La grande coalizione

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Angelo Panebianco è un noto politologo  che ha probabilmente perso lo “smalto” necessario per essere ancora un saggista “alla moda” ma soprattutto è uno dei tanti corifei dei poteri dominanti che quando scrive su un quotidiano di grande diffusione e prestigio ha il preciso compito di raccontare alle masse, soprattutto quelle “semicolte”, ciò che è necessario in relazione alle finalità che certe elitè si prefiggono. Francamente, anche se a volte è inevitabile, risulta del tutto inutile prendersela con questi personaggi; essi fanno il loro mestiere, un mestiere servile ma ben remunerato. Riallacciandomi all’intervento di La Grassa di qualche giorno fa credo si possa senz’altro considerare, tra gli scenari che si possono prevedere per le elezioni politiche del 2018, quello che vede lo strutturarsi di quattro ( o molto difficilmente cinque) gruppi in lotta per accaparrarsi i voti e quindi i posti in parlamento. Berlusconi continua a tessere la tela per costruire una alleanza con FDI, la Lega ed eventuali forze similari di destra mentre il Movimento 5 Stelle continuerà a presentarsi da solo. Tutto ciò nella prospettiva, che possiamo dare per quasi certa, la quale prevede una nuova legge elettorale con la possibilità per i partiti di coalizzarsi ma senza premi di maggioranza per quella vincente. Nel “centrosinistra” il PD dovrà presentarsi da solo, anche se in questo modo alcune forze di centro ( Alfano, Casini e altri), che potrebbero risultare molto utili nel panorama postelettorale, rischiano di non raggiungere un quorum accettabile. Sicuramente Renzi e Berlusconi stanno cercando una soluzione per questo nonostante che anche l’alternativa di aggregare la lista di centro a quella di destra appaia poco praticabile perché risulterebbe inaccettabile per il “popolo” della Lega e di Fratelli d’Italia che già sentono, a livello immediato e quasi “di pancia”, che Berlusconi si sta preparando a “fregarli”.  Il Movimento dei Democratici Progressisti si presenterà assieme a (coalizzata con)  Sinistra Italiana che potrebbe inserire nelle sua lista anche qualche esponente di residuali gruppetti ormai in dissoluzione tra i quali spicca per “in-fauste glorie” passate Rifondazione Comunista. Questa alleanza di “sinistra” spera di assorbire almeno una parte dei voti “di protesta” che nelle passate tornate elettorali si sono orientati verso i pentastellati. Naturalmente le tre maggiori “forze” politiche: Movimento 5 stelle, Pd e coalizione di destra, durante la campagna elettorale digrigneranno i denti e cercheranno di differenziare, vendendo fumo, le loro proposte programmatiche il più possibile per far credere alla gente di avere delle “idee” e addirittura un progetto. Alla fine i vincitori diranno naturalmente che la situazione è difficile, anche se non disperata, e che bisognerà essere pragmatici e tener conto del contesto internazionale. E in un certo senso è proprio così perché un cambiamento di direzione nella politica italiana potrebbe essere causato solo da importanti nuove dinamiche globali e/o dall’accentuarsi della crisi europea e mondiale. Che cosa può scrivere  il professor Panebianco sul Corriere della Sera (12.03.2017) in un contesto simile ? Può soltanto negare ciò che ormai appare evidente a tanti, a troppi:

