COLEI CHE PRESE UN CAPPELLO PER UN CERVELLO II. LA NOSTRA VENDETTA (DI A. BERLENDIS)

rossana-rossanda

LO SVARIONE ‘MANIFESTO’…,

scritto da Andrea Berlendis

 

 

1. L’analogia storica che viene adombrata, nell’articolo della Rossanda dal titolo ’Ebbene sì’—qui a fianco riproposto—tra gli eventi sindacali polacchi del 1980  e gli eventi rivoluzionari russi del 1917, non costituisce una boutade isolata. Nella ‘Prefazione’ alla raccolta di scritti ‘La Polonia e noi, del 1983, segnalando gli aspetti critici ed attivistici che l’esperienza di Solidarnosc mostrava, la stessa Rossanda ne individuava le seguenti peculiari origini: “Più oltre—ma qui forse gli amici di ‘Mondoperaio’ non mi seguiranno—questa vitalità non istituzionale potrebbe essere legittimamente essere fatta risalire a Rosa Luxemburg, presto esorcizzata dalla Internazionale comunista e oggi non ricordata (…). Ma chi ha pensato a una rivolta proletaria che non aveva bisogno d’una avanguardia partitica e che contestasse in permanenza il proprio giacobinismo, se non lei e lei sola? A Danzica fioriva più la seminagione della piccola signora ebrea uccisa a colpi di fucile, molti anni prima, in un albergo di Berlino e poi gettata in un oscuro canale, che non la seminagione vaticana o, che so, del liberalismo, o della seconda Internazionale.”[i] In questa circostanza, oltre a confermare la valutazione estremamente positiva dei moti sindacali polacchi, traspare, en passant, la critica a Lenin ed all’elite bolscevica, ‘manifestata’ dal pulpito di un’assai aristocratica ed oligarchica elite che ha avuto—a differenza di Lenin e dell’elite bolscevica—non pochi demeriti storico-politici. La critica è di tipo democraticistico: in primo luogo, perché Lenin avrebbe sì  agito mobilitando e dirigendo le masse con l’obiettivo di incidere rivoluzionariamente durante la congiuntura storico-politica di crisi, generatasi nel corso della prima guerra mondiale quale parte del conflitto policentrico tra potenze capitalistiche, ma tramite un organizzazione compatta e centralizzata; in secondo luogo, avrebbe diretto troppo  energicamente ed autoritariamente  il potere degli apparati dello Stato appena conquistati, per difendersi dall’accerchiamento promosso da potenze capitalistiche esterne con appoggi interni. Tale critica è ribadita a distanza nel tempo. Nel 2012 la Rossanda infatti scrive: “Né si vede come potesse formarsi una classe operaia ‘per sé’ soprattutto da che Lenin aveva  abolito i soviet, cioè assai presto. Ma questa mancanza si collega al mancare di un’ipotesi chiara di autorganizzazione  della classe[ii]

