ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE PROPOSTE ISTITUZIONALI (PER LA UE) DEL PROF. FABBRINI

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In un articolo, del 30.04.2017, che parla delle prospettive politiche europee Sergio Fabbrini introduce alcune considerazioni sull’assetto istituzionale della Ue. Mi pare che riassuma abbastanza bene le obiezioni che vengono portate avanti da quei liberali che, preoccupati per la deriva identitaria e nazionalistica che ha portato alla crescita di forze politiche dette populiste, pensano sia necessario intervenire in senso riformista. Soprattutto se, magari non subito ma in prospettiva, si realizzasse una situazione in cui la maggioranza dei governi Ue fosse orientata in senso nazionalista e sostanzialmente anti-europeista. Tenendo conto anche del fatto che, secondo il professore, già ora esiste un gruppo consistente di primi ministri (come Viktor Orban e Beata Szydlo) che “criticano e sfidano l’Ue (di cui peraltro sono beneficiari netti)”. Fabbrini così espone, poi, in maniera sintetica la problematica relativa alla questione istituzionale:
<<Con il Trattato di Lisbona del 2009, il Consiglio europeo è diventato l’esecutivo politico (collegiale) dell’Ue, in particolare nei settori di policy tradizionalmente al cuore della sovranità nazionale (come la politica di difesa e di sicurezza, la politica dell’ordine interno, la politica fiscale). Tuttavia il Consiglio europeo è un’istituzione auto-referenziale, in quanto non ha alcun bilanciamento istituzionale (in particolare dal Parlamento europeo). Quest’ultimo potrà essere informato circa le decisioni prese dal Consiglio europeo, ma non dispone di alcun potere di sanzione nei loro confronti. La Commissione e il suo presidente (che partecipa alle riunioni del Consiglio europeo) dovranno quindi supervisionare l’applicazione, volontaria, di quelle decisioni da parte degli stati membri. Sembra di essere ritornati alla monarchia assoluta (seppure collegiale), la quale informava gli stati generali sulle sue intenzioni, ma questi ultimi avevano solamente il potere di ascoltare, eventualmente domandare, ma non di approvare. Non pochi capi di governo sostengono che essi, dopo tutto, sono responsabili verso i loro parlamenti nazionali, dimenticando però di aggiungere che, quando decidono a Bruxelles, lo fanno come un organo collegiale e non già come una somma di individui. Occorrerebbe che 27 parlamenti nazionali (e le migliaia e migliaia di membri che li costituiscono) si riunissero insieme regolarmente per controllare il Consiglio europeo. Una possibilità impossibile. L’esito è un Consiglio europeo privo di bilanciamenti esterni, ma con idiosincrasie nazionali all’interno. Come si possono mettere al riparo le decisioni europee da quelle idiosincrasie?>>
Le due opzioni alternative che Fabbrini tiene immediatamente in considerazione per modificare, in qualche modo, questo quadro istituzionale incoerente appaiono, però, poco praticabili nelle condizioni attuali. La prima porterebbe a trasferire tutto il potere decisionale nella Commissione, facendo del Consiglio europeo la camera legislativa più alta di rappresentanza degli stati, portando così però ad una sorta di “declassamento del ruolo dei capi dei governi nazionali. La seconda consisterebbe nell’eleggere direttamente il presidente del Consiglio europeo. Una scelta del tutto incompatibile con un’unione asimmetrica di stati, che non solo favorirebbe gli stati più popolosi a danno di quelli più piccoli ma all’interno dei primi potrebbe addirittura mettere in questione la consolidata leadership franco-tedesca. Ma il politologo della LUISS non può evitare di accennare anche ai motivi per cui la metà degli elettorati nazionali è (divenuta) anti-europeista. La sua risposta è che, anche ammettendo che in quella metà dell’elettorato ci sono forze sociali e culturali che si riconoscono esclusivamente nello stato nazionale, l’anti-europeismo di quell’elettorato è stato alimentato anche dagli insuccessi delle politiche perseguite dall’Ue negli anni delle crisi:
<<Nel sud dell’Europa, lanti-europeismo è il risultato degli effetti sociali della crisi dell’euro e della incontrollata crisi migratoria. Nel nord, è stata la seconda crisi, più che la prima, a favorire l’anti-europeismo. In paesi come la Francia, si è aggiunta anche l’insicurezza generata dagli attacchi terroristici. A queste specifiche crisi, l’Ue ha risposto in modo debole e incerto>>.
Ma il professore liberale di fronte a questi problemi è incapace di dare una risposta adeguata quando ritiene realistica, in queste condizioni, la federalizzazione delle politiche della sicurezza, di quella migratoria e di quella fiscale. Un bilancio e una spesa pubblica unificata anche per la sola zona euro è pura fantascienza. Caro Fabbrini, anche tu in realtà ne sei consapevole, c:è sempre la politica al posto di comando, soprattutto in questa fase in cui la dinamica del multipolarismo è in pieno sviluppo. Credo poi, ma non con assoluta certezza, che con l’espressione crisi dell’euro il docente faccia riferimento alla consueta analisi della situazione che vede, a partire dall’esplosione della crisi economica globale nel 2008, la creazione di un forte aggravamento dei debiti sovrani, dovuti alla combinazione delle misure straordinarie prese per sorreggere il sistema finanziario e ai i forti squilibri, presenti già da tempo nelle finanze pubbliche di molti Paesi del mondo occidentale. E molti Paesi europei presentavano già conti pubblici in passivo ed una scarsa competitività dell’economia nazionale, fattori che renderebbero particolarmente incerta la loro capacità di ripagare il debito pubblico accumulato. In realtà, più sobriamente, la grande depressione (o stagnazione secolare) del XXI secolo è stata caratterizzata da una bassa crescita nei paesi di più lunga industrializzazione e di un rallentamento, spesso anche consistente, negli emergenti meno competitivi a livello globale a cui ha fatto seguito l’introduzione di politiche monetarie che hanno portato a forti immissione di liquidità tese a scongiurare la deflazione e a stimolare la ripresa in presenza di margini di manovra quasi inesistenti riguardo alla leva fiscale. Ma anche tutte queste considerazioni “economicistiche” vanno, naturalmente, sempre inquadrate nelle visione più generale che questo blog ha sempre proposto riguardo alle relazioni internazionali e alla dialettica amico-nemico della guerra politica su scala nazionale e globale.
Mauro Tozzato 01.05.2017

