Come era prevedibile, l'onda d'urto scaturita dalle rivolte popolari che hanno stravolto gli assetti del Maghreb si è propagata a dismisura, fino a coinvolgere numerosi paesi cardine del Vicino e Medio Oriente. Tutte le "rivolte" in questione hanno numerosi minimi comun denominatori che da un lato gettano enorme discredito sulla tesi, molto in voga in questi tempi, volta a promuoverne la più pura "spontaneità" (laddove si tratta evidentemente di sommosse dettate dal vertiginoso aumento dei prezzi di beni di prima necessità, di cui Washington si è ben presto “impossessata”) dall'altro rimandano a questioni capitali la cui analisi critica rivela la concreta possibilità che scenari assai poco auspicabili siano sul punto di delinearsi. Le sommosse che hanno agitato inizialmente Tunisia ed Egitto hanno portato alla rapida destituzione dei gerontocrati Zin El Abdin Ben Ali e Hosni Mubarak e alla parallela ascesa di fazioni poco note e di oscura estrazione, se si prescinde dal riscatto del movimento islamico che risponde al nome di "Fratellanza Musulmana". L'effetto domino scaturito da tali rivolte si è presto ripercosso sulla vicina Libia, dove però le orde antigovernative hanno mostrato tutta la loro inconsistenza e pochezza infrangendosi sullo scoglio incarnato dal colonnello Muhammar Gheddafi, che dopo aver fronteggiato efficacemente alcuni disordini ha repentinamente riaffermato la propria leadership, dimostrando di poter contare su un forte e radicato consenso popolare in barba alle colossali menzogne sparse a piene mani dagli organi di informazione occidentali che, ben coadiuvati dall'inqualificabile Al Jazeera, hanno replicato le versioni dei sedicenti "oppositori" prendendo per oro colato le loro versioni dei fatti riportate sui soliti social network che rispondono al nome di Facebook e Twitter. Un esito simile non rientrava con ogni probabilità nel novero delle conclusioni possibili per i manovratori esterni che fino a quel momento erano cautamente rimasti dietro le quinte, mantenendo un basso profilo nell'accogliere gli esiti delle rivolte. In fondo la Tunisia rimaneva un piccolo paese di poco conto e l'Egitto era governato duramente da più di un trentennio da Hosni Mubarak, fido bastione dell'atlantismo che stava rendendosi però inadeguato in virtù della sua retrograda concezione della politica e della sua incapacità di cogliere le dinamiche essenziali per mantenere se stesso, la propria nomenklatura e il proprio paese al passo coi tempi. Per Gheddafi il discorso era ben diverso. Il colonnello si era posto in precisa antitesi con il proprio predecessore Idris, mero burattino delle grandi potenze, riuscendo a rimanere saldamente al potere ed eludendo numerosi attentati contro la sua persona orchestrati dagli Stati Uniti e dalla Francia; si era dimostrato un vero animale politico, capace di far leva sulle ricchezze del sottosuolo libico per tessere numerose trame diplomatiche che hanno fatto ricadere cospicui vantaggi sul proprio paese; si era sempre premurato di tener fuori i movimenti integralisti dalle alte sfere e di far sentire la propria voce sulle grandi questioni internazionali. Il successo ottenuto contro le nostalgiche forze filomonarchiche ha sparigliato i disegni dei marionettisti, che a quel punto si sono trovati costretti ad uscire allo scoperto. Che dietro le rivolte ci fossero Stati Uniti ed alcune potenze loro subordinate era francamente il segreto di Pulcinella, ma a quanto pare la cosa non andava giù agli ammiratori incondizionati dei "popoli" rivoluzionari. I paesi in questione non erano in nessun caso disposti ad accettare che Gheddafi rimanesse in sella, ma erano anche ben consci del fatto che una sortita simile a quella contro la Jugoslavia nel 1999 era del tutto improponibile, perché paesi come Russia e Cina avevano guadagnato numerose posizioni da allora e avrebbero senza ombra di dubbio reagito fragorosamente. Sarkozy riconobbe il sedicente "governo di Bengasi", ma la mossa non sortì l'effetto voluto. La canea mediatica entrò allora in gioco, montando una colossale campagna mediatica atta a demonizzare Gheddafi presentandolo – dopo i vari Slobodan Milosevic e Saddam Hussein – come il "nuovo Hitler", massacratore responsabile di efferati stermini di massa contro la propria popolazione. Si cianciò di bombardamenti sui civili che avrebbero provocato la morte di diecimila persone e si presentò un cimitero come "fossa comune" in cui le forze governative avrebbero gettato migliaia di libici inermi. Si rivelò una vera e propria Timisoara africana. Fu in un clima reso insopportabilmente ipocrita da una simile ondata di menzogne che Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Libano presentarono la risoluzione 1973 in sede ONU. Tale risoluzione inaspriva l'embargo alla Libia, prevedeva l'imposizione di una tregua immediata, l'istituzione di una "no – fly zone", il congelamento dei patrimoni all'estero di cui le autorità libiche erano titolari e legittimava le forze impegnate a far ricorso "a tutti i mezzi necessari" per "proteggere i civili". Dieci paesi hanno votato a favore di tale risoluzione mentre cinque si sono astenuti. Non stupisce tanto la posizione della Germania, poiché la Merkel aveva preannunciato che avrebbe seguito una linea simile, né quella dell'Italia, voltafaccia per vocazione, quanto quella assunta da Russia e Cina, paesi entrambi titolari del diritto di veto. La Russia appare palesemente lacerata da uno scontro al vertice tra Vladimir Putin e Dmitri Medvedev, il cui sodalizio pare sempre più vicino al punto di rottura definitivo. Putin è l'uomo che ha sottratto il proprio paese dal terribile solco tracciato a suo tempo da Boris El'cin (braccio destro – vale la pena ricordarlo - dell'ingenuo ed inetto "dismissore" Mikhail Gorbaciov), propugnatore di una politica finalizzata alla progressiva svendita totale dell'ingente patrimonio pubblico della Russia ai voraci oligarchi in combutta con i grandi centri finanziari occidentali (Rotschild, Goldman Sachs). Putin ha prima usufruito dell'appoggio di tale congrega di mafiosi per poi, una volta salito al potere, intimar loro di non azzardarsi ad interferire nelle scelte politiche ed economiche. Alcuni, come Roman Abramovich, seguirono il "consiglio" e continuarono a coltivare beatamente i propri affari, mentre altri, come Boris Berezovskij, furono costretti alla fuga per non finire in carcere. Mikhail Khodorkhovskij, l'oligarca nemico giurato di Putin che aveva acquistato il gigante energetico Yukos a un prezzo scandalosamente basso grazie ai fondi anticipatigli dai Rotschild, ha subito alcune condanne per reati di natura fiscale e molto difficilmente uscirà di galera in tempi brevi. Molti "autorevoli" commentatori occidentali – tra i quali spiccano i nouveaux philosophes André Glucksmann e Bernard Heny Levy e i debenedettiani Giuseppe D'Avanzo e Adriano Sofri – hanno urlato allo scandalo inscenando isteriche alzate di scudi di fronte a tale "ingiustizia", ignari (ben consci, in realtà) dei "prodigi" compiuti dalla "vittima" in questione nel recentissimo passato. A rinfrescar loro la memoria ci ha pensato il sociologo esperto di mafie internazionali Pino Arlacchi, il quale ha scritto: "Credo di saper riconoscere un mafioso, e posso affermare che Khodorkhovskij è stato un mafioso tra i più pericolosi. Che invece di pentirsi, restituire il bottino nascosto nei paradisi fiscali e chiedere perdono alle sue vittime, finanzia campagne di pubbliche relazioni che hanno raggiunto