Inoltre è da rimarcare come le complessive vicende polacche di quel periodo furono viste dalla Rossanda come interne alla ‘transizione’ intesa come passaggio ad una formazione sociale post-capitalistica di tipo socialista. Affermava infatti: “nel lavoro di riflessione nato con e attorno Solidarnosc appare un’immagine della ‘transizione’, diremmo noi, di grande interesse, anche se ancora embrionale. Gli scritti di Kuron e Smolar su democrazia e liberalismo, alcune osservazioni sul programma del DIP, i primi dati—non tutti ricordati—sull’autogestione e il modello economico indicano il livello su cui si pone l’eventuale ‘via d’uscita’. Non è il ritorno al capitalismo del libero mercato, né al semplice pluralismo parlamentare: ma un sistema dai contorni non ancora definiti (e come potrebbero esserlo?) fondato su autogestioni coordinate e capaci di darsi un programma, rispetto alle quali il mercato funge da terreno di verifica, ma non da regolatore assoluto, e un sistema istituzionale articolato fra diversi livelli di potere, non solo fra vertice e base, ma anche fra vertici[iii] Puntigliosamente ribadiva con enfasi, nel dicembre 1981, che le parti da prendere erano chiare ed inequivocabili: “La nostra libertà è la stessa di Solidarnosc. Lo comprendano gli operai, gli studenti, le donne, tutti coloro che in Italia, in questi anni di fuoco, hanno simpatizzato con gli uomini di Danzica aggiungendo troppi ‘ma’. L’ ora è venuta, o si sta dalla loro parte o si sta con i generali che hanno arrestato i capi del sindacato libero e domani spareranno sui disarmati”.[iv] La positività e l’acclamazione entusiastica per Solidarnosc, si prolungherà nel tempo e non casualmente si ripeterà regolarmente per il fenomeno Gorbaciov, perfino dopo la sua miseranda fine. Nel 2009 scriveva: “i comunisti leggono solo in termini di politica antisovietica la restaurazione di Thatcher e Reagan, sottovalutano la stagnazione dell’Urss di Breznev, non capiscono il tentativo di Andropov, esitano su Solidarnosc in Polonia come avevano esitato su Praga; la berlingueriana ‘fine della forza propulsiva’ del 1917 arriva quando la scomposizione del Pcus è ormai avanzata e tutti i rapporti con il dissenso ancora di sinistra dell’est sono stati mancati. Così fino a Gorbaciov.”[v] Le previsioni e le analisi errate sono elementi ordinari interni alla pratica scientifica, la loro reiterazione ad infinitum no. A maggior ragione in presenza di falsificazioni storiche ripetute. Ancor meno accettabile è l’abbandono di ogni cautela metodologica, ad ogni apparente (ri)presentarsi di fenomeni innovativi (o presunti tali) a cui si attribuisce un segno opposto a quello che effettivamente stanno (di)mostrando. Invece di una normale e modesta autocritica razionale … nulla, nessuna discesa dal pulpito, ma arrogante perseveranza. Nessuna individuazione di quale processo oggettivo erano portatori soggettivi Walesa e Solidarnosc, nessuna valutazione dei rapporti geopolitici che ne mostrasse l’effettiva funzione svolta…  Limitiamoci a riportare degli elementari riscontri empirici citati in un recente volume d’inchiesta: a) “Lech Wałęsa è sempre stato abbottonato sul tema dei soldi a Solidarność. Di recente, però, ha iniziato a fare alcune ammissioni, pur rimanendo cauto: «È vero, la Chiesa ha finanziato Solidarność, il piccolo sindacato polacco che ha cambiato il corso della storia nell’Europa dell’Est».”[vi] b) “A Wałęsa il magistrato ha ricordato che nelle lettere di Roberto Calvi, trovate dopo la sua morte a Londra, c’era scritto che il banchiere aveva finanziato Solidarność con oltre mille milioni di dollari. Su questi punti Wałęsa non ha risposto: «Non li conosco, i loro nomi li ho appresi dai giornali. La Chiesa in Polonia ci appoggiava e forse aveva qualche contatto con il banchiere Calvi.».”[vii] c) “Sul rapporto Brzeziński-Wojtyla, Wałęsa è cauto, ma ammette che a interessarsi della Polonia erano figure molto potenti.«Ci furono momenti in cui molte persone agirono per le sorti della Polonia: Mitterrand, Reagan, Bush. Tutto il nostro agire era indirizzato contro il comunismo. Reagan sosteneva la nostra causa e nel frattempo riarmava gli Stati Uniti, cosa che i sovietici non hanno digerito.».”[viii] E tanto basti.

A proposito poi del segno assunto dal gorbaciovismo, voglio ricordare che, mentre la Rossanda ed ‘Il manifesto’ (stra)vedevano in Gorbaciov nientedimeno che la ripresa della transizione verso il socialismo per la formazione sociale sovietica, Gianfranco La Grassa nel medesimo periodo scrisse un saggio, prima pubblicato sulla rivista ‘Democrazia proletaria’ nel 1989 e poi ripreso nel suo volume L’ ‘inattualità di Marx’, dal più che eloquente titolo, ‘La transizione sovietica … al capitalismo’. E’ casuale questa radicale differenza di capacità  analitica e previsionale? Evidentemente no. Deriva dall’orientamento teorico di fondo, passando anche ovviamente attraverso le profonde riformulazioni delle ipotesi teoriche, mai però ad hoc e casuali, che i riscontri storico-fattuali richiedono.

 

