BREVI CENNI PER GLI SMEMORATI E I PIGRI, di GLG

gianfranco

La rivoluzione bolscevica dell’ottobre 1917 fu ben presto isolata. In Germania la rivolta del novembre ’18 iniziata dai marinai di Kiel e poi quella del 5 gennaio 1919 – rivolte “spontanee” (ma aizzate), restate localizzate e notevolmente disorganizzate – furono rapidamente schiacciate; il 15 gennaio ’19 furono presi e uccisi i dirigenti della Lega spartachista (Liebnecht e Luxemburg). In Ungheria, si instaurò per ben poco tempo (dal marzo all’agosto del ’19) il governo comunista di Bela Kun, che dichiarò la fondazione di una Repubblica Sovietica, ma che cadde con la sconfitta subita ad opera dei rumeni, appoggiati dalla Francia (ma anche dagli altri “alleati” occidentali, dai vincitori della guerra mondiale insomma). L’Unione Sovietica rimase così isolata nella sua pretesa di essere il detonatore della “rivoluzione proletaria” di tipo internazionalista.
Dopo la morte di Lenin (1924), e con la progressiva ascesa di Stalin alla piena direzione del partito e dello Stato, fu scelta quella strada detta “costruzione del socialismo in un paese solo” (sanzionata al XIV Congresso del partito nel dicembre 1925). Scelta che si è rivelata efficace nei termini della nascita di una grande potenza – divenuta, dopo la seconda guerra mondiale e per oltre quarant’anni, una delle due grandi “superpotenze” nel mondo bipolare – ma che oggi va riconsiderata proprio nei termini della non costruzione di alcuna forma di socialismo. Riconsiderazione che i rimasugli comunisti (e marxistoidi) si rifiutano in genere di fare fino in fondo e in base a ciò che dovrebbe ormai apparire evidente. Quanto agli anticomunisti, si limitano a riscrivere ogni ambito della storia tra il 1917 ed oggi a modo loro, con menzogne spudorate e alterazioni da incompetenti.
Senza quella scelta – non voluta dall’opposizione di “sinistra” (trotzkista) e da quella di “destra” (Bucharin, Zinoviev e Kamenev) – difficilmente l’Urss avrebbe avuto una storia tutto sommato positiva non solo per se stessa, ma anche per l’evoluzione della configurazione dei rapporti tra diverse aree mondiali. In particolare non vi sarebbe stata la fine del vecchio colonialismo con tutto ciò che ne è conseguito; e non tutto positivo, anzi! Tuttavia, sono convinto che senza questo tipo di dissoluzione delle ormai decrepite strutture coloniali – conseguenza anche di un movimento detto (scorrettamente, ma poco importa) “antimperialista” – non si sarebbe arrivati alla situazione attuale: decadenza e degrado della formazione sociale “occidentale” (Usa ed Europa soprattutto) e avvio di una fase multipolare estremamente complessa, imprevedibile, però aperta a molte possibilità, fra le quali la possibile nascita di nuove forme di rapporti sociali magari vitali rispetto a quelle attuali, che mi sembrano segnare una involuzione inarrestabile.
Si aprono in ogni caso scenari decisamente nuovi. Ritengo fondamentale che si formino, soprattutto tra i giovani, delle “élites” – la maggioranza delle nuove generazioni lasciamola perdere finché non sarà coinvolta, volente o nolente, nelle “vigorose” vicende storiche in avvicinamento progressivo – in grado seguirle e di prepararsi ad esse con adeguata organizzazione. L’impressione netta è che siamo in ritardo e che non si comprenda l’urgenza del problema.
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LA VERITA’ SULLA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE

Ukraine Protest

Mi trovo davanti ad un articolo di giornale sulla Rivoluzione d’ottobre, di cui ricorre il centenario, pubblicato su Il Sole24ore. Ogni volta è uno sbigottimento superiore a quello della precedente lettura. Ho commentato pezzi recentemente apparsi su Il Giornale, Libero o Il Foglio. Uno squallore senza fine in cui retorica, demagogia ed ucronie strampalate prendono il posto degli avvenimenti e delle circostanze storiche. Sul quotidiano della Confindustria scrive un certo Michael Walzer, pensatore statunitense che sconta una doppia pena, quella di essere un filosofo e quella di essere nato negli Usa. Infatti, il suo più grande apporto intellettuale all’umanità sta nell’aver inventato la definizione di “Americani col trattino”, essendo egli stesso americano-ebreo, cioè un integrato nella società americana provenendo da un’altra cultura. Nessuno ci aveva pensato prima.
Che cosa ci racconta quest’uomo della sinistra americana incline al comunitarismo e alle facile utopie del piffero? La (sua) verità sulla Rivoluzione d’ottobre. Ci dice che i bolscevichi erano crudeli, antidemocratici, dittatoriali, assassini, antipopolari e che hanno tradito la forza morale della teoria di Marx. Ovviamente, la teoria di Marx, essendo una scienza, non aveva proprio nulla di morale ma Walzer avrà letto sì e no qualche pagina dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 esaurendo lì la sua sete di conoscenza. Questa rivoluzione non avrebbe dovuto esserci, scrive Walzer. Come si sarà mai permessa la Storia di invalidare una previsione di tal fatta? Forse, Walzer dovrebbe, essendo del mestiere, almeno compulsare Vico o lo stesso amico di Marx, F. Engels il quale sostenne che: “Coloro che immaginavano di aver fatto una rivoluzione il giorno dopo si sono sempre resi conto di non sapere quello che stavano facendo, e che la rivoluzione che avevano fatto non era niente in confronto a quella che volevano fare”. Non c’è quasi mai congruenza tra quello che gli uomini pronosticano e quello che poi realmente avviene.
I bolscevichi, brutti, sporchi e cattivi sono anche responsabili di aver favorito l’ascesa dei nazisti in Germania. Peccato però che in Germania al potere ci fossero i socialdemocratici (i buoni di Walzer), gli stessi che nel 1914 votarono per la guerra imperialistica contro le masse lavoratrici. Lenin inizialmente commise un errore di valutazione ritenendo che non lo avrebbero mai fatto: “non sono mascalzoni a questo livello”. Invece, lo erano anche di più. Il leader bolscevico si era sempre definito un socialdemocratico, almeno fino a quel momento, dopo il quale dichiarò: “Hanno tradito il socialismo…Da questo momento non posso più definirmi un socialdemocratico. Sono un comunista”. Alla stessa stregua si comportarono i partiti gemelli di Francia, Austria e Gran Bretagna, tutti guerrafondai sulla pelle del proletariato. I comunisti tedeschi, inoltre, furono perseguitati ed incarcerati dai weimariani, perché mai avrebbero dovuto accordarsi con loro? Furono questi episodi, la guerra e la corruzione della Repubblica di Weimar a favorire l’ascesa dei nazisti. Sono stati i socialdemocratici la vera rovina dell’Europa. Infine, Walzer, da scarso filosofo e pessimo storico, afferma che se in Russia avessero vinto i menscevichi e Kerenskij (capo del governo provvisorio che ricomprendeva tutti i social-liberali) il Paese sarebbe stato certamente diverso e più democratico, in linea col resto dell’Europa. Ma i menscevichi, da buoni sinistri, tradirono tutto e tutti, le idee socialiste, il popolo e la Russia medesima. Kerenskij, mediocre attore di teatro, prendeva ordini dalle ambasciate di Gran Bretagna e Usa, si faceva dettare la linea dagli agenti segreti di questi due Stati, voleva continuare la guerra nonostante le sofferenze di contadini, soldati e operai. Fuggì vergognosamente dal Paese su un’auto di rappresentanza statunitense. Che Russia sarebbe stata se avesse davvero vinto la sinistra? Una provincia coloniale di Londra e Washington e non la grande potenza che è stata per più di settanta anni. La Russia, checché speri Walzer, continuerà ad essere un gigante geopolitico anche in questa epoca, fondandosi proprio sul mirabile sforzo dei bolscevichi. Il più grande evento del XX secolo continuerà a produrre effetti nel nostro presente facendo ancora venire i brividi ai democratico-liberali di tutto il mondo.

La verità sulla Rivoluzione d’Ottobre
di Michael Walzer

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È stata un disastro – per il popolo russo, per l’Europa, e per la sinistra in tutto il mondo. Il fatto che la teoria marxista non prevedesse una rivoluzione in Russia è talvolta considerato un segno della debolezza della teoria, ma sarebbe meglio considerarlo un segno della sua forza morale. Le previsioni di Marx erano in realtà ambiziose e giuste. Questa rivoluzione non ci sarebbe dovuta essere. La società russa non era pronta ad appoggiare e sostenere una rivoluzione autenticamente socialista e democratica.
Un disastro per il popolo russo: perché la rivoluzione ha portato nella sua scia una brutale dittatura, polizia segreta, processi farsa, purghe, deportazioni di popolazioni, gulag siberiani e assassinii di massa. Tutto questo è ben noto, per quanto sia stato negato per troppo tempo da molta parte della sinistra.
Un disastro per l’Europa: perché il Partito comunista tedesco, sotto la direzione di Mosca, adottando la politica del “tanto peggio tanto meglio”, combattendo contro i socialdemocratici come fossero il nemico più vicino, ha contribuito a portare i nazisti al potere; perché il patto Hitler-Stalin ha permesso l’attacco della Germania a Occidente (e non ha impedito un successivo attacco a Oriente); e perché all’indomani della Seconda guerra mondiale, si sono instaurate delle dittature comuniste nell’Europa dell’Est, mantenute al potere dall’esercito sovietico.
Un disastro per la sinistra: perché la rivoluzione è arrivata in un momento in cui si stava rafforzando la versione socialdemocratica della sinistra europea e ha prodotto un’enorme divisione nella sinistra e un forte indebolimento della socialdemocrazia; perché il bisogno sentito da molti a sinistra di difendere la repressione e il terrore nell’Unione sovietica ha portato alla corruzione morale, a quello che Albert Camus ha definito l’evento centrale del Ventesimo secolo: «L’abbandono dei valori della libertà da parte dei movimenti rivoluzionari»; perché quando, infine, i partiti socialdemocratici sono andati al potere in Europa occidentale dopo la Seconda guerra mondiale, il loro necessario anticomunismo li ha resi più conservatori di quanto sarebbero potuti essere. E perché in altre parti del mondo i comunisti hanno preteso di essere gli unici di sinistra, hanno assassinato chiunque contestasse questa loro rivendicazione e hanno instaurato regimi brutali: in Cina, Corea del Nord, Cambogia e Vietnam.
Non posso immaginare che qualcuno sostenga che tutto questo non conta a fronte del grande risultato del rovesciamento del regime zarista. La vecchia autocrazia russa era veramente tremenda, ma sembra quasi benevola se mettiamo bene a fuoco quello che è successo dopo. È importante metterlo bene a fuoco, ma potrebbe essere politicamente utile anche cercare di scrivere una storia controfattuale: come sarebbero state la Russia, l’Europa e la sinistra oggi se i Menscevichi (i socialdemocratici russi) avessero vinto? A volte è bello sognare.

