OLTRE L’ORIZZONTE di Gianfranco La Grassa


Oltre_l_orizzont
Autore: Gianfranco La Grassa

Collana: Astrolabio 38

Categoria: saggistica / pagine:176

ISBN 978-88-497-0736-6

€ 17,00
Il testo qui presentato è il quinto, e ultimo, volume di una ricerca teorica intorno a diverse forme della società capitalistica; una ricerca che si riallaccia al pensiero di Marx, ma che se ne allontana su alcune questioni decisive. Il testo si divide idealmente in due parti. Nella prima si illustra il primo disvelamento teorico compiuto da Marx con riguardo alle correnti della scienza sociale dei suoi tempi. Nella seconda si compie un passo successivo, criticando varie impostazioni odierne, accomunate dal riferimento o alla pura volontà e forza politica o alla netta predominanza assegnata all’ambito economico e al calcolo che lo pervade, quello del minimax (minimo costo o massimo beneficio). Qui si tenta di connettere strettamente la razionalità economica e quella strategica (applicata al conflitto per la supremazia), pur assegnando la prevalenza alla seconda. Se ne traggono numerose conseguenze in merito all’interpretazione delle “strutture” economico-sociali, della loro storia, delle pratiche politiche perseguite nel XIX e XX secolo, ecc. Soprattutto ci si sforza di superare la generica indicazione della società moderna quale capitalismo, segnalando l’esistenza di sue forme diverse, sia in successione temporale (storica) sia nella loro compresenza attuale. Gianfranco La Grassa ha lavorato nell’industria ed è stato docente di Economia nelle Università di Pisa e Venezia. È autore di decine di libri e articoli vari. Fra gli ultimi volumi pubblicati: Gli strateghi del capitale e Finanza e poteri (Manifestolibri) e Tutto torna ma diverso (Mimesis).

Nuovo Saggio di G. La Grassa – Due passi in Marx. Per uscirne infine

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dalla quarta di copertina: Il percorso teorico di Gianfranco La Grassa ha sviluppato negli anni una progressiva decostruzione e una parziale ricostruzione dell’apparato categoriale marxiano. Due passi in Marx prende spunto proprio dall’esigenza di superare la coltre ideologica che impedisce di comprendere nella loro reale portata i mutamenti sociali di questi anni. Nel testo si analizzano due punti rilevanti della teoria marxiana. Il primo, trattato nel Primo passo, sarebbe quello affetto, secondo i critici, dal determinismo economico che traccia un troppo sommario schizzo dell’evoluzione della società umana. Nel Secondo passo si discute la concezione marxiana del denaro, criticata per una concezione sostanzialistica dello strumento monetario (il suo valore dipenderebbe dal “lavoro incorporato” nella quantità di metallo prezioso, di cui ogni moneta sarebbe rappresentativa). Discutendo queste tesi ottocentesche di Marx, se ne mostra il nocciolo razionale ancora oggi utilizzabile proprio ai fini di un superamento del marxismo, indicandone una possibile “porta di uscita” alla luce dell’esperienza storica del XX secolo. Si esce da quella porta per trovarsi di fronte un nuovo panorama scientifico, da indagare e approfondire in relazione alla nuova epoca che si sta aprendo.

Edizioni: Il Poligrafo, €20,00, copertina stampabile

La distruzione dell’identità maschile/femminile e … omosessuale

Sono tanti i modi in cui gli esseri umani si rappresentano le contraddizioni che attraversano la loro esistenza, uno dei principali e di più lunga data si è costruito attorno alle differenze di carattere biologico, legate alla riproduzione del genere, sulla base delle quali si sono create delle differenze di carattere culturale e morale incentrate sul principio della complementarietà. Dico subito che non mi interessano, né in negativo, né in positivo le preferenze sessuali individuali, che appartengono alla sfera inviolabile della libertà individuale, non nego che una sessualità "deviante" possa arricchire l'esperienza umana, ma perché appunto possa essere "deviante" bisogna che ci siano delle identità maschili e femminili, mentre qui è in gioco la distruzione dell'identità tout court, anche di quella omosessuale. 
Esiste una base naturale nelle differenze tra uomo e donna, e consiste nelle ben note differenze anatomiche, le quali originariamente servivano per la riproduzione, in seguito, poiché l'essere umano non è solo un essere biologico, ma anche culturale, attorno alla sessualità si sono sviluppate varie sovrastrutture culturali, e le "deviazioni" da questa norma, proprio perché l'uomo non è un essere puramente naturale, sono sempre state diffuse in tutte le società, un'eccezione così diffusa da diventare a sua volta norma. Nella Grecia classica l'omosessualità era la norma, ed era dovuta al carattere fortemente maschile della società greca, con esclusione e degradazione della donna, per cui l'Eros, che coinvolgeva sia la facoltà fisiche che spirituali, poteva sorgere soltanto tra gli uomini.
Non vedo perché la cultura gay debba essere esente da critiche, si tratterebbe della solita forma di discriminazione al contrario. Quanto poco i "gay pride" abbiano a che fare con la difesa dei diritti di una minoranza emerge nell'inversione operata, a essere derisa è ora la sessualità eterosessuale, questa derisione è ciò che principalmente viene messa in scena nella "parate" del "gay pride": "Una volta ero etero, ma ora sono guarita" sintetizzava un cartello. Non vedo perché se non si accetta la derisione degli omosessuali, perché si debba accettare la derisione degli eterosessuali.
Esiste una precisa differenza tra l'essere omosessuale e l'essere checca, non a caso epiteto usato frequentemente dagli stessi omosessuali, ed è la differenza che passa tra chi vive una sessualità differente rispetto a quella maschile e femminile e tra chi vuole distruggere, annacquare e imbastardire queste differenze. Essere omosessuale senza essere "checca", vuol dire vivere la propria sessualità "diversa" senza risentimento verso maschi e donne eterosessuali.
L'identità complementare fra uomo e donna si è costruita principalmente intorno ai principi della conflittualità e della relazionalità, entrambi fanno parte dell'esistenza umana (sia maschile che femminile) che è attraversata da questa contraddizione, ma mentre il maschio ha sviluppato il lato della conflittualità la donna ha sviluppato quella della relazionalità (ciò non vuol dire che nell'uomo sia assente la relazionalità e nelle donne sia assente la conflittualità).
Ovviamente non c'è stato nessuno che a tavolino ha progettato i "gay pride", essi nascono spontaneamente dal disfacimento sociale delle società ultracapitalistiche, di cui hanno tutti i connotati, volgarità, vita ridotta a spettacolo, narcisismo, illusione dell'illimitata libertà del singolo illusoriamente staccato dalla collettività, ma come prodotto spontaneo viene incoraggiato e promosso dall'amministrazione statunitense. I "gay pride" hanno ben poco a che fare con i diritti degli omosessuali, sono una polpetta avvelenata dell'impero in disfacimento.
I "gay pride" promuovono l'effeminazione, che è una degenerazione del principio femminile della relazionalità staccato dalla sua complementare conflittualità, e in quanto tali sono molto graditi all'amministrazione americana in quanto facilita la passività e la subordinazione, ma promuovono anche il narcisismo, cioè l'incapacità di relazionarsi. 
Questo è il suddito ideale, né uomo né donna, e nemmeno omosessuale, incapace di lottare per la propria dignità e incapace di relazionarsi con gli altri esseri umani, con l'attenzione costantemente fissa sui propri genitali e orifizi vari.

UN CAVERNICOLO AL POTERE

Nichi Vendola è un reazionario della peggior specie e le prove di ciò si fanno sempre più evidenti. Il sentore c’è sempre stato poiché quando la retorica diventa abnorme nel discorso politico e il racconto favolistico e illusionistico sostituisce la critica dei rapporti materiali e sociali vuol dire che le ciarle stanno sopperendo ad un vuoto di idee, di analisi e di senso. O, peggio ancora, stanno mascherando la volontà di mettere le mani nel piatto come gli altri e più degli altri.E Nichi è un pozzo di chiacchiere senza fondo, il leader indiscusso di un pubblico vaniloquio, colui che si appresta rumorosamente a candidarsi al ruolo di Premier in un Paese senza più parole. Il pieno di verbosità copre in lui la carenza di categorie interpretative, di concetti e di contenuti e la grande narrazione sulle minuzie diventa lo strumento per mettere a tacere la Storia, i suoi temi centrali e le sue contraddizioni fondamentali. E’ l’ammuina del rivoltoso mistico-impolitico che negando e contrastando ad aggettivi e a ridondanze i dogmi dominanti ne duplica gli effetti triviali corazzandoli ideologicamente. Questo raddoppiamento capovolge ma non stravolge, rinomina ma non trasforma, deforma ma non smantella il conservatorismo di certe posizioni che, al contrario, si rafforza in quanto non più direttamente riconoscibile per quello che è. Tale finta lotta contro il potere costituito è una messa in scena per carpire la buona fede degli ultimi e dei deboli i quali si accorgono della fregatura quando sono già in mutande.  Vendola è una consolazione soltanto per i fiacchi di spirito e di mente che prediligono le sue panzane in finta pelle solidale al duro lavoro politico e sociale. La sua demagogia comunitaria è parte integrante della trama del discorso coercitivo delle forze signoreggianti perché il dettato dell’oppressione e la sua trasgressione predicata ma non praticata rinviano l’uno all’altra e si rafforzano reciprocamente. Non c’è bisogno nemmeno che il sermone vendoliano venga sussunto dal linguaggio predominante perché esso ne è già un prodotto col marchio di fabbrica, benchè rivestito di plastica sentimentale. Quando Vendola predica contro l’antiprogressismo altrui lo fa per avanzare proposte ancor più retrograde che gli consentono di abbellire la pianta del dominio senza metterne a repentaglio le radici. Ma la rivoluzione dovrebbe essere sradicamento, bonifica del campo, dissodamento del terreno e non deposito della polvere sotto il tappeto. Quando però senti Vendola dire all’ex direttore dell’AQP Riccardo Petrella – il quale, suo malgrado, aveva avuto il torto di prendere preso sul serio i richiami da uccellatore solidaristico del governatore del tavoliere a favore della gestione pubblica dell’acquedotto pugliese – che “il superamento della Spa e l'abbattimento delle tariffe … Sono il frutto di un radicalismo astratto, privo di coordinate politiche, di valutazioni sommarie e semplificate su un ente che, al contrario, è straordinariamente complesso…” capisci immediatamente l’inganno e le cattive intenzioni di questo imbonitore fantapolitico con la favella che incespica sul sigmatismo. In bocca a Vendola queste zeppole di prosaicità sono una vera barzelletta che non fa ridere nessuno. A Nichi interessa soltanto amministrare la situazione a suo esclusivo vantaggio e non gliene frega niente dell’acqua, del popolo e della sua volontà. Petrella voleva inoltre buttare fuori dall’AQP il capitale finanziario internazionale per dare ai pugliesi il diritto di decidere delle loro infrastrutture come meglio credevano ma anche qui Vendola si è opposto alla pratica concreta del cambiamento opponendole la propaganda idealistica che demolisce. Forse per i suoi legami con le banche straniere, la finanza statunitense e le fondazioni yankees che lo accolgono a braccia aperte nei suoi viaggi oltreatlantico? Il dottor Mendace cammina su fiumi di bugie ma nessuno lo contraddice perché le sue menzogne sono diventate vangelo acquatico per i militonti che si sono fatti cucinare come pesci lessi. Questi referenda su acqua e nucleare che riportano indietro le lancette del tempo patrio sono la sua investitura ufficiale. Sarà lui lo sciamano che presto guiderà nelle caverne una nazione uscita fuori di senno che segue le ombre e sta rinunciando a vedere la luce dell'avvenire.

La risorsa acqua e l’ideologia del Presidente Nichi Vendola di Luigi Longo

 

Di tutto, eziandio che con gravissime ed estreme minacce vietato, si può al mondo non pagar pena alcuna. De’ tradimenti, delle usurpazioni, degl’inganni, delle avarizie, oppressioni, crudeltà, ingiustizie, torti, oltraggi, omicidi, tirannia ec. ec. bene spesso non si paga pena; spessissimo ancora se n’ha premio, o certo utilità. Ma inesorabilmente punita, e a nulla titile e sempre dannosa, e tale che mai non ischiva il suo castigo, mai non resta senza pena, è la dabbenaggine (coglioneria) e l’esser galantuomo, ch’altrettanto è a dire.

Giacomo Leopardi, Operette morali, Rizzoli, Milano, 2008, p.627.

 


 


<< …Io sono

un uomo nuovo
per carità lo dico in senso letterale
sono progressista
al tempo stesso liberista
antirazzista
e sono molto buono
sono animalista
non sono più assistenzialista
ultimamente sono un po’ controcorrente
son federalista…
Io sono
Un uomo nuovo
E con le donne c’ho un rapporto straordinario
Sono femminista
Sono disponibile e ottimista
Europeista
Non alzo mai la voce
Sono pacifista
Ero marxista-leninista
E dopo un po’ non so perché mi son trovato
Cattocomunista…>>


Giorgio Gaber, Il conformista da “La mia generazione ha perso”, CD, 2001.


 


 

1.Voglio trattare la questione dell’acqua, sollecitato dall’inutile prossimo referendum, a partire dal caso concreto dell’Acquedotto pugliese ( d’ora in avanti Aqp).


