COSCIENZA, “REALTA’” E ALTRE “QUISQUILIE” (finito il 7 luglio ’12)

pensiero

1. Scrisse Marx, nel Manifesto del 1848, che cruciale era il passaggio alla “classe rivoluzionaria” di “una piccola parte della classe dominante”, in particolare di “una parte degli ideologi borghesi, che sono riusciti a giungere alla intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme”. Nel ’48 era da poco completata – o quanto meno da poco se ne potevano vedere apprezzabili risultati – la decantazione del Terzo Stato in borghesia (classe proprietaria dei mezzi di produzione) e classe operaia (quella poi anche detta Quarto Stato), costituita dai “proprietari” di semplice forza lavoro venduta quale merce dietro salario; vendita di cui Marx vide la crescente “libertà di contrattazione”, all’epoca ancora ostacolata da una serie di “intralci”. Quest’ultima classe era appunto considerata quella rivoluzionaria, quella che avrebbe oggettivamente costituito il soggetto portatore della trasformazione del capitalismo in socialismo (primo stadio) e comunismo, conclusione del processo di liberazione da ogni “sfruttamento dell’uomo sull’uomo”, con piena libertà di ogni individuo in merito alla scelta consapevole di attività consone alle proprie prerogative e preferenze.

Non era prevista la fine della competitività interindividuale e tra gruppi, dell’ambizione, della tendenza a “mostrarsi i primi”, ecc., ma si pensava sarebbero venute meno – con la fine del controllo “privato” dei mezzi di produzione da parte di particolari individui o gruppi, controllo che consentiva loro di appropriarsi del prodotto ottenuto da una rilevante quota del lavoro (il pluslavoro) erogato dalla maggioranza degli altri individui (appropriazione in varie forme “storicamente specifiche”, di cui l’ultima era appunto il plusvalore in quanto profitto) – le condizioni oggettive che di tali ineliminabili caratteristiche umane fanno la molla della prevaricazione, del conflitto estremo portato fino al desiderio di schiacciante predominanza sugli altri ottenuta con i mezzi più abietti, fra cui la violenza, l’uccisione, l’oppressione, ecc. (oltre all’inganno e raggiro con malevola astuzia, alla menzogna, alla finzione di amicizia spesso conclusa con il tradimento, e via dicendo). La lotta intersoggettiva avrebbe invece contribuito al progresso della cooperazione con stimolo all’inventività e alla rimozione di ogni conformistico ostacolo nei confronti della novità.

A metà ‘800, alla fine (almeno in Inghilterra) della prima rivoluzione industriale (1760-1840 all’incirca), Marx considerò l’affermazione del capitalismo – che, in una prima fase transitoria verificatasi nei secoli precedenti, era stata promossa dalla borghesia mercantile, poi però infeudatasi e quindi incapace di terminare la transizione alla nuova formazione sociale – quale risultato di un processo i cui portatori soggettivi furono i manifattori divenuti industriali, inizialmente artigiani dotati di saperi produttivi, in parte intrecciatisi con la piccola nobiltà di campagna (la gentry). Si tratta di quei capitalisti (proprietari “privati” delle condizioni oggettive della produzione) che possiedono le capacità direttive (le “potenze mentali della produzione”, per dirla con Marx) delle unità produttive dotate di macchine (fabbriche) di grandezza crescente e che impiegavano “eserciti operai” (nel senso stretto del termine) via via più numerosi. Il movimento rivoluzionario, per innescarsi, aveva quindi bisogno che una parte degli ideologi appartenenti alla nuova classe dominante (borghesia) passasse al proletariato, termine con cui si denotava tale classe operaia.

Negli anni ’60 e ’70 del XIX secolo, nei vari studi e letture – degli economisti classici e di altre correnti, dei verbali degli ispettori di fabbrica (personaggi di fronte a molti dei quali i “tecnici” odierni fanno la figura dei fessi), ecc. – che, attraverso la scrittura di migliaia di pagine, condurranno a Il Capitale (il cui unico volume pubblicato, in fase rifinita e definitiva, da Marx è stato il “primo libro”), il grande pensatore acquisisce la consapevolezza del processo di “centralizzazione dei capitali”, che non conduce semplicemente alla mera forma di mercato definita monopolistica (questa è una semplificazione compiuta dall’economicismo marxista successivo) bensì ad un nuovo rapporto sociale, poiché, com’è ben noto, “il capitale non è cosa ma rapporto sociale”. La proprietà capitalistica si separa dalle potenze mentali della produzione, divenute prerogativa di particolari gruppi di lavoratori salariati di tipo direttivo. Le due classi antagonistiche fondamentali restano, come denominazione, borghesia e proletariato. Tuttavia, la prima comporta ormai soltanto la proprietà, cioè il mero controllo, dei mezzi produttivi tramite il possesso di maggioranze nelle società per azioni in cui sono inglobate le unità produttive (fabbriche); Marx non usa in genere la denominazione di impresa, implicante un mutamento concettuale. Il secondo è il lavoro collettivo, in cui direzione ed esecuzione tenderebbero a divenire un corpo lavorativo unico, sia pure differenziato e stratificato al suo interno.

Questa nuova configurazione avrebbe dovuto comportare un mutamento nell’individuazione delle due classi fondamentali (presunte antagonistiche); diciamo, anzi, che sarebbe stato indispensabile riconsiderare il modello sociale semplicemente duale. Non averlo fatto ha indebolito la “intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme”, con gravi ripercussioni sulla prassi rivoluzionaria del secolo successivo e sulla sua corretta interpretazione. Marx sembra prendere atto del mutamento del soggetto rivoluzionario (dall’operaio in senso stretto al lavoratore collettivo cooperativo), ma la sua analisi al riguardo procede a sprazzi, in modo tutto sommato incerto, e senza trarre da simile evento lo stimolo ad un radicale ripensamento della concezione espressa nel passo del Manifesto citato all’inizio.

