DALL’EPIDERMIDE ALLA STRUTTURA OSSEA (di Gianfranco La Grassa)

1. Poche parole sulla americanizzazione della nostra politica (che ovviamente non ha nulla a che vedere con la vera politica). Non so fino a che punto tale veleno è penetrato nel cervello delle persone. Affidare le sorti della gestione di una società ad alto sviluppo in base al confronto (all’americana) tra “facce di tolla” non appare comportamento sensato. So che il degrado culturale e intellettivo è notevole – a “sinistra” tanto quanto a “destra” (del resto anch’io sono sufficientemente sciocco da usare ancora questa distinzione di un’epoca ormai tramontata da decenni) – e tuttavia confido nel fatto che resista una consistente quota di persone di media intelligenza.

Il faccia a faccia può al massimo indicare il carattere delle persone, che però sono ormai ampiamente conosciute da un pezzo per le loro comparsate televisive. Per quanto riguarda i due fasulli leader visti recentemente, da una parte ho rilevato la solita incontinenza, logorrea, incapacità di concisione e di sintesi, le manie dei “comunisti in agguato”; in complesso una certa “leggerezza dell’essere”, un cervello non proprio d’Aquila. Dall’altra parte, una untuosità e fumosità da democristiano; non quelle dei Moro o Andreotti (cioè almeno “vescovi” o perfino “cardinali”), ma quelle di uno scipito e ottuso parroco di campagna. Quando si nota l’entusiasmo dei diessini (ma anche di pidicini e rifondaroli) per questo loro “leader”, non si può non prendere atto di una decisiva mutazione (degenerazione) genetica di quelli che da tempo immemorabile non sono più comunisti, questo è vero, ma comunque da lì derivano e dovrebbero ricordare qualcosa della concretezza, ruvidezza ed essenzialità di toni e di modi del vecchio PCI. Invece no, quando ci si vende, lo si fa fino in fondo e si accetta di essere rappresentati da esseri striscianti e ambigui. Non parliamo delle menzogne spudorate da entrambe le parti; comunque, confesso che a me sono parse particolarmente fastidiose quelle “sinistre” sull’euro (in tutti i paesi europei c’è stato un balzo netto e improvviso del costo della vita, in specie in Francia, Olanda e Grecia; ma anche Spagna ecc.) e sugli immigrati (quando mai la “sinistra” si è posto il problema di controllare il loro arrivo? Possibile che la memoria sia così corta?).

Comunque terminiamo qui, accennando però ad altre questioni “epidermiche” che, come tutti gli sfoghi sulla pelle, sono indicative di disturbi degli apparati interni. Dopo la festa data dai DS il 16 novembre 2005 per presentare, in anteprima, il programma dell’Ulivo (quello di 281 pagine uscito appena un po’ più tardi), festa titolata sul Corriere “quattrocento facce che contano” poiché vi era gran parte dell’establishment economico-finanziario-giornalistico-politico, più o meno nella prima settimana di marzo ambienti politici diessini ne hanno organizzato un’altra, sempre a Roma, per Bettini (ex segretario della Federazione di Roma del PCI, da anni uomo di punta del gruppo veltroniano e responsabile culturale per l’Auditorium romano, oggi candidato alla Camera dei Deputati per i DS); festa in cui si “contavano” 360 tavoli con 10 coperti l’uno (altro che le 400 facce che contano di qualche mese fa). Una delle foto simbolo della kermesse inquadrava ad un tavolo Romiti, Veltroni, Miriam Mafai e Giorgio Napolitano. Vi era poi il costruttore (distruttore) romano Caltagirone, ben noto e che, essendo quello che è (mi autocensuro sui termini da usare), veniva sempre indicato come un “berlusconiano” (ma sapevo da tempo che era dall’altra parte; solo che i miei “compagnucci” un po’ sciocchi non mi credono mai). Caltagirone, inoltre, era con Ricucci e gli altri “furbetti” nel recente cosiddetto risiko bancario.

Alla festa era poi presente anche un altro immobiliarista, il proprietario del Tempo, giornale che più a destra e “nostalgico” non si può; anche lui è sempre stato per definizione attribuito ai “berluscones”, mentre anche lui sta dall’altra parte. Infine c’erano tutti i banchieri principali, quelli dei bond argentini, dei crac Cirio e Parmalat. C’erano poi i “nani e ballerine”: gli attori (attrici), i registi, i “grandi romanzieri”, tutto il Gotha del giornalismo, le contesse (prostitute d’alto bordo) che un tempo alimentavano i salotti “neri” della Capitale. La vera carenza d’Italia – e di questi tempi grigi – è di non avere qualcuno con la penna di un Balzac (Illusioni perdute) o di un Maupassant (Bel Ami) per descrivere la corruzione e il degrado culturale di questo ambiente affaristico-politico-giornalistico. Peccato; ne uscirebbe qualche capolavoro.

Scalfendo un poco l’epidermide, possiamo citare lo scoop fatto il 15 marzo da .com (puntocom) e che nessuno si è sognato di smentire. Questo giornale ha appurato che Mieli, prima di scrivere il suo “editto” in favore del centro-sinistra, ha convocato e sentito tutti i reali proprietari del Corriere, quelli del “patto di sindacato” del RCS: Fiat, Pirelli (cioè Tronchetti che controlla pure Telecom), Ligresti (anch’egli pervicacemente attribuito a Berlusconi), Pesenti, Della Valle (Tod’s), Lucchini, Merloni, Bertazzoni, Edison, Mediobanca, Intesa (Bazoli), Generali, Capitalia, Gemina (Romiti). Quel patto di sindacato, detto per inciso (un inciso rilevante), che doveva essere disdettato entro il 30 giugno di quest’anno in vista della scadenza fissata alla stessa data del prossimo anno, e che è stato frettolosamente rinnovato in questi giorni fino al 2009 (in tale patto dovrebbe entrare anche Benetton, cui viene offerto un 5% della quota ancora in mano a Ricucci; il problema è stato al momento rinviato a dopo le elezioni). Tornando all’editto di Mieli, non c’è stata semplice maggioranza, ma unanimità della proprietà sopra indicata nel placet ad esso. Per cui è pura divisione delle parti quella che si è vista all’assemblea degli industriali a Vicenza, dove Montezemolo ha dichiarato di “non tirarlo per la giacchetta” onde farlo schierare politicamente, mentre Della Valle assumeva il ruolo dell’attacco frontale a Berlusconi. Ed è uno spettacolo indicativo e veramente “edificante” vedere il vertice confindustriale (con tutti i proprietari della RCS sopra indicati) attaccato – per un giorno – da Berlusconi e tutto il centrosinistra difenderlo a spada tratta ed essere addirittura indignato per tali “proditorî” attacchi.

Nel Corriere, è stata sollevata qualche perplessità sull’editto di Mieli solo da parte di tre editorialisti: Romano, Ostellino, Panebianco. Chiuso con lo scoop, mi piace ricordare – perché è ufficiale, ma la “ggente” sembra non sappia leggere – che, avendo Mieli ammesso che qualche editorialista non perfettamente allineato poteva continuare a scrivere i suoi articoli (tanto si può contare sull’autocensura che si impone chi prende qualche migliaio di euro per ogni editoriale e non vuol rischiare di perdere una simile manna), il consiglio sindacale del giornale, facente parte della maggioranza della FNS (federazione nazionale della stampa) diretta da Serventi Longhi, ha criticato Mieli asserendo che in nessun caso era ammissibile che si potesse scrivere anche un solo articolo fuori della linea stabilita dal Direttore. Che spirito aperto e che sensibilità democratica!

 

2. E adesso scendiamo al di sotto dell’epidermide, dove la luce non penetra e dove l’intrico di fasci muscolari e nervosi, di vasi sanguigni ecc. è assai meno bello a vedersi che non il corpo umano “dall’esterno” (di per suo ormai già ampiamente rugoso e cascante, quasi in decomposizione). Innanzitutto, gli schieramenti politici. Andando diretti al cuore del problema, vediamo quale sarebbe il programma massimo di coloro – le oligarchie finanziario-industriali parassitarie apparentemente vincitrici nel recente scontro sulle banche, ma ormai sull’orlo di un netto e decisivo declino che purtroppo potrebbe causarci gravi danni entro i prossimi tre-cinque anni – che senza dubbio sembrano avere al momento il maggior numero di carte in mano. Schematizzando, si desidera il successo del centrosinistra per motivi che vedremo in seguito. Un successo non del tutto schiacciante, ma che nel contempo deve essere accompagnato dal più forte ridimensionamento possibile di Forza Italia (e anche Lega) con crescita di AN e UDC nell’ambito del centrodestra sconfitto.

Un successo troppo schiacciante – che tuttavia si può ottenere in numero di seggi anche se non in numero di voti grazie al forte premio di maggioranza – farebbe crescere comunque, con il proporzionale, la forza dell’ala “estrema” (detto per accettazione degli stereotipi correnti) della sinistra: Rifondazione, PdcI, verdi. Un simile risultato renderebbe più difficile l’obiettivo – che è nelle intenzioni delle oligarchie; non certo subito ma entro un congruo periodo di tempo – di tagliare queste estreme con il “salto della quaglia” di UDC e (almeno parte) di AN. Tuttavia, fin da subito, cioè ancor prima di detto salto, il Governo dovrebbe garantirsi la possibilità di una politica a “geometria variabile” dove su certe misure – ad es. sul mercato del lavoro o per certe limature al sistema pensionistico – si accetterebbero i voti dei suddetti settori della destra senza liquidare, anzi chiedendo la sua fedeltà di fondo malgrado un voto contrario (per “salvare l’anima”), l’ala “estrema” sopra segnalata. Con una vittoria troppo schiacciante, però, quest’ala sarebbe in difficoltà a giustificare una eccessiva arrendevolezza di fronte alla sua “quota di mercato” elettorale; e potrebbe perciò essere obbligata a creare qualche ostacolo all’attuazione delle misure “liberali” che le oligarchie comunque desiderano (appunto sul lavoro e su altro, sempre per i motivi che vedremo più avanti).

