LE TAPPE STRATEGICHE DELLA GUERRA FREDDA

Le sconfitte definitive del Terzo Reich maturata nell’aprile 1945 e del Giappone avvenuta quattro mesi dopo (agosto 1945) consacrarono l’Unione Sovietica quale principale potenza dell’intero continente eurasiatico.

Gli Stati Uniti erano di fatto l’unica nazione dotata di ricchezza e potenza sufficiente per opporsi efficacemente allo strapotere sovietico che minacciava di allargare la propria egemonia all’Europa e all’Asia orientale, cosa che nei palazzi di Washington era vista come una riedizione rivisitata e corretta della vecchia linea politica elaborata da John Quincy Adams ed enunciata nel 1823 dal presidente James Monroe, mediante la quale gli Stati Uniti avevano rivendicato il diritto di gestire autonomamente e senza alcun tipo di supervisione ed interferenza europea le questioni politiche riguardanti l’intero continente americano (America Settentrionale ed Indiolatina).

Il profilarsi di una prospettiva simile spinse il presidente Harry Truman a rinnegare buona parte delle posizioni assunte a Yalta (febbraio 1945) dal suo predecessore Franklin Delano Roosevelt, il quale aveva comunicato al suo dirimpettaio Josif Stalin l’intenzione di ritirare tutti i contingenti statunitensi stanziati in Europa nell’arco del biennio successivo e gettato le basi per una collaborazione con il governo di Mosca per la gestione delle situazioni critiche in cui versavano i paesi sconfitti dell’Asse.

La Seconda Guerra Mondiale si era oramai conclusa e gli Stati Uniti che si erano coalizzati con l’Unione Sovietica per sconfiggere Germania e Giappone non esitarono dunque a rompere tale sodalizio per ergersi a bastioni occidentali di contenimento alla temuta espansione comunista.

Fin dai primi giorni della Guerra Fredda le mire dell’Unione Sovietica si concentrarono sull’Iran, paese alquanto ricco di idrocarburi sul cui territorio erano ancora stanziate, fin dagli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale, numerose guarnigioni dell’Armata Rossa che Stalin, all’inizio del 1946, non dava segno di voler ritirare nonostante i rassicuranti impegni in tal senso che si era solennemente assunto a Yalta in presenza di Rooselvelt. Le pressioni statunitensi si fecero quindi pesantissime e a Stalin non rimase che procedere al ritiro, che venne ultimato nei primi giorni del maggio 1946.

Un altro paese ad attirare le attenzioni sovietiche era la Turchia, il cui controllo avrebbe assicurato a Mosca uno sbocco sul Mediterraneo orientale. Tra la primavera e l’estate del 1945 Stalin – collocandosi nel solco tracciato dai suoi “predecessori” storicamente interessati ad assumere il controllo degli stretti – pretese con insistenza che il governo di Ankara concedesse una vasta area del proprio territorio dalla quale si dominava lo stretto dei Dardanelli all’Unione Sovietica, intenzionata ad installarvi alcune basi militari.

Nel frattempo la Grecia era oggetto di una sanguinosa guerra civile divampata nel 1944 che rischiava di far slittare il paese verso l’orbita comunista. E’ altamente probabile che i comunisti greci credettero che rendendo ulteriormente incandescente la situazione avrebbero convinto l’Unione Sovietica a schierasi apertamente al loro fianco rendendo così molto più agevole il compito di rovesciare il potere costituito, ma così non accadde.

Stalin assunse un atteggiamento affine a quello degli antichi spartani durante la crisi di Melo magistralmente descritta da Tucidide nella “Guerra del Peloponneso”.

Allora gli isolani di Melo avevano deciso di respingere al mittente i reiterati ultimatum lanciati dagli ambasciatori ateniesi sfidando apertamente Pericle e confidando che sollevandosi contro il predominio ateniese avrebbero sollecitato Sparta ad intervenire in loro aiuto.

Atene represse nel sangue l’insurrezione di fronte al freddo e lucido sguardo di Sparta, che assistette all’eccidio senza batter ciglio.

Come Sparta, l’Unione Sovietica non si mobilitò a favore dei comunisti greci e lasciò che gli Stati Uniti e i loro subordinati britannici si organizzassero per ristabilire la situazione.

