DIVAGAZIONI SULLA POLITICA, scritto da GLG 20 luglio ‘12

gianfranco

 

1. Intendo svolgere alcune considerazioni a ruota libera a partire da un recente articolo di Berlendis che prende le mosse da un testo di Severino. In effetti, sembra strano che un filosofo, abituato ad un pensiero complesso, abbia una visione piuttosto semplificata della politica. Non esiste il paese tal dei tali (ad es. gli Stati Uniti) o un organismo (ad es. il Pci) in quanto entità unitaria e compatta. Certamente, è a volte necessario trattarla in questo modo per semplificarsi il discorso; lo facciamo tutti molto spesso. Tuttavia, è bene rimanere vigili e sapere che la politica è un “testo” molto complesso, scritto a più mani (e non fra loro collaboratrici), di cui a volte la “lettura pubblica” (quella per i popoli) è la risultante, sempre momentanea e di possibile mutamento, di molte effettive “letture” in cui più voci si sovrappongono e cercano di sopraffarsi per farsi udire dai più; fino a quando una, se le va bene (se le riesce il gioco), è la principale ad udirsi per un certo arco temporale ed in un determinato spazio sociale.

La politica ha dell’arte e della scienza. In definitiva è strategia; cioè (consider)azioni che cercano principi generali cui agganciarsi per svolgersi con la massima efficacia; e tuttavia, soprattutto per il conflitto tra più soggetti agenti, si va spesso incontro a singolarità di cui tenere conto con adattamenti e cambiamenti a seconda delle situazioni sul campo, pur nel rispetto dei suddetti principi generali, soggetti a variazioni assai più lente e legate a varie epoche storiche e all’uso di nuova “strumentazione” (anche bellica), ecc.

Se isoliamo, per le necessità analitiche, l’azione di ogni soggetto agente rispetto a quella degli altri, è possibile distinguere nella politica (come arte) tre momenti essenziali. “Qualcuno” scrive un testo – simile al soggetto e sceneggiatura di un film o invece di un’opera teatrale, ecc. – che sviluppa l’idea generale di un’intera rappresentazione dividendola in più atti o scene. Occorre poi il regista che, rispettando le coordinate generali del testo, ne fornisca un’interpretazione da lui ritenuta la più adatta a quella determinata contingenza “storica”. Infine ci sono gli attori che, se adeguati alla parte loro assegnata, devono rispettare le “parole del testo”, ma farle vivere in gesti e atti della vita quotidiana di esseri umani, con tutte le loro particolarità in grado di coinvolgere spettatori non preparati alla lettura dei testi né ad afferrare e seguire le interpretazioni del regista.

Va anche precisato che la politica ha necessariamente più livelli di estrinsecazione, di cui il superficiale è la semplice maschera di quanto avviene negli strati più profondi. Certamente, ciò avviene perché ogni soggetto agente deve nascondere le sue più intime intenzioni; sarebbe assurdo che le sue mosse (quelle reali) fossero (pre)annunciate o facilmente prevedibili, la sua sconfitta diverrebbe allora assai probabile. Non esiste però solo questo nascondimento che si potrebbe definire “tattico”. Vi è in più il problema della “realtà” che è flusso caotico e indistinto, non immediatamente conoscibile tramite mera “riproduzione del concreto”. Per agire ogni soggetto deve stabilizzare un campo; cioè arrestare, fissare, ciò che è essenzialmente mobile, producendo così necessariamente un effetto di nascondimento (e mascheramento) della “realtà” stessa. E’ lo stesso motivo per cui i personaggi pirandelliani sono maschere di quelli reali, sempre cangianti e mutevoli, e quindi sempre in qualche misura “in cerca dell’autore” che infine dia loro vita in forma definita; quest’ultima è però teatro, non la vita “realmente reale”, cui mai si attinge in tutta la sua complessità, in ogni sua sfumatura, pur nel tentativo dell’artista di conseguire tale risultato.

E, dunque, in politica – che, non a caso, concerne ogni aspetto, dal più al meno rilevante, della nostra esistenza in società – tutti i soggetti agenti sono teatranti, recitano la loro parte, senza di cui non si attingerebbe quella stabilità, spesso transitoria ed effimera, indispensabile a dare senso (anzi più sensi) all’azione. Il “folle”, lo “squilibrato”, che non riesca ad attuare nemmeno il minimo controllo del suo comportamento, conduce azioni puramente distruttive; mentre chi sa fingere assai “realisticamente” la follia, o è preda nel suo decorso di una forte esaltazione tesa al conseguimento di un suo robusto convincimento, è a volte in grado di stravolgere la scena, di introdurre una singolarità da cui irrompe la novità e la rottura della continuità del vecchio “corso storico”.

