Lenin e Bogdanov, dibattito aggiornato

gianfranco

 

“Ad A.A. Bogdanov, uomo straordinariamente simpatico, docile e innamorato di Lenin, ma un po’ permaloso, toccò ascoltare parole molto taglienti e pesanti:
«Schopenhauer dice: “Chi ragiona in modo chiaro, espone in modo chiaro”. Io penso che non abbia detto niente di meglio. Voi, compagno Bogdanov, esponete in modo non chiaro. Spiegatemi piuttosto in due o tre frasi: che cosa dà alla classe operaia la vostra “sostituzione”29 e perché il machizm è più rivoluzionario del marxismo?».
Bogdanov provò a spiegare, ma parlò in maniera assolutamente fumosa e verbosa.
«Fermatevi», gli consigliò Vladimir Il’ič. «Qualcuno, mi sembra Jaurès, ha detto: “Meglio dire la verità, che essere ministro”, e io aggiungerei anche machist».
Poi giocò infervorandosi a scacchi con Bogdanov e dopo aver perso si arrabbiò, addirittura scoraggiandosi, quasi come un bambino. Da notare che anche questo sconforto infantile, così come la sua straordinaria risata, non inficiavano l’unità globale del suo carattere.
A Capri c’era un altro Lenin, un compagno magnifico, un uomo allegro, con un interesse vivo e inesauribile per qualsiasi cosa al mondo, con un rapporto straordinariamente tenero con le persone.”

Passi di
Lenin
Maksim Gor’kij

Lenin e Bogdanov

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Vi propongo alcuni estratti da Fede e Scienza di Bogdanov e altri dal recente saggio di Carlo Rovelli, Helgoland (vi consiglio l’acquisto), in cui si affronta, nei primi paragrafi del Capitolo V, la polemica tra Lenin (che aveva scritto Materialismo ed empiriocriticismo) e Bogdanov (il quale aveva elaborato una propria versione delle intuizioni filosofico-scientifiche di Mach, oggetto delle critiche di Lenin, a cui il compagno di partito aveva replicato, appunto, con il saggio Fede e Scienza). Il tema è quello della disputa tra materialismo e idealismo. Lenin considerava idealistiche le posizioni di Bogdanov mentre quest’ultimo considerava il materialismo di Lenin troppo rozzo e persino “metafisico”. Oggi sappiamo che, dal punto di vista scientifico, avevano ragione Bogdanov e Mach , come scrive Rovelli, i quali avevano anticipato idee e approcci che saranno sviluppati nella teoria della relatività di Einstein e nella fisica dei quanti. C’è da dire che Lenin non era un filosofo ma un politico ed un rivoluzionario di grande genio, come riconosce lo stesso Rovelli. Lenin temeva probabilmente che la messa in discussione del “materialismo classico” da parte di marxisti e bolscevichi potesse creare confusione e aprire brecce nel fronte rivoluzionario, in una fase storica in cui i reazionari di ogni risma conducevano una battaglia ideologica spietata contro di loro. Inoltre, il pensiero troppo libero ed aperto di Bogdanov poteva divenire un punto debole in quella fase di duri scontri. Ma Bogdanov, meno politico di Lenin e sinceramente appassionato alla verità scientifica non poteva accettare questa posizione. Infatti, così controbatterà a Lenin: …centinaia d’anni prima della nostra epoca fu osservato piu volte da milioni di assennati testimoni di ogni genere e da essi unanimemente attestato come « verità oggettiva che ci è rivelata dagli organi dei sensi», questo fatto, anche più ordinario e piu facilmente constatabile della morte di un uomo, era il seguente: il sole gira intorno alla terra nella volta celeste. Il « prete » che per ostilità verso il « materialismo » negava questa verità assoluta ed eterna, era Nicola Copernico. Il monaco, suo seguace, propagatore delle sue idee, era Giordano Bruno. Quest’ultimo venne addirittura mandato sul rogo da alcuni appassionati difensori delle verità « assolute ed eterne ». Chi erano costoro? Presumibihnente dei «materialisti » a oltranza … Il lettore si sarebbe aspettato che nel xx secolo tra i marxisti russi sarebbe apparso un pensatore le cui idee implicano logicamente la negazione della teoria di Copernico?

Buona Lettura

“La storia mostra che ogni sistema di idee – sia esso religioso, fìlosofìco, giuridico o politico – per quanto fosse rivoluzionario al momento in cui nacque e intraprese la sua lotta per la supremazia, prima o poi diventa un impe­dimento e un ostacolo allo sviluppo ulteriore, diventa cioè una forza socialmente reazionaria…
La filosofia può progredire solo se mantiene un inscindibile e vivo legame con lo sviluppo della scienza nel suo insieme, e non segnando stancamente il passo fra concetti consueti, ma indeterminati…
E questa sorpassata filosofia delle « verità eterne » è capace di portare una profonda confusione nelle menti giovani e inesperte. Un giovane compagno, energico e focoso, mi diceva con amarezza: – Lei non sa quel che sta facendo. Respingendo l’assolutezza della verità, predicando che la nostra verità è soltanto una verità temporanea, lei mina la forza dei lavoratori. Perché lottare, se domani le parole scritte sul mio vessillo forse diventeranno un errore? Cosa si può rispondere? Naturalmente, tutto si può capire in modo sbagliato e di tutto si può abusare. La combattiva idea della verità relativa, idea che chiama l’umanità ad avanzare senza fine e senza arresti, può diventare per qualcuno uno suumento per giustificare la sua mancanza di carattere, la sua indifferenza o fiacchezza. Ma chi capirà questa idea, capirà anche che, combattendo per la verità del suo tempo, egli combatte per tutte le verità future, che nasceranno da essa per darle il cambio.
Come gli esseri umani, le verità vivono, lottano, muoiono. Ma se un uomo muore, vuoi dire forse che ha vissuto inutilmente? E se una verità è morta, bisogna dire lo stesso? Certo, spesso gli uomini vivono il proprio tempo senza dare frutti, o perfino danneggiando la società, ma la verità mai. Lavoisier appaltatore era dannoso per la società e fu giustiziato; ma l’opera del grande chimico Lavoisier – la sua verità – è rimasta. Tra poco morirà anch’essa, ma senza di essa non sarebbe mai nata la nuova, ancor piu grande verità che la sostituirà. Ci si può forse dispiacere di questo?

…In ogni caso, lavorare alla filosofia del proletariato è necessario, non solo perché Marx ed Engels non hanno avuto il tempo per formularla in modo sufficientemente com­ pleto, ma anche perché si accumula un nuovo materiale scientifico che deve essere preso in considerazione dalla filosofia. Può forse non esercitare un influsso, ad esempio, la grande rivoluzione tecnico-scientifica che si svolge sot­ to i nostri occhi? E la tradizione di Marx e di Engels de­ ve essere la nostra strada non come lettera, ma come spi­ rito…
Il loro rapporto con la filosofia di oggi, come con qual­ siasi altro lavoro marxista, me lo immagino metaforica­ mcnte cosf :
C’erano due fabbri possenti e cercavano un modo di ap­ plicare la loro grande forza. Videro che si stava levando un nuovo esercito votato a gigantesche battaglie e a inau­ dite vittorie. Ed entrarono nelle file di questo esercito per forgiargli le armi. Lavorarono in modo gagliardo e instan­ cabile come nessuno mai sulla terra. Volavano da ogni parte scintille accecanti da sotto i pesanti martelli, si spez­ zava tutto dò che è inutile e fragile e dalle mani degli ar­ mieri usciva un acciaio rilucente e tagliente, di sicuro affi­ damento. Essi non fecero in tempo a preparare tutto quel­ Io di cui aveva bisogno l’esercito; anch’essi erano sotto­ messi alla legge del tempo e anche per loro suonò l ‘ora del­ la morte. Ma morendo, non temevano per la loro causa,
sapevano che altri l’avrebbero continuata; e se non ci fos­ sero stati altri forti come loro, la forza individuale sareb­ be stata sostituita dal lavoro collettivo. E i due armieri la­ sciarono questo testamento ai loro compagni: non pensa­ te a noi e non consideratevi piu deboli senza di noi, ma andate avanti e compirete quello che noi non abbiamo fatto in tempo a compiere. Non temete per il futuro, abbiate fede nella vostra causa e non lasciatevi turbare dagli erro­ ri, che sono inevitabili. Tutto allora sarà fatto a suo tem­ po, l’importante è che fervano la lotta e il lavoro e che non ci siano né pausa, né conciliazione, e sempre piu vivi­ da divampi la grande fiamma dell’amore e dell’odio comu­ ne del proletariato.
Questo testamento noi lo metteremo in atto e, per quanto ci basteranno le forze, continueremo quella causa”.­

