I SOLDI DALL’ESTERO

RUSSIAN PRESIDENT VLADIMIR PUTIN VISITS CHINA

Questo Paese ha perso la memoria. La magistratura che ha dormito per tutta la guerra fredda ora va processando questo o quel partito (sgradito per certe posizioni politiche) o questa e quella impresa pubblica (che tenta di fare gli interessi della nazione e non solo quelli degli americani) in ossequio a principi di pulizia morale che non hanno nulla a che vedere con la giustizia. Con tangentopoli i togati hanno assunto un ruolo invasivo ed ipertrofico che prima si sognavano e lo hanno ottenuto grazie ad interferenze straniere. Gli statunitensi vincenti sui sovietici, all’indomani del crollo di Mosca, decisero di modificare gli equilibri europei. In Italia fu organizzato un golpe a suon di avvisi di garanzia e condanne contro gli “storici” partiti di governo. Il PCI-PDS fu risparmiato perché ormai più atlantista dei democristiani e socialisti messi insieme. Bisognerebbe mettere fine una volta per tutte a questa “anomalia” che produce paradossi autolesionistici come quello dello Stato che processa lo Stato. E’ bene ricordare che i soldi dalle potenze straniere li prendevano e li prendono tutti. Anzi, spesso non si tratta di passaggio diretto di denaro ma di “affari” che coinvolgono importanti player strategici istituzionali che garantiscono commercio e politica estera. Gli “intermediari” che li facilitano fanno un favore a se stessi ma anche all’economia nazionale.

Di più, vorrei ricordare che in tempi passati si era maggiormente uomini di mondo su tali questioni. Cossiga, per esempio, sui finanziamenti dei Sovietici al PCI invitava a non alzare inutili polveroni: perché sarebbe stato “assai strano che l’ Urss non avesse finanziato i comunisti italiani” dato che “partiti occidentali erano finanziati soprattutto dagli Stati Uniti”. Cossiga, inoltre, rammentava, che spesso i servizi segreti italiani “scortavano” a distanza i compagni che facevano la spola tra Roma e Mosca affinché il passaggio di rubli avvenisse in tutta sicurezza evitando guai peggiori. La provenienza “sicura” dei fondi impediva ai comunisti di lanciarsi in forme di autofinanziamento più spregiudicate.

Francesco Cossiga ricordava Poi un piccolo emblematico episodio: «Cossutta è un amico e so che non era una spia, semmai era spiato… Una volta, per avere i finanziamenti dal Kgb per Paese Sera, dovette andare dall’ambasciatore di Parigi, non fidandosi di quello in Italia, che avrebbe potuto riferire a Berlinguer… L’episodio divertente però fu un altro: l’aereo con il quale tornava fu costretto a un atterraggio d’emergenza… Quando, evocando la storia in un’occasione pubblica, Cossutta raccontò: Riparammo a Copenaghen, io lo corressi: No, Stoccolma. Come fai a saperlo?, sbalordì. Eravamo meno fessi di quanto tu pensavi, potetti dire con soddisfazione».

In Italia, ancora oggi, arrivano aiuti da fuori. Li incassano tutti, con modalità e intenti differenti, e quelli che li negano sono solo i più ipocriti. Salutame a Soros.

Moro e (im)moralismi di sinistra

Moro

 

Chi emise la condanna a morte per Moro? Troppo spesso vengono accusati Cossiga e Andreotti ma ci si dimentica dell’uomo che più di tutti gli altri persegui’ la linea della fermezza: Enrico Berlinguer. Cossiga si chiedeva come mai il segretario del Pci non subisse le stesse accuse che toccarono a lui e Andreotti, eppure era anche più tetragono di loro nella chiusura di ogni trattativa coi brigatisti. Berlinguer il buono e il moralista era in realtà un essere pericoloso, come rivelò Leone a Squitieri. Furono lui e Benigno Zaccagnini a far fallire la trattativa per la liberazione del politico pugliese. Un comunista e un democristiano di “sinistra”. Basta con questa palla secondo la quale Moro sarebbe stato ucciso perché avrebbe voluto coinvolgere i comunisti nel governo.
Abbiamo scritto nel nostro ultimo libro con La Grassa (In Cammino, verso una nuova epoca) qualcosa su questa faccenda e da lì traggo il passaggio: “Storicamente, è il golpe cileno del ‘73 l’evento rivelatore, quello che fa trasparire quanto si andava elaborando nella segreteria piccìista. In quell’anno Berlinguer, approfittando di un’interpretazione errata dei fatti della Moneda (e di quanto sarebbe potuto avvenire anche in Italia), s’inventò la necessità di un compromesso storico tra le forze responsabili del Paese. Si voleva evitare una possibile svolta autoritaria ma l’occasione fu più che altro propizia per un salto di campo dei comunisti, i cui vertici avevano ormai deciso di entrare a far pienamente parte del cosiddetto “occidente” a guida statunitense.

