Danno i numeri, di GLG

gianfranco

<<Nel Comune del medico Bartolo, che con il Pd si ferma al 20 per cento, il partito del ministro arriva al 45 per cento. Ma è record astenuti: il 74 per cento dei lampedusani è rimasto a casa. Il sindaco dem Martello: “Il segretario di circolo del mio partito non ha fatto votare il nostro medico”>>.

I pidioti hanno messo in dubbio il successo leghista sostenendo che la gran massa degli isolani non è andata a votare. Gli idioti (questa volta senza p) sembrano dimentichi del fatto che il sindaco (aduso a straparlare) è loro; quindi avevano vinto le comunali. Adesso, evidentemente, gli abitanti di quel luogo sfortunato non li possono più vedere e hanno tolto ogni appoggio. Mi sento di fare una sola critica ai lampedusani. Inutile brontolare, devono andare in Comune, tirare fuori il sindaco e sigillare ben bene l’edificio comunale. Poi devono andare al porto e manifestare con energia contro gli sbarchi. Formando una notevole massa d’urto, afferrino i membri dell’equipaggio della ONG di turno ed eventuali parlamentari e attori che vi sono saliti a bordo per solidarietà e li rendano più neri degli africani arrivati. Infine li mettano su gommoni simili a quelli mezzo sgonfi degli scafisti e li spingano in alto mare, soprattutto quando è bello mosso. E…… inutile continuare, penso abbiate capito il finale. I migranti vengano accolti. Tanto, se ci si comporta come ho detto, non arriveranno più le ONG. Ovviamente, anche con i cosiddetti “sbarchi fantasma” si usino metodi solo appena un po’ più morbidi, facendo comunque capire a chi scende a terra che non tira buona aria per loro.

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ma pensa che buffoni. Pur essendo più che dimezzati in un anno tra le elezioni del 2018 (oltre 10 milioni di voti) e quelle del ’19 (4 milioni e mezzo di voti) – per non parlare delle regionali – la piattaforma Rousseau con 115000 iscritti rappresenta il 2% dei votanti grillini alle europee. Di questi hanno votato in 35.000, cioè il 30% degli iscritti. E ha votato sì il 61% dei votanti, cioè il 18% degli iscritti e lo 0,000….% dei votanti alle europee. Questo viene salutato dai fautori della “democrazia diretta” come un successone popolare, una vera svolta che rende più maturi i “5 stelle”. C’è bisogno di fare commenti? E’ necessario dire quale fine si dovrebbe far fare a simili politicanti e ai giornalisti e semicolti che appoggiano questo governo? D’altra parte non vedo alcuna reale opposizione capace di bonificare questo paese da tutti questi autentici escrementi.

Contro la democrazia

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Sentiamo dire da intellettuali di paglia, con parole altamente infiammabili, che la lotta al presunto ultimo stadio di degenerazione finanziaria del capitalismo è indispensabile per ripristinare la democrazia. Se questo è lo scopo della nostra battaglia siamo letteralmente fuori strada. E’ sbagliato il bersaglio (la finanza predona), ed è errata la meta (la democrazia da ristabilire). Si tratta, invece, di essere apertamente e prioritariamente antidemocratici perché la democrazia non è il “regno” del demos (la circoscrizione, non il popolo come comunemente creduto) alla greca ma è una proiezione “spirituale” di una forza “materiale”, coincidente con i rapporti ” a supremazia” di cui si sostanzia il mondo occidentale a guida statunitense. Pertanto, democrazia (inteso come prodotto specifico della nostra epoca) è eguale a egemonia del modello culturale americano. Non c’è scampo da questa appartenenza, nemmeno se romanticamente si sognano i greci. Torniamo, dunque, in noi e, peculiarmente, ai nostri riferimenti di sempre tralasciando gli allievi indipendenti di Marx che sono più indipendenti dal rigore scientifico che marxisti. Il Moro scriveva esplicitamente: “Le idee della classe dominante [o di una Potenza preminente] sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale… Se ora nel considerare il corso della storia si svincolano le idee della classe dominante dalla classe dominante e si rendono autonome, se ci si limita a dire che in un’epoca hanno dominato queste o quelle idee, senza preoccuparsi delle condizioni della produzione e dei produttori di queste idee, e se quindi si ignorano gli individui e le situazioni del mondo che stanno alla base di queste idee, allora si potrà dire per esempio che al tempo in cui dominava l’aristocrazia dominavano i concetti di onore, di fedeltà, ecc., e che durante il dominio della borghesia dominavano i concetti di libertà, di uguaglianza, ecc. Queste sono, in complesso, le immaginazioni della stessa classe dominante. Questa concezione della storia che è comune a tutti gli storici, particolarmente a partire dal diciottesimo secolo, deve urtare necessariamente contro il fenomeno che dominano idee sempre più astratte, cioè idee che assumono sempre più la forma dell’universalità. Infatti ogni classe che prenda il posto di un’altra che ha dominato prima è costretta, non fosse che per raggiungere il suo scopo, a rappresentare il suo interesse come interesse comune di tutti i membri della società, ossia, per esprimerci in forma idealistica, a dare alle proprie idee la forma dell’universalità, a rappresentarle come le sole razionali e universalmente valide.” Appunto, sostituiamo la parole “classe” con “superpotenza” ed il discorso non cambia molto, anzi diventa più cogente.
Ecco spiegato perché dobbiamo definirci e comportarci antidemocraticamente, essendo la democrazia una falsa ideologia universalistica che rappresenta il concreto interesse, non di tutti, ma di una nazione o area egemone. La democrazia e la sua sorella libertà sono figurazioni “razionali e universalmente valide” di interessi specifici che si traducono in una maggior subordinazione di chi si piega a detto sistema, soprattutto nella presente epoca di incipiente scoordinamento geopolitico. Scrive anche La Grassa: “la democrazia è quel regime dei dominanti, nel quale il popolo (la stragrande maggioranza dei dominati) viene chiamato ogni tot anni ad eleggere i rappresentanti (nella sfera politica) di coloro che lo opprimono e sfruttano. Lo stesso Lenin considerava la Repubblica democratica “borghese” (poiché a quell’epoca esisteva ancora, per quanto fosse ormai arrivato al suo “ultimo stadio”, il capitalismo borghese) il migliore involucro formale della reale “dittatura” della borghesia: dittatura di classe con un significato diverso da quello in uso presso tutti quelli che sono soltanto studiosi, formalisti, di politologia e diritto, autentici ideologi dei dominanti, trattati quali specialisti, anzi “scienziati” (figuriamoci!)”.
Considerato lo stato di subordinazione dagli Usa dei suoi satelliti europei e longue durée democratica che da un pezzo plasma simili società non sarà assolutamente possibile divincolarsi dal dominio della potenza d’oltreatlantico attraverso i riti elettorali. Sono i suoi cerimoniali. Quest’ultimi riproducono massonerie parlamentari che non vanno mai contro gli Usa. A volte si travestono di sovranismo, come recentemente accaduto, ma esclusivamente perché questa è la nuova parola d’ordine del trumpismo, da intendersi quale mutamento strategico principiato in America dopo le difficoltà dell’ultimo quindicennio che hanno decretato la fine del monocentrismo a stelle e strice.
E’ necessario, invece, un fattivo decisionismo da parte di autentiche élite nazionali, in grado di coinvolgere la popolazione con forme di partecipazione diversa dalle votazioni, al fine di rompere la gabbia d’acciaio dell’atlantismo. Piuttosto, in passato, sono state proprio le dittature ad aver trovato metodologie di trascinamento delle masse nell’arena politica, molto più attive e dinamiche della passiva liturgia delle urne, laddove occorreva liberarsi da condizionamenti esterni ormai troppo pesanti. Nel frangente in corso, con l’avvio del multipolarismo, si ripresentano necessità speculari. Quando è la libertà ad opprimere i popoli, i popoli hanno il dovere di opprimere la libertà.