Kautsky, in ciò seguito da Lenin, prende atto che il reale processo sociale di sviluppo capitalistico non conduce affatto al lavoratore collettivo (“dall’ingegnere all’ultimo manovale”); anzi, i possessori delle potenze mentali della produzione, quand’anche salariati, restano quello che adombra la definizione leniniana: specialisti borghesi, di cui il proletariato (la mera classe operaia in senso stretto) non può fare a meno, senza però considerarli nemmeno quali effettivi alleati, piuttosto semmai avversari “piccolo-borghesi”, con tendenza ad acquisire (o imitare) i modi e costumi di vita dei capitalisti (proprietari). Nella sua concretezza – ben diversa dalla stupidità del molto successivo movimento “sessantottardo”, che ha voluto fingere la “proletarizzazione” dei quadri tecnici e specialistici per semplificarsi i compiti “pseudo-rivoluzionari” – Lenin affermò che gli operai dovevano tenere sempre ben puntato il fucile contro questi individui, una volta messo in moto il processo rivoluzionario.

Dalla realistica valutazione di come si è andata effettivamente sviluppando la centralizzazione del capitale (cioè la formazione dei rapporti sociali nel cosiddetto capitalismo monopolistico), sia Kautsky, quando non era un “rinnegato”, sia Lenin trassero la convinzione di un’accentuazione del tema trattato da Marx in merito alla “piccola parte degli ideologi borghesi” staccatasi dalla borghesia perché riuscita “a giungere alla intelligenza teorica [corsivo mio, in quanto è frase molto significativa in polemica con i semplici “praticoni”] del movimento storico nel suo insieme”. Da simile concretezza nasce l’idea leniniana del partito, di cui già scrissi molti anni fa; e non mi ripeto ora perché certe polemiche non sono oggi più produttive di effetti. Ricordo solo che gli antileninisti (tipo la Luxemburg, quella che lo stesso grande dirigente bolscevico definì un’aquila che spesso volava basso come un’anatra) si sono strappati i capelli di fronte a questa concezione, poiché la sedicente avanguardia del proletariato (ormai considerato soltanto nella veste di classe operaia) doveva secondo costoro nascere ed enuclearsi, per movimento spontaneo, all’interno di quest’ultimo. Questa diatriba si riprodusse pure nei gruppastri del post-’68 con le tesi del partito quale avanguardia “esterna” (m-l) o invece “interna” (operaisti e movimentisti vari) rispetto al proletariato. Sia “esternisti” che “internisti” hanno fatto una brutta fine; quindi lasciamo perdere, è acqua che non macina più.

 

2. Se quell’acqua, ormai “sporca”, non macina più (e non deve macinare, altrimenti ci si prende il tifo o la dissenteria), lo scorrere della stessa per un secolo abbondante non ha nulla da insegnarci? O almeno farci pensare? Credo di sì, se si sposta il tiro. Il problema dell’avanguardia (esterna o interna) non ha più interesse perché, se intendiamo il proletariato come classe operaia in senso stretto, possiamo ben dire che non ci sono state rivoluzioni proletarie; semmai contadine, ma certamente dirette da gruppi organizzati, dotati spesso di una visione d’insieme e mossi da interessi (non parlo di quelli materiali soltanto!) ben diversi da quelli delle “masse” in scomposta agitazione. Tali gruppi hanno condotto i movimenti lungo percorsi indicati e seguiti con forte determinazione, in modo senza dubbio consapevole, che hanno tuttavia avuto sbocchi impensati, del tutto diversi da quelli voluti, e non ancora valutati adeguatamente nei loro risultati sociali complessivi.

La classe operaia – nei paesi “avanguardia” dello sviluppo capitalistico; non certamente unitario com’è stato sempre considerato, ma con cesure e trasformazioni, anch’esse non indagate né comprese – ha mostrato di essere la meno rivoluzionaria di tutta la storia. Solo nel passaggio dalla condizione contadina a quella propriamente operaia, il “disagio” implicato dallo stesso ha provocato momenti di radicalizzazione del conflitto (detto “di classe”); poi si è avuta una sorta di riappacificazione e di riconduzione del conflitto in questione entro l’alveo della riproduzione della formazione sociale detta capitalistica. I cambiamenti radicali interni a quest’ultima nell’epoca del suo ormai definitivo affermarsi – ad es. il più volte da me segnalato (ma teorizzato solo approssimativamente) mutamento del capitalismo borghese in quello dei funzionari del capitale – sono stati causati dall’azione di altri gruppi sociali e non hanno affatto condotto al condensarsi delle condizioni di possibilità relative alla solo agognata transizione al socialismo; pur se piccoli rimasugli di “passatisti” continuano a sognare in tal senso.

Del resto, l’impossibilità per i marxisti di capire che cos’è realmente accaduto era inscritta almeno in parte nell’ignoranza del concetto di impresa quale unità o cellula del tessuto sociale; e non semplicemente nella sfera strettamente produttiva, bensì in quella che si può definire in senso lato economica. L’unità dell’impresa consiste nella sintesi operata dalle strategie del gruppo di vertice; quest’ultimo ha spesso la proprietà del pacchetto azionario “di comando”, ma tale fatto in genere occulta la caratteristica imprenditoriale decisiva rappresentata dal controllo tramite l’azione strategica. La proprietà è al massimo un supporto strumentale non inessenziale né accidentale, ma pur sempre subordinato all’uso che ne fanno gli agenti di dette strategie.

Se i marxisti – sulla scia di Marx che ha visto la fase della prima rivoluzione industriale con il passaggio dallo strumento alla macchina, con il moltiplicarsi delle fabbriche, ecc. – non hanno afferrato la differenza tra impresa e unità produttiva di tipo meccanico (la fabbrica ottocentesca appunto), i liberal/liberisti non hanno in fondo molto da insegnarci, essendo rimasti all’idea del soggetto (con prevalenza di quello consumatore su quello produttore) che agisce in un “libero mercato”. Il massimo che sono riusciti a teorizzare è la funzione di innovazione dell’imprenditore (Schumpeter), concetto comunque distante da quello di stratega; o la necessità dell’intervento correttivo dello Stato (Keynes), in cui non si è comunque usciti dal mero economicismo con il gioco della domanda complessiva (di beni di consumo come di investimento) – carente rispetto al risparmio nei sistemi “opulenti” – del movimento dei saggi di interesse in relazione all’efficienza (logicamente marginale) del capitale investito, ecc. ecc.

