Quel tradimento della sinistra ​che preferisce le élite al popolo

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Fonte http://www.ilgiornale.it/news/politica/sinistra-che-tifa-lite-cos-ha-tradito-suo-popolo-1715369.html

 

Da Massimo Cacciari a Francis Fukuyama passando per Gianfranco La Grassa, filosofi e studiosi raccontano la genesi di questa crisi

L’avanzata dei sovranisti in tutto l’Occidente, consolidatasi negli ultimi anni, e la contemporanea crisi delle forze progressiste negli Stati Uniti e in Europa, ha portato molti intellettuali un tempo organici alla cosiddetta “sinistra” a riflettere e a cercare di capire le motivazioni di ciò che sta accadendo.

Com’è possibile che la sinistra abbia completamente abbandonato le fabbriche e le periferie e, in generale, sia finita per rappresentare l’establishment politico e quello che il “popolo” percepisce come l’élite?

L’ultimo a fornire una spiegazione interessante è stato il filosofo Massimo Cacciari, che in una recente intervista rilasciata alla Verità ha osservato, parlando del Pd: “A furia di spostarsi verso il centro, sono rimasti prigionieri del centro storico. Si sono rintanati nel rifugio dei benestanti. E di conseguenza hanno dimenticato le periferie, hanno abbandonato gli italiani in difficoltà, una larga parte di elettorato che è stata consegnata ai partiti populisti e alla destra sociale“, l’analisi del filoso sulla compagine dem.

Sulle colonne del Manifesto, Carlo Freccero, direttore di Rai2, è stato ancora più incisivo, facendo letteralmente a pezzi la retorica della sinistra radical chic. “Cos’è oggi essere di sinistra?” si chiede Freccero. “Essere politicamente corretti. Accettare il pensiero unico in maniera acritica e credere, presuntuosamente che, in quanto detentrici del pensiero unico, le élite devono guidare un popolo ignorante e rozzo, irritante per la sua mancanza di educazione“.

Il celebre politologo statunitense Francis Fukuyama, autore del celebre La fine della storia, ha invece spiegato nel suo ultimo saggio Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi (Utet), che “il problema con la sinistra odierna sta nelle particolari forme di identità che questa ha deciso sempre di più di esaltare. Anziché costruire solidarietà attorno a vaste collettività come la classe operaia o gli economicamente sfruttati, si è concentrata su gruppi sempre più ristretti che si trovano emarginati secondo specifiche modalità“.

Nel suo ultimo saggio La notte della sinistra. Da dove ripartire (Mondadori), il corrispondente di Repubblica Federico Rampini, oltre ad affrontare il tema dell’immigrazione mettendo in discussione molti dei totem ideologici dei progressisti chic, soprattutto italiani, si chiede per esempio “com’è accaduto che lo spread tra Btp e Bund sia diventato una Linea Maginot dietro la quale la sinistra italiana è asserragliata, un baluardo a cui si aggrappa pur di fare opposizione ai populisti-sovranisti?“.

Una sinistra, insomma, che ha tradito completamente il suo popolo, schiava della propria bolla ideologica, incapace di leggere la realtà, arroccata nei propri preconcetti e superstizioni. Il giudizio del professor Gianfranco La Grassa, già docente di Economia politica nelle Università di Pisa e Venezia, allievo di Antonio Pesenti e di Charles Bettleheim, è ancora più severo. Studioso di marxismo e di strutture della società capitalistica, La Grassa è un intellettuale controcorrente, autore di innumerevoli saggi e di decine di libri, tra cui Crisi economiche e mutamenti (geo)politici (Mimesis, 2019).

“Continuiamo a parlare di ‘destra’ e ‘sinistra’ come in altri tempi quando questa distinzione aveva un effettiva ragione ed una lunga tradizione storica. Non è più così; in Italia, almeno a partire dalla fine della Prima Repubblica” spiega Gianfranco La Grassa.

In politica economica, fra destra e sinistra, spiega il professore, “non vi è alcun reale distacco dall’impostazione liberista. È incredibile la dimenticanza di quanto accadde poco meno di un secolo fa: la crisi del 1929 (la crisi per antonomasia), il roosveltiano New Deal del 1933 e la teoria generale di Keynes (1936), che dominò poi in campo accademico fino alla svolta dell’epoca Thatcher-Reagan (di fatto a partire dal 1980). La differenza tra destra e sinistra è più evidente sul piano, diciamo così, dei costumi, delle tradizioni“.