Meglio una dittatura sovrana che una democrazia serva.

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Vi invito ad ascoltare attentamente questo video di La Grassa http://www.conflittiestrategie.it/democrazia-e-dittatura-solo-differente-decisionismo. Ha ottenuto poche visualizzazioni perché la gente, ormai, oltre che disabituata a leggere è anche incapace di ascoltare. Eppure, il discorso lagrassiano su democrazia e dittatura, lungi dalla solita e perenne retorica dei testi universitari o dei dialoghi televisivi sulla partecipazione pubblica alla vita dello Stato (ridotta ad un gesto banale come quello di fare una croce su un prodotto elettorale), è essenziale per emanare giudizi meno superficiali sui nostri tempi. Che non sono più quelli in cui Churchill poteva affermare, con una battuta, che “la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”. La democrazia è, a questo punto occorre dirlo, una forma di governo modellata sulla prepotenza di un Paese e dei suoi vassalli, che si impone a suon di mazzate e con sempre meno infingimenti su chi non ne accetta il dominio. La democrazia ha gettato la maschera da qualche decennio, diciamo da quando le sfide internazionali hanno alzato la posta in palio, modificando lentamente i rapporti di forza geopolitici, redistribuendo gli equilibri, per ora a livello regionale ma con una tendenza allo scontro crescente tra attori politicamente e militarmente sempre più aggressivi su tutto il planisfero. La pantomima democratica non funziona più nemmeno nei paesi che la sperimentano da lungo tempo, tanto che i gruppi dirigenti, sedicenti democratici, devono ricorrere ad astuzie aggiuntive per riportare le loro pubbliche opinioni alla “ragione” della libertà. Basta vedere il tradimento del responso referendario sulla Brexit. Epitomando: il popolo non è sovrano per niente, in democrazia o in qualsiasi altro sistema politico. Il popolo deve pensare con le idee che altri in alto elaborano mettendogliele in testa e non ha mai coscienza, se non labile, dei veri obiettivi di chi ne condiziona i convincimenti. In altra sede, La Grassa ha scritto che le parti in lotta, anche se sono passate dal voto, in realtà non si fanno eleggere per servire la popolazione, in quanto

“sono strutturate e hanno precisi vertici di comando, tesi a dati (ma non dichiarati) obiettivi di conquista dei posti chiave nelle sfere degli apparati politici, economici e ideologico-culturali. La loro lotta deve ovviamente nascondere gli effettivi intenti di mera conquista del potere (del tutto, o quasi, per quei tot anni) dietro la menzogna degli interessi generali della popolazione, con magari una particolare predisposizione per questo o quel raggruppamento sociale, i cui voti siano preferibilmente “inseguiti” da questo o quel vertice delle parti in lotta, che si ritiene particolarmente organizzato a tale scopo (si pensi, ad es., ai “sindacati dei lavoratori”, organismi fortemente centralizzati, che appoggiano dati partiti). Bando dunque, per favore, alle pantomime sulla “democrazia” come governo del popolo, questo concetto del tutto astratto e il più fortemente ideologico di ogni altro, nel preciso senso di ideologia come falsa coscienza: quella indotta nei cittadini, non quella dei vertici di potere, che se ne servono con notevole consapevolezza dell’inganno da loro perpetrato. Inoltre, e questo è per me decisivo nel deprezzare ogni presunta democrazia elettorale, i cittadini vengono invitati a eleggere questo o quello senza alcun particolare impegno e rischio che non sia l’andare al voto, magari perfino rinunciandoci talvolta se il tempo è particolarmente brutto o invece specialmente bello per andarsene in vacanza, ecc. In altri assai meno miserabili contesti, i cittadini, e facendo magari specificatamente appello alla loro appartenenza a dati gruppi sociali, vengono chiamati alla vera lotta mediante ben altre ideologizzazioni, che sollecitano a volte la loro ira e sempre la speranza di un futuro migliore, perfino l’intelligenza di una decisa fuoriuscita da condizioni di oppressione e di miseria (non solo materiale), ecc”. In casi come questi, gli sciocchi (o qualcosa di peggio a volte) liberali affermano che si va verso la “dittatura”; perché la lotta può farsi cruenta e portare un dato gruppo al vertice della società, per di più rappresentato da un “capo”. In questi casi, però, masse imponenti di esseri umani (senza che si possa calcolare se rappresentano il 50% + 1 della popolazione, per di più quella al di sopra di una data età) si muovono anche a rischio della loro vita, danno il meglio di se stessi, non vanno a bighellonare nei seggi elettorali. Affermo con decisione che questa situazione è mille volte più “democratica” dell’altra. E la “dittatura” è solo nella testa di chi ci rimette, in casi come questi, l’intero suo potere di spremere quella gran massa popolare per i suoi bassi interessi, senza bisogno della benché minima ideologia di supporto: ideologia non come falsa coscienza, bensì come forte credenza che qualcosa di meglio possa essere conquistato. Senza dubbio, in casi del genere viene in evidenza la crudezza dei moti “di massa” e spesso tante altre miserie, perché in simili contingenze s’insinua nel movimento un po’ di tutto; tuttavia, ripeto che chi si muove in tale contesto rischia qualcosa di suo (fino appunto alla pelle). Tale situazione è mille volte migliore della falsa, miserabile, spenta, “democrazia” elettorale dei sedicenti liberali”.

