PRIMA L’AMERICA

Mr. Trump- Yellow Tie

L’ex stratega di Trump, Steve Bannon, con poche parole chiare, spiegò, qualche tempo fa, come stavano le cose tra gli Usa e gli alleati: “In questo momento quello che mi preoccupa è che troppi dei nostri alleati sono dei protettorati, la NATO e l’Unione Europea, so che a molti non piace, ma sono protettorati degli Stati Uniti. La Corea del Sud è un protettorato degli Stati Uniti, il Giappone è un protettorato degli Stati Uniti e gli Stati Uniti non si possono permettere più questo”. Basterebbe ciò a far tacere quei politicanti di casa nostra (ma è un refrain che si ascolta ovunque sul Vecchio Continente) che reclamano “più Europa”. Chiedere più Europa significa semplicemente incrementare uno stato di servitù volontaria, ormai inaccettabile, nell’incipiente fase multipolare. E’ vero che ci sono i missili delle basi americane sul suolo europeo, puntati minacciosamente alle nostre spalle, ma si dovrebbe denunciare questa situazione, e fare qualcosa per limitare i danni, piuttosto che chinare preventivamente il capo e interpretare il ruolo di Quisling di Washington, rinunciando a qualsiasi aspirazione autonomistica. Chi invoca più Europa, in una fase storica di grandi trasformazioni geopolitiche, come quella in corso, è un traditore dei popoli europei e come tale dovrebbe essere trattato. Sappiamo che l’Ue è nata per favorire la supremazia americana sul globo e non per unire i cittadini degli stati membri, contrariamente a quanto dichiarato da certi tromboni filoeuropeisti, pagati e allevati dal nemico. Ma i tempi sono cambiati e non è più possibile sentir ripetere questa menzogna che sta devastando la società europea. Per questo, anche definirci “alleati” degli Stati Uniti è termine fuorviante. Siamo subordinati (come nel caso di nazioni avanzate, vedi Germania e Francia) o letteralmente assoggettati (come nel caso dell’Italia e di altri paesi deboli). Questa condizione di minorità ci espone, privi di idee in testa e di strumenti di difesa, ai conflitti tra attori internazionali che hanno ripristinato la loro sovranità e che puntano a creare nuove sfere d’influenza, regionali e mondiali, in concorrenza con gli Usa.
Le frasi di Bannon dimostrano però che alcuni gruppi emergenti statunitensi hanno compreso la necessità di un cambiamento nelle relazioni con i vassalli, perché i rapporti di forza globali stanno lentamente metamorfosando. Perseverare con i precedenti schemi unipolari espone gli Usa a dei pericoli gravi, laddove venissero a mancare energie e programmi, per la conservazione ostinata dello statu quo. I democratici e i necon, soprattutto, non vogliono accettare la realtà e si preparano a schiantarsi contro il muro delle loro sicumere. Prevenire le mosse altrui, invece, riconfigurando il proprio spazio egemonico, in funzione dei mutamenti storici e sociali, può allungare il predominio statunitense sull’area occidentale, scongiurando conflitti aperti che hanno esiti imprevedibili e non incanalabili a proprio piacimento. Fare qualche concessione agli avversari, costringendoli ad “espandersi” dove fanno meno male o, persino, coinvolgendoli su emergenze comuni è, invece, una sistema meno impegnativo e faticoso, rispetto ad uno scontro frontale, in attesa di riorganizzarsi. In questo consiste l’America First, forma di ripensamento, ma non di ripiegamento, della strategia globale Usa in un clima di multipolarismo inarrestabile. Quando non si può prendere di petto o afferrare interamente un problema politico lo si deve riformulare in termini diversi per coglierne almeno gli aspetti principali e dirimenti. L’establishment democratico statunitense va come un treno e non riesce ad accettare questo minimo ma indispensabile ridimensionamento che consentirebbe agli Usa di riorganizzarsi su basi più confacenti all’epoca storica, anziché proseguire con la medesima strategia inconcludente che favorisce l’interposizione degli avversari (pensate alla funzione russa in Siria). C’è da pensare che continuando su questi presupposti gli Usa perderanno altro terreno, molto più di quello a cui rinuncerebbero con un arretramento ragionato e volontario, di “puntellamento” razionale del proprio predominio. A meno che i drappelli di rinnovamento non riescano a primeggiare su quelli precedenti, ormai fuori corso storico. Su questa sfida intradominanti, prima ancora che avverso i competitori,  l’America gioca i suoi destini. L’Europa, che dovrebbe approfittare di questo Zeitgeist, guardando con interesse all’azione delle potenze revisionistiche (ma anche alle emergenti élite americane antidemocratiche), si ritrova governata dalla peggiore classe dirigente di sempre. Periremo senza nemmeno provare a combattere.

La politica energetica UE … terremotata di Piergiorgio Rosso

gas

L’estrazione di gas naturale a Loppersum (Groningen – Paesi Bassi) è stata interrotta con effetto immediato a seguito dell’ordinanza dell’ente statale supervisore delle miniere olandesi (SoDM). L’ordinanza subito accolta dal Ministro degli Affari Economici Eric Wiebes, seguiva un forte terremoto – scala 3.6 Richter – avvertito in tutta la città di Groningen, il sesto in ordine di tempo ed il più forte in un solo mese. Da tempo l’attività sismica in quella zona è sotto osservazione da parte degli enti preposti ed è condivisa l’opinione secondo cui essi sono causati dall’attività di estrazione del gas naturale che ha raggiunto un livello tale da abbassare la pressione nei giacimenti al di là dei livelli di guardia per la stabilità geologica. Il SoDM ha anche scritto che l’estrazione di gas naturale dovrà necessariamente dimezzarsi nel prossimo futuro da un livello di 22 Miliardi di m3 (BCM) ad un livello di 12 BCM all’anno: “ .. sarà una tremenda questione sociale” ha detto il Ministro Wiebes. Il gas naturale serve più di 7 milioni di famiglie olandesi, il sistema industriale e la rete elettrica dell’intero paese. Non solo, l’Olanda è esportatrice netta di gas naturale tramite contratti a lungo termine con Belgio, Francia, Germania ed Inghilterra. Il mantenimento degli impegni sarà costoso per le casse dell’erario olandese che vedrà ribaltarsi la posizione commerciale/finanziaria del settore da esportatore ad importatore netto. Uno scenario da incubo. Una transizione accelerata alle rinnovabili come vorrebbero Verdi e organizzazioni non governative, sarebbe estremamente costosa per lo Stato e per le famiglie. L’unica alternativa realistica a breve termine (5-10 anni) è importare gas naturale da paesi come Norvegia, Qatar o Russia. Un nuovo gasdotto dalla Norvegia richiede tempo così come un nuovo ri-gassificatore per l’LNG dal Qatar, mentre i gasdotti dalla Russia già ci sono (via Germania) e aumenteranno la loro capacità con la costruzione del North Stream-2.
Accettare questa realtà sarebbe come ricevere uno schiaffo in faccia per il governo olandese e per l’Unione Europea il cui impegno per la diversificazione delle fonti di approvvigionamento di gas naturale è sinonimo di diminuzione della quota di mercato di Gazprom. La Russia, minacciata da nuove sanzioni dalla UE ed in rotta di collisione col governo olandese sulla questione dell’abbattimento del volo MH17 in Ucraina, si porrà come l’unica àncora di salvezza dell’intera economia dell’Europa nord-occidentale.
Il terremoto di Groningen aprirà un vaso di Pandora: si tornerà a discutere di North Steam-2 e di dipendenza europea dal gas russo nel prossimo futuro, ma in uno scenario completamente diverso da prima.

(libere citazioni da: https://oilprice.com/Energy/Energy-General/Dutch-Gas-Goals-Rocked-By-Earthquakes.html)

Sanzionami questo!

