Libia: la guerra delle milizie di Bernard Lugan

Libye : la guerre des milices

Traduzione di Giuseppe Germinario
In calce il testo originale
Publié par Bernard Lugan le 5 janvier 2012 dans Articles – 1 commentaire

Ci sono voluti i combattimenti di Martedì 2 e Mercoledì 3 gennaio perché la stampa francese decidesse finalmente di riconoscere lo scontro di milizie in Libia, in particolare a Tripoli. L ‘”analisi” confuse dei media francesi non permettono di vedere con chiarezza qual è la situazione sul campo?
Tripoli è la posta di una lotta tra quattro fazioni principali:
1.    I miliziani della città di Misurata, coloro che hanno linciato a morte ignominiosamente il colonnello Gheddafi, rifiutano di lasciare la capitale, dove fungono in qualche maniera da guardia del corpo del ministro degli Interni, Faouzi Abdelal, lui stesso nativo di Misurata.  Tra queste milizie e coloro che sostengono il Consiglio nazionale di transizione (CNT) si svolge il combattimento in corso. Nel tentativo di conciliazione con Misurata, il debole e impotente CNT ha nominato un altro nativo di quella città, il generale Youssef al-Mankouch, capo di stato maggiore di un esercito fantasma con il compito di integrare le varie milizie. Non è vietato sognare.
2.    Le milizie islamiche di Tripoli, le principale di esse costituiscono il braccio armato del CNT,  supportate dal Qatar, cercano attualmente di affermarsi nella capitale cercando di prendere il controllo della strada per l’aeroporto internazionale attualmente sotto il controllo della milizia di Zenten.
3.    La milizia Zenten, presentata  dalla stampa come araba è in realtà autenticamente berbera. Zenten è d’altronde un nome berbero, perché è la deformazione di Z’nata o Zenete, uno dei principali componenti del popolo Amazigh. Questa “tribù” berbera arabofona occupa una parte del (Adrar in berbero) Jebel Nefusa intorno alla città di Zenten. L’attuale Ministro della Difesa, Osama Joule è di Zenten. La milizia detiene Seif al-Islam, figlio del colonnello Gheddafi, trattato con rispetto e considerazione.
4.    Nel resto del Jebel Nefusa e nella città costiera di Zuwara vivono i cugini dei precedenti, anche essi berberi, ma di lingua berbera e con una loro milizia. Se quella berbera costituisce solo poco più del 10% della popolazione di tutta la Libia, raggiunge almeno il 20% di quella di Tripolitania; cosa che consente loro un peso regionale significativo. Pur avendo avuto un ruolo militare decisivo nella presa di Tripoli, oggi sono i grandi perdenti della nuova situazione politica poiché, come prima della caduta del regime di Gheddafi, si trovano di fronte ad un nazionalismo arabo-musulmano che nega la loro esistenza. Nessun ministro del nuovo governo è berbero.
In questo imbroglio politico tribale, il CNT, stranamente riconosciuto come l’unico rappresentante di tutti i libici dalla Francia, seguita in questo dalla comunità internazionale, sembra isolato e impotente. Il suo solo margine di manovra consiste nel dare pegno agli uni, cercando di non alienarsi gli altri. Per ora ha fatto cilecca perché  contro di esso sono già i berbero foni come pure la frazione di Tripoli dei Warfalla il cui cuore è nella città di Bani Walid. Il grande pericolo che minaccia il CNT sarebbe la formazione di un’alleanza degli scontenti che comprenderebbero oltre alle milizie di Zenten e di Jebel Nefusa, la frazione di Tripoli dei Warfalla e le tribù della regione di Sirte e Sebha, le quali non hanno dimenticato il trattamento vergognoso che è stato riservato al colonnello Gheddafi. Senza contare che a Sud,  i Tuareg e i Tubu non hanno mai mostrato sentimenti particolarmente amichevoli nei confronti delle nuove autorità libiche.
In Libia, tutto è probabilmente solo all’inizio. Sarebbe stato opportuno analizzare in profondità la situazione prima di cedere alle ingiunzioni mediatiche di BHL (Bernard Henry Levy) e buttarsi a capofitto nella trappola del cosiddetto intervento umanitario.
Questi punti saranno sviluppati nel numero de l’Afrique Réelle che verrà inviato agli abbonati il 15 gennaio.

Bernard Lugan
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Libye : la guerre des milices
Publié par Bernard Lugan le 5 janvier 2012 dans Articles – 1 commentaire

Il aura fallu les combats du mardi et du mercredi 2 et 3 janvier pour que la presse française se décide enfin à reconnaître que les milices s’affrontent en Libye, notamment à Tripoli. Les « analyses » confuses des médias français ne permettant pas d’y voir clair, quelle est donc la situation sur le terrain ?
Tripoli est l’enjeu d’une lutte entre quatre principales factions armées :
1.    Les miliciens de la ville de Misrata, ceux qui ont ignominieusement lynché à mort le colonel Kadhafi, refusent de quitter la capitale où ils constituent en quelque sorte la garde rapprochée du ministre de l’Intérieur, Faouzi Abdelal, lui-même originaire de Misrata. C’est entre ces miliciens et ceux qui soutiennent le Conseil national de transition (CNT), que se déroulent les actuels combats. Pour tenter de se concilier Misrata, le faible et impuissant CNT vient de nommer un autre originaire de cette ville, le général Youssef al-Mankouch, chef d’état-major d’une armée fantôme avec pour tâche d’intégrer les diverses milices. Il n’est pas interdit de rêver.
2.    Les milices islamistes de Tripoli, dont les principales constituent le bras armé du CNT et qui sont soutenues par le Qatar, cherchent actuellement à s’imposer dans la capitale tout en tentant de prendre le contrôle de la route menant à l’aéroport international qui est sous le contrôle de la milice de Zenten.
3.    La milice de Zenten que la presse présente comme arabe est authentiquement Berbère. Zenten est d’ailleurs un nom berbère puisqu’il s’agit de la déformation de Z’nata ou Zénète, l’une des principales composantes du peuple amazigh. Cette « tribu » berbère arabophone occupe une partie du djebel (Adrar en berbère) Nefusa, autour de la ville de Zenten. L’actuel ministre de la défense, Oussama Jouli est de Zenten. Cette milice détient Seif al-Islam, le fils du colonel Kadhafi, qu’elle traite avec égards et même considération.
4.    Dans le reste du jebel Nefusa ainsi que dans la ville côtière de Zuwara vivent les cousins des précédents qui, eux aussi sont des Berbères, mais des Berbères berbérophones et qui disposent de leur propre milice. Si les berbérophones ne constituent qu’un peu plus de 10% de la population de toute la Libye, ils totalisent au moins 20% de celle de la seule Tripolitaine ce qui leur donne un poids régional considérable. Alors qu’ils eurent un rôle militaire déterminant dans la prise de Tripoli, ils sont aujourd’hui les grands perdants de la nouvelle situation politique car, comme avant la chute du régime Kadhafi, ils se retrouvent face à un nationalisme arabo-musulman niant leur existence. Aucun ministre du nouveau gouvernement n’est berbérophone.
Dans cet imbroglio politico tribal, le CNT, insolitement reconnu comme le seul représentant de tous les Libyens par la France suivie par la communauté internationale, parait bien seul et bien impuissant. Sa seule marge de manœuvre est de donner des gages aux uns en essayant de ne pas s’aliéner les autres. Pour le moment, son coup est raté car il a déjà contre lui les berbérophones ainsi que la fraction tripolitaine des Warfalla dont le cœur est la ville de Bani Walid. Le grand danger qui menace le CNT serait la constitution d’une alliance des mécontents qui engloberait outre les milices de Zenten et du jebel Nefusa, la fraction tripolitaine des Warfalla ainsi que les tribus de la région de Syrte et de Sebha lesquelles n’ont pas oublié le traitement ignominieux qui fut réservé au colonel Kadhafi. Sans compter qu’au Sud, les Touaregs et les Toubou n’ont jamais manifesté de sentiments particulièrement amicaux à l’égard des nouvelles autorités libyennes.
En Libye, tout ne fait sans doute que commencer. Il eut été sage d’analyser la situation en profondeur avant de céder aux injonctions médiatiques de BHL et de foncer tête baissée dans le piège de l’ingérence dite humanitaire.
Ces points seront développés dans le numéro de l’Afrique Réelle qui sera envoyé aux abonnés le 15 janvier prochain.
Post scriptum à l’attention des journalistes qui pillent mes communiqués sans jamais citer leur source : ce texte contient une erreur volontaire…
Bernard Lugan
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Sui nuovi “fatti d’Ungheria” di “Cambronne”