RITAGLI DI GIORNALE SULLA SITUAZIONE IN MEDIO ORIENTE

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L’esperto di geopolitica Giampiero Venturi il 23.02.2017 scriveva:

<< La voce viene direttamente dagli USA, prontamente rimbalzata dalla testata iraniana PressTv. Secondo Scott Rickard, analista ex intelligence USA, gli Stati Uniti starebbero stringendo i tempi per evitare che rimangano evidenti prove del loro coinvolgimento nella creazione e nell’addestramento delle milizie dello Stato Islamico, avvenuti a partire dal 2012. A conferma dei sospetti di Rickard ci sarebbe l’attuale intensificazione dei bombardamenti USA su Raqqa, l’autoproclamata capitale del Califfato in Siria e soprattutto la richiesta di un maggior numero di forze di terra da impiegare nel Paese arabo sostenuta nientemeno che dal generale Votel, comandante del CENTCOM, il centro comando americano competente per tutte le operazioni in Medio Oriente e parte dell’Asia centrale. Ad alimentare ulteriormente le illazioni ci sarebbero le voci di una visita segreta in Siria del senatore McCain avvenuta a metà febbraio, ufficialmente finalizzata alla visita delle truppe speciali USA presenti nel nordest del Paese, ma presumibilmente mirata ad incontrare i capi delle milizie curde. La campagna su Raqqa si sta declinando in questi giorni su tre assi paralleli:

• le truppe di Damasco appoggiate dai loro alleati (principalmente forze aeree russe, iraniani ed Hezbollah), arrivate finora sulla sponda occidentale dell’Eufrate all’altezza di Deir Hafer;

• l’operazione Scudo dell’Eufrate condotta dalle forze regolari turche appoggiate dal Free Syrian Army (divenuto ormai branca di Ankara in Siria), attestate per ora nell’area di Al Bab;

• le Syrian Democratic Forces, cartello multietnico dominato dalle Unità di difesa curde (YPG), avanzate rapidamente in queste ore, fino ad arrivare a una decina di km dalla periferia di Raqqa.