L’Aqp è il più grande sistema acquedottistico d’Europa pensato tecnicamente nel 1867 e realizzato con un appalto concesso a partire dal 1905 (1). Esso gestisce circa 10 mila chilometri di rete fognaria e oltre 182 depuratori, un sistema di 150 imprese con piu' di 10 mila addetti comprensivo dell’indotto, una rete idrica di 16.000 Km e assicura la distribuzione di acqua potabile agli oltre 4,0 milioni di abitanti. L'acqua viene trasportata ai centri di consumo, spesso molto distanti dai punti di captazione e di raccolta, attraverso delle condotte di dimensione variabile a seconda della funzione, diversificate in vettori primari (ribattezzati "autostrade dell'acqua" per le grandi quantità che riescono a portare), diramazioni (che trasferiscono l'acqua dai punti di captazione o dai vettori primari ai punti nei quali avviene l'immissione nelle reti di distribuzione), condotte suburbane e reti idriche urbane (le prime trasportano l'acqua a ridosso dei centri abitati, mentre le seconde consentono l'erogazione alle singole utenze). Le opere di ingegneria idraulica [ penso alla galleria Pavoncelli che trasferisce l’acqua, nel rispetto delle pendenze naturali, attraversando le Murge, dalle sorgenti “Sanità” di Caposèle e di Cassano Irpino (Avellino) a Villa Castelli (Brindisi)], costruite negli anni venti, sono un capolavoro di architettura, vere opere d’arte. L’Aqp provvede alla gestione del ciclo integrato dell'acqua ed in particolare, alla captazione, potabilizzazione, adduzione, accumulo e distribuzione ad usi civili, nonché al servizio di fognatura, depurazione e smaltimento delle acque reflue . L’Aqp ha anche ramificazioni in Campania, Molise e Basilicata (2).


L’Aqp è attualmente responsabile del servizio idrico integrato della Regione. La configurazione legislativo-amministrativa dell’Aqp è di società per azioni a totale partecipazione pubblica; l’attuale assetto proprietario è ripartito tra la regione Puglia ( 87% circa) e la regione Basilicata ( 13% circa), anche se si è in via di definizione l’acquisizione della totalità delle azioni da parte della regione Puglia, condicio sine qua non per la trasformazione in azienda pubblica regionale. Preciso che la regione Basilicata gestisce il suo 13% attraverso l’Acquedotto lucano spa che è un ente inutile le cui funzioni potevano e possono essere svolte con più razionalità e competenza dall’Aqp. La sua creazione è tutta nella logica del potere politico e territoriale.


L’Aqp è stato e rimane una delle principali – se non la principale – impresa pugliese per occupazione e fatturato. Il bilancio dell’esercizio 2009 dell’Aqp è il seguente:


ricavi di 393 milioni di Euro (+4,3% rispetto al 2008), riduzione dei costi di gestione per circa 10 milioni di Euro, MOL ( Margine Operativo Lordo) a 87,3 milioni di Euro (+43%), Utile netto ad oltre 12,6 milioni di Euro (rispetto ai 2 milioni del 2008). Così ha dichiarato Ivo Monteforte, Amministratore Unico dell'Acquedotto Pugliese dal 2007, << L'Acquedotto Pugliese …ha esaminato… il bilancio consolidato al 31 dicembre 2009 …Sotto il profilo dell'attività caratteristica, nel corso del 2009 il volume di acqua fatturato per la fornitura del servizio idrico integrato nelle Regioni di Puglia e Campania è stato di oltre 250 milioni di metri cubi. Dal punto di vista economico, invece, il fatturato totale di Gruppo è stato pari a 393 milioni di Euro, in crescita di circa 16,1 milioni di Euro (+4,3%) rispetto al 2008, in virtù di un incremento dei ricavi per vendita di beni e servizi dovuti anche ad una sistematica e organica azione di recupero delle perdite amministrative su tutto il territorio servito (che ha permesso di recuperare volumi consumati e non fatturati pari a 4,6 milioni di Euro).


I costi gestionali si sono ridotti di circa 10 milioni di Euro, grazie alle efficienze conseguite, principalmente, con l'internalizzazione dell'attività di depurazione e di compostaggio, la riduzione delle spese generali e dei costi fissi di struttura ed una virtuosa politica di risparmio energetico e questo nonostante l'incremento di alcuni costi esogeni (acqua grezza, canoni di concessione, smaltimento fanghi di depurazione). Il Margine Operativo Lordo consolidato è cresciuto fino a 87,3 milioni di Euro rispetto ai circa 61 milioni di Euro del 2008, con un incremento di oltre 26,2 milioni di Euro (+43%). Al netto della gestione finanziaria, della gestione straordinaria e delle imposte di periodo, l'utile netto consolidato è stato pari a 12,6 milioni di Euro (rispetto ai 2 milioni registrati nel 2008).


'I risultati di bilancio sono incoraggianti e siamo fiduciosi anche per il 2010, un anno in cui continueremo a raccogliere i frutti della riorganizzazione aziendale. L'efficienza sui costi e la marginalità ci permetterà di ottenere finanziamenti per coprire gli interventi previsti nel Piano d'Ambito 2010-2018. Con costanza stiamo proseguendo nel percorso di risanamento e rinnovamento dell'Acquedotto Pugliese intrapreso, che ha visto negli ultimi due esercizi investimenti annui pari a 200 milioni di Euro, decuplicati rispetto al 2004, con positive e importanti ricadute sull'economia del territorio. >>(3).


 


2.Questo è, in sintesi, l’Aqp con le sue ingenti risorse patrimoniali, economiche e finanziarie. E’ chiaro che chi gestisce queste risorse, sia che si tratti di gestione pubblica, sia privata, sia mista, acquisisce un forte potere per il raggiungimento dei suoi interessi. Da qui scaturisce il feroce conflitto che si sviluppa, soprattutto nella sfera politica, tra i blocchi di potere che tendono a gestire l’Aqp. Va precisato che l’Aqp è stato ed è serbatoio di risorse finanziarie ( come dimostra l’operazione finanziaria di un’emissione obbligazionaria da 250 milioni di euro per il rinnovamento della rete idrica, nell’anno 2004, sottoscritta dalla regione Puglia con la Merryl Linch & Co.,Inc., ora Bank of America Merrill Lynch, una banca di investimento con sede a New York protagonista del “Parmacrack”) per le strategie politiche finalizzate alla produzione del potere e del dominio attraverso la scelta della gestione in house ( a società controllate direttamente dagli enti locali) che << …ha favorito la sovrapposizione e la confusione tra ruoli nel pubblico e nel privato, con i potenziali conflitti d’interesse che ne derivano. Le amministrazioni locali si trovano infatti a giocare un doppio ruolo: da un lato, in quanto rappresentanti dei cittadini che beneficiano dei servizi, sono il principale stakeholder, chiamati a controllare l’operato delle imprese in quanto responsabili della corretta erogazione dei servizi; dall’altro, in quanto azionisti di maggioranza del soggetto controllato, assumono “ un ruolo di shareholder, ovvero di possessore di quote societarie e di detentore del valore patrimoniale delle stesse, interessato alla produzione di valore e all’espansione del perimetro del business”. Queste posizioni a cavallo tra il pubblico e il privato permettono a un’èlite politica, in nome della liberalizzazione e della promozione della concorrenza, di consolidare la propria influenza attraverso reti di potere, clientele e alleanze familiari >> (4).


Una data significativa per l’apertura del conflitto politico è quella dell’ 11 maggio 1999 quando l'allora Presidente del Consiglio, Massimo D'Alema, con Decreto Legislativo n.141/1999, trasformò l'Ente autonomo acquedotto pugliese in Acquedotto pugliese Spa ed iniziò a muoversi per vendere la società all’Enel . La trattativa fu difficile e dopo un anno, sopratutto a causa del forte conflitto con la Regione guidata da Raffaele Fitto, il progetto fallì.


Successivamente tentò l’operazione di vendita dell’Aqp all’Acea ( asse Casini-Caltagirone ) tramite l’accordo elettorale delle elezioni regionali del 2010 con la proposta della candidatura di Francesco Boccia (5) alle primarie del centro-sinistra pugliese e l’apertura all’UDC di Casini. Ad oggi l’agitarsi di Massimo D’Alema è stato perdente (6).


 


3.Una data importante per la svolta del conflitto politico è quella del 29 novembre 2006 quando l’allora Presidente dell’Aqp, Riccardo Petrella (uno dei maggiori esperti della risorsa acqua, presidente per il Contratto Mondiale dell’Acqua, docente di economia all’Università Cattolica di Lovanio) diede le proprie dimissioni dall’incarico.


Esporrò il conflitto politico direttamente con le parole dei due protagonisti, Riccardo Petrella e Nichi Vendola, e con dei chiarimenti avanzati da Alberto Lucarelli, ordinario di diritto pubblico alla Federico II di Napoli, perché dalle loro argomentazioni emerge con chiarezza il ruolo delle istituzioni come parte integrante del conflitto.


Il raggiungimento dell’equilibrio dinamico del blocco di potere egemone ( Vendola-Aqp) viene scambiato come ruolo neutrale svolto dai luoghi istituzionali. L’ideologia negativa dell’interesse generale nasconde sotto il velo del controllo pubblico di un bene essenziale per la vita le scelte fatte in nome di ben altri obiettivi come il potere politico, economico e territoriale seguendo l’ordine simbolico e reale della mercificazione vigente.


 


4.Riccardo Petrella è stato nominato Presidente dell’Aqp il 7 luglio 2005. Egli fu fortemente voluto dal Presidente Nichi Vendola:<< Quando ho vinto le elezioni ho scelto, come terreno ideale di una battaglia politica, il "no" secco e radicale alla privatizzazione dell'Acquedotto pugliese. Nonostante una norma imponesse la privatizzazione, abbiamo operato in aperta inosservanza, affinchè prevalesse un cambio di marcia che ci allontanasse dalla mercificazione del bene acqua. Come sentinella di questa esplicita intenzione politica abbiamo chiesto a Petrella – in nome della sua autorevolezza – di essere il presidente dell'Aqp >> (7).


 


Perché, allora, si dimette Riccardo Petrella da presidente dell’AQP?


 


5.Le motivazioni di Riccardo Petrella.


<< Nel contesto italiano, la ripubblicizzazione dell'acqua significava, e significa ancora oggi, una serie di scelte precise sul piano politico, sociale, istituzionale, economico, gestionale.

Ripubblicizzare l'acqua significa anzitutto che, conformemente a quanto affermato nel programma dell'Unione, non solo la proprietà delle infrastrutture e delle reti deve essere pubblica ma lo deve essere anche la gestione dei servizi idrici. Se la gestione è stata affidata a un soggetto di natura giuridica privata, quale una società per azioni , come il caso dell'Acquedotto pugliese (Aqp SpA), ripubblicizzare significa dare la gestione dell'acqua a un soggetto (impresa, ente o consorzio) di natura giuridica pubblica. La regione Puglia, proprietaria quasi esclusiva del capitale dell'Aqp SpA (la Basilicata ne possiede il 12,7%) ha sistematicamente rifiutato di discutere dell'abbandono della SpA considerando la questione d'importanza secondaria, vuoi oziosa, e stimando che la forma più efficace di ripubblicizzazione consiste nel far funzionare bene l'acquedotto-colabrodo dando priorità assoluta alla riduzione delle perdite ( corsivo mio). Non ho mai capito perchè la questione dello statuto dell'Aqp debba essere considerata contraddittoria e inibitoria rispetto all'obiettivo, necessario e urgente, del risanamento radicale dell'Acquedotto.

Ripubblicizzare l'acqua significa, in secondo luogo, adottare le misure pratiche che concretizzano , "la gratuità" del diritto all'acqua per tutti, cioè la presa a carico da parte della collettività attraverso la fiscalità generale ( come il caso, giustamente, per il costo dell'esercito) dei 50 litri pro capite al giorno. La legislazione attuale non lo consente. La soluzione provvisoria da me proposta , consistente nel creare in Puglia un Fondo sociale per il diritto all'acqua che avrebbe permesso, di fatto, di accordare "gratuitamente" i 50 litri, è stata rigettata senza dibattito.

Ripubblicizzare significa, in terzo luogo, una politica dell'acqua centrata su un governo pubblico degli usi e sul risparmio e non solo sulla politica degli investimenti per l 'aumento di un'offerta economicamente "razionale" e l'ammodernamento e espansione delle grandi infrastrutture. Infondere questa nuova centralità nell'attuazione del piano triennale d'investimenti 2003-5 poi 2004-6, non è stato possibile per l'indisponibilità "culturale" dell'istituzione regionale. Il piano "Goccia d'oro" da me proposto (ordinato su tre assi: riduzione delle perdite, priorità al risparmio, partecipazione ) per quanto accolto con favore dall'AATO e dalla Autorità di Bacino, non ha superato l'esame discreto dell'ufficio presidenziale regionale ( corsivo mio).

In quarto luogo, ripubblicizzare implica una scelta innovatrice forte: lo scollamento progressivo del finanziamento del servizio idrico dalla dipendenza dai mercati di capitale nazionale e internazionale privati. Nel 2004 l'Aqp SpA si è indebitato sui mercati finanziari internazionali con un prestito obbligazionario di 250 milioni di euro. Per diversi motivi, si sarebbe potuto rinegoziare il prestito e tentare con cautela, in via sperimentale, la fattibilità di nuovi meccanismi pubblici di finanziamento regionale e nazionale dei servizi pubblici "locali", in alternativa alla tendenza oggi prevalente in favore di un capitalismo municipale e interregionale finanziario multiutilities. Niente da fare ( corsivo mio) (8).