Nell’ottobre dello stesso anno il segretario comunista esce malconcio da un “incidente” in Bulgaria. I servizi segreti dell’est, non necessariamente il Kgb, vollero dare un preavviso al politico che si stava spingendo troppo oltre le sue possibilità, dettate dal contesto geopolitico. In ogni caso, la strada del dialogo tra Dci e Pci, approntata in quei termini da Berlinguer, non piaceva affatto a Moro, il quale non è mai stato vero interlocutore di quella svolta che si concretizzerà, sebbene in forma ancor più ambigua, solo nel ’76, con il governo della “non sfiducia” di Andreotti.

Piuttosto, all’interno della Dc furono gli elementi della sinistra ad intavolare le vere trattative. Sono gli stessi protagonisti che condivideranno, sempre con il comunista sardo, la linea della fermezza allorché le Br rapiranno Moro.

Su questa triste vicenda risultano interessanti le dichiarazioni rilasciate, qualche anno prima di morire, dal regista Pasquale Squitieri. Secondo quanto afferma il cineasta, il Presidente Leone aveva già firmato la grazia per alcuni brigatisti che non si erano macchiati di reati di sangue. Si sarebbe dovuto effettuare uno scambio con i terroristi per liberare il politico di Maglie ma Benigno Zaccagnini ed Enrico Berlinguer fecero saltare i negoziati. Era stato proprio Leone a rivelarlo, aggiungendo che quest’ultimi erano davvero pericolosi. E’ ovvio, tuttavia, che questi “pericoli pubblici” avevano le spalle molto coperte, essendo a contatto con ambienti Usa che stavano approntando una strategia di distacco del Pci dai sovietici.

L’eurocomunismo era il volto presentabile di questo piano internazionale che destrutturava i partiti comunisti europei per il medesimo obiettivo di allontanamento dalla “casa madre”. Non dimentichiamo che nell’aprile ’78, un mese prima dell’omicidio di Moro, c’era stata pure la gita culturale di Napolitano in America. Una insolita condensazione di eventi che produce significative alterazioni sulla vita politica italiana. Alterazioni che solo un quindicennio dopo, con il collassamento del campo socialista, si mostreranno in tutti i loro decisivi effetti. Basta mettere insieme i pezzi del puzzle per giungere a delle conclusioni: 1) delitto Moro, 2) implosione dell’URSS, 3) cambio di nome del PCI, 4) liquidazione giudiziaria della prima Repubblica. Chi si salva da questa immane tempesta storica che tutto cambia eccetto, appunto, qualcosa? Gli ex comunisti e la sinistra DC. Sono loro l’eccezione, i prescelti per gestire la transizione da un’America (quella del bipolarismo) all’altra (quella del monopolarismo), in tempi non sospetti, quando i sintomi del mutamento mondiale erano ancora emergenti”.

Riflettete su questi avvenimenti, sulle loro dinamiche intrinseche e sui risultati ultimi, avrete così i colpevoli di 40 anni di cancrena italiana.

