DAVID RICARDO ALL'AMATRICIANA (di G. Gabellini)

Scritto da: RIPENSAREMARX (30/12/2010)

Da Pomigliano D'Arco a Mirafiori, passando per Termini Imerese. La storia si ripete come farsa. Marchionne impone e dispone, governo e opposizione se ne lavano pilatescamente le mani e sindacati, un tempo "compagni", ora colletti bianchi più affaristi che mai, si appellano alla "ragionevolezza" degli operai per infilarglielo beatamente in quel posto, previo vaselinamento.

Cinquant'anni di conquiste sociali spazzate via con un unico colpo di spugna sferrato del maglioncino umano, che sta inanellando un successo dopo l'altro. Un ricatto qua, una provocazione là e il gioco è fatto. C'era da aspettarselo. La creazione di una "new company" da non iscrivere assolutamente alla Confindustria, nota congrega di benefattori, in modo da eludere i vincoli del contratto nazionale di categoria al fine di trattare direttamente con i lavoratori era da considerarsi niente meno che il preludio all'attuale deriva autoritaria del Lingotto. Marchionne, in quella che alcune anime belle hanno avuto l'ardire di definire "trattativa", ha gettato sul tavolo un ultimatum a governo e dipendenti, minacciando che se questi ultimi non si fossero decisi a rinunciare definitivamente al contratto nazionale di categoria e ad accettare orari e ritmi di lavoro assai più intensi, lo stabilimento di Mirafiori avrebbe chiuso i battenti, e il governo si sarebbe ritrovato a placare i malumori di qualche migliaio di disoccupati in più. I sindacati (con l’eccezione della FIOM), riformisti per antonomasia, hanno chinato il capo, cercando di distogliere l'attenzione generale dal nocciolo della questione e di orientarla verso il miliardo di euro di investimenti promesso in caso di ratifica del sedicente "accordo" da Sergio Marchionne. Bontà sua. Tuttavia, a differenza di quanto blaterato dai tanti ingenui e smidollati "compagni", difensori a spada tratta dei diritti dei lavoratori, che per fustigare Marchionne hanno tirato in ballo "eccessiva" avidità, scarso patriottismo ed altre emerite idiozie consimili, l'anomalia di questa intera vicenda, che dovrebbe portare il governo a porsi alcune domande al riguardo, riguarda la natura del capitalismo italiano; un capitalismo spesso a corto di capitali, che alla concorrenza, e a tutto ciò che essa comporta, privilegia l'assistenzialismo parassitario. Come è noto anche al più ottuso eremita, la Fiat ha sempre ricevuto fior di quattrini dallo stato italiano, senza i quali già da tempo avrebbe dichiarato bancarotta. Suona quindi ridicolo l'appellarsi, da parte di Marchionne, all'inflessibilità delle leggi che regolano il mercato per piegare gli operai italiani ai propri comodi, laddove la Fiat ha passato gli scorsi decenni a reclamare ed ottenere tutti gli "aiuti" di cui aveva bisogno per rimanere a galla. Sostanzialmente, la strategia adottata da Marchionne consiste nel tirare periodicamente la corda, avanzando pretese di volta in volta più drastiche e inaccettabili, al fine di raggiungere l'inevitabile punto di rottura da assurgere prontamente a scusa valida per chiudere un altro stabilimento. L'obiettivo non dichiarato è quello di delocalizzare totalmente la produzione, sfruttando i vantaggi che è in grado di offrire la manodopera a basso costo dei paesi del secondo e terzo mondo. Tutte le multinazionali agiscono in questa maniera, e la simultaneità con cui si muovono sta rapidamente appurando la triste validità della vecchia "legge ferrea dei salari", teorizzata dall'economista inglese David Ricardo, comunemente