Buonisti al macello

bomb

 

Uno dei miei romanzi preferiti, per gli spunti di riflessione che offre, è lo spassosissimo “ll più grande uomo scimmia del Pleistocene” del giornalista inglese Roy Lewis. Ebbi modo di parlarne già in passato per mettere alla berlina chi si mostrava preoccupato dell’avanzata degli Ogm, appellandosi ad un romantico concetto di natura, quella che prima o poi finirà per ribellarsi per limitare la tracotanza umana (ma lo fa già costantemente perché essa dell’uomo se ne impipa avendo una sua propria “volontà” e mi si lasci passare il metafisico concetto schopenhaueriano) che con l’evoluzione sociale della nostra specie c’entra come i cavoli a merenda, in quanto “l’artificiale è entrato nella vita subumana già con gli utensili di pietra”. Questa affermazione rimanda anche un po’ all’incipit del magnifico film di Kubrik, “2001 Odiessea nell spazio”, in particolare alla mitica scena della scimmia antropomorfa che lancia un osso animale, utilizzato prima come clava contro i suoi simili occupanti un posto privilegiato vicino ad una fonte di acqua e che si volevano scalzare, nel cielo fino a quando questo si trasforma in navicella spaziale, con tutta la storia umana fotografata così in pochi istanti. Oggi mi permetto di sottoporvi un ulteriore passo, ugualmente indicativo della nostra maniera di amare il prossimo e di confrontarci con le scoperte che ci fanno grandi e al tempo stesso criminali impenitenti. Sembra proprio che l’uso di dette aggettivazioni, solo apparentemente contradditorie, sia inscindibile quando si tratti di noi. Per questo provo un disprezzo ancestrale per i buonisti che cavalcano certi fenomeni, come l’immigrazione o il rispetto di minoranze sempre più strambe. Sono migliaia di anni che pratichiamo i cazzi nostri ma ora all’improvviso dovremmo immischiarci in ogni evento sfortunato, perché non si può lasciare morire in mare nessuno ma lo si può bombardare a casa sua per altri interessi. Questa di chiama ipocrisia e non umanità. La verità è che ammazzeremmo anche nostro padre per evitare quelli che consideriamo rischi maggiori. Intelligenti pauca. Non appesantisco lo scritto con altri commenti perché poi mi si accusa di essere prolisso (in verità mi sembra di scrivere anche poco), ma mi auguro di lasciarvi con quell’amaro in blocca che mette in dubbio le convinzioni buoniste, dure a morire, tipiche non solo di certi pagliacci progressisti aventi in mano i media e i soldi dei filantropi stranieri ma soprattutto di quei filosofi dell’Uomo (con la U maiuscola mi raccomando), che ancora vivono della carogna della Grecia Antica, li dove la filosofia ebbe inizio ma con tutt’altra intenzione rispetto alle loro ubbie odierne.
Buona lettura…
Ancora una volta, papà ci aveva giocato; e non ci potevamo far nulla. La caccia era eccellente, e quanto alle caverne non si poteva desiderare di meglio: ne prendemmo un’intera fila, in alto, tutte molto luminose anche se esposte a settentrione. Ma era motivo di bruciante irritazione vedere i nostri vicini, poco fa mera canaglia, accender fuochi dappertutto, e capitare tutti i momenti per chiederci la ricetta della còte d’antilope à la manière du chef, o per invitarci a qualche barbecue da loro. Papà asseriva trattarsi di bravissima gente; e quando, com’era inevitabile, bruciarono inavvertitamente una buona metà dei loro pascoli, commentò spensierato: «Cose che capitano nelle migliori famiglie» e insisté per fargli grazioso omaggio di una licenza annuale di caccia nel nostro territorio. Non aveva mai avuto la minima idea di come deve comportarsi gente del nostro rango per mantenere un certo prestigio.
Su questo punto, Griselda era estremamente aspra.
Si convinse che l’accoglienza ricevuta al nostro arrivo era stata nient’altro che una sceneggiata.
«Oh, lo conosco bene, tuo padre! Lo so come è capace di aggiustare le cose a suo piacimento» ripeteva cupa; e ricordando quello che era successo a Elsie non stentavo a crederle. Poi aggiungeva che, anche se un qualche pericolo c’era stato, papà aveva scelto il modo sbagliato di aggirarlo. «Dovevamo fargli vedere che maghi eravamo, con il fuoco,» diceva «e non avrebbero avuto il coraggio di attaccarci, quei miserabili selvaggi. Dovevamo stabilire la nostra supremazia morale – il che, fra l’altro, avrebbe risolto anche il problema della servitù. Non dovrei far io tutti i mestieri, in questa benedetta caverna, se quelle loro ragazzotte fossero obbligate a venire da me tutte le volte che hanno voglia di assaggiare l’arrosto». Di continuo mi ammoniva a stare attento a quello che combinava papà. «Lo rifarà» ripeteva. «Dammi retta… il vecchio sta diventando un vero pericolo per l’orda».
Io pensavo che esagerasse, ma alla fine fui obbligato ad ammettere che aveva ragione lei.
Non molto tempo dopo che ci fummo sistemati nelle nuove abitazioni, papà riprese i suoi esperimenti.
Per un bel po’ non ne sortì nulla, né lui ci raccontava le sue mire. Ma, intanto, altri sviluppi appassionanti monopolizzavano la nostra attenzione.
Wilbur mise su una fabbrica di utensili paleolitici su vasta scala: aveva alle sue dipendenze dozzine di lavoranti specializzati, ma le sue asce ovoidali erano così richieste, da tutta l’Africa, che non riusciva lo stesso a star dietro agli ordini. Anche Alexander perfezionò mirabilmente la sua attività di decoratore di interni con tutta una gamma di nuovi colori a base di ocra. Secondo me i suoi dipinti murali erano anche più efficaci, per la caccia, delle nuove bolas con cui ora facevamo inciampare i quadrupedi, e delle nuove lance con la punta di corno che usavamo per trafiggere le prede cadute. Solo William non otteneva alcun successo nei suoi tentativi di selezionare il cane da caccia; ma i suoi fallimenti, almeno, rendevano più vivaci le nostre giornate.
«Sarà il cane o niente» ripeteva ostinato, mentre gli fasciavamo le gambe sanguinanti con foglie balsamiche di aro. «E la via è questa: gentilezza più fermezza. Non può essere altrimenti».
Nessuno riusciva a convincerlo che era una chimera! Più pratica si rivelò l’invenzione di mia madre, che con una pelle di zebra si fece una borsa. Una certa animazione scaturiva anche dall’abitudine che avevano preso le donne di indossare le pellicce degli animali; si facevano visita solo per potersi scambiare commenti del tipo: «Guarda, cara! È l’ultimo grido!» o lamenti come: «Il mio bel leopardo è diventato rigido come un pezzo di legno! E guarda come perde il pelo questa scimmia. Che ne dici, tesoro, si potrà rimediare?».
Griselda era la campionessa mondiale di questo sciocchezzaio, che io e Oswald deploravamo vivamente; inutile dire che la nostra opinione non aveva il benché minimo peso. «Non fare lo zio Vania» mi rimbeccava invariabilmente Griselda, quando azzardavo una rimostranza. Il fatto è che noi vedevamo benissimo fin da allora dove ci avrebbero portato tali frivolezze decadenti. E oggi, figuriamoci!, nessun giovane damerino vuol muovere un passo senza la sua ridicola foglia di fico.
Così il tempo passava; finché, un bel giorno, papà venne a dirmi: «Ho qualcosa da farti vedere, ragazzo mio».
Capii subito, dal tono di malcelato trionfo della sua voce, che si avvicinavano guai grossi.
Lo seguii addentrandomi con lui nella foresta, e dopo una lunga camminata sbucammo in una radura.
«Ecco il mio piccolo laboratorio» e mi indicò con orgoglio tante cataste ordinate di bastoni tagliati a lunghezza variabile tra un metro e un metro e mezzo, tutti scrupolosamente etichettati con le foglie dell’albero da cui provenivano e disposti in file diritte. «È stato un lavoro lunghissimo» spiegò papà.
«Ho cominciato, come vedi, con il sommacco, poi ho continuato con olivo, podocarpo, acajou, mangrovia, sandalo, jacaranda, afrormosia e ngulu. Ho provato perfino con ebano, mogano e tek.»
«Avevo tentato, ovviamente, con il bambù; ma, a parte l’avermi suggerito l’idea, si è rivelato inservibile. Potrà magari avere un futuro nelle costruzioni, ma io proprio lo detesto. Ho provato il fico, il tamarindo, il jimbo e perfino l’acacia: ma solo quando sono giunto al legno di tasso mi è parso di avere in mano un’essenza davvero promettente. Allora mi sono concentrato su questo: tutti i bastoni che vedi lì sono di tasso. Se è troppo verde non ha elasticità, se è secco si spezza: è indispensabile tagliarlo al momento giusto, e poi con la stagionatura migliora ma sono ancora agli inizi dei miei esperimenti. Quanto alla corda, ho provato tutte le soluzioni possibili e immaginabili, e mi risulta che la migliore si ottiene impiegando tendini di elefante – quelli degli arti, beninteso. Abbastanza buona anche quella che si ottiene con i viticci della salsapariglia. Per i dardi va bene qualunque buon legno diritto e leggero, come il sandalo, ad esempio. Evita le essenze pesanti, che danno maggiore penetrazione ma riducono indebitamente la gittata».
«Ma di che diavolo stai parlando?» gli domandai, dopo un bel po’ che andava avanti.
«Del tiro con l’arco» rispose lui, con semplicità.
«So che è un po’ prematuro, in realtà, ma non ho resistito alla tentazione di provarci subito. Wilbur vi ha dato un bell’aiuto, con le bolas, e sono convinto che Oswald finirà con l’imbattersi nel principio del boomerang, quando gli saranno venute le vene varicose come a me. Tuttavia, non c’è dubbio che l’arma definitiva è questa. Vuoi vedere?».
E così dicendo, papà impugnò il primo arco mai costruito al mondo. Badate, era un aggeggio rudimentale, non più lungo di un metro e venti, più curvo da una parte che dall’altra, qua e là ancora coperto di corteccia non raschiata, con una corda fin troppo lasca: ma funzionava! Papà incoccò un prototipo di freccia, tese e scoccò. Il proiettile schizzò via per andare a cadere una trentina di metri più in là. «So fare anche meglio di così» disse papà, gongolando del mio sbigottimento. «La corda si è un po’ allentata. Adesso prova tu».
Dopo parecchi tentativi a vuoto, riuscii a lanciare una freccia a venticinque metri.
«Be’, che ne pensi?» mi chiese papà. «Ricordati che è soltanto un prototipo abborracciato».
«Le potenzialità sono fantastiche, papà» commentai tristemente, mentre guardavo il vecchio con malinconia: questa era la ine. Proprio la fine.
«Bisogna celebrarlo con una gran festa» disse papà.
«Sì, certo, la faremo» mormorai annuendo con gravità.
«Pensavo di farlo vedere prima a Oswald,» proseguì lui con entusiasmo «giacché rientra più nelle sue competenze che nelle tue; ma oggi, come sai, è andato a caccia, e non resistevo alla voglia di mostrarlo a qualcuno».
«Lo dirò io, a Oswald» promisi. E lo feci. Lo dissi anche a Griselda.
Ciò che bisognava fare era chiarissimo. Non ci volle più di una dimostrazione pratica per convincere mio fratello Oswald. Era senza dubbio il miglior cacciatore della zona: correva più forte e lanciava più lontano di chiunque nel raggio di chilometri e chilometri.
«Quando ce l’avranno tutti,» bastò dirgli «come cacciatore e come arciere sarai uno dei tanti: né migliore né peggiore degli altri. Forza e abilità non conteranno più nulla».
«Sarà la fine della vera destrezza e di qualunque spirito sportivo; con l’arco e una faretra piena di frecce, ogni cialtrone da due soldi potrà andare a caccia grossa» commentò Oswald. «Che cosa diavolo gli è saltato in mente, a papà? E noi come ci regoliamo?».
«Temo che in ogni caso sia necessario agire in fretta» dissi io. «Ti ricordi com’è andata la storia con il fuoco?».
«Santo megaterio! È terribile! Devi farti venir subito un’idea, Ernest».
«Ce l’ho già» dissi io.
«Di che si tratta?».
«Al prossimo esperimento di tiro» dissi «dovrà capitare un incidente».
Oswald si sbiancò in volto: «Non dirai sul serio!».
«Hai qualche idea migliore?».
«Ma…».
«Lo so» dissi. «Lo so. Ma ormai è vecchio. Non avrebbe molto da vivere lo stesso. Dovrebbe essere in pensione da un pezzo, ma sai anche tu come è fatto. Eppure, Oswald, penso che in questa maniera per lui sia meglio. Così sarà più felice, nei celesti terreni di caccia. Lì potrà giocare con arco e frecce! E chissà che faccia faranno, là… Certo non perderà molto… per quei pochi anni che gli restano da vivere, in questo mondo. Ha le vene varicose… dolori terribili…».
«Conosco le tue teorie» fece Oswald, lentamente.
«Noi non moriamo. Noi passiamo a miglior vita. Ciò senza dubbio è di conforto, in questo… penoso dovere. Non mi piace affatto, ma temo che tu abbia ragione. Bisogna difendere la nostra gente».
«Ben detto, Oswald» approvai con calore. Mio fratello stava venendo su bene, via via che gli anni lo dotavano di responsabilità e di esperienza.
«Penserò io a tutto» soggiunsi.
«E poi potremo distruggere quest’indecenza» disse annuendo Oswald.
«Diciamo piuttosto… tenerla segreta» replicai con disinvoltura.
Oswald apportò qualche lieve miglioramento all’arma… Ho dimenticato di che cosa si trattasse esattamente penne in coda al proiettile, mi sembra.
Papà ne fu entusiasta. «L’invenzione è un lavoro di squadra» dichiarò. I primi tiri andarono benissimo; ma, quando fu il mio turno, probabilmente mi toccò una freccia difettosa… storta, o priva delle penne… e papà si era imprudentemente fatto avanti per raccogliere quella che aveva scagliato lui. Cadde senza un lamento.
Non eravamo abituati a concludere una festa senza il solito discorso di papà. Ma ero sicuro che egli avrebbe voluto che dicessi qualche parola io, e così parlai brevemente sul dovere di diventare pienamente umani, di seguire il suo fulgido esempio, di contemperare progresso e preveggenza.
Sentivo che c’era lui dentro di me, che plasmava le frasi e suggeriva le conclusioni. Mi rimisi a sedere fra gli applausi; la mamma, poverina, piangeva a calde lacrime.
«Sembravi tutto il tuo povero, caro papà» mi disse.
«Speriamo solo che tu sia un po’ più prudente di lui!».
Tale fu la fine carnale del padre, figlio mio; quella che egli stesso avrebbe desiderato… cadere vittima dell’arma più moderna ed essere mangiato nel modo più civile. Così assicurammo la sopravvivenza sia della sua carne sia della sua ombra. Egli continua a vivere in noi, mentre nell’altro mondo fa polpette di elefanti onirici nei beati terreni di caccia.
Non sono affatto sorpreso che tu l’abbia incontrato lì una volta o due, né che ti abbia tanto impressionato.
Ma, come vedi, aveva anche lui il suo lato affettuoso.
Egli fu, ci piace pensare, il più grande uomo scimmia del Pleistocene… e scusate se è poco! Vi ho raccontato questa storia perché sappiate quanto gli siamo debitori per tutte le comodità moderne e gli agi che ci circondano.
Forse egli fu una personalità più pratica che speculativa, ma non va dimenticata la sua incrollabile fede nel futuro; ricordiamoci, inoltre, che con la sua dipartita egli contribuì a forgiare le fondamentali istituzioni sociali del parricidio e della patrifagìa, capaci di dare continuità sia alla comunità sia all’individuo. Egli fu un gigante: onoratelo pensando a lui, quando passate davanti all’albero più maestoso della foresta. Forse anch’egli penserà a voi.
Ma non fu lui a creare il mondo intero: questo no.
Chi l’ha fatto? Si tratta, temo, di tutta un’altra questione, nella quale per il momento non posso addentrarmi.
Per prima cosa, è molto complicata, e anche controversa. E inoltre, l’ora di andare a letto è già passata da un pezzo.