Se però ci fosse una vittoria di misura, ma con rafforzamento di FI e indebolimento di AN e UDC, la questione diverrebbe veramente complicatissima. Nessuna sostituzione, nessun “salto della quaglia” sarebbero bastevoli. Per riprendersi i voti (in fondo “democristiani”) che affluiscono in FI – e che, una volta in libera uscita, andrebbero a distribuirsi tra i vari destri e sinistri addensantisi al centro: Udeur, Nuova DC, UDC, Margherita, una parte però ad AN e un’altra, difficilmente valutabile, alla Lega – bisognerebbe, verificandosi tale “sfavorevole” evenienza, trattare con Berlusconi la sua uscita dalla politica. Quest’ultimo, a mio avviso, sa di perdere; non può non sapere quel che sanno perfino i tipi come me: i continui incontri tra Mastella, Rutelli, Casini, Follini, e altri del genere (anche minori) per trattare e concordare l’accerchiamento del Premier, i termini migliori per costringerlo alla sconfitta e poi alla resa, ecc. Sintomatico che, quando il centrodestra era in caduta libera nei sondaggi, Casini-Fini abbiano sospeso le loro polemiche apparentemente suicide per il timore di una troppo schiacciante vittoria degli altri, che avrebbe reso poco preziosi i loro servigi. Quando i sondaggi si sono invertiti (come tendenza, non in assoluto) e, soprattutto, è andata crescendo FI rispetto a loro, essi hanno subito ripreso a “smarcarsi” a pochi giorni dalle elezioni; cosa che nessuno che non sia in “intelligenza con il nemico” farebbe mai. Nell’ultima parte della campagna elettorale debbono però accettare un minimo di unità d’azione, nella speranza che ciò non nuoccia loro troppo. Non basta affatto, lo ripeto, la vittoria del centrosinistra, a questo punto scontata; è fondamentale tutto il resto: una vittoria buona ma non eccessiva e, soprattutto, una crescita di AN e UDC  a spese di FI e anche della Lega. Altrimenti, se FI e Lega crescono e gli altri destri vanno in affanno, la vittoria costerà molto cara alle oligarchie di cui sopra. E Berlusconi cercherà di vendere al meglio il proprio ritiro; questo non faciliterà per nulla la politica dei vincitori.

Andiamo avanti. Il progetto delle oligarchie in questione non è nella sostanza cambiato rispetto a quello del 1993-94, epoca di “mani pulite” e della distruzione giudiziaria del centrosinistra di allora (DC-PSI) che si sarebbe voluto sostituire (lo volevano gli USA e le nostre oligarchie allora dirette da Gianni Agnelli) con i diessini (i “rinnegati” del “comunismo”) e quei pochi diccì salvati, ad arte, dal “diluvio”. A quell’epoca, per vari motivi (illustrati dal sottoscritto assieme a Costanzo Preve ne Il teatro dell’assurdo) si verificò un accidente storico (quello che scherzosamente si definisce “il naso di Cleopatra”): entrò in politica Berlusconi, si presentò come una sorta di Reagan o Thatcher italiano e raccolse il blocco sociale dei “ceti medi”, delle partite IVA, dei lavoratori autonomi, più qualche altro. Oggi, malgrado le coup de Théâtre all’assemblea degli industriali a Vicenza (su cui torneremo), non credo si verificherà un altro accidente storico; per cui si può ragionevolmente prevedere la vittoria del centrosinistra che tuttavia – e questo va detto senza mezzi termini per gli ipocriti che fingono di essere ingenui, di non capire la cosa  – è la vittoria delle oligarchie di cui si sta parlando. E allora scendiamo ancora più in profondità, non prima però di una deviazione atta ad evitare poi possibili equivoci.

 

3. La “ggente” è talmente “ben abituata” a considerare intangibile quello che Lenin definiva il miglior involucro della “dittatura della classe capitalistica” (cioè la Repubblica democratica borghese) che non vede altro se non le elezioni e il voto; se non si vota per uno, si deve votare per l’altro, se non si sta con uno, si deve per forza stare con l’altro. Quando scoppiò la Grande Guerra, Lenin affermò con forza che si trattava di una lotta tra due bande di briganti e assassini (di quelli che il recentissimo film americano Syriana ci ha mostrato con buona evidenza; la “gente per bene”, che si autopremia e si autonomina presidente di questo e di quello, mentre i suoi sicari uccidono in giro per il mondo); e questa lotta doveva essere utilizzata al meglio per smascherarle entrambe e combatterle senza tregua.

Oggi, per nostra fortuna, non ci sono, almeno in Europa e in Italia, eventi drammatici come quelli del 1914-18 e decenni successivi; rischiamo perciò molto meno. In ogni caso, nel nostro paese – teatro di un conflitto tra dominanti che non sono solo quelli italiani, ma soprattutto invece le varie frazioni di quelli euro-americani – le diverse bande sono arrivate ad uno scontro al calor bianco in cui, come sempre avviene quando ciò si verifica, ognuno rivela la verità dell’altro, cioè la furfanteria dell’altro. Prendere posizione per l’uno o per l’altro è essere complici di uno dei due; e questa complicità, alla fine, sarà pagata. E che nessuno, al momento opportuno, venga a raccontare che non sapeva, non vedeva, ecc. Le bande ci stanno dicendo come sono fatte, ci raccontano quello che stanno facendo per saccheggiare il paese (solo che ognuna rivela quello che è l’altra); chi non vede, chi non sente, per poter stare con il vincitore, è complice. Nessuna scusa più! E per nessuno!

Per gli amanti del cinema, ricorderò quanti bei film americani abbiamo visto in cui c’è una banda (diciamo per semplicità quella di Al Capone) che sta mettendo a soqquadro Chicago. Normalmente in quei film vi è sempre il poliziotto buono che alla fine prevale; lasciamo stare questa storiellina edificante che nei film si deve sempre raccontare. Invece, l’interessante è che spesso vengono a galla degli outsider, dei pretendenti che vorrebbero prendere il posto di Al Capone; e alla fine si scatena la bagarre. Questi pretendenti successori sono spesso dei balordi, dei “furbetti” che non hanno stoffa, e vengono quindi bastonati (eufemismo) e messi a tacere. Lo spettatore mai e poi mai parteggerà per questi ultimi; e non perché sono perdenti, ma per il buon motivo che non si vede quale alternativa essi rappresentino rispetto al gangster predominante. Tuttavia, lo spettatore “sano”, non sadico né masochista, si rende ben conto che il vincitore è comunque il peggiore, il più potente, il più devastante, il più “succhiasangue” dei cittadini di Chicago, ecc. Se uno spettatore parteggia per Al Capone, perché è il prepotente vincitore (e assassino che “ne ammazza di più”), allora vuol dire che è della stessa pasta di quest’ultimo. La metafora è chiara e chi si schiera con l’Al Capone (oligarchie italiane e straniere ben note), mostra il suo reale carattere.

E torniamo allora all’assemblea degli industriali a Vicenza. Berlusconi per i suoi motivi di “banda” (se volete, per il famoso “perso per perso mi vendo cara la pelle”) è partito in un attacco durissimo. Il “suo” Giornale, senza più remore e con molta lucidità, per qualche giorno ha rivelato tutte le magagne di certi settori oligarchici ormai alla frutta, con bilanci truccati, forse perfino sull’orlo del fallimento, che appoggiano (con l’editto di Mieli sul Corriere poche settimane fa) il centrosinistra per far man bassa nel paese, derubarlo, portare un bel po’ di soldi in salvo (Montezemolo ha i suoi fondi in Lussemburgo, solo per fare un esempio), ecc. I topi mirano a fare mille buchi nel formaggio, perché Fiat e Telecom, e lo stesso Benetton, ecc. non si trovano per nulla in situazione florida come cercano di far apparire per poter vincere le elezioni e poi mettere mano alle casse dello Stato e alle tasche della popolazione italiana. Questo è adesso posto in chiarissima luce (si veda l’esplicita e durissima prefazione dell’ex Presidente della Confindustria, D’Amato, al libro di Lodovico Festa Guerra per banche). Che a dirlo sia una delle due bande (sull’altra) non cambia lo stato delle cose; questa è verità, e non credo alla buona fede di chi si ostina a non volerlo sapere.

Ebbene, che cosa accade dopo gli attacchi di Berlusconi a Vicenza? L’intero centrosinistra (ivi compreso Bertinotti) si schiera indignato a difesa degli “offesi” Montezemolo e Della Valle, a difesa dell’intero establishment che, nel giro di pochi anni, si mangerà gran parte della ricchezza della nostra popolazione per salvare banche e industrie decotte (del tutto subordinate alla finanza americana). Quando ciò avverrà, poiché è stato adesso rivelato a tutte lettere, che nessuno faccia lo gnorri. C’è piena complicità, è inutile negarlo. Se uno è stupido e altro non sa fare se non schierarsi, ogni tanti anni, per un bandito o per l’altro, almeno non faccia finta di star scegliendo il “meno peggio”. Ci risparmi l’ipocrisia.

C’è un’altra avvertenza che mi preme segnalare. So benissimo che “la storia non si ripete mai”. Questo però nelle “forme di manifestazione” (appunto storico-concrete), non in certi contenuti di fondo; perché se nulla si ripetesse, sia pure in un qualche modo sempre differente, sarebbe veramente inutile far tesoro delle lezioni passate; basterebbe vivere in un eterno presente senza alcun progetto, senza alcuna precauzione, seguendo il solo istinto di sopravvivenza, il più elementare possibile. Certamente, le forme di manifestazione non sono inessenziali, anzi sono decisive per gli atteggiamenti politici, perché è a tali forme che bisogna far fronte, è in esse che si deve agire concretamente; ed ogni situazione è senza dubbio nuova. Tuttavia, i ragionamenti generali non sono pura futilità, danno indicazioni di massima, servono a preparare anche la strumentazione che poi dovrà essere impiegata, in forme specifiche, nelle varie situazioni storico-fattuali.