ABBATTIAMO GLI IDIOTI

Mr. Trump- Yellow Tie

 

Dai giornalisti non c’è quasi mai nulla da imparare. Di destra o di sinistra, c’è poco da fare, ragionano come i bambini, non hanno capacità di giudizio critico e non sanno proprio dove abiti la logica. Però pretendono di scrivere e, soprattutto, di sentenziare, su uomini o interi periodi storici, riassumendo tutto in una paginetta di quotidiano, sempre troppo corta per giungere a qualcosa di utile e sensato ma non per contenere il loro mare di baggianate. Così la polemica seguita al ddl proposto dal deputato Pd Fiano sull’antifascismo (in mancanza di fascisti) – una sciocchezza sesquipedale, parto di una mente disabitata – diventa l’occasione per Francesco Borgonovo, su La Verità, di affermare che i piddini si occupano del Duce ma non hanno nulla da ridire sul boia Lenin. Ecco il classico esempio di depensante che per rispondere ai belati antifascisti si mette a starnazzare come un’oca ferita. Costui, anziché portare la diatriba su un piano di valutazione storica più elevato, preferisce scendere sullo stesso terreno degli idioti politicamente corretti, i quali di fascisti, comunisti, resistenza e guerre ne sanno quanto le capre di grammatica. Allora dobbiamo spiegare noi come stanno le cose. Boia non ce ne sono. Non lo era Mussolini, non lo era Hitler, non lo era Lenin, non lo era Stalin. Sono i vincitori che si premurano di distribuire patenti di moralità per minimizzare i propri crimini o farli passare per opere di bene. Questa ipocrisia è un delitto parificabile ad altri apparentemente più disdicevoli. Vogliamo metterla un po’ diversamente ricorrendo alla boiata pazzesca? Boia sono tutti quanti i leader alla guida degli Stati, compresi i Presidenti americani che da un bel po’ di tempo lasciano scie di sangue ovunque passino. Senza pelo sullo stomaco non si può essere grandi statisti, si può essere umili catechisti e niente di più. Persino, l’inutile e fintamente mansueto Gentiloni è un piccolo aguzzino con l’aggravante di non contare nulla se non come servo degli statunitensi. Lo è perché sostiene le sporche guerre americane con uomini, mezzi e denari, condannando il suo povero popolo a non ricevere nulla in cambio, se non mancanza di rispetto e furto del futuro, perché i servi si comandano a bacchetta e non si ringraziano mai, volentieri si saccheggiano offrendo finta protezione. Lasciate, dunque, in pace Lenin, uno che, tutto sommato, una pace la firmò per davvero, sopportando lacerazioni territoriali, per evitare ulteriori sofferenze ai suoi cittadini nella I guerra mondiale. La fine delle ostilità fu indispensabile a Lenin e ai Bolscevichi per ricostruire il loro paese e mettere a posto un bel po’ di traditori. Nonostante questo, cioè aver tirato fuori la Russia dalla carneficina del 14-18, Lenin non si vantò mai di essere pacifista, i pacifisti li aborriva anche di più dei guerrafondai perché inservibili a qualsiasi scopo o superiore progetto sociale. Era un vero uomo di Stato al servizio della potenza sovietica. Come lo furono molti suoi avversari di quel periodo. Tacciano i quaquaraqua odierni, giornalisti, politici, intellettuali, economisti ed esperti del piffero privi di scorza e poveri di spirito, sempre pronti a salire sul carro dei vincitori mistificando gli orizzonti. Non sono all’altezza degli uomini del passato che credono di poter criticare, fossero vissuti all’epoca sarebbero stati certamente fucilati dai sedicenti dittatori e avrebbero ricevuto quello che si meritavano. Ieri, oggi e domani.