considerato uno dei padri del liberismo. Costui ebbe la lungimiranza di prevedere che all'interno di un sistema di mercato totalmente aperto e privo di dazi sulle importazioni, i salari sarebbero scesi costantemente, fino a stabilizzarsi sul livello di sussistenza. Ciò è dovuto al fatto che la vera sovrabbondanza d'offerta nel mercato globale è quella di manodopera, teoricamente infinita, sostituibile, riciclabile e ricollocabile. Tuttavia, ragionando in termini marxiani, la “classe operaia” ha saputo coalizzarsi ed escogitare sistemi di difesa e autotutela, che hanno mantenuto la remuneratività del lavoro a livelli piuttosto alti, mentre i governi hanno varato leggi e adottato misure sociali, previdenziali e sanitarie atte a limitarne lo sfruttamento. Dal canto loro, molti imprenditori, sulla scorta di Harry Ford, compresero che solo retribuendo decentemente gli operai sarebbero riusciti ad integrarli nel meccanismo produzione/consumo su cui si regge l'intero sistema. L'emergere di tutti questi indizi ha indotto numerosi miopi economisti a condannare senza appello la legge ricardiana, e a considerarla del tutto campata per aria. Costoro, dall'alto della loro dabbenaggine, non si sono resi conto che né nel corso dell’Ottocento né in gran parte del Novecento sono esistite le condizioni di libero mercato indicate come prerequisiti da Ricardo. La scala dei mercati di allora era per lo più nazionale, racchiusa in ogni singolo paese, in cui l'offerta di manodopera, specializzata e non, era tutt'altro che infinita, sostituibile, riciclabile e ricollocabile. La presenza dello stato si faceva sentire sul flusso dei capitali e delocalizzare le fabbriche in altri paesi presentava numerose difficoltà in più rispetto ad ora. La globalità del mercato si è raggiunta in tempi relativamente recenti, poiché è da pochi anni che le imprese si sono attrezzate per spostarsi tempestivamente là dove le i margini di guadagno sono migliori con la stessa facilità dei singoli individui, usufruendo dell'offerta di manodopera a basso costo letteralmente inesauribile che i paesi in cui vanno a stabilirsi sono in grado di garantire. E sono pochi anni che i paesi nei quali il costo del lavoro è mantenuto alto dalla presenza di vincoli di natura previdenziale e sanitaria si ritrovano minacciati dall'affacciarsi sul mercato di orde di cittadini appartenenti a paesi sprovvisti di questo genere di tutele. La cosiddetta "globalizzazione" non ha fatto altro che mettere in relazione il ricco Occidente con i paesi poveri del secondo e terzo mondo, veri e propri serbatoi di manodopera a basso costo. Esattamente come in due vasi comunicanti il dislivello del liquido contenuto in essi finisce per pareggiarsi, così la forbice che divide la remuneratività dei salari del primo mondo da quelli del secondo e terzo è inesorabilmente destinata a chiudersi. Il che si tradurrà nell’arricchimento loro e nel simmetrico impoverimento nostro. I continui, arroganti diktat di Marchionne che stanno gettando nella disperazione migliaia di operai corrispondono all'aprirsi di nuovi sbocchi lavorativi per la manodopera polacca e serba. Il nostro senso di sconfitta derivante dal prendere atto del costante declino cui è soggetto il nostro tenore di vita corrisponderà alla loro esaltazione legata alle crescenti possibilità di realizzazione in termini di benessere che l'inerzia innescatasi garantirà inesorabilmente. La "legge ferrea dei salari" sta materializzandosi con assoluta pienezza, e Marchionne sta ricordandocela con irritante arroganza, giorno dopo giorno.