Fine del Pleistocene.

L’OGGETTIVITA’ DELLE DINAMICHE SOCIALI, di GLG

gianfranco

L’OGGETTIVITA’ DELLE DINAMICHE SOCIALI

PRIMA PARTE

PARLIAMO DI MARX

1. Assai spesso quella che indichiamo quale oggettività (addirittura “realtà oggettiva” proprio “vera”) è invece un’intersoggettività mascherata. Ad es., anche la “lotta di classe”, cui si riferiva Althusser – cui nei tempi che furono demmo giustamente molti meriti per lo svecchiamento del marxismo – sembrava qualcosa di superiore ad ogni volontà soggettiva, una specie di demiurgo del reale, che procedeva per conto suo, coinvolgendo i soggetti in lotta. In realtà, già a quel tempo non ero affatto convinto che avesse posto la questione nei giusti termini. Di fatto, ogni singolo soggetto in lotta non poteva non pensarsi coinvolto da qualcosa che andava al di là della sua volontà, della stessa prevedibilità del suo andamento e risultato finale. Tuttavia, mi sembrava contraddittorio concludere che tale lotta portava esattamente alla formazione di due (e solo due) classi sociali fra loro antagoniste: borghesia e proletariato, classe capitalistica e classe operaia. La prima classe, borghesia, era quella proprietaria dei mezzi di produzione; la seconda, proletariato od operai, aveva il solo possesso della capacità (o forza) di lavoro, da vendere come merce per poter vivere. E queste due diverse forme di possesso sarebbero state appunto il risultato dello scontro tra due classi, in realtà già definite nei termini di proprietà dei mezzi produttivi o di semplice forza lavorativa? Secondo me, un autentico circolo vizioso del tutto irrisolvibile.

In definitiva, quella presa per “oggettività” non si situava a monte del conflitto tra i soggetti (le classi), era semplicemente il conflitto stesso. Non a caso Althusser sostenne che la classi stesse si formavano nel reciproco confronto, non erano come due squadre già costituite che entravano nel “campo da gioco”. Ma ho già appena detto del pieno circolo vizioso in cui ci si avvita. In Marx, al contrario, tali squadre erano proprio già in essere quando poi andavano alla “lotta di classe”. Non venivano ad esistenza in quest’ultima; prima di scontrarsi in (supposto) netto antagonismo, si erano progressivamente enucleate e consolidate nel processo storico della transizione dal feudalesimo al capitalismo. La borghesia (proprietaria non della sola terra, ma di tutti i mezzi di produzione) era venuta crescendo all’interno della formazione sociale precedente e aveva infine sconfitto la classe (feudale) dominante in essa, ponendo in essere il fondamentale movimento di liberazione dai vincoli servili di enormi masse di individui (in un primo tempo coinvolti nel vagabondaggio), che per poter vivere nulla avevano da offrire se non la propria forza lavorativa, alla fine venduta come merce alla nuova classe dominante (il cui primo nucleo di rilevante importanza era stato non a caso quello dei mercanti).

Di conseguenza, quando si pensano le dinamiche sociali occorre certo una preliminare indagine di dati svolgimenti storici. Bisogna poi ricordare che non esiste dinamica alcuna senza la sussistenza di conflitti e tensioni più o meno acuti. Infine si deve pensare al formarsi di una situazione oggettiva, che stia a monte del conflitto e ne orienti le modalità e le conseguenze. Ed è questa situazione a “creare” i soggetti in lotta in quanto esige certo che ci siano dei PORTATORI della stessa. Non sono però questi ultimi, con la loro presunta volontà e intenzioni soggettive, a determinare l’andamento storico degli eventi. Fare teoria esige allora una qualche conoscenza storica, pur magari sommaria e non fatta soltanto di ricerche d’archivio, ecc. ecc. Poi però la teoria, se non vuol solo dedicarsi ad una sorta di introspezione psichica dei cosiddetti grandi personaggi, degli “eroi” e via dicendo, deve sottrarsi alla complessità del reale (che mai si conoscerà nella sua REALTA’ effettiva.), deve fissare alcuni termini della situazione studiata (che in realtà sono sempre molto variegati e “in subbuglio”) e da qui fare derivare appunto – salvo modifiche in fondo abbastanza marginali, anche se ad alcuni storici piuttosto superficiali sembrano invece di enorme portata – i comportamenti di quelli che, appunto, diventano semplici PORTATORI “soggettivi” di un movimento fondamentalmente OGGETTIVO, anche se i termini dello stesso non possono essere individuati nella loro in(de)finita complessità, ma ridotti ad alcuni elementi che si ritengono essenziali, i più decisivi e ricchi di effetti.

Allora, in definitiva, l’althusseriana “lotta di classe” è stato un espediente di scarsa riuscita se         voleva delineare un’oggettività dei conflitti intersoggettivi e della formazione dei gruppi in conflitto. Nella concezione del filosofo francese, i vari soggetti lottano e in questa lotta si vanno poi formando le classi. Perché queste vengano di fatto ridotte a due – in antagonismo irriducibile, che alla fine conduce al mutamento storico di una determinata formazione sociale in altra – non viene secondo me chiarito adeguatamente. Gira e rigira, in tale conflitto – appunto considerato nel suo aspetto dualistico, estremamente semplificato e non convincentemente spiegato – non esiste effettiva oggettività esterna e al di sopra dei soggetti in esso implicati. La lotta resta pur sempre di carattere intersoggettivo. Secondo me, la visione dualistica è senz’altro tipica del marxismo, discende proprio dal pensiero di Marx; tuttavia, questi suppone un ben preciso percorso storico che porta la borghesia alla proprietà di tutti i mezzi di produzione mentre di fronte ad essa – una volta caduti i vincoli servili – si pone un’altra classe di soggetti, che non hanno altro da offrire, vendendola come merce, la propria forza lavorativa (e produttiva). Le due classi sono proprio come due squadre di calcio, già costituite, che entrano nel campo da gioco con la “propria maglietta”. Vediamo un po’ il ragionamento di Marx.

2. E’ notorio che Marx prende la sfera economica quale “base” della società sulla quale si ergono poi le sovrastrutture politiche e ideologiche. Non vi è affatto uno stretto determinismo, ma indubbiamente tale sfera, in sostanza quella produttiva, è considerata la principale e strutturante la società complessiva. Marx non parla della produzione in quanto semplice processo lavorativo nei suoi aspetti tecnici ed organizzativi; egli prende in considerazione invece i rapporti sociali detti appunto di produzione in quanto struttura portante del modo di produzione, che è il nucleo essenziale (strutturale appunto) della società o formazione sociale. Del modo di produzione, incardinate nella sua rete di rapporti sociali di forma storicamente specifica, sono parte integrante le forze produttive (oggettive, cioè i vari mezzi di produzione, e soggettive, la capacità lavorative dei soggetti produttori), il cui sviluppo è senz’altro elemento assai dinamico e di mutamento dei modi di produrre (che non c’entrano nulla, sia chiaro, con le modalità produttive, essendo forme peculiari dei rapporti sociali esistenti nella sfera in questione).

In Marx, gli individui, i soggetti umani, non sono quelli empirici, concretamente esistenti con le loro singole particolarità. Egli li tratta come determinazioni (dei rapporti) sociali (di produzione). Già nella Prefazione a “Il Capitale” precisa la questione; e semmai dice, en passant, che talvolta detti soggetti possono elevarsi (un tantino) al di sopra di queste loro determinazioni, ma non sfuggire ad esse. In realtà, quindi, gli individui, nella teoria marxiana, sono maschere sociali, vengono considerati per i ruoli (le “caselline”) che occupano in quanto ad essi assegnati dalla specifica struttura dei rapporti di produzione caratterizzante quella storicamente data formazione sociale.

All’inizio del “Manifesto” del ’48, Marx afferma che “tutta la storia è storia di lotte di classi”. Egli ne indica sempre due fondamentali e fra loro antagoniste in quanto dominante e dominata. Esse sono definite tenendo appunto conto della priorità della sfera produttiva nell’evoluzione della società; e sono contraddistinte dalla proprietà o meno dei mezzi di produzione: proprietari di schiavi e schiavi (che sono produttori e mezzi di produzione nel contempo), feudatari (proprietari della terra) e servi della gleba (vincolati ad una data terra), mastri artigiani (proprietari della bottega) e garzoni, capitalisti (proprietari di tutti i mezzi di produzione) e operai, ecc. La proprietà o meno dei mezzi produttivi caratterizza in definitiva le due classi antagoniste; e l’individualità dei loro componenti è semplice accidentalità rispetto alla classe cui sono assegnati in base a detto connotato (“storicamente specifico”).

La proprietà (non semplicemente giuridica, bensì l’effettivo “potere di disporre”) dei mezzi produttivi è già un elemento oggettivo che precede ogni conflitto tra i due soggetti antagonisti (proprietari e non proprietari). La lotta tra i due non crea la proprietà o l’assenza di proprietà; potrà al massimo variare la distribuzione di tale proprietà. E’ la proprietà (sua presenza per una classe e assenza per un’altra) il carattere che definisce le due “squadre” in competizione antagonistica; proprio come se esse fossero già formate, contrariamente a quanto Althusser sosteneva. Al massimo tali squadre possono cambiare alcuni dei loro giocatori (che da proprietari diventano non proprietari e viceversa).

Siamo più precisi ancora. In realtà, le due classi antagonistiche (e l’antagonismo, ripetiamolo, si basa sul controllo o meno dei mezzi di produzione) si formano, prima ancora della loro reciroca lotta, in determinati processi storici che attraversano la società in fase di transizione da una data formazione sociale (strutturata in base ad un determinato modo di produzione) ad un’altra. Prendiamo pure il passaggio, fondamentale per il costituirsi della nostra forma di società (soprattutto dei suoi rapporti sociali di produzione), dal feudalesimo al capitalismo. Ricordiamo innanzitutto il processo di recinzione delle terre, su cui Marx si diffonde molto nel capitolo sull’accumulazione originaria (XXIV del I libro de “Il Capitale”). Le terre vengono messe a pascolo – per allevare pecore, la cui lana viene esportata in Olanda per alimentare la sua industria tessile – e masse di contadini vanno ad alimentare il vagabondaggio. Le manifatture artigiane diventano di tipo capitalistico e, nella competizione mercantile, pur esse alimentarono le masse di vagabondi che infine diventeranno lavoro salariato. Più tardi si ebbe la decisiva rivoluzione industriale (1760-70/1830-40) con introduzione delle macchine ed espulsione massiccia dei lavoratori, già salariati ma ancora in possesso di parziali saperi artigiani; infine venne formandosi la vera classe operaia in senso già moderno.

Una volta stabilizzatasi la divisione tra proprietà complessiva dei mezzi di produzione (e formazione della classe detta borghesia, ma con netta predominanza di quella industriale) e lavoro salariato (ormai appunto classe operaia), inizia effettivamente la “lotta di classe” dell’epoca prettamente capitalistica, che alla fine mostrerà di non essere antagonistica nel senso pensato dai marxisti tradizionali e mai da essi “riveduto e corretto”. Comunque la lotta si sviluppa, cresce, una volta “coagulatesi” le classi in contrasto nella compravendita della forza lavoro. Non è la lotta a dar vita alle classi, il processo logico è il contrario (anche se storicamente ben si capisce la confusione e intreccio tra i due aspetti del problema). Semmai, la lotta serve ad alterare la composizione e la consistenza delle due classi. Tuttavia, anche su questo punto, il marxismo non ha dato sufficiente rilevanza ad un aspetto del conflitto in corso, che non è così duale e ben definito come gli anticapitalisti avrebbero voluto.

Fondamentale è stata la competizione tra proprietari, che conduce al processo di centralizzazione dei capitali nella società industriale. In effetti, nel marxismo vi è stata sempre una sostanziale sottovalutazione di detta competizione (mercantile) tra capitalisti che – pur non antagonistica nello stesso senso di quella tra le “due classi” definite dalla proprietà o meno dei mezzi produttivi – è del tutto necessaria per dar vita a quella dinamica sociale, intrinseca al modo di produzione capitalistico, da cui deriva la previsione marxiana (ormai contraddetta dalla storia di un secolo e mezzo) di transizione dal capitalismo alla formazione socialista e poi comunista. Ne tratteremo diffusamente più avanti.