CONTRO LA DEMOCRAZIA

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La storia è storia dei conflitti sociali. Quelli tra classi dominanti risultano però più decisivi di altri nel configurare gli assetti societari. I gruppi strategici sono quelli che decretano, con la loro azione tesa a primeggiare nelle diverse sfere collettive, il condensarsi degli eventi caratterizzanti la specifica formazione sociale, in un segmento temporale di una certa continuità (fase). Le classi dominate entrano nella disputa aggregate ai differenti blocchi sociali (quindi da gregarie), guidati dall’alto; ciò non toglie che in particolari momenti epocali, possano incidere maggiormente, con le proprie istanze, in questa battaglia per la supremazia (l’esempio del movimento operaio otto-novecentesco). Ma, in ogni caso, non sono esse a direzionare la dinamica degli avvenimenti. L’intelligenza dei processi appartiene ai detentori del sapere e delle grandi risorse produttive, economiche, culturali, finanziarie, ecc. ecc. Per questa motivazione, anche il movimento operaio dei secoli scorsi, è stato sempre diretto da avanguardie, non provenienti dal suo seno ma dai ceti soprastanti, di solito con soggetti ai margini delle categorie superiori “emancipatisi” dalle proprie origini. Senza le masse non si fa la storia ma non sono le masse a fare la storia. Ciò spiega la non rivoluzionarietà intrinseca della classe operaia, il cui istinto, come ben diceva Lenin, era tradunionistico e non sovversivo. Dopo decenni di fallimenti ci dovrebbe essere l’evidenza del fenomeno ed, invece, c’è chi continua a farfugliare di autonomia del proletariato e di classe operaia che deve dirigere tutto. Mettetevelo in testa una buona volta, nessuna cuoca potrà mai amministrare gli affari dello Stato, perché il mestiere della politica non è un’attività qualunque e richiede superiori doti analitiche, frutto di scienza e conoscenza. Per politica, in questo senso, intendiamo quanto teorizzato da Gianfranco La Grassa, ossia quella: “…serie di mosse compiute da dati agenti sociali, serie di mosse coordinate in quella che denominiamo strategia e che gli agenti mettono in opera nel loro confronto (scontro) teso a prevalere gli uni sugli altri. La strategia non ha nulla a che vedere con movimenti compiuti a casaccio, nel più completo disordine, pura reazione primitiva, quasi istintiva, ad uno stimolo proveniente dall’esterno, che spesso è l’agitazione altrettanto caotica di altri contendenti. La strategia implica un ordine di successione delle mosse; non certo deterministico, ma comunque sempre fondato su una studiata concatenazione delle stesse, sulla ricerca, tramite esse, della massima possibile efficacia (concetto del tutto differente da quello di efficienza) in relazione alla finalità perseguita: il successo e la supremazia. Prima di attuare una strategia è dunque indispensabile costruirla in quanto coordinazione di movimenti tesi ad un fine ben prestabilito. Nulla si costruisce senza la preliminare esplorazione del campo della sua applicazione. All’esplorazione segue una più minuta analisi del campo, cioè degli elementi fondamentali che lo strutturano e gli attribuiscono date caratteristiche salienti, senza stabilire preliminarmente le quali non ci si può muovere se non disordinatamente e nelle più diverse direzioni, ponendosi alla mercé di altri contendenti che si applichino scientificamente allo studio della strategia da svolgere in quel campo. Oltre al campo è quindi indispensabile tener conto e valutare, al meglio possibile, la posizione, la forza e le intenzioni strategiche degli altri avversari in gioco in esso e in quella contingenza temporale (a volte un’intera fase storica). Tutto questo è sufficiente? Nient’affatto, è importante ma non sufficiente”.
Quindi, la politica, così descritta ed intesa, non è alla portata dell’incolto o dell’uomo pratico che rifiuta la “grammatica”. In quanto serie di mosse strategiche essa attraversa le sfere dell’attività umana che, intersecandosi, costituiscono il tutto sociale. Le sfere in questione sono: quella politica (da non confondere con la politica come strategia per confliggere, appena spiegata), quella economica e quella ideologica. Ancora nella teorizzazione lagrassiana: “Per comodità (teorica) ho sempre utilizzato la tripartizione della società in tre “sfere” (tre grossi ambiti, mai concretamente separati da nette delimitazioni di confine): quella politica, quella economica (con sottosfere produttiva e finanziaria), quella ideologica, che a volte denomino ideologico-culturale per indicare sia tutto ciò che si muove nel campo delle idee, dei punti di vista, delle battaglie fra queste(i), sia i depositi accumulatisi durante questo movimento nel corso di lunghi periodi di tempo in dati ambiti sociali forniti pure di un territorio (di solito si tratta di quelli che chiamiamo paesi e, da un certo periodo in poi, spesso pure nazioni).
Ogni sfera è costituita da gruppi di apparati, di strutture organizzate che perseguono date finalità. Nella sfera politica, simili organismi si addensano attorno allo Stato (della cui formazione storica non discuto), che ufficialmente serve all’espletamento di funzioni generali di mantenimento di una data società abitante in un certo paese. Vi sono poi le organizzazioni dette partiti, costruite appunto per accaparrarsi il potere nella gestione dello Stato (e delle sue funzioni generali svolte nell’ambito dei diversi paesi). In determinate congiunture – e anche a seconda di una serie di specifici depositi culturali formatisi nei vari e differenti paesi – un partito esclude tutti gli altri e assume il completo controllo dello Stato; in altre congiunture si svolge invece una competizione tra vari partiti, in genere soggetta a regolamentazioni diverse da paese a paese e da fase storica a fase storica. Si possono quindi avere le cosiddette dittature o invece le (altrettanto cosiddette) democrazie….
Passando alla sfera economica – che va appunto suddivisa, dato il carattere mercantile generalizzato delle economie definite capitalistiche, in produttiva e finanziaria – gli apparati fondamentali sono quelli definiti imprese, di cui ancora una volta la concezione più semplicistica, quella liberale, predica la “virtuosa” concorrenza nello spazio del sedicente “libero mercato”, uno spazio di cui si immagina l’autonomia e auto-sussistenza in base a semplici criteri di efficienza nella conduzione della gestione aziendale, e dunque il prevalere di queste o quelle imprese nella produzione – di beni e servizi, comunque di merci – a costi, e dunque a prezzi, più bassi. In realtà, la concorrenza è un conflitto in cui conta solo parzialmente l’efficienza economica (caratterizzata dal principio del “minimo mezzo”), largamente coadiuvata invece da più complesse attività di questi apparati nei loro svariati rapporti con le altre sfere sociali e, in particolare, con quella politica. Tuttavia, vi è troppo spesso la tendenza a vedere la sfera economica come quella principale e dominante nella società e a trattare dei suoi apparati, le imprese, in termini di organismi strutturati secondo determinati criteri riconducibili appunto all’efficienza. I rapporti tra l’economia e le altre sfere sarebbero relazioni tra individui o gruppi di individui, che si considerano caratterizzate da “sentimenti” d’ordine personale: in modo speciale, il desiderio di acquisire potere ma ancor più ricchezza; è anzi quasi sempre quest’ultima ad essere messa in primo piano poiché lo stesso potere sarebbe acquisibile tramite essa, dunque sarebbe una variabile subordinata. Al servizio di ogni ambizione, sostanzialmente rinviabile agli individui, si mette l’inganno, la menzogna, la corruzione, la costrizione (quando possibile), ecc. Poiché ogni ambizione sarebbe comunque condizionata dalla ricchezza posseduta, si tratta di quest’ultima nella sua disponibilità secondo i criteri di più rapida e flessibile utilizzabilità, che è ovviamente – in una società di generalizzazione mercantile dell’attività produttiva – quella monetaria o assimilabile a quest’ultima; cosicché, in definitiva, si enfatizza sempre la funzione spettante alla sfera finanziaria come se fosse la fonte di ogni potere, nel senso migliore o peggiore del suo uso. Alla fin fine, tutti gli accadimenti sociali più rilevanti – compresi gli eventi detti bellici – vengono attribuiti al denaro, al desiderio di accumularlo e al modo del suo utilizzo che provocherebbe spesso le più acute crisi di tutti i generi. La sfera finanziaria viene quindi pensata quale principale sfera sociale, predominante, causa dei maggiori accadimenti; e poiché di ogni accadimento si tende generalmente a porre in primo piano l’aspetto “demoniaco”, la sfera finanziaria e l’ingordigia di denaro sono considerati le più decisive fonti dei mali sociali di tutti i generi.
Infine vi è la sfera ideologica e, in senso più generale, quella culturale in quando deposito di lunghissimo periodo dello scontro ideologico legato alle successive epoche storiche, attraverso cui sono passate le varie formazioni sociali. Tale sfera non ha suoi specifici apparati, poiché questi o fanno parte della struttura dello Stato o sono organizzati in forma di impresa. La sua precipua caratteristica è rappresentata dall’occupazione di particolari ruoli, comunque utilizzati negli apparati di tipologia politica o economica, da parte degli intellettuali in quanto personaggi espletanti le funzioni speciali attinenti alla lotta ideologica e alla trasmissione intergenerazionale di quei saperi e pensamenti (“depositati”) che fanno parte di una determinata cultura. Gli intellettuali sono o incardinati esplicitamente negli apparati in questione o sono apparentemente liberi di svolgere le loro elucubrazioni; in ogni caso, salvo eccezioni (frequenti solo in periodi di crisi e trapasso tra formazioni sociali diverse), tali personaggi svolgono soltanto, talvolta inconsapevolmente, funzioni che coadiuvano la riproduzione di una data struttura di rapporti sociali”.
Fin qui la spiegazione del pensatore veneto (che, sottolineiamo, è una nuova teorizzazione e non una riflessione su elaborazioni altrui, come quelle di tanti che si spacciano per pensatori senza aver mai pensato nulla di originale), che dovrebbe aiutarci a capire come muoverci per incidere seriamente sul nostro ambiente, al fine di concepire una trasformazione dell’esistente. Innanzitutto, questa categorizzazione ci permette di falsificare le teoresi di quanti straparlano di ultimo stadio finanziario del capitalismo e di predominanza della sfera finanziaria sulle altre. In una fase di crisi è normale che gli squilibri più evidenti riguardino i mercati, le banche, le borse, i titoli, le speculazioni ecc. ecc. Quando si depotenzia il centro regolatore politico, che impone ad ogni attore nazionale le regole del gioco, ognuno cerca di avvantaggiarsene, di approfittare del vuoto di potere o dello sguarnimento di alcune “aree” per estendere il proprio raggio d’azione. Le stesse imprese finanziarie, basate nel paese predominante, iniziano ad operare con maggiore spregiudicatezza, per sfruttare il caos da posizioni di forza o per seguire le indicazioni segrete del potere politico o, ancora, andando anche oltre questi indirizzi, tanto da dover essere richiamate all’ordine qualora dovessero pestare i piedi alle iniziative degli strateghi istituzionali. Il denaro (coi suoi duplicati immateriali) fornisce la linfa necessaria al conflitto, per questo è indispensabile, ma esso non basta da solo a vincere le guerre. Se si produce, effettivamente, una sottomissione di forze statali a forze del denaro, questa riguarda più che altro i Paesi deboli dove l’arco politico non è in grado di ripensare la propria ricollocazione geopolitica e di elaborare una visione dei processi di cambiamento globale in atto. Il caso italiano è emblematico. Generalmente però, l’ultima parola è sempre dei drappelli dominanti statal-militari che sono chiamati a convogliare l’energie, dell’intera formazione sociale particolare, con lo scopo di creare egemonia fuori dai confini nazionali e ricompattare la comunità interna sugli obiettivi improcrastinabili. Esiste una certa autonomia degli insiemi decisori (sempre in conflitto tra loro) che operano nelle varie sfere ma è indispensabile il momento della sintesi che è, appunto, di competenza dei soggetti primeggianti in quella politica.
Detto questo, è arrivato il momento di comprendere meglio la fisionomia del nemico quando si opera in contesti nazionali subalterni, orbitanti nel campo gravitazionale di una superpotenza. Sbraitare contro la finanza apolide, la globalizzazione, la bancocrazia non ha alcun senso. Si deve, invece, colpire direttamente il rapporto di sottomissione tra i funzionari della superpotenza (di qualunque specie essi siano, finanziari, ideologici, politici ecc. ecc.) e i loro sottoposti nel paese satellite, quelli che occupano gli apparati rappresentativi ricorrendo a sistemi d’elezione escludenti, per come sono concepiti, l’accesso a corpi resistenti autenticamente sovrani e indipendenti. Quest’ultimi non saranno mai maggioranza nel Paese attraverso i metodi democratici. Essi sono avanguardie chiamate a rompere gli schemi democratici, cercando l’acclamazione delle masse e la loro partecipazione fisica per il respingimento dell’invasore e dei suoi etnocrati. La reiterata prova muscolare (in funzione di un diverso progetto strategico) sulle questioni cruciali, e non la deposizione di una misera scheda nell’urna, è il massimo sforzo da chiedere al popolo. Essi interpretano la democrazia come un cavallo di troia e come tale lo rifiutano mentre cercano il coinvolgimento non passivo degli uomini e delle donne di buona volontà, al fine di scacciare dal governo i traditori e i loro protettori stranieri. La democrazia, rielaborata ad immagine e somiglianza dei predominanti mondiali, è l’imprinting che determina la riproduzione dei comportamenti sottomissivi di chi è eletto per governare. Non si sfugge a questa logica automatica se non mandandola in frantumi, senza mai partecipare ad un gioco a carte truccate. Abbattere la democrazia è il primo passo da fare per rigettare l’ingerenza esterna e sbarazzarsi dei politicanti che amministrano lo Stato attraverso diktat contrari all’interesse nazionale. Colpire a morte la democrazia significa ferire mortalmente i prepotenti che ci tengono per il collo. Chi cincischia su un tema così esplicito e blatera di altro (mondialismo, finanzcapitalismo ecc. ecc.) è solo un altro pagliaccio venuto a distrarci dai nostri urgenti compiti.

Come i liberali piagnucolano sulla storia della rivoluzione russa

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La Rivoluzione sovietica del 1917 agita ancora gli spiriti liberali di tutto il mondo. Spiriti che continuano ad aver paura di quello spettro che non si aggira più per l’Europa ma che si materializza ancora nei loro incubi, sotto forma di cattivo precedente di resistenza al capitalismo e di tentativo d’instaurare un diverso rapporto sociale, da scacciare come un fantasma.
Quest’anno, che ricorre il centenario del “colpo di stato”, come lo chiamano loro, sono particolarmente impegnati a sputare veleno contro l’affermazione storica del socialismo “irrealizzato”.
I punti principali dei loro attacchi agli eventi rivoluzionari del ’17 sono sempre gli stessi:

– senza il golpe leniniano si sarebbe concretizzato uno sbocco liberal-democratico dei rivolgimenti russi e la Russia si sarebbe incamminata sulla via del progresso capitalistico

– la Rivoluzione russa fu la levatrice involontaria dei regimi fascisti in Europa, le cui borghesie per timore della bolscevizzazione della società si buttarono tra le braccia di movimenti reazionari (tali solo in parte)

– il comunismo ideologico aveva insite nelle premesse i suoi esiti totalitari
– Quella sovietica fu una distopia che produsse dittatori tra i più sanguinari ed eccidi imparagonabili.