 

4. Il sottoscritto, e altri come lui, hanno la fortuna di avere alle spalle Marx e Lenin & C. Abbiamo anche Gramsci, che ha abituato a pensare a grandi blocchi storici, ai problemi della loro formazione attraverso pratiche egemoniche, ecc. Si tratta di un patrimonio che oggi la gran massa di lavoratori e di ceto medio (in specie improduttivo), che vota “a sinistra”, non conosce; non ha sentore nemmeno della sua esistenza. Si tratta in effetti di un elettorato cui è stata tolta ogni strumentazione razionale, e che quindi vota perché chi lo manovra sa sventolargli sotto il naso gli opportuni “stracci rossi” onde farlo caricare come un toro impazzito, ormai istupidito da una massa di meschini servitori del torero con le loro banderillas e il loro vile infierire sulla povera bestia dissanguata e annebbiata.  

Ci sono però ancora piccoli (e poi non troppo) gruppetti di persone che si dichiarano comuniste, marxiste; sembra tuttavia che abbiano imparato quattro precetti catechistici, che servono a stabilire l’appartenenza e la “militanza” in un dato clan, ma che non sono utilizzabili per una qualsivoglia analisi, magari al momento un po’ schematica, ma che comunque inizi a indicare un qualche orientamento di prima approssimazione.

Economia e politica non stanno sempre nello stesso rapporto, in ogni data congiuntura storica; così come spesso pensa il marxista rigido ed economicista, che sostiene essere il capitalista colui che comanda a bacchetta il politico. Non sempre è così, ci sono momenti in cui le parti perfino si invertono; o comunque, il politico agisce in stretto collegamento con l’agente economico-finanziario e tuttavia avendo una ben maggiore lungimiranza strategica. Ci sono però altrettante contingenze storiche in cui, senza dubbio, il politico è un povero guitto che recita la parte assegnatagli dai dominanti della sfera economica. In Italia, in questa fase, è indubbiamente così. Solo che la situazione è piuttosto asimmetrica.

Da una parte, vi è di fatto un solo imprenditore che è anche politico al servizio di se stesso. Però in qualche modo tenta di far creder che sta nel contempo difendendo gli interessi di un blocco sociale costituito, non completamente ma per l’essenziale, dal lavoro che definiremo “autonomo” (comunque non salariato). In realtà, in ormai un bel gruzzoletto d’anni che è sulla scena (e gli ultimi cinque al Governo), tale imprenditore-politico non si è speso poi molto per questo blocco sociale. Può facilmente avanzare la scusa di esserne stato impedito, dato che guida un’accozzaglia di forze del tutto disunite e con politiche “di servizio” degli interessi più disparati. Questa però non è scusa valida, perché è ovvio che un gruppo politico dirigente dovrebbe comunque saper operare una sintesi di posizioni diverse, e tuttavia operarla nella direzione della preminenza degli interessi del blocco sociale che di fatto ha scelto quale suo principale sostenitore.

Dall’altra parte, vi è un più cospicuo e articolato gruppo di potere finanziario-industriale che sostiene un’altra accozzaglia di forze che vorrebbero rappresentare interessi di difficile composizione. Qui è massima l’ipocrisia (“borghese”, cioè capitalistica) della separazione tra economia (che, in questa congiuntura storica italiana, dirige e comanda) e politica (che esegue in modo però disordinato e raffazzonato). Vedere le forze politiche di centrosinistra – purtroppo seguite da un elettorato ormai analfabeta in politica e frastornato da un ceto intellettuale e mediatico purulento e venduto al migliore offerente (e peggiore capitalismo) – che starnazzano sul conflitto di interessi dell’avversario, occultando l’ancor più grave conflitto di interessi esistente tra finanza d’assalto (quella dei crac Cirio e Parmalat ad es.) e una popolazione di cui si andrà vieppiù succhiando la ricchezza prodotta, è semplicemente scoraggiante.

Oggi abbiamo in Italia un assetto finanziario in movimento, ma non credo proprio molto autonomo. Non sto a ricostruire tutta la vicenda della lotta scatenatasi intorno ad Antonveneta e BNL, con meta ultima Mediobanca in quanto chiave della porta di accesso a Generali. In ogni caso, sembra del tutto evidente che Amro e Bilbao sono settori di eurofinanza molto legati a quella americana, mentre gli antagonisti – Deutsche Bank, Paribas, la giapponese Nomura, le Crédit Suisse, ecc., contrastati dall’azione dei principali gruppi dominanti italiani al servizio di quelli statunitensi – non possono essere considerati veri campioni di indipendenza e autonomia rispetto agli interessi USA, ma certamente fanno giochi appena un po’ meno servili rispetto a questi ultimi. In Italia esistono poi alcune grandi aziende in gravi difficoltà – assai più di quanto non appaia per ora ufficialmente – come Fiat, Telecom (forse la peggio messa) e probabilmente persino Benetton (almeno in parte); credo che anche la Tod’s non stia benissimo, ma comunque non credo che calzature, occhialeria (Luxottica), maglieria e via dicendo (con l’aggiunta del mitico Turismo) rappresentino settori di punta in grado di migliorare le pessime previsioni circa le sorti del nostro sistema economico. Abbiamo imprese importanti come l’ENI e la Finmeccanica (e pochi altri “gioielli”) che non sono per nulla sostenute; si sa invece di piani per il loro smembramento e decisivo indebolimento – sempre a favore di settori economici euroamericani – che si tradurrà in quello più generale della nostra economia.

C’è insomma un complessivo smottamento del settore grandeimprenditoriale verso una crescente dipendenza dal paese centrale dominante. Malgrado l’indubbia politica filoamericana (e filosionista) del centrodestra, i piani complessivi messi in atto da raggruppamenti bancari in stretto collegamento e dipendenza dalla finanza americana, il tentativo di ridimensionamento della grande impresa decotta con trasferimento di fondi ad altre attività in genere situare all’estero, l’intenzione di spezzettare le imprese di punta smussando le loro indubbie capacità competitive (sempre a tutto vantaggio dell’economia predominante), rappresentano processi innescati e cui viene dato netto impulso da parte di quei nostri gruppi economico-finanziari (nettamente servili rispetto agli USA) che hanno dato il loro chiaro appoggio al centrosinistra con l’editto Mieli sul Corriere.

Vediamo intanto alcuni sintomi di tali processi assai negativi per l’Italia. In primo luogo, l’appoggio dei giornali finanziari americani al centrosinistra. Qualcuno si chiede come mai si verifica questo “strano” fenomeno, dato il servilismo totale di Berlusconi agli interessi USA? E si chiede perché l’agenzia Moody’s sostiene che l’economia andrebbe meglio con un Governo Prodi? Forse si pensa che le società di rating americane siano il tempio della pura tecnicità e della valutazione oggettiva delle situazioni economiche e finanziarie? Moody’s e Standard & Poors sono le più importanti società del genere. E un’altra società finanziaria (di asset management) da non sottovalutare è la Goldman Sachs di cui era vicepresidente l’attuale Governatore della Banca d’Italia Draghi e che fu consulente del Bilbao per la scalata alla BNL (pur se la Goldman ha legami stretti con il Crédit Suisse, una delle banche che appoggiavano invece l’Unipol; questo a dimostrazione della complicatezza e trasversalità di questi “giochi” finanziari). Ebbene, tutte queste società emisero pareri positivi e rassicuranti in merito ai bond argentini e all’affidabilità di Cirio e Parmalat pochi mesi prima che si verificassero i disastri e crac ben noti. O abbiamo a che fare con organismi che hanno usurpato la loro nomea oppure – ed è questo il caso – essi fanno gli interessi di precisi gruppi e, in ultima analisi, di quelli USA, favorendo la tosatura di centinaia di migliaia di risparmiatori per la migliore riuscita dei giochi finanziari dei predominanti. E questi organismi finanziari americani truffaldini appoggiano appunto (è proprio strano?) il centrosinistra, non il più servile centrodestra.

Veniamo ad un altro sintomo, ad un “albero” piuttosto grosso che è un buon indizio di come andrà crescendo la “foresta”. Malgrado abbia ultimamente presentato bilanci in netto miglioramento (che qualcuno, maliziosamente, pensa siano poco veritieri), la Fiat ha cominciato a chiedere il prepensionamento a 48 anni di un numero imprecisato di lavoratori. E i maliziosi pensano che, come ha fatto nell’arco dell’oltre mezzo secolo seguito alla seconda guerra mondiale, tale impresa chiederà ancora finanziamenti allo Stato nelle più svariate forme, sia dirette che indirette (magari rispolverando, dopo i prepensionamenti, la cassa integrazione, ecc.). Nel contempo, il suo Presidente Montezemolo – assieme a Della Valle, Merloni, Monte dei Paschi e Unicredit – ha creato la società Charme in Lussemburgo (uno dei Paradisi fiscali). Questa società ha fatto una joint venture con una azienda cinese per export-import di cachemire (prodotto veramente strategico, di punta, com’è ben noto) in Italia e, da qui, nei paesi dell’area mediterranea. Il progetto mi sembra lineare: si dismetterà (ci si ritirerà comunque) gradualmente dalla Fiat – ma non dopo aver attinto il più possibile, e in varie guise, alle casse dello Stato (cioè, in definitiva, alle “nostre tasche”) con la scusa di “salvare” i poveri lavoratori e il cospicuo indotto – e si trasferiranno i fondi alla società appena nominata, che si ingrosserà (e ingrasserà) a detrimento ulteriore di migliaia di piccole imprese del settore già in crisi per la concorrenza cinese.