I soggetti agenti non agiscono però isolatamente. Ognuno, preso per sé, può essere studiato nelle sue mosse secondo i canoni appena sopra indicati; numerosi sono però gli attori nel “teatro” della politica. In definitiva, bisogna analizzare e ipotizzare la risultante delle loro azioni: spesso contrapposte, a volte concorrenti, altre convergenti o “alleate” ma sempre con differenziazioni di grado e spesso anche di scopo ultimo. In determinate fasi storiche, più o meno lunghe, tale risultante appare sufficientemente unitaria; ed è appunto allora che parliamo della politica di questo o quel paese (o nazione), di questo o quell’organismo e apparato, ecc.

Tuttavia, anche in periodi del genere, è sempre bene tenere conto che altre forze (altri soggetti agenti), in quel paese o in quell’organismo, si tengono di “riserva” pronte ad approfittare dell’impasse o fallimento dell’azione condotta dalle forze in quel momento prevalenti. E il tenersi di riserva – pur quando qualcuno recita la parte che fu di Cincinnato – non è mai un’assenza di azioni più o meno sotterranee miranti a scalzare dette forze prevalenti; azioni che a volte si esauriscono per incapacità dei soggetti agenti di afferrare le coordinate di quella congiuntura, altre volte vengono represse e schiacciate, altre volte ancora vengono corrotte per cui confluiscono verso la parte avversa, ecc. ecc. Talvolta, invece, le forze “di riserva” riescono a prendere il sopravvento soprattutto per il brusco cambiamento della congiuntura. Allora, si dice che il tal paese o il tal organismo ha mutato la sua politica, le sue strategie; ma va ripetuto il discorso appena fatto sulla molteplicità dei soggetti agenti, sulle “maschere” che si incontrano/scontrano, e via dicendo.

 

2. Questo è un discorso tenuto in generale. Facciamo un esempio concreto, sia pure per sommi capi. Mi riferirò al colpo di Stato dei colonnelli greci nel 1967; potrei prendere in esame pure quello cileno del 1973, ma limitiamoci intanto ad uno. Il potere dei colonnelli si esaurì già in sostanza nel 1973, pur se il regime fu superato, tornando alla “democrazia”, l’anno successivo. Non ho alcuna intenzione di scrivere, per cenni necessariamente lacunosi, la storia delle convulsioni negli anni precedenti il colpo di Stato del 21 aprile, del tentativo di contro colpo di Stato del Re Costantino, degli anni della dittatura e del ritorno alla “democrazia” con Karamanlis primo ministro, ecc. Non è questo che mi interessa.

Malgrado le prime, forse poco riflessive, dichiarazioni contrarie dell’ambasciatore Usa ad Atene subito dopo il colpo di Stato, si ritenne che tutto sommato gli Usa avessero dato un “tacito assenso” al regime dei colonnelli. In Europa vi furono maggiori ostilità, mala Natovenne considerata complessivamente favorevole. In definitiva, si poteva affermare che gli Stati Uniti erano consenzienti; ed anzi che alcuni “ambienti americani” avevano, come fecero ancor più decisamente e pienamente in Cile, fornito appoggio all’operazione. Insomma, gli Usa vennero ritenuti grosso modo responsabili del colpo di Stato; e si parlò spesso di trame dei colonnelli pure in Italia, ma in collegamento con “sicari” nostrani del paese d’oltreatlantico. Invece, fra i maggiori oppositori dei colonnelli greci nel nostro paese (dove anche il centro-sinistra era considerato, almeno “ufficialmente” e in maggioranza, contrario) andava annoverato il Pci, in contatto con l’opposizione clandestina in Grecia e, in modo del tutto particolare, con quel partito comunista che – lo ricordo, perché è un particolare rilevante – era in maggioranza legato ai partiti del “socialismo reale”; e, ovviamente, soprattutto al Pcus. Diciamo, per semplificare il quadro, che la maggioranza del Pc greco era “filo-sovietica”, ma esisteva una frazione da considerarsi, usando un linguaggio venuto in voga successivamente, “eurocomunista”.