RUSSIAN PRESIDENT VLADIMIR PUTIN VISITS CHINA

 

Le sanzioni non hanno mai fatto cambiare idea a nessuno, nemmeno all’Italia fascista e proletaria (in realtà ancora agricola e contadina) che era autarchica ma non autosufficiente, la quale giustamente rispondeva “me ne frego” all’arroganza della comunità internazionale a guida inglese. Lo stesso accade oggi con la Russia che seppur colpita dalle punizioni di Usa ed Ue va per la sua strada nei “normali” disordini dell’epoca multipolare. Nemmeno funzionano le liste di proscrizione contro gli uomini d’affari e i dirigenti politici del Cremlino (anche questo non è un argomento nuovo considerato che si operava alla stessa stregua contro la Germania ai tempi del nazismo e, appunto, contro l’Italia del ventennio) il cui obiettivo è quello di far passare per una cricca le élite istituzionali russe, al fine di produrre una separazione tra popolo e Stato, togliendo loro qualsiasi credibilità internazionale. Anche questa iniziativa è destinata a fallire come attesta l’indice di gradimento degli elettori verso Putin. Tali provvedimenti rappresentano armi spuntate contro un Paese che ha deciso di mettere la sovranità politica davanti a tutto il resto, allacciando la museruola anche agli organi finanziari interni (soprattutto la Banca centrale) i quali, in quanto composti da burocrati formatisi nelle scuole anglosassoni, tentano di condizionare la linea del governo. Come scrivono molti analisti, la Russia ha dimostrato una inaspettata stabilità (politica, sociale ed economica) nonostante alcune criticità, però comuni al resto del mondo a causa del clima di crisi sistemica globale: “L’inflazione è stata messa sotto controllo, la svalutazione della moneta nazionale è stata fermata e addirittura invertita, le sanzioni economiche occidentali non sono riuscite a mettere la Russia in ginocchio, le elezioni parlamentari di settembre hanno determinato una vittoria trionfale prevedibile per il partito Russia Unita. I rischi politici ed economici sembrano relativamente bassi e gestibili…il sistema russo si è rivelato più adattabile e flessibile rispetto a quelli stranieri”. Sul fronte estero Mosca ha ugualmente dimostrato di saper far valere i suoi interessi, con l’intervento in Siria, che ha salvato Assad, ed il rinsaldamento dei legami con Paesi come l’Iran ma anche con la Turchia, convinta a scendere a compromessi sulla vicenda. In tutto ciò è riuscita pure a non inimicarsi gli Stati Arabi. Permangono le difficoltà in Ucraina dove attualmente la situazione risulta congelata. Ma ciò non basta a rassicurare il Cremlino sui suoi confini dove si annidano ancora troppe insidie che possono essere sfruttate dai nemici per operazioni di destabilizzazione. In ogni caso, Mosca ha tracciato il percorso che i paesi volenterosi devono intraprendere per resistere alla crisi e affrontare le incertezze dell’epoca. Ribadiamo che il dissesto finanziario mondiale non è causa ma conseguenza di squilibri geopolitici, in una fase in cui l’unico centro regolatore dei rapporti di forza mondiali si vede insidiato nella sua esclusiva egemonia da altri attori emergenti o riemergenti. L’Ue ha scelto di ignorare questi mutamenti, per restare sottomessa alla sfera d’influenza statunitense. L’opzione si sta rivelando deleteria, in primo luogo per i suoi anelli deboli, come l’Italia, costretti a subire la tensione di questa conflittualità sottotraccia che, tuttavia, non tarderà ad esprimersi con sempre maggiore virulenza, aggravando le già precarie condizioni dei suddetti membri. Si annunciano giorni sempre più bui. Triste da dirsi, ma c’e’ da rimpiangere i giorni del menefreghismo.

 

 

DAL DONBASS ALL’EUROPA

Ukraine Protest

 

La guerra in Donbass è per me anche un fatto personale o, meglio, famigliare. Conosco i luoghi del conflitto poiché lì vive gran parte della famiglia di mia moglie. Quindi so di cosa parlo quando affermo che quella gente non percepisce il vicino russo come un problema. Anzi, la Russia è per essa punto di riferimento culturale e anche motivo di orgoglio (geo)politico, soprattutto da quando Putin ed il gruppo dirigente che lo sostiene hanno rimesso in moto il Paese dopo la tragedia del crollo sovietico. Il nazionalismo è minoritario su tutto il territorio ucraino benché innegabilmente esista e sia diventato più assertivo rispetto al passato grazie ai finanziamenti esteri e alla conversione delle élite politiche che in questo momento hanno in mano le redini dello Stato. Tuttavia, mi è capitato anche di parlare con ucraini residenti in zone diverse da quelle in conflitto che si sono qualificati come russi sia perché così si usava ai tempi dell’Urss, sia perché definirsi tali fa più effetto al cospetto degli stranieri. Il passato glorioso della Russia li riguarda da vicino e rifacendosi ad esso cercano di conquistarsi l’onore, pur nelle attuali avversità. Inutile negare, dunque, che senza le ingerenze americane ed europee in Ucraina non sarebbe mai deflagrata alcuna rivoluzione perché la popolazione non ha tutta questa voglia di “europeizzarsi” (se ciò può significare davvero qualcosa) né di “de-russizzarsi” inimicandosi Mosca, con la quale condivide lingua e tradizioni. Gli ucraini vorrebbero semplicemente vivere meglio, avere maggiori opportunità e godere di più benessere. Miglioramenti che non si sono verificati nemmeno all’indomani di Jevromajdan. A prescindere da questi fattori sentimentali, che già dovrebbero sconsigliare intromissioni da parte di terzi, pena la generazione di contraddizioni ancor più perniciose per gli equilibri continentali, vigono aspetti ancor più determinanti. La Russia riemergente in termini di potenza non può accettare di essere minacciata ai suoi confini da nazioni prima ricomprese nel suo “impero”. Questo vale per Kiev ma anche per tutti gli altri già gravitanti nell’orbita sovietica. L’Ucraina non sarà mai indipendente se antirussa perché la sua storia e la sua collocazione geografica lo impediscono. Quello che oggi i vertici ucraini chiamano liberazione da Mosca è una mera subordinazione agli americani che contrasta con gli interessi reali dello Stato e con quelli dei cittadini. La Ue che ha contribuito all’attuale situazione disastrosa, alimentando la russofobia generale e sostenendo gli oligarchi americanizzati, sta ugualmente rovinando i suoi rapporti con un partner strategico del quale non potrà fare a meno se un giorno vorrà ripristinare la propria autonomia e proteggersi dall’invadenza statunitense nei suoi affari. Come scrive Vitalij Tret’jakov sull’ultimo numero di Limes: “A cosa serva tutto questo agli americani è chiaro. A cosa serva ai gruppi al potere nell’Europa dell’Est è parimenti chiaro, sebbene la cosa susciti avversione nei russi. Ma all’Europa classica, per di più nella situazione attuale, a cosa serve? Forse l’Europa classica non capisce che solo nell’unione e nella collaborazione con la Russia si può salvare sia l’Europa classica sia la civiltà europea nel suo complesso. Altrimenti il risultato sarà evidente: alla fine del XXI secolo la Russia europea (anche se non europea a sufficienza, secondo gli «europei») continuerà a esistere, mentre l’Europa classica non esisterà più. Allora noi russi rimarremo gli ultimi e unici europei e la Russia sarà l’unica Europa. Molti paesi dell’Europa dell’Est capiranno tutto questo prima dell’Europa occidentale e di nuovo, di propria iniziativa, torneranno sotto l’ala protettiva della Russia”.
Non so dire se effettivamente ciò che accadrà alla fine del XXI secolo corrisponderà alla previsione dell’analista russo ma è innegabile che l’epoca multipolare si annuncia devastante per un’Europa troppo sbilanciata su Washington, laddove quest’ultima sta lentamente perdendo la sua funzione baricentrica, messa in discussione da concorrenti sempre più agguerriti, anche se al momento solo a livello regionale.
La Grassa ha recentemente riportato una citazione da un documento del Pentagono che conferma le nostre ipotesi: “La concorrenza strategica interstatale, non il terrorismo, è ora la principale preoccupazione per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. La sfida centrale per la prosperità e la sicurezza degli Stati Uniti è il riemergere della concorrenza strategica a lungo termine, principalmente da Cina e Russia”.
“E’ l’affermarsi del multipolarismo – commenta La Grassa – con relativo declino Usa e rafforzamento di Russia e Cina (prima la Russia e poi la Cina perché prima viene la necessità di mantenere il controllo dell’area europea poi viene quella asiatica, dove il gioco si farà certo molto complesso). Però il vecchio establishment non si arrende. E stavolta, se fanno fuori Trump, non sarà più per gli Usa come al tempo in cui liquidarono improvvidamente Nixon (con dietro Kissinger e, ovviamente, altri centri strategici). Stiamo entrando in un’epoca diversa. Solo che la storia non è come la tecnologia; non avanza freneticamente, è un cammino tortuoso, accidentato, assai curvilineo”. Appunto Trump e il potere che lo “segue” stanno cercando di marcare un mutamento di strategia per affrontare la nuova fase che si annuncia molto diversa da quella trascorsa. Non è verosimile un ritiro degli Usa sul loro continente ma nemmeno è plausibile un dominio incontrastato sul pianeta esercitato coi vecchi sistemi. Le mosse di Trump, anche con le timide aperture verso Putin, segnalavano proprio questo cambio di marcia contro il quale però si è scagliato l’establishment uscente, non ancora deciso a defilarsi. Questo scontro intradominanti negli Usa sarà carico di conseguenze, accelererà o rallenterà il declino americano oppure stabilizzerà o destabilizzerà le forme della sua egemonia mondiale. L’Ue è avvisata e con essa quelle cerchie (sub)dominanti europee che giocano di sponda con i poteri statunitensi antitrumpiani (di matrice democratica ma anche neocon) che se sconfitti le trascineranno nella polvere. Se accadesse non sarebbe un male ma quest’ultime sarebbero semplicemente sostituite da gruppi di comando più adeguati a realizzare i programmi internazionali di Trump mentre in realtà, per il futuro dell’Europa, bisognerebbe augurarsi la nascita di avanguardie europeistiche in grado di divincolarsi dal giogo Usa e di aprirsi alla Russia per una concreta emancipazione continentale.