Iniziamo dal primo punto. La Russia zarista era sicuramente arretrata ed aveva un’economia scarsamente industrializzata. I tentativi della Corona di espandere il rinnovamento tecnico e tecnologico furono fallimentari e produssero sperequazioni sociali odiose che esacerbarono il clima sia negli agglomerati urbani che nelle campagne sovrappopolate, dove i contadini vivevano una condizione semi-feudale.
La I Guerra mondiale non fece che inasprire le circostanze ma i liberali russi, anziché preoccuparsi del peggioramento delle condizioni della popolazione, si esercitavano in quell’inutile sport di cui sono primatisti assoluti, le chiacchiere costituzionali.
Inoltre, mentre piagnucolavano per la mancanza delle libertà parlamentari e di espressione, si giravano costantemente dall’altra parte quando la polizia zarista sterminava operai e contadini in sciopero (come nel 1905, domenica di sangue, e ancora nel 1912, strage degli innocenti).
Ugualmente, non prestavano attenzione alle lamentele dei soldati in prima linea, stanchi di essere trucidati nelle trincee, e proseguivano imperterriti a propagandare la continuazione dello sforzo bellico per la grandezza della Patria (l’ultimo rifugio di queste canaglie).
Dall’altro lato i bolscevichi avevano tutt’altre parole d’ordine: pane, pace e terra. Preso il potere Lenin fu di parola, che è cosa ben diversa dalle parole, parole, parole dei parolai liberali. Assicurò il controllo operaio delle fabbriche, diede la terra ai contadini e si ritirò dalla guerra.
Se i comunisti non l’avessero spuntata ed al potere fossero arrivati i liberali le purghe sarebbero avvenute al contrario, c’è da giurarci. Del resto, di episodi simili, con i pogrom contro i comunisti, sono piene le vicende europee. Inoltre, la Russia democratica sarebbe finita alle dipendenze delle più grandi potenze continentali ed extra-continentali, anziché divenire un colosso geopolitico autonomo.
La ventata liberale e liberista dei primi anni ’90, all’indomani del crollo dell’Urss, ha provato storicamente quello di cui sono capaci i liberali quando viene data loro carta bianca. Sono stati in grado di fare rovine delle macerie dell’Unione Sovietica depredando e razziando quello che era rimasto in piedi e spingendo la gente alla disperazione.

Punto due. Il comunismo sovietico come culla del fascismo e del nazismo. E’ ovviamente un’assurdità senza fondamento. Anzi, è vero il contrario. E mi spiego. Quelle fascista e nazista furono effettivamente due rivoluzioni, ma “dentro il Capitale” (per usare l’espressione di Gianfranco La Grassa). Le élite che presero il governo in Italia ed in Germania determinarono un rinnovamento politico ma non avevano intenzione di mutare i rapporti sociali capitalistici. Cosa che, invece, si fece in Russia (con tutti i limiti che sappiamo). La Germania, particolarmente, puntava ad accreditarsi come nuova nazione predominante in Europa, a scapito dell’Inghilterra, ma non aveva fatto i conti con la forza nascente oltreoceano, portatrice di un modello di sviluppo e di capacità militare prorompente. In termini storici, possiamo addirittura affermare che nazismo e fascismo furono forme di reazione generate dalle consunte borghesie europee per fermare l’avanzata di un tipo diverso capitalismo, molto più aggressivo (quello dei funzionari del Capitale), di matrice statunitense che si affacciava sul Vecchio Continente. Altro, dunque, che nazi-fascismo partorito dal bolscevismo! E’ tutto l’opposto.

Punto tre. Marx sarebbe il padre del gulag per aver teorizzato la fine della società capitalistica e la nascita del comunismo dalle viscere stesse del modo di produzione capitalistico per l’esplodere delle sue contraddizioni intrinseche. Dove siano gli esiti totalitari di questa previsione non è dato sapere. E’ come dire che nel viaggio di Colombo verso l’India, nell’anno 1492, esistessero già le premesse dello sterminio degli indiani. I liberali si espongono al ridicolo con queste ipotesi eppure non se ne preoccupano poiché il loro compito è propagandistico e non scientifico. Il povero Marx è colpevole, se così si può dire, di avere frainteso la vera dinamica del Capitale che non era quella di autodistruggersi ma di superarsi in altre forme e formazioni sociali (dal modello inglese a quello americano), in quanto perpetuum mobile di conflitti e squilibri, caratteristica delle creazioni umane, soprattutto di quelle più efficienti.

Infine, quarto punto. L’Urss come regno di despoti assetati di sangue e affamati di carne umana. Pure narrazioni dei vincitori sugli sconfitti. Se paragoniamo i “crimini” di Stalin (o di Hitler) a quelli di altri imperi (e condottieri) del passato o del presente noteremo più che altro che l’uomo è sempre una bestiaccia e fa a gara di crudeltà per “gestire” i suoi simili.
Che questi narratori siano in malafede lo dimostrano i loro stessi giudizi di valore, più che parziali. Per citarne uno, Richard Pipes che nel suo “I tre perché della Rivoluzione Russa” parla di Lenin come “ un codardo incurabile che si nascose ogni qual volta ci fosse qualche rischio per lui personalmente, anche quando esortava i suoi seguaci a combattere” e di un traditore foraggiato dalla Germania. Con Kerensky, invece, Pipes dimostra comprensione trattandolo come uno sfortunato personaggio “andato al fronte a cercare aiuto (in una macchina americana presa a prestito)”. In fuga su una macchina diplomatica presa in prestito! E questi qui passano per fini storici ed intellettuali. Vergogna!

L’USO IMPROPRIO DEI TERMINI: L’IMPERIALISMO

gianfranco

1. Età dell’imperialismo è considerata il periodo dal 1870 al 1914 (cioè dalla guerra franco-prussiana alla prima guerra mondiale). Nella datazione, si nota immediatamente l’errore di impostazione nel considerare che cos’è l’imperialismo. Due errori di fondo. Innanzitutto, l’evidente eurocentrismo. In secondo luogo, ben più rilevante, l’identificazione tra imperialismo e colonialismo, per di più quello di vecchio stampo con sottomissione del paese colonizzato (precapitalistico e, come si sarebbe detto assai più tardi, sottosviluppato) ad un paese ormai compiutamente capitalistico (e industrializzato), occupazione territoriale e amministrazione statale da parte di quest’ultimo e, in genere, imposizione della sua lingua, di forme culturali, ecc. Si confonde l’effetto con la sua effettiva causa.

Dobbiamo invece considerare imperialismo il periodo che va dalla guerra civile americana (1861-65) al 1945, fine della seconda guerra mondiale e nascita del cosiddetto mondo bipolare Usa-Urss (anche questa definizione andrebbe oggi meglio qualificata e precisata). Certe correnti dette “terzomondismo” (utilizzando impropriamente un marxismo del tutto incompreso e stravolto) hanno continuato a parlare di imperialismo (e socialimperialismo con riferimento all’Urss) anche dopo il 1945, riferendosi alle continue manovre di sorda (e non sempre ben compresa) ostilità tra le due cosiddette superpotenze durante il periodo 1945-1989/91, detto – anche questo impropriamente – della “guerra fredda”.

Per questo motivo, ho proposto di sostituire il termine imperialismo con altri due: multipolarismo e policentrismo. Vediamo un po’. Dopo la sconfitta definitiva di Napoleone (e dunque della Francia post-rivoluzionaria) a Waterloo e il Congresso di Vienna (1814-15), l’Inghilterra emerge assai velocemente come prima potenza mondiale. Tale paese era già da lunga pezza dominatore di una gran parte del mondo ridotto a sua colonia. Nel 1783 perde definitivamente, dopo lunghi anni di guerra, le importanti colonie del nord America, quelle già dichiaratesi indipendenti come Stati Uniti il 4 luglio 1976 (presidente Jefferson). Tuttavia, nei primi decenni dell’800 viene a conclusione la prima “rivoluzione industriale”, di cui l’Inghilterra è il vero “prototipo”, tanto che nella grande mostra internazionale di Londra del 1851 verrà dichiarata il “laboratorio del mondo”.

Ci si ricordi che detta “rivoluzione” si considera iniziata (appunto in Inghilterra) nel 1760-70, più o meno quando questo paese perde le sue non certo irrilevanti colonie nordamericane. Nessun rapporto di causa e conseguenza tra i due fatti, sia chiaro, una pura coincidenza. Volevo soltanto segnalare che i possedimenti coloniali, di per se stessi, non fanno grande la potenza di un paese grazie allo sfruttamento delle loro “ricchezze”, soprattutto agricole e minerarie (e di miniere per l’industria, l’Inghilterra era ricca di per suo). Il decisivo delle colonie è lo stabilimento di basi “logistiche” in varie aree del mondo, con estensione ulteriore (quindi anche oltre le colonie) della cosiddetta “sfera d’influenza”, fondamentale per mantenere il controllo di gran parte del territorio mondiale, così sottratto all’influenza delle altre potenze concorrenti.

In ogni caso, malgrado una certa riduzione della propria sfera d’influenza (nel nord America), l’Inghilterra del dopo Congresso di Vienna diventa la più grande potenza del mondo. In un certo senso si può parlare di gran parte dell’800 come di un periodo sostanzialmente (non esclusivamente né mai definitivamente) monocentrico: il monocentrismo inglese appunto. Con la guerra civile americana – vinta provvidenzialmente (per gli Stati Uniti) dalla parte industrializzata del paese – e con la guerra franco-prussiana (ulteriore e definitiva botta alla Francia e crescita della potenza tedesca; nel 1871 nasce ufficialmente la Germania, con accettazione della predominanza prussiana da parte degli altri Stati tedeschi; e va ricordato, come curiosità almeno, che nasce nella “Sala degli specchi” a Versailles dopo il crollo della Francia di Napoleone III) cominciano a crescere le potenze alternative. In un primo tempo, però, non ci si accorge del declino inglese e il paese d’oltre Manica resta comunque la prima potenza. Per questo, direi che dal 1865 (vittoria del nord industriale contro il sud cotoniero negli Usa) inizia ad avanzare il multipolarismo (inizialmente poco avvertito).