Quindi, guardando il “palcoscenico”, ancora una volta ci si trovava di fronte alla recita consueta: gli imperialisti statunitensi favorevoli alla dittatura militare greca, i comunisti italiani (assieme ad altri comunisti europei) in opposizione, anzi i più decisi nella loro contrarietà e quindi “vicini” all’Urss, nettamente avversa ai colonnelli, in tutta evidenza anticomunisti, reazionari e antisovietici. Tutto molto chiaro, ma non proprio rispondente in ogni particolare a quanto si muoveva dietro le quinte. Non gli Stati Uniti in quanto entità unitaria – il che significa non l’insieme dei loro centri strategici decisivi, dei “gruppi di comando” – erano per i colonnelli. Come minimo doveva rilevarsi che alcuni gruppi restavano “di riserva” perché i dubbi sulla tenuta della dittatura militare erano molti e motivati; e vi erano riserve anche maggiori tra le forze governative euro-occidentali (nemmeno parlare di quelle orientali, ovviamente schierate con l’Urss).

I gruppi “di riserva” statunitensi stavano immoti? Nemmeno per sogno. Essi tenevano contatti e “pourparler” con forze che, a loro volta, avevano stabilito rapporti più o meno stretti (anche in base alle possibilità del momento) con l’opposizione clandestina greca. Tale atteggiamento di certi ambienti americani era dovuto all’eventualità, ritenuta più che possibile (e giustamente, come si vide presto), che il regime cadesse e tornasse la “democrazia”. Nel complesso, ritengo evidente che tali ambienti statunitensi abbiano intessuto relazioni più strette con l’opposizione clandestina di tipo “moderato”, che avrebbe assicurato, in caso di ritorno alla situazione precedente il ’67, un regime filo-occidentale. Tuttavia, come potei constatare in “qualche modo” almeno nel 1971, vi furono rapporti pure con la parte minoritaria del Pc greco, quella di tipologia “eurocomunista”. E va da sé che tali rapporti furono stretti tramite frazioni importanti del Pci.

Ovviamente parlo di frazioni dei vertici dirigenti, poiché la base non contava nulla, nulla sapeva di quanto stava già avvenendo nei “piani alti” del partito da tempo e si andava ulteriormente precisando dopo la vittoria elettorale di Allende in Cile nel 1970, che provocò lo slittamento di Frei verso gli ambienti americani mandanti del successivo colpo di Stato militare del 1973; con raffreddamento dei rapporti tra il democristiano cileno e Moro nel mentre il primo fu di fatto uno dei “pontieri” per i colloqui tra questi ambienti Usa (in particolare democratici) e frazioni decisive dei vertici piciisti italiani. Si trattò di una fase cruciale di quello che denominiamo “tradimento” o “passaggio di campo” del partito italiano, evidentemente avvenuto per gradi successivi e culminato nel viaggio dell’“alto ambasciatore” (per quanto mascherato da conferenziere invitato in Università statunitensi) nel ’78. Un passaggio di campo tormentato, non accettato da tutti, non avvenuto quindi senza sussulti e incertezze, ma in cui nessuno chiamò la base ad una reale resistenza contro questo autentico snaturamento della posizione internazionale assunta dai comunisti italiani fin dalla fondazione del partito nel 1921. Nel ’72, con l’elezione del nuovo segretario – consentita, pur in modi tutt’altro che chiari e univoci, da frazioni di cosiddetta “sinistra radicale” interni ed esterni al Pci – l’“eurocomunismo” prese la direzione del partito vanamente osteggiato da altri gruppi dirigenti, del resto legati ad una sterile e ormai antistorica fedeltà all’Urss (“fedeltà interessata” ancor più che ideologico-politica).

Non si pensi comunque, in termini ancora una volta semplicistici, al prodursi di una situazione, certamente assai diversa da quella ufficiale e all’epoca conosciuta (dai “popoli”), e tuttavia dai contorni ben definiti. Nulla di tutto ciò: il Pci (una sua parte) era in contatto, da un lato, con ambienti Usa (quelli appunto “di riserva”) e, dall’altro, con frazioni dell’opposizione clandestina greca, in modo del tutto speciale con la minoranza (chiamiamola sempre “eurocomunista”) dei piciisti greci. Nel Pci (parlo sempre dei vertici, la base era ignara) esistevano comunque forti malumori in dirigenti filosovietici, i quali erano comunque del tutto contrari a quei gruppetti in formazione, poi divenuti alimento del sedicente “terrorismo” italiano, influenzati, diciamo così, dal maoismo (parlando un po’ all’ingrosso). Anche negli ambienti americani (uniti ad una parte delle forze politiche euro-occidentali) vi erano posizioni più nettamente filo-colonnelli e altre (con un’altra parte degli euro-occidentali) che tenevano collegamenti con la clandestinità greca fino ad arrivare, nella loro interlocuzione, ai suddetti settori “eurocomunisti”; e tali ultimi contatti avvenivano in particolare tramite una quota importante della dirigenza Pci (ormai lanciata verso la prevalenza nel partito).

