IL PRESIDENZIALISMO DELLA TRIPLA A

 

L’affermata agenzia di rating politico ‘Obam & Obam’ ci ha recentemente assegnatola Tripla A, dove A significa Affidabilità rispetto agli indirizzi dei gruppi di agenti strategici attualmente prevalenti tra i dominanti Usa. Ma questa Tripla A, la si è ‘meritata’ (sic!) grazie alla redistribuzione delle attribuzioni di poteri tra apparati statali, attuati sia all’interno dello stesso ordinamento costituzionale. Proprio quello stesso ordinamento verso cui ritualmente ci si chiama a prostrarsi o celebrarne i fasti o lo si brandisce come un’ultima trincea democraticistica.   Ma, come per il colpo di Stato giudiziario di Mani Pulite, anche l’azione che ha disarcionato il Cavaliere, sia nei soggetti che nelle modalità ha (di)mostrato l’ennesima volta che i sacerdoti del formalismo costituzionale italiano sono come dei preti che, o predicano agli altri di credere in Dio non avendoci però loro mai creduto o sono come coloro che ci credono a tal punto da non accorgersi che il loro ‘Dio è morto’.

 

Prima ridefinizione: il presidente della Repubblica quale leader dell’opposizione

 

A dispetto di ogni variante della modellistica costituzionale relativamente alla sovrapposizione dei ruoli politico-istituzionali, quando vigeva il governo Berlusconi è stato fatto notare che “E’ Giorgio Napolitano il nocchiero del Pd, e lo è già da un pezzo. Se del caso, il Presidente non esita a comunicare ai piddini il suo pensiero su qualche questioncina interna al partito, ma è su altri fronti che la parola del capo dello Stato è diventata legge. E’ lui che decide fino a che livello di aggressività sia lecito spingersi, in Parlamento e fuori, e stabilire quando debba prevalere la ‘responsabilità istituzionale’. E’ lui in fondo ad indirizzare la stessa politica delle alleanze, misurandone la praticabilità sul metro di quale tipo e quale tasso di opposizione il Paese possa a suo giudizio sostenere senza franare.” (1) Riporto di passaggio due sole altre titolazioni che segnalano lo stesso fatto: ‘Riforme, Napolitano striglia il Pd’  [Il Roma 17 aprile 2010], ‘Irritazione di Napolitano per le mosse del Pd’ [Il Foglio 6 maggio 2011]. Perciò un articolista aveva segnalato all’interessato se “Non le è arrivata voce al Quirinale che ogni giorno, sulla stampa e nei talk show, uomini e donne dell’opposizione la indicano come contraltare del presidente del Consiglio democraticamente eletto e dicono che solo Lei rappresenta il Popolo e il Paese?” (2).

 

Seconda ridefinizione: il governo riceve l’investitura da fonte di legittimazione esterna (gli Usa).

 

Si evidenzia qui il fatto che nella procedura che ha condotto all’incarico del presidente del Consiglio “un via libera importante all’incarico per Mario Monti arriva dalla Casa Bianca” (3): questa è una prima innovazione costituzionale che riscrive fattualmente l’articolo 92, per cui il presidente della Repubblica nomina sì il Presidente del Consiglio, ma  previo ‘Washington consensus’. Inoltre nel medesimo articolo si dice anche che “L’asse Obama-Napolitano spiana la strada a un governo Monti, lanciando un importante messaggio ai partiti italiani: chi è tentato di passare all’opposizione sappia che il governo tecnico ha la benedizione preventiva di Washington.” (4) Possiamo definire questo messaggio come ‘avvertimento costituzionale alla possibile opposizione’: sarà una svista di chi scrive, ma anche di ciò non ho trovato traccia nel testo costituzionale. Nel descrivere il processo che ha portato alla sostituzione di Berlusconi, il New York Times celebra ‘Re Giorgio’[dizione usata da ‘La stampa’] perché “Secondo il quotidiano Usa, ‘Napolitano è il silenzioso artefice della transizione”, una  “garanzia di stabilità in un periodo turbolento” che ha agito “dettando i tempi della soluzione e dei suoi contenuti”. Continua poi l’articolista ricordando che Napolitano “non è certo nuovo alle lodi americane. A lungo ha tenuto un filo con l’Amministrazione statunitense e con Barack Obama, nel grande freddo che era calato con Berlusconi” (5) Qui corre rammentare i paludati autori di un recentissimo volume storico sul Quirinale (6), che, sicuramente seguendo le indicazioni comparse in molteplici articoli su questo blog (!), hanno intitolato un paragrafo decisivo ‘L’importanza di quel viaggio americano’. Le ragioni di quel viaggio sono state giornalisticamente illustrate così: “Del resto da trentatré anni fa, da quando il primo dirigente del Pci andò in visita negli Stati Uniti nel 1978, e si trattava di Napolitano, il pragmatismo del futuro King Gorge, la sua cultura aperta, il suo europeismo, l’assenza di retorica italianista e di altri vizi nostrani lo ha reso un partner importante degli alleati atlantici.” (7)

 

Terza ridefinizione: il presidente della Repubblica orienta l’attività del governo

 

Nelle prerogative previste dagli articoli 87 e 88, non compare l’essere il capo dello Stato anche capo dell’Esecutivo, e neppure la facoltà di orientamento politico nei confronti di esso. Si vuole qui sottolineare non tanto il fatto che “Napolitano interagisce col governo”, ma che lo faccia in qualità di “garanzia di stabilità alla guida prudente della nave”(8). Proseguendo questa linea di ragionamento, Feltri ha potuto affermare che “è abbastanza irrituale che il garante della Costituzione e dell’Unità nazionale si trasformi in garante del premier da lui scelto (dopo averlo nominato senatore a vita) senza nemmeno consultare i partiti, il Parlamento. Egli, in sostanza, non sappiamo se volontariamente o no, ha confermato di avere assunto negli ultimi tempi un ruolo di guida politica più che di custode asettico delle istituzioni.” Per questo sostiene che  “quello in carica non si può definire esecutivo Monti, bensì esecutivo Napolitano-Monti.” .(9) Sia la figura del presidente del Consiglio che il ruolo del capo dello Stato assumono quindi un’altra veste: “Monti è qualcosa a metà tra il suo contabile e il suo ventriloquo. Più di una volta Napolitano ha annunciato alla stampa quello che Monti avrebbe detto ed è l’unico modo di sapere qual è il programma del premier, ignorato anche dai suoi ministri.”  Riportiamone un solo esempio: “Il Colle sempre più premier. Napolitano indica la via al Prof: ammortizzatori per aver la riforma.” (11). Un ulteriore segnale dell’accentuazione dei poteri presidenziali rispetto all’esecutivo, è stato poi il fatto che l’11 novembre,  dopo comunicazione telefonica con Washington il portavoce della Casa Bianca Carney ha tradotto l’apprezzamento nelle dichiarazione secondo la quale “Obama ha espresso fiducia nella leadership del presidente Napolitano per la messa in piedi di un governo ad interim che attuerà un programma di riforme aggressivo e riporterà fiducia sui mercati.” (12) 

 

Se non ci si colloca in un’ottica formalistica, rilevare che avvengano queste ridislocazioni fattuali di attribuzioni tra apparati è fisiologico, ma il punto decisivo consiste nell’individuare quali sono le ridislocazioni in atto, di che tipologia sono, a vantaggio di quale apparato ed a sfavore di quale, ma soprattutto per quali scopi sono state messe in atto ed in quali congiunture storico-politiche. Dal punto di vista sostanziale, la Costituzioneitaliana rappresenta la stabilizzazione giuridica degli equilibri (geo)politici seguiti all’esito della seconda guerra mondiale, e solo su questa base  si è potuto e dovuto trovare le dosate mediazioni tra le rispettive forze e culture politiche, del Pci e della Dc, nell’approntarla. All’interno dell’ordinamento così delineato (punto di equilibrio), si sono avute un insieme di spinte e contro-spinte che hanno, volta per volta, orientato tale ordinamento e le relazioni tra gli apparati  in cui si è condensato. L’insieme di norme costituzionali, codificando dati rapporti di forza, costituisce a sua volta un mezzo rispetto a quei rapporti (per la loro modificazione o conservazione). Ma le variazioni dei rapporti tra apparati possono però avvenire sia attraverso la modificazione di una norma, sia attraverso il suo mantenimento formale: perché non è la norma che definisce le attribuzioni e le relazioni, ma i rapporti (di forza) tra apparati. All’interno di tale ordinamento giuridico, lo stesso scopo può essere quindi perseguito sia attraverso linee ordinarie, se le circostanze lo consentono, oppure attraverso linee differenti, se le circostanze non lo consentono, ma sempre senza che, necessariamente, quel dato insieme di norme (Costituzione) vari formalmente. Il formalismo giuridico rimane invece dentro il cerchio magico della problematica circa la norma e la sua attuazione (o la sua mancata attuazione o le modalità della sua attuazione), come se una norma (o un insieme di norme) fosse autonoma e auto-propulsiva. Rimanendo dentro quest’ottica, nel caso dell’azione del presidente della Repubblica le opzioni diventano: ha rispettato la Costituzione, ha tradito la Costituzione, ha modificato una prassi costituzionale consolidata, ecc.  Invece se si parte dal punto di vista che  la Costituzione non né rigida né flessibile, ma pieghevole,  nella fattispecie della figura del capo dello Stato questa duttilità si dispiega su un  duplice piano. In primo luogo questa figura può indirizzare i propri interventi verso finalità diverse tra loro (conservazione o innovazione di un dato assetto politico-costituzionale) a seconda delle esigenze che contingenze storico-politiche differenti presentano per una data configurazione della sfera politica che la nostra formazione sociale ha assunto (o deve esser spinta ad assumere). In secondo luogo, il ruolo del capo dello Stato è versatile riguardo alle  modalità d’azione, che possono andare dalla sostituzione o affiancamento decisionale rispetto ad altri apparati statali (Governo e/o Parlamento) sino al lasciare operare questi altri apparati se le circostanze non richiedano il suo intervento. Per questo persino la manualistica costituzionale è giunta a definire nel nostro ordinamento giuridico il ruolo del capo dello Stato come “figura strutturalmente ambigua” (13).

 

Un’analisi giornalistica dell’apparato della presidenza della Repubblica ha evidenziato che vi è stato nel corso del tempo un processo di “amplificazione dei compiti e di moltiplicazione del personale” rispetto a chi “ha ideato la struttura della presidenza.” Ha quindi giustamente sottolineato in modo conseguente che  “Al Capo dello Stato sono stati attribuiti dei consiglieri – per gli esteri, per gli interni, per le finanze, per la giustizia e così via – ma questi personaggi, anziché limitarsi a informarlo doverosamente sui fatti riguardanti la loro competenza, hanno finito per guidare complessi e affollati uffici con impiegati, segretarie, uscieri, auto blu. Ministeri bonsai che riproducevano e riproducono nella Presidenza la grande struttura dello Stato. Il Quirinale come sintesi – in verità tutt’altro che sintetica – dello Stato.”. Però, da tali premesse, si sono state tratte le seguenti limitate conclusioni:il male oscuro non sta tanto in questo tipo d spese – comunque da ridimensionare – quanto nel modo in cui il Quirinale, pigmeo del potere stando alla Costituzione, s’è trasformato in un colosso burocratico” (14) Questo, perché concentrandosi sull’apparato della presidenza della Repubblica (che è il precipitato di un rapporto), se ne enfatizzano ad esempio gli ovvi costi e le dimensioni, ma non si può comprendere come la struttura e la funzione di tale apparato siano cambiate di per sé (al di là di ogni modifica formalmente codificata), diventando di fatto un centro direzionale della politica nazionale. Anche i paludati autori del testo storico prima richiamato, edito lo scorso anno, hanno dovuto riconoscerlo: “Non c’è dubbio che il Quirinale sia diventato, soprattutto nell’ultimo periodo, un’istituzione centrale, uno snodo fondamentale della vita politico-costituzionale. E che, in qualche modo, il suo ruolo sia fortemente mutato rispetto alle prime stagioni dello Stato repubblicano.” (15) Questo è vero ma non sufficiente, perché queste variazioni non si dispongono lungo un binario temporale lineare e progressivo, ma ciclico (sempre avendo presente il lagrassiano ‘tutto torna ma diverso’). A tal proposito un testo del 1971 sull’apparato statale presidenziale sosteneva con ragione che “Fra le cose che sono cambiate, ci sono anche i connotati del Quirinale, passato da una fase in cui il rispetto per il Parlamento e per il Governo rasentava l’ossessione del formalismo, ad altre in cui i poteri centrali dello Stato venivano, come vengono, condizionati dall’interventismo presidenziale, giunto a livelli pericolosi nelle ultime due gestioni [Segni e Saragat— Nota mia], e nell’ultima in particolare[Saragat—Nota mia]. Ai confini della democrazia. Il Quirinale è tornato, così, ad essere un potere fondamentale nell’organizzazione dello Stato.” (16)