In tale periodo si sviluppa, subito dopo la vittoria tedesca sulla Francia, la cosiddetta “grande depressione” (1873-95 o 96). E’ il periodo in cui si verifica il forte sviluppo della seconda rivoluzione industriale (in particolare nei settori metallurgico, elettrico, chimico), iniziata grosso modo nella seconda metà degli anni ’50, ma che tocca appunto il massimo negli ultimi decenni del secolo. Non si verificano veri crolli (soprattutto finanziari come poi nel 1907 e, più tardi, nella “grande crisi” del 1929), ma arretramenti della produzione, alternati a volte a brevi periodi di bassa e stentata crescita; soprattutto si ha deflazione dei prezzi. E’ un periodo di forte innovazione tecnologica, netto intreccio tra scienza e tecnica, aumento deciso della produttività del lavoro, una delle cause dell’“eccesso” (relativo) di produzione (e dunque offerta) rispetto alla domanda, cioè al consumo (di beni di consumo come di produzione, cioè il cosiddetto investimento).

Non si esageri però nella spiegazione economicistica di quella crisi di stagnazione, che presentò certo larghi tratti economici, quelli che più colpirono perché la “superficie” è ovviamente più visibile della “profondità”. Il reale motivo di fondo di quella crisi risiede proprio nell’inizio del multipolarismo, nella tendenziale fine del monocentrismo inglese. Per gran parte dell’800 dominò, nel campo dell’economia politica (che prende il davanti della scena quale prima scienza sociale in formazione), la teoria ricardiana del commercio internazionale, quella dei “costi comparati”. Si sosteneva che il benessere generale, per tutte le nazioni, sarebbe stato maggiore se ogni paese avesse ulteriormente dato impulso ai settori produttivi di cui era principalmente dotato. In definitiva, sarebbe stato più utile per tutti che l’industria manifatturiera e industriale rimanesse appannaggio dell’Inghilterra mentre gli altri paesi dovevano incrementare settori, che avrebbero fornito soltanto materie agricole e comunque non industriali. Il classico esempio era la “specializzazione” di Portogallo e Francia in vino, dell’America in frumento, mentre i prodotti industriali sarebbero stati prodotti dall’Inghilterra, che in tal caso sarebbe rimasta l’unico paese a svilupparsi in modo pienamente e robustamente capitalistico, dominando tutti gli altri con i suoi settori ad avanzata tecnologia (anche, e soprattutto, in campo militare).

Anche se nella storia del pensiero economico, a Ricardo è dedicato uno spazio enormemente superiore rispetto a quello assegnato a List, in realtà nella pratica del commercio internazionale furono le teorie protezionistiche di quest’ultimo (ma solo in riferimento alla fase dell’“industria nascente”) ad essere seguite dalle potenze in crescita (Usa e Germania in primo luogo) durante il periodo del multipolarismo. E ancora una volta, è bene prendere atto che la politica economica fu l’effetto della causa decisiva: la vittoria di nuclei dirigenti americani e tedeschi motivati a conseguire una prevalente posizione nel confronto con i competitori e, dunque, in avanzata nella conquista di più ampie “sfere d’influenza”; una politica che provocò lo scoordinamento conflittuale tra i vari sistemi nazionali e dunque le conseguenti crisi: quelle economiche (tipo la “grande depressione” e poi le più acute crisi iniziate con crolli di Borsa ecc.) e quelle, ancora più decisive, di tipo bellico (due “grandi guerre”) e di tipo politico (la rivoluzione russa, l’ascesa di fascismo e nazismo, ecc.).

2. Se s’intende continuare a identificare la politica imperialista come una semplice occupazione di spazi territoriali di tipo precapitalistico (spesso nemmeno rappresentati da veri paesi minimamente strutturati) da parte di alcuni paesi invece ormai arrivati allo stadio dell’industrializzazione capitalistica, indubbiamente non si può più parlare di vero imperialismo dopo la prima guerra mondiale. Permangono alcune aree (e paesi) occupati (in precedenza) secondo la metodologia coloniale – in particolare da parte dell’Inghilterra (con la più grande estensione di colonie) e della Francia, mentre Italia e Germania tentano una pallida imitazione – ma nel secondo dopoguerra queste colonie vanno gradualmente sparendo. L’India si affranca dalla dominazione inglese; non certo per la lotta di liberazione condotta con modalità falsamente pacifiche, esaltate con il gandhismo, una delle più colossali mistificazioni ideologiche inventate in “occidente” per squalificare la vera lotta anticolonialista di tipo algerino o indocinese, condotta con gli autentici modi da usare contro i prepotenti dominatori.

L’India si affranca dal colonialismo inglese – così come altri paesi – semplicemente perché l’Inghilterra ha nei fatti perso la seconda guerra mondiale rispetto agli Usa. Il paese asiatico, che ebbe come primo ministro Nehru (dal 1947 al ’64), fu alla testa dei “non allineati” assieme all’Egitto (di Nasser) e alla Jugoslavia (di Tito). Alla fine si avvicinò agli Stati Uniti, certo anche in seguito ai contrasti con la Cina (sfociati fra l’altro nella breve guerra del ’62). E da allora è sempre stato dalla loro parte. Non raccontiamoci tante storie; il “non allineamento” favorì alla lunga gli Usa più che l’Unione Sovietica. Anche la Francia, sempre perché il colonialismo non teneva ormai più e perché pur essa fu sostanzialmente una perdente nella seconda guerra mondiale, viene sconfitta a metà anni ’50 in Vietnam, che passa in parte sotto il predominio dei comunisti (così venne definita quella forza politica in conflitto, alleata dell’Urss) e in parte sotto quello americano. In effetti, si tace sempre che gli Usa appoggiarono la lotta “anticolonialista” e falsamente autonomista di quelle forze che poi, dopo varie vicende che tralascio, andranno al potere con Ngo dinh Diem, ma solo appunto nel Vietnam del sud. E le vicende successive sono note e al momento non le tratto.

Il terzomondismo – questo pigro tentativo di consolarsi della mancanza di spirito rivoluzionario della “classe” operaia da parte di anticapitalisti in forte ritardo di comprensione dei mutamenti subiti proprio dal capitalismo con l’avvento della supremazia statunitense nel mondo “occidentale” – ci ha deliziato per anni con la lotta contro il (neo)imperialismo degli Usa, ancora una volta identificato con il (neo)colonialismo. In realtà, si era entrati nel cosiddetto mondo bipolare a predominanza Usa-Urss. Le due superpotenze, una delle quali è stata decisamente sopravvalutata (anche di questo parleremo a tempo debito), si divisero le sfere d’influenza. Sappiamo che ci fu quasi subito il terzo incomodo cinese (definito comunista sotto la guida di Mao); e pure esso, alla fin fine, ha favorito la sconfitta definitiva dell’Urss. Sia chiaro: meritata e senza alcun rimpianto particolare, salvo la necessità di un’analisi di che cosa è stato il mondo detto “socialista”, analisi che a mio avvio manca completamente. Tuttavia, deve essere chiarito a che cosa è infine servita – non dico nelle intenzioni d’avvio, sia ben chiaro – la “grande” Rivoluzione culturale cinese (1966-69) di impronta maoista (di un Mao ormai invecchiato e “tirato” da tutte le parti). Non certo a far ripartire una impossibile (e solo fantasticata da un secolo e più) rivoluzione proletaria. Morto Mao, i pretesi nuovi fautori di tale “rivoluzione” furono fatti fuori in un mese e, dopo un paio d’anni di assestamento coperti da un dirigente posticcio (fatto passare per figlio naturale di Mao, Hua Guofeng), andò al potere Deng (Xiaoping). La Cina si lanciò in quella via in cui si trova tuttora e che solo qualche cretino prende ancora per “socialista”.

I “poveri” terzomondisti sono rimasti delusi in un tempo estremamente breve a differenza dei cultori della “classe operaia” quale soggetto dell’abbattimento e trasformazione rivoluzionaria del capitalismo (cultori dei quali ho fatto parte anch’io, non amo mentire in proposito). A partire dal crollo del “socialismo reale” europeo e dell’Urss – e malgrado qualche demente, non solo di “sinistra”, cianci ancora di Cina o, ancora più ridicolo, di Cuba come paesi socialisti (altri dementi, di “destra”, li definiscono perfino comunisti) – si è ricominciato, sbagliando pur sempre, a parlare di globalizzazione capitalistica o altre sciocchezze analoghe. Un fatto resta: ormai quel processo storico – che si riteneva in grado di fare concorrenza e poi trasformare il mondo “occidentale” di tipologia capitalistica (così definito in termini assai generici e senza vera analisi dei cambiamenti intervenuti tra otto e novecento) – è venuto totalmente meno. Non esiste alcuna “transizione socialistica”, non esiste più alcun “accerchiamento delle città da parte delle campagne”.

Sono invece progressivamente riemerse alcune grandi potenze di tipologia capitalistica (sempre restando in deficit di analisi assai più avanzate, del tutto assenti), che alternano momenti di contrasto acuto con velleità (e finzioni) di accomodamenti. Siamo cioè entrati in un’epoca che ha “strane” rassomiglianze con quella (detta appunto dell’imperialismo!) che si distese a cavallo tra ‘800 e ‘900 fino alla prima guerra mondiale. E perfino la crisi iniziata nel 2008 (alcuni la pongono un anno prima, non importa) rassomiglia a quella 1873-96 (o ’95). Tutti vogliono sostenere che sta per essere superata, ma credo proprio che se lo sogneranno ancora a lungo. Ricordo bene che nel 2009-10 qualcuno paventava perfino una grande crisi tipo 1907 o addirittura 1929. Senza certezze impossibili, scrissi però con una certa decisione che non ci credevo affatto, che sarebbe stata una crisi di sostanziale stagnazione. Tuttavia, questo non significa che tutti i paesi (e tutte le aree) siano in questa condizione né che non vi siano anche momenti di breve (e apparente) ripresa; l’essenziale è che perduri tutto sommato in periodo di tendenziale (non assoluta) stagnazione e di forte difficoltà ad ottenere effettivi aumenti di produzione, in specie nei paesi più avanzati. L’unica differenza tra questa stentata crescita e quella di fine secolo XIX è l’assenza di una netta deflazione dei prezzi. Comunque, negli ultimi anni si è verificato qualcosa del genere; e anche l’attuale impennata dei prezzi (è così definito il recente 1 o 1,5% di aumento su base annua; ci si è scordati della vera inflazione di non troppo tempo fa. E poi si parla solo dell’Italia, figuriamoci). Molto simile è invece il forte incremento dello sviluppo tecnologico, il già avvenuto avvio, e da tempo, di una reale nuova rivoluzione industriale, ecc.

