APPUNTI SULLA LOTTA SCIENTIFICA E IDEOLOGICA di Giellegi, 26 feb 12

 

Voi credete che le odi e i sermoni,

e lo squillo delle campane

e il sangue dei vecchi e dei giovani

martirizzati per la verità che vedevano

con occhi resi lucenti dalla fede in Dio,

abbiano compiuto le grandi riforme del mondo?

Credete che l’inno di Guerra della Repubblica

si sarebbe udito se lo schiavo

avesse servito al dominio del dollaro,

a dispetto della mondatrice Whiney, [macchina per mondare il cotone; ndr]

e il vapore e i laminatoi e il ferro

e i telegrafi e il libero lavoro bianco?

Credete che Daisy Fraser sarebbe stata scacciata e sfrattata

se la fabbrica di scatolame non avesse avuto bisogno

della sua casetta e del suo podere?

O credete che la stanza da gioco

di Johnnie Taylor e il bar di Burchard

sarebbero stati chiusi se il denaro perduto

e speso per la birra non fosse andato a finire,

chiudendoli, a Thomas Rhodes,

a un maggiore smercio di scarpe e coperte,

e mantelli per bimbi e culle di quercia?

Ecco, una verità morale è un dente vuoto

che va otturato con l’oro.

 

(Spoon River, Sersmith il dentista) 

 

“A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artitistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale”. Prefazione a Per la critica dell’economia politica di Marx (1859; corsivi e grassetto sono miei).

 

1. Questi due testi, in modi assai differenti, esprimono fondamentalmente idee piuttosto simili; che, nel passo di Marx, si trovano concentrate nei passi da me messi in grassetto. I radicali cambiamenti (ma anche i più modesti), le grandi e piccole imprese, molto spesso gli eroismi – o quanto meno quelli che come tali, spesso con enorme sfoggio di retorica, sono celebrati – hanno alle loro spalle precisi e rilevanti interessi tutt’altro che ideali. Il che non significa affatto che i soggetti che li compiono, gli agenti di tali imprese, eroismi e profondi rivolgimenti storici, ecc. siano consapevoli di stare assolvendo a compiti rispondenti agli interessi (materiali) di dati gruppi sociali o perfino di un numero assai limitato di individui. Se essi hanno coscienza di ciò che stanno compiendo, generalmente non l’hanno della semplice materialità degli interessi che le loro azioni difendono o intendono realizzare, talvolta avendo successo e talvolta fallendo; successo e fallimento vengono generalmente attribuiti alle azioni compiute inseguendo obiettivi che hanno quasi sempre sapore di ideali e alte imprese dello spirito. Solo in casi particolari, esiste piena consapevolezza delle assai meno elevate finalità perseguite; perfino chi tradisce troverà spesso ampie giustificazioni non del tutto grette per il proprio agire.

Del resto Marx stesso afferma che gli uomini possono concepire e combattere un conflitto solo tramite opportune forme ideologiche. Fa parte del conflitto anche la presentazione del movimento della realtà (soprattutto sociale, ma non credo soltanto di questa) secondo la formulazione di precise concezioni relative allo stesso, sovente presentate anzi in forma di “leggi”. E’ quindi senza dubbio troppo forte l’affermazione secondo la quale il movimento sociale, e gli sconvolgimenti (trasformazioni) che provoca, può essere indagato del tutto oggettivamente e con assoluta precisione come si trattasse di “scienze naturali” (ammesso che in queste esista una simile assoluta precisione e svelamento della realtà così com’essa è realmente). D’altra parte, è solo una fissazione da scienziati quella di essere certi di riprodurre la realtà nelle sue del tutto oggettive coordinate? Che dire di alcuni filosofi (per fortuna, ormai una minoranza) convinti di giungere alla Verità, addirittura soprastante al mondo in cui viviamo e tale da orientarlo “indubitabilmente”? Comunque, non credo abbia qui interesse una polemica in tale direzione.

