IL PUNTO DI SVOLTA

Come era prevedibile, l'onda d'urto scaturita dalle rivolte popolari che hanno stravolto gli assetti del Maghreb si è propagata a dismisura, fino a coinvolgere numerosi paesi cardine del Vicino e Medio Oriente. Tutte le "rivolte" in questione hanno numerosi minimi comun denominatori che da un lato gettano enorme discredito sulla tesi, molto in voga in questi tempi, volta a promuoverne la più pura "spontaneità" (laddove si tratta evidentemente di sommosse dettate dal vertiginoso aumento dei prezzi di beni di prima necessità, di cui Washington si è ben presto “impossessata”) dall'altro rimandano a questioni capitali la cui analisi critica rivela la concreta possibilità che scenari assai poco auspicabili siano sul punto di delinearsi. Le sommosse che hanno agitato inizialmente Tunisia ed Egitto hanno portato alla rapida destituzione dei gerontocrati Zin El Abdin Ben Ali e Hosni Mubarak e alla parallela ascesa di fazioni poco note e di oscura estrazione, se si prescinde dal riscatto del movimento islamico che risponde al nome di "Fratellanza Musulmana". L'effetto domino scaturito da tali rivolte si è presto ripercosso sulla vicina Libia, dove però le orde antigovernative hanno mostrato tutta la loro inconsistenza e pochezza infrangendosi sullo scoglio incarnato dal colonnello Muhammar Gheddafi, che dopo aver fronteggiato efficacemente alcuni disordini ha repentinamente riaffermato la propria leadership, dimostrando di poter contare su un forte e radicato consenso popolare in barba alle colossali menzogne sparse a piene mani dagli organi di informazione occidentali che, ben coadiuvati dall'inqualificabile Al Jazeera, hanno replicato le versioni dei sedicenti "oppositori" prendendo per oro colato le loro versioni dei fatti riportate sui soliti social network che rispondono al nome di Facebook e Twitter. Un esito simile non rientrava con ogni probabilità nel novero delle conclusioni possibili per i manovratori esterni che fino a quel momento erano cautamente rimasti dietro le quinte, mantenendo un basso profilo nell'accogliere gli esiti delle rivolte. In fondo la Tunisia rimaneva un piccolo paese di poco conto e l'Egitto era governato duramente da più di un trentennio da Hosni Mubarak, fido bastione dell'atlantismo che stava rendendosi però inadeguato in virtù della sua retrograda concezione della politica e della sua incapacità di cogliere le dinamiche essenziali per mantenere se stesso, la propria nomenklatura e il proprio paese al passo coi tempi. Per Gheddafi il discorso era ben diverso. Il colonnello si era posto in precisa antitesi con il proprio predecessore Idris, mero burattino delle grandi potenze, riuscendo a rimanere saldamente al potere ed eludendo numerosi attentati contro la sua persona orchestrati dagli Stati Uniti e dalla Francia; si era dimostrato un vero animale politico, capace di far leva sulle ricchezze del sottosuolo libico per tessere numerose trame diplomatiche che hanno fatto ricadere cospicui vantaggi sul proprio paese; si era sempre premurato di tener fuori i movimenti integralisti dalle alte sfere e di far sentire la propria voce sulle grandi questioni internazionali. Il successo ottenuto contro le nostalgiche forze filomonarchiche ha sparigliato i disegni dei marionettisti, che a quel punto si sono trovati costretti ad uscire allo scoperto. Che dietro le rivolte ci fossero Stati Uniti ed alcune potenze loro subordinate era francamente il segreto di Pulcinella, ma a quanto pare la cosa non andava giù agli ammiratori incondizionati dei "popoli" rivoluzionari. I paesi in questione non erano in nessun caso disposti ad accettare che Gheddafi rimanesse in sella, ma erano anche ben consci del fatto che una sortita simile a quella contro la Jugoslavia nel 1999 era del tutto improponibile, perché paesi come Russia e Cina avevano guadagnato numerose posizioni da allora e avrebbero senza ombra di dubbio reagito fragorosamente. Sarkozy riconobbe il sedicente "governo di Bengasi", ma la mossa non sortì l'effetto voluto. La canea mediatica entrò allora in gioco, montando una colossale campagna mediatica atta a demonizzare Gheddafi presentandolo – dopo i vari Slobodan Milosevic e Saddam