14 comments to “DAVID RICARDO ALL'AMATRICIANA (di G. Gabellini)”

  1. utente anonimo Says:
  2. utente anonimo Says:
  3. utente anonimo Says:
  4. scalagennaro Says:

     Complimenti a Preve … una posizione straordinariamente chiara: il movimento studentesco è espressione dei dominati, no è la guardia "plebea" (ma saranno veramente plebei?) dell'antiberlusconismo al servizio di debenedetti

  5. RIPENSAREMARX Says:

    Preve resta pur sempre una brava persona. Tuttavia, uno che della mia analisi capisce che mi interesso di conflitti finanziari e magari tra Usa, Russia, Cina, ecc. non ha proprio più alcuna categoria per seguire che cosa sto scrivendo, visto che critico sempre chi enfatizza la finanza pur sapendo che, come i "terremoti di superficie", provoca molti guasti e disagi sociali. Non parliamo del …… francese che mi prende per Mussolini di sinistra e nazionalista, quando anche qui ho già chiarito la differenza tra una situazione di fase in cui vanno difesi certi interessi da "maggiore autonomia nazionale" e un nazionalismo acceso, aggressivo (e spesso razzista), sempre condannato. Ormai certa gente non è nemmeno più come un Proudhon o un Duhring; questi erano geni sconvolgenti e di una modernità assoluta (a quell'epoca) rispetto a questi che ormai sono proprio rimasugli di un'epoca andata. Non ho più tempo per seguire simili menate. Per fortuna, questo blog ha cominciato a decollare verso lidi che potrebbero lasciare in tempi non troppo lunghi questi "pensatori" nel cimitero degli elefanti. Suggerirei però di nemmeno mettere più i commenti di questi sopravvissuti, in realtà veri zombi. Ci sono problemi più pressanti; o riusciremo a stabilire contatti e interlocuzioni con chi sta nel presente o altrimenti rischiamo la loro stessa fine. Da qualche parte ho scritto che non è finita l'epoca delle successive derive reazionarie (ma di puro marcire) di intellettuali che potevano sembrarci in passato non troppo lontani da noi. Dal 1953 ho assistito a non meno di di una decina di queste derive, ma nell'epoca confusa che avanza si andranno perfino accelerando. Quindi, lasciamoli al loro destino, ci sono veramente molte cose nuove da sviluppare.  
    glg

  6. RIPENSAREMARX Says:

    Preve, e non solo lui, sbaglia poi ad accreditare l'idea che, quella di Gianfranco, sia una pura e semplice teoria geopolitica. Di converso, più volte quest'ultimo ha criticato proprio una certa unilateralità della geopolitica, nella misura in cui trascura le dinamiche interne alle varie nazioni ed entità statuali intese come formazioni sociali caratterizzate da taluni elementi comuni (lingua, tradizione culturale e storica, sistema dei rapporti sociali e peculiarità della struttura economica) assunti come tratti rilevanti per tracciare le necessarie distinzioni nell'ambito di una più ampia area regionale socio-territoriale. E' proprio per questo che risulta altresì semplicemente superficiale presupporre implcitamente – come pare indubbio faccia Preve – che la valutazione di Gianfranco sui ribellismi studenteschi così come sulle azioni dei metalmeccanici sia il portato meccanico della primazia accordata sempre e comunque, in base alla sua teoria, ai conflitti internazionali (e lasciamo pure perdere, ché già è stata rilevata da Gianfranco, la patente erroneità della qualifica di "finanziari" attribuita ai conflitti stessi). In realtà, tali ribellismi ed azioni sono, per Gianfranco (e così per me, ma credo anche per gli altri del blog) da criticare, ed anzi da ostacolare, perché, in ultima analisi, espressione oggettiva di quel fascio dei rapporti sociali che produce e riproduce, tra l'altro, spesa pubblica a favore dei ceti parassitari, apparati statali clientelari, inefficienze, perpetuazione di assetti di potere nocivi alla stragrande maggioranza della popolazione. Ecco perché qui non è questione di predicare l'esistenza del diritto assoluto "degli sfruttati a lottare con gli sfruttatori" bensì a ponderare la funzione che "l'esercizio di tale diritto" (se ci si vuole mettere su un piano siffatto) assolve qui ed ora, nelle condizioni date, e dunque gli effetti che, nel nostro paese, qui ed ora, gli "atti di esplicazione di tale diritto" vanno in concreto a determinare. Questo è il merito dei problemi. Di questo si discuta. Non dell'ora x della rivoluzione.