 

Paradossalmente, anche un’ipotetica Terza forza, che puntasse ad una decisa rivendicazione della nostra indipendenza nazionale, potrebbe utilizzare l’attuale ordinamento come si è andato configurando, promuovendone un’ulteriore curvatura in senso presidenziale, se ciò favorisse il  raggiungimento di obiettivi quali la difesa della sovranità nazionale e dei propri margini autonomia nell’azione azione politica, interna ed internazionale. Oppure, tale Terza forza potrebbe anche fare interamente a meno del quadro costituzionale per perseguire gli stessi obiettivi, se tale assetto normativo venisse ritenuto ad un certo punto screditato o ostacolante. Affinché tale ipotetica forza politica assuma un orientamento teorico e politico adeguato a tali scopi, una mossa preliminare l’aveva indicata a suo  tempo lo stesso Giorgio Napolitano, allora esponente del Pci, nella sua Prefazione alla raccolta di scritti di Lenin ‘Rivoluzione in Occidente e infantilismo di sinistra’: occorre  evitare di “idoleggiare la democrazia borghese e identificarsi con essa”. (17)

 

 

 

NOTE

 

(1) Colombo ‘E’ Re Giorgio il nocchiero del Pd.’ Gli altri 8 aprile 2011

(2) De Angelis ‘Napolitano forse non ti accorgi che…” Il secolo d’Italia 29 luglio 2011

(3) Rampini ‘Obama chiama Napolitano’ La repubblica 11 novembre 2011

(4) Rampini ‘Obama chiama Napolitano’ La repubblica 11 novembre 2011

(5) Rampino ‘Il New York Times celebra ‘Re Giorgio’ ’La Stampa4 dicembre 2011

(6) Mammarella, Cacace ‘Il Quirinale. Storia politica e istituzionale da De Nicola a Napolitano.’ Laterza  gennaio 2011

(7) Aiello “ ‘Re Giorgio’ Napolitano incoronato dal New York Times’ Il Messaggero 4 dicembre 2011

(8) Rampino ‘Il New York Times celebra ‘Re Giorgio’La Stampa4 dicembre 2011

(9) Feltri ‘L’oro di Napolitano: sacrifici per gli altri.’  , Il Giornale 2 gennaio 2012

http://www.giornale.sm/l%E2%80%99oro-di-napolitano-sacrifici-per-gli-altri-di-vittorio-feltri-il-giornale/

(10) De Angelis ‘Il crollo del teorema Napolitano.’ Secolo d’Italia 6 gennaio 2012

(11) Libero 4 gennaio 2012

(12) Riportato in Cacace ‘Obama telefona a Napolitano’ Il Messaggero 11 novembre 2011

(13) Barbera, Fusaro ‘Corso di diritto pubblico‘ Mulino pag. 278

(14) Mario Cervi  ‘Quirinale, un elefante che non si mette a dieta’ ‘Il giornale’ 05 gennaio 2012

http://www.ilgiornale.it/interni/il_colle_elefante_che_non_sa_dimagrire/05-01-2012/articolo-id=565376-page=0-comments=1

(15) Mammarella, Cacace ‘Il Quirinale. Storia politica e istituzionale da De Nicola a Napolitano.’ Laterza  gennaio 2011   pag. 313

(16) Di Capua ‘Le chiavi del Quirinale’ Feltrinelli pag. 8

(17) Napolitano ‘Prefazione’ a Lenin ‘Rivoluzione in Occidente e infantilismo di sinistra’ Editori Riuniti pag. XIV

DENTE AVVELENATO di Giellegi (31 gen 12)

I giornali di centro-destra si sono distinti nel non aver celebrato con tonnellate di ipocrisia e di silenzi (omissioni) quello che definiscono il peggiore presidente della Repubblica, appena morto. Siamo d’accordo con l’assenza di ipocrisia, non circa la definizione. Ciampi non è stato migliore; quanto al presente, ci si pronuncerà quando sarà possibile definirlo con i termini adatti. Senza dubbio la mia opinione, sul politico (innanzitutto) e sull’uomo, non è comunque mutata da quarant’anni (e passa) a questa parte. Non è però questo il dato essenziale.

Sottolineo solo che di Scalfaro tali giornali parlano in definitiva male perché hanno il dente avvelenato dall’atteggiamento di colui che fu tra gli antiberlusconiani di ferro, non invece per essere stato complice di quell’operazione che Berlusconi ha intralciato – ma non certo per aver nutrito idee politiche veramente divergenti – e di cui oggi si fa non a caso complice aperto e scoperto. Qualcuno (ad es. Belpietro, ma non solo) si spinge fino a paragonare l’attuale presdelarep a Scalfaro. Bene, ma fino ad un certo punto. Entrambi hanno “santificato”la Costituzioneper meglio aggirarla e farne scempio. Giusto. Tuttavia, l’altro ieriLa Russa, ieri addirittura Alfano (dietro cui c’è Berlusconi “il nano”, inteso in senso politico), hanno dichiarato che il Pdl è per (e con) Monti “senza ma e senza se”. Monti è una semplice pedina di Napolitano e costui è sempre l’“ambasciatore” piciista del 1978 negli Usa (in colloquio con gli ambienti democratici).

Non si può paragonare l’attuale presidente a Scalfaro senza esprimersi “senza ma e senza se” sulla vigliaccheria di Berlusconi e dei pidiellini. Non si possono appoggiare manifestazioni contro le presunte “toghe rosse” (una vergogna continua, questa assurda definizione) per i processi all’ex premier. Se il fifone ha tradito tutti per la sua paura (che ha fatto 180 e non solo 90 come per gli altri individui normali), va accomunato a chi sta manovrando l’attuale governo (e le manovre “ultime” partono da oltreatlantico); altro che manifestare a suo favore. Si dice che ha fatto quel che ha fatto per mettere termine ai processi e per salvare le sue aziende. E allora, dato il suo attuale comportamento, mi auguro venga invece perseguito senza sosta (cosa di cui invece dubito; e vedremo, fra qualche mese o un anno, se sono in errore, comunque non essenziale). Personalmente penso che abbia agito da perfetto vigliaccone per la sua pellaccia; ma se fosse per i processi e le aziende, sarebbe augurabile che non riuscisse in nessuno dei due intenti.

Comunque, Berlusconi e i suoi tirapiedi sono interamente complici di questo “governo del presidente”, il quale sta finalmente realizzando in pieno ciò che aveva iniziato appunto con il suo viaggio del 1978. Quindi non è concesso a nessuno di scrivere sui (giusti) parallelismi tra Napolitano e Scalfaro, se prima non dice apertamente che l’appoggio del Pdl a Monti è totale complicità con lo sconquasso da questo governo iniziato nella società italiana, usando della solita strategia del caos. Quella cioè applicata, mutatis mutandis, nella “primavera araba” e in modo tutto particolare in Libia; con tentativo attuale di ripetere il crimine in Siria. Qui siamo oltre il divide et impera; si provoca il disfacimento del tessuto sociale per arrivare a imporre il completo dominio dello straniero, e dei settori industrial-finanziari italiani loro correi, con un corteggio di ceti sociali parassitari, completamente mantenuti dal “pubblico”; e che continueranno per l’essenziale ad esserlo (pur con qualche modesta riduzione), aggredendo con la scusa del Debito e della crisi finanziaria i ceti (di lavoratori autonomi e salariati) produttivi di ricchezza e, come minimo, indebolendo e forse svendendo i pochi settori industriali strategici rimasti.

I tre quarti (o quattro quinti) della popolazione dovrebbero reagire o l’intero paese si disgregherà nella sostanza. Non si tratta semplicemente di depressione economica: questa è appena iniziata e sarà tutt’altro che breve. Il problema non è sperare in chissà quale crescita economica nel mentre l’insieme languirà a lungo; è, più semplicemente, uscire da tale periodo con una certa compattezza sociale – che deve per forza avere anche caratteri nazionali; è ora di smetterla di fingere che esiste una Europa unita e unitaria – oppure essere, come sempre, una mera “espressione geografica”, il solito pauvre pays.

Ultima notazione. Basta con la balla del “cattocomunismo”, che mostra l’ignoranza di questo centro-destra, ottuso oltre i limiti del tollerabile; il che favorisce il ceto medio semicolto di sinistra nel suo totale parassitismo a danno, e spese, della ricchezza italiana. Il cattocomunismo fu un altro filone culturale, dotato di una sua dignità, che comunque non ha poi gran che attecchito nell’agone politico italiano, da molto tempo deteriorato. Qui abbiamo a che fare con un processo di tradimento e mutamento della politica seguita da certi settori democristiani (più che cattolici) e da altri detti ancora comunisti, che già non lo erano di fatto più prima ancora dell’aperto rinnegamento di ogni principio anche soltanto nominalmente rifacentesi alla corrente politica in questione.

C’è senza dubbio da rifare una storia; e bisognerebbe impegnarsi allo spasimo per correggere tutte le menzogne accumulate dalla falsa sinistra italiana, in specie quella uscita dal sessantottismo e seguenti, la più corrotta di tutte, una vera infezione sociale che dura da quarant’anni. Qui basti ricordare che Scalfaro (come rappresentante di certi “cattolici”) ha avuto alla fine ben poco a che vedere con altri democristiani, non a caso colpiti da “mani pulite” (quelli non uccisi prima come Mattei o Moro); e lo dico avvertendo che non sto per nulla idealizzando, come spesso si fa acriticamente, certi personaggi, assai più avvolti in ombre di quanto non si dica (soprattutto lo statista diccì, ucciso sempre nel 1978). Così pure si smetta di ritenere anche soltanto comunisti “revisionisti” quelli affermatisi in Italia negli anni ’70 (e protagonisti del già citato viaggio nell’“anno di grazia” 1978). Questi “(euro)comunisti” erano ormai passati di campo, imboccavano vigliaccamente quelle “vie segrete”, poi venute alla luce con il crollo dell’Urss favorito dal gorbaciovismo; e anche su quest’ultimo, e i suoi legami con i settori che tramavano in tutti i partiti comunisti per il cambio di campo (lo tentarono perfino in Cina, e furono per fortuna schiacciati, in senso non soltanto metaforico, nella Tiananmen), è tutto da (ri)scrivere.

Mi fermo per il momento a queste poche verità. Peste e corna sulla falsa sinistra; ma altrettanto sul “nano fifone” e il suo partito di poltiglia fangosa. Abbiamo bisogno di una vera “catarsi” politica. Siamo molto meschini, al momento.