La gestione interna dell'Acquedotto resta orientata da una cultura autoritaria e da pratiche tecnocratiche che non hanno trovato nella regione una vera opposizione, almeno per quanto abbia potuto constatare personalmente, anche nel caso del recente licenziamento brutale e ingiustificato, dopo più di 12 anni di servizio irreprensibile, per quanto io ne sappia, di un alto e stimato dirigente dell'acquedotto ( corsivo mio).


A mio parere le ragioni di fondo che hanno permesso che i "fatti" riportati accadessero sono da imputare


a) alla "tirannia dei rapporti di potere" tra i partiti della maggioranza regionale. Le componenti principali di questa maggioranza non hanno mai cessato di affermare la loro preferenza in favore di una concezione privatista efficientista, aperta al capitale finanziario privato e alla concorrenza sui mercati nazionali; europei e internazionali secondo il modello Hera ed Acea;


b) alle "logiche di opportunismo pragmatico" che prevalgono allorchè anche le forze progressiste conquistano il potere.

Queste forze hanno accettato di considerare l'acqua, malgrado tutto, come un bene economico nel senso e nel quadro imperante dell'economia capitalista di mercato. Pertanto hanno accettato di trattarla come proprietà "regionale" e, quindi, oggetto di negoziati di scambio mercantile bilaterale. Fra le tante cose che meritano da parte delle forze al governo un esame attento e rigoroso è il fatto che i dirigenti delle regioni del meridione hanno aderito all'idea di negoziare sulla quantità d'acqua che ogni regione può, è disposta a trasferire alle altre regioni, mediante, il pagamento di un prezzo dell'acqua grezza.

Se questa "gestione mercantile" dell'acqua non è abbandonata, ho paura che la guerra dell'acqua scoppierà in Italia;


c) alle grandi difficoltà obiettive incontrate in ragione dello spappolamento operativo in cui si è trovato l'Aqp SpA negli ultimi anni. E' certo che non è in un paio di anni che si riesce a cambiare quel che è stato e dimora l'Acquedotto pugliese nella vita e nell'economia della Puglia;


d) al peso d'un certo personalismo presidenziale, per molti versi comprensibile, ma che richiede alcune correzioni;


e) e, last but not least, ai miei propri limiti, agli inevitabili errori di giudizio commessi. Non ho dato, per esempio, l'importanza necessaria alla creazione di un'equipe "presidenziale" capace di meglio conoscere il funzionamento interno all'Acquedotto e assicurare i necessari legami quotidiani con l'istituzione regionale in tutte le sue componenti determinanti ( corsivo mio). Ho peccato, in un certo senso, di ingenuità e di eccessiva fiducia negli altri >> (9).


 


6.La reazione del Presidente della regione Puglia Nichi Vendola.


<< Finchè sarò presidente della regione Puglia la privatizzazione dell'Acquedotto pugliese non si farà… Ha concentrato il suo impegno su due obiettivi completamente sbagliati: il superamento della Spa e l'abbattimento delle tariffe ( corsivo mio). Sono il frutto di un radicalismo astratto, privo di coordinate politiche, di valutazioni sommarie e semplificate su un ente che, al contrario, è straordinariamente complesso… Gli sfugge qualche semplice elemento di realtà. La condizione idrica, in Puglia, è drammatica. Il dissesto idrogeologico tocca il 15% del territorio, attraversiamo un principio d'esaurimento delle falde storiche, la vetustà della rete causa il 50% di acqua persa, abbiamo 150 mila pozzi che impoveriscono la falda e sono esposti all'inquinamento. Una crisi idrica macroscopica: ma lei sa che dobbiamo persino sostituire 280 mila contatori, ormai malandati?… E invece la fissazione di Petrella per la Spa. Ma siamo in presenza di una società che per l'88% è della Puglia e per il 12% della Basilicata. Questa disputa, nata senza un contesto di riqualificazione dei servizi, offre solo la sponda al partito dei privatizzatori. Che è un partito trasversale: appartiene anche alla mia maggioranza (corsivo mio)…


L’intervistatore: – ma Petrella avrebbe voluto sganciare l'Aqp dalla dipendenza dai mercati e dal capitale privato …


Ancora il Presidente Vendola: – Siccome la Spa è un ente di diritto privato, allora è al servizio del capitale finanziario internazionale? Scusi se sorrido. Mi sembra che Petrella sia troppo innamorato delle sue opinioni.


L’intervistatore:- Ma lei lo ha scelto per le sue idee…


Il presidente Vendola: – Certo. Però le sue idee non possono procedere per violenti schematismi ideologici. Il radicalismo senza coordinate politiche è l'anticamera della sconfitta. Ha abbandonato l'Aqp proprio quando l'ente inizia a fare assunzioni, finalmente, con un criterio di selezione blindato, a prova di qualunque pulsione clientelare…. Anche nella mia coalizione c'èchi punta alla privatizzazione, magari strizzando l'occhio all'Acea,( corsivo mio) e allora andando via Petrella a chi fa un favore? Ha commesso un grande errore politico: era in una posizione privilegiata, era il presidente della piùgrande azienda idrica d'Europa. E mi lasci aggiungere un piccolo particolare: sono due anni che l'Aqp non spende un euro in regali di natale. Con quei soldi l'anno scorso abbiamo pagato percorsi d'istruzione scolastica in Africa. Quest'anno costruiamo 5 pozzi d'acqua in Kenya. Sono pochi, ma facciamo il possibile >> (10).


 


7.I chiarimenti avanzati da Alberto Lucarelli ( ordinario di diritto pubblico alla Federico II di Napoli).


<< Le recenti vicende dell'acquedotto pugliese, conclusesi con le dimissioni del presidente Riccardo Petrella, hanno origine proprio dalla dicotomia forma-sostanza e dall'erronea convinzione di chi sostiene che tale dicotomia sia alla base di una sterile disputa tra tecnici del diritto, priva di effettive conseguenze sul piano giuridico economico.


Secondo tale orientamento la società a capitale interamente pubblico e l'ente pubblico rappresenterebbero due forme giuridiche del tutto interscambiabili e utilizzabili entrambe a discrezione della pubblica amministrazione. Coloro che sostengono tale tesi ritengono poi che si possa legittimamente sostenere che la gestione dell'acqua resterebbe pubblica tanto nel caso di utilizzo dell'ente pubblico quanto nel caso di utilizzo della Spa a capitale interamente pubblico.


Non mi sento di condividere tale impostazione, credo che la società interamente pubblica configuri un monstrum difficilmente gestibile e orientabile nel tempo al perseguimento degli interessi pubblici. Proverò a spiegarne i motivi.

In Italia, la legislazione vigente è stata condizionata dalla giurisprudenza della Corte di giustizia che, trovandosi a decidere su casi concreti, ha legittimato l'affidamento del servizio senza gara solamente nel caso del cosiddetto in house providing, ovvero di affidamento diretto ad una Spa a capitale interamente pubblico. L'esclusione della gara ritenuta legittima dalla Corte non influisce in nessun modo sulla natura giuridica delle società a capitale interamente pubblico: si tratta, in ogni caso, di società di capitali sottoposte alle regole del diritto commerciale, per quanto attiene agli scopi, agli organi di governo, ai controlli; di strutture che, proprio per la loro natura privatistica, orientano l'efficienza verso la produzione di profitti piuttosto che verso la coesione economico-sociale.


Uno dei presupposti richiesti dalla Corte di giustizia per poter ricorrere a questa forma di gestione è che tra l'ente locale e la Spa pubblica ci sia un rapporto di dipendenza, nel quale la società si ponga quale ente strumentale della pubblica amministrazione. Tuttavia, di fatto, ciò non si realizza mai: è difficile immaginare che tra pubblica amministrazione e società concessionaria non sorga un rapporto di netta e sostanziale alterità, nel quale il controllo si riduce a profili di carattere esclusivamente formale. Con il tempo tende a consolidarsi un rapporto fondato sull'autonomia, la società può ampliare progressivamente il proprio oggetto sociale estendendolo a altri servizi. Si pensi poi alla possibile apertura della società ai mercati finanziari, all'espansione territoriale delle attività in Italia e anche all'estero, ai poteri conferiti al consiglio di amministrazione senza alcuna verifica sulla gestione da parte della pubblica amministrazione. Le strade si separano e la società tende, per sua natura, a esercitare poteri che evidenziano la sua autonomia nei confronti degli azionisti.


Il controllo esercitabile dall'amministrazione si limiterebbe ai provvedimenti consentiti dal diritto societario alla maggioranza dei soci. Una siffatta articolazione organizzativa e strutturale della società in house providing, oltre a eludere la regola generale dell'affidamento a un soggetto terzo mediante gara pubblica, finisce anche per non attribuire all'ente proprietario il necessario potere di ingerenza e di effettivo condizionamento delle attività di organizzazione e erogazione del servizio.

Il modello societario, secondo le previsioni dell'ordinamento giuridico, non si presta a essere utilizzato ai fini della realizzazione di una società in house; la presenza di vincoli di incedibilità delle quote di proprietà pubblica e l'aggiunta di patti parasociali non costituiscono una sufficiente garanzia di controllo. La recente riforma del diritto societario ha rafforzato ulteriormente la relativa vocazione imprenditoriale e lucrativa.

L'esistenza di alcune leggi speciali che prevedono la costituzione di società senza scopo di lucro non fa altro che confermare al contrario i principi codicistici.

Inoltre, la Spa interamente pubblica contiene in sè una forte contraddizione, infatti, l'affidamento in house, come è noto, si giustifica soltanto se l'ente pubblico, attraverso la Spa, possa perseguire i propri obiettivi pubblicistici; tuttavia ciò non èverificabile nel nostro ordinamento, nel quale l'istituto societario non ammette scopo diverso da quello speculativo. Il codice civile attribuisce inderogabilmente la gestione dell'impresa agli amministratori, i quali compiono le operazioni necessarie per l'attuazione dell'oggetto sociale.

In conclusione la forma della Spa configura un modello molto distante da quello della gestione pubblica; con il modello societario chi gestisce l'acqua ne diviene il vero proprietario, riproponendo la vecchia disputa tra proprietà formale e proprietà sostanziale.


Il legislatore italiano, dunque, per evitare la frammentazione dell'istituto proprietario, con un'immediata ricaduta sulla tutela dei diritti fondamentali, ripensi al piùpresto alla reintroduzione dell'azienda speciale, esca dall'ipocrisia proprietà-gestione e dal tunnel di mostruosità giuridiche.

Occorre un ente in grado di governare l'acqua e non semplicemente di gestirla, consapevole di governare un servizio non orientato al mercato; un ente che pensi anche alle "perdite delle condutture", ma non solo, la cui azione si ispiri, tra l'altro, ai principi di efficienza, efficacia e economicità, finanziato attraverso meccanismi di fiscalità generale, oltre che attraverso i normali meccanismi tariffari. Si compirebbe un grave errore di prospettiva se si volesse sopperire al fallimento delle riforme della pubblica amministrazione, tentate negli anni novanta, con un uso improprio della società di capitali, nell'illusione che ciò possa realizzare qualità, sviluppo e efficienza >> (11).


 


8. E’ da capire perchè il Presidente Nichi Vendola non ha messo subito in moto il programma di Riccardo Petrella riguardante soprattutto due questioni importanti:


a) la ripubblicizzazione dell’Aqp, riproposta soltanto nel 2010 con il disegno di legge sulla istituzione dell’azienda pubblica regionale denominata “Acquedotto pugliese- AQP”. Il citato disegno di legge contiene aperture ai privati ed ad altre attività economiche ( per esempio il ricco settore dei rifiuti?): << L’AQP può gestire attività diverse dal servizio idrico integrato, nel rispetto della normativa comunitaria, nazionale e regionale, attraverso la costituzione di società anche miste, purchè gli utili eventualmente conseguiti siano utilizzati esclusivamente per investimenti diretti al miglioramento del servizio idrico integrato >> [ art. 5, comma 4.( 12)].;


b) la rinegoziazione del bond con la Merryl Linch & Co.,Inc., ora Bank of America Merrill Lynch, avvenuta solo nel 2009 ( possiamo solo immaginare il livello della mediazione concordata).


Per coerenza di un percorso e di un progetto serio di ripubblicizzazione dell’Aqp il Presidente Nichi Vendola avrebbe dovuto abbandonare la Federutility che non persegue istituzionalmente finalità di gestione pubblica di beni e servizi << …la Federutility, di cui l’Aqp è uno dei soci più importanti, è notoriamente un’organizzazione che negli ultimi quindici anni ha promosso e sostenuto i processi di liberalizzazione, di deregolamentazione e di privatizzazione dell’acqua e, in particolare, la diffusione e l’espansione delle società multi utilities [ acqua, energia, telecomunicazioni, trasporti, rifiuti…]…>> (13).


 


Il Presidente Nichi Vendola è proprio un uomo nuovo!.


 


9. Ricordo, en passant, che la questione dell’acqua implica non solo “produzione” e gestione della risorsa idrica per bacini idrografici, ma anche relazioni con il territorio ( pianificazione e tutela), con i settori economici ( agricolo e industriale), con il ciclo ecologico delicato dell’acqua ( inquinamento e dissesto territoriale).