Il concetto, pur ancora elaborato in modo rudimentale, di conflitto tra strategie rompe, o inizia a rompere, questa intelaiatura costrittiva, sia che la si guardi dal punto di vista marxista o invece liberale. In effetti, con il conflitto strategico viene in primo piano la politica. Non nel senso banale del “pubblico” che sarebbe superiore al “privato”; o dello Stato (soggetto mistico di tutti i beoti antiliberisti privi di una qualsiasi consapevolezza del problema) che impone ai singoli individui la volontà suprema del (soltanto immaginario) rappresentante della collettività (certuni la pensano cervelloticamente quale comunità); una collettività inesistente, teorizzata da ideologi che fanno il gioco dei gruppi dominanti impadronitisi delle leve del potere. La politica è l’apprestamento di un campo di lotta, favorevole alla disposizione su di esso delle forze di cui ogni agente strategico è in possesso, allo scopo di effettuare le mosse più confacenti ad acquisire la supremazia sugli avversari. Ogni agente strategico agisce in cotesto senso; e ognuno si muove cercando nel contempo di svolgere funzione di orientamento di un dato gruppo sociale – più o meno precisamente configurato e strutturato – che, in genere inconsapevolmente (nel senso che la consapevolezza spetta all’agente strategico), si scontra con altri. Il risultato della lotta non è quindi determinato.

Non intendo qui allungare troppo il discorso, da farsi in sede più appropriata; comunque, mi sembra evidente che le mosse della politica appartengono ad ogni sfera sociale: a quella che indichiamo come economica o a quella ideologica e culturale o alla politica nel senso appunto degli apparati “pubblici” e dello Stato in primo luogo. La politica, in quanto conflitto tra gruppi, comportante serie successive di mosse strategiche (per la supremazia), è un misto di azioni nelle diverse sfere sociali. Per comprendere la relativa superiorità degli agenti in movimento nella sfera economica o invece di quelli attivi nella sfera che passa per politica vera e propria (il “pubblico” e lo statale), ecc. è indispensabile un’analisi delle differenti congiunture e della configurazione delle forze in campo in ogni congiuntura; considerando tali forze e la configurazione dei loro rapporti su diversi piani, dal più strettamente locale fino al livello più globale (mondiale), di gran lunga più rilevante e denso di effetti.

Certamente, un lavoraccio, che lascia da parte il primato dell’economia (magari della finanza) o invece quello della politica in quanto apparati dello Stato, e altre semplificazioni. Il primato è sempre delle strategie, delle necessità oggettive inerenti ad una data supremazia da conseguire, cui si ricollegano le mosse degli agenti che ne sono i portatori soggettivi; con prevalenza in date congiunture (o fasi di una congiuntura) degli agenti “economici”, in altre invece degli agenti “politici” o “ideologici” e “culturali”, sempre comunque intrecciati fra loro, pur mutando la “strutturazione” e “gerarchia” dell’intreccio. Restare alla dominanza dell’economia (o addirittura finanza) o della politica (gli apparati pubblici o statali), ecc. è il modo di nascondere la portata reale – e i reali agenti in campo – della politica, in quanto conflitto tra strategie (per la supremazia), che permea le varie sfere sociali, semplici condensazioni di organizzazioni di varia natura: imprese per la sfera economica, apparati vari dell’amministrazione pubblica e statale (sfera politica), TV, giornali, apparati della comunicazione e informazione, scuola e organismi culturali vari (per la sfera della formazione ideologica), e via dicendo. Il tutto supportato da gruppi di pressione, lobbies, centri più specificamente indirizzati alle elaborazioni strategiche, ecc.

 

3. Vi è forse un altro punto, più astratto ancora, da dover sondare con maggiore sistematicità di quanto non sia in grado di fare, in particolare in questo scritto. Se il movimento storico nel suo insieme è il risultato di azioni incrociate mosse dal conflitto tra strategie in vista di una supremazia da conquistare, lo sbocco del movimento in questione è largamente imprevedibile nel lungo periodo; a distanza “ravvicinata” (può trattarsi anche di molti anni) diventa possibile qualche previsione azzeccata assai all’ingrosso. Quando passa un’intera epoca storica, di decenni o più, il quadro è del tutto mutato rispetto a quanto agognato da coloro che hanno messo in moto determinati processi sia pure di grande ampiezza e visione complessiva. Gli effetti storici dell’89 francese o del ’17 sovietico sono buoni esempi a tal proposito.

Di solito, quando si tratta di afferrare il comportamento umano e analizzare le condizioni del prodursi di suoi effetti particolari, si discute intorno al rapporto tra coscienza e spontaneità; in altre contingenze, ci si avvolge in dotte considerazioni circa l’interazione tra ragione e volontà, mossa da passioni. Oppure, ci si sposta verso una riflessione intorno alla relazione che viene a istituirsi tra il soggetto agente e l’oggetto (la “realtà”) su cui esso opera. In linea di principio mi attengo al presupposto dell’esistenza di “qualcosa” di esistente, e di saldo nella sua esistenza, al nostro “esterno”. Spesso si ritiene che questo qualcosa, l’oggetto reale, sia dotato di struttura interrelazionale tra suoi elementi isolabili, struttura conoscibile per gradi (“approssimazioni successive”), magari mediante schemi costruiti in base ad ipotesi preliminari soggette a prova. E la prova consisterebbe nel valutare il successo o meno conseguito dall’azione mossa da quelle ipotesi. Naturalmente, l’azione nasce dalla “conoscenza” (supposta) della presunta “struttura interrelazionale” di cui è costituito l’oggetto “reale” indagato.

Qualcuno pensa di superare la dicotomia soggetto/oggetto riducendo in sostanza quest’ultimo all’idea che di esso ha il primo, sia pure attraverso contorte disquisizioni tese ad allontanare il sospetto che egli sia affetto da pura fantasia “idealistica”. In altri casi, ci si attiene alla considerazione che nelle azioni in società il soggetto incide con la sua opera sull’oggetto, trasformandolo. L’oggetto quindi influisce con la sua “realtà” sul soggetto, imponendogli (in un certo senso) di esercitare la sua attività conoscitiva al fine di rendersi conto delle condizioni obiettive entro cui deve agire; ma poi il risultato dell’azione implica il mutamento dell’oggetto per cui si richiede la ripetizione del processo. Detto scherzosamente, il soggetto non è munito di rete da pesca nelle cui maglie catturare il “pesce” (l’oggetto) per poi cuocerlo e mangiarlo; cerca invece di prendere il guizzante e sgusciante animale a mani nude, il che comporta il continuo suo schizzare nell’acqua per ripresentarsi, sornione e maligno, all’appuntamento con il soggetto “prenditore”.