il surreale, accostandolo a Sacharov, Gandhi, e tra un po’ anche a Gesù Cristo. Quando si tratta, al massimo, di un oligarca sconfitto in una guerra di potere, e imprigionato con procedure discutibili. Non mi straccio le vesti anche perché ho conosciuto la Russia degli anni Novanta: uno stato della mafia i cui massimi architetti e beneficiari sono stati proprio Khodorkhovskij e i suoi compari oligarchi. Uno stato edificato con l’amorevole assistenza della finanza occidentale, che ha colto l’occasione della caduta del comunismo per costruirci sopra una montagna di soldi. Sono state infatti le banche europee ed americane che hanno ricettato i soldi della mafia russa contribuendo a portare un grande paese sull’ orlo del disfacimento. Ma la festa è finita con l’arrivo di Putin, ed è questa la soluzione dell’ “enigma” del 70% dei suoi consensi attuali. E della sua impopolarità presso il grande business anglo-americano ed i loro giornali, innamoratisi all’improvviso di Khodorkovskij". Anche Medvedev pare essersi innamorato profondamente di Khodorkhovskij, al punto di ritenere "non pericolosa" la sua immediata scarcerazione. Anche sull'intervento contro la Libia Medvedev si è smarcato dalle posizioni assunte da Putin, stigmatizzandolo per aver usato, a suo dire "impropriamente", l'espressione "crociata" per definire l'evento, laddove si è trattato di qualcosa di molto simile ai vecchi scontri tra civiltà, sia per i toni sia per le modalità con cui è stata condotta l'aggressione. Risulta quindi evidente che al di là di queste esternazioni estremamente discordanti pronunciate da Putin e Medvedev si celino profonde divergenze in relazione al da farsi, ovvero alla linea politica e geopolitica da seguire in questo specifico e cruciale frangente. Medvedev presta molto più ascolto alle sirene occidentali rispetto a quanto non faccia Putin, uomo politico che si inserisce nella migliore tradizione sovietica, schivo e pragmatico, dai modi ruvidi ed estramente efficaci. L'affaire libico pare esser stato architettato ad arte dagli strateghi statunitensi e dai loro servili sottoposti per perseguire il duplice scopo di riallineare il paese nordafricano sul tracciante atlantico sbarazzandosi nel contempo di Gheddafi e di tendere una ingegnosa trappola al governo di Mosca, in grado di esaltare le contraddizioni che dividono il Cremlino mostrando la sostanziale debolezza della Russia. Si tratta di una versione rivisitata e corretta della tattica escogitata e messa in pratica dal generale David Petraeus prima in Iraq ed ora in Afghanistan, dopo il congedo forzato del generale Stanley McChrystal. Costui ha sfruttato le particolari condizioni della società irachena, nel cui novero si iscrivono una miriade di tribù e clan storicamente ostili tra loro, per fomentare una sanguinosa guerra civile combattuta a suon di attentati. Una cosa simile si era vista nell'Italia degli anni di piombo, quando burattini invasati riconducibili più o meno direttamente alle strutture di Stay Behind si resero responsabili di un numero impressionante di attentati atti ad acuire il livello della tensione sociale favorendo una svolta consona agli stratagemmi statunitensi. Il metodo ideato da Petraeus consiste nello spargere zizzania e malcontento, insinuando dissidi in seno alle alte sfere di comando del nemico, in modo da spaccare il nocciolo duro del potere in vari sottogruppi reciprocamente ostili e pertanto funzionali alla strategia generale di dominio statunitense. Una sorta di variazione sul tema del classico "divide ed impera" adattata a questo specifico contesto. Non a caso si è parlato e si continua a parlare della nomina di Petraeus a direttore generale della CIA sotto l'amministrazione Obama. Se la Russia è vittima di un evidente scontro fratricida al vertice, molto più arduo si rivela comprendere le ragioni che hanno indotto la Cina ad adottare un atteggiamento così remissivo. Sebbene la penetrazione cinese in Africa abbia coinvolto aree diverse da quelle interessate dalle “rivolte popolari” e dall’attacco della "coalizione di volenterosi", è lecito aspettarsi che l'evento generi una sorta di reazione a catena in grado di espandersi a macchia d'olio, toccando anche le più recondite zone del martoriato continente. In tal senso, la secessione del Sudan del Sud dal governo centrale di Khartoum era già stato un chiaro segnale per Pechino e per Hu Jintao, alleato di ferro del regime guidato dal presidente Omar Hasan Bashir e titolare di cospicui interessi in quell'area. In ogni caso, le sedicenti "rivolte popolari" hanno varcato i confini africani e raggiunto alcuni paesi nevralgici del Levante, come la Siria – fido alleato della Russia – e del Vicino Oriente, come il Bahrein. Nel tentativo di destabilizzazione del governo di Damasco retto da un trentennio dal Baath saldamente guidato dal presidente Assad si sono intravisti esattamente gli stessi fattori che hanno svolto un ruolo cruciale nelle prime rivoluzioni del Maghreb. Resoconti incredibilmente parziali e spesso assurdi resi da sedicenti "dissidenti" mediante Facebook e Twitter prontamente ripresi e sviluppati da Al Jazeera, da altre emittenti arabe vicine ai ben noti centri di potere e dall'intera macchina propagandistica occidentale. Assad viene dipinto come un macellaio assetato di sangue, che assedia le proprie città e vessa i propri concittadini. In questo caso la voce della Russia si è fatta sentire con maggior vigore, ed un fragore simile (ma messo in sordina qui in occidente) ha seguito le prese di posizione della Cina in relazione alle ambigue esternazioni statunitensi nei confronti del Pakistan. L'operazione che avrebbe portato all'uccisione di Osama Bin Laden e i susseguenti rimpalli di accuse tra Washington ed Islamabad non sono altro che classici specchietti per le allodole, dietro i quali si celano i reali motivi per cui gli Stati Uniti hanno già da tempo orientato il mirino in direzione del Pakistan. Il Pakistan ha sempre tenuto i piedi in due staffe, non tanto in relazione al cosiddetto "appoggio ai talebani", quanto in ragione del suo essere contemporaneamente alleato degli Stati Uniti e vicino alla Cina, economia in enorme ascesa che vede nel Pakistan un perfetto partner commerciale, una testa di ponte fondamentale in grado di garantire l'accesso di Pechino – già in parte avvenuto – alle ingenti riserve minerarie del vicino Afghanistan e soprattutto un territorio percorso da numerosi corridoi energetici di vitale importanza. L'obiettivo della strategia adottata dalla Cina in questi anni si è dimostrato principalmente quello di favorire l'integrazione continentale mediante un paziente e meticoloso lavoro di tessitura di fitte trame diplomatiche multilaterali che coinvolgono tutti i settori strategici, dalla difesa al commercio alla tecnologia. Ciò si è verificato nei paesi africani, in cui l'inserimento cinese si è tradotto nella costruzione di ospedali e infrastrutture di vario genere, e più specificamente per quanto riguarda l'Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (SCO), un accordo stipulato nel 1996, nato dall'intesa tra Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan finalizzato a promuovere la cooperazione attraverso rapporti di buon vicinato e di collaborazione reciproca nella risoluzione dei grandi problemi comuni. Nel 2001, ai cinque paesi già nominati si è aggiunto l'Uzbekistan e India, Iran, Mongolia e Pakistan hanno assunto il ruolo di osservatori, in prospettiva di una loro entrata definitiva. L'organizzazione si è sviluppata sotto il controllo sostanziale di Cina e Russia, che si sono però premurate di non abusare del loro potere, evitando di sottomettere gli altri membri e di rendere pertanto irragg