A fronte di un obiettivo apparentemente comune, le tre componenti ambiscono a traguardi radicalmente diversi. Damasco preme per continuare a riconquistare quanto più territorio possibile sia ai fondamentalisti del Califfato, sia ai ribelli anti Assad, di cui le SFD sono una variante. I turchi cercano di arginare la fortificazione di un’entità curda autonoma, a costo di entrare in attrito con gli interessi americani. L’intenzione di procedere verso sud è stata sostenuta a febbraio direttamente dal presidente Erdogan. Sulle reali intenzioni delle SDF ci sono invece molte ombre. Le Syrian Democratic Forces all’interno del Governatorato di Raqqa impiegano più che altro reparti arabi (non curdi quindi, n.d.a.), dato che farebbe immaginare la reale intenzione di entrare nella città e liberarla da un triennio di occupazione jihadista. L’appoggio americano alle milizie del cartello sarebbe cresciuto nelle ultime settimane fino a creare sospetti sul vero ruolo che i liberatori di Raqqa dovrebbero poi svolgere una volta arrivati nel cuore dello Stato Islamico.>>

Il fatto che gli americani abbiano contribuito alla nascita e all’iniziale rafforzamento dell’Isis è una cosa sostanzialmente assodata, un vero e proprio segreto di Pulcinella. Non è certo per questo che gli americani hanno intenzione di impegnarsi maggiormente. L’SDF, inoltre, è diventato un nuovo importante strumento per gli Usa nella  strategia che vede impegnate le varie forze e potenze per vincere la partita in Siria ma anche in Afghanistan e in Iraq. Alberto Negri, autorevole giornalista e saggista su tematiche politiche e storiche riguardanti il Medio Oriente, in un articolo del 08.04.2017 aggiunge, in seguito agli ultimi avvenimenti, che l’idea

<< di punire Assad per le armi chimiche è quella di lanciare un avvertimento a coloro che non obbediscono alla superpotenza americana, forse non a caso l’operazione è avvenuta mentre Trump riceveva il presidente cinese, ritenuto il protettore della Corea del Nord. Un’azione dimostrativa: del resto la guerra dal cielo e sul terreno gli americani la stanno già facendo all’Isis e le truppe speciali si trovano sul campo per l’assedio a Raqqa. Un altro risvolto interessante è che i missili hanno colpito una base aerea ma non installazioni vitali a Damasco o il palazzo presidenziale. Per il momento Trump esita ad aprire un fronte più vasto. Ognuno reciterà la sua parte ma che Mosca possa mollare Assad è improbabile, visto che in Siria mantiene basi strategiche nel Mediterraneo. Tanto meno Teheran può abbandonare Assad: il clan alauita di Damasco è l’unico alleato arabo degli iraniani. La punizione del regime farà piacere alla Turchia e alle monarchie del Golfo che per abbatterlo hanno sostenuto i jihadisti. Che poi i sauditi ammazzino tutti i giorni dei bambini yemeniti bombardando i ribelli Houthi non è un evento degno di nota nell’agenda occidentale. Israele, che dal 1967 occupa il Golan siriano, vede nell’attacco Usa un via libera ai raid e a un possibile attacco agli Hezbollah libanesi.>>

Ma lo stesso Negri è poco convinto che gli strateghi di Trump vogliano forzare la mano fino in fondo:

<<La guerra all’Isis si incrocia di nuovo con quella ad Assad: ma sarà vera guerra o Trump ha solo mostrato i muscoli? La seconda ipotesi appare più probabile perché un cambio di regime a Damasco è un’impresa troppo impegnativa e dopo l’insuccesso di Bush junior in Iraq e di Obama in Libia forse gli americani qualche cosa hanno imparato.>>

E quindi il lancio dei missili sarebbe stato un colpo inferto ad Assad più che altro per riallineare Washington con i suoi storici partner in Medio Oriente – Turchia, Israele e le potenze sunnite – assai scontenti di una politica troppo vicina a Mosca e favorevole all’Iran sciita. E Negri scrive ancora:

<<Soltanto pochi giorni fa gli Stati Uniti avevano detto a Erdogan e all’Onu che abbattere Assad «non era più una priorità di questa amministrazione» e che poteva essere un alleato contro i jihadisti: il che significava liquidare seccamente l’obiettivo di Ankara – già costretta a chinare il capo con Mosca e Teheran – e delle monarchie del Golfo. Un cambio di rotta repentino deciso da Trump ma forse soprattutto dai generali Mattis e MacMaster che conoscono a fondo la regione.>>