Innanzitutto, il soggetto non è un soggetto, ma un insieme plurimo di agenti in conflitto tra loro. A seconda degli specifici caratteri attribuiti al conflitto e alle sue poste in gioco, detti agenti sono singoli individui o gruppi, più o meno numerosi, di individui uniti fra loro (con conflitti interni “minori”) per il conseguimento di determinati scopi, sempre tenendo conto che il fine ultimo è l’affermazione di una supremazia; quand’anche ciò non comporti violenza e metodi “bellicosi”, mettiamo ad es. la vittoria in una contesa sportiva e similari. L’impresa è un gruppo in lotta con le altre nel luogo denominato mercato, così com’è gruppo uno Stato nel conflitto, armato o non armato, con altri Stati. Le “classi” – definite nel caso del marxismo con riferimento alla proprietà (controllo) o meno delle condizioni oggettive necessarie a produrre – sono gruppi, di cui si suppone la contesa per assumere posizione preminente in vista di obiettivi determinati: da quelli “redistributivi” (tipo lotta sindacale per le retribuzioni, ecc.) a quelli di “rivoluzionamento” dei rapporti sociali di produzione, comportanti allora mutamenti radicali in merito al suddetto controllo dei mezzi produttivi.

La coesione, senza la quale non vi è gruppo ma solo caotico assemblaggio di individui, richiede l’acquisizione di una serie di elementi-base, non sempre possibile; e non soltanto per incapacità degli agenti soggettivi ma spesso per “immaturità” della situazione detta oggettiva. Innanzitutto, occorre quel gruppo (di vertice) che Marx definì nel Manifesto come capace di “intelligenza teorica del processo storico nel suo insieme”. E’ indispensabile indicare le coordinate (“oggettive”) che delimitano i gruppi nella loro lotta in un determinato campo di suo svolgimento. L’intelligenza del campo, implicante la sua costruzione in base alla presupposizione delle coordinate in questione, è fondamentale per individuare i gruppi in quanto sintesi di varie posizioni individuali, sintesi capace di costituirli in effettivi agenti collettivi nel conflitto.

Althusser ebbe una vaga intuizione del problema quando sostenne che le classi non sono come squadre di calcio che entrano in campo già formate, ma si formano invece in quel campo tramite la loro lotta. Per mantenere un’aderenza ai principi dottrinali del marxismo – che indicavano in borghesia e proletariato le due classi in lotta – egli si avvoltolò a mio avviso in contraddizioni e soprattutto scadde nel “movimentismo” facendo della lotta di classe una sorta di principio taumaturgico – un deus ex machina – che guida le danze nel processo storico implicante la lunga e indeterminata transizione dal capitalismo al comunismo; quel processo, insomma, che viene denominato socialismo. Per Marx (e i marxisti) quest’ultimo era il primo stadio del comunismo, quindi una vera formazione sociale già definitivamente installatasi (e irreversibile) mentre nella teoria althusseriana diventa (e ciò mi è sempre apparso comunque un passo avanti) il processo di transizione stesso, che può conoscere arresti e involuzioni. Tuttavia, partendo dall’idea di un processo senza soggetto né fine si arriva secondo me, in definitiva, ad erigere il processo stesso a soggetto mentre il fine sarebbe la tendenza al comunismo, per quanto la tendenza in questione possa rimanere senza conclusione a tempo indefinito.

Penso sia meglio partire dalla supposizione che il processo storico è “qualcosa di reale” – a noi esterno – ma di fatto inconoscibile in sé perché flusso caotico, indistinto, disomogeneo, ecc. Nel magma fluido e incandescente incontriamo determinate “parti” che ci appaiono composte di un materiale più denso, formante quei grumi detti “fatti”; la densità dei grumi – la rilevanza dei “fatti” – non appare a tutti nello stesso modo e con la stessa densità, talvolta nemmeno nello stesso tempo. In ogni caso, per agire, ci si deve formare, cioè strutturare, un campo di apparente solidità e durevolezza. La strutturazione esige una selezione degli elementi (di grumi/fatti) da stringere in relazione onde trarre da quest’ultima un significato, del tutto indispensabile per impostare poi un’azione, che può anche essere rappresentata dal suo procrastinarla in quanto non si ritiene possibile attuarla in quella data congiuntura.

Il gruppo si forma a partire dall’azione di quello che sarà, per tutta una fase storica o almeno all’inizio della stessa, il suo vertice, quello che Marx indicò come parte degli ideologi borghesi in grado di giungere all’intelligenza teorica del processo storico nel suo insieme; quello che in Lenin fu il partito in quanto avanguardia del proletariato, ecc. L’intelligenza teorica è pur sempre la scelta (selezione) dei grumi/fatti da interrelare in quella struttura che è il campo su cui si intende svolgere la lotta; e la struttura del campo indica, per ogni gruppo che riesca a formarsi, l’individuazione dei suoi avversari (principali, secondari, possibili alleati temporanei, ecc.) con cui condurre la competizione secondo modalità varie e di diversa portata storica.

In un certo senso, il conflitto forma i vari gruppi in lotta e delimita il campo di svolgimento di quest’ultima. L’inizio non è però rappresentato dalla lotta stessa (come pensava Althusser); l’inizio è il magma fluido e incandescente in cui siamo immersi ed in cui intravediamo, in modo caotico e anche incerto, parti di materiale che ci appaiono più dense a mo’ di grumi (fatti). Dati “nuclei” – i vertici con intelligenza teorica, ecc. – iniziano a solidificare, con evidente carattere di aleatorietà, il terreno delimitando campi ritenuti più consoni alla lotta per affermarsi, gli uni in conflitto con gli altri (con le opportune alleanze, compromessi, rotture delle alleanze e dei compromessi, ecc.); così agendo, ognuno d’essi contribuisce alla (apparente) stabilizzazione e solidificazione del campo (o dei campi) del o dei conflitti e alla formazione degli altri nuclei di ulteriori gruppi in lotta in quei campi. Non è la lotta che forma i contendenti (considerati “classi” secondo una data corrente teorica, in base al controllo dei mezzi produttivi, ecc.); gli agenti sono nuclei coagulatisi per comune “intelligenza teorica del processo”, sono cioè piccoli gruppi di individui riunitisi per selezionare nel magma fluido in cui sono immersi le parti che appaiono loro più dense e degne di essere utilizzate quali elementi di costruzione della struttura (relazione tra gli elementi in questione) solida e stabile, caratterizzante il campo in cui svolgere il conflitto.