AL PRESIDENTE DELL’ENEL di Piergiorgio Rosso

Egregio Dr. Paolo A. Colombo, abbiamo letto con interesse il suo intervento sul Corriere della Sera del 14.12.2011 intitolato “Superare gli egoismi europei guardando al federalismo USA”. La sua interpretazione della crisi dell’Eurozona, sebbene ceda in alcuni passaggi introduttivi alla lettura dominante che l’attribuisce all’”eccessiva deregulation ed alla globalizzazione dei mercati finanziari” ci è sembrata proporre una diversa lettura di fondo che, ponendo come esemplare l’azione del segretario del Tesoro USA Alexander Hamilton nel 1789, sposta l’attenzione sulla visione e lungimiranza politica come fattore determinante per la soluzione di crisi generalizzate. Lei ricorda come “l’integrazione economica dei singoli Stati, centralizzando presso lo Stato federale il debito pubblico e le principali funzioni di politica economica” fosse in realtà “un passo fondamentale nel processo di unificazione politica della nazione perché i detentori delle emittende obbligazioni avrebbero traslato il proprio senso di appartenenza dai rispettivi Stati al neonato governo federale”.

Aggiungiamo noi che questo processo costituente della nazione americana si concluse pienamente solo più tardi, in antitesi conflittuale con la allora potenza egemone, l’Inghilterra, e soprattutto, per il discorso che qui rileva, dopo aver sconfitto, anche attraverso una guerra civile, le resistenza interne dei “cotonieri”, portatori di un altro modello di sviluppo nazionale, meno conflittuale ed anzi complementare agli interessi inglesi.

Forse lei potrà convenire con noi che nel caso della crisi attuale dell’Eurozona non si tratta solo di  rimproverare ai politici europei di non saper “anteporre l’interesse generale di costruire lo Stato unitario” (come fatto dai padri fondatori americani). Non si tratta cioè di scegliere fra solidaristi ed egoisti, ma di avere consapevolezza della necessità di costruire dalla base le premesse politiche necessarie per raggiungere uno status autonomo ed indipendente di un’Europa federale. Sapendo di doverlo fare nel contesto di una competizione crescente fra potenze di livello regionale e globale, in cui gli USA in particolare difendono la loro attuale egemonia con tutti i mezzi a loro disposizione che includono la leva finanziaria.

Una tale consapevolezza risulta altresì necessaria, a nostro parere, anche a livello di dirigenti d’imprese di livello continentale che dovrebbero gettare le basi per una strategia di sviluppo tendenzialmente al servizio della politica di integrazione politica europea. Una strategia che ovviamente deve partire dalla difesa dell’esistenza stessa delle grandi imprese nazionali (come ENEL, primario gruppo energetico italiano), nel momento in cui altre imprese italiane strategiche sono oggetto di attacchi, quando speculativi,  quando giudiziari, o ambiguamente coperti da preoccupazioni ecologiste, tutti comunque convergenti nell’obiettivo sostanziale di indebolirle, farne merce di scambio sulla bilancia della crisi del debito sovrano italiano o addirittura farne spezzatino a favore dei concorrenti.

Siamo convinti che dietro l’ideologia della “messa a valore per gli azionisti” delle imprese italiane ci sia in realtà un disegno politico complessivo che mira a ritagliare per l’Italia un ruolo semi-coloniale che, eliminando o ridimensionando alcuni potenti strumenti per un’autonoma politica energetica ed industriale, ne perpetui senza sgarri la fedeltà politica all’attuale  centro egemonico globale costituito dagli USA. Con Francia e Germania che aspirano tutt’al più, per quel che si è visto finora, a svolgere un ruolo di maggiordomi.

Questa politica americana, acceleratasi nei suoi effetti dopo l’insediamento dell’amministrazione del Presidente Obama, ha bisogno di consenso e finora lo ha trovato puntualmente all’interno della compagine industriale e finanziaria italiana dove alligna da tempo una massa di “cotonieri italiani” portatori di scarsa, se non nulla ormai, innovazione tecnologica, abbarbicati a produzioni della passata ondata di sviluppo industriale, auto-limitati ad assicurare la complementarietà dell’industria italiana a quella dei dominanti e dei sub-dominanti. I quali “cotonieri italiani”, non a caso, non prevedono alcuno sviluppo del settore energetico, se non nelle reti, una volta rese asservite ad altri interessi strategici (vedi la vicenda EDISON e la fatua enfasi giornalistica sulla futura aggregazione delle municipalizzate energetiche).

Qualora Lei condividesse anche una parte delle nostre considerazioni e preoccupazioni per il futuro destino dell’ENEL, ci aspettiamo che Lei prenda tutte le necessarie misure, precauzioni ed iniziative rientranti nelle sue funzioni e deleghe, per evitare che anche ENEL diventi preda di interessi anti-nazionali (magari con la scusa del suo elevato indebitamento). Senza trascurare iniziative in campo culturale e (perchè no?) politico tese a ricostruire un rinnovato punto di vista sovrano all’interno del dibattito sulle possibili soluzioni ai problemi del Paese che, lungi dal riproporre posizioni nazionalistiche o, peggio, autarchiche, aiuti però a re-inquadrare nel nuovo contesto globale, le questioni degli interessi strategici e delle alleanze internazionali necessarie per lo sviluppo dell’Italia nei prossimi anni.

Nel ringraziarla per l’attenzione, porgiamo
distinti saluti

TROPPE IDEE CONFUSE SUL CAPITALISMO E LA SUA CRISI

Sul Corriere del 21.01.2012 è stato stampato un articolo che mette in evidenza lo stato di confusione  in cui si trovano sia  i critici che gli apologeti del capitalismo di fronte alle problematiche che vengono poste dalla grande crisi globale. Una frase sconsolante ci affligge già all’inizio dell’articolo:
<<La crisi finanziaria esplosa nell’autunno del 2008 è stata probabilmente la porta che lo ha introdotto in una sua fase nuova, quella della distruzione, invece che della creazione, della ricchezza>>.
Basterebbe sapere qualcosa attorno alle idee di un economista importante come Schumpeter per riuscire a capire che “distruzione” e “creazione” sono inestricabilmente unite nella dinamica del capitalismo e soprattutto nelle fasi di depressione e di crisi: la Grande Depressione che seguì il 1929 fu effettivamente risolta solo con la II^ Guerra Mondiale, non con il keynesismo, che venne attuato dopo, nei primi decenni del nuovo ciclo sistemico di accumulazione in occidente, a direzione Usa, aperto da Bretton Woods. La Grande Depressione del 1929 è stata, invece, il primo atto della crisi sistemica della nuova fase di sviluppo del capitalismo – quella dei funzionari del capitale – ad egemonia statunitense. La transizione dal ciclo precedente, ad egemonia britannica – che rappresentava il capitalismo del periodo propriamente borghese – iniziò con la Grande Depressione 1873-1896, che sfociò nella finanziarizzazione della Belle Epoque, nella crisi del 1907  e poi nella I^ Guerra Mondiale. Il concetto di distruzione creatrice di Schumpeter è un fatto economico tipicamente legato all’innovazione imprenditoriale e alle fasi di crisi della dinamica delle formazioni sociale capitalistiche. In questi momenti storici si assiste ad una centralizzazione e concentrazione dei capitali legata alla dinamica del capitale stesso come rapporto sociale. Molte imprese “muoiono” e quelle che sopravvivono devono trasformarsi e innovare per resistere, mentre contemporaneamente aumentano fusioni ed acquisizioni e alcuni imprese di medio spessore si alleano tra loro ed acquisiscono “potenza” e possibilità strategiche di sviluppo.  Tutte queste trasformazioni preludono, per lo più – come ricordato in molti articoli del blog e nel lavoro teorico di La Grassa – a una ulteriore distruzione, quella di un assetto geopolitico mondiale per dar luogo a un assetto differente. A questo punto l’autore dell’articolo del Corriere della Sera si inventa un’altra “fiaba”:
<<Ma, dietro le manifestazioni pubbliche, il disagio dell’Occidente contro i nuovi capitalisti è molto più vasto: perché, per la prima volta, la classe media sente che le ricchezze accumulate e le differenze sociali sono ingiuste, non meritate, non frutto di imprenditorialità, di premio del lavoro ma risultato di rendite e di partecipazione ai network del potere e del denaro. Se il capitalismo diventa un club chiuso, ha finito di essere la forza motrice del mondo che è stato per decenni>>.
Di fatto – se teniamo conto che l’epoca capitalistica nel senso di Marx e di Weber inizia nel XVI secolo – lo sviluppo di una vera “classe media” con tenore di vita soddisfacente, prima negli Stati Uniti e poi in Europa, ha avuto inizio solo in epoca molto recente; soltanto nella seconda metà del Novecento accanto al declino dei ceti medi tradizionali, si assiste alla crescita su larga scala dei ceti medi produttivi (piccola e media imprenditoria) e, fatto del tutto nuovo, all’ascesa di una massa di professionisti, fornitori di servizi, dipendenti pubblici e privati con funzioni direttive e di coordinamento anche a livelli relativamente bassi, con capacità di consumo particolarmente elevate rispetto al loro ruolo sociale. Il declino del Welfare State – che ha caratterizzato particolarmente l’Europa occidentale e il Giappone (negli Usa un vero e proprio “Stato sociale” non è mai esistito) – e la “concorrenza” di una nuova middle class  che si sta diffondendo nelle nuove potenze economiche (parlare di “paesi emergenti” mi pare un po’ riduttivo) sta mutando il quadro nelle aree a più antico sviluppo capitalistico e le osservazioni dell’articolista paiono essere solo dei lamenti addolorati per quanto la crisi ha inciso nell’ evoluzione di questo processo già in atto. Danilo Taino, l’autore dell’articolo, continua poi a riportare fatti e dati traendone però conclusioni poco congruenti e confusi collegamenti. Così infatti prosegue nel suo intervento:
<<…sulla scena il modello crescente è quello centralizzato cinese. In discussione è l’anima stessa del capitalismo. E la domanda che sale, a Occidente come a Oriente, è questa: c’è ancora una relazione creativa tra capitalismo e mercato oppure il primo ha appiattito se non azzerato il secondo?La globalizzazione ha portato sotto l’ombrello capitalista gran parte del mondo: la Cina, l’India, il Vietnam e quasi tutta l’Asia, oltre che molti altri Paesi un tempo attratti dalle economie pianificate o da modelli caotici, dal Sudafrica al Brasile. In questi Paesi, però, non è stata l’economia aperta a trionfare, il libero gioco degli individui che alla fine risulta nella benefica mano invisibile del mercato. Per costruire le loro economie, spesso gli ex Paesi poveri ricorrono alla creazione di enormi aziende controllate dallo Stato — o dal regime come nel caso della Cina. Potenti conglomerate che usano denaro pubblico e agganci politici per farsi spazio nelle economie domestiche e internazionali. Sono le società dell’energia come la saudita Aramco, la russa Gazprom, l’iraniana Nioc, la Qatar Petroleum, la Petrochina che ormai dominano il business del greggio e del gas.[…]Il legame tra capitalismo e privato, in altri termini, non è più un fatto scontato, anzi: nei Paesi emergenti il capitalismo è una delle facce dello Stato (spesso totalitario). Non solo: il modello cinese sta prendendo piede in molte altre parti del mondo, per esempio in Africa e nell’America Latina>>.
Il primo difetto in queste considerazioni sta nell’incapacità di comprendere il vero rapporto tra il settore (e proprietà) privato e quello pubblico; su questo La Grassa ha già scritto numerose pagine e comunque si dimostra come  troppo spesso prevalga la subordinazione al formalismo giuridico più banale, dove invece una più accurata analisi della strutturazione e del funzionamento di queste grandi imprese “formalmente” pubbliche dimostrerebbe che esse sono quel che sono proprio per competere, nel migliore dei modi, in un mercato mondiale in cui la componente (geo)politica diventa sempre più importante e le strategie che danno l’impulso a tutto il sistema ormai multipolare – nonostante la forza degli Usa sia ancora preponderante – sono quelle di tipo politico-militare, in senso lato. Che poi specificità culturali, geografiche e sedimentazioni di carattere storico-cumulativo rendano alcuni paesi – sulla base di un capitalismo sempre incentrato sull’impresa e sul mercato – particolarmente propensi ad adottare come impulso per lo sviluppo una sorta di comando sull’economia da parte del potere centrale, non deve permettere che venga rimessa in circolazione una nozione che è sempre risultata, anche negli scritti dei marxisti del passato, particolarmente indeterminata, vaga e aporetica come quella di “capitalismo di Stato”. Ma su questo problema dovremo per forza ritornare, soprattutto per cominciare a capire meglio che cosa è veramente stato il comunismo storico del novecento.
Mauro Tozzato    22.01.2012