Per quanto riguarda la Russia lo stesso Negri, in un intervento di qualche giorno dopo (13.04.2017),  così si esprime:

<< Se gli stati Uniti hanno la loro linea rossa – mostrare i muscoli della superpotenza e soddisfare gli alleati israeliani e sauditi – la Russia ne ha tracciata un’altra: non si fanno cambi di regime senza il consenso di Mosca, che aveva già dovuto inghiottire la caduta di Gheddafi nel 2011. Per questo i russi hanno opposto il veto all’Onu alla risoluzione di condanna di Assad. Un altro motivo chiave per cui Putin non costringerà presto Assad ad andarsene è che la Russia intende evitare una vittoria jihadista in Siria per le possibili ripercussioni nel Caucaso, sulla popolazione russa sunnita e nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, terreno fertile per l’islamismo radicale. La terza ragione per cui la Russia in questo momento non abbandona Assad è che vuole preservare le sue basi sulla costa siriana del Mediterraneo: un buon motivo per continuare anche l’alleanza con l’Iran e gli Hezbollah libanesi.>>

E, comunque, la volontà di opporsi veramente all’Isis da parte della Russia appare testimoniata dalla situazione di fatto: nell’assedio intorno a Raqqa i russi assieme agli Usa sostengono una coalizione curdo-araba. Così che non sono pochi i commentatori che prevedono per il medio-lungo periodo una spartizione in zone “cuscinetto” e di influenza, a Nord tra curdi e turchi, col predominio degli israeliani sul Golan e degli alauiti-sciiti sulla costa, con russi e americani a fare da padrini, un secolo dopo Sykes-Picot; dando vita, in questo modo, ad un ulteriore versione del “disordine medio orientale”.

Negri, poi, in maniera più  generale inquadra la situazione a partire dall’assunto che in Siria si stanno combattendo due guerre: una contro tra Assad e l’opposizione, un’altra contro il Califfato. Conflitti che andrebbero inseriti in un contesto più ampio e di lungo periodo a partire dalla contrapposizione tra la mezzaluna sciita e quella sunnita cominciata nel 1980 quando l’Iraq di Saddam attaccò l’Iran di Khomeini e la Siria fu l’unico Paese arabo a schierarsi con gli ayatollah. Nelle sue conclusioni l’autore dell’articolo sembra, infine, ipotizzare una deriva pericolosa per tutte quelle componenti sunnite che non sono riuscite e servire “bene” gli Usa. Lo scontro tra sciiti e sunniti è, infatti,

<< continuato dopo la caduta del raìs iracheno con l’invasione americana del 2003 e l’ascesa a Baghdad di un governo a maggioranza sciita che ha sistematicamente emarginato i sunniti. Il fronte sciita, con la presenza sul campo delle truppe e dell’aviazione americana, sta per mettere a segno una vittoria a Mosul, roccaforte dell’Isis ormai appesa a un filo. E per la prima volta in questo conflitto è possibile un accordo militare tra Baghdad e Damasco per dare la caccia ai jihadisti dello Stato Islamico. In poche parole il premier iracheno Haider al Abadi, appoggiato dagli americani, potrebbe apertamente allearsi con Assad, nemico degli Usa oltre che dei sunniti.>>

Mauro Tozzato 20.04.2017

BREVI ANNOTAZIONI SUL PROTEZIONISMO

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In un articolo pubblicato nel 2006 su una rivista, La Grassa – riferendosi a tematiche più volte sviluppate nei suoi libri – così scriveva:

<<Nella prima metà dell’800, l’Inghilterra propagandò in lungo e in largo la teoria del commercio internazionale (detta dei costi comparati) del suo grande economista Ricardo, poiché questi “dimostrava” (da buon ideologo!) la convenienza di tutti i paesi a lasciare la produzione di manufatti agli inglesi (che così avrebbero dominato indisturbati il mondo per un altro secolo almeno), specializzandosi in prodotti minerari e dell’agricoltura, che sarebbero mirabilmente serviti all’industria e al proletariato industriale inglese. L’economista tedesco List, certo meno grande di Ricardo, influenzò invece il cosiddetto “nazionalismo economico” con le tesi della “industria nascente”, e sostenne la necessità di mettere dazi all’importazione dei manufatti industriali inglesi; cioè su quelli più avanzati dell’epoca, non certo su prodotti agricoli di paesi più arretrati (ben netta quindi la differenza con le tesi odierne della Lega e di Tremonti, che vogliono imporre dazi sui prodotti cinesi del tipo della maglieria e simili). In realtà, il neoliberismo e il neokeynesismo –correnti solidalmente antitetico-polari– si fondano entrambe sulla convinzione che la crisi di stagnazione si risolva dal lato della domanda. Il neoliberismo punta alla riduzione delle imposte su cittadini e imprese, con la puerile convinzione che il maggior reddito a disposizione si traduca in crescenti consumi e investimenti, processo proprio per nulla automatico e che richiede molte altre condizioni aggiuntive, di sicurezza e fiducia nel futuro e di realmente superiori possibilità competitive nell’ambito del sistema complessivo. Gli economisti, sociologi, politologi, di una cultura ormai sfatta (e ideologica nel senso della mistificazione e della menzogna pura e semplice) ci ammanniscono sermoni su come competere meglio in un mercato, che sia “libero e globale”, a base di efficienza produttiva, di miglioramento dei costi e dunque dei prezzi. L’efficienza, la produttività, i costi, sono solo un aspetto del problema; e di fatto nemmeno il più importante (importante anch’esso, sia chiaro, ma non il più rilevante). Non c’è solo il problema della lotta per le quote di mercato. Fondamentale è la capacità di penetrare le varie aree mondiali con i propri investimenti; e tali investimenti debbono procurare a dati sistemi economici una posizione di forza. Questi investimenti seguono il formarsi di determinate sfere di influenza, per mantenere e accrescere le quali è necessaria una potenza politica e una capacità di egemonia culturale. Gli investimenti, dunque, non debbono essere solo quelli finanziari, non solo quelli in innovazioni tecniche e di prodotto, eccetera; debbono dirigersi anche, e in modo decisivo, verso le attività di potenziamento della sfera dell’influenza politica e culturale.>>

Forse l’autore modificherebbe oggi qualcosa, nell’esposizione sopra riportata riguardo alle problematiche da lui trattate, ma mi pare che l’impostazione generale sia fondamentalmente ancora quella. Il discorso di La Grassa spiega come il tanto vituperato protezionismo rappresenti in determinate condizioni una scelta di politica economica internazionale del tutto legittima. E’ pure necessario ricordare che esso non si limita a prevedere l’applicazione di dazi protettivi ai prodotti importati o alle materie prime esportate (protezionismo doganale), perché può anche comportare l’erogazione di contributi e tassi agevolati ai produttori nazionali esportatori, o ancora il controllo del mercato nazionale e internazionale dei cambi e delle monete e del movimento dei capitali (protezionismo non doganale). Nel campo finanziario possono essere anche realizzati provvedimenti finalizzati a influenzare il funzionamento dei mercati per rendere i titoli finanziari emessi da operatori interni più attraenti (in termini di rischio-rendimento) rispetto ai titoli stranieri, e questo viene realizzato in genere tramite lo strumento dei controlli sui movimenti di capitale, vale a dire mediante un insieme di norme che rende problematico ai residenti l’acquisto di attività finanziarie emesse da operatori di altri paesi attraverso la messa in opera da parte dello Stato di opportuni interventi normativi di politica fiscale e monetaria. Su queste tematiche è intervenuto anche Fabrizio Galimberti in un articolo sul Sole 24 ore (12.02.2017); secondo l’economista gli americani avrebbero votato Trump perché, anche se il paese in questi ultimi anni è tornato a crescere, le diseguaglianze sono aumentate e i nuovi posti di lavoro che sono stati creati risultano, nella maggior parte dei casi, essere caratterizzati da una minore “qualità” e da  condizioni e retribuzioni peggiori. Galimberti , infatti, scrive :

<< Quando le statistiche mensili sulla creazione di posti di lavoro in America dicono che questi ultimi sono aumentati, diciamo, di 200mila nel mese, questo 200mila è normalmente la differenza fra, per esempio, 3 milioni di posti di lavoro creati nel mese, e 2.800mila distrutti. Perchè vi sia malessere nel mercato del lavoro bisogna guardare ai flussi lordi. Se i primi aumentano, a parità di flussi netti, vuol dire che c’è più gente che perde il posto, e perdere il posto è sempre un evento traumatico.>>