 

4. I nuclei sono gli effettivi agenti (soggetti) del processo; e l’oggetto “reale”, in senso proprio, è il magma fluido e caotico, non conoscibile nel senso attribuito solitamente a questo termine. Anche in tal caso vi sono nel marxismo barlumi di consapevolezza di tale problema; ad es. in quella fra le Tesi su Feuerbach, in cui Marx afferma che per conoscere la realtà non ci si deve limitare ad interpretarla, ma bisogna trasformarla. In realtà, non è detto che la si trasformi; l’importante è che si riesca ad intervenire su di essa, pur se l’operazione si concludesse con l’insuccesso del tentativo di trasformazione. Inoltre, non si riproduce l’oggetto (“il concreto”) nel cammino del pensiero, come pensava Marx; l’importante è riuscire a costituire quel nucleo (di vertice) del soggetto agente (il gruppo sociale) – uno dei soggetti agenti, quindi con un suo punto di vista – in grado di delimitare “strutturalmente” il campo (costruito per solidificarsi il terreno sotto i piedi) su cui combattere il conflitto con gli altri soggetti agenti, dotati di altri punti di vista e selezionanti elementi diversi per la costruzione dei campi di lotta (anch’essi quindi differenti fra loro).

Certamente, però, il nucleo di cui si è parlato non è ancora sufficiente, pur se necessario. Non si forma alcun gruppo (sociale), in quanto soggetto agente, se non sussiste il nucleo (con “intelligenza teorica, ecc.”). Altro “materiale” deve tuttavia essere “recuperato”. Una delle condizioni è rappresentata dalla presenza di quelle che vengono dette “le masse”. Esse sono insiemi, ammassi piuttosto caotici, di individui classificabili come appartenenti a gruppi sociali diversi. La formazione delle “masse”, sempre “in movimento”, avviene in contingenze particolari, in cui il disagio si scatena e propaga in una o più formazioni particolari (in genere si tratta dei vari paesi). Per quanto il disagio possa diffondersi presso la maggioranza di una determinata popolazione, le cosiddette masse in movimento rappresentano sempre una minoranza, di solito pure esigua in rapporto al totale della popolazione in oggetto. In assenza di queste masse in movimento – e del disagio crescente di ulteriori vasti strati sociali – i nuclei direttivi di cui si è parlato non possono agire secondo il significato proprio del termine. Tuttavia, in senso lato, è da considerarsi azione anche l’analisi indispensabile alla delimitazione e solidificazione (strutturale) del campo e all’individuazione delle potenziali forze in campo, cioè degli strati sociali che dovrebbero essere più acutamente investiti dal disagio in particolari congiunture, pur esse da analizzare e fissare nelle loro più essenziali coordinate spaziali e temporali.

Con una certa approssimazione, i nuclei (direttivi) sarebbero da paragonarsi alla “ragione”, mentre le masse, soprattutto in movimento, rappresenterebbero le varie passioni che la ragione dovrebbe incanalare verso uno o più scopi ben determinati. In realtà, il problema mi pare porsi in modo meno semplice e definito. Intanto, le cosiddette masse – quelle in agitazione più o meno scomposta; e con loro gli strati sociali investiti dal disagio in date congiunture – si muovono per motivazioni che comportano stimoli molto immediati, rabbiosi, quasi istintivi, di solito non durevoli e sensibili allo sconforto, con abbandono del movimento, alle prime difficoltà (magari provocate da qualche repressione “convincente”). Le passioni non hanno tale carattere di labilità e di rapido alternarsi di esaltazione furiosa e di cedimento della decisione ad agire. Inoltre, sono dotate di scopi solidamente prefissati e perseguiti, pur quando è carente l’analisi razionale delle condizioni di possibilità di un’azione condotta per realizzarli. Condizioni che sono per l’appunto il campo in cui si combatte il conflitto, la mobilitazione di specifiche forze e la loro organizzazione e disposizione nel campo, l’individuazione di tappe intermedie implicanti un dato percorso temporale, durante il quale può certo accadere che le passioni si acquietino e la ragione si senta appagata dal minimo raggiunto, magari perché si teme la sconfitta continuando il conflitto; oppure perché i nuclei direttivi vengono cooptati e risucchiati nel vecchio ordine, ritenendosi pienamente soddisfatti di tale risultato.

Ecco allora il modo di porsi la costruzione del partito da parte del vecchio bolscevismo leninista. Certamente, la specifica organizzazione rispondeva ai criteri invalsi nell’epoca in cui si pensava allo scontro tra borghesia e proletariato (classe operaia). Tuttavia, l’insegnamento ha carattere più generale. La sedicente “avanguardia della classe” (il partito appunto) era in fondo costituito dai nuclei direttivi (potenzialmente almeno) di cui ho discorso. Era evidente che i primi, poco numerosi, individui facenti parte di tali nuclei erano per formazione culturale, nella loro grande maggioranza, intellettuali formatisi all’interno delle classi dominanti (o degli strati sociali medio-alti), erano cioè quegli ideologi di cui parla Marx nel passo citato all’inizio. Non erano dunque semplicemente portatori della necessaria ragione analitica, senza la quale con vi è la costruzione del campo della lotta, ecc. ecc. come già sopra chiarito. Erano appunto anche portatori di un punto di vista (detto all’epoca “di classe”), di un’ideologia comportante il consolidarsi e rafforzarsi di una passione: sentirsi parte decisiva di un processo storico (di “emancipazione dallo sfruttamento”), in quanto “compreso nel suo insieme”.

Caduta quella “passione” specifica, è ovvio che altre dovranno prenderne il posto, poiché senza di esse resta l’analisi, presunta oggettiva, delle coordinate strutturali della società in cui dati nuclei (direttivi) si muovono. Tali nuclei sono però soltanto “in formazione”, con caratteri di forte labilità e di facile dispersione ad opera della forza dell’abitudine connessa al predominio del vecchio ordine; anzi, spesso, sono assorbiti in quest’ultimo e dai dominanti di quella particolare formazione sociale (paese). Dunque, non è che i nuclei direttivi rappresentino la ragione (organizzatrice e orientante) mentre le masse, e i loro movimenti, sarebbero espressione delle passioni da organizzare e orientare. Queste ultime, invece, nascono e si sviluppano nei nuclei stessi accanto alla ragione e, di fatto, la coadiuvano. Ciò che coinvolge le masse e le fa entrare in agitazione – senza la quale, del resto, non si può parlare in senso proprio di masse – è il disagio, più o meno forte, più o meno rabbioso e più o meno simile ad ebollizione tumultuosa e caotica, nascente dal processo storico in certe congiunture. Dal semplice disagio delle masse, per quanto forte sia, non nasce la passione (o le passioni), non nasce l’ideologia che serve ad alimentare, e fornire impulso, alla ragione analitica; può invece risultarne uno scoordinamento, una disorganizzazione crescente, che blocca a lungo la possibile nascita dei nuclei direttivi.