SI DIMENTICA TROPPO FACILMENTE, di GLG

gianfranco

QUI
Si leggano attentamente le dichiarazioni di Cossiga all’epoca dei vergognosi fatti relativi all’aggressione alla Serbia; e quanto riferisce il gen. Fabio Mini in merito alla stessa vicenda. Tutti dimenticano la vergogna e il servilismo di quella “sinistra”, originatasi dalla putrefazione del Pci, che cambiò sia nome sia campo d’appartenenza. Non ne ebbe il coraggio fin quando resistette l’Urss, perfino quella gorbacioviana ormai allo sbando. Dopo il “crollo del muro” nel 1989 i piciisti svelarono fino in fondo d’essere dei voltagabbana della peggiore specie e 10 anni dopo raggiunsero il loro vertice d’abiezione servendo a tutto campo i nuovi “padroni” americani, allora sotto la presidenza Clinton, che aggredirono appunto la Serbia con scuse da veri briganti, anzi gangster perché questo sono simili falsi “democratici” e “difensori della libertà”. E fu sottaciuto quanto invece fu palesato, ma sempre appunto in modo da farlo dimenticare assai presto, da chi voleva “fare la ruota” come i pavoni; e cioè che l’aviazione italiana fu seconda solo agli Usa in fatto di bombardamenti (e quindi di eccidi di civili serbi). Già allora la “sinistra” palesò le caratteristiche servili che oggi sono all’origine dell’irresponsabile massiccio accoglimento di migranti. Adesso una sua parte, un po’ più furba, corre ai ripari, ma possiamo essere sicuri che riprenderà appena possibile a operare distruttivamente sulle nostre strutture sociali, ormai ridotte a colabrodo.
Bisogna ricordare meglio la storia di anni passati. Il Pci, alfiere dell’eurocomunismo, iniziò il suo voltafaccia alla fine degli anni ‘60 e lo sviluppò via via, seppure in segreto, negli anni ’70. E verso la fine di quel decennio, in “strana” concomitanza con il caso Moro (su cui si nasconde ancor oggi, anzi si inverte addirittura, la verità), ci fu il viaggio “culturale” negli Usa del “comunista preferito” da Kissinger. Tutto era ormai deciso fin da allora, fin dal “compromesso storico” e dal governo Andreotti del ’76, non a caso considerato di “unità nazionale”. Certamente il Pci non poteva smascherarsi ancora; e nemmeno poteva essere ammesso ufficialmente al governo poiché avrebbe avuto accesso ad una parte della vita interna della Nato (quella parte che gli Usa permettono ai loro servi di conoscere). Soluzione perciò non accettata da alcuni ambienti statunitensi e del resto nemmeno voluta da quelli che invece trattavano con questo partito “badogliano”, che aveva ancora al suo interno settori filosovietici.
La scelta dell’“unità nazionale” fu contrabbandata alla “base” (soprattutto operaia) come necessità di fronte al pericolo del “terrorismo” (in quelli che furono enfaticamente denominati “anni di piombo”), nascondendo che, se in un primo tempo ci fu probabilmente un aiuto a determinati gruppi che lo praticavano da parte di paesi dell’est europeo (quelli detti “socialisti”), successivamente tali gruppi furono infiltrati da più parti e svolsero un ruolo ormai pasticciato e che non aveva più nulla a che vedere con gli intendimenti di chi aveva sbagliato gravemente nella scelta fatta, ma sicuramente in buona fede. Una buona fede, tuttavia, poi malamente guastata dal continuo appoggio ad azioni che ormai favorivano i poteri dominanti; e per di più quelli che appunto spingevano, come anche il Pci dell’“eurocomunismo”, verso il pieno servaggio nei confronti degli Stati Uniti. E la vicenda Moro è stato un evento molto importante nel far capire – per chi voleva capire – dove il “compromesso storico” stava spingendo. E quella parte della Dc (in primo luogo Andreotti) che lo accettò, pur magari perché sperava di controllare la situazione, fece il gioco dei piciisti “del tradimento” e della “sinistra diccì”.
Crollati il “socialismo” e l’Urss, tutto esplose nella sua verità, tuttora incredibilmente misconosciuta da una popolazione ormai dimentica della più recente nostra storia. I piciisti voltagabbana divennero il fulcro di quella “sinistra”, che si tentò, tramite “mani pulite” (operazione ben nascostamente guidata da oltreoceano), di rendere fulcro di un nuovo regime permanente e mille volte più servile verso gli Usa, che ormai sembravano poter puntare ad un nuovo monocentrismo mondiale. L’ Urss era distrutta e sotto la presa, pur essa servile verso il paese ormai predominante, di quella parte politica espressasi in Gorbaciov, poi liquidato e sostituito con Eltsin. Sembrava avere qualche velleità (ma blanda) la Germania, che approfittava del crollo socialistico per espandersi verso est, in specie in Polonia e ancor più verso i paesi dell’ex Jugoslavia, in particolare Croazia e credo anche Serbia. Non dico che la mossa Usa del ’99 fosse motivata principalmente da tale fatto. Comunque, il paese preminente decise che era bene porre saldamente nelle sue mani quell’area (la base militare poi creata proprio in Kosovo credo sia fra le principali statunitensi). Fu ben istruito Thaci e il suo gruppo di criminali fatti passare per forza di liberazione del proprio paese. Un individuo che una commissione europea ha indicato quale trafficante in organi umani (di serbi uccisi) e oggi presidente del Kosovo: qui