Nello stesso mentre, l’Eni viene ostacolata – e non dall’attuale Governo, il cui Premier non parla a caso del suo “amico” Putin – in importanti progetti con la Gazprom; e precisi ambienti di “sinistra” vorrebbero addirittura smembrare l’azienda che fu diretta da Mattei, favorendo la presa centrale del capitalismo USA e la disseminazione di suoi centri locali che si unirebbero alle varie aziende (di energia) municipalizzate (circa 700 di cui almeno l’80 e anche più % controllate da amministrazioni di centrosinistra) costituendo, con l’appoggio di vari istituti di credito e relative fondazioni bancarie, ecc. una ramificata rete di potere locale, estremamente corruttore attraverso il mantenimento di vaste clientele politiche e intellettuali formanti una fitta, ultracapillare, ragnatela sull’intero territorio nazionale. Nella stessa direzione viene condotta un’azienda di punta come la Finmeccanica, che anche recentemente ha perso importanti contratti con la Cina (acquisiti soprattutto da imprese francesi) proprio per la mancata copertura di “appoggi diplomatici” adeguati. Qui certo la colpa spetta al centrodestra governativo; ma l’altra parte – così pronta a schierarsi a difesa dell’oltraggiato vertice confindustriale rappresentato da dirigenti di imprese decotte legate alla peggiore finanza parassitaria (e subordinata a quella statunitense) – non ha levato una sola parola di critica per questa politica rinunciataria, evidentemente ispirata dagli interessi strategici USA, che non vedono di buon occhio trasferimenti di tecnologie avanzate in direzione della Cina (solo con il cachemire si possono fare affari con questo paese).

Tutto questo fa capire perché, malgrado il discorso di Berlusconi al Congresso americano (che ha sollevato l’invidia isterica degli avversari), i principali giornali finanziari americani e le sunnominate maggiori società finanziarie e di rating di quel paese appoggino pienamente la prospettiva di un futuro Governo di centrosinistra. I discorsi di servilismo filoamericano (e filosionista) sono certo importanti; ancor più lo è la politica estera di appoggio alle aggressioni imperialistiche americane (con l’invio di truppe italiane in Afghanistan e Irak; ma chi appoggiò il “democratico” Clinton nell’aggressione all’Jugoslavia con quella mostruosamente ipocrita scusa del “genocidio” dei kosovari, ampiamente smentito dall’ufficialissimo rapporto OCSE dell’ottobre 1999? Qualcuno lo ricorda ancora? Io si). E tuttavia, non possono essere messe da parte le motivazioni d’ordine economico e finanziario, soprattutto quando riguardino settori così importanti come l’energia; per cui non si può perdonare a nessuno il tentativo di fare accordi rilevanti con la Gazprom russa, che potrebbe rifornire in modo troppo pregnante (e, alla lunga, politicamente rilevante) vari paesi soprattutto dell’Europa dell’est, oggi riserva di caccia degli USA e che hanno reso l’Europa per null’affatto competitiva verso il paese dominante centrale. Si capisce l’antifona? Per quanto più ipocriti e “coperti”, i “sinistri” non sono meno filoamericani dei “destri”, se guardiamo alla sostanza e non agli “specchietti per le allodole” (essendo queste ultime i poveri e frastornati elettori del più gigantesco e corrotto ambiente economico-politico-giornalistico che sia mai esistito in Italia dalla fine della seconda guerra mondiale; e qui rinvio alla “epidermide” dell’inizio).

 

5. Solo quattro parole sul balletto di cifre e insulti relativi alla questione della tassazione o meno delle cosiddette rendite finanziarie. Tra accuse e smentite, beato chi ci capisce qualcosa. Ho però sentito con le mie orecchie Fassino dire in TV che l’aliquota di tassazione non verrà alzata sui titoli di Stato già in possesso dei cittadini. Per quelli futuri quindi…. Ho sentito i leader di sinistra (e Bertinotti quasi in particolare) trincerarsi dietro i “furbetti del quartierino” (Ricucci, Fiorani & C.) per sostenere che bisogna tassare le “rendite”. Nel caso di questi signori si tratta in realtà di plusvalenze (su giochi speculativi o scalate varie) tradottesi poi spesso – vedi proprio il caso di Ricucci per quanto concerne la sua quota in RCS – in forti minusvalenze. Inoltre, se qualcuno pensasse di tassare solo le “rendite” di patrimoni di quella consistenza, non si ricaverebbero che spiccioli. Ho però sentito Bertinotti affermare invece che può stare tranquillo (solo) chi ha meno di 100.000 euro in titoli. Questi sono, in teoria, 200 milioni di vecchie lire; in realtà, dato l’innalzamento del costo della vita dopo l’introduzione dell’euro, equivalgono al massimo a 120-130 milioni. Questi sarebbero patrimoni di rentier parassiti? E se invece che in titoli di Stato, sono investiti in fondi obbligazionari o misti, che rendono quanto il tasso ufficiale di aumento del costo della vita (enormemente inferiore a quello reale), la situazione si presenta diversa?

Ulteriore problema, la tassa di successione. C’è chi sostiene, a sinistra, che verranno colpiti i “grandi” patrimoni al di sopra di 500.000 euro. Nella via “vecchia” della cittadina dove abito (35.000 abitanti), un appartamento di 100 mq. (senza dubbio “signorile”, ma di dimensioni certo non megagalattiche; e con garage a parte) vale grosso modo quella cifra. Bertinotti ha però affermato che tale tassa va applicata ai patrimoni di 180.000 euro. Per trovare sempre 100 mq di abitazione a quel prezzo, ci si deve spostare in comuni (di 5-10.000 abitanti) nella zona non collinare (“bassa” e nebbiosa) della suddetta cittadina. Credo siano inutili molti commenti C’è qui un vero deficit culturale della “sinistra” che si pagherà caro a non lungo termine. Tassare le cosiddette rendite e i “grandi” patrimoni appena citati significa aggredire la media e anche piccola “borghesia”, cui in realtà appartengono ampie quote di lavoratori dipendenti di media, o perfino medio-bassa, fascia salariale (e i pensionati da 1500-2000 euro al mese). Tutto questo mentre una consistente parte del ceto politico e intellettuale di sinistra fa la bella vita, scialacqua e frequenta, come già considerato all’inizio, i più corrotti e ricchi ambienti di profittatori, affaristi, speculatori (finanziari e immobiliari) che abbiamo nel nostro paese.

L’ineffabile economista Giavazzi sul Corriere si è prodotto in funambolismi per dimostrare che con l’aumento della suddetta tassazione, ogni famiglia italiana perderebbe pochi euro all’anno, mentre è invece essenziale – la solita “vecchia canzone” – ridurre il debito pubblico sempre crescente (in realtà, dal 125% del PIL di alcuni anni fa, esso è oggi al 106%; diciamo quindi semmai che sta attualmente ricominciando a crescere). Giavazzi, non si sa perché, fa calcoli partendo da diversi livelli di reddito delle famiglie; a me sembra che il problema sia il portafogli titoli, e quanto poco rende, e non il reddito familiare. In secondo luogo, questi economisti, che prendono fior di quattrini per ogni cretinata scritta sui giornali dell’establishment, dovrebbero pensare ai loro soldi e non far conti in tasca a chi “sbarca il lunario” con difficoltà. Inoltre, con l’aumento del 7,5% delle trattenute sui rendimenti, i titoli di Stato dovrebbero essere emessi a tasso di interesse più alto; con quali benefici per il debito pubblico, che tanto preoccupa l’inclito economista, si può facilmente immaginare. Infine, ricomincia appunto il terrorismo su tale debito e, nel contempo, i giornali delle oligarchie parassitarie italiane (dal Corriere al Sole 24 ore) – che appoggiano ipocritamente chi ormai ben sappiamo – rilanciano l’allarme sulle pensioni che sarebbero di nuovo una “mina vagante”, per cui bisogna ridurre i trattamenti previdenziali; ecco dove si vuol arrivare! L’intento, ormai scoperto e luminoso, è scremare ogni ceto sociale non ricco, farsi poi dare in varia guisa un mucchio di finanziamenti dallo Stato, governato dai loro amici e fiduciari (cioè servi), per poi trasferirli in altre attività, possibilmente all’estero.

E’ inutile essere ipocriti e raccontare balle, trincerandosi dietro i patrimoni di immobiliaristi d’assalto che hanno osato scalare i santuari dell’ambiente finanziario-giornalistico (e industrie decotte), il quale partecipa, fra l’altro, alle feste e banchetti già considerati, cui prendono parte anche altri immobiliaristi (Caltagirone, ecc.) che stavano con i Ricucci e Fiorani nel risiko bancario, ma che si sono “riciclati” non appena vista la mala parata; un ambiente finanziario che, detto per risvegliare la memoria di molti con tanta voglia di dimenticare, aveva favorito, con l’appoggio delle società finanziarie e di rating americane, i vari disastri e crac lesivi degli interessi di molti piccoli risparmiatori, mentre veniva difeso ad oltranza in quell’occasione Fazio (come fece Montezemolo nel discorso di insediamento al vertice di Confindustria) e costretto alle dimissioni Tremonti che voleva, per “motivi suoi”, andare a fondo sulla mancanza di controllo da parte del sistema bancario e della Banca Centrale.

In realtà, non si “tirano su” i soldi necessari, “ufficialmente”, per programmi come quelli relativi al cosiddetto “cuneo fiscale” – cioè alla riduzione del costo del lavoro (in parte a favore dei lavoratori e in parte per le imprese), che vorrebbe essere di cinque punti corrispondenti a dieci miliardi di euro – tassando solo le “alte” rendite e i “grandi” patrimoni. Tutti i calcoli indicano che si ricaverebbe all’incirca solo un quarto della cifra necessaria pur aumentando del 7,5% la trattenuta sui rendimenti dell’intero parco titoli; e con una imposta successoria pressoché generalizzata. Inoltre, sappiamo benissimo che, al di là delle menzogne “ufficiali”, i veri scopi dell’appoggio dell’oligarchia più volte nominata al centro-sinistra sono: la necessità di ottenere ampi finanziamenti per far galleggiare ancora per qualche tempo le grandi imprese decotte, promuovere fusioni bancarie e l’assalto a Mediobanca-Generali, effettuare l’ampio trasferimento di fondi in imprese legalmente situate in paesi del “Paradiso fiscale”, trasformare l’apparato economico-finanziario-industriale italiano in un sistema “di nicchia” (cui accennerò poco più sotto) all’interno dell’egemonia statunitense. Quindi, per favore, bando alle “balle”.