    Emilio

  7. utente anonimo Says:

    nessuno che chieda mai conto al menagement fiat   del perche' in italia si sono prodotte questanno    UN DECIMO  delle vetture prodotte in germania  da operai con  stipendio piu che doppio.

     questi sono infatti numeri che indicano che  non e' certo  scuoiando il personale che la fiat  incrementera'  la produzione in italia . Ci sara' solo un continuo declino a profitti  unitari crescenti

  8. utente anonimo Says:

    La vertenza FIAT attuale presenta aspetti di assoluta novità e complessità rispetto alla falsariga seguita nei decenni scorsi.
    *Intanto l'azienda non è più una holding poliforme; ha, addirittura, diviso in due il settore meccanico, con due assetti proprietari diversi: quello del trasporto industriale-commerciale, ancora sostanzialmente in mano alla famiglia Agnelli e alle banche; quello automobilistico in procinto di fondersi, verosimilmente essere assorbito da Chrysler. Nelle more del discorso, il colpo fallito in extremis da General Motors di acquisire a titolo gratuito tecnologia motoristica e rete commerciale di FIAT, sta riuscendo a Chrysler con l'apporto fondamentale del Governo USA
    *Il cervello e il know how risiedono ancora in Piemonte, ma solo parzialmente e rischiano secondo me di migrare definitivamente. Si dovranno tenere d'occhio le dinamiche dei centri decisionali e la solidità dei centri di progettazione di prodotto ed industriali presenti nel Nord-Italia. Si tratta di una condizione molto rischiosa per una azienda multinazionale per la quale, per quanto ne dicano i globalisti, il mantenimento di un profondo radicamento politico e culturale (storico) è funzionale al successo della propria diffusione tentacolare. Allo stato il legame storico risulta alquanto affievolito sia dalla parte dell'azienda che da quello politico-statuale. Le precisazioni di Marchionne sull'assenza di richieste di sostegno economico pubblico vanno prese sul serio e denotano la volontà di autonomia dai vecchi legami e di assunzione di nuovi, oltreoceano, non proprio paritari. L'Italia, tendenzialmente, diventerà uno dei centri semiperiferici soprattutto se l'Azienda non riuscirà a sciogliere il nodo della qualità complessiva del prodotto e della capacità di produzione di auto di segmento alto
    *Le aziende di settori industriali maturi, in buona parte anche l'automobilistico, possono con relativa facilità delocalizzare, impiantare in nuovi mercati gli stabilimenti sia perchè è richiesta, rispetto a decenni fa,  una minore qualificazione della manodopera, sia perchè sorgono nuovi centri periferici con una vecchia e vetusta tradizione industriale da sfruttare
    *Attualmente il costo del lavoro rispetto al generale oscilla tra il 20 e il 35% del costo totale del prodotto, lasciando ancora margini di decisione che prescindano dal livello dei salari

    Questo il quadro in cui si inserisce la vertenza, tenendo presente che, per la FIAT, il carattere politico delle decisioni assume una importanza maggiore che per le consorelle, proprio per la sua dipendenza sempre più esplicita dai centri di potere americani.

    Intanto lascerei da parte i toni tragici e mitologici: è vero che ci saranno turni più pesanti; è anche vero, però che non si conoscono e il sindacato, a differenza di quello che succedeva 40anni fa, neppure sembra preoccuparsene, le caratteristiche dei nuovi impianti e quindi il tipo di stress, fatica, concentrazione e competenza richiesti; è probabile che il salario reale crescerà.
    A questo punto sono preliminari alla discussione dei diritti e della condizione lavorativa due garanzie: l'effettiva esistenza di questi investimenti e della persistenza degli stabilimenti; l'assenza di finanziamenti pubblici, da destinare invece verso settori strategici e di sostegni che non siano di carattere infrastrutturale e di servizio.
    Dovrebbe entrare in ballo, quindi, il ruolo del Governo ma questo è inficiato dall'evanescenza della coalizione, dall'antiberlusconismo sciocco della sinistra sindacale e dal gioco politico di Marchionne, molto più sofisticato di quello di Fini, Casini & C., da reale uomo di potere.