Passi di Fede e Scienza di A. Bogdanov

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“1. Aleksandr Bogdanov e Vladimir Lenin di C. Rovelli

Nel 1909, quattro anni dopo la fallita Rivoluzione del 1905 e otto anni prima della vittoriosa Rivoluzione d’Ottobre, Lenin, firmandosi con lo pseudonimo «V. Il’in», pubblica Materialismo ed empiriocriticismo. Note critiche su una filosofia reazionaria, il suo testo più filosofico.79 Bersaglio politico implicito contro cui è indirizzato il testo è Aleksandr Bogdanov, fino a quel momento suo amico e alleato, con lui fondatore e principale testa pensante dei bolscevichi.

Negli anni che precedono la Rivoluzione Aleksandr Bogdanov aveva pubblicato un lavoro in tre volumi80 per offrire una base teorica generale al movimento rivoluzionario. Faceva riferimento a una prospettiva filosofica chiamata empiriocriticismo. Lenin inizia a vedere in Bogdanov un rivale e ne teme l’influenza ideologica. Nel suo libro critica ferocemente l’empiriocriticismo, «filosofia reazionaria», e difende quello che chiama materialismo.

Empiriocriticismo è un nome con cui Ernst Mach designava idee come le proprie. Ernst Mach, ricordate? La fonte d’ispirazione filosofica per Einstein e Heisenberg.

Mach non è un filosofo sistematico e talvolta manca di chiarezza, ma ha avuto un’influenza sulla cultura contemporanea che credo sia sottovalutata. Ha ispirato l’inizio di entrambe le grandi rivoluzioni della fisica del XX secolo, relatività e quanti. Ha “stato al centro del dibattito politico-filosofico che ha portato alla Rivoluzione russa. Ha avuto un’influenza determinante sui fondatori del Circolo di Vienna (il cui nome pubblico era «Verein Ernst Mach»), l’ambiente filosofico dove è germogliato l’empirismo logico, radice di tanta filosofia della scienza contemporanea, che eredita da Mach la retorica «antimetafisica». La sua influenza arriva al pragmatismo americano, altra radice della filosofia analitica odierna.

La sua zampata arriva alla letteratura: Robert Musil, fra i massimi romanzieri del Novecento, ha svolto la tesi di dottorato su Ernst Mach. Le agitate discussioni del protagonista del suo primo romanzo, I turbamenti del giovane Törless, ripercorrono i temi della tesi sul senso della lettura scientifica del mondo. Le stesse questioni attraversano in filigrana la sua opera maggiore, L’uomo senza qualità, fin dalla prima pagina, che si apre con una sorniona doppia descrizione, scientifica e quotidiana, di una giornata di sole.

L’influenza di Mach sulle rivoluzioni della fisica è stata quasi personale. Mach era amico di lunga data del padre e lui stesso padrino di Wolfgang Pauli, l’amico con cui Heisenberg discuteva di filosofia. Mach era filosofo preferito di Schrödinger, che da ragazzo aveva letto praticamente ogni sua riga. Einstein aveva come amico e compagno di studi a Zurigo Friedrich Adler, figlio del cofondatore del Partito Socialdemocratico austriaco, promotore di una convergenza di idee fra Mach e Marx. Adler diverrà dirigente del Partito Socialdemocratico Operaio; per protestare contro la partecipazione dell’Austria nella Grande Guerra assassinerà il primo ministro austriaco Karl von Stürgkh, e in prigione scriverà un libro su… Mach. Insomma Ernst Mach sta a un impressionante crocevia fra scienza, politica, filosofia e letteratura. E pensare che oggi qualcuno vede scienze naturali, scienze umane e letteratura come ambiti impermeabili l’uno all’altro…

Obiettivo polemico di Mach è stato il meccanicismo settecentesco: l’idea che tutti i fenomeni siano prodotti da particelle di materia che si muovono nello spazio. Secondo Mach, i progressi della scienza indicavano che questa nozione di «materia» è un’assunzione «metafisica» ingiustificata: un modello utile per un po’, ma dal quale bisogna imparare a uscire perché non diventi pregiudizio metafisico. Mach insiste che la scienza si deve liberare da ogni assunzione «metafisica». Basare la conoscenza solo su ciò che è «osservabile».

Ricordate? Questa è esattamente l’idea di partenza del magico lavoro di Heisenberg concepito sull’isola di Helgoland. Il lavoro che ha aperto la strada alla teoria dei quanti e il racconto di questo libro. Ecco come si apre l’articolo di Heisenberg: «L’obiettivo di questo lavoro è gettare le basi per una teoria di meccanica quantistica basata esclusivamente su relazioni fra quantità che siano in linea di principio osservabili», quasi una citazione di Mach.

L’idea che la conoscenza si fondi su esperienza e osservazioni non è certo originale: è la tradizione dell’empirismo classico che risale a Locke e Hume, se non ad Aristotele. L’attenzione alla relazione fra soggetto e oggetto della conoscenza e il dubbio sulla possibilità di conoscere il mondo «come veramente è» avevano portato, nel grande idealismo classico tedesco, alla centralità filosofica del soggetto che conosce. Mach, scienziato, riporta l’attenzione dal soggetto all’esperienza stessa – che Mach chiama «sensazioni». Studia la forma concreta con cui la conoscenza scientifica cresce sulla base dell’esperienza. Il suo lavoro più conosciuto esamina l’evoluzione storica della meccanica. La interpreta come sforzo di sintetizzare nel modo più economico i fatti noti sul movimento rivelati dalle sensazioni.

La conoscenza non è quindi vista da Mach come dedurre o indovinare un’ipotetica realtà al di là delle sensazioni, ma come la ricerca di un’organizzazione efficiente del nostro modo di organizzare queste sensazioni. Il mondo che ci interessa, per Mach, è costituito da sensazioni. Qualunque assunzione su cosa si nasconda «dietro» le sensazioni è sospetta di «metafisica».

