DECRESCENDO E DISIMPARANDO (di G. La Grassa con una nota di G. Petrosillo)

Segnalerei sul blog, per curiosità e "insegnamento", due notiziole. Intanto, in febbraio (non ricordo la data), alla Fondazione Basso (Issoco) – dove in ben altra epoca andavo a discutere di marxismo e dintorni – si terrà un seminario (o incontro o come lo si vuol chiamare) sulla "decrescita", con l’intervento, fra gli altri, di Latouche e di Marramao (ecco dov’è finito questo "bel tomo"; ed è la giusta fine che si meritava da ormai molto tempo).

Se poi qualcuno guarda nel sito di Arianna, troverà in data 29 gennaio un articolo di certo Guglielmi (se non sbaglio nome), in cui si parla dei saperi e della civiltà contadina in quanto base della solita decrescita. Ecco dove porta quest’ultima. Sia chiaro che sono sempre stato un estimatore (non fino all’esaltazione, diciamo moderato) delle "classi" contadine", che avevano comunque una loro base culturale effettiva; a differenza della classe operaia (salvo quella delle prime fasi dell’accumulazione capitalistica che aveva i suoi saperi). Naturalmente, la contadina era una cultura subordinata a quella, di grande momento, della borghesia sette-ottocentesca, che ha alimentato tutte le più alte forme letterarie e artistiche (se proprio non piacciono quelle scientifiche) di quei secoli. Infatti, non i contadini bensì i borghesi avevano l’egemonia nella società. Va però ammesso che la cultura contadina non era un cascame di quella dei dominanti, com’è per i dominati dell’attuale epoca; era una cultura che aveva certo la sua dignità.

Tuttavia, che oggi si debba tornare alla campagna mi sembra tutto da ridere. Però questa è secondo me la vera aspirazione della decrescita. Peccato che i propagandisti della stessa siano dei ben noti e "marci" intellettuali, che vivono nelle grandi città modernissime, dove partecipano a tutti i più coglioneschi salotti che vi si tengono; poi, ben remunerati (e pubblicati!!), vanno a raccontare le loro stronzate (decrescita, annuncio della "fine dell’umanità" entro pochi decenni per catastrofe naturale, ecc.), facendo in separata sede battute ironiche (ne ho sentito più d’uno farle fra i "miei colleghi", ma non posso ovviamente scriverne i nomi) sui poveri gonzi che li vanno ad ascoltare a bocca aperta; e per i quali, a mio avviso, sarebbe utile riaprire quegli Istituti che Basaglia fece chiudere (ma per gli intellettuali di cui sopra riaprirei, o semplicemente aprirei le porte di, "altri" Istituti).  

 