    La "legge ferrea dei salari" ha, quindi, un suo peso anche se non assoluto. Il dualismo del nostro paese contribuisce a renderlo un problema strutturale interno oltre che tra paesi diversi e di questo il sindacato deve tener conto se non vorrà ulteriormente ridursi ad organizzazione dei settori protetti politicamente e dei pensionati; deve sapere anche arretrare per poi ripartire; distinguere la sua funzione politica da quella contrattualistica. Per questo gruppo dirigente è un'impresa impari e misconosciuta; quarant'anni fa un contratto si preparava anni prima, con uno studio approfondito del contesto, dell'organizzazione e dell'utilizzo degli impianti e quant'altro; oggi abbiamo a che fare con mercanti da bazaar.
    Agli operai, da soli e con l'amaro in bocca, non con la disperazione, decideranno da soli con il buon senso e la concretezza, come hanno deciso a Pomigliano.
    La lettera di Pomigliano è illuminante e si vedrà tra qualche settimana quanto dirompente.
    Giuseppe

  9. RIPENSAREMARX Says:

    perfetto l'intervento di Emilio; per cui è inutile proseguire la discussione con certi personaggi ormai fuori della congiuntura attuale. L'amicizia personale non può far velo all'inutilità di un rapporto con loro, salvo che per minimali comuni interessi antiamericani; ma questi sono proprio quei limitati interessi geopolitici che questi credono essere i nostri esclusivi obiettivi, mentre sono solo un complemento. Ormai veramente basta; inutile proseguire una qualsiasi discussione con chi non ha categorie adeguate al dialogo con noi; è ormai acclarato che non sono in grado di capire e quindi di interagire con vantaggio reciproco. Anche il commento successivo si pone un interrogativo del tutto giusto. In effetti, ho appena finito un intervento (non quello di domani) in cui, en passant, affermo che tutta la discussione sulla convenienza ad andare dove i costi del lavoro, la flessibilità e produttività del lavoro, ecc. sarebbero più favorevoli, è discussione falsa e da imbroglioni.
    glg

  10. utente anonimo Says:

    Credo che il succo del discorso contenuto nel mio articolo sia chiaro, cioè che i noestri salari si pareggeranno con quelli dei poveri del secondo e terzo mondo.

    Giacomo Gabellini

  11. utente anonimo Says:

    Condivido totalmente l'analisi di Giacomo Gabellini.
    Peraltro, sarebbe ora di dire chiaro e forte quale deve essere la linea politica fondata su quell'analisi. Mi permetto di segnalare la mia opinione, espressa in due articoli: Il socialismo è un carattere degli stati nazionali o non è nulla: http://www.appelloalpopolo.it/?p=1742 e Dalla guerra del mercato globale alla pace delle economie protette: http://www.appelloalpopolo.it/?p=2125

    Saluti e auguri di buon anno
    Stefano

  12. utente anonimo Says:

    Condivisibile l'analisi di Gabellini ma, mi pare, meriterebbe una seria disamina il problema posto a Marchionne dall'utente anonimo 7; cioè come mai operai pagati il doppio come quelli tedeschi, hanno, nel settore auto una produttività quasi doppia rispetto ai nostri connazionali.
    O meglio come mai pur mirando ad affamare i dipendenti la Fiat ha una produttività che è il 50% della Volkswagen ? 

  13. utente anonimo Says:

    Molto interessanti gli articoli scritti e segnalati da Stefano, così come quello iniziale. Non si va proprio da nessuna parte se non si prende il toro per le corna. La mobilità del capitale e il ricatto della localizzazione sono assolutamente fondamentali per capire la forza degli "agenti strategici" del Capitale nella fase attuale. Solo intralciandone la mobilità si può contrastarne la forza distruttiva.

    F.

  14. utente anonimo Says:

    questo sì che è un signor pezzo!
    Andrea Carancini

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