Nella concezione leninista del partito, tra i vertici (quelli “giunti all’intelligenza teorica, ecc.”) e le masse (proletarie e contadine) doveva situarsi un anello di congiunzione, rappresentato da gruppi di proletari “più coscienti” dei compiti (storici) della “classe”. Tale coscienza non era in definitiva null’altro che l’ideologia della “rivoluzione proletaria mondiale”, dell’emancipazione definitiva dallo sfruttamento con il passaggio, mai avvenuto, al socialismo e comunismo. Era una passione, certamente favorita dalla particolare congiuntura – che, una volta superata, ha condotto alla conclusione disastrosa del processo presunto rivoluzionario – ma nutrita soprattutto dai vertici, dai nuclei direttivi; una passione che alimentava la ragione analitica, mentre quest’ultima dava veste di necessità storica all’organizzazione e orientamento del processo. Dalle masse, in movimento in quella determinata congiuntura storica, proveniva soltanto generica energia che andava ad alimentare i nuclei direttivi sovietici; processo poi sclerotizzatosi e condensatosi nella costituzione di un gruppo dirigente piuttosto chiuso in se stesso e poco permeabile.

 

5. In definitiva, per riassumere, l’oggetto reale, saldo nella sua indipendenza al di fuori della nostra coscienza, dovrebbe essere pensato (supposto, presunto, ecc.) quale fluido magmatico, in cui si scorge o si crede di scorgere qualche grumo (“fatto”) di condensazione. Allo scopo di agire, dati gruppi tentano di costituirsi in nuclei direttivi, in agenti soggettivi che orientano il processo oggettivo (del fluido). Il tentativo non può esimersi dalla costruzione di un campo, strutturato e consolidato (e dunque stabile per dati periodi di tempo), con elementi (alcuni grumi) trascelti dall’insieme e messi tra loro in relazione secondo configurazioni specifiche, e sempre ipotetiche. Nel campo, i diversi agenti soggettivi, cioè i vari nuclei direttivi, entrano in conflitto per la supremazia, tentando di orientare date “masse” – quando però queste si costituiscono come tali entrando disordinatamente in movimento a causa di contingenze storiche di disagio sociale – al fine di organizzare determinate forze da disporre in campo nel modo più appropriato per vincere.

Non esiste il semplice rapporto soggetto/oggetto, qualsiasi sia poi la teorizzata relazione tra i due e la primazia o dell’uno o dell’altro, con l’affannosa ricerca di superare la dicotomia e di fondere i due elementi in una unità (magari definita “dialettica”, termine che spesso viene usato solo per confondere ulteriormente le idee e darsi la patina di profondo pensatore). In realtà, vari sono i soggetti poiché si tratta degli agenti che hanno poteri decisionali in un conflitto, cioè dei nuclei direttivi (formati o in formazione), ognuno dei quali ha un punto di vista, opera un certo “taglio della realtà supposta”, trasceglie elementi per costruire (strutturando) un campo di solidità su cui disporre le forze per lottare con gli altri. Pure gli oggetti sono dunque da declinarsi al plurale se ci si riferisce a detti campi; altrimenti ci si deve rapportare al “qualcosa” a noi esterno, la cui esistenza s’impone attraverso il finale – dopo periodi di tempo di lunghezza variabile a seconda dei “settori di mondo” (naturale, sociale, ecc.) in cui si agisce – insuccesso dell’azione dei soggetti. Questi ultimi, dunque, andranno dissolvendosi nella forma presa in date epoche storiche; altri e diversi si formeranno in epoche successive mediante le solite modalità (conflittuali) già indicate per sommi capi.

Prima della costituzione del campo e della disposizione e orientamento delle forze nel campo, i nuclei direttivi non sono tali in senso effettivo; sono solo tentativi di formazione degli stessi, unione di piccoli gruppi di individui uniti da una data direzione assegnata all’analisi del fluido e all’uso di determinate categorie teoriche – senza però più la pretesa di poter “giungere all’intelligenza teorica del processo storico nel suo insieme” in modo definitivo e certo, credenza da abbandonare perché conduce infine alla delusione paralizzante ogni volontà di riprovare – per orientarsi nel flusso solidificandolo, appunto tramite quelle categorie, in “campi provvisori” su cui confliggere. I nuclei, per formarsi, devono perciò assumere un punto di vista nell’elaborazione di una teoria adeguata alla conduzione del combattimento. La ragione analitica, secondo cui si viene costruendo la teoria e il campo da essa strutturato, deve trovare nel contempo impulso dalle passioni. Essa poi senz’altro le orienta, le dirige ad uno scopo, non le lascia in balia del mare procelloso come nave senza nocchiero – così come accade invece al movimento delle masse, gonfio di disagio, rabbia, tendenza prevalentemente distruttiva (non indirizzata alla “creazione del nuovo”) – e tuttavia le orienta, organizza e dirige dopo che esse hanno fornito l’impulso alla formulazione teorica. Quest’ultima, dunque, non è mai mera “intelligenza del processo storico nel suo insieme”, una intelligenza asettica, oggettiva, spassionata.

Essere lucidi nell’analisi non significa essere spassionati, bensì contemperare l’impulso con il suo imbragamento, che sempre ha da essere temporaneo ed aperto a periodici successivi impulsi (“passionali”). Ragione e passione, elaborazione teorica e tensione della volontà e della decisione nell’agire, analisi rattenuta, quasi a bocce ferme, e forte carica interiore che spinge alla realizzazione di un “ideale”, ecc. vanno insieme, si spronano a vicenda, senza che una preceda l’altra quale sua premessa. E le ragioni e le passioni sono molte, si raggrumano nella formazione di più agenti soggettivi (nuclei direttivi) che lottano fra loro; ognuno d’essi ha un suo scopo da conseguire. Ogni scopo viene “vestito” di “abiti ideologici”, e ogni gruppo costituitosi in agente ha una sua più o meno elaborata articolazione teorica con cui costruire i campi di battaglia e le forze in lotta da orientare per affermare la sua direzione di marcia, sintesi appunto di volontà ideale e di analisi “spassionata” delle condizioni di possibilità per la vittoria del proprio campo.