2. L’impostazione rossandiana ha sempre identificato la teoria marxiana con la ‘centralità della classe operaia quale soggetto rivoluzionario’. Nelle sue parole: “La classe operaia è ‘centrale’ nell’ipotesi marxista non perché sia numerosa, o dotata di istinti libertari più di altre, ma perché è la sola annullata nel suo essere, e quindi «non ha nulla da perdere se non le proprie catene».”[ix] In uno scritto a commento delle tesi dell’allora Rifondazione, così argomentava rispetto a tale centralità: “Questa ridefinizione del soggetto, anzi dei soggetti di rivoluzione, che non fa più asse sul lavoro – cioè sulla lotta al capitale come modo di produzione e ordinamento sociale – si distacca da Marx? Sì. In Marx la classe operaia è il soggetto rivoluzionario non perché gli operai pensino meglio ma perché è sul lavoro che il denaro diventa capitale, si forma il valore (la vexata quæstio resta la principale), si reifica l’umano in merce; la classe dei salariati è la sola che dall’abbattimento del modo di produzione capitalistico «non ha da perdere che le proprie catene». Inversamente non c’è rivoluzionamento finché questo rapporto di produzione permane (ed è qui che andrebbe cercata sul serio la radice dell’involuzione dell’Ottobre). Le Tesi disegnano invece una soggettività rivoluzionaria che emerge anche in assenza d’una coscienza operaia e delle sue lotte all’interno del meccanismo capitalistico di produzione.”[x] Ha quindi sempre insistito sul fatto che la permanenza di un Soggetto quale la classe operaia costituisca la“condizione perché l’orizzonte di una trasformazione che investa alle radici la proprietà resti aperto, salvaguardandone anzitutto i soggetti. Il tentativo di assegnare ad altri gruppi sociali il ruolo che era stato posto nella classe operaia non ha avuto esito. Esso non è durevolmente passato alla gioventù acculturata e/o marginale, come pensava Herbert Marcuse, malgrado i processi di proletarizzazione cui è sottoposta, né nelle popolazioni dei paesi terzi, come si è creduto nel primo postcolonialismo, né nella reattività delle moltitudini, difesa da Negri e Hardt.”[xi] Perché solo “una lotta operaia autentica è un vivente, sfugge a ogni controllo, tende ad andare oltre, impatta necessariamente sul muro dei rapporti di produzione e ne sperimenta la pesantezza.”[xii] E’ quindi per la Rossanda ancora doveroso, pur dopo le repliche storiche negative di innumerevoli experimentum crucis, chiedersi, in occasione dei 150 anni dalla pubblicazione del marxiano ‘Manifesto del partito comunista’: “perché centocinquant’anni dopo, la classe spossessata, e tuttavia arricchita da innovatrici esperienze di lotta in occidente, e in presenza di una rete prima sconosciuta dei mezzi di comunicazione, non si associ, non si organizzi, non si pensi unita e come soggetto transnazionale capace di unificarsi.”[xiii]. Oppure, a proposito del rapporto tra la classe operaia ed il movimento no-global si interrogava nei seguenti termini: “E soprattutto, come spieghiamo, noi marxisti, che la classe operaia mondiale nel momento della sua maggiore estensione non ne sia all’avanguardia, anzi, spesso neppure alla retroguardia?[xiv]

3. Purtroppo siamo qui in pieno nella casistica dei ‘marxisti’ che non conoscono l’abc dell’elaborazione marxiana. La teoria marxiana è un’analisi scientifica delle forme di società, pensate come strutturantesi partendo da determinati rapporti sociali. La teoria marxiana del capitalismo non è una teoria (o peggio ancora una filosofia) del Soggetto. Per Marx il capitale è un rapporto sociale. Detto con termini lagrassiani “Questo rapporto sociale (che è il capitale) corre tra il possessore dei mezzi produttivi e il possessore della forza lavoro, libero da costrizioni servili e tuttavia obbligato, per vivere, a vendere questa sua capacità come merce (al suo valore di merce), che allora contiene già in sé la potenzialità del pluslavoro/plusvalore.”[xv] Nella sua apparenza reale “il capitalismo è ‘libertà ed eguaglianza’ e tuttavia, nello stesso tempo, è sfruttamento e diseguaglianza.”[xvi]. Questo perché il capitalismo è caratterizzato da una specifica forma di libertà: “è libertà piena ma limitata ai ‘soggetti’ solo in quanto possessori di merci. La diseguaglianza consiste nel possesso di merci diverse; che manifestano tuttavia appieno la loro diversità nel processo produttivo, non nel mercato. Ed è questo fatto che ha creato confusione nella testa di certi marxisti, convinti che lo ‘sfruttamento’ nasca soltanto nel processo produttivo, attraverso la ‘lotta di classe’, la lotta tra capitale e lavoro; divenuta invece, in ogni sistema specificamente capitalistico, lotta sindacale, tradunionismo, in cui si è in effetti ritirata, con il tempo (dello sviluppo capitalistico), la sedicente ‘Classe’ (demiurgo della Storia), mostrando il suo carattere non rivoluzionario.”[xvii] Proprio perché il capitale è un rapporto sociale, nella formulazione marxiana, la transizione è ipotizzata come il risultato di una dinamica intrinseca al modo di produzione capitalistico, la quale avrebbe generato sia le condizioni oggettive che il suo portatore soggettivo. “Nella visione di Marx, la centralizzazione dei capitali—opponendosi,…,alla piena estensione di quella delle unità produttive, comportante la crescita della socializzazione delle forze in queste ultime espresse, ecc.—avrebbe infine bloccato lo sviluppo delle stesse; questo fatto, assieme al costituirsi della base sociale necessaria (il lavoratore collettivo), avrebbe spinto alla rivoluzione, all’abbattimento dello Stato difensore del diritto di proprietà e quindi alla separazione tra i ‘produttori associati’ e i mezzi (ormai le unità produttive quali complessi sistemi degli stessi) mediante i quali detti produttori esplicavano la loro capacità lavorativa (ai vari livelli direttivi ed esecutivi).”[xviii] Dinamica oggettiva e formarsi del ‘lavoratore collettivo cooperativo’ quindi, non centralità della ‘Classe operaia’ e  della sua attività …