La nozione di «sensazione» in Mach è tuttavia ambigua. È la sua debolezza, ma anche la sua forza: Mach prende questo concetto dalla fisiologia delle sensazioni fisiche e lo fa diventare una nozione universale indipendente dalla sfera psichica. Usa il termine «elementi» (in un senso simile alle dhamma della filosofia buddhista). «Elementi» non sono solo le sensazioni che prova un essere umano o un animale. Sono qualunque fenomeno che si manifesti nell’universo. Gli «elementi» non sono indipendenti: sono legati da relazioni, che Mach chiama «funzioni», e sono queste che la scienza studia. Anche se imprecisa, quella di Mach è dunque una vera e propria filosofia naturale che sostituisce il meccanicismo della materia che si muove nello spazio con un insieme generale di elementi e funzioni. L’interesse di questa posizione filosofica è che elimina tanto ogni ipotesi su una realtà dietro le apparenze, quanto ogni ipotesi sulla realtà del soggetto che ha esperienza. Per Mach non vi è distinzione fra mondo fisico e mondo mentale: la «sensazione» è egualmente fisica e mentale. È reale. Così descrive Bertrand Russell la stessa idea: «Il materiale primo di cui è fatto il mondo non è di due tipi, materia e mente; è soltanto arrangiato in strutture differenti dalle sue inter-relazioni: alcune strutture le chiamiamo mentali, altre fisiche». Sparisce l’ipotesi di una realtà materiale dietro ai fenomeni, sparisce l’ipotesi di uno spirito che conosce. Chi ha conoscenza, per Mach, non è il «soggetto» dell’idealismo: è la concreta attività umana, nel concreto corso della storia, che impara a organizzare in forma via via migliore i fatti del mondo con cui interagisce.

Questa prospettiva storica e concreta entra facilmente in risonanza con le idee di Marx e Engels, per i quali la conoscenza è pure calata nella storia dell’umanità. La conoscenza viene svestita di ogni carattere astorico, di ogni ambizione di assoluto o pretesa di certezza, e calata nel processo concreto dell’evoluzione biologica, storica e culturale dell’uomo sul nostro sul nostro pianeta. Viene interpretata in termini biologici ed economici, come strumento per semplificare l’interazione con il mondo. Non è acquisizione definitiva, ma processo aperto. Per Mach il sapere è la scienza della natura, ma la sua prospettiva non è lontana dallo storicismo del materialismo dialettico. La consonanza fra le idee di Mach e quelle di Engels e Marx è sviluppata da Bogdanov e trova consensi nella Russia prerivoluzionaria.”
La reazione di Lenin è tagliente: in Materialismo ed empiriocriticismo attacca violentemente Mach, i suoi discepoli russi, e implicitamente Bogdanov. Lo accusa di fare filosofia «reazionaria», il peggiore degli insulti. Nel 1909 Bogdanov è espulso dal comitato editoriale del «Proletario», il giornale underground dei bolscevichi, e poco dopo dal Comitato Centrale del Partito.

La critica di Lenin a Mach e la risposta di Bogdanov ci interessano. Non perché Lenin sia Lenin, ma perché la sua critica è la reazione naturale alle idee che hanno portato alla teoria dei quanti. La stessa critica viene naturale anche a noi e la questione dibattuta da Lenin e Bogdanov ritorna nella filosofia contemporanea ed è una chiave per comprendere la valenza rivoluzionaria dei quanti.

Lenin accusa Bogdanov e Mach di essere «idealisti». Un idealista, per Lenin, nega l’esistenza di un mondo reale fuori dallo spirito e riduce la realtà al contenuto della coscienza.
“Se esistono solo «sensazioni», argomenta Lenin, allora non esiste una realtà esterna, vivo in un mondo solipsistico dove ci sono solo io con le mie sensazioni. Assumo me stesso, il soggetto, come unica realtà. L’idealismo è per Lenin la manifestazione ideologica della borghesia, il nemico. All’idealismo Lenin oppone un materialismo che vede l’essere umano, la sua coscienza, lo spirito, come aspetti di un mondo concreto, oggettivo, conoscibile, fatto soltanto di materia in moto nello spazio.”
“Comunque si giudichi il suo comunismo, Lenin è stato senza dubbio un politico straordinario. Anche la sua conoscenza della letteratura filosofica e scientifica è impressionante; se oggi eleggessimo politici così colti, forse sarebbero più efficaci anche loro. Ma come filosofo Lenin non è un granché. L’influenza del suo pensiero filosofico è dovuta più al suo lungo dominio della scena politica che alla profondità dei suoi argomenti. Mach merita di meglio.88

Bogdanov risponde a Lenin che la sua critica sbaglia il bersaglio. Il pensiero di Mach non è idealismo, ancor meno solipsismo. L’umanità che conosce non è un soggetto trascendente isolato, non è l’«io» filosofico dell’idealismo: è l’umanità reale, storica, parte del mondo naturale. Le «sensazioni» non sono «dentro la nostra mente». Sono fenomeni del mondo: la forma nella quale il mondo si presenta al mondo. Non arrivano a un io separato dal mondo: arrivano alla pelle, al cervello, ai neuroni della retina, ai percettori dell’orecchio, tutti elementi della natura.

Lenin nel suo libro definisce «materialismo» la convinzione che esista un mondo fuori dalla mente.89 Se è questa la definizione di «materialismo», Mach è certo materialista, siamo tutti materialisti, anche il papa è materialista. Ma poi per Lenin l’unica versione del materialismo è l’idea che «non c’è null’altro nel mondo che materia in moto nello spazio e nel tempo», e che noi possiamo arrivare a «verità certe» nel conoscere la materia. Bogdanov mette in luce la debolezza tanto scientifica quanto storica di queste affermazioni perentorie. Il mondo è fuori dalla nostra mente, certo, ma è più sottile di questo materialismo ingenuo. L’alternativa non è soltanto fra l’idea che il mondo esista solo nella mente, oppure che sia fatto unicamente di particelle di materia in moto nello spazio.”

“Mach non pensa certo che non ci sia nulla fuori dalla mente. Al contrario, gli interessa proprio ciò che sta fuori dalla mente (qualunque cosa sia la «mente»): la natura, nella sua complessità di cui siamo parte. La natura si presenta come un insieme di fenomeni, e Mach raccomanda di studiare i fenomeni, costruire sintesi e strutture di concetti che ne rendano ragione, non postulare soggiacenti realtà.

La proposta radicale di Mach è di non pensare ai fenomeni come manifestazioni di oggetti, ma pensare agli oggetti come nodi di fenomeni. Non è una metafisica dei contenuti della coscienza, come la legge Lenin: è un passo indietro rispetto alla metafisica degli oggetti-in-sé. Mach è sferzante: «La concezione del mondo [meccanicista] ci appare mitologia meccanica [come] la mitologia animistica delle religioni antiche».

Einstein ha riconosciuto più volte il suo debito verso Mach. La critica all’assunzione (metafisica) dell’esistenza di uno spazio fisso reale «entro cui» si muovono le cose ha aperto le porte alla sua relatività generale.”
“Nello spazio aperto dalla lettura della scienza che fa Mach, che non dà per scontata la realtà di qualcosa se non nella misura in cui ci permette di organizzare i fenomeni, si infila Heisenberg, per togliere all’elettrone la sua traiettoria e reinterpretarlo solo nei termini delle sue manifestazioni.

In questo stesso spazio si apre la possibilità dell’interpretazione relazionale della meccanica quantistica, in cui gli elementi utili per “descrivere il mondo sono manifestazioni di sistemi fisici gli uni agli altri, non proprietà assolute di ciascun sistema.

Bogdanov rimprovera Lenin di fare della «materia» una categoria assoluta e astorica, «metafisica» nel senso di Mach. Gli rimprovera soprattutto di dimenticare la lezione di Engels e Marx: la storia è processo, la conoscenza è processo. La conoscenza scientifica cresce, scrive Bogdanov, e la nozione di materia propria della scienza del nostro tempo potrebbe rivelarsi solo una tappa intermedia nel cammino della conoscenza. La realtà potrebbe essere più complessa dell’ingenuo materialismo della fisica settecentesca. Parole profetiche: pochi anni dopo Werner Heisenberg apre le porte al livello quantistico della realtà.