L’importante è tenere conto dei molteplici aspetti della nostra azione nella società. Non si può prescindere dal conflitto sempre in atto tra individui e gruppi sociali, le cui interrelazioni basate sui contrasti e lotte costituiscono ciò che noi definiamo appunto società. E se dividiamo, per comodità ed efficacia dell’analisi (ai fini della nostra pratica), tale società in date “sfere” – solitamente l’economica, la politica e l’ideologica (e culturale in senso lato) – dobbiamo essere consapevoli che ognuna d’esse è pur sempre attraversata dal conflitto. La lotta precipita e si condensa in apparati (economici, politici, ideologici), che quindi non rappresentano la società in genere, ma alcuni gruppi assurti a posizione di egemonia e predominanza. Ad esempio, quello che chiamiamo Stato (complesso di apparati con varie funzioni amministrative, di applicazione di date regole funzionali alla riproduzione del predominio in questione, di repressione del “disordine” implicante semplicemente il non rispetto delle regole stesse, ecc.) è in realtà il “macrocorpo” visibile del meno appariscente microreticolo relativo al conflitto sociale; in genere multilaterale, ma che può condensarsi in date congiunture storiche in un confronto antagonistico duale (mai veramente netto e privo di svariate “sbavature”).

Tuttavia, come afferma Marx, gli individui concepiscono e combattono il conflitto sul piano “sovrastrutturale” (ideologico-politico); a volte si è consapevoli che tale piano serve a celare gli interessi materiali di determinati gruppi, più spesso non se ne è coscienti se non molto parzialmente o anche per nulla. Si trovano quindi negli schieramenti contrapposti, e fra loro nemici, molti individui che appartengono a gruppi sociali assai diversi e con diversi interessi di fondo; talvolta surclassati a lungo, e perfino nelle battaglie decisive (tipo rivoluzioni e simili), dalla comune ideologia di lotta, talvolta causa di successivi smembramenti e frantumazioni di detti schieramenti quando la diversità di interessi affiora, magari sotto nuove forme ideologiche di “copertura”.

Soltanto nel lungo periodo, attraverso il successo o insuccesso degli antagonisti in conflitto, e quasi sempre con la realizzazione di obiettivi assai diversi da quelli concepiti e perseguiti dai vincitori (quanto meno apparenti), si arriva a comprendere che le tesi teoriche, utilizzando le quali ci si è scontrati, rappresentavano la realtà in modo errato. E’ allora doveroso procedere alla correzione degli errori, che tuttavia avverrà ancora nel corso della lotta e dunque comporterà pur sempre il concepimento e la conduzione di quest’ultima sul piano delle sedicenti “sovrastrutture” politico-ideologiche. La battaglia è dunque continua e incessante, pur se non sempre combattuta con la stessa acutezza; vi sono momenti (perfino intere epoche) di apparente stasi, di “guerra di posizione”, in cui l’egemonia e il predominio di determinati gruppi all’interno di una data formazione sociale particolare – o di questa nell’ambito della sua più o meno ampia sfera d’influenza – appaiono solidi e stabili.

 

2. Negli anni ’40 dell’800 – finita la Rivoluzione industriale in Inghilterra e ormai in pieno sviluppo e affermazione netta anche sul continente europeo – era ormai già avvenuta la decantazione del Terzo Stato in quelle che furono pensate come le due classi fondamentali: borghesia (proprietaria dei mezzi produttivi) e lavoratori salariati (in gran parte esecutivi, poiché la direzione dei processi produttivi era in mano ai capitalisti/borghesi, salvo piccole schiere di dirigenti, qualche tecnico e gli impiegati amministrativi, veri contabili; mentre mancava l’apparato manageriale direttivo e strategico delle grandi imprese moderne). In questa situazione, Marx operò a mio avviso una netta virata (se non si vuol parlare althusserianamente di “rottura epistemologica”) e si mise a studiare l’economia politica, considerando degna di stima e apprezzamento solo quella classica.

Egli, in fondo, la prese per quello che era: la prima formulazione delle “leggi” di sviluppo capitalistico in una fase in cui era appena iniziata la rivoluzione industriale (lo scritto di Smith) o si era ancora nel pieno d’essa e nel primo paese industriale sufficientemente avanzato (testo di Ricardo a cui, solo nella terza edizione, fu aggiunto il capitolo sulle macchine). Marx trattò tutto il resto da economia “volgare” e nemmeno si accorse (malgrado gli inizi si collochino nel 1870 con Walras, Jevons e Menger) della scuola neoclassica (detta per noti motivi marginalistica) che rappresentava, nella solita forma del “concepimento ideologico”, i mutamenti avvenuti nel corso dello sviluppo capitalistico industriale, una fase di (non ancora decisivo) declino inglese, di crescita di altre formazioni sociali particolari concorrenti, di forte contrasto intercapitalistico e di mutamento dell’unità produttiva capitalistica dalla “fabbrica” (questo è l’orizzonte di Marx) all’impresa.

