VERSO UN NUOVO CAPITALISMO

Come vi avevamo preannunciato è uscito, per la Casa editrice Unicopli, il nuovo saggio di E. De Marchi e Gianfranco La Grassa, dal titolo “Verso un nuovo capitalismo”.
Vi proponiamo in anteprima sul nostro sito (www.ripensaremarx.it) il paragrafo introduttivo e quello conclusivo del saggio di La Grassa (incluso l’indice del solo suo saggio), come cornice di alcune delle tematiche che l’economista veneto affronta nella stesura complessiva dello stesso. Vorremmo attirare l’attenzione dei lettori su alcune categorie (e novità teoriche) messe in luce dall’autore, già argomento di molti degli interventi che proponiamo sul blog (e sul sito), sia di quelli più teorici che di quelli legati all’attualità, laddove l’elaborazione teorica lagrassiana (a monte) costituisce la griglia interpretativa dei fenomeni politici, economici e sociali descritti.
Innanzitutto, la necessaria rivisitazione della teoria dell’imperialismo, con specifico riferimento a quella leniniana, che ha inteso lo sviluppo del capitalismo in maniera stadiale sino a credere ad una centralizzazione definitiva dei capitali (sulla base della teoria Kautskiana del superimperialismo) con conseguente formazione di una classe dominante di rentiers “in alto” e di una base sempre più proletarizzata “in basso”, la quale avrebbe affossato il capitalismo in virtù del suo “volume”. Da tale presupposto, Lenin fa però derivare una differente pratica teorica, difatti, mentre per Kautsky da questa inevitabile polarizzazione sarebbe derivata una pacifica rivoluzione dei “numeri” (con evoluzione parlamentare pacifica del capitalismo in socialismo) l’ “uomo della lena” si fa portatore di ben altre istanze poiché consapevole che solo con la formazione di un blocco sociale esteso, dotato di forza egemonica, sarebbe stato possibile spazzare via le classi capitalistiche al potere. Inoltre, nonostante sposi anche lui la teoria stadiale del capitalismo (e dell’inevitabilità dell’avvento del socialismo), agisce sulla teoria con una grande astuzia “pratica”. Lenin, infatti, ritenne che prima di arrivare alla formazione dell’unico trust mondiale di cui parla Kautsky, le contraddizioni sarebbero esplose così forti da indurre le classi sfruttate ad agire con anticipo negli anelli più deboli della catena imperialistica, come accadrà, del resto, nella Russia del ‘17 (“né un giorno prima né un giorno dopo).
In realtà, Lenin era consapevole della non rivoluzionarietà della classe operaia (che lasciata a sé stessa è in grado solo di sviluppare una coscienza tradunionistica), quest’ultima senza un’avanguardia politica, e senza il collegamento con altri strati sociali in “bilico” tra i decisori e i dominati, non è in grado di produrre alcuna trasformazione sociale in senso anticapitalistico.
Proprio a partire da questo schema “eterodosso”, rispetto al marxismo economicistico ufficiale, dobbiamo ricominciare a ragionare seriamente sul ruolo dei dominati nell’attuale fase. Se la classe operaia non è la classe intermodale in sé, e se non vi è alcun limite interno al modo di produzione capitalistico che assicuri “parti maturi” dai quali levare il soggetto rivoluzionario affossatore del sistema, è chiaro, allora, che deve tornare in auge il discorso sulla “costruzione politica” del soggetto rivoluzionario. Il capitalismo ha come sua peculiare caratteristica (la sua dinamica propulsiva) la frammentazione e la divisione, vieppiù crescente, tra segmenti e strati sociali, che vengono compattati in blocchi trasversali nei quali sono invischiati anche i dominati (attraverso l’ideologia). Qui dobbiamo inesorabilmente lasciar cadere la ciarla sulla progressiva e inarrestabile polarizzazione che avverrebbe ai due lati estremi della
formazione sociale, (iperproletariato maggioritario/rentiers parassitari minoritari) come caratteristica precipua del capitalismo, per dotare l’analisi dei nuovi strumenti atti a leggere le trasformazioni verificatesi all’interno della formazione mondiale capitalistica. Pertanto, e a ragione, La Grassa recupera da Lenin la categoria di formazione sociale (non intesa come mera articolazione di modi di produzione differenziati) e la ripensa come struttura sociale in tutta la sua complessità. Tale complessità, come dicevamo, è legata alla sua “spazialità” (il mondo) e alla sua “profondità” (i blocchi sociali regionali) con al vertice gli agenti strategici e alla base (una base tutt’altro che piatta) la massa dei non decisori. Ci imbattiamo così in una prima virtuosa uscita dal modello economicistico perché la lotta tra agenti dominanti non è solo quella del conflitto nella sfera economico-produttiva (anche questo, senz’altro) ma soprattutto quella nella sfera politica ed in quella ideologica. In quest’ultime sfere si dipanano le strategie volte alla supremazia, attraverso il compattamento dei blocchi sociali che compongono la formazione sociale nazionale, lungo linee di sviluppo (sempre di natura capitalistica) attestanti il maggiore o minore “urto” propulsivo di questi sistemi regionali (paesi). In questa puntualità logica si apre una lotta tra agenti strategici “interni” volta alla predominanza su altri agenti dello stesso tipo (e che può portare a piccole rivoluzioni all’interno del capitale) e dalla quale può emergere una maggiore dinamicità del sistema (se quelli, per così dire, vincenti sono orientati su progetti strategici di lungo respiro volti anche a conquistare uno spazio di egemonia mondiale) oppure di minore o scarsa dinamicità, se non addirittura putrefazione (dove gli agenti strategici interni si arroccano dietro formazioni sociali predominanti, com’è il caso dell’Italia e del suo servilismo nei confronti dei funzionari capitalistici USA). Dicevamo, dunque, che questa lotta tocca la formazione sociale mondiale nel suo complesso perché si espande dalle regioni al resto del mondo (o ad una area di questo). Si comprende che, se questa visione teorica ha un minimo di verità, molti dei discorsi meramente “verticalistici” (nel senso di prendere in considerazione la mera gerarchizzazione strutturale della piramide sociale) fatti dai dominati (legati soprattutto alla speculazione sul modo di produzione che, al più, può produrre una lotta rivendicativa non intaccante i gangli vitali del sistema complessivo) non potranno mai condurci fuori dal capitalismo. Ritornano perciò fondamentali le famose alleanze di Lenin, tese a creare un blocco sociale dei dominati (il quale evidentemente non sarà schiacciato sulla sola classe operaia, di fabbrica o disseminata che sia) in quanto “congerie”, per usare l’espressione di La Grassa nel saggio, di segmenti e strati sociali con funzione di interposizione nei confronti dei blocchi sociali dominanti. Occorre affrontare già da ora questi temi, soprattutto per non essere impreparati allorché lo scontro tra formazioni regionali (paesi e alleanze tra paesi) diverrà più caustico con passaggio da una fase monocentrica (dove una formazione regionale fattasi mondiale, in questo caso gli Usa, è riuscita ad imporre la propria supremazia economica, politica, culturale, alle altre) alle fasi policentriche, le quali sono, invece, il riflesso di una riorganizzazione (strategica, sia politica che economica) di queste formazioni, temporaneamente soccombenti, ma che puntano a scalzare la prima. In queste fasi si aprono possibili spazi di manovra per una forza anticapitalistica che però abbia maturato la specificità del suo ruolo nell’ambito lotta interdominanti.
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