DESTINAZIONE ITALIA: ULTIMA FERMATA PRIMA DELL’INFERNO.

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Come chiamare il più grande programma di dismissione del patrimonio pubblico e dell’impresa di Stato dalla fine della II guerra mondiale? “Destinazione Italia”, ovvio. I gioielli pubblici, gli ultimi fiori all’occhiello dell’industria nazionale vengono svenduti agli stranieri e lor signori del Governo chiamano l’operazione  “Destinazione Italia”.

Potenza del linguaggio, o meglio del suo rovesciamento semantico. Immaginate due genitori che decidessero di sperperare tutta l’eredità dei figli, per godersi allegramente la vita facendo bagordi a ritta e a manca, e definissero il loro scialacquio “Obiettivo Famiglia”. Come no? Forse quella degli altri, mentre, quella dissennata qui presa in considerazione cadrebbe in rovina nel volgere di poco tempo.

Non si comprende con quale autorità un esecutivo appiccicaticcio, tenuto insieme con la colla, anzi con il Colle, sempre più protagonista della scena politica, molto al di là delle sue competenze costituzionali, possa permettersi, in quella sua composizione alchemica priva di vaglio elettorale, di arrogarsi il diritto di compiere azioni talmente devastanti per la sovranità e l’economia italiana.

Sia ben chiaro, non ne facciamo una questione di principio, non nutriamo, pregiudizialmente, alcuna preferenza per il pubblico rispetto al privato, perché non è la forma giuridica della proprietà che fa la differenza tra una buona e una cattiva gestione industriale e l’eventuale preservazione delle prerogative nazionali. Il punto sono gli obiettivi che una classe dirigente si pone e la collimanza di questi con l’interesse generale.

La maggior parte dei nostri gruppi imprenditoriali, privati e pubblici,  non è all’altezza della difficile situazione storica. Essa rinuncia all’innovazione, non investe nei settori ultramoderni ma si nasconde nei comparti di nicchia per non disturbare i grandi manovratori esteri, non rischia in proprio e colma questo deficit d’iniziativa e di prospettive facendo man bassa delle risorse collettive. Le aziende private battono cassa allo Stato ad ogni minima difficoltà e quelle in mano statale vengono utilizzate dai partiti come strumenti per fidelizzare spezzoni di elettorato o favorire ristrette clientele di privilegiati. Questa allenza criminale tra Grande Finanza e Industria Decotta, con ampie ramificazioni nei corpi politici parlamentari, è il vero dramma italiano.

Tuttavia, ci sono delle eccezioni importanti, dei casi esemplari, oramai isolati, in cui certe cattive abitudini, impossibili da eliminare del tutto in un sistema di tipo capitalistico (ma probabilmente in qualsiasi costruzione sociale umana), sono state controbilanciate da dinamicità adeguate che hanno portato alcune aziende di casa nostra a primeggiare in mercati mondiali tecnologicamente avanzatissimi. Praticamente, ci siamo dimostrati imbattibili in segmenti  ad elevata profittabilità e questo dà fastidio a molti. Pensiamo a best companies come Eni, Finmeccanica ed Enel che si sono fatte strada sbaragliando la concorrenza di competitors agguerriti e iperprotetti, più o meno correttamente, dalle proprie Amministrazioni politiche centrali. In queste aziende, ben dirette ed  organizzate  c’è ciccia da spolpare, ci sono gli ultimi muscoli efficienti di un Paese scarnificato che fatica a stare in piedi. Sciacalli e avvoltoi non vogliono farsi sfuggire la ghiotta occasione di colpire prede così succulente ma indifese. Anzichè attivare le fortificazioni politiche indispensabili ad impedire il prossimo saccheggio, abbiamo ceduto alle sirene del libero scambio e del pareggio di bilancio che col loro canto attirano soltanto gli allocchi ubriacati dall’ideologia o i sicofanti coscienti dei loro cattivi propositi.

Ed è su queste eccellenze dell’energia e dell’aerospazio che si stanno concentrando i vampiri nostrani (in combutta con poteri internazionali) nel tentativo di perpetrare la loro esistenza parassitaria a danno del benessere della “patria”.

Il Primo Ministro Letta ha dichiarato di avere in mente un grande pacchetto di dismissioni e incentivazioni per l’attrazione degli investimenti esteri a valere sul 2014. Probabilmente, lui non ci arriverà a quella data ma i suoi castighi si faranno sentire per le generazioni a venire. Nelle sedi della Trilaterale, del Bilderberg e dell’Aspen, dove il Premier è ospite fisso, già si stappa lo champagne alla faccia nostra.

Al fine di rendere la campagna promozionale ancor più allettante per i futuri clienti (cioè gli approfittatori e gli speculatori di mezzo mondo), verrà pianificato “un roadshow per spiegare il programma nei maggiori centri finanziari in Europa, Stati Uniti e Far East”.  Cioè, con la bocca impastata di saliva e d’inglese, la lingua degli affari altrui, costoro andranno in pellegrinaggio per il pianeta ad esporre la convenienza dello shopping nel Belpaese. Ma gli stranieri lo sanno di già tanto che hanno agevolato l’ascesa ai nostri vertici istituzionali dei loro piazzisti migliori, quelli allevati a pane e roadshow,  per assicurarsi una sponda romana ai loro futuri business in Italia. Per noi lo show sarebbe quello di vederli finire on the road cacciati a calci nel sedere da un’orda di connazionali arrabbiati.