Dietro ci sono gli interessi, detti materiali, non me ne sono dimenticato. Tuttavia, questi sono semplice materia bruta; nessuno si costituisce in autentico agente soggettivo – in quanto effettivo nucleo direttivo – impastando soltanto quest’ultima. Chi si limita a tale “lavoro” non ottiene nulla di stabile e vincente nel lungo periodo; costruisce sulla sabbia dell’effimero o le sue calzature si appesantiscono nel fango impedendogli infine ogni movimento. L’interesse va forgiato con gli strumenti rappresentati dall’analisi del campo e dallo sprone ad uno scopo ideale; ed acquista efficacia – forma produttiva di effetti duraturi – quando tali strumenti entrano in simbiosi fra loro, interagendo virtuosamente nel perseguimento di prospettive realizzabili.

D’altronde, quelle che indico come passioni – forti cariche anche emotive indirizzate a finalità determinate – non nascono per pura volontà e decisione di singoli individui. Dobbiamo supporre che il fluido magmatico venga, in date fasi (storiche), attraversato da correnti incrociate che si vanno formando; esse si urtano fra loro, sollevando nello scontro una serie di increspature (onde) sulle più alte delle quali i vari agenti tentano di salire, in conflitto fra loro, per acquisire la posizione suprema (il potere maggiore). Lo ripeto: gli agenti sono obbligati a stabilizzare il campo del loro conflitto. Teorie (“intelligenza teorica”) e ideologie sono strumenti di tale modalità stabilizzante dell’azione; tanto più dati gruppi sono stimolati a forgiarli e a utilizzarli (divenendo effettivi soggetti agenti, nuclei direttivi secondo quanto ormai si è detto più volte) quanto più le correnti, formandosi, seguono precise direzioni incrociate di incanalamento dentro il fluido della “realtà” e sollevano creste (onde) più alte.

La fase storica attuale, ad es., mi sembra di preparazione alla formazione delle correnti; già esistono, ma spesso si confondono fra loro più che urtarsi e incresparsi, per cui anche gli agenti sono ancora informi, i gruppi si fanno e disfano con facilità. Quelli che sembrano già costituiti si muovono troppo scopertamente per i loro interessi materiali, privi di qualsiasi capacità di sollecitare passioni e di promuovere elaborazioni teoriche atte a solidificare e stabilizzare il campo del conflitto. Solo alcuni gruppi residuali mantengono simulacri di passioni e ragione analitica, di ideologie e formulazioni teoriche ormai cristallizzate, inerti, spesso anzi in putrefazione. E’ necessario dare per scontato che le modalità stesse secondo cui si costituiscono gli agenti (i nuclei direttivi) – proprio in quanto essi tendono a stabilizzare ciò che è incessante movimento allo stato fluido – comportano infine la cristallizzazione e la “morte” di passioni e ragione, di ideologie e teorie.

Altra conclusione necessitata è che – non esistendo il soggetto in relazione ad un oggetto (comunque questa relazione venga pensata ed elucubrata), bensì sussistendo il conflitto incrociato tra molti agenti in un fluido magmatico, a periodi ricorrenti attraversato da correnti incrociate – sempre gli agenti (i gruppi, i nuclei direttivi, ecc.) saranno alla fine “delusi” dalla “realtà” che sono convinti di aver creato con la loro azione; è da qui che poi nascono lagnose autocritiche, sensi di colpa, ecc. E’ allora possibile dire (imprecisamente ma significativamente) che la Storia si è presa gioco della volontà, delle decisioni, dei desideri, di chi aveva combattuto per affermare una certa direzione di sviluppo della società. La delusione appartiene solo a coloro che ancora ragionano in termini di soggetto agente e di oggetto reale da trasformare (o conservare). Nulla di più lontano da quanto si svolge nel conflitto tra più agenti, che solo in esso – e in mezzo ad un fluido in magmatico sobbollimento con periodiche onde in sollevazione più o meno alta e impetuosa e in direzioni variabili – agiscono; ma ognuno secondo determinate sue passioni e determinate sue “comprensioni della realtà”.

6. Certuni però si lamenteranno: mancano i dominati, le masse oppresse, sfruttate, ecc. Tutti termini che vanno in certi casi utilizzati – direi di impiegare sempre meno oggi, almeno nei nostri paesi a capitalismo detto avanzato, quelli di oppressi e sfruttati – con la precisa consapevolezza che si tratta tuttavia della ben nota “notte in cui tutte le vacche sono nere”. La loro capacità orientativa è scarsa; solo alcuni “religiosi messianici” possono sentirli come termini ancora significativi. In realtà, certamente vi sono, nell’ambito delle diverse società – qualunque sia il criterio con cui delimitiamo le loro varie partizioni – gruppi minoritari di individui che hanno maggiori poteri di decisione in merito a scelte di più acuto impatto nelle società in questione (e nelle loro partizioni).

Tuttavia, per lunghi periodi storici e in date ampie partizioni della società, la presenza di maggiori poteri decisionali provoca soltanto conflitti minori, sempre riassorbibili e mutabili a seconda di specifiche contingenze. In specifiche fasi o congiunture, e con particolare impatto in alcune partizioni (spaziali) della società, si sollevano alte onde di conflitto che conducono a scontri acuti legati a sconnessioni e sconvolgimenti di speciale rilievo prodottisi in quelle partizioni. In tal caso appare più netta la divisione tra minoranze decisionali e maggioranze prive di simili poteri. E’ in queste ultime che si vanno accumulando correnti di forte tensione nate dal disagio, malcontento, senso di impossibilità di continuare la vita secondo i moduli fino ad allora seguiti, ecc. Si formano così le “masse”, perché è solo in simili condizioni di “movimento” che si può sensatamente utilizzare un termine simile, denotante tuttavia un ammasso informe di individui, un corpaccio collettivo acefalo, mosso da primitive e confuse passioni (dire aspirazioni mi sembra già tanto, le aspirazioni sono in realtà ingannevolmente attribuite alle masse da gruppi ristretti in agitazione al loro interno).

