LE "EXTRASISTOLE" DELL'ORGANISMO ECONOMICO di M. Tozzato

Sul Sole 24 Ore del 24.09.2008  Fabrizio Galimberti si è inventato un dialogo immaginario tra i due economisti probabilmente più importanti e originali del Novecento: John Maynard Keynes e Joseph Schumpeter. Keynes inizia citando se stesso da un testo del 1945:

<<Se per qualche sprovveduto equivoco geografico le forze aeree americane – è ormai troppo tardi per sperare qualcosa dai tedeschi – potessero distruggere ogni fabbrica nella costa del Nord Est e nel Lancashire (in un’ora in cui dentro ci sono solo i manager e nessun altro) non avremmo niente da temere. Non vedo come potremmo altrimenti riguadagnare quell’esuberante inesperienza che è necessaria, sembra, per aver successo…>>.

Così continua poi il Keynes “immaginario”:

<<Non possiamo confidare nel “fuoco amico” questa volta. Ma è uguale la necessità di far fuori una classe di banchieri e finanzieri che han giocato con i fiammiferi della Santabarbara della finanza.>>

A questo punto non posso negare di provare una sorta di compiacimento per i toni “lagrassiani” usati dall’economista inglese seppure, soltanto, nella finzione “inventata” da Galimberti. Schumpeter, invece, inizia ricordando che le crisi sono inevitabili e servono per crescere e, riguardo a quelle finanziarie, esse:

<<sono il modo con cui l’organismo si sbarazza delle tossine accumulate nell’euforia.>>

Mentre i cicli economici, d’altra parte:

<<non sono come le tonsille, cose separate che possono essere curate da sole, sono come il battito del cuore, e appartengono all’essenza dell’organismo.>>

Lo Schumpeter “galimbertiano”, continua rincarando la dose e esponendo le sue classiche tesi:

<<quando io parlo di “distruzione creativa”, la mia sembra essere solo una consolazione, un cataplasma sulle ferite della crisi. Ma tutto quel che è successo da cent’anni a questa parte conferma la mia tesi. Fin che ci saranno invenzioni, innovazioni, voglia di fare, sane avidità, braccia operose e cervelli attivi, la capacità inesauribile di creare e produrre si sposerà con i bisogni inesauribili dell’uomo, e l’economia andrà avanti, senza farsi spaventare da queste miserabili crisi.>>

Come risposta Galimberti inserisce una citazione dal Keynes “storico” a proposito della speculazione e delle “bolle” finanziarie:

<<gli speculatori non fanno danno se sono bollicine sulla corrente dell’intrapresa, […]le cose si fanno  serie quando l’impresa diventa la bolla in un gorgo di speculazione. Quando lo sviluppo finanziario di un Paese diventa il sottoprodotto delle attività di un casinò, viene fuori un lavoro fatto male. Se misuriamo il successo di Wall Street come un’istituzione la cui funzione sociale è quella di incanalare l’investimento negli impieghi più produttivi, dobbiamo concludere che Wall Street non è stato un grande trionfo del capitalismo del laissez faire.>>

Nonostante l’ultima frase, che mi pare stranamente contorta, il discorso mi sembra abbastanza chiaro; semmai è da rilevare che questa citazione si combina in modo divertente con quanto dichiarato una decina di giorni fa dal possibile successore di Bush, John McCain che intenderebbe, se eletto, licenziare il capo della Sec (la Consob Usa) per aver «trasformato Wall Street in un casinò». Evidentemente qualche economista dello staff del candidato repubblicano deve essersi ricordato delle parole di Keynes. I due economisti, ora nella versione “costruita” da Galimberti, continuano così il loro discorso:

Schumpeter: <<negli anni di grazia 2007 e 2008, la parola più ricorrente era quella del credit crunch, la stretta creditizia. Ma se prima c’era stato un eccesso di credito a (troppo) buon mercato, la stretta non è una disgrazia ma una medicina.>>

Keynes:<<Sono d’accordo, e da questo punto di vista, a guardare quelle cose scomode che sono i fatti e i numeri, la stretta c’è stata solo per i prestiti e gli impieghi che giravano vorticosamente all’interno del settore finanziario. Se una società finanziaria si fa dare soldi a breve dalle banche per lucrare sulle differenze fra tassi corti e lunghi, questa non è un’attività produttiva. Il credito alle attività produttive non è stato fatto mancare e non ci sono ragioni perché manchi in futuro.>>

Una buona ragione per una stretta creditizia che riguardi anche la produzione potrebbe nascere dall’innesco di una spirale inflazionistica. Riguardo a questo mi pare vi sia una sorta di ottimismo di principio; si dice, inoltre, che le statistiche sembrano confermare – rispetto agli aumenti delle retribuzioni e delle materie prime e nonostante i burrascosi eventi degli ultimi mesi – la limitata incidenza di questi fatti sul  tasso di inflazione ( il quale, comunque, tende ad aumentare ma non in maniera critica) che rimane sotto controllo  nonostante i bassi tassi di interesse, necessari per garantire un ampia liquidità, che le banche centrali riescono a garantire all’interno del mercato monetario e finanziario. In effetti, in occidente, ovvero in Europa, Stati Uniti e Giappone l’economia reale versa in uno stato di sostanziale stagnazione già da diversi anni: la crescita è bassa e così la domanda, sia di beni di consumo che di quelli strumentali. Questo contribuisce a non surriscaldare le dinamiche inflazionistiche e se veramente la crisi dell’economia reale ha preceduto quella finanziaria la stessa esplosione della bolla immobiliare ha portato e porterà una ricaduta “recessiva” solo per determinati settori e sottosettori, tra loro collegati, delle attività produttive.

