IL VOLO SEGRETO DELLE AQUILE di G. Caprara

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Il controllo delle attività militari, sono oggetto di appassionati e giornalisti di settore. Il monitoraggio avviene tramite apparati radio sintonizzati sulle frequenze in uso dai militari stessi, internet e cannocchiali di grandi dimensioni. Per questo motivo, quando aeromobili, navi o soldati si muovono, questi appassionati sono in grado di seguirne i movimenti, anche se ovviamente, in modo non completo.

Lunedi 25 maggio, sono stati osservati quattro F-15E Strike Eagle decollare dalla base inglese di Lakenheath. La curiosità degli appassionati appostati ai bordi dell’aeroporto è stata stimolata dall’armamento, infatti i velivoli erano dotati non solo dai missili aria-aria AIM-9M ed AIM-120, ma agganciati ai piloni sub-alari, vi erano le bombe a guida laser JDAM, usate per bersagliare postazioni terrestri. Per questo motivo hanno iniziato il monitoraggio della missione. La prima scoperta è stata il callsign del gruppo: Able 1, 2, 3, 4. Precedentemente, erano stati osservati cinque aerei cisterna KC-135 decollare dalla base Mildenhall, sempre in Inghilterra, il cui segnale di chiamata era: Quid 91, 92, 93, 94, 95.

In prossimità dello spazio aereo britannico, Able 3 e 4, hanno lasciato la formazione per rientrare alla base. Al momento dell’atterraggio il loro armamento era intatto. Questa è una tattica in uso quando la missione da compiere è complessa, e gli obiettivi sono ad alto valore. Ciò consente di aumentarne le possibilità di successo: infatti, laddove un velivolo dovesse accusare un problema di qualsiasi natura che lo costringerebbe al rientro, sarebbe sostituito da uno di quelli di scorta.

I caccia, dopo aver mantenuto rotta verso sud, hanno virato verso est, mentre a sud di Malta stazionavano i tanker in attesa in orbita circolare, ma con il passare del tempo, uno ad uno sono rientrati a Mildenhall, tranne Quid 94 e Quid 95 che sono rimasti in zona.

Le due formazioni si sono unite ai confini dello spazio aereo maltese, quando Quid 95 ha comunicato: “Ho due pulcini al seguito” in risposta ai controllori di volo che gli chiedevano la posizione dei caccia. Immediatamente dopo, fu ascoltato il check del pilota del KC-135 verso uno dei due Able, ma non venne intercettata nessuna risposta, questo perché gli F-15 trasmettevano sulla frequenza UHF anziché la VHF.

L’ultimo contatto radar, dava il gruppo in volo verso sud. La missione era entrata nella sua fase più delicata, ma su di essa vi è la più assoluta segretezza.

Tutti i velivoli, 12 ore dopo, sono stati visti rientrare alle loro basi. Gli F-15 non hanno però effettuato il taxi verso l’area dove vengono disarmati, come di consueto, ma direttamente negli shelter. Questo presuppone che abbiano impiegato tutto il carico bellico.

Di fatto è solo ipotizzabile quale sia stato lo scopo di questa missione, ma si potrebbe risalire al bersaglio dall’armamento di cui erano dotati: le GBU sono impiegate principalmente per attaccare postazioni fisse fortificate, e sono guidate dal laser montato sul POD del velivolo ed incrociato con i dati GPS. Gli F-15E basati a Lakenheat, i più aggiornati dell’Aeronautica statunitense, sono abilitati al trasporto delle Small Diameter Bombs ed altri sistemi d’arma avanzati, pertanto non vengono impiegati in missioni di supporto aereo, ma solo in azioni di bombardamento. La missione viene pianificata in base a queste peculiarità, le quali consentono la distruzione degli obiettivi con un solo passaggio del velivolo, diminuendo notevolmente i rischi ai piloti. Sono pertanto ottime macchine per assolvere ad operazioni coperte e critiche. Probabilmente il sito bersaglio non era molto protetto, questo perché gli F-15 non erano stati anticipati da velivoli in configurazione Wild Weasel per missioni SEAD. Sicuramente non si trattava di scramble, in quanto non sono gli aeromobili più adatti ed il carico bellico ne era la più lampante testimonianza, e sempre per questo motivo, non poteva essere un normale pattugliamento. Dunque permangono due possibilità: la prima è il bombardamento di postazioni fisse; la seconda è la copertura aerea ad unità terrestri impiegate in un ambiente ad alta conflittualità. Per quanto riguarda il luogo bersaglio, è stato sicuramente nel Nord Africa, ma stabilirne l’esattezza è impossibile. Non ci sono stati report riguardo la distruzione di siti nell’area dove avrebbero operato i velivoli, e questo potrebbe anche suggerire la terza ipotesi e cioè che si sia trattato di un atto dimostrativo, ossia che l’USAF ha voluto dimostrare di poter raggiungere e colpire qualsiasi bersaglio.

Naturalmente, il 48° Fighter Wing di Lakenheat non conferma nessuna ipotesi.

Giovanni Caprara

Fonte:

Foxtrot Alpha

La svolta polacca (di A. Terrenzio)

Duda_Elezioni_Polonia

 

 

Mentre la Stampa mainstream e’ distratta dalla vittoria di Podemos nelle amministrative spagnole e dal sirtaki dell’evanescente ed inconcludente Siryza, che col suo leader Tsipras ed il ministro delle finanze Varuofakys, non sa piu’ come procrastinare il disastro del paese ellenico, il risultato piu’ clamoroso arriva dalla Polonia, dove alle elezioni presidenziali, Andrzej Duda, del partito nazionalista/conservatore Diritto e Giustizia, batte il presidente uscente di Piattaforma civica, il liberista Bonislaw Komorowski. Troppo ampio il divario di sei punti percentuali tra i due candidati, rilevato all’uscita dei seggi, per essere colmato. Gia’ al primo turno Duda si era affermato con il 34,8% dei voti, di fronte al 32,2% di Komorwski. Alto, comunque, l’astensionismo, il 55, 5%. Inoltre, sull’esito del risultato ha pesato il malcontento di giovani ed anziani che votando il semi-sconosciuto Duda, hanno espresso soprattutto un voto di protesta.

Cerchiamo ora di capire chi e’ Andrzej Duda, il giovane avvocato, quarantatreenne, nato a Cracovia.

Professore all’Università di Jagellonica, sua citta’ natale, era poco conosciuto prima di tale investitura. Aveva ricoperto l’incarico di europarlamentare, apartire dal luglio 2014 e quello di viceministro della Giustizia tra il 2005 ed il 2008. Era stato l’assistente dell’ex Presidente della Repubblica Lech Kaczinsky, scomparso nel 2010, nel disastro aereo di Smolensk. Proprio ai gemelli Kacinsky Duda deve le sue fortune politiche, designato da costoro erede del partito di destra euroscettica Diritto e Giustizia.

La Polonia, nonostante abbia retto più facilmente di altri membri comunitari alla crisi recessiva, ben presto si vedrà privata dei finanziamenti europei e dovrà affrontare diverse problematiche che il miracolo economico degli ultimi anni non è riuscito comunque ad arginare. La Polonia rimane un paese a due velocità, da una parte centri urbani sviluppati ad ovest della Vistola, dall’altra le regioni orientali più arretrate, prive di infrastrutture adeguate e con alta disoccupazioni giovanile.

E sono proprio tali regioni a rappresentare la roccaforte di Diritto e Giustizia, dove gli elettori hanno votato in massa per Duda.

Ma ora vediamo quali sono i punti programmatici proposti dal neopresidente.

Innanzitutto, l’ostilità all’entrata nella moneta unica. Le prospettive di austerity, infatti, allarmano il popolo polacco che teme le misure coercitive di Bruxelles; i polacchi appaiono gelosi della propria sovranità monetaria, fattore che ha permesso al ministero delle finanze di svalutare la propria valuta e far volare l’export polacco.

L’innalzamento del costo della vita è un altro motivo di eruoscetticismo dei polacchi. Duda ha affermato che l’ingresso nell’Euro, da parte della Polonia, non avverrà sino a quando il tenore di vita dei cittadini polacchi non eguaglierà quello degli olandesi e dei tedeschi.

Inoltre Duda, nel suo programma, ha promesso un abbassamento dell’età pensionabile, ora a 67 anni. Tale iniziativa, pur essendo gradita a molti, rischia di gravare pesantemente sulle casse dello Stato. Per questo Duda vorrebbe alzare la tassazione su banche e multinazionali, per attuare un programma redistributivo, in favore delle classi più basse.

Il neopresidente, ostile al progetto di integrazione monetaria, ha più volte manifestato il desiderio di ispirarsi a Victor Orban, il premier ungherese.

I programmi dei due leader coincidono in molti settori, dall’economia alla cultura. Entrambi si schierano a favore della famiglia tradizionale. Condividono la contrarietà all’ideologia gender, al relativismo etico e alle pratiche genetiche procreative.

Con l’affermazione del nazionalista conservatore Duda, in un paese cardinale per la stabilità e l’allargamento del progetto europeo, quale è appunto la Polonia, viene lanciato un ulteriore messaggio di insofferenza verso l’Unione Europea, che ha diffuso solo disuguaglianze, disoccupazione e precarietà esistenziale.

Il risultato polacco appare tanto più importante perché’ inaspettato, proprio nel Paese che era stato indicato come fiore all’occhiello del successo dell’ integrazione europea, col suo sviluppo infrastrutturale e la sua rampante crescita economica.

I cittadini polacchi hanno espresso la loro contrarietà al modello economico e politico dell’UE, sinonimo di prigione ed austerità, anziché di libertà e di progresso.

Tuttavia, l’euroscetticismo di Duda si accompagna ad uno smaccato filoatlantismo che potrebbe peggiorare i rapporti con la Russia, anche se Mosca ha accolto con favore la sconfitta del suo predecessore russofobo.

Il capo del partito Diritto e Giustizia, erede dei fratelly Kacinsky, rimane un fedele alleato di Washington, intenzionato a vedere rafforzata la presenza della Nato in Polonia. In varie occasioni, egli ha dichiarato i propri timori verso l’espansionismo di Mosca, timori cresciuti dopo il conflitto ucraino.