Egli criticò l’ideologia sottesa al libero scambio mercantile, con presupposizione dell’eguaglianza degli individui basata sull’equivalenza (in media) in detto scambio. Ho già scritto ampiamente su tale problema, chiarendo che la vera “scoperta” (da me indicata quale primo disvelamento) di Marx è l’individuazione dello “sfruttamento” (estrazione di pluslavoro/plusvalore) sussistente pur nell’ambito della più completa libertà nello scambio di merci e della più perfetta eguaglianza degli scambisti, ove queste merci siano, da una parte, i mezzi produttivi e, dall’altra, la mera forza lavoro. Questa scoperta ha fatto epoca, ha inorgoglito (giustamente) i marxisti, che furono i più conseguenti (o meno inconseguenti) fautori del comunismo. Tuttavia, dopo centocinquant’anni, ci troviamo ancora tra i piedi il liberismo (se non è la “mano invisibile”, poco ci manca) o uno statalismo che presuppone comunque sempre la collettività dei cittadini possessori di merci e tutti eguali fra loro; per cui lo Stato viene contrabbandato come organo al servizio di tale collettività, in grado di supplire a date carenze del “libero mercato”, mentre i liberisti insorgono e protestano perché insistono sullo Stato quale semplice veilleur de nuit.

Perfino i fautori della Marx renaissance raccontano di un Marx grande “profeta” della globalizzazione dei mercati con la diffusione del capitalismo. Essi hanno così ridotto il pensatore rivoluzionario a smithiano minore; oltre a tutto ha scritto Il Capitale (1867) 90 anni dopo la Ricchezza delle nazioni (1776), quindi dovrebbe essere considerato un bel po’ “ritardato”. Abbiamo a che fare con ignoranti o truffaldini? Questi fraintendimenti nascono senza dubbio dalla totale dimenticanza della teoria marxiana del valore e plusvalore, che anche gli ideologi delle classi dominanti avevano preso in seria considerazione in altra epoca. Tale dimenticanza, pur senza scusare la superficialità degli autori odierni, può indurre a spiegazioni basate sull’idea marxiana secondo cui i conflitti vengono concepiti e combattuti dagli uomini nell’ambito “sovrastrutturale”, politico-ideologico.

In tale ambito, Marx – dopo lo studio dell’economia politica classica, che gli permise di andare ben oltre le rudimentali tesi esposte nei Manoscritti del 1844 (non a caso testo chiave per tutti quei filosofi totalmente ignoranti in fatto di attività scientifica) – formulò il primo disvelamento che “scopriva” lo sfruttamento, fenomeno caratterizzante tutte le formazioni sociali storicamente esistite, attuato per la prima volta in una società senza rapporti di dipendenza personale, di servitù; uno sfruttamento nel pieno dell’eguaglianza degli individui, tutti possessori di merci soggette alla libera contrattazione nello scambio. Come mai si è persa questa acquisizione che dovrebbe ritenersi “scientificamente” non più discutibile se non nel senso di un avanzamento oltre, non di un ritorno al nascondimento del processo “reale”?     

Oltre alla frequente malafede e permanente superficialità degli avversari ideologici, penso che Marx e i marxisti si siano acquietati sullo scontro tra proprietà dei mezzi produttivi (il capitale, la borghesia) e proprietà (libera da vincoli servili) della forza lavoro (il lavoro, la classe operaia). Questo garantiva – nel conflitto concepito e combattuto dagli “uomini” ideologicamente, “sovrastrutturalmente” – lo scontro antagonistico tra classi, cardine del processo rivoluzionario. Il fatto che tale scontro si sia svolto in paesi contadini non ha ricevuto l’attenzione che meritava o quanto meno non ha indotto ad autocritiche adeguate; per molti marxisti era pur sempre la classe operaia, tramite la sua avanguardia (organizzata nel partito “di ferro” e senza crepe), a guidare la rivoluzione. Poniamola allora così: la classe operaia esisteva effettivamente nei paesi a capitalismo avanzato in cui – uno dopo l’altro man mano che essi si sviluppavano industrialmente – tale classe si diede al puro “tradunionismo”, al solo sindacalismo rivendicativo e distributivo, accettando pienamente il predominio “borghese”, lo sfruttamento capitalistico, e usufruendo pure senza troppi problemi dello sfruttamento imperialistico della propria classe dominante.