Vedere la pianificazione pubblica ( produzione-gestione-controllo ) come garante della risorsa acqua per la popolazione è fuorviante (14), tant’è che oggi l’acqua non è garantita a tutti: l’Aqp dopo due fatture non pagate chiude i rubinetti alla faccia dell’acqua come bene pubblico fondamentale per la vita, perchè la sfera pubblica e la sfera privata sono due sfere strettamente intrecciate nel conseguire obiettivi di dominio politico e spaziale attraverso i profitti della “produzione” e gestione dell’acqua. Le istituzioni, con le loro diverse articolazioni, sono luoghi preposti alla creazione dell’equilibrio sempre più dinamico dei blocchi di potere di volta in volta egemoni nelle diverse sfere di appartenenza ( politica, economica, sociale,eccetera). La regione Puglia è il luogo privilegiato dove c’è stato e c’è lo svolgimento del conflitto tra blocchi di potere fluidi che coinvolgono i dirigenti della regione, i dirigenti dell’Aqp, le diverse cordate politico-istituzionale- economico di riferimento ( Massimo D’Alema e Nichi Vendola ) con i tentativi di “laboratorio politico” di alleanze allargate al centro moderato ( un po’ ciò che è avvenuto con Giuliano Pisapia con l’apertura al centro moderato nella Giunta Comunale di Milano).


I blocchi di potere si compongono e scompongono con molta flessibilità soprattutto con l’avvicinarsi della scadenza del 31 dicembre 2011 ( e probabilmente anche in funzione delle prossime elezioni politiche ) quando le attuali gestioni in house dovranno cessare così come previsto dal decreto Ronchi ( anche se alcuni sostengono che il Decreto Legislativo n.141/1999, art. 2, comma 1, non fa rientrare l’Aqp, fino al 31.12.2018, nel suddetto decreto Ronchi). La regione Puglia ( insieme ad altre regioni) ha impugnato di fronte alla Corte Costituzionale l’art.15 del decreto Ronchi considerandolo << una riduzione dei diritti fondamentali dei cittadini >> e << una prevaricazione rispetto al riconoscimento dei poteri assegnati alle Regioni in forza del Titolo V della Costituzione >> ed ha approvato con delibera di Giunta Regionale del 11/5/2010 il disegno di legge sulla istituzione dell’azienda pubblica regionale denominata “Acquedotto pugliese -AQP. Ma come ci ricorda Red << La sentenza n.325/2010 della Corte Costituzionale ha infatti respinto tutti i ricorsi intentati dalle regioni … e ha stabilito che: 1) La gestione del servizio idrico integrato è materia riferibile all’ambito della tutela della concorrenza e dell’ambiente e non della salute; 2) Lo Stato ha tutto il diritto di normare le modalità di gestione del servizio e così facendo non viola le competenze regionali ( non è materia concorrente); 3) il servizio idrico non costituisce una funzione fondamentale degli enti locali. >> (15).


Solo considerando che l’acqua è, come tutte le merci, il prodotto di determinati legami sociali ( di produzione e riproduzione) di una società a modo di produzione capitalistico storicamente dato ( nazionale e mondiale), si evitano interpretazioni confusionarie e fuorvianti che fanno riferimento sia ai principi fondamentali ( lavoro, salute, paesaggio, eccetera) della Costituzione Italiana sempre richiamata dal nostro Presidente della Repubblica che puntualmente la disattende (dalla tutela e salvaguardia dei beni fondamentali della vita alla guerra contro la Libia); sia alla difesa dei beni comuni inalienabili della società che non tengono conto che di inalienabile nella società attuale non è rimasto niente [ per me resta ancora di grande insegnamento storico “ la cosiddetta accumulazione originaria” di Karl Marx (16) ].


Quando si aliena l’anima ( intesa come ragione ed etica) di una persona che cosa resta ancora da alienare?.


 


Note


 


  1. Per un approccio alla storia dell’Aqp si rimanda a Leandra D’Antone, Un problema nazionale: il Tavoliere in Storia d’Italia, Le regioni dall’Unità a oggi, La Puglia, a cura di Luigi Masella e Biagio Salvemini, Einaudi, Torino, pp.445-478.


  2. cfr il sito web dell’Aquedotto pugliese, www.aqp.it.


  3. cfr il sito web della Gazzetta economica, www.gazzettaeconomica.it


  4. Emanuele Fantini, La privatizzazione dell’acqua in Italia. Ambiguità, resistenze e questioni aperte, 2010, in www.caritas.it/documents/9/5117.pdf .


  5. L’idea che Francesco Boccia ha dell’Aqp è la seguente << L'Acquedotto compra e vende acqua: ovvio che sia un bene pubblico, ma bisogna uscire dalla demagogia. Se l'acqua e' pubblica, la Regione di Vendola dovrebbe darla gratis a tutti e, invece, in Puglia si pagano le tariffe piu' alte (corsivo mio). Per questo sono per la statalizzazione delle imprese che detengono il patrimonio delle principali utilities, ma sulla gestione no: pretendo che le famiglie del San Paolo di Bari non paghino nulla e i benestanti come me e Vendola paghino di piu'. E, per farlo, occorre aprire le porte della gestione alla competizione tra privati, pur tutelando la maggioranza in mano pubblica ( corsivo mio) >> in Bepi Martellotta, La corsa di Boccia “ Ecco il programma che cambia la Puglia” in “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 18/1/2010, p.2.


  6. I Capitomboli dei candidati sull’Acquedotto pugliese in www.inviatospeciale.com.


  7. Antonio Massari, Intervista a Niki Vendola: “ Caro Petrella in Puglia hai sbagliato tutto “ in “Il Manifesto” 10/12/2006.


  8. L’indebitamento sui mercati finanziari internazionali è una questione importante da approfondire per quanto concerne i rapporti tra regione Puglia ( gestione Raffaele Fitto e gestione Nichi Vendola) e la Merryl Linch & Co.,Inc., ora Bank of America Merrill Lynch. Per restare solo alle questioni dell’Aqp << L’accordo prevedeva che le rate versate nel sinking fund ( fondo di ammortamento, precisazione mia) da Aqp potessero essere investite a discrezione di Merryl Lynch in un paniere di titoli obbligazionari- le cosiddette eligible entities concordati tra le parti, che includevano titoli di Stato, di enti locali, di istituzioni finanziarie internazionali e corporate, cioè di aziende private. Il Sole 24 Ore ha ottenuto copia dell’elenco di titoli ammessi nel paniere. Tra questi spiccano appunto General Motors, Ford e Chrysler…L’aspetto più delicato di questa complessa costruzione finanziaria stava nel fatto che i rendimenti dei titoli obbligazionari nel sinking fund spettavano a Merryl Lynch, mentre il rischio di credito ricadeva sull’Aqp. In altre parole Merryl Lynch avrebbe avuto tutto il vantaggio nell’investire in titoli ad alto ritorno – e quindi anche ad alto rischio – perché nel caso di default sarebbe stato Aqp a dover reintegrare la differenza tra il valore nominale del titolo e il suo valore effettivo sul mercato >> in Claudio Gatti, Puglia-Detroit, connection da brividi. Una perdita di decine di milioni per l’Acquedotto Pugliese se fallissero i tre big dell’auto USA in “ Il Sole 24 Ore” del 27/11/2008, p.15.


  9. Riccardo Pretella, Perché mi dimetto dall’Acquedotto pugliese sia in “Il Manifesto” del 9/12/2006 sia in “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 9/12/2006.


  10. Antonio Massari, Intervista a Niki Vendola: “ Caro Petrella in Puglia hai sbagliato tutto “ in “Il Manifesto” 10/12/2006.


  11. Alberto Lucarelli, La difficile arte del governo dell’acqua in “Il Manifesto” del 16/12/2011.


  12. La Regione Puglia, Segreteria Giunta Regionale, disegno di legge regionale n.07/2010 del 04/02/2010 << Governo e gestione del servizio idrico integrato. Costituzione dell’azienda pubblica regionale “Acquedotto Pugliese –AQT” >> in www.regione.puglia.it .


  13. Riccardo Petrella, Il caso dell’acqua in “Carta” del 3/11/2006, pp.10-14.


  14. Per una analisi sull’Aqp tutta interna alla distinzione pubblico/ privato si rimanda a Margherita Ciervo, Geopolitica dedll’acqua, Carocci, Roma, 2010,pp.173-175.


  15. Red, Referendum sull’acqua – Qualche precisazione in www.conflittiestrategie.splinder.com del 17/5/2011.


  16. K. Marx, Il Capitale. Critica dell’economia politica, Einaudi, Torino, 1975, Libro primo, Cap. XXIV, pp. 879-938.

OLTRE L'ORIZZONTE di Gianfranco La Grassa

Oltre_l_orizzont

Autore: Gianfranco La Grassa

Collana: Astrolabio 38

Categoria: saggistica / pagine:176

ISBN 978-88-497-0736-6

€ 17,00

Il testo qui presentato è il quinto, e ultimo, volume di una ricerca teorica intorno a diverse forme della società capitalistica; una ricerca che si riallaccia al pensiero di Marx, ma che se ne allontana su alcune questioni decisive. Il testo si divide idealmente in due parti. Nella prima si illustra il primo disvelamento teorico compiuto da Marx con riguardo alle correnti della scienza sociale dei suoi tempi. Nella seconda si compie un passo successivo, criticando varie impostazioni odierne, accomunate dal riferimento o alla pura volontà e forza politica o alla netta predominanza assegnata all’ambito economico e al calcolo che lo pervade, quello del minimax (minimo costo o massimo beneficio). Qui si tenta di connettere strettamente la razionalità economica e quella strategica (applicata al conflitto per la supremazia), pur assegnando la prevalenza alla seconda. Se ne traggono numerose conseguenze in merito all’interpretazione delle “strutture” economico-sociali, della loro storia, delle pratiche politiche perseguite nel XIX e XX secolo, ecc. Soprattutto ci si sforza di superare la generica indicazione della società moderna quale capitalismo, segnalando l’esistenza di sue forme diverse, sia in successione temporale (storica) sia nella loro compresenza attuale. Gianfranco La Grassa ha lavorato nell’industria ed è stato docente di Economia nelle Università di Pisa e Venezia. È autore di decine di libri e articoli vari. Fra gli ultimi volumi pubblicati: Gli strateghi del capitale e Finanza e poteri (Manifestolibri) e Tutto torna ma diverso (Mimesis).

OSPEDALE PSICHIATRICO ITALIA di G.P.

“E poi dice che uno si butta a destra” affermava Totò in un vecchio film degli anni '50. Noi, invece, che siamo oltre i duemila non ci butteremo da nessuna parte, perchè ormai destra e sinistra pari sono. Tuttavia, non possiamo fare a meno di notare che per quanto il Cavaliere per antonomasia, quello senza cavallo eppure perpetuamente a cavalcioni di giovani giovenche, si comporti come un saltimbanco, si renda ridicolo col bunga bunga e sbraiti come un venditore di pentole a pressione contro magistratura ed avversari politici, quest’ultimi riescono ad essere, in ogni caso, peggio del gigolo di Arcore. Essi non hanno un’idea, una prospettiva, un programma, una identità, una caratterizzazione, una vocazione civile autentica. Non hanno nulla ma si cimentano con tutto, sono come la plastilina, il das, il bostik e si modellano secondo le mode, gli umori, gli slogan, le novità e le tendenze del momento. Cangianti e mutevoli, loro che sono camaleontici, inorridiscono alla vista dei caimani ai quali rimproverano di essere viscidi rettili. Ma la classe animale di appartenenza è comune così come la capacità di mimetizzarsi per fregare il prossimo. Lorsignori di sinistra pretendono un Paese normale, uno Stato normale, una classe dirigente normale, una democrazia normale ma quando vincono le elezioni si trasformano in un manicomio di contrapposizioni e crollano coi nervi a pezzi dopo pochi mesi di governo. Vivono con un pensiero fisso, una mania, una fisima, un’ossessione, proprio come i pazzi. Credono che sia sufficiente affermare il contrario di ciò che sostiene il Presidente del Consiglio per essere libertari, educati, eruditi, misurati, giusti, puri, casti, popolari, europeisti, modernisti, progressisti, internazionalisti. E non si salva nessuno, uomini, donne, bambini (poveretti, costretti a cantare filastrocche sulla cacca presidenziale per compiacere gli adulti, impareranno presto a loro spese che è sempre meglio avere un Premier di merda che un’opposizione di stronzi), burocrati, capipopolo, attori comici e drammatici, cantanti e menestrelli, showman e showgirl, telegiornalisti e giornalai della carta stampata, banchieri e finanzieri, boiardi di stato e paraculi di partito, intellettuali snob e docenti chic, vecchie zitelle perbeniste e licenziose sessantottine femministe. Se questa è l’ordinarietà preferisco l’eccezione, meglio l’anomalia satiresca della norma funesta. Da ultimo, sui referenda gli illustri sauri della sinistra, preistorici come le loro posizioni, si sono schierati compattamente a favore del passato per adeguarsi ai nostri tempi di pietra. Non si cambia niente di niente, a meno che non siano loro a gestire i processi di privatizzazione e gli investimenti massicci per fare la cresta e piazzare gli amici. Altrimenti, giusto per fare qualche esempio, non ci spiegheremmo come mai nel 2010 Bersani & compagni presentavano alla camera una proposta di legge intitolata "Disposizioni per il governo delle risorse idriche e la gestione del servizio idrico integrato" in contraddizione col secondo quesito referendario riguardante l’acqua (cliccate qui per saperne di più http://www.chicago-blog.it/2011/05/25/acqua-una-domanda-al-partito-democratico/) sul quale chiedono oggi un sì da parte dei cittadini. Così come ci risulta difficile comprendere le ragioni che spinsero l’attuale segretario del Pd (all'epoca dei fatti Ministro dello Sviluppo economico), in un incontro con l'ambasciatore Richard Spogli nel 2007, a rassicurare la feluca statunitense sul fatto che «il referendum del 1987 ha soltanto sospeso e non chiuso i piani nucleari dell'Italia…l'Italia non è fuori dalla produzione di energia atomica». A questi sdoppiati di testa non affiderei nemmeno la guida di una autovettura, figuriamoci quella del Paese. Si andrebbe sicuramente fuori strada o a sbattere contro un muro di falsità ed ipocrisie. Danno pesantemente di matto ed accusano B. di essere un malato di mente. E' proprio vero che la follia può essere una forma di normalità e da questo punto di vista i sinistri sono normali, come la loro democrazia normale, il loro paese normale, il loro Stato normale, la loro classe dirigente normale. Normali da legare e da rinchiudere in un normale ospedale psichiatrico.

