RIANDIAMO UN PO’ ALLA STORIA! UN DIBATTITO NON INUTILE

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1. Nel 1972, su Critica marxista, uscì un articolo di Emilio Sereni, improntato allo “storicismo” tipico del marxismo italiano, che di fatto lanciò un dibattito sulla centralità o meno, nel marxismo, dello sviluppo delle forze produttive o invece della trasformazione dei rapporti di produzione, ai fini del passaggio da una formazione sociale all’altra, cioè da un modo di produzione, considerato il nocciolo fondamentale della formazione sociale, ad un altro. A Sereni rispose Luporini; e da lì iniziò appunto il dibattito che vide la partecipazione di molti studiosi marxisti, in particolare italiani e francesi, fra cui Althusser e alcuni della sua scuola. A quel dibattito partecipai anch’io, da poco tornato dal soggiorno a Parigi (all’EPHE, oggi EHESS) dove avevo studiato con Bettelheim, passato all’impostazione althusseriana dopo un periodo di maggiore ortodossia. In seguito a quel dibattito si formarono in Critica marxista alcuni gruppi di studio sui modi di produzione divisi per fase storica: quello antico (e schiavistico), quello feudale, quello capitalistico e il modo di produzione asiatico. Il terzo si sarebbe dovuto interessare anche della formazione sociale di transizione al socialismo. In definitiva, l’unico gruppo che funzionò fu quello sul modo di produzione antico (diretto da Aldo Schiavone), che pubblicò anche un volume con gli Editori Riuniti.

Quel dibattito, se seguito da qualcuno ignaro di marxismo e comunismo, poteva forse apparire quasi “teologico”. In ogni caso, non credo che la maggior parte dei “militanti di base” del Pci fosse in grado di capire che cosa si giocava in esso; anche se poi, alla fin fine, non fu giocato quasi nulla perché il Pci non era disponibile ad alcuna rimessa in discussione della propria linea, tanto più che la prevalenza nel partito stava andando alla nuova segreteria berlingueriana, addirittura interessata al “trasferimento”verso il capitalismo occidentale (io avrei dovuto capirlo fin dall’autunno del ’71 in seguito ad un importante incontro alle Botteghe Oscure; rimasi invece perplesso e afferrai il problema un po’ più tardi, comunque ben prima di altri e del famoso viaggio di un “plenipotenziario” piciista nel 1978, in costanza di rapimento Moro). In ogni caso, la nuova direzione del Pci non era per nulla intenzionata a disquisire su problemi come quelli dibattuti a “Critica marxista” nel ’72, riguardanti di fatto la lotta al capitalismo e la possibilità di transizione al socialismo. Tuttavia, è interessante comprendere il senso ultimo di quella discussione poiché si tratta, da una parte, di qualcosa di non irrilevante per la storia del comunismo e del suo pensiero; e poi perché serve a rendersi conto come, dietro a questioni apparentemente teoriche, considerate dai più astruse, si celino precise scelte di linea politica, che guidano poi determinate pratiche delle varie forze in campo.

Affinché si renda più comprensibile quanto si discusse alloraricordo brevemente, e non con intenti professorali, che le forze produttive venivano distinte in soggettive ed oggettive. Le prime riguardano la capacità lavorativa umana, con le sue prerogative e abilità specifiche (se ci sono); le seconde si riferiscono alle condizioni della produzione esterne a detta capacità lavorativa,quelle su cui quest’ultima si esercita (ad es. la terra o varie materie prime da essa fornite) o che l’assistono nella lavorazione come la strumentazione e la tecnologia (e quindi la scienza che ne è pur sempre alla base), ecc. Tale distinzione va ricordata perché la polemica contro la tesi del primato delle forze produttive si è spesso esercitata con riferimento a quelle oggettive – tutte le ciance sulla necessità di rallentare lo sviluppo e la stessa ricerca scientifica, tornando a tecnologie ritenute più blande e meno dannose per la natura – mentre esalta, in realtà relegandola al compimento di maggiori sforzi e fatica, la capacità di lavoro del “soggetto umano” (o dell’Uomo).

E’ bene tenere presente che quel dibattito era comunque condotto tra studiosi con una buona, o almeno più che discreta, conoscenza del marxismo, a differenza di quelli che seguiranno dopo l’infausto ’68 (scusate se ormai lo valuto abbastanzanegativamente), una vera débacle per il Marx scienziato dellediverse formazioni sociali succedutesi nella storia della società umana; e, in particolare, di quella capitalistica. La conoscenza comune di allora consentiva una polemica a volte aspra, ma appunto condotta alla guisa di quelle dottrinarie interne ad un’unica religione; la discussione, cioè, avveniva in base ad una terminologia teorica in larga parte condivisa, caratterizzatasoltanto da differenziazioni nell’interpretazione e nelleconseguenze pratiche che ne derivavano. In definitiva, nella polemica ci s’intendeva, si sapeva bene dove erano situati i punti di contrasto; e si era ben consci del significato politico del dissenso, non riguardante esclusivamente i “massimi sistemi”, le “alte concezioni” dell’Umanità e dei suoi “destini ultimi”.

Insomma, anche i filosofi marxisti, in quanto reali conoscitori di tale corrente di pensiero e delle sue finalità in tema di lotta per il comunismo, erano ben consapevoli della posta in gioco: la linea politica adottata dalle varie organizzazioni denominate comuniste. Oggi, tutto questo non esiste più. Ci sono filosofi vaneggianti e scienziati alla ricerca di nuovi paradigmi teorici per comprendere le dinamiche dell’attuale formazione sociale (o formazioni sociali), in cui solo dei visionari pseudocomunisti (o degli incalliti vetero-anticomunisti) possono credere esista ancora qualcosa da definirsi comunismo o anche solo socialismo. Il povero Marx è stato triturato e ricondotto al minuscolo cervello dei miseri e opportunisti intellettuali dell’ultimo mezzo secolo. Ogni discussione con simili personaggi appare ormai sterile; allora no, il contrasto tra marxisti aveva un senso e notevoli effetti pratici.  

   

2. Lo scopo politico della discussione, tralasciando i tesori di dottrina che comunque venivano esibiti, si può, credo, sintetizzare come farò qui di seguito. I teorici delle forze produttive – cioè del loro sviluppo in quanto molla decisiva (pur con la possibilità di qualche “azione di ritorno”: dai rapporti alle forze) della trasformazione dei rapporti sociali di produzione e dunque dell’intera società – sostenevano tale tesi per giustificarel’attendismo, l’accoccolarsi entro i meccanismi di riproduzione dei rapporti nelle società del campo capitalistico (“occidentale”), coadiuvando di fatto i loro gruppi dominanti con la scusa che non era ancora matura la trasformazione sociale per l’immaturità dello sviluppo delle forze in oggetto.

Ovviamente, questa tesi centrale era contornata da tutta una serie di altre argomentazioni, che fungevano da sua cintura protettiva, soprattutto tesa però a creare una fitta nebbia in cui non si intravedesse il nocciolo centrale: l’attendismo e il ripiegamento su posizioni di sostanziale supporto (subordinato) allo sviluppo capitalistico. Vi erano i discorsi sull’utilizzo della “democrazia” parlamentare (cioè elettoralistica, dunque nulla a che vedere con il preteso “governo del popolo”) per accrescere l’influenza delle “masse lavoratrici” sulle classi dominanti,considerate solo in quanto proprietarie private dei mezzi produttivi (e dei capitali monetari). Si trattava in realtà di captare i voti di queste masse per essere accettati all’interno dei gruppi di vertice eintegrarsi nel sistema dei meccanismi (ri)produttivi del capitale, in modo che una parte dei dirigenti (in specie sindacali o di cooperative) potesse accedere alla proprietà capitalistica stessa, mentre l’apparato di partito sarebbe divenuto l’organo privilegiatodi rappresentanza nella sfera politica di questi nuovi spezzoni di classe dominante. Non avvertite un che di odierno?

Un gran battage fu sollevato intorno al fumoso discorso concernente le “riforme di struttura” (cardine dell’altrettanto nebbiosa “via italiana al socialismo”), di cui mai si precisò con nettezza il significato e la portata; le proposte in merito furonoappena abbozzate e tutto sommato avanzate per fare scena, e nascondere alla “base” il proprio progressivo cambio di casacca(scrissi sull’argomento un preciso articolo nei primi anni ’70, che è stato pubblicato qualche anno fa nel sito Conflitti e strategie). Infine vi fu il blaterare sull’appoggio all’industria “pubblica”, che doveva servire a contrastare, e dunque calmierare, le pretese arroganti del monopolio privato. In realtà, era più facile contrattare vie di collaborazione con i gruppi dominanti – chiedendo fra l’altro di essere accettati quale una delle loro rappresentanze nella sfera della politica – attraverso contatti con le frazioni dei partiti governativi aventi influenza sui (o che subivano l’influenza dei) gruppi manageriali delle grandi imprese “pubbliche”. Ve l’immaginate un membro del Pci, o un aderente stretto al partito, che facesse in quegli anni carriera nelle alte o almeno medio-alte vette delle grandi imprese private? Fiat, Pirelli, Olivetti o che so io potevano al massimo finanziare giornali e case editrici, in cui facevano “bella mostra” di sé intellettuali pseudo-comunisti: o di stampo riformista o di quel tipo“ultrarivoluzionario” che serviva a far meglio risaltare il “buon senso” del riformismo (su cui poi del resto è ripiegata la stragrande maggioranza degli “ultrarivoluzionari”). Invece, nelle imprese “pubbliche” si trovava, anche ai piani alti o medio-alti del management, un certo numero di individui addestrati nell’imprenditoria “rossa” (sic!); talvolta in modo palese, altre volte copertamente, ma comunque sempre ammessi nella stanzadelle decisioni dei dominanti.

Questa era comunque la “cintura protettiva” – per subornare le “masse” della più dotta tesi circa la centralità dello sviluppo delle forze produttive: tesi, però, nella versione in uso nei partiti comunisti del campo capitalistico e specialmente nel PCI. Nel campo socialista che tale non era mai stato, ma lo si è capito un po’ tardi; e ancora adesso buona parte degli scribacchini, di qualsiasi orientamento ideologico, nemmeno lo sospetta la tesi in oggetto era presentata in forma diversa. In tale area si sosteneva che i rapporti sociali erano già per l’essenziale stati trasformati;non però in rapporti comunisti, come pensano alcuni ignorantissimi intellettuali e politicanti odierni, bensì piùsemplicemente in rapporti socialisti, primo stadio del comunismo. Il problema fondamentale sarebbe stato allora rappresentato da un certo qual avanzamento dei rapporti rispetto allo sviluppo suddetto; si riteneva quindi indispensabile adeguare quest’ultimo ai rapporti.

In ogni caso, in entrambi i filoni di quel movimento comunista da noi (che ci pensavamo autentici marxisti-leninisti) accusato di “revisionismo”, si affermava che bisognava prestare massima, e centrale, attenzione alle forze produttive. Così agendo, si sarebbe finalmente preparata la base per la trasformazione dei rapporticapitalistici; e in modo indolore, non violento, senza rivoluzione, con pieno rispetto delle forme democratico-parlamentari. Questa la tesi riformistica, gradualista, sostenuta in occidente (campo capitalistico). A est (nel cosiddetto “socialismo reale”), la tesi serviva ai fortemente centralizzati (e del tutto verticistici) gruppi al potere per soffocare ogni critica ad essi, che avrebbe soltantoprovocato l’indebolimento della trasformazione dei rapporti,appunto pensati come già socialisti, da irrobustire invece tramite l’ulteriore sviluppo delle forze produttive.

Negli anni ’60, in particolare nella loro seconda metà, pur essendomi allontanato dal Pci nel ’63, ero discretamente edotto delle pratiche del partito, molto produttive in fatto di poteri acquisiti nell’ambito dell’organizzazione e riproduzione dei rapporti capitalistici. Andai da Bettelheim a Parigi – e non a Cambridge od Oxford o all’MIT, ecc., mossa essenziale per la carriera accademica in un paese ormai succube degli Stati Uniti e del campo “atlantico” – perché interessato alla critica, non soltanto politicistica ma pure teorico-dottrinale, delle tesi “revisioniste”, gradual-riformistiche, del presunto comunismo italiano. Quindi, all’epoca del dibattito di cui si sta parlando, conoscevo bene la portata d’esso, che cosa si stava giocando; eche, lo ribadisco, in effetti non si giocò per il veloce tralignare delpiciismo in senso filo-“occidentale” (pur in modo mascherato fino allo sfacelo del “blocco sovietico”). Purtroppo ci fu chi nemmeno intuì, almeno a spanne, un simile sbocco e si mise di fatto nelle mani di certe “trame”, in specie elaborate dai Servizi dei paesi orientali per motivi già più volte indicati in altri miei scritti; ma che poi provocarono la reazione di quelli occidentali, appoggiati da buona parte dei “poliziotti” piciisti, con la creazione di un caosin cui chi non si era tirato indietro in tempo fu travolto negli anni detti “di piombo”. Anni in cui il tanto declamato (per incutere timore e violento anticomunismo) “terrorismo rosso” non fu tanto rosso, bensì frutto di trame e lotte segrete tra vari Servizi e forze politiche “occidentali” per arrivare infine, una volta crollato il sedicente “socialismo”, alla svolta in Italia con la distruzione della prima Repubblica e il tentativo di creare un nuovo regime fondato appunto sui postpiciisti (del “tradimento”); tentativo di fatto fallito per l’insipienza e rara inettitudine dei dirigenti di quel partito che mutò nome e colori più di un camaleonte.

Ricordo, en passant, che molti – anche alcuni ancora in circolazione ma di cui non farò il nome – mi criticarono a quel tempo come “criptorevisionista” per aver compreso in tempo con buona approssimazione cosa stava avvenendo nel Pci e dintorni, e nel non aver mai voluto partecipare ad una lotta scriteriata e balorda condotta senza alcuna protezione, allo sbaraglio – contro il revisionismo, lotta che non poteva che condurre dove ha condotto certi “compagni”: galera o tradimento o tutti e due! Il fatto è che io non sono un vero intellettuale. Sono un prodotto della medio-alta “classe” imprenditoriale e ho sufficiente concretezza per capire che le “idee” non orientano il mondo. Purtroppo sono un prodotto mal riuscito che non voleva essere“padrone”, ma nemmeno servo come sono gli intellettuali (quasi tutti); e purtroppo chi non sta da una precisa parte subisce le piùmalefiche conseguenze. Così non sono un miliardario (padrone) e nemmeno un “maître à penser” (servo ignobile ma ben pagato). E nemmeno un “esperto”, portaborse di qualche “Maestro” e andato ad “allenarsi” nel mondo accademico anglo-americano, giocando al ritorno per qualche anno al marxista o al critico liberal per essere infine chiamato a cianciare nei media o infilato in qualche Ministero o simile (sono decine e decine i chiamati in causa, perché di questi bassi opportunisti, che hanno impestato tutti i gruppetti “antirevisionisti” e “rivoluzionari” dell’epoca per procurarsi titoli di merito in ambito accademico e/o giornalistico, ne ho conosciuti in quantità superiore ad ogni più sfrenata immaginazione).

3. La critica sostenuta dalla corrente, che poneva i rapporti di produzione in posizione decisiva nella transizione da una formazione sociale all’altra, intendeva riprendere l’orientamento rivoluzionario contro l’ormai avvenuta pacificazione tra comunismo europeo (eurocomunismo) ma anche di molti altri paesi, perfino del “terzo mondo” – e i gruppi dominanti nei paesi capitalistici dell’area a più alto sviluppo, un sistema di paesi centrato sugli Stati Uniti e la loro politica imperiale; e non semplicemente imperialistica come si diceva con linguaggio impreciso e tributario di una pseudo-ortodossia leninista o di un più generico concetto di imperialismo in quanto dominio coloniale o neocoloniale.

Ci furono molte forzature: ad es. la considerazione della ben nota (ormai a pochi per la verità) Prefazione del ’59 di Marx,trattata a volte addirittura da testo non marxista. In un mio libro di alcuni anni fa, Due passi in Marx, ho cercato di compiere una più ponderata valutazione di quel testo, considerato la base dell’economicismo delle correnti favorevoli alla tesi della centralità delle forze produttive. In realtà, molti dei critici di questa tesi non erano veramente usciti da essa. Ci sono stati quelli che pensavano alle tecniche produttive in uso nei paesi ad alta produttività come sempre in grado di riprodurre i rapporti(capitalistici) in esse “incorporati”, rapporti che le avrebberodunque plasmate ai fini di questa incessante (auto)riproduzione (pure io sono caduto in posizioni simili per qualche tempo). Si arrivava così, magari inconsapevolmente, a implicite forme di luddismo poiché per distruggere i rapporti era necessario annientare una serie di tecnologie; o quanto meno si sosteneva la necessità di non importare – nei paesi in cui si voleva attuare la transizione al socialismo le tecnologie dei paesi capitalistici se non dopo attenta analisi e trasformazione per riadattarle ai “bisogni” (del tutto imprecisati e non conosciuti) di quei paesi.