Non importa; la classe operaia garantiva oggettivamente (in sé) – tramite però gli intellettuali che conoscevano la teoria marxiana del valore e plusvalore quale disvelamento dello sfruttamento – la “produzione” dell’ideologia capace di promuovere l’affrancamento rivoluzionario da quest’ultimo; un’ideologia di cui s’impadronivano i massimi dirigenti (non operai né contadini, salvo rare eccezioni) dei piccoli nuclei operai e delle grandi masse contadine esistenti nei paesi precapitalistici (o quasi). Tali dirigenti ne facevano l’asse portante della costruzione di un ferreo organismo (partito), che vinse soltanto quando seppe adattarsi alle condizioni, null’affatto capitalistiche, della società in cui esso guidava la rivolta delle “masse oppresse” (quasi sempre una lotta di liberazione dal predominio imperialistico). Una volta realizzato l’obiettivo liberatorio, questo veniva proclamato rivoluzione proletaria e inizio della “costruzione del socialismo” in forme che avrebbero assai sorpreso Marx. Alla fine, si è verificata l’inanità degli sforzi e si sono in parte “infistolate” le lotte di liberazione nazionale. La più “gloriosa” d’esse, nel Vietnam, ha condotto tale paese a ricevere la stragrande maggioranza degli investimenti dagli Usa e a fare parte del sistema di “alleanze” in Asia subordinato alla potenza in questione (una liberazione, quindi, molto dubbia e parziale).

Non era “falsa” la teoria marxiana dello “sfruttamento”; e non è stata scoperta per asettica opera di scienza, bensì nel fuoco di una battaglia acuitasi con la sopra ricordata decantazione e divisione del Terzo Stato. Tale teoria si è però seduta sugli allori. Non ha tenuto conto che gli sviluppi della scienza economica detta “borghese” (modo necessario di concepire e combattere, “sovrastrutturalmente”, il conflitto sociale a favore degli interessi dei gruppi dominanti) segnalavano comunque alcuni spostamenti rilevanti nelle “strutture” sociali [chi ha letto le puntualizzazioni teoriche capirà perché metto sempre strutture tra virgolette] del capitalismo; indicavano cioè il passaggio da quello borghese, analizzato da Marx, a quello dei funzionari del capitale di matrice statunitense.

Non viene contraddetta (anzi) la tesi tradizionale delle teorie dominanti circa l’eguaglianza dei soggetti scambisti e la libertà nello scambio di equivalenti; tuttavia, si sottolinea implicitamente il passaggio dalla fabbrica all’impresa mettendo in rilievo soprattutto la funzione dell’agente imprenditoriale; mentre il capitale in quanto proprietà gode di interesse (in particolare per premiare il “rischio” dell’investimento che dura nel tempo), l’imprenditore “merita” il profitto, anzi questo nasce soltanto dalla sua attività. In un primo tempo si sottolinea la sua capacità di combinare al meglio (secondo il principio del minimo mezzo) i fattori produttivi, poi la sua fecondità innovativa, ecc. In ogni caso, la proprietà dei mezzi produttivi ha rilevanza soprattutto come dotazione di risorse (anche il non proprietario può quindi esercitare le sue prerogative imprenditoriali grazie al credito) mentre assume ruolo decisivo l’abilità manageriale (appunto: del funzionario capitalistico), esercitata nel processo tecnico o d’organizzazione del complesso produttivo o nella penetrazione e conquista di quote di mercato o apertura di nuovi mercati, ecc.