Altrettanto impressionante è la risposta politica di Bogdanov a Lenin. Lenin parla di certezze assolute. Presenta il materialismo storico di Marx ed Engels come qualcosa di acquisito per sempre. Bogdanov osserva che questo dogmatismo ideologico non solo non coglie la dinamica del pensiero scientifico, ma porta anche al dogmatismo politico. La Rivoluzione russa – argomenta Bogdanov nei turbolenti anni che seguono questa Rivoluzione – ha creato una struttura economica nuova. Se la cultura è influenzata dalla struttura economica, come ha suggerito Marx, allora la società post-rivoluzionaria deve poter produrre una cultura nuova, che non può più essere il Marxismo Ortodosso concepito prima della Rivoluzione.

Il programma politico di Bogdanov era lasciare potere e cultura al popolo, per nutrire la cultura nuova, collettiva, generosa auspicata dal sogno rivoluzionario…

“Il concetto chiave della produzione teorica di Bogdanov è la nozione di «organizzazione». La vita sociale è organizzazione del lavoro collettivo. La conoscenza è organizzazione dell’esperienza e dei concetti. Possiamo comprendere la realtà come organizzazione, struttura. L’immagine del mondo che Bogdanov propone è nei termini di una scala di forme di organizzazione via via più complesse: da elementi minimi che interagiscono direttamente, attraverso l’organizzazione della materia nel vivente, lo sviluppo biologico dell’esperienza individuale organizzata in individui, fino alla conoscenza scientifica, che è, per Bogdanov, esperienza organizzata collettivamente. Attraverso la cibernetica di Norbert Wiener e la teoria dei sistemi di Ludwig von Bertalanffy, queste idee avranno un’influenza poco riconosciuta ma profonda sul pensiero moderno, sulla nascita della cibernetica, sulla scienza dei sistemi complessi, fino al realismo strutturale contemporaneo.”

Passi di
Helgoland
Carlo Rovelli

I liberali, anime belle e cervelli brutti

Ukraine Protest

 

I liberali hanno nel dna l’ipocrisia delle anime belle. Sempre pronti a stigmatizzare i delitti altrui non classificano mai tali le stragi della libertà, o meglio di quella che loro chiamano così perché si sentono l’incarnazione delle magnifiche sorti e progressive dell’umanità. Eppure, sugli ammazzamenti prosperano le democrazie al pari delle dittature, anche quest’ultime da definire siffattamente perché spesso evitano agli individui quelle penose licenze che i liberali confondono con la massima espressione dell’arbitrio individuale svincolato dall’esigenza sociale. Personalmente non conosco nessun paese, partito, movimento o persona che abbia lanciato il suo cuore nella battaglia contro la libertà. Tutti lottano per la libertà ma solo i liberali custodirebbero nel loro spirito il vero spirito della libertà. Spesso, a causa di questa loro “furia dileguativa” finiscono per abbracciare sciocchezze sesquipedali disonorando la loro intelligenza.
Leggo su Il Giornale un trafiletto di Nicola Porro il quale scrive che i comunisti d’aujourd’hui (chi sarebbero di grazia? Io vedo solo idioti politicamente corretti dimentichi di una gloriosa idea che ha cambiato la storia) hanno gli stessi difetti illiberali di quelli di ieri. Lenin per esempio, il quale “bastonò” il povero Kautsky, definendolo rinnegato, perché non accettava (è Porro a parlare) l’ortodossia marxista ed una via meno dolorosa e violenta per prendere il potere. A dir il vero, Lenin era molto meno ortodosso di Kautsky, quanto a marxismo, nonostante i toni.

Scrive in proposito Gianfranco La Grassa che:

Il “Papa rosso” fondava certe sue ben note tesi sulla teoria della concorrenza intercapitalistica formulata da Marx, dalla quale, tramite prevalenza dei più forti, si sviluppa il processo di centralizzazione monopolistica dei capitali. Tale impostazione analitica veniva portata alle sue estreme conseguenze da Kautsky, rendendo unilineare la tendenza al monopolio, con grave sottovalutazione sia della necessità della competizione intercapitalistica, in specie ai fini della realizzazione del plusvalore, sia delle innovazioni, soprattutto di prodotto ma comunque anche di processo, che segmentano ulteriormente la divisione sociale del lavoro e portano alla creazione di nuove branche produttrici di merci – nuovi prodotti e nuovi metodi produttivi che richiedono la produzione e uso di nuovi strumenti e mezzi produttivi, sempre in forma di merce – impedendo così la formazione di un unico grande capitale unificato. Grazie all’unilateralità della sua concezione, Kautsky formula allora la teoria dell’ultraimperialismo, che si fonda appunto sull’idea che, alla fine, si formerà un unico trust proprietario, ovviamente di carattere eminentemente finanziario e con possesso di azioni completamente accentrato in un solo gruppo di capitalisti (nemmeno più, quindi, una vera classe sociale). Si tratta comunque di un processo, che si attua tramite concorrenza tra gruppi capitalistici di dimensioni (monopolistiche) crescenti, una concorrenza dunque aspra e di forte impatto per un buon periodo di tempo, prima del suo presunto acquietamento finale nella formazione di un grande trust capitalistico mondiale. Non a caso Lenin, incapace di contrastare adeguatamente sul piano teorico tale tesi kautskiana (e hilferdinghiana) cui fece invece troppo ampie concessioni, poté sostenere che, prima di arrivare alla centralizzazione definitiva, gli acuti contrasti intercapitalistici, diventando interimperialistici e coinvolgendo gli Stati in violente guerre mondiali, avrebbero innescato la rivoluzione proletaria; a partire dai famosi “anelli deboli”, ma con tendenziale estensione, durante quell’epoca cui la Rivoluzione d’ottobre dava inizio, a tutto il resto del mondo capitalistico.

Detto ciò, non è affatto vero che Kautsky fosse un timido sostenitore delle vie meno dolorose e violente. Anzi, tra i due il “pacifista” fu il russo e non il tedesco. Lenin diede infatti del rinnegato a Kautsky innanzitutto perché costui violò la posizione socialdemocratica contro la guerra (I GM) invogliando gli operai ad andare a morire per i loro stati. Lui in particolare per quello tedesco. Kautsky sostenne le ragioni del suo paese e aggirò l’internazionalismo operaio e la solidarietà tra masse sfruttate. Lenin invece appena al potere siglò una pace costosissima con la Germania (Brest-Litowsk )beccandosi del traditore da alcuni suoi compagni per aver ceduto pezzi di territorio importantissimi. Insomma, Lenin portò il suo paese stremato fuori dalla guerra, mentre Kautsky giustificava il fatto che gli operai si facessero ammazzare per le proprie borghesie nazionali In quella tremenda carneficina che fu il primo conflitto mondiale. Lenin, inoltre, non si preoccupò delle accuse di tradimento che gli furono formulate da più parti perché riuscì a convincere i russi a sostenerlo contro Kerensky proprio per la promessa di mettere fine alle stragi imperialistiche. La stampa borghese non perdeva occasione per sputtanarlo chiamandolo spia tedesca (ancora adesso si alimentano simili menzogne): “per quattro anni il Kaiser foraggiò il movimento rivoluzionario fornendo soldi, munizioni, armi ed esplosivi per compiere attentati. Solo il ministero degli Esteri versò 26 milioni di marchi dell’epoca, un valore attuale di 75 milioni di euro” […]il ministero degli Esteri tedesco pagò 50 mila marchi oro già nel settembre 1914, con la promessa di versare altri due milioni di marchi al momento dello scoppio dell’insurrezione”. ( La Stampa); “Due milioni di marchi l´11 marzo 1915, quindi poco dopo il piano di 23 pagine. Poi cinque milioni di marchi il 9 luglio 1915, e di nuovo cinque milioni il 3 aprile 1917, pochi giorni prima della partenza di Lenin dall´esilio elvetico alla volta di Pietrogrado. Su un vagone extraterritoriale, nota Der Spiegel, «ma non è vero che fosse un vagone tutto piombato come si è detto finora: aveva tre porte piombate, ma una libera»” ( La Repubblica). L’intenzione esplicita della stampa di ieri e di oggi è quella di descrivere i bolscevichi come traditori al soldo di un paese straniero, tanto più se a ciò va ad aggiungersi che “I bolscevichi «hanno fornito utili informazioni sulla situazione nella Russia zarista», scrisse allora Walter Nicolai, capo del servizio segreto del Kaiser”.
Qualche tempo fa lo Spiegel ha adombrato che la stessa pace di Brest-Litowsk, firmata da Lenin dopo la rivoluzione d’ottobre, servisse a ripagare il Kaiser dell’aiuto concesso: “Le potenze dell´Intesa sostenevano la «controrivoluzione» anticomunista. Ma l´Impero di Guglielmo II continuò ad aiutarli. «I bolscevichi sono bravi ragazzi, finora si sono comportati benissimo», scrisse Kurt Riezler, responsabile della politica verso la Russia allo Auswaertiges Amt, chiedendo nuovi soldi per loro” ( La Repubblica). In verità, Lenin si convinse a stipulare quell’accordo, senza porre troppe condizioni, perchè voleva tenere fede alla sua promessa di salvare le vite di operai, soldati e contadini per concentrarsi sulla difesa e sulla costruzione del socialismo in Russia.