Da Giovanni Gronchi una lezione a Giorgio Napolitano (di Luigi Longo)

Sul “Corriere della Sera” del 5 luglio 2011 Sergio Romano, nel rispondere alla lettera di uno studente universitario, che si chiedeva perché, nel 1957, l’allora ministro degli Esteri Gaetano Martino, d’intesa con il presidente del Consiglio Antonio Segni, avesse bloccato la lettera del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, indirizzata al presidente Dwight D. Eisenhower in cui proponeva << consultazioni speciali tra i due Paesi nel Mediterraneo e nel Medio Oriente >> in seguito alla crisi di Suez ( la fallita spedizione anglo-francese contro l’Egitto per la riconquista del canale nazionalizzato da Nasser), così afferma: << Per Gronchi e altri uomini politici italiani lo scacco anglo-francese a Suez fu una buona notizia. Segnava il declino delle vecchie potenze coloniali nel Mediterraneo e dimostrava che gli Stati Uniti non erano disposti a tollerare nuove avventure imperiali. Irrequieto, ambizioso e desideroso di maggiore spazio per sé e per il suo Paese, Gronchi vide nell’umiliazione di Londra e Parigi un’occasione per l’Italia. Non sognava nuove colonie ( quei tempi erano ormai finiti), ma pensava che l’Italia avesse le carte in regola per diventare un buon partner economico e una specie di fratello maggiore del mondo arabo sulla via dello sviluppo e della modernizzazione. In questo spirito e con queste intenzioni, Gronchi approfittò di una lettera del presidente Eisenhower che gli era stata recapitata dal vicepresidente Richard Nixon durante una breve visita a Roma nel marzo 1957. Anziché limitarsi a qualche espressione di cortesia, come usa nei messaggi protocollari fra capi di Stato, Gronchi rispose al presidente americano che l’Italia era stata colta di sorpresa dalla spedizione di Suez. Deplorò il ricorso alla forza, accennò agli interessi italiani nel Mediterraneo, propose che Italia e Stati Uniti avviassero una sorta di consultazione bilaterale privilegiata sui problemi della regione e sul modo in cui affrontarli. La lettera fu mandata al ministero degli Esteri che avrebbe dovuto inoltrarla.
Ma a Palazzo Chigi, allora sede del ministero, la lettera venne bloccata. Anziché inviarla a Washington, il segretario generale Alberto Rossi Longhi la fece leggere a Gaetano Martino e questi la dette ad Antonio Segni, presidente del Consiglio. Per Martino e Segni la lettera era doppiamente pericolosa. In primo luogo era uno schiaffo alla Francia ( con cui avevamo appena firmato i trattati di Roma per la creazione del Mercato comune) e uno sgarbo all’Inghilterra.
In secondo luogo affermava implicitamente il principio che il presidente della Repubblica aveva il diritto di fare la politica estera nazionale. L’avvio di un concreto dialogo politico fra l’uomo del Quirinale e quello della Casa Bianca avrebbe dimostrato che il primo aveva, in materia di politica internazionale, gli stessi poteri del secondo. Quando decisero d’impedire l’invio della lettera, Segni e Martino sapevano di potere contare sull’approvazione di una classe politica, fra cui buona parte della Democrazia cristiana, che non intendeva lasciarsi espropriare delle proprie competenze e permettere che l’Italia diventasse surrettiziamente una repubblica presidenziale >>.
La risposta di Sergio Romano è da condividere parzialmente. E’ condivisibile ciò che dice sul ruolo avuto da Giovanni Gronchi nel rivendicare l’autonomia e l’autodeterminazione dell’Italia, di una nazione forte << per evitare ogni subordinazione alle grandi potenze >>. Non è da condividere la lettura di superficie che dà dello scontro istituzionale tra la difesa di una repubblica parlamentare e la trasformazione in repubblica presidenziale. Il vero scontro di fondo è quello tra gli agenti strategici per l’autonomia nazionale e gli agenti strategici per la subordinazione alla potenza mondiale USA che puntava al ruolo strategico dell’Italia nella lotta al blocco del cosiddetto comunismo dell’altra potenza mondiale, l’URSS [ anche se va ricordato che gli USA nella liberazione dell’Italia avevano già occupato il territorio, mettendo in atto tutte le strategie di penetrazione con servizi segreti, alleanze con mafia, banditismo e pezzi del regime fascista; queste strategie, sempre più raffinate ed evolute tecnologicamente, sono usate nelle odierne guerre nei territori ritenuti strategici per difendere e ritardare la loro egemonia mondiale (1) ].
Giovanni Gronchi, presidente della Repubblica dal 1955 al 1962, insieme a Enrico Mattei e Amintore Fanfani, nel periodo che va dalla ricostruzione fino alla fine del cosiddetto miracolo economico che coincide con l’assassinio di Enrico Mattei ( 1950-1962), è stato protagonista del gruppo dei “neo-atlantisti” che lottarono per lo sviluppo di uno stato nazionale autodeterminato proiettato soprattutto nel mediterraneo e nel Medio Oriente attraverso lo sviluppo del settore energetico ( petrolio e gas naturale ) affidato ad uno stratega di grande levatura, << un moderno condottiere >>, come Enrico Mattei, prima alla guida dell’Agip ( creata nel 1926) e poi a quella dell’ENI ( istituita nel 1953). << L’asse Gronchi-Mattei è diventato ora uno dei fattori più importanti nello sviluppo della politica italiana in Medioriente >> (2).
Giovanni Gronchi è stato l’uomo della sinistra DC che aveva cercato autonomia dagli USA; aveva lottato contro l’appoggio della DC all’alleanza atlantica; nel 1954 ad Anzio aveva pronunciato un discorso contro la NATO.
Riporto dal documento del Dipartimento di Stato di Washington del 10 gennaio 1958 il paragrafo con il seguente titolo  Il “neo-atlantismo” come elemento della politica estera italiana:<< Il presidente Giovanni Gronchi, i cui sostenitori appartengono all’ala di estrema sinistra del partito, dal febbraio 1957 ha assunto l’orientamento che l’Italia potrebbe trarre profitto dal declino dell’influenza francese e inglese nel Vicino e Medioriente e cercare di collaborare con gli Stati Uniti in quella regione. Viene riferito che Gronchi, in privato, ha affermato che gli Stati Uniti non potrebbero << andare avanti da soli >> nel Medioriente, a causa del loro approccio << con mano pesante >>, che si manifesta specialmente da parte delle grandi società petrolifere americane.
Viene riferito che egli avrebbe affermato che l’Europa potrebbe cooperare con gli Stati Uniti nel consolidamento dell’area mediorientale, ma che l’inclusione della Francia e dell’Inghilterra in questo disegno farebbe insorgere l’ostilità araba. Il suggerimento di Gronchi appare in tal modo implicare più un’iniziativa italo- tedesca, che un’iniziativa europea. Gronchi avrebbe suggerito inoltre la costituzione di un consorzio Stati Uniti-Unione Sovietica- Europa, allo scopo di dare sviluppo al Medioriente. Gronchi ha suggerito che la partecipazione europea potrebbe essere controllata dagli Stati Uniti e dai partner europei. Egli ha aggiunto che, a meno che gli Stati Uniti non volessero dare all’Italia adeguati compiti e un riconoscimento in questo piano mediorientale, l’Italia dovrebbe sviluppare sue proprie relazioni commerciali con il Medioriente >> (3).
Qual è la lezione che Giovanni Gronchi dà all’attuale presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano?
Giovanni Gronchi, uomo della DC che difendeva la società capitalistica, ha lottato da presidente della Repubblica, per lo sviluppo e l’autonomia dell’Italia soprattutto guardando al Mediterraneo e al Medioriente in piena fase di ascesa della potenza mondiale americana in contrapposizione all’altra potenza mondiale rappresentata dall’ Unione Sovietica, per il dominio mondiale.
La strategia di sviluppo del Paese, in piena autonomia, del Presidente Giovanni Gronchi e del presidente dell’ENI, Enrico Mattei, basata sul ruolo fondamentale dello Stato soprattutto nella sfera economica come controllo e protezione dei settori strategici di quella fase, è stata decisiva per trasformare l’Italia in una potenza economica mondiale (4). << Le iniziative di Mattei e le attività economiche esercitate dallo Stato in diversi settori estesero il controllo pubblico dell’economia ai livelli più elevati di tutto il mondo occidentale: nel complesso, esso superava largamente la metà degli investimenti. Il Partito comunista, perseguendo un programma formalmente massimalista e preoccupato di contrastare il monopolio democristiano delle cariche sociali nelle aziende a partecipazione statale, non seppe apprezzare il valore politico ed economico di quelle iniziative, rispetto alle quali si tenne all’opposizione >> (5). E’ Giorgio Napolitano ad ammettere che :<< Ci fu- in particolare- una sottovalutazione [ da parte del PCI, mia precisazione ] delle riserve di cui disponeva il capitalismo italiano, delle condizioni, internazionali ed interne, che potevano dar luogo a un periodo di intenso, tumultuoso sviluppo economico in Italia. Ci sfuggì, così- parlo della prima metà degli anni Cinquanta- la fase di incubazione del “ miracolo economico” >> (6).
Giorgio Napolitano, uomo del PCI che voleva cambiare la società capitalistica, come presidente della Repubblica, ha portato l’Italia nella piena servitù americana ( nella fase di inizio del declino del suo impero ) trasformandola in nazione-giardino, per il riposo e il ristoro degli agenti strategici dominanti mondiali, con l’aggravante che le istituzioni non sono in grado di amministrare e gestire il territorio ( inteso come natura, ambiente e paesaggio) in pieno degrado. Il degrado del territorio è conseguenza del degrado politico, economico, sociale e culturale della società italiana. Va da sé che questi passaggi decisivi sulla via del declino del Paese sono i risultati di processi storici ( da indagare e approfondire con le lenti Lagrassiane del conflitto strategico) che hanno avuto una accelerazione nelle privatizzazioni italiane – iniziate nel 1992 ( governi Amato, Ciampi, Dini e Prodi) con la famosa convocazione sullo yacht di Sua maestà la regina d’ Inghilterra, il Britannia, degli esecutori materiali ( Mario Draghi, Luigi Spaventa, Innocenzo Cipolletta, Giovanni Bazoli, eccetera) – che hanno portato alla svendita e alla riduzione del potere strategico delle imprese più significative per lo sviluppo del Paese ( gruppo Sme, Telecom, Ina, Imi, Enel, Eni, eccetera) (7).
Quali sono gli atti decisivi, in tal senso, del Presidente Napolitano? :
Primo. Ha traghettato l’Italia – oltre il PCI-PDS-DS-PD quando dichiarò, versò la metà degli anni 80 del secolo scorso ( anche se formalmente le relazioni con gli USA sono datate a partire dalla prima metà degli anni settanta con le conferenze nelle università americane e con il famoso viaggio ufficiale del 1978 ), “piena e leale” solidarietà agli USA e alla NATO – verso la piena sudditanza agli USA ( agli agenti strategici egemoni in questa fase) garantendo l’aggressione contro la Libia (8) perdendo il ruolo di principale interlocutore attraverso l’ENI e le altre imprese del settore delle infrastrutture.
Secondo. Ha rafforzato la completa subordinazione alla nuova strategia USA, nel Mediterraneo e nel Medioriente, di accerchiamento della Russia e di contrasto alla espansione della Cina (paesi della primavera araba, Iran, Siria, eccetera) (9), tant’è che il ministro degli esteri, Giulio Terzi, ambasciatore negli USA, e il ministro della difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, presidente del Comitato militare della NATO, sono stati “direttamente” indicati da Barack Obama per garantire l’assoluta fedeltà dell’Italia agli USA (10).
Terzo. Ha sostituito “ … palese violazione dei principi democratici sanciti nella Costituzione repubblicana” il governo di Silvio Berlusconi con il governo di Mario Monti con palese accordo ai principi di dominio degli agenti strategici del capitale finanziario soprattutto USA nel conflitto strategico della decollata fase multipolare dello scontro tra potenze per l’egemonia mondiale.
Quarto. Ha creato il governo di Mario Monti per smantellare definitivamente le imprese strategiche (ENI, Finmeccanica, Enel, banche ) che sono in grado di competere e di avere un peso importante nello sviluppo del Paese. L’attacco è già partito con Nicolas Sarkozy, Angela Merkel, i vertici della UE ( Van Rompuy e Barroso) imponendo a Mario Monti l’abrogazione della “golden share” che è lo strumento privilegiato con il quale il Tesoro controlla Enel, Snam rete gas, Eni e Telecom. Il primo ministro Mario Monti, in stretto coordinamento con il Presidente Giorgio Napolitano (11), da europeista convinto di una Europa che non esiste se non come spazio geografico occupato dalle basi militari degli USA e della NATO (12), aderirà sicuramente ai desiderata dei sub dominanti europei ( rispetto ai dominanti USA) perché dovrà completare il lavoro delle privatizzazioni, iniziate nel 1992 in nome della libera concorrenza del mercato, con la eliminazione dell’ultimo strumento di difesa delle nostre imprese strategiche ( golden share). E’ preoccupante che il governo di Mario Monti creda che lo sviluppo dell’Italia stia non tanto nella difesa delle nostre imprese strategiche, così come fanno tutti i Paesi sviluppati (USA, Germania, Inghilterra, Francia, eccetera) quanto nella liberalizzazione dei taxisti, delle farmacie, delle libere professioni, ecc.(13). A meno che non sia una tattica per creare confusione e caos, così come l’attacco selvaggio all’impoverimento della stragrande maggioranza della popolazione, per meglio realizzare con fermezza autoritaria i veri obiettivi reali di smantellamento delle nostre imprese strategiche e avviare il Paese verso un pericoloso declino.
Quinto. Ha aperto la transizione da una Repubblica democratica ad una Repubblica presidenziale mettendo in campo tutte le armi politiche classiche ( tutto torna ma in maniera diversa) proprie delle fasi di passaggio (14); colgono il problema gli editorialisti del “Corriere della sera” ( Angelo Panebianco e Ernesto Galli della Loggia) quando chiedono l’adeguamento della forma alla sostanza e cioè il passaggio da un Repubblica parlamentare a una Repubblica presidenziale.