Non si è ancora spento il clamore delle manifestazioni anti-putiniane del dicembre scorso, osannate dalla nostra opinione pubblica liberal-progressista, e già emerge una nuova “rivoluzione democratica” da sostenere contro il nuovo nemico, questa volta situato nel cuore della vecchia Mitteleuropa e della “Nuova Europa” post-comunista, l’Ungheria del premier conservatore Viktor Orbàn.
Non c’è giorno che passi che non escano su quotidiani come “la Repubblica”, “Corriere della Sera”, “La Stampa”, “l’Unità” o “il Fatto Quotidiano” articoli a tinte fosche sull’Ungheria neo-nazionalista e autoritaria, che a detta dei commentatori nostrani starebbe ri-precipitando ai tempi del regime conservatore filo-fascista dell’Ammiraglio Horty o delle Croci Frecciate (il movimento nazional-socialista magiaro che governò negli ultimi mesi di guerra).
Si tirano in ballo il passato di fedele alleato nazista dell’Ungheria, come se il Terzo Reich non avesse trovato entusiastici sostenitori in tutta Europa, l’ “antisemitismo magiaro” e persino le origini uralo-altaiche, e quindi euroasiatiche e non del tutto “occidentali”, degli ungheresi per colpire con “geometrica potenza” il governo di Orbàn, definito oramai senza mezzi termini come un “regime”.
Ma quale sarebbero i “crimini” di Viktor Orbàn, già giovane promessa dell’euro-atlantismo ungherese e ora guardato proprio da Washington e Bruxelles come una sorta di Gheddafi mitteleuropeo?
I giornali liberal-progressisti nostrani stigmatizzano i contenuti nazionalisti conservatori presenti nella nuova costituzione, che fa appello a Dio, al Cristianesimo e alla Nazione ungherese, ma soprattutto alcune mosse giudicate potenzialmente totalitarie come l’aver messo sotto controllo governativo la Banca Centrale Ungherese, cosa che dovrebbe essere scontata, o l’aver promulgato una legge (chiamata “legge bavaglio” come la ben più blanda legge sulle pubblicazioni delle intercettazioni voluta da Berlusconi) che punisce i media qualora mettano in pericolo la stabilità e l’indipendenza nazionale.
La demonizzazione del governo di centrodestra di Orbàn, una coalizione fra il suo partito Fidesz-Unione Civica (una sorta di PdL magiaro) e il più piccolo Partito Popolare Cristiano-Democratico, è facilitata presso la poco informata e sempre più superficiale opinione pubblica italiana dal fatto che in Ungheria esista un partito ultranazionalista di destra radicale, il Jobbik, ben rappresentato in parlamento e che, alle ultime elezioni del 2010 (quelle che diedero allo schieramento di Orbàn un impressionante 60%), è emerso come la terza forza politica nazionale, appena sotto agli screditati socialisti.
Il fatto che Jobbik sia all’opposizione e non abbia votato le misure del governo non turba più di tanto i nostri giornali, che parlano del governo Orbàn come di un governo di “ultradestra” (“Ungheria, schiaffo dell’ultradestra a Usa e Ue” di Andrea Tarquini su “la Repubblica” del 31 dicembre 2011).
Queste misure blandamente sovraniste non hanno comunque mancato di provocare la costernazione di Bruxelles e in particolare degli Stati Uniti, che per voce del Segretario di stato Hilary Clinton hanno già espresso la loro “preoccupazione” per l’anomalia magiara, mentre il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Centrale Europea minacciano di rivedere tutti i programmi di assistenza all’economia ungherese, già colpita pesantemente dalla crisi.
Che Washington, e molto probabilmente altri ambienti europei al seguito, non si limiti a esprimere indignazione ma si stia preparando a replicare uno scenario da “rivoluzione colorata” anche a Budapest (come in Georgia e Ucraina qualche anno fa e come si sta cercando di fare in Russia) sembra essere confermato da quanto riportato da un articolo de “la Repubblica” del 4 gennaio, a firma del succitato Andrea Tarquini (“Gli indignati di Budapest”), secondo il quale l’ex ambasciatore americano Palmer, che prestò servizio in Ungheria proprio nei cruciali anni del crollo del comunismo, avrebbe addirittura proposto di riattivare contro il governo di Budapest la famosa Radio Europa Libera, l’emittente che durante la guerra fredda trasmetteva propaganda filo-occidentale nei paesi del blocco socialista.
È degno di nota anche il fatto che alle manifestazioni contro Orbàn siano apparse bandiere e striscioni di un’organizzazione chiamata “Szolidaritàs” il cui nome e il cui logo grafico rimandano direttamente all’omonima organizzazione sindacale polacca (che fu una “co-produzione” vaticano-americana con il generoso apporto di quadri trozkisti ed elementi sionisti).
Il fatto che vengano riesumate sigle ed esperienze legate alla lotta antisovietica degli anni della guerra fredda contro un politico come Viktor Orbàn, che vanta un passato di giovanissimo oppositore al regime socialista e che durante la sua passata legislatura di un decennio fa (1998-2002) si era distinto per un entusiastico allineamento a posizioni euro-atlantiche, è sintomatico dell’evoluzione degli scenari politici europei e mondiali.
Ora a Budapest è il Partito Socialista, formato dagli eredi rinnegati del Partito Socialista Ungherese dei Lavoratori dei tempi di Rakosi e Kadar, a sfilare sotto le insegne di “Szolidaritàs/Solidarnosc”, o addirittura con cartelloni che paragonano l’anticomunista Orbàn al defunto leader comunista Kadar, e a invocare l’ “aiuto fraterno” non più dei carri armati sovietici ma degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.
Questo apparente paradosso non è del tutto incomprensibile se guardiamo alla situazione italiana, dove gli eredi del Partito Comunista, trasformatosi in PDS, DS e infine PD, hanno senza sosta imputato a Berlusconi, oltre all’incontenibile satirismo, gli eccessivi legami con la Russia di Putin che allontanavano il paese dal vincolo con gli USA (piccola digressione storica: forse non è un caso se l’ “eurocomunismo” berlingueriano, un sostanziale cedimento all’atlantismo mascherato da strategia politica, avesse ricevuto un certo credito oltrecortina proprio presso gli ungheresi) .
Similmente al caso italiano anche la geopolitica energetica potrebbe aver contribuito a screditare agli occhi degli USA e degli ambienti euro-atlantici il premier magiaro che, negli ultimi anni, aveva dimostrato interesse verso progetti energetici a partecipazione e guida russa, come il gasdotto South Stream, con un’inversione di rotta rispetto alla precedente politica di aperto appoggio al rivale progetto Nabucco, sponsorizzato da americani ed euro-atlantisti.
Viste le difficoltà e le tensioni politiche che attraversano la Russia è difficile che il governo Orbàn riesca in questo momento a trovare una solida sponda ad est, e non è anzi da escludere, anche se non vogliamo essere profeti di sventura, che in Ungheria si ripetano scenari “all’italiana”, con un Governo ancora dotato di maggioranza politica, e quella ungherese è schiacciante, costretto da indicatori finanziari in caduta (o in impennata) libera a farsi da parte a favore di “tecnici”.