iungibili le finalità da portare a termine. Due dei compiti fondamentali fissati dall'organizzazione erano e rimangono quello di evitare l'isolamento dell'Iran alla luce dell'acuirsi della tensione con USA ed Israele e quello di risolvere il contenzioso tra India e Pakistan relativo al Kashmir favorendo una pacificazione dell'intera area centroasiatica. Si tratta di obiettivi da raggiungere in vista del contenimento delle brame egemoniche degli Stati Uniti nell'area, ai quali è stata rivolta una formale richiesta di smobilitazione dalle basi militari di Karshi Khanabad e Termez in Uzbekistan, Kolub in Tagikistan e Manas in Kirghizistan all'indomani del summit di Astana del 5 luglio 2005. Le travi portanti dell'organizzazione sono, in definitiva, garantire la sicurezza militare dell'area per mezzo degli arsenali russi e promuovere una cooperazione economica incardinata sulle linee guida cinesi. Un progetto di capitale importanza che tocca gli interessi di tutti i grandi centri geopolitici è quello relativo alla realizzazione del gasdotto Iran – Pakistan – India (IPI). La russa Gazprom si è dichiarata favorevole al progetto poiché la sua realizzazione canalizzerebbe il gas iraniano quasi interamente verso est restringendo notevolmente la concorrenza alla Russia verso l'Europa, che Mosca considera il naturale sbocco dei propri idrocarburi. Le titubanze dell'India, timorosa di esporsi ai ricatti energetici che il Pakistan potrebbe giocarle (come ha fatto l'Ucraina di Yushenko nei confronti della Russia), hanno portato i governi di Nuova Delhi a non prendere una posizione chiara, anche in virtù delle pressioni degli Stati Uniti, che guardano con orrore la prospettiva di un progetto di integrazione dell'Iran e del Pakistan e per giunta funzionale agli interessi della Russia. La Cina potrebbe inserirsi nella bagarre facendosi garante della funzionalità del gasdotto, fungendo da mediatrice e utilizzando le proprie credenziali per spingere Iran e Pakistan a mettere da parte le reciproche diffidenze in vista del grande risultato finale. Il Pakistan riuscirebbe così a coprire buona parte del proprio fabbisogno energetico e usufruirebbe degli ingenti proventi derivanti dalle royalties sul transito del gas sul proprio territorio che gli altri paesi importatori sarebbero disposti a versargli, in ottemperanza ai canoni e in vista degli obiettivi fissati dall'Organizzazione per la Cooperazione di Shangai. Gli Stati Uniti, dal canto loro, non sono certo stati a guardare. Le sommosse popolari nate in Maghreb stanno, guarda caso, aprendosi la strada verso il Medio Oriente e andranno senza ombra di dubbio a destabilizzare altri paesi. Alla già nominata tensione in Siria sono infatti andate a sommarsi alcune anomalie piuttosto sbalorditive che riguardano altri due grandi paesi cardine, ovvero Turchia ed Iran. Nell'affrontare l'affaire libico il premier turco Recep Erdogan si era mostrato piuttosto risoluto a dichiararsi fermamente contrario all'intervento. Pochi giorni dopo aveva fatto qualche passo indietro, cercando di inserirsi nei dissidi che per un certo periodo stavano lacerando l'unità della "coalizione dei volenterosi" proponendosi come intermediario imparziale in grado di strappare ai contendenti ragionevoli condizioni di pace. Il suo ultimo giro di valzer è caduto invece all'inizio di maggio, in corrispondenza con il pubblico auspicio che Gheddafi lasciasse immediatamente la Libia. Nel frattempo, strani attentati contro la sua persona erano stati sventati fortunosamente, cosa che conferisce credibilità all'ipotesi secondo cui anche in Turchia esistano divisioni interne, che riguarderebbero in particolare l'esercito, storico garante dell'atlantismo messo decisamente in ombra da Erdogan. In Iran la situazione appare, se possibile, ancor più intricata. Al momento sembra che vigano forti dissidi tra l'Ayatollah Ali Khamenei e il presidente laico Mahmoud Ahmadinejad; una sorta di tiro alla fune finalizzato a ridisegnare i rapporti di forza all'interno del paese. Solo così è possibile spiegare le altalenanti prese di posizione delle autorità iraniane – che hanno alternato esecrazioni nei confronti ora di Gheddafi ora della "coalizione di volenterosi" – relative alla questione libica. In definitiva, l'aggressione alla Libia ha messo in luce molte delle grandi contraddizioni che vigono in seno alle grandi potenze regionali e ha conseguentemente indebolito, e di parecchio, il fronte dei paesi non allineati sulla direttrice statunitense. Inoltre, ricorderanno tutti il famigerato discorso pronunciato da Barack Obama (appena insignito del Premio Nobel per la Pace) mediante il quale è stato solennemente annunciato l'invio di altri trentamila soldati in Afghanistan. Quella mossa rientra a pieno titolo nella strategia di penetrazione nel cuore dell'Asia centrale, divenuta ormai snodo di una miriade di interessi internazionali, ed è finalizzata a imprimervi una netta impronta di dominio statunitense. L'Afghanistan continuerà ad esser teatro della guerra infinita, irrisolta ed irrisolvibile, mentre le basi stanziate nei paesi ad esso limitrofi, lungi dall'esser smantellate, verranno potenziate e rimodernate. Se l'India non riuscirà ad uscire definitivamente dalla propria nicchia, la Russia non risolverà i propri problemi interni e la Cina non prenderà atto di aver seguito fin troppo la direttiva impartita a suo tempo da Deng Xiao Ping – il quale riteneva che "Occorre nasconder gli artigli mentre si diventa una grande potenza" – decidendosi finalmente a giocare le proprie carte, gli Stati Uniti troveranno il terreno spianato per imporre la propria linea in molte delle aree nevralgiche del pianeta. E a quel punto sarà troppo tardi per porre rimedio alla situazione.
19 comments to “IL PUNTO DI SVOLTA”
Gli USA, che sono il principale "supporto geopolitico" della forma odierna del capitalismo, ne riproducono l'intimo criterio, l'informazione genetica di base, e DESTRUTTURANO il mondo (il mondo macrocosmico come il mondo microcosmico, le comunità e gli individui).
