SEMPRE IN CODA AL FLUSSO REALE, INCONOSCIBILE (di G. La Grassa)

LAGRA2

Chi ha letto il recentissimo libretto elettronico pubblicato da La Grassa, La realtà è assenza (in squilibrio incessante), acquistabile su Amazon (qui) non avrà difficoltà a leggere questo ulteriore capitolo, in continuità con il predetto saggio, nel quale il pensatore veneto cerca di “avanzare” nell’analisi del flusso squilibrante che informa la realtà in cui siamo immersi, realtà che nella sua sostanza ci resta immancabilmente esterna ed inconoscibile (nonostante i nostri tentativi di imbrigliarla in categorie interpretative immaginate come sempre più stabili e durature). In questo ulteriore passo teorico, verso una definizione più cogente del concetto di flusso squilibrante, La Grassa è ancora più netto nel descriverne il movimento: “Il flusso continua a fuggire in avanti mentre gli esseri umani si pongono sulla sua scia, in coda ad esso” senza poterlo mai trattenere del tutto e noi “dobbiamo rassegnarci a restare in coda; conquistiamo almeno, per un certo periodo, la stabilità e possiamo perciò porre in essere azioni dotate di senso. Ci è però preclusa la conoscenza della realtà che resta sempre davanti a noi, e a debita distanza, in corsa incessante senza ordine né finalità”. L’ipotesi apparirà sconvolgente e destabilizzante, ma sconvolgente e destabilizzante è il mondo in cui viviamo e operiamo. Qui non c’è spazio per le grandi narrazioni a lieto fine dei filosofi, non esistono i porti sicuri della Verità e del Bene dove gli uomini troveranno sicuramente riparo, contro le loro stesse miserie e affidandosi alle cure dei loro Sapienti puri di cuore e veloci di lingua. Con le illusioni non si migliora nella conoscenza ma si finisce in una nebbia ancor più disorientante e avvilente. Il “futuro” è sempre in atto, dice La Grassa, e lavora a sgretolare i nostri piani, le nostre soluzioni e le nostre convinzioni, anche quelle più sedimentate. Il futuro ci dà sempre le spalle. Meglio esserne coscienti e regolarsi di conseguenza.

Buona Lettura

G.P.

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1. Recentemente ho riletto questo passo dai “Pensieri” di Pascal; non lo ricordavo più, da almeno una trentina d’anni non l’avevo più preso in mano.

“Tale la nostra effettiva condizione. Essa ci rende incapaci di conoscere con piena certezza come di ignorare in maniera assoluta. Noi voghiamo in un vasto mare, sospinti da un estremo all’altro, sempre incerti e fluttuanti. Ogni termine al quale pensiamo di ormeggiarci e di fissarci vacilla e ci lascia; e, se lo seguiamo, ci si sottrae, scorre via e fugge in un’eterna fuga. Nulla si ferma per noi. E’ questo lo stato che ci è naturale e che, tuttavia, è più contrario alle nostre inclinazioni. Noi bruciamo dal desiderio di trovare un assetto stabile e un’ultima base sicura per edificarci una torre che s’innalzi all’infinito; ma ogni nostro fondamento scricchiola, e la terra si apre sino agli abissi.

Non cerchiamo, dunque, né sicurezza, né stabilità. La nostra ragione è sempre delusa dalla mutevolezza delle apparenze; nulla può fissare il finito tra i due infiniti che lo racchiudono e lo fuggono. Quando avremo compreso ciò, credo che ce ne staremo tranquilli, ognuno nella condizione in cui la natura lo ha messo.”.

La concezione ivi espressa è abbastanza simile a quella da me sostenuta già da tempo e che esporrò qui di seguito; credo che il lettore coglierà la somiglianza fra le due. Posso tranquillamente sostenere che la mia si è andata formando in autonomia rispetto a quanto affermato da Pascal. In me non c’è comunque alcuna idea di una torre da innalzare sino all’infinito; cioè, diciamolo pure, in pieno slancio verso Dio. E anche il fondamento che scricchiola, la terra che si apre sino agli abissi, danno l’idea di fenomeni che per Pascal accadono agli uomini senza fede nel divino. In me non c’è nulla di tutto questo. Sia chiaro che apprezzo quanto dice Pascal, semplicemente non è entrato in me quel sentimento da cui lui è pervaso. Tuttavia, la mia convinzione è di una totale inconoscibilità della realtà a noi esterna, nel cui ambito siamo trascinati come fossimo immersi in un mare a volte relativamente tranquillo, altre volte in preda a tempesta con correnti agitate (e torbide) che tendono a ribaltarci continuamente, mettendoci nella situazione di doverci aggrappare a qualche appiglio; impossibile però da trovare, data la “liquidità” del flusso tumultuoso al cui interno ci troviamo.

Su questo mare gettiamo una sorta d’olio cercando di renderlo sufficientemente adatto a renderlo più tranquillo, senza onde o con onde molto leggere, regolari e prevedibili, che ci consentano di muoverci con ordine e un certo successo nell’indirizzare la nostra rotta laddove vogliamo dirigerci giungendo, se possibile, a destinazione. E quest’olio è appunto in primo luogo il lavoro teorico che tenta di attribuire alla realtà una struttura ben organizzata e individuata da elementi fra loro articolati; e mossa, modificata, da una dinamica direzionata in modo relativamente sicuro, tale insomma da consentire previsioni circa la successione dei suoi mutamenti. In poche parole, noi creiamo un campo di stabilità, su cui poter svolgere determinate azioni, utilizzando dati strumenti e applicandovi una forza studiata apposta per giungere a precisi obiettivi, ecc. Se le nostre azioni – svolte in questo campo ideato dal pensiero (le teorie non sono solo quelle che definiamo scientifiche, ma anche quelle più rudimentali che comunque guidano il nostro agire pratico) – ottengono successi più o meno significativi, riteniamo (più che altro siamo convinti) di avere rappresentato adeguatamente la realtà. Di fronte all’insuccesso, in genere abbandoniamo invece quella “costruzione” pensata. In ogni caso, pur quando abbiamo successo, dovremmo essere consapevoli della sua transitorietà e di quella del campo su cui svolgiamo la nostra pratica d’azione; altrimenti ci trasformiamo in credenti e le nostre teorie diventano mere ideologie nel loro peggiore significato di pensieri cristallizzati, ormai “irreali” e cui si resta malgrado tutto fedeli, passando ormai di insuccesso in insuccesso fino alla miseranda fine degli ultimi fedeli (sia chiaro che la religione è altra cosa ed esula dal discorso che sto qui facendo).