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Per una più approfondita analisi dello scenario ungherese è opportuna una sintetica nota sulle posizioni di due partiti di opposizione al governo ma non allineati con la piazza “rivoluzionaria”: il partito di destra nazionalista “Jobbik-Movimento per un’Ungheria Migliore” e il piccolo ed extra-parlamentare “Munkaspart-Partito Comunista dei Lavoratori Ungheresi”.
Per quanto riguarda il partito Jobbik, che alle ultime elezioni si è piazzato al terzo posto con il 16,7% dei voti sfiorando i socialisti, si tratta di un movimento apertamente etno-nazionalista sorto da una scissione di giovani “innovatori” del partito “MIEP-Movimento Giustizia e Vita”, ora quasi scomparso e ridotto a piccola formazione di nostalgici della “Grande Ungheria”. L’elemento interessante di Jobbik, oltre alla tradizionale battaglia nazionalista per i diritti delle consistenti minoranze ungheresi in Romania, Slovacchia, Serbia e Ucraina, è i suo particolare progetto geopolitico, alternativo tanto all’atlantismo che al tradizionale eurocentrismo dei partiti della destra nazionalista europea, che mette in primo piano i rapporti con paesi come la Russia (nonostante i ricordi dell’occupazione sovietica), la Cina e il Giappone e che soprattutto propone, in nome della fratellanza etno-linguistica turanica (il magiaro è una lingua uralo-altaica come le lingue turco-mongole), un avvicinamento dell’Ungheria, il paese dei “discendenti i Attila”, alla Turchia e ai paesi dell’Asia Centrale turcofona. Il partito ungherese quindi, unico fra i partiti nazionalisti europei, è portatore di una visione del mondo per alcuni versi paragonabile a quella dell’Eurasismo russo.
Nel versante opposto dello schieramento politico si trovano i comunisti del Munkaspart, formato da quella frangia minoritaria del vecchio Patito Socialista Operaio Ungherese che non ha voluto seguire l’evoluzione (o involuzione) liberal-socialista degli attuali Socialiti magiari.
Il Munkaspart sostiene posizioni simili a quelle dei Comunisti russi di Zyuganov, è apertamente e radicalmente antiatlantico e antisionista e si dichiara vicino alla Bielorussia di Lukashenko, alla Corea del Nord e a quanto resta del nazionalismo arabo socialista.
Nonostante si tratti di un partitino extraparlamentare e nonostante la sua retorica marxista-leninista non lo renda certo appetibile ad un’opinione pubblica come quella ungherese si deve al Munkasprt un’interessante analisi dell’attuale crisi politica; secondo un loro comunicato (diffuso e tradotto dal sito Aurora : http://aurorasito.wordpress.com/2012/01/05/che-cosa-sta-realmente-succedendo-in-ungheria/ ) infatti lo scontro fra Orbàn e l’opposizione liberal-socialista non è fra “dittatura” e “democrazia”, ma fra due fazioni del sistema liberal-capitalistico che dal 1989 domina l’Ungheria: quella conservatrice impersonata da Orbàn e legata alla Germania e quella liberal-socialista al traino invece di Stati Uniti e Israele (non si tratta qui di complottismo ma dell’effettivo e consistente peso nell’ultimo ventennio).

IL PORCO E L’ORCO

montiUn tempo le situazioni difficili in Italia si concludevano a tarallucci e vino. Baci, abbracci e nessun inturgidimento preconcetto delle posizioni e degli organi primari o secondari, come da collocazione di Woody Allen (Il mio cervello è il mio secondo organo preferito). Poi venne Silvio e le vecchie tradizioni culinarie furono troncate. Culi e basta. Si cominciò così a sfottere, a fottere e a sbafare con ostriche, champagne e contorno di patatine più che cotte con la cotta per i suini gentili e miliardari. Tutto però a spese di Sua Emittenza, più noto negli ambienti “libero-scambisti” come Sua Intermittenza, a causa degli improvvisi cali di desiderio. Erano giorni tutto sommato tranquilli per l’Italia, non si alzava quasi nulla, dallo spread al c. di B.; le sole impennate degne di questo nome venivano dalle quotazioni di Mediaset in borsa e dall’audience ascendente delle reti del biscione. Era questa l’unica vera elevazione, negli affari e non nell’affare, che Berlusconi poteva vantare. Niente barra dritta per B, né nella vita politica, né dalla vita in giù, infatti Il suo apparato di gabinetto risultava floscio e senza capacità penetrative al pari del suo apparato da gabinetto. Del resto, sono convinto che la vera eccitazione per il cai-mano (calcando sulla mano avrebbe evitato guai) stesse nel comprare le ragazze più che nel trombarle, perché ciò lo faceva sentire onnipotente anche se ormai in preda all’impotenza sessuale.  Ma la sinistra era sdegnata da questo comportamento che segnalava la fine del mondo buono, l’abiezione etica, il decadimento dei costumi, la mancanza di ritegno, la disfatta della cultura, la degenerazione della specie. Quando comandavano loro queste cose non accadevano, salvo il fatto che si moltiplicavano le loro puttanate anziché le puttane e le manifestazioni di “genere”… sconcio come i gay pride. Lorsignori dovrebbero però spiegarmi come mai se a leccarsi dappertutto sono gay, lesbiche e travestiti , e per di più sotto gli occhi della folla, bisogna felicitarsi per l’avvento del libero amore mentre se lo fanno gli avversari politici nel chiuso delle loro ville sono dei corruttori della pubblica morale. Comunque, spargendo fango e sputando sentenze i censori, con l’aiuto del Capo dello Stato e degli eserciti puritani venuti dall’oceano, sono riusciti a disarcionare il porco e ad insediare l’orco. Oggi che vigono sobrietà, morigeratezza e castità sono forse finiti gli abusi? Forse quelli sessuali (ma non ci giurerei) attinenti al cosino privato ma continuano senza sosta quelli della cosa pubblica. Monti, difatti, non è uno che monta e smonta puledre ma a quanto pare non si sottrae al godimento notturno. In questo frangente parliamo di una cena parentale nel palazzo presidenziale nel giorno di chiusura. A capodanno ha invitato i suoi ad una festa in loden pagando in proprio le libagioni ma tenendo aperto il ristorante “da Chigi” e costringendo il personale, circa 50 persone, a restare in sede a spese dello Stato. Un comportamento simile lo aveva tenuto con il barbiere evidentemente appartenente allo stesso franchising governativo costretto ad aprire di domenica.  Ma ora nessuno si lamenta di niente perché Monti è serio e misurato, non come quel maiale di Berlusconi. Non è “verro”?

