KIEV NON VUOLE ANDARE ALLE ELEZIONI DEL 25 MAGGIO

odessa
Non si dia per scontato che tra tre giorni in Ucraina si voti per l’elezione del nuovo Presidente. Una serie di segnali lasciano credere che la situazione potrebbe evolvere anche in maniera diversa.
Innanzitutto, viene data per scontata la vittoria di Bunny Cioccolato Poroshenko. Il “cacaomane” diabetico, il Willy Wonka dell’oligarchia inzuccherata da Usa e Ue, è in grande vantaggio, almeno stando agli ultimi sondaggi, sull’ “eroina cocainomane” della rivoluzione arancione Yulia Timoshenko.
Ma la “pasionaria” non si è fatta tirare fuori dal carcere in lacrime e sedia a rotelle, come in una telenovela argentina, per arrivare seconda. Yulia ha già annunciato che potrebbe non riconoscere il risultato elettorale dando sfogo alla sua rabbia con una ulteriore rivoluzione, una Majdan 3, che sembra più il titolo di un animēshon giapponese e non un progetto di sedizione verosimile.
Timoshenko può contare sulla collaborazione del governatore di Dnepropetrovsk, Igor Kolomoisky, una specie di genio del male che a suon bigliettoni finanzia squadracce fasciste e mercenari stranieri per gettare nello scompiglio tutto il Paese. La mente diabolica del massacro di Odessa sarebbe proprio lui, lui avrebbe pianificato il pogrom alla Casa del Sindacato finito in una carneficina di oppositori odessini, eliminati in tutti i modi più cruenti: bruciati, strangolati e sparati in testa.
Basta questo per dedurre il possibile boicottaggio delle elezioni del 25? No, ma ci sono altre tessere del piano da mettere insieme. In primo luogo, ieri la Rada ha votato un provvedimento di rientro delle truppe sul quale si è astenuta tutta l’estrema destra. Oggi avremmo dovuto assistere ad una de-escalation del conflitto ed invece le incursioni della guardia nazionale e delle bande armate sono aumentate, con bombardamenti e spari sui civili. Nei pressi di Donetsk è stato teso un agguato ai soldati ucraini ad un posto di blocco ma responsabili non sarebbero i resistenti del Donbass, bensì gli squilibrati di Pravy Sektor. Si tratta di una provocazione per spingere il recalcitrante esercito professionale ad entrare nelle zone occupate dagli indipendentisti al fianco dei fascisti.
Altro elemento che ci fa credere nell’esistenza di un disegno antielettorale, studiato da alcuni membri della Junta, legati alla Timoshenko, ed in collaborazione con la Cia (che starebbe coordinando gli attacchi a Slaviank e Lugansk in questa fase), è stata la scelta della Russia di spostare le truppe dal confine per dimostrare al mondo di voler garantire maggiore serenità al Paese, in seguito all’approssimarsi del giorno del voto. Forse i golpisti non si aspettavano questa mossa, ancora convinti di poter trascinare nel conflitto Mosca e invocare l’intervento esterno occidentale. Per replicare allo scherzo russo la Junta, ben consigliata dall’intelligence Usa, ha rotto gli indugi ed ha spinto sull’acceleratore delle ostilità, facendo attaccare i suoi stessi militari dagli scalmanati estremisti al suo soldo, per dimostrare che dietro ai “terroristi” del Donbass c’è la mano di Mosca e Mosca non vuole le elezioni.
Ed ecco la ciliegina sulla torta di Yatsenyuk (anche lui uomo della Timoshenko, nonostante si parli di un improbabile allontanamento), il quale ha chiesto la convocazione urgente di una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite al fine di “presentare prove che dimostrano i tentativi della Russia di ostacolare le elezioni presidenziali, attraverso una escalation del conflitto”. Il quadro è completo e i pezzi del puzzle sono tutti al loro posto. Ma agli americani non conveniva la stabilizzazione della situazione col voto? Forse, ma non prima di aver tentato tutte le altre strade. E’ così che gli statunitensi selezionano la specie dei migliori “figli di puttana” su cui potranno contare nell’immediato futuro.