La vecchia ortodossia sosteneva che i rapporti capitalistici si sarebbero ad un certo punto trasformati in catene per l’ulterioresviluppo delle forze produttive; sarebbero perciò state necessariamente suscitate le forze rivoluzionarie capaci dispezzarle, provocando la nascita di nuovi rapporti. Nella critica a tale tesi si prendeva atto della capacità di sviluppo del capitalismo, che non ha alcun limite prefissato da nessuna “legge storica” (di tipo economico). Tuttavia, si accreditava di fatto l’idea che tale formazione sociale è la più adeguata allo sviluppo produttivo,accompagnato quasi sempre dall’innovazione tecnico-organizzativa; giacché sviluppo e crescita (che non richiede, di per sé, l’innovazione) non sono lo stesso fenomeno, ma sono di solito fra loro collegati. Nel contempo, una parte delle critiche alla tesi dello sviluppo delle forze produttive diffondeva il timore chequest’ultimo riproducesse sempre i rapporti della società “da rivoluzionare”, per cui bisognava essere diffidenti nei suoi confronti e, in definitiva, boicottarlo. Non si usciva così per nulla dalla tesi della centralità delle forze produttive (oggettive); e il capitalismo diventava una sorta di mostruoso automa sempre in riproduzione di per se stesso, a meno di non intralciarne losviluppo, e dunque l’innovazione tecnica; da cui consegue in genere l’impossibilità di aumentare la produttività del lavoro, ottenuta di solito con una diversa organizzazione del processo lavorativo e l’introduzione di nuove tecnologie che spessoalleviano la fatica dei lavoratori.  

Peggiore ancora è stata la critica alla tesi delle forze produttive proveniente dagli “umanisti”, da coloro che piangevano (e ancora piangono) sulle sorti della “classe operaia” o delle “masse lavoratrici”, sacrificate sull’altare dei profitti capitalistici (soprattutto di quei parassiti dei finanzieri). Sarebbe stato invece necessario fare appello alle risorse di questa classe o delle masse, capaci (secondo i soliti cervelloni degli intellettuali di questa fatta, del tutto avulsi dal mondo così com’esso è!) d’inventività e innovazione sociale; soprattutto in grado di ribellarsi ai soprusi del Capitale (quello ovviamente totale, che intende sopraffare e sottomettere a sé tutto l’insieme dell’Essere Umano, dell’interosuo corpo e delle sue capacità cognitive). La Fiera delle imbecillità sessantottarde (e seguenti) è stata ricchissima di prodotti di scarto di “avanguardie” pseudo-culturali di una demenza sconosciuta, credo, in altre epoche storiche della società umana. In ogni caso, in simili tesi – e in quelle del “comando” del Capitale, della “sfida operaia” con “risposta” del suddetto Capitale, e via vaneggiando – non c’è alcuna prevalenza dei rapporti sociali; semplicemente si esalta la forza produttiva dell’Uomo, o in generale o con specifico riferimento all’Uomo Lavoratore nella fabbrica (prima quella meccanica fordista e poi quella presunta sociale complessiva) del capitalismo.

4. Del resto, anche lo spostamento verso la centralità dei rapporti sociali (da trasformare) non è stato scevro di limiti gravi. Nei casi di maggiore superficialità ci si è attenuti fondamentalmente ai rapporti mercantili, ai rapporti tra uomini “cosificati” nel mero scambio di prodotti del proprio lavoro in quanto merci (siamo nei paraggi del sismondismo e proudhonismo). La riduzione economicistica dei rapporti sociali èqui molto evidente; soprattutto però si fa dell’ambito di “superficie” della formazione sociale capitalistica – dove, come Marx aveva avvertito, vige una sempre maggiore libertà nello scambio ed una tendenziale eguaglianza di valore delle merci scambiate tra compratori e acquirenti, nel senso di una oscillazione dei prezzi intorno ai valori (prescindendo dalla trasformazione dei valori in prezzi di produzione, che non ci interessa) – il fulcro della società. Allora, ancora una volta, la lotta anticapitalistica viene ridotta a pura questione di rapporti di forza nella distribuzione del prodotto, alla ricerca di una maggiore “equità” nello “sfruttamento” (creazione ed estrazione del plusvalore come profitto) che è la vera acquisizione di Marx come scienziato e non come chiacchierone filosofico sulla sorte dell’Uomo, alienato nel mercato. A che cosa si poteva giungere allora? A proporre quell’aberrazione teorica e politica del “socialismo di mercato”, ultimo rifugio (ormai diroccato) di meri “sopravvissuti”, che cercano di difendere il loro passato di fallimentari teorici e storici degli altrettanto falliti tentativi di transizione al socialismo.

C’è stato a mio avviso un positivo tentativo di formulare una tesi di trasformazione dei rapporti sociali (da Marx indicati qualirapporti di produzione sia pure sociali) in quanto critica ad ogni forma di attendismo gradualistico (tesi delle forze produttive) o di puro “ultrarivoluzionarismo” parolaio in favore dell’Uomo (o in generale o di quello Lavoratore o delle “Masse popolari”, ecc.). Si è trattato del tentativo althusseriano. Condotto tuttavia con sostanziale inconsapevolezza della teoria del valore marxiana, che è teoria dello sfruttamento (estrazione di plusvalore, forma di valore del pluslavoro) pur nella supposizione (astrazione scientifica) di una perfetta parità di forze e quindi di eguaglianza tra venditore e acquirente di forza lavoro in qualità di merce. Tutto sembrava invece rinviare ad un rapporto di forza nella “lotta di classe” che, ad un certo punto, si trasformava così in entitàpiuttosto confusa e poco perspicua, un autentico deus ex machinadi particolare artificiosità.

Si è dovuto accettare la tradizionale divisione della storia del capitalismo in due epoche: quella concorrenziale (sostanzialmente ottocentesca) e quella del monopolismo (trasformazione avvenuta in particolare a partire dalla lunga crisi del 1873-96). Si è anche distinto tra la determinazione d’ultima istanza (dell’economico: ulteriore omaggio all’ortodossia) e la dominanza. Si è allora sostenuto che nella prima epoca del capitalismo (concorrenziale)sia la determinazione d’ultima istanza che la dominanza appartenevano all’economico (alla sfera produttiva e finanziaria); mentre nella seconda epoca (monopolistica) quest’ultimo restava determinante in ultima istanza mentre la dominanza passava alla sfera della politica e dell’ideologia, condensata nell’indicazione della presenza decisiva degli apparati ideologici di Stato.Difficile pensare ai caratteri della determinazione d’ultima istanza, dato che non si potevano ridurre i rapporti sociali capitalistici soltanto a quelli nel mercato; e nemmeno fare sempliceriferimento alla tecnologia e all’organizzazione lavorativa nelle fabbriche. Quanto alla dominanza nell’epoca del monopolismo, è ovvio che i rapporti di produzione venivano in sostanza pensatiquali meri rapporti di potere.

Interessante la distinzione tra proprietà (dei mezzi produttivi),considerata nella sua mera forma giuridica (ma Marx né alcunmarxista pensante l’hanno ridotta a questo), e potere di disposizione o di controllo sui mezzi stessi. Tale potere rinviava però appunto, in definitiva, a quello detenuto negli apparati dellasfera politica e ideologica. In primo luogo, mi sembra sia venuta a mancare una più netta distinzione tra gli apparati propriamente statali, con particolare riferimento a quelli di tipo coercitivo e repressivo, e quelli esercitanti l’egemonia attraverso l’ideologia; e anche nell’ambito di questi ultimi sarebbe stato indispensabile distinguere tra la trasmissione di forme culturali di lunga durata (con le loro tradizioni, ecc.) e l’approntamento di ideologie più spicciole, spesso “di moda” per brevi periodi, che hannosolitamente una ben più scoperta funzione di mascheramento e di menzogna circa le intenzioni dei gruppi dominanti (per cui sono spesso fonte di incultura o di “semicultura” come quella tipica di certo ceto mediosinistrorso” odierno).

Di fatto, lo Stato è divenuto nell’althusserismo un coacervo di apparati dei più svariati tipi, tutti però raggruppati nello stesso luogo, eletto a principale campo, dunque anche oggetto(obiettivo), dello scontro tra gruppi sociali; privilegiando inoltre il conflitto “in verticale” tra dominanti e dominati, con il solito schema duale di semplificazione caratteristico del marxismo tradizionale. Lo Stato è,, un insieme di apparati, ma in quanto condensazione, precipitazione, di un complesso intreccio di conflitti tra più gruppi sociali, in cui si verifica, in circostanze diverse, il prevalere di uno o di alcuni dessi o il loro accordocompromissorio, ecc. L’insieme di apparati mantiene, anche a lungo, uno “statuto legale” unitario, che tuttavia nasconde lo scontro e il mutare delle egemonie e del potere vero e proprio; un potere, inoltre, sempre “corazzato di coercizione”, altrimenti non consente alcun predominio sicuro e prolungato di un dato gruppo sociale. Chi crede in quello decisivo della cultura (della sua egemonia non “corazzata di coercizione”) è il solito intellettuale arruffone, che fa il gioco dei dominanti, sempre ben pagato e onorato per i suoi bassi servigi di confusione mentale indotta in potenziali oppositori.

Inoltre, nella storia, i più lunghi periodi sono caratterizzati dal conflitto tra gruppi dominanti di alto e medio-alto livello; a volte ciò si traduce nella formazione dei cosiddetti blocchi sociali, in cui gruppi a più basso livello sono trascinati e orientati nella lottada quelli dominanti. Proprio per questo, in tali periodi storici, all’interno dei gruppi a basso e medio-basso livello, quand’anche si situino in posizione d’urto con quelli dominanti, si formano nuclei dirigenti (“élites”) che vengono infine cooptati verso l’alto, verso i dominanti stessi. Solo in particolari congiunture di scontro acuto e violento tra i dominanti, con disgregazione del collante (egemonico) sociale, paralisi del potere coercitivo (i suoi vari apparati di intralciano l’un l’altro e alla fine si sgretolano), con conseguente crisi aperta del suddetto “statuto legale” unitario che tiene legati i vari apparati, le élites dei raggruppamenti sociali di medio e basso livello emergono in dominanza, ricreando a lungo andare altri (e diversi) gruppi dotati di egemonia (culturale) e di potere (politico) in una società nuovamente “normalizzata”, in genere mutata nella forma dei rapporti sociali che la caratterizzano prevalentemente (si tratta allora di una nuova formazione sociale).

5. Ho cercato di sintetizzare nel migliore (o meno peggiore) modo possibile un dibattito che ha coinvolto principi fondamentali di una teoria – poi trasformata in dottrina – all’origine di complesse pratiche di quello che è stato denominato movimento operaio, in specie di quello di orientamento comunista, dato che nel secondo dopoguerra la socialdemocrazia si è allontanata del tutto dal marxismo. Ci si ricordi in particolare il Congresso del SPD tedesco a Bad Godesberg nel 1959, quando viene ufficialmente dichiarato l’abbandono di tale impostazione teorica e dottrinale. A qualcuno sembrerà forse che quel dibattito, lanciato dal Pci nel 1972-73, non abbia più molto da dire. Sarebbe un errore. Intanto, pur non rifacendosi al marxismo, le teorie decresciste (e ambientaliste, ecc.) sono di fatto dentro l’orizzonte della tesi relativa allo sviluppo delle forze produttive. Il fatto di considerarlo negativo invece che positivo non cambia in nulla l’impostazione sostanziale, che dimentica opportunamente, e opportunisticamente, il problema della trasformazione dei rapporti sociali – per la qual trasformazione occorre rifarsi alla politica del conflitto; magari non più “di classe”, ma pur sempre conflitto tra interessi di gruppi sociali differenti mettendo così in bella evidenza la vera natura di simili tesi.  

Criticare la tesi della centralità delle forze produttive in termini di sviluppo e trasformazione della società significa quindi prendere netta posizione contro le tesi dei decrescisti, metterne in luce il falso anticapitalismo, mentre essi si pongono invece al pieno servizio dei capitalisti, una parte dei quali ha perso fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive” di questa società; per cui si dedica a imbrogliare le carte – servendosi anche di “ultrarivoluzionari” pronti ad ogni lucroso servigio (non soltanto in termini di denaro) pur di distrarre l’attenzione dai veri nodi del problema capitalistico. In questo senso, i decrescisti sono dello stesso stampo di coloro che insistono nell’attribuire l’attuale crisi ai “cattivi” finanzieri o anche alla “finanza tout court” e ai banchieri o alle manovre monetarie, ecc.

Del resto, solo una parte (minoritaria) del decrescismo (e della “difesa della Natura”) dipende dalla perdita di fiducia nelle “sorti progressive” del capitalismo; la parte maggioritaria è rappresentata da consapevoli imbonitori, pagati dalle impresecapitalistiche che lucrano ottimi affari con tutte le “mode” attuali: le energie alternative (che sono un modo accessorio di guadagnare lauti profitti), i commerci equosolidali, le coltivazioni “biologiche” e tutta una serie di altri imbrogli, del tutto interstiziali nel capitalismo odierno, affidati a gruppi di(inizialmente) semidiseredati, alcuni dei quali diventano agenti discretamente ben pagati dai dominanti. Il tutto fa brodo per un capitalismo che dovrà attraversare una lunga crisi quanto meno di stagnazione tendenziale, tipo quella di fine ‘800.

In definitiva, si cerca di dirottare la possibile lotta e criticalontano dal centro del problema odierno: l’attuale configurazione del sistema mondiale dei rapporti capitalistici, che vede ancora in posizione preminente gli Stati Uniti, anche se cresce l’attuale multipolarismo, provocando quella frattura interna ai vertici politici di tale paese tutto sommato positiva per i futuri sviluppi della nuova fase in cui stiamo entrando. E’ senz’altro indispensabile coltivare la massima attenzione per la differente politica (in quanto complesso di mosse strategiche) condotta dai diversi gruppi dominanti. Tale attenzione deve però indirizzarsiall’analisi e valutazione delle possibilità di un’opposizione alleloro mosse (appunto differenti), senza mai dimenticare che certe critiche alla società attuale, sommariamente indicata come capitalistica, servono in realtà gli interessi di specifici gruppi dominanti o di altri, dimenticando il fulcro essenziale rappresentato dai rapporti sociali e dalla politica che ne consegue, celata dietro i vaneggiamenti sulla difesa dell’ordine naturale”  e dell’ambiente o della Umanità in generale.

La conoscenza del dibattito, di cui si sta discutendo, ha pure un altro scopo precipuo. Ci sono alcuni vecchi arnesi del “rivoluzionarismo” sessantottardo (e seguenti), che sfruttano la (peraltro vaga) conoscenza della critica alle forze produttive per tentare ancora una volta di difendere, nella sostanza, la formazione sociale capitalistica nella sua peggiore configurazione storica, quella che, tanto per andare al pratico, vede la società italiana in mano ai “cotonieri” (spero ci si ricorderà da dove deriva tale termine da me affibbiato ad una classe imprenditoriale di puri servi). Gli ambigui e torbidi pseudo-pensatori del “fu”sessantottismo sviluppavano fino a non molto tempo fa il seguenteargomento: se si è contro la decrescita, essi affermavano, allora si è favorevoli alla centralità delle forze produttive in sviluppo. Che si sia per lo sviluppo o per il sostanziale blocco di tali forze, non è affatto il problema centrale e non muta l’orientamento di fondo.

Mettere il segno meno invece che più alle forze produttive serve, in ogni caso, ad allontanare l’attenzione del critico dall’analisi dei rapporti sociali costitutivi della formazione sociale capitalistica. Il fine dei vecchi e nuovi arnesi di una rivoluzione soltanto declamata, anzi urlata, è proprio quello di impedire che si parli del capitale in quanto rapporto sociale. Il capitalismo sarebbe solo un Male per l’Uomo; questo sostengono al massimo i finti rivoluzionari. Nel migliore dei casi, se sono in buona fede, manifestano soltanto insoddisfazione e angoscia. Si arrangino come fanno tutti gli individui concreti, semplici uomini (al minuscolo), che hanno sempre al loro fianco l’orizzonte della morte. Il capitale non c’entra nulla con questo problema, non lo può risolvere, ma nemmeno lo aggrava più che tanto.