Il 12 marzo 1947 il presidente Harry Truman pronunciò dinnanzi al Congresso un famoso discorso mediante il quale enunciò i tratti fondamentali della dottrina che prese poi il suo nome. Egli prese spunto dalle crisi turca e greca per farsi promotore dell’autonomia dei popoli e allargare poi il discorso per sostenere apertamente che era giunta l’ora per gli Stati Uniti di opporsi irriducibilmente alla minaccia sovietica, dichiarando una guerra senza quartiere al comunismo. Chiese al Congresso 400 milioni di dollari da girare ai governi turco e greco, e li ottenne.

I fondi vennero distribuiti, i comunisti greci furono duramente sconfitti e la Turchia trovò la forza necessaria per opporre un secco rifiuto alle richieste di Stalin. Si trattò di mosse tattiche, di prove tecniche che prelusero all’entrata di Grecia e Turchia nella NATO, che avvenne nel febbraio 1952.

Tali successi non scacciarono però il timore principale che scuoteva i doppipetti di Washington, ovvero che l’Unione Sovietica avrebbe trovato la forza per dominare l’intero continente europeo. Questo timore non riguardava tanto un’improbabile sortita dell’Armata Rossa che avrebbe raggiunto le sponde dell’Oceano Atlantico, quanto la reale possibilità che i forti partiti comunisti di Francia e (soprattutto) Italia legati a doppio filo a Mosca riuscissero a far leva sulle spaventose condizioni in cui versavano le loro rispettive popolazioni nei primi anni del dopoguerra ottenendo quell’appoggio di massa necessario per giungere al potere.

Il Piano Mashall ideato nel giugno 1947 e finalizzato esplicitamente a sradicare “fame disperazione e caos” nacque in risposta alla tremenda situazione sopra descritta.

Il vero oggetto della contesa riguardava però la gestione della situazione tedesca. Pare che nei primi anni del dopoguerra né statunitensi né sovietici avessero le idee chiare sul da farsi.

Il timore che un paese strategicamente cruciale come la Germania potesse finire interamente sotto l’orbita avversaria spinse entrambi gli schieramenti a propendere per una divisione formale di due Germanie, una Orientale legata al blocco sovietico e una Occidentale ripartita a sua volta in tre zone di influenza affidate rispettivamente a Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia.

Stalin si mostrò favorevole a tale ipotesi a patto che i paesi occidentali non avessero unificato le tre zone tedesche di loro competenza decretando la formazione di un unico stato indipendente filoccidentale.

Tuttavia le preoccupazioni degli Stati Uniti vertevano sulla necessità di estromettere totalmente l’Unione Sovietica dalla Germania Occidentale e spinsero il presidente Truman e i suoi consiglieri a incoraggiare la costruzione di una Germania Occidentale potente, ricca e armata di tutto punto.

L’obiettivo in questione fu annunciato pubblicamente durante la Conferenza di Londra del dicembre 1947 e gli sforzi operati in tal senso dagli Stati Uniti e dai loro alleati si concretizzarono il 21 settembre 1949, data che coincise con la formazione della Repubblica Federale Tedesca, potente bastione occidentale di contenimento all’espansione sovietica verso ovest che funse da contraltare alla Repubblica Democratica Tedesca legata all’Unione Sovietica.

I sovietici, dal canto loro, accolsero (non poteva essere altrimenti) con orrore la nascita della Repubblica Federale Tedesca, allarmati come erano dallo spettro dell’integrazione economica e politica del blocco della Germania Ovest nel sistema dei paesi occidentali.

Il sostegno fornito dall’Unione Sovietica agli insorti cecoslovacchi che portò al colpo di stato del febbraio del 1948 e all’instaurazione di un governo comunista aderente al blocco orientale fu una sorta di ritorsione di Stalin, una mossa tattica in risposta all’unilateralità con cui furono gettate le basi per la nascita della Repubblica Federale Tedesca.

A tali mosse ritorsive va aggiunta poi la crisi aperta dall’Unione Sovietica agli sgoccioli del luglio 1948, che culminò con il blocco di Berlino e con lo sbarramento dei corridoi idrici che collegavano la capitale tedesca con le zone d’occupazione occidentale.

Il colpo di stato parzialmente eterodiretto in Cecoslovacchia portò gli Stati Uniti a comprendere l’inderogabilità di escogitare una struttura sovranazionale costituita da una fitta rete di alleanze militari che fungesse da deterrente alle mire espansionistiche sovietiche.