E’ adesso necessario ricordare un altro fattore rilevantissimo di tipo oggettivo, estrinseco alla “lotta di classe”, fattore che viene prima di quest’ultima, la mette in moto e la spiega. Vediamo un po’. Marx accetta dai classici la teoria del valore dei beni prodotti in quanto lavoro in essi incorporato. Tale lavoro, pur essendo di varia complessità (e, dunque, di differente qualità), viene sempre ridotto ad una data quantità: il lavoro COMPLESSO è multiplo di quello considerato SEMPLICE, mai lo stesso bensì sempre di tipo diverso in ogni determinata epoca storica. L’uomo è l’unica specie animale realmente in grado di produrre più di quanto è necessario al suo sostentamento; il prodotto è variabile e in aumento tendenziale con il passare del tempo e delle generazioni. Inoltre, l’uomo è animale che fabbrica strumenti e accresce la produttività del lavoro. Quindi, pur ad un valore (lavoro incorporato) magari costante, la quantità di beni prodotti cresce comunque. E non semplicemente cresce la quantità, ma pure la loro varietà poiché l’uomo moltiplica i suoi bisogni oltre lo stretto necessario del vivere animale.

Indichiamo come PLUSPRODOTTO la quantità e varietà dei beni al di sopra della sussistenza umana, che è ovviamente di carattere storico-sociale e non certo soltanto biologico; anch’esso cresce tendenzialmente nel corso dell’evoluzione della società umana. Per semplicità, denotiamo con N la quantità del lavoro NECESSARIA a produrre i beni che costituiscono il sostentamento storico-sociale degli esseri umani; e con M il PLUSLAVORO incorporato nel PLUSPRODOTTO. Il pluslavoro è pure PLUSVALORE, data la concezione del “valore-lavoro”, da Marx appunto ereditata dagli economisti “classici”. Ovviamente, PLUSPRODOTTO e PLUSLAVORO (quindi PLUSVALORE) sono fra loro in correlazione diretta; certamente, però, con l’aumento della produttività del lavoro (evoluzione delle tecniche e dell’organizzazione dei processi produttivi/lavorativi), la quantità dei beni prodotti cresce a parità di N + M (lavoro/valore complessivo incorporato nel prodotto totale); e anche lo stesso pluslavoro/plusvalore (M) può dunque rappresentarsi in quantità crescenti dei beni di cui consta il plusprodotto.

Nella teoria marxiana, mi sembra chiaro che la quantità di lavoro costitutiva del valore di ogni bene prodotto non dipende SOPRATTUTTO dall’interazione tra soggetti umani; non è tanto una INTERSOGGETTIVITA’ conflittuale (ad es. la “lotta di classe”) quanto invece una OGGETTIVITA’ (non del tutto ma largamente) autonoma rispetto a quest’ultima per quanto, ovviamente, dipenda dal lavoro speso dai soggetti per produrre i vari beni. Tale spesa di lavoro, insomma, viene – dal punto di vista logico – prima della “lotta”; quest’ultima serve semmai a definire, nella somma lavorativa complessiva, quale parte rappresenta N (lavoro necessario ad ottenere la parte di prodotto, che serve alla sussistenza dei produttori) e quanto M (il pluslavoro, dunque plusvalore, che va alla classe dominante, proprietaria dei mezzi produttivi; quello denominato nella nostra forma di società profitto capitalistico). Semmai, è ancora una volta da non dimenticare la lotta interclasse (competizione mercantile tra capitalisti) che certo dà un contributo alla diminuzione di spesa lavorativa (e dunque di valore) per unità di bene prodotto. L’innovazione tecnica e organizzativa, che riduce la quantità di lavoro (valore) di detta unità, dipende sempre meno nella società di avanzato progresso tecnologico dall’altezza del salario operaio – questa concezione è in larga parte diffusa dai sindacati dei lavoratori, ormai divenuti apparati burocratici che pesano su questi ultimi più di quanto non ne difendano gli interessi – e sempre più dalla necessità della competizione anche tra grandi concentrazioni produttive.

Un’altra delle concezioni errate non del solo marxismo (anche di molti liberali assai “arretrati”) è stata quella secondo cui la centralizzazione dei capitali, la creazione delle grandi imprese, avrebbe dato vita al monopolio (più precisamente oligopolio) con riduzione della competizione e dunque del progresso tecnologico. Anche qui si nota la grande capacità intuitiva di Lenin. Egli disse con molta chiarezza che il monopolio non avrebbe portato all’attenuazione della concorrenza, bensì l’avrebbe spinta al suo massimo livello. Ma aggiunse che ciò dipendeva non semplicemente dalla competizione interimprenditoriale per i mercati, bensì pure dall’ancor più violento conflitto tra potenze per la supremazia mondiale. Chi ha visto giusto? Il fatto è che Lenin ha dovuto principalmente dedicarsi alla rivoluzione in senso proprio. Fosse stato nella situazione di Marx, ne avrebbe ben colto i limiti – dovuti fondamentalmente all’analisi esclusiva dell’unico vero capitalismo avanzato a metà ‘800, quello inglese (borghese) – e avrebbe riformulato ampie parti della sua teoria in base all’entrata nella grande epoca dell’imperialismo (lotta antagonistica tra potenze), che giungeva all’effettiva “maturità” già nei primi decenni del XX secolo. E’ stato dunque piuttosto corretto definire la teoria, certo assai più elaborata da Marx, marxismo-leninismo; anche se poi i successivi “marx-leninisti” hanno dato cattiva prova di sé (compreso chi scrive, sia chiaro).  

3. Abbiamo adesso tutto quanto ci serve a comprendere meglio i meccanismi della società moderna, quella detta capitalistica, in cui si generalizza la produzione di beni nella forma di merci fra loro scambiabili. Potrebbe esserci anche scambio di merce contro merce (baratto); tuttavia, nella società capitalistica lo scambio è mediato dal denaro (nelle sue diverse figure monetarie) che funge da equivalente generale. Ciò rende enormemente più agevole e generalizzato lo scambio dei beni in quanto merci. In detto scambio si afferma, IN MEDIA, l’equivalenza delle merci passate di mano. Questa è una legge oggettiva, nel pensiero marxiano, non dipende certamente da una interattività conflittuale tra gli scambisti. E’ ovvio che sono in gioco due soggetti, altrimenti vi sarebbe l’acquisizione personale e l’autoconsumo. Questo è il comportamento di Robinson, che in effetti non presuppone il mercato, il quale semmai segue in quanto incontro tra i vari Robinson; ognuno d’essi ritiene di avere prodotto fin troppo di un determinato bene, che soddisfa solo uno dei suoi molti bisogni, e dunque lo scambia con altri beni (di altri Robinson) per soddisfare al massimo grado possibile la molteplicità delle sue esigenze di consumo. In Marx (come nei classici), il mercato precede “logicamente” il soddisfacimento dei bisogni poiché – pur esistendo negli “interstizi” della società da tempi antichi – si è generalizzato nel processo storico della transizione dal feudalesimo al capitalismo. Il mercato è rifornito tramite la produzione di beni che sono MERCI fin dal momento del loro apprestamento; sono quindi già merci IN POTENZA e poi lo sono IN ATTO una volta avviate al mercato.

In definitiva, si produce avendo già in vista lo sbocco nel mercato; quest’ultimo detta perciò le sue leggi. In questo senso, Smith parla della “mano invisibile” del mercato, che orienta il comportamento dei produttori. Non è ognuno d’essi (ogni singolo Robinson) a decidere di scambiare con gli altri il sovrappiù del bene prodotto in relazione al suo bisogno; tutti hanno già di fronte a loro questa situazione generale detta mercato e in base ad essa ognuno decide la produzione del bene che lì comunque dovrà affluire. In Marx, fino a questo punto, non c’è grande diversità da Smith. Che cos’è infatti il “feticismo della merce”, di cui parla subito nel primo capitolo della sua opera fondamentale? Non è l’alienazione (del produttore nel prodotto, distaccatosi ahimè da lui, dalla sua personalità, che per ciò stesso “soffre”) come pensano i filoso-fessi che mai hanno capito qualcosa del pensatore di Treviri. La merce è un “feticcio” (un oggetto/idolo cui si attribuisce un potere magico e superiore alla “libera” volontà umana), che si impone ai soggetti suoi produttori. E s’impone tramite questa legge oggettiva, indipendente dalla volontà dei produttori: la legge dello scambio tra equivalenti (in media), cioè tra prodotti/merce che hanno lo stesso valore, essendo costati la stessa spesa di lavoro. Poi, subentra semmai il conflitto tra gli scambisti (l’intersoggettività) che altera tale equivalenza a favore di uno dei due; ma l’alterazione ha sempre come punto di partenza, come sua base oggettiva, l’equivalenza dei tempi di lavoro, cioè dei valori delle merci.

Questo il carattere di “feticcio” che si appiccica alle merci, cui si devono inchinare gli scambisti pur nella competizione reciproca, che condurrà alla soddisfazione chi in essa prevarrà e allo sconforto chi soccomberà. Lo sconforto deriva insomma dal fallimento nella competizione, non nasce per la separazione dal frutto del proprio lavoro. Simile misera conclusione è del tutto simmetrica, anche se diversa, rispetto alla concezione del singolo Robinson che soddisfa il suo bisogno e porta al mercato il sovrappiù. Siamo sempre nell’idea di una somma di tanti individui, ben costituiti in questa individualità, che poi entrano in relazione fra loro, essendovi in un certo senso costretti da un personale bisogno. Nei classici come in Marx la socialità invece precede l’individualità; nessuno può essere individuo se non nell’ambito di un sistema di relazioni (rapporti) sociali, formatosi storicamente e caratterizzato da un susseguirsi di vari conflitti (per Marx soprattutto quelli definiti “lotta di classe”) che vi si svolgono nel progressivo trasformarsi ed evolversi di detto sistema.

4. Una volta arrivati a questo punto, il gioco è già stabilito con le sue regole ben precise a causa dei processi storici che hanno condotto alla liberazione di tutti gli individui umani da ogni vincolo di schiavitù o servaggio, dividendoli tuttavia in una minoranza che ha la proprietà dei mezzi produttivi ed in una maggioranza che ne è priva. Quest’ultima come fa a vivere? Come può ricongiungersi con tali mezzi senza i quali non può riprodurre la sua esistenza? Ha quanto serve a rendere effettivamente produttivi quei mezzi di proprietà altrui; ha cioè la sua capacità di lavoro, manuale e intellettuale, direttiva ed esecutiva, ecc. Non può però fornirla direttamente alla minoranza proprietaria, perché da questa è nettamente separata appunto dall’assenza della servitù; gode di una cosiddetta libertà che in tal caso rischia di tradursi in condanna a non poter sopravvivere. C’è però il mercato, la “suprema divinità”; in questo si può vendere anche la capacità di lavoro (la forza lavoro). Basta rispettare nello scambio l’equivalenza già segnalata. La forza lavoro non ha valore diretto, non è costata spesa di lavoro in un processo produttivo. Si aggira l’ostacolo: esiste la spesa lavorativa per produrre i beni indispensabili alla sussistenza (storico-sociale, non biologica) dei lavoratori (produttori). Il gioco è fatto.

La forza lavoro, in quanto merce, viene pagata (sempre “in media”) al suo valore; il lavoratore riceve quanto è necessario alla sua riproduzione di essere vivente in una determinata fase storica dell’evoluzione della società (ormai capitalistica). Questo NECESSARIO costa per l’appunto una data spesa di lavoro, avvenuta in precedenti processi produttivi che hanno messo capo ai beni indispensabili alla sussistenza del possessore e venditore di forza lavoro. L’essere umano – che, come già sappiamo, è l’unica specie animale capace di metter capo al plusprodotto – eroga più lavoro di quanto non sia necessario a produrre i beni per la sua sussistenza. Una volta che la forza lavoro sia stata acquisita tramite il pagamento di un prezzo (salario), in media corrispondente al lavoro incorporato nei suddetti beni per la sussistenza (ripeto: storico-sociale e non puramente biologica) del lavoratore (e produttore), essa eroga nel processo di lavoro, che sostanzia la produzione, una quantità di lavoro supplementare (pluslavoro), rappresentante il “di più” di valore (plusvalore) del prodotto rispetto a quello dei mezzi di produzione utilizzati e dei salari pagati ai produttori. Del plusvalore si appropria chi fornisce detti mezzi di produzione (e la terra), cioè il loro proprietario che per ciò stesso gode del profitto (e della rendita per la terra).

Anche per questa via si riscontra il feticismo che si appiccica alle merci. In questo caso, si tratta di una merce del tutto particolare, la forza lavoro o capacità lavorativa. Essa viene venduta (dal lavoratore) e comprata (dal capitalista proprietario) al suo valore/lavoro. La legge del valore si afferma oggettivamente, indipendentemente da ogni volontà e decisione degli scambisti, si impone ad essi. L’oscillazione del prezzo (salario) attorno al valore è processo dipendente dai rapporti reciproci tra quantità domandata e offerta; così come per ogni altra merce. Questa indipendenza del prezzo della merce dalle decisioni soggettive dei due scambisti non comporta alienazione di nessuno dei due; può consentire a volte arricchimento (e non solo materiale appunto) di entrambi. Tutto dipende dai metodi del cosiddetto plusvalore RELATIVO, uniti ad un ampliamento della produzione, con possibile invenzione di nuovi prodotti ed eventuale crescita della domanda di forza lavoro; problemi su cui qui sorvolo. L’aumento del profitto non è solo accrescimento della ricchezza, il capitalista non è un Arpagone. Quando sale pure il salario, migliora il tenore di vita dei lavoratori, anche in tal caso non necessariamente limitato al solo suo lato materiale.    

Può esserci, e anzi normalmente c’è, conflitto tra le due schiere di scambisti; e il salario (che dietro la forma monetaria occulta il tempo di lavoro necessario a produrre i beni con esso acquistati) oscilla allora al di sopra o al di sotto del suo valore. Tuttavia, la media, il punto base attorno a cui la lotta conduce l’oscillazione del salario è il valore della forza lavoro (il lavoro speso per produrre i beni indispensabili alla vita del suo possessore). Risulta perciò evidente che l’oggettività del valore di scambio della forza lavoro viene LOGICAMENTE prima del conflitto tra i due scambisti, prima di quella che viene detta lotta tra capitale e lavoro, quasi sempre semplicisticamente identificata e dunque confusa con la “lotta di classe”, quella che in Marx non conduceva ad oscillazioni salariali attorno al valore (legge oggettiva dello scambio), ma si riferiva al ben più gigantesco e generale combattimento tra due raggruppamenti sociali opposti per il superamento della formazione sociale capitalistica. E – guarda caso – anche tale lotta trasformativa dei rapporti sociali (di produzione) aveva come passo antecedente un processo oggettivo: l’estraneazione progressiva dei proprietari dalla direzione dei processi produttivi e la formazione in questi ultimi del corpo dei “produttori associati” (“dal dirigente all’ultimo giornaliero”, cap. XXVII del III libro de “Il Capitale”).