NOTE

1.    Giuseppe Casarrubea, Mario J. Cereghino, Lupara nera. La guerra segreta alla democrazia in Italia 1943-1947, Bompiani, Milano, 2009.
2.    Nico Perrone, Obiettivo Mattei. Petrolio, Stati Uniti e politica dell’Eni, Gamberetti editrice, Roma, 1995, pag. 134.
3.    Nico Perrone, op.cit., pag.133.
4.    Nico Perrone sostiene che : << L’ammissione dell’Italia al G7, che dal 1974 riunì le massime potenze economiche mondiali, arrivò nel 1975. Nelle classifiche della Banca mondiale sulle principali economie del pianeta, l’Italia tenne allora una posizione oscillante fra la quinta e la sesta, preceduta da Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia e, talvolta, dal Regno Unito. L’economia pubblica aveva avuto, in questo risultato, un peso determinante >> in Nico Perrone, Se l’America ci insegna le partecipazioni statali in “Limes” n.6/2011, pag. 102.
5.    Nico Perrone, Se l’America…, op.cit., pag. 102.
6.     Eric J. Hobsbawm, a cura di, Napolitano. Intervista sul PCI, Laterza, Roma-Bari, 1976, pag. 31.
7.     Con un documento pubblicato il 10 febbraio 2010, a privatizzazioni ormai ultimate, la Corte dei Conti ha reso pubblica la propria analisi sull’efficacia di quei provvedimenti. Sottolineato un recupero di redditività da parte delle aziende passate sotto il controllo privato, ha ritenuto però che esso non sarebbe dovuto alla ricerca di maggiore efficienza, quanto piuttosto all’incremento delle tariffe di energia, autostrade, banche e altri servizi, molto al di sopra dei livelli di altri paesi europei, senza che a ciò fosse corrisposto alcun progetto d’investimento [ corsivo mio] in Nico Perrone, op.cit., pag.103.
8.    Il Capo di Stato maggiore delle forze aeree, generale Giuseppe Bernardis ha dichiarato che le operazioni condotte nel 2011 sui cieli libici hanno rappresentato per l’Aeronautica Militare italiana l’impegno più imponente dopo il 2° Conflitto Mondiale.
9.    Il governo Monti ha dichiarato che l’Italia sarebbe “ pronta a partecipare a tutte le nuove sanzioni imposte dall’Europa” all’Iran nonostante l’Italia importi da Teheran il 13 per cento del suo greggio ( oltre al danno già in atto dovuto al blocco dei pagamenti iraniani da parte delle banche occidentali). Si ricorda che l’interscambio commerciale tra i due paesi nel 2010 è stato pari a 7 miliardi di euro.
10.     Il ministro della difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, ha blindato le missioni all`estero con uno stanziamento da 1,4 miliardi di euro che coprirà il 2012 mettendole così al riparo da eventuali crisi dell`esecutivo. Nessuna riduzione delle truppe in Afghanistan e più soldati in Kosovo. Conti alla mano molto di più di quanto possiamo permetterci ma esattamente quello che vogliono da noi Nato e America. Si veda Gianandrea Gaiani, Così Monti promuove saldi di energia e difesa, il direttorio ringrazia, 10 gennaio 2012, in www.ilfoglio.it/.
11.    Per ulteriore conferma del ruolo preponderante del Presidente della Repubblica si veda l’articolo da non condividere in maniera decisa e forte di Alberto Asor Rosa apparso su “Il Manifesto” del 19 gennaio 2012 con il titolo “I sette pilastri della saggezza”.
12.     Si veda Costanzo Preve, Più Europa o meno Europa? Meno Europa, e perché ,16 gennaio 2012, in www.comunismoecomunita.org
13.    Si veda l’articolo di Francesco Forte sulle liberalizzazioni di Mario Monti apparso su www.ilgiornale.it del 22 gennaio 2012 con il titolo “Il grande inganno del PIL in aumento fino al 10%”.
14.    Per un’idea sulle armi della politica nelle fasi di passaggio rimando a Sallustio, La congiura di Catilina, a cura di, Lidia Storoni Mazzolani, Rizzoli, Milano, 2009; Aristotele, La costituzione degli ateniesi, a cura di Mario Bruselli, Rizzoli, Milano, 2006; Luciano Canfora, La prima marcia su Roma, Laterza, Bari-Roma, 2007.

IL CULTO DEL PROFESSORE INFALLIBILE

montiCi vorrebbe un Lévi-Strauss per studiare lo sviluppo, nella nostra Italia tribale ma avvoltolata in un modernismo di facciata, del rito pubblico, divenuto persino un culto, del Tecnico infallibile, il quale, al pari del profeta, può dire quello che gli pare senza il rischio d’incorrere nello scherno generale. Benché le sue formule più che prodigiose appaiano ridicole, nessuno ha il coraggio di smentirle ed anzi in molti, quasi tutti direi, si producono nell’esegesi delle affermazioni dell’accademico onnisciente per scovare il significato recondito delle sue parole, come se si trattasse delle profezie di un Nostradamus. Monti, l’oracolo vivente, ha sostenuto che con l’azione del suo governo e con i provvedimenti approvati il Pil e la produttività aumenteranno del 10%. Forse voleva dire accrescimento del 10% del consumo di pil-lole contro le nevrosi da impoverimento nazionale ma la frase gli è rimasta strozzata in gola. Oppure, si riferiva ad un aumento del 10% della ri-produttività sessuale perché cresce il tempo a disposizione dei disoccupati e licenziati? I teologi sono al lavoro per interpretare la buona parabola montiana. Ma non c’è metafora che tenga o dogma che lo sostenga,  il sig. Monti col suo de-cretino sulle liberalizzazioni ci tratta tutti da dementi. Nemmeno se trasferissimo la Penisola in Cina cresceremmo a siffatti livelli. Il Conte dei conti pubblici appare dunque ancor più insensato del Cavalier contaballe suo predecessore, con la differenza che al secondo non gli si perdonava nulla mentre al primo si concede tutto perchè laureato alla Bocconi con 110% e loden. Che altro dobbiamo aspettarci da questi docenti soprannaturali che fanno i miracoli al contrario, moltiplicando le nostre lacrime e togliendoci il pane di bocca? Quale incredibile sollevamento pubblico possiamo ancora immaginare oltre a quello della rabbia che ha ormai attraversato tutto il paese? Un 10% in più di erezione per tutti? Un aumento del 10% dell’altezza della stirpe? Un incremento del 10% di udito per i sordi e di vista per i ciechi? Perché no, una ricrescita del 10% dei bulbi piliferi per i calvi e di peluria per i glabri? Pensiamo anche che ciò sia certamente più realistico rispetto al raggiungimento degli obiettivi economici vaticinati dal bocconiano, il quale deve essersi montato la testa proprio mentre a noi, i poteri forti internazionali,  tagliavano le gambe. Al momento però l’unica cosa che si amplia sono i nostri sospetti e non del 10 ma del 100%: costoro la stanno buttando direttamente in politica abbandonando gli iniziali infingimenti neutralistici. Hanno utilizzato la scienza delle loro cattedre per aprirsi un varco nel regno incantato delle istituzioni, spalleggiati dai rettori della geopolitica mondiale, dal quale hanno incominciato a tirarsi la volata elettorale, utilizzando gli stessi strumenti propagandistici ed ingannevoli dei partiti. Provo io a predire qualcosa, senza pretendere di eguagliare l’infallibilità del Presidente del Consiglio. Se con i professionisti della politica siamo stati declassati con i dilettanti dell’Università che dominano nelle aule parlamentari saremo letteralmente surclassati. Ci scommetto il 10% dello stipendio di Monti.

MORE ON IRAN (con traduzione)

As Iran buries one of its assassinated nuclear scientists, Mostafa Ahmadi-Roshan, the mass media are in a frenzied whirlpool of confusing reports with a total lack of geopolitical understanding of the current situation between Iran and the West. They make conflicting statements and give a distorted interpretation of the situation in the Middle East. Putting aside these robotic statements, let’s analyze the facts that are often not reported or not currently analyzed by the mainstream media.

The Russians and the Chinese, despite voicing their opposition to the US and EU sanctions against Iran, are first, displeased with the Iranians’ strong rhetoric. The Russians have pressured the Iranians to agree to a UN sponsored International Atomic Energy Agency (IAEA) inspections to be conducted from the end of January through the beginning of February. Also, Russia and China have made it clear to the Iranians that they have high expectations that the meeting with the permanent five UN members, plus Germany, to be held in Turkey, will be this time successful. Specifically, the Russians have made clear to the Iranians that they should agree to certain terms and conditions posed by the West. Iran has mentioned that it’s ready to talk, but with the assurance that the West will stop meddling in its internal affairs. Second, Russia and China are already maneuvering to a neutral position should an armed conflict between Iran and the West break out. They will not come to the aid of Iran in a military conflict. Here are the facts that support this supposition: Through secret channels, Russia has told Iran that they need to facilitate a more open dialogue with the West. The Russian Foreign Minister told the press that “Hopefully, Iran will listen to our opinion about the need for further close cooperation with the IAEA.” In the meantime, China has signaled its intention to free itself from Iranian oil to protect their interests if a war was to break out between Iran and the West. In an important up-coming trip to Saudi Arabia, Qatar, and the UAE, Chinese Prime Minister Wen Jiabao will sign important economic agreements with these countries. For China, getting the oil that it needs is paramount to protect its economy. After Iran threatened to close the Strait of Hormuz, China is anticipating a possible attack on Iran and is trying to secure alternative resources for its crude oil needs. It appears that Iran itself would have a lot to loose from a possible disruption of oil supplies in the Strait of Hormuz.