<< Tra tutte le idee balzane che circolano sul dopo elezioni, la più balzana di tutte è quella che immagina la formazione di una «grande coalizione» (sic) fra Forza Italia e Partito democratico (più cespugli vari) imposta dalla forza dei numeri, dal fatto che potrebbe essere l’unica combinazione di governo in grado di fermare i Cinque Stelle. In sostanza, secondo questo brillante ragionamento, Partito democratico e Forza Italia dovrebbero fare più o meno come i «ladri di Pisa», nemici di giorno e complici di notte. Botte da orbi in campagna elettorale, e poi un accordo di governo a elezioni avvenute imposto dalla necessità. Il tutto favorito dal fatto che con la proporzionale si torna all’epoca in cui le coalizioni di governo si formano dopo il voto, mai prima. L’idea è assurda per tre ragioni. Per formare una «grande coalizione» occorre, prima di tutto, che i partiti coinvolti rappresentino, insieme, almeno il settanta o l’ottanta per cento del Parlamento. Tenuto conto della frammentazione in atto, l’ipotizzata grande coalizione, nella più rosea delle ipotesi, non potrebbe superare di molto la soglia del cinquanta per cento. La seconda ragione è che una grande coalizione può durare solo se i partiti che le danno vita sono organizzazioni solide, coese e con un forte insediamento sociale. Ciò è necessario perché i leader possano imporre ai propri seguaci un’alleanza di governo «innaturale» che, inevitabilmente, diffonde malumori e risentimenti fra militanti ed elettori. Occorrono partiti forti (come la Cdu e la Spd tedesche) o, in subordine, un assetto costituzionale (il semi-presidenzialismo francese) che costringa a tali innaturali connubi. In mancanza di queste condizioni la grande coalizione non può funzionare>>.

Ma il Pd “renziano” o “orlandiano” si presenta come un partito “moderato” che pensa di poter aiutare l’Italia dando prima di tutto supporto alle imprese e chiedendo sacrifici ai lavoratori e ai pensionati perché nel “lungo periodo” (nel quale, come ricordava Keynes, alla fine siamo tutti morti) ne trarrebbero anche loro un giovamento. E Forza Italia ha ormai assunto un ruolo e una immagine che, nonostante le sceneggiate elettorali che verranno presentate ai “grulli”, rende assolutamente non-innaturale   la “grande coalizione”. Lasciamo perdere poi la fregnaccia che per governare ci vorrebbe il settanta-ottanta per cento mentre ci sembra che si possa aggiungere anche un’altra bella considerazione. Il Mov. Dem. Progressisti  in cambio di qualche piccolo contentino, tipo dei provvedimenti di sostegno “vagamente” sociale per i meno abbienti,  potrebbe diventare un utile supporto “esterno” per un “grande centro” alla cui guida ci fosse saldamente il PD. E per quanto riguarda le presunte differenze programmatiche persino il sociologo Giuseppe De Rita in un articolo (Corriere – 13.03.2017) si dimostra piuttosto scettico:

<<In primo luogo perché anche il termine «programma» è invecchiato quasi quanto «riforma». In secondo luogo perché i programmi si riducono spesso ad elenchi di parole programmatiche, avvertite ormai dai più come stanche ed inerti. In terzo luogo perché i cittadini non amano più i grandi quadri di sintesi del presente e di previsioni di futuro, perché ne vedono i rischi di retorica intenzionalità a lungo termine, mentre avvertono la diffusa esigenza di interventi specifici. E infine perché non disponiamo di una generale interpretazione politica del periodo che stiamo attraversando, cui obbligatoriamente ogni programma deve ispirarsi. Chi ha visto e scritto i tanti, troppi piani del passato (per la ricostruzione post-bellica, per il riscatto del Mezzogiorno, per la crescita del sistema scolastico, per lo sviluppo dell’agricoltura, per il sostegno alla competitività dell’industria, ecc.) sa che ognuno di essi poggiava su una valutazione politica della dinamica socioeconomica del periodo in cui venivano redatti e pubblicati. Come si declina oggi quel riferimento? Un po’ tutti, da sinistra a destra e viceversa, sembrano affascinati dal riferimento alla centralità della lotta alla povertà e alle crescenti diseguaglianze sociali; così tutti si lanciano a definire la platea dei potenziali destinatari di tale lotta: selezionandone i livelli e i territori; inventando formule mediaticamente prensili (salario o lavoro di cittadinanza); stendendo tabelle e infografiche per far capire cosa si intende fare; mettendo a fuoco le risorse finanziarie e le strutture organizzative necessarie >>.

In un quadro generale comune di ricerca delle condizioni per sostenere il tenore di vita della “gran massa” della popolazione si tratterà quindi, per ogni forza politica, di cercare di accattivarsi la “benevolenza” di alcuni gruppi sociali rispetto a altri e quindi di rafforzare e incrementare le proprie quote politico-elettorali di mercato.