Il democratificio è una fabbrica del potere che produce un certo tipo di funzioni, autolegittimandosi ex-post tramite una volontà generale, chiamata ad esprimersi periodicamente su dei candidati, alla quale si dà la sensazione di entrare nel processo decisionale mentre è già tutto prestabilito da una superiore visione, invisibile agli occhi. On n’échappe pas de la machine. Rancière scriveva: “Le elezioni sono libere. Servono essenzialmente ad assicurare la riproduzione del medesimo personale dominante sotto etichette intercambiabili, ma le urne non sono in genere strapiene ed è possibile rendersene conto senza rischiare la vita. L’amministrazione non è corrotta, tranne in quegli affari di mercato pubblico dove finisce per confondersi con gli interessi dei partiti dominanti. Le libertà individuali sono rispettate, a prezzo di considerevoli eccezioni per tutto quello che riguarda la difesa delle frontiere e la sicurezza del territorio. La stampa è libera: chi voglia fondare, senza l’aiuto di potenze finanziarie, un giornale o una rete televisiva capace di raggiungere l’insieme della popolazione incontrerà serie difficoltà, ma non finirà in galera. I diritti di associazione, di riunione e di manifestazione permettono l’organizzazione di una vita democratica, cioè di una vita politica indipendente dalla sfera statale. Permettere è evidente mente una parola ambigua”.
Gianfranco La Grassa, nel suo intervento, aggiunge un altro tassello alla questione democrazia vs dittatura. Quest’ultima non è una degenerazione della prima ma il risultato di un differente decisionismo nascente in contesti storici particolari in cui cincischiare con le “apparenze” democratiche può mettere a repentaglio certe prerogative sovrane a causa dell’infiltrazione di modelli culturali e politici non corrispondenti alle esigenze di recupero della potenza o di rafforzamento complessivo del Paese, in un clima di multipolarismo e policentrismo. In alcuni frangenti è possibile “parlamentare” data la stabilità epocale o in virtù di relazioni mondiali consolidate, in altri si deve agire tempestivamente badando al sodo. In ogni caso, il popolo non governa mai e mai governerà perché la politica è soprattutto serie di mosse strategiche, dunque coperte, segrete, per assumere la preminenza. Ora si lamentino pure i liberali che ululano contro i totalitarismi. La loro è solo una cultura del piagnisteo, per di più ipocrita perché la democrazia è altrettanto assassina, subdola, manipolante e intrigante (se cosi non fosse non esisterebbero i servizi segreti), che non commuove chi come noi, si spera, è avvezzo ad andare oltre le esteriorità ideologiche dei loro discorsi del piffero. Ebbene sì, meglio una dittatura che punta alla grandezza dello Stato che una democrazia asservita ad interessi stranieri.

Le potenzialità dell’asse

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La manovra è passata in Senato. Dentro ci sono “quota 100” per le pensioni ed il reddito di cittadinanza. Mancano i dettagli, ma pare che i fondi a disposizione per tali riforme non siano quelli annunciati. Vedremo in cosa si concretizzeranno le due iniziative del Governo che gli italiani considerano il “minimo sindacale”, dopo anni di vessazioni economiche ai loro danni. Bruxelles ha ottenuto i suoi tagli ed una vittoria politica che l’Esecutivo doveva evitare andando ad uno scontro ancor più duro, data la situazione di debolezza degli organismi europei. Tuttavia, è inaccettabile che autentici traditori della patria, ex Presidenti della Repubblica o del Consiglio, parlino di democrazia tradita e di dettatura dei provvedimenti da parte della Ue. Proprio loro che hanno fatto strame dell’Italia al fine di sottometterla ancor più pesantemente a voleri extra-nazionali, usando la democrazia come il cesso di casa, utile solo ai loro infimi bisogni. Il coro dei tromboni, che ha già affossato la Penisola, aggiunge inoltre che a causa delle scelte di Lega e 5S non ci sarà crescita ma ulteriore depressione dell’economia del Belpaese. In realtà, è la crisi globale che non si è conclusa, come abbiamo scritto tante volte. Tutte le economie capitalistiche sono in difficoltà, anche quelle che non appartengono all’area occidentale e che negli anni passati hanno avuto tassi di crescita a due cifre, come quella cinese. Il sistema globale è in sregolazione per l’assenza di un unico centro coordinatore, essendo ormai entrato il mondo in una stagione multipolare in cui far da se è più sicuro che andare al rimorchio della vecchia superpotenza. E’ una fase che La Grassa ha paragonato a quella del 1873-96: “si tratta di una sostanziale (lunga) stagnazione, non di un vero e proprio brusco tracollo economico-finanziario. Normalmente, si considera quel periodo storico come la fase di passaggio dal capitalismo di prevalente concorrenza a quello di prevalente mono(oligo)polio. Una fase non caratterizzata da troppo gravi sconvolgimenti (e arretramenti) economici, ma da ritmi di sviluppo estremamente bassi interrotti da inversioni di tendenza di non drammatiche dimensioni. Insomma, un’epoca il cui trend dovrebbe essere rappresentato graficamente da una linea quasi orizzontale”.
Da questa situazione non si esce con i palliativi ma si possono fare, certamente, più danni dando retta ai cialtroni dell’austerità, quelli che continuano a blaterare di pareggi di bilancio e parametri di sicurezza economica da non sforare, o altre amenità. Puntare su politiche espansive della domanda è l’unica per non annegare del tutto, ben sapendo però che, da un simile quadro di problemi, si viene fuori esclusivamente con azioni di immane coraggio politico, ovvero quelle in grado di ribaltare le ataviche abitudini di un’intera epoca storica. Occorre in sostanza partire da rinnovate partnership internazionali per rompere la gabbia d’acciaio in cui ci si trova confinati. Noi abbiamo parlato di nuovo asse Berlino-Roma-Mosca, ma si tratta di un’indicazione di massima che può e deve includere altre formazioni sociali che condividano una necessaria trasformazione degli assetti mondiali. Questi sono gli unici veri cambiamenti che possono riscrivere il destino dei Paesi nella transizione epocale in atto.’’’

Crisi economica: effetto di processi socio-politici, di GLG

gianfranco

1. -qui

articolo ricco di pregevoli annotazioni, in cui si fanno previsioni certo credibili. Noto la solita enfasi sui problemi finanziari, anche se si accenna pure a grossi problemi che stanno investendo alcuni colossi produttivi (ad es. General Electric). Si fanno riferimenti ai segnali premonitori di altre “recessioni”, tipo anni ’80, il 2000 ecc., che appartengono però ad un’altra fase storica. Si nota pure la solita dimenticanza di rilevare che, da un punto di vista anche solo fenomenico, tutte le crisi comportano discrepanza tra produzione e consumo, tra offerta e domanda; nel senso che la prima diventa eccedente e non vien assorbita dalla seconda.

I marxisti “economicisti” hanno insistito sul fatto della continua tendenza dello “sfruttamento” capitalistico ad alzare la produttività del lavoro onde ridurre la quota del “tempo di lavoronecessario” a produrre i beni indispensabili alla sussistenza e riproduzione della forza lavoro secondo i crescenti livelli storico-sociali; tempo di lavoro che sarebbe il valore della merce forza lavoro – e accrescere quella del “tempo di pluslavoro (plusvalore) che è il profitto capitalistico. Accentuandosi il divario di reddito tra le due classi (quella proprietaria dei mezzi produttivi e quella in possesso di sola forza lavoro), e prevedendouna crescente maggioranza della seconda (salariata), si pensava che questa fosse la causa decisiva di un consumo inferiore all’offerta di merci prodotte.