LA DECRESCITA DELL’INTELLIGENZA

latouche1237209551Avanza la crisi finanziaria, dimagrano i consumi, svaniscono gli eccessi che generano il necessario (Zola), si limitano gli sprechi che arricchiscono e si gonfiano le sproporzioni sociali che impoveriscono, rimpiccioliscono i desideri,  si miniaturizzano i sentimenti travolgenti, le ispirazioni illuminanti e le aspirazioni edificanti,  la voglia di costruire, di sognare, di rischiare. Allunga la foia di farsi astuti verso il basso e di sottrarre a man bassa sull’urgenza d’investire e di produrre. Quando la furbizia non incontra più limiti, quando l’ingannatore è sempre sicuro di farla franca, quando lo Stato si svuota di sovranità e di coraggio e si satolla di ladruncoli e truffatori, quando la corruzione diventa regola spudorata, quando la giustizia chiude tutti e due gli occhi anziché uno solo, quando la peggiore feccia antropica si accatasta nelle istituzioni, quando si concreta tutto questo scempio viene meno quel meccanismo virtuoso e creativo che rende fecondi i vizi umani, al pari delle tanto osannate e celebrate virtù. Questa decadenza economica e politica sta inficiando la morale e il morale del popolo italiano ormai bolso come i suoi pesanti e vetusti valori e più ristretto culturalmente dei suoi disossati orizzonti. L’intransigenza bacchettona, dopo aver fatto entrare tra le mura domestiche l’equino americano,  ha occupato lo spazio pubblico inghiottendo la realtà e le sue passioni, dalla gioia al dolore, rilasciando intorno soltanto feci esistenziali, scarti nichilistici e teoresi da mercatino dell’inservibile e da becero servilismo liquidatore del domani. Per questo sprofondiamo nella indifferenza e nella melma. In detta palude generale il  clima pestilenziale favorisce la riproduzione di ogni specie di succiasangue che assorbe la vita fino a scoppiare, accelerando l’incedere delle macerie e della distruzione. Ma i peggiori tra i parassiti che infestano il nostro misero ambiente sono proprio gli anticipatori della disfatta travestiti da santoni visionari, gli adulatori della frugalità ad intelligenza 0, i mercenari dell’antimodernismo col tablet in tasca e la pastorizia nel cuore, i frati scalzi della sobrietà pagata dalle tasse altrui, i rinnovatori energetici che ci ingrassano la bolletta e ci sottraggono risorse, i cavalieri della semplicità agreste senza sudore né odore perché appresa dalla televisione, gli incensatori del calore comunitario che predicano il ritorno al passato in quanto incapaci di vivere il presente e di pianificare l’avvenire. Intellettualacci che vendono retorica e comprano cibi biologici di nome ma non di fatto, filosofastri anelanti all’esodo ma costantemente tra i piedi a predicare l’orticello nel bel mezzo della metropoli,  i depravatori a basso consumo di idee e massimo sperpero di frasi fatte, i corruttori della gioventù che  per aumentare il prezzo sulla copertina dei loro libri inutili usano carta riciclata e pensieri spazzatura,  gli invasati fondamentalisti che vorrebbero ridurci allo stato brado per far discendere in terra la loro fede ecologista, i propugnatori della morigeratezza che chiedono a gran voce di accontentarsi di poco perché loro hanno già tutto. Costoro, se fossero davvero coerenti, dovrebbero imprimere le loro profezie fasulle sulle pareti delle caverne, mandare in giro piccioni viaggiatori per far conoscere la loro buona novella ed utilizzare la macchina dei Flinstone per recarsi alle conferenze sul riscaldamento globale ed il surriscaldamento cerebrale. La decrescita felice è il solletico che i rivoluzionari della rapa fanno ai rapinatori del capitale, illudendosi di poter mettere a tacere i cannoni con i loro fiori. Alla ciarlataneria di un Serge Latouche che qualche giorno fa sull’Espresso ancora evangelizzava, contro ogni evidenza e decenza, sulla lenta uscita dal capitalismo per raggiunti limiti del suo sviluppo, con successivo ed idilliaco avvento di un’epoca di affettività e amore reciproco, preferisco la brutalità realistica di un Giuliano Ferrara, dura da digerire ma lontana dal provocare stitichezza industriale e depauperamento collettivo.  Ferrara ha affermato “di voler prendere per il collo  ogni odiatore snob del denaro, della mercificazione, del marketing, della pubblicità e del superfluo eppoi costringerlo a dare l’assalto ai saldi come i milanesi di Manzoni davano l’assalto ai forni… Facciamo colossali esercizi di nevrosi depressiva e moraleggiante, quando invece si trat-terebbe di santificare ogni giorno la passione, il furore e la fantasia di avere cose, di alimentare il famoso circuito denaro-merce-denaro (DMD nella versione marxiana). Coltiviamo invece una men-talità fintamente agropastorale, idilliaca, a spese della realtà, che poi si vendica con gli strumenti tipi-ci del capitalismo finanziario, da Lady Spread alle quotazioni di Borsa stagnanti o calanti, fino alla demenziale rincorsa della spirale del debito inestinguibile senza la produzione di nuova e crescente ricchezza, principalmente a mezzo del Dio o del Diavolo dei consumi”. Non condivido ogni parola ma mi rendo conto di vivere in questo mondo dove se non ci si attrezza per le battaglie economiche e le guerre politiche con i mezzi esistenti si finisce alle ortiche. Proprio dove vorrebbero portarci i decrescisti prima del tempo, facendo un favore a chi non aspetta altro che seppellirci in campagna. Meglio stare lontani da questi coltivatori di fandonie i quali, consapevolmente o meno, vogliono condurci alla carestia sociale.