Ma Duda, come già detto, ha anche dichiarato di voler seguire i successi di Orban sulle riforme economiche. Chissà che tutto ciò non favorisca, come per l’Ungheria, il riavvicinamento tra Varsavia e Mosca. Il Presidente della commissione Esteri russa, Konstantin Kosachev, confida in una distensione delle relazioni tra i due paesi, dopo le recenti perdite dell’export agricolo polacco, a causa delle sanzioni.

La Polonia, presto, potrebbe trovarsi di fronte ad un crocevia nei rapporti con Mosca. Duda, a tal proposito, dovrà scegliere tra la “via Baltica”, dello scontro frontale con la Russia, e la “via magiara”, più collaborativa col Cremlino.

La scelte tedesche influenzeranno certamente Varsavia, ma se Berlino chiuderà il contenzioso con Putin, sulle vicende ucraine, i polacchi potrebbero accodarsi.

E’ ancora presto per tali previsioni, tuttavia, il risultato delle presidenziali polacche ci dice che l’euroscetticismo è più forte anche del pericolo russo negli ex satelliti sovietici inglobati nell’Unione. Il fenomeno è interessante e potrebbe dar vita a importanti mutamenti in seno all’UE

IL CARO LEADER

RENZI

 

Il nostro Caro Leader Matteo Renzi, perennemente connesso all’immagine di sé, urla che il suo partito non prenderà lezioni di legalità da nessuno. Fa bene, anche perché in Italia la legalità è difficilmente spiegabile e, quindi, sarebbero tutti insegnamenti inutili. Resta solo il vecchio aforisma giolittiano per cui le leggi “per i nemici si applicano mentre per gli amici s’interpretano”, motto imperituro a cui anche il fiorentino, naturalizzato Premier senza i requisiti elettorali, pare aderire all’occasione, come tutti i suoi predecessori. De Luca e qualche altro concionatore saranno soddisfatti ma per gli altri 60 milioni di italiani la questione rimarrà ugualmente inessenziale, anzi si tratterà, per giunta, di un’aggravante, in una condizione di depressione generale, che continua a certificare il ballo insulso degli attuali poteri (s)governanti. Ad ogni buon conto, tutti questi discorsi sulla legalità, vituperata da furbacchioni ed arraffoni di bassa lega, li lasciamo fare al Fatto Quotidiano che ha l’esclusiva delle puttanate in punta di penna e di diritto, su tutto il territorio nazionale, ed anche oltre. Personalmente, preferisco l’adagio ferrariano secondo il quale in politica “chi ha le mani pulite semplicemente non ha le mani”, cioè è incapace di “impastare il sangue con la merda” (ma questa è un’altra massima, quella del mio conterraneo Rino Formica) entrambi ingredienti indispensabili della politica ai suoi massimi livelli. Purtroppo, in Italia, la merda, quella che i nostri politicanti si fanno sotto ad ogni battito di ciglia di Usa ed Ue, sovrasta il sangue, ovvero le passioni, e da qualche decennio ormai, con risultati pesantissimi per il Paese che sono sotto gli occhi di tutti. Anziché portare il dibattito pubblico su livelli di indispensabilità storica, in linea con la fase geopolitica, questi politicastri del piffero lo trascinano lungo un sentiero moralistico e conformistico che lacera il tessuto connettivo nazionale e disunisce gli italiani su fraintendimenti di corto respiro e nessuna sostanza migliorativa. Dividere e svendere, questo è quello che fanno per disfarsi dell’Italia e per conservare la cadrega con sommo disdoro della ragione. Con il Belpaese che non conta più nulla all’estero ed è incapace di amministrarsi autonomamente all’interno, questi lestofanti ci parlano ancora di impresentabilità dei candidati, leggi elettorali scritte più o meno a capocchia, diritti degli omosessuali ed altri argomenti buoni per un’altra Svezia ma non per una Penisola che arranca tra stenti e fallimenti. La vita mi ha insegnato, prima di ogni altra cosa, a diffidare delle anime belle e dei loro discorsi lindi e corretti, ancor più che dei mascalzoni patentati e corrotti. I propugnatori di moralità a tutto spiano sono briganti che nascondono il coltello dietro la schiena e colpiscono a tradimento, sono privi di qualsiasi codice d’onore e vogliono unicamente disonorare tutta la popolazione, gabbandola con un sovrappiù di parole. Chi perora la propria superiorità morale, soprattutto in politica, è quasi sicuramente il primo dei farabutti, anche se riesce a praticare l’arrocco delle sue malversazioni, grazie al polverone di popolarità alzatogli intorno da giornali compiacenti e poteri marci consenzienti. E’ vero, nel parterre partitico attuale non si salva quasi nessuno ma evitate di farvi soccorrere da chi giura che la sua coscienza è specchiata, specie in campagna elettorale. Con una mano vi allunga una mancia in valori, bollati o meno, e con l’altra si appresta a darvi un’altra bella bastonata. E’ già accaduto e accadrà ancora. Non fatevi sempre fottere.

I LIMITI DELL’ESPANSIONE IRANIANA

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[Traduzione di Redazione da: https://www.stratfor.com/geopolitical-diary/limits-iranian-expansion/Stratfor]

E’ facile guardare lo scontro nello Yemen come l’ennesima battaglia settaria per procura nella regione. L’Arabia Saudita sta combattendo i ribelli filo-iraniani e navi da guerra iraniane sono apparentemente al largo contro la marina saudita, che sta bloccando i porti dello Yemen. E con il numero di incidenti di sicurezza salito all’interno del regno saudita, molti si chiedono se un ruolo saudita più assertivo nella regione possa finire per portare più problemi, con potenziali ripercussioni nella provincia orientale a maggioranza sciita dell’Arabia Saudita ricca di petrolio. Uno sguardo più attento alle capacità iraniane, tuttavia, può rivelare un quadro meno allarmante.

In primo luogo, la definizione del conflitto come confessionale è un po’ esagerata. Lo Yemen è stato a lungo in lotta con se stesso. Fazioni come gli Houthi hanno approfittato di una lotta di potere a Sanaa. Al Qaeda, i separatisti del Sud e varie fazioni tribali, nel frattempo, stanno giocando su vari fronti. Anche i separatisti dello Yemen del Sud hanno ammesso di ricevere sostegno finanziario e addestramento militare iraniano nell’estate 2013. Per inquadrare la guerra nello Yemen come una battaglia contro un tentativo iraniano per l’egemonia regionale, Riyadh può giocare sulle emozioni per spingere una coalizione sunnita a reagire.

L’Iran ha avuto un ruolo poco chiaro ma secondario nel rifornire i ribelli Houthi nello Yemen, ma con un blocco di alleati a guida saudita ora in effetti ciò diventa molto più difficile. L’Iran sta anche cercando di mostrare i muscoli, trasformando mediaticamente un normale avvicendamento nel suo gruppo navale nel Golfo di Aden. Ma l’Iran non è in procinto di entrare in una battaglia navale perdente con le forze navali saudite ed egiziane nello stretto di Bab el-Mandeb. Mentre Riyadh proietta la sua potenza dalla penisola arabica, è semplicemente troppo ambizioso per la piccola flotta iraniana operare molto al di fuori dell’ombrello di copertura aerea.

Tutt’al più, l’Iran è in grado di incoraggiare l’attività dei militanti sciiti, innanzitutto attraverso i canali religiosi a Beirut e in Bahrain che passano tra l’intelligence iraniana e i leader della comunità sciita saudita. Per quanto l’Iran voglia costruire una quinta colonna nel regno saudita, l’Arabia Saudita appare ancora in grado di contenere i disordini di basso livello nella parte orientale per proteggere la sua ricchezza petrolifera. In secondo luogo, la capacità iraniana nel regno saudita è minima. Una sparatoria nella città saudita orientale di al-Awamiya il 5 aprile, che si è conclusa con un poliziotto saudita morto e altri tre feriti, ha fatto crescere l’allarme che l’Iran possa attizzare il fuoco dei disordini. Attacchi sporadici, che di solito coinvolgono piccoli gruppi di uomini armati in imboscate ai controlli di sicurezza, si sono verificati nella provincia orientale dell’Arabia Saudita nel corso degli ultimi due anni. Ma non abbiamo visto alcun miglioramento delle capacità e dell’organizzazione degli attivisti sciiti che sfidano le autorità saudite. Come dimostrato dal raid della polizia e dalla continua dipendenza dei militanti dalle armi leggere, l’Arabia Saudita ha mantenuto uno stretto controllo sulla provincia orientale per una buona ragione. Inoltre, Riyadh sembra essere stata molto efficace nel prevenire che un sostegno materiale raggiungesse i ribelli al suo interno.

A dire il vero, un riavvicinamento USA-Iran aiuterà a riabilitare l’economia iraniana, consentendo a Teheran di proiettare la sua influenza nella regione. Di conseguenza, le potenze sunnite stanno intensificando gli sforzi per frenare le ambizioni dell’Iran. Ma il recupero dell’Iran non deve essere scambiato per una rapida espansione di potere. Il potere iraniano ha raggiunto il picco con la caduta di Saddam Hussein in Iraq ed è declinato di nuovo quando la guerra civile in Siria ha acquisito slancio. Teheran sta ora lottando per sostenere i suoi alleati a Baghdad e a Damasco. Con la Turchia e l’Arabia Saudita che cercano di colmare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti, l’Iran cercherà di conservare i suoi guadagni piuttosto che aprire nuovi fronti.