Among all the ridiculous headlines from the mass media, one stuck in my mind. This headline, from a very important newspaper that shall be left unnamed, was titled, “The Covert War on Iran has Started.” It was published the day after the assassination of Roshan. It is interesting to note that the news in this case is not the starting of a covert war on Iran, but the total lack of understanding of the current events unfolding inside of Iran. The real news is that the covert war on Iran started years ago; it is only now reaching an escalation point. Mr. Roshan is officially the fourth Iranian citizen related to the Iranian nuclear program that has been assassinated by “terrorist acts.” The modus operandi is the same: One or two motorcycles approach the vehicle at a high rate of speed, and then the rider(s) uses a magnetic bomb which attaches itself to the vehicle, blowing the victim and the vehicle itself to pieces. The assassination of Roshan happened on the exact same date, one year after, another scientist working on Iran’s nuclear program, Massoud Ali Mohammadi, was killed in the exact same fashion. The killing of the scientists is in combination with several explosions of nuclear plants and Iranian enrichment facilities that have been going on for the last three years. Just in November of last year, an explosion in the area of Isfahan destroyed a nuclear plant. In October 2010, missile explosions also destroyed a Revolutionary Guards army base. This is in addition to the frustration among the Iranians for the incursion of American drones into Iranian territory. The Obama Administration is particularly fond of using drones. These drone incursions are used for sabotage and spying missions. It is believed that last November, one of these drones was the cause of an explosion that killed Major General Hassan Moghaddam, Head of the Iranian Missile Program, outside of Tehran. The Iranian government has downplayed some of these explosions. Trying to conceal these explosions or by denying that those explosions are caused by terrorist attacks, the Iranian government is mainly trying to keep the citizens from discovering the extent to which foreign intelligence agencies are currently freely operating in the Iranian territory. Elements of the Iranian opposition, Kurdish fighters, and Pakistani-based Sunni extremists called Jundallah, are recruited by the West’s Intelligence communities to carry on some of these covert operations within Iran. The other covert war currently enacted against Iran is the speculation in act against the Iranian Central Bank and its currency. After the assassination of Roshan, all the media were quick to point to the Mossad as the main responsible party for the killing. But, there are now several foreign agencies, besides the Mossad, engaging in covert operations inside of Iran. Elements of the CIA, British SIS, and the Saudi Arabian GIP are also working within Iranian territory.

One of the most effective weapons at the disposal of the West is cyber warfare. Cyber warfare is becoming increasingly more important, replacing traditional forms of warfare. The attacks on September 11 were a clear example of 4th generation warfare. The covert war on Iran is technically an asymmetric warfare. Cyber warfare goes beyond the last four traditional generations of warfare and becomes an integrated part of modern warfare. Countries such as Russia, China and the US are on the forefront of this new concept. Even a nation such as North Korea has made great strides in the area of cyber warfare.

A year ago, a massive cyber-attack seriously derailed the Iranian nuclear program. Conservative estimations are that Iran would have already had a nuclear weapon if it wasn’t for this cyber-attack. The name of this CIA-Mossad created superbug was “Stuxnet.” According to non-verifiable sources, the Stuxnet attack caused thousands of Iran’s centrifuges to become useless. The Iranians are now working to better protect themselves from such cyber-attacks. However, they are light years behind other Western nations in high tech/computer expertise. There are rumors that the Russian are helping Iranians achieving cyber warfare capabilities.

All these forms of harassment toward Iran are to be combined with the internal opposition against Ahmadinejad’s government. Some of the Green Revolution elements are still convinced that a change in the Iranian government with the outcome of more freedom and democracy is still possible. This internal opposition puts the Western Intelligence community in a dilemma. There are two different trains of thought in the Western Intelligence community on how to deal with Iran. The first is a hard approach that will eventually lead to a military attack on Iran’s strategic places. Strategic places are considered military bases, nuclear sites, oil sites, vital transportation sites, government sites, etc. I know that a lot of people are interpreting the military exercises currently taking place in Israel with the US and Israeli armies a prelude to a military strike on Iran. But let’s clarify a couple of things: (1) The military exercises in Israel were programmed before the escalation of the tension between Iran and the West. (2) A possible military strike on Iran will not include a ground invasion, but will be an aerial military strike.

The second approach to the Iranian program is a “softer” approach: A sabotage of the Iranian government from within by utilizing the opposition that is made up of the so called “Green Movement.” The rationale behind the soft approach is that the Iranians are very nationalistic and patriotic; a military strike against Iran would actually unify the Iranians instead of dividing them. The debate is still going on among the Western security forces. But in the meantime, the covert operation inside Iran will continue.

Lastly, pay close attention to what is going to happen at the end of this month. If the EU decides to adopt strong sanctions against Iran, it will cause the meeting between Iran and the five permanent nations, along with Germany, to fail. If these negotiations in Turkey do fail, then a military strike is possible. As I already said in my earlier article, springtime would probably be the best time for a strike on Iran. The EU may decide to postpone the Brussels meeting until the end of the meeting in Turkey. In the meantime the Obama Administration has just this week signaled its willingness to talk to the Iranians. It must be seen what the demands of the Obama Administration are. Iran knows only one thing; if it can reach nuclear capabilities, it will be out of danger. As Yevgeny Satanovsky, the head of the Middle East Institute, said: “There will be no strikes after the test. Iran will be forgiven in the same way as North Korea was as Pyongyang probably also has one or two bombs. By contrast, Muammar Gaddafi and Saddam Hussein who had dropped nuclear programs were killed, so the lesson is simple – you’ll survive if you have nukes and have no chance to survive without them.

A PROPOSITO DELL’ IRAN

Mentre l’Iran seppellisce uno dei suoi scienziati nucleari assassinati da una bomba, Mostafa Ahmadi-Roshan, i mass media sono catturati da un vortice frenetico di informazioni confuse, vittime della totale mancanza di comprensione geopolitica della attuale situazione tra l’Iran e l’Occidente. Si tratta di dichiarazioni contrastanti le quali offrono una interpretazione distorta della situazione in Medio Oriente. Mettendo da parte queste dichiarazioni robotiche, cerchiamo di analizzare i fatti che sono spesso non segnalati o non correttamente analizzati dai principali media.

I russi ei cinesi, nonostante esprimano la loro opposizione agli USA e alle sanzioni UE contro l’Iran, sono indispettiti dalla accesa retorica degli iraniani. I russi hanno fatto pressione sugli iraniani affinché accettino le ispezioni dell’Ente per l’Energia Atomica Internazionale (AIEA) patrocinate dalle Nazioni Unite, in programma a partire dalla fine di Gennaio fino all’inizio di Febbraio. Inoltre, Russia e Cina hanno chiarito agli iraniani la propria aspettativa che l’incontro che si terrà in Turchia, con i cinque membri permanenti ONU più la Germania, questa volta porti a risultati positivi. In particolare, i russi hanno sottolineato agli iraniani che essi dovrebbero accettare determinati termini e condizioni poste dall’Occidente. L’Iran ha risposto che è pronto a parlare, ma con la garanzia che l’Occidente smetta con l’ingerenza nei suoi affari interni. In secondo luogo, Russia e Cina, in caso di deflagrazione di un conflitto armato tra l’Iran e l’Occidente, stanno già manovrando per assumere una posizione neutrale. Infatti sono certo che non verranno militarmente in aiuto all’Iran. Ecco i fatti che supportano questa ipotesi: attraverso canali segreti, la Russia ha comunicato all’Iran che hanno bisogno di favorire un dialogo più aperto con l’Occidente. Il ministro degli Esteri russo ha dichiarato alla stampa: “Speriamo che l’Iran ascolti la nostra opinione circa la necessità di un’ulteriore stretta collaborazione con l’AIEA.” Nel frattempo, la Cina ha manifestato l’intenzione di liberarsi totalmente dalla dipendenza dal petrolio iraniano per proteggere i propri interessi in caso di guerra tra Iran e Occidente. In un importante viaggio programmato in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, il primo ministro cinese Wen Jiabao firmerà importanti accordi economici con questi paesi favorevoli alla Cina, ricevendo in cambio il petrolio di cui ha bisogno, fondamentale per garantire l’ economia cinese. Dopo che l’Iran ha minacciato di chiudere lo Stretto di Hormuz, la Cina sta anticipando un possibile attacco contro l’Iran e sta cercando di assicurare risorse alternative per le sue esigenze di greggio. L’Iran avrebbe molto da perdere da una possibile interruzione delle forniture di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz.

Tra tutti i titoli risibili dei mass media, uno in particolare mi é rimasto impresso nella mente. Questo titolo, tratto da un giornale molto importante (non italiano) che non menziono per rispetto, recitava “La guerra segreta contro l’Iran è cominciata.”. E’ stato pubblicato il giorno dopo l’assassinio di Roshan. E interessante notare che, in questo caso, l’inizio di una guerra segreta contro l’Iran non è la notizia, ma rappresenta la totale mancanza di comprensione degli eventi in corso di svolgimento all’interno di quel paese. La vera notizia è che la guerra segreta contro l’Iran e` iniziata già anni fa, ma solo ora ha raggiunto il punto di escalation. Mr. Roshan è ufficialmente il quarto cittadino iraniano assassinato, legato al programma nucleare. Il modus operandi è lo stesso: Una o due moto si avvicinano all’obbiettivo a velocità sostenuta, utilizzano un ordigno magnetico che si attacca all’obbiettivo (in questo caso una macchina), polverizzando la vittima e la macchina stessa. L’assassinio di Roshan è avvenuto lo stesso giorno, esattamente un anno dopo l’uccisione di un altro scienziato coinvolto nel programma nucleare iraniano, Massoud Ali Mohammadi, con la stessa tattica. Le uccisioni degli scienziati si aggiungono alle numerose esplosioni in centrali nucleari e impianti di arricchimento iraniane verificatesi negli ultimi tre anni. Proprio nel novembre dello scorso anno, un’esplosione nella zona di Isfahan ,ha distrutto una centrale nucleare. Nel mese di ottobre 2010, un’altra esplosione ha distrutto una base militare delle Guardie Rivoluzionarie (si sussurra che in quella base ci fossero missili a lunga gittata). In più la frustrazione tra gli iraniani si alimenta per l’incursione di droni americani nel proprio territorio. L’amministrazione Obama è particolarmente affezionata all’ uso di droni. Queste incursioni vengono effettuate per missioni di sabotaggio e spionaggio. E’ verosimile che, lo scorso novembre, uno di questi droni sia stata la causa di un’esplosione che ha ucciso, fuori Teheran, il generale Hassan Moghaddam, responsabile del programma missilistico iraniano.. Il governo iraniano ha minimizzato l’importanza di alcune di queste esplosioni. Cercano di nascondere o negano che queste esplosioni siano causate da attacchi “terroristici”; il governo iraniano sta cercando di tenere ì propri cittadini all’oscuro della facilità con cui le agenzie di intelligence straniere sono attualmente libere di operare nel proprio territorio. Elementi dell’opposizione iraniana, i combattenti curdi, gli estremisti sunniti chiamati Jundallah (basati in Pakistan), sono reclutati dai servizi occidentali per portare avanti alcune di queste operazioni segrete in Iran. L’altra guerra segreta attualmente in atto contro l’Iran è la speculazione contro la Banca Centrale iraniana e la sua moneta. Dopo l’assassinio di Roshan, tutti i media si sono affrettati a puntare il dito sul Mossad come principale gruppo responsabile dell’assassinio. Ma, ora come ora ci sono diverse agenzie straniere, oltre al Mossad, operanti segretamente all’interno dell’Iran. Anche elementi della CIA, il British SIS e il GIP dell’Arabia Saudita stanno lavorando all’interno del territorio iraniano.