I teorici della centralità dei rapporti sociali (di produzione o considerati in senso sociale complessivo) tentavano invece di contrastare il gradualismo riformista di quelli che venivano considerati “i revisionisti”, gli opportunisti ormai lanciati verso la collaborazione con il sistema capitalistico e i suoi gruppi dominanti. Vi era ancora la credenza di poter rilanciare la rivoluzione e riprendere la transizione verso la nuova formazione sociale socialista (in attesa di quella comunista); ma senza mai il sogno impossibile di evitare il disagio legato alla malattia, alla morte, alle disgrazie varie che ci affannano, chi più e chi meno, per tutta la nostra vita individuale. Nessun althusseriano si è maiscagliato contro la crescita della produzione, contro l’innovazione tecnica e via dicendo. Semplicemente dicevamo: questi risultati liottiene anche il capitalismo, i rapporti del capitale non sonoaffatto catene che impediscono la loro realizzazione. I “revisionisti”, per giustificare il loro cedimento opportunistico, sostenevano invece proprio che, se il capitalismo si stavasviluppando, allora i suoi rapporti sociali non erano ancora diventati le famose catene; era perciò utile non creare disordini, non avere intenti rivoluzionari, si doveva aiutarlo a svilupparsi ancora di più, cosicché si sarebbe infine (campa cavallo….)impiccato da solo a questi suoi rapporti una volta divenuti impedimenti allo sviluppo.

Oggi, quel dibattito è stato superato – ma non è caduta in disuso la sua utilità, ove attentamente valutata – perché è crollata ogni prospettiva di transizione al socialismo, di lotta per il comunismo che, per alcuni sopravvissuti, è ormai una semplice aspirazione sentimentale. Non vi è dubbio che il capitalismo – e fra l’altro la nostra ignoranza è tale che chiamiamo tutto capitalismo, senza riuscire a fare un minimo di distinzione decente tra diverse formazioni sociali quali il “capitalismo borghese” di matrice inglese e la società dominata dai funzionari del capitale, sviluppatasi negli Usa e ormai diffusa in tutto l’“occidente” – si sta dimostrando una società con molte mostruosità, soprattutto però culturali. Adesso stiamo vivendo una crisi che rimette in discussione molte “conquiste” – di quelle che però i pensatori del disagio trattano da solo “materiali”, quindi quasi da disprezzare – ma non si tratta della fine di una società “cattiva”, da cui poi sorgerà quella “migliore”. E’ una fase storica di riarticolazione dei rapporti (di potere) tra gruppi sociali e tra diverse formazionisociali, alcune nuove in sul farsi “a est” e tutto sommato tuttorapoco conosciute.

Sarebbe indispensabile mettere all’ordine del giorno l’analisi di questi differenti rapporti sociali. Invece, chi ha ormai abdicato adogni intento di pensare criticamente, problematicamente, si abbandona ai lamenti sull’Uomo alienato o sulla Natura violentata. Si curassero il loro spleen in splendida solitudine e non ci seccassero! No, hanno scoperto che i gruppi dominanti – e soprattutto i subdominanti, i “cotonieri” reazionari e smaniosi di mettersi al servizio dei predominanti – li pagano bene, li ospitano nelle Università (ormai luoghi di abiezione), li fanno scrivere sui giornali, li ammettono in TV, pubblicano tutte le più futili e ignobili aberrazioni del loro pensare con case editrici che ancora si impegnano nel distribuirle, nel finanziare convegni organizzati per rimbecillire viepiù il popolo e trasmettere il messaggio che ormai siamo alla fine della Storia, alla fine di ogni speranza; salvo quella di questi cialtroni che se la ridono fra loro e si divertono alle nostre spalle.      

6. E allora noi torniamo testardamente ai rapporti sociali.Usciamo da un fallimento storico; fallimento solo se considerato in relazione all’obiettivo di trasformazione sociale che è stato l’intendimento dei comunisti per ben oltre un secolo. Ho già detto in altra occasione che la Rivoluzione d’ottobre (e altri eventi rivoluzionari che ne sono seguiti), considerata dal punto di vistadei suoi effetti di mutamento delle fasi storiche, non è fallita per nulla; ma non era questo l’obiettivo perseguito per tanto tempo e ormai alle spalle. Quindi su questo dobbiamo ragionare e trarre le opportune conclusioni. Tenuto conto dei vari “ismi” ancora in campo, non credo proprio che il marxismo ci faccia brutta figura; rispetto al liberismo è a mio avviso assai più avanti. Per cui solo i totalmente ignoranti della reale problematica di Marx si gonfiano il petto quando ripetono le loro stolte ricette sul libero mercato con i suoi “automatismi”, sul vantaggio per i consumatori delle liberalizzazioni che porterebbero all’abbassamento dei prezzi (ma dove mai vivono questi individui: o sono dementi o, piuttosto, dei furfantoni ben pagati da gruppi dominanti sempre più rapaci).

Quindi, in attesa che il movimento sociale effettivo stimoli nuovi pensieri e nuove ipotesi (che non s’inventano per genio di qualcuno, altrimenti dovremmo credere che da quarant’anni viviamo in un mondo di perfetti deficienti), dobbiamo sfruttare l’insegnamento del marxismo e del suo indubbio invecchiamento e logoramento – nel promuovere una pratica politica in base a determinate previsioni, rivelatesi assai imperfette, circa la dinamica della società capitalistica – che ci segnala errori di valutazione o comunque l’impossibilità dell’effettuazione di quella pratica con quei dati obiettivi. Secondo me, occorre giungere ad alcune conclusioni da considerarsi abbastanza definitive. Innanzitutto, è indispensabile smetterla con l’idea di poter rappresentare, sia pure in schema, il reale, immaginando di esso una precisa struttura di relazioni, dotata di una cosiddetta dinamica che è in effetti una cinematica, un succedersi in momenti successivi di configurazioni diverse (da noi pensate e costruite via ipotesi) della struttura (inesistente come tale nel reale).

Si possono ravvicinare fin che si vuole questi successivimomenti, costruendo l’immagine di un movimento apparentemente continuo; il successo di questa nostra“rappresentazione” del reale dipende dalla posizione della configurazione iniziale e dalla supposizione di mutamento delle variabili secondo una successione che si pensa legata a specifiche leggi, deterministiche o probabilistiche. Sempre, all’improvviso, appare una discontinuità che ci lascia “sorpresi”; non è, però, in senso proprio una discontinuità; più semplicemente, la continuità costruita, ravvicinando quanto più possibile i momenti successivi, dipende pur sempre dalla struttura posta all’inizio appunto comemera rappresentazione del reale. Poiché quest’ultimo è continuamente sfuggente, ci si trova ad un certo punto nella necessità di pensare una nuova struttura, che è una differente singolarità da cui riprende avvio la successione delle nostre supposizioni circa il suo movimento. La “discontinuità” dipende dalla nostra impossibilità di agire con efficacia nel reale continuo, fluido, oscillante, squilibrante. Siamo obbligati ad arrestarlo, stabilizzarlo, strutturarlo, ecc. per svolgere un’attività capace di produrre effetti; così comportandoci, tuttavia, i nostri schemi invecchiano e arriva il momento in cui essi non orientano più azioni dotate di senso e di incisività.

Salvo i soliti discorsi “orientaleggianti” – che mai hanno risolto i problemi nelle formazioni sociali dimostratesi vincenti su scala mondiale, e che continueranno ad esserlo finché troveranno di contro a loro questi “santoni” imbelli – il nostro modo di agire nella moderna società non è in grado di discostarsi dal procedimento appena indicato. Essenziale diventa allora prendere atto del problema e non sognare di avere rappresentato compiutamente, sia pure in schema, il reale e il suo effettivo movimento. Quel che accade nel Cosmo, dove i mutamenti possono anche riguardare decine e centinaia di milioni di anni,non ci interessa “qui ed ora”. E per favore lasciamo stare il fascino della microfisica perché non siamo microbi pensanti. Atteniamoci al nostro mondo – macrofisico, da una parte, e sociale dall’altra – e consideriamoci individui agenti e pensanti in una data epoca storica della società.

Se vogliamo elucubrare su problemi sempre esistenti per noi umani, del tipo della vita e della morte con tutto ciò che “ci va dietro”, nessuna obiezione; è atteggiamento assai più che comprensibile, direi doveroso. Quando però riflettiamo sul nostro vivere nel cosiddetto “divenire storico-sociale”, cerchiamo di non perdere il buon senso e non lasciamoci andare a fantasie, che pretenderebbero di trascendere l’orizzonte spazio-temporale in cui siamo situati. Sia nel fare storia (pensare il passato) sia nella previsione del futuro, è meglio utilizzare categorie teoriche (più o meno elaborate, talvolta perfino inconsapevoli) adatte alla formulazione di specifiche ipotesi (anche per quanto concerne il passato usiamo ipotesi); e si tratta pur sempre di teorie (e ipotesi)mediante le quali interpretiamo il presente al fine di potervi agire per giungere a determinati obiettivi. Queste categorie teoriche (e le ipotesi) sono transitorie, mostreranno infine la corda; più elastici saremo, prima riusciremo a cogliere la loro obsolescenza, la loro progressiva riduzione di presa sulla “realtà”. Quanto al movimento reale, lasciamolo tranquillo a svolgere il suo consueto lavoro di logoramento delle nostre pratiche, delle nostre speranze, delle nostre convinzioni di averlo fermato e poi indirizzato come piacerebbe a noi; se ne sbatte altamente dei nostri desideri, anzi potrebbe pure irritarsi e reagire con violenza se ci venisse in testa di averlo “imbracato” definitivamente.

Non si creda che quanto appena detto abbia qualcosa a che vedere con il relativismo. Quest’ultimo è in definitiva incertezza, indecisione, quasi sempre incapacità di scendere in campo prendendo posizione (partito); il tutto mascherato da capacità (molto limitata invero) di valutare vari corni del dilemma conmoderazione e tolleranza, ecc. (si pensi alla ben nota, e fastidiosa quant’altre mai, frase di Voltaire, una frase “buonista”, di piatto conformismo, perfettamente adatta al “ceto medio semicolto” odierno!). Quando si agisce veramente – dove l’azione contempla pure l’apparente inazione, il temporeggiamento, il surplace a volteassai lungo (come fanno i ciclisti velocisti) – e non semplicemente ci si dedica alle chiacchiere fatue e ideologicamente favorite daivari gruppi dominanti per bloccare ogni azione a loro contraria, si deve assumere “partito” nel conflitto, nel contempo ponendo e analizzando nei particolari il campo in cui esso si svolge e i diversi “partiti” e interpretazioni del campo (in effetti, di campi differenti) assunti dai soggetti agenti nella lotta. Tuttavia, ci si deve preparare all’eventuale sconfitta, al riconoscimento di errori in questa lotta, ai mutamenti di fase che spiazzano alla lunga i vincitori non meno dei perdenti ed esigono il riconoscimento, intanto in termini di principio, di nuove singolarità sopravvenienti (che sempre sopravverranno) e di cui ancora una volta occorrericercare le categorie interpretative, ecc. ecc.

7. Fondamentale, nella lotta passata dei comunisti, sarebbe stata la coerentizzazione (nella teoria e nella pratica) del “modello” marxista utilizzato per interpretare, e prevedere, la dinamica sociale del capitale, l’evoluzione dei rapporti nella formazione sociale definita capitalistica; una definizione rimasta pressoché immutata da almeno un secolo e mezzo a questa parte. Un conto è impiegare genericamente il termine capitale per indicare ogni dotazione – in strumentazioni produttive ed in moneta in quanto equivalente generale dei prodotti scambiati come merci – in possesso di particolari agenti (soprattutto, ma non solo, nella sfera economica della società); un altro è indicare un sistema di rapporti sociali di forma storicamente peculiare, perché questo è il capitale nella sua precisa accezione marxiana.

Marx studiò il “modello” di questo capitale (sistema di rapporti, ecc.) nel suo primo luogo di definitiva affermazione, l’Inghilterra; ne trasse una serie di conclusioni e si disse convinto che esso si sarebbe esteso a tutto il mondo. In effetti, tale “modello” fu surrettiziamente mutato in corso d’opera dai marxisti successivi, senza che nessuno si ponesse però troppi problemi al proposito. Inoltre, anche Marx ebbe incertezze; per esempio usò indifferentemente classe operaia e proletariato, e la classe in questione (quella che avrebbe dovuto emancipare tutta l’umanità emancipando se stessa dallo sfruttamento) fu da lui a volte considerata – e i marxisti successivi sempre così la considerarono – l’insieme degli operai in senso stretto, quelli addetti alle mansioni fondamentalmente esecutive (e di più basso livello, ripetitive, ecc.), mentre altre volte egli fece riferimento al lavoratore complessivo (“ingegnere e manovale”).

Si badi bene: proprio dai termini usati si comprende come Marx avesse in mente la dominanza, nei rapporti sociali della formazione a modo di produzione capitalistico, di quelliinstauratisi nell’unità produttiva in senso stretto, nella “fabbrica”, risultato di una storica trasformazione della bottega artigiana, attraverso la fase transitoria della manifattura, descritta nelle pagine sulla accumulazione originaria del capitale; accumulazione intesa quale trasformazione di rapporti, nonsemplicemente crescita di “forze produttive oggettive”. La fabbrica è il luogo della trasformazione di materie prime in prodotti finiti; si può considerare più genericamente la trasformazione di input in output, in ogni caso è sempre presente un preciso processo lavorativo che vede associati, in forma cooperativa, la figura dirigenziale (“l’ingegnere”) e quella esecutiva (“il manovale”).

Il testo più significativo per le indicazioni, comunque sommarie, relative alla formazione dell’operaio combinato, in quanto complessivo insieme di lavoratori direttivi ed esecutivi in cooperazione, è il cosiddetto Capitolo VI inedito (edito molto dopo la morte di Marx), in cui vi sono pure le splendide pagine sulla sussunzione, prima formale e poi reale, del lavoro nel capitale (con passaggio da una determinata forma, transitoria, dei rapporti sociali capitalistici ad un’altra, quella considerata definitiva). Capitolo comunque tolto dall’autore stesso nella pubblicazione del primo libro de Il Capitale, l’unico testo di quest’opera effettivamente e integralmente di Marx. Non mi lancio in illazioni sui motivi del toglimento, non sono “addottorato” in sedute spiritiche; noto solo che non è stato pubblicato, rendendo più difficile quella coerentizzazione cui ho sopra accennato.

Il sottoscritto ha preteso di compierla con un lavoro durato molti anni e che è stato consegnato in centinaia, e più ancora, di pagine, tutte pubblicate negli ultimi 15-20 anni. Le do quindi per conosciute, altrimenti chi vuole si documenti. Ricordo solo che tale dinamica, fondata sulla “spietata” concorrenza intercapitalistica, mette in moto la centralizzazione dei capitali, da cui deriva non tanto il passaggio al capitalismo monopolistico (e poi ancora a quello di Stato, tutto sommato una contraddizione in termini), quanto invece la trasformazione di quel rapporto che è il capitale. Le “potenze mentali della produzione” – in definitiva lacapacità di dirigere e innovare nei processi produttivi di fabbrica, di trasformazione di input in output – spettavano nel più antico capitalismo concorrenziale al capitalista, considerato il proprietario privato dei mezzi di produzione.

Con la centralizzazione, tale capacità (detta poi, non da Marx, imprenditoriale) si sarebbe trasferita, per il Nostro, nell’“ingegnere” divenuto lavoratore salariato e facente ormai parte dell’operaio combinato (lavoratore collettivo cooperativo), mentre il capitalista sarebbe divenuto solo proprietario; una proprietà trasformata con l’affermarsi della società per azioni. Detto in termini molto più moderni, Marx avrebbe pensato una sorta di “rivoluzione dei tecnici” (in realtà un loro vero amalgama cooperativo con i lavoratori manuali ed esecutivi) e non quella “manageriale” teorizzata 70-80 anni dopo da Burnham. In ogni caso, da tutto ciò discendono le conclusioni di Marx in merito alla trasmutazione della società capitalistica in socialistica – uncambiamento da lui già creduto in atto ai suoi tempi (si legga anche soltanto l’ultimo paragrafo del capitolo sull’accumulazione originaria) – che ho molte volte analizzata con dovizia di particolari nei miei scritti.

Una volta coerentizzato il “modello” marxiano di avvento del capitalismo, di suo sviluppo e di transizione ad altra società – sempre in termini di trasformazione dei rapporti sociali e non per quanto concerne l’aspetto quantitativo dei capitali accumulati e centralizzati, con semplici modificazioni delle “forme di mercato” – si comprende più facilmente l’impasse della lotta comunista e infine il suo tramontare ed esaurirsi. Può restare la tristezza, la nostalgia, il rimpianto, sentimenti umanissimi; anche perché i sacrifici, le morti, la galera, la miseria, ecc. per conseguire quel risultato irraggiungibile sono stati immensi, altro che i crimini commessi dai comunisti come sostengono gli incalliti delinquenti che si sentono appagati in questa società! Se però da questisentimenti si insiste a volere trarre l’indicazione di una(im)possibile ripresa della lotta per il comunismo, dobbiamo allontanarci con molta decisione e chiarezza critica dagli “zombi”incapaci di afferrare la realtà del loro essere morti.  