SCEGLIERSI LE ARMI

Stiamo assistendo all’ennesimo inquietante capitolo di un attacco spudorato al nostro Paese. E’ il momento in cui l’insieme delle forze nemiche del nostro interesse nazionale serrano le fila, si annusano, si accordano e tracciano un terreno comune su cui delineare le linee di massima di un piano di azione che mette naturalmente la sordina a quelle urlate sfumature divergenti spacciate (come nel caso dei partiti) per somme ed identitarie differenze, non solo politiche.
Eppure questo è in primis un altro assoluto momento di verità. Di un momento, cioè, nel quale in maniera sempre più evidente si manifestano e si consolidano i fattori più significativi e caratterizzanti l’autentico quadro della realtà politica. Un quadro che non può sfuggire alla vista di quanti non sono fortunatamente in fila al museo delle falsità e delle dabbenaggini dove giganteggia l’arazzo raffigurante uno scenario superficiale ed ingannatore che è opera insieme sia dei circoli politico-intellettuali dominanti sia dei variegati gruppi del pensiero sedicente alternativo.
Non interessano richiami autocelebrativi – non ci appartengono e per di più a fronte di un’altra triste pagina italiana – ma si consenta un doveroso riconoscimento alle ragioni e all’impegno su tutti di Glg e poi del nostro gruppo-blog  e di pochi altri che hanno condotto e conducono un lavoro di indagine e di pensiero fuori da angustie ideologico-faziose e da schemi concettuali preordinati (pro e contro che siano) senza profondità e di superficiale intellettualismo inconcludente. Ebbene, i fatti ci hanno dato ragione. Al netto di un naturale margine di errori e imprecisioni, l’impianto teorico ed il quadro delineato con dentro determinati personaggi, fatti e poteri hanno consentito un’elaborazione prospettica puramente politica (nel senso pregnante del termine) che scava nelle forme, nelle dinamiche, nelle manovre (anche golpiste) del potere conflittuale, con una netta impronta di realismo a sicuro riparo da riduzionismi e complottismi turbo-univarsali faciloni o extrasensoriali. Del resto, di questi ben si avvalgono – al fine di rafforzare le proprie posizioni – politici, intellettuali e giornalisti espressione del pensiero dominante e delle forze costituite.
Crediamo si debbano avere dei punti fermi nel momento in cui ci si lanci in un sforzo analitico, sforzo che incontra oggettive difficoltà in merito a ciò che accade e figurarsi per ciò che accadrà.
Siamo all’impasse sul presente e qualsiasi spunto predittivo rischia di scivolare nell’inconsistente o nel vaneggiamento, specie se non si ci sofferma, a mio avviso, su taluni fattori che possiamo dedurre dallo sguardo al passato, ma filtrati nella mutante contemporaneità.
Del resto, tutto scorre e le cristallizzazioni o anche solo schemi e categorie interpretative sono pur sempre strumenti cui l’uomo è gioco forza mosso ad utilizzare. Tuttavia, la particolarità necessaria è costituita dal non crearsi un armamentario di schematizzazioni, riserve mentali, pre-giudizi, paletti, chiusure precostituite o altro simile.
Chi ancora si barcamena tra afflati mistico-ideologici e insuperabili trincee, tra verità rivelate e indefessi criteri di lettura e svelamento della realtà, potrà certo ungersi ancora di inebriante o rilassante auto-soddisfazione intellettuale – che tutt’al più può servire a sentirsi appagati e venir buona per dir sempre di aver ragione perché le cose che accadono non sono mai quelle volute – ma rimarrà mestamente infingitore di se stesso.  Per la verità, in buona compagnia dei cattivi maestri infingitori ascesi ai laici pulpiti per propinare visioni e concettualizzazioni che sarebbe ora ci si rendesse conto quanto siano faziose.
La faziosità – cosa diversa dall’avere proprie posizioni e dall’esser semmai schierati – è reazione. La reazione o non vuol convincersi della realtà o vuole storpiarne il senso.
Ma si manifesta con inquietante insistenza anche il fenomeno dell’ “andare contro” come cifra del proprio impegno intellettuale o militante. Praticamente, si giunge ad una accozzaglia multiforme di tutto ciò abbia la pretesa, fondata o meno, di rappresentare un’espressione critica negativa nei confronti dello stato di cose corrente. Si giunge, nelle forme più eccitate, a prender per buono e utile qualsiasi polemica rechi con sé un non so che di protesta o di diversità tale da far sì che ci si possa sentire sempre dalla parte della giusta battaglia.
Nelle manifestazioni più intense, ciò è certamente una costante del populismo e dell’antipolitica, ma anche in quelle più avvedute, accorte e che serbano intenti selettivi è ricorrente l’inconsapevole scivolamento verso l’inconsistenza e la contraddittorietà. Vien fuori che si sommino o si cerchi di sovrapporre posizioni che di fatto si escludono l’un l’altra. Non si tratta dell’intelligente scelta di cogliere elementi di analisi e spunti di riflessione in personaggi o comunque fonti ritenute valide, ma si tratta di una grave carenza strutturale che affligge singoli o gruppi ansiosi più di ammassare che di filtrare e rielaborare. E’ la carenza, cioè, di una base teorico-analitica fondata, la quale ponga in cima il bisogno di capire prima di schierarsi o proporre, di interrogarsi prima di declamare.
Questa situazione ha una radice sicuramente nel disfacimento del panorama politico, del pensiero critico, nell’incertezza dettata dalla complessità dei tempi e della conformazione sociale. Si parla sovente della crisi del pensiero politico sorta dalla cosiddetta fine delle ideologie, eppure il punto non è di costruirsi una rappresentazione immobile o meccanicistica, magari poggiante sui ferri vecchi di presunti grandi obiettivi ideologici di massa o sulle facili rappresentazioni che vengono dal “mondo della contestazione”.
Il punto è inquadrare, senza infruttuose contraddittorietà, le linee di fondo che innervano l’ordine della realtà. La teoria si desume dalla realtà. La lettura delle contingenze, se non poggia su di un fondato criterio di rilevazione e su di un fondato impianto analitico, finisce per assumere caratteri ora errati, ora grotteschi, ora persino illusionistici.

RAMMOLLIMENTO CEREBRALE IN ATTO 2 gen ‘12

Quanto si sta verificando in questi giorni è piuttosto significativo; direi che è in oblio il senso della razionalità. L’Alzheimer ha probabilmente colpito politici, giornalisti, ceto intellettuale, mentre i parassiti dell’economia e finanza celebrano i loro nefasti sulla pelle di tutti noi. Prendiamo un esempio soltanto per non strafare: la telefonata della Merkel a Napolitano, riportata in un certo modo dal Wall Street Journal, giornale che non si potrà certo accusare di filoberlusconismo, essendo semmai di orientamento contrario all’ex premier. Dico subito che nemmeno io credo che la telefonata si sia svolta nei precisi termini indicati dal giornale finanziario (peraltro uno dei più importanti degli Usa e del mondo). Comunque, si deve prendere atto che il Quirinale (seguito pedissequamente e in modo scialbo e piatto dalla Cancelleria tedesca) non ha smentito la telefonata, ma solo il contenuto della stessa: non si sarebbe parlato di Berlusconi, ma della politica italiana in Europa e argomenti affini.

