BERLUSCONI MANGERA’ LA FOGLIA?

 

Berlusconi ha fatto una “bella” figura ai congressi della Margherita e dei Ds, accolto non più come il Cavaliere nero degli intrecci politica-affari ma come il salvatore della patria, l’ultimo baluardo dell’italianità che s’oppone allo straniero invasore. Il fatto che la più grande azienda di tlc, la Telecom, resti nelle mani degli imprenditori del Bel Paese dipende anche dai suoi soldi, da quei denari che fino a poco tempo fa erano sporchi, sudici, insozzati di craxismo e di losche operazioni di corruzione: finanza, magistratura, politica. Il “Caimano” palazzinaro non è più così cattivo, oggi può essere legittimamente annoverato tra i grandi della Repubblica, tra quelli che hanno contribuito alla crescita economica del nostro paese. Persino D’Alema si è complimentato con lui sviolinando con i soliti giri di parole e con la doppiezza tipica di questo personaggio, ma sulla cui sostanza “pacificatoria” non si può certo dubitare. Berlusconi plaude e incassa sorridente i ditirambi.

In realtà, il Cavaliere nero è stato spiazzato da tante “invocazioni”, non ha forse capito in pieno quello che vogliono da lui, ma essendo piuttosto sensibile alle adulazioni sta “mangiando” la foglia. Forse nel Pd, ora che si sentono de-zavorrati dai fantasmi del passato, si abbasseranno i ponti levatoi, la stagione della demonizzazione ad personam può essere finalmente chiusa. Potrebbe essere chiusa…ma manca ancora il colpo finale, quello che garantirà la normalizzazione della politica italiana. Ovvero: Berlusconi salva la Telecom e contribuisce alla fissazione delle regole istituzionali (legge elettorale e qualche altra “riformetta”) poi si ritira per sempre nell’olimpo degli dei (i benefattori della nazione). La storia è magistra vitae: vuoi liberarti di qualcuno senza spargere sangue? Promuovilo in alto, così in alto che le beghe quotidiane gli sembrino solo quisquiglie, bazzecole da mortali. Soprattutto fa in modo che la “quotidianità” non lo disturbi troppo. E’ già successo al Dio del cattolicesimo, con le tutte deleghe passate a Gesù Cristo, succederà anche a Silvio. Insomma, a Silvio Berlusconi viene proposto di chiudere una fase in cambio del suo ritiro a vita privata, in cambio della tranquillità necessaria (per sé e la sua famiglia) per svolgere serenamente le sue faccende imprenditoriali, senza più giudici impiccioni alle calcagna che indagano su presunti conti in Svizzera e sulle tasse mai pagate. Silvio qualcosa l’ha percepita, non ne è ancora certo, ma per ora presta il fianco all’avversario. Probabilmente vorrà ancora più garanzie ma, bene o male, sente che questa volta c’è da fidarsi.

In Forza Italia, invece, s’alzano grandi malumori, quell’ “aulenza” di zolfo che accompagnava il loro “demone” preferito si è tramutata nell’olezzo tipico della promiscuità, dell’inciucio  che rischia di dissolvere un partito strutturato proprio sulla difesa personale del leader. Cadendo le pregiudiziali nei confronti di Berlusconi cadono anche i bastioni eretti in sua difesa. Tutte le carte si ritrovano nuovamente mescolate con sbandamenti di varia natura.