IL GIOCO CONTINUA, di GLG

gianfranco

 

 

La Cina sarebbe stata scoperta qualche tempo fa e duramente accusata dagli Usa di aver dato petrolio al Nord Corea, infrangendo l’embargo. La commedia dunque continua. I dirigenti cinesi hanno negato l’addebito di Trump, ma nessuno può credere che essi siano fuori di testa. Tali sarebbero se contribuissero a strangolare la Corea del nord. Diventerebbe meno lungo il periodo entro cui le due Coree si riunificheranno, formando una vera potenza con la forza economico-industriale di una e quella dell’armamento piuttosto potente dell’altra. E come avete sentito, il sedicente dittatore nordcoreano, nel suo discorso di fine anno, è stato distensivo verso il Sud e ha parlato senza mezzi termini di “nazione coreana”. E’ questo che preoccuperà a tempo debito gli Stati Uniti, altro che la “follia” del “dittatore”. Alla lunga, come detto più volte, credo che si avranno nel Pacifico almeno le potenze di Cina, Corea (unita) e Giappone, che per allora si sarà riarmato. E gli Stati Uniti non si faranno certo estromettere da quell’area (da essi oggi dominata) senza battersi con tenacia e accanimento per mantenere la loro influenza, che sarà comunque ridimensionata nettamente rispetto a quella odierna. Non mi azzardo a presumere cosa accadrà dell’India, che forse cercherà spazi verso sud e sud-est e dovrà comunque confliggere con il Pakistan (e ovviamente non correrà buon sangue con la Cina). E’ certo che questi paesi non si metteranno ognuno contro tutti; assisteremo a molti “giri di valzer” tra di essi. In ogni caso, nel momento attuale, la Cina ha interesse a ritardare il rafforzamento militare nordcoreano (che un giorno avvantaggerà una potenza concorrente in quell’area); e da questo punto di vista essa dunque non finge nell’avere qualche interesse simile a quello statunitense. Non però fino al punto di veder scomparire quel paese, magari inghiottito prima del tempo dalla Corea del sud, ancora lontana dal potersi affrancare dalla dipendenza rispetto agli Usa. Gli ambienti statunitensi – anche quelli che si esprimono in Trump – non possono non sapere questo.

Tuttavia, fare la voce grossa serve al neopresidente pure ai fini della contesa interna con gli avversari (attivi non solo fra i democratici), che gli stanno portando un attacco di particolare virulenza. In definitiva, per sintetizzare, la Cina ha interesse a rallentare l’armamento nordcoreano in vista del futuro; non però fino al punto di indebolire pesantemente l’assetto di potere del paese, creando così una situazione che favorirebbe sia il sud sia, in fondo, gli Stati Uniti finché resteranno predominanti nell’area. Questi ultimi alzano la voce per dimostrarsi i veri difensori dei sudcoreani, di cui si cerca di ritardare (o forse si spera perfino di impedire) un loro magari “parallelo” riarmo (con la scusa del pericolo a nord) e, in un periodo più lungo, una riunificazione coreana del tipo di quella sopra prospettata. Nello stesso tempo, la rigidità americana verso il Nord Corea (e quindi verso chiunque fornisca aiuto a tale paese) serve anche nei confronti del Giappone, che freme per potersi infine riarmare e a tal fine prende come scusa l’inesistente pericolo rappresentato da quel paese, dichiarato in mano ad un dittatore pazzo e feroce; in definitiva, la solita riedizione del “nuovo Hitler” dopo Milosevic, dopo Saddam Hussein, ecc. ecc. (sono così tanti che è meglio soprassedere).

Per inciso, ricordo che il Giappone degli ultimi decenni del secolo scorso si illuse di poter progressivamente conquistare il primato nel mondo (ed esportò ingenti capitali negli Usa soprattutto per investimenti immobiliari) grazie all’“avanzata” strepitosa dell’industria automobilistica, tipica della seconda rivoluzione industriale pur se con netti ammodernamenti definiti toyotismo (od ohnismo dal nome dell’ing. Ohno artefice della “qualità totale” proprio alla Toyota). Anche alcuni intelligentoni, che si professavano marxisti e molto “rivoluzionari” (i soliti “operaisti” e affini), videro nel Giappone la nazione dominatrice nel futuro secolo XXI oltre a inchinarsi ammirati di fronte al “robogate”, al “Lam”, ecc. della Fiat, allora considerata portatrice di innovazioni similari a quelle dell’industria giapponese (quanto tempo è passato da allora!). In pochissimi anni (già nel 1992-93) il Giappone entrò in piena stagnazione per almeno un dodicennio, fu battuto nell’avanzamento della terza rivoluzione industriale con i suoi nuovi settori strategici, importantissimi nei settori militari e dell’informazione. Tutti i suoi investimenti (soprattutto appunto quelli immobiliari) negli Usa furono liquidati in breve tempo; e con notevoli perdite, com’è ovvio (della Fiat e delle sue “grandi novità” tecnologiche non si parla più da gran tempo). Gli sciocchi profeti di cui sopra non si rassegnarono e si buttarono sulla Cina come dominatrice del XXI secolo. Tale paese non farà certo una brutta fine, il Giappone tornerà a riprendersi abbastanza bene, ma non ci sarà alcun dominatore mondiale in questo secolo per un bel po’ di tempo e fino a quando, eventualmente, una nuova serie di conflitti “a tutto campo” non avrà deciso circa la supremazia di “qualcuno”.

