A CENTOCINQUANT’ANNI DAL “MANIFESTO” COMUNISTA

gianfranco

Questo testo è stato per l’essenziale scritto nel dicembre 1997. E’ stato poi presentato l’anno successivo con qualche correzione (in specie di nota) all’importante Convegno Internazionale di Parigi dedicato al 150° anniversario del Manifesto marxiano del 1848. Il caro amico Jacques Texier (di “Actuel Marx”) – già scomparso da qualche anno con mio vero dolore – lo tradusse in francese per il libro che uscì poco dopo con un buon numero degli interventi fatti a quel convegno. Prendetemi pure per presuntuoso, ma mi sono inorgoglito rileggendolo a distanza di oltre 22 anni. Chiunque sappia qualcosa del dibattito marxista svoltosi fino ad oggi potrà rendersi conto di quanto fossi già piuttosto avanti, in quell’epoca abbastanza lontana, nel ripensare una teoria che considero essenzialmente scientifica proprio perché corrisponde a ciò che è la scienza nel suo necessario e continuo sviluppo mediante rilevanti modifiche del precedentemente pensato ed elaborato. Invito soprattutto i giovani amici a leggersi il testo e a ripensare la necessità di andare ancora più avanti, sempre più avanti.  

di Gianfranco La Grassa

1. Chiunque torni oggi alla lettura del Manifesto del partito comunista di Marx-Engels, scritto tra il dicembre del 1847 e il gennaio dell’anno successivo, non può a mio avviso non ricavarne una duplice e contraddittoria sensazione: di un documento insieme moderno e segnato ormai irrimediabilmente dal lungo periodo trascorso da allora, periodo in cui si è consumata la vicenda di un movimento comunista spesso grandioso, e che ha prodotto effetti storici rilevanti e per l’essenziale positivi, per poi entrare nel lungo tunnel di un poco edificante declino, in effetti irreversibile già ben prima della sua indecorosa fine, sanzionata dagli avvenimenti dei recenti anni 1989-91.

Folgoranti sono, ad es., le pagine del Manifesto in cui si parla della mercificazione generale di ogni aspetto della vita sociale nonché di quella personale, quando anche la virtù, l’onore, la dignità, ecc. diventano sempre più oggetti di scambio, quando il calcolo in denaro travolge progressivamente ogni residua resistenza morale. Assolutamente moderne appaiono le pagine dedicate alla succinta illustrazione della diffusione del capitalismo, all’estensione irresistibile del suo mercato a livello mondiale, dove sembra di leggere – ma con intento critico e non di glorificazione – le più recenti esaltazioni della globalizzazione capitalistica, del superamento delle funzioni degli Stati nazionali (comunque a base territoriale), ecc.

A questo proposito, è anzi bene imparare la lezione del Manifesto, poiché indubbiamente già a quel tempo Marx ed Engels erano convinti che lo sviluppo capitalistico avrebbe ben presto esaurito la fase dei nazionalismi; l’unione internazionale dei proletari, dei lavoratori, era vista non come un qualcosa da semplicemente propagandare e costruire, facendo affidamento sulla mera forza delle idee e sulla volontà di riscatto sociale delle masse (e dei loro “illuminati” ispiratori), bensì come un risultato del processo di completa internazionalizzazione del modo di produzione capitalistico e delle sue dinamiche riproduttive. Malgrado il primo, e anche lungo, periodo di sviluppo di un movimento operaio internazionale, e in particolare del movimento comunista internazionale, alla fine si è visto di quanto egoismo nazionale, di quante ristrette e localistiche interpretazioni del socialismo e comunismo (o quanto meno della cosiddetta emancipazione del mondo del lavoro), di quanta unità formale e divisione reale, fosse intessuta l’ideologia di tali movimenti, che solo raramente hanno collaborato con effettiva unione di intenti.

Questa è stata anzi una delle più grandi delusioni dei comunisti, nata da un decisivo e radicale errore di previsione (che dipende, evidentemente, da altri e più gravi, di cui tratterò più avanti). E’ però abbastanza curioso che oggi proprio quelli che in tempi non lontanissimi (e alcuni anche attualmente) non mettevano minimamente in dubbio le affermazioni “internazionaliste” di Marx ed Engels, e poi via via di quasi tutti gli altri comunisti successivi, in riferimento al movimento dei lavoratori, siano i più entusiastici propagandisti, o almeno i più convinti assertori, della internazionalizzazione del capitale e dei suoi agenti. Non sono più i proletari, gli operai (la Classe per antonomasia), i lavoratori salariati, ad essere internazionalisti (e questo è purtroppo vero); sarebbero i capitalisti, i grandi imprenditori industriali e finanziari ad essere “transnazionali”, cosmopoliti, e questo può essere vero superficialmente, per certi aspetti individuali, non sufficienti però a recidere determinate radici, anche (non dico solo) nazionali o comunque territoriali, del capitale, delle sue varie unità produttive, dei suoi differenti sistemi economici, in reciproca competizione nelle diverse aree mondiali.  

2. Eguale sapore di modernità e, nel contempo, sensazione di un tempo ormai passato trasmette la lettura della terza parte del Manifesto, riguardante le varie classificazioni dei socialismi e comunismi premarxisti; sarebbero comunque da rileggere certe succinte e secche affermazioni sul socialismo di ascendenza cristiana e sul socialismo tedesco o “vero” socialismo e sugli altri. Importantissima è la parte che riguarda il socialismo e il comunismo utopici, poiché pur riconoscendo ad essi la capacità di formulare critiche anticapitalistiche basate su una individuazione spesso acuta, e per gli autori del Manifesto talvolta anche corretta, dei caratteri specifici della formazione sociale moderna, viene nettamente ribadito che il comunismo non può affermarsi in base a precetti astratti, al puro appello al desiderio di giustizia e di moralità degli uomini, al presunto loro sentirsi tutti fratelli (più o meno fortunati e dotati di maggiori o minori mezzi materiali a sostegno dei loro differenti tenori di vita), per cui la predicazione del comunismo – e la dimostrazione pratica della sua possibilità e bellezza attraverso l’esempio di piccole comunità (del tipo dei “falansteri” di Fourier, delle “colonie in patria” di Owen, dei cabetiani progetti di comunità comuniste in America, ecc.) – avrebbero permesso la progressiva, e pacifica, instaurazione del comunismo stesso, anche “in mancanza di quelle condizioni materiali della sua [del proletariato, comunque, e non di tutti gli uomini in generale; ndr] emancipazione, le quali non possono essere che il prodotto dell’epoca borghese”.

E’ invece proprio alla presenza di queste condizioni materiali, al loro sviluppo concomitante e intrinseco a quello del modo di produzione capitalistico, che fa riferimento il Manifesto, che per questo indica come scientifico il socialismo e il comunismo in esso preconizzato, previsto appunto come sbocco dello sviluppo di detto modo di produzione e delle sue forze produttive che in esso vanno sempre più socializzandosi ed entrando in contrasto insanabile con i rapporti di produzione (di appropriazione privata dei prodotti) tipici del capitalismo. Nel Manifesto, insomma, si dispiega pienamente la concezione fondamentale di Marx ed Engels, che già alcuni anni prima (1845) avevano scritto: “Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente [il modo di produzione capitalistico e le sue dinamiche di sviluppo, che si presumeva andassero socializzando in misura crescente le forze produttive; ndr]”.

Questo sembra essere il punto principale sul quale intenderei soffermarmi: il socialismo e comunismo marxista – come più tardi indicherà Engels nel suo volumetto dal titolo significativo: L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza – non intende fare prediche agli “uomini di buona volontà”, pretende invece di avere scoperto le “leggi” che presiedono allo sviluppo delle società umane; ma in modo del tutto particolare pensa di avere individuato nella società a modo di produzione capitalistico l’ultima forma di società divisa in classi antagonistiche – di cui l’una, minoritaria, sfrutta l’altra, quella maggioritaria, vivendo del plusprodotto (nella forma societaria capitalistica espresso come plusvalore) da quest’ultima creato – poiché la classe in essa sfruttata, essendo stata separata dal, ed espropriata del, possesso di tutti i mezzi di produzione, non può più ribellarsi ed emanciparsi dallo sfruttamento se non eliminando ogni e qualsiasi forma di proprietà di detti mezzi, che ne affidi il potere di disporre, l’uso, ad una parte soltanto della società. La classe sfruttata nel capitalismo non potrà che avocare alla collettività tutta tale proprietà, con ciò eliminando ogni possibilità di sfruttamento degli uni da parte degli altri e creando così, per la prima volta nella storia (a parte il caso di società umane ancora assai primitive, non a caso “preistoriche”), una società senza più classi e antagonismi tra classi.

Si tratta di capire quali sono le condizioni materiali, sviluppate dallo stesso modo di produzione capitalistico, che consentirebbero la trasformazione (rivoluzionaria) della società capitalistica in società comunista. Il marxismo ha sempre insistito sulla “socializzazione delle forze produttive”, riferendosi appunto principalmente a quelle dette materiali. La prima questione che viene subito in evidenza è quella legata al passaggio alla manifattura e poi alla grande industria basata sulle macchine e su tecnologie sempre più complesse e produttive. Tale trasformazione è d’altronde immediatamente connessa alla separazione del lavoro intellettuale (le potenze mentali della produzione) da quello manuale, prima intimamente uniti nel lavoro dell’artigiano; nonché alla divisione del processo lavorativo in operazioni sempre più minute, il cui sincronico coordinamento soltanto – che implica contemporaneamente la riunione negli stessi luoghi di lavoro di decine, e poi centinaia, e poi migliaia, di operai – permette la produzione dei diversi prodotti-merce. Il coordinamento in oggetto è nell’industria affidato appunto alle macchine, alla tecnica, che è la concretizzazione, il “precipitato”, del processo di crescente simbiosi tra scienza e produzione (attività lavorativa di trasformazione); e nella produzione meccanizzata, tecnicizzata, il lavoro umano socialmente combinato trova un potenziamento mille e mille volte superiore a quello della somma dei singoli lavori individuali.

La socializzazione implica inoltre il collegamento di sempre più vaste zone del mondo fra loro (fino poi a coinvolgere il mondo stesso nella sua interezza), per cui ogni dato prodotto, in ogni data unità produttiva dislocata in ogni data località geografica, ha bisogno per la sua produzione di sempre più numerosi prodotti di altre, e sempre più numerose, unità produttive dislocate in aree mondiali sempre più lontane e sempre più ampie. Il collegamento in questione, tra molte unità produttive in molte parti del mondo, è nel capitalismo attuato per mezzo della rete degli scambi mercantili. L’idea centrale del Manifesto, ma poi di tutto il marxismo, è che l’ampliarsi del mercato – implicante, per la sua crescente generalizzazione, la vendita in forma di merce della forza lavoro e costituito da un sempre più fitto intrico di relazioni conflittuali, competitive, tra le diverse unità produttive capitalistiche – si fonda sia sull’aumento continuo della classe operaia, poiché molti piccoli proprietari precapitalistici e poi anche molti capitalisti falliscono cadendo nel proletariato, e pochi centralizzano nelle loro mani la proprietà dei mezzi di produzione, sia sulla crescita dello sfruttamento (della estrazione di plusvalore, in specie relativo) e sull’impoverimento, soprattutto relativo, di tale classe, costituita inoltre in misura sempre maggiore da individui spossessati delle loro attitudini lavorative professionali, ridotti sempre più a lavoro generico, privo di particolare qualificazione (e dunque di infimo valore in quanto merce); una massa di individui, insomma, sempre più simili fra loro quanto a condizioni e abitudini di vita, a mentalità, a cultura, a “presa di coscienza” della loro inferiorità sociale provocata dallo sfruttamento capitalistico, ecc.  

Lo sviluppo del modo di produzione capitalistico spinge dunque al superamento di se stesso in direzione del socialismo e comunismo; certamente non si può sostenere, con ferreo determinismo, la necessità del passaggio (transizione) al modo di produzione comunistico, ma indubbiamente le condizioni di possibilità di una sua affermazione sono, per Marx ed Engels, oggettivamente contenute nei processi da cui è caratterizzato il movimento autoriproduttivo dei rapporti sociali dominanti nel capitalismo. Quanto appena affermato non cancella affatto l’esigenza della rivoluzione proletaria, ma quest’ultima è solo la “levatrice di un parto”, che a un certo punto diventa già maturo nelle viscere stesse della società del capitale. I meccanismi di sviluppo di quest’ultima – centralizzazione dei capitali, restringimento dello strato sociale dei proprietari capitalisti e forte estensione invece del proletariato, contraddistinto al suo interno da una sempre maggiore uniformità delle condizioni di vita e di lavoro e da un comune senso di appartenenza di “classe” (se non addirittura da una comune “coscienza di classe”) – prepara, forgia, il soggetto della rivoluzione contro il capitale; e a un certo punto dovrebbe “suonare l’ultima ora della proprietà privata capitalistica” e “gli espropriatori dovrebbero essere espropriati”. Nel suo sviluppo, perciò, il modo di produzione capitalistico riprodurrebbe, rafforzandolo, il dominio della classe borghese e nel contempo, contraddittoriamente, preparerebbe e rafforzerebbe anche il suo antagonista storico e il suo affossatore: il proletariato rivoluzionario.

3. Come ben si vede, dalle condizioni materiali relative alla socializzazione crescente delle forze produttive siamo passati a quella condizione “soggettiva” rappresentata dalla formazione della classe antagonista del capitale, cui sarebbe affidato il compito della rivoluzione per l’emancipazione generale della società da una qualsiasi forma di sfruttamento, per l’affermarsi cioè del comunismo, di una società senza più classi.

Questa condizione soggettiva non dipende però certo, per Marx ed Engels, da una predicazione di buoni sentimenti, dall’appello ad esigenze di giustizia, di solidarietà, di fratellanza di “tutti” gli uomini (senza distinzione di classi di appartenenza), ma è invece anch’essa un portato oggettivo del movimento di riproduzione dei rapporti di produzione capitalistici. D’altra parte, senza questo presupposto, senza cioè la formazione del soggetto agente nella rivoluzione anticapitalistica, la semplice socializzazione delle forze produttive (le cosiddette condizioni materiali) non potrebbe conseguire alcun risultato trasformativo della società. Delle due l’una: o si pensa che lo sviluppo di dette condizioni materiali crea la possibilità della trasformazione rivoluzionaria, ma poi, per realizzare quest’ultima, si crede sia sufficiente fare appello alla coscienza degli uomini (in generale) affinché essa si adegui alla crescente socializzazione delle forze produttive; oppure detta possibilità può concretizzarsi solo se, contemporaneamente, lo sviluppo capitalistico forma anche (oggettivamente) i soggetti antagonisti, gli agenti del suo superamento. E’ questa seconda via quella pensata, ipotizzata, dai fondatori del marxismo; ed è per questo che essi pretesero essere la loro teoria un “socialismo scientifico” e non più utopico.

E’ proprio su questo punto che è necessario concentrare l’attenzione perché qui ci si rende conto, purtroppo, di quanta acqua è passata sotto i ponti da allora. D’altronde, è bene essere chiari: non si può tornare indietro, non si deve credere in un comunismo “cristiano”, miserabilista, solidaristico, da “predica della domenica”, da comunità di fedeli (in realtà da caserma, così come è stato quello affermatosi nel ‘900 in vari paesi a basso grado di sviluppo, non solo produttivo ma anche sociale, e che è stato poi quello propagandato come il “Nuovo Paradiso” da tutti i partiti comunisti). Se lo sviluppo oggettivo del sistema capitalistico non produce, per dinamiche sue intrinseche, i soggetti della rivoluzione in direzione del comunismo, è meglio lasciare alla “Storia” il compito di trovare le sue originali vie di trasformazione dell’attuale società, anche se magari il risultato non sarà la società senza più classi antagoniste, la fine di ogni sfruttamento, l’emergere dell’“uomo nuovo”, ecc.

Nel Manifesto, comunque, il soggetto della rivoluzione comunista sarebbe il proletariato. In una nota di Engels all’edizione inglese del 1888 si chiarisce che “per proletariato si intende la classe degli operai salariati moderni, che, non possedendo nessun mezzo di produzione, sono costretti a vendere la loro forza-lavoro per vivere”. E’ dunque evidente che, in questo contesto, i fondatori del “socialismo scientifico” pongono nella sostanza come sinonimi proletariato, classe operaia e lavoro salariato. Naturalmente, si deve dare per presupposta l’ormai avvenuta scissione tra potenze mentali della produzione e lavoro semplicemente manuale (e, in generale, meramente esecutivo). I rivoluzionari sono quindi, oggettivamente e potenzialmente, i lavoratori manuali salariati, in particolare quelli della grande industria basata sulle macchine. L’idea fondamentale di Marx ed Engels è che lo sviluppo industriale (accompagnato dai processi di centralizzazione del capitale) scinderà, tendenzialmente, la società in due blocchi nettamente distinti e contrapposti: un numero sempre minore di capitalisti proprietari ed una massa sempre crescente di operai.

Si formano evidentemente delle figure sociali intermedie; basti pensare ai “sottufficiali e ufficiali” della gerarchia di fabbrica. Inoltre “non appena l’operaio ha finito di essere sfruttato dal fabbricante e ne ha ricevuto il salario in contanti, ecco piombar su di lui gli altri membri della borghesia, il padrone di casa, il bottegaio, il prestatore a pegno, e così via”. Tuttavia, più in generale, “quelli che furono sinora i piccoli ceti medi, i piccoli industriali, i negozianti e la gente che vive di piccola rendita, gli artigiani e gli agricoltori, tutte queste classi sprofondano nel proletariato…”.

L’idea centrale del Manifesto è comunque ben chiara e definita: i rivoluzionari sono fondamentalmente gli operai, i proletari, l’esercito (crescente) dei lavoratori manuali dell’industria. E lo sono perché l’industria, come già considerato, si esercita in fabbriche di sempre maggiori dimensioni che – sia  nel loro complesso sia, e questo appare decisivo, fabbrica per fabbrica – impiegano masse crescenti di lavoratori salariati. L’applicazione sempre più estesa della scienza alla produzione, cioè la crescente dimensione degli apparati tecnologici impiegati in fabbrica, espropria i lavoratori delle loro conoscenze specifiche e li rende sempre più omogenei gli uni agli altri. La loro riunione a centinaia e migliaia nello stesso luogo di lavoro, la sorveglianza, l’addestramento e la rigida disciplina quasi militari, i ritmi lavorativi sempre più intensi e tuttavia caratterizzati da crescente monotonia e ripetitività, la vicinanza e contiguità dei posti di lavoro che consente agli operai di scambiarsi opinioni e manifestarsi reciprocamente il loro scontento per condizioni di lavoro e di vita sempre più simili, miserabili e squallide, renderebbero oggettivamente questa classe l’antitesi, la negazione più radicale, della moderna forma storica di società (della storicamente specifica formazione sociale capitalistica).

Al di là della previsione, rivelatasi errata, di una sempre più larga, ed esponenziale, crescita del proletariato di fabbrica e della tendenziale scissione della società in due grandi classi antagonistiche – una sempre meno numerosa e l’altra sempre più numerosa – con in mezzo dei ceti sociali o in via di sprofondamento nella classe operaia o mantenuti dal crescente plusvalore (relativo) estratto a quest’ultima, non vi è dubbio che manca nelle indicazioni del Manifesto, così come mancherà spesso nel marxismo di questo secolo, la considerazione che – se anche le ipotesi poste si fossero rivelate esatte – il proletariato industriale, più precisamente la classe operaia di fabbrica, non avrebbe potuto rappresentare la classe “universale”, portatrice degli interessi più generali della società nel suo insieme, poiché essa sarebbe comunque ormai spossessata e separata totalmente dalle potenze mentali della produzione. Giusta era certo la critica al “socialismo feudale” e a quello piccolo-borghese, che pensavano ancora nei termini di un ritorno all’unità di braccio e mente tipica dell’artigianato precapitalistico, questo sì ormai destinato alla scomparsa o riduzione al lumicino, ma in ogni caso nessuna classe, per quanto maggioritaria, può divenire egemone nella società sulla base della prestazione di un lavoro meramente esecutivo e nettamente subordinato alla direzione altrui, con il logico corollario della incapacità di esprimere una cultura complessiva – che implica pure la formazione e l’emergere dal proprio seno di un ceto intellettuale – in grado di soppiantare quella della classe precedentemente dominante (e dirigente).

Solo ne Il Capitale, (in specie nel terzo libro curato e pubblicato da Engels), e nel cosiddetto Capitolo sesto inedito, Marx porrà in modo nettamente diverso il problema della classe antagonistica rispetto alla borghesia capitalistica. Leggiamo insieme, e con pazienza, questi lunghi passi decisivi e assai illuminanti (oltre che veramente assai più avanzati dell’elaborazione de Il Manifesto): “Trasformazione del capitalista realmente operante in semplice dirigente, amministratore di capitale altrui, e dei proprietari del capitale in puri e semplici proprietari, puri e semplici capitalisti monetari [….] In queste condizioni il profitto (e non più soltanto quella parte del profitto, l’interesse, che trae la sua giustificazione dal profitto di chi prende a prestito) si presenta come semplice appropriazione di plusvalore altrui, risultante dalla trasformazione dei mezzi di produzione in capitale, ossia dalla loro estraniazione rispetto ai produttori effettivi, dal loro contrapporsi come proprietà altrui a tutti gli individui realmente attivi nella produzione, dal dirigente fino all’ultimo giornaliero (corsivo mio; ndr). Nelle società per azioni la funzione è separata dalla proprietà del capitale e per conseguenza anche il lavoro è completamente(corsivo mio) separato dalla proprietà dei mezzi di produzione e dal plusvalore”. E ancora: “Poiché con lo sviluppo della sottomissione reale del lavoro al capitale e quindi del modo di produzione specificamente capitalistico, il vero funzionario del processo lavorativo totale non è il singolo lavoratore [l’artigiano precapitalistico; ndr], ma una forza-lavoro sempre più socialmente combinata, e le diverse forze-lavoro cooperanti che formano la macchina produttiva totale partecipano in modo diverso al processo immediato di produzione delle merci o meglio, qui, dei prodotti – chi lavorando piuttosto con la mano e chi piuttosto con il cervello, chi come direttore, ingegnere, tecnico, ecc., chi come sorvegliante, chi come manovale o come semplice aiuto –, un numero crescente di funzioni della forza-lavoro si raggruppa nel concetto immediato di lavoro produttivo, e un numero crescente di persone che lo eseguiscono nel concetto di lavoratori produttivi, direttamente sfruttati dal capitale e sottomessi al suo processo di produzione e valorizzazione. Se si considera quel lavoratore collettivo che è la fabbrica, la sua attività combinata si realizza materialmente e in modo diretto in un prodotto totale, che è nello stesso tempo una massa totale di merci – dove è del tutto indifferente che la funzione del singolo operaio, puro e semplice membro del lavoratore collettivo (corsivo mio), sia più lontana o più vicina al lavoro manuale in senso proprio”. E “tutto questo significa la soppressione del modo di produzione capitalistico, nell’ambito dello stesso modo di produzione capitalistico, quindi è una contraddizione che si distrugge da se stessa, che prima facie si presenta come semplice momento di transizione verso una nuova forma di produzione [in tutta evidenza quella comunistica; ndr]. Essa [….] ricostituisce una nuova aristocrazia finanziaria, una nuova categoria di parassiti nella forma di escogitatori di progetti, di fondatori e di direttori che sono tali semplicemente di nome(corsivo mio)”.

4. Non credo ci sia bisogno di molti commenti. Il soggetto antagonista del capitale e suo affossatore, quel soggetto che sarebbe creato oggettivamente, per dinamica endogena del modo di produzione capitalistico, non è la semplice classe operaia in senso stretto, non è il solo proletariato industriale, di fabbrica (e sottolineo l’uso continuo di questo termine da parte di Marx, che non possedeva, perché non poteva possedere a quell’epoca, il concetto moderno di impresa), bensì il lavoratore produttivo collettivo, “dal direttore all’ultimo giornaliero”. In questo lavoratore collettivo, o combinato, si effettuerebbe, per Marx, il ricollegamento – certamente non più a livello individuale, come nell’artigiano – tra direzione ed esecuzione, tra potenze mentali della produzione e lavoro manuale, tra braccio e mente.

La mera proprietà capitalistica, dei mezzi di produzione, si trasforma di fatto in proprietà monetaria, in proprietà finanziaria, in proprietà dei titoli della proprietà. Si forma insomma una nuova classe signorile, parassitaria come quella medievale, il cui parassitismo, però, il cui vivere di rendita, non attiene al possesso della terra, bensì a quello di tutti i mezzi impiegati nella produzione; e tuttavia non direttamente come nel caso dei primi capitalisti, dei capitalisti agenti nella forma concorrenziale del mercato, che erano anche capaci di dirigere i processi produttivi e quindi avevano il possesso reale dei vari mezzi di produzione. Qui il possesso diventa formale , è mediato dal possesso dei titoli della proprietà, titoli che si rappresentano nella loro pura forma finanziaria, come capitale di fatto monetario, per cui l’intero plusvalore estratto al lavoratore collettivo di cui sopra è nella sostanza un mero interesse, una (quasi) rendita (finanziaria), mantiene del profitto il simulacro, la veste giuridica (presentandosi quale dividendo sulla proprietà azionaria).

In questo modo, viene indubbiamente posto in modo del tutto corretto il problema della nuova classe dirigente ed egemone, in grado di far “transitare” la società dalla sua forma capitalistica a quella comunistica, senza più antagonismi di classe. La centralizzazione monopolistica dei capitali – risultato necessario della competizione tra i molti capitalisti esistenti nella forma di mercato concorrenziale – comporta l’estraniazione della proprietà dai veri e propri processi produttivi, dove si afferma una nuova figura sociale, quella del lavoratore collettivo, nel cui ambito tutti, chi con il braccio e chi con la mente, cooperano ad un unico sbocco produttivo. In detto “lavoratore” esistono certamente delle differenziazioni gerarchiche – soprattutto durante la prima fase, o fase inferiore, del comunismo (quella denominata poi socialismo), che vede la società, appena uscita dal dominio capitalistico, ancora segnata dalla diseguaglianza sociale da quest’ultimo provocata – ma nel contesto di una ormai tendenziale unificazione cooperativa dei vari organismi lavorativi, per cui non sussisterebbero più i veri e propri antagonismi di classe, ma al massimo quelle che molto più tardi Mao denominerà “contraddizioni all’interno del popolo”.