Penso si sia fatto qualche accenno (e forse più che un accenno) al premier ancora in carica all’epoca della telefonata, ma sono convinto che non vi sia stata alcuna pressione della Merkel su Napolitano affinché procedesse alla rimozione e sostituzione del nostro capo di governo di allora. Dico questo, però, solo perché il presdelarep non prende ordini dal cancelliere tedesco, ma da ben altra autorità più potente (e più lontana…..spazialmente). Difficile comunque credere che non si sia parlato per nulla di Berlusconi; tuttavia, è assai più probabile che la Merkel abbia semplicemente suggerito di seguire i “consigli” di Obama. Nemmeno su questi ultimi è però facile avere idee precise, tenuto conto di quella sceneggiata svoltasi qualche mese prima: Berlusconi si avvicina ostentatamente al presidente americano, in modo da farsi notare e sentire dalla stampa, e gli dice, apparentemente senza gran ragione, che egli è perseguitato in Italia. Obama risponde (risposta riportata da Palazzo Chigi e mai smentita dalla Casa Bianca): “non caschi o, se caschi, caschi in piedi”.

Da prima ancora di questo “fatterello” (su cui gli imbecilli di “sinistra” hanno imbastito il solito antiberlusconismo da decerebrati), avevo sostenuto – diciamo dal 14 dicembre del 2010 – che l’ex premier si era ormai genuflesso davanti al presidente americano e alla sua nuova strategia, scatenatasi poi in tutto il suo “fulgore” l’anno successivo con sobillazioni e aggressioni a paesi arabi ed eccidi della loro popolazione, usando largamente di proni sicari (fra cui appunto l’Italia); con omicidi individuali (Bin Laden ad esempio), ecc. I risultati della genuflessione si sono progressivamente visti, perfino in riferimento all’andamento dei processi all’ex premier. Resto convinto che comunque il cambio di governo sia stato concordato con lo stesso Berlusconi; e credo che questi non oserà – a meno che impreviste circostanze non inducano i vertici statunitensi a preferire i suoi servigi piuttosto che vedere naufragare la politica di semicolonizzazione dell’Italia – ripresentarsi quale candidato premier in futuro. Non si ritirerà però dalle scene perché ormai, così prono ai voleri Usa, è senz’altro ancora utile, se non altro per non lasciare “libero” un così alto numero di elettori che potrebbe “sbandarsi”; come accadde, lo si ricorderà, dopo che “mani pulite” aveva distrutto Dc e Psi su commissione americana e confindustriale. Gli elettori di quei partiti, infatti, si riversarono su Berlusconi, vanificando il progetto di assegnare il governo – con instaurazione di un vero nuovo regime completamente controllato dagli Stati Uniti e dai parassiti industrial-finanziari italiani al loro seguito – ai rinnegati del Pci, passati di campo verso l’atlantismo già dagli anni ’70 e in particolare dopo un ben noto viaggio nel 1978.

Dati tutti questi precedenti, non mi sembra credibile che la Merkel abbia quasi ordinato a Napolitano di liquidare Berlusconi. Ripeto che, a mio avviso, hanno parlato della faccenda (evidentemente già in piedi, nascostamente, almeno dall’estate), ma non nel senso riportato dal WSJ. Hanno con tutta probabilità discusso soprattutto di politica italiana nell’ambito UE. Nessuno sembra rendersi conto che questo solo fatto è in ogni caso un reale vulnus arrecato alle istituzioni italiane. Né Germania né Italia sono repubbliche presidenziali; il capo dell’esecutivo non è il presdelarep come negli Usa e in Francia. Se la Merkel avesse telefonato verso questi due paesi, sarebbe stato normale rivolgersi a Obama e Sarkozy per discutere di politica estera (ed economica) dello Stato. In Italia, il cancelliere tedesco aveva l’obbligo di telefonare proprio a Berlusconi per affrontare questioni attinenti esclusivamente alle prerogative dell’esecutivo. Non averlo fatto – e una volta che l’accadimento è stato rivelato dalla stampa e ammesso dal Quirinale, giacché la smentita ha riguardato l’argomento della rimozione di Berlusconi – esigeva, da parte di un esecutivo dotato di minima dignità nazionale, una vibrata protesta diplomatica all’indirizzo del governo tedesco ed un almeno implicito richiamo al presdelarep a mai più ledere i principi della Repubblica parlamentare italiana; bisognerebbe ricordare a qualcuno che la Monarchia Savoia non esiste più dal giugno del 1946.

Nulla di tutto ciò è avvenuto e la credibilità delle istituzioni repubblicane ha ricevuto un indubbio colpo di portata non irrilevante. Non certo per la nostra popolazione, che mi sembra sempre più confusa e incapace di intendere e volere. Tuttavia, dati avvenimenti deleteri si pagano per altre vie. In tal caso, tramite la nostra semicolonizzazione, il trasferimento di ricchezza dagli strati inferiori verso una estrema minoranza della popolazione, quella già molto più che benestante (e del tutto parassitaria), e in direzione di paesi che hanno avuto l’avvertenza di mantenere in piedi i loro settori più avanzati, sviluppando una politica estera comunque meno passiva, magari di poco (come Germania e Francia), della nostra, ormai affetta da servilismo acuto. Per non parlare della nostra stretta dipendenza dagli Stati Uniti, in particolare in questa congiuntura storica caratterizzata dalla loro nuova strategia, attribuita spesso a Brzezinsky.

Vorrei, per concludere, essere molto chiaro. Non sono affatto favorevole – non nell’attuale fase attraversata dalla politica mondiale – alle forme dette democratiche (che sono solo apparenza). Preferirei una “tirannia illuminata” per non meno di una decina d’anni. Illuminata nel senso di una politica estera di autonomia nazionale; estremamente radicale, tuttavia, nei confronti dei gruppi economici e politici di tradimento antinazionale, che andrebbero debellati con una drastica repressione ed una sorta di microchirurgia di grande finezza e precisione. Se pongo in luce le gravi inadempienze relative alla sedicente democrazia “rappresentativa”, è solo perché soprattutto il “ceto medio semicolto”, base elettorale della “sinistra di tradimento”, attacca sempre gli altri in quanto antidemocratici, urla da vent’anni contro l’avvento di un fantomatico fascismo, mai neppure intravisto. Questa gentaglia, con cui è inutile intavolare una qualsivoglia discussione, vede il famoso fuscello nell’occhio altrui e non la gigantesca trave rappresentata dal comportamento del suo “campione”, uomo dai molteplici “travestimenti” (filosovietismo, eurocomunismo, atlantismo e appoggio ai “poteri forti” dei “cotonieri” legati allo straniero statunitense, ecc.) alla guisa di un Fregoli dei nostri giorni.