8. Mi guardo bene dal ripercorrere qui, nelle sue varie tappe, lamia coerentizzazione del “modello” marxiano – consegnata per il momento ai dieci video dedicati alla discussione su Marx (http://www.conflittiestrategie.it/gianfranco-la-grassa-discussione-su-marx-10-video) – al fine di metterne in luce le manchevolezze e la necessità di superarlo, senza semplicemente ridurlo a indegni sbrodolamenti filosofici ma anzi mantenendone lo spirito scientifico e l’intento critico-problematico in merito alla doppia faccia della formazione capitalistica, con la sua “superficie” (soprattutto mercantile) e le sue “viscere profonde”, dove si agitano i grandi sconvolgimenti che hanno determinato sia mutamenti non minori della suddetta formazione sociale sia l’obsolescenza della teoria con cui Marx volle rappresentarla nella sua strutturazione (in una data forma di rapporti antagonistici) e nella dinamica direzionata, oggettivamente, alla trasmutazione: prima socialistica e infinecomunistica.

Mi è sembrato non inutile riandare ad un vecchio dibattito, pur ripercorrendolo veramente a volo d’uccello. Tuttavia, m’interessava soprattutto metterne in luce alcuni aspetti salienti. Innanzitutto le modalità secondo cui avvenivano allora le discussioni in campo marxista. Secondo me non esiste oggi la stessa serietà e lo stesso rigore nei dibattiti (rari) che ancora ci sono. Bisogna inoltre ben dire che non vi è più, almeno nei settoriintenzionati a criticare la moderna società, alcuna teoria comunemente condivisa. Allora ci si poteva accusare reciprocamente di “revisionismo” o di “estremismo infantile”, secondo l’abitudine invalsa da molti decenni, ma le categorie di riferimento erano comunque consolidate e ci si riusciva ad intendere pur nelle più aspre diatribe. Era inoltre chiara a chi partecipava al dibattito – a parte la solita “base militante”, soprattutto interessata a quello che dicevano i capi e capetti; che si trattasse di quelli del Pci o quelli dei vari gruppetti via via formatisi soprattutto dopo il 68 – la posta politica in gioco dietro la solo apparente astrattezza di certi temi teorici, conditi anche di ampie carrellate storiche intorno alle vicende del cosiddettomovimento operaio e all’evoluzione del suo pensiero nelle diverse correnti riformiste e rivoluzionarie.

Infine, non si creda che alcune delle misere tesi venute a quel tempo alla moda e ancora in piena vita – tipo la decrescita o l’eco-sostenibilità e altre piacevolezze di questi tempi di degrado intellettuale e culturale – non abbiano proprio nulla a che vedere con quel dibattito, pur se in forma di grave scadimento dell’intelligenza teorica dei problemi. Spesso si tratta di tesi che si rifanno, in modo più o meno aperto, alla totale dimenticanza della politica come campo di scontro e conflitto acuto tra interessi, sempre avvolti da specifiche ideologie, di dati gruppi sociali, in genere sempre quelli dominanti che ormai conducono al 100% le danze in questa fase storica. I “deboli” critici del capitalismo diventano semplici detrattori di ogni modernità e progresso (considerato un termine osceno anche soltanto in termini del tutto “materiali”) perché non comprendono più nulla della necessità di andare ai rapporti sociali di ogni data fase storica, sia pure con la consapevolezza di una conoscenza via ipotesi sempre soggette ad errori e alla necessità di revisioni o di drastici cambiamenti di indirizzo. Si preferisce oggi soddisfare l’orrendo ceto medio semicolto, il quale magari blatera di predominio di chi controlla la TV e poi ripete tutte le più stupide insulsaggini che da quelle “scatolette” sostengono, con atteggiamento da geni assoluti, i loro beniamini, intellettuali che hanno ormai l’intelletto in completa défaillance.

Non credo ci sia molto altro da dire. Se volete, prendete questo mia memorizzazione come una vacanza, ma non credo sia priva di interesse per chi capisce come la teoria non sia una fisima da intellettuali. Anzi, oggi sono proprio quelli che passano per intellettuali presso l’incolto “volgo” i più carenti in fatto di teoria. Non pensano, sputano quello che ritengono più facile far passare per scienza, riducendo quest’ultima (basata su ipotesi sempre rivedibili) a certezza assoluta e indiscutibile, cui il “popolo” deve sempre adeguarsi. Poi ci sono i “tecnici”, anche peggiori nella loro limitatezza di visione e nellarroganza e presunzione con cui sparano i loro verdetti e le loro ricette quasi che la lotta politica, oggi sempre più acuta e spesso sconclusionata per mancanza di ampie visioni e di solidi appoggi sociali, sia riducibile alle formulette imparate in Università che sarebbero ormai da chiudere, a partire da quelle “ricche e famose” anglo-americane. Viviamo un’epoca di transizione, ma particolarmente povera di intelligenza. Insisto che, anche solo mezzo secolo fa, ci si muoveva intellettualmente in un ben diverso ambito, assai meno deteriorato. Non parliamo della prima metà del secolo XX o di ancor prima. Chiudiamo qui, senza rimpianti ma ricordando; e facendo tesoro dei ricordi!

 

PROCESSI STORICI E SOGGETTI AGENTI

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di Gianfranco La Grassa

1. Scrisse Marx, nel Manifesto del 1848, che cruciale era il passaggio alla classe rivoluzionaria di una piccola parte della classe dominante, in particolare di “una parte degli ideologi borghesi, che sono riusciti a giungere alla intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme”. Nel ’48 era da poco completata – o quanto meno da poco se ne potevano vedere apprezzabili risultati – la decantazione del TERZO STATO in borghesia (classe proprietaria dei mezzi di produzione) e classe operaia (quella poi anche detta “quarto Stato), costituita dai possessori di semplice forza lavoro venduta quale merce dietro salario; vendita di cui Marx vide la crescente “libertà di contrattazione”, all’epoca ancora ostacolata da una serie di intralci. Quest’ultima classe era appunto considerata quella rivoluzionaria, quella che avrebbe OGGETTIVAMENTE costituito il SOGGETTO PORTATORE della trasformazione del capitalismo in socialismo (primo stadio) e comunismo, conclusione del processo di liberazione da ogni “sfruttamento dell’uomo sull’uomo”, con piena libertà di ogni individuo in merito alla scelta consapevole di attività consone alle proprie prerogative e preferenze.

Non era prevista la fine della competitività interindividuale e tra gruppi, dell’ambizione, della volontà di diventare i primi”, ecc.,ma si pensava sarebbero venute meno – con la fine della proprietà e controllo privati dei mezzi di produzione da parte di particolari individui o gruppi, controllo che consentiva loro di appropriarsi del plusprodotto (caratteristica specificamente umana come adeguatamente spiegato nelle mie “discussioni su Marx”) ottenuto dal complesso dei produttori non proprietari dei mezzi produttivile più importanti (per Marx) condizioni OGGETTIVE che di taliineliminabili “passioni” umane fanno la molla della prevaricazione, del conflitto estremo portato fino al desiderio di schiacciante predominanza sugli altri ottenuta con i mezzi più estremi, fra cui la violenza, l’uccisione, l’oppressione, ecc. (oltre all’inganno e raggiro con malevola astuzia, alla menzogna, alla finzione di amicizia spesso conclusa con il tradimento, e via dicendo). La lotta intersoggettiva avrebbe invece in gran partecontribuito al progresso della cooperazione con stimolo all’inventività, alla innovazione. Senza però, lo ribadisco, che ci sarebbe stata pace fra gli uomini e solo benevolo atteggiamento fra di loro. I conflitti sarebbero continuati, non più però come “conflitti di classe”; dove le classi erano due, appunto caratterizzate dalla proprietà o non proprietà dei mezzi produttivi e dall’appropriazione del plusprodotto della seconda da parte della prima.

A metà ‘800, all’effettivo completamento (soprattutto in Inghilterra) della prima rivoluzione industriale (iniziata verso il 1760 circa), Marx considerò l’affermazione del capitalismo – che,in una prima fase transitoria verificatasi nei secoli precedenti, era stata promossa dalla borghesia mercantile, poi però infeudatasi e quindi incapace di terminare la transizione alla nuova formazione sociale – quale risultato di un processo i cui portatori soggettivifurono i manifattori divenuti industriali, inizialmente ancora dotati di saperi produttivi. Si tratta di quei capitalisti (proprietari “privati” delle condizioni oggettive della produzione) che possiedono pure le capacità direttive (le “potenze mentali della produzione”, per dirla con Marx) delle unità produttive ormaidotate di macchine; si trattava insomma delle fabbriche di grandezza crescente e che impiegavano “eserciti operai” via via più numerosi. Il movimento rivoluzionario, per innescarsi, aveva quindi bisogno che una parte degli ideologi appartenenti alla nuova classe dominante (borghesia) passasse al proletariato, termine con cui si denotava tale classe operaia, in definitiva il complesso dei produttori possessori di sola forza lavoro venduta come merce; in definitiva, i salariati.

Negli anni ’50 e ’60 del XIX secolo, nei vari studi e letture – degli economisti classici e di altre correnti, dei verbali degli ispettori di fabbrica (personaggi di fronte a molti dei quali i “tecnici” odierni sembrerebbero degli sprovveduti ), ecc. – che,attraverso la scrittura di migliaia di pagine, condurranno a Il Capitale (il cui unico volume pubblicato, in fase rifinita e definitiva, da Marx nel 1867 è stato il primo libro), il grande pensatore acquisisce la consapevolezza del processo di centralizzazione dei capitali, che non conduce semplicemente alla mera forma di mercato definita monopolistica (questa è una semplificazione compiuta dall’economicismo marxista successivo) bensì ad un nuovo rapporto sociale, poiché per Marx“il capitale non è cosa ma rapporto sociale”. La proprietà capitalistica si separa dalle potenze mentali della produzione, divenute prerogativa di particolari gruppi di lavoratori salariati di tipo direttivo. Le due classi antagonistiche fondamentali restano, come denominazione, borghesia e proletariato. Tuttavia, la prima comporta ormai soltanto la proprietà, cioè il mero controllo, dei mezzi produttivi tramite il possesso di maggioranze nelle società per azioni (o similari), in cui sono inglobate le unità produttive. Per inciso (assai rilevante) ricordo che Marx non ha il concetto di impresa, implicante un mutamento di prospettiva con cui guardare a tali unità in cui si svolge l’attività di vasti complessi di lavoratori e che non sono solo quelle produttive in senso stretto, ma anche quelle commerciali, finanziarie, ecc. La seconda classe – quella detta operaia – è in realtà costituita dal complesso lavorativo salariato, in cui direzione ed esecuzione tenderebbero a divenireun corpo lavorativo unico, sia pure differenziato e stratificato al suo interno.

Questa nuova configurazione avrebbe dovuto comportare un mutamento nell’individuazione delle due classi fondamentali (presunte antagonistiche); diciamo, anzi, che sarebbe stato indispensabile riconsiderare il modello sociale semplicemente DUALE. Non averlo fatto ha indebolito la “intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme, con gravi ripercussioni sullaprassi rivoluzionaria del secolo successivo e sulla sua correttainterpretazione. Marx sembra prendere atto del mutamento del soggetto rivoluzionario (dall’operaio in senso stretto al lavoratore collettivo cooperativo” o “complesso dei produttori associati”), ma la sua analisi al riguardo procede a sprazzi, in modo tutto sommato incerto, e senza trarre da simile evento lo stimolo ad un radicale ripensamento della concezione espressa nel passo del “Manifesto” citato all’inizio.

Kautsky, in ciò seguito da Lenin, prende atto che il reale processo sociale di sviluppo capitalistico non conduce affatto al lavoratore collettivo (“dal primo dirigente all’ultimo giornaliero; cap. XXVII del III Libro de “Il Capitale”); anzi, i possessori delle potenze mentali della produzione, quand’anche salariati, restano quello che adombra la definizione leniniana: SPECIALISTI BORGHESI, di cui il proletariato (la mera classe operaia in senso stretto) non può fare a meno, senza però considerarli nemmeno quali effettivi alleati, piuttosto semmai avversari “piccolo-borghesi”, con tendenza ad acquisire (o imitare) i modi e costumi di vita dei capitalisti (proprietari). Nella sua concretezza ben diversa dalla stupidità del molto successivo movimento sessantottardo, che ha voluto fingere la “proletarizzazione” dei quadri tecnici e specialistici per semplificarsi i compiti pseudo-rivoluzionari Lenin affermò che gli operai dovevano tenere sempre ben puntato il fucile contro questi individui, una volta messo in moto il processo rivoluzionario, tendente – così si sperava e credeva – alla “costruzione del socialismo” (sia pure, ben a lungo, “in un paese solo”).

Dalla realistica valutazione di come si è andata effettivamente sviluppando la centralizzazione del capitale (cioè la formazionedei nuovi rapporti sociali), sia Kautsky, quando non era un “rinnegato”, sia Lenin trassero la convinzione di unaccentuazione del tema trattato da Marx in merito alla “piccola parte degli ideologi borghesi” staccatasi dalla borghesia perché riuscita a giungere alla INTELLIGENZA TEORICA [maiuscolo mio, in quanto è frase molto significativa in polemica con i semplici “praticoni”] del movimento storico nel suo insieme. Da simileconcretezza nasce l’idea leniniana del partito, di cui già scrissi molti anni fa; e non mi ripeto ora perché certe polemiche non sono oggi più produttive di effetti. Ricordo solo che gli antileninisti (tipo la Luxemburg, quella che lo stesso grande dirigente bolscevico definì un’aquila che spesso volava basso come un’anatra) si sono strappati i capelli di fronte a questa concezione, poiché la sedicente avanguardia del proletariato (ormaiconsiderato soltanto nella veste di classe operaia, quella di fabbrica, le “tute blu”) doveva secondo costoro nascere ed enuclearsi, per movimento spontaneo, all’interno di quest’ultimo. Questa diatriba si riprodusse pure nei gruppastri del post-’68 con le tesi del partito quale avanguardia “esterna” (gli m-l) o invece“interna” (gli operaisti e movimentisti vari) rispetto al proletariato.Sia “esternisti” che “internisti” hanno fatto una brutta fine; quindi lasciamo perdere, è acqua che non macina più.

2. Se quell’acqua, ormai “sporca”, non macina più (e non deve macinare, altrimenti ci si prende qualche brutta malattia), lo scorrere della stessa per un secolo abbondante non ha nulla da insegnarci? O almeno farci pensare? Credo di sì, se si sposta il tiro. Il problema dell’avanguardia (esterna o interna) non ha più interesse perché, se intendiamo il proletariato come classe operaia in senso stretto, possiamo ben dire che non ci sono state rivoluzioni proletarie; semmai contadine, ma certamente dirette da gruppi organizzati, dotati spesso di una visione d’insieme e mossi da interessi (non parlo di quelli materiali soltanto!) ben diversi da quelli delle “masse in scomposta agitazione. Tali gruppi hanno condotto i movimenti lungo percorsi indicati e seguiti con forte determinazione, in modo senza dubbio consapevole, che hannotuttavia avuto sbocchi impensati, del tutto diversi da quelli voluti enon ancora valutati adeguatamente nei loro risultati sociali complessivi.

La classe operaia – nei paesi d’avanguardia dello sviluppo capitalistico; non certamente unitario com’è stato sempre considerato, ma invece con passaggio dal capitalismo borghese (familistico) di tipo inglese (ottocentesco soprattutto) a quello manageriale (tipologia statunitense; diciamo pure quello dei “funzionari del capitale”) ancora predominante – ha mostrato di essere la meno rivoluzionaria di tutta la storia. Solo nel passaggio dalla condizione contadina a quella propriamente operaia, il “disagio” implicato da un effettivo processo di sradicamento sociale plurisecolare ha provocato momenti di radicalizzazione del conflitto (detto erroneamente “di classe”). Alla fine del processo,si è avuta una netta caduta della violenza irriducibile conriconduzione del conflitto in questione entro l’alveo della riproduzione della formazione sociale detta capitalistica; la lotta è stata soltanto sindacale per il mutamento dei rapporti di distribuzione del prodotto. I cambiamenti più radicali interni al capitalismo nell’epoca del suo ormai definitivo affermarsi sonostati causati dall’azione di altri gruppi sociali e non hanno affattocondotto al condensarsi e realizzarsi delle condizioni di possibilità relative allagognata transizione al socialismo; pur se piccoli rimasugli di “passatisti” continuano a sognare in tal senso.

Del resto, l’impossibilità per i marxisti di capire che cos’è realmente accaduto era inscritta almeno in parte nell’ignoranza del concetto di impresa quale unità o cellula del tessuto sociale; e non semplicemente nella sfera strettamente produttiva, bensì in quella che si può definire in senso lato economica. L’unità dell’impresa consiste nella sintesi operata dalle strategie del gruppo di vertice; quest’ultimo ha spesso la proprietà del pacchetto azionario “di comando”, ma tale fatto in genere occulta la caratteristica imprenditoriale decisiva rappresentata dal CONTROLLO TRAMITE L’AZIONE STRATEGICA. La proprietà è al massimo un supporto strumentale non inessenziale né accidentale, ma pur sempre subordinato all’uso che ne fanno gli agenti di dette strategie.