 

3. Restare agganciati alla semplice proprietà dei mezzi produttivi – per spiegare, in antitesi alla proprietà di sola merce forza lavoro, l’esistenza dello sfruttamento – è stato il “peccato mortale” del marxismo e ha condotto alla sua deriva, con la formulazione di una serie di ipotesi ad hoc, tipiche del declino di una teoria scientifica, su cui non insisto qui. Fin quando, nella prima fase capitalistica, la proprietà è rimasta intrecciata alle “potenze mentali della produzione”, di fatto il difetto non si è notato sino in fondo. Quando è avvenuta – con la centralizzazione dei capitali, presa dai marxisti (non da Marx) come semplice nuova forma, monopolistica, dei mercati – la scissione tra proprietà (divenuta quella dei rentier, in definitiva finanziaria tramite i pacchetti azionari, ecc.) e la capacità direttiva, si è prodotto il guasto definitivo da me posto mille volte in luce, per cui non credo di dovermi qui ripetere.

Bisognava compiere una mossa che si contrapponesse a quella dei funzionari del capitale (dei loro scienziati/ideologi). Almeno l’inizio di questa mossa (o serie di mosse) è il riconoscimento della priorità del conflitto strategico, per il quale esistono vari strumenti: economici e finanziari, politici e militari, ideologici e culturali. In questo modo si evita di impantanarsi in quella visione primo-novecentesca del marxismo (Hilferding, ecc.), seguendo la quale si restò nella sfera dell’economia e della proprietà dei mezzi di produzione, giungendo alla conclusione di un ormai permanente e intrinseco parassitismo dei proprietari finanziari, mentre tutto il resto della società si sarebbe contrapposto a questi (ridotti ad un infimo numero) e sarebbe quindi divenuto quasi automatico, “naturale”, il passaggio al “socialismo” per via democratico-elettorale, parlamentare.

Lenin ha avuto ragione nel colpire a fondo l’opportunismo di tale concezione, ha attenuato la supposizione della netta predominanza del capitale finanziario (con la concezione di quest’ultimo quale simbiosi di capitale bancario e industriale), ma è rimasto a mezza strada, non intaccando il principio proprietario (come fulcro del capitalismo) per mantenere quale elemento decisivo del conflitto tra oppressi e oppressori l’estrazione di pluslavoro/plusvalore. Errore capitale, che impediva la fuoriuscita “in avanti” della lotta teorica; anche se per fortuna il dirigente bolscevico non si fece incapsulare dottrinariamente, come certi marxisti di ieri e di oggi, da detta teoria e ben “si arrangiò” nel portare a compimento la rivoluzione. L’errore non è però stato “neutrale”, perché si è procrastinato nel tempo con l’ideologia della “costruzione del socialismo”.

Anch’essa non è stata negativa poiché, se non si è costruito alcun socialismo, si è comunque dato vita ad una forza propulsiva (con centro in Urss) che ha modificato intanto la “struttura” dei rapporti di forza internazionali, anche se non quella interna (l’interrelazione dei vari gruppi sociali) alla formazione dei funzionari del capitale. E tale “ristrutturazione” internazionale perdura anche dopo l’esaurimento della funzione positiva inerente al concepire e combattere il conflitto nei termini dello scontro antagonistico tra capitalismo e socialismo, tra presunta classe ancora borghese e classe operaia (o proletaria), scontro di altrettanto presunto carattere rivoluzionario. Questo modo di concepire e combattere il conflitto ha ormai fatto il suo tempo, ha logorato ogni sua minima “risorsa” positiva (anche se non rispecchiante la realtà effettiva). Per questo considero reazionario chi insiste ancora sul socialismo in Russia e Cina. Reazionario significa soltanto che si rifiuta di prendere atto della negatività del concepire e combattere, “sovrastrutturalmente”, il conflitto secondo teorie completamente consunte e franate. Il “crollo del muro” e dell’Urss è stato solo la sanzione “ufficiale” della fine (già iniziata decenni prima) di un’epoca caratterizzata dalla prassi e dalla teoria erroneamente pensate come dirette all’abbattimento del capitalismo e alla sua rivoluzionaria trasformazione in (transizione al) socialismo e comunismo. Insistere nell’errore è allora diabolico.