I teorici neoclassici hanno sempre negato la necessità “strutturale” della crisi e l’hanno a lungo considerata legata a fattori del tutto contingenti, imprevisti, in fondo casuali. La teoria keynesiana – a mio avviso pur sempre aderente al campo neoclassico con riferimento al valore-utilità (e non più al valore-lavoro) dei beni prodotti – mi sembra aver insistito sul fatto che, nei sistemi opulenti e in una situazione di piena occupazione dei fattori produttivi (capitale e lavoro), si crea una quota di risparmio di impossibile totale investimento data la situazione delladomanda dei beni. Anche abbassando i tassi di interesse per il risparmio prestato ai potenziali investitori, questi non trovano convenienza ad investire appunto per la carenza di domandacomplessiva; e allora parte la crisi e la disoccupazione dei fattori produttivi. Si insiste sempre molto sulla disoccupazione del lavoro, ma si deve tenere conto anche della disoccupazione delfattore capitale; cioè imprese che chiudono per fallimento o per l’impossibilità di far quadrare spese e ricavi o in ogni caso che riducono la produzione e licenziano lavoratori, ecc. Altrimenti, la soluzione prospettata – spesa statale senza tanto badare al deficit, ossessione dei liberisti attuali che stanno accentuando la crisi dei vari sistemi – non risolve il problema della crisi. Non si può (ri)occupare lavoro se la domanda, incrementata dalla spesa pubblica, non trova rispondenza nella riapertura delle imprese, nella creazione di nuove, nella spinta alla crescita di quelle prima in grave difficoltà; e via dicendo. Si ha solo inflazione.

Quanto detto fa già notare la sciocchezza di voler imputare tutto quanto accade ai finanzieri, cioè alle banche e altri apparati (anche internazionali) che controllano la moneta. Sembra che la finanza – e gli uomini simbolo che la rappresentano secondo l’opinione di tanti “critici del sistema”; ad es. oggi Soros – determini con il suo comportamento prima l’ascesa e poi la crisi del complesso economico. E ovviamente i “più critici fra i critici” imputano ai finanzieri la loro smania di guadagno, la perversità di coloro chevogliono semplicemente arricchirsi senza pensare agli altri. Chi si attesta su simili posizioni crede in fondo alla possibilità di risanamento del sistema capitalistico così com’esso è nel momento della crisi; è sufficiente combattere lo strapotere (presunto) di banche e istituti che manovrano il mezzo monetario. E senza dubbio ci sono fasi in cui è sufficiente questo tipo di operazioni, ma allora non si tratta affatto di vera crisi; noncomunque di quella da cui non si esce affatto con simili “correzioni” del tutto provvisorie e di “superficie”.

La tesi che a mio avviso si avvicina di più alla corretta interpretazione delle difficoltà insorte, che sempre creano sovrapproduzione (e relativo sottoconsumo), è quella della crescente anarchia dei mercati man mano che si sviluppa l’onda crescente della produzione. E’ pur sempre una tesi con accentieconomicistici, tesa cioè a considerare la sfera produttiva l’asse centrale e dominante dell’intera struttura sociale, ma comunque mette in luce un elemento decisivo del capitalismo, che questa storicamente specifica forma di società ha mantenuto così come le precedenti formazioni sociali. La società umana, come le altre forme di vita, è caratterizzata dal conflitto; più o meno acuto e, alla lunga, non componibile mediante compromessi e aggiustamenti vari. D’altronde, senza conflitto non ci sarebbe vita perché è questa ad esigerlo proprio per perpetuarsi; a volte èblando, a volte violento, talvolta appunto mediabile o invecespinto al regolamento definitivo dei conti.

2. Molti economisti del XX secolo hanno pensato che quelprocesso, definito da Marx centralizzazione dei capitali (conseguente al conflitto intercapitalistico), avrebbe comportato l’avvento della forma oligopolistica del mercato con attenuazione della competizione (concorrenza) tra grandi imprese e tendenzaagli accordi fra esse. Lenin – tra i marxisti che sposarono la tesi della crisi causata dall’anarchia mercantile – intelligentemente parlò della fase monopolistica del capitalismo (in realtà si riferivaappunto alla forma di mercato oligopolistica) come di qualcosa che non annullava la concorrenza, “ma la portava ad un più alto livello”. Egli giunse a questa esatta conclusione perché, pur mantenendo fede alla tradizione di un marxismo economicistico (tipico quello di Kautsky, di Hilferding e della stragrande maggioranza dei marxisti della II Internazionale), aveva unaprecisa consapevolezza del conflitto politico; quindi interpretò nello stesso senso la competizione mercantile tra imprese, pur quando queste ultime fossero giunte alle dimensioni della grande unità produttiva mono(cioè oligo)polistica. In definitiva, pur senza esplicitarlo veramente, trattò la concorrenza alla stregua del conflitto tra paesi.

Quando questi giungono al livello di grandi Potenze in pieno urto multipolare, non si afferma, se non per un periodo transitorio, il loro tentativo di mediare lo scontro. E comunque anche durante il periodo della mediazione, ci scappano sempre frizioni e tentativi di superarsi in forza, il cui sintomo – quello appunto classico del multipolarismo – è il disordine crescente in aree territoriali sempre più vaste, sulle quali le diverse Potenze mirano ad allargare la loro sfera d’influenza. E non può essere diversamente. Il sistema bipolare (Usa-Urss) del secondo dopoguerra diede la sensazione dell’equilibrio (banalmente attribuito al possesso di armi atomiche) sol perché esisteva un “Terzo Mondo”, molto meno forte e subordinato agli altri due; allora le due “superpotenze” poterono sfogare il conflitto in quest’area, con esiti spessoestremamente violenti. E se paragoniamo la repressione dell’Urssin Ungheria (1956) e in Cecoslovacchia (1968) e l’incauta e poco felice “avventura” in Afghanistan con quanto hanno fatto gli Usa in America Latina (Brasile, Guatemala, Cile, Panama, ecc.), in Asia (Indonesia nel 1965 e la lunga e sanguinosissima guerra in Indocina) e in Africa (un po’ dappertutto), va sfatata la violenza congenita al sedicente “comunismo” (esistito solo nella terminologia, non certo nella realtà del sistema detto “socialista” e che tale non è mai stato); i più grandi massacratori di tutta la storia dell’Umanità sono stati i fautori della “libertà e democrazia”, esportata in tutto il mondo con milioni di eliminati. Non sto parlando dei nazisti; non benefattori sia chiaro, ma che hanno commesso orrori assai “grossolani” rispetto alle “raffinatezze” più moderne degli americani. Un po’ come le squassanti e vistose torture medievali confrontate con quelle più “sottili”, ma non meno devastanti, compiute nell’era dell’elettricità (ed oggi elettronica).