L’Italia verso la crisi strutturale

La creazione, la gestione e la distribuzione del pluslavoro è una questione centrale per ogni società. Se la totalità degli esseri umani fosse stata costretta a trascorrere le intere giornate a rincorrere le prede per i boschi, oppure curva nei campi non vi sarebbe stato spazio per la scienza, la tecnica, l’arte e la politica e tutte le attività necessarie per la riproduzione di società più complesse rispetto a quelle dei primi gruppi di cacciatori-raccoglitori. Secondo l'ABC della teoria marxiana le classi sociali cominciarono a formarsi quando il lavoro agricolo, grazie all'impiego degli schiavi nella piccola proprietà, cominciò a fornire uneccedenza, lasciamo in merito la parola a Friedrich Engels:

È chiaro: sino a quando il lavoro umano era ancora così poco produttivo da non fornire che una piccola eccedenza oltre ai mezzi necessari all'esistenza, l'incremento delle forze produttive, l'estensione del traffico, lo sviluppo di Stato e diritto, la creazione dell'arte e delle scienze erano possibili solo per mezzo di un'accresciuta divisione del lavoro che doveva avere, come sua base, la grande divisione del lavoro tra le masse occupate nel semplice lavoro manuale e quei pochi privilegiati che esercitavano la direzione del lavoro, il commercio, gli affari di Stato e più tardi la professione dell'arte e della scienza. La forma più semplice, più naturale di questa divisione del lavoro fu precisamente la schiavitù. Dati i presupposti storici del mondo antico, e specialmente del mondo ellenico, il progresso verso una società fondata sugli antagonismi delle classi si poté compiere solo nella forma della schiavitù. E questo fu un progresso anche per gli schiavi: ora i prigionieri di guerra, dai quali si reclutava la massa degli schiavi, conservarono almeno salva la vita, mentre precedentemente venivano uccisi e, ancor prima, addirittura arrostiti. (Anti-Dühring)

La divisione in classi della società antica, dovuta al pluslavoro, fu positiva e necessaria per lo sviluppo e l’articolazione dell’organizzazione sociale, non solo per lo sviluppo dell’arte e della scienza di cui ognuno riconoscerebbe il valore sociale, ma per lo sviluppo dello stato e del diritto, necessari per la regolazione di rapporti sociali complessi.

Il rapporto capitalistico secondo Marx era una particolare forma di estrazione del pluslavoro”. Mentre per le società precedenti l’estrazione del pluslavoro” era evidente nella forma della schiavitù o del lavoro servile, nella società borghese, con la fine della dipendenza personale, questa si celava nell’eguaglianza formale del “datore di lavoro” che è propriamente il lavoratore, e il “prenditore di lavoro”, propriamente il capitalista, colui che acquista il lavoro, entrambi liberi di concludere oppure no il reciproco “contratto”, e in particolare il lavoratore, formalmente liberissimo di non lavorare, e, non avendo altri mezzi di sussistenza, di morire di fame. La fine dei rapporti di dipendenza personale, e relativa chiusura degli individui nelle classi di appartenenza, com’era norma nella società antica e nella società feudale, destino dell’individuo, fissato dalla nascita, e l’apertura di uno spazio effettivo per la libertà individuale di perseguire il miglioramento delle proprie condizioni individuali, pur comunque con ostacoli materiali spesso insormontabili, ma non stabiliti come norma sociale così come per la società schiavistica o feudale, dove chi nasceva in una determinata classe non poteva passare nelle classi superiori, fu una delle principali cause del grandioso dinamismo della società borghese, lodato da Marx e Engels nel loro famoso pamphlet Il manifesto.

Marx svelò come, nascosta dall’uguaglianza formale, l’“estrazione del pluslavoro” continuava nella società borghese, poiché l’operaio veniva pagato per una certa cifra, solitamente necessaria alla sua riproduzione (nel senso ampio del termine, compresa la prole), secondo le condizioni socialmente prevalenti, ma il lavoro da lui svolto restituiva un “valore” nettamente superiore al valore del salario ricevuto (plusvalore).

La società borghese come le società precedenti si basava sullo “sfruttamento” di una classe sull’altra o detto in termini più “scientifici” sull’estrazione di pluslavoro che doveva servire per il sostentamento materiale della classe dominante. L’unica differenza della società borghese con le società precedenti consisteva nel maggiore spazio dato all’iniziativa individuale ai fini dell'arricchimento, da cui ne derivava una concorrenza che fu principale causa di un enorme incremento della produttività del lavoro e quindi della ricchezza sociale. Evento ritenuto assolutamente positivo, senza il quale sarebbe ritornata la scarsità e di necessità tutta la “vecchia merda” (Marx)

L'aspetto maggiormente apprezzabile della società borghese era questa capacità di accrescere la ricchezza complessiva della società, pur attraverso l'astuzia (della ragione) di dare libero corso alla ricerca dell'arricchimento individuale. Ma cosa è avvenuto con l'enorme incremento della produttività del lavoro provocato dalle diverse ondate di innovazione tecnologica che si sono succedute dall'ottocento ad oggi? Una parte della ricchezza prodotta ha sicuramente migliorato le condizioni di vita della classe lavoratrice, ma una parte più consistente ha accresciuto la quota di popolazione non impegnata nella creazione di plusvalore, impegnata invece nel lavoro improduttivo(di plusvalore), secondo la terminologia marxiana, ma necessario alla riproduzione di società complesse: istruzione, sanità, amministrazione, ecc..

Praticamente questo sviluppo, insieme al passaggio dall’egemonia inglese a quella statunitense della produttività ha posto fine alla società “borghese, studiata da Marx, e alla nascita del capitalismo managerialea guida statunitense, passaggio non sufficientemente compreso, studiato e descritto da coloro che affermano di ispirarsi a Marx.

La borghesia è divenuta una classe sempre più debosciata, messa in disparte da strati di rampante, apparente, “ceto medio”, cresciuto di livello e impadronitosi della direzione della produzione; a volte mantenendo la proprietà, altre volte in assenza di questa. Tale ceto ha preso il potere, il predominio sociale, fondendosi molto più strettamente con quelli che il marxismo considerava solo i rappresentanti, quasi i valletti, della borghesia: i dirigenti degli apparati statali, dei partiti, del controllo culturale e ideologico. E sopra tutti si sono situati quelli che approntano le strategie del conflitto e sono perciò complessivamente in grado di utilizzare gli apparati della forza (in genere quelli ancora specificamente militari, ma coadiuvati da altri) nella propria formazione sociale (particolare, in definitiva ancora il paese, la nazione) e, spesso, in quelle altrui. Si pensi alla Nato, ma solo come esempio.

Questo interessantissimo passaggio contenuto in un recente articolo di La Grassa contiene un sacco di spunti da sviluppare. Quindi il capitalismo manageriale sarebbe una società con un diverso ruolo dei ceti medi, ma ciò è stato possibile soltanto grazie all'aumento della produttività del lavoro e conseguente crescita della produzione di plusvalore dei settori impegnati nelle attività produttive.

Per analizzare la società italiana è utile avere come modello di riferimento la società manageriale statunitense, come società verso cui tende lo sviluppo delle altre società capitalistiche occidentali, ma è pero prima necessaria una premessa sulla questione delle "classi" e della stratificazione sociale. Anche ai fini della ricostruzione di un progetto politico che sappia recuperare quanto vi è di valido nella teoria marxiana, ma che allo stesso tempo tenga conto dell'esperienza storica del comunismo novecentesco è necessario affrontare in termini realistici la questione dell'organizzazione sociale e della conseguente stratificazione sociale. Diciamo subito chiaramente che la "fine della divisione in classi" è un obiettivo irrealistico, ogni società necessita di organizzazione sociale e l'organizzazione sociale finora è stata conseguita attraverso il potere. La stessa divisione sociale del lavoro necessita di una divisione dei compiti, diverse capacità e attitudini, diverso potere decisionale rispetto ad attività complesse che devono essere eseguite. Ognuno deve (o dovrebbe) nutrirsi, vestirsi, avere un'abitazione decente. Vi sono compiti che non si può scegliere liberamente se fare o meno, essi DEVONO essere eseguiti. Ogni rivoluzione ha promesso la palingenesi e il cambiamento radicale, ma alla fine si è scontrata con questa necessità, non sappiamo se un domani gli uomini riusciranno ad organizzarsi senza imposizione, resta il fatto che un ordinamento sociale è necessario, da questa necessità nasce soprattutto il potere che alcuni uomini hanno sugli altri, e il potere è sempre capacità di imposizione, monopolio della violenza in vari gradi, non esistono appunto "poteri buoni". Tuttavia ci sono ordinamenti che migliorano le condizioni di vita della popolazione, altri invece che la fanno regredire e devono essere sostituiti. Mai nessun ordinamento e stato abbattuto per motivi di "giustizia", ma perché ormai incapace di assicurare in modo adeguato la riproduzione sociale.

Pur non avendo in mente l’eternità, i secoli dei secoli, dobbiamo considerare contraddizioni suddette come non superabili, esse costituiscono l'ossatura delle relazioni conflittuali che spingono in avanti la società, contraddizioni che ritornano costantemente nella storia dell’umanità. Va superata l'eredità hegeliana, soprattutto lo schema del superamento delle contraddizioni attraverso tesi-antitesi-sintesi. Vi sono in merito alcuni spunti da recuperare nel pensiero di Marx:

Lo svolgimento della merce non supera tali contraddizioni, ma crea la forma entro la quale esse si possono muovere. Questo è, in genere, il metodo col quale si risolvono le contraddizioni reali. Per esempio, è una contraddizione che un corpo cada costantemente su di un altro e ne sfugga via con altrettanta costanza. L'ellisse è una delle forme del moto nelle quali quella contraddizione si realizza e insieme si risolve. (Il Capitale)

Di fatti questo modello permette di pensare un diverso svolgimento delle contraddizioni che non sia diretto verso il loro superamento, verso il Comunismo, la fine delle contraddizioni, ma invece un andamento ciclico che permetta di pensare la necessità di un certo ordinamento, ma anche la sua necessaria degenerazione. Per la creazione non solo del plusvalore, ma di tutti i mezzi necessari per la riproduzione di una determinata società è necessario un ordinamento, ma ogni ordinamento si basa su di un necessario disequilibrio che contiene in germe lo squilibrio e l’inizio della degenerazione del sistema.

Ci sono contraddizioni del vivere dell'essere umano in società che non sono facilmente superabili, contraddizioni che ritornano sempre e che sono alla base di quella conflittualità che costituisce uno dei motori dell'evoluzione sociale. L’inevitabile contraddizione in cui sono immerse le società umane riguarda ad es. la questione degli armamenti, sono necessari per la difesa, chi propone il disarmo è un alleato degli aggressori, i missionari e oggi le ong, hanno sempre accompagnato gli eserciti invasori, tuttavia nulla garantisce che le armi per la difesa non possano diventare armi di offesa, non c’è soluzione o superamento di questa contraddizione, è semplicemente impossibile eluderla. Resta il fatto che l’unica pace possibile fra gli uomini è l’equilibrio di forze. Quindi una parte del plusvalore va impiegata per la costruzione di un esercito per la difesa dei legittimi interessi, non si creda che una nazione che non tenga conto di questa necessità possa avere una grande prospettiva, il risultato invece sarà l’impoverimento e la subordinazione. Una certa dose di forza militare è necessaria ad es. per promuovere un’alleanza di forze tra nazioni più deboli contro quelle più forti per stabilire un certo riequilibrio delle forze, a tal fine una base di forza è necessaria. Ma l’esercito, la concentrazione e il controllo della forza, nelle sue diramazioni interne servono anche per il mantenimento di un certo ordinamento, e può accadere che le classi superiori che controllano la forza, possano allearsi in forma subordinata con le classi superiori di altri paesi, al fine di mantenere il controllo interno contro gli strati inferiori insoddisfatti di un determinato orientamento, anche se questo voglia dire il declino e la subordinazione della nazione. Oppure esattamente al contrario, può accadere ed accaduto che i gruppi dominanti di determinati paesi possono sobillare strati non dominanti di altri paesi, attraverso finanziamenti, armamenti, appoggio politico, al fine di indebolire la politica di uno stato che si ritiene possa fare ombra. Come dicevamo in un altro articolo, non esiste la lotta dei Buoni (il popolo) contro i Cattivi (le classi dominanti) ogni conflitto va considerato relativamente al suo contesto.

