LA FINANZIARIA "EQUA E SOLIDALE"

Peccato che in questo periodo La Grassa stia poco bene e non possa intervenire sul blog, ma immaginiamo che  avrebbe sottoscritto le informazioni che stiamo dando sullo "sfascio" della politica italiana.

Montezemolo sta facendo un gioco delle parti forsennato con il governo, batte e ribatte ad ogni decisione dell’esecutivo e adotta il linguaggio conservatore della sua base (quale occasione migliore del Forum delle piccole imprese per dimostrare che i vertici Confindustriali sono sintonizzati sulle istanze dei piccoli e medi imprenditori) per dire che questa manovra finanziaria è vecchia e classista. Lui, invece, propone un sano e robusto “patto di competitività” tra soggetti economici e istituzionali. Montezemolo si rivolge alle banche alle quali chiede di sostenere le idee più innovative (come le iniziative sul tessile alle quali sta puntando per importare prodotti dalla Cina e mettere definitivamente in ginocchio le piccole imprese italiane del settore); ai Sindacati chiede di adeguarsi a quello che succede negli altri paesi nostri concorrenti dove c’è più flessibilità e si lavora di più ( siamo un popolo di poeti, santi, navigatori e sfaticati!).

Intanto, Romano Prodi reagisce all’accusa di essere un bolscevico sostenendo che questa manovra è equa ed ispirata da criteri di giustizia sociale. Snocciola i dati il professore: 7 mld alle imprese, 3 mld alle famiglie e 6 mld alla Sanità. Nell’ equa giustizia sociale prodiana mancano i lavoratori dipendenti. I 4 mld del cuneo fiscale che dovevano andare nella busta paga dei lavoratori si sono persi negli aiuti generalizzati alle famiglie e alla totalità dei soggetti Irpef. La sinistra di governo tace, né i Comunisti Italiani né Rifondazione hanno preso posizione sulla faccenda. E questa sarebbe la finanziaria della classe operaia! Come al solito, per cogliere la realtà delle cose bisogna leggere tra le righe. In questo ci aiuta Mario Monti il quale, al convegno Glocus, think thank della Margherita, invita a dimenticare la parola lavoratori perché il nuovo must sono le richieste dei consumatori, in Europa lo hanno capito noi invece saremmo ancora indietro. Così parlò Mario Monti, altro geniaccio pagato dalla Goldman Sachs.

Naturalmente, se non bastano le parole di questi lestofanti a corroborare tali nefandezze ci pensano i teorici innovatori come Anthony Giddens il quale propugna una terza via tra liberismo sfrenato ed assistenzialismo statale. A questi concetti ormai obsoleti Giddens oppone una sana competizione tra individui e imprese nello scenario “armonico” dell’economia globalizzata. La ciliegina sulla torta è quella di Mario Draghi che da ben altra platea rincara la dose sulla necessaria apertura dei mercati. Il governatore della Banca D’Italia, dal raduno degli studenti della Business school della Columbia University, fornisce le sue ricette su crescita e competitività. Draghi è un ricardiano doc nel perorare la massima apertura dei mercati in funzione di una competizione virtuosa che avvantaggia tutte le economie. Anzi, il Governatore dice chiaro e tondo che occorre togliersi dalla testa il dannoso protezionismo che i governi “alzano” per favorire imprese e lavoratori nazionali. Draghi sostiene che l’Europa è ad un bivio e dovrà scegliere tra libera concorrenza, libertà di movimento ed integrazione dei mercati (cioè il terreno dove ci intrappoleranno gli Usa) oppure il vetusto protezionismo disintegratore che priva l’economia della sua spinta alla crescita e alla massima produttività. Così il Governatore ci invita ad ispirarci al modello americano dove l’economia è più dinamica. Ma quali saranno le ragioni di questo maggiore dinamismo? Draghi le spiega con parole concise: in America si lavora di più e più a lungo rispetto all’Europa, il contesto normativo è più favorevole alle attività industriali e imprenditoriali. Vorremmo aggiungere che gli Stati Uniti s’inventano anche qualche guerra qua e là per garantirsi il controllo di aree strategiche del mondo (a sostegno della propri geopolitica di potenza e per lo sfruttamento delle risorse presenti in questi paesi). Inoltre, dove non arrivano con le guerre utilizzano i virtuosi principi del mercato descritti da Draghi, con le merchant banks e le agenzie di rating a dettare il verbo della competizione liberista. Ormai dovrebbe essere chiaro che si vuole creare un clima di “inevitabilità”, almeno per ciò che riguarda il nostro paese, per una palingenesi del sistema previdenziale e per una riforma in pejus del mercato del lavoro. Rebus sic stantibus, il governo non potrà rifuggire dai suoi compiti riformatori perché lo richiedono i mercati, perché lo chiede la globalizzazione.

Abbiamo già più volte ricordato per chi lavora in realtà questa gente. Sul Sole di oggi c’è un articolo di Marco Valsania sui superbanchieri alla corte di Goldman Sachs. Vi consiglio di leggere come si allevano e si fanno strada i figli di puttana nel mondo della finanza(americana) che conta. La Goldman Sachs ha 25 mila dipendenti in tutto il mondo, un giro d’affari di 25 mld di dollari, 8 mld di utili nel 2005, 237 banchieri, un rialzo dei titoli del 40% nel 2006 e 1,68 mld di dollari di profitti nel terzo trimestre 2006. Volete che questa gente non lavori per chi la paga così profumatamente? Oltre a questo ci sono le credenziali che la Goldman fornisce. Vuoi diventare governatore della Banca D’Italia? Fai un po’ di strada con loro e la promozione sarà assicurata.