Tale processo avrebbe realmente creato – secondo quanto pensava erroneamente Marx – la BASE SOCIALE dell’espropriazione dei capitalisti e la proprietà (potere di disposizione) collettiva dei mezzi di produzione da parte di tale corpo dei produttori associati (il “lavoratore collettivo cooperativo” come l’ho definito io). Il vero conflitto intersoggettivo sarebbe nato intorno alla conquista e poi distruzione della macchina statale borghese, l’organo d’ultima difesa dei proprietari resi ormai estranei alla produzione (di cui, in una prima fase capitalistica, avevano la direzione) a causa di una dinamica sociale del tutto oggettiva. Non per le “belle idee” di giustizia, di eguaglianza e tutte le altre autentiche invenzioni di un comunismo che pensava d’essere marxista mentre sprofondava in una visione del tutto ideologica; e perfettamente fallimentare poiché giustizia ed eguaglianza si possono raggiungere, per chi sia profondamente e realmente religioso, soltanto in un’altra dimensione del tutto incomparabile con quella terrena.

Come vedete, in Marx vi è sempre un processo oggettivo che precede, e dunque fonda, l’intersoggettività dei contendenti, degli schieramenti in lotta. Sia se questa è semplicemente sindacale – con oscillazione del salario attorno al valore, cioè al tempo di lavoro necessario a produrre la sussistenza dei possessori e fornitori della forza lavoro – sia che miri invece alla trasformazione della formazione sociale capitalistica, cioè in definitiva della sua “base economica” (i RAPPORTI SOCIALI DI PRODUZIONE), che andava liberata dalla sua “sovrastruttura” – lo Stato borghese, da abbattere, distruggere – sostituendola con tutt’altro organismo (ma anche qui dobbiamo soprassedere). E’ chiaro, stupidi “comunisti” soltanto moralisti e per ciò stesso ipocriti? Voi alla fine avete combinato un sacco di guai e screditato proprio il comunismo con un tipo di lotta insensata perché inconsapevole dell’oggettività di dati processi storici, mai guidati dalla volontà degli individui sia pure raccolti in massa tramite forti ideologie. Si voleva “costruire” il socialismo. Incoscienti! Il socialismo non si costruisce, si deve formare oggettivamente nel processo storico dell’evoluzione capitalistica. La rivoluzione avrebbe quindi soltanto il compito di portarlo in evidenza e in primo piano, lottando contro i “portatori soggettivi” di un vecchio e ormai superato sistema di rapporti sociali – di produzione, per cui il potere decisivo era quello di proprietà, quello di disporre dei mezzi produttivi – ormai disfatto e impossibilitato a reggere. Se questo sistema invece ha retto – e siamo stati noi a dover constatare il completo disfacimento di quanto si credeva d’aver “costruito” – si deve capire d’avere sbagliato qualcosa nella propria analisi. Invece alcuni scriteriati hanno ripiegato, da perfetti miserabili e meschini di pensiero, sui “buoni sentimenti”, su ciò che sarebbe “il bene per l’umanità”, sull’“eguaglianza” che sarebbe il desiderio della “maggioranza”. Andate pure con Bergoglio e non procurate altri danni a qualcosa che ha comunque dato vita ad un grandioso processo di trasformazione; solo non verso il socialismo! E tanto meno il comunismo!!

5. Come credo di aver chiarito con estrema evidenza nelle “Dieci discussioni su Marx” (video che spero apparirà infine nel “mercato” on line ma anche in libreria), la previsione marxiana – relativa alla formazione del corpo dei produttori associati in antagonismo con la classe dei proprietari ormai avulsi dalla sfera produttiva e dediti ad operazioni in quella finanziaria e dintorni – non si è affatto realizzata. Gli stessi immediati successori di Marx (sia riformisti che rivoluzionari) considerarono, molto realisticamente, i dirigenti produttivi degli “specialisti borghesi”, assegnati quindi di fatto alla classe antagonistica di quella lavoratrice, ridotta soltanto agli operai di fabbrica nel senso specifico in cui furono poi intesi per tutto il secolo (e passa) successivo. Non esisteva più il “nocciolo oggettivo” (e complessivo in campo produttivo), che assicurava già il passaggio al socialismo, necessaria fase di transizione al comunismo.

Si leggano le poche pagine dell’ultimo paragrafo del cap. XXIV del I libro de “Il Capitale” (capitolo sull’ “accumulazione originaria”), di cui cito al momento solo le righe finali: <<<La trasformazione della proprietà privata sminuzzata poggiante sul lavoro personale degli individui [quella produzione mercantile caratterizzata dalla presenza di tanti piccoli produttori/proprietari, cui Sismondi voleva tornare arretrando dalla società ormai trasformata dalla prima rivoluzione industriale; nota mia] in proprietà capitalistica [da una parte i proprietari e dall’altra i produttori, fornitori di merce forza lavoro, che alla fine del processo storico del capitalismo diverranno il “lavoratore collettivo cooperativo” di cui si è detto; nota mia] è naturalmente un processo incomparabilmente più lungo, più duro e più difficile della trasformazione della proprietà capitalistica, che già poggia di fatto sulla conduzione sociale della produzione [appunto quando siamo alla fase finale del processo cui ho appena accennato; nota mia], in proprietà sociale. Là si trattava dell’espropriazione della massa della popolazione [però ormai costituita dai piccoli produttori/proprietari in competizione mercantile, cioè liberi dalla schiavitù o dal servaggio feudale; nota mia] da parte di pochi usurpatori [il gruppo di capitalisti ormai avulsi dalla sfera produttiva e solo adusi ai giochi finanziari, di borsa, ecc., fase finale dell’evoluzione capitalistica; nota mia], qui si tratta dell’espropriazione di pochi usurpatori da parte della massa del popolo [guidata dall’associazione dei produttori “dal primo dirigente all’ultimo giornaliero”; nota mia]>>>.

Avete capito? Già quando Marx scrive (a metà ‘800), si stavano secondo la sua convinzione consolidando, nella “base economica” (la produzione), le condizioni fondamentali del socialismo (non ancora il comunismo, non si faccia confusione). Era solo necessaria la “rivoluzione proletaria” – nel senso di quella che Lenin (in “Stato e rivoluzione”) definì “distruzione della macchina statale borghese”, ancora in mano agli “usurpatori” – al fine di creare lo “Stato di dittatura proletaria”, non più strumento di dominio della borghesia (proprietaria privata dei mezzi di produzione), ma dell’insieme dei produttori associati, ormai in piena disposizione collettiva dell’uso di quei mezzi. Altro che le idiozie dei poveri sciocchi e ignoranti, distruttori del marxismo, che al crollo del sedicente “socialismo” e dell’URSS si misero a dire: in fondo per il passaggio dal feudalesimo al capitalismo ci sono voluti secoli; quindi avremo il socialismo e comunismo fra qualche secolo. Non sto scherzando. Alle riunioni delle riviste marxiste, tenutesi grosso modo tra il ’92 e il ’94 a Roma, sentii deficienti, osannati come grandi intellettuali marxisti, dire simili assurdità per consolarsi del fallimento totale del loro “rivoluzionarismo” sessantottardo. E oggi sono questi sciocchi (qualcuno è morto, ma ne restano ancora) a imperversare in TV e giornali per difendere tutto il marcio di quella che viene ancora chiamata “sinistra”, schierata con gli Usa più criminali – quelli che hanno provocato il terribile disordine a partire dall’aggressione alla Serbia fino alla “primavera araba” con sconvolgimenti tuttora in svolgimento – e con il marcio filo-europeismo di “popolari” (democristiani) e “socialisti” ormai degenerati in puri devastatori della nostra antica civiltà.              

Politicamente bisogna silenziarli. Il problema è che solo gli stupidi sottovalutano l’importanza di una più attenta comprensione dei processi storici che sono stati vissuti negli ultimi secoli. Come ho detto più volte, sono i dementi del “vale più la pratica della grammatica”. Non si è in grado di parlare, facendosi capire, senza l’uso di una grammatica. Oggi è riesploso il vecchio e strasuperato liberalismo con la sua falsa democrazia (“una testa e un voto”, altra espressione dei dementi o dei farabutti) e il liberismo in economia. In fondo, non si supera (teoricamente) il vecchio “robinsonismo” anche quando si crede di poterlo fare parlando di macro invece che di microeconomia. Resto dell’idea che Marx sia allora un migliore punto di partenza. Proprio perché ammette la piena libertà degli scambisti nel mercato, non parla certo alla Dühring del profitto capitalistico ottenuto con la spada in pugno (tesi non molto differente da quella del becero e degenerato operaismo sessantottardo con il suo “comando capitalistico”). Solo che “sotto il mercato” sta un altro carattere capitalistico fondamentale: appunto la separazione tra proprietà (potere di disposizione) dei mezzi di produzione e produttori solo “fornitori” di forza lavorativa.

Nelle “forme che precedono la produzione capitalistica”, tale forza lavoro deve essere ceduta dai produttori (i dominati nella società) ai controllori dei mezzi produttivi (fra cui la terra, in un certo senso la principale per millenni), che sono i dominanti; e lo deve in modo forzato a causa di rapporti di schiavitù, servaggio, ecc. In ogni caso, come detto in più occasioni, la specie animale uomo (e non solo il sapiens, anche se poi è restato solo quest’ultimo) produce più di quanto è necessario alla sua esistenza e riproduzione: c’è insomma un plusprodotto. Ed è quest’ultimo che i dominati devono per forza, a causa dei suddetti rapporti di dipendenza, cedere ai dominanti. Nel passaggio al capitalismo – più precisamente, al modo di produzione capitalistico, modo caratterizzato da una specifica forma dei rapporti sociali di produzione – cade ogni vincolo servile. Tutti sono “liberi ed eguali”. No, qui c’è un inganno fondamentale. Il processo storico conduce questi “liberi” allo scambio generalizzato nel mercato. E in tale luogo si può certo affermare infine la libertà di contrattazione; con il “piccolo particolare” che i contraenti non sono in condizioni di eguaglianza nella loro “libertà”. La competizione iniziale tra i piccoli “produttori/proprietari” (si veda il passo marxiano citato all’inizio del paragrafo) conduce all’accentrarsi della proprietà in una parte (“classe”) della società, sempre più minoritaria, mentre alla maggioranza (altra “classe”) non resta che vendere come merce la propria forza lavorativa. E per quanto abbiamo già detto circa lo scambio delle merci (“in media”) al loro “valore-lavoro”, i produttori/lavoratori cedono di fatto il plusprodotto ai proprietari (dei mezzi produttivi). Da qui tutto il tema della “lotta di classe”, intesa da alcuni in senso riformistico, da altri in senso rivoluzionario; e che avrebbe dovuto portare alla trasformazione del modo di produzione capitalistico. Non mi diffondo su questo enorme argomento (di storia ultrasecolare oltre che di teoria), su cui sono state scritte, credo, milioni di paginate (alcune migliaia perfino da me). Andiamo oltre.

6.  Il marxismo resta, secondo la mia opinione, la teoria della società più avanzata. Il liberal-liberismo ne ha prodotto una diversa, che ci racconta alcune realtà – non la “realtà” alla quale, sia chiaro, non attinge nemmeno il marxismo poiché nessuna teoria la può riprodurre nella sua tumultuosa, fluida, continuamente mutevole “consistenza” – restando però alla superficie dei fenomeni. Si può forse criticare l’uso della terminologia “essenza/fenomeno” (almeno io preferisco non usarla), ma esiste comunque una “superficie” ed una “profondità” sottostante. Oppure, si può usare un’altra immagine: il “palcoscenico” e il “dietro le quinte”, dove si preparano i cambiamenti di scena. Il liberal-liberismo resta appunto alla superficie, al palcoscenico. Il marxismo pone il problema di dove la dinamica sociale “più profonda” prepara gli eventi visibili in superficie, nel palcoscenico. Questo merito di Marx non va minimamente rigettato, anzi rivendicato e difeso contro l’arroganza e prepotenza delle teorie di “superficie”, del tutto congrue alle classi dominanti nella formazione sociale capitalistica. E anche contro i falsi critici di tali dominanti, che fanno appello alle ancora più superficiali – anzi “amputanti” – dichiarazioni di tutti i chiacchieroni sulla generosità e bontà umana, sulla misericordia da mostrare verso i propri simili, sulla volontà di darsi al bene di tutti.

A volte costoro sono in buona fede; spesso sono invece dei falsari, sono dediti alla menzogna, all’inganno, al raggiro. I simili sono invece dissimili; ogni individuo è diverso dagli altri, ha una sua specifica differenziazione. Ciò è particolarmente rilevabile tra gli uomini, ma lo si nota bene anche tra gli animali di maggior rilievo. Sono inoltre convinto che se avessimo strumenti sofisticati in modo oggi impossibile a pensarsi, potremmo perfino distinguere il diverso comportamento di ogni singola formica (di una stessa specie) nel suo nido d’appartenenza. Ed è tutto dire parlando dei formicai. Tornando agli individui umani, questi sono un necessario misto di bene e male, di generosità ed egoismo, di apertura ad alcune amicizie sincere e alla chiusura verso chi si avverte ostile e pericoloso. C’è chi ha l’ambizione d’essere ritenuto un eroe e chi non ce la fa ad esserlo e si comporta da vigliacco. Si desidera essere miti e non aspirare alla supremazia, ma altri inseguono il contrario o sono costretti ad essere aggressivi anche nella semplice difesa del proprio ambito. E via dicendo, si potrebbe continuare ancora per un pezzo.

Il vero fatto è che la morte di ogni cosa sta appunto nella ben nota entropia, dove tutto è eguale, piatto, oscuro, indistinguibile. La vita esige il conflitto, l’affermazione di una propria individualità, di una specifica diversità. La vita deve sempre mangiare altra vita per vivere. Anche i poveri vegetariani, che si credono tanto generosi verso gli animali, devono comunque sopprimere la vita dei vegetali. Non viviamo di rocce e terra, di sabbia e polvere. Ciò che è vitale continuerà ad esserlo nutrendosi di altra vita. L’amore, l’amicizia, ecc. sono sentimenti decisivi proprio perché consentono di “stringersi a coorte” e di annientare il nemico, l’odiato. Così si sopravvive, sciocchi “umanitari” (molto spesso farabutti o autentici criminali). Se si ama, se si aspira a qualche cambiamento positivo della nostra vita, sia individuale che sociale, bisogna essere pronti ad affrontare e spesso sopprimere quelli che si trovavano meglio nelle vecchie situazioni e che per mantenerle sono pronti a perseguitarti ed eliminarti.