E' un processo che si manifesta con tanta purezza e consequenzialità da lasciare senza fiato. Tutto quel che è solido passa allo stato gassoso, sotto l'azione politica e simbolica di questa Potenza Marittima, o meglio Potenza dell'Aria.
Si noti che l'effetto caos non risparmia il suo principale agente: questa destrutturazione agisce come una malattia autoimmune della quale non esistono portatori sani. L'escalation senza limiti è obbligata: si tratta di una rincorsa verso la potenza assoluta, cioè verso l'irraggungibile. Se il corridore si ferma o soltanto rallenta, cade e viene travolto, o meglio si travolge da sè.
R. Buffagni
Obama incassa i dividendi del G8:
"Gran successo"
"Anche Medvedev ha detto che Gheddafi deve andarsene". Con Sarkozy e Cameron nasce un'alleanza per affrontare le sfide
INVIATO A VARSAVIA
Finora Mosca non si era unita al coro internazionale per la fine del regime di Gheddafi e dunque per Obama si tratta di un successo ottenuto grazie al bilaterale di giovedì. Lo descrive così: «C’è pieno accordo con la Russia sul piano d’azione in Libia». L’impegno russo a «facilitare» l’esilio consente a Obama di completare l’assedio a Gheddafi. gettando le basi per una più ampia cooperazione Nato-Mosca sullo scenario delle rivolte arabe. Obama e Medvedev trovano una convergenza anche sulla Siria: se il primo voleva mettere all’indice Bashar Assad nel testo finale e il secondo si opponeva a nominare esplicitamente il leader di Damasco, suo stretto alleato, la frase in cui si chiede alla «leadership siriana» di «porre termine alle violenze contro i civili» consente il compromesso. Mosca resta contraria al progetto europeo di sanzioni Onu alla Siria ma l’intesa Obama-Medvedev serve ad «aumentare la pressione su Assad», come spiega la Casa Bianca. Se sul fronte della sfida ai dittatori Obama ha ottenuto da Medvedev i passi avanti più significativi, su quello della «partnership economica» con le giovani democrazie arabe spicca l’intesa personale e politica con il Presidente francese.
A fotografarla è quanto avviene alle 8,39 del mattino nella sala dell’hotel Royal Barrière, dove i due leader discutono per oltre un’ora, affiancati dai più stretti consiglieri politici, economici e militari, su tutti i maggiori temi in agenda: Libia, Siria, Medio Oriente, Afghanistan, Iran, crisi greca e guida del Fmi. Al termine Obama è raggiante: «Abbiamo enormi convergenze sulle sfide da affrontare nel mondo, un grazie a Sarkozy per la leadership che sta dimostrando». Le tensioni bilaterali degli ultimi due anni, dalle ricette contro gli squilibri globali ai tempi dell’intervento in Libia, lasciano il posto a una convergenza strategica nel cui orizzonte, rivolte arabe a parte, c’è il G20 di Cannes in programma a novembre. Se a ciò si aggiunge che è stato il britannico David Cameron – con cui aveva giocato a ping pong a Londra – a mettere centinaia di milioni di dollari sul piatto per spingere il G8 a varare 20 miliardi di aiuti per Egitto e Tunisia, è facile intuire che questo G8 ha consentito a Obama di «sentirsi leader in ogni discussione condotta, dalla Libia al clima» come riassume Rhodes.
Incluso il Medio Oriente, perché la frase del comunicato finale nella quale si chiede a Israele e ai palestinesi di «rispettare gli accordi di cooperazione esistenti e astenersi da misure unilaterali che possano pregiudicare progressi e ulteriori riforme» è frutto della convergenza del summit sui contenuti dell’approccio di Obama, che chiede ad Abu Mazen di non cedere ad Hamas e non perseguire il riconoscimento attraverso l’Onu. Intanto però incalza Netanyahu affinché blocchi i nuovi insediamenti in Cisgiordania. Si tratta di risultati politici ottenuti grazie a un’interazione personale di Obama con Sarkozy, Medvedev e Cameron, che per la prima volta dal suo arrivo alla Casa Bianca lo ha fatto sentire in un club di leader con i quali si «parla con franchezza, di tutto, intendendosi molto spesso» sottolinea Rhodes. Nella scala delle sintonie personali di Obama con il canadese Stephen Harpers e il giapponese Naoto Kan si registrano due incontri segnati da temi bilaterali – commercio e dopo-tsunami – mentre l’Italia è l’unico dei partner che non viene citato in briefing e resoconti. Alle intese fra i leader si devono aggiungere, nelle ultime ore dei lavori, la breve passeggiata con Essam Sharraf, premier egiziano ad interim, e il serrato colloquio con Alassane Outtara, neopresidente della Costa d’Avorio, a dimostrazione dell’efficacia del G8 anche per l’interazione con gli africani. Non è difficile dedurre perché, a conti fatti, il Presidente abbia tessuto le lodi di un G8 cui finora non aveva prestato troppa attenzione.
Medvedev: "Per il mondo intero Gheddafi non è più leader". In cambio ottiene un ammorbidimento sulla Siria
DEAUVILLE – La Russia abbandona Gheddafi al suo destino, si schiera sulla linea degli occidentali e dice al colonnello che deve abbandonare il potere. In cambio, Mosca ottiene un avvertimento generico nei confronti della Siria. È questa la sorpresa finale del G8 di Deauville: un mediatore russo arriverà nelle prossime ore a Bengasi nel tentativo di mettere fine al conflitto. Nicolas Sarkozy è stato esplicito: «Non ci sono mediazioni possibili con Gheddafi. I soldati devono rientrare nelle caserme e lui deve andarsene. Si possono discutere le modalità della partenza». Poco dopo, Dmitri Medvedev non ha detto cose molto diverse: «Il mondo non lo considera più come il leader libico». E il presidente russo ha sottoscritto la dichiarazione finale del G8, in cui è scritto che il dittatore «non ha nessun futuro in una Libia libera e democratica. Deve andarsene». Medvedev ha inviato a Bengasi Michail Margelov, rappresentante russo per l´Africa.
Sarkozy ha elogiato il presidente russo («abbiamo bisogno del suo aiuto»), ma non ha fatto cenno alla contropartita: la moderazione contro il regime siriano. Certo, la dichiarazione chiede la fine del ricorso alla forza e minaccia «altre misure», peraltro non specificate, ma non è particolarmente intransigente. E Medvedev si è limitato a invitare Assad ad avviare le riforme. Mosca, tuttavia, non vuol neanche sentir parlare della risoluzione Onu contro Damasco: l´Africa del Nord e il Medio Oriente sono due cose diverse, dice il vice-ministro degli esteri, Sergei Ryabkov. Secondo i diplomatici occidentali, Mosca avrebbe accettato di mollare Gheddafi per rientrare nei giochi della diplomazia internazionale.