Se i marxisti – sulla scia di Marx che ha visto la fase della prima rivoluzione industriale con il passaggio dallo strumento alla macchina, con il moltiplicarsi delle fabbriche, ecc. – non hanno afferrato la differenza tra impresa e unità produttiva di tipo meccanico (la fabbrica ottocentesca appunto), i liberal/liberisti non hanno in fondo molto da insegnarci, essendo rimasti all’idea del SOGGETTO (con prevalenza di quello consumatore su quello produttore) che agisce in un “libero mercato”. Il massimo che sono riusciti a teorizzare è la funzione di innovazione dell’imprenditore (Schumpeter), concetto comunque distante da quello di STRATEGA; o la necessità dell’intervento correttivo dello Stato (Keynes), in cui non si è comunque usciti dal meroeconomicismo con il gioco della domanda complessiva (di beni di consumo come di investimento) carente rispetto al risparmio nei sistemi “opulenti”, ecc. ecc.

Il concetto, pur ancora elaborato in modo rudimentale, di CONFLITTO TRA STRATEGIE rompe, o inizia a rompere,questa intelaiatura costrittiva, sia che la si guardi dal punto di vista marxista o invece liberale. In effetti, con il conflitto strategicoviene in primo piano la POLITICA. Non nel senso banale del “pubblico” che sarebbe superiore al “privato”; o dello Stato (soggetto mistico di tutti i beoti antiliberisti privi di una qualsiasi consapevolezza del problema) che impone ai singoli individui la volontà suprema di tale soltanto immaginario rappresentante della collettività (certuni la pensano cervelloticamente quale comunità); una collettività inesistente, teorizzata da ideologi che fanno il gioco dei gruppi dominanti impadronitisi delle leve del potere. La POLITICA è l’apprestamento di un “campo” di lotta, favorevole alla disposizione su di esso delle forze di cui ogni agente strategico è in possesso, allo scopo di effettuare le mosse più confacenti ad acquisire la supremazia sugli avversari. Ogni agente strategico agisce in cotesto senso; e ognuno si muove cercando nel contempo di svolgere funzione di orientamento di un dato gruppo sociale – più o meno precisamente configurato e strutturato – che, in genere inconsapevolmente (POICHE’ LA CONSAPEVOLEZZA SPETTA ALL’AGENTE STRATEGICO),si scontra con altri. Il risultato della lotta non è quindi determinato.

Non intendo qui allungare troppo il discorso, da farsi in sede più appropriata; comunque, mi sembra evidente che le mosse della POLITICA appartengono ad ogni sfera sociale: a quella che indichiamo come economica o a quella ideologica e culturale oalla politica nel senso appunto degli apparati “pubblici” e dello Stato in primo luogo. La POLITICA, in quanto conflitto tra gruppi comportante serie successive di mosse strategiche per la supremazia è un misto di azioni nelle diverse sfere sociali. Per comprendere la relativa superiorità degli agenti in movimento nella sfera economica o invece di quelli attivi nella sfera che passa per politica vera e propria (il “pubblico” e lo statale), ecc. è indispensabile un’analisi delle differenti congiunture e della configurazione delle forze in campo in ogni congiuntura; considerando tali forze e la configurazione dei loro rapporti su diversi piani, dal più strettamente locale fino al livello più globale (mondiale), di gran lunga più rilevante e denso di effetti.

Certamente, un lavoraccio, che lascia da parte il primato dell’economia (magari della finanza) o invece quello della politica in quanto apparati dello Stato, e altre semplificazioni. Il primato è sempre delle strategie, delle necessità OGGETTIVE inerenti aduna data supremazia da conseguire, cui si ricollegano le mosse degli agenti che ne sono i PORTATORI SOGGETTIVI; con prevalenza in date congiunture (o fasi di una congiuntura) degli agenti economici, in altre invece degli agenti politici o ideologicie culturali, sempre comunque intrecciati fra loro, pur mutando la strutturazione e gerarchia dell’intreccio. Restare alla dominanza dell’economia (o addirittura della finanza) o della politica (gli apparati pubblici o statali), ecc. è il modo di nascondere la portata reale – e i reali agenti in campo – della POLITICA, in quanto CONFITTO TRA STRATEGIE (per la supremazia), che permea le varie sfere sociali, semplici condensazioni di organizzazioni di varia natura: imprese per la sfera economica, apparati vari dell’amministrazione pubblica e statale (sfera politica), TV, giornali, apparati della comunicazione e informazione, scuola e organismi culturali vari (per la sfera della formazione ideologica),e via dicendo. Il tutto supportato da gruppi di pressione, lobbies, centri più specificamente indirizzati alle elaborazioni strategiche, ecc.  

3. Vi è forse un altro punto, più astratto ancora, da dover sondare con maggiore sistematicità di quanto non sia in grado di fare, in particolare in questo scritto. Se il movimento storico nel suo insieme è il risultato di azioni incrociate mosse dal conflitto tra strategie in vista di una supremazia da conquistare, lo sbocco del movimento in questione è largamente imprevedibile nel lungo periodo; a distanza relativamente ravvicinata (può trattarsi anche di alcuni anni) diventa possibile qualche previsione azzeccata assai all’ingrosso. Quando passa unintera epoca storica, di decenni o più, il quadro è del tutto mutato rispetto a quanto agognato da coloro che hanno messo in moto determinati processi sia pure di grande ampiezza e visione complessiva. Gli effetti storici dell’89 francese o del ’17 sovietico sono buoni esempi a tal proposito.

Di solito, quando si tratta di afferrare il comportamento umano e analizzare le condizioni del prodursi di suoi effetti particolari, si discute intorno al rapporto tra coscienza e spontaneità; in altre contingenze, ci si avvolge in dotte considerazioni circa l’interazione tra ragione e volontà, mossa da passioni. Oppure ci si sposta verso una riflessione intorno alla relazione che viene a istituirsi tra il soggetto agente e l’oggetto (la “realtà”) su cui esso opera. In linea di principio mi attengo al presupposto dell’esistenza di “qualcosa” di esistente, e di saldo nella sua esistenza, al nostro “esterno”. Spesso si ritiene che questo qualcosa, l’oggetto reale, sia dotato di struttura interrelazionale tra suoi elementi isolabili, struttura conoscibile per gradi(“approssimazioni successive”), magari mediante schemi costruiti in base ad ipotesi preliminari soggette a prova. E la prova consisterebbe nel valutare il successo o meno conseguito dall’azione mossa da quelle ipotesi. Naturalmente, l’azione nasce dalla conoscenza (supposta) della presunta “struttura interrelazionale” di cui è costituito l’oggetto “reale” indagato.  

Qualcuno pensa di superare la dicotomia soggetto/oggetto riducendo in sostanza quest’ultimo all’idea che di esso ha il primo, sia pure attraverso contorte disquisizioni tese ad allontanare il sospetto che egli sia affetto da pura fantasia idealistica. In altri casi, ci si attiene alla considerazione che nelle azioni in società il soggetto incide con la sua opera sull’oggetto,trasformandolo. L’oggetto quindi influisce con la sua “realtà” sul soggetto, imponendogli (in un certo senso) di esercitare la sua attività conoscitiva al fine di rendersi conto delle condizioni obiettive entro cui deve agire; ma poi il risultato dell’azioneimplica il mutamento dell’oggetto per cui si richiede la ripetizionedel processo. Detto scherzosamente, il soggetto non è munito di rete da pesca nelle cui maglie catturare il “pesce” (l’oggetto) per poi cuocerlo e mangiarlo; cerca invece di prendere il guizzante e sgusciante animale a mani nude, il che comporta il continuo schizzare nell’acqua di quest’ultimo per cui esso di ripresenta, sornione e maligno, all’appuntamento con il soggetto “prenditore”.

Innanzitutto, IL soggetto non è UN soggetto, ma un insieme plurimo di AGENTI in conflitto tra loro. A seconda degli specifici caratteri attribuiti al conflitto e alle sue poste in gioco, detti agenti sono singoli individui o gruppi, più o meno numerosi, di individui uniti fra loro (con conflitti interni minori o meno acuti) per il conseguimento di determinati scopi, sempre tenendo conto che il fine ultimo è l’affermazione di una supremazia; quand’anche ciò non comporti violenza e metodi bellicosi, mettiamo ad es. la vittoria in una contesa sportiva ed eventi similari. L’impresa è un gruppo in lotta con le altre nel luogo denominato mercato, così comè gruppo uno Stato nel conflitto, armato o non armato, con altri Stati. Le “classi” – definite nel caso del marxismo con riferimento alla proprietà (controllo) o meno delle condizioni oggettive necessarie a produrre – sono gruppi, di cui si suppone la contesa per assumere posizione preminente in vista di obiettivi determinati: da quelli redistributivi (tipo lotta sindacale per le retribuzioni, ecc.) a quelli di rivoluzionamento dei rapporti SOCIALI di produzione, comportanti allora mutamenti radicali in merito al suddetto controllo dei mezzi produttivi.

La coesione, senza la quale non vi è gruppo ma solo caotico assemblaggio di individui, richiede l’acquisizione di una serie di elementi-base, non sempre possibile; e non soltanto per incapacitàdegli agenti soggettivi, ma spesso per immaturità della situazione detta oggettiva. Innanzitutto, occorre quel gruppo (di vertice) che Marx definì nel Manifesto” del 1848 come capace di “intelligenza teorica del processo storico nel suo insieme”. E’ indispensabile indicare le coordinate (“oggettive”) che delimitano i gruppi nella loro lotta in un determinato CAMPO di suo svolgimento. L’intelligenza del campo, implicante la sua costruzione in base alla presupposizione delle coordinate in questione, è fondamentale per individuare i gruppi in quanto sintesi di varie posizioni individuali, sintesi capace di costituirli in effettivi agenti collettivi nel conflitto.

Althusser ebbe una intuizione del problema quando sostennel’idea di un processo senza soggetto né fine”. Tuttavia, si può rischiare, secondo me, di erigere il processo stesso a soggetto mentre il fine sarebbe comunque la tendenza al comunismo, per quanto la tendenza in questione possa rimanere senza conclusioneper un tempo indefinito. Penso sia meglio partire dalla supposizione che il processo storico è “qualcosa di reale” – a noi esterno – ma di fatto inconoscibile IN SE STESSO perché flusso caotico, indistinto, disomogeneo, ecc. Nel magma fluido e incandescente incontriamo determinate “parti” che ci appaionocomposte di un materiale più denso, in grado di formare quei grumi detti “fatti”; la densità dei grumi – la rilevanza dei “fatti” – non appare a tutti nello stesso modo e con la stessa consistenza, talvolta nemmeno nello stesso tempo. In ogni caso, per agire, è tassativo costruire (teoricamente), cioè STRUTTURARE, unCAMPO di apparente solidità e durevolezza. La strutturazione esige una selezione degli elementi (di grumi/fatti) da stringere in relazione onde trarre da quest’ultima un SIGNIFICATO, del tuttoindispensabile per impostare poi un’azione, che può anche essere rappresentata dal suo procrastinarla in quanto non si ritiene possibile attuarla in quella data congiuntura, bensì in una successiva.

Il gruppo si forma a partire dall’azione di quello che sarà, per tutta una fase storica o almeno all’inizio della stessa, il suo vertice, quello che Marx indicò appunto (lo ripeto) come parte degli ideologi borghesi in grado di giungere all’intelligenza teorica del processo storico nel suo insieme; quello che in Lenin fu il partito in quanto avanguardia della classe operaia ecc.L’intelligenza teorica è pur sempre la scelta (selezione) dei grumi/fatti da interrelare in quella struttura che è il campo su cui si intende svolgere la lotta; e la struttura del campo indica, per ogni gruppo che riesca a formarsi, l’individuazione dei suoi avversari (principali, secondari, possibili alleati temporanei, ecc.) con cui condurre la competizione secondo modalità varie e di diversa portata storica.

In un certo senso, il conflitto forma i vari gruppi in lotta e delimita il campo di svolgimento di quest’ultima. L’inizio non è però rappresentato dalla lotta stessa; l’inizio è il magma fluido e incandescente in cui siamo immersi ed in cui intravediamo, in modo caotico e anche incerto, parti di materiale che ci appaiono più dense a mo’ di grumi (fatti). Dati “nuclei” – i vertici con intelligenza teorica, ecc. – iniziano a solidificare, con evidente carattere di aleatorietà, il terreno delimitando campi ritenuti più consoni alla lotta per affermarsi, gli uni in conflitto con gli altri (con le opportune alleanze, compromessi, rotture delle alleanze edei compromessi, ecc.); così agendo, ognuno d’essi contribuisce alla (apparente) stabilizzazione e solidificazione del campo (o dei campi) del o dei conflitti e alla formazione degli altri nuclei di ulteriori gruppi in lotta in quei campi. Non è semplicemente la lotta a rendere gruppo i contendenti (che il marxismo della tradizione considerava CLASSI in base alla proprietà o meno dei mezzi di produzione); gli agenti sono nuclei coagulatisi per comune “intelligenza teorica del processo”, sono cioè piccoli gruppi di individui riunitisi per selezionare dal magma fluido in cui sono immersi le parti che appaiono loro più dense e degne di essere utilizzate quali elementi di realizzazione della struttura(relazione tra gli elementi in questione) solida e stabile, caratterizzante il campo in cui svolgere il conflitto.

4. I nuclei sono gli effettivi AGENTI (SOGGETTI) del processo; e l’oggetto “reale”, in senso proprio, è il magma fluido e caotico, non conoscibile nel senso attribuito solitamente a questo termine. Anche in tal caso vi sono nel marxismo barlumi di consapevolezza di tale problema; ad es. in quella fra le Tesi su Feuerbach, in cui Marx afferma che per conoscere la realtà non ci si deve limitare ad interpretarla, ma bisogna trasformarla. In realtà, non è detto che la si trasformi; l’importante è che si riesca ad intervenire su di essa, pur se l’operazione si concludesse con l’insuccesso del tentativo di trasformazione. Inoltre, non si riproduce l’oggetto (“il concreto”) nel cammino del pensiero, come pensava Marx; l’importante è riuscire a costituire quel nucleo (di vertice) del soggetto agente (il gruppo sociale)uno dei soggetti agenti, quindi con un SUO PUNTO DI VISTA – in grado di delimitare “strutturalmente” il campo (costruito per solidificarsi il terreno sotto i piedi) su cui combattere il conflitto con gli altri soggetti agenti, dotati di altri punti di vista e selezionanti elementi diversi per la costruzione dei campi di lotta (anch’essi quindi differenti fra loro).

Certamente, però, il nucleo di cui si è parlato NON E’ ANCORA SUFFICIENTE PUR SE NECESSARIO. Non si forma alcun gruppo (sociale), in quanto soggetto agente, se non sussiste il nucleo (con intelligenza teorica, ecc.). Altro materialedeve tuttavia essere recuperato. Una delle condizioni è rappresentata dalla presenza di quelle che vengono dette “le masse”. Esse sono insiemi, ammassi piuttosto caotici, di individui classificabili come appartenenti a gruppi sociali diversi. La formazione delle “masse”, dette “in movimento”, avviene in contingenze particolari, in cui il disagio si scatena e si propaga inuna o più formazioni PARTICOLARI (in genere si tratta dei vari paesi). Per quanto il disagio possa diffondersi presso la maggioranza di una determinata popolazione, le masse in movimento rappresentano sempre una minoranza, di solito pure esigua in rapporto al totale della popolazione in oggetto. In assenza di queste masse in movimento – e del disagio crescente di ulteriori vasti strati sociali – i nuclei direttivi di cui si è parlato non possono agire secondo il significato proprio del termine.Tuttavia, in senso lato, è da considerarsi azione anche l’analisi indispensabile alla delimitazione e solidificazione (strutturale) del campo e all’individuazione delle potenziali forze in campo, cioè degli strati sociali che dovrebbero essere più acutamente investiti dal disagio in particolari congiunture, pur esse da analizzare e fissare nelle loro più essenziali coordinate spaziali e temporali.