L’oggettiva condizione sociale che potrebbe realmente garantire la rivoluzione comunista, cioè il soggetto antagonista del capitale, il suo affossatore, in quanto rappresenterebbe la stragrande maggioranza della società a fronte di un ormai piccolo pugno di sfruttatori parassiti, è precisamente rappresentata da questo corpo sociale lavorativo di tipo cooperativo, cui la proprietà capitalistica si appaleserebbe ormai completamente estranea in quanto nuova classe di tipo signorile. Come il lettore è in grado di capire perfettamente, siamo a questo punto ben lontani dalle indicazioni del Manifesto del ’48, ben lontani dalla previsione di una radicale e completa rivoluzione anticapitalistica, con transizione al comunismo, guidata dal semplice proletariato di fabbrica, dalla classe operaia della grande industria basata sulle macchine, dai lavoratori salariati soltanto esecutivi, anzi manuali. Le potenze mentali della produzione sociale – che anch’esse, fra l’altro, come indicato dallo stesso Marx nei Grundrisse e ne Il Capitale, sarebbero interessate da un processo di crescente reciproco coordinamento, di simbiosi, di sostanziale unione cooperativa, tale da dar vita ad una sorta di “intelletto generale”, di sapere scientifico-tecnico intimamente intrecciato ed organico (non scisso in innumeri specialismi così com’è in realtà successo) – si sarebbero per l’essenziale ricongiunte al lavoro manuale; e così pure le capacità direttive alle attività esecutive.

La formazione del lavoratore collettivo rende più credibile anche la possibilità del passaggio alla proprietà veramente collettiva dei produttori associati. Come tutti sanno, tale proprietà, dopo la pretesa rivoluzione proletaria del ’17 in Russia, e poi negli altri paesi del cosiddetto “campo socialista”, è stata sempre e soltanto statale. Su questo punto già Il Manifesto è molto chiaro. Il proletariato si sarebbe servito “della sua supremazia politica per strappare alla borghesia, a poco a poco, tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, vale a dire del proletariato stesso organizzato come classe dominante, e per aumentare, con la massima rapidità possibile, la massa delle forze produttive. Naturalmente, sulle prime tutto ciò non può accadere, se non per via di interventi dispotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione, vale a dire con misure che appaiono economicamente insufficienti e insostenibili(corsivi miei), ma che nel corso del movimento sorpassano se stesse e spingono in avanti, e sono inevitabili come mezzi per rivoluzionare l’intero modo di produzione”.

Più chiaro di così! La proprietà dello Stato e le misure che questo prende contro i diritti di proprietà borghesi, ecc. sono considerate necessarie come primo passo, ma anche insufficienti e addirittura insostenibili in una prospettiva di autentica transizione al comunismo; e si sta parlando di uno Stato che si suppone possa essere strumento del proletariato – cioè della grande maggioranza della popolazione – organizzato come classe dominante. E’ evidente che il comunismo deve essere supportato non dalla mera proprietà statale, bensì da quella collettiva dei produttori associati. Tuttavia, di tale proprietà collettiva debbono sussistere le condizioni oggettive; e queste non possono limitarsi a quelle materiali (la scienza e la tecnologia, l’organico coordinamento dei processi produttivi e la socializzazione delle forze produttive in essi operanti); è necessaria la formazione del lavoratore collettivo cooperativo, in quanto maggioranza della popolazione che non potrà non individuare nella classe capitalistica, ormai parassitaria ed estranea alla produzione, il proprio nemico da esautorare di ogni potere.

5. La teoria di Marx appare ben costruita ed estremamente realistica, tenuto conto degli sviluppi del modo di produzione capitalistico e dei caratteri più appariscenti che quest’ultimo manifestava alla metà dell’800; colpiva, in particolare, l’attenzione dell’osservatore la presenza di grandi stabilimenti industriali, di fabbriche di sempre maggiori dimensioni, in cui venivano impiegati sistemi meccanici sempre più giganteschi e complessi messi in moto, e seguiti quali loro mere appendici, da moltitudini di operai privi di specifiche qualificazioni, erogatori di un “lavoro in generale” la cui attribuzione alla categoria dell’“astrazione [….] non è soltanto il risultato mentale di una concreta totalità di lavori” poiché “l’indifferenza verso un lavoro determinato corrisponde a una forma di società in cui gli individui passano con facilità da un lavoro all’altro e in cui il genere determinato del lavoro è per essi fortuito e quindi indifferente. Il lavoro qui è divenuto non solo nella categoria, ma anche nella realtà (corsivo mio), il mezzo per creare in generale la ricchezza, ed esso ha cessato di concrescere con l’individuo come sua destinazione particolare. [….] Qui, dunque, l’astrazione della categoria ‘lavoro’, il ‘lavoro in generale’, il lavoro sans phrase, che è il punto di partenza dell’economia moderna, diviene per la prima volta praticamente vera (corsivo mio)”.

Nella fabbrica sono presenti, in quantità relativamente limitata rispetto all’esercito dei “soldati semplici”, cioè degli operai, dei lavoratori manuali ed esecutivi, “sottufficiali e ufficiali”, cioè sorveglianti, tecnici, ecc. Vi è poi un apparato amministrativo, di contabilità, non eccessivamente esteso, ed infine la proprietà che spesso ha l’ultima parola in fatto di direzione generale della produzione (di fabbrica), anche se quasi sempre coadiuvata da un ristretto gruppo di dirigenti stipendiati. In queste condizioni, nulla di più facile, e corretto per l’epoca, che pensare all’aumento continuo delle dimensioni delle unità produttive capitalistiche – sempre più vaste e ramificate, sempre più meccanizzate, dotate di attrezzature continuamente innovate e più potenti e produttive – come alla crescente estensione dei fenomeni appena indicati.

Tuttavia, va applicato a Marx quanto egli stesso sostenne più volte: l’analisi scientifica comincia sempre post festum, solo quando la nuova forma di un determinato organismo (non solo sociale) si è già formata da una forma precedente (e si ricordi sempre, al proposito, la ormai ben famosa analogia che rinvia all’anatomia della scimmia e a quella dell’uomo). Oggi siamo in presenza dell’“uomo” – il capitalismo moderno basato su quell’unità di produzione che è l’impresa – ed esistono perciò maggiori possibilità di capire anche la “scimmia”, cioè il capitalismo dell’epoca di Marx, la cui struttura produttiva appariva fondata sulla fabbrica, sullo stabilimento industriale. Non si possono imputare a Marx errori di valutazione. Egli ha compiuto nel miglior modo possibile, tenuto conto dei suoi tempi, l’analisi del modo di produzione capitalistico; sono i marxisti ad essere rimasti fermi a quelle analisi, certo assai affascinanti, che hanno però mostrato la corda nel corso di più di un secolo.

L’impresa odierna ha poco a che vedere con l’unità produttiva capitalistica tipica dell’800. La scienza economica, sia quella tradizionale che quella critica di derivazione marxista, ha continuato a trattare sostanzialmente l’impresa quale unità, cellula base, della produzione capitalistica, anche se di dimensioni sempre più grandi, enormi. L’impresa è unitaria esclusivamente sotto il profilo giuridico (e spesso nemmeno sotto questo). Essa è un coacervo, più o meno organico ma comunque sempre tendenzialmente organizzato secondo un assetto gerarchico, di più entità produttive, dove per produzione deve intendersi, in senso lato, un processo di trasformazione di certi input in certi output, assegnando alla trasformazione non soltanto un più stretto significato industriale (di fabbrica), ma anche quello di acquisizione e “lavorazione” dei dati amministrativi fra cui quelli contabili, di raccolta ed elaborazione delle informazioni riguardanti i mercati di acquisto (dei fattori produttivi) e di vendita (dei prodotti), di ricerca e applicazione di innovazioni (di processo e di prodotto), di studio dei modelli, dei materiali e dei metodi per realizzarli nella produzione effettiva, di acquisizione e gestione dei mezzi finanziari, di analisi dell’organizzazione del lavoro e delle relazioni (anche gerarchiche) interne a gruppi produttivi omogenei (omogeneità di prodotto o di tipo di lavorazione) e tra i gruppi, ecc.

Al di sopra di tutto questo corpo lavorativo – internamente assai differenziato come tipo e condizioni di lavoro, come livello gerarchico e di reddito e dunque come condizioni di vita e status sociale – esiste un apparato direttivo, suddiviso tra le diverse sezioni e dipartimenti dell’impresa; un apparato in parte costituito da tecnici, in parte da amministratori e da coordinatori di più vasti insiemi di unità lavorative costituenti l’impresa. Al vertice, infine, sta lo “Stato Maggiore”, i “generali” dell’esercito imprenditoriale moderno, costituito dal supremo gruppo dirigente – talvolta proprietario dei pacchetti azionari di comando dell’impresa, talvolta semplicemente remunerato con quello che appare essere uno stipendio – che hanno comunque, qualsiasi ne sia la formagiuridica, il reale controllo e possesso di tutti i mezzi, materiali e finanziari, impiegati nell’impresa, e che si interessa non tanto delle tecniche “produttive” in atto nei diversi dipartimenti imprenditoriali, quanto più specificamente delle politiche e delle strategie dell’impresa nei confronti dell’ambiente esterno – il mercato, l’insieme delle altre imprese con cui si è in relazione conflittuale, o anche di collaborazione ai fini della competizione con altri gruppi imprenditoriali, nonché il complesso degli apparati politici, delle istituzioni sociali, delle strutture massmediologiche, ecc. – oltre che delle funzioni di controllo generale di carattere interno, concernente le relazioni, spesso caratterizzate da forti frizioni, tra le (e il coordinamento delle) diverse parti di cui è formata l’impresa onde accrescerne la potenza e le capacità concorrenziali.    

Data la speciale strutturazione dell’impresa moderna, alcune conclusioni si impongono. La forma salariata del lavoro sembra estendersi sempre più, poiché anche molte funzioni dirigenti, persino al massimo livello, appaiono così remunerate. Sarebbe, però, voler chiudere gli occhi di fronte all’evidenza, non riconoscere che, dietro la forma, si nasconde ormai una sostanza di mille e mille tipi di lavoro tra loro profondamente diversi, sia in senso verticale (gerarchia, livelli estremamente differenziati di redditi salariali, di status sociale e di posizioni di potere, ecc.) sia in senso orizzontale in riferimento a lavori differenti pur se di livello (gerarchico e salariale) paragonabile. Non è per nulla in marcia un processo di più generale assimilazione di condizioni di lavoro, di vita, di status sociale, ecc., così come il marxismo ha sempre supposto con una tenacia, contraria all’evidenza, degna di miglior causa. Non è a tutt’oggi minimamente in atto una tendenza alla formazione di un corpo lavorativo, collettivo e cooperativo (“dal direttore all’ultimo giornaliero”), in cui si ricongiungano potenze mentali della produzione e lavoro manuale, attività direttiva ed esecutiva, in cui sia di rilevanza vieppiù minore che qualcuno presti la mente e qualcun altro il braccio ad un ormai comune progetto e sforzo lavorativo. Tanto meno sussiste la pretesa tendenza alla formazione del general intellect, dato lo specialismo sempre più esasperato che si afferma al livello delle tecniche produttive come della stessa scienza.

Se si è rivelata non realistica la previsione marxiana della formazione del lavoratore produttivo collettivo, nemmeno si può più sostenere che la proprietà capitalistica sia già divenuta, o anche semplicemente tenda a divenire, una semplice classe di rentier, di “tagliatori di cedole”, una nuova classe (quasi) signorile. Esiste senza dubbio un ceto di grandi finanzieri, spesso apparentemente autonomo rispetto all’economia reale (della produzione e dello scambio di merci), che si espande e rafforza il suo ruolo e le sue funzioni soprattutto in determinate fasi (ricorsive) dello sviluppo capitalistico. A parte però il fatto che sussiste anche una miriade di piccoli redditieri, reclutati in numerosi ceti sociali non facenti certo parte della classe dominante, la questione decisiva è che la grande finanza agisce comunque in stretto intreccio con l’alto management direttivo (a volte proprietario, a volte no) delle grandi imprese oligopolistiche, ceto sociale di cui – data la particolare configurazione sociale assunta dalla produzione capitalistica nell’attuale epoca – è difficile predicare l’inutilità ai fini della prosecuzione e dello sviluppo dell’attività produttiva in questa sua forma storicamente specifica, che trova ormai la sua base essenziale in quel particolare aggregato (organizzato) di entità lavorative denominato appunto impresa.

Non si tratta di un ceto direttamente produttivo, ma nemmeno parassitario, superfluo e dannoso per la produzione, così come si pensava della proprietà (centralizzata) dei capitali nel Manifesto e ne Il Capitale. E’ difficile sostenere che sia inessenziale – anzi proficua per la prosecuzione dell’attività imprenditoriale – la sua eventuale eliminazione, affidando tutti i compiti produttivi al corpo più immediatamente lavorativo; essendo quest’ultimo, come già detto, comunque suddiviso, in sé disarticolato, e cooperante solo perché subordinato ad una istanza gerarchicamente superiore, dato che è continuamente attraversato dal conflitto tra gruppi di lavoro non omogenei e dalla competizione per l’ascesa nella gerarchia. Semmai, potremmo stabilire un’analogia tra questo ceto dominante (che definiamo provvisoriamente complesso imprenditoriale e finanziario) e la classe dei mercanti nella fase di transizione al capitalismo. Una classe cosmopolita (la più colta all’epoca, mecenate delle arti, ecc.), capace di collegare le varie sezioni dell’economia europea e mondiale fra di loro, quindi utile ai fini dell’affermarsi del modo di produzione capitalistico; e tuttavia sostanzialmente conservatrice, e persino reazionaria, poiché frapponeva gravi ostacoli all’ulteriore sviluppo socio-produttivo – sia pur sempre di tipo capitalistico, ma specificamente capitalistico – in quanto quest’ultimo poteva mettere in discussione il suo stesso potere di classe dominante in quell’epoca “transitoria”.

6. A partire dal 1895 si sviluppò nel marxismo una ben nota polemica interna (il Bernsteindebatte), a seguito appunto delle critiche rivolte al pensiero marxiano dal revisionista Bernstein; questi affermava essere stata ampiamente smentita la tesi relativa alla crescente centralizzazione dei capitali, data l’ancora massiccia presenza della piccola dimensione d’impresa. La risposta degli ortodossi, Kautsky in testa a quell’epoca, sostenne che le piccole imprese erano residuali o comunque satelliti delle grandi imprese, leaders in tutti i vari settori merceologici, e che erano fortemente centralizzati il capitale finanziario e la proprietà capitalistica azionaria, ecc. Se Bernstein sbagliava, perché sottovalutava un processo che non a caso, proprio negli ultimi decenni del secolo scorso, stava conducendo alla fase monopolistica del sistema capitalistico, anche la risposta alle sue critiche non coglieva la sostanza del problema.

Dopo un altro secolo di sviluppo capitalistico, possiamo ben comprendere che le piccole, anche minute, imprese non sono residuali e non sempre sono satelliti di quelle oligopolistiche; non sempre, cioè, appartengono all’indotto di queste ultime, al sistema del subappalto, ecc. Oggi si parla spesso di reti di imprese o di imprese a rete, quale forma particolare del decentramento e della flessibilizzazione della produzione. Non entrerò, in questa sede, in un dibattito tanto attuale. Basti solo ricordare che tale decentramento, ecc., è tipico di ogni epoca di policentrismo capitalistico, di riapertura di una intensa fase competitiva tra i vari sistemi produttivi (a base nazionale e territoriale), tra le varie imprese, per l’egemonia nel (la direzione del) complessivo capitalismo mondiale. Quando si sviluppò il Bernsteindebatte, eravamo precisamente in un’epoca del genere, in cui i capitalismi tedesco e statunitense lottavano per la direzione dell’intero campo capitalistico, cioè per succedere all’Inghilterra; e la lotta terminò nel 1945 con l’affermazione temporanea degli USA.

In epoche (ricorsive) del genere si formano vasti apparati piccolo-imprenditoriali, non solo satelliti dell’oligopolio, ma anche largamente autonomi. Essi costituiscono la base di una vasta creazione di ricchezza – sia in termini reali che monetari, poiché questa è la forma generale che assume la ricchezza nel modo di produzione capitalistico – che viene poi spesso scremata, tramite l’azione degli apparati politici (Stato) e finanziari, a favore del già nominato complesso imprenditorial-finanziario (il ceto sociale dominante). Tuttavia, per poterlo scremare, tale settore piccolo-imprenditoriale deve anche continuare ad esistere; è quindi necessario trovargli, o fargli trovare, valvole di sfogo, sistemi per sopravvivere, nicchie produttive fondamentalmente autonome, al riparo dalla concorrenza, altrimenti micidiale, del grande capitale.

Anche i fenomeni appena sopra accennati provocano una enorme complicazione della strutturazione sociale della produzione, che ha poco a che vedere con la scissione della formazione sociale capitalistica in due fondamentali classi antagonistiche, una sempre meno numerosa (la proprietà capitalistica che andrebbe trasformandosi in una nuova classe di tipo signorile) ed una sempre più numerosa, la classe operaia o proletariato (come indicato ne Il Manifesto) o il corpo lavorativo sociale cooperativo, dal direttore all’ultimo giornaliero, come sottolineato nelle pagine sopra citate de Il Capitale.

Non voglio continuare a dilungarmi sull’argomento, ma a questo punto credo non possa esservi alcun dubbio che siamo oggi lontanissimi dalle affermazioni de Il Manifesto e, appena un po’ meno, da quelle de Il Capitale. Dobbiamo veramente ricominciare l’analisi della società a modo di produzione capitalistico dominante. Marx ci può certamente aiutare in quest’opera, ma soprattutto per l’uso che possiamo fare di una serie di categorie teoriche da lui elaborate (non è un caso che io continui ad utilizzare quella di modo di produzione capitalistico, ma l’impiego di altre è altrettanto possibile e utile). Sarebbe però errato in radice non ridiscutere radicalmente le ipotesi, che egli formulò in merito agli sviluppi successivi di detto modo di produzione, e le previsioni che da ciò egli trasse con riferimento al possibile, assai probabile, affermarsi della società comunista, di cui pensava esistessero tutte le condizioni oggettive: quelle materiali e quelle riguardanti la formazione della classe antagonistica rispetto al capitale.

In base alle conoscenze di cui siamo per il momento in possesso, discutere della necessità o probabilità, o anche semplice possibilità, del comunismo è esattamente come discutere dell’esistenza o meno di Dio. Ci si può credere oppure no, ritenerla fortemente auspicabile oppure temerla; ma in una discussione simile, per favore, non coinvolgiamo Marx ed Engels che pensavano di aver posto la questione in modo scientifico. Adesso sappiamo che così non è; o almeno non lo è, e non lo sarà, fino a quando non saremo in grado di individuare reali nuove tendenze intrinseche allo sviluppo del modo di produzione capitalistico che producano, oggettivamente, i soggetti della trasformazione – e di una trasformazione avente la direzione della società comunista – senza che questi ultimi vengano inventati a getto continuo dalla fervida fantasia di certa sinistra (sedicente comunista) odierna, senza immaginare di convincere le masse con l’ideologia della “buona volontà”, con l’appello ai “buoni sentimenti”. In questo modo, ci si troverebbe a promuovere processi di sempre maggiore degenerazione e decadimento di un’idea un tempo comunque grandiosa, che verrebbe propugnata da sempre più ristretti, infimi, gruppi di “fedelissimi”, miserabili e disadattati, al seguito di capetti corrotti e nichilisti, di ben meschina levatura.

 

GIANFRANCO LA GRASSA: DISCUSSIONE SU MARX (10 PARTI)

gianfranco

Vi presentiamo le discussioni di La Grassa su Karl Marx. Le “lezioni” approfondiscono molti temi sviluppati in questi anni dal pensatore  veneto sulla teoria marxiana, non per ristabilire la “verità” su quel che Marx avrebbe detto esattamente ma per eliminare i troppi fraintendimenti che ancora oggi obnubilano il nucleo essenziale dei suoi studi sul capitalismo a matrice inglese. Tali errori forniscono una cattiva interpretazione del passato e si ripercuotono anche sulla comprensione del presente che, invece, necessita di un nuovo apparato categoriale di riferimento per essere inteso nei suoi elementi essenziali. Seguire l’esempio di Marx vuol dire proprio far progredire la scienza sociale, superando i dogmatismi e i preconcetti, soprattutto quelli di un marxismo ormai ossificato e lontano dalla realtà. La Grassa opera questo tentativo individuando gli elementi decisivi per Marx e quanto si è, invece, sviluppato antiteticamente alle sue ipotesi predittive.

 

 

 

La proprietà non è un furto

Karl-Marx

 

Ogni tanto, nonostante si tratti di questioni chiuse da un pezzo, qualcuno riesuma il “povero” Proudhon per opporlo a Marx. Viene detto che seguendo le idee del primo il socialismo non sarebbe mai degenerato nel terrorismo rosso e nel leninismo burocratico di Stato che raggiunse l’apice con le atrocità collettivistiche di Stalin. Sono tutte sciocchezze sesquipedali ripetute da pseudo intellettuali prezzolati i quali celano le proprie incomprensioni teoriche dietro belle ma inutili parole come la solidarietà sociale. L’episodio emblematico fu quello del ‘78 allorché il Psi, assistito da due mediocri personaggi, Luciano Pellicani e Luciano Cafagna, tirò fuori un inesistente Proudhon mezzo liberale e mezzo craxiano per criticare il “violento e intollerante Marx”. L’operazione fu talmente carnevalesca, benché supportata da contingenti esigenze politiche, che chi la eseguì sentirà per sempre ridersi alle spalle finché vivrà ed anche oltre. Eppure Marx, con molta tristezza, non poté fare a meno di mettere Proudhon di fronte alle sue contraddizioni pur avendo avuto iniziale stima di lui. Proudhon stava facendo troppa confusione tra filosofia ed economia, nonostante Marx gli avesse riconosciuto il merito di aver aperto il suo linguaggio alla modernità economica. Tuttavia: “Proudhon non ha che idee imperfette, confuse e false circa il fondamento di ogni economia politica, il valore di scambio: il che lo conduce a vedere le basi di una nuova scienza in una interpretazione utopistica della teoria del valore di Ricardo. Infine io riassumo il mio giudizio generale sul suo punto di vista con queste parole: ‘ Ogni rapporto economico ha un lato buono e uno cattivo: è questo l’unico punto sul quale Proudhon non si smentisce. Il lato buono egli lo vede esposto dagli economisti; quello cattivo lo vede denunciato dai socialisti. Egli prende a prestito dagli economisti la necessità dei rapporti eterni; dai socialisti l’illusione di vedere nella miseria solo la miseria” (invece di vedervi l’aspetto rivoluzionario, distruttivo che rovescerà la vecchia società). “E si trova d’accordo con gli uni e con gli altri, volendosi appoggiare all’autorità della scienza, che, per lui, si riduce alle esigue proporzioni di una formula scientifica; è l’uomo alla ricerca delle formule. Quindi Proudhon si vanta di aver fornito la critica e dell’economia politica e del comunismo: mentre si trova di sotto dell’una e dell’altro. Al di sotto degli economisti, poiché come filosofo che ha sotto mano una formula magica, ha creduto di potersi esimere dall’entrare in dettagli puramente economici; al di sotto dei socialisti, poiché non ha né sufficiente coraggio né sufficienti lumi per elevarsi, non fosse altro in maniera speculativa, oltre l’orizzonte borghese… Vuole librarsi, come uomo di scienza al di sopra dei borghesi e dei proletari; e non è che il piccolo borghese, sballottato costantemente fra il capitale e il lavoro, fra l’economia politica e il comunismo’. ” (Marx)
Dunque, checché ne dica Pellicani, il pensiero di Proudhon non sarebbe servito per “l’universalizzazione dei valori liberali, non già la loro negazione; la socializzazione del mercato, non già la sua distruzione; la saldatura fra democrazia economica e democrazia politica, non già la tirannia ideocratica dei custodi sacerdotali della Gnosi dialettica”.
Questi sono giudizi in libertà di chi ha voluto compiacere le mode dei propri tempi per conciliare l’inconciliabile. Anzi, Marx critica in Proudhon, l’assoluta mancanza di contatto con la realtà: “A sentir lui, l’uomo non è che lo strumento di cui l’idea ovvero la ragione eterna si serve per svilupparsi. Le evoluzioni di cui parla Proudhon debbono essere evoluzioni quali si compiono nel seno mistico dell’idea assoluta. Ma se si strappa il sipario di questo linguaggio mistico, ciò significa che Proudhon ci fornisce l’ordinamento in cui le categorie economiche si sistemano all’interno del suo cervello”.
Più grave però è che i comunisti di ieri e i nostalgici di oggi non abbiano capito che per il pensatore tedesco la proprietà non fosse un furto. In ciò sono stati Proudhoniani anziché marxisti senza nemmeno rendersene conto.
Tanto Engels che Marx furono precisi sul punto:
“Se si traducono i giuochi di prestigio della produzione capitalistica in questo linguaggio semplice, nel quale essi si manifestano apertamente come furto, si rendono impossibili. (Engels)
“Poiché il ‘furto’in quanto violazione della proprietà presuppone la proprietà, così Proudhon ha finito col perdersi in confuse e cervellotiche discettazioni sulla vera proprietà borghese”.
Persino nel film “Le jeune Karl Marx” del 2017, di Raoul Peck, c’è una bellissima scena in cui Marx incontra Proudhon e chiede spiegazioni sulla proprietà che sarebbe un furto. Qui Marx dice”se rubo la proprietà di qualcuno sto rubando un furto?” Una battuta che fulmina Proudhon. https://m.youtube.com/watch?v=abeNVdxLvTg

