Chomsky, che dici?

 

Non ci sono più gli intellettuali di una volta ma quelli di una volta, se ancora vivi, si adattano velocemente alla insulsaggine dei tempi. E’ la storia che fa gli uomini, in quest’epoca minore lo intuiamo più chiaramente perché anche le menti brillanti si offuscano di brutto. E se anche Chomsky ci propina la catastrofe ambientale unita a quella nucleare (con “inevitabili” riferimenti all’autodistruzione capitalistica, al capitalismo della sorveglianza perché siamo tutti spiati anche se l’imbecillità dilaga e ci sarebbe ben poco da scrutare nei cervelli di tutti), vuol dire che non si è semplicemente chiusa un’epoca di vivacità intellettuale ma che siamo entrati in un’epoca chiusa e asfittica in cui le idee originali vengono abortite prima di nascere. Con allarmismo assolutamente ingiustificato il pensatore americano, per l’occasione issatosi a profeta di sventura, afferma:

“raggiungeremo un punto in cui la catastrofe sarà irreversibile e la società umana organizzata scomparirà, insieme a milioni di altre specie che stiamo distruggendo. La terra non ha affrontato una crisi simile per 65 milioni di anni, dalla famosa quinta estinzione, ora siamo nel bel mezzo della sesta estinzione. A meno che non mettiamo fine a tutto ciò, e abbiamo forse 20 o 30 anni per farlo, ci estingueremo. Questa è la più grande crisi della storia umana. Deve essere affrontata in modo cooperativo, non conosce confini. Se l’Asia meridionale e il Medio Oriente diventano inabitabili, sarà una tragedia per tutti noi. C’è poi un’altra emergenza: la minaccia di una guerra nucleare forse è maggiore di quanto non lo sia stata durante la guerra fredda. Si stanno sviluppando nuovi armamenti estremamente pericolosi, le guerre si spostano nello spazio. Tutto questo deve essere messo rapidamente sotto controllo…Un sistema capitalista non regolamentato è un patto suicida, si autodistruggerà in men che non si dica…Abbiamo forse 20 o 30 anni per affrontare l’imminente crisi della catastrofe ambientale. Gli interventi per farlo sono sostanzialmente noti e fattibili e dovranno essere realizzati nel quadro delle istituzioni esistenti perché la situazione è urgente. La tempistica per il cambiamento su larga scala delle istituzioni è molto più lunga. Un nuovo accordo globale sull’ambiente non solo è possibile, ma è essenziale per la sopravvivenza. È chiaro che dobbiamo porre fine all’uso dei combustibili fossili entro pochi decenni, forse entro il 2050, questa è la raccomandazione dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change). Ciò significa muoversi subito per iniziare a ridurre il petrolio sviluppando fonti alternative di energia. Si può fare in modo efficiente, può portare a una vita migliore, ma non accadrà da solo, ci vorrà un grande impegno. Ci sono poi le resistenze da parte del settore dei combustibili fossili per cercare di evitarlo, nell’interesse di un profitto a breve termine”.

Sono tutte chiacchiere, almeno raccontate così grossolanamente, da bar-bari. L’umanità, imbecillaggine a parte, non ha mai goduto di tante agevolazioni, vive più a lungo e più comodamente, anche se, effettivamente, l’inquinamento costituisce una complicazione da non sottovalutare. Parliamo di inquinamento, non di riscaldamento globale sul quale non c’è accordo tra gli scienziati e si evidenzia grande incoerenza tra le posizioni per mancanza di dati e rilevazioni accurate. Le congetture apocalittiche non ci sembrano sufficienti per tornare allegramente ai tempi della pietra. Se saremo in grado di sfruttare energie sempre più ecologiche ed efficaci che ben venga ma, attualmente, le criticità sono ancora elevate e troppe diseconomiche le soluzioni prospettate. Non si converte un modello di sviluppo dall’oggi al domani, dobbiamo confidare che scienza e tecnologia vadano ben oltre gli attuali limiti e ci offrano nuovi progressi. Teniamo anche conto che tra quel pensiamo accadrà e quello che sarà, lo scarto potrebbe essere larghissimo.
In ogni caso, proprio non ce la faccio a preoccuparmi per un pianeta che morirà comunque e molto dopo la nostra estinzione. Con un minimo di razionalità, inoltre, si può obiettare ai catastrofisti che l’umanità si pone, sul serio, solo questioni che può effettivamente risolvere; che quando è messa alle strette per complicazioni concrete e urgenti una risposta la trova quasi sempre.
Per questo, mi allontano dalle elucubrazioni di un grande pensatore per avvicinarmi a quelle di un giornalista grande e grosso. Giuliano Ferrara scrive su Il Foglio:

“…con molto affetto per il simpatico profetismo di Chomsky, non siamo noi che condurremo il pianeta all’estinzione in una crisi inedita, dice lui, da 66 milioni di anni. Sono solo esercitazioni retoriche, sono casi di prosopopea. Prosopopea è la personificazione dell’astratto, ma in questo caso la personificazione stabilisce con la realtà una relazione egocentrica, antropocentrica, siamo noi a fare il passato il presente e il futuro, siamo noi a reggere come Atlante la Terra sulle nostre spalle, noi che la uccidiamo, la estinguiamo. Non si potrebbe, dico, essere un poco più cauti? Chiunque abbia letto di storia, e lasciamo pure da parte il gran racconto provvidenziale alla Alessandro Manzoni, intuisce che la trama dei giorni sfugge a un ordine dettato direttamente e puntigliosamente dall’umanità…Le cause e gli effetti sono quasi sempre sfuggenti, che esistono fatti senza babbo né mamma, che il territorio della coscienza e quello dell’ethos e dell’epos, come la tessitura dei fatti, tradiscono sistematicamente idealità e intenzioni, sono un piano inclinato e scivoloso, che non controlliamo se non in minima parte. Rivendicare il farsi storico per un astratto ma personificato Noi è un modo di divinizzare un po’ goffamente l’impronta umana nel tempo. E’ un mettere da parte quella componente della vita misteriosa e poetica, inafferrabile, che Shakespeare conosceva così bene, il famoso racconto di un folle, pieno di rumore, di strepito, senza significato. Nella scelta della retorica, anche per le grandi occasioni, io mi atterrei al verso che da quattro secoli ci indica la strada illuminata della miscredenza razionale, il luogo preciso del nostro non conoscere…. Non si può estrarre dalla scienza sperimentale il brocardo per cui l’ambiente siamo noi, come fanno i giornali rinverditi, perché è evidentemente una cosa illogica. La cultura contemporanea è figlia del darwinismo, e della sua osservazione decisiva sul fatto che l’ambiente e un complicato meccanismo di selezione ci determinano. Rovesciare il dogma nel suo opposto, che siamo noi a determinare l’ambiente, è delirio o mania religiosa. Tutto questo è evidente quando l’età della crisi che stiamo vivendo è stabilita da un vecchio geniale ma infantile come Chomsky sui 66 milioni di anni. Non è troppo per la puzza di cherosene dei jet, per l’uso degli idrocarburi, per le emissioni no cive? Parlare di estinzione è già in sé un esercizio spericolato, quando si tratti del destino di umanità e civilizzazione, ma è proprio follia quando si pensi che il rovesciamento dell’evoluzione, dell’adattamento all’ambiente, e altre dicerie osservazionali della migliore cultura dell’Ottocento, consiste nel pre sunto malfunzionamento dei diesel e di altri aggeggi termici di motorizzazione. Dopo 66 milioni di anni abbiamo inventato il motore a scoppio e la ciminiera, un bel cambiamento, ma su quell’arco di tempo, via, che sarà mai?”

Purtroppo, e spiace dirlo, le posizioni di Chomsky sono arretrate e ormai prive di slancio. Ferrara, invece, ricorda il marxismo meglio di lui, almeno quando evidenzia che sono i rapporti sociali (l’ambiente sociale) a predeterminare l’individuo, mentre il viceversa è puro delirio “religioso”. Proprio così. Del resto, le cadute di stile teoriche chomskyane, che mettono l’accento su elementi marginali del “capitalismo” in fase autoflagellante, da secoli, si spiegano solo con questa sopravvenuta pigrizia del ragionamento. I tempi cambiano, cambiamo sempre, se non si sta al passo si sta a rimorchio da dove non si vede più nulla o quasi.