Gianpiero Martinotti
repubblica
Le guerre segrete dell’alleanza saudita-israeliana
Polonia: accordo distaccamento aereo Usa
Nota della Casa Bianca, a partire dal 2013
28 maggio, 15:25
(ANSA) – VARSAVIA, 28 MAG – Polonia e Usa hanno raggiunto un accordo per un distaccamento aereo americano in Polonia, a partire dal 2013, di F16 e C130. ''Gli F16 della California Air National Guard parteciperanno nel luglio 2011 all'esercitazione di addestramento con i polacchi F16 per preparare la sicurezza per il torneo di calcio Euro 2012'', comunica la Casa Bianca.
Indiscrezioni del Wall Street Journal riportavano che gli F16 distaccati in Polonia sarebbero stati della base di Aviano, ma Roma ha smentito.
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2011/05/28/visualizza_new.html_844133354.html
<<<Secondo i diplomatici occidentali, Mosca avrebbe accettato di mollare Gheddafi per rientrare nei giochi della diplomazia internazionale.>>>
Purtroppo balle. Non esiste "la Russia", ma ormai posizioni diverse, di cui una appare in modo preoccupante in vantaggio. Avremo modo di fare le nostre valutazioni. Comunque, questa "realpolitik" è quella che condusse Gorbaciov alla totale liquidazione del "socialismo" europeo orientale sperando in chissà quali contraccambi. Si rifletta bene su questa gravissima svolta. Indubbiamente, inutile ridurci al "giustificazionismo". E' stata fatta una scelta di cedimento, ritenuta più opportuna e vantaggiosa a settori economici e politici dell'Urss che hanno l'equivalente in certi nostri. Anche da noi ha ormai vinto quella che chiamo GFeID, quella che ho paragonato ai cotonieri del sud degli Usa durante il predominio centrale inglese, quelli felicemente annientati dal Nord nella guerra di secessione. Ormai tutto sta apparendo in chiara luce e ne dovremo trarre le conseguenze. Un ciclo si è comunque chiuso. Non so se Putin è finito, com'è finito ormai un Berlusconi. Certo questi è un quaquaraqua, mai convinto di quello che faceva perché spinto da certi "eventi". Putin sembra, o sembrava, rappresentante di ben altri settori dominanti. Comunque, resta solo da studiare attentamente la congiuntura e trarne le logiche conclusioni
glg
http://www.ilgiornale.it/esteri/lipocrisia_g8_ecco_perche_siria_non_e_come_legitto/28-05-2011/articolo-id=525956-page=0-comments=1
per il momento senza commenti, anche perché l'ho letto in prima battuta dovendo "scappare" (non all'estero). Invito soprattutto a guardarsi subito il Giornale on line, per prepararsi alla cena con una buona nausea. Ci sarebbe una "vendetta" di Gheddafi che ci ha inviato altri emigranti (mi pare la "fantastica" cifra di 150). Inutile dire qualcosa perché non ci sono più termini adeguati. Occorrerebbero altri "sistemi" che non sono più di moda e sono comunque errati. Quindi "godetevi" solo quest'immondizia. Il problema è che ne avanza un'altra, non invece lo "Spazzino Generale".
glg
Se noi ascoltiamo i Media pre tracciare il cammino del futuro saremo guidati verso un vicolo cieco.
Loro dicono il contrario di tutto.
Esempio Obama Nobel per la Pace, è stato sfortunato, sono inziate altre guerre, e come se avessero detto Nobel per la Guerra.
Altro esempio:
Usa-Russia/ Obama: Reset rapporti con Cremlino "e' riuscito"
Usa-Russia/Obama: Reset rapporti con Cremlino non è riuscito.
EMIRATI ARABI: 35mila mercenari per il Medio Oriente e l'Africa
Al-Manar. Zayed Military City, in un campo militare in una zona desertica degli Emirati Arabi Uniti sta per essere creato: un esercito segreto che sarà usato non soltanto all’interno del territorio ma anche in altri paesi del Medio Oriente e del Nord D’Africa. Erick Prince è responsabile per la messa a punto, ex comandante del Navy Seals, nel 1997 creò la Società Blackwater, la più grande compagnia militare privata usata dal Pentagono in Iraq, Afghanistan e altre zone di guerra
Questa società che nel 2009 fu ribattezzata XeServices (con lo scopo, tra gli altri, di scappare alle azioni giuridiche per i massacri di civili in Iraq) dispone negli USA di un grande campo di addestramento dove ha già formato più di 50.000 specialisti nella guerra e nella repressione, e sta per aprire un altro.
Ad Abu Dhabi, Erick Prince, senza apparire personalmente ma attraverso la società-consorzio Reflex Response, ha chiuso il primo contratto di 529.000 milioni di dollari (il documento originale datato 13 luglio 2010 è appena stato pubblicato sul New York Times.)
…….
http://selvasorg.blogspot.com/2011/05/emirati-arabi-35mila-mercenari-per-il.html
Gianfranco ha perfettamente ragione su il Giornale e compagnia bella. L'articolo di Foa mi fa letteralemte vomitare, odio più di ogni altra cosa l'opportunismo e l'ipocrisia di gente come l'autore di sudetto articolo; sono perfettamente d'accordo con quel che Gaber diceva dei giornalisti nel suo "Io se fossi Dio": straparlano di libertà ma si guardano sempre bene dal servirsene (ma tanti altri gustosi epiteti che adesso non ricordo). Purtroppo mi devo limitare a non comprarli più, non possiamo fare altro, e questo per me è oltremodo frustrante; d'altronde pur avendoli apprezzati precedentemente in loro diversi scritti, devo dire che non ho mai nutrito un briciolo di fiducia nei confronti di questi esseri sub-umani, ero assolutamente convinto che sarebbero prontamente rientrati nei ranghi al primo mutar di vento, come puntualmente è successo.
Franco D.
Ho messo nel blog di Foa questi due commenti. Tornerò però sull’argomento più lungamente la prossima settimana. Non certo per attendere i risultati elettorali, del tutto certi ed ovvii e che sono proprio un “brufolo” in rapporto agli avvenimenti “di svolta”, in specie di derivazione internazionale, verificatisi nell’ultimo anno almeno (ma anche da prima).