In nessun caso la proprietà si fonda sul furto, come sosteneva Proudhon, e non sono rapine quella che avvengono nella produzione, di beni o di servizi, o nei mercati azionari. Non è un gioco delle tre carte quello finanziario. I cervelli banali dei filosofi lo pensano. Lo spiega perfettamente Engels nell’ Anti-Dühring (la citazione è lunga ma necessaria):

<<In generale la proprietà privata non appare affatto nella storia come risultato della rapina e della violenza. Al contrario. Essa sussiste già, anche se limitatamente a certi soggetti, nella comunità primitiva naturale di tutti i popoli civili. Già entro questa comunità essa si sviluppa, dapprima nello scambio con stranieri, assumendo la forma di merce. Quanto più i prodotti della comunità assumono forma di merci, cioè quanto meno vengono prodotti da essa per l’uso personale del produttore e quanto più vengono prodotti per il fine dello scambio, quanto più lo scambio soppianta, anche all’interno della comunità, la primitiva divisione naturale del lavoro, tanto più diseguali divengono le fortune dei singoli membri della comunità, tanto più profondamente viene minato l’antico possesso comune del suolo, tanto più rapidamente la comunità si spinge verso la sua dissoluzione e la sua trasformazione in un villaggio di contadini parcellari. Per secoli il dispotismo orientale e il domino mutevole di popoli nomadi conquistatori non poterono intaccare queste antiche comunità; le porta sempre più a dissoluzione la distruzione graduale della loro industria domestica naturale operata dalla concorrenza dei prodotti della grande industria. Così poco si può parlare qui di violenza, come se ne può parlare per la sparizione che avviene anche oggi dei campi posseduti in comune dalle “Gehöferschaften” [comunità di villaggio] sulla Mosella o nello Hochwald; i contadini trovano che è precisamente nel loro interesse che la proprietà privata del campo subentri alla proprietà comune. Anche la formazione di un’aristocrazia naturale, quale si ha nei celti, nei germani e nel Punjab basata sulla proprietà comune del suolo, in un primo tempo non poggiò affatto sulla violenza, ma sul consenso e sulla consuetudine. Dovunque si costituisce la proprietà privata, questo accade in conseguenza di mutati rapporti di produzione e di scambio, nell’interesse dell’aumento della produzione e dell’incremento del traffico: quindi per cause economiche. La violenza qui non ha assolutamente nessuna parte. È pur chiaro che l’istituto della proprietà privata deve già sussistere prima che il predone possa appropriarsi l’altrui bene; che quindi la violenza può certo modificare lo stato di possesso, ma non produrre la proprietà privata come tale. Ma anche per spiegare “il soggiogamento dell’uomo allo stato servile” nella sua forma più moderna, cioè nel lavoro salariato, non possiamo servirci né della violenza, né della proprietà fondata sulla violenza. Abbiamo già fatto menzione della parte che, nella dissoluzione delle antiche comunità, e quindi nella generalizzazione diretta o indiretta della proprietà privata, rappresenta la trasformazione dei prodotti del lavoro in merci, la loro produzione non per il consumo proprio, ma per lo scambio. Ma ora Marx ha provato con evidenza solare nel “Capitale”, e Dühring si guarda bene dal riferirvisi sia pure con una sola sillaba, che ad un certo grado di sviluppo la produzione di merci si trasforma in produzione capitalistica, e che in questa fase “la legge dell’appropriazione poggiante sulla produzione e sulla circolazione delle merci ossia legge della proprietà privata si converte direttamente nel proprio diretto opposto, per la sua propria, intima, inevitabile dialettica. Lo scambio di equivalenti che pareva essere l’operazione originaria si è rigirato in modo che ora si fanno scambi solo per l’apparenza in quanto, in primo luogo, la quota di capitale scambiata con forza-lavoro è essa stessa solo una parte del prodotto lavorativo altrui appropriato senza equivalente, e, in secondo luogo, essa non solo deve essere reintegrata dal suo produttore, l’operaio, ma deve essere reintegrata come un nuovo sovrappiù (…) Originariamente il diritto di proprietà ci si è presentato come fondato sul rapporto di lavoro (…) Adesso” (alla fine del suo sviluppo dato da Marx) “la proprietà si presenta, dalla parte del capitalista come diritto di appropriarsi lavoro altrui non retribuito ossia il prodotto di esso, e dalla parte dell’operaio come impossibilità di appropriarsi il proprio prodotto. La separazione tra proprietà e lavoro diventa conseguenza necessaria di una legge che in apparenza partiva dalla loro identità” In altri termini: anche se escludiamo la possibilità di ogni rapina, di ogni atto di violenza, di ogni imbroglio, se ammettiamo che tutta la proprietà privata originariamente poggia sul lavoro proprio del possessore, e che in tutto il processo ulteriore vengano scambiati solo valori eguali con valori eguali, tuttavia, con lo sviluppo progressivo della produzione e dello scambio, arriviamo necessariamente all’attuale modo di produzione capitalistico, alla monopolizzazione dei mezzi di produzione e di sussistenza nelle mani di una sola classe poco numerosa, alla degradazione dell’altra classe, che costituisce l’enorme maggioranza, a classe di proletari pauperizzati, arriviamo al periodico affermarsi di produzione vertiginosa e di crisi commerciale e a tutta l’odierna anarchia della produzione. Tutto il processo viene spiegato da cause puramente economiche senza che neppure una sola volta ci sia stato bisogno della rapina, della violenza, dello Stato, o di qualsiasi interferenza politica. La “proprietà fondata sulla violenza” si dimostra qui semplicemente come una frase da spaccone destinata a coprire la mancanza di intelligenza dello svolgimento reale delle cose>>.

Ancora oggi non è stata capita la dinamica del vecchio capitalismo di matrice inglese, immaginatevi quanto siamo indietro sull’attuale comprensione della formazione sociale capitalistica di matrice americana. Lasciamo perdere Proudhon, lasciamo stare in parte anche Marx (che però sta a Proudhon come un Galilei sta ad un alchimista) e pensiamo finalmente la storia e la scienza sociale dei nostri giorni, così convulsi e faticosi.

L’OGGETTIVITA’ DELLE DINAMICHE SOCIALI, di GLG

gianfranco

L’OGGETTIVITA’ DELLE DINAMICHE SOCIALI

PRIMA PARTE

PARLIAMO DI MARX

1. Assai spesso quella che indichiamo quale oggettività (addirittura “realtà oggettiva” proprio “vera”) è invece un’intersoggettività mascherata. Ad es., anche la “lotta di classe”, cui si riferiva Althusser – cui nei tempi che furono demmo giustamente molti meriti per lo svecchiamento del marxismo – sembrava qualcosa di superiore ad ogni volontà soggettiva, una specie di demiurgo del reale, che procedeva per conto suo, coinvolgendo i soggetti in lotta. In realtà, già a quel tempo non ero affatto convinto che avesse posto la questione nei giusti termini. Di fatto, ogni singolo soggetto in lotta non poteva non pensarsi coinvolto da qualcosa che andava al di là della sua volontà, della stessa prevedibilità del suo andamento e risultato finale. Tuttavia, mi sembrava contraddittorio concludere che tale lotta portava esattamente alla formazione di due (e solo due) classi sociali fra loro antagoniste: borghesia e proletariato, classe capitalistica e classe operaia. La prima classe, borghesia, era quella proprietaria dei mezzi di produzione; la seconda, proletariato od operai, aveva il solo possesso della capacità (o forza) di lavoro, da vendere come merce per poter vivere. E queste due diverse forme di possesso sarebbero state appunto il risultato dello scontro tra due classi, in realtà già definite nei termini di proprietà dei mezzi produttivi o di semplice forza lavorativa? Secondo me, un autentico circolo vizioso del tutto irrisolvibile.

In definitiva, quella presa per “oggettività” non si situava a monte del conflitto tra i soggetti (le classi), era semplicemente il conflitto stesso. Non a caso Althusser sostenne che la classi stesse si formavano nel reciproco confronto, non erano come due squadre già costituite che entravano nel “campo da gioco”. Ma ho già appena detto del pieno circolo vizioso in cui ci si avvita. In Marx, al contrario, tali squadre erano proprio già in essere quando poi andavano alla “lotta di classe”. Non venivano ad esistenza in quest’ultima; prima di scontrarsi in (supposto) netto antagonismo, si erano progressivamente enucleate e consolidate nel processo storico della transizione dal feudalesimo al capitalismo. La borghesia (proprietaria non della sola terra, ma di tutti i mezzi di produzione) era venuta crescendo all’interno della formazione sociale precedente e aveva infine sconfitto la classe (feudale) dominante in essa, ponendo in essere il fondamentale movimento di liberazione dai vincoli servili di enormi masse di individui (in un primo tempo coinvolti nel vagabondaggio), che per poter vivere nulla avevano da offrire se non la propria forza lavorativa, alla fine venduta come merce alla nuova classe dominante (il cui primo nucleo di rilevante importanza era stato non a caso quello dei mercanti).

Di conseguenza, quando si pensano le dinamiche sociali occorre certo una preliminare indagine di dati svolgimenti storici. Bisogna poi ricordare che non esiste dinamica alcuna senza la sussistenza di conflitti e tensioni più o meno acuti. Infine si deve pensare al formarsi di una situazione oggettiva, che stia a monte del conflitto e ne orienti le modalità e le conseguenze. Ed è questa situazione a “creare” i soggetti in lotta in quanto esige certo che ci siano dei PORTATORI della stessa. Non sono però questi ultimi, con la loro presunta volontà e intenzioni soggettive, a determinare l’andamento storico degli eventi. Fare teoria esige allora una qualche conoscenza storica, pur magari sommaria e non fatta soltanto di ricerche d’archivio, ecc. ecc. Poi però la teoria, se non vuol solo dedicarsi ad una sorta di introspezione psichica dei cosiddetti grandi personaggi, degli “eroi” e via dicendo, deve sottrarsi alla complessità del reale (che mai si conoscerà nella sua REALTA’ effettiva.), deve fissare alcuni termini della situazione studiata (che in realtà sono sempre molto variegati e “in subbuglio”) e da qui fare derivare appunto – salvo modifiche in fondo abbastanza marginali, anche se ad alcuni storici piuttosto superficiali sembrano invece di enorme portata – i comportamenti di quelli che, appunto, diventano semplici PORTATORI “soggettivi” di un movimento fondamentalmente OGGETTIVO, anche se i termini dello stesso non possono essere individuati nella loro in(de)finita complessità, ma ridotti ad alcuni elementi che si ritengono essenziali, i più decisivi e ricchi di effetti.

Allora, in definitiva, l’althusseriana “lotta di classe” è stato un espediente di scarsa riuscita se         voleva delineare un’oggettività dei conflitti intersoggettivi e della formazione dei gruppi in conflitto. Nella concezione del filosofo francese, i vari soggetti lottano e in questa lotta si vanno poi formando le classi. Perché queste vengano di fatto ridotte a due – in antagonismo irriducibile, che alla fine conduce al mutamento storico di una determinata formazione sociale in altra – non viene secondo me chiarito adeguatamente. Gira e rigira, in tale conflitto – appunto considerato nel suo aspetto dualistico, estremamente semplificato e non convincentemente spiegato – non esiste effettiva oggettività esterna e al di sopra dei soggetti in esso implicati. La lotta resta pur sempre di carattere intersoggettivo. Secondo me, la visione dualistica è senz’altro tipica del marxismo, discende proprio dal pensiero di Marx; tuttavia, questi suppone un ben preciso percorso storico che porta la borghesia alla proprietà di tutti i mezzi di produzione mentre di fronte ad essa – una volta caduti i vincoli servili – si pone un’altra classe di soggetti, che non hanno altro da offrire, vendendola come merce, la propria forza lavorativa (e produttiva). Le due classi sono proprio come due squadre di calcio, già costituite, che entrano nel campo da gioco con la “propria maglietta”. Vediamo un po’ il ragionamento di Marx.

2. E’ notorio che Marx prende la sfera economica quale “base” della società sulla quale si ergono poi le sovrastrutture politiche e ideologiche. Non vi è affatto uno stretto determinismo, ma indubbiamente tale sfera, in sostanza quella produttiva, è considerata la principale e strutturante la società complessiva. Marx non parla della produzione in quanto semplice processo lavorativo nei suoi aspetti tecnici ed organizzativi; egli prende in considerazione invece i rapporti sociali detti appunto di produzione in quanto struttura portante del modo di produzione, che è il nucleo essenziale (strutturale appunto) della società o formazione sociale. Del modo di produzione, incardinate nella sua rete di rapporti sociali di forma storicamente specifica, sono parte integrante le forze produttive (oggettive, cioè i vari mezzi di produzione, e soggettive, la capacità lavorative dei soggetti produttori), il cui sviluppo è senz’altro elemento assai dinamico e di mutamento dei modi di produrre (che non c’entrano nulla, sia chiaro, con le modalità produttive, essendo forme peculiari dei rapporti sociali esistenti nella sfera in questione).

In Marx, gli individui, i soggetti umani, non sono quelli empirici, concretamente esistenti con le loro singole particolarità. Egli li tratta come determinazioni (dei rapporti) sociali (di produzione). Già nella Prefazione a “Il Capitale” precisa la questione; e semmai dice, en passant, che talvolta detti soggetti possono elevarsi (un tantino) al di sopra di queste loro determinazioni, ma non sfuggire ad esse. In realtà, quindi, gli individui, nella teoria marxiana, sono maschere sociali, vengono considerati per i ruoli (le “caselline”) che occupano in quanto ad essi assegnati dalla specifica struttura dei rapporti di produzione caratterizzante quella storicamente data formazione sociale.

All’inizio del “Manifesto” del ’48, Marx afferma che “tutta la storia è storia di lotte di classi”. Egli ne indica sempre due fondamentali e fra loro antagoniste in quanto dominante e dominata. Esse sono definite tenendo appunto conto della priorità della sfera produttiva nell’evoluzione della società; e sono contraddistinte dalla proprietà o meno dei mezzi di produzione: proprietari di schiavi e schiavi (che sono produttori e mezzi di produzione nel contempo), feudatari (proprietari della terra) e servi della gleba (vincolati ad una data terra), mastri artigiani (proprietari della bottega) e garzoni, capitalisti (proprietari di tutti i mezzi di produzione) e operai, ecc. La proprietà o meno dei mezzi produttivi caratterizza in definitiva le due classi antagoniste; e l’individualità dei loro componenti è semplice accidentalità rispetto alla classe cui sono assegnati in base a detto connotato (“storicamente specifico”).

La proprietà (non semplicemente giuridica, bensì l’effettivo “potere di disporre”) dei mezzi produttivi è già un elemento oggettivo che precede ogni conflitto tra i due soggetti antagonisti (proprietari e non proprietari). La lotta tra i due non crea la proprietà o l’assenza di proprietà; potrà al massimo variare la distribuzione di tale proprietà. E’ la proprietà (sua presenza per una classe e assenza per un’altra) il carattere che definisce le due “squadre” in competizione antagonistica; proprio come se esse fossero già formate, contrariamente a quanto Althusser sosteneva. Al massimo tali squadre possono cambiare alcuni dei loro giocatori (che da proprietari diventano non proprietari e viceversa).

Siamo più precisi ancora. In realtà, le due classi antagonistiche (e l’antagonismo, ripetiamolo, si basa sul controllo o meno dei mezzi di produzione) si formano, prima ancora della loro reciroca lotta, in determinati processi storici che attraversano la società in fase di transizione da una data formazione sociale (strutturata in base ad un determinato modo di produzione) ad un’altra. Prendiamo pure il passaggio, fondamentale per il costituirsi della nostra forma di società (soprattutto dei suoi rapporti sociali di produzione), dal feudalesimo al capitalismo. Ricordiamo innanzitutto il processo di recinzione delle terre, su cui Marx si diffonde molto nel capitolo sull’accumulazione originaria (XXIV del I libro de “Il Capitale”). Le terre vengono messe a pascolo – per allevare pecore, la cui lana viene esportata in Olanda per alimentare la sua industria tessile – e masse di contadini vanno ad alimentare il vagabondaggio. Le manifatture artigiane diventano di tipo capitalistico e, nella competizione mercantile, pur esse alimentarono le masse di vagabondi che infine diventeranno lavoro salariato. Più tardi si ebbe la decisiva rivoluzione industriale (1760-70/1830-40) con introduzione delle macchine ed espulsione massiccia dei lavoratori, già salariati ma ancora in possesso di parziali saperi artigiani; infine venne formandosi la vera classe operaia in senso già moderno.

Una volta stabilizzatasi la divisione tra proprietà complessiva dei mezzi di produzione (e formazione della classe detta borghesia, ma con netta predominanza di quella industriale) e lavoro salariato (ormai appunto classe operaia), inizia effettivamente la “lotta di classe” dell’epoca prettamente capitalistica, che alla fine mostrerà di non essere antagonistica nel senso pensato dai marxisti tradizionali e mai da essi “riveduto e corretto”. Comunque la lotta si sviluppa, cresce, una volta “coagulatesi” le classi in contrasto nella compravendita della forza lavoro. Non è la lotta a dar vita alle classi, il processo logico è il contrario (anche se storicamente ben si capisce la confusione e intreccio tra i due aspetti del problema). Semmai, la lotta serve ad alterare la composizione e la consistenza delle due classi. Tuttavia, anche su questo punto, il marxismo non ha dato sufficiente rilevanza ad un aspetto del conflitto in corso, che non è così duale e ben definito come gli anticapitalisti avrebbero voluto.

Fondamentale è stata la competizione tra proprietari, che conduce al processo di centralizzazione dei capitali nella società industriale. In effetti, nel marxismo vi è stata sempre una sostanziale sottovalutazione di detta competizione (mercantile) tra capitalisti che – pur non antagonistica nello stesso senso di quella tra le “due classi” definite dalla proprietà o meno dei mezzi produttivi – è del tutto necessaria per dar vita a quella dinamica sociale, intrinseca al modo di produzione capitalistico, da cui deriva la previsione marxiana (ormai contraddetta dalla storia di un secolo e mezzo) di transizione dal capitalismo alla formazione socialista e poi comunista. Ne tratteremo diffusamente più avanti.

E’ adesso necessario ricordare un altro fattore rilevantissimo di tipo oggettivo, estrinseco alla “lotta di classe”, fattore che viene prima di quest’ultima, la mette in moto e la spiega. Vediamo un po’. Marx accetta dai classici la teoria del valore dei beni prodotti in quanto lavoro in essi incorporato. Tale lavoro, pur essendo di varia complessità (e, dunque, di differente qualità), viene sempre ridotto ad una data quantità: il lavoro COMPLESSO è multiplo di quello considerato SEMPLICE, mai lo stesso bensì sempre di tipo diverso in ogni determinata epoca storica. L’uomo è l’unica specie animale realmente in grado di produrre più di quanto è necessario al suo sostentamento; il prodotto è variabile e in aumento tendenziale con il passare del tempo e delle generazioni. Inoltre, l’uomo è animale che fabbrica strumenti e accresce la produttività del lavoro. Quindi, pur ad un valore (lavoro incorporato) magari costante, la quantità di beni prodotti cresce comunque. E non semplicemente cresce la quantità, ma pure la loro varietà poiché l’uomo moltiplica i suoi bisogni oltre lo stretto necessario del vivere animale.

Indichiamo come PLUSPRODOTTO la quantità e varietà dei beni al di sopra della sussistenza umana, che è ovviamente di carattere storico-sociale e non certo soltanto biologico; anch’esso cresce tendenzialmente nel corso dell’evoluzione della società umana. Per semplicità, denotiamo con N la quantità del lavoro NECESSARIA a produrre i beni che costituiscono il sostentamento storico-sociale degli esseri umani; e con M il PLUSLAVORO incorporato nel PLUSPRODOTTO. Il pluslavoro è pure PLUSVALORE, data la concezione del “valore-lavoro”, da Marx appunto ereditata dagli economisti “classici”. Ovviamente, PLUSPRODOTTO e PLUSLAVORO (quindi PLUSVALORE) sono fra loro in correlazione diretta; certamente, però, con l’aumento della produttività del lavoro (evoluzione delle tecniche e dell’organizzazione dei processi produttivi/lavorativi), la quantità dei beni prodotti cresce a parità di N + M (lavoro/valore complessivo incorporato nel prodotto totale); e anche lo stesso pluslavoro/plusvalore (M) può dunque rappresentarsi in quantità crescenti dei beni di cui consta il plusprodotto.

Nella teoria marxiana, mi sembra chiaro che la quantità di lavoro costitutiva del valore di ogni bene prodotto non dipende SOPRATTUTTO dall’interazione tra soggetti umani; non è tanto una INTERSOGGETTIVITA’ conflittuale (ad es. la “lotta di classe”) quanto invece una OGGETTIVITA’ (non del tutto ma largamente) autonoma rispetto a quest’ultima per quanto, ovviamente, dipenda dal lavoro speso dai soggetti per produrre i vari beni. Tale spesa di lavoro, insomma, viene – dal punto di vista logico – prima della “lotta”; quest’ultima serve semmai a definire, nella somma lavorativa complessiva, quale parte rappresenta N (lavoro necessario ad ottenere la parte di prodotto, che serve alla sussistenza dei produttori) e quanto M (il pluslavoro, dunque plusvalore, che va alla classe dominante, proprietaria dei mezzi produttivi; quello denominato nella nostra forma di società profitto capitalistico). Semmai, è ancora una volta da non dimenticare la lotta interclasse (competizione mercantile tra capitalisti) che certo dà un contributo alla diminuzione di spesa lavorativa (e dunque di valore) per unità di bene prodotto. L’innovazione tecnica e organizzativa, che riduce la quantità di lavoro (valore) di detta unità, dipende sempre meno nella società di avanzato progresso tecnologico dall’altezza del salario operaio – questa concezione è in larga parte diffusa dai sindacati dei lavoratori, ormai divenuti apparati burocratici che pesano su questi ultimi più di quanto non ne difendano gli interessi – e sempre più dalla necessità della competizione anche tra grandi concentrazioni produttive.

Un’altra delle concezioni errate non del solo marxismo (anche di molti liberali assai “arretrati”) è stata quella secondo cui la centralizzazione dei capitali, la creazione delle grandi imprese, avrebbe dato vita al monopolio (più precisamente oligopolio) con riduzione della competizione e dunque del progresso tecnologico. Anche qui si nota la grande capacità intuitiva di Lenin. Egli disse con molta chiarezza che il monopolio non avrebbe portato all’attenuazione della concorrenza, bensì l’avrebbe spinta al suo massimo livello. Ma aggiunse che ciò dipendeva non semplicemente dalla competizione interimprenditoriale per i mercati, bensì pure dall’ancor più violento conflitto tra potenze per la supremazia mondiale. Chi ha visto giusto? Il fatto è che Lenin ha dovuto principalmente dedicarsi alla rivoluzione in senso proprio. Fosse stato nella situazione di Marx, ne avrebbe ben colto i limiti – dovuti fondamentalmente all’analisi esclusiva dell’unico vero capitalismo avanzato a metà ‘800, quello inglese (borghese) – e avrebbe riformulato ampie parti della sua teoria in base all’entrata nella grande epoca dell’imperialismo (lotta antagonistica tra potenze), che giungeva all’effettiva “maturità” già nei primi decenni del XX secolo. E’ stato dunque piuttosto corretto definire la teoria, certo assai più elaborata da Marx, marxismo-leninismo; anche se poi i successivi “marx-leninisti” hanno dato cattiva prova di sé (compreso chi scrive, sia chiaro).  

3. Abbiamo adesso tutto quanto ci serve a comprendere meglio i meccanismi della società moderna, quella detta capitalistica, in cui si generalizza la produzione di beni nella forma di merci fra loro scambiabili. Potrebbe esserci anche scambio di merce contro merce (baratto); tuttavia, nella società capitalistica lo scambio è mediato dal denaro (nelle sue diverse figure monetarie) che funge da equivalente generale. Ciò rende enormemente più agevole e generalizzato lo scambio dei beni in quanto merci. In detto scambio si afferma, IN MEDIA, l’equivalenza delle merci passate di mano. Questa è una legge oggettiva, nel pensiero marxiano, non dipende certamente da una interattività conflittuale tra gli scambisti. E’ ovvio che sono in gioco due soggetti, altrimenti vi sarebbe l’acquisizione personale e l’autoconsumo. Questo è il comportamento di Robinson, che in effetti non presuppone il mercato, il quale semmai segue in quanto incontro tra i vari Robinson; ognuno d’essi ritiene di avere prodotto fin troppo di un determinato bene, che soddisfa solo uno dei suoi molti bisogni, e dunque lo scambia con altri beni (di altri Robinson) per soddisfare al massimo grado possibile la molteplicità delle sue esigenze di consumo. In Marx (come nei classici), il mercato precede “logicamente” il soddisfacimento dei bisogni poiché – pur esistendo negli “interstizi” della società da tempi antichi – si è generalizzato nel processo storico della transizione dal feudalesimo al capitalismo. Il mercato è rifornito tramite la produzione di beni che sono MERCI fin dal momento del loro apprestamento; sono quindi già merci IN POTENZA e poi lo sono IN ATTO una volta avviate al mercato.