Non sono solo le teorie, le pure costruzioni di pensiero, a creare detti campi di stabilità. In genere, esse precipitano nell’approntamento di apparati, di istituzioni varie, di regole secondo cui devono svolgersi le nostre particolari azioni; regole appunto difese – con opportune misure di punizione per la loro trasgressione – dagli apparati in questione. I quali, ovviamente, sono la precipitazione cosale del nostro modo di pensare la realtà negli svariati suoi ambiti, in cui dobbiamo agire con appropriata significatività e almeno approssimato successo. Teorie e apparati dunque: questi in sintesi gli strumenti della fissazione dei campi di stabilità necessari a poter compiere le varie mosse di cui si sostanzia il nostro agire pratico nei diversi settori del suo svolgimento. Senza questa stabilità pensata e ben ordinata – perfino, e non ci si meravigli dell’apparente bisticcio dei termini, quando prevediamo mutamenti caotici della “realtà” (non quella reale, bensì quella da noi costruita appunto tramite teoria e apparati) – saremmo travolti dal continuo squilibrio che l’inconoscibile realtà produce mediante il flusso tumultuoso in cui siamo comunque immersi, da cui siamo trascinati.

C’è un incessante contrasto tra tale squilibrio – velocissimo e per istanti in dati ambiti della realtà, lento e plurisecolare, plurimillenario, ecc. in altri; con svariate gradazioni intermedie – e la stabilità da noi fissata per agire in apparente equilibrio. Ribadendo che tale fissazione riguarda anche la dinamica di mutamento da noi assegnata alla “realtà” (il nostro ambito d’azione) e perfino quando detta dinamica è considerata caotica. Non a caso, noi matematizziamo pure il caos; proprio perché tutto il nostro linguaggio – ed è solo tramite il linguaggio, ivi compreso quello matematico, che pensiamo la “realtà” – immobilizza, sia pure per dati periodi (più o meno brevi o lunghi) quest’ultima, l’unica che siamo in grado di “conoscere”, che crediamo di conoscere. Con il calcolo infinitesimale, ad es., siamo convinti di ricostruire la continuità di un dato movimento; in realtà lo pensiamo secondo l’infinita successione di punti di dimensioni infinitamente piccole. Non esistono punti di dimensioni praticamente nulle; altrimenti la loro pur infinita successione non implicherebbe movimento, in pratica si rimarrebbe nel punto di partenza.

Il linguaggio inganna, ci fa credere che la realtà proceda secondo un qualche ordine e con possibili passaggi per punti discreti di equilibrio. Pensiamo senza dubbio anche il disordine, ma un disordine che consenta quanto meno il calcolo delle probabilità; un tot % che la “realtà” (quella stabilita) proceda in una certa direzione, un altro tot % per altra direzione di marcia e così via. E le probabilità segnano i punti d’arrivo della “realtà” pensata dinamicamente. Lo squilibrio sempre continuo, privo di fasci di probabilità, non appartiene al “nostro spirito”. Ed è giusto sia così, altrimenti non sapremmo come operare, in una continua situazione di ribaltamento d’ogni equilibrio. L’importante è tenere presente che tale ribaltamento è senza cessa all’opera, accumula più o meno rapidamente o invece con grande lentezza (in relazione ai tempi della nostra vita) lo scostamento rispetto alle “certezze” (magari probabilistiche) insite nei campi di stabilità da noi fissati. Per cui, alla fine, saremo costretti a mutare la prospettiva teorica (creando un nuovo campo) e a distruggere e ricostruire – o quanto meno modificare profondamente – i nostri apparati e istituzioni varie.

2. Il nostro modo di pensare mi sembra invece generalmente diverso. Lasciamo pur perdere coloro che credono d’essere tutt’uno con il mondo in cui viviamo, che non esista quindi iato tra “soggetto” e “oggetto”; per me il mondo è sempre qualcosa in cui siamo, ma con cui non ci identifichiamo, resta sempre all’esterno di noi, diciamo così. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, si è convinti di poterlo conoscere per approssimazioni successive in base alla nostra esperienza seguita dalla riflessione attenta e ripetuta su di essa, su ciò che essa “ci dice”. E anche se si prende atto di una “realtà” in movimento, si è convinti di poterne conoscere infine, sempre tramite esperienza, l’andamento dinamico, le direttrici di marcia. Di queste direttrici se ne possono ipotizzare più d’una, ma si crede che si dispongano, sia pure grosso modo, secondo una determinata probabilità per ognuna d’esse. Anche quando in determinati ambiti, di fatto nella microfisica, si sostiene che molto probabilmente non esiste quanto fa parte – lo spazio e il tempo – della nostra esperienza comune, trattata come molto approssimativa, grossolana e affetta da una sorta di annebbiamento della “vista” (conoscenza) – forse dovuto alla sfera del macrofisico in cui siamo situati; evidentemente per capire la “realtà vera” dovremmo avere la dimensione dei quanti – si è fermamente certi che arriveremo a provare le nostre convinzioni. L’idea è quindi sempre quella di potersi approssimare ad una magari ancora provvisoria, ma sicura, rappresentazione della realtà (tuttavia, almeno a mio avviso, non quella reale), i cui contorni ci si farebbero sempre più illuminati dalla conoscenza per esperienza.

Diciamo, in termini appunto un po’ grossolani, che migliaia e migliaia di anni fa siamo entrati in una stanza buia e ci siamo aggirati in essa con atteggiamenti assai poco discosti da quelli animaleschi; poi pian piano, grazie a quella che chiamiamo intelligenza (o pensiero o quello che si preferisce), si sono andate accendendo delle candeline, via via più numerose, che consentivano di vedere sempre ulteriori cose, gli oggetti contenuti nella stanza. La disposizione d’essi va mutando nel tempo – con velocità diverse a seconda dei diversi “angolini” esistenti nella stanza – e noi pian piano, grazie ad un crescente numero di candeline accese, saremmo in grado di scoprire pure il loro cambiamento di posizione, perfino la loro trasformazione; e saremmo capaci di renderci conto con sempre maggiore precisione delle nuove situazioni venutesi a creare.

Non intendo sostenere che ciò sia errato; e nemmeno che quanto dirò invece adesso sia massimamente originale. In ogni caso, la mia idea è in parte diversa. Si può accettare fino ad un certo punto quanto detto appena più sopra. Siamo entrati in una stanza (per mutazione genetica e adattamento ambientale?), abbiamo acceso sempre nuove luci e rischiarato i diversi angolini, ognuno dei quali è una sorta di mondo a sé (pur collegato agli altri), in cui gli eventi si svolgono con tempi assai diversi di mutamento e trasformazione. Vediamo delle cose e constatiamo delle relazioni tra esse. In base all’uso che ne facciamo, al movimento che riusciamo a individuare per determinati periodi di tempo, alla modificazione delle loro relazioni, agli eventuali influssi esercitati sulla nostra vita, ecc., ci facciamo un’idea della funzione da esse svolta nelle loro interrelazioni reciproche e, soprattutto, in rapporto a noi.