I dominanti nella società in cui viviamo – quella detta capitalistica troppo genericamente perché di capitalismi (se così vogliamo continuare a chiamarli) ce ne sono stati almeno due (inglese e statunitense) e altri ne stanno venendo (o sono già venuti?) – si attengono alla superficie, al palcoscenico, troppo spesso limitato al solo mercato, perché in questo tipo di mascheramento del conflitto (ridotto alla “virtuosa” concorrenza) perdura il loro potere e la supremazia di alcuni di loro su altri, che accettano la sudditanza appunto per “durare”. Marx andò sotto la “superficie”, “dietro le quinte”, per porre in piena luce i più decisivi processi (la “determinazione sociale”), che stabiliscono dominanti e dominati, che affermano la supremazia della parte sociale minoritaria su quella maggioritaria. Questo suo “approfondimento” non va buttato a mare, tornando alla “superficie” (per di più quella mercantile, proprio la più falsificatrice della realtà) e al semplice e banale (e spesso disgustosamente furfantesco) “umanitarismo”, alla ignobile farsa della “difesa dei più deboli”, “degli ultimi”. Gli “ultimi” abbiano il coraggio di diventare estremamente violenti, eliminando, proprio come mossa iniziale, gli “umanitari”; allora si accorgeranno subito di quanto saranno avvantaggiati nella lotta contro “i primi”. L’insegnamento di Marx, il suo sforzo di indagare la “regia” di quanto viene “recitato sul palcoscenico”, deve perciò essere recuperato o quanto meno tenuto presente nello sforzo di approfondire realmente la dinamica sociale “più profonda”.

Ed è qui dove, a mio avviso, ci si trova oggi in “ritardo”. Per quanto mi riguarda ho preso atto dei punti di debolezza del modello teorico marxiano, già mutato di coordinate rilevanti dai suoi immediati successori: sia un Kautsky e sia un Lenin, anche se in modi assai diversi. Ed è appunto su tale punto che sviluppo le per me non irrilevanti “dieci discussioni su Marx”. Qui mi limiterò ad un riassunto.

 

La tragedia futura, di GLG

LAGRA2

 

Questo è molto significativo e dice del clima che prima o poi dilagherà e porterà a quelle tragedie di cui parlo da tempo. Però i cretini – che si credono tanto umanitari e sono invece falsi e solo preoccupati dell’odio che si diffonde e che inciderà sul potere da essi ancora controllato nell’informazione, nella magistratura, nella scuola, nell’editoria e nel cinema, nel ceto intellettuale ormai verminoso, ecc. – porteranno appunto al diapason la tragedia. Bisogna far capire alla “gente”, ormai esasperata, che la causa di quanto sta avvenendo non è dei migranti o dei rom o di altri, verso i quali non vanno però sollecitati falsi e ormai sempre meno sentiti impulsi alla pietà e alla comprensione umana. Bisogna più correttamente chiarire che l’indubbio eccesso di migranti accolti – e che non sono i morti di fame del “terzo mondo”, ma giovani robusti e che hanno migliaia di dollari da spendere, con cui nei loro paesi sono situati a livelli di sostanziale benessere – è legato a due motivi fondamentali: 1) la delinquenza e avidità di chi guadagna quei milioni di dollari che arrivano: scafisti, ONG, centri di accoglienza (e albergatori), Onlus varie, ecc. 2) gli schifosi sopra nominati che sentono il loro potere cedere e ricorrono al disordine sociale, alla “guerra tra poveri”. La causa delle cause sono questi ultimi. Devono essere combattuti e colpiti non con selvaggia ferocia, ma con l’azione di forze ben preparate e che finalmente annientino le loro organizzazioni, tolgano dalle loro mani al 100% il controllo di stampa e TV, riformino prima ancora della “Giustizia” quelli che l’amministrano e ancora controllano la magistratura, ripuliscano i Servizi, si colleghino con organismi armati che, ne sono convinto, cominciano ad avere molti settori fortemente preoccupati, ma che non avvertono sufficiente appoggio e cedono quindi spesso anche loro a falsi sentimenti di “rispetto” per una forma degenerata di giustizia solo apparente e demotivata. Basta straparlare di sovranismo, autonomia, quasi nazionalismo d’altri tempi. E’ necessario ripulire la società dal cancro della “gente bene”, ormai marcia e incapace di avere una funzione guida pensando quindi solo a se stessa, ai propri privilegi, al controllo di tutti gli apparati in senso lato culturali; ma di una (in)cultura che loro hanno ormai fatto degenerare per difendere il loro meschino potere. Siamo al bivio di una civiltà, che ha un lungo e glorioso passato e che questi marci e corrotti stanno distruggendo. Si annientino, si schiaccino, e senza falsa pietà, questi scarafaggi, che ancora vediamo perfino sui banchi del Parlamento e a concionare in ogni settore del giornalismo e in TV. Si aiuti invece un poveraccio che sta male per strada e si chiami l’ambulanza. E la si chiami pure se sta male uno dei suddetti scarafaggi. Ma poi, quando sono guariti, si processino e si caccino da tutti i posti di potere. E a chi resiste, condanna al carcere o all’esilio nei paesi da cui provengono i migranti. Ci penseranno “laggiù” a infliggere loro le punizioni meritate.

La benda, di GLG E G.P.

gianfranco

Undici coltellate. Cambia poco. E comunque nulla sono in confronto all’orrore del ragazzo bendato e con le mani legate dietro la schiena. Sentire quello che hanno detto i media statunitensi mostra la grande sensibilità democratica di quei nostri padroni. Ma anche a casa nostra non si è scherzato; e ovviamente da parte dei servi di quei padroni. Sarebbe interessante anche sapere chi ha diffuso la foto e perché. E non è escluso che perfino la preparazione della scena abbia avuto qualche regia occulta. In ogni caso, mi auguro che la maggioranza della popolazione, se ancora resta un po’ di pulizia morale, si sia concentrata sul dolore e la rabbia per l’assassinio compiuto da due balordi, ormai deprivati di ogni parvenza umana. E si spera che “l’Arma”, come forse in altri casi, non si metta a battersi il petto per un non dovuto “mea culpa”. Nessuno sostiene che fosse necessario sistemare il ragazzo in quel modo. Non lo era affatto; e ripeto che mi nascono molti sospetti. Tuttavia, l’indignazione manifestata da insensati, quasi quanto quei due ragazzi, dimostra che ormai solo una disinfestazione assai accurata e capillare potrebbe salvarci dallo sfacelo definitivo.

Uno di vent’anni che imbevuto di droga (almeno immagino) dà 11 coltellate, e ben piazzate, ammazzando una persona. E che fosse carabiniere o meno, sposato da poco o meno, m’interessa fino ad un certo punto. L’assassino è un degenerato e lo è ad appena vent’anni e vissuto nel benessere. Se ne fa un caso, quasi grave come l’assassinio, per il fatto che è stato bendato e con le mani legate dietro la schiena. Ritengo che sia stata applicata una misura sbagliata, che non ce n’era affatto bisogno. Ma che si faccia can can quasi come per l’assassinio – e che perfino “l’Arma” dica “inconcepibile” e trasferisca l’autore del gesto (sicuramente da rimproverare e considerare assurdo, ma non da rendere un terribile affronto alla dignità umana verso chi questa dignità non l’ha certo dimostrata) – è qualcosa di assai più che preoccupante. Poi c’è un’insegnante che dice all’incirca: non era intelligente, uno di meno, con riferimento all’assassinato. Reazioni non adeguate a simile incredibile affermazione. Qualcuno ha detto che dovrebbe essere licenziata o sospesa. Scusate, ma a me sembra soprattutto che la sua mente non sia del tutto a posto. Forse c’è bisogno d’altro, di qualche cura, anche con comprensione umana per le difficoltà che insorgono nella vita di molti. Infine, si continua ad obiettare, ad ogni gravissimo fatto di sangue, che i reati sono in diminuzione. In realtà, dai numeri risulta che sono diminuiti i furti, quelli però normali, quelli simili a quando i cervelli di politici, giornalisti e conduttori TV, uomini di cultura e cosiddetti intellettuali, avevano una discreta funzionalità. Adesso, soprattutto quella che ci si ostina a definire “sinistra” – e che continua a offendere un nostro lontano passato definendosi “antifascista” e mostrando una falsa e disgustosa “umanità” del tutto degenerata e pericolosissima proprio per il genere umano – è ormai giunta ad un punto di non ritorno. Dovrebbe essere combattuta con i metodi con cui si affrontava un tempo la peste bubbonica e oggi il cancro; invece nulla, solo polemiche e discorsi per migliorare la propria situazione elettorale. Quest’“occidente” è ormai inguaribile con simili “non farmaci” di tipo omeopatico. E tenta di esportare questa infezione anche in zone al momento un po’ più sane. Si vedano i disordini (mal riusciti) a Mosca e quelli più consistenti a Hong Kong. Che la si smetta di “scherzare”; in quei paesi spazzino intanto via l’infezione “occidentale”. Qui, non so come andrà a finire.

P.S.

si legga attentamente.Assurdo che i carabinieri sentano il bisogno di punire il loro collega che ha bendato per 5 minuti il ragazzo e per motivi precisi, non certo per fargli uno sgarbo (che comunque non è una tortura di alcun genere). Devono alzare la voce invece e pretendere maggiori misure di sicurezza e possibilità di usare le armi. E dotazione di nuove armi ormai esistenti.Cosa serve discutere all’infinito su un decreto sicurezza e presentare decine e decine di emendamenti quando poi chi deve garantire la sicurezza può essere assassinato in un attimo. E come si può accettare senza una protesta istituzionale la violenta campagna di stampa che sta facendo un paese con all’attivo, anche solo in tempi recenti, le torture ad Abu Ghraib (Irak) e a Guantanamo. E lasciamo stare i massacri da cui è nato, i bombardamenti di civili (anche atomici) in ogni dove, le continue aggressioni e organizzazioni di colpi di Stato ferocissimi con centinaia di migliaia di morti. GLG

 

La benda dei liberali

Il liberalismo non è un modo di pensare ma di fantasticare. I liberali vagheggiano su tutto e sono convinti che la libertà, più apparente che reale, sia sempre una stella polare. Ma c’è un problema di fondo. La libertà non esiste, né in natura ne’ in società. Essa è il primo tra tutti i sogni che fanno del liberale il più addormentato degli uomini. I liberali infatti sono dei sonnambuli che camminano nel sonno e parlano con gli occhi chiusi della libertà e dei suoi vari accidenti senza vedere la vita intorno. Solo esseri così spenti ma rumoreggianti possono farsi distrarre da una benda sugli occhi di un omicida o del suo complice ed affermare frasi come le seguenti:
“La fotografia del diciottenne con gli occhi bendati e ammanettato, seduto davanti ai militari che lo interrogano, fa venire i brividi, inorridisce. Non immaginavamo che le forze dell’ordine arrivassero a tanto, ne siamo disgustati e pretendiamo di sapere come sia stato possibile che ciò sia accaduto all’interno di una caserma dell’arma fedele nei secoli”. Feltri su Libero
“il vilipendio della persona, che ha già perso la libertà, non può essere un espediente accettabile di questo mestiere”. Farina su Libero
Ovviamente, ci sono poi tutti i politicamente corretti, filoamericani da vomito, che utilizzano l’espediente per spostare l’attenzione dal gravissimo delitto contro un Carabiniere verso i sistemi “barbari” da Caserma che disonorano l’Italia, causa sovranisti al governo. I cantori della libertà sono queste signorine da trenta denari a prestazione orale che si dimenticano dei modi della patria americana, questa inesistente arcadia liberale e liberista, che acceca e sodomizza il nemico, lo disonora pisciandogli addosso, facendolo mordere dai cani (come nelle sue prigioni extraterritoriali) e poi rilascia corsi accelerati di democrazia ai quali ogni Stato, amico o nemico, deve attenersi.
L’immagine dell’americano fasciato, considerato il suo gesto cieco, è solo una forma di contrappasso. Siamo la terra di Dante e non rompeteci i coglioni. L’America produce simili animali in quantità industriale, ha la violenza nel suo Dna, non la libertà. E poi abbiamo molti conti in sospeso con loro, affronti, stragi, uccisioni, reclusioni non giustificate. Abbiamo perso la pazienza e toccherà che abbozzino. Loro se ne fregano del diritto e lo manipolano se serve alla sicurezza nazionale. Fatto l’inganno si approvano pure una legge che li legittimi nella crudeltà. Tutto il contrario del brocardo romano Inventa lege, inventa fraus. Ma i romani antichi non erano americani, come i romani cretini di oggi. Assolvono i loro militari che si macchiano di efferatezze in barba a qualsiasi giustizia e ci fanno le rampogne, assecondati dai servi di casa nostra. Stiamo agli eventi. È stato commesso un omicidio senza senso di un servitore dello Stato da parte di un cittadino straniero. La benda è un fatto secondario senza nessuna importanza. La benda non la vedo. Non esiste. Sono bendato. G.P.

Il sonno della sragione genera vermi

gianfranco

Uno di vent’anni che imbevuto di droga (almeno immagino) dà otto coltellate, e ben piazzate, ammazzando una persona. E che fosse carabiniere o meno, sposato da poco o meno, m’interessa fino ad un certo punto. L’assassino è un degenerato e lo è ad appena vent’anni e vissuto nel benessere. Se ne fa un caso, quasi grave come l’assassinio, per il fatto che è stato bendato e con le mani legate dietro la schiena. Ritengo che sia stata applicata una misura sbagliata, che non ce n’era affatto bisogno. Ma che si faccia can can quasi come per l’assassinio – e che perfino “l’Arma” dica “inconcepibile” e trasferisca l’autore del gesto (sicuramente da rimproverare e considerare assurdo, ma non da rendere un terribile affronto alla dignità umana verso chi questa dignità non l’ha certo dimostrata) – è qualcosa di assai più che preoccupante. Poi c’è un’insegnante che dice all’incirca: non era intelligente, uno di meno, con riferimento all’assassinato. Reazioni non adeguate a simile incredibile affermazione. Qualcuno ha detto che dovrebbe essere licenziata o sospesa. Scusate, ma a me sembra soprattutto che la sua mente non sia del tutto a posto. Forse c’è bisogno d’altro, di qualche cura, anche con comprensione umana per le difficoltà che insorgono nella vita di molti. Infine, si continua ad obiettare, ad ogni gravissimo fatto di sangue, che i reati sono in diminuzione. In realtà, dai numeri risulta che sono diminuiti i furti, quelli però normali, quelli simili a quando i cervelli di politici, giornalisti e conduttori TV, uomini di cultura e cosiddetti intellettuali, avevano una discreta funzionalità. Adesso, soprattutto quella che ci si ostina a definire “sinistra” – e che continua a offendere un nostro lontano passato definendosi “antifascista” e mostrando una falsa e disgustosa “umanità” del tutto degenerata e pericolosissima proprio per il genere umano – è ormai giunta ad un punto di non ritorno. Dovrebbe essere combattuta con i metodi con cui si affrontava un tempo la peste bubbonica e oggi il cancro; invece nulla, solo polemiche e discorsi per migliorare la propria situazione elettorale. Quest’“occidente” è ormai inguaribile con simili “non farmaci” di tipo omeopatico. E tenta di esportare questa infezione anche in zone al momento un po’ più sane. Si vedano i disordini (mal riusciti) a Mosca e quelli più consistenti a Hong Kong. Che la si smetta di “scherzare”; in quei paesi spazzino intanto via l’infezione “occidentale”. Qui, non so come andrà a finire.