Manca quello che allora era vissuto come un forte sommovimento sociale: la crescita impetuosa, appunto, della classe operaia, la presunta ondata che avrebbe rivoluzionato il “mondo capitalistico”. Il mondo è stato invece sconvolto dal conflitto infine aperto e senza remissione tra le potenze dette imperialiste per la supremazia globale. Il movimento operaio ha fornito improprie speranze venute a termine, per chi sa capire almeno ex post (a giochi fatti) ciò che accadde veramente, nel 1914-15 con lo scioglimento della II Internazionale. La III, se qualcuno non è ancora totalmente cieco, serviva solo a difendere l’Urss, che alla fin fine è divenuta essa stessa una grande potenza, non certo il “faro del socialismo”. Per quanto mi riguarda, ho sempre profonda riverenza per la “Rivoluzione d’Ottobre”, la ritengo un evento di primaria grandezza, ma per motivi del tutto differenti da quelli vagheggiati (e non capiti) da noi comunisti (ma ancor meno dagli altri!) e, per di più, ancora per null’affatto collocati in una credibile dimensione storica. E chi fu comunista a questo deve tendere, ad una nuova analisi, che faccia giustizia anche delle nefande sconcezze propagandate da anticomunisti di una stupidità, ignoranza e malafede abissali. Senza tuttavia nulla più concedere a pretesi “ancor comunisti” – alcuni nostalgici, ma molti buffoni o ancor peggio degli imbroglioni che fingono d’essere anticapitalisti, piuttosto ben sistemati e vezzeggiati (e finanziati) dai ceti dominanti – che sono una delle vergogne di quest’epoca di “intellettuali pigmei”.

3. Cerchiamo di arrivare allora ad una conclusione, sia pure solo provvisoria (questo è evidente, io credo). L’imperialismo non è da confondersi in alcun senso con la politica di conquiste coloniali. Quest’ultima è semmai stata una conseguenza di ben altre cause; uno strumento per conquistare una posizione che si riteneva privilegiata nella lotta per la supremazia mondiale. Finita la prima rivoluzione industriale, e quindi affermatasi la società da definirsi capitalistica in senso proprio e storicamente specifico (prima si poteva parlare di capitalismo in termini approssimativi, per uno spirito di guadagno nella produzione di oggetti destinati allo scambio mercantile), l’Inghilterra fu relativamente a lungo il paese più forte e che dava il là all’andamento degli affari mondiali. Si può grosso modo indicare l’inizio di quest’epoca (di sostanziale monocentrismo inglese) con la data del Congresso di Vienna (1814-15) e la sua fine con la cosiddetta grande stagnazione e l’inizio della seconda rivoluzione industriale.

La guerra civile americana e quella franco-prussiana danno avvio alla forte crescita di due nuove potenze e, dunque, di un periodo di multipolarismo che poi, come già detto, sfocia nel XX secolo in aperto policentrismo conflittuale. La cosiddetta “epoca dell’imperialismo” è appunto quella del multipolarismo e dell’avvio del policentrismo sfociato nella prima guerra mondiale e poi proseguito fino alla seconda. L’imperialismo vero e proprio va considerato perciò come una fase storica corrispondente all’ultima delle cinque caratteristiche indicate da Lenin: la lotta tra potenze capitalistiche per dividersi il mondo. Conflitto che intelligentemente il rivoluzionario russo distinse da quello per la suddivisione del mercato mondiale tra varie grandi imprese capitalistiche e gruppi finanziari; con l’ulteriore precisazione che, ancora una volta grazie al suo acume, egli distinse il finanziario dal semplice predominio degli istituti addetti al trattamento di capitali nella loro forma liquida (o a questa assimilabile), affermando invece chiaramente che la finanza è “simbiosi” (espressione anche questa assai indovinata) tra industria e banca.

Il predominio inglese declina e il multipolarismo inizia a sfociare nel policentrismo già a partire dalla fine della grande stagnazione e dall’inizio del secolo (e, con la guerra russo-giapponese del 1904-5, avanza un nuovo “polo”, cioè una nuova grande potenza, in Asia). Comunque, è con la Grande Guerra che possiamo considerare veramente declinata del tutto la supremazia inglese e abbiamo effettivamente la “fine di un capitalismo”, quello che purtroppo i marxisti (seguendo appunto Lenin) pensarono in quel momento come fine del capitalismo “tout court” (“l’imperialismo ultima fase del capitalismo”). Quando ci si è accorti dell’errore, i marxisti più stupidi (qui almeno mi vanto di non averli seguiti) sostennero che Lenin intendeva “ultimo in ordine di tempo”. Imbecilli, così bloccarono per decenni la comprensione che in effetti il capitalismo non era più quello studiato da Marx sul modello inglese, non era più quello che ho provvisoriamente definito “capitalismo borghese”. Questo è finito proprio con la presunta fine dell’imperialismo, improvvidamente posta (seguendo pedissequamente Lenin) all’epoca del primo grande scontro policentrico mondiale; mentre quest’ultimo dura in effetti fino alla seconda guerra mondiale, cui segue la nascita del mondo bipolare.

“Ultima fase del capitalismo” doveva significare, nell’intenzione leniniana, l’approssimarsi della vittoria – prevista in base all’analisi marxiana del “modo di produzione capitalistico” nel “laboratorio inglese” – del proletariato, cioè della classe operaia, il mitico soggetto della “transizione” da quel modo di produzione, con proprietà privata dei mezzi di produzione, a quello socialista (prima fase del comunista) con proprietà collettiva degli stessi. Solo che la proprietà collettiva in Marx presupponeva correttamente ciò che non si avverò minimamente: la formazione del corpo dei produttori associati (“dal primo dirigente all’ultimo giornaliero”). Mentre nel marxismo dei seguaci si trattava soltanto degli operai nel senso tradizionale del termine. Per quasi tutto il XX secolo, i marxisti, ormai ottusi, continuarono con la solfa di questa classe operaia “rivoluzionaria”. E allora ecco il susseguirsi di altre “ipotesi ad hoc” per spiegare come mai le rivoluzioni (sempre dette “proletarie”) avvenissero in paesi a massa contadina, decisamente non ancora capitalistici. Si pensava agli “anelli deboli della catena imperialista”; la prima volta di questa trovata (durante la guerra mondiale del 1914-18), si poteva ancora parlare di una qualche ingegnosità per sfuggire alla conclusione ovvia che i ceti operai non erano classe e non erano per nulla destinati a guidare una qualsiasi rivoluzione (“transizione” da una formazione sociale all’altra). Poi si è trattato di cecità totale.

In definitiva, l’età detta dell’imperialismo si chiuse con la “fine del capitalismo”, ma nel senso del “capitalismo borghese”, cioè della formazione sociale affermatasi in Inghilterra e diffusasi in Europa con le opportune modificazioni, quelle che condussero alla conclusione della prevalenza del capitale finanziario quale unione di industriale e bancario. Solo che dalla fine di tale capitalismo non emerse vincitore il “proletariato” (o la “classe operaia”), bensì un altro capitalismo di matrice statunitense, con caratteristiche in parte segnalate intelligentemente da Burnham nel 1941 (capitalismo manageriale), ma che attende ancora, in realtà, una vera caratterizzazione almeno all’altezza di quella marxiana del “capitalismo borghese”. Il capitalismo americano ha infine vinto su tutta la linea con il “crollo” del “socialismo reale” (1989-91). E allora dobbiamo con maggiore precisione dire che l’epoca, grosso modo individuata con il termine di imperialismo, è finita non nel 1914-18, bensì nel 1939-45. Ne emerse temporaneamente un mondo detto “bipolare”, anche questo in attesa di essere capito perché si continua pigramente a declinarlo come lo fu in tutta la seconda metà del secolo scorso. No, non era effettivo mondo bipolare; nonostante tutte le apparenze, il nuovo capitalismo, quello statunitense (da me definito “dei funzionari del capitale”), era già vittorioso malgrado una serie di errori (almeno così sono sembrati) del tipo della guerra in Vietnam; e tutto sommato anche del “watergate”, che mise i bastoni tra le ruote di Nixon-Kissinger, intenzionati ad acutizzare e rendere più efficace (per l’indebolimento del sedicente “campo socialista”) il contrasto tra Urss e Cina.

4. E allora concludiamo veramente, ma del tutto provvisoriamente, in attesa che dei veri storici si presentino sulla scena, cacciando nell’ignominia tutti quelli che hanno solo scritto immani fesserie di una superficialità sconvolgente per tutto il secolo scorso, con particolare accentuazione della loro malafede e ignoranza nella seconda metà dello stesso. L’Imperialismo non deve essere confuso con il colonialismo. Si è trattato di una lotta per le sfere d’influenza diventata particolarmente acuta con il presentarsi in scena di più grandi potenze nel periodo di crescita del multipolarismo e poi del policentrismo conflittuale acuto. Il colonialismo (di tipo anglo-francese) come il neocolonialismo Usa sono stati effetto e strumento di un simile conflitto teso a conquistare la supremazia mondiale.

Le solo presunte – e mai verificatesi realmente – rivoluzioni proletarie, nel senso di operaie, sono stati episodi di lotta anche violenta legata alle fasi iniziali di sviluppo del capitalismo in alcuni paesi (soprattutto in quelli divenuti i diversi poli del conflitto tra potenze); si è trattato di una serie di fenomeni legati al passaggio dalla prevalenza dell’agricoltura a quella dell’industria con forti processi di inurbamento di masse contadine. Una volta stabilizzatosi questo passaggio, una volta divenuti capitalisticamente “avanzati” i paesi in questione, i ceti operai si sono situati pienamente all’interno della riproduzione dei tipici rapporti capitalistici e si sono dati da fare per la redistribuzione del prodotto ottenuto, in definitiva per migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro.