Con una certa approssimazione, i nuclei (direttivi) sarebbero daparagonarsi alla “ragione”, mentre le masse, soprattutto in movimento, rappresenterebbero le varie passioni che la ragione dovrebbe incanalare verso uno o più scopi ben determinati. In realtà, il problema mi pare porsi in modo meno semplice e definito. Intanto, le cosiddette masse quelle in agitazione più o meno scomposta; e con loro gli strati sociali investiti dal disagio in date congiunture – si muovono per motivazioni che comportano stimoli molto immediati, rabbiosi, quasi istintivi, di solito non durevoli e facili allo sconforto, con abbandono del movimento, alle prime difficoltà (magari provocate da qualche repressione “convincente”). Le passioni non hanno tale carattere di labilità e di rapido alternarsi di esaltazione furiosa e di cedimento della decisione ad agire. Inoltre, sono dotate di scopi solidamenteprefissati e perseguiti, pur quando è carente l’analisi razionale delle condizioni di possibilità di un’azione condotta per realizzarli. Condizioni di possibilità che sono per l’appunto il campo in cui si combatte il conflitto, la mobilitazione di specifiche forze e la loro organizzazione e disposizione nel campo, l’individuazione di tappe intermedie implicanti un dato percorso temporale, durante il quale può certo accadere che le passioni si acquietino e la ragione si senta appagata dal minimo raggiunto, magari perché si teme la sconfitta continuando il conflitto; oppure perché i nuclei direttivi vengono cooptati e risucchiati nel vecchio ordine, ritenendosi pienamente soddisfatti di tale risultato.

Chiariamo allora il radicale modo di porsi la costruzione del partito da parte del vecchio bolscevismo leninista. Certamente, la specifica organizzazione rispondeva ai criteri invalsi nell’epoca in cui si pensava allo scontro tra borghesia e proletariato (classe operaia). Tuttavia, l’insegnamento ha carattere più generale. La sedicente “avanguardia della classe” (il partito appunto) era in fondo costituito dai nuclei direttivi (potenzialmente almeno) di cui ho discorso. Era evidente che i primi, poco numerosi, individui facenti parte di tali nuclei erano per formazione culturale, nella loro grande maggioranza, intellettuali formatisi all’interno delle classi dominanti (o degli strati sociali medio-alti), erano cioè quegli ideologi di cui parla Marx nel passo citato all’inizio. Non erano dunque semplicemente portatori della necessaria ragione analitica, senza la quale con vi è la costruzione del campo della lotta, ecc. ecc. come già sopra chiarito. Erano appunto anche portatori di un punto di vista (detto all’epoca DI CLASSE), di unideologia comportante il consolidarsi e rafforzarsi di una PASSIONE: sentirsi cioè parte decisiva di un processo storico di emancipazione dallo sfruttamento.

Caduta quella “passione” specifica, è ovvio che altre dovranno prenderne il posto, poiché senza di esse resta l’analisi, presunta oggettiva, delle coordinate strutturali della società in cui dati nuclei (direttivi) si muovono. Tali nuclei sono però soltanto “in formazione”, con caratteri di forte labilità e di facile dispersione ad opera della forza dell’abitudine connessa al predominio del vecchio ordine; anzi, spesso, sono assorbiti in quest’ultimo e dai dominanti di quella PARTICOLARE formazione sociale (paese).Dunque, non è che i nuclei direttivi rappresentino la ragione (organizzatrice e orientante) mentre le masse, e i loro movimenti, sarebbero espressione delle passioni da organizzare e orientare. Queste ultime, invece, nascono e si sviluppano nei nuclei stessiaccanto alla ragione e, di fatto, la coadiuvano. Ciò che coinvolge le masse e le fa entrare in agitazione è il disagio, più o meno forte, più o meno rabbioso e più o meno simile ad ebollizione tumultuosa e caotica, nascente dal processo storico in certe congiunture. Dal semplice disagio delle masse, per quanto forte sia, non nasce la passione (o le passioni), non nasce l’ideologia che serve ad alimentare, e fornire impulso, alla ragione analitica; può invece risultarne uno scoordinamento, una disorganizzazione crescente, che blocca a lungo la possibile nascita dei nuclei direttivi.

Nella concezione leninista del partito, tra i vertici (quelli “giunti all’intelligenza teorica, ecc.”) e le masse (proletarie e contadine) doveva situarsi un anello di congiunzione, rappresentato da gruppi di proletari “più coscienti” dei compiti (storici) della “classe”. Tale coscienza non era in definitiva null’altro che l’ideologia della “rivoluzione proletaria mondiale”, dell’emancipazione definitiva dallo sfruttamento con il passaggio, mai avvenuto, al socialismo einfine comunismo. Era una passione, certamente favorita dalla particolare congiuntura – che, una volta superata, ha condotto alla conclusione disastrosa del processo presunto rivoluzionario – ma nutrita soprattutto dai vertici, dai nuclei direttivi; una passione che alimentava la ragione analitica, mentre quest’ultima dava veste di necessità storica all’organizzazione e orientamento del processo. Dalle masse, in movimento in quella determinata congiunturastorica, proveniva soltanto generica energia che andava ad alimentare i nuclei direttivi sovietici; processo poi sclerotizzatosi e condensatosi nella costituzione di un gruppo dirigente piuttostochiuso in se stesso e poco permeabile.

5. In definitiva, per riassumere, l’oggetto reale, saldo nella sua indipendenza al di fuori della nostra coscienza, dovrebbe essere pensato (supposto, presunto, ecc.) quale fluido magmatico, in cui si scorge o si crede di scorgere qualche grumo (“fatto”) di condensazione. Allo scopo di agire, dati gruppi tentano di costituirsi in nuclei direttivi, in agenti soggettivi che orientano il processo oggettivo (del fluido). Il tentativo non può esimersi dalla costruzione di un campo, strutturato e consolidato (e dunque stabile per dati periodi di tempo), con elementi (alcuni grumi)trascelti dall’insieme e messi tra loro in relazione secondo configurazioni specifiche, e sempre ipotetiche. Nel campo, i diversi agenti soggettivi, cioè i vari nuclei direttivi, entrano in conflitto per la supremazia, tentando di orientare date “masse” – quando però queste si costituiscono come tali entrando disordinatamente in movimento a causa di contingenze storiche di disagio sociale – al fine di organizzare determinate forze da disporre in campo nel modo più appropriato per vincere.

Non esiste il semplice rapporto soggetto/oggetto, qualsiasi sia poi la teorizzata relazione tra i due e la primazia o dell’uno odell’altro, con l’affannosa ricerca di superare la dicotomia e di fondere i due elementi in una unità (magari definita “dialettica”,termine che spesso viene usato solo per confondere ulteriormente le idee e darsi la patina di profondo pensatore). In realtà, vari sono i soggetti poiché si tratta degli agenti che hanno poteri decisionaliin un conflitto, cioè dei nuclei direttivi (formati o in formazione), ognuno dei quali ha un punto di vista, opera un certo “taglio della realtà supposta, trasceglie elementi per costruire (strutturando) un campo di solidità su cui disporre le forze per lottare contro gli altri. Pure gli oggetti sono dunque da declinarsi al plurale se ci si riferisce a detti campi; altrimenti ci si deve rapportare al “qualcosa” a noi esterno, la cui esistenza s’impone attraverso il finale – dopo periodi di tempo di lunghezza variabile a seconda dei “settori di mondo” (naturale, sociale, ecc.) in cui si agisce – insuccesso dell’azione dei soggetti. Questi ultimi, dunque, andranno dissolvendosi nella forma presa in date epoche storiche; altri e diversi si formeranno in epoche successive mediante le solite modalità (conflittuali) già indicate per sommi capi.  

Prima della costituzione del campo e della disposizione e orientamento delle forze nel campo, i nuclei direttivi non sono tali in senso effettivo; sono solo tentativi di formazione degli stessi, unione di piccoli gruppi di individui uniti da una data direzioneassegnata all’analisi del fluido e all’uso di determinate categorie teoriche – senza però più la pretesa di poter “giungereall’intelligenza teorica del processo storico nel suo insieme” in modo definitivo e certo, credenza da abbandonare perché conduce infine alla delusione paralizzante ogni volontà di riprovare – per orientarsi nel flusso solidificandolo, appunto tramite quelle categorie, in “campi provvisori” su cui confliggere. I nuclei, per formarsi, devono perciò assumere un punto di vista nell’elaborazione di una teoria adeguata alla conduzione delcombattimento. La ragione analitica, secondo cui si viene costruendo la teoria e il campo da essa strutturato, deve trovare nel contempo impulso dalle passioni. Essa poi senz’altro le orienta, le dirige ad uno scopo, non le lascia in balia del mare procelloso come nave senza nocchiero – così come accade invece almovimento delle masse, gonfio di disagio, rabbia, tendenza prevalentemente distruttiva (non indirizzata alla “creazione del nuovo”) – e tuttavia le orienta, organizza e dirige dopo che esse hanno fornito l’impulso alla formulazione teorica. Quest’ultima, dunque, non è mai mera “intelligenza del processo storico nel suo insieme”, una intelligenza cioè soltanto asettica, oggettiva, spassionata.

Essere lucidi nell’analisi non significa essere spassionati, bensì contemperare l’impulso con il suo imbracamento, che sempre ha da essere temporaneo ed aperto a periodici successivi impulsi (“passionali”) di modifica e aggiornamento. Ragione e passione, elaborazione teorica e tensione della volontà e della decisione nell’agire, analisi rattenuta (e quasi a bocce ferme) e forte carica interiore che spinge alla realizzazione di un “ideale”, ecc. vanno insieme, si spronano a vicenda. E le ragioni e le passioni sono molte, si raggrumano nella formazione di più agenti soggettivi (nuclei direttivi) che lottano fra loro; ognuno d’essi ha un suo scopo da conseguire. Ogni scopo viene “vestito” di “abiti ideologici”, e ogni gruppo costituitosi in agente ha una sua più o meno elaborata articolazione teorica con cui costruire i campi di battaglia e le forze in lotta da orientare per affermare la sua direzione di marcia, sintesi appunto di volontà ideale e di lucidaanalisi delle condizioni di possibilità per la vittoria del proprio schieramento.

Dietro ci sono gli interessi, detti materiali, non me ne sono dimenticato. Tuttavia, questi sono semplice materia bruta; nessuno si costituisce in autentico agente soggettivo in quanto effettivo nucleo direttivo impastando soltanto quest’ultima. Chi si limita a tale “lavorio” non ottiene nulla di stabile e vincente nel lungo periodo; costruisce sulla sabbia dell’effimero o le sue calzature si appesantiscono nel fango impedendogli infine ogni movimento.L’interesse va forgiato con gli strumenti rappresentati siadall’analisi del campo che dallo sprone ad uno scopo ideale; ed acquista efficacia – forma produttiva di effetti duraturi – quando tali strumenti entrano in simbiosi fra loro, interagendo virtuosamente nel perseguimento di prospettive realizzabili.

D’altronde, quelle che indico come passioni – forti cariche anche emotive indirizzate a finalità determinate – non nascono per pura volontà e decisione di singoli individui. Dobbiamo supporre che il fluido magmatico venga, in date fasi (storiche), attraversato da correnti incrociate che si vanno formando; esse si urtano fra loro, sollevando nello scontro una serie di increspature (onde) sulle più alte delle quali i vari agenti tentano di salire, in conflitto fra loro, per acquisire la posizione suprema (il potere maggiore).Lo ripeto: gli agenti sono obbligati a stabilizzare il campo del loro conflitto. Teorie (“intelligenza teorica”) e ideologie sono strumenti di tale modalità stabilizzante dell’azione; tanto più dati gruppi sono stimolati a forgiarli e a utilizzarli (divenendo effettivi soggetti agenti, nuclei direttivi secondo quanto ormai si è detto più volte) quanto più le correnti, formandosi, seguono precise direzioni incrociate di incanalamento dentro il fluido della “realtà” e sollevano creste (onde) via via più alte.

La fase storica attuale, ad es., mi sembra di preparazione alla formazione delle correnti; già esistono, ma spesso si confondono fra loro più che urtarsi e incresparsi, per cui anche gli agenti sono ancora informi, i gruppi si fanno e disfano con facilità. Quelli che sembrano già costituiti si muovono troppo scopertamente per i loro interessi materiali, privi di qualsiasi capacità di sollecitare passioni e di promuovere elaborazioni teoriche atte a solidificare e stabilizzare il campo del conflitto. Solo alcuni gruppi residuali mantengono simulacri di passioni e ragione analitica, di ideologie e formulazioni teoriche ormai cristallizzate, inerti, spesso anzi inputrefazione. E’ necessario dare per scontato che le modalità stesse secondo cui si costituiscono gli agenti (i nuclei direttivi) – proprio in quanto essi tendono a stabilizzare ciò che è incessante movimento allo stato fluido – comportano infine lacristallizzazione e la “morte” di passioni e ragione, di ideologie e teorie. E ne devono necessariamente sorgere di diverse, all’inizio in modo esitante, incerto, con frequenti mutamenti d’impostazione; e tuttavia si deve insistere nel nuovo cammino.

Altra conclusione necessitata è che non esistendo il soggetto in relazione ad un oggetto (comunque questa relazione vengapensata ed elucubrata), bensì sussistendo il conflitto incrociato tra molti agenti in un fluido magmatico, a periodi ricorrenti attraversato da correnti incrociate – sempre gli agenti (i gruppi, i nuclei direttivi, ecc.) saranno alla fine “delusi” dalla “realtà” che sono convinti di aver creato con la loro azione; è da qui che poi nascono lagnose autocritiche, sensi di colpa, ecc. E’ allora possibile dire (imprecisamente ma significativamente) che la Storia si è presa gioco della volontà, delle decisioni, dei desideri, di chi aveva combattuto per affermare una certa direzione di sviluppo della società. La delusione appartiene solo a coloro che ancora ragionano in termini di SOGGETTO AGENTE e di OGGETTO REALE da trasformare (o conservare). Nulla di più lontano da quanto si svolge nel conflitto tra più agenti, che solo in esso – e in mezzo ad un fluido in magmatico sobbollimento con periodiche onde in sollevazione più o meno alta e impetuosa e in direzioni variabili – agiscono; ma ognuno secondo determinate sue passioni e determinate sue “comprensioni della realtà”.  

             

6. Certuni però si lamenteranno: mancano i dominati, le masse oppresse, sfruttate, ecc. Tutti termini che vanno in certi casi utilizzati – direi di impiegare sempre meno oggi, almeno nei nostri paesi a capitalismo detto avanzato, quelli di oppressi e sfruttati – con la precisa consapevolezza che si tratta tuttavia della ben nota “notte in cui tutte le vacche sono nere”. La loro capacità orientativa è scarsa; solo alcuni “religiosi messianici” possono sentirli come termini ancora significativi. In realtà, certamente vi sono, nell’ambito delle diverse società – qualunque sia il criterio con cui delimitiamo le loro varie partizioni – gruppi minoritari di individui che hanno maggiori poteri di decisione in merito a scelte di più acuto impatto nelle società in questione; e nelle loropartizioni, sia in orizzontale (secondo date segmentazioni) che in verticale (cioè in quanto strati).

Tuttavia, per lunghi periodi storici e in date ampie partizioni della società, la presenza di maggiori poteri decisionali provocasoltanto conflitti minori, sempre riassorbibili e mutabili a seconda di specifiche contingenze. In specifiche fasi o congiunture, e con particolare impatto in alcune partizioni della società, si sollevano alte onde di conflitto che conducono a scontri acuti legati a sconnessioni e sconvolgimenti di speciale rilievo prodottisi in quelle partizioni. In tal caso appare più netta la divisione tra minoranze decisionali e maggioranze prive di simili poteri. E’ in queste ultime che si vanno accumulando correnti di forte tensione nate dal disagio, malcontento, senso di impossibilità di continuare la vita secondo i moduli fino ad allora seguiti, ecc. Si formano così le “masse”, perché è solo in simili condizioni di “movimento” che si può sensatamente utilizzare un termine simile, denotantetuttavia un ammasso informe di individui, un corpaccio collettivo acefalo, mosso da primitive e confuse passioni (dire aspirazioni mi sembra già tanto, le aspirazioni sono in realtà ingannevolmente attribuite alle masse da gruppi ristretti in agitazione al loro interno).

Senza dubbio, è solo in momenti simili che si vanno accumulando le energie necessarie a più “epocali” cambiamenti sociali (dei generi più svariati e cui non attribuire caratteri specifici fin dal primo momento). Tuttavia, si tratta di unenergia “libera”, sfrenata, priva di concentrazione sufficiente e di indirizzo significativo. E’ come l’energia che si scatena in un forte temporale; si dice che in un qualsiasi fenomeno atmosferico del genere si libera unenergia paragonabile a quella delle prime bombe atomiche. E’ energia che si sfoga nelle più svariate direzioni: o non provoca nulla oppure danni considerevoli a tutto ciò che essa investe. Per avere un senso costruttivo, l’energia deve essere incanalata; occorrono quindi condutture e l’arrivo a punti di sua presa. Per riferirmi solo a quella d’uso domestico, alla presa possono essere collegati strumenti vari: frigoriferi, televisori, aspirapolvere, computer e via dicendo. L’energia in sé conta poco, conta lo strumento (inventato e costruito da “qualcuno”) perraccoglierla e utilizzarla allo scopo di conseguire uno scopopreciso, quello per cui lo strumento è stato ideato e creato.