Forse perché Marx visse all’inizio della Rivoluzione industriale, un evento che ha visto un balzo improvviso della capacità produttiva del lavoro nella storia umana, ebbe l’illusione che l’umanità potesse compiere un “salto qualitativo” dalla “preistoria” alla storia vera e propria dell’umanità. Invece, dopo un secolo e mezzo di esperienza, che ha visto un incremento esponenziale della produttività del lavoro, il salto qualitativo si è rivelato un’illusione, lo sviluppo stesso del sistema produttivo necessita di un’ampia stratificazione sociale relativa alle professioni e a competenze sempre più specialistiche. D’altronde la questione della divisione del lavoro dalle prime formulazioni affascinanti ma utopiche di Marx secondo cui nella società del futuro ognuno avrebbe potuto “la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico". (Marx-Engels, L'ideologia tedesca), non è ebbe poi, che io sappia, formulazione più meditata da parte del Marx più maturo. Oggi con la necessaria specializzazione delle attività lavorative il sogno del giovane Marx appare del tutto utopico, è possibile però con la riduzione dell’orario lavorativo coltivare degli interessi al di fuori del lavoro. Ed è vero che il Marx del Capitale più che sulla fine della divisione del lavoro (ma che io sappia la questione non è mai stata chiarita), puntava maggiormente sull’accrescimento della capacità produttiva dello stesso, in modo da accorciare il tempo che la società nel suo insieme doveva dedicare alle necessità della vita, liberando tempo per il “regno della libertà”, per le attività non dettate all’essere umano dalla biologia, ma fini a se stesse: arte, scienza, politica, socialità, svago, ecc.

Marx ovviamente rispecchiava la mentalità del suo tempo, compreso un certo “classicismo”, una certa idea dell’otium, ispirata al modello classico che riteneva libero colui che avesse a disposizione il tempo per dedicarsi alla politica, alla scienza e all'arte. Il "compromesso" fra necessità e libertà escogitato da Marx conserva una notevole validità, bisognerebbe però tener conto che arte, scienza e politica non sono puro otium ma hanno un elemento di professionalità ineliminabile, suppure non possono essere ridotte a professioni come tutte le altre necessitando di attitudine e passione.

Marx considerò la gestione del plusvalore come questione principalmente economica, ad es. in quella parte del capitale dove parla delle forme di distribuzione del plusvalore, individua principalmente tre figure della distribuzione salario, profitto e rendita. Questo economicismo, nonostante Marx sostenesse che i rapporti economici erano rapporti fra uomini e non fra cose, diventa un limite pesante nei rispetti della comprensione di società molto complesse come quelle odierne, dove la gestione e la distribuzione del plusvalore è un fatto politico in cui hanno un ruolo fondamentale le strutture dello stato. La redistribuzione del plusvalore non avviene soltanto nell’ambito dei rapporti economici, ma nell’ambito dei rapporti complessivi di tutti i gruppi sociali, cioè si tratta di un fatto politico.

Marx vide la maggior efficienza nell’estrazione del pluslavoro/plusvalore (in specie relativo), ma non contestò la supremazia dell’economia, pur se va ricordato che egli, di questa sfera, considerò soprattutto i rapporti sociali (“il capitale non è cosa ma rapporto sociale”) e non la semplice economicità come hanno fatto gli epigoni, quelli della caduta del saggio di profitto, della trasformazione dei valori in prezzi di produzione e di altre “delizie” similari. [Gianfranco La Grassa, A tutto campo (due)]

Sulla base di queste premesse possiamo ritornare alla questione del ceto medio. Per capire la situazione italiana bisogna aver presente che abbiamo a che fare con un’anomalia, con uno sviluppo incompiuto. L’enorme aumento della produttività ha sì creato un più ampio strato di ceto medio che non appartiene alle classi produttive, e con questo produttive, non intendo solo la “classe operaia”, ma anche “le potenze mentali della produzione”, cioè specialisti di alto livello (ingegneria, chimica, fisica), le piccole e medie imprese, il lavoro finto “autonomo”, professionisti vari che svolgono lavoro di collaborazione e consulenza per le aziende. Ma questo ceto medio non ha un ruolo effettivo nella gestione dell’economia e dello stato come nel capitalismo manageriale statunitense, è sorto invece un “ceto medio semicolto”, ovvero dei settori scolarizzati, una parte consistente proviene dalle classi inferiori, impiegato nella politica a tutti i livelli, nei sindacati, nei settori dello spettacolo e del giornalismo, nella pubblica istruzione, o che vivono dei fondi destinati ad associazioni varie.

Sia chiaro, non intendo affatto dire che queste ceti siano di per sé parassitari, una società complessa come la nostra necessita di un’estesa amministrazione, così come di un ampio sistema di formazione, dell’informazione e dell’organizzazione delle attività per il tempo libero. Il problema sta nel numero e nella qualità della funzione che questo ceto svolge e nel fatto che è “gonfiato” rispetto alla base produttiva del paese. Il “gonfiamento” di questo settore, che l’ha reso semiparassitario, è stato dovuto a quella che in un altro articolo ho provato a definire come la modernizzazione incompleta italiana, cioè una modernizzazione che ha inteso conservare un modello di capitalismo arretrato, di tipo familiare, una modernizzazione non moderna, sotto tutela degli Stati Uniti e della Chiesa Cattolica, basata su vaste sacche arretrate in particolare nel sud del paese, processo di cui fu strumento il cosiddetto clientelismo, che portò all’interno dell’amministrazione pubblica un ampio strato di impiegati superflui rispetto alle mansioni effettivamente da svolgere. Il gonfiamento della pubblica amministrazione, la corruzione della classe politica, attraverso privilegi vari, sono serviti soprattutto per far passare questa modernizzazione incompiuta.

Questi strati, eredità degli anni settanta e ottanta e fino agli anni novanta, oggi sono entrati in disequilibrio con la base produttiva, ristretta principalmente da quella “riduzione di potenza” operata dalla potenza nostra tutrice (vedi articolo sopra citato). Chiudono le imprese, o direttamente tramite la guerra (Libia), o indirettamente perché gli Usa per motivi geopolitici non vogliono che intratteniamo rapporti troppo stretti ad es. con la Russia, o perché non sostenute adeguatamente dallo stato, ma le spese dell'amministrazione pubblica restano, è necessario quindi aumentare la pressione fiscale sulle imprese o sulle famiglie in vari modi, ma ciò fa chiudere le imprese e restringe consumi, ed è a sua volta altro fattore di crisi. Più aumenta la crisi è più il “ceto medio semicolto” per conservare se stesso entra in contrapposizione con la base produttiva.

Ed ecco che un nuovo “soggetto” è comparso sulla scena, Equitalia, il cui nome fa pensare esattamente al contrario, cioè all’iniquità o in termini più “economici” al disequilibrio, sinonimo di crisi. Iniquitalia attraverso metodi terroristici è riuscita a risolvere temporaneamente la riduzione delle entrate dovuta alla crisi ma con metodi che non faranno che accentuare la crisi, e quindi la necessità di aumentare la pressione fiscale. Si è creata una spirale di crisi, i cui effetti si devono ancora tutti manifestare fino in fondo. Nei rispetti di Iniquitalia si manifesterà il fronte vero del conflitto sociale, in realtà già abbastanza incandescente, poiché ormai sono decine di migliaia le persone inferocite nei suoi confronti, perché gli è stato bloccato il conto corrente o l’automobile, o addirittura pignorata la casa, milioni coloro che hanno ricevuto qualche “cartella”.

Il disequilbrio è anche una questione di allocazione di risorse, piuttosto che finanziare impieghi inutili non sarebbe meglio investire per creare lavoro vero? Finora non si è vista invece nemmeno l’ombra della politica tedesca, che consiste nel risparmio sulla spesa pubblica per investire in finanziamento alle imprese, volto al rinnovamento tecnologico, e incremento della produttività che è dovuto soprattutto a lavoro stabile e buone condizioni di lavoro. Ma questa classe politica per le sue stesse caratteristiche non potrà mai fare una politica del genere, continuerà ad aumentarsi lo stipendio mentre intorno le persone vanno in rovina, fin quando sarà necessario “cambiare sistema”.

Nei cosiddetti ceti medi semicolti si è diffusa una mentalità tale che soltanto le piacevolezze della crisi economica potranno riportarlo alla realtà. Questi settori proprio perché si contrappongono al mondo produttivo, quello che “evade” le tasse, non si pongono il problema dell'origine dei loro stipendi, il pubblico impiego crede a es. che lo stipendio provenga dallo “Stato”, pensato come una sorta di astratta divinità, e non dalla base produttiva. Una volta che questa base comincia a restringersi sul serio la classe dominante, che non è il ceto medio semicolto, comincia a decimare lo stesso ceto medio, come sta accadendo in Grecia o in Spagna dove si è cominciato a licenziare gli impiegati pubblici. Non è un caso che la crisi abbia colpito soprattutto quei paesi che per un motivo o un altro non sono riusciti a portare a termine la modernizzazione economica.

È sorta inoltre una mentalità sfavorevole per le attività produttive, per quale motivo un giovane dovrebbe intraprendere la strada impegnativa della formazione tecnica, se il trattamento che poi riceverà sarà equivalente, se non inferiore, a quella di un impiegato che ha la garanzia del lavoro, con scarse responsabilità e spesso trascorre le proprie giornate in una sostanziale inattività? Quando la sua paga sarà di molte volte inferiore a quella di un politico che produce solo danni? Per non parlare dell’assoluta inadeguatezza del sistema scolastico rispetto a quelle che sarebbero le necessità di una società moderna. Si moltiplicano le cattedre di materie francamente inutili, talvolta seguite da pochi studenti nei posti più sperduti, mentre le imprese non riescono a trovare professionisti specializzati in vari settori, nonostante la disoccupazione risulti molto alta. Aspetto paradossale che si riscontra anche nell’immigrazione, in quanto gli immigrati vengono in Italia e nei paesi europei, soprattutto perché in realtà c'è richiesta, poiché proprio per la spinta ad occupare il settore della classe media c'è tutta una serie di “lavori che gli italiani non vogliono fare”. Non solo per la spinta ed entrare nel ceto medio, ma anche perché le condizioni nel “privato” non sono buone, perché le imprese, soprattutto quelle medie e piccole, spesso sono incapaci di offrire condizioni migliori a cause dell’eccessivo carico fiscale dovuto alle spese per mantenere un settore pubblico sproporzionato . Troppi giovani studiano le cosiddette “materie umanistiche” senza nessun vero interesse per queste materie, senza un vero obiettivo se non quello di non svolgere un “lavoro manuale”. Le facoltà umanistiche servirebbero per formare una classe dirigente sia nel campo più direttamente politico sia in ambito intellettuale e culturale, ma quando la classe politica in realtà non ha un ruolo direttivo, ma esecutivo degli ordini provenienti dall'alto, è inevitabile che si svalutino tutte le materie relative alla formazione culturale.

Il mancato passaggio italiano al capitalismo manageriale vuol dire un ceto medio staccato dalla gestione del potere politico ed economico effettivo, quindi indifferente alla sorte dello stato e della base produttiva che permette la sua stessa esistenza come ceto medio, anzi ad essa contrario ed avverso in senso classista, questa è la principale anomalia italiana che si intende indicare con il termine “ceto medio semicolto”.

Non si è formato in ceto medio realmente inserito nei gangli della gestione dello stato e della produzione, proprio per la modernizzazione incompleta della società italiana, come notava La Grassa qualche accenno di passaggio ad un capitalismo non familiare ma manageriale, si è avuta negli ultimi tempi con la guida alla Fiat di Marchionne, ma in una forma completamente subordinata agli Usa.

Abbiamo quindi un ceto medio semicolto, avulso dalla realtà dello stato e della produzione, una classe politica che non gestisce e non da direzione politica (stendiamo un velo pietoso sugli “intellettuali”), ma che esegue gli ordini dall’alto, mentre finge di dividersi sulle “grandi questioni ideali”.

Un ceto medio incapace di capire che la svendita dell’Italia, la gestione della politica estera, in particolare per quanto riguarda la Libia, un paese cruciale per l’Italia, scalzerà le basi materiali della loro stessa esistenza. Per questi motivi l’Italia attraverserà di nuovo un periodo di crisi strutturale, che necessiterà di soluzioni radicali, “rivoluzionarie”. Naturalmente conta il fatto che l’Italia è un paese occupato, ma anche la Germania è piena di basi americane, quindi l'occupazione militare non può essere una scusa per le magagne di questa orrida classe politica.

