Bravo man troppo II, di Roberto Di Giuseppe

gianfranco

Faccio notare tre punti di “caduta”, tali da inficiare l’intero impianto di ragionamento critico intorno al sistema teorico di Gianfranco La Grassa. Questi errori comportano come conseguenza il titolo fuorviante dell’articolo. La Grassa non predica la sconfitta nè tantomeno la sanziona come definitiva ed inappellabile. Sarebbe sciocco oltrechè illogico che egli continuasse a spendere energia e tempo di vita intorno ad un tema considerato ormai definitivamente perduto e chiuso. Parlare quindi di “sconfittismo”, oltre che un brutto neologismo e per di più già nel titolo, appare più un mettere le mani avanti, caso mai ci si dovesse trovare eccessivamente d’accordo con il reprobo, che non il frutto di un’analisi che dovrebbe far vedere semmai tale giudizio, come risultato piuttosto che come premessa a titolo.

Il primo punto di caduta sta nel definire La Grassa come ex o post marxista. Direi piuttosto che pochi o forse nessun autore contemporaneo possa definirsi più strutturalmente marxista del nostro. Egli infatti non cessa di lottare strenuamente contro la definizione castrante di un Marx filosofo, rivendicando piuttosto a quest’ultimo lo statuto assai più fecondo ed impegnativo di scienziato.

Vale la pena di specificare che qui non si fa una gara di primato tra scienza e filosofia. Ciò che è in gioco sono le immagini di Marx e della sua produzione di pensiero. Una come icona filosoficamente immota, utile a qualunque gioco dialettico, proiettato nel futuro più remoto e perciò, per definizione, inverificabile, sostanzialmente sterile o peggio utile ad alimentare una classe di scrocconi “antisistema” da salotto. L’altra, molto più viva, inquieta e probabilmente per alcuni inquitante, di un Marx che sfida il pensiero dominante della sua epoca sul terreno della scienza sociale. Non un filosofo dunque, ma un ricercatore e scienziato sociale. Ovviamente, in quanto ricercatore e scienziato, Marx diventa superabile, non come possibilità ma come sviluppo naturale del pensiero scientifico in quanto tale. Questo è il nocciolo duro del pensiero lagrassiano. Un nocciolo a ben vedere molto più marxiano che marxista (per alcuni forse anche “marziano”, ma questo è un problema che non riguarda il nostro). Se proprio si vuole ricorrere alla banalità delle metafore, La Grassa fa tutt’altro che buttare via il bambino con l’acqua sporca. Egli semmai solleva questo bambino dalla tinozza di acqua ormai da lungo tempo stantia e se ne prende cura, lasciandolo crescere senza pretendere di trattenrlo per sempre in fasce, eterno infante inutile ed infelice . Superare Marx significa accettare la sua caducità in quanto pensiero umano volto al concreto realizzarsi della vita degli uomini, ricavando da esso, laddove effettivamente sussistano, gli elementi costitutivi, strutturali, per un effettivo avanzamento teorico e pratico.

Marx insegna il “disvelamento” di un effettivo movimento delle cose, dialettico e conflittuale, dietro l’apparente calma del pensiero liberale, così come l’astronomo chiarisce come solo apparente il movimento del sole attorno alla terra. L’estrazione di plus-lavoro è caratteristica specie-specifica dell’umano. Il plus-valore che da esso deriva, è sottratto dal capitalista attraverso la proprietà dei mezzi della produzione. Ma non basta. La matrice dello sfruttamento non si costituisce nell’esasperato sfruttamento sul luogo della produzione. Questo, che pure esiste e muove le masse alla ribellione ed all’autodifesa, non è che circostanziale. Il punto nodale è prioprio l’estrazione di plus valore dal lavoro salariato ed il suo reimpiego a discrezione del capitalista. Uno sfruttamento sociale quindi prima e più che uno sfruttamento di fabbrica. Il capitale è fatto sociale e non cosa. Si vuole forse negare che la prospettiva marx-filosofista si sia mossa prima di tutto nel pathos dello sfruttmaneto dell’uomo-macchina, lasciando di molto indietro ogni altra più stringente e problematica considerazione?

La Grassa, rivendicando il Marx scienziato non fa altro che rilevare questa incongruenza che nel lungo periodo ha prodotto i risultati nefasti di anchilosi arteriosclerotica che anche i più ciechi hanno dovuto riconscere. Cercando di procedere oltre Marx, La Grassa ne richiama di fatto la capacità di fondazione di un pensiero scientificamente strutturato, e rende Marx stesso assai più vivo e vitale del Marx filosofo, buono per qualche  poster, ma assai meno utile per un processo di innovazione oggi più che mai necessario.