I liberali, dunque, non perdono il vizio di fare la Storia contando i morti, disseppellendo quelli altrui e nascondendo i propri, ma soprattutto di distribuire patenti di bontà o di cattiveria immancabilmente contraffatte.

BREVI CENNI PER GLI SMEMORATI E I PIGRI, di GLG

gianfranco

La rivoluzione bolscevica dell’ottobre 1917 fu ben presto isolata. In Germania la rivolta del novembre ’18 iniziata dai marinai di Kiel e poi quella del 5 gennaio 1919 – rivolte “spontanee” (ma aizzate), restate localizzate e notevolmente disorganizzate – furono rapidamente schiacciate; il 15 gennaio ’19 furono presi e uccisi i dirigenti della Lega spartachista (Liebnecht e Luxemburg). In Ungheria, si instaurò per ben poco tempo (dal marzo all’agosto del ’19) il governo comunista di Bela Kun, che dichiarò la fondazione di una Repubblica Sovietica, ma che cadde con la sconfitta subita ad opera dei rumeni, appoggiati dalla Francia (ma anche dagli altri “alleati” occidentali, dai vincitori della guerra mondiale insomma). L’Unione Sovietica rimase così isolata nella sua pretesa di essere il detonatore della “rivoluzione proletaria” di tipo internazionalista.
Dopo la morte di Lenin (1924), e con la progressiva ascesa di Stalin alla piena direzione del partito e dello Stato, fu scelta quella strada detta “costruzione del socialismo in un paese solo” (sanzionata al XIV Congresso del partito nel dicembre 1925). Scelta che si è rivelata efficace nei termini della nascita di una grande potenza – divenuta, dopo la seconda guerra mondiale e per oltre quarant’anni, una delle due grandi “superpotenze” nel mondo bipolare – ma che oggi va riconsiderata proprio nei termini della non costruzione di alcuna forma di socialismo. Riconsiderazione che i rimasugli comunisti (e marxistoidi) si rifiutano in genere di fare fino in fondo e in base a ciò che dovrebbe ormai apparire evidente. Quanto agli anticomunisti, si limitano a riscrivere ogni ambito della storia tra il 1917 ed oggi a modo loro, con menzogne spudorate e alterazioni da incompetenti.
Senza quella scelta – non voluta dall’opposizione di “sinistra” (trotzkista) e da quella di “destra” (Bucharin, Zinoviev e Kamenev) – difficilmente l’Urss avrebbe avuto una storia tutto sommato positiva non solo per se stessa, ma anche per l’evoluzione della configurazione dei rapporti tra diverse aree mondiali. In particolare non vi sarebbe stata la fine del vecchio colonialismo con tutto ciò che ne è conseguito; e non tutto positivo, anzi! Tuttavia, sono convinto che senza questo tipo di dissoluzione delle ormai decrepite strutture coloniali – conseguenza anche di un movimento detto (scorrettamente, ma poco importa) “antimperialista” – non si sarebbe arrivati alla situazione attuale: decadenza e degrado della formazione sociale “occidentale” (Usa ed Europa soprattutto) e avvio di una fase multipolare estremamente complessa, imprevedibile, però aperta a molte possibilità, fra le quali la possibile nascita di nuove forme di rapporti sociali magari vitali rispetto a quelle attuali, che mi sembrano segnare una involuzione inarrestabile.
Si aprono in ogni caso scenari decisamente nuovi. Ritengo fondamentale che si formino, soprattutto tra i giovani, delle “élites” – la maggioranza delle nuove generazioni lasciamola perdere finché non sarà coinvolta, volente o nolente, nelle “vigorose” vicende storiche in avvicinamento progressivo – in grado seguirle e di prepararsi ad esse con adeguata organizzazione. L’impressione netta è che siamo in ritardo e che non si comprenda l’urgenza del problema.
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LA VERITA’ SULLA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE

Ukraine Protest

Mi trovo davanti ad un articolo di giornale sulla Rivoluzione d’ottobre, di cui ricorre il centenario, pubblicato su Il Sole24ore. Ogni volta è uno sbigottimento superiore a quello della precedente lettura. Ho commentato pezzi recentemente apparsi su Il Giornale, Libero o Il Foglio. Uno squallore senza fine in cui retorica, demagogia ed ucronie strampalate prendono il posto degli avvenimenti e delle circostanze storiche. Sul quotidiano della Confindustria scrive un certo Michael Walzer, pensatore statunitense che sconta una doppia pena, quella di essere un filosofo e quella di essere nato negli Usa. Infatti, il suo più grande apporto intellettuale all’umanità sta nell’aver inventato la definizione di “Americani col trattino”, essendo egli stesso americano-ebreo, cioè un integrato nella società americana provenendo da un’altra cultura. Nessuno ci aveva pensato prima.
Che cosa ci racconta quest’uomo della sinistra americana incline al comunitarismo e alle facile utopie del piffero? La (sua) verità sulla Rivoluzione d’ottobre. Ci dice che i bolscevichi erano crudeli, antidemocratici, dittatoriali, assassini, antipopolari e che hanno tradito la forza morale della teoria di Marx. Ovviamente, la teoria di Marx, essendo una scienza, non aveva proprio nulla di morale ma Walzer avrà letto sì e no qualche pagina dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 esaurendo lì la sua sete di conoscenza. Questa rivoluzione non avrebbe dovuto esserci, scrive Walzer. Come si sarà mai permessa la Storia di invalidare una previsione di tal fatta? Forse, Walzer dovrebbe, essendo del mestiere, almeno compulsare Vico o lo stesso amico di Marx, F. Engels il quale sostenne che: “Coloro che immaginavano di aver fatto una rivoluzione il giorno dopo si sono sempre resi conto di non sapere quello che stavano facendo, e che la rivoluzione che avevano fatto non era niente in confronto a quella che volevano fare”. Non c’è quasi mai congruenza tra quello che gli uomini pronosticano e quello che poi realmente avviene.
I bolscevichi, brutti, sporchi e cattivi sono anche responsabili di aver favorito l’ascesa dei nazisti in Germania. Peccato però che in Germania al potere ci fossero i socialdemocratici (i buoni di Walzer), gli stessi che nel 1914 votarono per la guerra imperialistica contro le masse lavoratrici. Lenin inizialmente commise un errore di valutazione ritenendo che non lo avrebbero mai fatto: “non sono mascalzoni a questo livello”. Invece, lo erano anche di più. Il leader bolscevico si era sempre definito un socialdemocratico, almeno fino a quel momento, dopo il quale dichiarò: “Hanno tradito il socialismo…Da questo momento non posso più definirmi un socialdemocratico. Sono un comunista”. Alla stessa stregua si comportarono i partiti gemelli di Francia, Austria e Gran Bretagna, tutti guerrafondai sulla pelle del proletariato. I comunisti tedeschi, inoltre, furono perseguitati ed incarcerati dai weimariani, perché mai avrebbero dovuto accordarsi con loro? Furono questi episodi, la guerra e la corruzione della Repubblica di Weimar a favorire l’ascesa dei nazisti. Sono stati i socialdemocratici la vera rovina dell’Europa. Infine, Walzer, da scarso filosofo e pessimo storico, afferma che se in Russia avessero vinto i menscevichi e Kerenskij (capo del governo provvisorio che ricomprendeva tutti i social-liberali) il Paese sarebbe stato certamente diverso e più democratico, in linea col resto dell’Europa. Ma i menscevichi, da buoni sinistri, tradirono tutto e tutti, le idee socialiste, il popolo e la Russia medesima. Kerenskij, mediocre attore di teatro, prendeva ordini dalle ambasciate di Gran Bretagna e Usa, si faceva dettare la linea dagli agenti segreti di questi due Stati, voleva continuare la guerra nonostante le sofferenze di contadini, soldati e operai. Fuggì vergognosamente dal Paese su un’auto di rappresentanza statunitense. Che Russia sarebbe stata se avesse davvero vinto la sinistra? Una provincia coloniale di Londra e Washington e non la grande potenza che è stata per più di settanta anni. La Russia, checché speri Walzer, continuerà ad essere un gigante geopolitico anche in questa epoca, fondandosi proprio sul mirabile sforzo dei bolscevichi. Il più grande evento del XX secolo continuerà a produrre effetti nel nostro presente facendo ancora venire i brividi ai democratico-liberali di tutto il mondo.