Una delle armi più efficaci a disposizione dell’Occidente è la guerra cibernetica. La Cyber ​​guerra sta diventando sempre più importante, sostituendo le forme tradizionali di guerra. Gli attacchi dell’11 settembre erano un chiaro esempio di guerra di quarta generazione. La guerra segreta all’Iran è tecnicamente un guerra asimmetrica. La Cyber ​​guerra va oltre le ultime quattro generazioni di guerra tradizionale e diventa parte integrante della guerra moderna. Paesi come Russia, Cina e Stati Uniti sono in prima linea su questa nuova impostazione. Anche una nazione come la Corea del Nord ha fatto passi da gigante nel campo della cyber-guerra.

Un anno fa, un massiccio cyber-attacco fece momentaneamente deragliare il programma nucleare iraniano. Stime conservatrici ritengono che l’Iran avrebbe già posseduto l’arma nucleare se non fosse stato per questo cyber-attacco. Il nome di questo supervirus creato dalla CIA si chiama “Stuxnet.” Secondo fonti non verificabili, l’attacco Stuxnet ha messo fuori causa (anche se non permanentemente) migliaia di centrifughe Iraniane. Gli iraniani stanno ora lavorando per proteggersi meglio da questi cyber-attacchi. Tuttavia, sono anni luce indietro rispetto ad altri paesi occidentali nella alta tecnologia e nelle competenze informatiche. Si sussurra che I Russi siano accorsi in aiuto del governo iaraniano provvedendo a mettere a disposizione le loro conoscenze in cyber-warfare.

Tutte queste forme di disturbo verso l’Iran devono essere associate e aggiunte all’opposizione interna al governo di Ahmadinejad. Alcuni degli elementi della Rivoluzione Verde sono ancora convinti che un cambiamento nel governo iraniano, con il risultato di una maggiore libertà e democrazia, sia ancora possibile. Questa opposizione interna pone la comunità di intelligence occidentali di fronte ad un dilemma. Ci sono due correnti di pensiero nella comunità dei servizi occidentali su come trattare con l’Iran. Il primo è un approccio duro che porterà a un attacco militare a punti strategici dell’Iran. Punti strategici sono considerati le basi militari, siti nucleari, siti petroliferi, siti essenziali di trasporto, siti governativi; ecco perché molta gente interpreta le esercitazioni militari congiunte in corso in Israele tra gli eserciti USA e israeliano come un preludio ad un attacco militare contro l’Iran. Ma chiariamo un paio di cose: (1) le esercitazioni militari in Israele sono state programmate prima dell’escalation di tensione tra Iran e Occidente. (2) Una possibile offensiva militare contro l’Iran non comporterà un’invasione di terra, ma sarà un attacco aereo.

Il secondo approccio al “problema” iraniano prevede un comportamento più “morbido”: un sabotaggio del governo iraniano dall’interno utilizzando l’opposizione costituita dal cosiddetto movimento verde. La logica alla base dell’approccio soft è che gli iraniani sono molto nazionalisti e patriottici; un attacco militare contro l’Iran potrebbe in realtà riunire gli iraniani invece di dividerli. Il dibattito è ancora in corso tra le forze di sicurezza occidentali. Ma nel frattempo, le operazioni segrete in Iran continueranno.

Infine, prestare molta attenzione a ciò che accadrà alla fine di questo mese. Se l’UE decidesse di adottare sanzioni forti contro l’Iran, questo potrebbe far fallire l’incontro in Turchia tra l’Iran ei cinque paesi permanenti ONU, insieme alla Germania. Per questo motivo l’Europa sta contemplando di posticipare la riunione di Bruxelles da tenersi entro pochi giorni . Se i negoziati in Turchia falliscono, un attacco militare sarà possibile. Come ho già detto nel mio precedente articolo, la primavera potrebbe essere, probabilmente, il momento migliore per un attacco contro l’Iran. L’amministrazione Obama ha appena segnalato questa settimana la sua disponibilità a parlare con gli iraniani. Bisogna vedere quale sono le richieste dell’Amministrazione Obama. L’Iran sa solo una cosa; se raggiunge la capacità nucleare, sarà fuori pericolo. Come Evgeny Satanovsk, il capo del Middle East Institute, ha dichiarato: “Non ci saranno attacchi dopo un’eventuale test nucleare. L’ Iran sarà perdonato nello stesso modo come fu la Corea del Nord; Pyongyang è probabilmente in possesso di una o due bombe. Al contrario, Muammar Gheddafi e Saddam Hussein che avevano abbandonato i programmi nucleari sono stati uccisi; per cui la lezione è semplice : Potrai sopravvivere se disponi di armi nucleari; altrimenti non hai nessuna possibilità di sopravvivere senza di loro ” Questo l’Iran lo sa per questo sta cercando di gestire la crisi nei propri tempi e modi. Solo allora potrà tirare un sospiro di sollievo. La storia continua….

 

NIENTE CINISMO, MA BUON SENSO SI’ 18/1/2012

 

 

Il comandante della capitaneria di Livorno (mi sembra sia questa) è ormai un eroe – si dice invidiatoci all’estero; immagino da giornalisti coglioni come i nostrani – per aver intimato al comandante della nave affondata: “torni sulla nave, cazzo!”. Un tempo, all’eroe che rispondeva “merda” facevano dire “obbedisco”; oggi no, un eroe deve essere specialmente virile, e un bel “cazzo!” merita una menzione speciale. Il capitano della nave invece dovrebbe essere condannato al carcere a vita; il fatto che gli abbiano dato gli arresti domiciliari è un vulnus da lavarsi con il sangue.

Non voglio sostenere che non abbia dimostrato singolare inattitudine al posto che ricopriva; si è fatto prendere dal panico ed è andato fuori di testa. E’ quindi certo meglio che non comandi più nulla che si muova in un mezzo liquido. Tuttavia non è stata smentita l’iniziale notizia, ormai dimenticata, che sulle carte nautiche non risultava la roccia fatale. Viaggiava troppo vicino alla riva, ma c’era l’abitudine del sindaco di …? di salutare la nave al passaggio (anche il sindaco deve essere incriminato? Per il momento non sembra, anche se qualche giornalista lo ha suggerito). Debbo inoltre ricordare che solo fino agli anni ’60 ho visto nei film americani il capitano, rigido sull’attenti nella torretta di comando, che affondava assieme alla nave. Anzi già nel 1954 (in L’ammutinamento del Caine), un capitano nevrotico al limite della pazzia ed eminentemente instabile ed inidoneo al comando (Humphrey Bogart) veniva, alla fine del film, pienamente rivalutato perché logorato dai passati “eroismi” “commessi” in mille occasioni al servizio della “Patria americana”.

Sintomatico è poi che una delle prove principali della vigliaccheria (vista anzi come criminalità pura) del comandante della nave è stata la sua risposta all’“eroica” intimazione di risalire a bordo; ha affermato di non poterlo ormai più fare con la nave inclinata in quel modo, con le cime (si dice così?) immagino impegnate per far scendere la gente in una situazione di immaginabile disordine. Non lo vedo il capitano arrampicarsi in controcorrente, beccandosi ulteriori maledizioni. Non voglio fare il cinico; la tragedia è stata tragedia e tale rimane. Solo che la banalità dei giornalisti, e anche della “ggente”, mi sembra aver almeno sfiorato il ridicolo; ed è solo a questa banalità che mi riferisco.

A piccola riprova della perdita di buon senso, posso anche citare un altro evento preso per manifestazione di grande eroismo: un trevigiano (mi sembra almeno, comunque uno che faceva l’animatore per bambini sulla nave) ha riunito quelli sotto la sua “giurisdizione”, diciamo così, e li avviati a salvamento. Una dimostrazione di presenza di spirito, coraggio, ecc., ma da non presentare come il gesto di un novello Pietro Micca o Enrico Toti (magari ci sarebbe da dire anche su quelli). In ogni modo, viviamo un’epoca di totale rimbambimento mediatico. Si cambino certi capitani di navi perché del tutto inadatti al posto ricoperto. Si spediscano però pure i giornalisti a esercitare altri mestieri più utili. E si inviti certa “ggente” a ritrovare un po’ di equilibrio nel giudicare i mirabolanti eroismi che non hanno alcun carattere degli stessi.

A dir la verità, ho incontrato più gente di quanto non credessi e sperassi dotata di buon senso e allibita di fronte all’idiozia dei media. Sono però rimasto sorpreso di incontrarla soprattutto nei bar di periferia che frequento, dove c’è una buona percentuale di pensionati che gioca a carte. Speravo di vedere migliori performances in internet; invece, sarò capitato male, ma ho letto commenti a mio avviso un po’ avvilenti. Forse sbaglio io a scrivere su questo argomento. Comunque, nel naufragio della nave ho visto un presagio di quello del paese. E nei commenti dei giornali, ma anche di certa “ggente”, ho letto che la colpa del disastro italiano non sta soltanto nella sua presunta “classe dirigente”; è gran parte del “poppolo” che non sa più “stare sulla nave”.

Ultima notazione. L’equipaggio era proprio del tutto idoneo ai compiti? E non vi era nessuno in grado di sostituire il comandante? Mi sembra eccessivo affidare alcune migliaia di viaggiatori alla competenza e sangue freddo di uno solo. Non vi è perciò proprio alcuna responsabilità da parte di chi “arma” le navi e ci fa lauti guadagni? E’ come fabbricare paracaduti con un solo congegno d’apertura. Magari sono rimasto in arretrato; forse li fabbricano già così. Il secondo macchinista sui treni non l’hanno già tolto, e in tutta Europa? Comincio ad essere preoccupato: è del tutto probabile che hanno messo Monti al governo senza nemmeno prevedere un sostituto in caso di disastro. E hanno pensato con quale altro “vecchio saggio” sostituire Napolitano fra poco più di un anno? Se fosse meno che novantenne, si rischierebbe un naufragio come quello del Concordia. In quale altra generazione vuoi trovare un ex (euro)“comunista” che sappia aggirare tutte le rocce di questo mare procelloso, in cui navigheremo per chissà quanto tempo?

FUORI DA OGNI AMBIGUITA’

 

E’ bene chiarire per sommi capi qualcosa che è venuto in evidenza in alcuni ultimi commenti. Dirò poche cose, e molto frettolosamente, poiché mi è al momento impossibile (sto lavorando ad un pesante pezzo teorico) affrontare certi discorsi “storici”. Li riaffronterò più avanti.

Le BR – fondate da persone per null’affatto delinquenziali, che avevano intenzioni chiare, pur se gravemente inficiate da un’analisi errata della situazione nazionale e internazionale – furono sballottate tra l’“eurocomunismo” e coloro che vi si opponevano per svariati (e talvolta opposti) motivi (a “ovest” come ad “est”). Ricordo in questo breve pezzo, per il momento, solo la menzogna, ancor oggi in voga, secondo cui Moro fu rapito e ucciso per intervento (infiltrazioni nelle BR o altro) dei Servizi americani perché voleva aprire al “comunisti” (i piciisti detti appunto “eurocomunisti”). Tutto questo proprio mentre gli ambienti democratici Usa aprivano al Pci e, nello stesso periodo del rapimento Moro, l’“ambasciatore” di tale partito andava negli Stati Uniti (sotto la copertura del viaggio nelle Università), viaggio non certo improvvisato, ma preparato da anni di contatti (e da viaggi precedenti di un altro personaggio).

Il problema era opposto. Moro – coadiuvato da Fanfani e anche da Craxi (che infatti voleva salvare lui e le “sue carte”), con Andreotti a mezza strada (e fu lui ad aver dato vita due anni prima al governo di “unità nazionale”, pur con il Pci all’esterno per via di vari obblighi, non solo quelli legati all’appartenenza dell’Italia alla Nato), e con Cossiga molto probabilmente schierato invece con gli Usa e i loro approcci verso l’“eurocomunismo” – era ben consapevole degli intrallazzi in corso, e temeva quel che, in realtà, accadde solo più tardi (1989-91) all’indomani del “crollo socialistico”: distruzione del vecchio “regime” DC-PSI e tentativo (sventato, ma non certo con intendimenti politicamente chiari e netti, da Berlusconi che agì in pratica solo per se stesso) di creare un altro “regime” fondato sui fu eurocomunisti, ormai completamente passati di campo.