Il secondo punto di caduta, allo stesso tempo premessa e conseguenza del primo, sta nel circoscrivere la tesi del conflitto stragico tra dominanti lagrassiano pressochè esclusivamente alla sfera economica, che tende, come nella consueta vulgata, ad invadere ed occupare stabilmente le altre. Il conflitto tra imprenditori NON è il conflitto strategico. Esso è il conflitto determinato dal minimax, la ricerca del massimo profitto con il minimo dispendio di forze. Il vero conflitto strategico è essenzialmente POLITICO, ovvero strutturato su mosse di largo respiro finalizzate alla conquista di spazi egemonici cioè di potere. Le tre sfere, politica in senso funzionale (apparati di rappresentanza, burocratico-amministrativi, gestionali-statali, militari), culturale ed economica, sono strettamente compentrati tra loro tanto da essere nella realtà effettiva non nettamente distinguibili. Essi vengono distinti unicamente per chiarezza teorica. Inoltre (è bene probabilmente chiarirlo) lo scontro tra gruppi dominanti non avviene tra sfera politica vs sfera economica vs sfera culturale, ma tra gruppi politico-economico-culturali contro gruppi politico-economico-culturali in lotta per la supremazia. Non solo. Questi conflitti, fisiologicamente presenti in ogni contesto geopolitico, vale a dire allo stato attuale, in ogni nazione, se sufficientemente ricomposti permettono la ricerca di una preminenza proiettata all’esterno, tanto da determinare la formazione di nazioni dominanti su nazioni dominate. Questo processo, fluido ed in continua trasformazione anche quando apparentemente stabilizzato, è quello che determina la concezione lagrassiana delle fasi monocentrica, multicentrica e multipolare. Per monocentrica va intesa la capacità di un’unica area geopolitica di definire e regolare, sia pure con momenti di maggiore o minore forza, a proprio vantaggio, i conflitti generali (vedi ad esempio l’Inghilterra della seconda metà dell’Ottocento o gli USA della seconda metà del Novencento, sia pure, fino ad un certo punto, in spuria coabitazione con l’URSS). Per multicentrica invece va intesa una fase come quella attuale, dove accanto alla presenza ancora preponderante di una area geopolitica, in questo caso gli USA, si vanno costituendo in competizione con quest’ultima, altre aree autonome, non ancora sufficientemente forti da sopravanzare la prima, ma comunque in grado di sottrarsi in modo pressochè completo dal controllo di questa. Tale epoca è caratterizzata da un crescente disordine tendente ad un caos generalizzato che rende difficile non solo qualsiasi tentativo di previsione sul futuro anche prossimo, ma anche valutazioni sufficientemente coerenti del presente. L’impostazione lagrassiana prevede infine, non per uso reiterato della sfera cristallo, ma sulla base delle precedenti fasi storiche, una terza situazione, possibile, forse probabile, ma ovviamente non inevitabile, di scontro diretto anche armato tra aree geopolitiche sostanzialmente equivalenti, in condizioni anche mutevoli di alleanza e conflitto. Non avere chiara questa lettura, limitandola alla solo sfera economica o anche alla semplice prevalenza di questa significa in definitiva, gurdare al lavoro di La

Grassa con occhi particolarmente miopi, tale da spiegare, ma non giustificare, il neologismo del titolo.

Il terzo punto infine riguarda proprio la definizione e l’adozione della parola Comunismo. Credo che La Grassa, con ragione,  più che respingerla come tale, cerchi di evitarne esplicitamente una funzione caratterizzante, proprio perchè a tutt’oggi ne viene fatto un uso sconsiderato e foriero delle più fuorvianti interpretazioni.

Un comunismo millenarista non ha senso. Il Comunismo si misura nella realtà presente altrimenti diventa francescanesimo. Molto comodo e riposante ma tutt’altra cosa.

Il Comunismo marxiano si è definitivamente ed irreversibilmente dissolto. Se non se ne prende atto si ritorna dritti al Marx filosofo con la sterilizzazione che ne consegue. Resta il confronto con una lettura del Comunismo come produzione di rapporti sociali ed umani improntati alla condivisione. Ma qui si esula dalla lettura critica del pensiero lagrassiano per scendere sul terreno assai più infido del confronto tra coloro che ancora su questo termine intendono per varie ragioni cimentarsi.

Il senso collettivo e di reciprocità tra comunisti, al di là delle apparenze, è stato nella gran parte dei casi, quasi inesistente.

La tendenza alla frantumazione ed al, per lunghissimo tempo contrapposto, credo assolutistico del centralismo per così dire democratico, sembrano inscritti nel codice genetico dell’esperienza comunista.