   Quando è crollato il polo “socialista”, per poco più di un decennio sembrava si stesse formando un sistema detto “globale” dai soliti liberisti, che vedevano solo il diffondersi del mercato a livello mondiale. In realtà, si stava allargando, nella sedicente globalizzazione (mercantile), la sfera d’influenza della sola Potenza rimasta. In tal caso, se fosse stato a lungo così, le crisi sarebbero rimaste “recessioni”, subordinate alle tendenze “centripete” e all’articolazione dell’intero globo da parte appunto di un “centro irradiatore”. Simile situazione è durata molto poco e alla continuazione della crescita della Cina si sono aggiunte la netta ripresa della Russia (sia pure ridotta come paese e ancor più come sfera d’influenza rispetto all’Urss) e l’apparire di altre subpotenze varie. Malgrado l’arresto (temporaneo?) del Brasile, le ancora rilevanti “incertezze” dell’India, si hanno ormai tendenze abbastanza chiare nella volontà di vera rinascita (non solo economica) del Giappone, nella prospettiva di una Corea riunificata, nei decisi avanzamenti di paesi tipo Turchia e Iran (pur con notevoli problemi interni, ma credo sopravvalutati dagli speranzosi “occidentali”). Il multipolarismo avanza, le forze centrifughe prendono viepiù il sopravvento.

Si accentua dunque il disordine globale, che non è però la semplice “anarchia del mercato”. La competizione (concorrenza) interimprenditoriale è in definitiva un effetto – così come le varie manovre speculative di una finanza che sembra al di sopra delle nazioni (per chi confonde le cause con le loro conseguenze) – della rinascente lotta per la riarticolazione delle diverse sfere d’influenza. Ecco perché la crisi iniziata nel 2008 assomiglia – come da me messo in evidenza fin dal principio – alla crisi di stagnazione del XIX secolo (1873-96) quando iniziò il declino (non compreso affatto per molto tempo) dell’Inghilterra e il potenziamento di Usa (una volta spazzati via i “cotonieri”) e Germania (che annientò la Francia, prendendo sostanzialmente il suo posto); e, appena più tardi, il Giappone, che impresse un duro colpo alla Russia zarista (con l’inizio del processo di disfacimento interno a tale paese conclusosi nella rivoluzione del ’17). Tutti credono che la crisi attuale sia in via di superamento, ma non sarà così. Indubbiamente i paesi europei, in mano a élites di un liberismo ottuso e antiquato, sono particolarmente incapaci di rilanciare una crescita. Tuttavia, ci si accorgerà che tutto il sistema mondiale non si riprenderà facilmente dalla crisi in atto malgrado deboli riprese e ricadute; e in aree diverse in momenti diversi.

Ecco perché gli anni a venire vedranno la fine di tutti gli arretramenti sociali e politici di questi ultimi decenni di piena decadenza e disgregazione dell’occidente, con un pauroso crollo del suo patrimonio culturale e delle notevoli tradizioni di civiltà dell’area europea. Ivi compresa la sua religione; io non sono un credente (nemmeno nell’inesistenza di una deità, semplicementenon mi sono posto tale problema per motivi vari su cui qui sorvolo), ma sono favorevole al mantenimento d’essa proprio per la sua valenza culturale e civile senza le meschine limitazioni cui si vorrebbe sottoporla grazie ad una tale stupidità, detta ridicolmente “progressista”, da far pensare alla “nascita” di un “sottouomo” (o magari di masse di “replicanti”). Verranno inoltre a cadere le sciocchezze relative alla “virtuosa” globalizzazione dei mercati fonte di benessere per tutta l’umanità, alla fine degli Stati nazionali, alla nascita di un immaginario finanzcapitalism e a tutta una serie di invenzioni di menti evidentemente giunteall’esaurimento delle loro capacità cerebrali.

Comincia anche, almeno mi sembra, una nuova scissione di strati sociali ancora per larghi versi confusa e non ben determinata. C’è stato un tempo dello sviluppo capitalistico in cui si era in effetti affermato un modello di distribuzione del reddito detto “a botte”; con vertice ristretto, una base più larga ma non troppo e invece un rigonfiamento notevole dei livelli intermedi. Oggi, la “botte” si sta riconvertendo nella classica piramide (o cono), il che comporta appunto una divisione più netta all’interno di quel complesso sociale denominato genericamente ceto medio (o ceti medi). Anche in tal caso, sia pure sempre con il solito avvertimento della non identificazione, si sta verificando un fenomeno sociale che ricorda la scissione e decantazione avvenuta all’interno del Terzo Stato dopo la Rivoluzione francese (grosso modo nei primi decenni o prima metà del XIX secolo). Assisteremo a scontri sociali non più soltanto ridotti a lotte “antimperialiste” nell’ormai nettamente diversificatosi “Terzo Mondo” o alle lotte sindacali nel “Primo” (capitalisticamente avanzato).

Non saranno le lotte “di classe”, cui ci si era abituati tra metà ‘800 e gran parte del ‘900, ma si andranno esaurendo le imbecillità ammanniteci con i vari “anti”: antirazzismo, antifemminismo, antiomofobia, antifascismo e anticomunismo, ecc. Sarà liquidato il “politicamente corretto” di certe correnti ancora definite, in modo assurdo, “di sinistra”: le più reazionarie e da aggredire con la massima virulenza e volontà decisa di loro eliminazione fino all’“ultima cellula cancerogena”. E si andranno riformulando nuove ideologie, che sono parte integrante dello spirito umano e la cui sparizione (peraltro falsa e solo dichiarata da chi ancora è pregno di quelle vecchie ormai in putrescenza infettiva) è ulteriore sintomo di degradazione dell’umano. Si riaprirà una nuova fase di rilancio e di crescita non solo economica e di ricchezze “materiali”. Stiano infine accorte le nuove generazioni; a loro spetta un futuro non semplice, di dura lotta, ma di “elevazione”.    

 

L’alternativa e’ ormai secca e pressante, di GLG

gianfranco

Qualcuno(a) ha scritto che non si offendano le puttane paragonandole ai giornalisti (salvo le opportune eccezioni; d’altronde si sa che non c’è regola senza eccezioni). In effetti, la gran parte dei giornalisti – e non solo italiani almeno dalle notizie che arrivano in merito alla stampa statunitense – è ben rappresentata soltanto da vermi che strisciano a pagamento. Quelli appena un po’ meno banali e superficiali (ma mai meno faziosi e bugiardi) sono lombrichi. Oggi c’è un buon articolo di Belpietro su “La Verità” (che non so riportare non essendo il giornale on line), in cui si mette in luce come stanno andando i sondaggi elettorali in totale contrasto con quanto sostengono i giornali riguardo alla presunta rivolta dei “nordici” nei confronti della Lega, che i sondaggi danno in notevole crescita. Ne ho anch’io visti un certo numero. Ne cito solo pochi. Intanto, quello patetico de “Il Giornale” che dà in aumento la Lega (ma solo a poco più del 31%) e ridicolmente attribuisce a F.I. una rimonta fino ad oltre l’11%. In realtà, quelli settimanali del TG7 danno alla Lega ormai ben oltre il 30%, F.I. sempre tra il 7 e l’8% (qualche volta al 9), il Pd sempre tra il 17-18, ecc. ecc. Quanto a Pagnoncelli, proprio 2-3 giorni fa ha segnalato la Lega a oltre il 36% e F.I. e Pd alle percentuali appena considerate. Lascerei comunque stare i sondaggi (molto spesso richiesti e magari finanziati da qualcuno) e attenderei le vere elezioni (tipo quella del Trentino-Alto Adige con F.I. quasi sparita e il Pd appena visibile).