<<<mi meraviglia un po’ che non si dica una parola sulla Libia, quando Foa ha scritto in passato, se non erro, che questa vicenda è un vero punto di svolta. Infatti lo è, anche riguardo alla situazione italiana. La Siria è solo il sintomo del cambiamento di strategia talvolta attribuito ad Obama, ma avvenuto con la sostituzione di Rumsfeld da parte di Gates nel 2006. Si usa talvolta con la Siria il tono tenuto con la Libia – e con tutte le menzogne propalate dalle emittenti degli Emirati, dalla Reuters, ecc. – ma poi si lascia la porta aperta a trattative; che non sono tanto con Assad, ma con la Russia (nella sua parte “gorbacioviana”)e, ancor più, con certi settori dell’islamismo iraniano, che si spera di dividere; cosa importante anche in Egitto (dove i Fratelli musulmani contano qualcosa) e perfino entro Hamas, che si deve spingere alla “moderazione”, favorendo il suo avvicinamento all’OLP. Beh, come al solito, in un commento si dice poco e si rischia d’essere criptici, ma Foa e qualche lettore capiranno sicuramente quello che sto tentando di comunicare. In ogni caso, ridicolo il titolo del Giornale on line che parla di “vendetta di Gheddafi” che ci invierebbe 150 nuovi emigranti. E’ veramente meschino e non serve ad evitare la fine del ciclo di Berlusconi che, almeno dalla fine dell’anno scorso, sta trattando la sua uscita con garanzie di “salvacondotto” (nei confronti della solita “Giustizia”); una situazione che ha qualche somiglianza con la fuoriuscita di Mubarak (“mutatis mutandis” ovviamente). Ci si prepari ad una situazione assai difficile di “cedimento strutturale” nei confronti degli Usa; già avvenuto in Italia (e forse anche in Russia e Turchia), ma i cui effetti non sono ancora manifesti. Cominceremo a vederli entro pochissimo tempo.>>>
<<<per Soldat. Non arrivo a parlare di obbedienza assoluta di Russia e Turchia. In entrambi i paesi vi sono lotte “molto interne”; come in Iran del resto. La strategia del dopo Gates punta meno a rivoluzioni colorate (“democratiche”), e di più ad entrare puntualmente nelle contraddizioni strettamente interne ad uno “schieramento di comando”. Per questo, ad es., in Egitto (regime del tutto “bonario” verso Usa e Israele) si è consumata una bella “rivolta di facciata” con un El Baradei (che era dello schieramento “democratico-occidentale”) profondamente deluso, poiché l’intendimento sarebbe di mettere un cuneo tra gli islamici sfruttando i “moderati” Fratelli musulmani. Non a caso, certi paesi islamici (Iran ad es.) si sono subito schierati contro Gheddafi. Dopo poco è arrivata anche la Turchia. Quanto alla Russia, discorso complesso e da fare con molta calma. Lo stesso in Italia, dove giocano anche altri fattori, ma quelli internazionali sono stati decisivi. Dopo l’agosto 2003 si stava formando (ma con elementi di debolezza) un asse dalla Russia alla Libia (e Algeria, sempre ignorata ma che sta “dietro” la Libia) passando per Turchia e Italia (entrambe i punti più deboli). Credo che il cedimento sia già iniziato con il viaggio “assai privato” (mi sembra quello di ottobre 2009) di B. in Russia a incontrare Putin (e con in videoconferenza Erdogan). Nel 2010 c’è stata accelerazione degli eventi poi emersi prepotentemente a fine anno e primi mesi 2011. Starei attento alla sostituzione in Afghanistan di McChrystal con Petraeus (che in Irak ha giocato sul conflitto tra sunniti e sciiti), il quale dovrebbe adesso passare alla Cia. In Italia, forsennato accerchiamento del Cav. con prima ondata “Fini” (credo mandato allo sbaraglio, ma ben calcolato) e seconda di Napolitano, importante “rappresentante” Usa fin dal suo viaggio del 1978 (vedere dichiarazioni dell’allora ambasciatore Gardner ed altre notizie, già note all’epoca soprattutto nei “dintorni del Pci”). Del resto, si trattava di una pietra miliare del processo iniziato nel 1973 da Berlinguer con proposta di “compromesso storico” realizzata nel 1976 (Governo Andreotti di “unità nazionale”), anche se si dovette aspettare – prima di dare via libera ai voltagabbana “(euro)comunisti” – il crollo dell’Urss (1991). Insomma, è una ben lunga storia, di cui francamente la disfatta elettorale odierna è come il “delitto di Serajevo” per la Grande Guerra. Occorre lasciar perdere Berlusconi e appurare in futuro se proprio è inesistente, in questo paese del famoso “Franza o Spagna….”, un possibile schieramento nazionale (non l’ammucchiata che magari prenderà questo nome per meglio condurci alla “colonizzazione”). Insisto: si legga bene la storia del conflitto tra cotonieri del sud degli Usa e il Nord industriale che condusse alla “guerra civile” o “di secessione”. Non era in gioco la “liberazione degli schiavi”, ma quell’Evento, da cui poi sono nati i veri Stati Uniti. Noi non possiamo diventare un “grande paese” come loro, ma almeno non il paese di Pulcinella e Arlecchino.>>>
glg
Un Egitto a trazione militare
Ugo Tramballi
Sarà il clima della Primavera araba: si è finalmente liberi di credere tutto ciò che si vuole. Ma da quando è ripreso il campionato dopo la sosta forzata causa rivolte popolari, la gente dice che con Integ Harbijah gli arbitri sono molto tolleranti. Rigori a favore, niente cartellini gialli, fuorigioco come optional. Tutto si spiega, dicono, con il nome della squadra: Produzione Militare. Questo significa infatti Integ Harbijah, che appartiene a quel ministero, una delle tre squadre delle Forze armate fra le 16 che giocano nella serie A egiziana. C'è anche il club del ministero degli Interni, quello della Polizia e della Polizia di frontiera che l'anno scorso ha vinto la Coppa d'Africa.
Lo Zamalek, squadra storica del Cairo, quest'anno celebra 100 anni ma non ha i soldi per pagare gli stipendi dei giocatori. Integ Harbijah e gli altri i mezzi invece li hanno. Sarà un caso – dice sempre la voce della curva da stadio – se cambiano i governi, passano le rivoluzioni ma il generale Saied Meshal è sempre il ministro della Produzione militare?
Quanto produca, quanti soldi versi alle casse dello Stato e quanti ne trattenga, è segreto militare. Anche dopo piazza al-Tahrir tutto ciò che riguarda la difesa resta segreto assoluto. Ma proprio tutto. Negli anni Sessanta Ismail Yasin era diventato l'attor comico più amato d'Egitto girando film come Yassin va in Marina, Yasin poliziotto militare. Qualcosa tipo Franco e Ciccio alla visita di leva. Poi, dopo la sconfitta nella guerra del 1967 più nulla, nemmeno un film sulle Forze armate.
È dunque un calcolo ipotetico sostenere che l'apparato militare-industriale egiziano valga un terzo del Pil nazionale. Paul Sullivan della National Defence University di Washington calcola sia fra il 10 e il 15% dell'economia egiziana, che vale 210 miliardi di dollari. Siamo lontani dagli ordini di grandezza dell'esercito popolare cinese e delle forze armate cubane: queste ultime controllano più del 60% dell'economa e tutte le produzioni che garantiscono valuta, dalla farmaceutica al turismo, ai sigari Habana.
Una volta il prodotto di maggior successo uscito dalle fabbriche militari egiziane era Furn, un forno domestico a gas. Poi negli anni 90 i tecnocrati di Gamal Nasser hanno liberalizzato il mercato e quasi allo stesso prezzo di Furn la gente può comprare i più solidi elettrodomestici coreani. Non è per le quote di mercato dei forni da cucina che è scoppiata la rivolta contro il regime: quello dei militari non arriva al 2 per cento. Ma per il controllo dell'economia nazionale forse sì. Era noto lo scontro fra il generale Mohamed Tantawi, capo delle Forze armate, ministro della Difesa nel governo di Hosni Mubarak (ora è al vertice del comitato che guida la transizione, conservando anche le vecchie cariche) e Gamal, il figlio del presidente. Il primo era un sostenitore dell'economia di Stato, il secondo della libera impresa. Difficile pensare che i servizi segreti militari non sapessero cosa stava covando fra i blogger innescati dal movimento 6 Aprile. Potevano fermarli prima di piazza al-Tahrir ma non è accaduto. Tantawi è più potente di prima, Gamal Mubarak è in galera.