La manifattura Usa, secondo Trump, sarebbe stata danneggiata dalla concorrenza di paesi, come la Cina, con un basso costo del lavoro il quale avrebbe comportato per i dipendenti delle imprese americane una perdita in termini di occupazione e di retribuzione. A sua volta l’economista afferma che si deve, però, considerare l’influenza positiva determinata dalla corrispondente possibilità di accesso a beni di consumo a basso prezzo relativamente al potere d’acquisto di quegli stessi strati sociali medio-bassi. Il liberale “moderato” Galimberti ha il pregio di esprimersi con un linguaggio semplice e divulgativo a tal punto, però, da dare spesso l’impressione di scadere nell’ovvietà e nella banalità. Ed è così, per esempio, quando trova la soluzione di tutte queste faccende in un adeguato sistema di “sicurezza sociale” e in una organizzazione economica “aperta e flessibile”:

<<Guardiamo ora ad altre due variabili. La prima ha a che fare con la rete di sicurezza sociale. Se questa è solida, cioè a dire se ci sono misure di sostegno ai lavoratori, passive (sussidi di disoccupazione) e attive (programmi pubblici e privati di formazione e addestramento a nuovi lavori), la perdita del posto di lavoro è meno traumatica. La seconda ha a che fare con la struttura dell’economia: se il sistema economico è aperto e flessibile, se non ci sono ostacoli all’innovazione, se la mobilità – da regione a regione e da settore a settore – è parte del modo di operare dell’economia, allora i posti di lavoro, distrutti da una parte, vengono ricreati in altre parti.>>

E ritornando alla questione del protezionismo come problema centrale egli aggiunge ancora:

<<La lezione della storia è proprio questa. Gli scambi fanno bene alla crescita, come si vede dai dati che ripercorrono l’evoluzione di due grandezze: il Pil e gli scambi nel mondo. Dal 1870 il Pil è aumentato di 60 volte, trainato dagli scambi che sono aumentati molto di più. Allo stesso tempo, gli scambi sono molto sensibili alle crisi, come si vede dall’episodio della Grande recessione, nel 2009. Ha ragione Trump a voler mettere i bastoni fra le ruote degli scambi? No, perché […] se un Paese mette ostacoli anche gli altri faranno lo stesso e si apre una guerra commerciale devastante. Anche se un Paese, pur colpito dai dazi degli altri, non dovesse ripagare con la stessa moneta […] le ritorsioni sono l’esito più probabile.>>

Ma come hanno innumerevoli volte ribadito La Grassa e i collaboratori di questo blog la dinamica “reale” è inversa rispetto a quella che ci propinano gli economisti: la crisi è prima di tutto politica, è una crisi che deriva dall’acutizzarsi di una lotta per l’accrescimento di potenza e per la supremazia. La dinamica ciclica del conflitto a livello delle formazioni sociali particolari e di quella globale implica delle fasi in cui nessuna “potenza” è in grado di garantire l’”ordine”; dal disordine nascono le crisi, crescono le contrapposizioni e si sviluppa il multipolarismo che culmina nella “resa dei conti” come fenomeno caratteristico della fase policentrica. Nella conclusione del suo articolo Galimberti, seppure in maniera semplificata, inserisce due osservazioni pertinenti ma incomplete e non del tutto corrette. Scrivendo che

<<nella misura in cui ci sono perdite nette di posti di lavoro, queste sono dovute più alla tecnologia (che fa risparmiare lavoro) che agli scambi (si possono mettere dazi ma non si possono mettere museruole alla tecnologia). E i posti si ricreano in altri settori, dato che i bisogni umani sono “infiniti”>>

egli dovrebbe, infatti, considerare l’importanza dell’ampiezza dell’arco temporale in cui le nuove innovazioni di prodotto e la loro diffusione riusciranno a compensare il risparmio di lavoro che le innovazioni tecnico-organizzative hanno precedentemente comportato. Ed, infine, quando conclude che per aiutare i lavoratori

<<non bisogna ostacolare gli scambi (un rimedio peggiore del male) ma rafforzare la rete di sicurezza sociale, con misure attive e passive>>

l’economista non tiene sufficientemente conto dei problemi riguardanti le politiche fiscali (e monetarie) in cui vengono a manifestarsi scontri di potere decisivi e in cui i rapporti di forza tra gruppi in conflitto determinano le condizioni – riguardo a quelli aspetti importanti che sono le  “risorse” e la “ricchezza” – mediante le quali le dinamiche nazionali e globali, ormai multipolari, possono essere indirizzate.