Per concludere voglio sottolineare che, a differenza del completamente errato interrogativo rossandiano sul mancato formarsi del Soggetto prima citato, così scriveva La Grassa, in un opuscolo celebrativo del ‘Manifesto del partito comunista’, già  ormai un quindicennio fa: Non si possono imputare a Marx errori di valutazione. Egli ha compiuto nel miglior modo possibile, tenuto conto dei suoi tempi, l’analisi del modo di produzione capitalistico, sono i marxisti ad essere rimasti fermi a quelle analisi, certo affascinanti, che hanno però mostrato la corda nel corso di più di un secolo.”[xix]  Non per caso l’ultimo volume dell’itinerario lagrassiano s’intitola significativamente ‘L’ altra strada. Per uscire dall’impasse teorica.’. Ma questa strada, è una strada solo per chi saprà uscire da Marx con Marx, cioè sapendo, sia di aver effettivamente percorso la strada marxiana, sia il verso in cui questa strada la si è percorsa.

 

 

 

 

 



NOTE

 

[i] Rossanda ‘Prefazione’ a AAVV  ‘La Polonia e noi’(a cura di Wlodzimierz Golkorn), Marsilio editori pag. X-XI

[ii] Rossanda ‘Quell’utopia caduta a terra’ ‘Il manifesto 18 magio 2012

[iii] Rossanda ‘Prefazione’ a AAVV  ‘La Polonia e noi’(a cura di Wlodzimierz Golkorn), Marsilio editori pag. XVI

[iv] Rossanda  Il manifesto del 14 dicembre 1981

[v] Rossanda ‘Alle origini del declino’ il manifesto” del 27 giugno 2009

[vi] Galeazzi, Pinotti  ‘Wojtyla segreto.La prima contronchiesta su Giovanni Paolo II.’ Chiarelettere, pag 141

[vii] Galeazzi, Pinotti  ‘Wojtyla segreto.La prima contronchiesta su Giovanni Paolo II.’ Chiarelettere, pag 142

[viii] Galeazzi, Pinotti  ‘Wojtyla segreto.La prima contronchiesta su Giovanni Paolo II.’ Chiarelettere, pag 146

[ix] Rossanda ‘La parabola operai. Nascita, trionfo e caduta del protagonismo in fabbrica.’ Il Bimestrale’ Supplemento de ‘Il manifesto’ del 12/12/1989

[x] Rossanda ‘La politica della teoria’ Rivista del manifesto n° 25, febbraio 2002

[xi] Rossanda ‘Da dove ripartire’ Il manifesto  19 settembre 2012  http://www.ilmanifesto.it/dossier/da-dove-ripartire

[xii] Rossanda ‘Pianeta Operaio’ Il manifesto 12 Maggio 2010  http://www.sinistrainrete.info/storia/866-rossana-rossanda-pianeta-operaio.html

[xiii] Rossanda ‘A centocinquant’anni dal Manifesto del partito comunista’, Finesecolo, n. 1, 1998, pag. 14

[xiv] Rossanda ‘La politica della  teoria’ Rivista del manifesto n° 25, febbraio 2002

[xv] La Grassa ‘Centocinquantanni bastano. Uscire da Marx con Marx.’ Narcissus editore pag 5

[xvi] La Grassa ‘Centocinquantanni bastano. Uscire da Marx con Marx.’ Narcissus editore pag 46

[xvii] La Grassa ‘Centocinquantanni bastano. Uscire da Marx con Marx.’ Narcissus editore pag  17

[xviii] La Grassa ‘Centocinquantanni bastano. Uscire da Marx con Marx.’ Narcissus editore pag  43

[xix] La Grassa ‘Il comunismo fallibile. A 150 anni dal ‘Manifesto’. Editrice CRT pag. 24