Nel bilancio egiziano ufficialmente la quota per la Difesa è meno del 5 per cento. Non è mai stato spiegato – perché fino a ora nessuno faceva domande di questo genere – se Integ Harbiyah possieda risorse proprie o siano parte del bilancio strettamente militare. Poi c'è il miliardo e 300 milioni di aiuti americani: da quando sono iniziati nel 1979, sono circa 40 miliardi. Questo aiuto non c'entra con il piano di aiuti per Egitto e Tunisia che è stato appena discusso al G-8 a Deauville: il sostegno militare americano non si sommerà a quel pacchetto e continuerà anche quando gli aiuti civili saranno terminati: è una questione più strategica che economica.
Grazie a questo le Forze armate hanno potuto migliorare la qualità dei loro arsenali ma sul piano tecnologico restano arretrate. Una joint venture con la Chrysler permette di assemblare in Egitto le jeep Wrangler necessarie e di vendere ad alcuni Paesi arabi il surplus. L'apparato militare industriale resta tuttavia un prodotto dell'epoca socialista nella quale venne creato: quando fu deciso che ogni fabbrica della Difesa dovesse produrre un bene civile. Tutto continua come prima, perché le privatizzazioni di Gamal non sono arrivate a toccare le industrie militari. La produzione è vastissima: acqua minerale, latte, olio, pane, costruzioni, cemento, benzina. Ma è di scarsa qualità e minimale sul mercato dei consumi egiziano.
Anche nella produzione strettamente militare l'Egitto non è all'avanguardia: esporta munizioni, fucili Kalashnikov, mezzi leggeri per qualche milione di dollari. Le esportazioni militari israeliane ad alto valore tecnologico valgono 5 miliardi l'anno. Per questo la battaglia di Tantawi e dei militari forse non è tanto la conquista e la direzione dell'economia egiziana come a Cuba, quanto la salvaguardia dei benefici di categoria. La produzione militare industriale è qualitativamente discutibile ma in un Paese povero come l'Egitto conta. E l'industria militare non paga le tasse.
Sono 500mila i soldati in servizio attivo più un altro mezzo milione nella riserva. Poi ci sono i dipendenti dell'industria della Difesa, il più grande datore di lavoro pubblico del Paese. Gli stipendi non sono alti: un generale arriva a 800 dollari al mese; il manager civile di un'impresa statale prende fino a dieci volte di più. Ma molto spesso quei manager sono ex militari. Inoltre ci sono gli ospedali per militari, le case popolari, i centri di vacanza, gli spacci per militari.
Il loro potere economico è dunque limitato. Ma quello politico resta immenso e può condizionare le scelte economiche del Paese. In un certo senso il rifiuto di sparare sulla folla in piazza al-Tahrir e guidare la transizione democratica è stato un investimento. È nella natura dei regimi arabi moderni dipendere in larga misura dai militari e il successo delle Primavere arabe si giudicherà proprio da questo: se i generali pretenderanno di continuare ad avere quel potere o torneranno nelle caserme, accettando il ruolo che fissa una Costituzione democratica.
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RIAPERTO IL VALICO DI RAFAH CON GAZA
L'Egitto ha riaperto il valico di Rafah al confine con la Striscia di Gaza, chiuso dal giugno 2007, quando Hamas assunse il controllo dell'enclave palestinese (nella foto, soldati del Cairo di guardia). Per Gaza è l'unico varco con l'esterno senza dover passare per Israele. Il provvedimento è stato disposto dal Consiglio delle Forze Armate del Cairo come segnale di discontinuità rispetto al vecchio regime di Mubarak.
Georgia, rivoluzione inopportuna
Scritto da Enrico Piovesana
Non tutte le rivoluzioni escono col buco. Quelle contro i regimi amici degli Stati Uniti hanno il brutto vizio di venire brutalmente stroncate sul nascere, nel silenzio della stampa occidentale. E' successo a marzo nell'Azerbaigian di Ilham Aliyev. E' successo di nuovo ieri nella Georgia di Mikheil Saakashvili.
Da giorni migliaia di georgiani protestavano nel centro della capitale Tbilisi, chiedendo le dimissioni del presidente 'Misha', accusato di ignorare il progressivo impoverimento della popolazione – afflitta da crescente disoccupazione, aumenti prezzi e tagli alle pensioni e ai servizi sociali – e di governare in maniera sempre più autoritaria e repressiva. C'erano molti giovani, studenti e disoccupati, decisi a imitare le rivoluzioni arabe, ma soprattutto molti anziani pensionati dai capelli bianchi, tanto che i giornali hanno parlato di 'rivoluzione d'argento'.
Mercoledì i dimostranti si erano radunati davanti al parlamento occupando Viale Rustaveli, decisi a impedire la tradizionale parata militare dell'indomani, Giorno dell'Indipendenza. Poco dopo la mezzanotte, centinaia di poliziotti antisommossa appoggiati da blindati hanno attaccato il presidio da due lati, senza lasciare scampo ai manifestanti, sparando granate fumogene e proiettili di gomma a distanza ravvicinata e picchiando selvaggiamente persone già a terra, anche anziane.
Decine i feriti, centinaia gli arrestati. Un'auto del convoglio della leader dell'opposizione Nino Burjanadze, in fuga dalle cariche, ha travolto un agente e un dimostrante, uccidendoli.
La pioggia notturna ha ripulito il sangue dal selciato di Viale Rustaveli, su cui poche ore dopo hanno sfilato colonne di carri armati e truppe dell'esercito georgiano – tutti mezzi e armi forniti dagli Stati Uniti – sotto lo sguardo marziale del presidente Saakashvili. ''Ogni cittadino ha libertà di esprimersi e di protestare – ha dichiarato dal palco – ma i fatti di questi giorni non hanno nulla a che vedere con questa libertà: sono provocazioni orchestrate all'estero, secondo un copione scritto fuori dalla Georgia, dal nostro nemico e occupante''. Il riferimento esplicito è alla Russia, le cui forze armate stanziano nelle repubbliche separatiste di Abkhazia e Sud Ossezia (quest'ultima al centro della breve guerra Russo-Georgiana dell'agosto 2008, scatenata e persa da Saakashvili).
La brutale repressione poliziesca della 'rivoluzione d'argento' aveva ottenuto l'implicito via libera da parte dei rappresentanti diplomatici dei governi occidentali a Tbilisi.
Mercoledì, parlando ai giornalisti, l'ambasciatore americano John Bass aveva dichiarato: ''Sono preoccupato dal fatto che tra i manifestanti vi siano elementi più interessanti allo scontro violento che alla protesta pacifica''.
''Hanno il diritto di manifestare, ma la protesta deve cessare entro domani perché non hanno il diritto di impedire una parata ufficiale'', parola dell'ambasciatore francese Eric Fournier.
L'ex alleata di Saakashvili e oggi leader dell'opposizione, Nino Burjanadze – tutt'altro che filorussa – ha smentito ogni sostegno da parte di Mosca, affermando che ''l'azione punitiva'' di mercoledì notte non fermerà il corso della ''rivoluzione democratica'' georgiana.