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Questo Paese ha bisogno di nuovi significati, di qualcosa per cui valga la pena esistere, lottare, migliorarsi, soffrire e morire. Occorrono alti e altri principi e obiettivi in antitesi ai finti diritti civili, alle libertà libertine, ai rovesciamenti di prerogative tra maggioranze e minoranze che degenerando nel vilipendio dell’uomo comune autoctono(il quale crede ancora di avere più obblighi da ottemperare che favori da aspettarsi, più incertezze da scontare che guarentigie su cui contare) alimentano rabbia cieca e frustrazione illimitata. La putrefazione sociale imposta dal politicamente corretto scatenerà forze oscure e spianerà il terreno a sistemi sempre più sbrigativi, cadrà allora veramente ogni discriminazione, come fu ampiamente richiesto dai buonisti fasulli, ma non tra uomini e donne, etero e gay, indigeni e allogeni, ecc.. Semplicemente non si farà più alcuna distinzione nella ressa totale e pagherà chiunque, buono o cattivo, si trovi al momento sbagliato nel posto sbagliato. Si è voluta alimentare una contrapposizione, tra illuminati e barbari (laddove i barbari appaiono più illuminati degli illuminati barbarici) che addormentando la ragione risveglierà i mostri. Dopodiché altro che nazismo e fascismo e già si vedono i prodromi di una reazione ferale che si annuncia persino peggiore di quelle d’antan. Per questo abbiamo bisogno di essere risoluti contro la genia dei radical chic che fingendo di combattere la sciagura nera in realtà l’invoca. La guerra ai politicamente corretti è oggi l’unica giusta partigianeria. Il tempo stringe più del cappio.

Fermare il marciume, di GLG

gianfranco

 

mi sembra che ciò provi quanto sostengo da tempo. Quanto più si consentirà all’“infezione” di continuare a perpetuarsi e a far marcire la nostra società e tanto maggiore sarà il pericolo dell’avvento di simile furia violenta annientatrice, che non è per nulla quella che spesso invoco. Anzi il suo contrario. Adesso bisognerebbe riprendere bene in mano la storia della Germania dopo la prima guerra mondiale, concentrandosi non semplicemente sulla connivenza dei socialdemocratici (ricordiamo Noske) nell’eccidio di comunisti, fra cui Rosa Luxemburg e Liebknecht, nel ’19. Importante quanto avvenne nel 1929-30, dove la “vulgata” di storici incompetenti e faziosi vorrebbe farci credere che siano stati i comunisti a provocare i socialdemocratici invece che allearsi con questi per combattere l’impetuoso crescere del nazismo (come fecero, con errore imperdonabile, subito dopo). E invece, come già dimostrato in Italia, solo la moderazione nel combattere “centristi” e “sinistri” (ad es. in Italia nei primi anni ’20 i Giolitti e i Turati) facilitò la vittoria del fascismo. E così pure in Germania nel ’29-’30 furono i socialdemocratici a reprimere i comunisti e a creare con loro incidenti. L’incapacità dei comunisti di regolare i conti definitivamente con i “centro-sinistri” ha pienamente favorito chi aveva capito che i ceti popolari odiavano questi ultimi. Gli operai (ripeto: OPERAI) della Krupp si assentavano dal lavoro per seguire le SA a schiacciare tutti quelli che ancora difendevano la marcia Repubblica di Weimar. I comunisti sono stati incapaci di prendere loro la testa di questi ceti popolari e di accoppare i socialdemocratici che ormai allignavano nei soliti “quartieri alti”. E nel ’35 si fecero i fronti popolari, altro errore fondamentale. I falsi storici vorrebbero far credere che sono stati utili per la vittoria contro i nazifascisti. Lo si è ben visto in Spagna nel 1936-39 (e il franchismo, non entrato in guerra, è durato fino a metà anni ’70). La vittoria è solo avvenuta per l’errore madornale di Hitler (ma non ci si dice quali pourparler c’erano stati con l’Inghilterra ormai in ginocchio malgrado tutte le balle raccontate) di aggredire l’URSS, dopo che questa, intelligentemente, aveva firmato un patto di non aggressione con la Germania, avendo capito che era molto utile lasciare che le potenze capitalistiche si scannassero fra loro. Adesso, i vermiciattoli di un “antifascismo” ancora più marcio e corrotto di quello dei lontani anni ’20 e ’30 ci stanno portando lungo la stessa strada. O sorge una forza capace lei di annientare questi agenti patogeni e farli sparire dalla faccia della nostra povera Italia (e di altri paesi europei) o ci troveremo, entro non tantissimi anni, ancora una volta massacrati da chi difende un nuovo assetto di potere dei ceti più “elevati” in grado e ricchezza, ma riuscirà ad avere il favore di ceti popolari che non ne possono più di questi mascalzoni odierni; tanto ricchi quanto gli altri, ma più marci come morale, disfacimento culturale, falsità pseudoumanitarie e via dicendo. Se il PCI, quando nacque a Livorno nel 1921, avesse avuto consistenza e lucidità di pensiero sufficiente a sollecitare il popolo contro i “centristi” e i “sinistri” non avremmo avuto il fascismo. Bisognava prendere la guida dell’annientamento generale di tali soggetti, che parlavano del popolo e del “progresso” sociale ma erano invece marci, portavano il cancro. E così il fascismo ha avuto via libera nell’operare chirurgicamente. Lo stesso accadrà oggi se non si imparano le lezioni della storia. Sedicenti antifascisti, progressisti, modernisti, puro disfacimento di una cultura, anzi di una civiltà, devono essere infine spazzati via, bisogna che siano odiati come si odiano gli stupratori, i pedofili. Altrimenti, ci troveremo in mano di questi di cui si parla nell’articolo messo all’inizio. E allora si vedrà questa merda di politicanti, di intellettuali, ecc. – marci e che vomitano solo pus – fare la fine che meritano di fare. Ma poi bisognerà risalire ancora una volta la china in altri anni e anni di storia tormentata. Non vedrò tutta questa storia, ma mi dispiace egualmente per voi.

P.S. Leggo adesso dell’uccisione, stanotte, del povero carabiniere. I giornali che ben sappiamo non mettono nei titoli di testa che sono stati due nordafricani. E il Corriere, perfino nell’articolo, comincia con un “sarebbe stato nordafricano”. Sono in imbarazzo i nostri “buonisti” e “progressisti” e “antirazzisti e “antifascisti”. Nessuno però deve dire che i nordafricani sono portati al crimine. Sarebbe una stupidità. Il vero problema è la quantità che i buonisti e falsi umanitari hanno fatto arrivare; e poi i vergognosi centri di accoglienza e il lavoro in nero pagato malissimo. E dopo che questi sono stati illusi per spillargli un bel po’ di migliaia di dollari. Quindi, ripeto, la galera a chi comunque ha assassinato. Ma ben più grave sorte ai farabutti dell’“accoglienza”. Aggiungo che non capisco l’uscita di Conte, che parla di galera che questi dovrebbero fare a casa loro; quindi bisogna pensare a rimpatriarli. A casa loro non faranno più galera e poi hanno ucciso qui da noi. Che cavolo di discorso sta facendo uno che dovrebbe essere il capo di governo del paese dove il carabiniere è stato assassinato? Galera a vita in Italia, caro premier, sempre più ambiguo.

Russiagate, di GLG

gianfranco

I “Russiagate” americano e italiano mi sembrano semplicemente significativi di una crisi sempre più avanzata di questo “occidente”, marcio e infetto ad un grado di difficile ritorno. Il famoso Mueller nella sua relazione al Congresso mostra di non avere lo straccio di una prova, ma insiste che i russi avrebbero interferito nelle elezioni presidenziali. E aggiunge che a fine mandato sarebbe possibile incriminare Trump. E con quali prove? Inoltre, si dà una bella dimostrazione di che cos’è questa falsa e verminosa “democrazia” del voto; di milioni di cittadini considerati influenzabili come nella pubblicità di una saponetta o di un detersivo da bucato. In Italia, meno male che una volta tanto Salvini ha scelto di non rendere conto a questa accozzaglia definita “sinistra” o “destra” in base a criteri ormai non più comprensibili. E lo stesso vale nella UE, che ormai alterna farsa a vaudeville. L’establishment – che ancora controlla il 90% dell’informazione, di una “cultura” ormai avvelenata e vomitevole, con troppi posti di comando negli apparati statali ed in quelli della “privata” economia, ecc. – non è più in grado di dare un qualsiasi futuro alla nostra civiltà, che pur ha dato tanto in secoli passati. D’altra parte, il “nuovo” che si aggrappa qua e là, tentando di rovesciare queste vecchie e sfatte dirigenze ormai “tombali”, mostra crepe da tutti i lati. E’ sempre più evidente che solo una furia violenta – e all’inizio anche eccessiva e distruttiva – potrebbe ridare qualche speranza di “resurrezione”. Decine, centinaia di migliaia di zombi dovrebbero essere avviati al silenzio definitivo. Altrimenti, accettiamo di assistere alle loro ultime “bravate”, tramite cui essi seppelliranno tutto ciò che era stato creato appunto in un ben lungo passato ormai vilipeso e “stracciato” in ogni metro di suo ottimo “tessuto”.

MANI PULITE AVEVA LE MANI SPORCHE

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Vergognoso, questa volta, l’articolo di Feltri su Di Pietro. L’ex direttore di Libero, al tempo di Tangentopoli alla direzione dell’Indipendente, prese cantonate grosse e grossolane sul golpe giudiziario, verso le quali non mostra ancora resipiscenza ad anni di distanza. Suo l’epiteto di “Cinghialone” contro Craxi anche se di ciò si è scusato in seguito e forse anche vergognato. Era lui a parlare di Di Pietro e Borrelli come uomini di lodevole attività. Eppure già al tempo circolavano pesanti voci dei rapporti tra il primo e la C.I.A. Il secondo, da uomo intelligente qual era, più probabilmente, fiutò l’aria e non ostacolò quei modi da psicologia terroristica verso i vari imputati. Qui, al contrario dei numerosi smemorati o tetragoni della legge ad orologeria, non intendiamo arrenderci ad una verità storica ancora egemone ma completamente contraffatta.
Tangentopoli fu il pretesto per liberarsi di un’intera classe dirigente la quale, per quanto non “innocente” ed estremamente spregiudicata nel maneggiare il denaro pubblico, aveva, perlomeno, un’idea precisa degli interessi nazionali e della sovranità, cioè dei capisaldi non svendibili dello Stato. La vecchia dirigenza DC-PSI, che per anni, nel bene e nel male, aveva governato l’Italia, non avrebbe mai ceduto alle pressioni esterne tese ad ottenere la liquidazione degli asset strategici e patrimoniali del Belpaese, per una sua completa subordinazione a (pre)potenze straniere, in atto di ricollocarsi sullo scacchiere geopolitco dopo l’implosione dell’Unione Sovietica. Tutto ciò verrà fatto dopo, dai residuati della Prima Repubblica, sospettamente scampati alla mannaia giudiziaria, pur avendo ricoperto ruoli e funzioni di primo piano per una lunga fase, e da nuovi partiti frettolosamente nati sulle macerie di quelli vecchi o appena riverniciati di falso moralismo necessario a mimetizzarsi tra scandali e persecuzioni. Vi ripropongo qui un florilegio di brani tratti da un libro di Tiziana Maiolo del 2011, Tangentopoli, in cui si evidenziano alcune stranezze non insignificanti sull’azione del Pool di Milano, il quale, incredibilmente, insabbiò le indagini sui comunisti e mise i bastoni tra le ruote a quei magistrati che avrebbero voluto fare maggiore chiarezza anche da quella parte. In secondo luogo, pure la Maiolo, riprende la tesi del complotto della Cia nell’affaire Tangentopoli, anche se non arriva a comprendere come gli americani potessero fidarsi dei comunisti, cresciuti sotto l’ala di Mosca, per raggiungere i loro scopi. Le sfuggono importanti spostamenti di campo che il PCI iniziò ad operare sin dalla fine degli anni ’60 e che diventarono sempre più evidenti con il compromesso storico, le dichiarazioni berlingueriane favorevoli alla Nato ed i viaggi d’oltreoceano di Giorgio Napolitano. L’onda lunga del tradimento si completerà, in seguito alla caduta dell’URSS, con la svolta occhettiana della bolognina che porterà la ditta a cambiare apertamente nome e ragione sociale. E’ vero che la gioiosa macchina da guerra del PDS s’ingripperà sul più bello, mentre dava l’assalto al potere, ma occorre sapere che anche il complotto meglio pianificato può incontrare un inghippo che ne impedisce la riuscita perfetta, quella più aderente alla sua progettazione. Ma la storia come il diavolo usa pentole senza coperchi. Dal nulla uscì un Cavaliere venuto da Arcore, catalizzatore del bacino elettorale dei partiti distrutti dai giudici, il quale bloccò i piccìsti da tempo filo-occidentali. Poi anche lui si ricordò, pressato dai magistrati, di avere vita e famiglia e si inginocchiò davanti ad Obama. Il disastro del presente viene da lontano ed è figlio di molti protagonisti, deuteragonisti e comparse a diverso titolo, alcuni morti altri viventi, purtroppo ancora osannati.