E’ contro questi finti “democratici” e reali faziosi ottusi e obnubilati che mi premuro di ricordare i recenti fatti lesivi delle istituzioni di una Repubblica parlamentare e non presidenziale. Per il resto, resterò sempre convinto della necessaria – ripeto: per almeno dieci anni – instaurazione di un regime fortemente autoritario nel senso della difesa nazionale e della repressione di coloro che vi si oppongono perché asserviti allo straniero. In assenza della possibilità (attuale) di tale operazione, non vi è dubbio che ci si debba rassegnare alla miseranda fine di questo paese, in quanto entità economica e sociale autonoma, almeno per un’intera generazione.

 

PS Va aggiunto che non appena il presdelarep tirò fuori dal cilindro il nome di Monti (già preparato in anticipo; lo ripeto, almeno dall’estate), e lo nominò subito intanto Senatore a vita con ulteriore frettolosa forzatura, prima ancora che gli fosse assegnato ufficialmente l’incarico di formare il governo telefonarono le loro congratulazioni a Napolitano Obama, Sarkozy e Merkel. Le congratulazioni dovevano invece essere rivolte a Monti nel momento in cui avesse ottenuto la fiducia in Parlamento, diventando così ufficialmente primo ministro. Se nessuno protesta per queste clamorose violazioni di ogni normale prassi nei confronti di un paese sovrano (perfino solo formalmente), significa che si è toccato il fondo della sottomissione da parte dell’intera “classe” detta dirigente, una semplice “borghesia compradora” che esprime un ceto politico di asserviti ad una potenza straniera colonizzatrice. 

 

UNA PROPOSTA KEYNESIANA DALL’ESTREMO ORIENTE

Sul Sole 24 ore del 29.12.2011 è apparso un articolo, di Stefano Carrer, che introduce alle tesi economiche di Richard Koo, capo economista del Nomura Research Institute di Tokyo, teorico della recessione da balance sheet (1). Secondo Koo la recessione da balance sheet – che ebbe l’esempio massimo in Giappone – differisce da quella ordinaria perché i soggetti economici privati – invece di cercare di massimizzare i profitti in base ai dettami dell’”economica” ortodossa – tendono a minimizzare il debito per riparare ai guasti della loro situazione patrimoniale dopo lo scoppio di una bolla di “asset”. Koo ci aiuta con un esempio espresso in forma didattica:

<<Se una famiglia ha un reddito di mille euro e risparmia il 10%, in teoria i 100 euro risparmiati saranno presi dal settore finanziario e prestati a chi li userà per il meglio facendo muovere l’economia. Se la domanda per questi 100 euro è insufficiente, i tassi di interesse saranno abbassati per incentivarne la richiesta; se eccessiva, i tassi saliranno. Ma se tutto il settore privato è concentrato a minimizzare il suo debito, non ci saranno richieste per questi 100 euro anche in un contesto di tassi zero: nell’economia circoleranno solo i 900 euro spesi e confluiti nel reddito di qualcun altro. Se però anche costui risparmia il 10% solo 810 euro saranno spesi. Poiché il ripristino di una sana situazione patrimoniale richiede molti anni , anche quei 90 euro non saranno erogati in credito, e l’economia si contrarrà a 810 euro, poi a 730 e così via >>.

Cercando di tradurre, in qualche modo, il discorso di Koo mi pare che esso vada a spiegare  una situazione che vede imprese e famiglie fortemente indebitate e in cui predomina, di conseguenza,  una alta propensione marginale al risparmio; la tendenza al ribasso dei consumi e degli investimenti comporterà un effetto praticamente inverso rispetto a quello prodotto dal moltiplicatore nel modello keynesiano: si avrà così una sorta di moltiplicatore col segno negativo con conseguenze “recessive” sul reddito aggregato . Con un debito aggregato (debito pubblico + debito privato) particolarmente elevato e in una situazione lontana dall’ “equilibrio” (sempre “teorico”) – che sarebbe caratterizzato da una situazione in cui l’investimento è pari al risparmio privato più il risparmio pubblico – parrebbe necessario aumentare le entrate fiscali e diminuire la spesa pubblica per compensare i diminuiti investimenti nel settore privato mediante una accumulazione tale da permettere, successivamente, l’incremento degli stessi da parte dello Stato. Per l’economista giapponese, però, rimane preferibile l’opzione che vede lo Stato attivarsi per prendere a prestito il risparmio privato eccedente per, poi, utilizzarlo in spese per investimenti e per stimolare i consumi, nonostante il conseguente aumento del debito pubblico. A questo riguardo Carrer scrive:

<<Lo ha fatto il Giappone tra il 1990 e il 2005: con un aumento del debito pubblico di 460mila miliardi di yen ha finito in sostanza per “comprare” Pil per 2 milioni di miliardi di yen: un bell’affare, insomma>>.

Ma la domanda che tutti ci facciamo subito, al riguardo, concerne la possibilità che quanto accaduto  in Giappone fino al 2005 possa avvenire nell’ Europa attuale dopo l’insorgere della crisi globale a partire dal 2008. E’ lecito dubitare che in una situazione come quella attuale l’aumento della spesa statale, soprattutto limitata ad un singolo Paese, possa generare crescita in quello stesso paese ed evitare, inoltre, una pericolosa deriva inflazionistica. Ma  a questo proposito Carrer cita testualmente Koo:

<<Se i deficit fiscali vengono compressi al 3% del Pil, la parte di risparmio privato eccedente costituirà una dispersione al flusso del reddito e creerà un gap deflazionistico finché l’export non aumenti in modo sostanziale[…]il Pil spagnolo rischia di contrarsi del 3% circa all’anno finché il settore privato sarà così stremato da non poter più risparmiare>>.

Koo insiste, insomma, sul fatto che quando si entra in recessione da balance sheet è sbagliato focalizzarsi solo sui deficit di bilancio ignorando i surplus del risparmio privato e il deleveraging (2) bancario. Secondo l’economista giapponese il contrasto in Europa si risolve in una contrapposizione tra chi auspica che la Bce diventi prestatore di ultima istanza e chi, come la Germania, si oppone discutendo di “azzardo morale” e di rischi inflazionistici e proponendo l’imposizione preliminare di un risanamento fiscale ai Paesi più indebitati. Koo ritiene che Draghi si stia districando abbastanza bene mentre le sue critiche, come tanti altri commentatori, si concentrano sulla Merkel e sull’Eba, ma soprattutto su quest’ultima, che sta costringendo ad una forte ricapitalizzazione le banche europee limitando ancora di più le possibilità di credito all’economia “reale”. E a tale proposito egli ritiene che per limitare la stretta creditizia generalizzata (il credit crunch), ormai già in atto, potrebbe essere efficace una iniezione diretta di capitali pubblici negli istituti bancari e ancora, nel medio termine, propone addirittura che solo gli investitori dei singoli paesi possano comprare titoli pubblici emessi dal loro governo, evitando così che la fuga verso i Bund impedisca agli altri Stati di reinvestire il surplus di risparmio nazionale per combattere la recessione. Per quanto mi è possibile capire questa impostazione che ha reso molto popolare Richard Koo anche in Europa, è una riproposizione del keynesismo adattata alle forme specifiche della lunga depressione in cui siamo immersi. E’ inevitabile che ad una politica economica deflazionistica e recessiva focalizzata  sulla “postulata” necessità di ricondurre i debiti pubblici dei vari paesi alla “sostenibilità” e “credibilità”, soprattutto in Europa, si oppongano delle ragionevoli risposte e delle proposte alternative che  – al di là del loro valore teorico e della loro possibile efficacia pratica – presentano ricadute politiche e sociali potenzialmente alternative e capaci di indirizzare i rapporti di forza tra paesi pre e sub-dominanti – nelle varie aree “regionali” della formazione sociale globale –  in maniera tale da produrre “conflitti di interesse” tra i gruppi dominanti dei vari Paesi (e all’interno degli stessi).