Dovrebbe essere già chiaro che il modello che sto avanzando non è dualistico, classe operaia produttrice contro tutti gli altri settori che vivono del plusvalore, la crisi è strutturale perché colpisce soprattutto i settori produttivi, le imprese, soprattutto le piccole e medie imprese, che dato lo sviluppo abnorme dell’Italia avevano finito per costituire la spina dorsale dell’economia. Le famose imprese del nord-est sia per la loro struttura, sia perché non coadiuvate come in altri paesi dagli incentivi statali, e dalla ricerca tecnologica, non reggono la concorrenza internazionale.

La distinzione fra lavoro produttivo e lavoro improduttivo (di plusvalore) è molto importante, ma non vuol dire che i lavori improduttivi (di plusvalore) siano inutili, o non concorrano a creare il plusvalore, ad es. l'applicazione tecnica della scienza è un fattore fondamentale nella creazione del plusvalore, ma senza sistema scolastico adeguato non c'è produzione di scienziati. La distinzione fra lavoro produttivo e improduttivo è una distinzione fra ciò che è primario e ciò che è secondario, non in termini di "valori", ma in termini logici, come ciò da cui dipende cosa, nel senso che senza una certa quota di plusvalore nel settore primario è impossibile, in termini materiali, trovare le risorse per un adeguato sistema scolastico. Ecco perché quando il lavoro improduttivo (di plusvalore) supera una certa quota questo impedisce la creazione del plusvalore indispensabile per la riproduzione della società, all’inizio impedisce di destinare la quota necessaria di plusvalore per l’ammodernamento delle imprese che nel sistema concorrenziale capitalistico è sempre necessaria, successivamente intacca alle fondamenta la creazione di plusvalore perché le imprese non riescono a realizzare i margini necessari di guadagno per dar vita ad una attività economica nel sistema capitalistico.

Ci si avvia verso la crisi, la crisi si manifesta appunto quando il disequilibrio diventa squilibrio finché si arriva all’incapacità del sistema di riprodursi in modo normale. Come si uscirà dalla crisi non è dato sapere, se in modo regressivo, con il caos sociale e l’entrata nella decadenza vera e propria, oppure in modo progressivo, verso la ricerca di nuovi equilibri. Viste le condizioni morali e intellettuali del paese non è dato ben sperare, ma siccome l’Italia, nonostante i suoi innumerevoli e gravi difetti, ha sempre riservato delle sorprese non è detta l’ultima parola.

CHE ROTTURA DI…..(di GLG 7 giugno 11)

Non andrò a votare Domenica. Per non far raggiungere il quorum? Non diciamo sciocchezze; non m’interessa nulla del suo raggiungimento o meno; né dei risultati. Non entro in una cabina elettorale dai tempi dei tempi, non ho voglia di imprigionarmi in essa per i quesiti posti. In linea di principio, sarei per l’acqua “pubblica”, ma non certo perché il pubblico rappresenti l’interesse generale. Anzi proprio questo continuo inganno, ormai particolarmente stupido, della distinzione tra pubblico e privato mi conferma nell’intenzione di non votare. Del legittimo impedimento me ne sbatto ancor di più. Conosco bene il significato dei processi giudiziari che da vent’anni mascherano la politica e l’hanno ridotta ad una “troia”; per di più mal vestita, sporca, puzzolente. Per sapere se è possibile “buttare giù” Berlusconi – e soprattutto sfogare l’odio maturato vent’anni fa giacché egli impedì all’operazione “mani pulite” di andare in porto e a chi rinnegò perfino il proprio “buco del culo” di apparire credibile (e quindi meritevole di un prezzo di vendita più alto) di fronte agli americani – non ho bisogno di queste “menate”. So leggere negli avvenimenti degli ultimi due anni, e soprattutto degli ultimi sei mesi, per capire che il premier è sulla via del tramonto; che ciò avvenga lasciandolo guidare la “transizione” oppure no, non mi sembra di speciale interesse.

Il nucleare serve solo a sfruttare le paure e quindi a sperare di raggiungere il quorum. Senza questo quesito, il fallimento era certo al 100%; lo sanno tutti ed è quindi per tale motivo che la Magistratura, fino ai suoi vertici, si è messa in moto per consentirlo, essendo la sua decisione il semplice prolungamento dell’altrimenti inutile azione politica iniziata appunto vent’anni fa. Vale la pena dibattere sulla stupidità della “gente”, sulla sua irrazionalità e incomprensione di che cos’è realmente sul tappeto? Beh, fare chiacchiere a tempo perso non costa poi molto. Da quando ero adolescente, ho assistito ad un qualche catastrofismo ogni due-tre anni. Catastrofi ambientali, sociali, politiche, svolte epocali, epidemie sterminatrici, cambiamenti climatici (per giudicare i quali occorrerebbero serie temporali di secoli e più) decretati nel giro di pochi anni; e in direzioni ogni volta diverse. Ricordo d’essere sempre stato “sull’orlo” della guerra atomica. Ho costantemente irriso i miei interlocutori, anche durante la “terribile” crisi di Cuba dell’ottobre 1962. Niente da fare; dopo essere stati smerdati decine di volte, i cretini erano sempre più pimpanti a predire la “prossima” occasione di guerra.

A voglia di dire ai cretini che il “socialismo reale” era in panne e ormai in declino. Chi rimase “scioccato” dai fatti del 1989 fu in fondo soprattutto l’anticomunista di medio livello (non parlo degli Usa e di altri vertici politici, compresi quelli dell’est a partire da Gorbaciov); non certamente il sottoscritto, che ha avuto la sua solita soddisfazione (di corretta previsione), ma senza poterla manifestare, perché i farabutti (in specie di quella maledetta “sinistra” di cui sono rimasto prigioniero per quarant’anni) mi hanno, prima, impedito di diffondere le mie “profezie” (niente più che analisi condotte da un cervello sano di media intelligenza) circa l’impasse di ciò che non chiamavo più socialismo né tanto meno comunismo; e di spiegare, poi, perché ciò era avvenuto, mentre essi si dedicavano a raccontare favole e/o a preparare il loro tradimento assieme a Usa e Confindustria.

Per un ventennio, se non più, siamo stati sull’orlo del colpo di Stato in Italia (parlo sempre dell’idea diffusa comunemente all’epoca). I comunisti ululavano contro la “reazione in agguato”. La reazione contro i “comunisti” con le armi già pronte, i piani non se ne parla; e l’aiuto dell’Urss, di cui saremmo diventati schiavi, era ormai programmato. Se quelle carogne di comunisti non si muovevano era perché l’organo supremo della difesa del “mondo libero” (la Nato) era lì che vegliava sulle nostre notti, insonni per la paura di cadere nelle grinfie di questi selvaggi e trogloditi. Ho cercato di spiegare, almeno ai compagni, che il colpo di Stato era inutile dato quello che stava già combinando il Pci; e che comunque era fatica vana opporsi con il balordo mezzo del “terrorismo” a quella deriva ineludibile verso gli Stati Uniti. Niente, sempre silenziato come al solito; o preso per matto o per opportunista.

Adesso c’è il nucleare e si può fare un ulteriore tuffo nella catastrofe che è l’abituale compagna di vita dei cretini. Sarò sincero: temerei una catastrofe nucleare generale e totale solo perché ci andrebbero di mezzo anche gli animali. Si può però credere a simile disgrazia ed ecatombe? Non ci credo, ma non ho motivi per dichiarare l’esistenza o inesistenza della possibilità di tale evento definitivo; è come la prova dell’esistenza o inesistenza di Dio. Se qualcuno mi vuol portare questa prova in un senso o nell’altro, lo mando a cagare. So solo che tanti anni fa (ma tanti) si pensava all’incidente aereo come al peggiore che potesse accadere nel viaggiare; quando cascava un aereo, in una qualsiasi regione del mondo, morivano tutti (raramente si salvava qualcuno, sembrava un autentico miracolo). La “lieta novella” si spargeva dappertutto come quella del Cristo risorto. Dopo si è imparato che – in base al numero dei morti per Km. di viaggio – l’aereo è il mezzo di trasporto più sicuro, addirittura più sicuro delle ferrovie (ho stentato a crederci, ma è così); rispetto all’auto credo che siamo ad un decimo e anche meno degli uccisi dall’uso di questo veicolo di cui nessuno fa a meno.

Certamente, il più spettacolare scontro plurimo in autostrada, con centinaia di auto coinvolte, non ha l’aspetto terribile dell’ultimo incidente nucleare in Giappone. A parte però eventi del tutto minori, alcuni solo rischiati (e subito propagandati), quando è accaduto l’altro importante “inconveniente” nucleare? Un quarto di secolo fa. Rispetto alle bombe sganciate scientemente da autentici assassini sulle due famose città giapponesi, rispetto alle migliaia di esperimenti nucleari (prima in superficie, poi sotto terra) con bombe che, soprattutto all’inizio, erano terribilmente “sporche”, che cosa hanno rappresentato gli incidenti nelle centrali? Non è stato fatto alcuno studio serio – almeno non è stato ossessivamente propagandato al fine di terrorizzare le popolazioni – su quegli esperimenti; né si sa bene per quanti anni abbiano prodotto o possano ancora produrre i loro effetti. E sulle armi ad uranio impoverito – e su come e quando sono usate – si sa veramente molto? C’è stata qualche inchiesta, per far ben guadagnare alcuni giornalisti (per carità, bravi), ma nulla che possa veramente spaventare. Perché quelle armi non possono essere sospese se non quando se ne troveranno altre di più efficaci. Ma più pulite? Ammazzeranno solo i colpiti da esse? “Illusione, dolce chimera sei tu”.

Infine, &egrave
; atteggiamento serio che su questioni simili decidano i “popoli”, milioni di sprovveduti che nulla conoscono del problema? So bene che gli “specialisti” sono mossi da interessi e non soltanto dal loro sapere. Lo sono i nuclearisti e gli antinuclearisti. Quelli delle “energie rinnovabili” a me procurano particolare fastidio perché se c’è qualcosa che nessuno di loro contesta – almeno io non li ho sentiti dire nulla di contrario nemmeno in uno speciale convegno fatto al proposito recentemente – è che tali energie risolveranno il problema solo per percentuali relativamente modeste. Sono in fondo più efficaci, ed economiche, le ricerche per tentare di sprecare meno energia in generale, secondo l’antico principio del minimo impiego per un dato risultato (o del massimo risultato con un dato impiego).

E poi, questa sarebbe democrazia? Se tutto va bene, il quorum sarà di poco superato; quindi ben meno della metà della popolazione deciderà di scelte, che sarebbero da prendere con ampia cognizione di causa e non in preda a campagne propagandistiche. Per influenzare taluni, queste sono impostate basandosi sul facile impiego del terrore nucleare; per convincere altri si usano semplicemente motivi pseudo-politici, mettere in difficoltà un Governo inviso, anzi non un Governo ma solo una persona. E’ serio effettuare scelte in questo modo? E’ democratico?

Perché non fu deciso un referendum popolare prima di buttare le bombe atomiche sul Giappone? E soprattutto, va da sé, tra la popolazione giapponese più che tra quella statunitense che se l’è goduta tutta. Dio mio, diranno i soliti intelligentoni, ma eravamo in guerra, per di più contro il Male Assoluto. Bene. Ma almeno nell’Italietta, che conta poco ed è abitata com’è noto da “brava gente”, non si poteva indire una consultazione popolare per scegliere se andare a bombardare la Jugoslavia? E oggi la Libia? Nemmeno per sogno, le questioni della guerra e della pace devono essere decise da “persone responsabili”, in base ad attenta valutazione degli interessi “supremi” del paese: restare autonomi o sbavare per essere i migliori servi degli Usa. E le questioni energetiche sarebbero invece come decidere se fare il bucato il lunedì o a fine settimana? Come scegliere in quale fascia oraria utilizzare lavatrici, ferri da stiro, forni elettrici, ecc.? Ma va là, stupidoni, è la stessa cosa. Occorrono persone “responsabili”, con i loro interessi da difendere; esattamente come quando si deve scegliere se essere autonomi o servire ciecamente gli Stati Uniti. Se tra i quesiti del voto di Domenica ci fosse questa alternativa, allora andrei alle urne; altrimenti vadano tutti a “quel paese” (che non è più il nostro!).

Ultima considerazione. E’ a questo punto del tutto comprensibile come ancor oggi le questioni energetiche relative agli idrocarburi (e, credo, soprattutto con riferimento al gas, di cui si trovano sempre nuovi giacimenti) continuino a fare da battistrada ad importanti scelte di strategia internazionale dei gruppi dominanti nei vari paesi. Resa invisa alla “gente” l’energia nucleare, sapendo che le energie rinnovabili sono principalmente usate quale “battage”, quale “specchietto per le allodole” (le popolazioni fesse e subornate), tali gruppi dominanti – sia autonomi che decisi ad una precisa servitù – sono consci che, almeno fino a metà secolo, continuerà ad essere fondamentale il petrolio, ma soprattutto il gas. Il carbone sarà sussidiario, per certi paesi, ma l’energia continuerà ad essere fondamentalmente quella del XX secolo; alla faccia del “secolo dell’idrogeno” come qualche imbroglione definiva il XXI. Quindi, nelle strategie di politica internazionale, le valutazioni su tale forma di energia continueranno ad avere la priorità. E adesso “andate in pace” a votare. Il vostro voto non significa nulla, almeno non per decidere dell’energia che verrà usata in questo secolo. Se vi ponete altri fini, più limitati, fate pure il cazzo che più vi pare e piace; tanto non sarete voi a scegliere le decisioni veramente rilevanti, che saranno sempre prese da persone serie dotate di potere reale. Magari saranno degli assassini, ma con cervello e privi della volatilità emotiva di coloro che pretendono di rappresentare il “popolo”. Meglio i farabutti che gli idioti.  