Hussein – come il "nuovo Hitler", massacratore responsabile di efferati stermini di massa contro la propria popolazione. Si cianciò di bombardamenti sui civili che avrebbero provocato la morte di diecimila persone e si presentò un cimitero come "fossa comune" in cui le forze governative avrebbero gettato migliaia di libici inermi. Si rivelò una vera e propria Timisoara africana. Fu in un clima reso insopportabilmente ipocrita da una simile ondata di menzogne che Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Libano presentarono la risoluzione 1973 in sede ONU. Tale risoluzione inaspriva l'embargo alla Libia, prevedeva l'imposizione di una tregua immediata, l'istituzione di una "no – fly zone", il congelamento dei patrimoni all'estero di cui le autorità libiche erano titolari e legittimava le forze impegnate a far ricorso "a tutti i mezzi necessari" per "proteggere i civili". Dieci paesi hanno votato a favore di tale risoluzione mentre cinque si sono astenuti. Non stupisce tanto la posizione della Germania, poiché la Merkel aveva preannunciato che avrebbe seguito una linea simile, né quella dell'Italia, voltafaccia per vocazione, quanto quella assunta da Russia e Cina, paesi entrambi titolari del diritto di veto. La Russia appare palesemente lacerata da uno scontro al vertice tra Vladimir Putin e Dmitri Medvedev, il cui sodalizio pare sempre più vicino al punto di rottura definitivo. Putin è l'uomo che ha sottratto il proprio paese dal terribile solco tracciato a suo tempo da Boris El'cin (braccio destro – vale la pena ricordarlo –  dell'ingenuo ed inetto "dismissore" Mikhail Gorbaciov), propugnatore di una politica finalizzata alla progressiva svendita totale dell'ingente patrimonio pubblico della Russia ai voraci oligarchi in combutta con i grandi centri finanziari occidentali (Rotschild, Goldman Sachs). Putin ha prima usufruito dell'appoggio di tale congrega di mafiosi per poi, una volta salito al potere, intimar loro di non azzardarsi ad interferire nelle scelte politiche ed economiche. Alcuni, come Roman Abramovich, seguirono il "consiglio" e continuarono a coltivare beatamente i propri affari, mentre altri, come Boris Berezovskij, furono costretti alla fuga per non finire in carcere. Mikhail Khodorkhovskij, l'oligarca nemico giurato di Putin che aveva acquistato il gigante energetico Yukos a un prezzo scandalosamente basso grazie ai fondi anticipatigli dai Rotschild, ha subito alcune condanne per reati di natura fiscale e molto difficilmente uscirà di galera in tempi brevi. Molti "autorevoli" commentatori occidentali – tra i quali spiccano i nouveaux philosophes André Glucksmann e Bernard Heny Levy e i debenedettiani Giuseppe D'Avanzo e Adriano Sofri – hanno urlato allo scandalo inscenando isteriche alzate di scudi di fronte a tale "ingiustizia", ignari (ben consci, in realtà) dei "prodigi" compiuti dalla "vittima" in questione nel recentissimo passato. A rinfrescar loro la memoria ci ha pensato il sociologo esperto di mafie internazionali Pino Arlacchi, il quale ha scritto: "Credo di saper riconoscere un mafioso, e posso affermare che Khodorkhovskij è stato un mafioso tra i più pericolosi. Che invece di pentirsi, restituire il bottino nascosto nei paradisi fiscali e chiedere perdono alle sue vittime, finanzia campagne di pubbliche relazioni che hanno raggiunto
il surreale, accostandolo a Sacharov, Gandhi, e tra un po’ anche a Gesù Cristo. Quando si tratta, al massimo, di un oligarca sconfitto in una guerra di potere, e imprigionato con procedure discutibili. Non mi straccio le vesti anche perché ho conosciuto la Russia degli anni Novanta: uno stato della mafia i cui massimi architetti e beneficiari sono stati proprio Khodorkhovskij e i suoi compari oligarchi. Uno stato edificato con l’amorevole assistenza della finanza occidentale, che ha colto l’occasione della caduta del comunismo per costruirci sopra una montagna di soldi. Sono state infatti le banche europee ed americane che hanno ricettato i soldi della mafia russa contribuendo a portare un grande paese sull’ orlo del disfacimento. Ma la festa è finita con l’arrivo di Putin, ed è questa la soluzione dell’ “enigma” del 70% dei suoi consensi attuali. E della