RITAGLI DI GIORNALE – 20.05.2015 di Malachia di Armagh

giornalismo

E’ abbastanza noto che uno dei più importanti dibattiti di teoria e politica economica degli ultimi anni hanno visto schierati da una parte due economisti neoclassici dell’Università di Harvard, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff e dall’altra il celeberrimo alfiere della scuola neokeynesiana Paul Krugman. Si tratta della faccenda che riguarda il rapporto tra debito pubblico e crescita del Pil; per alcuni anni sia negli Usa che in Germania se ne era fatto un vero e proprio teorema da cui far discendere ogni scelta di politica economica: se il debito pubblico, in particolare il debito estero, raggiunge livelli vicini al 90 % del Pil esso diventerebbe il fattore determinante riguardo agli effetti negativi nei confronti della crescita di un paese. Alcuni giovani economisti sarebbero riusciti, secondo alcune fonti, a dimostrare l’infondatezza di questa tesi, avversata in varie maniere e con varie motivazione da tutta la scuola neokeynesiana, contraria alle politiche di austerità che hanno particolarmente condizionato la Ue negli anni successivi all’innesco della crisi mondiale. Alcuni giorni fa (13.05.2015) Kenneth Rogoff ha scritto un articolo sul Sole 24 ore a proposito della questione delle diseguaglianze che a tutti i livelli e in vario modo, in seguito alla nuova “grande depressione”, si sarebbero diffuse e intensificate, secondo alcuni critici, a livello globale. Mi ricordo che diversi anni fa avevo avuto occasione di leggere alcuni articoli sulla possibilità che nell’economia mondiale si manifestasse un fenomeno definito con il termine “decoupling” (disaccoppiamento); allora si faceva riferimento ad un possibile diverso passo di crescita e sviluppo, nella nuova situazione di crisi, tra l’occidente e le potenze economiche emergenti ma successivamente questo concetto è stato intrecciato con problematiche riguardanti la scarsità di materie prime, le questioni ambientali e altro. La crisi è indubbiamente globale e l’economia cinese e indiana, ad esempio, risente in maniera pesante di ciò che succede in Europa e negli Usa. Ciò non toglie che il tasso di crescita sia molto diverso e diseguale nelle varie aree regionali del pianeta e in particolare che si noti una diversa dinamica a livello di tenore di vita, differenze di reddito e consistenza dei ceti medi. Si potrebbe dire che, in qualche maniera, ci troviamo di fronte ad una situazione di disaccoppiamento sociale relativo che rende più difficile arrivare a conclusioni comuni condivisibili quando ci si occupi di temi come la diseguaglianza a livello globale o le politiche migliori da utilizzare per contrastare l’aumento della povertà in diverse zone del pianeta e la sua diminuzione relativa in altre. Rogoff, nel suo articolo, parte a razzo proprio mettendo al centro questa problematica complessa e i toni polemici che da essa sono inevitabilmente suscitati:

<<Un vero progressista non sosterrebbe l’idea di pari opportunità per tutti gli abitanti del pianeta, anziché soltanto per quelli che hanno avuto la fortuna di nascere e crescere in Paesi ricchi? Molti leader di pensiero nelle economie avanzate perorano la mentalità del diritto. Tale diritto, però, si ferma al confine, e anche se una maggiore redistribuzione della ricchezza all’interno dei singoli Paesi viene ritenuta un imperativo assoluto, le persone che vivono in Paesi emergenti o in via di sviluppo sono lasciate fuori. Se le attuali preoccupazioni circa la disuguaglianza fossero espresse esclusivamente in termini politici, questo ripiegamento su se stessi sarebbe comprensibile; dopotutto, i cittadini dei Paesi poveri non possono votare in quelli ricchi. Invece, la retorica del dibattito sulla diseguaglianza nei Paesi ricchi tradisce una certezza morale che opportunamente ignora i miliardi di persone che in altre parti del mondo vivono in condizioni molto peggiori>>.

Si può certamente parlare di diritto e del rapporto tra il diritto statuale, il diritto internazionale e il diritto cosmopolitico e porre la questione a partire da quest’ultimo ma la morale non c’entra niente. Il grande Kant pensava che gli esseri razionali da noi conosciuti si potessero suddividere in “santi” e “uomini” ma i/le santi/e non sono uomini (o donne) ed infatti di loro non si occupava. Quando dopo diverse generazioni di individui e, quindi, svariati decenni in alcuni paesi inizia una regressione nel tenore di vita e nelle forme politiche, giuridiche e organizzative della sicurezza e dei servizi sociali con un loro parziale smantellamento si instaura una condizione di crisi sociale profonda. E’ noto che il livello dei bisogni ritenuti socialmente di primaria importanza varia storicamente: l’astrazione neoclassica di una suddivisione dei bisogni in primari o naturali e secondari o di civiltà si fonda sull’individualismo metodologico puro mentre anche solo una sua correzione con l’introduzione di una visione, magari schematica, di una qualche forma di evoluzione socioculturale renderebbe possibile comprendere meglio il problema. Non siamo di fronte ad una semplice contrapposizione tra opportunità politica e manifestazioni di capacità giuridico-morale di maggiore o minore levatura, anzi di questo non serve proprio parlare, perché le dinamiche e le lotte che gli individui portano avanti, siano pure quelle per la libertà, per l’eguaglianza, per il lavoro o per l’astratta e fumosa “dignità inviolabile degli esseri umani” si costituiscono, concretamente, a partire dai rapporti sociali storicamente determinati che caratterizzano una specifica popolazione in un particolare spazio geografico-politico. Questo non vuol dire che il politico-ideologico rappresenti solamente l’epifenomeno della “base materiale” dal momento che i mezzi necessari per le strategie usate per prevalere nei conflitti per il predominio non sono soltanto quelli economico-produttivi-finanziari ma anche quelli reperibili a livello culturale-mediatico ed amministrativo-istituzionale. Vediamo, adesso, come il famoso economista continua il suo discorso apparentemente a favore delle masse diseredate del pianeta:

<<Non bisogna dimenticare che, anche dopo un periodo di stagnazione, la classe media nei Paesi ricchi, vista in una prospettiva globale, resta comunque una classe alta. Soltanto circa il 15% della popolazione mondiale vive in economie sviluppate. Eppure, i Paesi avanzati sono a tutt’oggi responsabili di oltre il 40% dei consumi globali e dell’esaurimento delle risorse. Aumentare le tasse sulla ricchezza è senz’altro un modo per ridurre la disuguaglianza all’interno di un Paese, ma non risolve il problema della povertà profonda nel mondo in via di sviluppo>>.

Mi permetto una piccola osservazione riguardo alla possibilità di una ragionevole imposta patrimoniale all’interno dei paesi di più antico sviluppo economico. In una fase in cui i detentori di redditi molto alti appaiono restii ad investire nell’economia reale, in una situazione nella quale il risparmio accumulato oltre un certo livello viene utilizzato per massimizzare la propria posizione di rentier – e non quella di imprenditore che innova e rischia e che accetta di mettersi in gioco nonostante la crisi abbia “ristretto gli spazi” e implementato la competizione – sembrerebbe ragionevole che, soprattutto nei paesi con economie “mature”, si spostino risorse in favore della capacità di consumo dei ceti medio-bassi. Ma , come persino Hayek ammetterebbe, il dogmatismo e la rigidità mentale non sono solo una caratteristica dei residui sostenitori di fallimentari politiche economiche legate ad una ideologia “costruttivista” che crede alla possibilità di pianificare-programmare in termini quantitativi le grandezze aggregate macroeconomiche fondamentali. E quindi il dogma dell’ intoccabilità della proprietà e quindi anche dell’equivalente universale nella forma monetaria risulta, inevitabilmente, indiscutibile e qualsiasi dialogo razionale attorno ad esso appare impossibile ora e anche in ogni possibile futuro che ci sia dato, attualmente, di immaginare. A questo punto Rogoff concentra il “fuoco” polemico verso un autore, anch’egli economista, di cui si è molto parlato negli ultimi tempi:

<<L’affermazione marxiana di Thomas Piketty che il capitalismo sta fallendo perché la disuguaglianza nazionale è in aumento in realtà dice il contrario. Quando si dà lo stesso peso a tutti i cittadini del mondo, le cose appaiono sotto una luce diversa. Le stesse forze della globalizzazione che hanno contribuito alla stagnazione dei salari della classe media nei Paesi ricchi, altrove hanno affrancato dalla povertà milioni di persone>>.

Penso proprio che La Grassa, uno dei pochi autentici conoscitori del Marx “scienziato sociale” e “critico dell’economia politica” in circolazione, solleverebbe molti dubbi sull’autenticità di questa presunta affermazione marxiana soprattutto considerando che in uno dei suoi più importanti saggi degli ultimi anni ha preso lo spunto, per sviluppare certi temi, da un “economista nazionale” autentico come Friedrich List. Il nostro economista, poi, non ci dice proprio nulla di nuovo quando ci ricorda una dinamica sociale arcinota: il declino dei ceti medi in occidente e il loro contemporaneo aumento nei paesi emergenti. Comunque non possiamo negare che alcune considerazioni di Rogoff appaiano relativamente interessanti e politicamente problematiche soprattutto quando scrive che

<<La disuguaglianza globale si è ridotta negli ultimi tre decenni, il che implica che il capitalismo ha avuto un successo straordinario. Potrà aver eroso il livello delle rendite di cui i lavoratori nei Paesi avanzati godono in virtù dell’essere nati lì, ma ha fatto di più per aiutare i lavoratori a reddito medio, concentrati in Asia e nei mercati emergenti. Consentire una più libera circolazione delle persone attraverso le frontiere bilancerebbe le opportunità in modo più rapido rispetto al commercio, ma un’ipotesi del genere incontra resistenza. I partiti politici anti-immigrazione hanno preso piede in Paesi come Francia e Regno Unito>>.

I dubbi che, dal nostro punto di vista, nascono dalle enormi questioni poste dai flussi migratori incessanti e dal loro ruolo destabilizzante, soprattutto per l’Europa e le zone ad essa collegate, si scontrano con le ipotesi che vedono proprio nel declino del mondo di più antica industrializzazioni uno dei fattori più importanti che può favorire l’accentuarsi di una situazione di multipolarismo avanzato incamminato a grandi passi verso un nuovo policentrismo. Il discorso, comunque, cala nuovamente di tono quando a Rogoff capita ancora di scivolare sulla “buccia di banana” moralista:

<<I lavoratori dei Paesi poveri accolgono con favore l’opportunità di lavorare in un Paese avanzato, anche con salari da fame. Purtroppo, il dibattito in corso nei Paesi ricchi verte perlopiù, sia a destra che a sinistra, su come tenere gli altri fuori dai propri confini, una soluzione che potrà essere pratica, ma non è giustificabile da un punto di vista morale>>.