 

     

Riepilogando sulla Libia di Ennio Abate

Dopo il Forum del 17 maggio 2011 a Cologno Monzese.

 Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἂνθρωποι μᾶλλον τὸ σχότος ἢ τὸ φῶς.

[E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce]

(Giovanni, III, 19)

Mi auguro che una coscienza sempre più precisa

di quel che succede al mondo e al nostro paese

costringa un numero sempre più grande di uomini e di donne

a unirsi per distruggere il potere degli assassini,

degli sfruttatori, dei pubblici mentitori

e per spezzare le armi dei loro complici.

Non voglio dire nemmeno una parola

per confermarvi in quello che già sapete.

È agli altri, a quelli che non sanno, che bisogna parlare.

Bisogna parlare a quelli che fingono di non sapere.

E parlare sapendo bene che gli uomini non si muovono

né con le parole né con l'esempio,

ma che solo di parole e di esempi possiamo disporre.

Quindi bisogna sapere bene che cosa dire e che cosa fare.

Saperlo assai meglio di quanto non lo si sia saputo in questi tre annii.

La rabbia non basta. La ragione non basta. La verità non basta.

Se bastassero, non ci sarebbe bisogno di politica.

E invece ce n'è sempre più bisogno.

Chi vuol salvarsi l'anima la perderà.

E invece è necessario prepararsi a non perdere più nulla;

che è il primo modo di vincere.

(F. Fortini, Per un comizio, in Un giorno o l’altro, p.434, Quodlibet, Macerata 2006)

1.È dal 1991 (prima guerra del Golfo) che l’Italia – servile e ipocrita, di destra e di sinistra – ripudiando nei fatti la sua Costituzione, esteriormente omaggiata da tutti i leader politici, partecipa attivamente, con mezzi e uomini, alle guerre “postmoderne” (Kossovo, Afghanistan, Irak, e ora Libia). Eppure, adeguandosi al linguaggio dei padroni statunitensi, quasi tutti lo negano o chiamano tali guerre (con quante migliaia di vittime mai lo sapremo) “umanitarie”. L’ipocrisia sulla guerra è – chiariamolo – “senso comune democratico” diffuso in alto e in basso, sia nel ceto politico che nella “società civile”. E scorre attraverso la TV ma anche nei discorsi che si fanno nei consigli comunali, nei bar, con gli amici. Investe persino i gruppi pacifisti, man mano azzittitisi. I loro militanti in cuor loro sono sempre contro ogni guerra “senza se e senza ma”; però regolarmente, dopo ognuna di queste guerre, regalano voti ai partiti che le sostengono e offrono la loro “partecipazione” per “migliorarli”.

2. Come liberarsi dalla spazzatura dei luoghi comuni “democratici” sulla pace e la guerra? Parlando, come suggeriva nella citazione qui sopra Fortini, con quelli che sembrano non sapere? In piccolo, questo si è tentato di fare a Cologno Monzese martedì 17 maggio 2011 nell’Auditorium di Via Petrarca con un’assemblea pubblica indetta dal FORUM CITTADINO, sostenuto da CSD (Lista civica Cologno Solidale e Democratica) e dall’Associazione culturale LEFT. (Tra parentesi. Era la prima volta, da quando il 19 marzo scorso cominciò l’attacco della Nato contro la Libia, che una discussione sulla Libia veniva proposta in città. Per quasi due mesi né l’Amministrazione di centro-sinistra né alcun partito ha aperto bocca in proposito. E – altro dettaglio importante – essendo il FORUM luogo di discussione aperto, avevamo cercato di far venire relatori o testimoni di qualsiasi orientamento, senza preclusione alcuna).

3.Breve cronaca della serata: Si sono presentati all’appuntamento soltanto i relatori o i testimoni da me invitati: Osvaldo Pesce, che il 4 aprile 2011 allo Spazio Tadino di Milano aveva organizzato una tavola rotonda sulla Libia col Coordinamento milanese «Dalla parte dei lavoratori» e il blog “penna biro”; Paolo Sensini, storico e saggista, del quale il 5 maggio scorso all’«Officina Coviello», sempre a Milano, avevo ascoltato il resocontoii di un suo viaggio a Tripoli fatto a metà aprile assieme ad altri membri di un’associazione non governativa («The Non-Governmental Fact Finding Commission on the Current Events in Libya»); Michael Kidane, dell’Associazione democratici eritrei in Italia, che abita a Cologno ed è presidente della Consulta per la pace del Comune di Cologno Monzese. Tra il pubblico erano presenti gli assessori alla P.I. e ai Servizi sociali, oltre a membri di CSD e di Left. È stato proiettato il video di circa 10 minuti, girato dallo stesso Sensini durante la sua permanenza a Tripoli. Le riprese documentavano l’ampio appoggio della popolazione nei confronti di Gheddafi. Subito dopo Sensini ha spiegato le ragioni del suo viaggio (vedere di persona come stavano le cose a Tripoli) e criticato apertamente l’intervento militare di Francia, Inghilterra prima, dell’Italia dopo;
e infine della Nato. Kidane ha ricordato quanto la guerra in Libia abbia peggiorato la situazione dei molti immigrati che la florida (rispetto agli altri paesi dell’Afica) economia libica ha attirato in questi anni. Pesce ha insistito sulle mire colonialiste delle potenze occidentali, sui danni per la popolazione civile dei bombardamenti della Nato, sul pericolo che la politica internazionale scivoli sempre più dalla «cultura della giustizia» alla «cultura della vendetta».

4. Subito dopo gli interventi. Non uno di plauso o almeno di riconoscimento del valore di testimonianza diretta del video. Solo alcune critiche diffidenti verso il suo contenuto estese poi anche alle valutazioni politiche fatte da Sensini e Pesce. Le obiezioni? Il video era “di parte” (non dava voce agli “altri”, agli insorti di Bengasi) e sbilanciato (mostrava, insomma, il consenso – ritenuto non sincero, ma “di regime”- goduto da Gheddafi). La lettura degli avvenimenti libici e le critiche alle potenze occidentali poi si sarebbe basata su «vecchie categorie» (terzomondismo, imperialismo, colonialismo). C’è stato chi ha ribadito che Gheddafi era e resta un «dittatore» (che tra l’altro, andando al potere nel 1969, aveva espulso gli italiani dalla Libia). O che mancano tuttora informazioni sufficienti per pronunciarsi. O che l’Italia e gli altri paesi, pur se fanno la guerra, restano comunque democratici. O che, nel Maghreb, è in corso un mutamento (una «primavera dei popoli») sicuramente democratico e non si può che gioire della caduta di dittatori considerati «inamovibili».

5.Una discussione – breve, tra l’altro, per ragioni indipendenti dalla volontà degli organizzatori – su un tema così drammatico e controverso non poteva forse permettere di più. Eppure ha confermato la disattenzione democratica verso quest’ultima guerra intrapresa dall’Italia. I suoi guasti sono facilmente sottovalutati o minimizzati. Le conseguenze politiche di portata nazionale e internazionale sfuggono. Per provincialismo o spoliticizzazione ci si è rassegnati al nuovo corso, iniziato appunto dal 1991, per cui le bombe, se “democratiche”, ben sostituiscono la politica o la proseguono più “efficacemente”. È un atteggiamento da struzzi. Ma lo struzzo – pare – nasconde la testa sotto la sabbia per paura. E la paura in passato aveva almeno suggerito delle manifestazioni (simboliche certo) contro la guerra. Ora, invece, domina proprio il preoccupante “buon senso comune democratico” che s’ identifica più facilmente di una volta col cinismo dei “più forti” (dei meglio armati, dei più potenti tecnologicamente). Si avverte sempre meno quello che provano chi subisce le “nostre” guerre. Chi ha più curiosità o simpatia o preoccupazione per loro, per i “civili”? Come staranno vivendo di notte, sotto le bombe, i giovani e le ragazze, i cui volti per qualche secondo si sono affacciati nel video di Sensini? C’è la presunzione che la “nostra democrazia” sia comunque e sempre superiore e preferibile alle «dittature», che per il “buon senso democratico” rientrano nell’indistinto Regno del Male: una notte in cui tutte le vacche – da Pol Pot, a Saddam, a Gheddafi – sono nere; o diventano a turno e a comando (Usa) – incarnazioni di Hitler, il quale resta tuttora il campione assoluto del Male, minacciato solo dalla concorrenza di Stalin, essendo gli altri leader, specie se occidentali, agli ultimi posti in classifica. Ecco il dogma (fondamentalista) che ostacola ogni interrogazione e confronto persino tra noi e che fa accettare i fatti compiuti, le guerre cioè, alla cui criminalità nulla più si oppone. Non la parola. Non la testimonianza. Neppure l’indignazione da profeti disarmati. E perciò prevale il pragmatismo spicciolo: anche se nel caso della Libia l’intervento militare italiano o della Nato fosse sbagliato, ormai, “visto che lo si è cominciato, è bene portarlo a termine” (ovviamente con l’eliminazione di Gheddafi, come Obama comanda). All’anima dei Valori! All’anima della verità, della giustizia, della pace e della politica come «arte del possibile»!

6.La sera di martedì 17 maggio ho avuto una nuova prova che amici e amiche di sinistra (gli unici poi che vengono – per senso di colpa? per contrastare gli “estremisti”? – a tali assemblee) non intendono uscire dagli schemi “umanitari” e “democratici”. Restano i mugugni o i distinguo. Ma in privato. Il NO ALLA GUERRA viene pronunciato dove non guasta la prosecuzione della politica quotidiana. Cosa verrà dopo la Libia, se questo ennesimo atto di “esportazione della democrazia” a suon di bombe sarà benefico per noi (ma chi siamo noi oggi?), per l’Italia o per i “civili” che si dice di voler proteggere o liberare, perché tanto facilmente la “sinistra” finisca per appoggiare il «colonialismo» (vecchissima categoria, ma – ahimè – con quali nuovi nomi chiamare questi interventi militari?) come finirono per fare, in altra epoca, fior di socialisti (e perfino un marxista come Labriola!): sono tutte questioni da rimandare. L’agenda al momento è piena di incontri per risolvere “problemi concreti”.

7.Un atteggiamento da colonialisti (passivi o attivi) è insopportabile nei giovani. Lo è cento volte di più, secondo me, nei vecchi, specie se provenienti dal PCI o dal ’68 o da persone “d’area cattolica”. Non mi aspettavo, in verità, di più martedì sera. Perché in questi due mesi, avendo dichiarato da subito come singolo la mia posizioneiii anche su alcuni siti e blog e poi avendo vanamente tempestato amici e amiche con articoli che commentavano gi avvenimenti in corso, risposte o commenti ne ho ricevuto da pochissimi. E credo che non ne avrò neppure dopo l’invio di questo mio resoconto ragionato della serata del 17 maggio. So però che oggi, 22 maggio 2011, rispetto ai primi eventi di fine marzo-aprile 2011, tutti sappiamo più cose: che ci sono state vittime “civili” dei bombardamenti compiuti dalla Nato “per proteggere i civili”; che in alto e in modi oscuri si vanno definendo le ben poco democratiche strategie di contenimento dei sommovimenti sociali scoppiati nel Maghreb; che si sono chiarite le mire neocolonialiste di Francia e Inghilterra; che il voltafaccia della politica estera italiana su diretta pressione statunitense e con l’appoggio incondizionato del presidente Napolitano è di estrema gravità; che la manipolazione dell’informazione è sfrontata (Cfr. La fabbrica del falso e la guerra in Libia di Vladimiro Giacchéiv). Non ci sono più scuse. La Libia è sola contro la Nato, abbandonata anche da Russia, Cina e Turchia, che potevano forse giocare delle carte per una soluzione politica e non tutta militare. L’Unione Africana o Chavez pesano poco. L’Italia si è aggregata ai più potenti, stracciando il trattato di alleanza con Gheddafi. No, non avremo più scuse se continueremo a tacere e a non rispondere a
lla domanda scomodissima e cruciale che il video di Sensini attraverso la voce dei tripolini poneva: «Perché Francia, Inghilterra e Stati Uniti ci bombardano? Che cosa gli abbiamo fatto? Perché l’Italia, dopo aver stipulato col nostro paese un trattato di amicizia e di non aggressione, ci ha fatto questo?».

 

Ennio Abate 22 maggio 2011

i Lo scritto è datato 1971

ii «Quello che ho visto in Libia 27 aprile 2011». Il testo l’avevo fatto circolare in anticipo nella mia mailing list; e si legge ora sul sito di SINISTRAINRETE : http://www.sinistrainrete.info/estero/1354-paolo-sensini

iii Si legge sul sito «Comunismo e Comunità» in due commenti in dialogo con Lorenzo Dorazio in appendice al post intitolato: Contro l’interventismo “umanitario” bombardatore. Fuori l’Italia dalla guerra, no alle ingerenze imperialiste. Solidarietà alla Libia : http://www.comunismoecomunita.org/?p=2274#comment-1320

iV http://www.sinistrainrete.info/politica/1376-vladimiro-giacche-la-fabbrica-del-falso-e-la-guerra-in-libia

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