In Marx, classe significava, in modo nettamente preciso, la proprietà o non proprietà dei mezzi produttivi. Per questo motivo le classi da lui pensate erano sempre e soltanto due, in antagonismo irriducibile; tutto il resto erano strati sociali puramente coinvolti “secondariamente” da tale “definitivo” scontro. Dunque, per il fondatore della teoria della “rivoluzione proletaria” la classe dei non proprietari, dopo un congruo periodo di centralizzazione dei capitali (conseguenza della competizione intercapitalistica nel mercato), sarebbe stata rappresentata da tutti i salariati, dal corpo dei produttori associati (dal primo dirigente della produzione fino all’ultimo gradino degli esecutori), come più volte da me precisato. Una volta dimostratasi errata questa previsione, i politicanti e ideologi che sono vissuti sulla “lotta di classe” (si pensi a quei sostanzialmente corrotti “rappresentanti sindacali”; e sorvoliamo sui pretesi “partiti operai”) hanno parlato di classe senza nessuna fondazione teorica minimale; solo per richiamare una ideologia di combattimento, molto utile ai loro stipendi di manutengoli, che sembrava parlare di qualcosa di veramente straordinario e di massima efficacia per la pretesa “emancipazione delle masse”, mai verificatasi in senso “rivoluzionario” in nessun paese capitalistico avanzato. Quindi, mai si è verificato, nei paesi capitalistici sviluppati, nemmeno l’inizio di una qualsiasi transizione ad altra forma di società, pensata come socialista e poi comunista; si è solo avuto un avanzamento del tenore di vita della stragrande maggioranza della popolazione pur nell’ambito di crescenti differenziazioni nei vari livelli di reddito.

Gli autentici fenomeni rivoluzionari, implicanti mutamenti radicali di strutture dei rapporti sociali, sono avvenuti in paesi sostanzialmente precapitalistici, a stragrande maggioranza contadina (e i contadini non aspiravano ad alcun comunismo, bensì alla proprietà della terra); e sono stati guidati da determinate élites che alla fine si sono erette in nuovi gruppi dominanti, dimostratisi meno capaci di dare stabilità a quelle ancora ignote forme di società definite socialiste. In effetti, si deve ancora capire come mai per quasi tutto il XX secolo quelle élites rivoluzionarie hanno continuato a ritenersi “avanguardia” della “classe rivoluzionaria”, sempre pensata in termini di operai (ma non certo più di complesso dei produttori associati com’era nella teoria marxiana). Ed infatti, dappertutto, dette élites hanno dato avvio a forzati processi di industrializzazione, che avrebbero formato quella classe di cui loro si erano già dichiarati con grande anticipo l’“avanguardia”. I risultati di tutto questo pasticcio, giunto alla fine da tempo, sono ormai evidenti, ma sempre non studiati e non capiti; e sempre fonte di forzature ideologiche ormai tra il tragico e il ridicolo, che è appunto il carattere di certe farse. E queste sono recitate, con incapacità crescente, da guitti d’avanspettacolo, rappresentati sia dai rimasugli dei comunisti (o dalle presunte “sinistre”) sia dalle torme di aberranti (e aberrati) anticomunisti, ancora in preda a choc per la paura presa di perdere i loro privilegi.

Ad un certo punto, si è smesso per fortuna di parlare di “rivoluzioni proletarie”, di “transizione o costruzione del socialismo” e altre fanfaluche ormai disgustose. O meglio, si è quasi smesso; alcuni residui di dementi sono ancora rimasti e organizzano pure convegni che qualcuno (fra i dominanti) finanzia. Tuttavia, si è soprattutto continuato a parlare ancora per qualche tempo di lotta antimperialista o di guerre di liberazione dal (neo)colonialismo. Ormai anche questo tipo di presunta “guerra rivoluzionaria” si è spenta nella crescita di alcune nuove potenze e subpotenze; si pensi soprattutto alla Cina, all’India, ma infine anche al Brasile, alla Turchia e Iran ai nostri confini, ecc. Si tratta di società che hanno alcuni caratteri capitalistici, ma che non sono da ritenersi esattamente capitalistiche; ma nemmeno certamente socialistiche come alcuni cretini ancora definiscono Cina, Nord Corea, Cuba, e via farneticando. Tuttavia, nessuno conduce più un’analisi di teoria della società (gli studiosi seri sono tutti morti); per cui restiamo in questo momento nel limbo dell’arrangiamento di pseudoteorie, prive di un qualsiasi contenuto scientifico.

In ogni caso, propongo da tempo di “dimenticare” il termine “imperialismo”. In realtà, è re-iniziato, soprattutto in questo secolo, un nuovo periodo di crescita del multipolarismo, che ha tutte le caratteristiche per trasformarsi infine in policentrismo con regolamento dei conti per la supremazia mondiale. Non però, come credono altri “mentalmente subsviluppati”, in tempi brevi; ce ne vorrà ancora di tempo. Il bipolarismo (imperfetto) ha prodotto una sorta di “ritardo storico” di alcuni decenni, in cui nel cosiddetto primo mondo ha prevalso una lunga era di pace. Pian piano arriveremo a riporci nella situazione del conflitto multipolare, ma non tanto presto (almeno così credo). L’imperialismo è stata soltanto una particolare epoca multipolare e policentrica.

E’ comunque indispensabile che venga avanti una nuova generazione di studiosi seri, che spedisca sul serio in soffitta i “cattivi maestri” del ’68 e seguenti. Siamo ancora fermi, come analisi realmente scientifica, a quella di Marx del “capitalismo borghese” affermatosi con la prima rivoluzione industriale in Inghilterra. Pensate al ritardo ormai accumulato. Per carità, alcune analisi parziali ci sono state (in specie prima dell’avvento dell’orrenda e demenziale stagione sessantottarda). Tuttavia, ne abbiamo di strada da percorrere! Qualche idea credo di averla avuta, in particolare negli ultimi vent’anni; ma ho perso un’infinità di tempo a seguire (sia pure con atteggiamento critico) i “maledetti” del ’68, abbondantemente alimentati dalla nuova generazione politica ed economica dei dominanti. Questi continuano ancora adesso ad inquinare le acque, appoggiando pure dei torbidi “ultrarivoluzionari” (che si sono fatti fama a volte perfino con un po’ di galera), da me più volte paragonati ai “Demoni” di Dostoevskji. Speriamo che qualche giovane si liberi della nefasta influenza di questi autentici imbroglioni e pervertiti. Siamo in attesa del “miracolo”.

L’IMPERIALISMO.

Ukraine Protest

 

Ci stiamo organizzando per il centenario della Rivoluzione d’ottobre. Speriamo di riuscire a produrre qualcosa d’interessante, ben oltre l’operazione nostalgia, già in atto da parte delle cariatidi di un comunismo ormai impossibile, che usano il passato glorioso del ’17 per giustificare la loro inutile ed ormai reazionaria  esistenza, ed anche oltre le sciocche calunnie piagnucolose dei sedicenti liberali intenti a narrare quegli eventi, tragici ma di profonde trasformazioni sociali, come mera carneficina bolscevica. Ed è proprio questo il punto. Mentre, infatti, imperversava la guerra imperialistica per il dominio dell’Europa e del mondo, che causava la mattanza dei popoli, Lenin e soci, al prezzo di un numero inferiore di morti e feriti, realizzarono il rovesciamento della monarchia zarista ed il successivo ritiro dal conflitto, evitando superflui spargimenti di sangue tra i ceti più bassi, quelli che sono sempre inviati a difendere la patria per conto dei dominanti. Soltanto per questo i bolscevichi avrebbero dovuto essere considerati dei benefattori dell’umanità, al cospetto di forze democratiche affamate di potere e di uomini. A Lenin, invece, si sarebbe dovuto consegnare il Nobel per la pace, sicuramente strameritato, per la ferma volontà di ritirarsi dal conflitto (contro l’opinione di Trozky ed altri), rispetto a quello elargito a sterminatori di professione dei nostri giorni come Obama.

Questo pensiero è stato già esposto dal compianto  Costanzo Preve che prima di diventare idealista, e mettersi ad allevare filosofastri in batteria, riusciva ancora a cogliere il nocciolo concreto delle questioni storiche più importanti: “Tra poco sarà passato un secolo dalla rivoluzione russa del 1917, ma evidentemente essa non è stata ancora “digerita” né dai suoi amici né dai suoi nemici. I suoi amici vogliono ad ogni costo che da essa si possa dedurre linearmente la storia provvidenziale della costruzione prima del socialismo e poi del comunismo, mentre a mio avviso essa si legittima ampiamente da sola, come risposta sacrosanta e pertanto più che giustificata allo scatenamento della prima guerra mondiale imperialistica del 1914. I suoi nemici, ovviamente, continuano ad odiarla ed a considerarla folle, utopistica, violenta ed illegittima quasi un secolo dopo. Trovo assolutamente normale che essa non gli sia mai andata giù, perché in effetti il 1917 dimostrò che una rivoluzione sociale radicale è possibile, e non resta confinata nella testa di alcuni intellettuali utopisti. Se è avvenuta una volta, potrebbe avvenire anche una seconda…”.

