Perché i capi non contano (quasi) nulla.

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Perché i capi non contano (quasi) nulla. Breve Commento ad un articolo di G. Friedman apparso su Limes

“L’ossessione per la personalità dei leader è un fenomeno naturale, dal momento che i capi sono totem che rassicurano o spaventano le nazioni. Ma questi capi vengono forgiati da una cultura nazionale frutto della necessità, arrivano al comando dopo essere stati addestrati a comprendere tale necessità e agiscono entro i limiti della realtà geopolitica. Adolf Hitler, per esempio, venne catapultato al potere dalla confgurazione assunta dalla nazione tedesca dopo la prima guerra mondiale. Poté affermarsi nel 1932, mentre non avrebbe potuto farlo nel 1900. Perché è stata la realtà tedesca a crearlo e lui si è messo al servizio di tale realtà”. Si tratta di una tesi analoga a quella esposta da Machiavelli, per il quale il principe può governare solo se comprende appieno quel che deve fare e se è in grado di farlo in modo effcace. Hegel e, in una certa misura, Tucidide hanno sostenuto argomenti analoghi. Lo stesso Marx sostiene che il corso della storia sia fissato e che le ideologie e i leader siano delle mere «sovrastrutture». Convinzione che il flosofo di Treviri derivò da Hegel, sulle cui idee sono basate le tesi qui espresse .
Marx, tuttavia, pensava che la comunità fondamentale della storia umana fosse la classe, non la nazione. Egli comprese dunque il concetto di necessità, ma non la natura della comunità, come dimostra il fatto che nelle guerre del XX secolo il proletariato e la borghesia rimasero fedeli alle loro nazioni di riferimento.
È dunque impossibile pensare l’essere umano al di fuori di una comunità politica. La fonte del potere di Stalin, Carlo Magno o Annibale stava nella loro comprensione di ciò che doveva essere fatto. In caso contrario, non avrebbero avuto alcun potere. G. Friedman. (Da Limes)

Condivido, nella sostanza, il pensiero dello stratega americano. Gli stolti che ancora concionano sulla presunta pazzia di Hitler dovrebbero essere conseguenti e considerare folli non solo tutti i tedeschi ma persino l’intero genere umano (loro per primi) che, nei suoi tortuosi percorsi, ha seguito condottieri e avventure volentieri finite in tragedie. Su Marx, è vero che egli “non comprende” che i conflitti della sfera politica, tra agenti dominanti intranazionali e internazionali, sono quelli effettivamente centrali, ma lo si deve necessariamente “scusare” perché lo studio del modo di produzione capitalistico, da lui e solo da lui svelato nella sua ossatura sociale portante, gli evidenzia piuttosto la separazione tra proprietà e non proprietà dei mezzi di produzione che divarica il corpo sociale in due classi contrapposte le quali rendono marginali tutte le altre (del resto per Marx “la storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi, Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni…”). In più Marx, rispetto al passato, vede una differenza “teleologica” specifica dettata dall’epoca capitalistica: la classe non proprietaria, o meglio il General Intellect (dirigenti e giornalieri) che si forma nel processo produttivo, ha caratteristiche uniche che mettono fine alla (prei)storia delle contrapposizioni di classe tout court distruggendo i rapporti capitalistici, ultima forma di dominazione dopo la quale si dischiude il mondo della libera individualità. Il plusvalore (forma astratta del pluslavoro, appropriazione di lavoro non pagato) smette di esistere con l’abbattimento degli ultimi rentier divenuti parassiti di borsa avulsi dalle fabbriche ed il surplus, che pure si continua ad esitare, viene controllato socialmente e non più privatisticamente. Nasce la classe universale (la non classe) in cui non esistono più conflitti (perché i suoi interessi materiali sono unificati ) ma al massimo dissidi minori di tipo gestionale. Anche lo Stato smette di esistere perché esso è funzionale ad una società divisa in classi che ora non ci sono più. In realtà, la Storia è soprattutto storia dei conflitti delle classi dominanti che coinvolgono tutta la “comunità”, perché senza le “masse” non si fa Storia ma il popolo entra in quest’ultima non con idee proprie ma con quelle delle “avanguardie” che lottano per la preminenza.
Ecco, quest’ultimo è l’aspetto che invece Gianfranco la Grassa ha analizzato nei suoi studi e nelle sue opere, pur partendo dal pensiero marxiano ma ormai discostandosene un bel po’, per cogliere le caratteristiche specifiche di un capitalismo ormai mutato che il pensatore tedesco non poteva prevedere essendo uno scienziato sociale del 800.