Gli enormi sforzi profusi in questa direzione furono coronati il 4 luglio del 1949, data in cui la North Atlantic Treaty Organization (NATO) vide la luce.

Il blocco a Berlino da parte dell’Unione Sovietica fu aggirato mediante un ponte aereo progettato dagli Stati Uniti che in breve termine spinse Stalin a ordinare il ritiro delle truppe nel maggio del 1949.

Tuttavia gli interessi sovietici non erano orientati solo ed esclusivamente all’Europa ma anche all’Asia orientale. Non a caso Stalin dispose il ritiro dell’Armata Rossa dalla Manciuria (maggio 1946) solo quando le pressioni statunitensi che si richiamavano al rispetto degli accordi presi dal leader sovietico durante la Seconda Guerra Mondiale (che prevedevano il ritiro del contingente sovietico entro l’1 febbraio 1946) si erano fatte fortissime.

A destare serie preoccupazioni al governo statunitense erano anche gli sviluppi relativi alla situazione in Cina, nell’ambito della quale i comunisti guidati da Mao Tze Tung apparivano inesorabilmente avviati al trionfo sul Kuomintang capeggiato da Chiang Kai Shek, cosa che avrebbe avvicinato pericolosamente il gigante cinese all’Unione Sovietica.

Malgrado i rapporti tra Stalin e Mao Tze Tung fossero effettivamente travagliati e complessi, l’Unione Sovietica fornì il proprio (esiguo) appoggio al movimento comunista cinese, mentre gli Stati Uniti, dal canto loro, si fecero (tiepidi) promotori della causa portata avanti dai nazionalisti.

Gli aiuti statunitensi non fecero però che procrastinare l’inevitabile disfatta di Chiang Kai Shek, che avvenne puntualmente nel 1949 sotto i pesanti colpi inferti dalle soverchianti forze comandate da Mao Tze Tung. Lo stesso Segretario di Stato Dean Acheson fu costretto a prendere atto della sconfitta nel celebre passo della lettera datata 30 luglio 1949 mediante la quale trasmise al presidente Harry Truman il contenuto del cosiddetto “libro bianco” sulla Cina: “Niente di ciò che questo paese ha fatto o avrebbe potuto fare entro i limiti ragionevoli delle sue capacità avrebbe potuto alterare il risultato: nulla che sia stato lasciato intentato da questo paese ha contribuito all’esito. E’ stato il prodotto di forze interne alla Cina che questo paese ha cercato invano di influenzare”.

L’offensiva sferrata il 25 giugno 1950 dalla Corea del Nord a danno della Corea del Sud si inserì prepotentemente in questo particolare contesto e fu immediatamente attribuita alla mano pesante di Stalin, bollato dagli Stati Uniti come manovratore super partes di tutta l’operazione. Gli Stati Uniti non esitarono infatti a scendere in campo al fianco della Corea del Sud, ingaggiando un sanguinoso conflitto triennale contro la Corea del Nord e il suo alleato di ferro cinese che ripristinò la situazione vigente alla vigilia della guerra.

In compenso gli Stati Uniti approfittarono della situazione per giustificare un esorbitante aumento delle spese militari da un lato e il mantenimento di un forte contingente del proprio esercito sul suolo sudcoreano che vige ancora oggi, in assenza dell’Unione Sovietica e a Guerra Fredda conclusa da svariati anni, dall’altro.

Gli Stati Uniti beneficiarono delle ingenti spese militari per innalzare ed installare progressivamente – durante l’intero arco temporale in cui si svolse la Guerra Fredda – potenti strutture di deterrenza in tutte le aree critiche del pianeta come l’Europa, il Medio Oriente, il Golfo Persico e l’Asia orientale al fine di contenere e sostituire la propria spinta espansionista a quella sovietica.

Gli anni Cinquanta videro la nascita del Patto di Varsavia (maggio 1955) che funse da contraltare alla Nato ma trascorsero, se si prescinde dall’insurrezione di Budapest del 1956 repressa di fronte alla quale gli Stati Uniti adottarono il medesimo atteggiamento assunto dall’Unione Sovietica nei confronti della rivoluzione comunista in Grecia, in una condizione di relativa stabilità in cui gli stati Uniti guidati da Dwight Eisenhower rafforzarono il proprio status di superpotenza sui rispettivi subordinati regolando, in occasione della crisi di Suez (1956), gli ultimi residui imperiali di Francia e Gran Bretagna che furono costrette a raccogliere i cocci dei propri sogni di gloria mandati in frantumi.