Vediamo, così a spizzico, qualche altro sintomo del malaffare economico e politico cui si dedica il complesso finanza (parassitaria)-industria (decotta) di cui sopra. Sempre l’ineffabile Giavazzi ha sostenuto che in Italia, a causa del monopolio dell’ENI sulle reti di distribuzione, le imprese pagano l’energia il 35% in più della media europea. E’ stato immediatamente smentito (e al momento zittito) in base ai dati di Eurostat, secondo cui i prezzi energetici italiani sono in perfetto allineamento con la media europea, del 28% inferiori a quelli tedeschi e del 3% inferiori a quelli francesi. Il tutto indica che un economista che scrive per conto del Corriere (giornale della peggiore oligarchia italiana che ha preso la posizione politica ben nota) cerca di dimostrare la necessità di indebolire e smembrare il sedicente monopolio ENI, con ciò confermando plurime voci, da me raccolte per altre vie, secondo le quali esiste una precisa volontà dell’establishment finanziario-politico-giornalistico di portare un attacco decisivo ad una possibile politica italiana di qualche po’ più indipendente rispetto alle bande euroamericane, una politica che magari tenti anche di collegarsi ai flebili vagiti di autonomia europei, per la verità al momento sempre più rari. Se uno rivedesse – come ho fatto in questi giorni – il film Enrico Mattei (di Rosi del 1972), resterebbe stupefatto nel sentire riportate in esso affermazioni incredibilmente simili a quelle fatte oggi da certi ambienti economici, assieme a politici e giornalisti (di destra e ancor più di sinistra), per giustificare l’indebolimento della nostra azienda energetica (così come fu fatto da D’Alema nei confronti della Telecom di Bernabè all’epoca della sua cessione ai “capitani coraggiosi”, del tutto fallimentari e poi finiti assai miseramente nel recente tritatutto della “guerra per banche”).

 

6. Lasciamo tuttavia perdere queste “quisquilie” (si fa per dire!) e andiamo a delineare in modo molto succinto e schematico il quadro strutturale della società italiana. Al vertice, un ristretto insieme di gruppi finanziari e industriali (decotti), già impinguati, senza risultati di rilancio aziendale, dalle varie privatizzazioni (effettuate, in modo bipartisan e assai equanime, da ogni Governo negli ultimi 10 anni), gruppi che hanno l’intenzione (da saprofiti) più volte sopra esposta. Essi hanno già conosciuto scontri interni negli anni scorsi (si pensi al periodo dei crac citati), ma stanno momentaneamente uniti per conquistare il Governo del paese, avendo scelto, per la congiuntura storica presente, di farsi rappresentare dal centrosinistra (con tutta una serie di infiltrazioni, coperte e molto “trasversali”, nell’altro schieramento). Dopo aver ottenuto il primo successo – il Governo del paese – riprenderanno le lotte intestine che, del resto, non sono puramente interne all’Italia, bensì connesse a quanto avviene sullo scacchiere, soprattutto finanziario, internazionale dove la netta prevalenza spetta ancora, almeno in rapporto a questa meschina Europa, al capitale statunitense. Assisteremo perciò, probabilmente, anche a guerre (tra miserabili profittatori) combattute da imprese italiane per spartirsi il bottino (per es. credo che Telecom, e quindi Pirelli, e Fiat entreranno in collisione al momento opportuno per la spartizione dei fondi destinati, con le più diverse modalità, ad aiutare le imprese in difficoltà; ma è solo un esempio).

Sotto questo vertice, stanno i non dominanti (e i dominati veri e propri), divisi molto all’ingrosso in due grossi raggruppamenti che sono stratificati entrambi in un numero assai ampio di livelli di reddito. Si tratta del lavoro salariato e di quello cosiddetto autonomo. In quest’ultimo ci stanno i professionisti (le cosiddette arti dette liberali) e poi anche una serie di piccole e piccolissime (micro) imprese. Si tratta di milioni di persone, le cui attività hanno una media di personale dipendente inferiore a due unità (quindi, assai vasto è il numero di quelle puramente individuali). Pensare al lavoro autonomo come “ceto medio” mentre il lavoro salariato sarebbe il “proletariato” (o comunque quel Lavoro che certi “marxisti” vedono in costante lotta contro il Capitale), è un atteggiamento semplicemente demenziale. I non dominanti (ma comunque tendenzialmente ricchi o almeno ben agiati) e i veri dominati (relativamente poveri e spesso in situazione di disagio e precarietà) sono distribuiti in entrambi i due grossi e largamente maggioritari segmenti della popolazione (non sono in grado di dire dove passa la divisione tra le due “classi”, e le loro rispettive dimensioni all’interno dei due segmenti in questione).

In entrambi i due raggruppamenti, vi sono ampie sacche di precariato. Tutti guardano al solo lavoro salariato, quello a tempo determinato, ma sembra che non ci si accorga dell’enorme numero di micro imprese (esercizi, bottegucce, ecc.) che aprono e chiudono ogni tanti mesi o resistono al massimo un anno o due. Nel lavoro autonomo è ovviamente più facile l’evasione fiscale. Tuttavia, a parte il fatto che un numero alto di lavoratori dipendenti esercita in nero al di fuori dell’orario di lavoro (per integrare il salario ormai eroso dal costo della vita), se si abbandonasse la retorica della “lotta all’evasione” ci si accorgerebbe che, senza quest’ultima, una grossa quota dei lavoratori autonomi dovrebbe “chiudere bottega” creando una questione sociale di primaria acutezza. E’ ora di dirlo con grande chiarezza e senza l’ipocrisia dei “difensori dei lavoratori”: la più gran parte degli “autonomi”, con i suoi piccoli capitali investiti, non potrebbe esercitare la sua attività – ovviamente in settori a ben scarsa produttività e valore aggiunto – se non riuscisse a nascondere al fisco almeno un terzo dei suoi introiti. La lotta all’evasione ha senso nei confronti di ben altri “ricchi”, ma qui si tratta più di elusione che di evasione; e non è per nulla facile contrastarla con successo contro schiere di avvocati e commercialisti messi in campo da chi ha veramente tanti soldi, molto spesso poi spediti nei Paradisi fiscali dove non so come si facciano a tassare; e infine, se è questione di giustizia far pagare le imposte a quei livelli di reddito e di ricchezza, non si tratterà comunque mai di introiti in qualche modo sufficienti agli scopi dichiarati di politica economica. 

Una qualsiasi forza politica popolare seria dovrebbe difendere in egual misura sia i precari del salariato che quelli del lavoro autonomo. Ma le oligarchie finanziario-industriali di tipo euroamericano – attive in settori dove rischiano i crac se nei prossimi anni un Governo amico (servo) non fornisce loro, spesso in forme mascherate e truffaldine, ampi rifornimenti – hanno scelto, nella congiuntura di più breve momento, di pestare intanto sul lavoro autonomo (facendo finta che sia composto tutto da “furbetti del quartierino”), utilizzando le “truppe cammellate” del lavoro salariato mosse da sindacati come la CGIL che, su 5,5 milioni di iscritti, ne ha tre di pensionati e due e mezzo di lavoratori attivi. Nel mentre proseguirà per qualche anno questa scrematura – e sperando che ciò non comporti una crisi sociale di prima grandezza – si insisterà nel tentativo di costituire lo schieramento centrista “moderato”, cercando di rivoluzionare profondamente gli attuali assetti politici, emarginando “le ali” e recuperando, in quanto personale politico “molto sensato e affidabile”, gente come Fini e Casini o loro similari del prossimo futuro, ecc. In questa direzione, il battage sul partito democratico è puro fumo negli occhi; l’ambiente economico-politico-giornalistico che si appresta a saccheggiare le nostre risorse sa bene che, in un paese cattolico come l’Italia, non ci si può affidare ai (presunti) “laici” (del resto assai più disgustosi e invisi al popolo di quanto non lo siano i non laici, perché più elitari, sprezzanti, prepotenti, corrotti e privi di qualsiasi etica o valore). E’ chiaro che l’establishment cercherà invece di recuperare quei centristi custodi delle tradizioni religiose e fortemente conservatrici.

Ma ogni cosa a suo tempo. Intanto, si scremi il lavoro autonomo. E a ciò serve la “sinistra” e l’uso spregiudicato dei sindacati (con la finta concertazione), nel mentre verrà portato progressivamente in primo piano, ma con lentezza che potrebbe anche rivelarsi eccessiva, il progetto di più stretto controllo illiberale, intensificando il potere locale, quello ramificato e corruttore che avvolga come una ragnatela l’intero territorio; e si porranno allora via via in primo piano l’eccessiva rigidità del mercato del lavoro (per cui non si arriverà solo a difendere la Biagi, ma si vorrà andare anche oltre), il tema sempre ricorrente del Debito Pubblico da abbattere rivedendo in profondità lo Stato sociale (in specie pensioni e sanità, che sono le due partite correnti di gran lunga più elevate), l’accelerazione del processo di fusioni bancarie in stretta dipendenza con i settori finanziari euroamericani, il salvataggio di grandi imprese decotte e la spinta – mediante ulteriori privatizzazioni e finanziamenti dello Stato a gruppi privati – ad una maggior concentrazione imprenditoriale anche nell’industria e nei servizi, rovinando ulteriormente decine o centinaia di migliaia di piccole attività “autonome”, assai probabilmente senza grandi guadagni di produttività ed efficienza, ma solo con l’ulteriore accentuazione del potere politico sul territorio nazionale, e con la subordinazione ai progetti dei dominanti capitalistici geopoliticamente centrali (USA e loro “appendici” europee).