Se la situazione fosse semplicemente questa, bisognerebbe pensare che la continua, e sempre più estesa esperienza, coadiuvata dalla creazione di nuove strumentazioni che allargano viepiù il campo di osservazione e approfondiscono la “visione” nel via via più piccolo, dovrebbe condurre ad una conoscenza del mondo che si avvicina, asintoticamente, all’esaustivo. La sensazione è invece quella del “pozzo senza fondo”, di qualcosa che comporta, di tempo in tempo, ulteriori concezioni nel più grande e allargato come nel più piccolo e approfondito. E quando si analizza la storia della nostra società, queste diverse concezioni hanno una rilevanza ed effetti a volte anche distruttivi circa passate analisi e interpretazioni, formulandone di molto differenti e fortemente contrastanti con le precedenti; e pure fra loro nello stesso periodo di tempo.

Uno dei motivi fondamentali di tale fatto mi sembra abbastanza facile da comprendere. Viviamo appunto in società, non possiamo compiere alcuna azione di reale approfondimento delle nostre conoscenze senza l’unione di più persone nell’effettuazione della stessa. Tuttavia, si constata sempre una differenziazione di vedute e interpretazioni nell’ambito dello stesso gruppo di individui che ricercano in un determinato settore della nostra spinta conoscitiva, utilizzando determinate concezioni e metodologie d’analisi. E normalmente ci sono più concezioni e metodologie d’analisi – di cui sono portatori diversi gruppi di individui – in conflitto fra loro in quel dato settore d’attività conoscitiva. Detto conflitto è particolarmente acuto quando si tratti della conoscenza relativa ai rapporti sociali e ai loro movimenti; e investe, in modo particolare, i “ricercatori” ed “esperimentatori” impegnati nella loro interpretazione.

“All’inizio” sta dunque il conflitto tra coloro che ricercano e sperimentano nuove conoscenze. E non ci si riferisce esclusivamente a quelle dette scientifiche; lo sono anche quelle della vita sociale in generale, di ogni aspetto di questa vita. Non esiste il Robinson in semplice interazione e lotta con la natura circostante. La società è ricca di tanti individui, nessuno dei quali è nella situazione di Robinson; ha sempre urti e frizioni con quelli che gli stanno intorno. Si unisce ad alcuni per poter meglio competere con altri gruppi pur essi associatisi, “intruppatisi”. Robinson non aveva alcuna possibilità di avvertire sentimenti di solidarietà, di amicizia, di amore, ecc.; al massimo si trova il suo servo nel povero Venerdì. Si provano invece i sentimenti positivi dell’“Uomo” (quello di cui certi “filosofi” immaginano una natura tendenzialmente buona) sol perché sono essenziali per condurre in porto le proprie finalità – anche, appunto, quelle semplicemente conoscitive – messe in discussione dalla prossimità (“gomito a gomito”) con altri gruppi di individui, con cui è impossibile non entrare in competizione poiché i campi d’attività sono sempre troppo stretti per ogni individuo, per ogni gruppo sociale. Non è mai vero che c’è spazio per tutti; ci si urta sempre, ognuno “inciampa” continuamente nell’attività degli altri.

L’uomo – rigorosamente al minuscolo – non è né buono né cattivo per natura; è astretto dalle necessità intrinseche agli “spazi” troppo limitati che esistono per lui nella vita associata, in cui si scontra con altri uomini (magari uomini). E’ obbligato ad entrare in conflitto per le esigenze della vita in comune; quella, diciamo, di tutti i giorni. Lo è anche quando si dedica alle sue più “alte” attività, nel campo della conoscenza scientifica come in quelli – forse anche più “alti” – della creazione artistica, della filosofia, della religione; insomma, nello sviluppo del pensiero in ogni suo ambito. Se gli spazi fossero sufficienti e non implicassero urti di alcun genere – e lo fossero sempre stati, fin dall’inizio della società umana e per tutti i secoli e millenni succedutisi – non avrebbero motivo di esistenza i sentimenti della cooperazione solidale, dell’amicizia, amore e via dicendo. Non c’è in genere “buon sentimento” se non in opposizione a quelli “cattivi” nati nello scontro, nella contrapposizione, ecc. generati dagli “spazi ristretti” della vita associata; la vita degli uomini, la vita che è esistita fin dai primordi, appunto dalle orde dei “primitivi” via via evolutisi in base al possesso del pensiero, della sedicente ragione.

3. Gli spazi sono ristretti perché siamo troppi? Il conflitto, esistente in ogni ambito del mondo da noi conosciuto – specialmente in quello animale – è qualcosa che appartiene alla natura? Certamente ci si deve alimentare, ogni vita animata va alimentata; e l’alimento cercato e conquistato è quasi sempre “abitato” da un’altra vita animata, che viene dunque “spenta”. Nell’uomo l’alimentazione animale è accompagnata da quella che chiamiamo spirituale o intellettuale, comunque da qualcosa di molto diverso dal semplice mangiare. Eppure anche, anzi soprattutto, tale alimentazione trova modo di provocare conflitti e competizioni, tendenze alla primazia nel “branco” (degli intellettuali, in particolare); e spesso “spegne” altri alimenti dello stesso tipo.

Appena esiste un gruppo di soggetti che devono agire associati per la loro “alimentazione”, nasce l’esigenza di una organizzazione per raggiungere effetti significativi (non sempre quelli desiderati, voluti, perseguiti, che in genere si rivelano invece alla fine non realizzati); e ogni organizzazione ha diversi livelli o gradini di tipo gerarchico e implicanti una divisione dei compiti. L’organizzazione, la divisione dei compiti, la gerarchia, incrementano di solito un conflitto interno al gruppo – per l’ascesa verso i gradini che stanno sopra (in termini di preminenza, di maggior potere e autorità, anche “morale”), oltre a conflitti di competenza o legati a modalità diverse pensate per perseguire gli stessi scopi – che contrasta (e a volte annulla) la necessità della cooperazione a finalità comuni. Più acuto è tuttavia il conflitto tra i vari gruppi compattati dall’organizzazione, che perseguono scopi differenziati, a volte decisamente avversi fra loro, perfino nettamente antagonisti.

Sorge sempre, ricorrente, l’idea che infine si giungerà ad un accordo su quale è realmente lo scopo comune “ultimo” da conseguire; e ciò sarebbe pure favorito dalla conoscenza del mondo, che crescerebbe con la progressione asintotica di cui già si è detto. Quando si fosse arrivati “infinitamente” vicini alla completezza di questa conoscenza, ogni disaccordo, causa degli urti reciproci, tenderebbe ad esaurirsi. La cooperazione diventerebbe il nostro comportamento abituale e riguarderebbe il complesso degli umani; salvo alcune eccezioni, allora effettive deviazioni dalla norma, che sarebbero ripudiate ed espulse dalla comunità. Sono millenni che si ripete questa solfa e sarà continuamente raccontata per tutta la durata della società umana. E si rivelerà reiteratamente una pia illusione.

