. Personalmente sto cercando un differente percorso (teorico) utile alla comprensione di ciò che è il più generale e cogente fattore dello squilibrio, considerato nelle sue più essenziali cause.

Parto dal principio che lo squilibrio genera il movimento; e quest’ultimo ha come effetto il conflitto e la formazione di “punti di condensazione” rappresentati dai portatori soggettivi, dagli “attori” che sono fra loro in lotta nella realtà di superficie (“di palcoscenico”, ecc.). Essendo quelli più visibili, li si osserva muovere, attribuendo loro e al loro modo d’agire la causa dello scontro e dei suoi effetti; si pensa insomma, troppo spesso per carenza di analisi teorica, che essi siano veri soggetti nell’azione e non semplici portatori, pur dotati di qualche margine di variazione soggettiva. Si sostiene allora la possibilità di invertirne il comportamento, di realizzare accordi, sol che lo si voglia realmente, smorzando così il conflitto, forse giungendo un giorno alla piena cooperazione, creando infine un mondo senza più crisi di alcun genere: né politiche e sociali né economiche, né internazionali (tra i vari paesi) né interne (tra i vari raggruppamenti sociali). Resta, allora, soltanto la “saggezza religiosa” a ricordarci l’ineliminabilità della lotta tra bene e male; e almeno per questa via ci si salva dalle peggiori ipocrisie e falsità del “buonismo” dei dominanti che devono far credere ai sottoposti molte fanfaluche nel tentativo di perpetrare il loro dominio.

2. Sul palcoscenico, una data opera va rappresentata seguendo il testo dell’autore; certamente, però, la regia introduce curvature particolari e gli attori, se capaci, mettono in piena luce determinati significati, che devono comunque essere quelli presenti nel testo in questione, altrimenti abbiamo a che fare con tutt’altra opera. Il “testo scritto” dal movimento squilibrante, generatore di conflitti, è quello che è; tuttavia, non si è passivi nella lotta e ci si deve impegnare nella “migliore rappresentazione” possibile. Nessuno sostiene che gli attori non possano apportare a quest’ultima variazioni di una certa rilevanza, ma non tale da invertirne il significato, voluto dall’“autore”. Insomma, i portatori soggettivinon sono determinati nel loro agire fin nelle minime minuzie, essendo invece in possesso di alcuni “gradi di libertà”. L’importante è smetterla di credere che essi siano capaci di ottenere risultati contrari, opposti, a quelli indicati nel “testo” e che contemplano lo squilibrio e il conflitto con determinati rapporti di forza tra i contendenti e con le caratteristiche del campo dove avviene lo scontro. Perfettamente inutile è disconoscere questa condanna, sperando che alla fine potrà trionfare la bontà, l’accordo, la pace. Questo avverrà, secondo me, solo con la “morte universale” di quanto esiste nel Cosmo così com’è attualmente.

Veniamo a considerazioni più particolari e di “minore” rilievo (salvo che per noi umani). La crisi iniziata da ormai dieci anni ci accompagnerà a lungo. E’ una tipica crisi di scoordinamento legata al progressivo accentuarsi del multipolarismo. La vera differenza rispetto a quella, più volte ricordata, di fine secolo XIX è la deflazione dei prezzi verificatasi allora. Tuttavia, avremo probabilmente modo di assistere anche a quel fenomeno. Anzi già adesso abbiamo in molti settori questa deflazione; e anche il rialzo dell’indice generale dei prezzi è in definitiva minimo rispetto ad un tempo. Se poi abbandoniamo i paragoni effettuati soltanto in sede di andamento dei processi economici, riusciremo neiprossimi anni ad afferrare meglio una serie di mutamenti maggiori verificatisi in periodi storici simili a quello che prese avvio con la lunga crisi di depressione ottocentesca e che fu caratterizzato dal declino inglese. Non facciamoci però trarre in inganno ancora una volta: non fu quel declino il fenomeno più rilevante dell’epoca (detta imperialistica). Esso, fra l’altro, non era ineluttabile se non con il solito senno di poi. Si verificò allora soprattutto la fine del capitalismo quale si era formato in Inghilterra e poi in Europa (e, inizialmente, pure negli Stati Uniti), quel capitalismo borgheseche servì da modello per l’analisi marxiana e il cui tramonto fu pensato come inizio della rivoluzione proletaria mondiale, in grado di seppellire il capitalismo tout court.