Moro conosceva già allora le linee generali della faccenda; soprattutto per l’esperienza del colpo di Stato in Cile e del tradimento filoamericano di Frei (suo alleato nella seconda metà degli anni ’60) dopo la sconfitta subita ad opera di Allende. Moro, io credo, comprese la lezione che da questo evento trasse Berlinguer; egli rizzò bene le orecchie e immagino sia stato confortato nelle sue “impressioni” dalla raccolta di informazioni tramite una rete (non di soli servizi, ma di ambienti giornalistici e politici, ecc.), che egli non poteva non avere data la sua eminente posizione politica.

La sera precedente la sua uccisione, Fanfani aveva indetto una riunione ristretta e molto segreta, in cui, poi si seppe, venne decisa la liberazione di un paio di brigatisti per dare quell’offa che le BR ormai chiedevano e di cui si sarebbero accontentate, data l’eccessiva lunghezza della vicenda (55 giorni di rapimento) e con il loro nascondiglio in via Gradoli non certo ignoto (il cui nome era stato rivelato da La Pira nella “seduta spiritica” comicamente riferita da Prodi, che non disse più nulla quando si diede l’ordine di depistaggio facendo dragare il lago di Gradoli; azione diversiva compiuta forse per evitare precipitazioni improvvise della faccenda, o forse anche per altri motivi più oscuri e di lotta tra fazioni interne all’establishment politico). Bene, qualcuno soffiò alle BR che in quella riunione segreta si era invece deciso di irrompere nel loro nascondiglio la mattina dopo; per cui era bene che fuggissero, “liberandosi” dello statista Dc. La loro fuga fu evidentemente facilitata, dato che erano sorvegliati; pur se poi li presero, ma più tardi, quando “tutto” era stato evidentemente sistemato per non far capire più nulla e raccontare quello che si voleva far credere a noi poveri gonzi. Anche le carte, quelle importanti, sono state messe al sicuro.

Fate uno sforzo di immaginazione circa i possibili “soffiatori”: forse coloro che volevano impedire a Moro di far entrare al governo i piciisti, già di fatto entrati nel 1976 con Andreotti e in “viaggio culturale” negli Usa? Dai, si è ben capito quali ambienti di maggioranza e (ormai finta) opposizione fossero contrari a che Moro uscisse vivo con quel che aveva ulteriormente acquisito di “esperienza” attraverso quella prigionia. Non avrebbe parlato “al popolo”, ma agito sì, eccome, e l’avrebbe fatta “scontare” ai “due cugini” (bel film di Chabrol).

Oggi, il tentativo, sventato senza alcuna coscienza vera da Berlusconi, è ripreso in pieno con l’attuale governo, i cui membri (ed elementi ad esso vicini e correi) fanno parte delle grandi massonerie internazionali (Bilderberg, Trilateral, ecc.), ma il cui “input” parte nuovamente dagli ambienti democratici statunitensi che si servono dei fu piciisti (oggi certo oltre ogni rinnegamento, ormai nel pieno flusso della corrente atlantista più torbida e fangosa). Con quest’operazione governativa di apparente rispetto della legalità – corrosa invece alla base da un parlamentarismo che non rappresenta minimamente la volontà, pur pienamente coartata, dei cittadini – siamo al completamento effettivo delle oscure manovre iniziate negli anni ’70, dopo il colpo di Stato in Cile, manovre le cui tappe successive in quegli anni cruciali furono il patto Agnelli-Lama (1975), con inizio della concertazione, e il governo Andreotti di unità nazionale (1976), sia coronamento che apertura della fase più critica del “compromesso storico”. Fu così dato autentico impulso al “debito pubblico” poi servito sempre come elemento “terroristico” per pestarci, come sta facendo adesso l’attuale governo anti-nazionale, invece di liquidare la vera base sociale della “sinistra di tradimento”, il ceto medio semicolto per grandissima parte alimentato tramite il “pubblico”, direttamente o indirettamente.

Oggi, chi aveva creato ostacoli al primo tentativo americo-confindustriale (“mani pulite” con l’appoggio del pentito Buscetta, pedina “d’oltreoceano” ecc.), cioè l’ex premier, si è dimostrato un perfetto coniglio ed è complice a tutti gli effetti. Dobbiamo stare attenti, la situazione è peggiore di quella degli anni ’70; nemmeno esistono più i Moro (non a caso eliminato abbastanza prestamente), i Fanfani, i Craxi (liquidato un po’ più tardi senza mezzi termini). Siamo in mano ai successori degli ex piciisti dell’eurocomunismo (addirittura con la continuità personale ai più alti livelli), con alle spalle uno dei peggiori democratici americani e usando come esecutori gli appartenenti alle massonerie sedicenti internazionali, quando sono totalmente finanziate e sorrette dagli Usa. Quindi attenzione. Non facciamo gli errori delle BR; non facciamoci invischiare in giochi ambigui e oscuri. Oggi la situazione si sta facendo abbastanza chiara; e non sussiste nemmeno più quella che poi si rivelò realtà assai debole: la presenza dei “due campi”, di cui uno detto “socialista”, uno dei sostanziali e maggiori inganni del XX secolo.

I disadattati, gli ambigui, i pescatori nel torbido sono di nuovo in azione. Nessun contatto con loro; chiarezza di intenti e di analisi. E chi vuol assolvere una funzione, almeno minima, di carattere nazionale dovrebbe sapere con chi schierarsi. In campana!   

DEI CONFLITTI E DEI DELITTI USA

Il 06.01.2012 nei quotidiani sono apparsi diversi articoli riguardanti il presunto ridimensionamento delle spese militari degli Stati Uniti. Obama avrebbe tagliato, in particolare, gli investimenti in uo-mini e mezzi da attribuire all’esercito convenzionale e comunque, nelle nuove condizioni, a causa del riduzione generale del  budget federale, il Pentagono non dovrebbe avere più le risorse per conflitti delle dimensioni e della durata di quelli portati avanti in Iraq e Afghanistan. Come osservato più volte in questo blog si tratta di una nuova strategia che, ormai da un paio d’anni, l’attuale am-ministrazione Usa sta portando avanti con l’obiettivo di creare situazioni caotiche e disordini al”interno di alcuni Stati di importanza decisiva nello scenario globale. In prospettiva Obama pensa di servirsi sempre di più, per gli interventi militari, del supporto dei  “fedeli” alleati degli Stati Uniti con particolare riferimento ai suoi “scherani” europei. Questa nuova fase è già cominciata con l’intervento che ha posto termine alla storia della  Jamāhīriyya Araba Libica Popolare fondata da Muammar Gheddafi ad opera delle forze armate della Francia, dell’ Inghilterra e dell’Italia del go-verno Berlusconi. Sul Sole 24 ore del 06.01.2012 Marco Valsania scrive:
<<”Voltiamo pagina su un decennio di guerre”, ha sentenziato Obama. La dottrina della casa Bianca prevede adesso che gli Stati Uniti siano in grado di combattere e vincere un conflitto sul campo di battaglia alla volta, non due come in passato, accanto alla capacità di contenere un altro avversario e di gestire interventi umanitari, di anti-terrorismo e di embargo nei cieli con l’imposizione di “no fly zone”.>>
Obama, che era accompagnato dal Segretario alla Difesa Panetta e dal capo degli Stati maggiori riuniti Dempsey, ha voluto, comunque, precisare che le forze militari saranno sì più “snelle”, ma
<<il mondo deve sapere che gli Stati Uniti vogliono mantenere la superiorità militare grazie a forze agili, flessibili e pronte ad affrontare l’intero ventaglio delle minacce>>.
E’ proprio questo di tipo di forze armate quelle che appaiono più adatte a portare avanti la strategia che in un intervento del 28.04.2011 su questo blog La Grassa così descriveva:
<<Quando sono cresciuti nel mondo – di cui si enfatizzava invece (da perfetti liberisti, sempre su-perficiali e unilaterali come al loro solito) la “globalizzazione mercantile” – alcuni “muri” con-trapposti agli Usa […]che sono le varie potenze in pectore, si è inizialmente cercato di abbatterli tirando contro di loro pesanti “palle” di materiale solido. Queste, però, o abbattono il muro o ven-gono stoppate. Se invece si inclina il terreno – ma appena un po’, basta poco – verso il muro, e vi si versa sopra una quantità crescente di “liquido”, questo si infiltra in esso mediante vari canalicoli, lo rende umido e meno compatto, fino a sgretolarlo. Questa la nuova tattica (o strategia) che prende avvio con Gates più che con Obama.[…] Non mi si obietti che gli Usa non hanno tirato direttamente “palle” o indirizzato “liquidi” verso le suddette potenze in formazione. E’ ovvio che si agisce tutt’intorno, che ci si muove in date “aree d’influenza” divenute terreno di conflitti al momento indiretti. Tuttavia, si sono usate le tattiche diverse appena sopra accennate>>.
********
Saranno la marina e l’aviazione a svolgere il ruolo principale nella strategia americana; gli Stati Uniti infatti non rinunceranno  a nessuna delle portaerei nella loro flotta e al riparo da tagli saranno anche i programmi del Pentagono per il cyberspazio , per le attività di intelligence e per le forze speciali. E se da una parte dovrebbe essere rinviato l’oneroso programma di acquisto di nuovi caccia interforze F-35, viene riconfermata la massima attenzione nell’impegno militare nei confronti del Pacifico e dell’Asia orientale ma anche nel Medio Oriente dove il livello di tensione nei confronti dell’Iran è in continuo aumento. In conclusione Obama ha ribattuto alle critiche del partito repubblicano sottolineando il fatto che il budget del Pentagono, nonostante i risparmi, continuerà ad aumentare anche se meno che in precedenza:
<<Nei prossimi dieci anni rallenterà il passo ma sarà superiore al bilancio alla fine della presidenza Bush, perché abbiamo responsabilità di leadership globale>>.
E per mantenere la supremazia mondiale uno degli “anelli” più importanti da rafforzare riguarda il monitoraggio degli sviluppi della “potenza” iraniana. Le ultime notizie, in proposito, dicono che l’Iran avrebbe cominciato le attività per l’arricchimento dell’uranio in una montagna a Fordow, nei pressi di Qom, città santa per i musulmani. Il tutto sotto la supervisione dell’Aiea (Agenzia interna-zionale per l’energia atomica). Le fonti dicono che l’arricchimento dell’uranio a una purezza del 20% ha preso il via in un impianto sotterraneo. Il sito, dislocato centinaia di metri sottoterra, è protetto dalle batterie missilistiche e dalle forze dei Pasdaran: all’interno sarebbero già attive 348 centrifughe, mentre altre sono in via installazione. Da mesi il governo iraniano ha deciso di continuare con il programma nonostante le sanzioni molto pesanti inflitte al Paese. Gli Stati Uniti e l’Europa accusano l’Iran di voler costruire l’atomica mentre Teheran ha sempre negato, spiegando che il programma mira soltanto ad ottenere una miglior efficienza energetica. Nuove sanzioni Onu sono state proposte, manco a dirlo, da Francia, Germania e Gran Bretagna supportate dalla “benedizione” degli Usa. Ora la crisi sullo stretto di Hormuz, che Teheran ha minacciato di bloccare se saranno applicate nuove sanzioni,  sta aumentando ogni giorno di più. L’importanza strategica dello stretto per il commercio del petrolio rende la situazione aperta a prospettive particolarmente rischiose per entrambi i contendenti. Viene da pensare che in questo momento – nonostante l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali negli Stati uniti (o magari proprio per questo) – per l’amministrazione Obama un conflitto con ampio spiegamento di forze in Medio Oriente rappresenterebbe un rischio troppo grande in termini economici e militari. Un rischio e un “passo” non coerente con la strategia com-plessiva che gli Usa vogliono portare avanti.

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