In definitiva, si produce avendo già in vista lo sbocco nel mercato; quest’ultimo detta perciò le sue leggi. In questo senso, Smith parla della “mano invisibile” del mercato, che orienta il comportamento dei produttori. Non è ognuno d’essi (ogni singolo Robinson) a decidere di scambiare con gli altri il sovrappiù del bene prodotto in relazione al suo bisogno; tutti hanno già di fronte a loro questa situazione generale detta mercato e in base ad essa ognuno decide la produzione del bene che lì comunque dovrà affluire. In Marx, fino a questo punto, non c’è grande diversità da Smith. Che cos’è infatti il “feticismo della merce”, di cui parla subito nel primo capitolo della sua opera fondamentale? Non è l’alienazione (del produttore nel prodotto, distaccatosi ahimè da lui, dalla sua personalità, che per ciò stesso “soffre”) come pensano i filoso-fessi che mai hanno capito qualcosa del pensatore di Treviri. La merce è un “feticcio” (un oggetto/idolo cui si attribuisce un potere magico e superiore alla “libera” volontà umana), che si impone ai soggetti suoi produttori. E s’impone tramite questa legge oggettiva, indipendente dalla volontà dei produttori: la legge dello scambio tra equivalenti (in media), cioè tra prodotti/merce che hanno lo stesso valore, essendo costati la stessa spesa di lavoro. Poi, subentra semmai il conflitto tra gli scambisti (l’intersoggettività) che altera tale equivalenza a favore di uno dei due; ma l’alterazione ha sempre come punto di partenza, come sua base oggettiva, l’equivalenza dei tempi di lavoro, cioè dei valori delle merci.

Questo il carattere di “feticcio” che si appiccica alle merci, cui si devono inchinare gli scambisti pur nella competizione reciproca, che condurrà alla soddisfazione chi in essa prevarrà e allo sconforto chi soccomberà. Lo sconforto deriva insomma dal fallimento nella competizione, non nasce per la separazione dal frutto del proprio lavoro. Simile misera conclusione è del tutto simmetrica, anche se diversa, rispetto alla concezione del singolo Robinson che soddisfa il suo bisogno e porta al mercato il sovrappiù. Siamo sempre nell’idea di una somma di tanti individui, ben costituiti in questa individualità, che poi entrano in relazione fra loro, essendovi in un certo senso costretti da un personale bisogno. Nei classici come in Marx la socialità invece precede l’individualità; nessuno può essere individuo se non nell’ambito di un sistema di relazioni (rapporti) sociali, formatosi storicamente e caratterizzato da un susseguirsi di vari conflitti (per Marx soprattutto quelli definiti “lotta di classe”) che vi si svolgono nel progressivo trasformarsi ed evolversi di detto sistema.

4. Una volta arrivati a questo punto, il gioco è già stabilito con le sue regole ben precise a causa dei processi storici che hanno condotto alla liberazione di tutti gli individui umani da ogni vincolo di schiavitù o servaggio, dividendoli tuttavia in una minoranza che ha la proprietà dei mezzi produttivi ed in una maggioranza che ne è priva. Quest’ultima come fa a vivere? Come può ricongiungersi con tali mezzi senza i quali non può riprodurre la sua esistenza? Ha quanto serve a rendere effettivamente produttivi quei mezzi di proprietà altrui; ha cioè la sua capacità di lavoro, manuale e intellettuale, direttiva ed esecutiva, ecc. Non può però fornirla direttamente alla minoranza proprietaria, perché da questa è nettamente separata appunto dall’assenza della servitù; gode di una cosiddetta libertà che in tal caso rischia di tradursi in condanna a non poter sopravvivere. C’è però il mercato, la “suprema divinità”; in questo si può vendere anche la capacità di lavoro (la forza lavoro). Basta rispettare nello scambio l’equivalenza già segnalata. La forza lavoro non ha valore diretto, non è costata spesa di lavoro in un processo produttivo. Si aggira l’ostacolo: esiste la spesa lavorativa per produrre i beni indispensabili alla sussistenza (storico-sociale, non biologica) dei lavoratori (produttori). Il gioco è fatto.

La forza lavoro, in quanto merce, viene pagata (sempre “in media”) al suo valore; il lavoratore riceve quanto è necessario alla sua riproduzione di essere vivente in una determinata fase storica dell’evoluzione della società (ormai capitalistica). Questo NECESSARIO costa per l’appunto una data spesa di lavoro, avvenuta in precedenti processi produttivi che hanno messo capo ai beni indispensabili alla sussistenza del possessore e venditore di forza lavoro. L’essere umano – che, come già sappiamo, è l’unica specie animale capace di metter capo al plusprodotto – eroga più lavoro di quanto non sia necessario a produrre i beni per la sua sussistenza. Una volta che la forza lavoro sia stata acquisita tramite il pagamento di un prezzo (salario), in media corrispondente al lavoro incorporato nei suddetti beni per la sussistenza (ripeto: storico-sociale e non puramente biologica) del lavoratore (e produttore), essa eroga nel processo di lavoro, che sostanzia la produzione, una quantità di lavoro supplementare (pluslavoro), rappresentante il “di più” di valore (plusvalore) del prodotto rispetto a quello dei mezzi di produzione utilizzati e dei salari pagati ai produttori. Del plusvalore si appropria chi fornisce detti mezzi di produzione (e la terra), cioè il loro proprietario che per ciò stesso gode del profitto (e della rendita per la terra).

Anche per questa via si riscontra il feticismo che si appiccica alle merci. In questo caso, si tratta di una merce del tutto particolare, la forza lavoro o capacità lavorativa. Essa viene venduta (dal lavoratore) e comprata (dal capitalista proprietario) al suo valore/lavoro. La legge del valore si afferma oggettivamente, indipendentemente da ogni volontà e decisione degli scambisti, si impone ad essi. L’oscillazione del prezzo (salario) attorno al valore è processo dipendente dai rapporti reciproci tra quantità domandata e offerta; così come per ogni altra merce. Questa indipendenza del prezzo della merce dalle decisioni soggettive dei due scambisti non comporta alienazione di nessuno dei due; può consentire a volte arricchimento (e non solo materiale appunto) di entrambi. Tutto dipende dai metodi del cosiddetto plusvalore RELATIVO, uniti ad un ampliamento della produzione, con possibile invenzione di nuovi prodotti ed eventuale crescita della domanda di forza lavoro; problemi su cui qui sorvolo. L’aumento del profitto non è solo accrescimento della ricchezza, il capitalista non è un Arpagone. Quando sale pure il salario, migliora il tenore di vita dei lavoratori, anche in tal caso non necessariamente limitato al solo suo lato materiale.    

Può esserci, e anzi normalmente c’è, conflitto tra le due schiere di scambisti; e il salario (che dietro la forma monetaria occulta il tempo di lavoro necessario a produrre i beni con esso acquistati) oscilla allora al di sopra o al di sotto del suo valore. Tuttavia, la media, il punto base attorno a cui la lotta conduce l’oscillazione del salario è il valore della forza lavoro (il lavoro speso per produrre i beni indispensabili alla vita del suo possessore). Risulta perciò evidente che l’oggettività del valore di scambio della forza lavoro viene LOGICAMENTE prima del conflitto tra i due scambisti, prima di quella che viene detta lotta tra capitale e lavoro, quasi sempre semplicisticamente identificata e dunque confusa con la “lotta di classe”, quella che in Marx non conduceva ad oscillazioni salariali attorno al valore (legge oggettiva dello scambio), ma si riferiva al ben più gigantesco e generale combattimento tra due raggruppamenti sociali opposti per il superamento della formazione sociale capitalistica. E – guarda caso – anche tale lotta trasformativa dei rapporti sociali (di produzione) aveva come passo antecedente un processo oggettivo: l’estraneazione progressiva dei proprietari dalla direzione dei processi produttivi e la formazione in questi ultimi del corpo dei “produttori associati” (“dal dirigente all’ultimo giornaliero”, cap. XXVII del III libro de “Il Capitale”).

Tale processo avrebbe realmente creato – secondo quanto pensava erroneamente Marx – la BASE SOCIALE dell’espropriazione dei capitalisti e la proprietà (potere di disposizione) collettiva dei mezzi di produzione da parte di tale corpo dei produttori associati (il “lavoratore collettivo cooperativo” come l’ho definito io). Il vero conflitto intersoggettivo sarebbe nato intorno alla conquista e poi distruzione della macchina statale borghese, l’organo d’ultima difesa dei proprietari resi ormai estranei alla produzione (di cui, in una prima fase capitalistica, avevano la direzione) a causa di una dinamica sociale del tutto oggettiva. Non per le “belle idee” di giustizia, di eguaglianza e tutte le altre autentiche invenzioni di un comunismo che pensava d’essere marxista mentre sprofondava in una visione del tutto ideologica; e perfettamente fallimentare poiché giustizia ed eguaglianza si possono raggiungere, per chi sia profondamente e realmente religioso, soltanto in un’altra dimensione del tutto incomparabile con quella terrena.

Come vedete, in Marx vi è sempre un processo oggettivo che precede, e dunque fonda, l’intersoggettività dei contendenti, degli schieramenti in lotta. Sia se questa è semplicemente sindacale – con oscillazione del salario attorno al valore, cioè al tempo di lavoro necessario a produrre la sussistenza dei possessori e fornitori della forza lavoro – sia che miri invece alla trasformazione della formazione sociale capitalistica, cioè in definitiva della sua “base economica” (i RAPPORTI SOCIALI DI PRODUZIONE), che andava liberata dalla sua “sovrastruttura” – lo Stato borghese, da abbattere, distruggere – sostituendola con tutt’altro organismo (ma anche qui dobbiamo soprassedere). E’ chiaro, stupidi “comunisti” soltanto moralisti e per ciò stesso ipocriti? Voi alla fine avete combinato un sacco di guai e screditato proprio il comunismo con un tipo di lotta insensata perché inconsapevole dell’oggettività di dati processi storici, mai guidati dalla volontà degli individui sia pure raccolti in massa tramite forti ideologie. Si voleva “costruire” il socialismo. Incoscienti! Il socialismo non si costruisce, si deve formare oggettivamente nel processo storico dell’evoluzione capitalistica. La rivoluzione avrebbe quindi soltanto il compito di portarlo in evidenza e in primo piano, lottando contro i “portatori soggettivi” di un vecchio e ormai superato sistema di rapporti sociali – di produzione, per cui il potere decisivo era quello di proprietà, quello di disporre dei mezzi produttivi – ormai disfatto e impossibilitato a reggere. Se questo sistema invece ha retto – e siamo stati noi a dover constatare il completo disfacimento di quanto si credeva d’aver “costruito” – si deve capire d’avere sbagliato qualcosa nella propria analisi. Invece alcuni scriteriati hanno ripiegato, da perfetti miserabili e meschini di pensiero, sui “buoni sentimenti”, su ciò che sarebbe “il bene per l’umanità”, sull’“eguaglianza” che sarebbe il desiderio della “maggioranza”. Andate pure con Bergoglio e non procurate altri danni a qualcosa che ha comunque dato vita ad un grandioso processo di trasformazione; solo non verso il socialismo! E tanto meno il comunismo!!

5. Come credo di aver chiarito con estrema evidenza nelle “Dieci discussioni su Marx” (video che spero apparirà infine nel “mercato” on line ma anche in libreria), la previsione marxiana – relativa alla formazione del corpo dei produttori associati in antagonismo con la classe dei proprietari ormai avulsi dalla sfera produttiva e dediti ad operazioni in quella finanziaria e dintorni – non si è affatto realizzata. Gli stessi immediati successori di Marx (sia riformisti che rivoluzionari) considerarono, molto realisticamente, i dirigenti produttivi degli “specialisti borghesi”, assegnati quindi di fatto alla classe antagonistica di quella lavoratrice, ridotta soltanto agli operai di fabbrica nel senso specifico in cui furono poi intesi per tutto il secolo (e passa) successivo. Non esisteva più il “nocciolo oggettivo” (e complessivo in campo produttivo), che assicurava già il passaggio al socialismo, necessaria fase di transizione al comunismo.

Si leggano le poche pagine dell’ultimo paragrafo del cap. XXIV del I libro de “Il Capitale” (capitolo sull’ “accumulazione originaria”), di cui cito al momento solo le righe finali: <<<La trasformazione della proprietà privata sminuzzata poggiante sul lavoro personale degli individui [quella produzione mercantile caratterizzata dalla presenza di tanti piccoli produttori/proprietari, cui Sismondi voleva tornare arretrando dalla società ormai trasformata dalla prima rivoluzione industriale; nota mia] in proprietà capitalistica [da una parte i proprietari e dall’altra i produttori, fornitori di merce forza lavoro, che alla fine del processo storico del capitalismo diverranno il “lavoratore collettivo cooperativo” di cui si è detto; nota mia] è naturalmente un processo incomparabilmente più lungo, più duro e più difficile della trasformazione della proprietà capitalistica, che già poggia di fatto sulla conduzione sociale della produzione [appunto quando siamo alla fase finale del processo cui ho appena accennato; nota mia], in proprietà sociale. Là si trattava dell’espropriazione della massa della popolazione [però ormai costituita dai piccoli produttori/proprietari in competizione mercantile, cioè liberi dalla schiavitù o dal servaggio feudale; nota mia] da parte di pochi usurpatori [il gruppo di capitalisti ormai avulsi dalla sfera produttiva e solo adusi ai giochi finanziari, di borsa, ecc., fase finale dell’evoluzione capitalistica; nota mia], qui si tratta dell’espropriazione di pochi usurpatori da parte della massa del popolo [guidata dall’associazione dei produttori “dal primo dirigente all’ultimo giornaliero”; nota mia]>>>.

Avete capito? Già quando Marx scrive (a metà ‘800), si stavano secondo la sua convinzione consolidando, nella “base economica” (la produzione), le condizioni fondamentali del socialismo (non ancora il comunismo, non si faccia confusione). Era solo necessaria la “rivoluzione proletaria” – nel senso di quella che Lenin (in “Stato e rivoluzione”) definì “distruzione della macchina statale borghese”, ancora in mano agli “usurpatori” – al fine di creare lo “Stato di dittatura proletaria”, non più strumento di dominio della borghesia (proprietaria privata dei mezzi di produzione), ma dell’insieme dei produttori associati, ormai in piena disposizione collettiva dell’uso di quei mezzi. Altro che le idiozie dei poveri sciocchi e ignoranti, distruttori del marxismo, che al crollo del sedicente “socialismo” e dell’URSS si misero a dire: in fondo per il passaggio dal feudalesimo al capitalismo ci sono voluti secoli; quindi avremo il socialismo e comunismo fra qualche secolo. Non sto scherzando. Alle riunioni delle riviste marxiste, tenutesi grosso modo tra il ’92 e il ’94 a Roma, sentii deficienti, osannati come grandi intellettuali marxisti, dire simili assurdità per consolarsi del fallimento totale del loro “rivoluzionarismo” sessantottardo. E oggi sono questi sciocchi (qualcuno è morto, ma ne restano ancora) a imperversare in TV e giornali per difendere tutto il marcio di quella che viene ancora chiamata “sinistra”, schierata con gli Usa più criminali – quelli che hanno provocato il terribile disordine a partire dall’aggressione alla Serbia fino alla “primavera araba” con sconvolgimenti tuttora in svolgimento – e con il marcio filo-europeismo di “popolari” (democristiani) e “socialisti” ormai degenerati in puri devastatori della nostra antica civiltà.              

Politicamente bisogna silenziarli. Il problema è che solo gli stupidi sottovalutano l’importanza di una più attenta comprensione dei processi storici che sono stati vissuti negli ultimi secoli. Come ho detto più volte, sono i dementi del “vale più la pratica della grammatica”. Non si è in grado di parlare, facendosi capire, senza l’uso di una grammatica. Oggi è riesploso il vecchio e strasuperato liberalismo con la sua falsa democrazia (“una testa e un voto”, altra espressione dei dementi o dei farabutti) e il liberismo in economia. In fondo, non si supera (teoricamente) il vecchio “robinsonismo” anche quando si crede di poterlo fare parlando di macro invece che di microeconomia. Resto dell’idea che Marx sia allora un migliore punto di partenza. Proprio perché ammette la piena libertà degli scambisti nel mercato, non parla certo alla Dühring del profitto capitalistico ottenuto con la spada in pugno (tesi non molto differente da quella del becero e degenerato operaismo sessantottardo con il suo “comando capitalistico”). Solo che “sotto il mercato” sta un altro carattere capitalistico fondamentale: appunto la separazione tra proprietà (potere di disposizione) dei mezzi di produzione e produttori solo “fornitori” di forza lavorativa.

Nelle “forme che precedono la produzione capitalistica”, tale forza lavoro deve essere ceduta dai produttori (i dominati nella società) ai controllori dei mezzi produttivi (fra cui la terra, in un certo senso la principale per millenni), che sono i dominanti; e lo deve in modo forzato a causa di rapporti di schiavitù, servaggio, ecc. In ogni caso, come detto in più occasioni, la specie animale uomo (e non solo il sapiens, anche se poi è restato solo quest’ultimo) produce più di quanto è necessario alla sua esistenza e riproduzione: c’è insomma un plusprodotto. Ed è quest’ultimo che i dominati devono per forza, a causa dei suddetti rapporti di dipendenza, cedere ai dominanti. Nel passaggio al capitalismo – più precisamente, al modo di produzione capitalistico, modo caratterizzato da una specifica forma dei rapporti sociali di produzione – cade ogni vincolo servile. Tutti sono “liberi ed eguali”. No, qui c’è un inganno fondamentale. Il processo storico conduce questi “liberi” allo scambio generalizzato nel mercato. E in tale luogo si può certo affermare infine la libertà di contrattazione; con il “piccolo particolare” che i contraenti non sono in condizioni di eguaglianza nella loro “libertà”. La competizione iniziale tra i piccoli “produttori/proprietari” (si veda il passo marxiano citato all’inizio del paragrafo) conduce all’accentrarsi della proprietà in una parte (“classe”) della società, sempre più minoritaria, mentre alla maggioranza (altra “classe”) non resta che vendere come merce la propria forza lavorativa. E per quanto abbiamo già detto circa lo scambio delle merci (“in media”) al loro “valore-lavoro”, i produttori/lavoratori cedono di fatto il plusprodotto ai proprietari (dei mezzi produttivi). Da qui tutto il tema della “lotta di classe”, intesa da alcuni in senso riformistico, da altri in senso rivoluzionario; e che avrebbe dovuto portare alla trasformazione del modo di produzione capitalistico. Non mi diffondo su questo enorme argomento (di storia ultrasecolare oltre che di teoria), su cui sono state scritte, credo, milioni di paginate (alcune migliaia perfino da me). Andiamo oltre.

6.  Il marxismo resta, secondo la mia opinione, la teoria della società più avanzata. Il liberal-liberismo ne ha prodotto una diversa, che ci racconta alcune realtà – non la “realtà” alla quale, sia chiaro, non attinge nemmeno il marxismo poiché nessuna teoria la può riprodurre nella sua tumultuosa, fluida, continuamente mutevole “consistenza” – restando però alla superficie dei fenomeni. Si può forse criticare l’uso della terminologia “essenza/fenomeno” (almeno io preferisco non usarla), ma esiste comunque una “superficie” ed una “profondità” sottostante. Oppure, si può usare un’altra immagine: il “palcoscenico” e il “dietro le quinte”, dove si preparano i cambiamenti di scena. Il liberal-liberismo resta appunto alla superficie, al palcoscenico. Il marxismo pone il problema di dove la dinamica sociale “più profonda” prepara gli eventi visibili in superficie, nel palcoscenico. Questo merito di Marx non va minimamente rigettato, anzi rivendicato e difeso contro l’arroganza e prepotenza delle teorie di “superficie”, del tutto congrue alle classi dominanti nella formazione sociale capitalistica. E anche contro i falsi critici di tali dominanti, che fanno appello alle ancora più superficiali – anzi “amputanti” – dichiarazioni di tutti i chiacchieroni sulla generosità e bontà umana, sulla misericordia da mostrare verso i propri simili, sulla volontà di darsi al bene di tutti.

A volte costoro sono in buona fede; spesso sono invece dei falsari, sono dediti alla menzogna, all’inganno, al raggiro. I simili sono invece dissimili; ogni individuo è diverso dagli altri, ha una sua specifica differenziazione. Ciò è particolarmente rilevabile tra gli uomini, ma lo si nota bene anche tra gli animali di maggior rilievo. Sono inoltre convinto che se avessimo strumenti sofisticati in modo oggi impossibile a pensarsi, potremmo perfino distinguere il diverso comportamento di ogni singola formica (di una stessa specie) nel suo nido d’appartenenza. Ed è tutto dire parlando dei formicai. Tornando agli individui umani, questi sono un necessario misto di bene e male, di generosità ed egoismo, di apertura ad alcune amicizie sincere e alla chiusura verso chi si avverte ostile e pericoloso. C’è chi ha l’ambizione d’essere ritenuto un eroe e chi non ce la fa ad esserlo e si comporta da vigliacco. Si desidera essere miti e non aspirare alla supremazia, ma altri inseguono il contrario o sono costretti ad essere aggressivi anche nella semplice difesa del proprio ambito. E via dicendo, si potrebbe continuare ancora per un pezzo.

Il vero fatto è che la morte di ogni cosa sta appunto nella ben nota entropia, dove tutto è eguale, piatto, oscuro, indistinguibile. La vita esige il conflitto, l’affermazione di una propria individualità, di una specifica diversità. La vita deve sempre mangiare altra vita per vivere. Anche i poveri vegetariani, che si credono tanto generosi verso gli animali, devono comunque sopprimere la vita dei vegetali. Non viviamo di rocce e terra, di sabbia e polvere. Ciò che è vitale continuerà ad esserlo nutrendosi di altra vita. L’amore, l’amicizia, ecc. sono sentimenti decisivi proprio perché consentono di “stringersi a coorte” e di annientare il nemico, l’odiato. Così si sopravvive, sciocchi “umanitari” (molto spesso farabutti o autentici criminali). Se si ama, se si aspira a qualche cambiamento positivo della nostra vita, sia individuale che sociale, bisogna essere pronti ad affrontare e spesso sopprimere quelli che si trovavano meglio nelle vecchie situazioni e che per mantenerle sono pronti a perseguitarti ed eliminarti.

I dominanti nella società in cui viviamo – quella detta capitalistica troppo genericamente perché di capitalismi (se così vogliamo continuare a chiamarli) ce ne sono stati almeno due (inglese e statunitense) e altri ne stanno venendo (o sono già venuti?) – si attengono alla superficie, al palcoscenico, troppo spesso limitato al solo mercato, perché in questo tipo di mascheramento del conflitto (ridotto alla “virtuosa” concorrenza) perdura il loro potere e la supremazia di alcuni di loro su altri, che accettano la sudditanza appunto per “durare”. Marx andò sotto la “superficie”, “dietro le quinte”, per porre in piena luce i più decisivi processi (la “determinazione sociale”), che stabiliscono dominanti e dominati, che affermano la supremazia della parte sociale minoritaria su quella maggioritaria. Questo suo “approfondimento” non va buttato a mare, tornando alla “superficie” (per di più quella mercantile, proprio la più falsificatrice della realtà) e al semplice e banale (e spesso disgustosamente furfantesco) “umanitarismo”, alla ignobile farsa della “difesa dei più deboli”, “degli ultimi”. Gli “ultimi” abbiano il coraggio di diventare estremamente violenti, eliminando, proprio come mossa iniziale, gli “umanitari”; allora si accorgeranno subito di quanto saranno avvantaggiati nella lotta contro “i primi”. L’insegnamento di Marx, il suo sforzo di indagare la “regia” di quanto viene “recitato sul palcoscenico”, deve perciò essere recuperato o quanto meno tenuto presente nello sforzo di approfondire realmente la dinamica sociale “più profonda”.

Ed è qui dove, a mio avviso, ci si trova oggi in “ritardo”. Per quanto mi riguarda ho preso atto dei punti di debolezza del modello teorico marxiano, già mutato di coordinate rilevanti dai suoi immediati successori: sia un Kautsky e sia un Lenin, anche se in modi assai diversi. Ed è appunto su tale punto che sviluppo le per me non irrilevanti “dieci discussioni su Marx”. Qui mi limiterò ad un riassunto.

 

RIANDIAMO UN PO’ ALLA STORIA! UN DIBATTITO NON INUTILE

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1. Nel 1972, su Critica marxista, uscì un articolo di Emilio Sereni, improntato allo “storicismo” tipico del marxismo italiano, che di fatto lanciò un dibattito sulla centralità o meno, nel marxismo, dello sviluppo delle forze produttive o invece della trasformazione dei rapporti di produzione, ai fini del passaggio da una formazione sociale all’altra, cioè da un modo di produzione, considerato il nocciolo fondamentale della formazione sociale, ad un altro. A Sereni rispose Luporini; e da lì iniziò appunto il dibattito che vide la partecipazione di molti studiosi marxisti, in particolare italiani e francesi, fra cui Althusser e alcuni della sua scuola. A quel dibattito partecipai anch’io, da poco tornato dal soggiorno a Parigi (all’EPHE, oggi EHESS) dove avevo studiato con Bettelheim, passato all’impostazione althusseriana dopo un periodo di maggiore ortodossia. In seguito a quel dibattito si formarono in Critica marxista alcuni gruppi di studio sui modi di produzione divisi per fase storica: quello antico (e schiavistico), quello feudale, quello capitalistico e il modo di produzione asiatico. Il terzo si sarebbe dovuto interessare anche della formazione sociale di transizione al socialismo. In definitiva, l’unico gruppo che funzionò fu quello sul modo di produzione antico (diretto da Aldo Schiavone), che pubblicò anche un volume con gli Editori Riuniti.