Tuttavia, l’interpretazione più pertinente del contesto epocale che portò al potere i Soviet è stata fornita da Gianfranco La Grassa con i suoi studi sull’imperialismo, fase suprema non del capitalismo ma della lotta policentrica tra potenze aspiranti alla supremazia mondiale. Per La Grassa, l’imperialismo non è conseguenza di una crisi economica da sproporzione tra domanda e offerta, cioè del gap che si crea tra potenzialità produttive e capacità di consumo di più larghe masse. Questa idea dell’imperialismo rimanda alle elaborazioni della Luxemburg e si ricollega al colonialismo. E non è nemmeno, o meglio non semplicemente, quella leniniana, benché da questa prenda spunto, della crisi esacerbata dalle stesse dinamiche economico-sociali del capitalismo che creano massima anarchia dei mercati, divaricazione produttiva e tecnologica tra imprese di diverse aree e paesi ed, infine, scontro intercapitalistico tra Trust, multinazionali ecc. ecc. coinvolgente anche gli Stati-potenza, insomma quella di una concorrenza portata ad un livello estremo (appunto fase suprema ed ultima del capitalismo, prima del vero e proprio collasso sistemico). La Grassa supera questa concezione economicistica, che si presta a troppe distorsioni analitiche, di cui la principale è senz’altro il parassitismo finanziario o finanzcapitalismo, di cui cianciano tutti quelli che non hanno ancora capito la portata delle sfide in atto e delle trasformazioni in corso, e lancia una diversa ipotesi. L’epoca dell’imperialismo è quella che mette in discussione la supremazia di un unico centro regolatore e inaugura il conflitto tra Potenze per un nuovo ordine mondiale. Delle cinque caratteristiche della fase imperialistica elencate da Lenin ((1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica; 2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria; 3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci; 4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; 5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.) La Grassa “salva” le ultime due ma ne dimensiona diversamente il significato. Scrive egli stesso nel saggio “L’imperialismo. Teoria ed epoca di crisi”: “Non mi sono accontentato di ridurre a due le caratteristiche leniniane. In realtà, nella mia teorizzazione, esse mutano, e di non poco, il loro aspetto peculiare. Lenin parla di grandi concentrazioni economiche (monopolistiche) e di Stati (grandi potenze) in lotta fra loro. A mio avviso, in questo modo si punta l’attenzione sugli aspetti ‘materiali’, sulle ‘precipitazioni cosali’ del conflitto intercapitalistico. Si cade quindi…nel feticismo degli apparati (economico e politico-statuali), dimenticando che, nella concezione di Marx, l’analisi decisiva deve svelare l’assetto dei rapporti sociali celati nelle loro concretizzazioni istituzionali. Ho quindi indicato, come caratteri precipui di una fase pienamente imperialistica, la competizione tra gruppi di agenti dominanti strategico-imprenditoriali per le quote di mercato, e il conflitto tra gruppi di agenti dominanti politici (con i loro ‘prolungamenti’ militari per le sfere d’influenza; cui va aggiunto il confronto tra agenti portatori di ideologie diverse per l’egemonia culturale…”.

Da quanto afferma La Grassa si capisce, dunque, che l’imperialismo non è l’ultima fase del capitalismo (ammesso che questo si possa ancora chiamare così) ma una tappa ricorsiva del conflitto tra sistemi sociali (classi e gruppi dirigenti, tanto a livello verticale, l’interno di un paese o area, che orizzontale, la loro proiezione spaziale) che metamorfosa gli equilibri globali. Dopo la seconda guerra mondiale c’è stata una lunga fase di bipolarismo in cui il pianeta si è suddiviso in due blocchi contrapposti, guidati rispettivamente da Usa e Urss. Con la caduta dell’Unione Sovietica esso è entrato in una fase monocentrica o unipolare di assoluta predominanza statunitense, con tutto quello che ne è conseguito. Attualmente, vista l’incapacità dell’Impero americano di mantenere una simile egemonia ipertrofica si comincia a parlare di multipolarismo (tuttavia, non ancora realizzato) contraddistinto dall’emersione o riemersione di potenze revisioniste, le quali provano ad imporsi regionalmente sottraendo influenza allo strapotere yankee. Questo periodo transitorio dovrebbe poi sfociare in una nuova epoca imperialistica o policentrica (pertanto ricorsiva ) in cui verrà lanciata una sfida all’ultimo sangue (non necessariamente nelle forme del passato, come una guerra totale) al predominio della nazione d’oltreoceano. E’ molto probabile che, in una situazione del genere, si schiudano delle “occasioni particolari” come quella sfruttata dai bolscevichi per fare la loro rivoluzione, negli intenti socialista ma nei fatti di altra natura. Bisogna prepararsi all’eventualità ed organizzarsi di conseguenza, soprattutto per evitare di transitare da un dominio straniero ad un altro ed essere parte attiva degli avvenimenti. Come Paese che deve rinnovarsi anche nei suoi corpi sociali, se vuole progredire o salvarsi dalle mire altrui. In quest’ottica è evidente che gli intellettuali dei ceti dominanti continuano a gettare fango sull’esempio sovietico che fu la dimostrazione, non della realizzazione del comunismo, ma del recupero di sovranità di un gruppo di Stati (la Russia in primis) condizionati a lungo dai capitali stranieri e minacciati, se non occupati, dai loro eserciti. Chi non vuol fare una brutta fine deve apprendere questa grande lezione.

Ps.

Oggi su Libero si riprende questa notizia: “Cento anni fa la Rivoluzione d’ottobre! A ricordarla con una grande mostra evento, Revolution: Russian Art 1917-1932, è la Royal Academy of Arts di Londra, che inaugura oggi l’inizio del centenario del 1917, che vedrà entro il fatidico 24 ottobre (è la data dell’insurrezione nella capitale Pietrogrado,per il calendario giuliano dell’Impero dallo zar, il
7 novembre per il nostro) una pioggia di volumi e di avvenimenti sulla Rivoluzione che spazzò via la vecchia Russia zarista e creò ilcomunismo sovietico. Sull’iniziativa londinese piovono già le critiche. The Guardian, ad esempio, con unappassionato pezzo di Jonathan Jones, dal titoloWe cannot celebrate revolutionary Russian art – it is brutal propaganda, accusa la Royal Academy di festeggiare una brutale arte di regime in chiaveanti-Putin.Scrive Jones: «La disinvoltura con cui ammiriamo l’arte russa
del periodo di Lenin equivale a fare del sentimentalismo su uno dei più sanguinosi capitoli della storia
dell’umanità”.

Come volevasi dimostrare

Populisti coglioni

il ratto d'europa

 

 

Interpretare la Storia è sempre operare delle piccole o grandi revisioni su eventi e protagonisti di processi trascorsi. Per le esigenze di noi contemporanei, perché come diceva Marc Bloch: “si tratta di trarre da quei lontani avvenimenti insegnamenti per l’azione presente, attraverso una comparazione di questi fattori con quelli del presente”. Ma si tratta anche, e questo lo aggiungiamo noi, di scrostare il passato da quelle visioni ideologiche o, peggio ancora, da quei pre-giudizi moralistici vincolati a battaglie politiche, sociali, culturali di un tempo ormai superato. Trascinarsi le medesime divisioni e incomprensioni nell’epoca attuale rende oscure le sue reali problematiche e favorisce le mistificazioni di cui poi si approfittano i prepotenti di oggi col loro codazzo di servitori.

Gianfranco La Grassa lo ha affermato spesso che occorre  rivedere la storia degli ultimi secoli, ed in primo luogo quella del ‘900, in quanto vi è un pauroso isterilimento di date valutazioni storiche ormai depistanti per il (nostro) futuro. Come certe illusioni novecentesche che continuano a produrre impuntamenti e attriti tra settori sociali e soggetti collettivi i quali, invece, potrebbero unire le forze contro i veri nemici, incontrandosi in un nuovo spazio di elaborazione teorica e politica.

Faccio questo ragionamento perché la recente dipartita del grande leader cubano Fidel Castro ha riportato in auge questi steccati, dimostrando che il passato tarda a passare (e ad essere compreso) nella testa di tanti sciocchi ed ignoranti. Che delusione!  Salvini scrive: “un dittatore in meno. Pietà Cristiana si deve a tutti, ma con tutti i morti che ha sulla coscienza, non piango. Libertà”. La pietà cristiana dovrebbe infilarsela dove tutti sanno, un capo di partito non è un chierichetto ed è tenuto a giudicare con ben altre categorie intellettuali. Il Socialista Castro ha costruito una patria indipendente, non il socialismo, resistendo ad un avversario millanta volte più armato ed economicamente attrezzato di lui. Un esempio per il mondo intero ed anche per la Lega che vorrebbe, a parole, un’Italia libera di decidere del suo destino contro  l’invasività di Stati esteri e finanza internazionale. Salvini crede che la libertà sia gratis o si conquisti con le pose sui rotocalchi? Evidentemente, costui non è disposto a sporcarsi le mani per guadagnarsela. Si faccia eleggere in oratorio che quello è il suo posto. La grandezza, che porta spesso con sé la tragedia, non fa per uno come lui.

Sia chiaro, su queste basi considero statisti anche uomini come Hitler, Mussolini, Lenin, Stalin, Mao, De Gaulle, ecc. ecc.

Tutta gente che non è andata mai per il sottile, ha commesso dei delitti, anche feroci, eppure ha continuamente avuto ben presente come si governa e si difende uno Stato. Si contano i morti che si portano sulla coscienza e mai le vite che hanno salvato o la dignità che hanno preservato ai loro popoli, respingendo gli eserciti invasori, tenendo lontani i saccheggiatori e incrementando il benessere generale. O almeno ci hanno sinceramente provato.

Non ho nessuna simpatia per il Furher, né umana, né politica, ma chi può negare che fu lui a risollevare la Germania dalla polvere, dopo anni di umiliazioni e predazioni, cui era stata sottoposta dalla Società delle Nazioni e dal resto dell’Europa.

Come mai non si getta il medesimo disprezzo su chi ha sganciato bombe atomiche, cosparso le teste asiatiche di napalm e quelle medio-orientali di uranio impoverito? E no, quelli sono i padroni, ci vuole coraggio per condannarli ed il coraggio non si trova in sagrestia dove abbiamo appena lasciato Salvini e soci.

Che dire poi dell’odierna polemica di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, contro un assessore del comune di Trieste, il quale ha avuto l’ “ardire” di definire Tito “indubbiamente un grande statista”. Sì, proprio indubbiamente perché non ci sono equivoci su ciò, ci sono le sue gesta a confermarlo, si condividano o meno.

E questi sarebbero i pericolosi populisti, quelli che rivolteranno l’Europa dei banchieri e della Nato? Ma fatemi il piacere. Con queste educande sicuramente l’Ue creperà, dal ridere.

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