La depressione di fine ‘800, durata circa un quarto di secolo, aprì la via alle vere grandi crisi, soprattutto belliche – con ulteriori riflessi economici critici in date contingenze: tipo quelli avutisi con la crisi del 1907, “trascinatisi” di fatto fino alla prima guerra mondiale, e quelli provocati dalla crisi del 1929, anch’essi superati solo con la seconda – che hanno prodotto la radicale mutazione storico-sociale cui hanno assistito le generazioni del secondo dopoguerra. L’attuale crisi di relativa stagnazione verrà infine considerata fra un bel po’ di tempo come l’apertura di una nuova “grande trasformazione”. L’illusione della lotta tra capitalismo e socialismo, tipica dell’epoca del mondo bipolare, ha completamente sviato l’attenzione degli studiosi, con l’incomprensione totale dell’avvenuto passaggio dal capitalismo borghese a quello dei funzionari del capitale. Definizione da me escogitata provvisoriamente e che sono il primo a considerare non del tutto soddisfacente; comunque si tratta del capitalismo di matrice nordamericana, già indicato da Burnham nel 1941 come manageriale (anche tale definizione mi sembra incompleta, pur essa economicistica poiché relativa alla realtà grande-imprenditoriale). Comunque, siamo entrati attualmente in una nuova epoca di netti, probabilmente violenti, sconvolgimenti con ulteriori modificazioni della formazione sociale, che continuiamo a definire genericamente capitalistica in base all’esistenza degli apparati tipici della sfera economica: il mercato e le imprese, ecc. Stiamo accumulando ritardi su ritardi e ci impantaniamo nel chiacchiericcio inconcludente più che in autentiche analisi teoriche.

Ci dimostriamo anzi in possesso di scarse capacità d’indagine, tutti dediti alla considerazione del momento presente. La memoria del passato è continuamente ignorata; e, quando non lo è, ci si dedica incoscientemente al suo completo travisamento, a raccontarci una storia ampiamente alterata e dunque incompresa. Il futuro è oggetto di futili discussioni sull’ottimismo o invece il pessimismo nonché di fatue promesse tipiche di una “democrazia elettoralistica”, che ha creato individui incapaci di pensare e problematizzare il proprio vivere per un periodo di tempo che superi uno o due anni (e anche meno). L’abissale superficialità (condita di irritante presunzione) dei “tecnici”, degli “specialisti”, è l’autentica cifra della nostra fase storica, specialmente in questo “occidente” ormai stramaturo, marcio e sfatto. Basti pensare alla “commedia” dei medici – sempre più specialisti e incapaci di valutare men che superficialmente l’intera complessità del corpo umano – che si sbrodolano con fervore a difendere la “scienza medica”.

Ritengo utile prendere intanto atto di una realtà che credo ci apparirà evidente entro qualche anno: la crisi attuale non è prevalentemente economica e difficilmente riaprirà la porta a prossimi nuovi boom. Essa ci farà galleggiare in una situazionetendenzialmente depressiva – pur con alcuni sviluppi “diseguali” tra le varie aree e paesi – e andrà mutando in direzione di più netti sconvolgimenti di varia forma, ancora per larghi versi imprevedibili. Tuttavia, come già detto, gli agenti (i portatori soggettivi) dell’“oggettivo” movimento squilibrante, e generatore di conflitti, non sono del tutto passivi né tanto meno inerte preda di un improvvido Destino, poiché abbiamo già rilevato invece l’esistenza di alcuni “gradi di libertà”. Sarà dunque utile cercare di afferrare le determinanti e le caratteristiche di massima dei prossimi conflitti. Un lavoro irto di difficoltà e complesso, che sconterà la lunga parentesi di paralisi della nostra ricerca.

Lasciando perdere gli inutili cantori della “libera individualità” nella sua interazione soprattutto mercantile – una concezione di una vecchiezza insopportabile – dobbiamo superare anche le stantie concezioni della “divisione in classi” e della lotta fra queste. Tuttavia, è indubbio che funzionano ancora gruppi sociali (non ben conosciuti e soprattutto affastellati confusamente nella dizione di “ceti medi”) e si formano – spesso disfacendosi e riformandosi in periodi ravvicinati data la loro labilità e il loro pressapochismo politico – nuclei direttivi dotati di strategie raramente ben fissate e con obiettivi spesso incerti e cangianti. In ogni modo, è in questa direzione che dobbiamo iniziare la nostra strada di analisi, perché qui incontriamo appunto gli “attori” che recitano la politica e i “registi” che mettono in scena il conflitto. Mi sembrano al presente molto scadenti e gli uni e gli altri; ma così sono e al loro comportamento ci si deve attenere. Sapendo però distinguere tra portatori soggettivi (sia pure dotati di una qualche libertà di scelta) e movimento squilibrante che rappresenta il vero Autore (d’ultima istanza) del conflitto in via di acutizzazione multipolare.

Qui siamo e da qui dobbiamo riprendere teoricamente le mosse.

 

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