Naturalmente, vi è pure chi non ha questa visione così pacificante e anzi pensa in termini di ineliminabile contrapposizione tra gli individui, generalmente riuniti in gruppi; tendenzialmente cooperanti all’interno (salvo gli scontri già ricordati per l’ascesa gerarchica, le competenze, le modalità diverse per conseguire dati scopi, ecc.) in funzione della lotta all’esterno. Si può far riferimento alla lotta per la sopravvivenza (anche semplicemente spirituale, ideale, ecc.) o alla volontà di potenza o comunque a qualcosa che sarebbe innato nell’uomo (come, in termini più grezzi e immediati, negli altri esseri dotati di vita). E’ possibile formulare un’ipotesi diversa e comunque credibile? Penso di sì, se però non pretendiamo di averne la prova empirica, sperimentale. E’ un’ipotesi “non provabile”, non accertabile tramite esperienza, mediante riscontro fattuale. Abbiamo indizi, non prove certe tramite ripetuto svolgimento di esperimenti.

In realtà, abbiamo forse un solo indizio, che mi sembra tuttavia piuttosto fondamentale. Normalmente, quando si accresce la nostra conoscenza (nel senso che si aggiunge una quantità in più di “sapere”; rigorosamente tra virgolette!), sembrano infine svelati, risolti, alcuni problemi che prima ci assillavano; o addirittura si aprono nuove frontiere in precedenza nemmeno sospettate. Si hanno nuove intuizioni, spesso indotte da esperienze sopraggiunte inaspettatamente, e infine giunge la sperata prova che esse sono o sembrano fondamentalmente corrette. Si costruiscono dunque delle teorie ben ordinate e logicamente consistenti, che sembrano fissare e articolare secondo un ben preciso coordinamento dati elementi costitutivi di quel tutto intuito, studiato e infine provato. Il linguaggio usato per illustrare questa teoria è in molti ambiti (soprattutto delle scienze naturali) quello matematico. Tutto sembra sufficientemente chiaro e ben risolto, pur se sussistono ancora alcuni dubbi e certe parti della teoria appaiono meno consistenti e convincenti. Nell’insieme, però, si ritiene che si sia compiuto un decisivo passo in avanti verso la “completa” conoscenza e, dunque, la possibilità di una generale comunità d’intenti.

Poi accade un fatto – nuova intuizione o nuova esperienza o anche solo un dubbio – che sposta i termini del problema apparentemente già risolto. Molto spesso si sostiene che in fondo si tratta di un accrescimento della conoscenza in quel dato ambito (in quel dato “angolino” della “stanza” in cui siamo entrati tanto tempo fa). La precedente conoscenza (l’ipotesi già fatta e “provata”) verrebbe di fatto inserita in un ambito più vasto, diventerebbe una sorta di caso particolare della nuova che si va affermando e “solidificando”; e che dunque viene pensata come più ampia, più comprensiva di quella che l’ha preceduta. Ad ogni avanzamento, tuttavia, si producono anche divergenze di opinioni, si formulano ipotesi diverse, si aprono più prospettive. Alcune teorie, in effetti, vengono considerate come ormai già acquisite stabilmente, non dovrebbero conoscere più alterazioni; al massimo, appunto, verrebbero ampliate, comprenderebbero nuovi ambiti prima sconosciuti o quanto meno non sondati adeguatamente. Questo in linea generale, ma restano problemi irrisolti; meglio ancora si aprono nuovi problemi che prima non turbavano minimamente la tranquilla convinzione degli scienziati in quell’ambito, in quell’“angolino”. E, lo ripeto, iniziano spesso divergenze sull’applicazione di quella data teoria a nuovi ambiti apertisi all’interesse della scienza; o magari anche nello stesso ambito, ma che va presentando aspetti tali da dover ridiscutere parzialmente la teoria prima affermatasi stabilmente, ecc.

Quanto detto è particolarmente individuabile nelle scienze sociali, molto più che in quelle naturali. Una conclusione viene approvata, sembra pressoché sicura – sia pure affidandosi ad un ventaglio di probabilità per soluzioni parzialmente diversificate, il che del resto avviene spesso anche nelle scienze dette naturali – e poi invece si dimostra fallace totalmente o in larga parte; si arriva allora a conclusioni assai diverse, in contraddizione con la precedente e pure fra loro. Si potrebbe pensare che questo è soprattutto originato dalla differenziazione di vari gruppi espletanti specifiche funzioni nell’ambito della sempre più complessa strutturazione della società. Non accade così. Le differenti teorie sono seguite – con maggiore o minore consapevolezza delle stesse – da individui che si raggruppano non rispettando la specifica funzione esercitata dal settore sociale cui appartengono.

4. E’ necessario, credo, pensare una ipotesi del tutto differente e senza dubbio spiazzante poiché, appunto, non se ne dà la possibilità di prova; nel senso che l’ipotesi è al di fuori della portata conoscitiva empirica, non può essere praticata, sperimentata. Prima di procedere, cerco di sintetizzare la conclusione fondamentale cui si giunti fin qui. Ritengo fortemente utopica l’idea che si possa giungere ad una pacificata e comune visione del mondo (della “realtà” per come la vediamo ed esperiamo), che infine consentirebbe la fine di ogni acuto conflitto tra individui e gruppi sociali. Si ritiene, in definitiva, ineliminabile, tale conflitto. Non si nega che esso possa essere alimentato, potenziato, favorito comunque, dalle differenti, e spesso contrastanti, funzioni svolte da diversi settori della società (che si sostanziano ovviamente di individui). Se però così soltanto fosse, sarebbe eccezionale la presenza di individui di settori sociali differenti in gruppi che, con maggiore o minore consapevolezza, seguono una data visione dell’organizzazione sociale e, in generale, della “realtà” in cui vive (e sopravvive) la società umana. Tale eventualità, invece, non è affatto rara. Ogni gruppo in conflitto con gli altri in merito a tale visione (ad es. una data teoria, pur se la maggior parte degli individui crede, erroneamente, d’essere solo pragmatica e di non avere concezioni teoriche, anche soltanto elementari e grezze, spesso “precipitate” in cristallizzati grumi ideologici) è costituito da appartenenti a svariati settori sociali, sia pure con diverse proporzioni quantitative. Ed essi lottano per tale visione perfino in contrasto con i loro più specifici interessi di parte sociale d’appartenenza.