L’energia, liberatasi nel movimento da cui si formano le “masse”, o si sfoga in senso distruttivo oppure viene utilizzata dai gruppi già qui indicati quali nuclei direttivi, cioè gli agenti soggettivi che si muovono con costruzione di campi, disposizione delle forze in  campo, ecc. secondo quanto più volte sostenuto. I nuclei direttivi non si formano però dall’energia scatenatasi nella formazione delle “masse”; questa è mera immaginazione di intellettuali che conducono il “movimento” al disastro oppure èrozza ideologia imbastita da furfanti profittatori della situazione. I nuclei devono in qualche misura essersi già formati (questa fu la positività del partito bolscevico, anzi del suo gruppo dirigente); indubbiamente, per la loro formazione, è necessario che si siano create nel flusso magmatico del “qualcosa di reale a noi esterno” correnti in incrocio ed urto, con incresparsi di onde di una certa altezza. Sono comunque i nuclei direttivi ad innestare nella presa di corrente la spina di particolari apparecchiature, di dati strumenti operativi, destinati ad usi specifici per conseguire finalità determinate. I gruppi costituenti detti nuclei, gli agenti soggettivi, già lo sappiamo, utilizzano teorie e ideologie, ragione analitica e passioni, per indirizzare l’energia verso la realizzazione di quelle finalità.

Manca tuttavia un anello: la corrente può arrivare alla presa, cui si innesterà la spina della strumentazione, attraverso fili conduttori. E’ qui che nella concezione leninista del partito – secondo cui l’avanguardia nasceva comunque ACCANTO alle “masse proletarie”, non certo “spontaneamente” da esse – si era pensato al formarsi dei fili conduttori in quanto anello di congiunzione tra l’energia scatenata dal “temporale di massa” e la presa cui si doveva innestare l’azione della suddetta avanguardia. Tale anello, come già ebbi modo di dire in un vecchio articolo del 1970, era rappresentato dagli elementi più coscienti del “proletariato”, identificato, lo ricordo sempre, con la “classe operaia” (nel senso stretto del termine, non il “lavoratore collettivo cooperativo”, coordinamento di mansioni direttive ed esecutive).

Oggi, si è dimostrato – innanzitutto storicamente ma poi, almeno per quanto mi riguarda, anche come coscienza teorica del problema – l’essenziale (“strutturale”) NON RIVOLUZIONARIETA’ della, solo presunta, “classe” operaia; esistono gli operai, certo, non la classe così come la intendeva Marx in base ad una precisa, e scientifica, analisi fondata sulla proprietà (controllo) o non proprietà delle condizioni oggettive della produzione, sulla teoria del valore e plusvalore, ecc. Ecco perché chi oggi riduce Marx ad un filosofo non rivivifica l’opera di quel pensatore, per la sua epoca rivoluzionario. Costui se ne serve soltanto per le sue fissazioni di intellettuale fuori della realtà, unita all’ambizione di una carriera universitaria costruitacivettando con la rivoluzione; in attesa di crescere, di età e di potere accademico, per accedere a ben altre cariche concesse agliideologi dei gruppi dominanti.

Con il fallimento della “rivoluzione proletaria” – non della “Rivoluzione d’Ottobre”, che ha prodotto effetti rilevantissimi nel mondo, pur se non quelli voluti dagli agenti soggettivi, dai nuclei direttivi della presunta classe operaia – il fluido magmatico della realtà sembra oggi più quieto ed uniforme, non attraversato da quelle correnti incrociate di cui ho parlato. Per questo, il sottoscritto e i suoi collaboratori hanno deciso di abbandonare le cariatidi, le ossificazioni, di un morto passato, assumendo posizioni del tutto provvisorie – ma di una provvisorietà supposta piuttosto lunga in termini storici – al fine di instaurare, ove possibile, un dialogo con altre forze che si riallacciano intanto alla prospettiva di mutare le attuali configurazioni internazionali che vedono il nostro paese in una avvilente posizione subordinata agli Stati Uniti e ad una UE servile verso il vecchio establishment di tale potenza predominante. E’ stata presa, con la dovuta cautela, questa strada perché quella di una società “globale”, basata sulla mera “libertà dei commerci”, unita alla generica e informe “multiculturalità” (per questo la “destra” liberista si confonde con il falso “progressismo buonista della “sinistra”), è solo il passepartout della predominanza statunitense.

Come intuizione, ma sempre da accettare con cautela, pensiamo che le nuove correnti incrociate, e in urto crescente nel fluido magmatico della realtà, andranno prendendo forma in quel coacervo di strati e segmentazioni sociali, tuttora molto confuso e non troppo conosciuto, indicato con il termine di “ceti medi” giustamente definito un “concetto-ripostiglio”. Non intendo dire di più, altrimenti parlerei a ruota libera. Ho solo fatto qui un inizialetentativo di liberare il campo dai cadaveri di morte concezioni, che non sono solo quelle di mia personale appartenenza (marxismo e comunismo), bensì, e direi ancora peggiori, purequelle degli ideologi dei “dominanti”, dei “decisori”, ormai gruppi di zombi, purtroppo però tutt’altro che vicini a trovare i loro seppellitori. Sono questi a imperversare nel mondo, e lo faranno ancora a lungo, almeno secondo le possibili previsioni.                      

 

In Cammino, verso una nuova epoca. Intervista a La Grassa. di Piero Laporta

gianfranco

1) Perché questo nuovo libro?

La parte teorica prosegue un lavoro di riformulazione della mia teoria sociale di riferimento, che è stata il marxismo, lavoro che prosegue almeno dagli anni ’90 del secolo scorso. Da allora ho tentato di individuare dove si situavano i limiti di questa teoria in merito alle analisi e previsioni circa la dinamica del modo di produzione capitalistico, limiti ben evidenti ormai e, a mio avviso, mai presi in seria considerazione. O ci sono stati abbandoni di tale teoria e passaggio ad altre; oppure goffi tentativi che hanno reso Marx un autore soltanto utopista e pieno di afflati “umanistici”. A mio avviso non è così e ho cercato di approfondire il discorso sui pregi, ma anche sull’ormai evidente invecchiamento del marxismo. Nel libro vi è però anche una parte storica, in cui ho cercato di ristabilire almeno alcune coordinate di certi eventi del passato non lontano, a mio avviso vergognosamente alterati da storici non so se ignoranti o in malafede. Come semplici esempi cito la crisi dei missili a Cuba dell’ottobre 1962 e il caso Moro del 1978.

 

2) Ha un senso il marxismo oggi?

Secondo me sì, ma solo come inizio della scienza relativa alla storia delle società umane. Certamente, il pensiero marxiano si è accentrato poi soprattutto sull’ultima forma di società, quella detta capitalistica, anche perché è indubbio che volesse fornire una impostazione teorica utile all’azione politica di quello che è stato detto “movimento operaio”. Tuttavia, oggi io ritengo si debba mettere un po’ in sordina quell’intento (mi sembra del tutto evidente il suo fallimento, su cui non posso soffermarmi qui, ma su cui ho scritto non so quanti libri e articoli); più interessante è per me considerare Marx una sorta di Galileo della scienza sociale, con tutti i meriti degli iniziatori, ma di cui si devono infine considerare i limiti e il netto “invecchiamento”.

 

3) Chi sono gli eredi del pensiero marxista? Tu? Altri?

Non so dire nulla di altri, anche se non vedo molti marxisti; e anche quelli “scatenati”, in specie dal ’68, mi sembrano più che altro degli inverecondi distruttori di un pensiero scientifico. Quanto a me, non mi considero un erede. Mi sono formato a quel pensiero, l’ho studiato a fondo, ho cercato (e tuttora cerco) di coerentizzare quel modello teorico senza pretendere di riportare quello che veramente avrebbe detto Marx. Quanto più cerco di renderlo coerente, tanto più mi sforzo di evidenziarne i limiti e le possibilità di una positiva uscita da esso per afferrare almeno alcuni elementi rilevanti della dinamica sociale di quest’epoca.

 

4) Dopo le Brigate Rosse, la rivoluzione comunista ha perso dignità storica?

Direi di no, perché ho molti dubbi che le BR facciano parte integrante di quella rivoluzione. Inoltre, quest’ultima viene detta comunista semplificando. Diciamo che si tratta di fenomeni rivoluzionari guidati da forze che si denominavano comuniste e si richiamavano (spesso abbastanza impropriamente) al pensiero di Marx. L’inizio, la “rivoluzione d’ottobre”, si è avuto in un paese dove il supposto “soggetto rivoluzionario” (la classe operaia, che poi in Marx non era quello che hanno inteso i marxisti successivi, sia Kautsky che Lenin) era quasi assente. Negli altri paesi della rivoluzione – lasciando perdere quelli sedicenti socialisti dell’est Europa, indubbiamente occupati dall’Urss – si sono mosse le masse contadine sotto la direzione di partiti detti comunisti, che a mio avviso hanno alla fin fine condotto e vinto una guerra di liberazione nazionale da condizioni di colonialismo (si pensi al Vietnam e a Cuba) o semicolonialismo (Cina). Sulle BR, poi, il discorso sarebbe troppo lungo. Sintetizzando, credo che gli iniziatori fossero in buona fede, ma hanno totalmente sbagliato analisi: previsione di terza guerra mondiale tra imperialismo (Usa) e socialimperialismo (Urss), presenza di un paese ancora socialista (la Cina sotto Mao) che poteva aiutare e, soprattutto, l’Italia quale “anello debole della catena imperialista” (come la Russia nel 1917). Sbagliando totalmente analisi, sono state infiltrate da tutte le parti, sono diventate strumento di molti “manipolatori”. Gli “anni di piombo” non sono stati quelli del “terrorismo rosso”, balla storica di prima grandezza; bensì campo di lotta tra forze politiche (al governo o all’opposizione nei paesi occidentali) nel mentre si stava verificando un processo ignorato dai più: il graduale e coperto passaggio di campo del Pci (messosi a capo del cosiddetto “eurocomunismo”) verso l’atlantismo (Nato e Usa). Processo che ha avuto come momento saliente il viaggio (culturale: figuriamoci!) di Napolitano negli Usa nel 1978, contemporaneo al “fatto Moro”, su cui si sono raccontate le più colossali menzogne. Non è stato rapito dalle BR; queste avranno forse sparacchiato a caso durante l’evento, ma ben altri, e molto preparati e precisi, hanno sparato con grande perizia. Poi lasciamo perdere il seguito, perché non posso troppo espormi in quello che penso. Dico solo: ricordate quelli che non volevano salvare Moro e che sono gli stessi salvati più tardi da “mani pulite” (con anche l’esautorazione di una magistrata che indagava sui postpiciisti), operazione di distruzione della prima Repubblica. Semplice coincidenza?

 

5) C’è ancora una nazione comunista guida del movimento internazionale?

Nessun comunista dei miei tempi, e tanto meno un marxista, ha mai parlato di paesi comunisti. Si parlava di paesi socialisti, ma come locuzione abbreviata di “paesi in cui è in costruzione il socialismo”. Socialismo e comunismo sono fasi di un processo storico che, come esposte da Marx, hanno precisi caratteri; non sono le locuzioni usate giornalisticamente e per propaganda, sono termini che richiedono massimo rigore di definizione. In ogni caso, da lunghissimo tempo ormai, io sostengo che mai vi è stato inizio di costruzione del socialismo in quei paesi. Sono rimasto favorevole alla “rivoluzione d’ottobre” e ad altre, ma sapendo, per un minimo di conoscenza storica, che nessuna rivoluzione ha mai realizzato gli intendimenti di chi l’ha effettuata e diretta. I risultati sono sempre diversi dal voluto e desiderato; e di questi deve farsi carico un’analisi accurata.

 

6) Qual è l’esito della sua presenza/assenza?

Una storia del tutto diversa da come è stata raccontata. Bisogna ripartire come minimo dalla I Internazionale (1864) ed esporre le vicende assai più sinceramente di come è stato fatto finora.

 

7) Qual è quindi la missione di un comunista, oggi?

Nessuna, se non immaginaria. Sono stato comunista, non me ne pento come non mi pento di provenire dal marxismo, che adesso sto cercando di ristrutturare evidenziandone i limiti (storicamente dati); ma secondo le capacità del mio cervello che non è certo quello di Marx e dintorni. Il comunismo è per me un processo storico finito (come il nazifascismo); le nostalgie provocano solo incomprensione totale di ciò che è stato voluto e di ciò che è stato il risultato finale di tale volizione. Un comunista, oggi, può essere soltanto uno che intende sostituire Dio con una deità terrena. Capisco molto di più quelli che hanno fede in “altro” rispetto a ciò che esiste in questo mondo; quelli che credono in altra dimensione e prospettiva rispetto alle condizioni di una specie animale pur dotata di pensiero e quindi della capacità di produrre un “plusprodotto” (cioè un di più rispetto a quanto necessario per il nostro sostentamento in condizioni storico-sociali in via di mutamento; mentre gli altri animali restano in uno stato stazionario). Non sono religioso, ma figuriamoci se credo a equità, giustizia, cooperazione, reciproca benevolenza, tra esseri viventi su questa terra. Pura ipocrisia di gente invidiosa del maggior benessere di altri.

 

8) Che cosa fare per pulire la storia e la politica italiane dai falsi comunisti profittatori?

Sinceramente vedo comunisti come quelli appena descritti: religiosi ma a volte ipocriti e invidiosi. Sono comunque pochi. La maggioranza è il portato degenerativo di quelle che un tempo venivano chiamate sinistra e destra; termini che sarebbero oggi da cambiare, ma ancora permane questa impropria abitudine. Alcuni da sopportare (con fatica), altri da prendere a pedate; un certo numero da “sfoltire”. La scelta non è però facile. Lasciamo fare alla “storia”; ripeto che siamo “in cammino verso una nuova epoca”.

GIANFRANCO LA GRASSA: DISCUSSIONE SU MARX (10 PARTI)

gianfranco

Vi presentiamo le discussioni di La Grassa su Karl Marx. Le “lezioni” approfondiscono molti temi sviluppati in questi anni dal pensatore  veneto sulla teoria marxiana, non per ristabilire la “verità” su quel che Marx avrebbe detto esattamente ma per eliminare i troppi fraintendimenti che ancora oggi obnubilano il nucleo essenziale dei suoi studi sul capitalismo a matrice inglese. Tali errori forniscono una cattiva interpretazione del passato e si ripercuotono anche sulla comprensione del presente che, invece, necessita di un nuovo apparato categoriale di riferimento per essere inteso nei suoi elementi essenziali. Seguire l’esempio di Marx vuol dire proprio far progredire la scienza sociale, superando i dogmatismi e i preconcetti, soprattutto quelli di un marxismo ormai ossificato e lontano dalla realtà. La Grassa opera questo tentativo individuando gli elementi decisivi per Marx e quanto si è, invece, sviluppato antiteticamente alle sue ipotesi predittive.

 

 

 

QUALCHE SPARSA CONSIDERAZIONE SUL CONFLITTO CHE E’ VITA, di GLG

gianfranco

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Tra un bel po’ di materiale in merito all’argomento che tratterò, sia pure succintamente, ho trascelto due scritti (di fonti diverse) che ritengo utile leggere. In ogni caso, svilupperò le mie considerazioni in merito al rapporto esistente tra nemici anche nel momento dello scontro acuto (e talvolta definitivo) tra i due. Gli articoli riguardano la seconda guerra mondiale e si rifanno soprattutto ai rapporti tra organizzazioni economiche (in particolare grandi imprese) di Usa e Germania in contattopiuttosto stretto fra loro. E’ però chiaro che i rapporti tra nemici, nello scontro decisivo per la vittoria di uno sull’altro, non sono solo quelli economici e riguardano quanto sempre avviene, in ogni epoca della storia umana. In effetti, l’interpretazione più banale di tale fatto è la volontà di uomini e gruppi del settore produttivo diperseguire il proprio profitto, fregandosene altamente degli interessi in gioco per il proprio paese. Allora, tale fenomeno sarebbe caratteristico soprattutto dell’epoca capitalistica e i capitalisti sarebbero individui immorali solo concentrati sui propri guadagni personali.

Anche se fosse così, si tratterebbe comunque di un fatto assai interessante, che smentisce tanta ideologia di certi movimenti anticapitalisti. In effetti verrebbe in evidenza che il vero “internazionalismo” non è quello delle classi dominate (“proletari di tutto il mondo unitevi”) bensì riguarderebbe proprio la classe antagonistica (la “borghesia”) rispetto a quella dominata e sfruttata, la classe operaia, la quale generalmente non ha mai saputo opporsi alla guerra tra paesi capitalistici ed è sempre stata portata in battaglia con l’inconsistente opposizione di piccoli gruppi, facilmente messi a tacere e spazzati via.

