GENERALI E TRUPPE CAMMELLATE di G.P.


Come avevamo annunciato in precedenti articoli pubblicati su questo blog, la battaglia sulle Assicurazioni Generali, camera di compensazione della finanza italiana, sta per arrivare al rush finale. Gli equilibri decennali, dopo questa tenzone che farà sicuramente qualche vittima illustre, potrebbero rimodularsi su ben altro disegno che comporterà una riconfigurazione dei rapporti di forza tra poteri dominanti nel Bel Paese.
Tutto ciò, evidentemente, genererà considerevoli scossoni anche a livello politico. Non a caso sulle barricate sono saliti i quotidiani più o meno vicini alla sinistra (come quello di De Benedetti) e i giornali da sempre sostenitori, seppur tra mille acrobazie, dei consolidati appannaggi della G.F. & I.D (Corriere della Sera in primis).
A dir la verità, è da qualche mese che Repubblica, per far piacere al suo padrone, avanza dubbi e sospetti sulla figura di Geronzi (il quale, ricordiamolo, ha qualche guaio giudiziario che potrebbe comprometterne la moralità e la possibilità di guidare qualsiasi istituto bancario), attuale Presidente di MedioBanca, nonché cavallo favorito nella corsa allo scranno più alto del Leone triestino.
Per il banchiere laziale si tratta perciò di prendere due piccioni con una fava, evitare il defenestramento per via di questi problemi con la legge e raggiungere, con tutti gli ori e gli allori, il posto di comando del gotha finanziario nazionale.
Secondo gli esperti sinistrati di assalto al cielo dell’economia italica dietro la strategia geronziana ci sarebbe Palazzo Grazioli. L’idea, a Via del Plebiscito, sarebbe quella di sfondare il salotto buono, entrando finalmente dalla porta principale come trionfatori e conquistatori, dopo anni di onta e di ostracismo patiti dal suo primo inquilino, il Cav. Silvio Berlusconi, tenuto sempre a debita distanza dai “finanziar-chic” di "lignaggio", gelosi dello strapotere assoluto nella stanza dei bottoni. La questione è certamente anche economica in quanto chi controlla Generali ha indiretta influenza su altri gioielli come Mediobanca, Pirelli Telecom ecc. ecc. nonché su imprese in settori altrettanto redditizi quali costruzioni, servizi idrici ed energetici. C’è poi il Corriere della Sera, un formidabile strumento di condizionamento della pubblica opinione che finirebbe, qualora passasse effettivamente di mano, per depotenziare quel fronte coriaceo di “anticav”, costantemente in prima fila nella guerra al parvenu di Arcore. Ma se la via seguita è quella economica, gli obiettivi principali sono prima di tutto politici. Senza denaro non è possibile approntare le strategie adeguate per affermarsi in campo politico ed è da qui che chi vince può tracciare il futuro di un’intera nazione facendolo "combaciare" possibilmente con i suoi interessi.
Come dicevamo, queste prospettive e traiettorie di mutamento indispettiscono i monarchi assoluti che non amano condividere il potere. Ed è per tali motivazioni che tanto Repubblica che il Corriere sono venuti in soccorso di uno dei banchieri messi sulla graticola, apparentemente per sostenerlo e perorarne la brillantezza, più veridicamente per far valere i diritti castali di chi muove loro la biro.
Il giornale Dedenedettiano, per penna di Giovanni Pons, ha parlato in un pezzo di ieri delle tensioni in seno all’Unicredit contro Profumo, il quale starebbe per essere crocifisso da alcuni azionisti interessati a far funzionare le manovre di Geronzi intorno ai destini di Mediobanca e Generali. Così, per l’audace giornalista il dirigente genovese sarebbe un esempio di trasparenza (operazioni infauste sui derivati a parte) mentre quello marinese un campione di manovre occulte e di sconsideratezza morale, come dimostrano i suoi guai con i crac di Italcasse, Parmalat e Cirio (scandalo quest’ultimo però nel quale rientra pure Piazza Cordusio). Ma altri sono gli umori che tirano questi cervelli in ambasce, preoccupati per il buon nome della già screditata finanza italiana, le cui sorti potrebbero finire nelle mani dei “libici o di altri amici del Premier”. Pertanto, costoro hanno ragione di essere in ansia, dal loro punto di vista naturalmente. Noi invece vediamo questa lotta tra gruppi dominanti per quello che è, una batracomiomachia dove i topi della GF & ID potrebbero subire un brutto colpo (non ci dispiacerebbe), ma le rane vincenti sarebbero ancora troppo sguarnite contro i serpenti della finanza internazionale a guida Usa. L’unica soddisfazione è allora nella speranza di vedere andare in pezzi quei gruppi di comando che muovono i fili della sinistra politica. Almeno sarebbe un problema in meno.