sua impopolarità presso il grande business anglo-americano ed i loro giornali, innamoratisi all’improvviso di Khodorkovskij". Anche Medvedev pare essersi innamorato profondamente di Khodorkhovskij, al punto di ritenere "non pericolosa" la sua immediata scarcerazione. Anche sull'intervento contro la Libia Medvedev si è smarcato dalle posizioni assunte da Putin, stigmatizzandolo per aver usato, a suo dire "impropriamente", l'espressione "crociata" per definire l'evento, laddove si è trattato di qualcosa di molto simile ai vecchi scontri tra civiltà, sia per i toni sia per le modalità con cui è stata condotta l'aggressione. Risulta quindi evidente che al di là di queste esternazioni estremamente discordanti pronunciate da Putin e Medvedev si celino profonde divergenze in relazione al da farsi, ovvero alla linea politica e geopolitica da seguire in questo specifico e cruciale frangente. Medvedev presta molto più ascolto alle sirene occidentali rispetto a quanto non faccia Putin, uomo politico che si inserisce nella migliore tradizione sovietica, schivo e pragmatico, dai modi ruvidi ed estramente efficaci. L'affaire libico pare esser stato architettato ad arte dagli strateghi statunitensi e dai loro servili sottoposti per perseguire il duplice scopo di riallineare il paese nordafricano sul tracciante atlantico sbarazzandosi nel contempo di Gheddafi e di tendere una ingegnosa trappola al governo di Mosca, in grado di esaltare le contraddizioni che dividono il Cremlino mostrando la sostanziale debolezza della Russia. Si tratta di una versione rivisitata e corretta della tattica escogitata e messa in pratica dal generale David Petraeus prima in Iraq ed ora in Afghanistan, dopo il congedo forzato del generale Stanley McChrystal. Costui ha sfruttato le particolari condizioni della società irachena, nel cui novero si iscrivono una miriade di tribù e clan storicamente ostili tra loro, per fomentare una sanguinosa guerra civile combattuta a suon di attentati. Una cosa simile si era vista nell'Italia degli anni di piombo, quando burattini invasati riconducibili più o meno direttamente alle strutture di Stay Behind si resero responsabili di un numero impressionante di attentati atti ad acuire il livello della tensione sociale favorendo una svolta consona agli stratagemmi statunitensi. Il metodo ideato da Petraeus consiste nello spargere zizzania e malcontento, insinuando dissidi in seno alle alte sfere di comando del nemico, in modo da spaccare il nocciolo duro del potere in vari sottogruppi reciprocamente ostili e pertanto funzionali alla strategia generale di dominio statunitense. Una sorta di variazione sul tema del classico "divide ed impera" adattata a questo specifico contesto. Non a caso si è parlato e si continua a parlare della nomina di Petraeus a direttore generale della CIA sotto l'amministrazione Obama. Se la Russia è vittima di un evidente scontro fratricida al vertice, molto più arduo si rivela comprendere le ragioni che hanno indotto la Cina ad adottare un atteggiamento così remissivo. Sebbene la penetrazione cinese in Africa abbia coinvolto aree diverse da quelle interessate dalle “rivolte popolari” e dall’attacco della "coalizione di volenterosi", è lecito aspettarsi che l'evento generi una sorta di reazione a catena in grado di espandersi a macchia d'olio, toccando anche le più recondite zone del martoriato continente. In tal senso, la secessione del Sudan del Sud dal governo centrale di Khartoum era già stato un chiaro segnale per Pechino e per Hu Jintao, alleato di ferro del regime guidato dal presidente Omar Hasan Bashir e titolare di cospicui interessi in quell'area.  