Ma l'Occidente non sembra proprio interessato a sostenere un altro cambio di regime in Georgia dopo quello ottenuto nel 2003 con la 'rivoluzione delle rose' che ha portato al potere il fido Saakashvili: soggetto tutt'altro che democratico, ma molto attento agli interessi politici ed economici occidentali.
da Peacereporter
ADESSO CAMERON E SARKOZY PREPARANO LO SBARCO IN LIBIA
ilmanifesto.it
Al termine del G8, il presidente francese Sarkozy ha annunciato che si recherà a Bengasi insieme al premier britannico Cameron, dato che «abbiamo le stesse idee». Essenzialmente una: «Mediare con Gheddafi non è possibile». La stessa idea l'ha espressa il presidente Obama: «Non allenteremo finché il popolo libico non sia protetto e l'ombra della tirannia scomparsa». In parole povere, si stanno preparando a occupare la Libia.
E mentre il G8 chiede a Tripoli «l'immediata cessazione dell'uso della forza», la Nato intensifica le incursioni aeree che, in meno di otto settimane, hanno superato le 8.500.
Partono per la maggior parte dalle basi nel meridione d'Italia, rifornite dalle altre. Pisa è di continuo sorvolata da C-130J che, dall'aeroporto militare, trasportano alle basi meridionali bombe e missili della base Usa di Camp Darby (prefigurando cosa avverrà quando entrerà in funzione l'Hub aereo nazionale, da cui transiteranno tutti i militari e i materiali verso teatri operativi). Che gli attacchi aerei preparino lo sbarco, lo conferma l'entrata in azione di elicotteri francesi Tigre, probabilmente affiancati da Apache britannici.
Ancora più significativo l'arrivo nel Mediterraneo di un imponente gruppo navale da attacco, guidato dalla più moderna e potente portaerei nucleare della classe Nimitz, battezzata George H.W. Bush, in onore del presidente che nel 1991 fece nel Golfo la prima guerra del dopo guerra fredda (oggi siamo alla quinta). Lunga 333 m e larga 40, ha a bordo 6mila uomini, 56 aerei (che possono decollare a 20 secondi l'uno dall'altro) e 15 elicotteri, ed è dotata dei più sofisticati sistemi di guerra elettronica. È una grande base militare mobile. E anche una centrale nucleare mobile: ha due reattori ad acqua pressurizzata PWR A4W/A1G, il cui vapore aziona le turbine delle quattro eliche. Una centrale nucleare che, pur avendo a bordo reattori più pericolosi di quelli di Fukushima, entrerà nella baia di Napoli e in altri porti.
La portaerei George H.W. Bush è affiancata da un gruppo di battaglia formato dai cacciatorpediniere lanciamissili Truxtun e Mitscher, dagli incrociatori lanciamissili Gettysburg e Anzio e da otto squadriglie aeree. Va a rafforzare la Sesta flotta, il cui comando è a Napoli, affiancandosi ad altre unità, tra cui i sottomarini nucleari Providence, Florida e Scranton. Si è aggiunto alla Sesta flotta anche uno dei più potenti gruppi da attacco anfibio, guidato dalla Uss Bataan, che da sola può sbarcare oltre 2mila marines, dotati di elicotteri e aerei a decollo veriticale, artiglieria e carrarmati. È affiancata da altre due navi da assalto anfibio, la Mesa Verde e la Whidbey Island, che ha effettuato il 13-18 maggio una visita a Taranto. Ha quattro enormi mezzi da sbarco a cuscino d'aria che, avendo un raggio d'azione di 300 miglia, possono trasportare velocemente fin sopra la costa 200 uomini alla volta, senza che la nave sia in vista. Tutto è pronto, dunque, per lo sbarco «umanitario» in Libia. Agli europei l'onore di sbarcare per primi, sotto le ali protettrici della portaerei Bush.
Manlio Dinucci
http://www.repubblica.it/esteri/2011/05/29/news/obama_varsavia-16897530/?ref=HREC1-8
ecco qua in russia i filo-occidentali non vinceranno non perchè non siano forti, ma perchè l'occidente non mira al compromesso ma all'annientamento della russia. i russi saranno costretti a combattere loro malgrado. chi vuol essere amico dell'occidente è destinato a perdere per il semplice motivo che l'occidente non ha nessuna intenzione di essere amico della russia
del resto sia con napoleone che con hitler i russi avevano stretto alleanza e non volevano minimamente combattere. furono costretti loro malgrado
è l'occidente che è nemico della russia, non il contrario. e la storia si ripete. a cercare lo scontro non è mai stata la russia. così è anche oggi
enzo
Ottimo articolo con una imprecisione nella frase "Sebbene la penetrazione cinese in Africa abbia coinvolto aree diverse da quelle interessate dalle “rivolte popolari” e dall’attacco della "coalizione di volenterosi", ".
Infatti da vari quotidiani si evince che c'erano 30.000 lavoratori cinesi in Libia con investimenti cinesi per una cifra superiore ai 10 miliardi di dollari.
Antonino Allegretti
Articolo di Pepe Escobar:
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8366
Franco D.
Ammetto di ignorare il fatto che la Cina avesse imbastito trame con la Libia. Per cui chiedo venia. Colgo l'occasione per sottolineare l'importanza dell'articolo di Manlio Dinucci, uno dei pochi analisti seri in questo sciagurato paese. Desta stupore il fatto che quella fogna a cielo aperto che è la redazione del Manifesto conceda spazio a un osservatore di simile levatura.
G.G.
http://www.ilgiornale.it/interni/kabul_karzai_usa_stop_azioni_unilaterali/karzai-bombardamento-nato-operazioni-unilaterali-afghanistan-usa-obama-america/29-05-2011/articolo-id=526164-page=0-comments=1
E' senz'altro importante, ma non ci si lanci subito in interpretazioni ottimistiche come di un successo contro gli Usa. Andando molto indietro nel tempo, vorrei si ripensasse ad un momento "eroico" che tutti ci esaltò: la "vittoria" della "invincibile guerriglia" (quando i guerriglieri sono come "pesci nell'acqua") in Vietnam, ecc. Quella "vittoria" fu tutto sommato "sopportata" dagli Usa e pose le basi di un ulteriore incancrenimento dei rapporti tra Cina e Russia (con addirittura la guerra tra il Vietnam, in cui la frazione filocinese del PC era stata sconfitta dopo la "vittoria", e la Cina stessa). Non fu Reagan - che, secondo la "vulgata", avrebbe stroncato l'Urss costringendola a troppe spese militari – a impostare il successo sull'antagonista storico per "implosione" di quest'ultimo. Fu Nixon a prepararlo con la politica di avvicinamento alla Cina, e il possibilismo in Vietnam; politica che probabilmente pagò con il Watergate (come al solito passato per fulgido esempio della "libertà di stampa" americana, imbeccata da "gola profonda", agente della Cia). Comunque, cominciamo a diffidare di tutto ciò che la "realtà apparente" ci ammannisce. Aspettiamo a emettere giudizi; al massimo caute ipotesi.
glg
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