 

7. Le oligarchie in oggetto sperano che, nel frattempo, riparta la congiuntura economica in modo da avere un po’ più di respiro. In effetti, si continua a ripetere che, nei primi mesi del 2006, vi sono ormai segni precisi (crescita del gettito IRAP, aumento dell’attività industriale, delle esportazioni, ecc.) di una ripresa d’attività. Non so come valutare questi dati, visto che le menzogne degli istituti di rilevazione statistica sono state clamorose negli ultimi anni. Ma ammettiamo pure che la ripresa sia in atto; e questa non è merito del Governo attuale (che non ha fatto nulla per favorirla), ma tanto meno del Governo futuro che invece si gonfierà il petto proclamando di aver salvato l’Italia. Anche in tal caso, non mutano i dati di fondo riportati pur succintamente nel precedente paragrafo. La crisi italiana non è di pura economia, ma riguarda la struttura sociale e le future strategie per un vero rilancio del sistema nel suo insieme.

E’ del tutto evidente che l’intenzione di chi prevale nell’attuale congiuntura è quella di far diventare tale sistema nel suo insieme una grande “economia di nicchia” all’interno della più ampia egemonia imperiale statunitense, cercando un’aurea mediocrità nella dipendenza, nel diventare “i camerieri” dei dominanti geopolitici globali. L’Italia è più importante di quanto si voglia ammettere; ma è appunto importante in quanto campo di battaglia tra diverse fazioni euroamericane per la supremazia nel servire gli interessi della prevalenza USA all’interno dell’Europa; servizio che verrà lautamente retribuito alla fazione che si affermerà con più decisione. Il nostro paese sarebbe pure importante se un domani si profilasse infine, nell’ambito di quest’area così in decadenza, una corrente realmente indipendentista e di autonomia, una corrente che non potrebbe essere puramente nazionalista (ridicolo!), ma nemmeno semplicemente europeista in senso globale. Sarebbe invece necessario “bypassare” gli organismi comunitari europei (quella Commissione già diretta dall’euroamericano Prodi, nonché la Banca Centrale Europea, che più che amministrare malamente l’area monetaria comune non sa fare, ecc.) per stabilire una serie di legami con gruppi economici e politici in vari paesi europei, eventualmente (ma non saprei dire se e quando) interessati a contrastare la centralità geopolitica USA.

Sarebbe possibile una diversa politica in Italia che non fosse semplicemente quella di dismettere tutte le attività più importanti, di dare soldi per il salvataggio di alcuni grandi gruppi che se ne serviranno per liquidare le loro attuali imprese e investire in altri settori per lo più, lo ripeto, complementari e subordinati alle direttive strategiche dei dominanti globali? Nella prima metà dell’800, l’Inghilterra propagandò in lungo e in largo la teoria del commercio internazionale (detta dei costi comparati) del suo grande economista Ricardo, poiché questi “dimostrava” (da buon ideologo!) la convenienza di tutti i paesi a lasciare la produzione di manufatti agli inglesi (che così avrebbero dominato indisturbati il mondo per un altro secolo almeno), specializzandosi in prodotti minerari e dell’agricoltura, che sarebbero mirabilmente serviti all’industria e al proletariato industriale inglese. L’economista tedesco List, certo meno grande di Ricardo, influenzò invece il nazionalismo economico con le tesi della “industria nascente”, e sostenne la necessità di mettere dazi all’importazione dei manufatti industriali inglesi; cioè su quelli più avanzati dell’epoca, non certo su prodotti agricoli di paesi più arretrati (ben netta quindi la differenza con le tesi odierne della Lega e di Tremonti, che vogliono imporre dazi sui prodotti cinesi del tipo della maglieria e simili).

Bisognerebbe certo battere in breccia il neoliberismo con la sua mania dello Stato leggero, perché è invece necessaria – ma non confondendola in nessun caso come un prodromo del “socialismo” – una maggiore spesa pubblica. Tuttavia, sarebbe indispensabile una critica radicale anche del neokeynesimo, detto “sociale” (poiché il vero Keynes non credo propugnasse una maggiore spesa pubblica per lo Stato sociale, per pensioni e sanità). In realtà, il neoliberismo e il neokeynesismo – correnti solidalmente antitetico-polari – si fondano entrambe sulla convinzione che la crisi di stagnazione, in cui l’Europa galleggia da tempo, si risolva dal lato della domanda. Il neoliberismo punta alla riduzione delle imposte su cittadini e imprese, con la puerile convinzione che il maggior reddito a disposizione si traduca in crescenti consumi e investimenti, processo proprio per nulla automatico e che richiede molte altre condizioni aggiuntive, di sicurezza e fiducia nel futuro e di realmente superiori possibilità competitive nell’ambito del sistema complessivo. Il neokeynesismo dimentica invece che il più pesante intervento dello Stato dovrebbe essere per l’essenziale indirizzato a promuovere imprese dei settori energetici (smettendola con l’idiosincrasia per il nucleare, se ciò fosse necessario) e di punta quali quelli delle telecomunicazioni, dell’informatica, delle biotecnologie, dell’aerospaziale; e delle cosiddette nanotecnologie, un settore abbastanza confuso e non sempre ben definito, dove la scienza sconfina a volte nella fantascienza (come nelle fumisterie di un Drexler con i suoi “pericolosi” nanorobot autoreplicanti), ma certamente pieno di notevoli potenzialità per il futuro (anche per quanto concerne il risparmio di energia e l’“ambiente pulito”).

Da simili esigenze si comprende come si tratterebbe di politica da svolgere in alleanza con altri gruppi europei; tuttavia, in Italia, andrebbero sostenute a fondo proprio aziende come Finmeccanica ed ENI, mentre la Fiat dovrebbe essere riconvertita in qualcosa d’altro, ma non dando una lira ai suoi attuali vertici, e anzi costringendoli a “mollare”. Quanto alla Telecom, sarebbe da rivoltare da cima a fondo, trasformandola da azienda ormai in affanno e scarsa innovazione – che servirà ai suoi attuali proprietari per pietire aiuti e promozioni varie – in impresa vera e avanzata di telecomunicazioni. Invece di ripetere stucchevolmente ogni cinque minuti, come fa quell’incredibile personaggio che è Montezemolo, di “fare sistema” (forse si riferisce al gioco di qualche schedina?) e di “promuovere ricerca e innovazione” – imprese come la Fiat & C. investono nei Dipartimenti di R&S (ricerca e sviluppo) meno della metà delle imprese inglesi, francesi e tedesche; e questo da sempre e non è cambiato un bel nulla da quando il suddetto è divenuto Presidente della Fiat e di Confindustria – è necessario togliere dalle mani di questi incompetenti e affaristi e profittatori una cosa così importante com’è appunto la ricerca e l’innovazione per affidarla a centri dello Stato.

Per reperire le risorse necessarie è però indubbiamente obbligatorio snellire altre spese pubbliche. Non credo vi sia bisogno di intaccare minimamente le prestazioni previdenziali e sanitarie, pur se credo che sarebbe ora di finirla con il feticcio del non innalzamento dell’età pensionabile, quando gli ultimi dati indicano che in Italia la media della vita è arrivata a 83 anni per gli uomini e 88 per le donne; e quando i lavori usuranti non impiegano masse imponenti di lavoratori come all’epoca in cui le attività principali erano quelle delle miniere e delle fonderie di tempi ben lontani. Si tratta comunque non tanto di diminuire le prestazioni, quanto soprattutto di sfoltire gli apparati previdenziali e sanitari, del tutto ridondanti (e la si smetta di negare l’evidenza), nonché altri che erogano servizi scadenti, con tempi “secolari” e con una efficienza (si pensi a ferrovie e poste) in fase di celere degrado, mentre in tutti gli altri settori industriali e dei servizi (alle imprese e non), l’uso di nuove tecnologie tende invece ad innalzarla.    

E’ del tutto ovvio che, in una situazione di così grave arretratezza – produttiva e culturale – neoliberismo e neokeynesimo sono ideologie che, come sopra rilevato, si sostengono insieme, nel loro apparente antagonismo polare; e vanno combattute entrambe poiché corrodono la nostra capacità competitiva e ci rendono succubi di queste oligarchie parassitarie intenzionate, come già sostenuto, a sopravvivere rendendoci servitori dei dominanti globali, con la speranza di poterlo fare “in eterno” nella situazione di “aurea mediocrità” di cui sopra. Tuttavia, lo ammetto, sono del tutto pessimista perché, in una congiuntura come l’attuale, occorrerebbe si formassero dei gruppi politici molto decisi, e non tanto “delicati”, che dovrebbero sapersi scontrare con le classi prevalenti oggi in campo economico-finanziario – con le loro rappresentanze politiche (e culturali) preferite e di semplice servizio ai loro parassitari interessi – ponendole in posizione subordinata e portando in primo piano gruppi economico-produttivi che sappiano potenziare, in accordo con altri partner internazionali, i settori di punta.

Questo sarebbe necessario anche per un altro buon motivo. Gli economisti, sociologi, politologi, di una cultura ormai sfatta (e ideologica nel senso della mistificazione e della menzogna pura e semplice) ci ammanniscono sermoni su come competere meglio in un mercato, che sia “libero e globale”, a base di efficienza produttiva, di miglioramento dei costi e dunque dei prezzi. L’efficienza, la produttività, i costi, sono solo un aspetto del problema; e di fatto nemmeno il più importante (importante anch’esso, sia chiaro, ma non il più rilevante). Non c’è solo il problema della lotta per le quote di mercato. Fondamentale è la capacità di penetrare le varie aree mondiali con i propri investimenti; e tali investimenti debbono procurare a dati sistemi economici una posizione di forza. Questi investimenti seguono il formarsi di determinate sfere di influenza, per mantenere e accrescere le quali è necessaria una potenza politica e una capacità di egemonia culturale. Gli investimenti, dunque, non debbono essere solo quelli finanziari, non solo quelli in innovazioni tecniche e di prodotto, ecc.; debbono dirigersi anche, e in modo decisivo, verso le attività di potenziamento della sfera dell’influenza politica e culturale.