A parte i sondaggi, la malafede degli organi d’informazione – ancora uniformati al vecchio establishment piddino e forzaitaliota, quello appoggiato dai nostri “cotonieri” (i vertici confindustriali, da sempre vera vergogna di questo paese) – ha raggiunto livelli via via parossistici a partire dal 4 marzo, ma soprattutto dopo la formazione del governo. In questi giorni – in accordo con gli attuali vertici della UE, formati da membri di un PS in disfacimento dappertutto e di un PPE in grave crisi, in particolare proprio nel suo paese “principe”, la Germania; e non parliamo di “en marche” di Macron – l’informazione dei venduti continua ad intervistare i suddetti “cotonieri”, facendoli passare per l’intero ceto degli imprenditori nordici in sollevazione contro la Lega. In realtà, si devono ossessivamente udire le cavolate di uno dei figli dei “capitani coraggiosi”, cui vent’anni fa fu svenduta la Telecom fino ad allora pubblica. Vicenda raccontata più volte da noi di C&S, implicando pure un certo Mario Draghi, da tutti considerato un grande economista che avrebbe operato per aiutare l’Italia; sì, in un certo senso, solo da quando fu nominato a dirigere la BCE nel 2011, proprio l’anno in cui, a novembre, iniziò il settennato dei governi di “tradimento del paese” (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni), che si tentò di perpetuare dopo il 4 marzo con un altro dissennato governo tecnico (Cottarelli), immediatamente bloccato dall’accordo certo problematico dei due attuali governativi, non ancora adeguato alle necessità dell’epoca che avanza.

Il fallimento della “primavera araba” (tentativo obamiano di ricreare un ormai impossibile monocentrismo americano, che ha condotto agli sconvolgimenti in Africa e Medioriente con l’incontrollato fenomeno migratorio), le elezioni presidenziali negli Usa (che mostrano lo scollamento delle sedicenti élites,“acculturate” malamente e terribilmente ignoranti proprio in fatto di storia), la prosecuzione di tale processo in Europa (con i vari sedicenti “populismi” e la crisi irreversibile della UE), adesso anche i “gilet jaune” in Francia, ecc. chiariscono senza più dubbi che l’alternativa è: dissesto crescente della “civiltà occidentale” o eliminazione completa e senza alcuna pietà (o resipiscenza di “falsa etica”) di vecchie “sinistre” e “destre” ormai non più corrispondenti ai termini usati e solo formate da zombi. Sappiamo da notevoli film anticipatori (fra cui quelli di Romero, ma non solo) che o gli esseri umani eliminano gli zombi o questi ultimi li azzanneranno e li ridurranno nelle loro condizioni. Ormai questo è certo; quindi sarebbe necessario che terminassero presto i dubbi e le indecisioni su ciò che è sempre più urgente fare per salvarsi.  

 

IL BENE E IL MALE

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Il bene e il male

Per i “sinceri democratici” sarebbe l’odio a caratterizzare i nemici mentre la propria parte alberga perennemente nel bene. Gli altri sono cattivi, razzisti, xenofobi ; loro solidali, comprensivi, includenti. Ma è la politica, ridotta ad una battaglia tra bene e male, il vero pericolo per una società. E sono i sedicenti buoni ad alimentare questo meccanismo pernicioso in cui una pagliuzza diventa trave e una trave, presto o tardi, si trasforma in manganello (se non in qualcosa di peggio) col quale verranno fracassate le teste dei presunti buoni e dei cattivi tergiversanti, i quali non hanno impedito ai primi di mandare tutto in cancrena.
Altro che fascismo! Se si continua a tuonare così, dopo aver portato la gente all’esasperazione, si materializzeranno nuovi mostri che faranno rimpiangere i vecchi, non veramente tali. La rabbia e la frustrazione delle persone, martoriate dalle scelte di una classe dirigente incapace e servile, liquidatrice in breve di un patrimonio pubblico accumulato in decenni di duro lavoro collettivo, favoriscono il ricorso alle soluzioni sbrigative di gente che va per le spicce, almeno verbalmente. Dobbiamo però ancora assistere ad autentiche svolte che non si risolvano in minacce, senza molte conseguenze, all’Europa serva, alle navi negriere e alle società prenditrici private. C’è un mondo da buttare giù e non bastano le promesse di cambiamento per liberarsene. Occorre fare (perché si è capita la posta in palio) e poi annunciare di aver fatto. La bastonata non va giurata ma assestata al momento opportuno, altrimenti finisce tutto a tarallucci e vino. Qui sta la differenza tra una forza con le idee chiare e chi gioca solo a schiarirsi la voce a furor di popolo, come pare stia avvenendo. Sicuramente, questo Governo rappresenta un passo in avanti per le intenzioni messe in campo. Si respira un’aria di ribellione ai cliché coi quali finora si sono chiesti ulteriori sacrifici ad un popolo impoverito e umiliato ma manca ancora la capacità di andare alle vere cause delle diverse problematiche. Non si combatte l’immigrazione scriteriata semplicemente bloccando i barconi ma abbattendo il muro di silenzio e rompendo le alleanze con chi ha scatenato le guerre di aggressione o favorito i colpi di mano interni nel mondo arabo-africano e in medio-oriente, dirottando sul nostro paesi i flussi di clandestini; non si combatte la speculazione finanziaria prendendosela con il denaro e gli speculatori ma dipanando le manovre politiche che guidano la Grande Finanza nei suoi affari in ossequio a precise strategie statali; non si combatte la perdita di sovranità ricorrendo a superate ubbie ideologiche, di consunti movimenti del passato, ma costruendo percorsi alternativi nella ristrutturazione geopolitica globale.
Queste le cose importanti. Invece, qui si commettono errori molto più banali. Non mi scandalizzano gli insulti e le fake news, che non sono una invenzione di questi tempi, ed impressionano solo le anime belle. Ma è uno spreco di energie rincorrere l’avversario su un simile terreno scivoloso. Occorre piuttosto annichilirlo rovesciando i vertici dei mezzi di comunicazione pubblica, ora che si può, ribattendo colpo su colpo alle menzogne dei loro fiancheggiatori giornalistici, protestando energicamente con i manipolatori e presidiando le redazioni delle televisioni, dei giornali e delle radio. Devono sentire il fiato sul collo di che è pronto a smentirli e, se occorre, a spaventarli con la sola presenza massiccia sotto le loro torri d’avorio. Le ingiurie diventano superflue quando la contestazione è organizzata razionalmente.
Infine, si espliciti bene una questione. Lo scontro, il conflitto, la competizione tra idee e uomini è inevitabile, è linfa vitale della società, si manifesta in varie gradazioni, a seconda del livello dei rapporti di forza, ma inevitabilmente, prima o poi, giunge ad un punto di massima tensione. Quando si arriva a questa situazione, che implica una possibile trasformazione negli assetti di potere, cadono gli schermi dialettico-dialogici ed il “corpo a corpo” risulta inevitabile. Ognuno pensa di avere ragione, di essere nel giusto ma alla fine ha ragione chi prevale e torto chi soccombe. Chi vince riscrive la storia della sua affermazione come storia del bene che ha trionfato sul male, pur se ha trucidato ed ammazzato. E per trionfare si devono sempre lasciare molte croci del nemico alle spalle. Il bene fa più cimiteri del male.
Attualmente, un sovvertimento dei gangli del potere appare necessario, perché i drappelli di comando, pubblici e privati, hanno smesso, da lunga pezza, di svolgere una funzione positiva per la nazione. Anzi, dobbiamo ricordare che essi furono agevolati da una svolta epocale (la fine del bipolarismo mondiale) che favorì la loro ascesa, nel contesto nazionale, contro la precedente élite dirigenziale (fatta fuori per via giudiziaria), considerata non più adeguata a sostenere i programmi strategici dell’unica superpotenza rimasta sulla faccia del pianeta. Nella fase che si approssima, di multipolarismo geopolitico, non c’è più spazio per tali agenti arrendevoli e supini ad interessi stranieri, in relativo ridimensionamento, pena il disastro che abbiamo sotto gli occhi. La lotta tra bene e male sta mandando in rovina la vita delle minoranze reiette e della maggioranza della popolazione, come sempre accade prima che si risolva il conflitto. In ogni caso, Ci sono momenti in cui occorre fare bene il male, contro chi col bene ha fatto male, perché si possa ricominciare a sperare.
Ps.
Mi sembra opportuno citare questa riflessione di La Grassa sul bene e sul male, o meglio, su quel che si nasconde dietro questa biforcazione “morale”, spesso pretestuosa.
“Ritengo in effetti particolarmente fastidiosa la retorica di gran parte dei sedicenti pensatori che – alcuni senz’altro in buona fede, i più però con ipocrisia e perfetta malafede – ci stonano la testa con le possibilità di addivenire a forme di convivenza pacifiche, di comunità di intenti e altre speranze di vario genere. A mio avviso si tratta appunto o di bugie o di ingenua tendenza all’eliminazione (o decisiva attenuazione) di ciò che noi uomini, e solo noi fra tutti gli esseri viventi, definiamo “male”; in contrapposizione appunto al “bene”, che ci si affanna continuamente a predicare. Ritengo del tutto utile, anzi necessario, che ci si sforzi in definitiva in direzione del bene. Così come sono convinto sia del tutto ragionevole e vantaggioso cercare di evitare gli scontri bellici di primaria grandezza, senza dubbio eminentemente micidiali.
Sono queste tendenze a condurre spesso alle maggiori trasformazioni legate al nostro specifico modo di “nutrirci” utilizzando il pensiero, la ragione o come la si voglia definire. Tuttavia, è bene essere anche consapevoli che alla fine queste tendenze – nell’ambito di una realtà non mai adeguatamente, e meno che mai esaustivamente, conosciuta e squilibrante in massimo grado – condurranno allo scontro tra gruppi sociali variamente strutturati (ivi comprese le nazioni dell’epoca moderna con quella “mitica realtà” da noi elevata a rappresentazione del “tutto” che chiamiamo Stato). Tendenzialmente, ogni gruppo è convinto d’essere “il bene”, contrastato da altri, i nemici, che sono “il male”. Di conseguenza vi è la spinta accelerata a fornirsi degli strumenti atti a far prevalere “il bene”; e si ha il cosiddetto “progresso”, che è soltanto quello tecnologico, ma non può essere sconsideratamente svalutato.
L’importante è essere consapevoli di che tipo di “progresso” si tratta e di ciò a cui serve, di ciò a cui conduce, di ciò che comporta sovente in termini di sofferenza, distruzioni, morte “in massa”, ecc. Poi, passata solo temporaneamente la tempesta, quelle “innovazioni” sono in grado di migliorare le nostre condizioni di vita, “di nutrimento”, in periodi di tranquillità e relativa pace. Basta non ricominciare a chiacchierare su speranze di grande elevazione del nostro spirito, della nostra tendenza al “bene” comune, che è comune solo a fasi alterne e per gruppi che si scrutano e sospettano vicendevolmente, pronti a ri-darsele di santa ragione per……il bene comune, appunto”.