Lascio, poi, giudicare ai lettori quanto possa risultare edificante sfruttare cinicamente le condizioni disperate di poveri disgraziati che cercano di sfuggire alla morte per farli lavorare “con salari da fame”. Proprio uno splendido esempio di “scrupolosa moralità” ! Una ulteriore esortazione a comprendere l’inevitabilità di un processo di migrazione inarrestabile – nei confronti del quale è soltanto possibile fare delle scelte riguardo alle modalità con le quali fargli fronte – emerge in alcune vaghe considerazioni del professore corroborate dal riferimento a tematiche bio-ecologiche ritenute indiscutibili. Così continua, infatti, Rogoff:

<<Inoltre, la pressione migratoria è destinata ad aumentare se il riscaldamento globale evolverà secondo le previsioni dei climatologi. Quando le regioni equatoriali diventeranno troppo calde e aride per sostenere l’agricoltura, nel Nord del mondo l’aumento delle temperature renderà invece l’agricoltura più produttiva. I mutamenti climatici potrebbero, quindi, incrementare la migrazione verso i paesi più ricchi fino a livelli che farebbero impallidire quelli dell’emergenza attuale, soprattutto tenuto conto che i paesi poveri e i mercati emergenti sono perlopiù ubicati in prossimità dell’equatore e in zone climatiche più vulnerabili>>.

A questo proposito, in un articolo apparso sul Corriere del 04.06.2014, si poteva leggere:

<<Dal 1980, con il progressivo aumento delle temperature, gli agricoltori che si dedicano alle colture di grano, mais e orzo hanno già visto diminuire i raccolti – anche se, oltre a quello climatico, altri fattori possono aver contribuito a tale declino. Con l’aumento di temperatura previsto per il 2040, dicono ora gli scienziati, i raccolti di grano e orzo si ridurranno di oltre il 20%, mentre quelli di mais di circa il 10%. Entrambe le ricerche mettono in rilievo l’importanza dell’adattamento agli impatti del cambiamento climatico da parte degli agricoltori europei nei decenni a venire. Adattarsi vuol dire studiare una serie di misure – dall’uso di varietà colturali o colture diverse a quello di sistemi d’irrigazione più adatti – basandosi sulle tecnologie attualmente disponibili, per ridurre gli impatti negativi del riscaldamento globale. Strategie che sono mutualmente di supporto con le pratiche dell’agricoltura sostenibile, dato che l’adattabilità e la flessibilità della gestione produttiva che tiene conto della vulnerabilità del sistema agli stress esterni (come il cambiamento climatico) è inerente al concetto stesso d’agricoltura sostenibile. […]se alcune colture hanno possibilità sostanziali di riduzione delle perdite, fino all’87%, con un adattamento a lungo termine, per altre – come grano e orzo – il potenziale è molto limitato. È il mais la coltura con il più alto potenziale d’adattamento. […]La Monsanto, in collaborazione con l’israeliana Netafim, in Italia ha lanciato AquaTek, un progetto di gestione della maiscoltura messo a punto per rispondere a quelle che Federico Bertoni, direttore commerciale Monsanto Italia, definisce «bizze» del clima: «Il miglioramento genetico unito a nuove tecniche agronomiche, principalmente legate all’utilizzo dell’acqua, permette di limitare al massimo l’impatto di condizioni climatiche che negli ultimi anni sono sempre più dure». […]le qualità nutrizionali delle colture decadono con l’aumentare di CO2. La squadra ha simulato le condizioni future, quelle che gli scienziati prevedono per il 2050, in campi all’aria aperta grazie a un sistema chiamato Face (Free Air Concentration Enrichment). Si sono studiate le reazioni di diverse varietà di grano, riso, mais, soia, piselli e sorgo. A crollare in particolare è l’apporto di zinco e ferro: due nutrienti importantissimi la cui carenza nell’alimentazione costituisce già un problema di salute planetario. Per quanto riguarda grano e riso, l’aumentare di CO2 determina anche il declino del loro contenuto proteico. Reggono meglio mais e sorgo, grazie al tipo di fotosintesi caratteristico di queste piante>>.

Questa lunga citazione ha il solo scopo di ricordare l’importanza che – pur consci dei problemi reali che auspichiamo vengano almeno in parte trattati durante quella sorta di spettacolo circense-mediatico che è l’Expo milanese – una ricerca scientifica seria venga sviluppata in contrapposizione al fondamentalismo neo-malthusiano e nella consapevolezza che il “destino (Geschick) della tecnica” come Gestell (imposizione che costringe) è necessariamente connesso alle capacità tecniche che il destino storico dell’umanità si è costruito con le proprie mani. Al di là dei risvolti culturali, senz’altro importantissimi, connessi al modo di alimentazione tipico degli esseri umani non mi vergogno di ricordare come in tanta filmografia fantascientifica venga previsto un futuro, magari dai tratti distopici, in cui l’utilizzo di integratori alimentari e cibo sintetici permetterebbe, comunque, la sopravvivenza, in un futuro più o meno remoto, della nostra specie. Anche nella conclusione del suo articolo, infine, Rogoff dimostra la sua abilità nell’esprimersi in maniera contraddittoria ma non dialettica:

Essendo la capacità di accoglienza e la tolleranza dei paesi ricchi verso l’immigrazione ormai limitate, è difficile immaginare di poter raggiungere in modo pacifico un nuovo equilibrio in termini di distribuzione della popolazione globale. Esiste, quindi, il rischio che il risentimento nei confronti delle economie avanzate, responsabili di una quota fin troppo sproporzionata d’inquinamento e consumo di materie prime globali, possa degenerare. Mentre il mondo diventa più ricco, la disuguaglianza inevitabilmente si profilerà come un problema molto più vasto rispetto a quello della povertà, un’ipotesi che avevo già avanzato oltre un decennio fa. Purtroppo, però, il dibattito sulla disuguaglianza si è concentrato a tal punto su quella nazionale da oscurare il ben più grande problema della disuguaglianza globale. Questo è un vero peccato perché i paesi ricchi potrebbero fare la differenza in tanti modi, ad esempio fornendo assistenza medica e scolastica gratuita on-line, più aiuti allo sviluppo, una riduzione del debito, l’accesso al mercato e un maggiore contributo alla sicurezza globale.

La disuguaglianza, in senso proprio, viene percepita maggiormente in occidente dove le condizioni negli scorsi decenni garantivano alla gran massa un certo benessere; viceversa la povertà riguarda maggiormente le aree meno sviluppate del pianeta e gli strati inferiori dei paesi emergenti nei quali è ancora praticamente assente qualsiasi sistema di assistenza e sicurezza sociale. Se è vero, poi, che l’aiuto alle popolazioni in difficoltà direttamente nei loro luoghi di origine appare del tutto ragionevole ci rimane ancora difficile capire ( o forse no ?) questa contrapposizione secca, questo aut-aut , riguardo alla presa in considerazione dell’allargarsi delle differenze nelle condizioni di vita nei paesi di antico sviluppo e in quelli di più recente industrializzazione. Si tratta di criticità globali entrambi molto importanti e la presa in considerazione, ammantata da un “moralismo” assolutamente fuori luogo, di una sola di essa ci appare politicamente ed ideologicamente molto sospetta.

GLI ASSETTI ARTICI di G. Caprara

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La riduzione della superficie ghiacciata artica potrebbe rendere navigabile il Passaggio a Nord Ovest e la rotta verso il Nord Est. Questo ha ingenerato un contenzioso sulla territorialità dell’artico fra Stati Uniti, Russia, Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia. L’annessione dello spazio artico garantirebbe ai contendenti un aumento dell’estensione dei confini statuali e lo sfruttamento delle risorse naturali, e questi sono i passaggi fondamentali per aumentare la propria influenza a livello globale.

La giurisprudenza delimita la regione artica in quella che circonda il Polo Nord ivi compreso l’Oceano Artico, le estreme propaggini della Groenlandia e dei territori continentali euroasiatici ed americani. Convenzionalmente il limite dello spazio artico viene indicato nell’area dell’isoterma dei 10° rilevato nel mese di luglio. La regione gode del regime di internazionalità decretato dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare, ma il trattato non è stato ratificato dagli Stati Uniti, che sostengono ferventemente la libertà di navigazione. La mancata adesione degli USA, di fatto sancisce l’assenza di regolamentazioni internazionali in materia forense. Nel 1966 venne inaugurato il Consiglio Artico, i cui membri sono gli attuali contendenti, allo scopo di promuovere una politica ambientale artica, ma l’unico riferimento normativo rimane la Convenzione dell’ONU, senza il placet statunitense, che disegna una zona economica esclusiva, ZEE, di 200 miglia dalla costa dello stato rivierasco, su cui quest’ultimo può estendere la propria sovranità e sfruttare le risorse naturali. È possibile una ulteriore estensione pari a 150 miglia, laddove lo stato interessato dimostri alle Nazioni Unite che il margine continentale della sua piattaforma si prolunga oltre le 200 miglia. Tutti gli stati artici hanno inoltrato, o sono in procinto di farlo, la richiesta di estensione dei propri confini.