NOTA

Aggiungerei qualche altra riflessione al commento di Gianfranco La Grassa sugli aspetti più "modaioli" che questioni come la decrescita stanno vieppiù assumendo e sul seguito, “sciamico” e "sciamanizzato" (di pubblico),  che si ammucchia dietro queste idee. Mi sembra evidente che a tergo della decrescita non vi sia nessuna novità sostanziale, piuttosto un misero "raddoppiamento" ideologico (per dirlo alla maniera del mio amico Preve) di una condizione materiale (e culturale) di decadenza, la quale porta ad una fuga in avanti (un avanti che non è spaziale e nemmeno temporale quanto relativo ad una “parallela” dimensione romantica e perciò stesso inesistente) per scrollarsi di dosso il disfacimento (con perdita d’identità e conseguente creazione immaginifica di un mondo mitico “fuori dal mondo”) che segue ad ogni epoca di cambiamento. Non è perciò affatto strano che la decrescita contempli due polarità antitetiche ma speculari. C’è la decrescita del “rimpianto” di un mondo bucolico irrimediabilmente perduto di armonia tra uomo e natura ( romantico fino al midollo, basterebbe leggersi Leopardi per capire come la natura fosse percepita, anche in passato, come matrigna temibilissima e non solo come afflato vitale per l’umanità) e c’è la decrescita come viatico di “un nuovo mondo possibile” che spazia da Negri (non sorprendetevi di ciò e andate avanti con la lettura per capire questa affermazione che può sembrare non corretta) a Beppe Grillo (che crede alle favole del capitalismo buono da contrapporre al capitalismo cattivo) sino ai neopauperisti francescani di ogni specie (questi almeno più coerenti perché mortificano sé stessi senza pretendere di essere depositari della verità “moltitudinaria” del comunismo). Detto per inciso, questa affermazione su Toni Negri non è un errore perché quest’ultimo dopo aver discettato a più non posso sul comunismo “nel capitale” (l’esistenza nel capitalismo di un comunismo in fieri da realizzare dando spazio all’inevitabile avanzata delle moltitudini desideranti) inteso come possibilità di consumo all’infinito della merce (che secondo il suo punto di vista sarebbe neutra) ha sostenuto che in realtà l’unico settore che produce ricchezza sarebbe l’agricoltura (ritorno alle posizioni della fisiocrazia?!). Anche qui la confusione del post-operaista Negri e la sua oscillazione tra consumo parossistico delle merci e “dimensione umana” dello sviluppo (quale dimensione?) testimonia della ipocrisia di certe posizioni (e dei loro propugnatori) sempre ben retribuiti dall’editoria dominante del “dissenso corretto” (del resto mica male lasciarsi aperta l’opzione sviluppista-merceologica e quella fisiocratica, a seconda delle stagioni editoriali si può proporre un libro in un senso o nell’altro).   Qui ritorna utile, allora, il discorso di La Grassa sull’ideologia dominante in questa fase di trasformazione capitalistica postborghese e postproletaria, con i suoi aspetti dicotomici (nell’essenziale, s’intende; poi esistono tante altre sfaccettature e sfumature che fungono da corollario e da "abbellimento" dell’edificio in questione, poggiante, tuttavia, su due pilastri ideologici di sostegno che sono appunto quelli descritti da GLG). La fuga in avanti compiuta dai pensatori della decrescita non è affatto spazial-temporale come dicevamo, ma assolutamente mistica (sarà forse per questo che è così tollerata e ripresa persino dai peggiori inquinatori del pianeta?), infatti la decrescita assomiglia tanto (nelle sue varianti in buona fede) ad un impulso emozionale reattivo (quindi inevitabile) di fronte a trasformazioni palingenetiche con perdita di tutti i punti d’orientamento dati per acquisiti nella fase precedente. Nelle sue versioni più ideologiche, invece, è solo un input che parte dai dominanti e viene sviluppato dagli agenti ideologici intellettuali a questi asserviti, al fine di produrre la migliore forma consolatoria possibile(una formula apotropaica)  per la disgregazione sociale che ogni trasformazione produce. Ed è qui che si genera una deleteria “inversione dialettica” per cui invece di orientarsi alla comprensione del substrato materiale della trasformazione stessa (e della ulteriore frammentazione sociale che da essa si genera) ci si rivolge contro gli aspetti puramente ideologici (aderendovi dall’altro lato del “corno” e pensando di starne facendo una critica) e si sposano le scempiaggini sul progresso mostruoso che corrompe l’umanità (alienazione, mutazione antropologica, perdita di originarietà rispetto ad una fantomatica natura umana).  Ben inteso, io al contrario di La Grassa non nutro nemmeno simpatia per il mondo contadino che evidentemente non posso associare ai bei tempi della mia gioventù (ne percepisco “i tempi” dai racconti dei miei nonni, contadini “capitalistici” nell’atavica arretratezza del sud), in quanto la mia si è invece dipanata nell’esaltazione turbocapitalistica degli anni ottanta. Tuttavia, sono in empatia con la lotta emozional-resistenziale dei primi operai che distruggevano le macchine perché colpiti nel loro sapere specifico lavorativo (con inevitabile perdita d’identità se è vero, come sostiene Lukàcs, che il lavoro umano è il modello e la forma originaria dell’agire sociale*) che si frammentava nella reiterazione di gesti meccanici parcellizzati e nel passaggio dalla sussunzione formale a quella reale del lavoro con piena affermazione del modo di produzione capitalistico. Si chiudeva un epoca e se ne apriva un’altra per nulla paragonabile alle precedente che sintetizzerò con una bella espressione di GLG: un buco nell’essere che inghiottiva il mondo e lo rivomitava profondamente mutato.

Tutto questo per dire che non si vuole togliere legittimità ai discorsi sul pianeta che corre dei rischi (come mai però nonostante l’immondo progresso distruttore dell’habitat umano la vita media umana è cresciuta costantemente nell’ultimo secolo?). Si facciano pure questi discorsi ma non si sprechino più energie del dovuto, perché queste oggi dovrebbero essere indirizzate alla comprensione della dinamica di frammentazione sociale che il modo di produzione capitalistico produce (segmentazioni e stratificazioni) contro la dicotomizzazione in due classi sociali (sempre più ristretta quella in alto, sempre più vasta quella in basso) che avrebbe dovuto concretare una normale vittoria “dei numeri”, dei secondi (perchè di più) sui primi. Se cerchiamo una fuoriuscita non romantica dal capitalismo è la prima l’impervia via da battere, alla seconda ci penseranno i poeti e i romanzieri.

 

*Qui rubo da Preve e dal suo nuovo saggio che uscirà tra un po’ col titolo Ripensare Marx.