MOLTO RUMORE PER NULLA? Di O. Schena

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SHAKESPEARE, LA NAZIONALIZZAZIONE  e altre cosette da nulla

il manifesto del 17/11/19 così titola sull’ILVA: Nazionalizzare l’Ilva è il solo modo per fermare la macchina assassina.

Segue la diagnosi-ricetta di Marco Revelli, uno dei numi della sinistra radicale italiana, un bobbiano di sinistra,  mica uno qualsiasi:

«Nessun privato si assumerebbe un tale onere, se non con intenzioni “sporche”. Ricondurlo pienamente sotto proprietà pubblica – «nazionalizzarlo» se si vuole usare la «parola proibita».

Pubblico/Privato: una polarità del Cavolo?Pubblico sarebbe dunque sinonimo di pulito e privato di sporco? E se lo sporco, invece, si nascondesse un po’ dovunque? E se la nazionalizzazione si desse a vedere come se fosse una cosa vera, ma in realtà trattasi di unvecchio trucco, d’una sporca manipolazione?

Insomma, la nazionalizzazione potrebbe anche essere il frutto di un inganno, di un abbaglio intorno ad una cosa che non c’è, a un’assenza. La nazionalizzazione può essere il frutto di un inganno, di un equivoco, come il fango sparso sulla reputazione verginale di Ero, come le corna per Claudio, che non ci sono, questo almeno pare certo. Insomma, Molto rumore per nulla.

Quel nulla che connota, per effetto metonimico, l’organo femminile rispetto al fallo, quel nulla, quell’assenza che fa impazzire gli uomini di gelosia. E nel medioevo cristiano fa nascere la metafora delle corna. Corna che crescono proporzionalmente al godimento adultero e al fallo rivale, esibito sulla fronte a vergogna propria.

Intanto, scena dopo scena, si gioca la partita shakespeariana nell’interminabile corpo a corpo tra realtà e finzione.

Ma si può perdere la ragione per la nazionalizzazione come per quella cosetta da nulla, per un’assenza?

La nazionalizzazione p essere un fraintendimento categoriale, come scrivono La Grassa-Petrosillo. E quel che viene nazionalizzato-statizzato non è affatto certo che sia poi davvero proprietà di tutti quanti gli italiani.

Si può, infatti, credere di vedere qualcosa e si è invece accecati e storditi da una realtà altra, da una menzogna ben confezionata, montata ad arte, proprio come le corna per Claudio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Sono gli inganni d’una Repubblica, per di più Democratica, bellezze!

Inganni sui quali avevano provato a mettere in guardia sia Lenin che Gramsci:

L’onnipotenza della “ricchezza” è, in una repubblica democratica, tanto più sicura in quanto non dipende da un cattivo involucro politico del capitalismo. La repubblica democratica è il miglior involucro politico possibile per il capitalismo; per questo il capitale, dopo essersi impadronito … di questo involucro – che è il migliore – fonda il suo potere in modo talmente saldo, talmente sicuro, che nessun cambiamento, né di persone, né di istituzioni, né di partiti nell’ambito della repubblica democratica borghese può scuoterlo (Lenin “Stato e Rivoluzione” E. Riuniti 1970 p. 69).

L’esercizio normale dell’egemonia nel terreno divenuto classico del regime parlamentare, è caratterizzato dalla combinazione della forza e del consenso che si equilibrano variamente, senza che la forza soverchi di troppo il consenso, anzi cercando di ottenere che la forza appaia appoggiata dal consenso della maggioranza, espresso dai cosiddetti organi dell’opinione pubblica – giornali ed associazioni- i quali perciò in certe situazioni vengono moltiplicati artificiosamente. Tra il consenso e la forza sta la corruzione frode (che è la caratteristica di certe situazioni di difficile esercizio della funzione egemonica presentando l’impiego della forza troppi pericoli), cioè lo snervamento e la paralisi procurati all’antagonista o agli antagonisti con l’accaparrarne i dirigenti sia copertamente sia in caso di pericolo emergente, apertamente, per gettare lo scompiglio e il disordine nelle file antagoniste (Antonio Gramsci “Note sul Machiavelli sulla politica e lo Stato moderno”).

Certo Lenin e Gramsci, possono sbagliare, come tutti, ed è anche vero che oggi hanno qualche ruga di troppo. Fidarsi di loro oppure di quelli del manifesto e del nume Marco Revelli?

il manifesto porta ancora nella testata la dicitura «quotidiano comunista», ma chissà cosa nasconde sotto, chissà che cosa intende per comunismo, magari intenderà una delle tante facce della sinistra, ed allora sarebbe proprio quella la notte hegeliana delle vacche nere!