L’American Geological Survey, stima che sul fondale artico sia presente una quantità pari al 25% delle attuali riserve mondiali di petrolio e gas naturale. In termini numerici questo si traduce in 90 miliardi di barili di petrolio, ed il 30% della produzione mondiale di gas, pari a circa 1.700 miliardi di piedi cubi. Le maggiori concentrazioni delle riserve naturali sono nel Mare di Kara e di Barents. L’Artico è ricco di nichel, rame e platino, ma anche di risorse ittiche che si attestano al 15% del valore mondiale. La componente del commercio ittico è la concausa del confronto geopolitico fra gli attori principali, ma anche la possibilità di poter usufruire di una nuova rotta che congiungerebbe l’Atlantico al Pacifico, con un notevole vantaggio temporale rispetto all’attraversamento del Canale di Panama. In base alle osservazioni della NASA, oltre al Passaggio a Nord Ovest, in un futuro prossimo, lo scioglimento dei ghiacci favorirebbe un’altra rotta verso Nord Est e questo significherebbe la congiunzione del Mare di Laptev, a nord della Siberia, con l’Oceano Pacifico, ossia un collegamento rapido verso i porti asiatici di Cina e Giappone, in pratica la distanza fra Yokohama ed Amburgo sarebbe ridotta di circa 5.000 miglia nautiche, e garantirebbe la certezza di non essere attaccati dai pirati, una delle principali minacce globali al trasporto marittimo. La Russia sembra essere in vantaggio sugli altri competitori in quanto dispone di due componenti fondamentali: la migliore flotta rompighiaccio e la presenza numericamente più importante di abitanti nell’area contesa. Di fatto questo le garantirebbe una più semplice percorribilità delle rotte artiche ed una manodopera già abituata al clima severo. La Russia sta tentando di recuperare lo status di superpotenza basandosi anche sulle immense risorse energetiche di cui dispone, ma queste sono in esaurimento e dunque la necessità di garantirsi un monopolio energetico ha spinto la leadership verso il Polo Nord, tracciando una politica artica per tutto il 2020. Infatti l’Artico sostiene gli interessi vitali della Russia con il 60% della produzione di petrolio, il 95% dei metalli del gruppo del platino, ed il 95% del gas naturale. Cifre che rappresentano il 15% del PIL russo. Gli Stati Uniti sostengono il diritto alla libertà di navigazione e questo atteggiamento è valso alla frizione con il Canada, che considera il Passaggio a Nord Ovest come parte integrante delle sue acque interne. Unitamente alla Russia, l’obiettivo è quello di implementare le risorse naturali nazionali, infatti la BP World Energy Survey ha stimato in dieci anni l’esaurimento delle riserve petrolifere statunitensi. Questo fa dell’accesso ai giacimenti artici, una questione primaria per l’Amministrazione USA. Come atto dimostrativo, l’amministrazione Obama ha dato il via libera alla ripresa delle perforazioni della Shell nell’Artico alla ricerca di idrocarburi al largo delle coste dell’Alaska. Per effettuare le prospezioni il colosso dell’energia sta spostando verso nord le enormi strutture per le perforazioni offshore. Il Canada rivendica il diritto di sovranità sul Polo Nord, ma i mezzi a disposizione del paese nord-americano non sono paragonabili a quelli dei due attori principali, pertanto il governo canadese, per affermare la propria presenza nell’area, ha scelto sia la strada delle esplorazioni scientifiche quanto quella giuridica, dove ha avanzato una soluzione all’ONU per dimostrare che la dorsale di Lomonosov, facente parte del proprio zoccolo continentale, collega il territorio del Canada al Polo Nord, e dunque le dà diritto di sovranità sull’Artico. Le pretese della Danimarca traggono origine dalla Groenlandia, la cui popolazione ha però espresso il volere di indipendenza dalla governance danese. Tale soluzione garantirebbe alla Danimarca una notevole riduzione delle spese statali, sia in materia economica che di difesa, ma fletterebbe notevolmente il diritto di rivendicazione sui territori artici ed inoltre registrerebbe una diminuzione degli introiti del settore ittico e sulle riserve di acqua dolce, di cui la Groenlandia è ricchissima. Come il Canada anche la Danimarca ha implementato le spedizioni esplorative sostenendo un esborso finanziario a favore della Geological Survey of Danmark and Greenland, sempre nel tentativo di inserirsi nel contesto dei grandi esportatori di energia. La Norvegia ha nelle isole Svalbard l’unico possedimento artico, ma rimane un player agguerrito in quanto la produzione di greggio vale il 25% del PIL ed il 50% delle esportazioni. Infatti, è in piena produzione il giacimento artico norvegese, mentre la centrale di Snohvit estrae il gas naturale per l’esportazione sul mercato europeo ed americano. Un impatto rilevante sull’economia della Norvegia è segnato dal settore ittico, che lo promuove ad uno dei grandi produttori a livello globale.

L’egemonia su un territorio viene esercitata anche con la deterrenza delle armi. Il Canada ha istituito una formazione militare specializzata nel combattimento in ambienti estremi e sono stati dislocati a Resolute Bay, a 600 chilometri dal Polo Nord. A nord-est dell’isola di Ellesmere, il Canada ha istallato una centrale di ascolto per monitorare le trasmissioni russe inerenti ai movimenti aerei, marittimi e terrestri. Una postazione analoga è basata a Leitrim, nelle vicinanze di Ottawa, ma quest’ultima è specializzata nell’intercettazione delle comunicazioni satellitari. La Danimarca mantiene costantemente unità di superficie nell’Artico, con compiti di controllo e negazione delle acque territoriali. Inoltre sta sviluppando la componente navale con l’acquisizione di Fregate, Corvette e Pattugliatori. L’apparato di superficie è protetto dall’aviazione, i cui piloti sono ben addestrati ad operazioni marittime. La Norvegia ha ammodernato la sua flotta con unità Aegis, a cui si sono aggiunte sei Surface Effect Ships con capacità stealth e dall’elevata velocità, e nel 2016 varerà una unità di superficie per la raccolta dati elettronici che sembra essere la più avanzata al mondo. La Marina Militare finlandese, il 27 aprile 2015, ha ottenuto un grande successo sulla Russia dimostrando una buona capacità di reazione: la rete di sorveglianza subacquea della Finlandia ha dapprima rilevato un contatto sommerso nelle proprie acque territoriali, poi, a seguito di un secondo contatto, ha inviato unità di superficie della Marina Militare e della Guardia Costiera, allo scopo di dissuadere l’intruso nel permanere nell’area antistante Helsinki. Il battello sommerso è stato costretto ad abbandonare la zona con l’ausilio del dispositivo MSS, progettato per esplodere a circa 3 metri sotto la superficie, e creare un suono udibile a due miglia di distanza dagli equipaggi dei sommergibili. Per gli Stati Uniti, gli scenari che si potrebbero prefigurare sono inquadrati nella sicurezza nazionale, infatti il sistema di difesa all’estremo nord è volto a garanzia dell’integrità territoriale. Pertanto diventa necessaria una rivisitazione degli schemi navali per operare in ambienti estremi ed ostili, e migliorare il sistema di difesa antimissilistico. Gli Stati Uniti hanno dislocato in Alaska una notevole forza di interdizione, composta principalmente da quasi 25.000 militari, supportati da velivoli da combattimento ed unità della Guardia Costiera. Inoltre, sull’isola di Shemya è impiantato il radar Cobra Dane facente parte dello scudo missilistico, ed a Fort Greely sono schierati i missili intercettori Patriot. In Groenlandia, la base NATO di Thule è parte integrante del sistema antimissilistico, in quanto collega i centri di comando e controllo della California alle forze navali dell’Oceano Pacifico e del Sud-Est Asiatico. Da Thule vengono inviati i comandi operativi alla rete satellitare statunitense, stimata ad oltre 140 unità posizionate in orbite variabili dalle 120 alle 24.000 miglia. Fra questi anche i 90 dedicati esclusivamente alla sorveglianza del territorio russo, che viene sorvolato circa 20.000 volte l’anno. Nelle acque artiche sono in costante navigazione unità Aegis, con capacità di intervento sulle frontiere marittime russe, e sommergibili strategici a propulsione nucleare. Il controllo di un’area passa anche attraverso una efficiente catena di comando che non può essere tale senza un efficacie sistema di comunicazione: gli Stati Uniti hanno messo a punto il Mobile User Objective System, MUOS, costituito da quattro terminali terrestri collegati con una rete di satelliti geostazionari. Questo garantisce alla Marina Militare statunitense una connessione con le unità in navigazione nel Mar Glaciale Artico. La funzionalità del MUOS è stata testata nell’addestramento Ice Exercise 2014. L’ICEX 14 ha avuto come protagonisti il Comando delle forze subacquee del COMSUBFOR, ed i tecnici della Lockheed Martin, l’Azienda realizzatrice del MUOS. Sono stati trasmessi una notevole quantità di dati con una connessione protetta e stabile nella regione artica in circa 150 ore di attività. Sostanzialmente, si è verificato uno scambio di informazioni dall’Ice Camp Nautilus, a circa 100 chilometri dalla Prudhoe Bay in Alaska, con i sottomarini USS New Mexico, classe Virginia, e USS Hampton, classe Los Angeles, in navigazione sotto il ghiaccio artico e rischierati nel Submarine Artic Warfare Program. Il programma addestrativo prevedeva prove di emersione, l’attracco e la sosta nella banchisa polare. In questo periodo il MUOS ha operato per l’Ice Camp Nautilus, le cui antenne ed i sistemi tecnologici avanzati hanno garantito la supervisione e le comunicazioni fra le unità sommerse ed il centro di comando e controllo. ICEX 14 ha permesso di monitorare e mettere a punto non solo le comunicazioni, ma anche i sistemi di combattimento e di navigazione in modo realistico dei sottomarini strategici a propulsione nucleare, mezzo fondamentale per l’interdizione marittima e particolarmente adatti ad operare in ambienti ostili ad alta conflittualità. Infatti le condizioni climatiche avverse possono inficiare le operazioni di identificazione in immersione, il lancio dei siluri e le funzioni del sonar a causa della specificità dei profili della propagazione delle onde sonore che possono risultare imprevedibili. I satelliti statunitensi sorvolano l’artico ogni 30 minuti, con una media di circa 17.000 passaggi annui, e sono coadiuvati da velivoli senza pilota configurati per la raccolta dati. La questione artica è per la Russia una priorità geopolitica, ne è la dimostrazione l’ammodernamento dell’apparato militare. Il dispiegamento difensivo ha nelle basi aeronavali nella Terra di Francesco Giuseppe e nelle Isole della Nuova Siberia la sua testa di ponte. Queste saranno implementate con due brigate artiche che dovrebbero essere operative nel 2017: il gruppo Artico Nord sarà composto da formazioni di fanteria meccanizzata schierate nella regione di Murmansk e nel distretto di Jamal-Nenets. Il reggimento da guerra elettronica della Flotta del Nord è di stanza ad Alakurtti. La difesa aerea è per il momento affidata al sistema d’arma Pantsir, ma probabilmente subirà una revisione a favore di SAM più moderni. Dal 1° dicembre 2014, è attivo il Comando Strategico per l’Artico, inquadrato nella Flotta Settentrionale, ma con l’ambizione di renderlo indipendente dopo l’accorpamento di una divisione della Difesa Aerea. Gli aeroporti regionali sono tutti in fase di ammodernamento, ed al termine dei lavori dovrebbero essere 13 quelli pienamente operativi. In particolare quello di Tiksi assumerà una posizione strategica. Questi è una unione di altri tre aerodromi minori che, al tempo della Guerra Fredda, ospitavano i bombardieri a lungo raggio. Nei progetti russi, Tiksi tornerà a rivivere gli antichi fasti e vi saranno rischierati anche gli intercettori MIG-31. I droni, oramai assorti a sistema d’arma fondamentale per la difesa, saranno basati ad Anadyr, ed un reggimento di SAM S-400 sarà di base nella penisole di Kola, nella Kamchakta e nell’arcipelago di Novaya Zemla. La flotta subacquea russa è numericamente inferiore rispetto a quella statunitense, ma gli ultimi battelli entrati in servizio sembrano vantare una silenziosità maggiore se paragonata a quella degli avversari, e questo dovrebbe riequilibrare le forze in campo.