Il BENALTRISMO MALATTIA SENILE DEL SINISTRISMO di R.Di Giuseppe 

Previsione del futuro (2)

Qualsiasi cosa va bene pur di evitare di fare i conti con ciò che la realtà ci impone di vedere. Un personaggio che in effetti la Rivoluzione l’ha fatta davvero, un certo Vladimir Ilic Lenin, parlava di “Prassi – Teoria – Prassi”, ovvero partire dal dato di realtà, esplorarlo, capirlo, senza fingere di non vedere ciò che non ci piace, elaborare una necessaria riflessione teorica adatta ad intraprendere un percorso di trasformazione ed infine misurare il pensiero sul campo reale per verificarne gli effetti. Tanto per esemplificare, allo scoppio della Prima guerra mondiale, mentre i socialisti europei (la Sinistra sinistrata di quei tempi) predicando la pace senza se e senza ma, finivano per votare i crediti di guerra delle rispettive nazioni (ad eccezione di quelli italiani che si erano rifugiati nella formula ancora più ipocrita del “nè aderire, nè sabotare”), Lenin parlava di trasformare la guerra da imperialista in guerra civile. Da rivoluzionario, non si poneva, nè poteva porsi, il tema dei lutti e delle sofferenze terribili che la guerra avrebbe inevitabilmente comportato, ma quello del potenziale di radicale rivolgimento che quel drammatico evento portava con sèMa in effetti Lenin non era di “sinistra”, era un comunista bolscevico… una bella differenza! Un benaltrista oggi lo definirebbe certamente un cinico senza cuore nè umanità. D’altra parte Lenin quando parlò di pace separata con la Germania, non lo fece certo per spirito pacifista, ma per poter combattere su un solo fronte contro i bianchi controrivoluzionari. Un benaltrista dei nostri direbbe che prima di combattere i “bianchi” c’era BEN ALTRO! C’era prima da combattere contro i tedeschi (in solidarietà coi liberi alleati delle democrazie europee e americana) e poi pensare alla “giusta e sacrosanta” rivoluzione (cose che appunto dicevano i sinistri russi nel 1917 e avevano detto quelli europei nel 1914). Nel frattempo vai con le belle canzoni e con le infinite citazioni… quelle si son cose che cambiano il mondo… Nel suo mirabile film del 1966, “La Battaglia di Algeri”, il regista Gillo Pontecorvo, mostra chiaramente che l’FNL, il Fronte Nazionale di Liberazione algerino, prima di cominciare lo scontro con i francesi in città, si preoccupò di eliminare tutta una serie di figure presenti nella Casbah, il quartiere arabo di Algeri. Erano, spacciatori, sfruttatori di prostitute ed anche mendicanti. Tutti dovevano sparire, cambiare attività e sottomettersi all’autorità del Fronte, oppure morire. Si trattava in fondo di piccole entità, parti anch’esse del popolo algerino, ma erano l’arma con cui le autorità francesi controllavano la Casbah. Spie e veicoli, magari involontari, di corruzione e disorganizzazione. In sostanza un coltello puntato alla schiena di chi si preparava ad uno scontro mortale contro un nemico potente e ferocemente determinato a prevalere. Un benaltrista contemporaneo cosa direbbe? Direbbe: “Mentre il saggio indica col dito l’imperialismo francese, lo stolto abbaia ai diseredati ed ai piccoli delinquenti della Casbah!” Un vero Progressista, Democratico, Obamiano, Canzonettista, Citazionista, Vignettista! Trasposto all’oggi la musichetta resta sempre la stessa: “Invece che ai migranti guarda alle multinazionali… invece che ai rom che rubano guarda a quanto ti rubano le banche…” e via cantando. I benaltristi sinistrati non vedono, ma io comincio a pensare che soprattutto NON VOGLIONO VEDERE che i copertoni bruciati che intossicano un intero quartiere senza che nessuna autorità muova un dito, la ladruncola che ti fotte il portafoglio in metropolitana e che non può essere arrestata perchè minorenne, gli spacciatori bianchi o neri che occupano impuniti parchi e piazze, i ladri che ti entrano in casa e ti fanno sentire come stuprato, magari due o tre volte a distanza ravvicinata, i senza tetto che bivaccano nei giardini pubblici o che lordano di feci e urina un parco giochi per bambini (tutte cose comuni che conosciamo benissimo), sono ferite sanguinose nel corpo sociale, lo spezzano e lo disgregano, lo respingono verso il degrado ed IMPEDISCONO DI FATTO la possibilità di aggregare attenzione ed azione contro i veri dominanti. Sono sabbia negli occhi che non uccide ma acceca ed impedisce di vedere le minacce più grandi. Senza bisogno di scomodare concetti rivoluzionari, basta vedere che quei paesi, anche extra europei, in cui l’attenzione dell’opinione pubblica ai propri diritti nei confronti dei dominanti è più alta ed efficace, sono proprio quelli dove queste continue microfratture sociali sono mal tollerate e ridotte al minimo. Una sinistra che non fosse stata sinistrata, meno arrogante e parolaia, meno inutilmente innamorata di se stessa e delle proprie canzonette, avrebbe affrontato per tempo questi temi proprio perchè cosciente della loro decisività nella lotta contro i dominanti. Ma la sinistra è vecchia, è muffa, è anchilosata e residuale. Era già morente nel 1914 e nel ‘17, ma ha finto di ringiovanirsi sull’onda lunga delle rivoluzioni comuniste ed ora che quell’immane lotta ha avuto il suo epilogo, ecco che riemerge il cattivo odore. Ai voglia a tentare di coprirlo con le vignette e le citazioni pescate qua e là. E’ il Benaltrismo, malattia senile del Sinistrismo.