In ogni caso, le sedicenti "rivolte popolari" hanno varcato i confini africani e raggiunto alcuni paesi nevralgici del Levante, come la Siria – fido alleato della Russia – e del Vicino Oriente, come il Bahrein. Nel tentativo di destabilizzazione del governo di Damasco retto da un trentennio dal Baath saldamente guidato dal presidente Assad si sono intravisti esattamente gli stessi fattori che hanno svolto un ruolo cruciale nelle prime rivoluzioni del Maghreb. Resoconti incredibilmente parziali e spesso assurdi resi da sedicenti "dissidenti" mediante Facebook e Twitter prontamente ripresi e sviluppati da Al Jazeera, da altre emittenti arabe vicine ai ben noti centri di potere e dall'intera macchina propagandistica occidentale. Assad viene dipinto come un macellaio assetato di sangue, che assedia le proprie città e vessa i propri concittadini. In questo caso la voce della Russia si è fatta sentire con maggior vigore, ed un fragore simile (ma messo in sordina qui in occidente) ha seguito le prese di posizione della Cina in relazione alle ambigue esternazioni statunitensi nei confronti del Pakistan. L'operazione che avrebbe portato all'uccisione di Osama Bin Laden e i susseguenti rimpalli di accuse tra Washington ed Islamabad non sono altro che classici specchietti per le allodole, dietro i quali si celano i reali motivi per cui gli Stati Uniti hanno già da tempo orientato il mirino in direzione del Pakistan. Il Pakistan ha sempre tenuto i piedi in due staffe, non tanto in relazione al cosiddetto "appoggio ai talebani", quanto in ragione del suo essere contemporaneamente alleato degli Stati Uniti e vicino alla Cina, economia in enorme ascesa che vede nel Pakistan un perfetto partner commerciale, una testa di ponte fondamentale in grado di garantire l'accesso di Pechino – già in parte avvenuto – alle ingenti riserve minerarie del vicino Afghanistan e soprattutto un territorio percorso da numerosi corridoi energetici di vitale importanza. L'obiettivo della strategia adottata dalla Cina in questi anni si è dimostrato principalmente quello di favorire l'integrazione continentale mediante un paziente e meticoloso lavoro di tessitura di fitte trame diplomatiche multilaterali che coinvolgono tutti i settori strategici, dalla difesa al commercio alla tecnologia. Ciò si è verificato nei paesi africani, in cui l'inserimento cinese si è tradotto nella costruzione di ospedali e infrastrutture di vario genere, e più specificamente per quanto riguarda l'Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (SCO), un accordo stipulato nel 1996, nato dall'intesa tra Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan finalizzato a promuovere la cooperazione attraverso rapporti di buon vicinato e di collaborazione reciproca nella risoluzione dei grandi problemi comuni. Nel 2001, ai cinque paesi già nominati si è aggiunto l'Uzbekistan e India, Iran, Mongolia e Pakistan hanno assunto il ruolo di osservatori, in prospettiva di una loro entrata definitiva. L'organizzazione si è sviluppata sotto il controllo sostanziale di Cina e Russia, che si sono però premurate di non abusare del loro potere, evitando di sottomettere gli altri membri e di rendere pertanto irragg
iungibili le finalità da portare a termine. Due dei compiti fondamentali fissati dall'organizzazione erano e rimangono quello di evitare l'isolamento dell'Iran alla luce dell'acuirsi della tensione con USA ed Israele e quello di risolvere il contenzioso tra India e Pakistan relativo al Kashmir favorendo una pacificazione dell'intera area centroasiatica. Si tratta di obiettivi da raggiungere in vista del contenimento delle brame egemoniche degli Stati Uniti nell'area, ai quali è stata rivolta una formale richiesta di smobilitazione dalle basi militari di Karshi Khanabad e Termez in Uzbekistan, Kolub in Tagikistan e Manas in Kirghizistan all'indomani del summit di Astana del 5 luglio 2005. Le travi portanti dell'organizzazione sono, in definitiva, garantire la sicurezza militare dell'area per mezzo degli arsenali russi e promuovere una cooperazione economica incardinata sulle linee guida cinesi. Un progetto di capitale importanza che tocca gli interessi di tutti i grandi centri geopolitici è quello relativo alla realizzazione del gasdotto Iran – Pakistan – India (IPI). La russa Gazprom si è dichiarata favorevole al progetto poiché la sua realizzazione canalizzerebbe il gas iraniano quasi interamente verso est restringendo notevolmente la concorrenza alla Russia verso l'Europa, che Mosca considera il naturale sbocco dei propri idrocarburi. Le titubanze dell'India, timorosa di esporsi ai ricatti energetici che il Pakistan potrebbe giocarle (come ha fatto l'Ucraina di Yushenko nei confronti della Russia), hanno portato i governi