Le mani pulite dei comunisti

Il pool di Milano intanto procedeva come un carro armato. E tutti aspettavano che finalmente andasse a colpire anche il Pci-Pds, che andasse a fondo, che facesse una pulizia totale. Non era previsto che quella del pool fosse guerra chirurgica, selettiva. Grande stupore destarono quindi le parole del procuratore aggiunto Gerardo D’Ambrosio che in un’intervista rilasciata al quotidiano «l’Unità» il 26 maggio 1993 annunciò che a grandi linee l’inchiesta su tangentopoli era finita. Lo annuncia nel momento in cui le indagini hanno colpito in tutta Italia esponenti locali e nazionali del Psi e della Dc. D’Ambrosio spiega: «Finita, nel senso che ciò che doveva emergere nel filone politico-affaristico è venuto fuori». Il che significa esplicitamente,

improvvisamente che il nuovo codice, entrato in vigore da soli quattro anni, imponeva al pm di raccogliere anche prove in favore dell’imputato. Fu un fatto eccezionale, infatti non si ricordano molti altri casi in cui il rappresentante dell’accusa sia andato in soccorso della difesa.

D’Ambrosio lo fece, fece quel che l’avvocato di Greganti non aveva fatto. E scoprì che, nella stessa giornata in cui Greganti aveva prelevato denaro da un conto svizzero che si chiamava Gabbietta, aveva acquistato una casa a Roma. «Ecco la prova – disse – che il funzionario rubava per sé e non per il partito». Benché il gip Italo Ghitti non fosse convinto, e men che meno Tiziana Parenti, la cosa finì così, cioè si sposò la tesi che Greganti si era fatto tre mesi di galera per non confessare di aver comprato una casa in nero. Una cosa da ridere, ma nessuno rise. Il partito di Occhetto era salvo.

Questa storia della casa di Greganti non verrà mai chiarita, anche perché, ogni volta che le indagini andranno a lambire i vertici dell’ex Partito comunista, la Procura di Milano andrà in tilt. Ma un paio di anni dopo, quando il quadro politico è radicalmente cambiato e non esistono più la Dc né il Psi, ma esiste ancora l’ex partito di Occhetto, il ministro di Giustizia del governo Dini, Filippo Mancuso, avvierà un’ispezione nei confronti del pool di Milano, e la questione di quella casa salterà di nuovo fuori. Mancuso illustra i capi d’accusa nei confronti del pool, e parla di un «rifiuto da parte di un qualificato esponente della Procura, a ricevere un rapporto che un ufficiale della guardia di finanza avrebbe dovuto depositare». Che cosa è successo? È successo semplicemente che questo ufficiale, che si era occupato delle indagini su Greganti, ha notato un’incongruenza nella ricostruzione di quell’acquisto della casa romana. La sequenza avrebbe dovuto essere questa; nella stessa giornata Greganti va in Svizzera, preleva i soldi dal conto Gabbietta, poi va a Roma, si incontra con il venditore della casa e stipula il rogito.

Difficile che le cose siano andate così, scrive l’ufficiale nella sua relazione, perché l’atto di acquisto della casa è stato siglato a Roma, in un’agenzia del Monte dei Paschi di Siena alle 9.30 del mattino. A che ora dunque Greganti era andato nella banca di Lugano e con che supersonico mezzo di trasporto si era poi trovato alle 9.30 a Roma? Chiaro che i soldi per l’acquisto dell’appartamento non erano gli stessi del conto svizzero. E dove sono finiti questi ultimi? Nelle casse del Pci-Pds. La relazione, chiarissima, era stata però accolta con indifferenza dai magistrati di Milano, che non vollero indagare più.

Poco dopo alla giovane magistrata che aveva osato sfidare i vertici della Quercia l’inchiesta fu tolta. Tiziana Parenti non era «allineata» con la Procura, si disse. E si concluse il suo rapporto con la sinistra, tanto che nel 1994 si unirà ai tanti di noi che andranno in Parlamento con la lista di Forza Italia.

Ci sarà

Ci sarà un altro magistrato la cui inchiesta sul Pci-Pds si infrangerà su un muro di omertà complici e di «aiutini», il procuratore di Venezia Carlo Nordio, cui a un certo punto furono trasferiti anche atti provenienti da Milano. L’interrogatorio di Luigi Carnevale, che chiamava in causa esplicitamente Stefanini, Occhetto e D’Alema non arrivò mai. Si disse che era stata una «dimenticanza». E così l’inchiesta di Venezia, come tante altre che si snodarono in tutta Italia, si risolse con le condanne dei pesci piccoli. E che dire di quel miliardo di lire che Raul Gardini, patron di Enimont, consegnò a Botteghe Oscure, su cui esistono diverse testimonianze e per il quale Sergio Cusani fu condannato a sei anni di carcere? Sparito nelle stanze buie della grande federazione del Pci-Pds. Nessun magistrato, né Di Pietro né in seguito i diversi tribunali individuarono in quali mani il denaro fosse finito. Per D’Alema e Occhetto non è mai valso il principio del «non poteva non sapere» o della «responsabilità oggettiva» con cui fu colpito Bettino Craxi. Eppure c’era stato il racconto (indiretto) di Sergio Cusani che aveva riferito di aver consegnato un miliardo nelle mani di Achille Occhetto. Il tribunale che condannò Cusani scrisse:

Gardini si è recato di persona nella sede del Pci portando con sé 1 miliardo di lire. Il destinatario non era quindi semplicemente una persona, ma quella forza di opposizione che aveva la possibilità di risolvere il grosso problema che assillava Enimont e il fatto così accertato è stato dunque esattamente qualificato come illecito finanziamento di un partito politico.

Non si ricordano urla e strepiti del pubblico ministero Antonio Di Pietro (anche se chiederà timidamente di interrogare D’Alema), che dopo quel processo gettò la toga. Occhetto e D’Alema non furono neppure sentiti e il miliardo passò alla storia come finanziamento illegale «a un partito», che sarà stato popolato di fantasmi e non di persone fornite di lingua per chiedere e di mani per ricevere. Raul Gardini non sarà un povero «concusso» dall’avidità vorace di politici citati con nome e cognome. Questa è la guerra chirurgica.

Toghe rosse in frantumi
Francesco Misiani (per noi amici Ciccio), pubblico ministero romano di sinistra aderente alla corrente più radicale di Magistratura democratica, ha spiegato in un libro molto sincero e appassionato3 quale fosse lo stato d’animo suo, e forse di alcuni suoi colleghi «compagni», quando scoprirono che il Pci-Pds, lungi dal rappresentare quella «diversità» su cui tanto si era appassionato Enrico Berlinguer, era invece assolutamente omologo (un terzo un terzo un terzo) ai partiti di governo e, proprio come aveva denunciato l’inascoltato Craxi, si era sempre finanziato in modo illecito o illegale. Anzi, avendo anche ricevuto finanziamenti dall’Unione sovietica (come racconterà con franchezza in un altro libro Gianni Cervetti) aveva molte maggiori disponibilità. Lo stato d’animo di Misiani e altri suoi compagni era di lacerazione. Tanto che anche a loro apparve nuda e cruda la verità, e cioè che i magistrati di sinistra non avevano voluto processare né D’Alema né Occhetto. Avevano avuto la realtà dei fatti davanti agli occhi e avevano preferito chiuderli.

Seguiamo il racconto di Misiani alle prese con un filone, forse minore, di «tangenti rosse»: «Ero convinto che quei soldi erano arrivati a Botteghe Oscure, ma rimasi ammirato dalla solidità delle argomentazioni difensive, anche nella loro verisimiglianza». Aveva fatto arrestare una persona che veniva definita «il collettore rosso» di tangenti. Così ne parla:

Ebbene quest’uomo, di cui ricordo lo sguardo impenetrabile e la modestia nel vestire, ebbe il coraggio di sostenere che i soldi che aveva raccolto dalle imprese se li era intascati. Che le sue erano state semplici millanterie per convincere gli altri imprenditori a versare tangenti che in realtà non sarebbero poi mai arrivate a Botteghe Oscure.

Che cosa conclude il magistrato? «Naturalmente non credetti a una sola delle sue parole. Ma mi accontentai e chiusi lì l’indagine». È una scelta processuale, ma è anche una scelta politica. E Misiani non la nasconde:

Non sono un ipocrita e so perfettamente che se avessi insistito, forse prima o poi, sarei riuscito a dimostrare in un’aula di tribunale che il Pci al pari degli altri partiti non era estraneo al circuito del finanziamento illecito da parte delle imprese. Ma non lo feci.

Qui si pongono due questioni. La prima dimostra come le inchieste di tangentopoli siano state gestite in gran parte da magistrati di sinistra i quali, un po’ per ideologia un po’ per convenienza, hanno operato la guerra chirurgica e selettiva. E se si pensa che, insieme alle sanzioni per i singoli, si è prodotta quella grande punizione nei confronti di alcuni partiti fino a farli sparire dalla scena politica mentre altri, ugualmente prosperati nell’illegalità, si sono salvati, forse è poco parlare di ingiustizia. Forse si capisce che all’inizio degli anni novanta ci si è avvicinati pericolosamente a una presa del Palazzo d’inverno da parte di un settore della magistratura. E la cosa grave è che qualche giovanotto che aveva vinto un concorso determinò mutamenti politici che non è esagerato definire storici. La seconda questione la pone esplicitamente lo stesso Misiani nelle pagine successive all’episodio che abbiamo raccontato, nel suo libro. Ed è il principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale. Il magistrato sa di averlo violato, ciononostante con franchezza afferma che lo rifarebbe:

Non ho difficoltà a dire quello che anche i muri sanno. Nelle scelte di ogni Pubblico ministero esiste un elemento di forte discrezionalità. I magistrati sono uomini in carne e ossa, con le loro idee politiche, la loro formazione culturale. Far finta del contrario significherebbe voler aggirare il problema. L’importante è esserne coscienti.

Non penso proprio che sia sufficiente «essere coscienti». La verità è che questi magistrati agiscono ogni giorno forzando il principio del «libero convincimento». E questo non significa forse che in certi comportamenti c’è arbitrio? Con la conseguenza di creare puniti e impuniti, singoli arrestati e scampati, ma soprattutto partiti distrutti, partiti che non esistono più e partiti (in realtà solo uno, il Pci-Pds-Ds-Pd) che, pur essendosi finanziati in modo irregolare e illegale come gli altri, hanno cambiato nome (ma non gli uomini) e soprattutto esistono ancora.

L’uomo della Cia
Nel 1994, quando ero ministro del primo governo Berlusconi, fui avvicinato da alcuni professori miei amici, che erano legati alla Cia, i quali mi misero in guardia da Di Pietro, mi suggerirono di diffidare della persona. Mi dissero con certezza che Di Pietro nella costruzione di tangentopoli era stato aiutato dai servizi segreti americani.

Chi mi parla non è un esponente della Prima Repubblica, ma uno dei fondatori della Seconda, al fianco di Silvio Berlusconi: Giuliano Urbani. Lui a questa versione dei fatti crede da quando quegli amici gli spiegarono che il desiderio di vendetta degli Stati Uniti nei confronti di Craxi, Spadolini e Andreotti per i fatti di Sigonella ebbe diversi strumenti operativi, tra cui appunto l’uso di Tonino Di Pietro. Il quale in effetti arrivò, distrusse e se ne andò. Su mandato dei servizi segreti americani.

Il racconto di Urbani, proprio perché proviene da un liberale che arrivò nei palazzi del potere «dopo» e che quindi non aveva nessun motivo di «revanchismo» nei confronti del Pm di Mani pulite, quasi quasi mi convince: «Quegli amici mi hanno avvicinato per avvertirmi della doppiezza dell’uomo, che era stato protagonista di una pagina oscura. E mi hanno proprio cercato loro, appositamente». Vengono con facilità alla memoria quelle trattative, poi saltate, per far entrare Di Pietro nel governo Berlusconi. Viene alla memoria tutto. E i dubbi aumentano. Sappiamo come è cominciata, ma non sappiamo perché. Perché una colossale retata giudiziaria a strascico abbia rivoluzionato la fisionomia politica del Paese. Perché la Democrazia cristiana, il partito che dal 1948 al 1993 aveva governato e raccolto il consenso della maggioranza degli italiani, non esista più. Vorremmo apere perché Bettino Craxi, lo statista del riformismo laico che aveva osato sfidare i due colossi della politica italiana, il partito unico dei cattolici e quello comunista sostenuto dall’Unione sovietica, sia morto esule e il suo partito, il Psi di Turati e Anna Kulisciof, non esista più. Vorremmo sapere perché tutta la cultura laica e riformista che consentiva di andare all’urna e di votare i liberali, i repubblicani o i socialdemocratici sia stata spazzata via. E vorremmo sapere infine perché, di tutte le possibilità di scelta dei partiti tradizionali che dal dopoguerra fino all’inizio degli anni novanta hanno avuto gli elettori nell’urna, è rimasta solo l’opzione comunista, in qualunque modo si chiami il partito che la rappresenta, quello che fu di Longo, Togliatti e Berlinguer, il Pci, poi Pds, Ds, e oggi Pd.

Certo, nel frattempo è arrivato Silvio Berlusconi a ereditare l’intero pentapartito e a portare quel valore aggiunto che prenderà il nome di Forza Italia, è cresciuta la Lega ed è stato sdoganato l’inesistente Movimento sociale (poi Alleanza nazionale), l’unico piccolo partito che, insieme al Partito radicale, un po’ per merito un po’ per emarginazione, non aveva partecipato al finanziamento illecito. Tutto questo è storia che si riverbera sul presente. Ma rimane quella domanda: perché? Perché è accaduto? È stato casuale o l’ha voluto qualcuno? Propenderei per la prima ipotesi. Per me l’assalto al Palazzo aveva avuto un inizio casuale. Però…

Il complotto internazionale
Non tutti la pensano così. C’è chi ha sposato la teoria del «complotto internazionale». Sostenuta da molti esponenti governativi prestigiosi della Prima Repubblica (capofila di questo pensiero fu Bettino Craxi), questa ipotesi parte dal presupposto, in parte fondato, che la magistratura fno al 1992 rispetto al finanziamento illecito e illegale dei partiti aveva più o meno sonnecchiato. Se c’era stata qualche indagine, questa aveva riguardato (come è giusto e come prescrive il codice) singoli casi e singole persone. Situazioni circoscritte, che non avevano influenzato le cadenze della politica. Come mai, si domandano i sostenitori del «complotto internazionale» e anche quelli del complotto nostrano, a un certo punto c’è stata l’improvvisa accelerazione che ha messo in crisi l’intero sistema dei partiti? La prima cosa da capire è proprio questa: per quale motivo a un certo punto l’inchiesta di Milano partita con l’arresto di Mario Chiesa sia diventata il processo al «sistema». Qualcuno, si dice, aveva interesse ad annientare l’intera classe politica al governo e sostituirla con un’altra. Chi? Perché?

