Ma siamo nel 2023!

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Mi è insopportabile l’affermazione che spesso viene profferita da taluni (soprattutto giovani dall’aria impegnata ma dai pensieri labili) – rispetto a presunti diritti negati o volgari libertinaggi scambiati per avanzamenti sociali i quali, consideratamente, ancora trovano un limite in pudori pubblici residuali eppur resistenti – che “ormai siamo nel 2023”, dunque, “siamo avanti” e “mentalmente più aperti di chi ci ha preceduti”, appunto “non siamo più nel medioevo” quando tutto era buio ma nell’epoca luminosa in cui qualsiasi bizzarria è una battaglia civile sacrosanta sulla quale non si può nemmeno dubitare. Con questa storiella costoro si contrappongono a chi, parimenti vivente nel 2023, non ha capito di essere un fenomeno del “futuro presente” e si ostina a respingere le nuove mode e attitudini. Peggio di ciò è però che questi asini e ignoranti odierni, con tali (pre)giudizi, si credono superiori agli antichi solo perché hanno avuto il destino di essere venuti dopo al mondo. Sono figli del progresso e dell’attualità che non può non essere un passo avanti rispetto all’arretratezza di ieri. In verità, costoro sono soltanto la prova che in ogni stagione ci sono dei cretini che scambiano il tempo per un cavallo che corre dritto verso un traguardo sempre più vicino, per cui chi vive hic et nunc non può che essere più libero, intelligente, migliore di quanti hanno avuto la sfortuna di essere già stati sotterrati.
Sono poveracci di cervello, verrebbe da dire, che con questa loro prosopopea illusoria dimostrano di essere una spanna al di sotto degli uomini delle caverne, i quali siamo certi non indulgevano a simili sciocchezze.
Benjamin Costant, nel 1819, scriveva il suo “Il Discorso sulla libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni” nel quale cercava di far capire ai suoi contemporanei il nostro tema. “Signori – diceva – che la condizione della specie umana nell’antichità non permetteva a un’istituzione [quella rappresentativa] di questo tipo di introdurvisi o di stabilirvisi. I popoli antichi non potevano sentirne la necessità né apprezzarne i vantaggi. La loro organizzazione sociale li conduceva a desiderare una libertà completamente diversa da quella che questo sistema ci assicura”.
Constant ci sta spiegando che gli antichi non si sentivano e non erano meno liberi di noi ma essendo l’idea di libertà (e le altre convinzioni sociali) sempre un prodotto storico quello che cercavano loro non può corrispondere (o essere meno nobile) a quello che abbiamo o inseguiamo noi.
“Chiedetevi innanzi tutto, Signori, che cosa intendano oggi con la parola libertà un inglese, un francese, un abitante degli Stati Uniti d’America.
Il diritto di ciascuno di non essere sottoposto che alle leggi, di non poter essere né arrestato, né detenuto, né messo a morte, né maltrattato in alcun modo a causa dell’arbitrio di uno o più individui. Il diritto di ciascuno di dire la sua opinione, di scegliere la sua industria e di esercitarla, di disporre della sua proprietà e anche di abusarne; di andare, di venire senza doverne ottenere il permesso e senza render conto delle proprie intenzioni e della propria condotta. Il diritto di ciascuno di riunirsi con altri individui sia per conferire sui propri interessi, sia per professare il culto che egli e i suoi associati preferiscono, sia semplicemente per occupare le sue giornate o le sue ore nel modo più conforme alle sue inclinazioni, alle sue fantasie. Il diritto, infine, di ciascuno di influire sulla amministrazione del governo sia nominando tutti o alcuni dei funzionari, sia mediante rimostranze, petizioni, richieste che l’autorità sia più o meno obbligata a prendere in considerazione. Paragonate ora a questa libertà quella degli antichi.
Essa consisteva nell’esercitare collettivamente ma direttamente molte funzioni dell’intera sovranità, nel deliberare sulla piazza pubblica sulla guerra e sulla pace, nel concludere con gli stranieri i trattati di alleanza, nel votare le leggi, nel pronunciare i giudizi; nell’esaminare i conti, la gestione dei magistrati, nel farli comparire dinanzi a tutto il popolo, nel metterli sotto accusa, nel condannarli o assolverli. Ma se questo era ciò che gli antichi chiamavano libertà, essi ritenevano compatibile con questa libertà collettiva l’assoggettamento completo dell’individuo all’autorità dell’insieme. Non trovate presso di loro alcuno dei godimenti che abbiamo visto far parte della libertà dei moderni. Tutte le azioni private sono sottoposte a una sorveglianza severa. Nulla è accordato all’indipendenza individuale né sotto il profilo delle opinioni, né sotto quello dell’industria, né soprattutto sotto il profilo della religione. La facoltà di scegliere il proprio culto, facoltà che noi consideriamo come uno dei nostri più preziosi diritti, sarebbe sembrata agli antichi un crimine e un sacrilegio. Nelle cose che a noi sembrano più utili l’autorità del corpo sociale si interpone e impaccia la volontà degli individui. Terpandro non può a Sparta aggiungere una corda alla sua lira senza che gli efori si sdegnino. L’autorità si intromette anche nelle relazioni più intime. Il giovane spartano non può visitare liberamente la sua sposa. A Roma i censori penetrano con occhio scrutatore al l’interno delle famiglie. Le leggi regolano i costumi e poiché i costumi concernono tutto non v’è nulla che le leggi non regolino.
Così presso gli antichi l’individuo, sovrano quasi abitualmente negli affari pubblici, è schiavo in tutti i suoi rapporti privati. Come cittadino egli decide della pace e della guerra; come privato è limitato, osservato, represso in tutti i suoi movimenti; come parte del corpo collettivo interroga, destituisce, condanna, spoglia, esilia, manda a morte i suoi magistrati o i suoi superiori; come sottoposto al corpo collettivo può a sua volta essere privato della sua condizione, spogliato delle sue dignità, bandito, messo a morte dalla volontà discrezionale dell’insieme di cui fa parte. Presso i moderni, al contrario, l’individuo, indipendente nella sua vita privata, persino negli Stati più liberi non è sovrano che in apparenza. La sua sovranità è limitata, quasi sempre sospesa; e se, a epoche fisse ma rare nelle quali è pur sempre circondato da precauzioni e ostacoli, esercita questa sovranità, non lo fa che per abdicarvi.”
Forse anche nell’antichità c’erano perdigiorno che accusavano i propri coevi di arretratezza per la mancata condivisione di qualche improbabile campagna di civiltà. Tuttavia, dubitiamo fortemente che si siano mai raggiunti i livelli di bassezza argomentativa dei nostri giorni. Si discetta ormai solo di giustizia e parità nelle mutande o di confuse legittimità negli smutandamenti. Che palle questa nostra contemporaneità, almeno nell’antichità l’inculamento, con le dovute eccezioni, era più che altro metaforico o almeno più silenzioso. Del resto, forse anche la libertà è solo un buco da dove entra ed esce la storia che ci caca volentieri in testa.