Non c’è attualmente alcun pericolo di conflitto nucleare. Siamo nel pieno delle manovre e contromanovre, degli avvicinamenti e allontanamenti fra i vari paesi divenuti potenze o almeno subpotenze regionali. In questo momento è di nuovo in atto un tentativo di sfruttare dissidenze e disagi interni all’Iran – alimentati dall’esterno e soprattutto dai soliti Usa – per depotenziarlo e indebolire così quel paese che è di fatto un aiuto alla Russia almeno nel caso della difesa della Siria. Si comincia a capire meglio la mossa di Trump relativa a Gerusalemme capitale di Israele. Mossa simbolica dato che non ha cambiato molto ciò che era già nei fatti, ma che è stato un segnale lanciato nella direzione del paese ebraico; così come l’annullamento dell’accordo nucleare con l’Iran. Israele non ha certo gran che aiutato l’Isis come ha fatto l’Arabia Saudita, adesso però ritiratasi da quell’appoggio di cui ha invece accusato il Qatar, con cui prima collaborava. Tuttavia, l’Arabia Saudita manifesta tuttora avversità ad Assad (e quindi all’Iran e agli hezbollah), mentre Israele, accanito nemico dell’Iran, si mostra più moderato verso il governo siriano (non crediamoci comunque troppo).

La Russia si è offerta poco tempo fa come mediatrice nel conflitto (assai meno acuto di quanto mostrato “ufficialmente”) tra Usa e Nord Corea. Non credo che il paese eurasiatico abbia intenzione di impegnarsi a fondo in simile operazione. E’ in fondo una mossa diversiva, tutto sommato un gesto d’attenzione verso la Cina, con la quale vi è una collaborazione non di fondo e che durerà fin quando la Cina, com’è d’altronde probabile, si concentrerà sull’area asiatica e non avrà mire eccessive verso il “suo” ovest. Malgrado la Russia sia considerata, certo a ragione, un paese eurasiatico, ho la netta sensazione che la sua massima attenzione sarà concentrata verso l’area europea e quella mediorientale. In quest’ultima non credo con grandi mire oltre la Siria; semmai manterrà rapporti “equilibrati” con Iran e Turchia, che sembrano avere maggiori chances e intenzioni d’influenza in quell’area. La Russia svolge anche delle azioni nell’area africana nord-occidentale; ad esempio verso la Libia, in particolare quella di Tobruk guidata dal gen. Haftar e che di fatto non riconosce quella di Sarraj (Tripoli) appoggiata dall’ONU (e dalla Nato) e sotto l’influenza statunitense e “occidentale” in genere.

Non penso tuttavia che la Russia abbia particolari energie da spendere attualmente in aree piuttosto lontane dai suoi confini. Probabilmente si concentrerà nei prossimi anni a nord (Artico), ma soprattutto ad ovest verso l’Europa. Qui la situazione è molto complessa. Nei suoi paesi orientali si stanno almeno al momento affermando forze che poco riconoscono la supremazia dell’asse franco-tedesco, del resto meno unito d’un tempo sia per la necessità manifestatasi in Francia di creare ex novo una forza sostitutiva di quelle tradizionali (“socialista” e sedicente gollista) in crisi disastrosa sia per l’indebolimento del governo tedesco. D’altronde, tali paesi (in particolare Polonia e Romania) sono particolarmente ostili alla Russia. La migliore soluzione per un reale indebolimento in Europa del potere statunitense – oggi certo in qualche difficoltà per i contrasti interni al paese e per la crescente piattezza e inettitudine delle forze al governo nella nostra area, ancora però legate alle prospettive del precedente establishment americano – dovrà a mio avviso passare per l’affermarsi, soprattutto in Germania e Italia, di forze non certo “populiste” come quelle così definite (anzi le si passa spesso per addirittura fasciste) da parte di squallidi organismi autodefinitisi “antifascisti”, bensì di altre capaci certo di violenze paragonabili a quelle del 1922 in Italia e del 1933 in Germania, ma con intendimenti del tutto diversi. In particolare, sarebbe necessario che l’eventuale drastico rivolgimento nei due suddetti paesi fosse indirizzato, pur senza rinunciare per nulla alla propria autonomia, ad una forte alleanza con la Russia, alleanza che riesca infine a influenzare in modo decisivo l’area europea. Si tratta di un’operazione di speciale difficoltà e contro la quale gli Usa, in tutte le loro componenti predominanti e dunque con strategie differenti, agiranno in continuazione. Ed è tuttavia l’operazione decisiva per ribaltare gli attuali rapporti di forza. Quanto meno nella nostra area, ma in fondo anche in un più ampio ambito mondiale.

Alcuni si fanno impressionare dalla presenza della Cina, con i suoi vasti investimenti fuori della sua più specifica area di pertinenza: sia in Africa, sia anche in Europa (e, in specie, credo proprio nel nostro paese). Si tratta del solito ottuso economicismo, tipico sia dei liberali che degli ambienti detti di “sinistra” e di cui furono pure responsabili dei “marxisti” che poco hanno letto e studiato le principali opere di Marx. La Cina, anzi, dovrà proprio stare attenta a non ripetere l’errore dei giapponesi anni ’70-’80, che pensarono di “comprarsi” gli Usa e sono oggi abbastanza in ritardo circa le possibilità di ridivenire un competitore per la supremazia mondiale. Quel tipo di investimenti ha importanza in quanto strumento per arricchirsi e avere maggiori risorse da dedicare al proprio irrobustimento complessivo, non escluso quello bellico, di cui mai va sottovaluta la rilevanza decisiva. La potenza deve però essere poi indirizzata all’ampliamento della propria area d’influenza, dove questa forza acquisita si ramifica tramite una rete di contatti particolari con settori dei paesi soggetti a detta influenza: settori culturali e anche (e ancor più) di controllo degli apparati di potere nella sfera politica e dell’informazione e manipolazione della “opinione pubblica”. E le aree d’influenza devono allargarsi a partire da quella di pertinenza del proprio paese e pian piano diffondersi tutt’intorno, se ci si riesce, a macchia d’olio.

Penso che i dirigenti cinesi lo sappiano e proprio per questo non siano così sciocchi da indebolire in questo momento la Corea del Nord. Guai se non ne avessero consapevolezza; rischierebbero un tracollo non eguale, ma con qualche somiglianza rispetto a quello dell’Urss con il suo “campo socialista” (1989-91), che essa non riusciva ad influenzare adeguatamente, essendosi fra l’altro cristallizzatasi nelle sue strutture sociali interne. La Russia mi sembra l’abbia capito bene; e non penso che dedicherà la maggior parte delle sue energie e risorse per la conquista di importanti zone in Medioriente e meno che meno in Africa (del nord). Qui essa ha sviluppato una serie di manovre per non farsi espellere del tutto e mantenere rapporti il più possibile meno ostili con alcune subpotenze della zona (in primis, appunto, Iran e Turchia). Gli Usa sono attraversati da robusti contrasti interni. Obama voleva forse giocare la carta della divisione tra islamici; Trump sembra ripreferire l’alleanza con Israele. Comunque, nulla di ancora definitivo. La Russia dovrà comunque operare principalmente sul fronte europeo.