Quel dibattito, se seguito da qualcuno ignaro di marxismo e comunismo, poteva forse apparire quasi “teologico”. In ogni caso, non credo che la maggior parte dei “militanti di base” del Pci fosse in grado di capire che cosa si giocava in esso; anche se poi, alla fin fine, non fu giocato quasi nulla perché il Pci non era disponibile ad alcuna rimessa in discussione della propria linea, tanto più che la prevalenza nel partito stava andando alla nuova segreteria berlingueriana, addirittura interessata al “trasferimento”verso il capitalismo occidentale (io avrei dovuto capirlo fin dall’autunno del ’71 in seguito ad un importante incontro alle Botteghe Oscure; rimasi invece perplesso e afferrai il problema un po’ più tardi, comunque ben prima di altri e del famoso viaggio di un “plenipotenziario” piciista nel 1978, in costanza di rapimento Moro). In ogni caso, la nuova direzione del Pci non era per nulla intenzionata a disquisire su problemi come quelli dibattuti a “Critica marxista” nel ’72, riguardanti di fatto la lotta al capitalismo e la possibilità di transizione al socialismo. Tuttavia, è interessante comprendere il senso ultimo di quella discussione poiché si tratta, da una parte, di qualcosa di non irrilevante per la storia del comunismo e del suo pensiero; e poi perché serve a rendersi conto come, dietro a questioni apparentemente teoriche, considerate dai più astruse, si celino precise scelte di linea politica, che guidano poi determinate pratiche delle varie forze in campo.

Affinché si renda più comprensibile quanto si discusse alloraricordo brevemente, e non con intenti professorali, che le forze produttive venivano distinte in soggettive ed oggettive. Le prime riguardano la capacità lavorativa umana, con le sue prerogative e abilità specifiche (se ci sono); le seconde si riferiscono alle condizioni della produzione esterne a detta capacità lavorativa,quelle su cui quest’ultima si esercita (ad es. la terra o varie materie prime da essa fornite) o che l’assistono nella lavorazione come la strumentazione e la tecnologia (e quindi la scienza che ne è pur sempre alla base), ecc. Tale distinzione va ricordata perché la polemica contro la tesi del primato delle forze produttive si è spesso esercitata con riferimento a quelle oggettive – tutte le ciance sulla necessità di rallentare lo sviluppo e la stessa ricerca scientifica, tornando a tecnologie ritenute più blande e meno dannose per la natura – mentre esalta, in realtà relegandola al compimento di maggiori sforzi e fatica, la capacità di lavoro del “soggetto umano” (o dell’Uomo).

E’ bene tenere presente che quel dibattito era comunque condotto tra studiosi con una buona, o almeno più che discreta, conoscenza del marxismo, a differenza di quelli che seguiranno dopo l’infausto ’68 (scusate se ormai lo valuto abbastanzanegativamente), una vera débacle per il Marx scienziato dellediverse formazioni sociali succedutesi nella storia della società umana; e, in particolare, di quella capitalistica. La conoscenza comune di allora consentiva una polemica a volte aspra, ma appunto condotta alla guisa di quelle dottrinarie interne ad un’unica religione; la discussione, cioè, avveniva in base ad una terminologia teorica in larga parte condivisa, caratterizzatasoltanto da differenziazioni nell’interpretazione e nelleconseguenze pratiche che ne derivavano. In definitiva, nella polemica ci s’intendeva, si sapeva bene dove erano situati i punti di contrasto; e si era ben consci del significato politico del dissenso, non riguardante esclusivamente i “massimi sistemi”, le “alte concezioni” dell’Umanità e dei suoi “destini ultimi”.

Insomma, anche i filosofi marxisti, in quanto reali conoscitori di tale corrente di pensiero e delle sue finalità in tema di lotta per il comunismo, erano ben consapevoli della posta in gioco: la linea politica adottata dalle varie organizzazioni denominate comuniste. Oggi, tutto questo non esiste più. Ci sono filosofi vaneggianti e scienziati alla ricerca di nuovi paradigmi teorici per comprendere le dinamiche dell’attuale formazione sociale (o formazioni sociali), in cui solo dei visionari pseudocomunisti (o degli incalliti vetero-anticomunisti) possono credere esista ancora qualcosa da definirsi comunismo o anche solo socialismo. Il povero Marx è stato triturato e ricondotto al minuscolo cervello dei miseri e opportunisti intellettuali dell’ultimo mezzo secolo. Ogni discussione con simili personaggi appare ormai sterile; allora no, il contrasto tra marxisti aveva un senso e notevoli effetti pratici.  

   

2. Lo scopo politico della discussione, tralasciando i tesori di dottrina che comunque venivano esibiti, si può, credo, sintetizzare come farò qui di seguito. I teorici delle forze produttive – cioè del loro sviluppo in quanto molla decisiva (pur con la possibilità di qualche “azione di ritorno”: dai rapporti alle forze) della trasformazione dei rapporti sociali di produzione e dunque dell’intera società – sostenevano tale tesi per giustificarel’attendismo, l’accoccolarsi entro i meccanismi di riproduzione dei rapporti nelle società del campo capitalistico (“occidentale”), coadiuvando di fatto i loro gruppi dominanti con la scusa che non era ancora matura la trasformazione sociale per l’immaturità dello sviluppo delle forze in oggetto.

Ovviamente, questa tesi centrale era contornata da tutta una serie di altre argomentazioni, che fungevano da sua cintura protettiva, soprattutto tesa però a creare una fitta nebbia in cui non si intravedesse il nocciolo centrale: l’attendismo e il ripiegamento su posizioni di sostanziale supporto (subordinato) allo sviluppo capitalistico. Vi erano i discorsi sull’utilizzo della “democrazia” parlamentare (cioè elettoralistica, dunque nulla a che vedere con il preteso “governo del popolo”) per accrescere l’influenza delle “masse lavoratrici” sulle classi dominanti,considerate solo in quanto proprietarie private dei mezzi produttivi (e dei capitali monetari). Si trattava in realtà di captare i voti di queste masse per essere accettati all’interno dei gruppi di vertice eintegrarsi nel sistema dei meccanismi (ri)produttivi del capitale, in modo che una parte dei dirigenti (in specie sindacali o di cooperative) potesse accedere alla proprietà capitalistica stessa, mentre l’apparato di partito sarebbe divenuto l’organo privilegiatodi rappresentanza nella sfera politica di questi nuovi spezzoni di classe dominante. Non avvertite un che di odierno?

Un gran battage fu sollevato intorno al fumoso discorso concernente le “riforme di struttura” (cardine dell’altrettanto nebbiosa “via italiana al socialismo”), di cui mai si precisò con nettezza il significato e la portata; le proposte in merito furonoappena abbozzate e tutto sommato avanzate per fare scena, e nascondere alla “base” il proprio progressivo cambio di casacca(scrissi sull’argomento un preciso articolo nei primi anni ’70, che è stato pubblicato qualche anno fa nel sito Conflitti e strategie). Infine vi fu il blaterare sull’appoggio all’industria “pubblica”, che doveva servire a contrastare, e dunque calmierare, le pretese arroganti del monopolio privato. In realtà, era più facile contrattare vie di collaborazione con i gruppi dominanti – chiedendo fra l’altro di essere accettati quale una delle loro rappresentanze nella sfera della politica – attraverso contatti con le frazioni dei partiti governativi aventi influenza sui (o che subivano l’influenza dei) gruppi manageriali delle grandi imprese “pubbliche”. Ve l’immaginate un membro del Pci, o un aderente stretto al partito, che facesse in quegli anni carriera nelle alte o almeno medio-alte vette delle grandi imprese private? Fiat, Pirelli, Olivetti o che so io potevano al massimo finanziare giornali e case editrici, in cui facevano “bella mostra” di sé intellettuali pseudo-comunisti: o di stampo riformista o di quel tipo“ultrarivoluzionario” che serviva a far meglio risaltare il “buon senso” del riformismo (su cui poi del resto è ripiegata la stragrande maggioranza degli “ultrarivoluzionari”). Invece, nelle imprese “pubbliche” si trovava, anche ai piani alti o medio-alti del management, un certo numero di individui addestrati nell’imprenditoria “rossa” (sic!); talvolta in modo palese, altre volte copertamente, ma comunque sempre ammessi nella stanzadelle decisioni dei dominanti.

Questa era comunque la “cintura protettiva” – per subornare le “masse” della più dotta tesi circa la centralità dello sviluppo delle forze produttive: tesi, però, nella versione in uso nei partiti comunisti del campo capitalistico e specialmente nel PCI. Nel campo socialista che tale non era mai stato, ma lo si è capito un po’ tardi; e ancora adesso buona parte degli scribacchini, di qualsiasi orientamento ideologico, nemmeno lo sospetta la tesi in oggetto era presentata in forma diversa. In tale area si sosteneva che i rapporti sociali erano già per l’essenziale stati trasformati;non però in rapporti comunisti, come pensano alcuni ignorantissimi intellettuali e politicanti odierni, bensì piùsemplicemente in rapporti socialisti, primo stadio del comunismo. Il problema fondamentale sarebbe stato allora rappresentato da un certo qual avanzamento dei rapporti rispetto allo sviluppo suddetto; si riteneva quindi indispensabile adeguare quest’ultimo ai rapporti.

In ogni caso, in entrambi i filoni di quel movimento comunista da noi (che ci pensavamo autentici marxisti-leninisti) accusato di “revisionismo”, si affermava che bisognava prestare massima, e centrale, attenzione alle forze produttive. Così agendo, si sarebbe finalmente preparata la base per la trasformazione dei rapporticapitalistici; e in modo indolore, non violento, senza rivoluzione, con pieno rispetto delle forme democratico-parlamentari. Questa la tesi riformistica, gradualista, sostenuta in occidente (campo capitalistico). A est (nel cosiddetto “socialismo reale”), la tesi serviva ai fortemente centralizzati (e del tutto verticistici) gruppi al potere per soffocare ogni critica ad essi, che avrebbe soltantoprovocato l’indebolimento della trasformazione dei rapporti,appunto pensati come già socialisti, da irrobustire invece tramite l’ulteriore sviluppo delle forze produttive.

Negli anni ’60, in particolare nella loro seconda metà, pur essendomi allontanato dal Pci nel ’63, ero discretamente edotto delle pratiche del partito, molto produttive in fatto di poteri acquisiti nell’ambito dell’organizzazione e riproduzione dei rapporti capitalistici. Andai da Bettelheim a Parigi – e non a Cambridge od Oxford o all’MIT, ecc., mossa essenziale per la carriera accademica in un paese ormai succube degli Stati Uniti e del campo “atlantico” – perché interessato alla critica, non soltanto politicistica ma pure teorico-dottrinale, delle tesi “revisioniste”, gradual-riformistiche, del presunto comunismo italiano. Quindi, all’epoca del dibattito di cui si sta parlando, conoscevo bene la portata d’esso, che cosa si stava giocando; eche, lo ribadisco, in effetti non si giocò per il veloce tralignare delpiciismo in senso filo-“occidentale” (pur in modo mascherato fino allo sfacelo del “blocco sovietico”). Purtroppo ci fu chi nemmeno intuì, almeno a spanne, un simile sbocco e si mise di fatto nelle mani di certe “trame”, in specie elaborate dai Servizi dei paesi orientali per motivi già più volte indicati in altri miei scritti; ma che poi provocarono la reazione di quelli occidentali, appoggiati da buona parte dei “poliziotti” piciisti, con la creazione di un caosin cui chi non si era tirato indietro in tempo fu travolto negli anni detti “di piombo”. Anni in cui il tanto declamato (per incutere timore e violento anticomunismo) “terrorismo rosso” non fu tanto rosso, bensì frutto di trame e lotte segrete tra vari Servizi e forze politiche “occidentali” per arrivare infine, una volta crollato il sedicente “socialismo”, alla svolta in Italia con la distruzione della prima Repubblica e il tentativo di creare un nuovo regime fondato appunto sui postpiciisti (del “tradimento”); tentativo di fatto fallito per l’insipienza e rara inettitudine dei dirigenti di quel partito che mutò nome e colori più di un camaleonte.

Ricordo, en passant, che molti – anche alcuni ancora in circolazione ma di cui non farò il nome – mi criticarono a quel tempo come “criptorevisionista” per aver compreso in tempo con buona approssimazione cosa stava avvenendo nel Pci e dintorni, e nel non aver mai voluto partecipare ad una lotta scriteriata e balorda condotta senza alcuna protezione, allo sbaraglio – contro il revisionismo, lotta che non poteva che condurre dove ha condotto certi “compagni”: galera o tradimento o tutti e due! Il fatto è che io non sono un vero intellettuale. Sono un prodotto della medio-alta “classe” imprenditoriale e ho sufficiente concretezza per capire che le “idee” non orientano il mondo. Purtroppo sono un prodotto mal riuscito che non voleva essere“padrone”, ma nemmeno servo come sono gli intellettuali (quasi tutti); e purtroppo chi non sta da una precisa parte subisce le piùmalefiche conseguenze. Così non sono un miliardario (padrone) e nemmeno un “maître à penser” (servo ignobile ma ben pagato). E nemmeno un “esperto”, portaborse di qualche “Maestro” e andato ad “allenarsi” nel mondo accademico anglo-americano, giocando al ritorno per qualche anno al marxista o al critico liberal per essere infine chiamato a cianciare nei media o infilato in qualche Ministero o simile (sono decine e decine i chiamati in causa, perché di questi bassi opportunisti, che hanno impestato tutti i gruppetti “antirevisionisti” e “rivoluzionari” dell’epoca per procurarsi titoli di merito in ambito accademico e/o giornalistico, ne ho conosciuti in quantità superiore ad ogni più sfrenata immaginazione).

3. La critica sostenuta dalla corrente, che poneva i rapporti di produzione in posizione decisiva nella transizione da una formazione sociale all’altra, intendeva riprendere l’orientamento rivoluzionario contro l’ormai avvenuta pacificazione tra comunismo europeo (eurocomunismo) ma anche di molti altri paesi, perfino del “terzo mondo” – e i gruppi dominanti nei paesi capitalistici dell’area a più alto sviluppo, un sistema di paesi centrato sugli Stati Uniti e la loro politica imperiale; e non semplicemente imperialistica come si diceva con linguaggio impreciso e tributario di una pseudo-ortodossia leninista o di un più generico concetto di imperialismo in quanto dominio coloniale o neocoloniale.

Ci furono molte forzature: ad es. la considerazione della ben nota (ormai a pochi per la verità) Prefazione del ’59 di Marx,trattata a volte addirittura da testo non marxista. In un mio libro di alcuni anni fa, Due passi in Marx, ho cercato di compiere una più ponderata valutazione di quel testo, considerato la base dell’economicismo delle correnti favorevoli alla tesi della centralità delle forze produttive. In realtà, molti dei critici di questa tesi non erano veramente usciti da essa. Ci sono stati quelli che pensavano alle tecniche produttive in uso nei paesi ad alta produttività come sempre in grado di riprodurre i rapporti(capitalistici) in esse “incorporati”, rapporti che le avrebberodunque plasmate ai fini di questa incessante (auto)riproduzione (pure io sono caduto in posizioni simili per qualche tempo). Si arrivava così, magari inconsapevolmente, a implicite forme di luddismo poiché per distruggere i rapporti era necessario annientare una serie di tecnologie; o quanto meno si sosteneva la necessità di non importare – nei paesi in cui si voleva attuare la transizione al socialismo le tecnologie dei paesi capitalistici se non dopo attenta analisi e trasformazione per riadattarle ai “bisogni” (del tutto imprecisati e non conosciuti) di quei paesi.

La vecchia ortodossia sosteneva che i rapporti capitalistici si sarebbero ad un certo punto trasformati in catene per l’ulterioresviluppo delle forze produttive; sarebbero perciò state necessariamente suscitate le forze rivoluzionarie capaci dispezzarle, provocando la nascita di nuovi rapporti. Nella critica a tale tesi si prendeva atto della capacità di sviluppo del capitalismo, che non ha alcun limite prefissato da nessuna “legge storica” (di tipo economico). Tuttavia, si accreditava di fatto l’idea che tale formazione sociale è la più adeguata allo sviluppo produttivo,accompagnato quasi sempre dall’innovazione tecnico-organizzativa; giacché sviluppo e crescita (che non richiede, di per sé, l’innovazione) non sono lo stesso fenomeno, ma sono di solito fra loro collegati. Nel contempo, una parte delle critiche alla tesi dello sviluppo delle forze produttive diffondeva il timore chequest’ultimo riproducesse sempre i rapporti della società “da rivoluzionare”, per cui bisognava essere diffidenti nei suoi confronti e, in definitiva, boicottarlo. Non si usciva così per nulla dalla tesi della centralità delle forze produttive (oggettive); e il capitalismo diventava una sorta di mostruoso automa sempre in riproduzione di per se stesso, a meno di non intralciarne losviluppo, e dunque l’innovazione tecnica; da cui consegue in genere l’impossibilità di aumentare la produttività del lavoro, ottenuta di solito con una diversa organizzazione del processo lavorativo e l’introduzione di nuove tecnologie che spessoalleviano la fatica dei lavoratori.  

Peggiore ancora è stata la critica alla tesi delle forze produttive proveniente dagli “umanisti”, da coloro che piangevano (e ancora piangono) sulle sorti della “classe operaia” o delle “masse lavoratrici”, sacrificate sull’altare dei profitti capitalistici (soprattutto di quei parassiti dei finanzieri). Sarebbe stato invece necessario fare appello alle risorse di questa classe o delle masse, capaci (secondo i soliti cervelloni degli intellettuali di questa fatta, del tutto avulsi dal mondo così com’esso è!) d’inventività e innovazione sociale; soprattutto in grado di ribellarsi ai soprusi del Capitale (quello ovviamente totale, che intende sopraffare e sottomettere a sé tutto l’insieme dell’Essere Umano, dell’interosuo corpo e delle sue capacità cognitive). La Fiera delle imbecillità sessantottarde (e seguenti) è stata ricchissima di prodotti di scarto di “avanguardie” pseudo-culturali di una demenza sconosciuta, credo, in altre epoche storiche della società umana. In ogni caso, in simili tesi – e in quelle del “comando” del Capitale, della “sfida operaia” con “risposta” del suddetto Capitale, e via vaneggiando – non c’è alcuna prevalenza dei rapporti sociali; semplicemente si esalta la forza produttiva dell’Uomo, o in generale o con specifico riferimento all’Uomo Lavoratore nella fabbrica (prima quella meccanica fordista e poi quella presunta sociale complessiva) del capitalismo.

4. Del resto, anche lo spostamento verso la centralità dei rapporti sociali (da trasformare) non è stato scevro di limiti gravi. Nei casi di maggiore superficialità ci si è attenuti fondamentalmente ai rapporti mercantili, ai rapporti tra uomini “cosificati” nel mero scambio di prodotti del proprio lavoro in quanto merci (siamo nei paraggi del sismondismo e proudhonismo). La riduzione economicistica dei rapporti sociali èqui molto evidente; soprattutto però si fa dell’ambito di “superficie” della formazione sociale capitalistica – dove, come Marx aveva avvertito, vige una sempre maggiore libertà nello scambio ed una tendenziale eguaglianza di valore delle merci scambiate tra compratori e acquirenti, nel senso di una oscillazione dei prezzi intorno ai valori (prescindendo dalla trasformazione dei valori in prezzi di produzione, che non ci interessa) – il fulcro della società. Allora, ancora una volta, la lotta anticapitalistica viene ridotta a pura questione di rapporti di forza nella distribuzione del prodotto, alla ricerca di una maggiore “equità” nello “sfruttamento” (creazione ed estrazione del plusvalore come profitto) che è la vera acquisizione di Marx come scienziato e non come chiacchierone filosofico sulla sorte dell’Uomo, alienato nel mercato. A che cosa si poteva giungere allora? A proporre quell’aberrazione teorica e politica del “socialismo di mercato”, ultimo rifugio (ormai diroccato) di meri “sopravvissuti”, che cercano di difendere il loro passato di fallimentari teorici e storici degli altrettanto falliti tentativi di transizione al socialismo.

C’è stato a mio avviso un positivo tentativo di formulare una tesi di trasformazione dei rapporti sociali (da Marx indicati qualirapporti di produzione sia pure sociali) in quanto critica ad ogni forma di attendismo gradualistico (tesi delle forze produttive) o di puro “ultrarivoluzionarismo” parolaio in favore dell’Uomo (o in generale o di quello Lavoratore o delle “Masse popolari”, ecc.). Si è trattato del tentativo althusseriano. Condotto tuttavia con sostanziale inconsapevolezza della teoria del valore marxiana, che è teoria dello sfruttamento (estrazione di plusvalore, forma di valore del pluslavoro) pur nella supposizione (astrazione scientifica) di una perfetta parità di forze e quindi di eguaglianza tra venditore e acquirente di forza lavoro in qualità di merce. Tutto sembrava invece rinviare ad un rapporto di forza nella “lotta di classe” che, ad un certo punto, si trasformava così in entitàpiuttosto confusa e poco perspicua, un autentico deus ex machinadi particolare artificiosità.

Si è dovuto accettare la tradizionale divisione della storia del capitalismo in due epoche: quella concorrenziale (sostanzialmente ottocentesca) e quella del monopolismo (trasformazione avvenuta in particolare a partire dalla lunga crisi del 1873-96). Si è anche distinto tra la determinazione d’ultima istanza (dell’economico: ulteriore omaggio all’ortodossia) e la dominanza. Si è allora sostenuto che nella prima epoca del capitalismo (concorrenziale)sia la determinazione d’ultima istanza che la dominanza appartenevano all’economico (alla sfera produttiva e finanziaria); mentre nella seconda epoca (monopolistica) quest’ultimo restava determinante in ultima istanza mentre la dominanza passava alla sfera della politica e dell’ideologia, condensata nell’indicazione della presenza decisiva degli apparati ideologici di Stato.Difficile pensare ai caratteri della determinazione d’ultima istanza, dato che non si potevano ridurre i rapporti sociali capitalistici soltanto a quelli nel mercato; e nemmeno fare sempliceriferimento alla tecnologia e all’organizzazione lavorativa nelle fabbriche. Quanto alla dominanza nell’epoca del monopolismo, è ovvio che i rapporti di produzione venivano in sostanza pensatiquali meri rapporti di potere.

Interessante la distinzione tra proprietà (dei mezzi produttivi),considerata nella sua mera forma giuridica (ma Marx né alcunmarxista pensante l’hanno ridotta a questo), e potere di disposizione o di controllo sui mezzi stessi. Tale potere rinviava però appunto, in definitiva, a quello detenuto negli apparati dellasfera politica e ideologica. In primo luogo, mi sembra sia venuta a mancare una più netta distinzione tra gli apparati propriamente statali, con particolare riferimento a quelli di tipo coercitivo e repressivo, e quelli esercitanti l’egemonia attraverso l’ideologia; e anche nell’ambito di questi ultimi sarebbe stato indispensabile distinguere tra la trasmissione di forme culturali di lunga durata (con le loro tradizioni, ecc.) e l’approntamento di ideologie più spicciole, spesso “di moda” per brevi periodi, che hannosolitamente una ben più scoperta funzione di mascheramento e di menzogna circa le intenzioni dei gruppi dominanti (per cui sono spesso fonte di incultura o di “semicultura” come quella tipica di certo ceto mediosinistrorso” odierno).

Di fatto, lo Stato è divenuto nell’althusserismo un coacervo di apparati dei più svariati tipi, tutti però raggruppati nello stesso luogo, eletto a principale campo, dunque anche oggetto(obiettivo), dello scontro tra gruppi sociali; privilegiando inoltre il conflitto “in verticale” tra dominanti e dominati, con il solito schema duale di semplificazione caratteristico del marxismo tradizionale. Lo Stato è,, un insieme di apparati, ma in quanto condensazione, precipitazione, di un complesso intreccio di conflitti tra più gruppi sociali, in cui si verifica, in circostanze diverse, il prevalere di uno o di alcuni dessi o il loro accordocompromissorio, ecc. L’insieme di apparati mantiene, anche a lungo, uno “statuto legale” unitario, che tuttavia nasconde lo scontro e il mutare delle egemonie e del potere vero e proprio; un potere, inoltre, sempre “corazzato di coercizione”, altrimenti non consente alcun predominio sicuro e prolungato di un dato gruppo sociale. Chi crede in quello decisivo della cultura (della sua egemonia non “corazzata di coercizione”) è il solito intellettuale arruffone, che fa il gioco dei dominanti, sempre ben pagato e onorato per i suoi bassi servigi di confusione mentale indotta in potenziali oppositori.

Inoltre, nella storia, i più lunghi periodi sono caratterizzati dal conflitto tra gruppi dominanti di alto e medio-alto livello; a volte ciò si traduce nella formazione dei cosiddetti blocchi sociali, in cui gruppi a più basso livello sono trascinati e orientati nella lottada quelli dominanti. Proprio per questo, in tali periodi storici, all’interno dei gruppi a basso e medio-basso livello, quand’anche si situino in posizione d’urto con quelli dominanti, si formano nuclei dirigenti (“élites”) che vengono infine cooptati verso l’alto, verso i dominanti stessi. Solo in particolari congiunture di scontro acuto e violento tra i dominanti, con disgregazione del collante (egemonico) sociale, paralisi del potere coercitivo (i suoi vari apparati di intralciano l’un l’altro e alla fine si sgretolano), con conseguente crisi aperta del suddetto “statuto legale” unitario che tiene legati i vari apparati, le élites dei raggruppamenti sociali di medio e basso livello emergono in dominanza, ricreando a lungo andare altri (e diversi) gruppi dotati di egemonia (culturale) e di potere (politico) in una società nuovamente “normalizzata”, in genere mutata nella forma dei rapporti sociali che la caratterizzano prevalentemente (si tratta allora di una nuova formazione sociale).

5. Ho cercato di sintetizzare nel migliore (o meno peggiore) modo possibile un dibattito che ha coinvolto principi fondamentali di una teoria – poi trasformata in dottrina – all’origine di complesse pratiche di quello che è stato denominato movimento operaio, in specie di quello di orientamento comunista, dato che nel secondo dopoguerra la socialdemocrazia si è allontanata del tutto dal marxismo. Ci si ricordi in particolare il Congresso del SPD tedesco a Bad Godesberg nel 1959, quando viene ufficialmente dichiarato l’abbandono di tale impostazione teorica e dottrinale. A qualcuno sembrerà forse che quel dibattito, lanciato dal Pci nel 1972-73, non abbia più molto da dire. Sarebbe un errore. Intanto, pur non rifacendosi al marxismo, le teorie decresciste (e ambientaliste, ecc.) sono di fatto dentro l’orizzonte della tesi relativa allo sviluppo delle forze produttive. Il fatto di considerarlo negativo invece che positivo non cambia in nulla l’impostazione sostanziale, che dimentica opportunamente, e opportunisticamente, il problema della trasformazione dei rapporti sociali – per la qual trasformazione occorre rifarsi alla politica del conflitto; magari non più “di classe”, ma pur sempre conflitto tra interessi di gruppi sociali differenti mettendo così in bella evidenza la vera natura di simili tesi.  