In realtà, la situazione è piuttosto differente. Da sempre, in ogni epoca della storia umana, arriva il momento in cui si giunge all’urto aperto e definitivo tra gruppi al potere in certe aree territoriali, dove abitano determinate popolazioni unite in dati sistemi di rapporti sociali di vario tipo e controllate in varia guisada detti gruppi. Tali popolazioni (un insieme sociale divisoverticalmente in strati e orizzontalmente in comparti vari) sono in genere, almeno per quanto riguarda la loro parte attiva nelle dinamiche politiche dei diversi paesi (o aree) d’insediamento, interessate a seguire i gruppi di potere in questione nel momento del loro acuto conflitto; salvo quando arriva la sconfitta di uno di questi, che dissolve spesso l’interesse dei subordinati al perdente e la frequente emersione fra essi di chi tenta di riorganizzarsi piegandosi al vincitore.

I gruppi al potere in dati paesi o aree da essi controllati non possono non arrivare infine allo scontro per affermare la loro supremazia su aree ancora più estese. Non esiste, se non nell’ipocrisia delle epoche in cui vi è un certo equilibrio di forze tra gruppi di potere nelle varie aree, alcuna possibilità di pace e di proficuo rapporto pacifico. In realtà, lo ripeto, la pace è solo un periodo di conflitti più sordi, non affidati allo scontro acuto e spesso armato tra i contendenti (se non in certe aree limitate situate tra di essi) poiché si ammettono ancora margini di mediazione e di possibilità di reciproca convivenza,salvaguardando però i propri principali interessi con ampi margini di soddisfazione per i vari contendenti.

2) Ovviamente nessuno – che non sia un po’ malato di testa – ama lo scontro quando arriva a livelli di violenza tali da implicare morte e distruzioni di vasta entità. Tuttavia, è necessario essere anche razionali e lucidi nella considerazione del conflitto. Esso è vita, senza di esso la vita si affievolirebbe e scomparirebbe. Il conflitto termina solo con la massima entropia, con la fine dello scorrere dell’energia vitale, con l’inerzia e immobilità totale (quella propria dei cadaveri degli animali morti; non subito, ma dopo un tempo relativamente breve cui segue semmai quell’altro “conflitto” che conduce alla totale dissoluzione pure del cadavere e alla sua assimilazione a ciò che lo circonda). Non si può fare a meno del conflitto. E questo non riguarda appunto la sola vita animale, anche se in questa – e massimamente nell’essere umano (che è stato, se non erro, di cinque specie differenti, in cui ha prevalso infine quella sapiens) – assume particolare evidenza per la vita e la sopravvivenza.

Non considero ragionevole e augurabile l’esplodere più violento del conflitto; comprendo che si faccia il possibile per contenerlo, attenuarlo, rinviarlo, cercare di limitare i danni e le distruzioni quando esso diventa inevitabile. Tuttavia, bisogna prendere appunto atto della sua inevitabilità perché ogni forma di vita porta allo scoccare di correnti di energia tra poli opposti. E non ci si può tirare sempre indietro poiché l’unico risultato è la resa alla supremazia di “un altro”. E la resa non elimina il conflitto e nemmeno l’acerbo antagonismo; semplicemente comporta la continua prevalenza della corrente proveniente da una parte e la supina sottomissione dellenergia dell’altra parte a tale corrente preminente. Quindi, diventano spesso irritanti e veramente disgustosi i discorsi sulla pacifica convivenza, sulla presunta fratellanza umana, sulla nostra eguaglianza e altre falsità affermate in piena consapevolezza da chi intende semplicemente spegnere l’energia altrui per continuare nella propria supremazia; soprattutto quando il predominante (e prepotente) avverte che quest’ultima comincia a traballare.      

Non siamo per nulla eguali, una menzogna evidente raccontata proprio da chi vuol prevalere. Siamo diversi come individui, come gruppi sociali in un dato paese, come paesi abitati da popolazioni caratterizzate, almeno per larghi tratti, da una storia comune, da una lingua comune (pur magari diversificata in innumerevoli dialetti), da abitudini, tradizioni, costumi in gran parte simili. E siamo diversi come “razze”, dove razza è puro sinonimo di etnia. Leggiamo il dizionario Devoto-Oli al termine razza: “Serie omogenea di individui (animali o vegetali) contraddistinti da comuni caratteri esteriori ed ereditari” E ancora: “Ogni raggruppamento d’individui costituito in base a caratteri somatici (comuni, costanti, ereditari…….) spec. in quanto può costituire un motivo di profonda DIFFERENZIAZIONE [evidenziazione mia!] sul piano delle relazioni sociali e politiche: il termine è oggi sempre più spesso sostituito con quello più appropriato di etnia”. E allora uno cerca sullo stesso dizionario il termine etnia: “Aggruppamento umano basato sulla comunità di caratteri razziali [razziali, avete capito? Nota mia], culturali linguistici (dal termine greco ethnos, ‘popolo’”.

Di conseguenza, etnia non è “più appropriato” di razza, è esattamente la stessa cosa; la presunta maggiore appropriatezza èsolo legata alla sudditanza del culturame odierno a classi dominanti ormai vetuste e corrose, che si servono di tutte le menzogne che riescano a suscitare emozioni contrastanti e divisive fra i sottoposti. E allora una di tali menzogne è che se si parla di razza si è “razzisti”. No, imbroglioni e vigliacchi, mentitori spudorati e infami. Razzista è chi pensa che le razze (o etnie, la stessa cosa) si dividano in superiori e inferiori. Questo va negato con forza. Per quanto sembra ormai appurato, anche l’uomo “neanderthaliano” (e pure quello delle altre tre specie che non ricordo come si chiamino) non era affatto inferiore a quello sapiens. E’ proprio ciò che deve essere affermato con determinazione. Non però che non esistano popolazioni – tutte con secoli e millenni di propria civilizzazione alle spalle del tutto diverse fra loro; e divise spesso da tradizioni, costumi, cultura (fra cui quella religiosa) profondamente differenti e non integrabili in quattro e quattr’otto come affermano coloro che, ormai nel pieno disfacimento della loro predominanza, vorrebbero sfruttare tali differenze per mettere gli uni contro gli altri i ceti sociali a loro subordinati da ormai troppo tempo.

3) E qui nasce il vero conflitto dei tempi attuali, in specie nel mondo detto “occidentale”; e con particolare riguardo alla nostra area europea, che più ci compete da vicino. Con la subordinazione alla super(pre)potenza statunitense, quest’area è stata dominata per decenni e decenni da gruppi politici ed economici, che trovano il loro interesse nel servire supinamente tale (pre)potenza.; e questi gruppi di asserviti hanno formato altri gruppi diintellettual(oid)i, giornalisti e via dicendo di una vergogna indicibile. Sono questi ad utilizzare tutti gli “anti” a lorodisposizione per squalificare coloro che ormai si ergono a difesa dei ceti subordinati: “antirazzismo”, “antifascismo”, “antifemminismo”, “antiomosessualità”, ecc. ecc.

Purtroppo, c’è anche chi cade nel tranello e infatti assume posizioni contrastanti in modo tale da dare talvolta l’impressione che sia appropriato l’uso dei termini squalificanti. Dobbiamo quindi stare molto attenti a quanto sosteniamo. Non siamo per nulla per la superiorità di una razza o etnia; ma rivendichiamo la diversità tra esse (che fra l’altro implica maggiore ricchezza di contenuti). Non siamo per il ritorno di vecchie e superate ideologie (e non solo il fascismo). Non siamo contro le donne; abbiamo magari un po’ di schifo per le “Asia Argento”, per il mondo di Hollywood, non per le donne. E non siamo contro gli omosessuali; semmai diciamo loro che si sentano infine pari agli altri e non tentino di apparire sempre superiori!      

Questo discorso non finisce quindi qui. Siamo anzi agli inizi. E il conflitto contro quelli che ancora ci si ostina a definire “di sinistra” (comunque la terminologia poco importa al momento) deve intensificarsi e bisogna smantellare i loro vaneggiamenti di inconsistente eguaglianza. Questi “sinistri” sono integralmentereazionari e vogliono mantenere un potere ormai infetto, che rende malata l’intera nostra società. Purtroppo a me sembra che ancora non sia sorto il loro autentico antagonista, quello che li deve annientare se si vuole ancora che esista una civiltà europea (con tante popolazioni però, con tante tradizioni, costumi e lingue differenti; e tuttavia di possibile forte vicinanza reciproca).

Quindi si torna a quanto già detto: il conflitto è vita. Tuttavia lo è quando tra le correnti che scoccano fra loro in contrasto prevale infine quella che fa veramente “circolare il sangue e la linfa” con maggiore energia. La corrente negativa, tendente a spegnere la vita, deve essere infine soppressa. Poi, logicamente, se la vita deve continuare, sprizzeranno nuove scintille e si apriranno ulterioricontrasti. In quest’epoca ci troviamo di fronte quello appena detto (e che ho certo solo accennato schematicamente; la storia è d’altronde lunga). Lo si porti a fondo e si ridia vitalità alla nostra civiltà. Le epoche dei prossimi secoli e millenni, con i loro nuovi e diversi conflitti, non ci competono, nemmeno immaginiamo come potrebbero essere. Non fingiamo d’essere profeti; siamo umani che vivono un’epoca e devono confrontarsi con le correnti che in essa si sprigionano in uno specifico conflitto. E in quest’ultimodevono trovare la via per ridare nuova vitalità ed energia al “tutto”. Poi quest’ultimo si dividerà nuovamente; e così via.  

 

Lezioni sul pensiero di Marx di G. La Grassa

Karl-Marx

Questo è un primo video che inizia un percorso di presentazione del pensiero di Marx, ma non con intenti puramente celebrativi. Nemmeno si pretende di esporre tutto ciò che veramente ha detto questo pensatore, sulla cui importanza storica non dovrebbero esserci dubbi, salvo che per certi faziosi e ignoranti suoi detrattori. L’intenzione è di rendere il più coerente possibile il suo modello teorico che – come disse Althusser (e secondo me è la migliore definizione data) – apre all’indagine scientifica il “Continente Storia”. Ridurre Marx alla scoperta dello “sfruttamento” del proletariato, come alcuni (direi molti) hanno fatto, è un’autentica corbelleria, riduce il suo pensiero a quello di qualche ideologo (da strapazzo) che pensa all’eliminazione di ogni conflitto nella società umana, alla “fratellanza” e “comunione di spiriti” di esseri animali che devono vivere “mangiando altri”, poiché questa è la sorte comune a tutti; anche se il pensiero, la ragione (o come lo si vuol chiamare) – questa particolarità umana – rende unico, e continuamente evolutivo, questo “mangiare”; spesso più crudele di quello di altre specie viventi.

Metteremo in luce come, una volta morto Marx, sia subito iniziata una qualche deformazione del suo pensiero. Tuttavia, questa nasceva da una esigenza realistica che illustreremo. E si può dire che anche nel XX secolo, a lungo, le rielaborazioni di tale pensiero (che certamente non seguiremo passo dopo passo) sono state nell’insieme comprensibili, spesso accettabili (almeno parzialmente) e non cervellotiche. Ad un certo punto però – e ritengo che uno dei peggiori tornanti si sia verificato con il fatidico ’68 – Marx è stato ridotto ad una specie di invasato utopista, il che ha facilitato i compiti degli avversari della sua prospettiva anticapitalistica. In certi casi, io stesso mi sono ritrovato tra i piedi – nel racconto di sprovveduti commentatori – una specie di rimbambito, di “mal invecchiato”, ecc. ecc. Ho perso una vita a polemizzare, sempre però ignorato e silenziato, con una serie di ebeti, assai tipici di quest’epoca di progressivo disfacimento culturale, sociale e via dicendo. Sia chiaro; quando dico ebeti non voglio affermare che tutti i commentatori di Marx siano stati e siano stupidi. Per carità, ci sono anche gli intelligenti, ma hanno fatto a gara – e buona parte di loro sarà stata magari in buona fede – nel rendere questo pensatore effettivamente rivoluzionario (per la sua epoca) una sorta di sognatore o, ancor peggio, di consapevole falsificatore dell’effettivo sviluppo storico.

Secondo il punto di vista che sarà illustrato, Marx è stato una sorta di Galileo della scienza sociale. E verrà quindi trattato come il fondatore di una visione d’insieme di grande livello. Dopo aver illustrato e coerentizzato il suo modello teorico, si cercherà di porre in luce dove sembrano situarsi, alla luce del successivo sviluppo storico del modo di produzione capitalistico, i limiti della sua analisi e la non realizzazione delle sue previsioni di massima. Desidero porre in luce un problema centrale, su cui poco si è riflettuto e su cui si insisterà quando riusciremo a procurarci dei mezzi un po’ decenti per ottenere dei buoni video nell’esposizione del pensiero marxiano e della necessità del suo superamento. Citerò un passo fondamentale dalla Prefazione alla PRIMA edizione del I libro de “Il Capitale”, l’unico testo altamente scientifico elaborato e pubblicato da Marx; e che quindi è successivo alla marea di appunti e note poi pubblicati dopo la sua morte (e sistemati da Engels, Kautsky e altri) e che molti hanno voluto spesso opporre alla effettiva sistemazione teorica operata dall’autore. Si pensi come solo esempio ai “Grundrisse” (di cui si è preso come “oracolo” soprattutto il “frammento sulle macchine”). Ecco l’illuminante passo:

 

<<Il fisico osserva i processi naturali nel luogo dove essi si presentano nella forma più pregnante e meno offuscata da influssi perturbatori, oppure, quando è possibile, fa esperimenti in condizioni tali da garantire lo svolgersi del processo allo stato puro. In quest’opera debbo indagare il modo capitalistico di produzione e i rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono. Fino a questo momento, loro sede classica è l’Inghilterra. Per questa ragione è l’Inghilterra principalmente che serve a illustrare lo svolgimento della mia teoria [grassetto mio; ndr]. Ma nel caso che il lettore tedesco si stringesse farisaicamente nelle spalle a proposito delle condizioni degli operai inglesi dell’industria e dell’agricoltura o si acquietasse ottimisticamente al pensiero che in Germania ci manca ancora molto che le cose vadano così male, gli debbo gridare: de te fabula narratur!>>.

 

Si è capito il discorso? Marx non analizza il capitalismo come società complessiva, bensì il modo di produzione di tale società e i rapporti di produzione e di scambio corrispondenti. Questo è per lui lo “scheletro” della società (o, se volete, la “base economica”), che decide dell’articolazione di tutti gli altri organi e apparati del “corpo sociale” complessivo (per ogni determinata epoca storica: schiavismo, feudalesimo, capitalismo, ecc.). L’Inghilterra, ormai alla fine della prima “rivoluzione industriale” (circa 1760-1840), è il “laboratorio” dell’analisi marxiana; e da questo paese sono dunque tratte le indicazioni relative alla prevista dinamica storico-sociale che Marx pensava avrebbe condotto al modo di produzione socialista e poi comunista (e vedremo compiutamente il perché nella nostra esposizione sistematica). Inoltre, Marx era convinto che lo sviluppo del modo di produzione in Inghilterra si sarebbe espanso, con le stesse caratteristiche, in ogni dove; dato che egli vedeva in questa forma di società quella vincente su scala globale.

In realtà, oggi capiamo che l’Inghilterra è stata solo il laboratorio del “capitalismo borghese”, che si pensava foriero della “rivoluzione proletaria”, man mano che questa forma capitalistica si fosse estesa al mondo. A questa “specie” capitalistica ne è seguita invece un’altra, quella “esplosa” negli Stati Uniti e che non è servita da laboratorio ad alcun scienziato per scrivere un nuovo libro de “Il Capitale” (siamo restati a “Galileo”, nemmeno in vista un “Newton” e un “Einstein”). I marxisti si sono così deliziati nell’“adorare” (quasi religiosamente) le profezie del pensatore di Treviri; i liberal-liberisti si sono limitati a sviluppare una “teoria delle scelte” degli individui umani, una volta che questi fossero vissuti nella società capitalistica, “ubriacandosi” della sua cultura dominante.

Noi siamo troppo pregni di categorie marxiane – però almeno conosciute e non inventate come hanno fatto schiere di invasati “grundrissisti” – e non pretendiamo quindi altro che di ripristinare infine il loro alto valore scientifico, collocandolo però in un’epoca sociale del capitalismo che risale a un secolo e mezzo fa. Cercheremo di indicare alcune possibili vie d’uscita, consci però che si tratta solo di spunti da rielaborare abbondantemente. E ciò avverrà solo se verrà superato questo netto “spostamento” dell’intelletto di nuove generazioni, tutto dedito alla “prontezza di riflessi” per impadronirsi di tecnologie in accelerata evoluzione; e non invece alla “riflessione” con i suoi ritmi lenti come quelli della storia, che non corre all’impazzata. E se s’insisterà a non riflettere, si finirà ben male.