 

8. In quanto fin qui detto non ho parlato di lotte sociali, di classe (in sé o per sé), di movimenti, ecc. L’ho fatto volutamente perché ritengo che su tali questioni l’arretratezza delle forze che si credono trasformatrici (anzi, alcune pensano di essere ancora rivoluzionarie) è veramente grave; e d’altra parte, non sono così dissennato da ritenere di poter, tutto solo con mere elucubrazioni, sopperire a tale arretratezza. Ci sono però alcune vecchie dicotomie, ancora valide per buona parte del secolo scorso, che a me sembrano ormai del tutto superate, di una decrepitezza tale da esigere che le si lasci infine da parte.

Ho già detto di neoliberismo e neokeynesismo, in solidarietà antitetico-polare. La stessa cosa dicasi del binomio destra-sinistra, un inganno particolarmente irritante, un gioco di specchi che rinviano l’uno all’altro le deformanti immagini della “democratica” dittatura di classi dominanti inette, in sostanziale sfacelo, intente a trascinarci tutti nel gorgo da esse creato. E tuttavia ancora piene di soldi e dunque di potere di corruzione, come non può non essere in paesi capitalistici con una lunga accumulazione alle spalle. Del resto, in questo momento in Italia, ci sono precisi sintomi (perfino molto banali) dell’inconsistenza di tale polarità. L’ultimo caso: il notoriamente ultradestro attore Lando Buzzanca che ha dichiarato il suo voto per i DS. Agli altri, “poveretti”, resta solo Luca Barbareschi. Il Corriere era tutto beato nel dare, per due giorni di seguito, questa (dis)“gustosa” notizia, ma in realtà stava ponendo l’ennesima pietra tombale su una distinzione che non ha più nulla da esprimere, se non la volontà di imbrogliare le carte per tenere divisi coloro che, unendosi, potrebbero dare una spallata a questo marcio edificio di “democrazia”, dominata da una vorace e paralizzante rete di poteri finanziari e di grande industria in affanno. Destra e sinistra sono esattamente quelle della ben nota canzone di Gaber, composta già da qualche annetto; e che, sia chiaro, non era per nulla profetica, poiché registrava soltanto un fatto già accaduto da tempo.

Una nostalgica rimemorazione provoca in me la dicotomia capitale/lavoro o borghesia/proletariato (o classe operaia). Tuttavia, è ormai completamente fuorviante continuare a sognare questo antagonismo che non sussiste. Vi è certo lotta, come sempre tra diversi gruppi sociali in una società a capitalismo avanzato per la distribuzione dei benefici derivanti dallo sviluppo della stessa. E’ però ora di finirla di inventarsi altri scopi di tale conflitto. Assai fastidiosa è poi la polarità fascismo/antifascismo, che trovo particolarmente falsa e retorica. E qui è bene essere molto chiari affinché non sorgano equivoci da parte di malintenzionati provocatori. L’antifascismo è stato un movimento che si è coperto di vera gloria, in specie nell’epoca in cui molti suoi rappresentanti hanno pagato con la vita o con la privazione della libertà il loro impegno, che è stato esempio luminoso di atteggiamento progressivo. Non ho alcuna difficoltà a riconoscere che si trattava di giganti rispetto a noi, poveri nanetti. La spinta, fortemente positiva, dell’antifascismo è durata anche successivamente alla fine della guerra mondiale per almeno un quarto di secolo (ricordo con commozione la nuova ondata di cinematografia cui esso diede impulso negli anni sessanta, dopo quella dell’immediato dopoguerra).

In seguito, l’antifascismo ha subito una rapida involuzione, si è accartocciato su se stesso in una sempre più sterile e fastidiosa autocelebrazione priva di sincerità e di emozione; sembra, ormai da anni, di assistere alle cerimonie del 4 novembre. Si è formata una vera casta “nobiliare” antifascista che, invecchiando, come spesso avviene, si è fatta narcisista, autoreferente, elitaria. I reazionari – e anche questo avviene spesso nella storia – hanno capito che ormai non c’era più nulla di veramente progressista nell’antifascismo, nulla per cui dovessero ancora temerlo, e hanno cominciato allora a blandirlo, a premiarlo con falsi onori e riconoscimenti, sia tardivi che sempre più corruttori; la carica di trasformazione sociale, che l’antifascismo nutrì e conservò a lungo (per merito quasi esclusivo dei comunisti), venne messa da parte per esaltare solo lo spirito di “giustizia e libertà” – quello che negli anni cinquanta permise la ricostruzione integrale degli assetti capitalistici, quello che portò ai reparti confino per comunisti (tristemente famoso quello della Fiat), e via dicendo – e cantare le lodi di una “democrazia” sempre più imbastardita e per sole élites.

Personalmente ne ho abbastanza di questa menzogna, di questo vero sporcare una memoria da conservare gelosamente: quella però di un passato (glorioso) e delle lezioni che quest’ultimo, come qualsiasi passato effettivamente compreso nei suoi specifici connotati, può ancora impartirci; non mai invece per coprire con l’antifascismo l’attuale meschino appoggio dato a forze politiche in piena combutta con poteri finanziari parassitari, del tutto asserviti agli interessi delle oligarchie ai vertici del paese ancor oggi centralmente egemone. Non accetto il furbesco rilancio di nuove alleanze “antifasciste”, quale mera copertura di una dittatura dei dominanti che, nell’attuale fase storica, si esprime in forme “democratiche”; solo che si tratta, appunto, di forme controllate dal peggiore fra tutti i possibili capitalismi mediante il gioco di specchi della “destra” e della “sinistra”. Con chi si presta – in mala fede o per semplice superficialità – a questo inganno, nessuna particolare condiscendenza né, tanto meno, complicità. Chi carica a testa bassa quattro stupidi superstiti fascistelli, si pone in realtà al servizio delle attuali oligarchie, che con un aberrante ed enfatico “antifascismo” coprono i loro giochi di dominio e saccheggio condotti con forme “democratiche”; e sempre inventando qualche nuovo Hitler o Mussolini in questo o quel paese, laddove è necessario aggredire e schiacciare per mantenere la loro devastante egemonia.

E’ senz’altro necessario, in questa fase che si apre e che sarà di momentanea “discesa agli inferi”, costituire nuclei di resistenza; ma non “antifascisti”. Al momento non voglio definirli, perché non si tratta di atteggiamento che possa essere da me inventato. Chi ha letto queste pagine non può però non capirne alcune linee generali. Guardando alla strutturazione delle società a capitalismo sviluppato – poiché è in una di queste che viviamo – si tratta senza dubbio di schierarsi dalla parte dei “meno abbienti” e dei subordinati (se non proprio dominati o schiacciati senza remissione, come avviene in altre parti del mondo). Tuttavia, dobbiamo smetterla di affidare le sorti della trasformazione ad una immaginaria “lotta operaia”; non perché non esista, ma perché, da tempo ormai immemorabile, essa serve a più che giusti scopi di redistribuzione della torta prodotta, di miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro; ma non ha per nulla affatto altri scopi di “catarsi rivoluzionaria”, che restano nella testa di alcuni poveri …… beh non saprei proprio come definirli.

La lotta per questi miglioramenti va comunque appoggiata; l’appoggio deve però riguardare non solo “gli operai” o le “classi lavoratrici” (cioè i lavoratori dipendenti o salariati), ma tutti coloro che si trovano, diciamo, in condizioni di disagio e precarietà (effettive, senza lasciare troppo spazio al semplice disadattamento o allo spirito anarcoide e puramente distruttivo e disorganizzante). E inoltre credo sia ora di non usare come sinonimi precarietà e mobilità, poiché si tratta di fenomeni assai diversi, e non so se il “posto fisso” (magari nel “pubblico”) sia ancor oggi un valore; ammetto di averne molti dubbi. Inoltre, è ora di finirla con il solo privilegiare il lavoro dipendente; grosse quote di lavoro detto “autonomo” (da chi?) hanno una precarietà non inferiore a quella di altrettanto consistenti quote di salariati. Ed esprimono condizioni assai simili di disagio sociale, di incertezza del futuro, di gravi difficoltà nell’impostare in modo più stabile e sicuro la propria vita, ecc. E ci sono poi molti lavoratori creativi, ingegnosi, magari non a livelli troppo bassi quanto a tenore di vita, ma che non trovano modo di esprimersi, non sono appoggiati nell’estrinsecazione di queste preziose qualità e caratteristiche, poiché tutte le risorse vengono impegnate in complessi giochi finanziari, in scalate e fusioni o incorporazioni, per la maggior parte orientate e guidate dalla finanza del paese dominante (USA); e la lotta tra i vari parassiti si acutizzerà ulteriormente visto che le grandi imprese decotte italiane (Pirelli-Telecom e Fiat in testa) faranno a gara per accaparrarsi quote di tali risorse e dirottarle verso settori subordinati ai potenti centrali, e per di più in imprese con sedi legali situate all’estero.

La questione sociale non è comunque sufficiente. I “marxisti” non hanno tratto fino in fondo la lezione derivante dal fatto che non è mai esistito semplicemente, come teorizzato da Marx, un modo di produzione capitalistico – fondato sull’estrazione di plusvalore alla classe salariata – in fase di espansione, a macchia d’olio, dall’Inghilterra al resto del mondo. Si, lo so, Lenin aveva apportato a questa concezione correzioni decisive, di grande importanza e che non sono forse state sviluppate completamente nemmeno oggi. Tuttavia, egli confidò troppo nel fatto che, nei primi decenni del ‘900, si fosse entrati nell’epoca dell’irreversibile, pur per ondate, rivoluzione anticapitalistica mondiale. Non è stato così, si sono verificate invece nuove ondate dello sviluppo capitalistico, e ogni ulteriore formazione sociale, entrata in campo nell’ambito di questo sviluppo, comporta mutamenti nelle stesse strutture sociali del cosiddetto “modo di produzione”, ma soprattutto altera tutta la configurazione mondiale dei rapporti tra paesi diversi. Ed ogni paese – che significa una popolazione complessamente strutturata al suo interno – si sviluppa, oppure no, oppure si sviluppa con ritmi diversi dagli altri, ecc., ma sempre in stretta dipendenza dal suo far parte di un sistema complessivo (mondiale) di paesi.