Tornando al nostro dialogo immaginario Schumpeter osserva, riguardo allo sviluppo incontrollato di nuovi “prodotti” finanziari:

<<Non esageriamo, la complessità è un portato dell’intelligenza creativa. L’innovazione finanziaria è utile, tutto sta a saperla usare nel modo giusto.>>

E Keynes aggiunge:

<<Devo confessare che non riesco a preoccuparmi molto per questa finanza sgonfiata. Resteranno sul campo un po’ di morti e feriti, ci saranno consolidamenti e ristrutturazioni, i fondi sovrani e i fondi-avvoltoio (a cominciare da quello di 700 miliardi di dollari annunciato dal governo USA) faranno qualche buon affare, alcuni tossici livelli di complessità spariranno dalla panoplia degli strumenti finanziari, molti azionisti di banche perderanno un sacco di soldi e molti banchieri perderanno il posto. E allora ? Come l’Araba fenice, il sistema finanziario risorgerà […]e sarà sottoposto a una migliore regolazione, se non altro perché il sistema di regolazione in America è su un “pessimo paretiano”: qualsiasi cambiamento non può che essere per il meglio.>>

A questo punto Galimberti fa dire a Schumpeter che:

<<Quel che è nascosto dalle minusvalenze sono quei profitti dell’ordinaria gestione che sono invece portati alla luce dalla contabilità nazionale; e gli ultimi dati ci dicono che il sistema finanziario americano continua ad avere le spalle robuste.>>

Ci permettiamo di dubitare di queste ultime affermazioni visto che abbiamo assistito al fallimento di Lehman Brothers ma soprattutto al salvataggio dei supercolossi di mutui e assicurazioni Aig, Fannie Mae, Freddie Mac e Bear Stearns; se fossero colati a picco, e Merril Lynch non si fosse salvata tramite una “fusione” (o “assorbimento”) non so che cosa i saccenti “economisti” avrebbero potuto inventarsi. 

Ma ecco che, finalmente, il “falso” Keynes si decide a toccare un nuovo punto cruciale:

<<Quella che mi preoccupa è la crisi reale, non quella finanziaria. Se i prezzi delle case continuano a scendere, le famiglie tirano in barca i remi della spesa e l’economia rischia una vera recessione. Ha fatto bene il Governo USA a mettere in opera delle misure, con modestia parlando, keynesiane.>>

Forse sarebbe meglio dire che se le “famiglie” tirano in barca i remi della spesa allora i prezzi delle case continuano a scendere. Ma il discorso è complicato e bisogna capire come e quanto le “famiglie” hanno ridotto i loro risparmi e quante di loro si sono fortemente indebitate; è necessario, inoltre, verificare l’effettivo andamento del mercato immobiliare suddiviso per aree geografiche dall’inizio della crisi subprime e nei prossimi mesi. 

Così, comunque, ribatte Schumpeter al discorso di Keynes:

<<neanche la crisi reale mi preoccupa molto. Sarei angosciato solo se ci fossero segni che consumatori e produttori hanno perso capacità di reagire. Ma sono loro che continuano a tenere le chiavi del fare e del consumare, e tutto quello che vedo mi dice che hanno voglia di usarle per aprire di nuovo gli usci della crescita. Questo è vero nei Paesi “vecchi” ed è ancor più vero per i Paesi emergenti. Non avrei mai immaginato che in una generazione il mondo avrebbe visto il raddoppio della forza lavoro fra vecchie e nuove economie di mercato. C’è un pavimento solido per il tasso di crescita dell’economia mondiale.>>

Tutto sommato il discorso di Galimberti, con l’utilizzo delle due “maschere”, non mi pare molto convincente e del resto la maggior parte dei commenti degli “economisti” vertono ormai sulle nuove regole da stabilire per i mercati finanziari nel prossimo futuro. All’interno di questo dibattito esperti di finanza, come Guido Rossi, e filosofi del diritto, come Natalino Irti, trovano l’occasione per proporre quel progetto di “democrazia economica” e di “economia sociale di mercato” che vorrebbe supplire alla mancanza totale di idee dei cosiddetti “progressisti”, o “democratici”, nella nostra “Italietta”, riproponendo in versione aggiornata  il vecchio socialismo liberale di Rosselli, Calogero, Gobetti ecc.

Mauro Tozzato            28.09.2008