Gli anni Sessanta conobbero una brusca escalation di tensione non assolutamente legata alla costruzione del cosiddetto “Muro di Berlino” (1961) quanto al fallimento dello sbarco nella Baia dei Porci (1961) che preluse alla crisi missilistica relativa installazione di testate balistiche nucleari sovietiche a Cuba, che Fidel Castro aveva concordato con l’alleato Nikita Kruscev.

Quella vicenda si risolse con un sostanziale nulla di fatto che effettivamente avvantaggiò agli Stati Uniti di John Fitzgerald Kennedy, i quali si sentirono rafforzati dalla dimostrazione di forza contro l’Unione Sovietica per insinuare la propria presenza nel Sud – Est asiatico al fine di evitare che l’intera area finisse sotto il controllo dell’asse comunista Cina – Unione Sovietica.

La Guerra del Vietnam fu intrapresa ufficialmente dal successore di Kennedy Lyndon Johnson, il quale approfittò dell’incidente “a orologeria” avvenuto nel Golfo del Tonkino (1964) – che si inserisce alla perfezione nella tradizione degli “strani” (per usare un eufemismo) incidenti (Maine del 1898, Lusitania del 1915, Pearl Harbor del 1941) strumentalizzati ad arte per giustificare la discesa in campo delle forze armate statunitensi nei vari conflitti – per ottenere dal Congresso il sostegno necessario a sferrare l’attacco.

Allora il Vietnam era territorialmente diviso in due aree, con il nord comunista che si accingeva ad entrare in rotta di collisione con il sud filoccidentale. La preponderanza del Vietnam del Nord sostenuto dall’Unione Sovietica costituiva una minaccia da sventare per Washington, che si insinuò nel conflitto ma si scontrò ben presto contro l’accanita resistenza dell’esercito nordvietnamita comandato da Ho Chi Minh e da Voh Nguyen Giap.

La stagnazione del conflitto apparve ben presto in tutta la sua evidenza, specchio dell’incapacità dell’esercito statunitense e dei suoi vertici militari di far fronte alla prima vera (seppur embrionale) guerra asimmetrica.

La soverchiante potenza di fuoco della macchina militare statunitense si rivelò infatti del tutto inadeguata a fronteggiare le veloci e ben addestrate armate nordvietnamite, e quella che era stata presentata alla vigilia come una semplice operazione militare di breve durata finì per insabbiare il più potente esercito del mondo in un terribile pantano.

Fu Richard Nixon a tirare fuori gli Stati Uniti dalle sabbie mobili vietnamiti, ritirando gradualmente l’esercito dal conflitto e lasciando l’intera posta in gioco nelle mani dei comunisti del Vietnam del Nord.

Tuttavia l’abilità di Nixon consistette nel trarre i debiti insegnamenti dal conflitto e conseguentemente nel “trasformare” quella che è comunemente e altrettanto superficialmente considerata una colossale sconfitta per gli Stati Uniti in una tappa tattica rientrante in un progetto strategico di più ben ampio respiro.

Nixon fece leva sui dissidi sino – sovietici relativi in parte all’accusa ideologica di “socialimperialismo” lanciata da Mao Tze Tung nei confronti dell’Unione Sovietica impegnata a reprimere i moti di Praga del 1968 e a ragioni più strettamente geopolitiche per sfruttare la terzietà cinese rispetto al bipolarismo allora imperante ed esaltare i punti di discordia di Pechino con Mosca.

Impedendo poi il perdurare della stagnazione militare in Vietnam e accelerando la vittoria di Ho Chi Minh gli Stati Uniti evitarono il logoramento dell’alleanza Vietnam – Unione Sovietica e conseguentemente che le frange filocinesi nell’ambito della fazione nordvietnamita si facessero soverchianti.

Si gettarono così le basi per il classico “divide et impera”, che negli anni a seguire fruttò i risultati graditi a Washington.

In sostanza, la debacle subita (o accettata) dagli Stati Uniti di Nixon rinsaldò l’alleanza tra Unione Sovietica e Vietnam, con quest’ultimo che si sentì rinforzato a sufficienza per invadere ben presto la vicina Cambogia (1978) guidata col pugno di ferro dai Khmer Rossi di Pol Pot, maoista di ferro che godeva del pieno appoggio del governo di Pechino.