Questi diversi gruppi in conflitto danno in definitiva vita a teorie e apparati con funzioni differenti nei diversi settori (o sottocampi); e queste teorie e apparati sono appunto gli elementi costitutivi dei campi di stabilità investiti dal flusso squilibrante della realtà (inconoscibile e solo ipotizzabile). Allora si producono deformazioni, e spesso vere fratture, in questi campi; si frammentano, dunque, si sfrangiano le teorie e apparati di cui essi si sostanziano. Le loro funzioni vengono messe in discussione, a partire da quelle delle teorie e apparati predominanti. I gruppi di individui che svolgono le funzioni in questione (gruppi, cioè, che sostengono date teorie o che organizzano, dirigono e amministrano dati apparati) sono attraversati dalle deformazioni e fratture, ne sono più o meno fortemente influenzati e spesso si dividono all’interno; e molti loro aderenti si disperdono. Iniziano così mutamenti e “rivoluzionamenti” di teorie e apparati; in speciale modo di quelle e di questi, che occupino posizioni preminenti. Cosa provoca tale mutamento più o meno radicale fino, a volte, ad assumere il carattere di una vera rivoluzione? La sensazione “empirica” (e superficiale) è che alcuni cervelli, soprattutto per quanto riguarda le teorie, o gruppi di individui negli apparati abbiano preso consapevolezza della necessità di ampliamenti e diversificazioni di quanto è sussistente ormai da tempo. In realtà all’origine del rivolgimento c’è la realtà, inconoscibile per sua “essenza”, che va sconvolgendo l’equilibrio conseguito solo transitoriamente tramite i campi di stabilità, costruiti per esigenze pratiche d’azione.

D’altronde, la presa di coscienza di un equilibrio, ormai impossibile da mantenere, avviene appunto a causa di tale spinta squilibrante che investe tutti i gruppi di individui attivi nelle teorie e negli apparati. Lo squilibrio, del tutto oggettivo e indipendente dagli individui, viene vissuto da ognuno di detti gruppi come aggressione di altri gruppi. Ne nasce un conflitto in cui ogni parte, anche quella che inizia le ostilità, si sente in realtà investita dall’azione “nemica” di altri gruppi; chi dà avvio allo scontro lo fa perché ritiene indispensabile prevenire piuttosto che attendere l’attacco di altri. Quando poi uno vince, allora è sicuro che farà ricadere la colpa del conflitto sul perdente. In ogni caso, i nuovi campi di stabilità che si andranno formando, sia in campo teorico che negli apparati, lo saranno nel corso dell’urto fra fazioni contrapposte. E chi vince impone la sua visione teorica della “realtà” e l’organizzazione considerata più propria per l’attività svolta nel campo da lui stabilizzato proprio per consentirne lo svolgimento.

Di conseguenza, gli individui – che sono di fatto portatori dello squilibrio da cui vengono investiti – si trasformano comunque in agenti del conflitto; e in questo divenire attivi non possono non manifestare le loro caratteristiche individuali, che i superficiali studiosi della “realtà” (quella dei campi di stabilità) prenderanno come le vere responsabili del cambiamento. Tali caratteristiche, invece, hanno rilievo del tutto minore rispetto alla spinta del flusso squilibrante; poiché però quest’ultimo è sconosciuto e solo ipotizzabile in base alla più o meno accentuata corrosione subita dagli ormai antiquati campi di stabilità, è più semplice pensare che si tratti dell’effetto dell’azione lungimirante di “grandi uomini” o degli “spontanei” sommovimenti delle cosiddette masse. Tutta la storia (o quasi) è scritta – ma si tratta di “difetto” credo ineliminabile – con la convinzione della priorità da assegnare a simile azione e a cotali sommovimenti.

5. La “realtà”, si sostiene soprattutto dopo gli ultimi sviluppi delle scienze naturali, è un sistema di relazioni: relazioni tra le parti che costituirebbero il mondo, ma soprattutto la relazione tra quest’ultimo e noi. Invece, ipotizzerei che la realtà è indipendente da noi, esiste in sua piena autonomia. Essa è però inconoscibile. Solo appunto per ipotesi – e tenendo conto di quanto ci è accaduto e ci accade in quanto società di umani – possiamo pensare ad un flusso continuo, indistinto, informe, non suddiviso in parti, e del tutto squilibrante; immaginiamolo, per averne un’idea approssimativa, come un moto ondoso che tutto muove, tutto trascina, tutto a volte travolge. Non siamo però in grado di agire in un simile continuo sconvolgimento e squilibrio. Procediamo perciò, nella nostra attività detta conoscitiva, alla fissazione dei campi di stabilità, che sono allora certamente dei sistemi di relazioni. Sia relazioni tra le diverse parti in cui abbiamo suddiviso tali campi per la nostra praticità d’azione; sia soprattutto tra questi campi e noi, che li abbiamo costruiti seguendo date impostazioni teoriche e dotandoli inoltre di apparati organizzativi differenziati appunto per settori vari in base alle esigenze del nostro agire.

Crediamo, magari, di passare da un gruppo di teorie ad un altro, da un sistema di apparati ad un altro, accrescendo e migliorando le nostre conoscenze. Procediamo invece al mutamento perché le vecchie teorie e i vecchi apparati vengono, oggettivamente, messi in discussione e anche travolti da quell’ipotizzato flusso (“ondoso”) del tutto squilibrante. E spesso, retroattivamente, siamo pure convinti che i mutamenti teorici e social-organizzativi abbiano seguito un certo iter. Certamente, le nostre ricostruzioni e la fissazione dei campi di stabilità l’hanno percorso. Il flusso, tuttavia, non ha iter e ci costringe “a suo arbitrio” ad adeguarci ad esso; e sempre approssimativamente, in modo impreciso, tramite continue ipotesi, che prima o poi verranno infatti falsificate (su tale problema non ha tutti i torti Popper) e dovranno essere modificate più o meno radicalmente. Logicamente, nell’immaginare (ipotizzare) qual è il flusso, prendiamo atto del suo andamento dinamico al quale tuttavia attribuiamo un dato ordine, un percorso almeno probabile, mentre il flusso è caotico e casuale; d’altra parte, il nostro cervello così funziona e ha bisogno di affibbiare sistematicità persino al caos più magmatico. Matematizziamo pure quest’ultimo se possibile; in ogni caso, gli assegniamo una certa successione di eventi, sostanzialmente razionale e prevedibile almeno probabilisticamente, perché questo è per l’appunto il funzionamento cerebrale detto ragione.

