Il passaggio all’energia verde ostacola lo sviluppo dell’economia tedesca

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[Traduzione di Francesco D’Eugenio da:https://www.stratfor.com/analysis/moves-toward-green-energy-hamper-germanys-economy]

Riassunto

La Germania è in deflazione per la prima volta dal 2009. Sebbene altri fattori abbiano certamente contribuito al suo declino economico, parte della responsabilità è dovuta alla transizione della Germania dall’energia a carbone e nucleare alle fonti energetiche rinnovabili. La transizione è stata dispendiosa, con le industrie e i consumatori a sopportarne il grosso dei costi. Tuttavia, il fardello finanziario del passaggio alle rinnovabili non durerà per sempre.

Analisi

L’istituto tedesco di statistica ha annunciato il 29 gennaio che l’economia tedesca è entrata in deflazione per la prima volta dalla seconda metà del 2009. Questo calo netto è un risultato diretto del collasso del prezzo del petrolio, ma l’inflazione strutturale era già pericolosamente bassa nella nazione che è il nucleo dell’Europa. La ragione per questo crollo è da ricercarsi soprattutto nella crescita deludente non solo in Germania <http://www.stratfor.com/regions/europe/germany>, ma anche nel resto d’Europa – un grosso ostacolo alla crescita tedesca, visto che l’Europa rappresenta il 55 percento del mercato dell’export della Germania.

Un altro fattore, tuttavia, è che le rinnovabili hanno soppiantato il carbone quale principale fonte energetica – il 26 percento dell’energia totale generata. Sebbene il cambio di paradigma energetico possa sembrare estraneo al declino economico, è invece abbastanza probabile che la transizione della Germania verso le energie verdi <https://www.stratfor.com/analysis/germanys-tenuous-transition-renewable-energy> sia parzialmente responsabile del suo rallentamento economico, o abbia quantomeno ostacolato i tentativi del governo tedesco di far ripartire l’economia del paese. La crescita economica tedesca è stata scarsa sin dalla metà del 2011. Il 2011 è stato anche l’anno in cui la Germania ha chiuso otto delle sue 17 centrali nucleari a seguito del disastro di Fukushima, orientandosi in sostituzione verso le energie rinnovabili. Da allora, il costo dell’elettricità in Germania è esploso.

Verso le energie rinnovabili

La conversione alle energie rinnovabili affonda le radici nella Guerra Fredda, quando la consapevolezza che la Germania avrebbe potuto diventare il campo di battaglia di un conflitto nucleare ha generato una diffidenza culturale verso l’energia nucleare. Aggiungiamo il disastro di Chernobyl del 1986, che ha coperto certe zone rurali tedesche con un sottile strato di materiale radioattivo, e il partito dei Verdi, fino ad allora in stato embrionale, venne alla luce. Come membri della coalizione al potere sia nei länder che a livello federale, i Verdi si sono sempre opposti all’energia nucleare, ottenendo maggiori successi delle loro controparti negli altri paesi europei. La Germania è stata attraversata da proteste contro il nucleare nel 2010, e quando nel 2011 è avvenuto il disastro di Fukushima in Giappone, il Cancelliere Tedesco Angela Merkel si è piegata di fronte all’opinione pubblica, annunciando l’immediata chiusura delle centrali più vecchie, insieme alla promessa che la Germania sarebbe diventata un paese denuclearizzato entro il 2022. Le energie rinnovabili avrebbero ricevuto sussidi governativi finché fossero abbastanza sviluppate da fornire un’alternativa.

La tempistica è stata per certi versi fortuita. In Germania le rinnovabili erano già sussidiate: l’Atto Tedesco per le Energie Rinnovabili del 2000 [German Renewable Energy Act, NdT] aveva già creato la cornice legale per la rapida crescita del settore. La generazione di energia dalle rinnovabili era triplicata nel decennio successivo, e nel 2011 il 21 percento dell’energia elettrica veniva da fonti rinnovabili, incluse l’energia idroelettrica, eolica, da biomasse e solare.

Tuttavia l’Atto Tedesco per le Energie Rinnovabili stava cominciando a causare esso stesso dei problemi. Aveva introdotto il sistema di tariffe in conto energia, ignorando di fatto le forze del mercato e stabilendo una tariffa annuale che garantisse i ricavi dei produttori di energia rinnovabile. Il sistema si è dimostrato troppo rigido per la dinamicità del mercato. La tecnologia è migliorata rapidamente, mentre le tariffe sono rimaste indietro, generando profitti spropositati per le aziende private e i soggetti intraprendenti che si erano lanciati nel settore del fotovoltaico installando pannelli solari. Il risultato è stato l’aumento vertiginoso della capacità solare da 2000 Megawatt nel 2008 (all’incirca lo stesso livello dell’eolico) a 7000 Megawatt nel 2010, mentre la crescita dell’eolico è stata costante. Se la Germania fosse stata nel Sahara, un tale aumento della capacità solare sarebbe stato giustificabile, ma l’incidenza della copertura nuvolosa sul bassopiano germanico comporta che la crescita della frazione di energia solare sul totale prodotto non è comparabile all’aumento della capacità installata, causando una grave inefficienza (specialmente considerata l’assenza di adeguate capacità di stoccaggio per compensare le giornate nuvolose).

