LA DITTATURA FINANZIARIA

Mi sembra che Gianfranco La Grassa abbia descritto efficacemente i giochi di potere (ed il riequilibrio ricercato da una parte di questi poteri, agenti a livello della sfera finanziaria e nei punti dove questa viene intersecandosi con la sfera politica) che si celano dietro l’acquisizione di Capitalia da parte di Unicredit. Dopo la megafusione che aveva portato alla nascita di Intesa-San Paolo era ovvio che anche gli altri gruppi bancari si muovessero di conseguenza, al fine di porre un argine allo strapotere di Bazoli. Quest’ultimo, forte dei collegamenti e del controllo esercitato sulla politica, in particolare attraverso il suo “Maggiordomo” di Palazzo Chigi, sta allungando le mani su alcune tra le più grandi imprese italiane attualmente in difficoltà (vedi il caso Telecom o quello Alitalia, ancora in corso di gara), o in quelle finte statalizzazioni (che tanto sollucchero danno agli infausti neocattocomunisti propugnatori dell’ideologia Pubblico=Socialismo del XXI secolo), attuate attraverso alcune strane creature bicefale (dalla forma pubblica e dal cervello finanziario)* come la Cassa Depositi e Prestiti o il Fondo per le Infrastrutture (meglio noto come F21), dove il contatto finanza-politica si fa più stringente e nientaffatto trasparente (giusto per essere eufemistici). La SanIntesa, in virtù della fusione con il San Paolo-IMI, aveva realizzato il sorpasso sull’ Unicredit (che capitalizzava “solo” 70 miliardi di euro), dando vita un nuovo colosso da quasi 80 mld di capitalizzazione complessiva (e 12 milioni di clienti). Seconda banca in Italia e sesta in Europa, la SanItesa, può vantare una quota di mercato di circa il 20% in tutti i settori di attività (retail, corporate e wealth management), una rete di 5.500 sportelli, con 7mld di profitti attesi da qui al 2009, ponendosi, così, al sesto posto nella speciale classifica dei big bancari d’Europa (Hsbc, Ubs, Royal Bank of Scotland, Santander, Bnp Paribas). L’unico neo della creatura di Bazoli è una “sproporzione” territoriale che lascia scoperto il sud Italia dove si annoverano pochi sportelli per la SanIntesa.

Con l’acquisizione di Capitalia da parte di Unicredit si hanno due risultati in “parallasse” la cui valutazione varia a seconda del punto di osservazione. Innanzitutto, si registra una sconfitta della finanza capitolina con i malumori del mondo politico romano che, inevitabilmente, ne sono seguiti (Walter Veltroni docet). Tuttavia, da un altro punto di osservazione, la nuova “Uni-Italia” avrà, complessivamente, una maggiore presenza nel sud del paese, quella che ancora manca alla SanIntesa e che costituisce il suo tallone d’achille. Insomma, a parte questi aspetti dirimenti, la sommatoria post-fusione dà un risultato positivo per gli artefici dell’operazione. Unicredit-Capitalia ha risposto prontamente all’attacco portato dal banchiere bresciano al sistema finanziario italiano, con la creazione di un gruppo da 100 mld di euro che andrà ad occupare la seconda posizione in Europa e la sesta a livello mondiale. Le filiali saranno circa 10mila in tutto il continente (9.289), con 170mila dipendenti e 40 milioni di clienti. Certo, non è stata solo la preoccupazione per la situazione interna a far convergere le intenzioni di Geronzi e quelle di Profumo. In Europa c’è un forte sommovimento finanziario che sta scatenando un vero e proprio risiko, con colpi di scena sempre più imprevedibili. In questa disputa, fatta di attacchi e contrattacchi al fulmicotone, si confrontano alcuni tra i maggiori gruppi europei (spesso incalzati dalla Grande Finanza d’oltreoceano) che imbrigliano nelle proprie reti gruppi più deboli, sia per capitalizzazione che per assetti societari (con le solite scatole cinesi che quando si scoperchiano rendono più facili le Opa ostili). Capitalia era uno di questi soggetti deboli, e nel momento in cui Barclays si è lanciata su Abn Amro (primo azionista di Capitalia) sopravanzando la concorrente scozzese RBS, Geronzi si è trovato nella condizione di dover accelerare i tempi per definire le sorti della sua creatura, data la nota ostilità di Barclays nei suoi confronti. Per questo il Presidente di Capitalia ha dovuto stringere l’alleanza con Profumo, contrattando il suo futuro ruolo nella nuova banca ma anche una serie di questioni “concomitanti” legate al rapporto Capitalia-MedioBanca-Generali-RCS. Dunque, si può dire che mentre per Geronzi i problemi avevano una doppia natura, finanziaria e politica al contempo (l’eventuale scalata di Barclays avrebbe comportato il suo personale indebolimento negli assetti della finanza romana e, quindi, in MedioBanca) Profumo ha, invece, avvertito l’esigenza di un rafforzamento più prettamente finanziario, dacché in Europa stanno circolando “troppi soldi” e ancor più cattive intenzioni. Geronzi ha scelto per sé un ruolo di interfaccia con la politica (come è nel suo stile), nel senso che punterà soprattutto al rafforzamento del suo potere in MedioBanca e all’intessitura dei rapporti con il mondo delle istituzioni, mentre Profumo si è messo momentaneamente al riparo da eventuali ostilità extra-nazionali. Non che Profumo non si occupi di politica interna, tuttavia i suoi legami con esponenti della sfera politico-statale (con alcuni settori del centro-sinistra in particolare, peraltro ostili sia a Prodi che a Bazoli) non sembrano essere così “strutturati”.

A questo punto però dobbiamo porci alcune domande che non sono per nulla retoriche. Tutti sembrano essere gaudenti per il rafforzamento del sistema bancario italiano il quale, sulla scorta delle raccomandazioni pronunciate dal governatore Draghi all’indomani del suo insediamento, ha sposato la logica del gigantismo per non farsi fagocitare dai competitors internazionali. Ma come si concilierà tutto questo con il tessuto produttivo italiano composto, soprattutto, di PMI? Potranno le piccole e medie imprese trovare i giusti anticorpi per non essere strangolate dalla morsa della Grande Finanza? Chi si gioverà della nuova situazione?  In secondo luogo, se la Finanza si rafforza mentre la politica e l’economia reale “stentano” (si fa per dire) a rinnovarsi, non può essere che ci avviamo ad entrare in un lungo periodo di dittatura finanziaria con le conseguenze che questo comporta a livello strategico (ricordiamo che la GF italiana è univocamente legata alla Grandissima Finanza USA) per il nostro paese? Diciamo che i prodromi di questa dittatura li abbiamo già sentiti sulla nostra pelle in questi ultimi tempi (in termini di flessione economica ed occupazionale) e, certo, non si può dire che sia stata una fase positiva per il Sistema-Italia nel suo complesso.

 

* Sia la CDP che il F21 sono compartecipati dalle maggiori fondazioni bancarie. Stiamo parlando di soggetti che vantano una quota di capitale pari a 45 mld di euro. Nel nuovo Unicredit, Cariverona, CRT, Carimonte, CRRoma, Manodori e Banco di Sicilia hanno il 13,6% (pari a 13,5 mld). In Intesa, Cariplo, Compagnia San Paolo, Carisbo, Cariparo, Cariparma e Carifirenze hanno il 27% (pari a 22,5 mld). In Mps, la Fondazione detiene il 59% della banca, per un ammontare di 9 mld.