Criticare la tesi della centralità delle forze produttive in termini di sviluppo e trasformazione della società significa quindi prendere netta posizione contro le tesi dei decrescisti, metterne in luce il falso anticapitalismo, mentre essi si pongono invece al pieno servizio dei capitalisti, una parte dei quali ha perso fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive” di questa società; per cui si dedica a imbrogliare le carte – servendosi anche di “ultrarivoluzionari” pronti ad ogni lucroso servigio (non soltanto in termini di denaro) pur di distrarre l’attenzione dai veri nodi del problema capitalistico. In questo senso, i decrescisti sono dello stesso stampo di coloro che insistono nell’attribuire l’attuale crisi ai “cattivi” finanzieri o anche alla “finanza tout court” e ai banchieri o alle manovre monetarie, ecc.

Del resto, solo una parte (minoritaria) del decrescismo (e della “difesa della Natura”) dipende dalla perdita di fiducia nelle “sorti progressive” del capitalismo; la parte maggioritaria è rappresentata da consapevoli imbonitori, pagati dalle impresecapitalistiche che lucrano ottimi affari con tutte le “mode” attuali: le energie alternative (che sono un modo accessorio di guadagnare lauti profitti), i commerci equosolidali, le coltivazioni “biologiche” e tutta una serie di altri imbrogli, del tutto interstiziali nel capitalismo odierno, affidati a gruppi di(inizialmente) semidiseredati, alcuni dei quali diventano agenti discretamente ben pagati dai dominanti. Il tutto fa brodo per un capitalismo che dovrà attraversare una lunga crisi quanto meno di stagnazione tendenziale, tipo quella di fine ‘800.

In definitiva, si cerca di dirottare la possibile lotta e criticalontano dal centro del problema odierno: l’attuale configurazione del sistema mondiale dei rapporti capitalistici, che vede ancora in posizione preminente gli Stati Uniti, anche se cresce l’attuale multipolarismo, provocando quella frattura interna ai vertici politici di tale paese tutto sommato positiva per i futuri sviluppi della nuova fase in cui stiamo entrando. E’ senz’altro indispensabile coltivare la massima attenzione per la differente politica (in quanto complesso di mosse strategiche) condotta dai diversi gruppi dominanti. Tale attenzione deve però indirizzarsiall’analisi e valutazione delle possibilità di un’opposizione alleloro mosse (appunto differenti), senza mai dimenticare che certe critiche alla società attuale, sommariamente indicata come capitalistica, servono in realtà gli interessi di specifici gruppi dominanti o di altri, dimenticando il fulcro essenziale rappresentato dai rapporti sociali e dalla politica che ne consegue, celata dietro i vaneggiamenti sulla difesa dell’ordine naturale”  e dell’ambiente o della Umanità in generale.

La conoscenza del dibattito, di cui si sta discutendo, ha pure un altro scopo precipuo. Ci sono alcuni vecchi arnesi del “rivoluzionarismo” sessantottardo (e seguenti), che sfruttano la (peraltro vaga) conoscenza della critica alle forze produttive per tentare ancora una volta di difendere, nella sostanza, la formazione sociale capitalistica nella sua peggiore configurazione storica, quella che, tanto per andare al pratico, vede la società italiana in mano ai “cotonieri” (spero ci si ricorderà da dove deriva tale termine da me affibbiato ad una classe imprenditoriale di puri servi). Gli ambigui e torbidi pseudo-pensatori del “fu”sessantottismo sviluppavano fino a non molto tempo fa il seguenteargomento: se si è contro la decrescita, essi affermavano, allora si è favorevoli alla centralità delle forze produttive in sviluppo. Che si sia per lo sviluppo o per il sostanziale blocco di tali forze, non è affatto il problema centrale e non muta l’orientamento di fondo.

Mettere il segno meno invece che più alle forze produttive serve, in ogni caso, ad allontanare l’attenzione del critico dall’analisi dei rapporti sociali costitutivi della formazione sociale capitalistica. Il fine dei vecchi e nuovi arnesi di una rivoluzione soltanto declamata, anzi urlata, è proprio quello di impedire che si parli del capitale in quanto rapporto sociale. Il capitalismo sarebbe solo un Male per l’Uomo; questo sostengono al massimo i finti rivoluzionari. Nel migliore dei casi, se sono in buona fede, manifestano soltanto insoddisfazione e angoscia. Si arrangino come fanno tutti gli individui concreti, semplici uomini (al minuscolo), che hanno sempre al loro fianco l’orizzonte della morte. Il capitale non c’entra nulla con questo problema, non lo può risolvere, ma nemmeno lo aggrava più che tanto.

I teorici della centralità dei rapporti sociali (di produzione o considerati in senso sociale complessivo) tentavano invece di contrastare il gradualismo riformista di quelli che venivano considerati “i revisionisti”, gli opportunisti ormai lanciati verso la collaborazione con il sistema capitalistico e i suoi gruppi dominanti. Vi era ancora la credenza di poter rilanciare la rivoluzione e riprendere la transizione verso la nuova formazione sociale socialista (in attesa di quella comunista); ma senza mai il sogno impossibile di evitare il disagio legato alla malattia, alla morte, alle disgrazie varie che ci affannano, chi più e chi meno, per tutta la nostra vita individuale. Nessun althusseriano si è maiscagliato contro la crescita della produzione, contro l’innovazione tecnica e via dicendo. Semplicemente dicevamo: questi risultati liottiene anche il capitalismo, i rapporti del capitale non sonoaffatto catene che impediscono la loro realizzazione. I “revisionisti”, per giustificare il loro cedimento opportunistico, sostenevano invece proprio che, se il capitalismo si stavasviluppando, allora i suoi rapporti sociali non erano ancora diventati le famose catene; era perciò utile non creare disordini, non avere intenti rivoluzionari, si doveva aiutarlo a svilupparsi ancora di più, cosicché si sarebbe infine (campa cavallo….)impiccato da solo a questi suoi rapporti una volta divenuti impedimenti allo sviluppo.

Oggi, quel dibattito è stato superato – ma non è caduta in disuso la sua utilità, ove attentamente valutata – perché è crollata ogni prospettiva di transizione al socialismo, di lotta per il comunismo che, per alcuni sopravvissuti, è ormai una semplice aspirazione sentimentale. Non vi è dubbio che il capitalismo – e fra l’altro la nostra ignoranza è tale che chiamiamo tutto capitalismo, senza riuscire a fare un minimo di distinzione decente tra diverse formazioni sociali quali il “capitalismo borghese” di matrice inglese e la società dominata dai funzionari del capitale, sviluppatasi negli Usa e ormai diffusa in tutto l’“occidente” – si sta dimostrando una società con molte mostruosità, soprattutto però culturali. Adesso stiamo vivendo una crisi che rimette in discussione molte “conquiste” – di quelle che però i pensatori del disagio trattano da solo “materiali”, quindi quasi da disprezzare – ma non si tratta della fine di una società “cattiva”, da cui poi sorgerà quella “migliore”. E’ una fase storica di riarticolazione dei rapporti (di potere) tra gruppi sociali e tra diverse formazionisociali, alcune nuove in sul farsi “a est” e tutto sommato tuttorapoco conosciute.

Sarebbe indispensabile mettere all’ordine del giorno l’analisi di questi differenti rapporti sociali. Invece, chi ha ormai abdicato adogni intento di pensare criticamente, problematicamente, si abbandona ai lamenti sull’Uomo alienato o sulla Natura violentata. Si curassero il loro spleen in splendida solitudine e non ci seccassero! No, hanno scoperto che i gruppi dominanti – e soprattutto i subdominanti, i “cotonieri” reazionari e smaniosi di mettersi al servizio dei predominanti – li pagano bene, li ospitano nelle Università (ormai luoghi di abiezione), li fanno scrivere sui giornali, li ammettono in TV, pubblicano tutte le più futili e ignobili aberrazioni del loro pensare con case editrici che ancora si impegnano nel distribuirle, nel finanziare convegni organizzati per rimbecillire viepiù il popolo e trasmettere il messaggio che ormai siamo alla fine della Storia, alla fine di ogni speranza; salvo quella di questi cialtroni che se la ridono fra loro e si divertono alle nostre spalle.      

6. E allora noi torniamo testardamente ai rapporti sociali.Usciamo da un fallimento storico; fallimento solo se considerato in relazione all’obiettivo di trasformazione sociale che è stato l’intendimento dei comunisti per ben oltre un secolo. Ho già detto in altra occasione che la Rivoluzione d’ottobre (e altri eventi rivoluzionari che ne sono seguiti), considerata dal punto di vistadei suoi effetti di mutamento delle fasi storiche, non è fallita per nulla; ma non era questo l’obiettivo perseguito per tanto tempo e ormai alle spalle. Quindi su questo dobbiamo ragionare e trarre le opportune conclusioni. Tenuto conto dei vari “ismi” ancora in campo, non credo proprio che il marxismo ci faccia brutta figura; rispetto al liberismo è a mio avviso assai più avanti. Per cui solo i totalmente ignoranti della reale problematica di Marx si gonfiano il petto quando ripetono le loro stolte ricette sul libero mercato con i suoi “automatismi”, sul vantaggio per i consumatori delle liberalizzazioni che porterebbero all’abbassamento dei prezzi (ma dove mai vivono questi individui: o sono dementi o, piuttosto, dei furfantoni ben pagati da gruppi dominanti sempre più rapaci).

Quindi, in attesa che il movimento sociale effettivo stimoli nuovi pensieri e nuove ipotesi (che non s’inventano per genio di qualcuno, altrimenti dovremmo credere che da quarant’anni viviamo in un mondo di perfetti deficienti), dobbiamo sfruttare l’insegnamento del marxismo e del suo indubbio invecchiamento e logoramento – nel promuovere una pratica politica in base a determinate previsioni, rivelatesi assai imperfette, circa la dinamica della società capitalistica – che ci segnala errori di valutazione o comunque l’impossibilità dell’effettuazione di quella pratica con quei dati obiettivi. Secondo me, occorre giungere ad alcune conclusioni da considerarsi abbastanza definitive. Innanzitutto, è indispensabile smetterla con l’idea di poter rappresentare, sia pure in schema, il reale, immaginando di esso una precisa struttura di relazioni, dotata di una cosiddetta dinamica che è in effetti una cinematica, un succedersi in momenti successivi di configurazioni diverse (da noi pensate e costruite via ipotesi) della struttura (inesistente come tale nel reale).

Si possono ravvicinare fin che si vuole questi successivimomenti, costruendo l’immagine di un movimento apparentemente continuo; il successo di questa nostra“rappresentazione” del reale dipende dalla posizione della configurazione iniziale e dalla supposizione di mutamento delle variabili secondo una successione che si pensa legata a specifiche leggi, deterministiche o probabilistiche. Sempre, all’improvviso, appare una discontinuità che ci lascia “sorpresi”; non è, però, in senso proprio una discontinuità; più semplicemente, la continuità costruita, ravvicinando quanto più possibile i momenti successivi, dipende pur sempre dalla struttura posta all’inizio appunto comemera rappresentazione del reale. Poiché quest’ultimo è continuamente sfuggente, ci si trova ad un certo punto nella necessità di pensare una nuova struttura, che è una differente singolarità da cui riprende avvio la successione delle nostre supposizioni circa il suo movimento. La “discontinuità” dipende dalla nostra impossibilità di agire con efficacia nel reale continuo, fluido, oscillante, squilibrante. Siamo obbligati ad arrestarlo, stabilizzarlo, strutturarlo, ecc. per svolgere un’attività capace di produrre effetti; così comportandoci, tuttavia, i nostri schemi invecchiano e arriva il momento in cui essi non orientano più azioni dotate di senso e di incisività.

Salvo i soliti discorsi “orientaleggianti” – che mai hanno risolto i problemi nelle formazioni sociali dimostratesi vincenti su scala mondiale, e che continueranno ad esserlo finché troveranno di contro a loro questi “santoni” imbelli – il nostro modo di agire nella moderna società non è in grado di discostarsi dal procedimento appena indicato. Essenziale diventa allora prendere atto del problema e non sognare di avere rappresentato compiutamente, sia pure in schema, il reale e il suo effettivo movimento. Quel che accade nel Cosmo, dove i mutamenti possono anche riguardare decine e centinaia di milioni di anni,non ci interessa “qui ed ora”. E per favore lasciamo stare il fascino della microfisica perché non siamo microbi pensanti. Atteniamoci al nostro mondo – macrofisico, da una parte, e sociale dall’altra – e consideriamoci individui agenti e pensanti in una data epoca storica della società.

Se vogliamo elucubrare su problemi sempre esistenti per noi umani, del tipo della vita e della morte con tutto ciò che “ci va dietro”, nessuna obiezione; è atteggiamento assai più che comprensibile, direi doveroso. Quando però riflettiamo sul nostro vivere nel cosiddetto “divenire storico-sociale”, cerchiamo di non perdere il buon senso e non lasciamoci andare a fantasie, che pretenderebbero di trascendere l’orizzonte spazio-temporale in cui siamo situati. Sia nel fare storia (pensare il passato) sia nella previsione del futuro, è meglio utilizzare categorie teoriche (più o meno elaborate, talvolta perfino inconsapevoli) adatte alla formulazione di specifiche ipotesi (anche per quanto concerne il passato usiamo ipotesi); e si tratta pur sempre di teorie (e ipotesi)mediante le quali interpretiamo il presente al fine di potervi agire per giungere a determinati obiettivi. Queste categorie teoriche (e le ipotesi) sono transitorie, mostreranno infine la corda; più elastici saremo, prima riusciremo a cogliere la loro obsolescenza, la loro progressiva riduzione di presa sulla “realtà”. Quanto al movimento reale, lasciamolo tranquillo a svolgere il suo consueto lavoro di logoramento delle nostre pratiche, delle nostre speranze, delle nostre convinzioni di averlo fermato e poi indirizzato come piacerebbe a noi; se ne sbatte altamente dei nostri desideri, anzi potrebbe pure irritarsi e reagire con violenza se ci venisse in testa di averlo “imbracato” definitivamente.

Non si creda che quanto appena detto abbia qualcosa a che vedere con il relativismo. Quest’ultimo è in definitiva incertezza, indecisione, quasi sempre incapacità di scendere in campo prendendo posizione (partito); il tutto mascherato da capacità (molto limitata invero) di valutare vari corni del dilemma conmoderazione e tolleranza, ecc. (si pensi alla ben nota, e fastidiosa quant’altre mai, frase di Voltaire, una frase “buonista”, di piatto conformismo, perfettamente adatta al “ceto medio semicolto” odierno!). Quando si agisce veramente – dove l’azione contempla pure l’apparente inazione, il temporeggiamento, il surplace a volteassai lungo (come fanno i ciclisti velocisti) – e non semplicemente ci si dedica alle chiacchiere fatue e ideologicamente favorite daivari gruppi dominanti per bloccare ogni azione a loro contraria, si deve assumere “partito” nel conflitto, nel contempo ponendo e analizzando nei particolari il campo in cui esso si svolge e i diversi “partiti” e interpretazioni del campo (in effetti, di campi differenti) assunti dai soggetti agenti nella lotta. Tuttavia, ci si deve preparare all’eventuale sconfitta, al riconoscimento di errori in questa lotta, ai mutamenti di fase che spiazzano alla lunga i vincitori non meno dei perdenti ed esigono il riconoscimento, intanto in termini di principio, di nuove singolarità sopravvenienti (che sempre sopravverranno) e di cui ancora una volta occorrericercare le categorie interpretative, ecc. ecc.

7. Fondamentale, nella lotta passata dei comunisti, sarebbe stata la coerentizzazione (nella teoria e nella pratica) del “modello” marxista utilizzato per interpretare, e prevedere, la dinamica sociale del capitale, l’evoluzione dei rapporti nella formazione sociale definita capitalistica; una definizione rimasta pressoché immutata da almeno un secolo e mezzo a questa parte. Un conto è impiegare genericamente il termine capitale per indicare ogni dotazione – in strumentazioni produttive ed in moneta in quanto equivalente generale dei prodotti scambiati come merci – in possesso di particolari agenti (soprattutto, ma non solo, nella sfera economica della società); un altro è indicare un sistema di rapporti sociali di forma storicamente peculiare, perché questo è il capitale nella sua precisa accezione marxiana.

Marx studiò il “modello” di questo capitale (sistema di rapporti, ecc.) nel suo primo luogo di definitiva affermazione, l’Inghilterra; ne trasse una serie di conclusioni e si disse convinto che esso si sarebbe esteso a tutto il mondo. In effetti, tale “modello” fu surrettiziamente mutato in corso d’opera dai marxisti successivi, senza che nessuno si ponesse però troppi problemi al proposito. Inoltre, anche Marx ebbe incertezze; per esempio usò indifferentemente classe operaia e proletariato, e la classe in questione (quella che avrebbe dovuto emancipare tutta l’umanità emancipando se stessa dallo sfruttamento) fu da lui a volte considerata – e i marxisti successivi sempre così la considerarono – l’insieme degli operai in senso stretto, quelli addetti alle mansioni fondamentalmente esecutive (e di più basso livello, ripetitive, ecc.), mentre altre volte egli fece riferimento al lavoratore complessivo (“ingegnere e manovale”).

Si badi bene: proprio dai termini usati si comprende come Marx avesse in mente la dominanza, nei rapporti sociali della formazione a modo di produzione capitalistico, di quelliinstauratisi nell’unità produttiva in senso stretto, nella “fabbrica”, risultato di una storica trasformazione della bottega artigiana, attraverso la fase transitoria della manifattura, descritta nelle pagine sulla accumulazione originaria del capitale; accumulazione intesa quale trasformazione di rapporti, nonsemplicemente crescita di “forze produttive oggettive”. La fabbrica è il luogo della trasformazione di materie prime in prodotti finiti; si può considerare più genericamente la trasformazione di input in output, in ogni caso è sempre presente un preciso processo lavorativo che vede associati, in forma cooperativa, la figura dirigenziale (“l’ingegnere”) e quella esecutiva (“il manovale”).

Il testo più significativo per le indicazioni, comunque sommarie, relative alla formazione dell’operaio combinato, in quanto complessivo insieme di lavoratori direttivi ed esecutivi in cooperazione, è il cosiddetto Capitolo VI inedito (edito molto dopo la morte di Marx), in cui vi sono pure le splendide pagine sulla sussunzione, prima formale e poi reale, del lavoro nel capitale (con passaggio da una determinata forma, transitoria, dei rapporti sociali capitalistici ad un’altra, quella considerata definitiva). Capitolo comunque tolto dall’autore stesso nella pubblicazione del primo libro de Il Capitale, l’unico testo di quest’opera effettivamente e integralmente di Marx. Non mi lancio in illazioni sui motivi del toglimento, non sono “addottorato” in sedute spiritiche; noto solo che non è stato pubblicato, rendendo più difficile quella coerentizzazione cui ho sopra accennato.

Il sottoscritto ha preteso di compierla con un lavoro durato molti anni e che è stato consegnato in centinaia, e più ancora, di pagine, tutte pubblicate negli ultimi 15-20 anni. Le do quindi per conosciute, altrimenti chi vuole si documenti. Ricordo solo che tale dinamica, fondata sulla “spietata” concorrenza intercapitalistica, mette in moto la centralizzazione dei capitali, da cui deriva non tanto il passaggio al capitalismo monopolistico (e poi ancora a quello di Stato, tutto sommato una contraddizione in termini), quanto invece la trasformazione di quel rapporto che è il capitale. Le “potenze mentali della produzione” – in definitiva lacapacità di dirigere e innovare nei processi produttivi di fabbrica, di trasformazione di input in output – spettavano nel più antico capitalismo concorrenziale al capitalista, considerato il proprietario privato dei mezzi di produzione.

Con la centralizzazione, tale capacità (detta poi, non da Marx, imprenditoriale) si sarebbe trasferita, per il Nostro, nell’“ingegnere” divenuto lavoratore salariato e facente ormai parte dell’operaio combinato (lavoratore collettivo cooperativo), mentre il capitalista sarebbe divenuto solo proprietario; una proprietà trasformata con l’affermarsi della società per azioni. Detto in termini molto più moderni, Marx avrebbe pensato una sorta di “rivoluzione dei tecnici” (in realtà un loro vero amalgama cooperativo con i lavoratori manuali ed esecutivi) e non quella “manageriale” teorizzata 70-80 anni dopo da Burnham. In ogni caso, da tutto ciò discendono le conclusioni di Marx in merito alla trasmutazione della società capitalistica in socialistica – uncambiamento da lui già creduto in atto ai suoi tempi (si legga anche soltanto l’ultimo paragrafo del capitolo sull’accumulazione originaria) – che ho molte volte analizzata con dovizia di particolari nei miei scritti.

Una volta coerentizzato il “modello” marxiano di avvento del capitalismo, di suo sviluppo e di transizione ad altra società – sempre in termini di trasformazione dei rapporti sociali e non per quanto concerne l’aspetto quantitativo dei capitali accumulati e centralizzati, con semplici modificazioni delle “forme di mercato” – si comprende più facilmente l’impasse della lotta comunista e infine il suo tramontare ed esaurirsi. Può restare la tristezza, la nostalgia, il rimpianto, sentimenti umanissimi; anche perché i sacrifici, le morti, la galera, la miseria, ecc. per conseguire quel risultato irraggiungibile sono stati immensi, altro che i crimini commessi dai comunisti come sostengono gli incalliti delinquenti che si sentono appagati in questa società! Se però da questisentimenti si insiste a volere trarre l’indicazione di una(im)possibile ripresa della lotta per il comunismo, dobbiamo allontanarci con molta decisione e chiarezza critica dagli “zombi”incapaci di afferrare la realtà del loro essere morti.  

8. Mi guardo bene dal ripercorrere qui, nelle sue varie tappe, lamia coerentizzazione del “modello” marxiano – consegnata per il momento ai dieci video dedicati alla discussione su Marx (http://www.conflittiestrategie.it/gianfranco-la-grassa-discussione-su-marx-10-video) – al fine di metterne in luce le manchevolezze e la necessità di superarlo, senza semplicemente ridurlo a indegni sbrodolamenti filosofici ma anzi mantenendone lo spirito scientifico e l’intento critico-problematico in merito alla doppia faccia della formazione capitalistica, con la sua “superficie” (soprattutto mercantile) e le sue “viscere profonde”, dove si agitano i grandi sconvolgimenti che hanno determinato sia mutamenti non minori della suddetta formazione sociale sia l’obsolescenza della teoria con cui Marx volle rappresentarla nella sua strutturazione (in una data forma di rapporti antagonistici) e nella dinamica direzionata, oggettivamente, alla trasmutazione: prima socialistica e infinecomunistica.

Mi è sembrato non inutile riandare ad un vecchio dibattito, pur ripercorrendolo veramente a volo d’uccello. Tuttavia, m’interessava soprattutto metterne in luce alcuni aspetti salienti. Innanzitutto le modalità secondo cui avvenivano allora le discussioni in campo marxista. Secondo me non esiste oggi la stessa serietà e lo stesso rigore nei dibattiti (rari) che ancora ci sono. Bisogna inoltre ben dire che non vi è più, almeno nei settoriintenzionati a criticare la moderna società, alcuna teoria comunemente condivisa. Allora ci si poteva accusare reciprocamente di “revisionismo” o di “estremismo infantile”, secondo l’abitudine invalsa da molti decenni, ma le categorie di riferimento erano comunque consolidate e ci si riusciva ad intendere pur nelle più aspre diatribe. Era inoltre chiara a chi partecipava al dibattito – a parte la solita “base militante”, soprattutto interessata a quello che dicevano i capi e capetti; che si trattasse di quelli del Pci o quelli dei vari gruppetti via via formatisi soprattutto dopo il 68 – la posta politica in gioco dietro la solo apparente astrattezza di certi temi teorici, conditi anche di ampie carrellate storiche intorno alle vicende del cosiddettomovimento operaio e all’evoluzione del suo pensiero nelle diverse correnti riformiste e rivoluzionarie.

Infine, non si creda che alcune delle misere tesi venute a quel tempo alla moda e ancora in piena vita – tipo la decrescita o l’eco-sostenibilità e altre piacevolezze di questi tempi di degrado intellettuale e culturale – non abbiano proprio nulla a che vedere con quel dibattito, pur se in forma di grave scadimento dell’intelligenza teorica dei problemi. Spesso si tratta di tesi che si rifanno, in modo più o meno aperto, alla totale dimenticanza della politica come campo di scontro e conflitto acuto tra interessi, sempre avvolti da specifiche ideologie, di dati gruppi sociali, in genere sempre quelli dominanti che ormai conducono al 100% le danze in questa fase storica. I “deboli” critici del capitalismo diventano semplici detrattori di ogni modernità e progresso (considerato un termine osceno anche soltanto in termini del tutto “materiali”) perché non comprendono più nulla della necessità di andare ai rapporti sociali di ogni data fase storica, sia pure con la consapevolezza di una conoscenza via ipotesi sempre soggette ad errori e alla necessità di revisioni o di drastici cambiamenti di indirizzo. Si preferisce oggi soddisfare l’orrendo ceto medio semicolto, il quale magari blatera di predominio di chi controlla la TV e poi ripete tutte le più stupide insulsaggini che da quelle “scatolette” sostengono, con atteggiamento da geni assoluti, i loro beniamini, intellettuali che hanno ormai l’intelletto in completa défaillance.