In questo campo, però, sottolinea La Grassa, la sinistra sbaglia ed è pericolosa, “pretendendo l’annullamento delle diversità tra culture e civiltà radicate in aree socio-culturali decisamente distanti fra loro per una lunga, plurisecolare, storia. A partire soprattutto dal ’68 certi ceti detti “colti” (da me definiti semicolti) e intellettuali hanno teso ad eliminare ogni distinzione e a inneggiare alla pura e semplice e confusa mescolanza, dichiarata integrazione”. Il fallimento di simile impostazione, prosegue, “la vera sua degenerazione (pericolosissima per il mantenimento di un minimo di coesione sociale), sono ormai manifeste; e stanno provocando particolare rigetto nei ceti più popolari e meno abbienti, dove una simile ‘marmellata’ alimenta la tradizionale guerra tra poveri. Ecco perché la sinistra – che un tempo, tradizionalmente, godeva dei favori dei ceti più bassi – è diventata in modo pressoché totale ‘gente dei quartieri alti’; e quindi dei centri delle maggiori città, dove il costo della vita consente lo stabilizzarsi dei più ricchi”.

Secondo La Grassa, inoltre, i cosiddetti sovranisti e populisti “sono appunto quelli che hanno capito un po’ meglio le difficoltà cui stanno andando incontro i ceti a più basso reddito e che sono confinati nelle periferie delle città; in specie di quelle maggiori come Roma, Milano, Torino, Napoli, ecc“. È del tutto ovvio, afferma il docente, “che tali ceti siano i più ostili alla vergognosa operazione di miscelare le diversità (indecentemente definita integrazione dai semicolti), che invece rappresenta l’unica strategia conosciuta oggi da questi avanzi di una fallita rivoluzione per difendere i loro privilegi“.

Quella detta ormai impropriamente sinistra, sottolinea il docente, “è il pericolo maggiore per il disfacimento non soltanto della nostra ultramillenaria civilizzazione, ma anche di tutte le altre che si vorrebbero integrare. Le diversità vanno invece difese e protette; se nessuno si sente superiore ad altri (ma diversi) e se esiste reciproco rispetto, le differenze sono arricchimento, mentre la mescolanza è appiattimento, perdita del proprio profilo, imbarbarimento e perfino instabilità psichica“.

Vergognosa, secondo Gianfranco La Grassa, la sinistra che tifa per la procedura d’infrazione contro l’Italia ed è appiattita sulle posizioni di Bruxelles e della Commissione europea: “Secondo me una vera vergogna, l’ignoranza e la malafede di gente che dovrebbe conoscere quanto già sopra affermato in merito al New Deal e all’opera keynesiana. Occorre spesa e ancora spesa; e mandare al diavolo pure il famoso 3%. “Non posso diffondermi qui sull’argomento, ma il mutamento del clima generale (non solo europeo) è invece evidenziato da mille segnali. E uno, ben rilevante, è stato pure il netto dissidio creatosi all’interno degli Stati Uniti, assai più forte di tante altre volte”.

Quali opzioni dopo le europee?

gianfranco

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L’intervista è di qualche giorno fa (infatti faccio riferimento a editoriali di Belpietro di almeno 4 o 5 giorni or sono). Il progetto cui faccio cenno resta a mio avviso sulla carta di certi “ambienti” (spero capiate a quali mi riferisco). Tuttavia, al momento, è facile che il governo duri magari più del previsto perché Di Maio si è probabilmente preoccupato della sua posizione all’interno dei “5 stelle” se dovesse attuarsi quel dato progetto. L’uscita di Fico alla festa della Repubblica è abbastanza comprensibile nei risultati che vuol conseguire intavolando trattative con gli “ambienti” di cui sopra. Nel contempo, hanno dovuto far avere a Di Maio un buon successo quando questi ha fatto la non sciocca mossa dell’interpellare la “piattaforma Rousseau” dopo il pessimo risultato elettorale. A questo punto, Di Maio ha abbandonato per il momento la polemica con Salvini e cerca di mantenersi al comando del suo “gruppo” politico.

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