Chi pensa a far politica, non può riferirsi solo alle classi “inferiori” (nel senso di quelle dominate o meno abbienti, e via dicendo) del suo paese, perché altrimenti è bene si dedichi esclusivamente alla rappresentanza (sindacale) di quel particolare spicchio di popolazione che predilige (dei cui voti ha cioè bisogno per le sue malversazioni). Esiste però pure il paese (una popolazione) nel suo insieme, e nelle sue relazioni con il sistema internazionale. Esiste quindi il problema della geopolitica (e della geoeconomia, ovviamente). E dunque, è necessario riflettere anche su questo problema. Alcuni credono che sia sufficiente, in campo internazionale, schierarsi contro i dominanti sul piano globale, attuando quella che comunemente viene indicata come politica antimperialistica. E’ atteggiamento profondamente sbagliato. Intanto, in senso proprio, l’imperialismo è stato il periodo dello scontro tra più potenze capitalistiche (almeno 5-6) per la preminenza mondiale. Oggi, pur essendoci sintomi di ripresa di un conflitto per certi versi simile, esiste la netta predominanza USA. Quindi, sempre in senso proprio, si deve oggi parlare soprattutto di una lotta antiegemonica, una lotta contro, appunto, questa predominanza degli Stati Uniti. Ovviamente, è del tutto giusto che tale lotta si esprima in primo luogo con l’appoggio ai paesi e popoli che sono sotto il giogo degli USA, che sono stati e sono aggrediti dagli USA, che sono minacciati da essi poiché non si piegano ai loro diktat, ecc. E’ sia una questione di principio, sia un interesse di chiunque non voglia solo partecipare, in posizione servile e per briciole, alla “divisione degli utili” derivanti dalla preminenza statunitense.

Questo è però ancora soltanto una parte dell’intero problema per un paese che faccia parte dell’area del capitalismo avanzato. Attualmente in Europa come in altre parti del mondo – e l’Italia, nell’area europea, è campo di battaglia di non minore importanza affinché si affermi una delle alternative possibili – si scontrano due linee, non sempre chiaramente separate e contrapposte, perché le viltà o complicità con i più potenti sono molteplici. Comunque: o si sceglie di diventare una parte subordinata (una “provincia”) dell’impero americano, adattandosi al suo interno come un complessivo sistema economico “di nicchia”, dismettendo completamente ogni grande industria nei settori di punta che farebbero concorrenza al “padrone” e attenendosi ad attività di “servizio” (di turismo, di imprenditorialità dedita a produzioni complementari a quelle dei dominanti, ecc.) e di reperimento di fondi finanziari per chi sta al vertice del potere mondiale; oppure si sceglie la via della competizione e dello sviluppo in contrasto con quello dei più potenti. Nell’un caso e nell’altro, il problema non può essere limitato all’economia, alla “produttività” del sistema, allo “sfruttamento” della forza lavoro, ecc.; l’intera struttura del potere politico e la lotta di tipo culturale debbono articolarsi in base all’impostazione generale prescelta.

Secondo  quanto riesco a capire, dovrebbe essere seguita – proprio per evitare il declino e assicurare migliori condizioni di vita praticamente a tutti – una linea di indipendenza e quindi di lotta contro la potenza egemone; di conseguenza bisogna muoversi politicamente in direzione degli altri centri che, nel mondo, perseguono fini analoghi, e che oggi mi sembrano soprattutto Cina e Russia. Naturalmente, le rispettive posizioni, le possibili alleanze, saranno destinate a mutare di periodo in periodo per un’epoca storica di cui non è possibile predire la lunghezza; in ogni caso, non credo si verificheranno molto presto definitive “coagulazioni” di “blocchi di potenze” in contrasto. Nemmeno mi sembra si sia in grado di predire quale forma assumerà via via questo conflitto, perché non si deve trarre dal passato la conclusione di nuove guerre mondiali inevitabili (non saprei spiegarlo con motivazioni adeguate, ma penso che non sarà questa la manifestazione, nemmeno la più acuta, del conflitto in oggetto).

Le nostre motivazioni ideali più radicate ci portano a voler unire, nella lotta, tutte le parti più deboli della popolazione, le più disagiate e in situazione di precarietà, ecc.; ciò però non per semplice “bontà”, per misericordia verso le loro condizioni di vita e di lavoro poco brillanti. Il desiderio è sicuramente quello di contribuire a contrastare, prima, e poi trasformare la forma dei rapporti in una società fondata sulla prepotenza, la sopraffazione, l’inganno, l’iniqua distribuzione del prodotto sociale, ecc. Tuttavia, guai a dimenticare che, in attesa della trasformazione decisiva, è necessario che interi popoli, anche nei paesi a più alto PIL, escano da una condizione di stagnazione, di stentato sviluppo sempre sull’orlo della brusca caduta in una crisi più profonda. Da questo punto di vista, tutti coloro che predicano la decrescita, l’arcaicismo della nostra attività produttiva, la pura e semplice difesa dell’ambiente che paralizza ogni impulso produttivo, ecc. sono obiettivi alleati – ma io ho anche molti sospetti, perché credo di più alla mala fede e al perverso interesse che non alla stupidità di certi intellettuali – di quelli che dell’Italia vogliono fare la punta di lancia in Europa dei settori (economico-finanziari e loro scherani politici) subordinati al disegno statunitense di continuazione indefinita della loro predominanza mondiale. 

E’ dunque necessario non essere solo ossessionati da politiche “di classe” (ancora una volta, sono convinto della mala fede e dell’interesse truffaldino dei partitini e movimentini che se ne sciacquano in continuazione la bocca), bensì pensare anche allo sviluppo del paese nel suo insieme; e alla possibilità di evitare che l’Europa diventi il “giardino di casa” degli USA, un sistema economico, politico, culturale, integrato e complementare a questi ultimi, in un certo senso prendendo il posto del Sud America, dove si sta manifestando una interessante e non debole spinta all’autonomia (non credo ad un suo decisivo successo, ma certamente si tratta di comportamenti politici nettamente più efficaci di quelli europei).

E qui arriviamo dunque alla conclusione del discorso. Per affermare una nostra autonomia, si debbono indebolire gli organismi detti comunitari europei, punto nodale della inferiorità del continente e della sua subordinazione alla potenza centrale. L’Inghilterra, e molti paesi dell’Europa orientale (Polonia in testa), sono la longa manus degli USA nella nostra area. Tuttavia, un paese decisivo in tal senso è proprio l’Italia. Ed è qui dove quella finanza e industria arretrate e inefficienti, prime responsabili dei crac ben noti e poi della ipocrita difesa dell’“etica degli affari” (nella “guerra per banche”), rappresentano il nemico più feroce di ogni possibile risanamento della nostra economia, di ogni tentativo di deciso, e autonomo, rilancio dello sviluppo, di un rafforzamento – in legame con alcuni altri settori della economia e produzione europee, e delle loro eventuali rappresentanze politiche – delle industrie energetiche e di punta; rafforzamento ottenuto dirottando, parzialmente e forse provvisoriamente, le nostre alleanze verso est, verso Russia e Cina in particolare. Non per preconcetto antiamericanismo, ma per semplici interessi minimali. E’ ora di capire che nessuna lotta sociale è possibile, nessun anticapitalismo ha qualche possibilità di attecchire, se le forze che a simili intenti dedicano solo chiacchiere non rivolgeranno qualche loro pensiero alla necessità di risolvere i problemi delle loro, complessamente strutturate, società nel loro insieme.

Né destra né sinistra attuali hanno nulla a che vedere con una simile politica. Sono diverse come diverse sono una P38 e una Mauser; ma servono allo stesso scopo e chi le usa non nutre “buone intenzioni”. E inoltre, per qualsiasi persona ragionante risulta evidente che, non in assoluto ma in questa congiuntura storica, il nemico fondamentale esistente in Italia, quello che ho più sopra indicato come “banda Al Capone”, si raggruppa nel patto di sindacato della RCS, il cui giornale (Corrierino dei poteri finti forti, ormai in piena crisi e con l’acqua alla gola) ha preso una ben precisa posizione politica. Chi ha testa, capisce quello che voglio dire e ne trarrà le debite conclusioni. Gli altri, continuino a non capire nulla o a voler fare mascalzonate. In termini storici, la resa dei conti non è lontana, ne sono molto convinto. Se i rivoluzionari (da operetta) “contro il capitale” saranno latitanti come in altre epoche, ci penseranno quelli “dentro il capitale”.

In ogni caso, so piuttosto bene chi (pochi) sarà in sintonia con questa analisi “di fase”; perché di questo si tratta, pur se è sviluppata in estrema sintesi per il momento. Invito questi pochi a pensare veramente alla costituzione dei “nuclei di resistenza” cui ho sopra accennato. E’ ciò cui sono più sensibile, assieme tuttavia alla necessità di portare avanti anche una completa ristrutturazione teorica (e storica; ma in tale comparto di studi ho bisogno di altri aiuti) di quel campo “conoscitivo” che viene etichettato come marxismo. Non mi interessano però i dibattiti “dottrinali”, la difesa del “catechismo marxista”, né la marxologica adesione a questo o quel clan (pardon, scuola). Comunque, si tratta di questioni differenti e se ne parlerà in altra sede.

Grazie dell’attenzione

 

Gianfranco La Grassa                   1° aprile 2006