L’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga ha fatto parte di coloro che hanno creduto al complotto internazionale. In una delle sue ultime interviste, in occasione del suo ottantesimo compleanno1, Cossiga attribuisce alla Cia e agli Stati Uniti un ruolo importante sull’inizio di tangentopoli, così come sulle «disgrazie» di Craxi e anche di Andreotti. Proprio loro due, dice, «sono stati i più filopalestinesi tra i leader europei». Ricorda anche che, dal 1992 in avanti, gli Stati Uniti sono stati governati da amministrazioni del Partito democratico, «le più interventiste e implacabili». Una ritorsione, dunque, giocata sullo scacchiere mediorientale, secondo me un po’ contraddittoria. Qualora, infatti, distrutto il pentapartito e non prevedendo l’inatteso arrivo di Berlusconi, avesse trionfato nel 1994 la «gioiosa macchina da guerra» di Achille Occhetto, gli Stati Uniti avrebbero di nuovo avuto interlocutori marcatamente filopalestinesi, come sempre sono stati gli esponenti della sinistra italiana. A maggior ragione essendo il Pci-Pds-Ds costretto a governare con la sinistra più radicale, per poter avere una maggioranza, come hanno dimostrato le tante difficoltà dei due governi Prodi. A meno che gli Stati Uniti non avessero messo gli occhi proprio sull’area cattolica dossettiana rappresentata dall’ex Presidente dell’Iri. Ma anche in questo caso avrebbero dimostrato di non conoscere bene gli affari interni al nostro Paese, le nostre leggi elettorali e la possibilità di costruire maggioranze che avessero la speranza di poter governare senza alleanze allargate.

Un altro personaggio significativo della Prima Repubblica, l’ex ministro democristiano Paolo Cirino Pomicino, ha elaborato in modo più accurato la sua teoria su Cia e Stati Uniti, tanto da parere ben informato sulla «manina americana». Racconta2 che il «complotto» iniziò proprio nel 1992, la data fatidica di Mani pulite. In quei giorni il capo della Cia, Woolsey, tenne una conferenza in California e spiegò che l’amministrazione Clinton aveva disposto un vero spionaggio industriale per difendere le imprese americane nel mondo. In quel periodo, dice ancora Cirino Pomicino, a Milano sbarcò l’agenzia privata di investigazioni Kroll. E fu così che, attraverso le aziende, gli americani raccolsero corposi dossier sul finanziamento illecito e illegale ai partiti, ma anche su singoli casi di corruzione. Il capo della Cia fece sapere al suo governo che c’era la possibilità di far scoppiare scandali in Europa, se fosse servito. Resta da capire meglio quale fosse l’interesse degli americani in quel momento, oltre al fatto che fossero indispettiti fin dai tempi di Reagan per la guerra di Sigonella e la resistenza del governo italiano (non a caso guidato dal presidente del Consiglio Craxi e con ministro degli Esteri Andreotti) oltre che per la questione di Israele e dei palestinesi. Nell’analisi di Cirino Pomicino non esiste solo l’Italia, ma anche ad esempio la Gran Bretagna, dove «la Tatcher aveva perso la battaglia sulla moneta unica e gli americani iniziarono una politica aggressiva per difendere il dollaro», oltre che una certa attenzione ai problemi avuti da Chirac in Francia e Kohl in Germania. Resta il fatto che, secondo l’ipotesi del «complotto internazionale», in quel momento sarebbe stata scelta l’Italia, come luogo dove far scoppiare lo scandalo. L’ipotesi è interessante, e anche le motivazioni che avrebbero determinato i fatti. Il punto debole è la strategia che gli americani avrebbero avuto sul «dopo». Chi assaltò il Palazzo d’inverno, chi prese la Bastiglia aveva un progetto per il giorno dopo la rivoluzione. I servizi segreti americani avevano dunque un accordo con Occhetto? Oppure con quei «poteri forti» che cercavano la discontinuità e che non ameranno mai Berlusconi, trattato sempre come un Maradona, geniaccio arrivato d’improvviso dalle favelas?

SOLIDARIETA’ MA ALLARGANDO IL DISCORSO, di GLG

gianfranco

Indubbiamente, la figlia di Borsellino ha tutte le ragioni di sostenere quanto qui leggiamo e ad essa deve andare tutta la nostra solidarietà, assieme ad una considerazione sempre più bassa di questa magistratura. Non tanto di singoli magistrati perché sono convinto che ce ne siano moltissimi, probabilmente la maggioranza, che nulla hanno a che vedere con le aspre ma giuste affermazioni della Borsellino. Tuttavia, dobbiamo anche ricordare altri fatti incresciosi.
Primo fra tutti proprio “mani pulite”, operazione che si è voluta onorare al massimo grado ai funerali del procuratore capo di quel gruppo di magistrati. E anche in tal caso, sia chiaro che – a parte uno di quei magistrati, sulle cui specifiche funzioni in quell’occasione nutro molti sospetti – non credo che detti magistrati abbiano agito in malafede e soprattutto ponendo in opera delle scelte, non a caso definite “colpo di Stato” dai figli di Craxi; forse esagerando un po’, ma non poi troppo. In realtà, resto convinto che quei magistrati hanno avuto semplicemente il via libera e a loro sono stati forniti ampi indizi da parte di dati gruppi politici ed economici, italiani e stranieri; in primo luogo ambienti statunitensi che usarono ampiamente un mafioso sedicente “pentito”, Buscetta, secondo il ben consolidato ruolo sempre svolto da tale nostra organizzazione criminale in favore degli USA (ricordiamo almeno lo sbarco in Sicilia delle truppe di questo paese nel 1943).
Dalla fine della guerra, l’Italia è sempre appartenuta al “campo occidentale” centrato sugli USA; nel 1947, dopo che a gennaio De Gasperi andò a prendere ordini a Washington, venne buttato fuori dal governo di sedicente “unità nazionale” il Pci. Ciò consolidò un ben preciso regime, poi indubbiamente vincente alle votazioni del 18 aprile 1948. Con il 1963 (primo governo di centro-sinistra presieduto da Moro e basato sul ruolo fondamentale di Dc e Psi) si stabilizzò ulteriormente la posizione dell’Italia in subalternità rispetto agli Stati Uniti. Il centro-sinistra divenne ulteriormente robusto con l’ascesa di Craxi (statista di rilievo) alla direzione del Psi nel 1976. E’ indubbio, tuttavia, che il governo di centro-sinistra si permetteva a volte qualche “sgarbo” verso i predominanti “centrali” e i loro prediletti “alleati” israeliani, che tenevano sotto controllo il Medioriente; non scordiamoci che nel 1973 costoro abbatterono sopra Mestre l’aereo militare “Argo 16”, tanto per darci un chiaro avvertimento di tenere ben lontani i palestinesi di Arafat. Ovviamente il tutto è stato fatto passare per incidente e ancora oggi mai si è chiarito con nettezza e condannato quel crimine costato la vita a nostri connazionali. Altri “sgarbi” italiani (non tanti) vi furono; e ricorderò il ben noto episodio di “Sigonella”, gestito proprio da un deciso Craxi.
Nel frattempo, però, a partire dall’inizio anni ’70 (anzi direi dal 1969 all’incirca) si andò attuando – con tutta la cautela e mascheramento del caso, per non farsi abbandonare dalla “base” ancora largamente operaia – lo spostamento del Pci verso gli USA (e la Nato), con poi il “caso Moro” (1978) e il concomitante viaggio oltre atlantico di quello che fu definito da Kissinger “il mio comunista preferito”. Non si poteva ovviamente però creare una crisi di forte “trapasso” politico in Italia nel mentre sussisteva il sistema “bipolare”. Alla fine, per merito di uno “sfasciatore” come Gorbaciov, si dissolse nel 1989 il “campo socialista” e nel 1991 l’Urss. Andreotti fu “inspiegabilmente” cupo in quel periodo e non era evidentemente contento del “crollo del muro”. Craxi, altrettanto inspiegabilmente (e stavolta senza virgolette) esultò. Possibile che non abbia capito cosa si stava preparando? Forse si sentiva garantito da qualche “ambiente” (USA?) che poi invece mancò all’appello?
Comunque si poté dar via libera all’operazione giudiziaria che liquidò la “prima Repubblica” perseguendo soprattutto democristiani e socialisti (nessuno ricorda che, su oltre cento indagati e colpevolizzati, la stragrande maggioranza fu assolta; ad alcuni, ad es. l’ex Ministro Formica, processato per 14 anni, fu annientata la carriera politica ma anche fortemente “disturbata” la vita). La magistrata Parenti ingenuamente pensò che “mani pulite” valesse per tutti, anche per il “fu Pci” (divenuto Pds); e le fu tolto ogni incarico. Perché l’operazione – per scelta di coloro che usarono la magistratura come semplice strumento; e ribadisco che quei magistrati, salvo forse uno, probabilmente pensarono di fare solo il loro dovere – era stata decisa in “altro (e alto) loco” per creare un nuovo regime, formato dai post-piciisti e dai post-“sinistri” diccì, molto ma molto più sdraiato davanti all’ormai strapotere degli Stati Uniti, unica superpotenza rimasta. L’operazione non fu del tutto ben pensata, ma soprattutto pessimamente condotta dai post-piciisti, di una inettitudine politica incredibile. Fu obbligato a mettersi in campo Berlusconi. Anche questo è dimenticato: costui fu minacciato di rovina economica da uno sciocco pidiessino e tentò in tutti i modi di appoggiare un rappresentante politico, credendo per un momento di averlo trovato in Mario Segni dopo il patto tra costui e Maroni, durato “l’espace d’un matin”. In definitiva, è avvenuto ciò che ormai viviamo – una vera disgrazia – da un quarto di secolo ormai.
Ho voluto ricordare tutto questo, pur assai sinteticamente (ma ne abbiamo parlato non so quante volte), perché alla dovuta solidarietà nei confronti della figlia del magistrato Borsellino, più che giustamente indignata di fronte all’incredibile comportamento di una parte della magistratura (numericamente senz’altro minoritaria ma in posizioni di dirigenza), deve seguire la precisazione del ruolo svolto più di una volta dall’apparato giudiziario. E non si pensi sempre che si sia trattato di scorretto (e certamente “non legittimo”) comportamento di magistrati poco affidabili nella loro lotta alla mafia e altre consorterie simili. Dietro ci sta sicuramente qualche grave manovra, svolta dai soliti ambienti predominanti (italiani e stranieri, in specie americani), di cui la “criminalità” è puro strumento (come lo fu nell’assassinio di Enrico Mattei). Si vuol infine capire che non esiste potere senza una criminalità da combattere? E che è sempre strumento delle manipolazioni di questo potere, ma nel contempo il suo sostegno fondamentale; perché solo agendo contro di essa per la sicurezza dei cittadini, il potere si fa ben volere da questi ultimi e ne ottiene la fiducia.
Dove può mai esistere, ingenui che non siete altro, un potere che non abbia un “nemico” da combattere? O è quello esterno – nelle varie guerre che si combattono – o altrimenti deve sussistere all’interno. Anche certo “terrorismo” – che sia quello islamico o invece anarco-insurrezionalista o di qualsiasi altra origine e insorgenza – deve manifestarsi, con maggiore o minore vigore a seconda del bisogno, per essere combattuto e a volte represso nel sangue. Sia chiaro, non mi si fraintenda: esistono i criminali ed esiste il terrorismo o altra insorgenza pericolosa. Chi sta da quella parte, lo è perché ha fatto veramente quella scelta e su questa (o PER questa, quando si tratta di ideologie e forti credenze) ci campa. Tuttavia, non sarà mai veramente annientato dal potere perché altrimenti questo si trova sbandato, senza scopo. E in certi casi, soprattutto quando dati poteri sono in contrasto con altri per la supremazia, certa criminalità o certo terrorismo viene alimentato da alcuni di questi. Così come hanno fatto gli USA (quelli da me detti n. 1) finanziando, magari tramite paesi-satellite, Al Qaeda e l’Isis; e organizzando pure le sceneggiate di vittoria su queste organizzazioni del tipo dell’uccisione di Bin Laden, ecc. ecc.
Insomma avete capito. Mi sono allontanato dal punto di partenza, ho ampiamente dirottato. Torno però al punto di partenza. Bene ha fatto la Borsellino ad indignarsi e noi stiamo sicuramente dalla sua parte. Nel contempo, alziamo le orecchie. Si sta forse preparando qualche altra “mani pulite”. Sarà più difficile e non otterrà magari il successo della prima. Certi “poteri” (un tempo detti “forti”; e non solo italiani) sono assai preoccupati. I cosiddetti populisti sono a mio avviso ancora delle “mezze misure” (e anche meno), troppo condizionate e con scarsa capacità di penetrare nei veri “fortini” del “nemico”: il settore culturale, i mezzi di informazione, i Servizi, tutti ancora in mano a quest’ultimo, a quella che definisco “infezione”. Si continua a parlare inoltre di “destra” e “sinistra”. Ma tale distinzione non corrisponde più per nulla a quella storicamente rilevante per oltre un secolo. Piddini e forzaitalioti (la maggioranza di questi ultimi, quella ancora rincretinita dal “nano d’Arcore”) sono differenti eppur afferenti allo stesso marcio establishment europeo (e USA-Nato), che ha dominato fino a due-tre anni fa e che adesso traballa.
In ogni caso, si sta preparando una nuova stagione d’uso della magistratura quale strumento di un dato potere. Nel 1992-93 fu usata per abbattere uno schieramento dominante da decenni, ma per sostituirlo con uno ancora più servo dell’unico predominante rimasto dopo il crollo del bipolarismo. Adesso c’è la crescita del multipolarismo e una certa debolezza dei vecchi dominanti; sia nel paese ancora predominante (ovviamente gli USA) e sia nei suoi servi della UE. Questi, in Italia, vorrebbero di nuovo chiamare la magistratura (ripeto: una sua minoranza, ma agguerrita) per annientare il pericolo avversario; poiché al momento la “democrazia dell’urna” li sta sfavorendo. E non mi sembrano avere idee per la testa; salvo appunto il controllo di importanti apparati, che i loro avversari non hanno proprio la forza di portare sotto la loro influenza. E’ tutto sommato un “conflitto tra pigmei”, ma che occupano tutto il campo al momento disponibile. Per il momento mi fermo qui. Salutamme!

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