Marco Revelli sul manifesto del 17/11/2011 rende piena confessione, «d’aver fatto il tifo per Mario Monti … perché la sua normalità sembra un miracolo. La sua sobrietà di abito e di parola una rivoluzione». Ma come fidarsi di uno che confessa, a cielo aperto, certi suoi peccati con tanto candore, quasi avesse infilato soltanto un ditino nella marmellata della nonna, e dimenticapure che non è l’ “abito a fare il monaco”?

Sembra quasi che quel folletto di Puck, se più malotico, distratto o pasticcione, soloSHAKESPEARE può saperlo, saltando di commedia in commedia, abbia lasciato scivolare nel pensiero e sulle ciglia del nume MarcoRevelli alcune gocce d’una magica viola, il cui succo fa innamorare della proprietà pubblica ed anche, addirittura, di Mario Monti!

Secondo La Grassa (C&S), invece:

«il Governo Prodi ha agito tramite strutture dalla forma proprietaria pubblica (vedi la CDP) ma ampiamente controllate dalle maggiori fondazioni bancarie le quali, com’è notorio, sono espressione della Grande Finanza capitalistica».

«In ogni caso, pretendere che i Governi (nazionali o locali), nominati da una maggioranza di eletti dalla collettività (nazionale o municipale, ecc.), controllino tramite i Ministeri (o assessorati) economici (o uno a ciò specificamente addetto) imprese pubbliche dedite alla produzione di beni o servizi è quanto meno ingenuo(…)». (G. La GrassaLa distinzione tra Pubblico e Privato; ormai vetusta C&S 7/3/16)

La parola d’ordine del primo governo organico di centro-sinistra è stata: «nazionalizzare» e le riforme di struttura comportarono il trasferimento della proprietà dei mezzi di produzione allo Stato, anche se quel trasferimento somigliava un po’ troppo, nella forma, al cuore economico del tanto vituperato socialismo (ir)reale (o collettivismo burocratico) di Stalin, di Kruscev,di Castro ecc.. C’era, naturalmente, l’alibi della pesantezza degli oneri che nessun privato avrebbe mai potuto sostenere. Senza dimenticare che se la destra (per mantenere i termini della vecchia dicotomia) ha avuto e ha in odio le nazionalizzazioni spesso ciò è accaduto e accade quando non è lei a poter gestire lo Stato, come è avvenuto nel tempo del governo Mussolini.

E sono soprattutto le sinistre a portare la responsabilità della confusione, non fosse perché sono esse ad aver teorizzato lo Stato come portatore universale degli interessi della collettività, e le nazionalizzazioni addirittura come il primo passo verso il sol dell’avvenire, ovvero verso il socialismo. Per tacere della favola degli elementi di socialismo da inserire nello Stato, secondo il pensiero del Berlinguer pre-tradimento. E chissà se il duo Luporini – Gaberlascerebbe oggi inalterato quel verso:Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona(verso per il quale si spellavano le mani i militanti del Pci e non solo), anche dopo le dichiarazioni rese da Pasquale Squitieri per il “Fatto quotidiano”, 17 sett. 2016.

Sembra abbastanza chiaro, ormai, come una damnatio memoriae abbia da tempo colpito gli abitanti del nostro Paese. Gli italiani, infatti, ma anche altri popoli, non sono in grado di distinguere la guerra dalla pace e la giustiziasociale dall’ingiustizia sociale (alla faccia degli artt. 11 e 3 C.). Però, almeno con il senno di poi e grazie, si fa per dire, alle tante ILVA (prima pubblica e poi privata)che hanno lacerato e continuano a distruggere il nostro territorio, dovremmo ormai aver imparato che è inutile attendersi la GRAZIA della “favola” raccontata dall’art. 41 2° comma ultimo periodo: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni  perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

Degli articoli della Carta, e non solo del 41, non s’ode neppure il più flebile respiro. Essi, da soli, senza un forte movimento sociale sempre in piedi, con la schiena diritta e le “idee chiare e distinte, sono solo cartastraccia, come quelli delle “sardine, che stanno facendo molto rumore per nulla.  

Gli articoli della Carta sono, e non da oggi, ormai solo un sogno d’una notte di mezza estate”, ma nessuno pagherà per questo cambio di programma, di commedia, al massimo ci sarà sempre un pugno di scuse e di promesse nelle liturgiche scadenze, da parte dei suoi massimi Garanti, e poi tutti i poveri di spirito che restanocon un pugno di mosche, tanto loro sanno soffrire con rassegnazione.