E si ritorna appunto all’esigenza che in Germania e Italia ci siano rivolgimenti di notevole portata. Non dimentico la Francia; e tuttavia, in questo paese alcuni recenti avvenimenti – radicale sostituzione di vecchi partiti con quello solo apparentemente nuovo di Macron; debolezza assai manifesta di organizzazioni che volevano presentarsi come nettamente alternative – rendono il terreno particolarmente scivoloso per effettive novità. In ogni caso, non si deve ripensare alla semplice ripetizione del passato. Se tali rivolgimenti germanico-italici potranno svilupparsi, avranno alcuni caratteri violenti, ma dovranno perseguire finalità del tutto diverse da quelle di un tempo ormai lontanissimo: alleanza con la Russia e progressiva drastica riduzione della predominante influenza statunitense. Qui, nella nostra area europea, si giocherà la vera partita mondiale malgrado tutte le chiacchiere sulla prevalente importanza acquisita dallo scacchiere asiatico. E sarà una partita difficilissima e con tante incognite e “dolori”.

Direi di fermarmi qui; tanto si tratta di un’analisi che dovrà tenere in continuazione gli occhi puntati su una situazione in rapida e confusa evoluzione, con incessanti svolte e fenomeni che al momento lasceranno perplessi; come ad esempio l’atteggiamento di Bannon nello scontro interno agli Stati Uniti, che non credo debba essere immediatamente giudicato. E così accadrà di molti altri eventi nel corso dei prossimi mesi e anni. Occorrerà sempre molta cautela e ponderazione; poca fretta nel valutare gli eventi e invece rapidità nel mutare giudizi e previsioni a seconda delle svariate giravolte cui dovremo assistere.

 

Che sta accadendo in Iran? di A. Terrenzio

iran

 

 

Nei giorni scorsi la Repubblica iraniana si e’ ritrovata di nuovo al centro di tumulti interni che hanno portato alla morte, secondo la stampa, di 21 manifestanti e ad oltre 500 arresti. Numeri eccessivi che nascondo molta propaganda.

Gli osservatori fuori dal circuito mediatico hanno subito intravisto dei tentativi di destabilizzazione esterna, come avvenuto nel 2009 con la famigerata “Onda Verde”.

La rivolta, che sembra avere soprattutto lineamenti socio/economici legati a situazioni di disagio giovanile, ha preso a bersaglio il blocco di potere ultraconservatore, accusato di corruzione e del peggioramento delle condizioni economiche del Paese.

Come ricorda Alberto Negri:” In Iran su 80 milioni di abitanti circa il 40/50% ha meno di 30/35 anni. Tanti I giovani e I disoccupati: circa il 40/50% sotto I 30 anni non trova lavoro o una attività soddisfacente, non riesce a uscire fuori di casa o sposarsi”

Ovvio quindi che in un Paese a forte esplosione demografica e con difficoltà di inserimento lavorativo, le possibilità di disordini siano fortemente comprensibili.

Inoltre, il tasso di scolarizzazione in Iran è molto alto, ben al di sopra della media mondiale o di paesi come Italia e Regno Unito. Nel 2015 I tassi di iscrizione alle Università hanno raggiunto il 70%.

La vitalità di tale fenomeno ha portato le nuove fasce giovanili a scontrarsi coi poteri ultraconservatori legati al clero sciita e alle loro fondazioni, le Bonayad, detentrici del 20% delle ricchezze del Paese ed esenti da tasse.

Le sanzioni occidentali, non del tutto eleminate dopo l’accordo sul nucleare, hanno fatto il resto. Il risultato sono 15 milioni di persone sotto la soglia di povertà, corrispondenti al 20% della popolazione. Un tasso di disoccupazione giovanile che si avvicina al 30%.

Gli elementi di una “lotta di classe” all’interno della società iraniana sembrano esserci tutti.

Tuttavia, i media “main stream” si sono soffermati sui soliti temi, quali la violazione dei diritti umani e le imposizioni religiose. Ma bypassando la retorica femminista dei media generalisti, le proteste hanno avuto una base “maschile” e si sono sviluppate lontano dalla capitale. Le rivolte sono iniziate dalla periferia nord-est del Paese e sono sembrate sin da subito fatue, perché’ prive di una leadership politica.

Ciò che sta accadendo nel paese sembra rispondere a dinamiche interne legate maggioramene a ragioni economiche e demografiche. Una delle letture più intelligenti in proposito è offerta da Adriano Scianca che su Primato Nazionale scrive:” La prima regola, quando succede qualcosa nel mondo, è sempre la stessa: controlla cosa ha scritto in proposito Roberto Saviano. La verità, in genere, è quella opposta. Ecco, le rivolte che stanno avvenendo in queste ore in Iran, per esempio, non hanno nulla a che fare con “il diritto alle donne di scegliere se indossare o meno il velo”, come ha scritto il leader del conformificio occidentalista. È però vero che risulta tuttora difficile farsi un’idea chiara di ciò che sta avvenendo in Iran, al di là dei riduzionismi che tanto piacciono da queste parti. E, diciamolo subito, se è riduzionista la lettura che fa di ogni tumulto una “primavera” per i “diritti civili”, lo è anche quella che riconduce ogni tafferuglio a un piano orchestrato dalla Cia. Il che non significa che potenze come Usa, Israele o Arabia Saudita stiano osservando i fatti iraniani con rispettosa distanza. I professionisti della destabilizzazione, tuttavia, intervengono quasi sempre a fenomeno in corso: non lo creano, ma magari influenzano per orientare a loro favore proteste spontanee, che nascono in un modo e possono finire in un altro, il che è peraltro vero anche in senso inverso, come dimostra la stessa rivoluzione iraniana del 1979.”
Data quindi per buona la nostra intenzione a non ridurre tutto frettolosamente ad una “false flag” è anche indubbio che la Repubblica islamica si trovi al centro di diverse tensioni. Gli Usa dei Neocon in primis, ma anche Israele e Arabia Saudita, che non staranno a guardare e che molto verosimilmente tenteranno di orientare i disordini come anni fa con l“Onda Verde”.

Proprio in queste ore i Pasdaran governativi hanno sedato la rivolta nelle province periferiche del Paese, reprimendo i disordini iniziati il 28 dicembre scorso. Gian Micalessin sul Giornale.it offre un chiarimento sui fatti iraniani: i veri sconfitti non sono i manifestanti, che non avevano nessuna possibilità di successo, bensì il Presidente moderato Rohani, accusato di essere stato troppo morbido nel difendere “il diritto a contestare”.

La Guardia Suprema legata ad Ali Khamenei ha sfruttato l’occasione per ristabilire i rapporti di potere nelle alte sfere governative, consolidando  attorno a se’ anche il potere militare ed industriale.

I Guardiani della Rivoluzione sembrano ritornare ad essere i controllori delle leve di comando della Repubblica iraniana cancellando di fatto il risultato delle elezioni presidenziali.

Hanno sagacemente sfruttato il malcontento popolare per dirigerlo contro Rohani, svelando i disegni dei gruppi sovversivi. Più che un segno di debolezza, le rivolte assumono i contorni di un ‘escamotage’ che ha consentito alla “Vecchia Guardia” di riprendere in mano le redini del Paese per difenderlo dai veri nemici che lo minacciano dall’esterno.

Ma quale pericolo russo!