Se Berlusconi dovesse infine accettare questa proposta, ancora non così esplicita, la politica italiana potrebbe andare in contro a quella “normalizzazione” tanto perorata in passato da D’Alema. Ma quella che per questi signori è normalizzazione per noi italiani sarà un’ennesima gabbia dove verremmo rinchiusi come polli, costretti a scegliere tra due grandi schieramenti moderati al servizio dei poteri forti; l’americanizzazione della politica, della quale parlava anche Paolo Mieli nell’editoriale di qualche giorno fa sul Corriere della Sera, darà maggiore consolidamento a questi potentati; la momentanea ricomposizione dei già labili dissidi tra gruppi politici (con la nascita di un monoblocco moderato “a due sponde” e dai confini variabili) e gruppi economici subirà un’accelerazione, con Grande finanza (oggi in posizione di preminenza) e Industria Decotta che assumeranno il controllo incontrastato dei gangli vitali del sistema-paese. Questa è la verità dell’operazione Pd alla quale, tra breve, corrisponderà un’operazione della stessa natura anche a destra. Due schieramenti doppione che si rimbalzeranno le responsabilità politiche a legislature alterne, proprio come avviene negli Usa.

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CERVELLI STANCHI di M. Tozzato

 

L’ultimo intervento di La Grassa con, a seguire,  l’articolo de “Il Giornale”, ancora una volta ripropone lo sfacelo politico-economico che i due poli di un unica “palude” sempre più puzzolente stanno portando avanti ai danni della stragrande maggioranza di coloro che vivono in Italia. E giustamente GLG continua a mettere l’accento sulla “malattia mortale” che è per tutti noi questa “sinistra”; alcuni disonesti fino al midollo e altri, forse in buona fede, ma totalmente incapaci di ragionare. Ne “il manifesto” di oggi, 20 aprile 2007, questo secondo tipo di persone trova due “campioni” particolarmente significativi, nientemeno che Valentino Parlato e Rossana Rossanda.

La Rossanda nel suo articolo – a commento del congresso Ds e della nascita del Pd – del tutto piatto e retorico, inserisce una autentica “perla”. Dopo aver cianciato a vanvera di mercato, globalizzazione e politica economica facendo capire, come al solito, di non avere la minima idea di che cosa significhino queste parole ( che dovrebbero denotare dei concetti) inizia un lungo e penoso lamento: <<in queste settimane sono passati sotto il naso del governo e di quasi tutta la sua opposizione due operazioni supermiliardarie compiute l’una dall’Eni e dall’Enel – nate e cresciute con i soldi pubblici – che si sono comprati pezzi della russa Yukos per conto della russa Gazprom, e l’altra dalla Telecom, che doveva finire in mani messicane e statunitensi, lasciando sul gobbo dello stato oltre 80 mila dipendenti, che si dovrà in qualche misura assistere. Il Pd non esistendo ancora non poteva dir parola, ma i suoi genitori, ancorché in atto di chiudere i battenti, hanno trovato che era bene così, che al mercato la politica non si può opporre. Sostanzialmente che non può più esserci una politica economica e sociale. Politica addio.>> Naturalmente mi rifiuto di commentare questo pastrocchio indecoroso per di più concluso con toni enfatici !

Passiamo ora al suo compagno di tante battaglie. Sfogliamo due pagine e ci troviamo davanti due articoli a commento della posizione assunta dall’ambasciatore Spogli riguardo al “ritiro” dell’At&t nei confronti di Telecom; uno di questi è firmato da Parlato. Scrive Parlato:<< l’ambasciatore […] Spogli […] spiega […] che in Italia “ gli investimenti in aziende nuove o già esistenti sono scarsi. Si preferisce investire nelle proprietà immobiliari o nella casa per il figlio”. E poi aggiunge che “l’Italia è agli ultimi posti tra i paesi europei per crescita del Pil e aumento dei salari (e sottolineo la parola salari, nrd) e della produttività”. Complimenti ambasciatore. Tutto questo ragionare, ovviamente, è per protestare contro le supposte resistenze che la politica italiana avrebbe fatto alla società Usa che voleva comprarsi  Telecom. L’ambasciatore Usa in Italia deve pur difendere gli interessi degli Usa altrimenti che ci sta a fare ? Tuttavia chiedersi che fanno gli ambasciatori italiani all’estero forse è poco delicato e, in ogni caso, l’Italia non ha la potenza degli Usa o delle imprese Usa.>> Questo quotidiano che vedo ancora, in prima pagina, continua a definirsi comunista (ed infatti Breznev era comunista) dovrebbe negli intenti della sua redazione diventare l’organo del nuovo Partito della sinistra che potrebbe o dovrebbe aggregare sinistra Ds, Prc, Pdci e forse qualche altro spezzone. A quanto pare il livello di capacità di analisi politica e teorica sembra “del tutto adeguato”!!