Gli interessi geopolitici dei player artici sembra acuirsi notevolmente, forse anche a causa del contrasto sulle vicende ucraine. Resta valido un arbitrato dell’Onu che possa appianare le contese ed evitare un innalzamento del livello di scontro, ma anche trivellazioni non concordate che potrebbero peggiorare le condizioni ambientalistiche dell’Artico.

Giovanni Caprara

Bibliografia:

Antonio Mazzeo, “Il MUOS per ipermilitarizzare e depredare l’Artico”. Mosaico di Pace, 2014

Romaric Thomas, “Artico, questione di sicurezza nazionale della Russia”. Aurora, 2014

Tatiana Santi, “La geopolitica dell’Artico”. La voce della Russia, 2014

Duncan D. Quartz, “Come la Russia potrebbe annettere l’artico”. Defense One, 2015

Dario Gentile, “Geopolitica dei ghiacci”. Osservatorio dell’Istituto di Studi Militari Marittimi, 2009

Fabio Ragno, “Russia: un comando per le forze aeree dell’Artico”. Analisi Difesa

James Bamford, “Frozen Assest”. Foreign Policy

Mentre la Russia si indebolisce, la Turchia si fa più assertiva.

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[Traduzione della redazione da: As Russia Weakens, Turkey Grows AssertiveStratfor]

Sommario

Il rapporto della Turchia con la Russia sta cambiando in modo significativo. Una crisi economica interna, i prezzi dell’energia bassi e gli sforzi europei di diversificazione energetica hanno indebolito la Russia. Mosca è anche pesantemente coinvolta nella crisi in Ucraina – proprio al di là del Mar Nero dalla Turchia. La posizione di debolezza della Russia e le difficoltà in Ucraina hanno reso i leader della Turchia molto più attivi nella regione, un processo che ha modificato il modo in cui essi coinvolgono i loro omologhi russi. Ciò potrebbe in ultima analisi costringere la Turchia ad essere più assertiva contro l’azione russa nel Caucaso e sul Mar Nero. La Turchia può anche svolgere un ruolo nella nascente alleanza guidata dagli Stati Uniti in Europa centrale e orientale.

Analisi

Russia e Turchia siedono sulle sponde opposte del Mar Nero. Geograficamente, questo le ha rese storici concorrenti. L’impero russo e il predecessore della Turchia, l’Impero Ottomano, furono in competizione per il controllo e l’influenza lungo le rive del mare in Crimea e nel Caucaso, combattendo un totale di 12 guerre nel corso di un periodo di quattro secoli. Nel 1952, la Turchia si è unita alla NATO e, grazie al controllo del Bosforo, è diventata una parte fondamentale dell’alleanza occidentale nella Guerra Fredda, impedendo l’accesso sovietico al Mar Mediterraneo. Negli ultimi dieci anni, l’aumento della forza politica ed economica ha permesso alla Turchia di definire una politica regionale indipendente dagli Stati Uniti, ma non ancora di sfidare direttamente la Russia. Essa ha continuato a fare affidamento sulle importazioni di gas naturale russo ed è stata ulteriormente dissuasa dal prendere un ruolo assertivo nel Caucaso e nel Mar Nero dalla rinascita regionale della Russia degli ultimi dieci anni.

Tuttavia, le tensioni tra i funzionari russi e turchi sono state marcate nelle ultime settimane. Durante lo scorso anno, il presidente russo Vladimir Putin e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan sono rimasti in stretto contatto e hanno minimizzato disaccordi pubblici. Ma questo è cambiato all’inizio di aprile, quando il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha pubblicamente criticato la Russia. Egli ha condannato il trattamento da parte della Russia delle minoranze turche in Crimea – i tartari della Crimea – e ha definito il blocco di Mosca di una stazione televisiva crimeana tatara “oppressione”. Il portavoce di Putin ha risposto dicendo che il governo russo fornisce “informazioni esaustive” ai funzionari turchi. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha risposto, a sua volta, ricordando che l’insistenza di Ankara nel viaggiare in Crimea attraverso l’Ucraina sia l’unica cosa che impedisce un più attento monitoraggio della situazione.

Questo scambio tra Mosca e Ankara è giunto allorchè alti dirigenti turchi hanno viaggiato attraverso i confini dell’Europa visitando i paesi più coinvolti nelle iniziative a guida Usa per aumentare la cooperazione di difesa lungo il fronte orientale della NATO. Il 20 marzo Erdogan ha visitato l’Ucraina e il ministro degli Esteri polacco Grzegorz Schetyna ha visitato Ankara tre giorni dopo. Dalla fine di marzo ai primi di aprile, i vertici turchi hanno visitato Slovenia, Slovacchia, Romania, Moldavia e Lituania. Prima di questa serie di visite, la Turchia ha in gran parte mantenuto la sua distanza da un’alleanza europea guidata dagli Stati Uniti, preferendo rimanere in buoni rapporti con la Russia.

Spostamenti su Mar Nero

La posizione della Turchia continua a cambiare in risposta ai cambiamenti nel contesto di sicurezza del Mar Nero. La partecipazione della Russia nella crisi Ucraina ha visto mostrare i muscoli lungo il tratto settentrionale della costa del Mar Nero, annettendo la strategica penisola di Crimea. La Russia, quindi, ha rafforzato la sua posizione sul mare aggiornando la maggior parte della sua flotta del Mar Nero con attrezzature nuove e avanzate. Queste mosse hanno preoccupato gli strateghi turchi, riportando ricordi di secolari lotte per il controllo della regione e lo storico sconfinamento della Russia sulle terre ottomane.

Tra i paesi che i leader turchi hanno recentemente visitato, Lituania e Romania sono stati particolarmente aperti a collaborare con i propri vicini, a fianco della NATO e degli Stati Uniti, per puntellare le difese, creare nuove strutture di coordinamento e aggiungere rotazioni di truppe. Alcuni all’interno di questa alleanza emergente stanno facendo uno sforzo per includere la Turchia. Se i loro sforzi avranno successo, la Turchia sarebbe l’ancora a sud di un gruppo di paesi – che attraversa i Paesi Baltici a nord, fino al Mediterraneo – formando una protezione strategica dalla Russia. Gli Stati Uniti sono particolarmente interessati a che la Turchia sia compresa in questa alleanza e ad avvicinarla ai suoi partner della NATO.

I cambiamenti nella posizione regionale della Turchia sono legati a cambiamenti nelle dinamiche energetiche. La Turchia importa la metà del suo gas naturale dalla Russia. Nel 2014, essa ha pagato circa 418 dollari per 1.000 metri cubi di gas naturale russo – un prezzo molto più alto rispetto ad alcuni paesi europei. Questo prezzo alto era una funzione di dipendenza della Turchia dall’energia russa. Negoziare uno sconto significativo sul prezzo del gas naturale è stata tra le sue priorità più alte. Allo stesso tempo, nell’ambito di un accordo del 2010, l’azienda russa di proprietà statale Rosatom si è imposta per la costruzione della prima centrale nucleare turca, nella città meridionale di Akkuyu. Ma il progetto da 22 miliardi dollari, che verrebbe finanziato dalla Russia, è stato afflitto da ritardi, come riferito, per motivi ambientali e finanziari, e può ora essere completato nel 2022, invece che nel 2019.

Nel corso della sua visita in Turchia il primo dicembre, il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato la cancellazione del previsto progetto del gasdotto South Stream. Il progetto South Stream è stato annullato a causa di un aumento dei costi e degli ostacoli normativi da parte dell’Unione Europea. Mosca invece ha iniziato la pianificazione di un nuovo gasdotto che attraverserebbe il Mar Nero fino alla Turchia e trasporterebbe gas naturale russo al confine greco, un progetto noto come Turkish Stream. Per la Turchia un nuovo gasdotto porterebbe ulteriori entrate e aumenterebbe la sicurezza energetica del paese, dal momento che la metà del gas naturale la Turchia attualmente lo importa dalla Russia attraverso l’instabile Ucraina. Putin ha aggiunto che la Turchia avrebbe ricevuto uno sconto del 6% per gli acquisti di gas naturale nel 2015, ma anche l’opportunità di importare 3 miliardi in più di metri cubi l’anno dalla Russia, una espansione del Blue Stream.

A dicembre, tuttavia, sono emersi segnali che la Russia non può essere in grado di finanziare nemmeno il Turkish Stream. La volatilità del rublo e i continuati bassi prezzi dell’energia hanno ridotto la capacità di finanziamento della Russia. La Turchia è a conoscenza dello stato di vulnerabilità della Russia ed è preoccupata per il proprio disavanzo delle partite correnti. Ankara ha colto l’occasione per premere maggiormente per uno sconto sul gas naturale. Il 27 febbraio, il ministro dell’Energia turco Taner Yildiz ha annunciato che la Russia avrebbe concesso alla Turchia uno sconto del 10,25%. Tuttavia, un paio di settimane più tardi Yildiz ha chiarito che, mentre vi è un accordo su uno sconto, l’affare deve ancora essere firmato dalle due parti. Sembra si siano incontrate difficoltà. Ci sono alcune indicazioni che la Russia sia alla ricerca di un impegno più convinto da parte della Turchia sul Turkish Stream prima di fare concessioni. Mentre in passato la dipendenza della Turchia dalla Russia per la maggior parte delle forniture di gas naturale ha portato i turchi ad accettare prezzi elevati, i crescenti vincoli finanziari della Russia e l’incapacità di attuare il suo sostegno promesso per il Turkish Stream stanno rafforzando la posizione negoziale della Turchia.