La verità sulla Rivoluzione d’Ottobre
di Michael Walzer

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È stata un disastro – per il popolo russo, per l’Europa, e per la sinistra in tutto il mondo. Il fatto che la teoria marxista non prevedesse una rivoluzione in Russia è talvolta considerato un segno della debolezza della teoria, ma sarebbe meglio considerarlo un segno della sua forza morale. Le previsioni di Marx erano in realtà ambiziose e giuste. Questa rivoluzione non ci sarebbe dovuta essere. La società russa non era pronta ad appoggiare e sostenere una rivoluzione autenticamente socialista e democratica.
Un disastro per il popolo russo: perché la rivoluzione ha portato nella sua scia una brutale dittatura, polizia segreta, processi farsa, purghe, deportazioni di popolazioni, gulag siberiani e assassinii di massa. Tutto questo è ben noto, per quanto sia stato negato per troppo tempo da molta parte della sinistra.
Un disastro per l’Europa: perché il Partito comunista tedesco, sotto la direzione di Mosca, adottando la politica del “tanto peggio tanto meglio”, combattendo contro i socialdemocratici come fossero il nemico più vicino, ha contribuito a portare i nazisti al potere; perché il patto Hitler-Stalin ha permesso l’attacco della Germania a Occidente (e non ha impedito un successivo attacco a Oriente); e perché all’indomani della Seconda guerra mondiale, si sono instaurate delle dittature comuniste nell’Europa dell’Est, mantenute al potere dall’esercito sovietico.
Un disastro per la sinistra: perché la rivoluzione è arrivata in un momento in cui si stava rafforzando la versione socialdemocratica della sinistra europea e ha prodotto un’enorme divisione nella sinistra e un forte indebolimento della socialdemocrazia; perché il bisogno sentito da molti a sinistra di difendere la repressione e il terrore nell’Unione sovietica ha portato alla corruzione morale, a quello che Albert Camus ha definito l’evento centrale del Ventesimo secolo: «L’abbandono dei valori della libertà da parte dei movimenti rivoluzionari»; perché quando, infine, i partiti socialdemocratici sono andati al potere in Europa occidentale dopo la Seconda guerra mondiale, il loro necessario anticomunismo li ha resi più conservatori di quanto sarebbero potuti essere. E perché in altre parti del mondo i comunisti hanno preteso di essere gli unici di sinistra, hanno assassinato chiunque contestasse questa loro rivendicazione e hanno instaurato regimi brutali: in Cina, Corea del Nord, Cambogia e Vietnam.
Non posso immaginare che qualcuno sostenga che tutto questo non conta a fronte del grande risultato del rovesciamento del regime zarista. La vecchia autocrazia russa era veramente tremenda, ma sembra quasi benevola se mettiamo bene a fuoco quello che è successo dopo. È importante metterlo bene a fuoco, ma potrebbe essere politicamente utile anche cercare di scrivere una storia controfattuale: come sarebbero state la Russia, l’Europa e la sinistra oggi se i Menscevichi (i socialdemocratici russi) avessero vinto? A volte è bello sognare.

ABBATTIAMO GLI IDIOTI

Mr. Trump- Yellow Tie

 

Dai giornalisti non c’è quasi mai nulla da imparare. Di destra o di sinistra, c’è poco da fare, ragionano come i bambini, non hanno capacità di giudizio critico e non sanno proprio dove abiti la logica. Però pretendono di scrivere e, soprattutto, di sentenziare, su uomini o interi periodi storici, riassumendo tutto in una paginetta di quotidiano, sempre troppo corta per giungere a qualcosa di utile e sensato ma non per contenere il loro mare di baggianate. Così la polemica seguita al ddl proposto dal deputato Pd Fiano sull’antifascismo (in mancanza di fascisti) – una sciocchezza sesquipedale, parto di una mente disabitata – diventa l’occasione per Francesco Borgonovo, su La Verità, di affermare che i piddini si occupano del Duce ma non hanno nulla da ridire sul boia Lenin. Ecco il classico esempio di depensante che per rispondere ai belati antifascisti si mette a starnazzare come un’oca ferita. Costui, anziché portare la diatriba su un piano di valutazione storica più elevato, preferisce scendere sullo stesso terreno degli idioti politicamente corretti, i quali di fascisti, comunisti, resistenza e guerre ne sanno quanto le capre di grammatica. Allora dobbiamo spiegare noi come stanno le cose. Boia non ce ne sono. Non lo era Mussolini, non lo era Hitler, non lo era Lenin, non lo era Stalin. Sono i vincitori che si premurano di distribuire patenti di moralità per minimizzare i propri crimini o farli passare per opere di bene. Questa ipocrisia è un delitto parificabile ad altri apparentemente più disdicevoli. Vogliamo metterla un po’ diversamente ricorrendo alla boiata pazzesca? Boia sono tutti quanti i leader alla guida degli Stati, compresi i Presidenti americani che da un bel po’ di tempo lasciano scie di sangue ovunque passino. Senza pelo sullo stomaco non si può essere grandi statisti, si può essere umili catechisti e niente di più. Persino, l’inutile e fintamente mansueto Gentiloni è un piccolo aguzzino con l’aggravante di non contare nulla se non come servo degli statunitensi. Lo è perché sostiene le sporche guerre americane con uomini, mezzi e denari, condannando il suo povero popolo a non ricevere nulla in cambio, se non mancanza di rispetto e furto del futuro, perché i servi si comandano a bacchetta e non si ringraziano mai, volentieri si saccheggiano offrendo finta protezione. Lasciate, dunque, in pace Lenin, uno che, tutto sommato, una pace la firmò per davvero, sopportando lacerazioni territoriali, per evitare ulteriori sofferenze ai suoi cittadini nella I guerra mondiale. La fine delle ostilità fu indispensabile a Lenin e ai Bolscevichi per ricostruire il loro paese e mettere a posto un bel po’ di traditori. Nonostante questo, cioè aver tirato fuori la Russia dalla carneficina del 14-18, Lenin non si vantò mai di essere pacifista, i pacifisti li aborriva anche di più dei guerrafondai perché inservibili a qualsiasi scopo o superiore progetto sociale. Era un vero uomo di Stato al servizio della potenza sovietica. Come lo furono molti suoi avversari di quel periodo. Tacciano i quaquaraqua odierni, giornalisti, politici, intellettuali, economisti ed esperti del piffero privi di scorza e poveri di spirito, sempre pronti a salire sul carro dei vincitori mistificando gli orizzonti. Non sono all’altezza degli uomini del passato che credono di poter criticare, fossero vissuti all’epoca sarebbero stati certamente fucilati dai sedicenti dittatori e avrebbero ricevuto quello che si meritavano. Ieri, oggi e domani.