 

AGGIORNAMENTO da Repubblica di oggi

Da repubblica.it

Unicredit uscirà da Generali, di cui è attualmente il primo azionista. Insieme ai dati di bilancio ha infatti annunciato la vendita del 2,84% del capitale della compagnia tristina, che rappresenta la sua intera partecipazione. Il prezzo di riferimento è di 18 euro per azione.

 

Immediati i riflessi in Borsa, dove Il titolo della banca risulta la migliore blue chip, con un rialzo del 4,5%, mentre il gigante assicurativo è la peggiore, con un calo dell'1,3% nonostante il tono positivo del listino.

Il rialzo di Unicredit è comunque dovuto anche ai conti presentati, risultati migliori delle stime degli analisti nonostante il pesante calo dell'utile rispetto all'anno precedente. La banca chiude il 2009 con un utile netto di pertinenza di 1,702 miliardi di euro, in netto calo dai 4,012 miliardi del 2008, ma sopra il consensus individuato da 28 analisti e riportato sul sito web della banca di 1,326 miliardi.

Nel solo quarto trimestre si è registrato un utile netto di 371 milioni contro il rosso di 4 milioni atteso dal consensus del sito web di UniCredit. Il cda ha proposto la distribuzione di un dividendo in contanti di 0,03 euro per azione. Lo scorso anno UniCredit non ha distribuito un dividendo in contanti ma solo in azioni.

 

Il margine di intermediazione cresce nel 2009 del 2,6% a 27,572 miliardi con interessi netti in calo del 5,8% a 17,3 miliardi (ma solo -1,9% con cambi e perimetro costanti) che hanno risentito della cancellazione dal terzo trimestre delle commissioni di massimo scoperto e di un contesto di tassi "tutt'altro che favorevole".

In calo, a causa del contesto di settore "ben più sfavorevole" nell'ambito della gestione del risparmio, le commissioni nette che si portano a 7,78 miliardi contro gli oltre 9 miliardi del 2008. Il risultato dell'attività da trading è invece positivo per 1,8 miliardi contro i -1,97 di un anno prima. I costi operativi scendono dell'8,2% a 15,3 miliardi per un cost/income che si porta al 55,6% dal 62,1% del 2008. Il risultato di gestione sale quindi del 20,3% a 12,248 miliardi.

 

Nell'anno sono state effettuate rettifiche su crediti e accantonamenti per garanzie e impegni per 8,3 miliardi con un costo del rischio a 142 punti base. I crediti deteriorati lordi salgono a 57,6 miliardi. Sul fronte patrimoniale il Core Tier I, calcolato pro forma con il recente aumento di capitale, si attesta all'8,47%, il Tier I al 9,49%.

L'A. d. Alessandro Profumo ha definito il progetto di ristrutturazione del gruppo bancario, meglio noto come piano Banca Unica, "strategico per me e per la mia squadra. Sono fiducioso che riusciremo a ragionare e trovare una soluzione", entro la scadenza del 13 aprile, giorno in cui si riunirà un cda straordinario per una decisione definitiva sul piano Banca Unica, dopo l'accordo raggiunto ieri in seno al comitato strategico dopo le tensioni tra l'AD e i soci, con Profumo sul punto di dimettersi in mancanza di un'intesa sul piano.

Il via al progetto di banca unica era stato dato dal cda di Unicredit lo scorso dicembre. I contenuti sono attesi nei primi mesi di quest'anno, mentre l'esecutività è attesa a partire dal prossimo mese di novembre. Per l'Italia è prevista una diversa organizzazione della rete e della banca sul territorio, tramite l'incorporazione sotto Unicredit delle banche spa, finora autonome anche con il proprio marchio.