L’aggressione alla Serbia portò tuttavia una sorpresa spiacevole per gli Usa. Iniziò la rinascita russa. Primakov, allora primo ministro, si schierò nettamente contro l’azione statunitense (venne a sua conoscenza durante il volo che lo stava portando a Washington e diede ordine di tornare indietro, annullando l’incontro). Eltsin lo fece allora dimettere, ma il suo posto venne preso da Putin e alla fine del ’99 il vile presidente russo si dimise a sua volta. Da lì prende avvio l’“era” putiniana che, a partire dall’inizio del secolo, vede la continua crescita di potenza della Russia, certo territorialmente “amputata” rispetto all’Urss e non ancora così potente come quel paese. Tuttavia, certe speranze americane di far cadere Putin (e il gruppo che detiene il potere) sembrano in fase di delusione e, malgrado l’economia lasci ancora a desiderare, la situazione interna russa appare migliore di quella sovietica sia per una più elastica struttura sociale sia per una politica estera finora abbastanza avveduta.
La vittoria presidenziale di Trump – forse perfino in anticipo rispetto ai calcoli della parte che lo supporta – ha creato problemi agli Usa nel corso del tentativo di apportare decisi mutamenti rispetto alle strategie seguite dalle precedenti presidenze. Per il momento, tuttavia, il neopresidente è obbligato a numerosi retromarcia; e ancora non si comprende se ciò sia un vero cedimento al vecchio establishment o soltanto un necessario adattamento tattico alle difficoltà create dall’acuto conflitto per il cambiamento strategico. In ogni caso, sia chiaro che Trump – anche se alla fine riuscisse a stabilizzarsi, realizzando il rivolgimento richiesto dal multipolarismo in avanzata, pur non linearmente ma attraverso continui “cambiamenti di fronte”, che rendono sempre più complicata l’interpretazione e previsione delle mosse dei vari “attori” – perseguirà pur sempre il fine del predominio Usa. Non può certo fare diversamente; ridicolo è solo pensarlo. Cambiano i metodi – e modificarli significa dover sostituire certi gruppi dominanti ad altri; ecco il motivo del conflitto veemente tra Trump e gli “altri” – ma non gli obiettivi cui si mira. Un paese che domina deve continuare a farlo, pena un crescere impetuoso dei suoi conflitti sociali, interni, che possono farlo regredire in modo assai pericoloso.
Questa situazione americana ha riflessi importanti su una serie di contraddizioni che sembrano in via di sviluppo anche in sede europea; e che interessano attualmente con nettezza il nostro paese. La questione dell’immigrazione (in Italia praticamente selvaggia anche se oggi, furbescamente, alcuni settori p-idioti fingono un indurimento delle posizioni) è solo uno dei problemi, che non tarderanno a creare necessità di riadattamento delle politiche sedicenti comunitarie. Molto dipenderà comunque da quanto si verificherà in casa del “paese padrone” dei nostri destini. Sintomatico è l’appannarsi della politica di coloro che sono stati denominati populisti (solo un ammorbidimento dell’accusa di fascismo). Essi hanno troppo creduto nella svolta trumpiana; adesso sono delusi, ma se per caso questi vincesse la partita con il vecchio establishment, riprendendo almeno in parte il cammino che sembrava aver intrapreso, questi settori politici mostreranno, temo, la corda. Infatti, sono ancora troppo intossicati dalla dannosa “democrazia” elettoralistica che imperversa da ormai settant’anni. Non riescono a liberarsene; e se non sorgeranno forze sane in tal senso, non credo che raggiungeremo alcun serio risultato.
In particolare, in Italia non si riesce, da tanto tempo (per certi versi si deve risalire all’assassinio di Mattei o quasi), a mettere in piedi una politica, nazionale ed estera, che ci preservi dall’annientamento di ogni settore strategico. Sarebbero indispensabili nuovi decisi spostamenti di alleanze che ci liberino del predominio statunitense, vera causa del nostro regresso, mascherato da ridicole “ripresine” che non cambiano in nulla la nostra situazione politica, la disgregazione sociale in atto e il pauroso degrado culturale cui ci condanna un ceto intellettuale mancante di intelligenza a causa dell’incapacità di ripensare veramente vecchie e ormai incartapecorite ideologie; del resto seguite ormai in completa malafede quando tutte le convinzioni di cervellotiche “rivoluzioni” si sono trasformate in falso buonismo, involuzione dei costumi, degenerazione morale e, insomma, in tutto il peggio che ci sta precipitando addosso.
O si riesce a spazzare via questi infami che distruggono la nostra vita o altrimenti la nostra sorte è segnata. Almeno fino a quando il multipolarismo condurrà al policentrismo aperto, che provocherà più distruttivi conflitti; distruttivi in termini materiali, ma magari rigenerativi perché ci libereranno di questa infezione diffusa mediante le sempre più abominevoli turpitudini, fra l’altro connesse alla “democrazia” e “libertà” di stampo statunitense. Proprio il cinema e la letteratura di quel paese, ma in tempi che sembrano tramontati, le hanno denunciate con maggiore coraggio; senza però cambiare in nulla l’infamia del suo vertice politico. Qui da noi, però, si è rinunciato assai presto alla denuncia. Già negli anni ’70 essa era fortemente indebolita; dagli anni ’90 siamo in balia di ceti politici e intellettuali (per non parlare di quelli economico-finanziari) di una infamia senza precedenti. O a questi si fa subire una sorte terribile, annientandoli e azzerandoli in ogni loro manifestazione; o altrimenti dovremo appunto attendere la “grande tragedia” purificatrice. Ne riparleremo molte e molte volte. Per il momento mi fermo qui.