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I cialtroni democratici americani e il loro codazzo di servi europei urlano al pericolo russo, alle infiltrazioni slave nelle libere competizioni democratiche che favoriscono i nemici dei liberal, in ogni angolo del pianeta. Lorsignori, liberi e benpensanti, non sono nemmeno sfiorati dal sospetto che la gente ormai li disprezzi e li punisca per decenni di devastazioni politiche, sociali e culturali, di cui sono stati artefici, tronfi e indisturbati. La loro distanza dalla realtà è così abissale che non riescono nemmeno ad immaginare di non essere compresi nei loro alti sentimenti di liberazione linguistica, razziale, sessuale ecc. ecc. Tutte sciocchezze che galleggiano come merda in un mare di disperazione economica generale. Dovremmo riempirci la pancia di panzane, secondo tali dottori progressisti? Difatti, anziché sazietà in giro si sente ansietà e ci si muove come sulle uova per non urtare la sensibilità dell’immigrato che devasta la città, della stronza che provoca per farti licenziare in quanto potenziale stupratore, del neogrammatico che ti denuncia per attentato al nuovo codice linguistico in cui dominano desinenze neutre o asteriscate. Ma ciò che costoro hanno liberato non è l’umanità dai i suoi limiti intellettuali bensì i suoi demoni più contorti e perversi, illimitatamente vendicativi e violenti verso il prossimo che non vuole cedere a questo “relativismo universale”. Hanno sostituito i vecchi pregiudizi della specie, variamente declinati e dispersi, e perciò stesso meno sistematici, con una grande dogmatica planetaria: la religione del politicamente corretto, questa sì sistematicamente ferale. Chi non aderisce al culto deve finire processato e in galera, in quanto un po’ fascista, di certo razzista, sicuramente sessista. Mi sembra che C. Lasch abbia colto bene e prima di altri questi aspetti: “Quando parliamo di democrazia, oggi, ci riferiamo, per lo più, alla democratizzazione dell’«autostima». Le parole chiave correnti – «diversità», «compassione», «promozione», «abilitazione» – esprimono la malinconica speranza che le divisioni profonde che minano la società … possano essere colmate dalla buona volontà e da un linguaggio purgato ed emendato. Ci viene chiesto di riconoscere il diritto di tutte le minoranze ad essere rispettate non in virtù delle loro realizzazioni, ma in virtù delle loro sofferenze passate. L’attenzione compassionevole, ci viene detto, migliorerà in qualche modo l’opinione che i loro esponenti hanno di se stessi; mettendo al bando gli epiteti razziali e le altre forme di linguaggio poco rispettoso, faremo miracoli per il loro morale. Nella nostra preoccupazione per le parole, abbiamo perso di vista quelle dure realtà che non si possono addolcire semplicemente assecondando l’immagine che ciascuno ha di sé. Che profitto possono trarre gli abitanti del South Bronx dall’irrigidimento dei codici linguistici nelle università di élite?”
E ancora: “«Diversità» – una parola d’ordine che sembra avervi avuto fortuna – ha finito con il significare l’esatto opposto di quanto sembrava voler dire. In pratica, la diversità, oggi, serve per legittimare un nuovo dogmatismo, in cui minoranze rivali si trincerano dietro una serie di credenze refrattarie a ogni discussione razionale. La segregazione fisica della popolazione in enclavi autoimposte, razzialmente omogenee, ha come controparte una sorta di balcanizzazione dell’opinione. Ogni gruppo ha la tendenza ad asserragliarsi nei propri dogmi. Siamo diventati una nazione di minoranze e a completare il processo manca soltanto che esse vengano ufficialmente riconosciute in quanto tali. Questa parodia di «comunità», un termine molto usato, ma non esattamente compreso, comporta la presunzione insidiosa che tutti i membri del gruppo la pensino nello stesso modo. L’opinione, così, diventa una funzione dell’identità etnica e razziale, o del genere d’appartenenza e delle preferenze sessuali. I «portavoce» autoeletti delle minoranze rafforzano questa presunzione di conformità bandendo l’ostracismo contro chiunque si discosti dalla linea ufficiale, per esempio i neri che «pensano da bianchi». In queste condizioni, quanto a lungo potrà sopravvivere lo spirito della libera ricerca intellettuale?”.

Questo clima di caccia alle streghe, imposto dai progressisti di ogni paese occidentale, scatenerà gravissime reazioni, tanto che i fascismi, i nazismi e i razzismi di un tempo dovranno essere derubricati a tragedie minori del passato. In futuro sarà persino peggio, poiché un sedicente bene assoluto, che vuole imporsi con la repressione totale del dissenso, non potrà che risvegliare forze che lo combatteranno con energie conflittuali dello stesso grado se non di maggiore livello.
Come ha scritto ieri La Grassa: “non si pensi di poter minimamente rinverdire le teorie e le azioni che ne conseguirono nel 1917 russo, nel 1922 italiano, nel 1933 tedesco.
Occorrono soluzioni “pratiche” nuove, guidate da diverse analisi e formulazioni teoriche della società nella fase storica odierna. Con la piena coscienza che stiamo vivendo la “morte” della vecchia epoca e che siamo sommersi dal marciume di una cultura e di una pratica politica frutto di degrado e disfacimento culturale di portata effettivamente “epocale”. Se le nuove generazioni non finiranno di credersi in progresso – perché dotate di sempre nuovi aggeggi tecnici e di nuovi medicamenti, che allungano la vita biologica senza migliorarla nelle effettive sue condizioni di vivibilità sociale – andremo a finire molto male. Ci si svegli infine.

Dunque, mentre queste élite marce creano giochi d’ombra, risalenti ad epoche concluse, per il loro attuale giogo di offuscamenti, noi dobbiamo guardare oltre e squarciare il falso sipario ideologico che le protegge.

Ps. Con la caduta dell’Urss la Russia fu invasa dalle spie americane. Oggi la Cia tenta, in tutti i modi, di aizzare l’opposizione locale contro Putin, utilizzando postazioni segrete, anche nelle istituzioni russe. Fornisce supporto analitico e fondi ai nemici dell’establishment, con metodi leciti ed illeciti. Il tessuto produttivo, imprenditoriale e finanziario russo è ugualmente infiltrato da agenti di Washington e vari collaborazionisti. La stessa ambasciata americana a Mosca opera come una centrale dell’Intelligence e svolge un lavoro diplomatico di facciata, per celare le sue attività sovversive. A parti invertite questo sarebbe stata uno scandalo internazionale. Ma di che blaterano i nostri giornali? Con che faccia Biden, esponente del potere americano che esercita condizionamenti (e qualcosa di più) su tutta la politica italiana, parla di interferenze russe nel referendum costituzionale di Renzi? E i servi di centro-sinistra, che prendono ordini dalla casa Bianca pure per andare a pisciare, come possono rilanciare queste fandonie? Non hanno un minimo di pudore, figuriamoci di onore. Ci si rammenti piuttosto di Bannon che ha parlato di Ue quale protettorato americano. Rispondano su questo i nostri sicofanti comunitari.