Si può invece ipotizzare utilmente – e sempre con l’impiego della ragione – che la razionalità subentri ex post, allo scopo di dotare di una determinata articolazione strutturale quella che crediamo sia l’evoluzione della società umana. Il fatto che si verifichino, nella teoria come negli apparati, mutamenti tali da obbligarci a sconvolgere le nostre precedenti convinzioni, lo attribuiamo o ad un andamento finalistico della “realtà” o ad un relativismo estremo per cui quest’ultima è pensata quale mero sistema di relazioni tra essa e noi. No, è meglio pensare ad una realtà assoluta, autonoma, indipendente da noi e a noi esterna, che tende continuamente a mettere sottosopra ogni nostra transitoria fissità (fissità anche dell’andamento dinamico presupposto, al massimo flessibilizzato tramite il calcolo delle probabilità). Dobbiamo supporre (e senza possibilità di verifica sperimentale) la realtà come casuale, non teleologica, del tutto caotica. La nostra attività conoscitiva si arrabatta a trovare punti di appiglio nel magma, sporgenze cui aggrapparsi per un determinato periodo prima di essere nuovamente staccati da quella “sosta” e riscagliati nel “vuoto”, o meglio nell’inconoscibile vortice cui siamo destinati.

Sosteniamo spesso, nel campo della conoscenza scientifica, di avere compiuto dei passi avanti. Perfino chi accetta l’idea che non ci si stia approssimando (ricordiamolo ancora: asintoticamente) alla “realtà” vera e propria, chi dunque riconosce che quest’ultima è un “pozzo senza fondo”, immagina di stare avanzando, di stare sondando il pozzo sempre più in profondità. E’ invece assai più sensato supporre che siamo sempre alla coda del mutamento (casuale e non finalistico) di quel flusso che rappresenta la realtà. C’è un barlume di consapevolezza di quanto appena affermato quando si sostiene che in definitiva la nostra conoscenza è come la “nottola di Minerva”, che arriviamo a prendere atto della “realtà” post festum, a giochi fatti.

Io invece non credo che siamo in grado di afferrare, nemmeno di inquadrare, la realtà. Ipotizzo che il flusso, correndo e sconvolgendo, metta in crisi le teorie già assodate, gli apparati già consolidatisi, da tempo. Si entra allora in un’epoca di incertezze, di dubbi, di una serie di nuovi tentativi onde riaggiustare i vecchi campi di stabilità (a tale compito si adoperano gli “agenti” conservatori) o per costruirne di nuovi (intento degli “agenti” innovatori, spesso veri rivoluzionari). Alla fine, dopo scontri e turbolenze varie per l’attività contrapposta di tali “agenti”, si arriva a nuovi campi di stabilità (di teorie e apparati): è come se ci si aggrappasse in extremis, e per la coda, al flusso squilibrante che intanto prosegue imperterrito il suo corso tumultuoso e senza ordine né direzione predeterminata.

Non siamo affatto “avanzati”, tale termine è usato impropriamente; abbiamo seguito il corso del flusso perché siamo immersi in esso, siamo trasportati dal suo moto ondoso, che ci sfugge da vari lati, che delude ripetutamente i nostri tentativi (teorici e organizzativi) di sistemazione, che ci rende edotti della transitorietà di ogni equilibrio, di ogni direzione anche soltanto probabilisticamente posta dalla nostra attività pensante, raziocinante. Infine, dopo immani sforzi, giungiamo a teorie e organizzazioni (magari ancora con parziale contrapposizione, non però acuta come in precedenza, tra teorie diverse e tra differenti strutture organizzative), che colgono “realisticamente” alcuni lati del flusso in scorrimento. Siamo soddisfatti, ci sentiamo a cavallo, riteniamo d’aver percorso un altro tratto che ci avvicina al “vero”, di essere andati un po’ più in giù nel “pozzo senza fondo”. Siamo invece già in incipiente ritardo rispetto al flusso reale; e fin da subito, o quasi, inizia l’invecchiamento dei cambiamenti teorici ed organizzativi compiuti.

Ecco perché non c’è rivoluzione che non trovi il suo progressivo spegnimento (che viene spesso vissuto come “tradimento”). Ecco perché si fa strada la delusione di chi credeva veramente in un mondo definitivamente nuovo e migliore; e invece la soddisfazione pragmatica di chi si crede vero portatore di un “sano realismo” privo di ubbie. Gli innovatori, se troppo insistono, rischiano di essere messi a morte: nei fatti o almeno nelle loro spinte ancora rivoluzionarie, che hanno magari l’effetto di far perdurare e accrescere il disordine, il caos, in netta contrapposizione con l’ormai impellente necessità di nuovi campi di stabilità, senza di cui gli esseri umani saranno sempre travolti dal flusso della realtà, accentueranno i loro reciproci conflitti distruttivi d’ogni possibilità di convivenza sociale organizzata. Il flusso continua a fuggire in avanti mentre gli esseri umani si pongono sulla sua scia, in coda ad esso, e dovranno attendere un nuovo ripetersi del “ciclo” qui sommariamente accennato. Non c’è altra scelta, pena la sconclusionatezza del nostro agire, la nostra confusione di idee, magari la fuga nella follia. Dobbiamo rassegnarci a restare in coda; conquistiamo almeno, per un certo periodo, la stabilità e possiamo perciò porre in essere azioni dotate di senso. Ci è però preclusa la conoscenza della realtà che resta sempre davanti a noi, e a debita distanza, in corsa incessante senza ordine né finalità.

6. E’ un’ipotesi tanto sconvolgente, tanto deludente? A me sembra di no. La delusione dipende soltanto dal fatto di non riconoscere che cosa può essere in effetti quello che chiamiamo spesso “progresso”, quel processo erroneamente considerato un “andare avanti” verso nuovi traguardi della presunta conoscenza; convinti che gli “innovatori” siano autentici rivoluzionari capaci di precedere gli eventi, d’essere in anticipo sui tempi ai quali è ancora ferma la maggioranza dei loro simili. I rivoluzionari, più semplicemente, si rendono conto prima degli altri che lo sconosciuto flusso squilibrante reale ha ormai sconvolto e rese obsolete le nostre istituzioni, le nostre teorie. I rivoluzionari insomma lo avvertono e si mettono ad arrancare cercando almeno di afferrare la coda di quel flusso. Quest’ultima ci dice poco o niente circa la realtà d’esso; dovremmo arrivare alla sua testa, ma ci è precluso. Alcuni pensano, nella loro ormai manifesta follia, di riuscirci; chi li segue nelle loro stralunate visioni difficilmente finirà bene.

Esistono effettivamente alcuni individui in grado d’essere “visionari” nel senso più concreto, e positivo, del termine? Ammetto di nutrire dubbi in proposito e tuttavia sarebbe errato chiudere, data la nostra ignoranza “congenita” dei processi reali del flusso, ogni possibilità in proposito. Se lasciamo da parte le grandi religioni, che si sono andate formando molto e molto tempo fa e che hanno significato del tutto diverso da quello che sto qui trattando, mi sembra comunque non siano questi individui a poter influenzare quella che definiamo, magari presuntuosamente, conoscenza del mondo e suo mutamento.