1

Fibrillazioni

 

 

L’editoriale di Angelo Panebianco e la lettera di Valerio Onida sul Corriere di mercoledì 28 meritano qualche considerazione. Il primo sostiene la necessità del rientro della Magistratura in un ruolo istituzionale più equilibrato rispetto agli altri poteri; il secondo auspica  la formazione di partiti impegnati nella stesura di programmi, piuttosto che nella ricerca e nella proclamazione di un capo cui assoggettarsi, in questo facilitati dall’attuale legge elettorale.

Non sono esempi particolarmente brillanti e autorevoli di giornalismo, pur nella disarmante sciatteria dell’informazione quotidiana, sia negli argomenti, ormai ritriti e banali che nel pathos letterario; né, per altro, gli autori, nella fattispecie, sembrano avere l’intenzione di rappresentarlo.

Risulta paradossale, come condizione propedeutica di ogni possibilità di riforma, la richiesta, da parte di Panebianco, di dimissioni di Berlusconi, della principale vittima designata, cioè, di venti anni di inchieste più o meno fondate, ma sempre, comunque, mediaticamente enfatizzate ed orchestrate.

Il Cavaliere è certamente vittima soprattutto della propria incapacità e dell’ambiguità e limitatezza del proprio programma e schieramento politico; chiedergli di uscire di scena e offrirsi, quindi, come vittima sacrificale per placare la sete di sangue delle belve e consentire successivamente agli inservienti del circo di recintare meglio le gabbie sembra un insulto alla logica. Quegli stessi inservienti, infatti, vivono in quelle stesse gabbie e possono sopravvivere solo continuando ad offrire carne e sangue altrui alle fiere.

Berlusconi dovrebbe abbandonare il governo, con ogni sollecitudine, per ben altri motivi. L’uscita per cause giudiziarie non farebbe che accentuare l’ulteriore aggressività dei settori militanti della magistratura e la loro influenza tra i partiti, in una situazione ancora peggiore rispetto a quella dei primi anni ’90, l’epoca di Tangentopoli, dei governi tecnici e delle svendite e privatizzazioni.