 

Mauro Tozzato                        20.04.2007

 

 



IRPINIA FELIX di L. Garofalo
 
Negli ultimi decenni una profonda e convulsa trasformazione economica, antropologico-culturale e identitaria, si è compiuta nelle aree interne dell’Irpinia, sconquassando furiosamente una società rimasta ferma e immutata per lunghi secoli di storia.
Già nel corso degli anni Sessanta la società irpina, ancorata per secoli ad un assetto economico di tipo latifondistico, ha conosciuto un primo, sconvolgente sviluppo verso la modernità, con il trapasso da un modo di produzione agricolo e semifeudale ad un’economia non più solo rurale, incline al settore terziario, per cui una parte consistente delle classi sociali si sono riversate nell’ambito dei commerci, dei servizi e del pubblico impiego, mentre l’emigrazione in massa dei braccianti agricoli ha causato l’abbandono e la sterilizzazione di fertili terreni prima coltivati.
La meccanizzazione dell’agricoltura irpina ebbe inizio proprio durante gli anni Sessanta, contrassegnati dal primo "boom" economico nazionale.
Successivamente, nel corso degli anni Ottanta, in virtù dei fondi economici statali assegnati per i lavori della ricostruzione dei centri terremotati, fu avviato un ambizioso quanto controverso esperimento, quello dell’industrializzazione delle aree interne.
Si decise di trasferire e impiantare le fabbriche, le stesse fabbriche installate in pianura (ad esempio nella grande pianura attraversata dal Pò), in zone di montagna, in territori aspri e tortuosi, difficilmente raggiungibili e percorribili, in cui non esisteva ancora una rete moderna di infrastrutture stradali, di trasporti e comunicazioni, in cui i primi soccorsi legati all’emergenza post-sismica stentarono non poco ad arrivare a destinazione. 
Un’impresa ardua, velleitaria, forse impossibile, perdente sin dalla nascita. E non poteva essere diversamente, dati i presupposti iniziali.
Un processo di sottosviluppo che ha rivelato la propria natura regressiva e rovinosa, in quanto ha arrecato guasti e scempi irreparabili all’ambiente, al territorio e all’economia locale, di carattere prettamente agricolo e artigianale.
Basta farsi un giro in Alta Irpinia per scoprire un paesaggio ormai sfigurato per sempre.
Si trattava di un tentativo di industrializzazione e modernizzazione economica storicamente determinato dalla trasformazione post-industriale e dalla post-modernizzazione delle economie capitalisticamente più avanzate del Nord. Questo piano presupponeva il trasferimento di capitali e di incentivi statali destinati a finanziare la dislocazione di macchinari e attrezzature industriali ormai obsolete e superate dai processi di ristrutturazione tecnico-produttiva in atto nelle aree capitalisticamente più evolute del Nord Italia. Pertanto, quel progetto di (sotto)sviluppo era destinato a fallire sin dal principio, nella misura in cui è stato concepito e gestito in maniera clientelistica, favorendo l’insediamento di imprese provenienti dal Nord Italia, senza valorizzare e tutelare le ricchezze, le caratteristiche e le esigenze del territorio, senza tenere nel dovuto conto i bisogni e le richieste del mercato locale, senza promuovere le produzioni e le coltivazioni indigene, sfruttando la manodopera disponibile a basso costo, innescando un circolo perverso e vizioso, come si è infine dimostrato alla prova dei fatti. 
 