Può oggi pretendere di svolgere un’attività trasformativa della “realtà” chi riesce comunque ad avere la netta sensazione che il flusso è passato e ha reso vecchie le teorie e le strutture organizzative degli esistenti campi di stabilità. Cambiano il mondo coloro che si accorgono almeno della coda del flusso reale “in fuga” e a questa tendono ad agganciarsi, sempre per via di ipotesi e di nuove “prove sperimentali”. Se costoro conseguono un qualche successo, è evidente che la coda non è passata invano. Il successo però – e questo è decisivo nell’ammissione che la realtà è inconoscibile nei suoi più propri connotati (caotici e indistinti) – non è mai corrispondente all’obiettivo perseguito dagli innovatori, dai rivoluzionari; alla fine essi (o più facilmente i loro successori) dovranno rendersi conto che i risultati delle loro azioni sono tutt’affatto differenti da quanto desiderato e creduto realizzato. Allora, si metteranno a studiare i risultati effettivi; e, così comportandosi, fisseranno altri campi di stabilità che progressivamente andranno logorandosi e mostrando la loro caducità. E così via.

Quando si fanno simili affermazioni, subito alzano il capo i banali che sentenziano: allora era inutile agire, cercare di cambiare, tanto tutto resta com’era. Sciocchezza evidente. Non si è compreso che ormai le vecchie teorie e i vecchi apparati, le istituzioni della convivenza in una determinata formazione sociale, non reggevano ormai più; che era indispensabile avvenissero radicali sostituzioni con altre teorie e altre istituzioni più consone a reggere il peso dello scorrere tumultuoso del flusso reale. I rivoluzionari, gli innovatori, hanno solo colto – e quando quest’ultimo è già per l’essenziale passato – gli effetti logoranti, spesso fortemente distruttivi, da esso provocati. Non è stato per nulla inutile cambiare, trasformare anche con la violenza rivoluzionaria se occorre, quel mondo ormai decadente, in disfacimento. Non poteva restare così. E’ profondamente errato ragionare solo in base alla delusione susseguente alle solite illusioni di un miglioramento del mondo, dell’affermarsi di un Uomo Nuovo.

Non c’è nessuna nuova umanità possibile. I sentimenti sono e saranno sempre gli stessi, nei loro aspetti positivi come in quelli fortemente negativi; così come la ragione si arrabatterà sempre nella fissazione di campi di stabilità (teorici ed organizzativi) senza i quali quest’essere animale non è in grado di procedere in alcun modo. Semplicemente il flusso, di cui sto parlando fin dall’inizio, continuerà la sua corsa caotica e squilibrante e rovescerà alla fine quella data stabilità. Se questa umanità non vuol cadere definitivamente nello sconvolgimento più completo – dopo di che vorrei proprio vedere se riesce a sopravvivere – deve, di tempo in tempo, trovare i suoi innovatori (rivoluzionari a volte); e dovrà sopprimere chi invece continua a credere di poter sopravvivere nelle vecchie strutture ormai travolte dal reale che scorre imperioso.

Non è possibile non cambiare, sono solo i sognatori, gli illusi che, appena il mondo non si adatta al loro fantasticare di mondi migliori, frignano e dichiarano l’inutilità degli sforzi compiuti per innovare, per rivoluzionare. Questi individui sono solo un grave ostacolo (da togliere di mezzo al più presto) alla realizzazione delle nuove stabilizzazioni teoriche ed organizzative, senza le quali – pur se lontane da quelle sperate, agognate – non si dà continuazione della società, anche se i suoi rapporti assumeranno un’altra forma. Non certo però quella del “comunismo”, della bontà e solidarietà generalizzate. Basta menzogne di spiriti deboli, che spesso diventano persino degli infami. Il conflitto deve sempre sussistere proprio per le esigenze di perpetuazione della vita sociale in via via differenti strutture organizzative dei rapporti tra gruppi. Il conflitto permane, con diversi gradi di intensità, perché quando il flusso continua nella sua corsa travolgente – e i campi di stabilità appena messi in piedi cominciano subito ad invecchiare – non potranno non esserci e acuirsi i contrasti tra chi vuol conservare ciò che sempre più andrà sgretolandosi e chi si pone nella prospettiva della trasformazione. E sarà sempre così, finché durerà questa associazione di umani. Senza illusioni di sorta, con il massimo realismo invece.

7. Ho (momentaneamente) concluso queste elucubrazioni sulla realtà. Considerata come realtà, quella supposta vera ma inconoscibile; e come “realtà”, quella costruita da noi tramite fissazione (teorica ed organizzativa) di campi di stabilità, necessari ad agire senza trovarsi in continuo squilibrio, che implicherebbe il dubbio perpetuo e, di conseguenza, l’impossibilità d’agire. E non sto parlando solo di quell’azione che è movimento, agitazione; anche la meditazione, la più completa immobilità del proprio corpo, è parte dell’azione umana intesa in senso ampio.

Quanto detto qui in generale dovrebbe servire all’analisi di situazioni varie. Ad es., gli sviluppi della politica internazionale, lo svolgimento della vita sociale all’interno dei diversi paesi, delle diverse nazionalità, delle diverse aree culturali, ideologiche, religiose, ecc. Il conflitto, sia interindividuale che fra gruppi sociali, è ineliminabile in quanto portato specifico dello squilibrio, dei continui ribaltamenti e “capriole” cui sono appunto costretti sia gli individui sia i gruppi, immersi nel flusso squilibrante che li trasporta con sé. Pensare a società pacificate, composte da individui prevalentemente cooperanti e solidali fra loro, è la più grande utopia nutrita da masse non indifferenti di questi animali speciali detti uomini. Si tratta di speranze che andranno perpetuamente deluse e di cui perpetuamente gli uomini s’illuderanno. E chi s’illude è spesso poi il peggiore fra quelli che aggrediscono, pervertono ogni buon sentimento, anche uccidono, ecc.

Ho spiegato in un mio recente seminario che cosa intendeva Marx (e il marxismo non falsificato da pensatori truffaldini) per società comunista, preparata necessariamente dalla fase transitoria detta socialismo, che sembrava già in formazione nel grembo della società capitalistica. C’è stato non semplicemente un errore di previsione, ma proprio una considerazione non adeguata delle dinamiche in atto in quest’ultima. In ogni caso, il marxismo serio non considerava il comunismo una società fondata sulla solidarietà fra i suoi componenti; invece conflittuali tra loro in base ai sentimenti che muovono da sempre gli uomini fin dalla nascita e prime civilizzazioni di questa specie animale. Si supponeva semplicemente che venisse a cessare, proprio in base alle presunte dinamiche interne al capitalismo, l’antagonismo fra classi contrapposte. Tuttavia, per il marxismo serio la classe si identificava esclusivamente in base alla sua relazione con i mezzi di produzione: proprietà (potere di disporre) o non proprietà. Non esistono per Marx classi individuate con il criterio delle funzioni svolte e dei ruoli ricoperti dai vari “soggetti”. Questo l’hanno pensato dei volgari imbroglioni fatti(si) passare per marxisti, e che di Marx non conoscevano (né conoscono tuttora) nemmeno l’unghia del mignolo sinistro.