Panebianco fa risalire al 1985, l’anno cruciale in cui Cossiga impedì al CSM di censurare l’operato del Governo Craxi, l’inizio dello scontro tra potere politico e giudiziario. In realtà, già da allora, la caratteristica non fu quella di uno scontro frontale tra i due poteri, ma lo stesso pervase all’interno entrambi. Già con la questione morale posta da Berlinguer si posero le premesse per un massiccio ingresso nella scena politica di un buon numero di magistrati. La stessa lotta al terrorismo e, successivamente, alla mafia spinse ad aumentare significativamente i poteri discrezionali di indagine e repressione dei magistrati; la continua riproposizione di emergenze servì a consolidarli e protrarli indefinitamente.

Il vero punto critico di non ritorno fu raggiunto quando si saldarono le capacità di potere e l’esercizio fattone da alcuni settori con gli interessi corporativi dell’intera categoria.

L’anno cruciale, di svolta, fu il 1987, quello del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, sulla riforma delle competenze del CSM e sulla separazione delle carriere.

Fu il campanello di allarme, seguito alla gestione disastrosa e arbitraria di processi come quelli di Tortora e Valpreda, che indusse alla difesa corporativa autoreferenziale non solo delle competenze dei magistrati ma anche delle prerogative economiche, di incarichi collaterali, consulenze e sviluppo professionale.

La stessa Magistratura, più che una istituzione gerarchizzata, è un ordinamento che riconosce la responsabilità e l’autonomia operativa dei singoli magistrati, in ciò favorendo le possibilità di costruzione di legami individuali delle singole figure con esponenti di altri apparati e centri di potere nazionali ed esteri.

Un terreno di coltura ottimale, quindi, per avviare e gestire uno scontro all’interno dello stato e tra gruppi in competizione, specie in momenti di transizione.

Quel momento arrivò, per l’Italia, nei primi anni ’90, a seguito della caduta del muro di Berlino. Questo blog ne ha discusso ampiamente, collocandolo correttamente nel contesto internazionale e nelle caratteristiche originali assunte dall’interventismo americano rispetto alla fase bipolare.

L’attacco, allora, non fu condotto dalla magistratura nel suo insieme e nemmeno in maniera consapevole da tutti i singoli magistrati protagonisti, come la primitiva retorica complottista berlusconiana delle toghe rosse tende a presentare per ovvie ragioni.

Un giudice, per operare, deve essere raggiunto o cogliere in qualche maniera una prima informazione, deve disporre di un apparato informativo ed investigativo di carattere militare con una propria autonomia operativa, deve muoversi in un contesto politico, di informazione e sociale favorevole.

Negli anni ’90 erano presenti tutte le condizioni per sferrare gli attacchi e quello che in precedenza si dimostrò un conflitto sordo legato prevalentemente a motivi istituzionali e di difesa corporativa si trasformò nell’arma letale in grado di decapitare un intero ceto politico e destabilizzare continuamente la situazione del paese.

Non va dimenticato che se le attenzioni morbose erano rivolte costantemente verso le prodezze reali o millantate del Cavaliere, non si disdegnava, episodicamente, qualche puntatina in campo politico avverso e amico, giusto per ricordare su quali binari si dovesse correre.

Alcune condizioni, oggi, sono venute a cadere, soprattutto una opinione pubblica molto meno accondiscendente; altre continuano a perpetuarsi, soprattutto la fragilità di un ceto politico di scena, ancora più degradato rispetto a quindici anni fa e incapace di creare un qualsivoglia embrione di blocco sociale organizzato.

In queste condizioni, la difesa delle prerogative e degli interessi di un intero corpo dello stato può tranquillamente perpetuarsi in simbiosi con i programmi di rapina e asservimento del paese.

L’ultimo esempio di diffusione delle intercettazioni, iniziate con l’illustrazione analitica delle prodezze presidenziali, il parcheggio in penombra delle prodezze dei “politically correct” e proseguite con le rivelazioni delle attività, con tanto di nomi e cognomi di funzionari stranieri di primo piano, più o meno coperte delle nostre uniche due aziende strategiche, lascia letteralmente di stucco.

Non so se il gioco stia sfuggendo di mano, se l’obbiettivo di distruggere un personaggio ormai annichilito e consenziente a tutto debba comportare il sacrificio irresponsabile dei residui interessi strategici del paese o se su tutto prevalga una strategia in qualche maniera pianificata da registi hollywoodiani. Potrebbe essere un pot-pourri delle tre combinazioni.