Rifugiarsi dietro esperienze, benchè significative, ma troppo sporadiche, di segno opposto, ricalca la penosa impressione di quell’uomo che ricercato, cercò di nascondersi dietro al proprio dito.

Se ci si vuole cimentare con un’effettiva ricerca comunista occorre tenersi fuori da ogni prospettiva millenarista e prendere atto che la sua versione marxiana è definitivamente invalidata e conclusa.

Fintanto che sussisteranno simili posizioni, la riflessione sul comunismo sarà purtroppo mero esercizio soggettivo, in sofferta contrapposizione con la stessa etimologia della parola, oppure esposizione esteriore sempre proclamata e sempre condannata alla pura esibizione folkloristica.

Non sono un filosofo e nemmeno un neoliberista

LAGRA2

https://www.sinistrainrete.info/teoria/19961-salvatore-bravo-lo-sconfittismo-di-g-la-grassa-funzionale-al-neoliberismo.html

Ho già fatto molti video per illustrare le mie reali analisi di Marx; e certo altri ne farò. Costui – che, meglio sottolinearlo, non è Gian Mario Bravo, ma comunque mi sembra persona preparata – ha però capito male quanto scrivo nei miei molti libri (quelli che lui cita sono pochi e di un bel po’ d’anni fa) e dico (nei video). Egli mi definisce filosofo. Ho insegnato economia per 17 anni alla Facoltà di Giurisprudenza di Pisa e per 17 anni al Corso di Laurea in Storia a Venezia. Appartenevo fino ad alcuni anni fa alla “Società degli economisti” [La Società italiana degli economisti, SIE, (spesso indicata brevemente come Società degli economisti) è la principale associazione di economisti in Italia. Vi aderiscono attualmente circa 900 soci, in prevalenza (ma non esclusivamente) docenti e ricercatori nei diversi campi dell’economia. Ha sede legale ad Ancona]. A parte poche decine (posso forse dire 20 o 30?), tutti – di scuola neoclassica, al massimo di quella “rivisitata” (diciamo così) da Keynes – mi erano nettamente e duramente contrari in quanto marxista e quindi, per loro, al massimo appunto un filosofastro o un ideologo (qualcuno di loro, ridete!, mi ha definito antropologo).
Di conseguenza, morto di infarto a soli 62 anni il Maestro (e mio secondo padre) Antonio Pesenti, arrivai fino ad associato, ma mai ordinario. Nei vari concorsi per tale ruolo ho sempre avuto qualche voto favorevole (una volta, credo ma non ne sono sicuro, 4 su 9), ma non poteva diventare ordinario un “ideologo” di tendenze marxiste! Mi sembra del tutto evidente che i sedicenti “colleghi” non mi ritenevano per nulla “funzionale” al neoliberismo. Rischiano di essere funzionali agli attuali predominanti, in fase di pauroso degrado culturale (e perfino di civiltà plurisecolare, direi ultramillenaria), quelli che ancora restano agganciati ad un marxismo ormai da tempo degenerato in consunta ideologia di piccoli gruppetti assai simili a quelli anarchici del ‘900, che ebbero un certo seguito nel secolo precedente. Non metto in dubbio la buona fede della maggioranza dei pochi comunisti e marxisti residuati; ma dovrebbero rendersi conto che continuare ad essere ideologici è funzionale alle ideologie dei ceti al vertice di questa società in disfacimento.
Marx resta per me un grande scienziato (non un filosofo), ma va assimilato ad una sorta di Galileo delle scienze sociali. E i marxisti (fra i quali mi annovero pure io), arretrati come non mai, nemmeno riescono ad arrivare a Newton; altro che Einstein. Ma avremo modo di palarne spesso ancora e di frequente. Marx è appunto il fondatore di una scienza, che ha pubblicato la sua opera fondamentale (I libro de “Il Capitale”) nel 1867. Dobbiamo capire il suo apporto decisivo (la teoria del plusprodotto, del cui ottenimento è capace solo il genere animale homo) e nel contempo renderci conto che in 150 anni una qualsiasi scienza deve fare progressi decisivi in grado di mutare di molto le prospettive iniziali. I marxisti – certo per motivi storici che vanno pure essi attentamente analizzati e valutati – sono stati invischiati, sostanzialmente, nel solo sviluppo ideologico di questa corrente di pensiero; per di più mascherandolo da avanzamento scientifico con largo uso della matematica, che ha solo creato incomprensioni e distorsioni da rendere a volte perfino ridicolo quello che ci si ostinava a definire marxismo. Da decenni e decenni non esiste più tale ramo della scienza sociale, ridotto a ad un insieme di affermazioni e predizioni di tipologia “astrologica”. A ben risentirci.

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