Non credo ci sia molto altro da dire. Se volete, prendete questo mia memorizzazione come una vacanza, ma non credo sia priva di interesse per chi capisce come la teoria non sia una fisima da intellettuali. Anzi, oggi sono proprio quelli che passano per intellettuali presso l’incolto “volgo” i più carenti in fatto di teoria. Non pensano, sputano quello che ritengono più facile far passare per scienza, riducendo quest’ultima (basata su ipotesi sempre rivedibili) a certezza assoluta e indiscutibile, cui il “popolo” deve sempre adeguarsi. Poi ci sono i “tecnici”, anche peggiori nella loro limitatezza di visione e nellarroganza e presunzione con cui sparano i loro verdetti e le loro ricette quasi che la lotta politica, oggi sempre più acuta e spesso sconclusionata per mancanza di ampie visioni e di solidi appoggi sociali, sia riducibile alle formulette imparate in Università che sarebbero ormai da chiudere, a partire da quelle “ricche e famose” anglo-americane. Viviamo un’epoca di transizione, ma particolarmente povera di intelligenza. Insisto che, anche solo mezzo secolo fa, ci si muoveva intellettualmente in un ben diverso ambito, assai meno deteriorato. Non parliamo della prima metà del secolo XX o di ancor prima. Chiudiamo qui, senza rimpianti ma ricordando; e facendo tesoro dei ricordi!

 

PROCESSI STORICI E SOGGETTI AGENTI

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di Gianfranco La Grassa

1. Scrisse Marx, nel Manifesto del 1848, che cruciale era il passaggio alla classe rivoluzionaria di una piccola parte della classe dominante, in particolare di “una parte degli ideologi borghesi, che sono riusciti a giungere alla intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme”. Nel ’48 era da poco completata – o quanto meno da poco se ne potevano vedere apprezzabili risultati – la decantazione del TERZO STATO in borghesia (classe proprietaria dei mezzi di produzione) e classe operaia (quella poi anche detta “quarto Stato), costituita dai possessori di semplice forza lavoro venduta quale merce dietro salario; vendita di cui Marx vide la crescente “libertà di contrattazione”, all’epoca ancora ostacolata da una serie di intralci. Quest’ultima classe era appunto considerata quella rivoluzionaria, quella che avrebbe OGGETTIVAMENTE costituito il SOGGETTO PORTATORE della trasformazione del capitalismo in socialismo (primo stadio) e comunismo, conclusione del processo di liberazione da ogni “sfruttamento dell’uomo sull’uomo”, con piena libertà di ogni individuo in merito alla scelta consapevole di attività consone alle proprie prerogative e preferenze.

Non era prevista la fine della competitività interindividuale e tra gruppi, dell’ambizione, della volontà di diventare i primi”, ecc.,ma si pensava sarebbero venute meno – con la fine della proprietà e controllo privati dei mezzi di produzione da parte di particolari individui o gruppi, controllo che consentiva loro di appropriarsi del plusprodotto (caratteristica specificamente umana come adeguatamente spiegato nelle mie “discussioni su Marx”) ottenuto dal complesso dei produttori non proprietari dei mezzi produttivile più importanti (per Marx) condizioni OGGETTIVE che di taliineliminabili “passioni” umane fanno la molla della prevaricazione, del conflitto estremo portato fino al desiderio di schiacciante predominanza sugli altri ottenuta con i mezzi più estremi, fra cui la violenza, l’uccisione, l’oppressione, ecc. (oltre all’inganno e raggiro con malevola astuzia, alla menzogna, alla finzione di amicizia spesso conclusa con il tradimento, e via dicendo). La lotta intersoggettiva avrebbe invece in gran partecontribuito al progresso della cooperazione con stimolo all’inventività, alla innovazione. Senza però, lo ribadisco, che ci sarebbe stata pace fra gli uomini e solo benevolo atteggiamento fra di loro. I conflitti sarebbero continuati, non più però come “conflitti di classe”; dove le classi erano due, appunto caratterizzate dalla proprietà o non proprietà dei mezzi produttivi e dall’appropriazione del plusprodotto della seconda da parte della prima.

A metà ‘800, all’effettivo completamento (soprattutto in Inghilterra) della prima rivoluzione industriale (iniziata verso il 1760 circa), Marx considerò l’affermazione del capitalismo – che,in una prima fase transitoria verificatasi nei secoli precedenti, era stata promossa dalla borghesia mercantile, poi però infeudatasi e quindi incapace di terminare la transizione alla nuova formazione sociale – quale risultato di un processo i cui portatori soggettivifurono i manifattori divenuti industriali, inizialmente ancora dotati di saperi produttivi. Si tratta di quei capitalisti (proprietari “privati” delle condizioni oggettive della produzione) che possiedono pure le capacità direttive (le “potenze mentali della produzione”, per dirla con Marx) delle unità produttive ormaidotate di macchine; si trattava insomma delle fabbriche di grandezza crescente e che impiegavano “eserciti operai” via via più numerosi. Il movimento rivoluzionario, per innescarsi, aveva quindi bisogno che una parte degli ideologi appartenenti alla nuova classe dominante (borghesia) passasse al proletariato, termine con cui si denotava tale classe operaia, in definitiva il complesso dei produttori possessori di sola forza lavoro venduta come merce; in definitiva, i salariati.

Negli anni ’50 e ’60 del XIX secolo, nei vari studi e letture – degli economisti classici e di altre correnti, dei verbali degli ispettori di fabbrica (personaggi di fronte a molti dei quali i “tecnici” odierni sembrerebbero degli sprovveduti ), ecc. – che,attraverso la scrittura di migliaia di pagine, condurranno a Il Capitale (il cui unico volume pubblicato, in fase rifinita e definitiva, da Marx nel 1867 è stato il primo libro), il grande pensatore acquisisce la consapevolezza del processo di centralizzazione dei capitali, che non conduce semplicemente alla mera forma di mercato definita monopolistica (questa è una semplificazione compiuta dall’economicismo marxista successivo) bensì ad un nuovo rapporto sociale, poiché per Marx“il capitale non è cosa ma rapporto sociale”. La proprietà capitalistica si separa dalle potenze mentali della produzione, divenute prerogativa di particolari gruppi di lavoratori salariati di tipo direttivo. Le due classi antagonistiche fondamentali restano, come denominazione, borghesia e proletariato. Tuttavia, la prima comporta ormai soltanto la proprietà, cioè il mero controllo, dei mezzi produttivi tramite il possesso di maggioranze nelle società per azioni (o similari), in cui sono inglobate le unità produttive. Per inciso (assai rilevante) ricordo che Marx non ha il concetto di impresa, implicante un mutamento di prospettiva con cui guardare a tali unità in cui si svolge l’attività di vasti complessi di lavoratori e che non sono solo quelle produttive in senso stretto, ma anche quelle commerciali, finanziarie, ecc. La seconda classe – quella detta operaia – è in realtà costituita dal complesso lavorativo salariato, in cui direzione ed esecuzione tenderebbero a divenireun corpo lavorativo unico, sia pure differenziato e stratificato al suo interno.

Questa nuova configurazione avrebbe dovuto comportare un mutamento nell’individuazione delle due classi fondamentali (presunte antagonistiche); diciamo, anzi, che sarebbe stato indispensabile riconsiderare il modello sociale semplicemente DUALE. Non averlo fatto ha indebolito la “intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme, con gravi ripercussioni sullaprassi rivoluzionaria del secolo successivo e sulla sua correttainterpretazione. Marx sembra prendere atto del mutamento del soggetto rivoluzionario (dall’operaio in senso stretto al lavoratore collettivo cooperativo” o “complesso dei produttori associati”), ma la sua analisi al riguardo procede a sprazzi, in modo tutto sommato incerto, e senza trarre da simile evento lo stimolo ad un radicale ripensamento della concezione espressa nel passo del “Manifesto” citato all’inizio.

Kautsky, in ciò seguito da Lenin, prende atto che il reale processo sociale di sviluppo capitalistico non conduce affatto al lavoratore collettivo (“dal primo dirigente all’ultimo giornaliero; cap. XXVII del III Libro de “Il Capitale”); anzi, i possessori delle potenze mentali della produzione, quand’anche salariati, restano quello che adombra la definizione leniniana: SPECIALISTI BORGHESI, di cui il proletariato (la mera classe operaia in senso stretto) non può fare a meno, senza però considerarli nemmeno quali effettivi alleati, piuttosto semmai avversari “piccolo-borghesi”, con tendenza ad acquisire (o imitare) i modi e costumi di vita dei capitalisti (proprietari). Nella sua concretezza ben diversa dalla stupidità del molto successivo movimento sessantottardo, che ha voluto fingere la “proletarizzazione” dei quadri tecnici e specialistici per semplificarsi i compiti pseudo-rivoluzionari Lenin affermò che gli operai dovevano tenere sempre ben puntato il fucile contro questi individui, una volta messo in moto il processo rivoluzionario, tendente – così si sperava e credeva – alla “costruzione del socialismo” (sia pure, ben a lungo, “in un paese solo”).

Dalla realistica valutazione di come si è andata effettivamente sviluppando la centralizzazione del capitale (cioè la formazionedei nuovi rapporti sociali), sia Kautsky, quando non era un “rinnegato”, sia Lenin trassero la convinzione di unaccentuazione del tema trattato da Marx in merito alla “piccola parte degli ideologi borghesi” staccatasi dalla borghesia perché riuscita a giungere alla INTELLIGENZA TEORICA [maiuscolo mio, in quanto è frase molto significativa in polemica con i semplici “praticoni”] del movimento storico nel suo insieme. Da simileconcretezza nasce l’idea leniniana del partito, di cui già scrissi molti anni fa; e non mi ripeto ora perché certe polemiche non sono oggi più produttive di effetti. Ricordo solo che gli antileninisti (tipo la Luxemburg, quella che lo stesso grande dirigente bolscevico definì un’aquila che spesso volava basso come un’anatra) si sono strappati i capelli di fronte a questa concezione, poiché la sedicente avanguardia del proletariato (ormaiconsiderato soltanto nella veste di classe operaia, quella di fabbrica, le “tute blu”) doveva secondo costoro nascere ed enuclearsi, per movimento spontaneo, all’interno di quest’ultimo. Questa diatriba si riprodusse pure nei gruppastri del post-’68 con le tesi del partito quale avanguardia “esterna” (gli m-l) o invece“interna” (gli operaisti e movimentisti vari) rispetto al proletariato.Sia “esternisti” che “internisti” hanno fatto una brutta fine; quindi lasciamo perdere, è acqua che non macina più.

2. Se quell’acqua, ormai “sporca”, non macina più (e non deve macinare, altrimenti ci si prende qualche brutta malattia), lo scorrere della stessa per un secolo abbondante non ha nulla da insegnarci? O almeno farci pensare? Credo di sì, se si sposta il tiro. Il problema dell’avanguardia (esterna o interna) non ha più interesse perché, se intendiamo il proletariato come classe operaia in senso stretto, possiamo ben dire che non ci sono state rivoluzioni proletarie; semmai contadine, ma certamente dirette da gruppi organizzati, dotati spesso di una visione d’insieme e mossi da interessi (non parlo di quelli materiali soltanto!) ben diversi da quelli delle “masse in scomposta agitazione. Tali gruppi hanno condotto i movimenti lungo percorsi indicati e seguiti con forte determinazione, in modo senza dubbio consapevole, che hannotuttavia avuto sbocchi impensati, del tutto diversi da quelli voluti enon ancora valutati adeguatamente nei loro risultati sociali complessivi.

La classe operaia – nei paesi d’avanguardia dello sviluppo capitalistico; non certamente unitario com’è stato sempre considerato, ma invece con passaggio dal capitalismo borghese (familistico) di tipo inglese (ottocentesco soprattutto) a quello manageriale (tipologia statunitense; diciamo pure quello dei “funzionari del capitale”) ancora predominante – ha mostrato di essere la meno rivoluzionaria di tutta la storia. Solo nel passaggio dalla condizione contadina a quella propriamente operaia, il “disagio” implicato da un effettivo processo di sradicamento sociale plurisecolare ha provocato momenti di radicalizzazione del conflitto (detto erroneamente “di classe”). Alla fine del processo,si è avuta una netta caduta della violenza irriducibile conriconduzione del conflitto in questione entro l’alveo della riproduzione della formazione sociale detta capitalistica; la lotta è stata soltanto sindacale per il mutamento dei rapporti di distribuzione del prodotto. I cambiamenti più radicali interni al capitalismo nell’epoca del suo ormai definitivo affermarsi sonostati causati dall’azione di altri gruppi sociali e non hanno affattocondotto al condensarsi e realizzarsi delle condizioni di possibilità relative allagognata transizione al socialismo; pur se piccoli rimasugli di “passatisti” continuano a sognare in tal senso.

Del resto, l’impossibilità per i marxisti di capire che cos’è realmente accaduto era inscritta almeno in parte nell’ignoranza del concetto di impresa quale unità o cellula del tessuto sociale; e non semplicemente nella sfera strettamente produttiva, bensì in quella che si può definire in senso lato economica. L’unità dell’impresa consiste nella sintesi operata dalle strategie del gruppo di vertice; quest’ultimo ha spesso la proprietà del pacchetto azionario “di comando”, ma tale fatto in genere occulta la caratteristica imprenditoriale decisiva rappresentata dal CONTROLLO TRAMITE L’AZIONE STRATEGICA. La proprietà è al massimo un supporto strumentale non inessenziale né accidentale, ma pur sempre subordinato all’uso che ne fanno gli agenti di dette strategie.

Se i marxisti – sulla scia di Marx che ha visto la fase della prima rivoluzione industriale con il passaggio dallo strumento alla macchina, con il moltiplicarsi delle fabbriche, ecc. – non hanno afferrato la differenza tra impresa e unità produttiva di tipo meccanico (la fabbrica ottocentesca appunto), i liberal/liberisti non hanno in fondo molto da insegnarci, essendo rimasti all’idea del SOGGETTO (con prevalenza di quello consumatore su quello produttore) che agisce in un “libero mercato”. Il massimo che sono riusciti a teorizzare è la funzione di innovazione dell’imprenditore (Schumpeter), concetto comunque distante da quello di STRATEGA; o la necessità dell’intervento correttivo dello Stato (Keynes), in cui non si è comunque usciti dal meroeconomicismo con il gioco della domanda complessiva (di beni di consumo come di investimento) carente rispetto al risparmio nei sistemi “opulenti”, ecc. ecc.

Il concetto, pur ancora elaborato in modo rudimentale, di CONFLITTO TRA STRATEGIE rompe, o inizia a rompere,questa intelaiatura costrittiva, sia che la si guardi dal punto di vista marxista o invece liberale. In effetti, con il conflitto strategicoviene in primo piano la POLITICA. Non nel senso banale del “pubblico” che sarebbe superiore al “privato”; o dello Stato (soggetto mistico di tutti i beoti antiliberisti privi di una qualsiasi consapevolezza del problema) che impone ai singoli individui la volontà suprema di tale soltanto immaginario rappresentante della collettività (certuni la pensano cervelloticamente quale comunità); una collettività inesistente, teorizzata da ideologi che fanno il gioco dei gruppi dominanti impadronitisi delle leve del potere. La POLITICA è l’apprestamento di un “campo” di lotta, favorevole alla disposizione su di esso delle forze di cui ogni agente strategico è in possesso, allo scopo di effettuare le mosse più confacenti ad acquisire la supremazia sugli avversari. Ogni agente strategico agisce in cotesto senso; e ognuno si muove cercando nel contempo di svolgere funzione di orientamento di un dato gruppo sociale – più o meno precisamente configurato e strutturato – che, in genere inconsapevolmente (POICHE’ LA CONSAPEVOLEZZA SPETTA ALL’AGENTE STRATEGICO),si scontra con altri. Il risultato della lotta non è quindi determinato.

Non intendo qui allungare troppo il discorso, da farsi in sede più appropriata; comunque, mi sembra evidente che le mosse della POLITICA appartengono ad ogni sfera sociale: a quella che indichiamo come economica o a quella ideologica e culturale oalla politica nel senso appunto degli apparati “pubblici” e dello Stato in primo luogo. La POLITICA, in quanto conflitto tra gruppi comportante serie successive di mosse strategiche per la supremazia è un misto di azioni nelle diverse sfere sociali. Per comprendere la relativa superiorità degli agenti in movimento nella sfera economica o invece di quelli attivi nella sfera che passa per politica vera e propria (il “pubblico” e lo statale), ecc. è indispensabile un’analisi delle differenti congiunture e della configurazione delle forze in campo in ogni congiuntura; considerando tali forze e la configurazione dei loro rapporti su diversi piani, dal più strettamente locale fino al livello più globale (mondiale), di gran lunga più rilevante e denso di effetti.

Certamente, un lavoraccio, che lascia da parte il primato dell’economia (magari della finanza) o invece quello della politica in quanto apparati dello Stato, e altre semplificazioni. Il primato è sempre delle strategie, delle necessità OGGETTIVE inerenti aduna data supremazia da conseguire, cui si ricollegano le mosse degli agenti che ne sono i PORTATORI SOGGETTIVI; con prevalenza in date congiunture (o fasi di una congiuntura) degli agenti economici, in altre invece degli agenti politici o ideologicie culturali, sempre comunque intrecciati fra loro, pur mutando la strutturazione e gerarchia dell’intreccio. Restare alla dominanza dell’economia (o addirittura della finanza) o della politica (gli apparati pubblici o statali), ecc. è il modo di nascondere la portata reale – e i reali agenti in campo – della POLITICA, in quanto CONFITTO TRA STRATEGIE (per la supremazia), che permea le varie sfere sociali, semplici condensazioni di organizzazioni di varia natura: imprese per la sfera economica, apparati vari dell’amministrazione pubblica e statale (sfera politica), TV, giornali, apparati della comunicazione e informazione, scuola e organismi culturali vari (per la sfera della formazione ideologica),e via dicendo. Il tutto supportato da gruppi di pressione, lobbies, centri più specificamente indirizzati alle elaborazioni strategiche, ecc.  

3. Vi è forse un altro punto, più astratto ancora, da dover sondare con maggiore sistematicità di quanto non sia in grado di fare, in particolare in questo scritto. Se il movimento storico nel suo insieme è il risultato di azioni incrociate mosse dal conflitto tra strategie in vista di una supremazia da conquistare, lo sbocco del movimento in questione è largamente imprevedibile nel lungo periodo; a distanza relativamente ravvicinata (può trattarsi anche di alcuni anni) diventa possibile qualche previsione azzeccata assai all’ingrosso. Quando passa unintera epoca storica, di decenni o più, il quadro è del tutto mutato rispetto a quanto agognato da coloro che hanno messo in moto determinati processi sia pure di grande ampiezza e visione complessiva. Gli effetti storici dell’89 francese o del ’17 sovietico sono buoni esempi a tal proposito.

Di solito, quando si tratta di afferrare il comportamento umano e analizzare le condizioni del prodursi di suoi effetti particolari, si discute intorno al rapporto tra coscienza e spontaneità; in altre contingenze, ci si avvolge in dotte considerazioni circa l’interazione tra ragione e volontà, mossa da passioni. Oppure ci si sposta verso una riflessione intorno alla relazione che viene a istituirsi tra il soggetto agente e l’oggetto (la “realtà”) su cui esso opera. In linea di principio mi attengo al presupposto dell’esistenza di “qualcosa” di esistente, e di saldo nella sua esistenza, al nostro “esterno”. Spesso si ritiene che questo qualcosa, l’oggetto reale, sia dotato di struttura interrelazionale tra suoi elementi isolabili, struttura conoscibile per gradi(“approssimazioni successive”), magari mediante schemi costruiti in base ad ipotesi preliminari soggette a prova. E la prova consisterebbe nel valutare il successo o meno conseguito dall’azione mossa da quelle ipotesi. Naturalmente, l’azione nasce dalla conoscenza (supposta) della presunta “struttura interrelazionale” di cui è costituito l’oggetto “reale” indagato.  

Qualcuno pensa di superare la dicotomia soggetto/oggetto riducendo in sostanza quest’ultimo all’idea che di esso ha il primo, sia pure attraverso contorte disquisizioni tese ad allontanare il sospetto che egli sia affetto da pura fantasia idealistica. In altri casi, ci si attiene alla considerazione che nelle azioni in società il soggetto incide con la sua opera sull’oggetto,trasformandolo. L’oggetto quindi influisce con la sua “realtà” sul soggetto, imponendogli (in un certo senso) di esercitare la sua attività conoscitiva al fine di rendersi conto delle condizioni obiettive entro cui deve agire; ma poi il risultato dell’azioneimplica il mutamento dell’oggetto per cui si richiede la ripetizionedel processo. Detto scherzosamente, il soggetto non è munito di rete da pesca nelle cui maglie catturare il “pesce” (l’oggetto) per poi cuocerlo e mangiarlo; cerca invece di prendere il guizzante e sgusciante animale a mani nude, il che comporta il continuo schizzare nell’acqua di quest’ultimo per cui esso di ripresenta, sornione e maligno, all’appuntamento con il soggetto “prenditore”.

Innanzitutto, IL soggetto non è UN soggetto, ma un insieme plurimo di AGENTI in conflitto tra loro. A seconda degli specifici caratteri attribuiti al conflitto e alle sue poste in gioco, detti agenti sono singoli individui o gruppi, più o meno numerosi, di individui uniti fra loro (con conflitti interni minori o meno acuti) per il conseguimento di determinati scopi, sempre tenendo conto che il fine ultimo è l’affermazione di una supremazia; quand’anche ciò non comporti violenza e metodi bellicosi, mettiamo ad es. la vittoria in una contesa sportiva ed eventi similari. L’impresa è un gruppo in lotta con le altre nel luogo denominato mercato, così comè gruppo uno Stato nel conflitto, armato o non armato, con altri Stati. Le “classi” – definite nel caso del marxismo con riferimento alla proprietà (controllo) o meno delle condizioni oggettive necessarie a produrre – sono gruppi, di cui si suppone la contesa per assumere posizione preminente in vista di obiettivi determinati: da quelli redistributivi (tipo lotta sindacale per le retribuzioni, ecc.) a quelli di rivoluzionamento dei rapporti SOCIALI di produzione, comportanti allora mutamenti radicali in merito al suddetto controllo dei mezzi produttivi.

La coesione, senza la quale non vi è gruppo ma solo caotico assemblaggio di individui, richiede l’acquisizione di una serie di elementi-base, non sempre possibile; e non soltanto per incapacitàdegli agenti soggettivi, ma spesso per immaturità della situazione detta oggettiva. Innanzitutto, occorre quel gruppo (di vertice) che Marx definì nel Manifesto” del 1848 come capace di “intelligenza teorica del processo storico nel suo insieme”. E’ indispensabile indicare le coordinate (“oggettive”) che delimitano i gruppi nella loro lotta in un determinato CAMPO di suo svolgimento. L’intelligenza del campo, implicante la sua costruzione in base alla presupposizione delle coordinate in questione, è fondamentale per individuare i gruppi in quanto sintesi di varie posizioni individuali, sintesi capace di costituirli in effettivi agenti collettivi nel conflitto.

Althusser ebbe una intuizione del problema quando sostennel’idea di un processo senza soggetto né fine”. Tuttavia, si può rischiare, secondo me, di erigere il processo stesso a soggetto mentre il fine sarebbe comunque la tendenza al comunismo, per quanto la tendenza in questione possa rimanere senza conclusioneper un tempo indefinito. Penso sia meglio partire dalla supposizione che il processo storico è “qualcosa di reale” – a noi esterno – ma di fatto inconoscibile IN SE STESSO perché flusso caotico, indistinto, disomogeneo, ecc. Nel magma fluido e incandescente incontriamo determinate “parti” che ci appaionocomposte di un materiale più denso, in grado di formare quei grumi detti “fatti”; la densità dei grumi – la rilevanza dei “fatti” – non appare a tutti nello stesso modo e con la stessa consistenza, talvolta nemmeno nello stesso tempo. In ogni caso, per agire, è tassativo costruire (teoricamente), cioè STRUTTURARE, unCAMPO di apparente solidità e durevolezza. La strutturazione esige una selezione degli elementi (di grumi/fatti) da stringere in relazione onde trarre da quest’ultima un SIGNIFICATO, del tuttoindispensabile per impostare poi un’azione, che può anche essere rappresentata dal suo procrastinarla in quanto non si ritiene possibile attuarla in quella data congiuntura, bensì in una successiva.

Il gruppo si forma a partire dall’azione di quello che sarà, per tutta una fase storica o almeno all’inizio della stessa, il suo vertice, quello che Marx indicò appunto (lo ripeto) come parte degli ideologi borghesi in grado di giungere all’intelligenza teorica del processo storico nel suo insieme; quello che in Lenin fu il partito in quanto avanguardia della classe operaia ecc.L’intelligenza teorica è pur sempre la scelta (selezione) dei grumi/fatti da interrelare in quella struttura che è il campo su cui si intende svolgere la lotta; e la struttura del campo indica, per ogni gruppo che riesca a formarsi, l’individuazione dei suoi avversari (principali, secondari, possibili alleati temporanei, ecc.) con cui condurre la competizione secondo modalità varie e di diversa portata storica.