Il ritardo accumulato è enorme e non sarà sanato presto. Fra l’altro, gli unici che continuano a tenere conto – secondo il loro punto di vista, il loro modo di concepire e combattere politicamente e ideologicamente il conflitto – dei mutamenti delle “strutture” capitalistiche sono gli ideologi dei dominanti (decisori). Ormai i marxisti e i comunisti sono un elemento residuale. Non pretendo certo di essere una specie di Marx. D’altronde, la situazione odierna non è nemmeno quella degli anni quaranta del XIX secolo. Non esiste reale decantazione di quel confuso e pasticciato coacervo di gruppi sociali che si definisce solitamente ceto medio (o, meglio, ceti medi). Non stanno in realtà in mezzo a nulla; si dispongono, segmentandosi (orizzontalmente) e stratificandosi (verticalmente), nell’intero volume rappresentato dalla figura tridimensionale con cui preferiamo rappresentarci la società.

In ogni caso, è indispensabile non concepire e combattere il conflitto, nel suo senso specifico politico-ideologico – e rinvio a quanto dice giustamente Marx sul fatto che gli uomini così soltanto sanno combattere, pur avendo talvolta la consapevolezza degli interessi materiali per cui si scontrano e si massacrano – sulla base di una analisi del capitalismo che a questo attribuisce prioritariamente il carattere proprietario dei mezzi di produzione. Se ci arrestiamo a simile concezione, a centocinquant’anni da Il Capitale, scopriamo qualcosa che non è falso, anzi demistifica senz’altro le tesi relative alla libertà e all’eguaglianza propagandate dagli ideologi dei dominanti; e si mette nel contempo in mostra come la moderna società non sia altro che una forma storicamente specifica di estrazione del pluslavoro da dati strati sociali a favore di altri che se ne appropriano. Tuttavia, tale discorso è da ormai molti decenni (direi da quasi un secolo) del tutto insufficiente e ha condotto in direzioni errate (divisione tra rentier e “lavoratore collettivo cooperativo”, e tutte le altre sballate previsioni in merito alla dinamica capitalistica da me messe in luce reiteratamente), che sono finite in un cul de sac.

La mia idea della priorità degli agenti strategici – nella sfera economico-finanziaria, politico-militare, ideologico-culturale, in ognuna delle quali essi applicano una razionalità predominante che subordina a sé quella del minimo mezzo e che rappresenta la politica nel significato di sequenza di mosse plurideterminate e “ramificantisi”, effettuate da “soggetti” in conflitto multilaterale – non è la “verità” finalmente scoperta, non è la sconfitta definitiva dell’ideologia. E’ semplicemente un modo di concepire e combattere il conflitto secondo ipotesi che giudico più congrue nell’attuale fase storica. Giudizio mio personale, che sarà suffragato o meno innanzitutto dalla possibilità di procedere verso teorie più compiute e sistematiche (non per merito della sola forza logica, ma anche dell’evolversi della fase storica stessa e della decantazione in essa dei gruppi sociali); e inoltre dal successo o meno nello spiegare e indirizzare date pratiche (da non confondere subito con l’azione politica e il movimento delle masse!) in un periodo di tempo sufficientemente lungo come sono sempre quelli detti storici, che poco hanno a che vedere con la durata della nostra vita.

Non conquistiamo alcuna Verità; il conflitto va concepito e combattuto attuando una scelta di campo. La finzione dell’asetticità e oggettività nell’analisi è errata; si tratta di un atteggiamento conservatore. Essere lucidi pur “prendendo partito”, perfino nella battaglia più accanita e furiosa, è un conto; pretendere d’essere neutrali e “spassionati” significa spesso porsi dalla parte di chi vuol mantenere la situazione com’è, con il predominio di quei dati gruppi sociali. Dobbiamo concepire e combattere la lotta secondo le modalità tipiche del nostro essere individui nella società, che è un “tessuto” di rapporti conflittuali. Cerchiamo di andare anche alla scoperta degli interessi materiali che stanno dietro le imprese dei diversi gruppi sociali, cerchiamo di individuare la “struttura” interrelazionale degli stessi e la loro forza; sempre consci però che non siamo neutrali, che il campo di battaglia è un flusso continuo di tensioni e squilibri da noi stabilizzato in funzione e per gli scopi della lotta. Così è e sempre sarà. A mio avviso almeno; e anche questa convinzione è un modo di concepire e combattere il conflitto.