Seguire, come spesso si è fatto, il gioco dei vari Servizi di Intelligence – dove c’è stato un intrico incredibile tra quelli occidentali e orientali – non è affatto il modo migliore per capire il senso (significato e direzione) politico degli eventi di quegli anni, nonché i molti “misteri” del cosiddetto “terrorismo” italiano. Il gioco dei Servizi è ancora più pasticciato di quello politico, giacché vi si intrecciano motivazioni specifiche legate a favori e disfavori che essi si scambiano in merito a molti altri grovigli “internazionali” in atto; in quegli anni si pensi alla “sempre verde” lotta tra israeliani e palestinesi. Qui si cerca di isolare, questione già complicatissima, il fenomeno dei rapporti tra Stati Uniti e una parte, sempre più rilevante, del comunismo europeo, ma soprattutto italiano (con riferimento, scusate se insisto, ai vertici di tali organizzazioni, lasciando perdere le “masse” dei poveri ignari, che suscitano tenerezza e un po’ di rabbia e disprezzo, nulla di più).

Semmai va ricordato che, malgrado la presunta compattezza della dirigenza sovietica dopo la liquidazione di Krusciov, permanevano invece sintomi di ciò che poi seguì ben più tardi con l’avvento di Gorbaciov. I paesi euro-orientali erano preoccupati di poter essere “traditi” dall’Urss (cioè che prendessero il potere nel Pcus correnti di cedimento verso un dialogo troppo “coinvolgente” con gli Usa) – e la storia ha dimostrato che si trattava di preoccupazioni legittime – per cui hanno fatto tutto il possibile per ostacolare un simile dialogo. Essi si attivizzarono quindi anche per boicottare l’“eurocomunismo”; e perciò il Pci in quanto rappresentante, nell’occidente capitalistico, di quelle correnti che, nei paesi del “socialismo reale”, aprivano la via a quanto accadde nell’89.

La storia del presunto “terrorismo” italiano è del tutto monca e incomprensibile se si lasciano da parte questi “fatti”, indubbiamente non noti ai più; e tuttora accuratamente silenziati da ogni “protagonista” (ancora vivente) che partecipò a quel complesso gioco qui appena accennato. Non ci si può aspettare dai “brigatisti” (da pochi di loro, credo) i racconti di tali eventi; sarebbe come chiedere loro un “olocausto”. Nemmeno si possono cercare lumi presso “altri”, che conoscono tali faccende a pezzi e bocconi. Chissà se mai verrà in chiaro il vero andamento della politica, ambigua e sorniona, di quegli anni “fatali”; tutto sommato, penso di no.

 

3. Ho evidentemente scritto solo la centesima parte di quanto andrebbe spiegato con maggiore dovizia per essere capito un po’ più a fondo. Tuttavia, spero di avere fornito almeno una pallida idea di che cos’è la politica. Purtroppo, la scienza sociale, per ragioni storiche su cui devo sorvolare, è stata presa in mano all’inizio dagli economisti; innamoratisi – in specie quelli della scuola neoclassica affermatasi nella seconda metà del XIX secolo – di un senza dubbio notevole personaggio letterario come il Robinson Crusoe di Defoe. La limitatezza congenita di pur grandi economisti ha reso costui antipatico, gretto, meschino, di una ristrettezza mentale tale da lasciar sorpresi che abbia potuto sopravvivere nella sua isoletta (evidentemente “protetto” dalla penna dello scrittore). Nulla a che vedere con l’autentico spessore di Tarzan, astuto, complesso, per nulla schematico, anzi aperto proprio alla flessibilità e fluidità del mondo reale, in cui si muovono centinaia e migliaia di soggetti agenti, la cui pericolosità è estrema; caratteristiche che sono pure quelle della politica.

Oggi poi, tendenzialmente in ogni campo scientifico (o così denominato) si muovono i “tecnici”, personaggi con il cervello segmentato in camere stagne, abituati a concentrarsi sul “pelo nell’uovo” (senza nulla conoscere dell’uovo), presuntuosamente e ridicolmente compresi in questi loro micro-saperi. Se non avessero suggeritori in grado di aggirarsi nella mobilità amebica della politica, non potrebbero che combinare disastri di proporzioni ciclopiche. Non sono stupidi né ignoranti – alcuni sì, ma secondo le normali proporzioni della divisione degli esseri umani in differenti livelli di intelligenza – anzi ferreamente preparati all’esame e uso del loro piccolo “quadratino” di realtà costruito artificialmente per scopi prestabiliti, che essi maneggiano nella sua più completa rigidità di fabbricazione, totalmente spiazzati se tale meccanismo si rende inutilizzabile per sopravvenuto mutamento del mondo “reale”.