Senza dubbio, è solo in momenti simili che si vanno accumulando le energie necessarie a più “epocali” cambiamenti sociali (dei generi più svariati e cui non attribuire caratteri specifici fin dal primo momento). Tuttavia, si tratta di un’energia “libera”, sfrenata, priva di concentrazione sufficiente e di indirizzo significativo. E’ come l’energia che si scatena in un forte temporale; si dice che in un qualsiasi fenomeno atmosferico del genere (e nemmeno assai raro ed eccezionale) si libera un’energia paragonabile a quelle delle prime bombe atomiche. E’ energia che si sfoga nelle più svariate direzioni: o non provoca nulla oppure danni considerevoli a cose, animali, persone, ecc. Per avere un senso costruttivo, l’energia deve essere incanalata; occorrono quindi condutture e l’arrivo a punti di sua presa. Per riferirmi solo a quella d’uso domestico, alla presa possono essere collegati strumenti vari: frigoriferi, televisori, aspirapolvere, computer e via dicendo. L’energia in sé conta poco, conta lo strumento (inventato e costruito da “qualcuno”) per raccoglierla e utilizzarla allo scopo di conseguire uno scopo preciso, quello per cui lo strumento è stato ideato e creato.

L’energia, liberatasi nel movimento da cui si formano le “masse”, o si sfoga in senso distruttivo oppure viene utilizzata dai gruppi qui indicati quali nuclei direttivi, gli agenti soggettivi che si muovono con costruzione di campi, disposizione delle forze in  campo, ecc. secondo quanto già detto sopra. I nuclei direttivi non si formano però dall’energia scatenatasi nella formazione delle “masse”; questa è mera immaginazione di intellettuali che conducono il “movimento” al disastro, o rozza ideologia imbastita da furfanti profittatori della situazione. I nuclei devono in qualche misura essersi già formati (questa fu la positività del partito bolscevico, anzi del suo gruppo dirigente); indubbiamente, per la loro formazione, è necessario che si siano create nel flusso magmatico del “qualcosa di reale a noi esterno” correnti in incrocio ed urto, con incresparsi di onde di una certa altezza. Sono comunque i nuclei direttivi ad innestare nella presa di corrente la spina di particolari “apparecchiature”, di dati strumenti operativi, destinati ad usi specifici per conseguire finalità determinate. I gruppi costituenti detti nuclei, gli agenti soggettivi, già lo sappiamo, utilizzano teorie e ideologie, ragione analitica e passioni, per indirizzare l’energia “presa” verso la realizzazione di quelle finalità.

Manca tuttavia un anello: la corrente può arrivare alla presa, cui si innesterà la spina della strumentazione, attraverso fili conduttori. E’ qui che nella concezione leninista del partito – secondo cui l’avanguardia nasceva comunque accanto alle “masse proletarie”, non certo “spontaneamente” da esse – si era pensato al formarsi dei fili conduttori in quanto anello di congiunzione tra l’energia scatenata dal “temporale di massa” e la presa cui si doveva innestare l’azione della suddetta avanguardia. Tale anello, come già ebbi modo di dire in un vecchio articolo del 1970, era rappresentato dagli elementi più coscienti del “proletariato”, identificato, lo ricordo sempre, con la “classe operaia” (nel senso stretto del termine, non il “lavoratore collettivo cooperativo”, coordinamento di mansioni direttive ed esecutive).

Oggi, si è dimostrato – innanzitutto storicamente ma poi, almeno per quanto mi riguarda, anche come coscienza teorica del problema – l’essenziale (“strutturale”) non rivoluzionarietà della, solo presunta, “classe” operaia; esistono gli operai, certo, non la classe così come la intendeva Marx in base ad una precisa, e ben scientifica, analisi fondata sulla proprietà (controllo) delle condizioni oggettive della produzione, sulla teoria del valore e plusvalore, ecc. Ecco perché chi oggi riduce Marx ad un filosofo (minore) non rivivifica l’opera di quel pensatore, per la sua epoca rivoluzionario; semplicemente se ne serve per le sue fissazioni di intellettuale fuori della realtà, unita all’ambizione di una carriera universitaria costruita civettando con la “rivoluzione” (in attesa di crescere, di età e di potere accademico, per accedere a ben altre “cariche” concesse agli ideologi dei “dominanti”, usando un linguaggio elementare).

Con il fallimento della “rivoluzione proletaria” – non della “Rivoluzione d’Ottobre”, che ha prodotto effetti rilevantissimi nel mondo, semplicemente non quelli voluti dagli agenti soggettivi, dai nuclei direttivi della presunta classe operaia – il fluido magmatico del “reale” sembra oggi più quieto ed uniforme, non attraversato da quelle correnti incrociate di cui ho parlato. Per questo, il blog C&S ha deciso di abbandonare le cariatidi, le ossificazioni, di un morto passato, assumendo posizioni del tutto provvisorie – ma di una provvisorietà supposta piuttosto lunga in termini storici – al fine di instaurare, ove possibile, un dialogo con altre forze che si riallacciano intanto alla difesa di prospettive riconducibili al mantenimento di una “autonomia nazionale”, cioè relative a partizioni specifiche nell’ambito della società mondiale. E’ stata presa, con la dovuta cautela, questa strada perché quella di una società “globale”, basata sulla mera “libertà dei commerci”, unita alla generica e informe “multiculturalità” (per questo la “destra” liberista si confonde con il falso “progressismo buonista” della “sinistra”), è solo il passepartout della predominanza statunitense.

Come intuizione, ma sempre da accettare con cautela, pensiamo che le nuove correnti incrociate, e in urto crescente nel fluido magmatico del “reale”, andranno prendendo forma in quel coacervo di strati e segmentazioni sociali, tuttora molto confuso e non troppo conosciuto, indicato con il termine di ceti medi, giustamente definito un “concetto-ripostiglio”. Non intendo dire di più, altrimenti parlerei a ruota libera. Ho solo fatto qui un iniziale tentativo di liberare il campo dai cadaveri di morte concezioni, che non sono solo quelle di mia personale appartenenza (marxismo e comunismo), bensì, e direi ancora peggiori, pure quelle degli ideologi dei “dominanti” (pre e sub), dei “decisori”, ormai gruppi di zombi, purtroppo però tutt’altro che vicini a trovare i loro seppellitori. Sono questi a imperversare nel mondo, e lo faranno ancora a lungo, almeno secondo le possibili previsioni.