ЕС как аванпост против России

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Что такое Европейский Союз? Передовой пост против России. Европа сегодня не живет своей жизнью, но она всего лишь инструмент для американцев, которые хотят помешать «восточным» конкурентам.
Эта функция ЕС очевидна на его границах. Соединенные Штаты создали «Новую Европу», освобожденную от бывшей советской империи и присоединенную к НАТО, которая стала элементом нарушения общего равновесия на контингенте. Все попытки России восстановить минимальные дружеские отношения со спутниками прошлой эпохи идут плохо, потому что сразу же между встают янки. И Брюссель даже не имеет возможности наладить какое-нибудь посредничество или придти к компромиссу, чтобы отстранить Вашингтон от своих дел на своей территории.
Как пишет аналитик Сергей Рекеда, «Россия пытается всеми силами преодолеть недоверие своих соседей, но ее дружественные подходы сводятся на нет предрассудками господствующих классов, контролируемых США». Россия обещает экономические инвестиции? Это экономическая оккупация. Хочет построить газопровод? Это энергетическая зависимость. Стремится к политическому диалогу? Это пропаганда или внедрение кремлевских агентов. Те же предложения Белого Дома приветствуются без обсуждения. Они похожи на советы Дон Корлеона, от которых нельзя уклониться. Таким образом, это проводится для развертывания армии НАТО, которая заняла позиции советских войск на Балтике и бывших членов Варшавского договора. Они меняют внешних врагов, которых нужно защищать, но реальными захватчиками оказываются так называемые друзья.
В настоящий момент Европа и Россия являются противниками, но вскоре могут стать еще более враждебными, когда США решат серьезно столкнуть конкурентов амбициями. Однако эта враждебность необоснованна, потому что не русские являются проблемой, но американцы. Если бы Брюссель считал себя независимым центром мировой политики (переход от зонтика НАТО к казачьей шапки не является альтернативой), то он нашел бы свое основное препятствие на пути своих устремлений. Восстановление европейского суверенитета может произойти только в ущерб тем, кто сегодня его сжимает. Я не думаю, что Кремль мешает ЕС развивать большую автономию в принятии решений. Напротив, он протягивает руку европейским Канцеляриям, чтобы облегчить многополярность и разбить американскую униполярную решетку по всему миру. Он, конечно, не делает это только из-за своей доброжелательности к Европе, а для поиска союзника, который прикроет его в битве, направленной на воссоздание более широкой области влияния. Тот, кто находит друга, ослабляет врага или делает его маневры более проблематичными. К сожалению, те, кто управляют Европой, гнут свою линию из-за океана, ставя под угрозу ее возможности. Об этом свидетельствует недавняя европейская стратегическая доктрина. В ней утверждается, что сдерживание — это единственный способ подступиться к великому славянскому соседу, а также содействовать приграничным к ней государствам в их опасениях, которые находят дополнительные предлоги для того, чтобы тянуть деньги из Сообщества и призывать Атлантический Альянс. Это абсурдный способ решения текущих проблем, который отдалит нас от Москвы на решающей фазе, оставляя Европу во власти американских диктатов.
Мы сурово заплатим за эту податливость, поскольку продолжающаяся динамика будет по-прежнему оказывать дестабилизирующее воздействие на геополитическом уровне, несмотря на наши усилия по восстановлению стабильности в привычном международном сценарии. Исторические процессы неизбежно меняют картину глобальных отношений, определяя выживание целых географических районов. Европейцы, похоже, не обращают на это внимание и все еще оборачиваются назад, убежденные в том, что их роль сохранится без изменений. Они являются эмблемой невозможной сохранности. Прошлое не возвращается, но приводит в замешательство настоящее.

Che cos’è l’Unione Europea? Un avamposto contro i russi. Oggi l’Europa non vive una vita propria ma è mero strumento degli americani, i quali vogliono impedire a competitori “orientali”, in accordo con alcuni Stati Europei che ancora non hanno abbassato del tutto la cresta, di insidiare la loro egemonia globale.
Questa funzione dell’Europa è evidentissima ai suoi confini. Gli Stati Uniti hanno fatto della cosiddetta Nuova Europa, quella sottratta all’ex impero Sovietico ed annessa alla Nato o alla stessa Ue, il bastione avanzato dei loro interessi in occidente ma anche un elemento di perturbazione degli equilibri generali all’interno del continente. Tutti i tentativi russi di ristabilire un minimo di relazioni cordiali con i satelliti della precedente epoca vanno in malora perché si mettono immediatamente di mezzo gli yankee. E Bruxelles non ha nemmeno la forza di provare qualche mediazione o compromesso per togliere a Washington l’esercizio di questo strapotere sul suo territorio.
Come scrive l’analista Sergey Rekeda, la Russia prova in tutti i modi a superare la diffidenza dei vicini ma i suoi approcci amichevoli vengono vanificati dai pregiudizi delle classi dirigenti di queste nazioni sotto controllo statunitense. La Russia promette investimenti economici? E’ occupazione economica. Vuole costruire un gasdotto? E’ dipendenza energetica. Si sforza di intavolare un dialogo politico? E’ propaganda o tentativo d’infiltrazione di agenti del Cremlino. Le medesime proposte fatte dalla Casa Bianca, a questi membri giovani e sprovveduti dell’Unione, vengono invece accolte senza alcuna discussione. Sono come i consigli che non si possono rifiutare di Don Corleone. Così è stato per il dispiegamento di uomini in armi della Nato che hanno preso il posto delle truppe sovietiche nel Baltico o tra gli ex aderenti al Patto di Varsavia. Cambiano i nemici esterni dai quali occorre farsi difendere ma l’occupazione reale è sempre dei sedicenti amici.
Al momento, Europa e Russia sono avversarie ma potrebbero presto diventare persino più ostili allorquando gli Usa decideranno di affrontare sul serio le velleità concorrenziali del Cremlino al suo dominio. Questa ostilità è, tuttavia, ingiustificata perché non sono i russi il suo problema ma gli americani. Se Bruxelles si pensasse come centro indipendente della politica mondiale (passare dall’ombrello della Nato al colbacco cosacco non rappresenta un’alternativa) troverebbe come principale ostacolo alla sue aspirazioni Washington e non Mosca. Il recupero della sovranità europea non può avvenire che a scapito di chi oggi la comprime. Non mi pare sia il Cremlino ad impedirle di sviluppare maggiore autonomia decisionale. Anzi, esso tende una mano alle Cancellerie europee al fine agevolare il multipolarismo e rompere la gabbia unipolare statunitense sul mondo. Non lo fa certo per benevolenza nei confronti dell’Europa ma per trovare un alleato che gli copra il fianco nella sua battaglia volta a ricreare una più ampia area d’influenza. Chi trova un amico indebolisce il nemico o rende più difficili le sue manovre tese a a fare altrettanto. Purtroppo, chi governa l’Europa si fa dettare la linea da oltre oceano pregiudicando le sue possibilità. La recente dottrina strategica europea lo testimonia. In quest’ultima si stabilisce che la deterrenza è l’unico modo per approcciarsi al grande vicino slavo e si assecondano le paure dei suoi confinanti che trovano ulteriori pretesti per spillare quattrini alla Comunità o invocare la sicurezza Atlantica. E’ una maniera suicida di affrontare le problematiche in corso che ci separerà da Mosca sui dossier decisivi della fase, lasciandoci alla mercé dei diktat americani.
Pagheremo severamente questa arrendevolezza perché le dinamiche in atto continueranno a produrre effetti destabilizzanti a livello geopolitico, anche in opposizione ai nostri sforzi di ritrovare la stabilità, in un panorama internazionale consuetudinario. I processi storici stanno ineluttabilmente cambiando il quadro delle relazioni globali, mettendo in gioco la sopravvivenza di intere zone geografiche. Gli europei sembrano ignorarlo ed hanno ancora la testa rivolta all’indietro, convinti che il loro ruolo possa preservarsi inalterato. Sono l’emblema di una conservazione ormai impossibile. Però il passato non torna anche se, evidentemente, “frastorna”.

Россия не хочет захватывать своих соседей

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Если бы русские все еще могли поднять свой флаг на Рейхстаге, как в 1945 году. Но этого не произойдет, потому что Россия сейчас является второй ступенью власти, которая колеблется, чтобы восстановить утраченные позиции после распада СССР в 1991 году. Поэтому Путин не хочет оккупировать соседние страны, не бывшие Советские Республики и даже не бывшие члены Варшавского договора. У него нет такой военной силы, чтобы пуститься в это рискованное путешествие, нет и политико-идеологической мотивации, как коммунизм, для создания дружественных классов лидерства, готовых поделиться исторической и социальной перспективой.