Nella rete di alleanze Unione Sovietica – Vietnam contrapposta a quella Cina – Cambogia si inserirono così gli Stati Uniti, che appoggiarono i secondi contro i primi e spinsero a loro volta l’India a mostrarsi favorevole alla causa sovietica in virtù dell’accesa rivalità, non ancora sopita, con la Cina.

Il trentennale trattato di amicizia sino – sovietico ratificato nel 1950 poteva così dirsi chiuso con qualche mese d’anticipo e infatti lo stesso Deng Xiao Ping decise si punire l’intraprendenza del Vietnam ordinandone l’invasione, che alla prova dei fatti non sortì nessun effetto di grande rilievo fatta eccezione per l’aver manifestato palesemente l’aperta ostilità tra Cina e Unione Sovietica.

I quattordici anni che intercorsero tra il 1975 (data del ritiro definitivo degli Stati Uniti dal Vietnam) e il 1989 (disfatta sovietica in Afgahnistan e crollo del Muro di Berlino) conobbero eventi che risultarono inoppugnabilmente cruciali nel determinare il noto esito del confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Dopo la Guerra del Vietnam gli Stati Uniti presieduti (formalmente) da Jimmy Carter e (effettivamente) dall’abile eminenza grigia Zbigniew Brzezinski misero a punto un’abile strategia atta a “Rendere all’Unione Sovietica il suo Vietnam”.

L’occasione d’oro si presentò nel 1979, quando gli Stati Uniti decisero di rifornire di armi e di addestrare gli agguerriti mujahiddin islamici affinché rovesciassero il governo centrale filosovietico di Kabul, che pochi mesi dopo lo scoppio dei conflitti si vide costretto a chiedere aiuto al presidente Leonid Breznev, il quale inviò l’esercito in territorio afghano.

L’Armata Rossa non riuscì però a fronteggiare efficacemente l’accanita resistenza dei mujahiddin e si ritrovò ben presto impantanata in una sanguinosa guerriglia che si ripercosse pesantemente sulle casse sovietiche e culminò con la disfatta militare e il definitivo ritiro che venne ultimato nel febbraio del 1989.

Nel frattempo, il presidente Mikhail Gorbaciov si era dimostrato estremamente “molle” e bendisposto nei confronti del proprio avversario Ronald Reagan, proclamando solennemente il superamento della “Dottrina Breznev”, rinunciando a numerose posizioni pur di favorire l’apertura agli Stati Uniti e promuovendo un monumentale progetto di ristrutturazione economica (perestrojka) improntato alla “trasparenza” (glasnost) che introdusse forti riforme di tenore neoliberale.

Malgrado l’ampio riconoscimento internazionale, seppur in gran parte dovuto al conferimento del Premio Nobel per la Pace, Gorbaciov contribuì pesantemente in realtà a gettare le basi per la destrutturazione politica ed economica dell’Unione Sovietica e poi per lo smantellamento del colossale apparato pubblico russo che cadde, con il beneplacito del suo ex braccio destro Boris El’cin, in mano a una congrega di “oligarchi” (tra i quali spuntano i nomi di Roman Abramovich, Boris Berezovskij, Mikhail Kodorkhovskij) strettamente legati all’alta finanza occidentale.

Parallelamente, gli Stati Uniti hanno esteso l’influenza della NATO a molti paesi nati dalla disgregazione dell’Unione Sovietica e riavviato il progetto ABM (Anti Ballistic Missile) apertamente orientato contro la Russia.

In questo contesto si è inserito Vladimir Putin, uomo proveniente dai ranghi del KGB che è riuscito ad affermare una linea politica estremamente autoritaria mediante la quale è stato fortemente ridimensionato il peso degli “oligarchi” e molte delle aziende strategiche privatizzate all’epoca di El’cin sono tornate sotto il controllo pubblico.

In conclusione, la parentesi bipolare si è chiusa definitivamente con la caduta dell’Unione Sovietica.

Ad essa è andato a sostituirsi il rigido unipolarismo a guida statunitense che ha conosciuto il proprio apice a ridosso del 2000 per poi iniziare un lento declino accompagnato da una crescita parallela di numerose potenze regionali sparse per il mondo.

La Russia, affermandosi al rango di grande potenza, è andata indubbiamente ad iscriversi nel novero dei paesi destinati a svolgere un ruolo principale nel complesso scenario internazionale inesorabilmente avviato verso il multipolarismo.