(1)<<Breve schema riassuntivo di un bilancio d’esercizio relativamente alle parti: stato patrimoniale e conto economico>> oppure anche solo <<stato patrimoniale>>. << Il bilancio d’esercizio è l’insieme dei documenti che un’impresa deve redigere periodicamente, allo scopo di rappresentare in modo veritiero e corretto la situazione patrimoniale e finanziaria nonché il risultato economico della società>>. – Da Internet.

(2)<<In economia aziendale il leverage o rapporto di indebitamento è un indice utilizzato in ambito finanziario per misurare la proporzione fra il capitale proprio e quello di terzi del totale delle risorse utilizzate per finanziare gli impieghi di un’impresa>>. Da Wikipedia

Mauro Tozzato           01.01.2012

 

E VENGA IL CAOS

Ha detto Monti che i conti torneranno. Invece, tutta l’aristocrazia del denaro e i baroni della crapula a spese dello Stato non sono mai andati via, non si sono mai staccati dai propri privilegi mentre l’Italia veniva infilzata dallo spread e dai mercati. I nobili ed i notabili decadenti ed improduttivi, per non decadere del tutto, si sono messi a disposizione dei principi stranieri offrendo l’appoggio di  un governo collaborazionista che toglie a chi lavora per dare al parassita ed al liquidatore di beni strategici. Gli sciamani della salvezza nazionale per rimediare ai nostri malanni economici sono arrivati ad invocare ed ottenere l’ascesa al potere degli déi minori della finanza ristretta e della piccola accademia locale nella convinzione di poter placare, per affinità parentale, l’ira delle divinità mondiali onnipossenti che già ci colpivano con le loro saette geopolitiche. Il risultato è che ora arrivano fulmini da tutte le parti. I dioscuri Napolitano e Monti sono i principali responsabili di questa punizione apocalittica. Stanno realizzando un sacco contro la patria, con scasso della sovranità nazionale, celando la loro manovra con i rituali della responsabilità e con le astruse formule tecniche che anziché segnalare la loro competenza indicano soltanto la loro arroganza. Il Paese non è più in grado di decidere per se stesso, riceve ordini dall’estero via telefono (ma soprattutto telepaticamente) e rinuncia alla sua indipendenza per potersi affiancare al tavolo dei prepotenti in posizione defilata e riversa. Prega in ginocchio per non essere ulteriormente percosso ma la posizione assunta non ispira nessuna pietà negli aguzzini. Questa condizione di minorità internazionale non ci porterà da nessuna parte perché dell’Europa, senza coraggio e coscienza, concepita dagli Usa come un cuscinetto, noi siamo diventati il misero lettino. A brandelli sulla branda in cui siamo stati legati ogni giorno gli avvoltoi vengono a mangiarci il fegato e la speranza. E’ vero quanto dicono molti analisti e cioè che questa crisi non può essere risolta esclusivamente dall’interno in quanto la sua natura è sovranazionale. Anzi, più ci diamo dentro con sacrifici ed immolazioni sull’altare della borsa più bruciamo le nostre possibilità di ripresa. Tuttavia, il fulcro del problema non è monetario, non dipende dalla debolezza dell’euro, dall’assenza di una linea fiscale unitaria, dal ruolo della BCE ecc. ecc. Semmai questi sono gli effetti infausti di una inesistente integrazione comunitaria che copre il vuoto politico intorno a cui il Continente ha costruito il suo tempio comune. Le catene che ci tengono stretti a Bruxelles sono dunque immaginarie, non esistono anche se tintinnano, eppure non riusciamo a muoverci ed a spezzare l’incantesimo. Più dei catenacci europei sono le nostre gambe inferme e pesanti ad impedirci di scattare fuori da questo incubo chiamato Ue, mentre i nostri “partners” cercano di coprirsi dalle raffiche sistemiche conciando la nostra pelle. L’unica forza politica che non si è accodata alla processione dei partiti col capo cosparso di cenere, al corteo dei finti cordoglianti che funeralizzano il futuro del popolo italiano è la Lega. Forse più per calcoli elettorali che per sincero sentimento sociale. Ad ogni modo le sole “bestemmie” contro i semidei del semistato che hanno semi-distrutto la Costituzione innalzandola più in alto per affossarla meglio sono uscite dalle bocche dei torvi federalisti. Calderoli ha praticamente chiesto l’impeachment di Napolitano anche se per la strada arzigogolata di una Commissione d’inchiesta parlamentare. E sono stati altri colleghi dell’ex ministro, verdi non più come leghisti ma ormai solo come marziani rispetto ai mutanti istituzionali lobotomizzati dalla tecnica, a sollevare più volte il conflitto d’interessi e ad attirare l’attenzione sugli addentellati di Monti con massonerie e poteri marci mondiali. Se il movimento di Bossi non si fosse fatto corrompere così a lungo dall’aria pestilenziale romana ci sarebbe da augurarsi che le minacce separatiste riuscissero finalmente ad incanalarsi in un seguito di piazza e di tumulto. Chissà che non sia proprio lo spauracchio più temuto degli ultimi decenni, quello della secessione, a diventare la scintilla di un sommovimento col quale innescare tendenze di malcontento e di rivolta in tutta la Penisola, da nord a sud. Fino al disordine generale. Dopo il casino berlusconiano e il casinò montiano col banco che perde sempre chiediamo il caos ingovernabile anche per il protettorato che ora sta giocando di sponda con le potenze estere per assicurarci una lenta e dolorosa agonia. Il crollo totale sta diventando un auspicio, proprio come nei primi anni del secolo scorso allorché, da Salvemini a Bordiga, si sperava che qualcuno o qualcosa spazzasse via lo Stato liberale ormai marcio nella fondamenta.  Abbiamo superato il punto di non ritorno e gli iettatori di gabinetto tentano ancora di raggirarci con i conti da far tornare. Meglio che venga giù tutto per provare a ricostruire il tempo e lo spazio di un’ Italia libera e padrona del suo destino.

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