L’Aula sorda, grigia e striminzita

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Il parlamento italiano diventerà una riserva di pochezza democratica, con onorevoli dimezzati e privilegi moltiplicati (o almeno questa sarà la sensazione). Chi resta farà l’indiano, chi esce l’indignato. L ‘estinzione della democrazia per via democratica è uno spasso imperdibile.
I parlamentari che hanno votato per la riduzione dei posti pensano ovviamente che toccherà al vicino di banco. Sono questi gli unici pensieri che aleggiano nelle aule sorde, grigie e ora anche striminzite.
Questa sceneggiata che qualcuno spaccia come grande vittoria degli italiani è l’esempio di ciò che Marx chiamava cretinismo parlamentare, precisamente quella malattia che “relega quelli che ne sono colpiti in un mondo immaginario e toglie loro ogni senso, ogni ricordo, ogni comprensione del rozzo mondo esteriore; essi dovevano essere colpiti da questo cretinismo parlamentare quando, dopo aver distrutto con le loro mani tutte le condizioni del potere del Parlamento..”. Ed ecco che la storia si ripete, in seconda battuta come farsa.
Agli italiani del numero dei parlamentari non importa più nulla, la propaganda sulla casta non attecchisce oltre perché ben altri sono i problemi che li attagliano. I 5S che hanno cavalcato tale legge sono fuori corso storico e destinati ad una sepoltura prematura. Tutte le loro battaglie sono invecchiate in pochi anni e non sono più di alcun interesse per gli elettori che li abbandonano delusi. Erano loro a sostenere che uno vale uno salvo adeguarsi ad una democrazia in cui tutti parlano e pochi decidono. La rete è un leviatano appena più attrezzato che non cambia natura se lo attribuisci a Rousseau anziché ad Hobbes. Le leggi sociali non tengono conto delle illusioni e si fanno beffe dei sognatori, prima in Bonafede e adesso persino in Bonafe’.
Noi che non abbiamo mai creduto di poter ristabilire una democrazia incorrotta, peraltro mai esistita, nemmeno ai tempi dei filosofi “schiavisti” greci, ribadiamo che essa è soltanto un mercato di compravendita di posti al prezzo di voti. Le decisioni serie vengono prese altrove da persone(incarnanti funzioni) che non hanno bisogno di farsi eleggere. Come scrive più precisamente La Gianfranco la Grassa:

“La democrazia …è un semplice e schematico sondaggio d’opinione, in cui si tratta solitamente di rispondere sì o no a poche semplici domande su questioni che tutto toccano salvo il reale potere dei grandi centri strategici, che si battono tra loro con ben altri mezzi e massima incisività (magari anche con il metodo dell’assassinio se occorre). Non è un caso che l’opinione “pubblica” muti d’accento con una certa facilità e frequenza; ne vengono premiati ora questi ora quelli fra i cosiddetti partiti, vere accozzaglie informi dirette da manigoldi, che rappresentano la copertura e la maschera “pubblicitaria” dei suddetti centri strategici, i reali poteri da cui si irradiano poi le principali decisioni, molto spesso ignote al “popolo” o comunque assai differenti da quelle su cui si era svolto il sondaggio. Non vi è dubbio che una simile “democrazia” presenta alcuni svantaggi in fatto di celerità ed efficacia delle decisioni, poiché a volte bisogna avvolgere queste ultime in una “bella confezione” in grado di meglio ingannare, compiacendo, i cittadini elettori”.

Insomma, il parlamento non è mai stato una scatola di tonno da aprire ma una cloaca da evitare, tanto che scriveva Trilussa l’unica bestiola, “la sola che sia degna de bazzicà la Cammera e conosca l’idee de l’onorevoli è la Mosca, perché vola, s’intrufola, s’ingegna, e in fatto de partiti, sia chi sia, passa sopra a qualunque porcheria!”

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DOPPO L’ELEZZIONI (Trilussa)

Nun c’era un muro senza un manifesto, Roma s’era vestita d’Arlecchino;
ogni passo trovavi un attacchino ch’appiccicava un candidato onesto, cór programma politico a colori pe’ sbarbajà la vista a l’elettori.
Promesse in verde, affermazzioni in rosso, convincimenti in giallo e in ogni idea ce se vedeva un pezzo de livrea ch’er candidato s’era messa addosso co’ la speranza de servì er Paese… (Viaggi pagati e mille lire ar mese.)
Ma ringrazziamo Iddio! ‘Sta vorta puro la commedia è finita, e in settimana farà giustizzia la Nettezza Urbana che lesto e presto raschierà dar muro l’ideali attaccati co’ la colla, che so’ serviti a ingarbujà la folla.
De tanta carta resterà, se mai, schiaffato su per aria, Dio sa come, quarche avviso sbiadito con un nome d’un candidato che cià speso assai…
Ma eletto o no, finché l’avviso dura, sarà er ricordo d’una fregatura.

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