Le opzioni del Cremlino, tuttavia, sono state limitate dai bassi prezzi dell’energia e dalla crisi economica nel paese. Ciò ha reso la Russia più dipendente dai suoi clienti. Quando i prezzi energetici globali erano alti, il Cremlino ha usato il gas naturale come strumento nella sua politica estera, dando sconti ad alcuni paesi o minacciando tagli per gli altri. Ma ora la Russia non può permettersi di perdere entrate da tagli di fornitura o da sconti a lungo termine – un fatto evidenziato dai recenti avvenimenti in Ucraina, dove la Russia ha esteso un temporaneo accordo sul gas naturale per tre mesi, dopo che Kiev ha cominciato a importare più gas dall’Europa.

La posizione negoziale della Turchia nei confronti della Russia è stata rafforzata dai progressi dei negoziati tra l’Iran e l’Occidente. Nuove forniture di gas naturale provenienti dall’Iran potrebbero probabilmente ridurre il ruolo della Russia quale uno dei principali esportatori di gas naturale in Turchia. Il progetto del Nuovo Corridoio Meridionale è previsto entrare in funzione nel corso dei prossimi anni, e nel 2018 è previsto che la Turchia riceva circa 10 miliardi di metri cubi all’anno dal giacimento di Shah Deniz II dell’Azerbaigian. La Turchia potrebbe anche importare più gas naturale dal Turkmenistan se fosse costruito il gasdotto Trans-Caspico.

Forniture provenienti da paesi come l’Iran e l’Azerbaigian potrebbero ridurre notevolmente la dipendenza della Turchia dalle importazioni energetiche russe – qualcosa di cui i negoziatori russi e turchi hanno tenuto conto nel discutere dei prezzi e dell’offerta. I proposti Turkish Stream e Southern Corridor sono progetti a lungo termine che richiedono un significativo sostegno finanziario e politico da attori esterni. La domanda di gas naturale della Turchia è aumentata di circa 10 miliardi di metri cubi dal 2010, assicurando che la Russia rimarrà un importante partner energetico per il Paese. La Turchia valuta ogni proposta, desiderosa com’è di applicare tariffe di transito dove può, ma la volontà politica e il potenziale onere finanziario dei progetti del corridoio meridionale probabilmente alla fine prevarranno.

Nuove Considerazioni

Il Cremlino riconosce il pericolo che una più stretta cooperazione tra la Turchia e l’Occidente pone. Anche se la Turchia è un membro della NATO e partecipa a esercitazioni navali con i paesi del Mar Nero, finora è stata consapevole dei problemi di sicurezza russi. I turchi controllano il Mar Nero – e quindi l’accesso russo al Mediterraneo. Proprio mentre la Russia è impegnata in un conflitto con gli Stati Uniti e in Europa sul futuro dell’Ucraina, sarebbe ulteriormente sfidata da una maggiore partecipazione della Turchia nella NATO.

La Turchia ha testato l’impegno di Mosca nel rapporto bilaterale, invitando il presidente russo per una cerimonia di commemorazione nell’anniversario della battaglia di Gallipoli. Il governo turco ha programmato questo evento in concomitanza con una cerimonia in Armenia per il 100° anniversario del genocidio armeno. L’Armenia è un alleato chiave russo e la commemorazione porta in primo piano una questione storicamente tesa in Turchia. Il portavoce di Putin ha indicato il 19 marzo che il Presidente stava andando alla cerimonia a Yerevan.

La reazione della Russia alla manovra è stata significativa. Mentre il rapporto della Turchia con la Russia è divenuto più conflittuale verso la fine di marzo e l’inizio di aprile, i piani di Putin sembrano essere cambiati. In quello che sembra essere uno sforzo per mantenere i rapporti russo-turchi intatti, il portavoce del Presidente ha fatto marcia indietro dalla sua conferma iniziale del viaggio a Yerevan, affermando che la partecipazione della Russia in occasione del centenario era ancora in fase di esame [Putin ha effettivamente presenziato alla cerimonia a Erevan – NdR].

Nel frattempo, il portavoce ha sottolineato nella sua dichiarazione del 9 aprile che la Russia invierà un rappresentante di alto livello per la Turchia per l’anniversario di Gallipoli. La decisione del Cremlino di sottolineare l’anniversario della battaglia può aver contribuito all’annuncio del 10 aprile dell’ambasciatore turco a Mosca che Erdogan si recherà in visita in Russia entro la fine dell’anno.

La Turchia potrebbe rappresentare una grave minaccia per gli interessi russi nella regione, in particolare nel Caucaso. La Turchia ha stretti legami politici e di difesa con l’Azerbaigian. Le tensioni tra l’Azerbaigian e l’Armenia sulla contesa regione del Nagorno-Karabakh sono aumentati negli ultimi mesi, ma il conflitto non si è apertamente manifestato, grazie anche alla presenza militare russa in Armenia. Una Russia indebolita, in combinazione con una Turchia più assertiva, potrebbe aggravare le ostilità tra Azerbaigian e Armenia e potrebbe portare al coinvolgimento turco.

Se muovesse verso l’alleanza guidata dagli Usa nelle zone di confine, Ankara aiuterebbe gli Stati Uniti nella loro strategia di aumentare gradualmente la propria presenza regionale. Con la collaborazione turca, la Russia sarebbe in gran parte circondata nel Mar Nero. La Turchia controlla il passaggio attraverso il Bosforo e mantiene le proprie forze navali nel Mar Nero, insieme a quelle allineate all’Occidente di Romania, Bulgaria e Ucraina

I problemi interni della Russia e le sue incursioni in Ucraina hanno cambiato il modo con cui Ankara interagisce con Mosca. Per i turchi, le mosse della Russia in Ucraina sono una minaccia per la stabilità nella regione del Mar Nero. La Russia non sarà in grado di soddisfare le richieste di energia primaria della Turchia – e cioè, uno sconto sul gas naturale – poiché continua ad arrancare nella sua crisi economica. Allo stesso tempo, la Turchia è destinata a diventare meno dipendente dal gas naturale russo a causa dei progetti del corridoio Sud e delle nuove forniture che dovrebbero provenire da paesi come Azerbaijan e Iran. La Turchia può scegliere di avvicinarsi agli Stati Uniti ed essere più attiva negli sforzi dell’Occidente per aumentare le difese lungo il confine orientale della NATO. Se lo facesse, le dinamiche regionali cambierebbero di conseguenza.

La Nuova Banca d’Investimento cinese: una profezia prematura

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[Traduzione di Francesco D’Eugenio da: https://www.stratfor.com/weekly/chinas-new-investment-bank-premature-prophecy/Stratfor]

Il 5 aprile scorso l’ex Segretario al Tesoro USA Lawrence Summers ha scritto che questo mese potrebbe essere ricordato come il momento in cui gli Stati Uniti hanno perso il loro ruolo di sottoscrittore del sistema economico globale. Questo commento si riferisce alle circostanze del lancio cinese di una nuova iniziativa, la Banca Asiatica per gli Investimenti Infrastrutturali (Asian Infrastructure Investment Bank, AIIB). Diffidenti verso le ambizioni e l’influenza crescenti della Cina, gli Stati Uniti hanno consigliato ai propri alleati di non partecipare, ma molti lo hanno fatto lo stesso. Il fiasco è stato senz’ombra di dubbio imbarazzante per Washington, ma anche così la profezia di Summers è quantomeno prematura data la situazione.

Per capire il perché, bisogna prima capire su cosa si basa la posizione economica dominante degli Stati Uniti nel mondo. Al culmine della Seconda Guerra Mondiale, il Regno Unito, pesantemente indebitato, firmò l’accordo Affitti e Prestiti, che consegnò le basi navali britanniche agli Stati Uniti in cambio di supporto finanziario. Questo fu l’atto di passaggio dello scettro di superpotenza militare, perché trasferì il controllo degli oceani del mondo agli Stati Uniti. Tre anni più tardi, in un hotel dimesso del New Hampshire, i delegati di ciascuna delle maggiori nazioni alleate passarono tre settimane alla conferenza di Bretton Woods, dove delinearono l’ordine economico post bellico. Ciò che emerse da quel summit fu un sistema monetario basato sul dollaro USA e su due istituzioni nuove, il Fondo Monetario Internazionale, che avrebbe controllato i flussi commerciali, e la Banca Mondiale, che avrebbe aiutato finanziandole le nazioni in via di sviluppo. Entrambe avrebbero avuto sede a Washington, e gli Stati Uniti ereditarono di fatto l’economia mondiale.

Il sistema incentrato sugli Stati Uniti funzionò bene per i 25 anni successivi. Gli Stati Uniti uscirono dalla guerra con l’economia più forte del mondo e, sotto il Piano Marshall, pomparono denaro per ricostruire l’Europa. Ma nel 1971, con gli USA invischiati in una costosa guerra in Vietnam, l’allora presidente Richard Nixon scoprì che secondo il sistema di Bretton Woods, avrebbe potuto pagare il costo della guerra stampando più denaro ed esportando nel resto del mondo l’inflazione risultante. La Francia si oppose, e ne nacque un nuovo sistema di denaro fiat che liberò il dollaro da vincoli espliciti, sebbene mantenesse il suo posto di moneta dominante a livello globale.

Per gli Stati Uniti, la posizione di ragno al centro della tela ha avuto aspetti positivi e negativi. In quanto erede di ciò che l’ex Presidente Francese Valery Giscard d’Estaing definì l’”exorbitant privilege” di controllare la moneta di riserva mondiale, gli Stati Uniti sono diventati il primo consumatore al mondo, in deficit perenne e ammassando un debito sempre più grande grazie alla loro posizione di fornitore mondiale di dollari.

Così gli Stati Uniti e il resto del mondo sono stati legati in un abbraccio simbiotico per molti decenni, nonostante la situazione fiscale dell’America continui a peggiorare. Ma concentrarsi unicamente sulla sua posizione fiscale tralascia il quadro generale.

Nel corso degli scorsi decenni, gli Stati Uniti hanno mantenuto la loro posizione alla guida delle istituzioni finanziarie mondiali. Nel 1966 gli Stati Uniti e il Giappone crearono e stabilirono a Manila una versione regionale della Banca Mondiale – la Banca di Sviluppo Asiatica. Lo stesso anno, Mao Zedong inaugurava la Rivoluzione Culturale, un movimento politico che paralizzò la Cina e la lasciò fuori dagli affari internazionali ancor più di quanto non lo fosse già. Nonostante i cambiamenti intervenuti nel frattempo nella posizione globale della Cina, la sua partecipazione all’interno di istituzioni come la Banca di Sviluppo Asiatica non è aumentata. (La Cina detiene solo un quinto dei voti combinati di Stati Uniti e Giappone, e tutti e nove i presidenti della banca sono stati giapponesi.) Non sorprende certo che la banca sia stata spesso criticata per ruotare troppo attorno agli USA e al Giappone.