Mauro Tozzato           05.04.2017

La grande coalizione

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Angelo Panebianco è un noto politologo  che ha probabilmente perso lo “smalto” necessario per essere ancora un saggista “alla moda” ma soprattutto è uno dei tanti corifei dei poteri dominanti che quando scrive su un quotidiano di grande diffusione e prestigio ha il preciso compito di raccontare alle masse, soprattutto quelle “semicolte”, ciò che è necessario in relazione alle finalità che certe elitè si prefiggono. Francamente, anche se a volte è inevitabile, risulta del tutto inutile prendersela con questi personaggi; essi fanno il loro mestiere, un mestiere servile ma ben remunerato. Riallacciandomi all’intervento di La Grassa di qualche giorno fa credo si possa senz’altro considerare, tra gli scenari che si possono prevedere per le elezioni politiche del 2018, quello che vede lo strutturarsi di quattro ( o molto difficilmente cinque) gruppi in lotta per accaparrarsi i voti e quindi i posti in parlamento. Berlusconi continua a tessere la tela per costruire una alleanza con FDI, la Lega ed eventuali forze similari di destra mentre il Movimento 5 Stelle continuerà a presentarsi da solo. Tutto ciò nella prospettiva, che possiamo dare per quasi certa, la quale prevede una nuova legge elettorale con la possibilità per i partiti di coalizzarsi ma senza premi di maggioranza per quella vincente. Nel “centrosinistra” il PD dovrà presentarsi da solo, anche se in questo modo alcune forze di centro ( Alfano, Casini e altri), che potrebbero risultare molto utili nel panorama postelettorale, rischiano di non raggiungere un quorum accettabile. Sicuramente Renzi e Berlusconi stanno cercando una soluzione per questo nonostante che anche l’alternativa di aggregare la lista di centro a quella di destra appaia poco praticabile perché risulterebbe inaccettabile per il “popolo” della Lega e di Fratelli d’Italia che già sentono, a livello immediato e quasi “di pancia”, che Berlusconi si sta preparando a “fregarli”.  Il Movimento dei Democratici Progressisti si presenterà assieme a (coalizzata con)  Sinistra Italiana che potrebbe inserire nelle sua lista anche qualche esponente di residuali gruppetti ormai in dissoluzione tra i quali spicca per “in-fauste glorie” passate Rifondazione Comunista. Questa alleanza di “sinistra” spera di assorbire almeno una parte dei voti “di protesta” che nelle passate tornate elettorali si sono orientati verso i pentastellati. Naturalmente le tre maggiori “forze” politiche: Movimento 5 stelle, Pd e coalizione di destra, durante la campagna elettorale digrigneranno i denti e cercheranno di differenziare, vendendo fumo, le loro proposte programmatiche il più possibile per far credere alla gente di avere delle “idee” e addirittura un progetto. Alla fine i vincitori diranno naturalmente che la situazione è difficile, anche se non disperata, e che bisognerà essere pragmatici e tener conto del contesto internazionale. E in un certo senso è proprio così perché un cambiamento di direzione nella politica italiana potrebbe essere causato solo da importanti nuove dinamiche globali e/o dall’accentuarsi della crisi europea e mondiale. Che cosa può scrivere  il professor Panebianco sul Corriere della Sera (12.03.2017) in un contesto simile ? Può soltanto negare ciò che ormai appare evidente a tanti, a troppi:

<< Tra tutte le idee balzane che circolano sul dopo elezioni, la più balzana di tutte è quella che immagina la formazione di una «grande coalizione» (sic) fra Forza Italia e Partito democratico (più cespugli vari) imposta dalla forza dei numeri, dal fatto che potrebbe essere l’unica combinazione di governo in grado di fermare i Cinque Stelle. In sostanza, secondo questo brillante ragionamento, Partito democratico e Forza Italia dovrebbero fare più o meno come i «ladri di Pisa», nemici di giorno e complici di notte. Botte da orbi in campagna elettorale, e poi un accordo di governo a elezioni avvenute imposto dalla necessità. Il tutto favorito dal fatto che con la proporzionale si torna all’epoca in cui le coalizioni di governo si formano dopo il voto, mai prima. L’idea è assurda per tre ragioni. Per formare una «grande coalizione» occorre, prima di tutto, che i partiti coinvolti rappresentino, insieme, almeno il settanta o l’ottanta per cento del Parlamento. Tenuto conto della frammentazione in atto, l’ipotizzata grande coalizione, nella più rosea delle ipotesi, non potrebbe superare di molto la soglia del cinquanta per cento. La seconda ragione è che una grande coalizione può durare solo se i partiti che le danno vita sono organizzazioni solide, coese e con un forte insediamento sociale. Ciò è necessario perché i leader possano imporre ai propri seguaci un’alleanza di governo «innaturale» che, inevitabilmente, diffonde malumori e risentimenti fra militanti ed elettori. Occorrono partiti forti (come la Cdu e la Spd tedesche) o, in subordine, un assetto costituzionale (il semi-presidenzialismo francese) che costringa a tali innaturali connubi. In mancanza di queste condizioni la grande coalizione non può funzionare>>.

Ma il Pd “renziano” o “orlandiano” si presenta come un partito “moderato” che pensa di poter aiutare l’Italia dando prima di tutto supporto alle imprese e chiedendo sacrifici ai lavoratori e ai pensionati perché nel “lungo periodo” (nel quale, come ricordava Keynes, alla fine siamo tutti morti) ne trarrebbero anche loro un giovamento. E Forza Italia ha ormai assunto un ruolo e una immagine che, nonostante le sceneggiate elettorali che verranno presentate ai “grulli”, rende assolutamente non-innaturale   la “grande coalizione”. Lasciamo perdere poi la fregnaccia che per governare ci vorrebbe il settanta-ottanta per cento mentre ci sembra che si possa aggiungere anche un’altra bella considerazione. Il Mov. Dem. Progressisti  in cambio di qualche piccolo contentino, tipo dei provvedimenti di sostegno “vagamente” sociale per i meno abbienti,  potrebbe diventare un utile supporto “esterno” per un “grande centro” alla cui guida ci fosse saldamente il PD. E per quanto riguarda le presunte differenze programmatiche persino il sociologo Giuseppe De Rita in un articolo (Corriere – 13.03.2017) si dimostra piuttosto scettico:

<<In primo luogo perché anche il termine «programma» è invecchiato quasi quanto «riforma». In secondo luogo perché i programmi si riducono spesso ad elenchi di parole programmatiche, avvertite ormai dai più come stanche ed inerti. In terzo luogo perché i cittadini non amano più i grandi quadri di sintesi del presente e di previsioni di futuro, perché ne vedono i rischi di retorica intenzionalità a lungo termine, mentre avvertono la diffusa esigenza di interventi specifici. E infine perché non disponiamo di una generale interpretazione politica del periodo che stiamo attraversando, cui obbligatoriamente ogni programma deve ispirarsi. Chi ha visto e scritto i tanti, troppi piani del passato (per la ricostruzione post-bellica, per il riscatto del Mezzogiorno, per la crescita del sistema scolastico, per lo sviluppo dell’agricoltura, per il sostegno alla competitività dell’industria, ecc.) sa che ognuno di essi poggiava su una valutazione politica della dinamica socioeconomica del periodo in cui venivano redatti e pubblicati. Come si declina oggi quel riferimento? Un po’ tutti, da sinistra a destra e viceversa, sembrano affascinati dal riferimento alla centralità della lotta alla povertà e alle crescenti diseguaglianze sociali; così tutti si lanciano a definire la platea dei potenziali destinatari di tale lotta: selezionandone i livelli e i territori; inventando formule mediaticamente prensili (salario o lavoro di cittadinanza); stendendo tabelle e infografiche per far capire cosa si intende fare; mettendo a fuoco le risorse finanziarie e le strutture organizzative necessarie >>.

In un quadro generale comune di ricerca delle condizioni per sostenere il tenore di vita della “gran massa” della popolazione si tratterà quindi, per ogni forza politica, di cercare di accattivarsi la “benevolenza” di alcuni gruppi sociali rispetto a altri e quindi di rafforzare e incrementare le proprie quote politico-elettorali di mercato.

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