di Nuova Delhi a non prendere una posizione chiara, anche in virtù delle pressioni degli Stati Uniti, che guardano con orrore la prospettiva di un progetto di integrazione dell'Iran e del Pakistan e per giunta funzionale agli interessi della Russia. La Cina potrebbe inserirsi nella bagarre facendosi garante della funzionalità del gasdotto, fungendo da mediatrice e utilizzando le proprie credenziali per spingere Iran e Pakistan a mettere da parte le reciproche diffidenze in vista del grande risultato finale. Il Pakistan riuscirebbe così a coprire buona parte del proprio fabbisogno energetico e usufruirebbe degli ingenti proventi derivanti dalle royalties sul transito del gas sul proprio territorio che gli altri paesi importatori sarebbero disposti a versargli, in ottemperanza ai canoni e in vista degli obiettivi fissati dall'Organizzazione per la Cooperazione di Shangai. Gli Stati Uniti, dal canto loro, non sono certo stati a guardare. Le sommosse popolari nate in Maghreb stanno, guarda caso, aprendosi la strada verso il Medio Oriente e andranno senza ombra di dubbio a destabilizzare altri paesi. Alla già nominata tensione in Siria sono infatti andate a sommarsi alcune anomalie piuttosto sbalorditive che riguardano altri due grandi paesi cardine, ovvero Turchia ed Iran. Nell'affrontare l'affaire libico il premier turco Recep Erdogan si era mostrato piuttosto risoluto a dichiararsi fermamente contrario all'intervento. Pochi giorni dopo aveva fatto qualche passo indietro, cercando di inserirsi nei dissidi che per un certo periodo stavano lacerando l'unità della "coalizione dei volenterosi" proponendosi come intermediario imparziale in grado di strappare ai contendenti ragionevoli condizioni di pace. Il suo ultimo giro di valzer è caduto invece all'inizio di maggio, in corrispondenza con il pubblico auspicio che Gheddafi lasciasse immediatamente la Libia. Nel frattempo, strani attentati contro la sua persona erano stati sventati fortunosamente, cosa che conferisce credibilità all'ipotesi secondo cui anche in Turchia esistano divisioni interne, che riguarderebbero in particolare l'esercito, storico garante dell'atlantismo messo decisamente in ombra da Erdogan. In Iran la situazione appare, se possibile, ancor più intricata. Al momento sembra che vigano forti dissidi tra l'Ayatollah Ali Khamenei e il presidente laico Mahmoud Ahmadinejad; una sorta di tiro alla fune finalizzato a ridisegnare i rapporti di forza all'interno del paese. Solo così è possibile spiegare le altalenanti prese di posizione delle autorità iraniane – che hanno alternato esecrazioni nei confronti ora di Gheddafi ora della "coalizione di volenterosi" – relative alla questione libica. In definitiva, l'aggressione alla Libia ha messo in luce molte delle grandi contraddizioni che vigono in seno alle grandi potenze regionali e ha conseguentemente indebolito, e di parecchio, il fronte dei paesi non allineati sulla direttrice statunitense. Inoltre, ricorderanno tutti il famigerato discorso pronunciato da Barack Obama (appena insignito del Premio Nobel per la Pace) mediante il quale è stato solennemente annunciato l'invio di altri trentamila soldati in Afghanistan. Quella mossa rientra a pieno titolo nella strategia di penetrazione nel cuore dell'Asia centrale, divenuta ormai snodo di una miriade di interessi internazionali, ed è finalizzata a imprimervi una netta impronta di dominio statunitense. L'Afghanistan continuerà ad esser teatro della guerra infinita, irrisolta ed irrisolvibile, mentre le basi stanziate nei paesi ad esso limitrofi, lungi dall'esser smantellate, verranno potenziate e rimodernate. Se l'India non riuscirà ad uscire definitivamente dalla propria nicchia, la Russia non risolverà i propri problemi interni e la Cina non prenderà atto di aver seguito fin troppo la direttiva impartita a suo tempo da Deng Xiao Ping – il quale riteneva che "Occorre nasconder gli artigli mentre si diventa una grande potenza" – decidendosi finalmente a giocare le proprie carte, gli Stati Uniti troveranno il terreno spianato per imporre la propria linea in molte delle aree nevralgiche del pianeta. E a quel punto sarà troppo tardi per porre rimedio alla situazione.