La Cina: i prossimi Stati Uniti?

L’arrivo della Cina sulla scena globale potrebbe scuotere lo status quo. Il modello di crescita che Pechino ha seguito dopo le riforme economiche del 1978 è simile a quello del Giappone post-bellico e della Germania del ventunesimo secolo. Mantenendo bassi i costi interni e conservando un bilancio largamente in attivo, la Cina ha accumulato una gigantesca quantità di risparmi (circa 3,8 mila miliardi di dollari). Si trova adesso nel bel mezzo di una grande transizione, col paese che cerca di passare da un modello di risparmi e investimenti a uno basato sui consumi – muovendosi insomma a diventare i prossimi Stati Uniti. Dal punto di vista degli alleati dell’America, la Cina è un paese gigante con un’enorme somma di denaro che potrebbe non riuscire a spendere, e sta cercando di diventare un nuovo e vasto mercato di consumo. Sono evidenti le somiglianze tra la sua posizione attuale e quella degli Stati Uniti nel 1944, quando anche questi avevano un’enorme somma di denaro da spendere. Gli alleati dell’America si stanno riposizionando secondo queste idee, qualunque sarà la reale traiettoria economica della Cina nel prossimo decennio.

Nel frattempo la Cina – con le sue vaste risorse finanziarie e molti progetti regionali in cui spenderle – ha scoperto che l’istituzione regionale in cui avrebbe potuto incanalare questo denaro è stata occupata dagli Stati Uniti e dai suoi alleati. Dal momento che il Congresso USA ha impiegato finora cinque anni per stabilire se il numero di voti della Cina all’interno del FMI debba aumentare per rifletterne la nuova posizione economica, alla Cina conveniva semplicemente creare un’istituzione propria piuttosto che cercare di acquistare influenza nella Banca di Sviluppo Asiatica. E così è nata l’AIIB.

Sebbene questa nuova istituzione non sia centrale per il futuro ad esempio dell’Australia e del Regno Unito (due alleati degli USA tra i membri fondatori dell’AIIB), dà loro l’opportunità di instaurare un legame con il gigante dei mercati di domani. Ciascuno dei paesi unitisi all’AIIB ha calcolato che la frazione di favore guadagnata a Pechino mediante tale partecipazione giustificava il rischio di incorrere nella disapprovazione di Washington. Si tratta senza dubbi di un momento importante, e qualcuno dei media lo ha ritratto come la sfida all’intero sistema di Bretton Woods ed una minaccia alla status quo.

Ma questi eventi non rappresentano uno sconvolgimento tettonico del calibro del 1944. Furono necessari due elementi per realizzare Bretton Woods e la legge Affitti e prestiti, e perché la Gran Bretagna passasse il testimone: il tempo e un grande cataclisma. Le mere dimensioni economiche della superpotenza in erba non bastavano da sole: l’economia degli USA divenne la prima al mondo nel 1870, ben 74 anni prima della conferenza di Bretton Woods, ma il primato britannico continuò. Ci vollero due guerre mondiali in cui la Gran Bretagna fosse di fronte a una minaccia esiziale, e la dichiarazione di guerra totale da parte di Winston Churchill nel 1940, prima che la situazione economica del paese raggiungesse un punto abbastanza basso da convincere il Regno Unito a cedere le sue carte migliori in cambio di aiuti finanziari.

Per contro, l’economia della Cina ha sorpassato quella degli Stati Uniti solo nel 2014, e per farlo è stato necessario un trucco contabile – la parità di potere d’acquisto, la correzione delle cifre per riflettere la differenza relativa dei costi nei due paesi. E in termini di valuta, lo yuan cinese ha fatto grandi passi in avanti negli ultimi due anni, balzando dalla quattordicesima alla quinta posizione per l’uso nei pagamenti internazionali. Ma ad oggi solo il 2,2 percento dei pagamenti internazionali vengono effettuati in yuan; deve fare ancora molta strada prima di poter sfidare seriamente la fetta del 44,6 percento detenuta dal dollaro USA. Peraltro, la valuta cinese non è pienamente convertibile, un requisito necessario per una possibile valuta di riserva. L’ultima ragione per cui non abbiamo ancora visto una Bretton Woods tra Stati Uniti e Cina è che non c’è stata una legge Affitti e prestiti. Gli Stati Uniti mantengono il controllo delle rotte marittime mondiali e pertanto hanno il potere decisionale di ultima istanza sulle sorti del commercio globale. Senza un evento catastrofico – di cui ci accorgeremmo senz’altro se avvenisse – la situazione resterà probabilmente immutata.

Il veicolo che porta all’ascesa e alla caduta degli imperi poggia su ruote grandi, e prima che possa aver luogo una rivoluzione completa occorre applicare una grande forza per un periodo di tempo prolungato. Gli accordi presi durante la Seconda Guerra Mondiale segnarono il culmine del lungo processo di ascesa degli Stati Uniti e di indebolimento della Gran Bretagna. Senza dubbio la Cina ha intrapreso un grande processo di trasformazione negli ultimi tre decenni, ma non è ancora in una posizione tale da poter sfidare i pilastri su cui poggia l’egemonia globale degli Stati Uniti.

T-14, LA NUOVA FRONTIERA DELL’MBT di G. Caprara

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armE’ stato ufficialmente presentato il nuovo MBT russo T-14, costruito dalla Uralvagonzavod. Le immagini mostrano un carro armato in sintonia con le recenti filosofie costruttive e di design occidentali. È più lungo ed alto rispetto al T-72/90 di cui è il sostituto. La caratteristica fondamentale del T-14 Armata è nella torretta senza pilota, infatti tutti e tre i membri dell’equipaggio, comandante, mitragliere e pilota, sono accomodati in una cellula di sopravvivenza blindata multistrato sistemata nella parte anteriore dello scafo. L’armamento principale è il cannone da 125 mm a canna liscia 2A82A, con una accuratezza al bersaglio stimata al 15% superiore se paragonata al modello precedente. Il cannone è alimentato da un caricatore automatico di 32 colpi, su una riserva di 45, ed è stata implementata anche la regolazione del tiro in funzione del movimento e della velocità del T-14. L’armamento secondario è affidato ad un cannone coassiale da 30 mm per difesa contro velivoli ad ala mobile, ed una mitragliatrice da 12,7 millimetri con capacità di intercettare razzi anticarro dalla velocità di 3 km al secondo, per mezzo di un radar doppler: il controllo del fuoco computerizzato calcola automaticamente la soluzione di tiro basandosi sulla misura dell’angolo di attacco del vettore avversario, tramite un sensore montato sull’estremità della torretta. Il disegno del guscio è notevolmente diverso dal T-72/90, in particolare le differenze di rilievo sono nelle sette ruote al posto delle usuali sei, e nella corazzatura multistrato passiva in grado di proteggere il carro contro mine ed armi avanzate, infatti sembra che i missili dell’elicottero Apache non siano in grado di perforarla. Il punto di forza dei dispositivi passivi è nell’Afganit, del tutto simile all’israeliano Trophy, un sistema che può eludere l’offesa di missili o proiettili anticarro sfuggiti all’armamento di difesa. Il nuovo tank dovrebbe essere destinato a variare gli equilibri di forza, in quanto sembra superare tutti gli aggiornamenti apportati ai carri armati occidentali, questo perché la filosofia costruttiva pare essere molto più avanzata dei precedenti mezzi analoghi. La continua evoluzione tecnologica, rende obsoleto qualsiasi oggetto, nonostante le migliorie che possano essere apportate. Di fatto tutti i nuovi prodotti tecnici sono destinati ad acquisire una posizione predominante rispetto ai passati. In particolare sui mezzi complessi come un carro da combattimento, l’evoluzione non è ristretta solo alle capacità di offesa, ma soprattutto al propulsore, ai software di bordo ed ai sistemi difensivi. Se queste premesse saranno soddisfatte, l’MBT russo si porrà in posizione di predominanza rispetto agli Abrams statunitensi ed ai Leopard 2, ma la superiorità dovrà essere mostrata in combattimenti reali, questo perché le sperimentazioni non possono simulare completamente gli scenari reali. La dottrina di impiego dei mezzi corazzati parrebbe obsoleta, in quanto non devono essere impiegati da soli, infatti senza la necessaria copertura aerea, possono diventare dei facili bersagli. Gli Stati Uniti, sono profondi sostenitori della Rapid Dominance intesa come una componente indispensabile per il controllo del territorio, incentrata sulla mobilità dei mezzi impiegati proporzionata alla potenza di fuoco, e dalla rapida prontezza operativa. L’ultimo confronto classico fra mezzi corazzati è del 1991 durante l’operazione Desert Storm, ma solo dopo che l’aviazione irachena era stata decimata. In un passato più remoto l’impiego massiccio di MBT accadde nella guerra dello Yom Kippur, dove gli attaccanti erano protetti dai sistemi antiaerei di fabbricazione russa, ma quando Israele ottenne la supremazia aerea la guerra ebbe la sua svolta finale. L’evidenza suggerisce che il carro armato ha funzioni ridotte in combattimenti simmetrici, ma assume un ruolo predominante in quelli asimmetrici. Di fatto la centralità del blindato è correlata alle nuove minacce geopolitiche, dove il nemico da combattere lo si affronta in scenari a bassa conflittualità come il terrorismo od il controllo del territorio. In questo caso si trasforma in un mezzo complesso per la protezione nell’attività di sicurezza e di deterrenza, acquisendo quella versatilità e polivalenza necessaria ad assolvere alla missione. Un MBT, perciò deve essere valutato in ambienti caratterizzati dall’orografia e dalle condizioni climatiche tra loro diverse, pertanto la peculiarità dei carri da combattimento sarà quella di adattarsi allo scenario in cui saranno impiegati, fattori già affrontati dai blindati antecedenti al T-14.

Giovanni Caprara

Fonti:

Army Recognition, Analisi Difesa, Business Insider, Caffè geopolitico.

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