In base alle considerazioni qui fatte, si esce indubbiamente dal marxismo e si pensa il conflitto in termini diversi dalla ben nota “lotta di classe”. In questo scritto, lo considero un portato del flusso che squilibra gli individui, li getta sempre in una posizione ora soprastante ora sottostante agli altri, li fa urtare e irritare gli uni contro gli altri, provocando le loro reazioni reciproche; e ognuno si sentirà giustificato per le sue “male azioni” e anzi convinto d’essere lui l’aggredito. Altra conseguenza d’importanza rilevante è che gli individui si divideranno – a seconda di caratteri sia socialmente acquisiti sia anche strettamente “personali” – in una schiera più ristretta che prende atto dell’invecchiamento e tendenziale inadeguatezza delle teorie e strutture organizzative (apparati) inerenti ai campi di stabilità già fissati da tempo; e in una massa più consistente, uniformata da un’abitudine conformistica che impedisce di cogliere simile processo. Coloro che arrivano ad afferrare per brani – e pensando addirittura di conoscere – il reale squilibrante che sta buttando all’aria le passate teorie e apparati, si dividono in conservatori della vecchia strutturazione ed in innovatori, più o meno rivoluzionari.

Tale divisione è generalmente favorita da interessi specifici di dati gruppi sociali posti in posizione predominante nelle vecchie strutture, mentre altri premono per sostituirsi ad essi. Non si creda però che non vi siano ampie commistioni, e dunque alleanze e raggruppamenti, tra individui appartenenti a settori sociali con interessi contrastanti. In ogni caso, man mano che il flusso reale passa e investe “il vecchio”, questo si va decomponendo, creando effettive difficoltà alla convivenza degli individui in quella data società (formazione sociale con rapporti d’un certo tipo). Il conflitto tra conservatori e innovatori si acuisce e smuove anche gli abitudinari conformisti “di massa”. Ed è allora che si mettono in movimento i “grandi cambiamenti” storici, sia nel campo delle teorie sia in quello dell’articolazione e strutturazione in apparati. Questi cambiamenti – e i movimenti di masse che provocano, i legami tra queste e i due schieramenti opposti degli agenti conservatori e innovatori (riuniti in élites fra loro in conflitto sempre più accanito) – devono essere analizzati caso per caso, con generalizzazioni assai caute, con riferimenti obbligati all’esperienza di conflitti passati, sempre però aggiornata alle nuove contingenze.

E’ qui che entra in gioco la vera analisi della politica, intendendo quest’ultima quale serie di mosse facenti parte delle strategie poste in opera nel conflitto tra vari raggruppamenti sociali, con alla loro testa le élites conservatrici o innovatrici (con varie gradazioni nelle une come nelle altre). Una serie di mosse, che parte dall’analisi dei rapporti di forza esistenti tra le parti in lotta, della loro posizione reciproca nello spazio (e nei tempi) del conflitto; e soprattutto tenendo conto delle possibili, probabili, mosse di difesa e/o d’attacco dell’avversario. E’ qui che subentra un tipo di argomentazioni che ricorrono spesso all’intersoggettività dello scontro, come se questo scaturisse realmente dalle volontà e disegni degli individui o gruppi che vi sono coinvolti. Non si può fare a meno di questa tipologia d’analisi, di studio delle varie mosse delle parti in conflitto.

Questo non è però sufficiente. Secondo me, non si deve mai dimenticare che “dietro” lo scontro tra soggetti (individui o gruppi) vi è il flusso squilibrante della realtà, inconoscibile per sua “essenza”. Chi si ferma alla semplice lotta tra soggetti pensa magari che gli innovatori siano perfino in anticipo sui “tempi storici”, che le soluzioni teoriche e organizzative da loro progettate e attuate dureranno a lungo, sono forse pressoché definitive. E’ facile pensarlo nelle scienze naturali, dove il conflitto è meno acuto e i tempi di svolgimento della realtà macro o microfisica sono spesso assai lunghi rispetto alla vita umana. Nelle “scienze” sociali (se così si possono intendere) – dove subentrano pure più acuti conflitti d’interesse tra individui e gruppi, ma soprattutto dove i tempi di scorrimento del flusso squilibrante sembrano essere più veloci – è ancora più indispensabile tenere conto delle ipotesi formulate nel presente scritto sulla realtà. E’ il flusso caotico, tumultuoso, in cui siamo immersi e che ci trascina travolgendoci continuamente, ad essere il connotato oggettivo posto alla base ed esplicativo dei conflitti intersoggettivi.

I soggetti (individui e gruppi) lottano, credendo di realizzare “il futuro migliore” per l’umanità. Il “futuro” è invece già in atto, sta già lavorando a logorare, sgretolare, quanto la politica svolta dai soggetti in urto – i conservatori e gli innovatori – crede di avere ottenuto o di poter ottenere assai presto. Progetti e volontà di entrambi i gruppi di soggetti sono già stati gettati, o stanno per essere gettati, nei “forni” del flusso reale, che li “cuocerà” a puntino e li fornirà ai contendenti nel loro sapore amaro e deludente. Ogni volta, i soggetti in conflitto si sentiranno sulla cresta dell’onda, saranno convinti di stare lottando per progetti sicuri e realizzabili; e ogni volta entreranno poi “in depressione” e alzeranno “alti lai alla ria sorte”. La si smetta e si valuti quanto qui detto: la realtà corre e sconvolge i campi di stabilità umani. Gli uomini però non possono fermarsi, gridare allo sconforto e all’inutilità dell’agire umano. Nemmeno per sogno! E’ indispensabile correre dietro al flusso, immersi nel suo pieno squilibrio, continuamente stabilizzando e agendo, e poi ri-stabilizzando e ri-agendo; e così sempre, fino a che l’umanità non cesserà di esistere. Allora potrà riposare in eterno. Prima no, si deve incessantemente procedere nel conflitto e nel cambiamento; e sempre “in coda” al flusso squilibrante, ad una realtà che mai conosceremo (nel senso comune di questo termine) ed in cui siamo costretti a nuotare, o quanto meno ad agitare le membra, pur quando ci sforziamo di galleggiare “a morto”.