Le nuove forme di precarizzazione economica e sociale.
 
L’espansione e l’accelerazione storica impressa nelle nostre zone dalla ricostruzione post-sismica, sostenuta da un ingente flusso di denaro pubblico, hanno determinato soprattutto un imbarbarimento dei rapporti umani e sociali.
Dopo oltre 26 anni la fase dell’emergenza e della ricostruzione post-sismica non si è ancora pienamente conclusa, perlomeno non in tutti i centri più gravemente danneggiati dal terremoto del 1980.
Negli anni Novanta l’espansione e, successivamente, la crisi e il declino, sia ideologico che strutturale, di quel processo di globalizzazione economica neoliberista contestata e rigettata ormai in tutto il mondo, costituiscono un fenomeno che si è rapidamente determinato anche in Alta Irpinia, con tutte le drammatiche conseguenze che ciò ha inevitabilmente comportato. 
Questa nuova, improvvisa accelerazione storica ha condotto fasce sempre più estese di popolazione, soprattutto giovanile, verso il baratro della disoccupazione, dell’emigrazione, dell’alienazione, dell’emarginazione, della precarizzazione, della disperazione.
Rispetto a tali problematiche, le "devianze giovanili", i suicidi e le nuove forme di dipendenza – dall’alcool e dalle droghe pesanti – sono solo i sintomi più evidenti e inquietanti di un diffuso e crescente malessere sociale. 
Occorre aggiungere che anche un’ampia percentuale della popolazione senile accusa stenti, tormenti e privazioni, derivanti soprattutto dall’abbandono e dalla solitudine, disagi che in passato erano ammortizzati e compensati da una fitta rete di relazioni di mutua solidarietà tra le generazioni, che ora non esiste più, almeno nelle forme, nelle caratteristiche e nelle dimensioni di un tempo.
Piccoli centri di montagna, che non offrono nulla o quasi, ai giovani, sia in termini di prospettive occupazionali, sia in termini di opportunità e occasioni di svago e divertimento, di aggregazione sociale e di crescita culturale, tranne qualche bar, pub o altri tipi di locali pubblici nei casi più fortunati, sono diventati luoghi desolanti di noia e di vuoto esistenziale, per cui attecchiscono abitudini insane, allignano in forma massiccia devianze e dipendenze da alcolici e droghe di vario tipo, comportamenti che fino a 20 anni or sono erano assolutamente impensabili e sconosciuti.
 
Alcuni dati emblematici.
 