In un certo senso, il conflitto forma i vari gruppi in lotta e delimita il campo di svolgimento di quest’ultima. L’inizio non è però rappresentato dalla lotta stessa; l’inizio è il magma fluido e incandescente in cui siamo immersi ed in cui intravediamo, in modo caotico e anche incerto, parti di materiale che ci appaiono più dense a mo’ di grumi (fatti). Dati “nuclei” – i vertici con intelligenza teorica, ecc. – iniziano a solidificare, con evidente carattere di aleatorietà, il terreno delimitando campi ritenuti più consoni alla lotta per affermarsi, gli uni in conflitto con gli altri (con le opportune alleanze, compromessi, rotture delle alleanze edei compromessi, ecc.); così agendo, ognuno d’essi contribuisce alla (apparente) stabilizzazione e solidificazione del campo (o dei campi) del o dei conflitti e alla formazione degli altri nuclei di ulteriori gruppi in lotta in quei campi. Non è semplicemente la lotta a rendere gruppo i contendenti (che il marxismo della tradizione considerava CLASSI in base alla proprietà o meno dei mezzi di produzione); gli agenti sono nuclei coagulatisi per comune “intelligenza teorica del processo”, sono cioè piccoli gruppi di individui riunitisi per selezionare dal magma fluido in cui sono immersi le parti che appaiono loro più dense e degne di essere utilizzate quali elementi di realizzazione della struttura(relazione tra gli elementi in questione) solida e stabile, caratterizzante il campo in cui svolgere il conflitto.

4. I nuclei sono gli effettivi AGENTI (SOGGETTI) del processo; e l’oggetto “reale”, in senso proprio, è il magma fluido e caotico, non conoscibile nel senso attribuito solitamente a questo termine. Anche in tal caso vi sono nel marxismo barlumi di consapevolezza di tale problema; ad es. in quella fra le Tesi su Feuerbach, in cui Marx afferma che per conoscere la realtà non ci si deve limitare ad interpretarla, ma bisogna trasformarla. In realtà, non è detto che la si trasformi; l’importante è che si riesca ad intervenire su di essa, pur se l’operazione si concludesse con l’insuccesso del tentativo di trasformazione. Inoltre, non si riproduce l’oggetto (“il concreto”) nel cammino del pensiero, come pensava Marx; l’importante è riuscire a costituire quel nucleo (di vertice) del soggetto agente (il gruppo sociale)uno dei soggetti agenti, quindi con un SUO PUNTO DI VISTA – in grado di delimitare “strutturalmente” il campo (costruito per solidificarsi il terreno sotto i piedi) su cui combattere il conflitto con gli altri soggetti agenti, dotati di altri punti di vista e selezionanti elementi diversi per la costruzione dei campi di lotta (anch’essi quindi differenti fra loro).

Certamente, però, il nucleo di cui si è parlato NON E’ ANCORA SUFFICIENTE PUR SE NECESSARIO. Non si forma alcun gruppo (sociale), in quanto soggetto agente, se non sussiste il nucleo (con intelligenza teorica, ecc.). Altro materialedeve tuttavia essere recuperato. Una delle condizioni è rappresentata dalla presenza di quelle che vengono dette “le masse”. Esse sono insiemi, ammassi piuttosto caotici, di individui classificabili come appartenenti a gruppi sociali diversi. La formazione delle “masse”, dette “in movimento”, avviene in contingenze particolari, in cui il disagio si scatena e si propaga inuna o più formazioni PARTICOLARI (in genere si tratta dei vari paesi). Per quanto il disagio possa diffondersi presso la maggioranza di una determinata popolazione, le masse in movimento rappresentano sempre una minoranza, di solito pure esigua in rapporto al totale della popolazione in oggetto. In assenza di queste masse in movimento – e del disagio crescente di ulteriori vasti strati sociali – i nuclei direttivi di cui si è parlato non possono agire secondo il significato proprio del termine.Tuttavia, in senso lato, è da considerarsi azione anche l’analisi indispensabile alla delimitazione e solidificazione (strutturale) del campo e all’individuazione delle potenziali forze in campo, cioè degli strati sociali che dovrebbero essere più acutamente investiti dal disagio in particolari congiunture, pur esse da analizzare e fissare nelle loro più essenziali coordinate spaziali e temporali.

Con una certa approssimazione, i nuclei (direttivi) sarebbero daparagonarsi alla “ragione”, mentre le masse, soprattutto in movimento, rappresenterebbero le varie passioni che la ragione dovrebbe incanalare verso uno o più scopi ben determinati. In realtà, il problema mi pare porsi in modo meno semplice e definito. Intanto, le cosiddette masse quelle in agitazione più o meno scomposta; e con loro gli strati sociali investiti dal disagio in date congiunture – si muovono per motivazioni che comportano stimoli molto immediati, rabbiosi, quasi istintivi, di solito non durevoli e facili allo sconforto, con abbandono del movimento, alle prime difficoltà (magari provocate da qualche repressione “convincente”). Le passioni non hanno tale carattere di labilità e di rapido alternarsi di esaltazione furiosa e di cedimento della decisione ad agire. Inoltre, sono dotate di scopi solidamenteprefissati e perseguiti, pur quando è carente l’analisi razionale delle condizioni di possibilità di un’azione condotta per realizzarli. Condizioni di possibilità che sono per l’appunto il campo in cui si combatte il conflitto, la mobilitazione di specifiche forze e la loro organizzazione e disposizione nel campo, l’individuazione di tappe intermedie implicanti un dato percorso temporale, durante il quale può certo accadere che le passioni si acquietino e la ragione si senta appagata dal minimo raggiunto, magari perché si teme la sconfitta continuando il conflitto; oppure perché i nuclei direttivi vengono cooptati e risucchiati nel vecchio ordine, ritenendosi pienamente soddisfatti di tale risultato.

Chiariamo allora il radicale modo di porsi la costruzione del partito da parte del vecchio bolscevismo leninista. Certamente, la specifica organizzazione rispondeva ai criteri invalsi nell’epoca in cui si pensava allo scontro tra borghesia e proletariato (classe operaia). Tuttavia, l’insegnamento ha carattere più generale. La sedicente “avanguardia della classe” (il partito appunto) era in fondo costituito dai nuclei direttivi (potenzialmente almeno) di cui ho discorso. Era evidente che i primi, poco numerosi, individui facenti parte di tali nuclei erano per formazione culturale, nella loro grande maggioranza, intellettuali formatisi all’interno delle classi dominanti (o degli strati sociali medio-alti), erano cioè quegli ideologi di cui parla Marx nel passo citato all’inizio. Non erano dunque semplicemente portatori della necessaria ragione analitica, senza la quale con vi è la costruzione del campo della lotta, ecc. ecc. come già sopra chiarito. Erano appunto anche portatori di un punto di vista (detto all’epoca DI CLASSE), di unideologia comportante il consolidarsi e rafforzarsi di una PASSIONE: sentirsi cioè parte decisiva di un processo storico di emancipazione dallo sfruttamento.

Caduta quella “passione” specifica, è ovvio che altre dovranno prenderne il posto, poiché senza di esse resta l’analisi, presunta oggettiva, delle coordinate strutturali della società in cui dati nuclei (direttivi) si muovono. Tali nuclei sono però soltanto “in formazione”, con caratteri di forte labilità e di facile dispersione ad opera della forza dell’abitudine connessa al predominio del vecchio ordine; anzi, spesso, sono assorbiti in quest’ultimo e dai dominanti di quella PARTICOLARE formazione sociale (paese).Dunque, non è che i nuclei direttivi rappresentino la ragione (organizzatrice e orientante) mentre le masse, e i loro movimenti, sarebbero espressione delle passioni da organizzare e orientare. Queste ultime, invece, nascono e si sviluppano nei nuclei stessiaccanto alla ragione e, di fatto, la coadiuvano. Ciò che coinvolge le masse e le fa entrare in agitazione è il disagio, più o meno forte, più o meno rabbioso e più o meno simile ad ebollizione tumultuosa e caotica, nascente dal processo storico in certe congiunture. Dal semplice disagio delle masse, per quanto forte sia, non nasce la passione (o le passioni), non nasce l’ideologia che serve ad alimentare, e fornire impulso, alla ragione analitica; può invece risultarne uno scoordinamento, una disorganizzazione crescente, che blocca a lungo la possibile nascita dei nuclei direttivi.

Nella concezione leninista del partito, tra i vertici (quelli “giunti all’intelligenza teorica, ecc.”) e le masse (proletarie e contadine) doveva situarsi un anello di congiunzione, rappresentato da gruppi di proletari “più coscienti” dei compiti (storici) della “classe”. Tale coscienza non era in definitiva null’altro che l’ideologia della “rivoluzione proletaria mondiale”, dell’emancipazione definitiva dallo sfruttamento con il passaggio, mai avvenuto, al socialismo einfine comunismo. Era una passione, certamente favorita dalla particolare congiuntura – che, una volta superata, ha condotto alla conclusione disastrosa del processo presunto rivoluzionario – ma nutrita soprattutto dai vertici, dai nuclei direttivi; una passione che alimentava la ragione analitica, mentre quest’ultima dava veste di necessità storica all’organizzazione e orientamento del processo. Dalle masse, in movimento in quella determinata congiunturastorica, proveniva soltanto generica energia che andava ad alimentare i nuclei direttivi sovietici; processo poi sclerotizzatosi e condensatosi nella costituzione di un gruppo dirigente piuttostochiuso in se stesso e poco permeabile.

5. In definitiva, per riassumere, l’oggetto reale, saldo nella sua indipendenza al di fuori della nostra coscienza, dovrebbe essere pensato (supposto, presunto, ecc.) quale fluido magmatico, in cui si scorge o si crede di scorgere qualche grumo (“fatto”) di condensazione. Allo scopo di agire, dati gruppi tentano di costituirsi in nuclei direttivi, in agenti soggettivi che orientano il processo oggettivo (del fluido). Il tentativo non può esimersi dalla costruzione di un campo, strutturato e consolidato (e dunque stabile per dati periodi di tempo), con elementi (alcuni grumi)trascelti dall’insieme e messi tra loro in relazione secondo configurazioni specifiche, e sempre ipotetiche. Nel campo, i diversi agenti soggettivi, cioè i vari nuclei direttivi, entrano in conflitto per la supremazia, tentando di orientare date “masse” – quando però queste si costituiscono come tali entrando disordinatamente in movimento a causa di contingenze storiche di disagio sociale – al fine di organizzare determinate forze da disporre in campo nel modo più appropriato per vincere.

Non esiste il semplice rapporto soggetto/oggetto, qualsiasi sia poi la teorizzata relazione tra i due e la primazia o dell’uno odell’altro, con l’affannosa ricerca di superare la dicotomia e di fondere i due elementi in una unità (magari definita “dialettica”,termine che spesso viene usato solo per confondere ulteriormente le idee e darsi la patina di profondo pensatore). In realtà, vari sono i soggetti poiché si tratta degli agenti che hanno poteri decisionaliin un conflitto, cioè dei nuclei direttivi (formati o in formazione), ognuno dei quali ha un punto di vista, opera un certo “taglio della realtà supposta, trasceglie elementi per costruire (strutturando) un campo di solidità su cui disporre le forze per lottare contro gli altri. Pure gli oggetti sono dunque da declinarsi al plurale se ci si riferisce a detti campi; altrimenti ci si deve rapportare al “qualcosa” a noi esterno, la cui esistenza s’impone attraverso il finale – dopo periodi di tempo di lunghezza variabile a seconda dei “settori di mondo” (naturale, sociale, ecc.) in cui si agisce – insuccesso dell’azione dei soggetti. Questi ultimi, dunque, andranno dissolvendosi nella forma presa in date epoche storiche; altri e diversi si formeranno in epoche successive mediante le solite modalità (conflittuali) già indicate per sommi capi.  

Prima della costituzione del campo e della disposizione e orientamento delle forze nel campo, i nuclei direttivi non sono tali in senso effettivo; sono solo tentativi di formazione degli stessi, unione di piccoli gruppi di individui uniti da una data direzioneassegnata all’analisi del fluido e all’uso di determinate categorie teoriche – senza però più la pretesa di poter “giungereall’intelligenza teorica del processo storico nel suo insieme” in modo definitivo e certo, credenza da abbandonare perché conduce infine alla delusione paralizzante ogni volontà di riprovare – per orientarsi nel flusso solidificandolo, appunto tramite quelle categorie, in “campi provvisori” su cui confliggere. I nuclei, per formarsi, devono perciò assumere un punto di vista nell’elaborazione di una teoria adeguata alla conduzione delcombattimento. La ragione analitica, secondo cui si viene costruendo la teoria e il campo da essa strutturato, deve trovare nel contempo impulso dalle passioni. Essa poi senz’altro le orienta, le dirige ad uno scopo, non le lascia in balia del mare procelloso come nave senza nocchiero – così come accade invece almovimento delle masse, gonfio di disagio, rabbia, tendenza prevalentemente distruttiva (non indirizzata alla “creazione del nuovo”) – e tuttavia le orienta, organizza e dirige dopo che esse hanno fornito l’impulso alla formulazione teorica. Quest’ultima, dunque, non è mai mera “intelligenza del processo storico nel suo insieme”, una intelligenza cioè soltanto asettica, oggettiva, spassionata.

Essere lucidi nell’analisi non significa essere spassionati, bensì contemperare l’impulso con il suo imbracamento, che sempre ha da essere temporaneo ed aperto a periodici successivi impulsi (“passionali”) di modifica e aggiornamento. Ragione e passione, elaborazione teorica e tensione della volontà e della decisione nell’agire, analisi rattenuta (e quasi a bocce ferme) e forte carica interiore che spinge alla realizzazione di un “ideale”, ecc. vanno insieme, si spronano a vicenda. E le ragioni e le passioni sono molte, si raggrumano nella formazione di più agenti soggettivi (nuclei direttivi) che lottano fra loro; ognuno d’essi ha un suo scopo da conseguire. Ogni scopo viene “vestito” di “abiti ideologici”, e ogni gruppo costituitosi in agente ha una sua più o meno elaborata articolazione teorica con cui costruire i campi di battaglia e le forze in lotta da orientare per affermare la sua direzione di marcia, sintesi appunto di volontà ideale e di lucidaanalisi delle condizioni di possibilità per la vittoria del proprio schieramento.

Dietro ci sono gli interessi, detti materiali, non me ne sono dimenticato. Tuttavia, questi sono semplice materia bruta; nessuno si costituisce in autentico agente soggettivo in quanto effettivo nucleo direttivo impastando soltanto quest’ultima. Chi si limita a tale “lavorio” non ottiene nulla di stabile e vincente nel lungo periodo; costruisce sulla sabbia dell’effimero o le sue calzature si appesantiscono nel fango impedendogli infine ogni movimento.L’interesse va forgiato con gli strumenti rappresentati siadall’analisi del campo che dallo sprone ad uno scopo ideale; ed acquista efficacia – forma produttiva di effetti duraturi – quando tali strumenti entrano in simbiosi fra loro, interagendo virtuosamente nel perseguimento di prospettive realizzabili.

D’altronde, quelle che indico come passioni – forti cariche anche emotive indirizzate a finalità determinate – non nascono per pura volontà e decisione di singoli individui. Dobbiamo supporre che il fluido magmatico venga, in date fasi (storiche), attraversato da correnti incrociate che si vanno formando; esse si urtano fra loro, sollevando nello scontro una serie di increspature (onde) sulle più alte delle quali i vari agenti tentano di salire, in conflitto fra loro, per acquisire la posizione suprema (il potere maggiore).Lo ripeto: gli agenti sono obbligati a stabilizzare il campo del loro conflitto. Teorie (“intelligenza teorica”) e ideologie sono strumenti di tale modalità stabilizzante dell’azione; tanto più dati gruppi sono stimolati a forgiarli e a utilizzarli (divenendo effettivi soggetti agenti, nuclei direttivi secondo quanto ormai si è detto più volte) quanto più le correnti, formandosi, seguono precise direzioni incrociate di incanalamento dentro il fluido della “realtà” e sollevano creste (onde) via via più alte.

La fase storica attuale, ad es., mi sembra di preparazione alla formazione delle correnti; già esistono, ma spesso si confondono fra loro più che urtarsi e incresparsi, per cui anche gli agenti sono ancora informi, i gruppi si fanno e disfano con facilità. Quelli che sembrano già costituiti si muovono troppo scopertamente per i loro interessi materiali, privi di qualsiasi capacità di sollecitare passioni e di promuovere elaborazioni teoriche atte a solidificare e stabilizzare il campo del conflitto. Solo alcuni gruppi residuali mantengono simulacri di passioni e ragione analitica, di ideologie e formulazioni teoriche ormai cristallizzate, inerti, spesso anzi inputrefazione. E’ necessario dare per scontato che le modalità stesse secondo cui si costituiscono gli agenti (i nuclei direttivi) – proprio in quanto essi tendono a stabilizzare ciò che è incessante movimento allo stato fluido – comportano infine lacristallizzazione e la “morte” di passioni e ragione, di ideologie e teorie. E ne devono necessariamente sorgere di diverse, all’inizio in modo esitante, incerto, con frequenti mutamenti d’impostazione; e tuttavia si deve insistere nel nuovo cammino.

Altra conclusione necessitata è che non esistendo il soggetto in relazione ad un oggetto (comunque questa relazione vengapensata ed elucubrata), bensì sussistendo il conflitto incrociato tra molti agenti in un fluido magmatico, a periodi ricorrenti attraversato da correnti incrociate – sempre gli agenti (i gruppi, i nuclei direttivi, ecc.) saranno alla fine “delusi” dalla “realtà” che sono convinti di aver creato con la loro azione; è da qui che poi nascono lagnose autocritiche, sensi di colpa, ecc. E’ allora possibile dire (imprecisamente ma significativamente) che la Storia si è presa gioco della volontà, delle decisioni, dei desideri, di chi aveva combattuto per affermare una certa direzione di sviluppo della società. La delusione appartiene solo a coloro che ancora ragionano in termini di SOGGETTO AGENTE e di OGGETTO REALE da trasformare (o conservare). Nulla di più lontano da quanto si svolge nel conflitto tra più agenti, che solo in esso – e in mezzo ad un fluido in magmatico sobbollimento con periodiche onde in sollevazione più o meno alta e impetuosa e in direzioni variabili – agiscono; ma ognuno secondo determinate sue passioni e determinate sue “comprensioni della realtà”.  

             

6. Certuni però si lamenteranno: mancano i dominati, le masse oppresse, sfruttate, ecc. Tutti termini che vanno in certi casi utilizzati – direi di impiegare sempre meno oggi, almeno nei nostri paesi a capitalismo detto avanzato, quelli di oppressi e sfruttati – con la precisa consapevolezza che si tratta tuttavia della ben nota “notte in cui tutte le vacche sono nere”. La loro capacità orientativa è scarsa; solo alcuni “religiosi messianici” possono sentirli come termini ancora significativi. In realtà, certamente vi sono, nell’ambito delle diverse società – qualunque sia il criterio con cui delimitiamo le loro varie partizioni – gruppi minoritari di individui che hanno maggiori poteri di decisione in merito a scelte di più acuto impatto nelle società in questione; e nelle loropartizioni, sia in orizzontale (secondo date segmentazioni) che in verticale (cioè in quanto strati).

Tuttavia, per lunghi periodi storici e in date ampie partizioni della società, la presenza di maggiori poteri decisionali provocasoltanto conflitti minori, sempre riassorbibili e mutabili a seconda di specifiche contingenze. In specifiche fasi o congiunture, e con particolare impatto in alcune partizioni della società, si sollevano alte onde di conflitto che conducono a scontri acuti legati a sconnessioni e sconvolgimenti di speciale rilievo prodottisi in quelle partizioni. In tal caso appare più netta la divisione tra minoranze decisionali e maggioranze prive di simili poteri. E’ in queste ultime che si vanno accumulando correnti di forte tensione nate dal disagio, malcontento, senso di impossibilità di continuare la vita secondo i moduli fino ad allora seguiti, ecc. Si formano così le “masse”, perché è solo in simili condizioni di “movimento” che si può sensatamente utilizzare un termine simile, denotantetuttavia un ammasso informe di individui, un corpaccio collettivo acefalo, mosso da primitive e confuse passioni (dire aspirazioni mi sembra già tanto, le aspirazioni sono in realtà ingannevolmente attribuite alle masse da gruppi ristretti in agitazione al loro interno).

Senza dubbio, è solo in momenti simili che si vanno accumulando le energie necessarie a più “epocali” cambiamenti sociali (dei generi più svariati e cui non attribuire caratteri specifici fin dal primo momento). Tuttavia, si tratta di unenergia “libera”, sfrenata, priva di concentrazione sufficiente e di indirizzo significativo. E’ come l’energia che si scatena in un forte temporale; si dice che in un qualsiasi fenomeno atmosferico del genere si libera unenergia paragonabile a quella delle prime bombe atomiche. E’ energia che si sfoga nelle più svariate direzioni: o non provoca nulla oppure danni considerevoli a tutto ciò che essa investe. Per avere un senso costruttivo, l’energia deve essere incanalata; occorrono quindi condutture e l’arrivo a punti di sua presa. Per riferirmi solo a quella d’uso domestico, alla presa possono essere collegati strumenti vari: frigoriferi, televisori, aspirapolvere, computer e via dicendo. L’energia in sé conta poco, conta lo strumento (inventato e costruito da “qualcuno”) perraccoglierla e utilizzarla allo scopo di conseguire uno scopopreciso, quello per cui lo strumento è stato ideato e creato.

L’energia, liberatasi nel movimento da cui si formano le “masse”, o si sfoga in senso distruttivo oppure viene utilizzata dai gruppi già qui indicati quali nuclei direttivi, cioè gli agenti soggettivi che si muovono con costruzione di campi, disposizione delle forze in  campo, ecc. secondo quanto più volte sostenuto. I nuclei direttivi non si formano però dall’energia scatenatasi nella formazione delle “masse”; questa è mera immaginazione di intellettuali che conducono il “movimento” al disastro oppure èrozza ideologia imbastita da furfanti profittatori della situazione. I nuclei devono in qualche misura essersi già formati (questa fu la positività del partito bolscevico, anzi del suo gruppo dirigente); indubbiamente, per la loro formazione, è necessario che si siano create nel flusso magmatico del “qualcosa di reale a noi esterno” correnti in incrocio ed urto, con incresparsi di onde di una certa altezza. Sono comunque i nuclei direttivi ad innestare nella presa di corrente la spina di particolari apparecchiature, di dati strumenti operativi, destinati ad usi specifici per conseguire finalità determinate. I gruppi costituenti detti nuclei, gli agenti soggettivi, già lo sappiamo, utilizzano teorie e ideologie, ragione analitica e passioni, per indirizzare l’energia verso la realizzazione di quelle finalità.

Manca tuttavia un anello: la corrente può arrivare alla presa, cui si innesterà la spina della strumentazione, attraverso fili conduttori. E’ qui che nella concezione leninista del partito – secondo cui l’avanguardia nasceva comunque ACCANTO alle “masse proletarie”, non certo “spontaneamente” da esse – si era pensato al formarsi dei fili conduttori in quanto anello di congiunzione tra l’energia scatenata dal “temporale di massa” e la presa cui si doveva innestare l’azione della suddetta avanguardia. Tale anello, come già ebbi modo di dire in un vecchio articolo del 1970, era rappresentato dagli elementi più coscienti del “proletariato”, identificato, lo ricordo sempre, con la “classe operaia” (nel senso stretto del termine, non il “lavoratore collettivo cooperativo”, coordinamento di mansioni direttive ed esecutive).

Oggi, si è dimostrato – innanzitutto storicamente ma poi, almeno per quanto mi riguarda, anche come coscienza teorica del problema – l’essenziale (“strutturale”) NON RIVOLUZIONARIETA’ della, solo presunta, “classe” operaia; esistono gli operai, certo, non la classe così come la intendeva Marx in base ad una precisa, e scientifica, analisi fondata sulla proprietà (controllo) o non proprietà delle condizioni oggettive della produzione, sulla teoria del valore e plusvalore, ecc. Ecco perché chi oggi riduce Marx ad un filosofo non rivivifica l’opera di quel pensatore, per la sua epoca rivoluzionario. Costui se ne serve soltanto per le sue fissazioni di intellettuale fuori della realtà, unita all’ambizione di una carriera universitaria costruitacivettando con la rivoluzione; in attesa di crescere, di età e di potere accademico, per accedere a ben altre cariche concesse agliideologi dei gruppi dominanti.

Con il fallimento della “rivoluzione proletaria” – non della “Rivoluzione d’Ottobre”, che ha prodotto effetti rilevantissimi nel mondo, pur se non quelli voluti dagli agenti soggettivi, dai nuclei direttivi della presunta classe operaia – il fluido magmatico della realtà sembra oggi più quieto ed uniforme, non attraversato da quelle correnti incrociate di cui ho parlato. Per questo, il sottoscritto e i suoi collaboratori hanno deciso di abbandonare le cariatidi, le ossificazioni, di un morto passato, assumendo posizioni del tutto provvisorie – ma di una provvisorietà supposta piuttosto lunga in termini storici – al fine di instaurare, ove possibile, un dialogo con altre forze che si riallacciano intanto alla prospettiva di mutare le attuali configurazioni internazionali che vedono il nostro paese in una avvilente posizione subordinata agli Stati Uniti e ad una UE servile verso il vecchio establishment di tale potenza predominante. E’ stata presa, con la dovuta cautela, questa strada perché quella di una società “globale”, basata sulla mera “libertà dei commerci”, unita alla generica e informe “multiculturalità” (per questo la “destra” liberista si confonde con il falso “progressismo buonista della “sinistra”), è solo il passepartout della predominanza statunitense.

Come intuizione, ma sempre da accettare con cautela, pensiamo che le nuove correnti incrociate, e in urto crescente nel fluido magmatico della realtà, andranno prendendo forma in quel coacervo di strati e segmentazioni sociali, tuttora molto confuso e non troppo conosciuto, indicato con il termine di “ceti medi” giustamente definito un “concetto-ripostiglio”. Non intendo dire di più, altrimenti parlerei a ruota libera. Ho solo fatto qui un inizialetentativo di liberare il campo dai cadaveri di morte concezioni, che non sono solo quelle di mia personale appartenenza (marxismo e comunismo), bensì, e direi ancora peggiori, purequelle degli ideologi dei “dominanti”, dei “decisori”, ormai gruppi di zombi, purtroppo però tutt’altro che vicini a trovare i loro seppellitori. Sono questi a imperversare nel mondo, e lo faranno ancora a lungo, almeno secondo le possibili previsioni.                      

 

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