 

Il fardello economico

Lo spesa totale per sostenere questa transizione è stata gargantuesca. Il programma conto energia è costato finora più di 348 miliardi di euro (393 miliardi di dollari), con stime che arrivano a predire un costo totale di 680 miliardi di euro entro il 2022. Per come il programma è strutturato, la spesa ricade sui consumatori, trasformando così l’Atto per le Energie Rinnovabili in un prelievo al contribuente. Siccome la produzione è aumentata e con essa i sussidi, andando da 8 miliardi di euro nel 2010 a 24 miliardi di euro nel 2014, la tassa è aumentata di conseguenza, triplicando da 2.05 centesimi di euro (2 centesimi di dollaro) per kilowattora nel 2010 a 6.24 centesimi di euro nel 2014.

Dal punto di vista commerciale, la Germania ha protetto alcune delle sue aziende dai costi del cambio di paradigma introducendo esenzioni fiscali e contributive per le industrie ad alto consumo energetico, come quella cartiera, dell’alluminio, siderurgica e cementiera, responsabili di circa il 40 percento del consumo energetico totale. Invece per quelle industrie che non compaiono in questa lista, le tasse e i prelievi sull’energia sono i più alti d’Europa, facendo della Germania il terzo paese europeo per costo dell’energia, dopo la Danimarca e Cipro. Uno studio commissionato dal Governo Tedesco e pubblicato nel 2014 ha rivelato che una compagnia tedesca di medie dimensioni paga in Germania 9.14 centesimi di euro per kilowattora, mentre l’equivalente in Texas è di 4.82 centesimi, e che negli ultimi anni le aziende tedesche si sono trasferite negli Stati Uniti alla ricerca di costi più accessibili.

Il quadro che emerge è che il settore energetico tedesco ha subito una trasformazione costosa, con i consumatori e le imprese a pagarne lo scotto. Visto che il passaggio al paradigma ecologico è avvenuto sotto la spinta iniziale di un’enorme ondata di supporto popolare, la risposta politica a queste difficoltà è passata sotto silenzio, ma le finanze tedesche ne hanno certamente risentito.

Nel frattempo c’è un forte sospetto che questa mole di denaro sarebbe stata spesa meglio altrove. Negli ultimi 12 mesi, diverse voci che vanno dal Fondo Monetario Internazionale, a Francia, Italia e Stati Uniti, hanno fatto appello alla Germania perché cambi la sua politica fiscale <https://www.stratfor.com/analysis/europe-swings-away-austerity> ed aumenti la spesa <https://www.stratfor.com/analysis/investment-emerges-solution-europes-economic-woes> – privilegiando le infrastrutture – per stimolare la domanda interna, che potrebbe far ripartire l’economia del continente. Il tasso netto d’investimento della Germania, al 17 percento, è molto al di sotto della media dell’Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica. Allo stesso tempo sono emersi diversi rapporti circa la rete stradale in pezzi e ritardi nei lavori in tutto il paese.

A ottobre 2014, la Francia ha suggerito che uno stimolo fiscale di circa 50 miliardi di euro all’economia tedesca avrebbe aiutato la situazione economica. Tuttavia il Governo Tedesco ha annunciato il suo primo pareggio di bilancio dal 1969. L’idea di sacrificare tale traguardo sarebbe un suicidio politico, visto che molti tedeschi ritengono che il rallentamento dell’euro-zona sia stato causato dai paesi periferici e dai loro debiti eccessivi. Alla fine il Governo tedesco varò un provvedimento una tantum per 10 miliardi di euro in tre anni per investimenti infrastrutturali.

In breve, il passaggio della Germania alle energie rinnovabili è avvenuto a costo di grandi sacrifici. La competitività della Germania (un parametro che prende molto sul serio) è stata danneggiata dal conseguente aumento dei prezzi dell’energia, attraverso l’aumento dei costi sostenuti dalle industrie non aventi diritto alle esenzioni. Una grossa parte del fardello economico è ricaduta sui consumatori, i cui stipendi sarebbero stati spesi meglio sui consumi domestici che non pagando i sussidi alle rinnovabili, fatto che avrebbe stimolato la crescita economica. Uno stimolo fiscale tedesco, richiesto da diverse voci nel mondo, dovrebbe invece rimuovere tasse e balzelli di ostacolo all’economia. Un tale compito sarebbe stato molto più semplice e si sarebbe potuto realizzare con un bilancio equilibrato se la Germania non avesse speso 348 miliardi di euro per un cambio di paradigma energetico che ha creato enormi inefficienze per conseguire pochi vantaggi produttivi.

Alcuni di questi fardelli sul consumatore tedesco diventeranno più leggeri negli anni a venire. Berlino ha riconosciuto i difetti del sistema tariffario conto energia, e a partire dal 2017 gran parte degli incentivi – e le tariffe conto energia in particolare – saranno rimossi. Ciò non dovrebbe corrodere le prospettive di questa industria, visto che la maggior parte dei costi delle energie rinnovabili riguarda l’installazione, e dal momento che le tariffe hanno ottenuto l’effetto di migliorare la tecnologia del settore. L’abolizione degli incentivi dovrebbe inoltre aiutare a restituire denaro alle tasche dei tedeschi, stimolando quella crescita dei consumi che gli alleati della Germania auspicano. Infine, la Germania uscirà dalla curva in prima posizione per quanto riguarda la corsa al contenimento delle emissioni, che a breve influenzerà le politiche energetiche degli altri stati europei (assumendo che rispettino gli obiettivi fissati). Tuttavia, grazie all’esempio della Germania, gli altri stati dovrebbero soffrire meno durante il processo di auto-trasformazione.