CONTRO LA DEMOCRAZIA

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La storia è storia dei conflitti sociali. Quelli tra classi dominanti risultano però più decisivi di altri nel configurare gli assetti societari. I gruppi strategici sono quelli che decretano, con la loro azione tesa a primeggiare nelle diverse sfere collettive, il condensarsi degli eventi caratterizzanti la specifica formazione sociale, in un segmento temporale di una certa continuità (fase). Le classi dominate entrano nella disputa aggregate ai differenti blocchi sociali (quindi da gregarie), guidati dall’alto; ciò non toglie che in particolari momenti epocali, possano incidere maggiormente, con le proprie istanze, in questa battaglia per la supremazia (l’esempio del movimento operaio otto-novecentesco). Ma, in ogni caso, non sono esse a direzionare la dinamica degli avvenimenti. L’intelligenza dei processi appartiene ai detentori del sapere e delle grandi risorse produttive, economiche, culturali, finanziarie, ecc. ecc. Per questa motivazione, anche il movimento operaio dei secoli scorsi, è stato sempre diretto da avanguardie, non provenienti dal suo seno ma dai ceti soprastanti, di solito con soggetti ai margini delle categorie superiori “emancipatisi” dalle proprie origini. Senza le masse non si fa la storia ma non sono le masse a fare la storia. Ciò spiega la non rivoluzionarietà intrinseca della classe operaia, il cui istinto, come ben diceva Lenin, era tradunionistico e non sovversivo. Dopo decenni di fallimenti ci dovrebbe essere l’evidenza del fenomeno ed, invece, c’è chi continua a farfugliare di autonomia del proletariato e di classe operaia che deve dirigere tutto. Mettetevelo in testa una buona volta, nessuna cuoca potrà mai amministrare gli affari dello Stato, perché il mestiere della politica non è un’attività qualunque e richiede superiori doti analitiche, frutto di scienza e conoscenza. Per politica, in questo senso, intendiamo quanto teorizzato da Gianfranco La Grassa, ossia quella: “…serie di mosse compiute da dati agenti sociali, serie di mosse coordinate in quella che denominiamo strategia e che gli agenti mettono in opera nel loro confronto (scontro) teso a prevalere gli uni sugli altri. La strategia non ha nulla a che vedere con movimenti compiuti a casaccio, nel più completo disordine, pura reazione primitiva, quasi istintiva, ad uno stimolo proveniente dall’esterno, che spesso è l’agitazione altrettanto caotica di altri contendenti. La strategia implica un ordine di successione delle mosse; non certo deterministico, ma comunque sempre fondato su una studiata concatenazione delle stesse, sulla ricerca, tramite esse, della massima possibile efficacia (concetto del tutto differente da quello di efficienza) in relazione alla finalità perseguita: il successo e la supremazia. Prima di attuare una strategia è dunque indispensabile costruirla in quanto coordinazione di movimenti tesi ad un fine ben prestabilito. Nulla si costruisce senza la preliminare esplorazione del campo della sua applicazione. All’esplorazione segue una più minuta analisi del campo, cioè degli elementi fondamentali che lo strutturano e gli attribuiscono date caratteristiche salienti, senza stabilire preliminarmente le quali non ci si può muovere se non disordinatamente e nelle più diverse direzioni, ponendosi alla mercé di altri contendenti che si applichino scientificamente allo studio della strategia da svolgere in quel campo. Oltre al campo è quindi indispensabile tener conto e valutare, al meglio possibile, la posizione, la forza e le intenzioni strategiche degli altri avversari in gioco in esso e in quella contingenza temporale (a volte un’intera fase storica). Tutto questo è sufficiente? Nient’affatto, è importante ma non sufficiente”.
Quindi, la politica, così descritta ed intesa, non è alla portata dell’incolto o dell’uomo pratico che rifiuta la “grammatica”. In quanto serie di mosse strategiche essa attraversa le sfere dell’attività umana che, intersecandosi, costituiscono il tutto sociale. Le sfere in questione sono: quella politica (da non confondere con la politica come strategia per confliggere, appena spiegata), quella economica e quella ideologica. Ancora nella teorizzazione lagrassiana: “Per comodità (teorica) ho sempre utilizzato la tripartizione della società in tre “sfere” (tre grossi ambiti, mai concretamente separati da nette delimitazioni di confine): quella politica, quella economica (con sottosfere produttiva e finanziaria), quella ideologica, che a volte denomino ideologico-culturale per indicare sia tutto ciò che si muove nel campo delle idee, dei punti di vista, delle battaglie fra queste(i), sia i depositi accumulatisi durante questo movimento nel corso di lunghi periodi di tempo in dati ambiti sociali forniti pure di un territorio (di solito si tratta di quelli che chiamiamo paesi e, da un certo periodo in poi, spesso pure nazioni).
Ogni sfera è costituita da gruppi di apparati, di strutture organizzate che perseguono date finalità. Nella sfera politica, simili organismi si addensano attorno allo Stato (della cui formazione storica non discuto), che ufficialmente serve all’espletamento di funzioni generali di mantenimento di una data società abitante in un certo paese. Vi sono poi le organizzazioni dette partiti, costruite appunto per accaparrarsi il potere nella gestione dello Stato (e delle sue funzioni generali svolte nell’ambito dei diversi paesi). In determinate congiunture – e anche a seconda di una serie di specifici depositi culturali formatisi nei vari e differenti paesi – un partito esclude tutti gli altri e assume il completo controllo dello Stato; in altre congiunture si svolge invece una competizione tra vari partiti, in genere soggetta a regolamentazioni diverse da paese a paese e da fase storica a fase storica. Si possono quindi avere le cosiddette dittature o invece le (altrettanto cosiddette) democrazie….
Passando alla sfera economica – che va appunto suddivisa, dato il carattere mercantile generalizzato delle economie definite capitalistiche, in produttiva e finanziaria – gli apparati fondamentali sono quelli definiti imprese, di cui ancora una volta la concezione più semplicistica, quella liberale, predica la “virtuosa” concorrenza nello spazio del sedicente “libero mercato”, uno spazio di cui si immagina l’autonomia e auto-sussistenza in base a semplici criteri di efficienza nella conduzione della gestione aziendale, e dunque il prevalere di queste o quelle imprese nella produzione – di beni e servizi, comunque di merci – a costi, e dunque a prezzi, più bassi. In realtà, la concorrenza è un conflitto in cui conta solo parzialmente l’efficienza economica (caratterizzata dal principio del “minimo mezzo”), largamente coadiuvata invece da più complesse attività di questi apparati nei loro svariati rapporti con le altre sfere sociali e, in particolare, con quella politica. Tuttavia, vi è troppo spesso la tendenza a vedere la sfera economica come quella principale e dominante nella società e a trattare dei suoi apparati, le imprese, in termini di organismi strutturati secondo determinati criteri riconducibili appunto all’efficienza. I rapporti tra l’economia e le altre sfere sarebbero relazioni tra individui o gruppi di individui, che si considerano caratterizzate da “sentimenti” d’ordine personale: in modo speciale, il desiderio di acquisire potere ma ancor più ricchezza; è anzi quasi sempre quest’ultima ad essere messa in primo piano poiché lo stesso potere sarebbe acquisibile tramite essa, dunque sarebbe una variabile subordinata. Al servizio di ogni ambizione, sostanzialmente rinviabile agli individui, si mette l’inganno, la menzogna, la corruzione, la costrizione (quando possibile), ecc. Poiché ogni ambizione sarebbe comunque condizionata dalla ricchezza posseduta, si tratta di quest’ultima nella sua disponibilità secondo i criteri di più rapida e flessibile utilizzabilità, che è ovviamente – in una società di generalizzazione mercantile dell’attività produttiva – quella monetaria o assimilabile a quest’ultima; cosicché, in definitiva, si enfatizza sempre la funzione spettante alla sfera finanziaria come se fosse la fonte di ogni potere, nel senso migliore o peggiore del suo uso. Alla fin fine, tutti gli accadimenti sociali più rilevanti – compresi gli eventi detti bellici – vengono attribuiti al denaro, al desiderio di accumularlo e al modo del suo utilizzo che provocherebbe spesso le più acute crisi di tutti i generi. La sfera finanziaria viene quindi pensata quale principale sfera sociale, predominante, causa dei maggiori accadimenti; e poiché di ogni accadimento si tende generalmente a porre in primo piano l’aspetto “demoniaco”, la sfera finanziaria e l’ingordigia di denaro sono considerati le più decisive fonti dei mali sociali di tutti i generi.
Infine vi è la sfera ideologica e, in senso più generale, quella culturale in quando deposito di lunghissimo periodo dello scontro ideologico legato alle successive epoche storiche, attraverso cui sono passate le varie formazioni sociali. Tale sfera non ha suoi specifici apparati, poiché questi o fanno parte della struttura dello Stato o sono organizzati in forma di impresa. La sua precipua caratteristica è rappresentata dall’occupazione di particolari ruoli, comunque utilizzati negli apparati di tipologia politica o economica, da parte degli intellettuali in quanto personaggi espletanti le funzioni speciali attinenti alla lotta ideologica e alla trasmissione intergenerazionale di quei saperi e pensamenti (“depositati”) che fanno parte di una determinata cultura. Gli intellettuali sono o incardinati esplicitamente negli apparati in questione o sono apparentemente liberi di svolgere le loro elucubrazioni; in ogni caso, salvo eccezioni (frequenti solo in periodi di crisi e trapasso tra formazioni sociali diverse), tali personaggi svolgono soltanto, talvolta inconsapevolmente, funzioni che coadiuvano la riproduzione di una data struttura di rapporti sociali”.
Fin qui la spiegazione del pensatore veneto (che, sottolineiamo, è una nuova teorizzazione e non una riflessione su elaborazioni altrui, come quelle di tanti che si spacciano per pensatori senza aver mai pensato nulla di originale), che dovrebbe aiutarci a capire come muoverci per incidere seriamente sul nostro ambiente, al fine di concepire una trasformazione dell’esistente. Innanzitutto, questa categorizzazione ci permette di falsificare le teoresi di quanti straparlano di ultimo stadio finanziario del capitalismo e di predominanza della sfera finanziaria sulle altre. In una fase di crisi è normale che gli squilibri più evidenti riguardino i mercati, le banche, le borse, i titoli, le speculazioni ecc. ecc. Quando si depotenzia il centro regolatore politico, che impone ad ogni attore nazionale le regole del gioco, ognuno cerca di avvantaggiarsene, di approfittare del vuoto di potere o dello sguarnimento di alcune “aree” per estendere il proprio raggio d’azione. Le stesse imprese finanziarie, basate nel paese predominante, iniziano ad operare con maggiore spregiudicatezza, per sfruttare il caos da posizioni di forza o per seguire le indicazioni segrete del potere politico o, ancora, andando anche oltre questi indirizzi, tanto da dover essere richiamate all’ordine qualora dovessero pestare i piedi alle iniziative degli strateghi istituzionali. Il denaro (coi suoi duplicati immateriali) fornisce la linfa necessaria al conflitto, per questo è indispensabile, ma esso non basta da solo a vincere le guerre. Se si produce, effettivamente, una sottomissione di forze statali a forze del denaro, questa riguarda più che altro i Paesi deboli dove l’arco politico non è in grado di ripensare la propria ricollocazione geopolitica e di elaborare una visione dei processi di cambiamento globale in atto. Il caso italiano è emblematico. Generalmente però, l’ultima parola è sempre dei drappelli dominanti statal-militari che sono chiamati a convogliare l’energie, dell’intera formazione sociale particolare, con lo scopo di creare egemonia fuori dai confini nazionali e ricompattare la comunità interna sugli obiettivi improcrastinabili. Esiste una certa autonomia degli insiemi decisori (sempre in conflitto tra loro) che operano nelle varie sfere ma è indispensabile il momento della sintesi che è, appunto, di competenza dei soggetti primeggianti in quella politica.
Detto questo, è arrivato il momento di comprendere meglio la fisionomia del nemico quando si opera in contesti nazionali subalterni, orbitanti nel campo gravitazionale di una superpotenza. Sbraitare contro la finanza apolide, la globalizzazione, la bancocrazia non ha alcun senso. Si deve, invece, colpire direttamente il rapporto di sottomissione tra i funzionari della superpotenza (di qualunque specie essi siano, finanziari, ideologici, politici ecc. ecc.) e i loro sottoposti nel paese satellite, quelli che occupano gli apparati rappresentativi ricorrendo a sistemi d’elezione escludenti, per come sono concepiti, l’accesso a corpi resistenti autenticamente sovrani e indipendenti. Quest’ultimi non saranno mai maggioranza nel Paese attraverso i metodi democratici. Essi sono avanguardie chiamate a rompere gli schemi democratici, cercando l’acclamazione delle masse e la loro partecipazione fisica per il respingimento dell’invasore e dei suoi etnocrati. La reiterata prova muscolare (in funzione di un diverso progetto strategico) sulle questioni cruciali, e non la deposizione di una misera scheda nell’urna, è il massimo sforzo da chiedere al popolo. Essi interpretano la democrazia come un cavallo di troia e come tale lo rifiutano mentre cercano il coinvolgimento non passivo degli uomini e delle donne di buona volontà, al fine di scacciare dal governo i traditori e i loro protettori stranieri. La democrazia, rielaborata ad immagine e somiglianza dei predominanti mondiali, è l’imprinting che determina la riproduzione dei comportamenti sottomissivi di chi è eletto per governare. Non si sfugge a questa logica automatica se non mandandola in frantumi, senza mai partecipare ad un gioco a carte truccate. Abbattere la democrazia è il primo passo da fare per rigettare l’ingerenza esterna e sbarazzarsi dei politicanti che amministrano lo Stato attraverso diktat contrari all’interesse nazionale. Colpire a morte la democrazia significa ferire mortalmente i prepotenti che ci tengono per il collo. Chi cincischia su un tema così esplicito e blatera di altro (mondialismo, finanzcapitalismo ecc. ecc.) è solo un altro pagliaccio venuto a distrarci dai nostri urgenti compiti.

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