E’ la ben nota differenza tra complicatezza e complessità. Il complicato è carattere del costrutto artificiale, quando ossessivamente si tenta di adeguarlo ad ogni “imprevisto” che, con piena contraddizione in termini, si vorrebbe rigorosamente prevedere. Si edifica una casa con un numero considerato sufficiente di vani, almeno all’inizio; poi ognuno d’essi è suddiviso e ogni suddivisione ancora suddivisa (e così via) per il moltiplicarsi degli usi e l’afflusso di nuovi venuti per ognuno di questi usi. Dov’è stata costruita la casa si perde di vista, non interessa più; ogni abitante deve avere il proprio “loculo” in cui celebrare senza fantasia i suoi “riti” in attesa di nuove suddivisioni e nuovi arrivi.

Se nella casa vi è un individuo che ha la pretesa di conoscerla nel suo funzionamento d’insieme, si troverà a mal partito, perché in ogni caso la sua attenzione sarà assorbita dalla complicata costruzione e quanto sta all’esterno diverrà un rebus, nonché fonte di preoccupazione per il presentarsi di oscure e sconosciute minacce. Il poveretto si sentirà assediato e sempre in pericolo, e nemmeno capirà da dove arrivano certi rumori sospetti, che si propagano nei modi più impensati in quell’intricato assemblaggio di minimi ambienti: provengono da dentro casa o da qualcuno che vuol penetrarvi con spirito poco amichevole? E da dove questi, se esiste, tenta di introdursi? Una situazione abbastanza simile a quella dell’ansiosa talpa di Kafka, che correva di qua e di là per turare eventuali aperture del suo covo (un reticolo di canali sotterranei) verso l’“ambiente esterno”, costringendosi viepiù all’incomprensione di quest’ultimo e delle minacce, vere o solo immaginate, da esso provenienti.

Prendete invece un essere proteiforme con un corpo a forma di polipo e mille tentacoli mobili, pronti ad assumere molte disposizioni cangianti nello spazio acquoso circostante, sia per difesa sia per attacco, con la conseguente possibilità di saggiare, per “prova ed errore”, la sua complessità; pur essa mutevole e mai esaustivamente conoscibile nemmeno in linea di principio. E’ appunto la complessità di quel fluido a caratterizzare la “realtà”, un fluido solcato da innumerevoli correnti. Queste si intersecano, disegnano senza cessa nuove forme transitorie e differenti a seconda dei punti d’osservazione assunti. Per muoversi in questo fluido è appunto necessaria la politica, il corpo tentacolare mobile di cui appena detto.

Ci sono tecnici più o meno abili nel costruire meccanismi artificiali, comunque sempre rigidi e utilizzabili per scopi e per periodi limitati. Ci sono polipi dotati di un numero maggiore o minore di tentacoli, con ventose più o meno sensibili a saggiare l’andamento delle correnti nel fluido “reale” e la presenza in esse di queste o quelle risorse. Sempre però è la politica, di polipi addestrati o alle prime armi, che guida i tecnici. Solo i popoli vengono ingannati dicendo loro che, finalmente, sono nelle mani di specialisti in salvataggi da naufragi. Il governo dei “tecnici” italiano, ad es., è un’accozzaglia di burattini particolarmente addestrati all’ubbidienza in ambiente statunitense. Essi hanno il compito di terrorizzare gli italiani, di impedire loro di pensare e cercare altre vie di uscita; ad un certo punto gran parte della popolazione invocherà almeno il ritorno dei cialtroni di prima perché verrà considerato il male minore, una piccola boccata di ossigeno dopo tutto l’ossido di carbonio di cui gli Usa, coadiuvati dai soliti “cotonieri” italiani, hanno inondato la penisola tramite questi buffoni cortigiani.

Non credo sia possibile riprendersi in tempo. Anche perché vi è un’intossicazione di ben più lungo periodo, ed è questa a consentire poi ai politici, con i loro scherani tecnici, di martoriare un popolo quando ve ne sia bisogno. Si tratta della farsa della “democrazia” puramente elettorale. Non si farà mai nulla in Italia e in Europa fino a quando non ci sarà una buona disintossicazione e gran parte delle popolazioni si leverà ad affossare questa presa in giro della “democrazia”. E la farsa della “democrazia” è del tutto correlativa a quella del “libero mercato”, della virtuosa globalizzazione in cui tutti competono con pari possibilità, e di altre infami menzogne; per le quali occorrerebbe ripristinare la pena di morte (solo per questi reati!).