Le cifre più significative che attestano le dimensioni di un diffuso disagio sociale, sono inequivocabilmente drammatiche e sconcertanti.
I numeri indicano chiaramente una crescita massiccia e costante di fenomeni davvero allarmanti come, ad esempio, le stime relative ai suicidi.
Il numero dei suicidi registrati nella provincia di Avellino relativamente allo scorso anno, il 2006, ha purtroppo oltrepassato quota 40.
Addirittura pare che alla provincia di Avellino spetti il triste primato dei suicidi nell’ambito delle regioni meridionali. Con sette suicidi ogni centomila abitanti l’Irpinia condivide con la provincia di Potenza questo lugubre e angosciante primato rispetto a tutto il Meridione d’Italia. A voler essere più precisi, il dato riferito alla provincia di Avellino riguarderebbe in modo particolare le zone dell’Alta Irpinia.
All’origine di questo doloroso e inquietante fenomeno starebbero anzitutto due ordini di cause: la miseria economica e il disagio psicologico.
L’Istat riferisce che gli italiani poveri sono 7.577.000. Il 22 per cento della popolazione meridionale vive praticamente sotto la soglia di povertà.
In Alta Irpinia la percentuale della popolazione che versa in condizioni di povertà, si attesta oltre il 20 per cento.
Il tasso della disoccupazione giovanile in Irpinia è salito oltre il 50 per cento, aggirandosi intorno al 52 per cento: quindi, nella provincia di Avellino un giovane su due è disoccupato. Inoltre, e questo è un motivo di ulteriore apprensione, il numero dei disoccupati che hanno superato la soglia dei 30 anni è in costante aumento. Molto elevato è altresì il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che dunque nutrono scarsissime speranze e possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo, anche in Alta Irpinia si diffondono e si estendono a dismisura i rapporti di lavoro precarizzati, soprattutto in quella fascia di giovani che hanno tra i 20 e i 25 anni, ossia tra i giovani alla loro prima occupazione lavorativa.
I tossicodipendenti in Irpinia si contano a centinaia; i decessi per overdose risultano in continuo e pauroso incremento. 
Da questo punto di vista, le realtà di Caposele, Calabritto e Senerchia formano un vero e proprio "triangolo della morte", così come la zona è stata mestamente definita in seguito ai numerosi decessi causati da overdose. Comunque, è estremamente difficile quantificare con esattezza la portata di un fenomeno come l’uso di sostanze tossiche nei paesi irpini, ma basta guardarsi intorno con maggiore attenzione per rendersi conto della gravità della situazione. I Ser.T (Servizio Tossicodipendenti), ad esempio, non sono affatto rappresentativi delle tossicodipendenze in Irpinia perchè qui si recano, in genere, eroinomani che hanno bisogno di assumere il metadone oppure quando, segnalati dalla prefettura, sono costretti a seguire una terapia. Dunque, stabilire con precisione quanti siano i consumatori delle altre sostanze (cannabis, cocaina, crac, kobrett, psicofarmaci, alcool) è praticamente impossibile. Certo è che piccoli paesini con più o meno 4 mila abitanti, come Andretta o Frigento, hanno assistito ad una crescita davvero spaventosa del fenomeno negli ultimi dieci anni. In queste piccole realtà montane si conta ormai un elevato numero di giovani tossicomani che fanno uso di sostanze deleterie quali l’eroina, il kobrett e il crac, i cui centri di spaccio sono da ricercare altrove, notoriamente identificati nelle periferie e nei quartieri più depressi e degradati dell’area metropolitana di Napoli, come, ad esempio, Scampia e Secondigliano.
 
Quali sono le risposte fornite dalle istituzioni e dalle amministrazioni pubbliche locali?
 
Nella migliore delle ipotesi, nessuna. Invece, nella peggiore delle ipotesi, il ricorso sistematico, ottuso e controproducente alla forza pubblica, attraverso l’inasprimento dei controlli (anche di tipo elettronico), dei posti di blocco, della repressione poliziesca e carceraria. Come se tali sistemi e provvedimenti di natura autoritaria e quasi draconiana, derivanti dalla legislazione proibizionista, si fossero mai rivelati un efficace deterrente contro il consumo di stupefacenti e altri simili comportamenti. Come se la semplice e pura repressione potesse provvedere un valido rimedio rispetto ai disagi psicologici ed esistenziali in rapido e costante aumento anche nelle nostre zone, che denotano piuttosto un tipo di malessere originato da altre gravi emergenze, sociali e ambientali, non ancora risolte. Mi riferisco soprattutto alla disoccupazione, alle nuove forme di emigrazione, alla precarizzazione delle condizioni e dei rapporti di lavoro e di vita, all’assenza di regole, diritti, tutele e speranze per le giovani, e meno giovani, generazioni irpine.
Se non si affrontano seriamente e non si risolvono alla radice tali problematiche, difficilmente si potrà estirpare il malessere dilagante e diffuso anzitutto tra i giovani delle nostre comunità. Giovani abbandonati all’angoscia, allo sconforto e alla disperazione, nella misura in cui non possono coltivare nemmeno la fiducia e la speranza verso un avvenire più radioso e più ameno.
L’ottimismo è ormai diventato un lusso riservato a pochi privilegiati.
 
Lucio Garofalo