BASTA MENZOGNE: QUESTA è LA “DEMOCRAZIA” ODIERNA, di GLG

gianfranco

La “democrazia” del voto (ormai alterata dai bisogni di “governabilità” per cui nemmeno esiste più il principio cardine di “una testa un voto”; ogni individuo che vota vale quanto un altro) è parte integrante della nuova formazione capitalistica, di impronta USA, affermatasi nel XX secolo; e solo dopo aver annientato, schiacciato senza tanti complimenti, i “cotonieri” del sud che avrebbero impedito ogni crescita di potenza. In questa formazione sociale i gruppi politicamente dominanti sono strettamente intrecciati con la criminalità più spietata. Questa viene combattuta, se ne dà una immagine (esatta) di tipo orrorifico, come qualcosa di feroce, crudele, disumano, aberrante. Mai però la si annienta perché il suo annientamento sarebbe la fine di questa forma sociale.

Non abbiamo mai capito che il capitalismo (in realtà, il modo di produzione capitalistico), trattato brillantemente da Marx che scoprì con precisione cosa stava “sotto” l’effettiva eguaglianza esistente nel puro scambio mercantile; cioè la differenza tra classi, quella che ha e quella che non ha la proprietà dei mezzi di produzione era quello inglese, nato dalla prima “rivoluzione industriale” (e ancor prima dalla “accumulazione originaria”, fase preparatoria): il capitalismo della “borghesia”, che non era un insieme di semplici “Arpagone” (l’avaro di Molière), bensì un gruppo di intraprendenti pionieri di un nuovo modo di produrre e che ancora si trascinavano dietro, pur ormai in fase di deterioramento, un certo senso dell’onore e della rispettabilità.

Nulla a che vedere con quello che chiamiamo nello stesso modo (capitalismo), affermatosi nel paese della “nuova frontiera”,caratterizzato dalla violenza omicida più spinta. Le gang non sono il prodotto delle cosiddette mafie – fra cui è brillata per un certo periodo quella italiana – ma il vero “succo” della formazione sociale americana (del nord America). Però, tale succo deve essere continuamente alimentato e nel contempo combattuto, indicato come il “male assoluto”. Da qui l’inganno di chiamare il “popolo” (concetto di qualcosa di inesistente) a esprimere la sua volontà detta, con immane ipocrisia, “sovrana”. E per conquistare le parti maggioritarie di questa finta “sovranità”, le varie gang “legali” (assassine quanto quelle indicate con tale nome e combattute in nome di “superiori principi”) non fanno altro, lo ripeto, che alimentare la criminalità e di combatterla.

Tale modalità è stata poi esportata anche all’estero, nei paesi che la potenza criminale statunitense ha inteso e intende dominare quale sua sfera d’influenza. Si crea il “male assoluto” (tipo, negli ultimi tempi, Al Qaeda e poi l’Isis e via dicendo) e poi si convincono, tramite servi ben pagati, i vari “popoli” dei paesi investiti e spaventati dal “terrorismo” di esserne la difesa. Si chiede quindi a tutti di accettare la dominazione statunitense e degli organismi politici (tipo quelli europeisti) che ne sono emanazione. Questa la nuova forma di dominazione, sostitutiva di quella coloniale del vecchio capitalismo borghese. Adesso, c’è uno scontro abbastanza acuto all’interno del potere criminale statunitense; il che ha creato sbandamento anche nei vertici dei “servi” europei. Tuttavia, ancora non sorgono in questa fondamentale parte del mondo, forze in grado di approfittarne per cominciare a liberarsi e a ridiventare sovrani. Non con l’ingannodel “popolo sovrano”; parlo proprio di nuovi gruppi dirigenti in grado di spazzare via le urne e, assieme ad esse, queste schifose accolite di dirigenti “europeisti”. Adesso queste non sanno bene chi seguire negli USA. E intanto continuano con la balla della “sovranità popolare” e vanno solo in cerca di manciate di voti in più per meglio avvoltolarsi nei loro giochi tipici della nuova forma di capitalismo pur sempre all’americana, cioè fondata sulla criminalità più spinta. O ci liberiamo di questa infame “democrazia” (che fotte continuamente le autentiche popolazioni, quelle composte di tanti strati e comparti) o entreremo totalmente in una notte cupa, in cui vedremo soltanto i bagliori del fuoco dei criminali: quelli “legali” molto più mortiferi di quelli “illegali”.

 

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