Sta di fatto che il paese appare ormai sprofondato in una guerra per bande e in gruppi con nessuna capacità non dico egemonica, ma di una qualche autorevolezza.

Il Corriere sembra essere l’emblema di questa situazione.

Di fronte alla assoluta fedeltà atlantica e benpensante garantita nella maggior parte degli articoli, è affiorata qui e là, ad opera soprattutto di Mucchetti, la preoccupazione sul futuro del paese in uno scenario, guarda un po’, di conflittualità tra stati e di minaccia al residuo patrimonio industriale cui reagire con comportamenti, secondo i giornalisti, semplicemente un po’ più avveduti ed eticamente corretti.

È stata, però, una meteora illusoria.

Il rientro fedele nei ranghi è avvenuto rapidamente; forse perché l’odore di sangue della preda è più forte e la fiera sta per essere spinta nell’arena.

Dal giornale del conformismo borghese non ci si può attendere altro.

Quello che preoccupa è lo scoramento, la disperazione e la rabbia di quei ceti produttivi un tempo sostenitori attivi di Lega e PDL.

Si passa dal “faremo da soli”, al flirt disamorato con le componenti avverse al Cavaliere.

Si punta ai mercati, con la valigetta in mano, ma si chiede di sacrificare la residua grande industria, si accettano bellamente le compatibilità dettate da FMI, Comunità Europea, per conto di Francia e Germania e supervisione di Stati Uniti.

Si parla delle magnifiche sorti e progressive del mercato e si punta alle rendite delle privatizzazioni dei servizi pubblici. La gran parte non ha capito che la torta, se uscirà dal forno, è già stata spartita.

Siamo ancora agli inizi.

Quando, nei mesi prossimi, usciranno i piani dettagliati dei tagli di spesa e di ulteriore tassazione mascherata da eliminazione delle detrazioni il parossismo inconcludente e suicida giungerà al culmine.

Chi ha compreso meglio l’antifona è stata la Chiesa Cattolica, soprattutto la sua ala temporale, i vescovi.

Deboli nel consenso ideologico, si stanno ponendo il problema della formazione di un nuovo gruppo dirigente del paese e, nell’immediato, quello della salvaguardia massima possibile delle proprie fonti ricavate dalle attività del terzo settore, quello più abbarbicato alle pubbliche risorse; con ciò stanno condannando definitivamente il PD ai margini dello scenario e proponendosi come fedeli alleati della fazione americana di Obama.

Così, le risorse drenate con tre manovre consecutive, anziché essere dirottate nei settori strategici e verso i ceti produttivi sono finite, nella quasi totalità, nelle rendite speculative.

I prossimi passi saranno, probabilmente, i tagli indiscriminati agli stipendi pubblici e ai servizi alla persona e le soperchierie di natura fiscale.

Il mostro creato in quarant’anni, fatto di prebende ad personam, concesse spesso anche per finalità lodevoli, ma con modalità distorte, rimarrà appena intaccato nella sua struttura.

Altro che antitesi tra capi e programmi di partito.

Ci vogliono capi e programmi di partito che sappiano riprendere il filo dell’interesse e della sovranità nazionale, della costruzione della forza necessaria ad evitare di nascondersi dietro le scelte altrui e utile a costruire, soprattutto in Europa, le alleanze necessarie a reggere l’urto del multipolarismo incipiente e soprattutto della attuale potenza dominante.

Su quello, discriminare i consensi e le adesioni.

L’equipaggio della nave sgomita e si pesta per consegnare vele, carburante e munizioni alla filibusta; urla e si accapiglia per guadagnarsi la comprensione; i più temerari pensano di partire all’assalto sulle scialuppe.

Il Corriere, diligentemente, propone di correre in soccorso del vincitore, senza farsi spiazzare ingenuamente da Sarkozy e Cameron; ha capito che i posti riservati ai paggetti si riducono sempre più; non ha capito che si riducono perché il numero delle signorie e dei pretendenti al rango regale sta aumentando e lo spazio dell’impero è destinato ad assottigliarsi.

Abbagliato dalla stella più vicina, non scorge le altre in avvicinamento; la sua polvere servirà a costruire altri pianeti.

Il classico atteggiamento utile a scatenare gli istinti peggiori dei tiranni predoni e dei loro kapò.

C’è modo e modo anche di esser servi e satelliti.