Nazionalizzazione, una presunta parola magica come se, in Italia, rendendo pubblico (statalizzando) quel che è privato, ipso facto, quella data attività  economica possamiracolosamente indirizzarsi e coordinarsi a fini sociali (art. 41 Cost.). C’è qualcuno che abbiavoglia di chiedersi come mai, dal dicembre 1947, sia l’attività economica pubblica, sia quella privata abbiano allegramente e impunementeignorato (ma l’allegria è stata solo di lorsignori), il precetto che vietava ad ogni iniziativa economica di  svolgersi in contrasto con l’utilità sociale? Concetto, quest’ultimo, sicuramente scivoloso da maneggiare ma non impossibileda comprendere almeno nella sua dimensione disogno d’una notte di mezza estate.

Intanto il nume Revelli, nel novembre 2019, offre impavido la sua ricetta sull’ILVA per fermare la macchina assassina:

«(…) magari coinvolgendo, almeno una volta per Dio!, l’Europa in un grande piano di bonifica e recupero, per poi, solo a quel punto, ridotto nella condizione di non nuocere, restituirlo al mercato a un giusto prezzo, mi sembra l’unica opzione seria sul tavolo».

Va bene, ormai lo sappiamo, per sua stessa ammissione Revelli è un tipo facile agli incantamenti montiani. Anche se stavolta è proprio arrabbiato. Ma qui, in questo sbotto, quel “per dio” non può essere tutta farina del suo sacco masochista-confusionario. Ci dev’essere, infatti, la mano maldestra di Puck, ovvero alcune gocce d’una magica viola, a far sproloquiare il nume, a suggerirgli quel collaudato copione così svaccato, così volgare, con quel passare e ripassare lo stabilimento dal Pubblico al Privato, dopo averlo risanato, con l’aiuto dell’Europas’intende! E qui siamo davvero nella piena della sporcizia!

Si tratterà invece, come al solito, solo di cambi e ricambi di cordate, di gruppi, autorizzati a farprofitti all’ombra dello Stato e alle spalle dei cittadini.

È sempre tutta colpa di Puck?

“Come sono pazzi questi mortali” è la frase “manifesto” di Puck.

Dunque, dunque, il Ministro del MIUR in un Post del 24/9/19 scrive che tutto il mondo sarebbe, anzi “è minacciato dalla devastazione ambientale e da una concezione economica dello sviluppo ormai insostenibile”.

Trattasi d’una denuncia gravissima e inequivocabile. Di chi mai sarà la colpa? Chi saranno i devastatori? Si può fare qualche nome?

Piano, piano, non bisogna correre, è meglio trovare prima la “chiave”.

Niente paura, la chiave ce l’ha il Ministro Lorenzo Fioramonti, che così continua nel cuore del suo post del 21 settembre scorso:

«La chiave di tutto è la creazione di una nuova economia, fondata sulla conoscenza, unico vero volano dello sviluppo sostenibile. Per questo ci siamo uniti al “grido” degli studenti di tutto il mondo, che ci chiedono di ascoltare la scienza per salvare il pianeta. Da oggi, la facciata del MIUR riporterà il nostro nuovo slogan: Istruzione, no estinzione».

Bene, bravo, bis! Questo ministro ha la “chiave”, è giovane quanto basta, può quindi “gridare” all’unisono con gli studenti e coniare i suoi slogan personali. Potrebbe anche darsi che questo ministro, professore ordinario di economia politica, abbia un passe-partout miracoloso per aprire la porta che dà l’accesso a una nuova economia … Sarebbe forse poca e povera cosa?

Non si può comunque escludere del tutto che l’affermazione della “necessità improrogabile di un cambiamento rapido dei modelli socio-economici imperanti” (Post 24/9/19) sia nient’altro che un “sogno di una notte di fine estate” d’un ministro, il quale si vanta d’aver avuto, addirittura,l’onore di conoscere nientemeno che Greta Thunberg”!

“Annamo bene, proprio bene!” avrebbe esclamato sora Lella.

Non sarà che anche il ministro L. Fioramonti, come il bobbiano di sinistra Marco Revelli, ha le sue brave visioni? E le visioni si sa trasformano la realtà, la modificano con o senza intervento divino. Ed allora o diventiamo tutti quanti visionari in piena autonomia e coscienza, o subiamo l’ennesimo scherzo di Puck e ci ritroviamo con la testa trasformata in asino … come nello scherzo fatto a Bottom. E chissà se a questo scherzo sia preferibile vedersi crescere sulla fronte un paio di corna!

27/11/2019

Oronzo Mario Schena

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