Однако НАТО давно вытянула свои щупальца, воспользовавшись развалом Советского Союза. То же касается и ЕС, который идя по тропе Вашингтона, поглотил многие московские спутники, изменив европейские географические карты. Вот почему парадоксально обвинять Россию в нарушении международного права в присоединении Крыма, когда европейцы и американцы развернули свои танцы намного раньше, нарушая суверенитет многих народов до и после войны в Сербии 1999 года по косовскому вопросу. Так в чем смысл развертывания 5000 американских солдат в Восточной Европе? Конечно же, не для защиты Варшавы или Балтийских столиц от невозможного русского вторжения. И зачем размещать противоракетный щит в Румынии и Польше? По эквивалентной причине. Понятно, что западная пропаганда распространяет все в перевернутом виде. Фактически, Белый Дом и другие континентальные канцелярии угрожают медведю кинжалом, чтобы он не возвращался в свои крупные охотничьи угодья. Есть еще одна причина, объясняющая инициативы США в этом пространстве. Необходимость удержать Европу под железной пяткой и предотвратить союз с «антигегемонским» гигантом. Спектр оси Берлин-Москва — главный страх господ из-за океана, единственное событие, которое может серьезно подорвать их абсолютную власть.

Несмотря на очевидность этих фактов, бумагомаратели продолжают отрицать то, что не может быть более однозначно. Например, Райнери в Il Foglio пишет, что агрессия НАТО против России является выдумкой, потому что ее близлежащие страны свободно выбрали вступить в Атлантический Альянс, не будучи оккупированными или вынужденными. Это первая выдумка. По правде говоря, элита всех этих стран после обвала социализма пришла к соглашению с американскими деньгами и помощью. Возможно эти народы не были оккупированы, но были определенно куплены, а если они не сгибались, то их бомбили, как Сербию Милошевича. Райнери не может притворяться, что не знает этого. Эти государства перешли от казаков к янки, не спросив мнение народа. Фактически, население подчиняется решениям своих лидеров, которые подкупаются в ущерб общим интересам и становятся легко манипулируемые теми, кто направляет их по заданному курсу. Недавние украинские события показательны, так как я не думаю, что есть хоть один житель этой страны готовый умереть на войне за олигарха Порошенко. Гражданский конфликт вспыхнул чтобы способствовать бизнесу четырех воров, обеспеченных прикрытием США и ЕС, в то время как треснула и перевернулась жизнь всего народа. Затем Райнери добавляет такие глупые мысли к своим рассуждениям, которые дают повод сомневаться в его добросовестности. Начнем с известной карты, которую также опубликуем здесь, где Россия окружена базами НАТО. Райнери говорит: «Эта карта… является пропагандистским шедевром… она одновременно и подлинна и ложна, потому что никто не может отрицать степень простирания НАТО, но только все переработано угрожающим образом. Если сегодня внести этот стереотип в Twitter, то может даже функционировать благодаря коллективной амнезии, т. к. все забыли когда праздновали развал Советского Союза и русские надеялись на расширение. Другие данные, такие как, например, самолеты НАТО перехватили российские военные самолеты над Балтийским морем 110 раз в 2016 году, не затрагивают сердца среднестатистического пользователя социальных сетей. Иногда традиционные СМИ способствуют этой тенденции. Недавний заголовок говорил о военной операции НАТО и американских солдат в Польше, перед самой дверью России. Но кто-то ответил: почему Польшу, суверенное и независимое государство, следует рассматривать как порог России». Райнери даже не подозревает, что они специально приближаются к шее России. Конечно же, не может быть плохих намерений, ведь американцы хорошие и делают добро, даже когда они вооружены до зубов и стоят у твоих границ. В общем, он дает основания американским военным, которые комментируя ту же карту, говорить: «Как русские могут быть настолько близки к нашим базам?». Райнери забывчивый и не помнит, что невинные американцы угрожали ядерным конфликтом, когда Советский Союз начал устанавливать свои базы на Кубе в 1962 году у ворот империи США. Тогда никто не вспомнил, что Куба является суверенным и независимым государством, но русским пришлось оставить свои позиции, чтобы избежать атомного апокалипсиса. Чтобы не допустить других бедствий в Европе американцы должны поступить аналогичным образом. Кто знает, если этот урок послужит на пользу пустоголовым служащим бумажных газет.

LA RUSSIA NON VUOLE INVADERE I SUOI VICINI

Se i russi potessero innalzerebbero ancora la loro bandiera sul Reichstag, come nel 1945. Ma non accadrà perché la Russia è ormai una potenza di seconda fascia che anela, certamente, a recuperare il terreno perduto dopo la dissoluzione dell’Urss, nel 1991, ma non a spingersi, hic et nunc, dentro conflitti dai quali uscirebbe sconfitta. Putin, pertanto, non vuole occupare i paesi vicini, non le ex Repubbliche Sovietiche e nemmeno i vecchi membri del Patto di Varsavia. Non ha la forza militare per arrischiarsi in simile avventura o quella politico-ideologica, come fu il comunismo, per forgiare classi dirigenti amiche pronte a condividere la medesima prospettiva storica e sociale.
Chi ha, invece, allungato i suoi tentacoli dietro la fu cortina di ferro è stata la Nato, approfittando del collasso dell’Unione Sovietica. Stesso ragionamento vale per l’UE che, a rimorchio di Washington, ha inglobato molti satelliti di Mosca, modificando le cartine geografiche europee. Per questo è davvero paradossale che si accusi la Russia di aver violato il diritto internazionale, annettendo la Crimea, laddove, quanto meno, europei e americani hanno aperto le danze in precedenza, violando la sovranità di numerose nazioni, prima e dopo la guerra alla Serbia del ’99 per la questione kosovara. Stando così le cose qual è il senso di dispiegare 5000 soldati americani nell’Europa dell’Est? Non sicuramente quello di proteggere Varsavia o le Capitali Baltiche da una impossibile invasione russa. E perché piazzare uno scudo antimissile puntato sul Cremlino tra Polonia e Romania? Per un equivalente motivo. E’ chiaro che la propaganda occidentale ci propina un discorso rovesciato. In realtà, sono la Casa Bianca e le altre Cancellerie continentali a portare una minaccia nella tana dell’orso affinché non si spinga nuovamente in territori di caccia più vasti. C’è pure un’altra causa che spiega le iniziative statunitensi nella nostra area. La necessità di tenere sotto il tallone di ferro anche l’Europa alla quale occorre impedire di stringere alleanze con il gigante slavo in funzione antiegemonica, cioè appunto antiamericana. Lo spettro di un asse Berlino-Mosca è il principale timore dei predominanti d’oltreoceano, l’unico evento che potrebbe mettere seriamente a rischio la loro assoluta potenza.
Nonostante l’evidenza di questi fatti, a dir poco inequivocabili, i nostri poveri scribacchini fanno a gara per negare quello che più chiaro non potrebbe essere. Soltanto i giornalisti nostrani riescono ad esporsi a cime così elevate di ridicolaggine. Per esempio, Raineri su Il Foglio scrive che è fasulla l’aggressione della Nato contro la Russia perché i paesi, antecedentemente nell’orbita di Mosca, hanno scelto liberamente, senza essere occupati o costretti, di aderire all’Alleanza Atlantica. Questa è la prima bufala. In verità, le élite al potere in quei paesi, dopo l’implosione del socialismo realizzato, si sono affermate grazie ai soldi e all’assistenza americana. Forse, quelle nazioni non sono state occupate ma sicuramente sono state comprate e quando non si sono piegate sono state bombardate, come la Serbia di Milosevic. Rainieri non può fare finta di non saperlo. Questi Stati sono passati dal giogo “cosacco” a quello yankee, senza il parere delle loro popolazioni. Infatti, i popoli subiscono le decisioni dei loro dirigenti (i quali si fanno corrompere a danno degli interessi generali) e, spessissimo, si lasciano manipolare da chi li guida in direzioni che non vorrebbero mai prendere. Il recente caso ucraino è emblematico perché non credo esista nemmeno un abitante in quel posto che pensasse di andare a morire in guerra per gli affari dell’oligarca Poroshenko, anziché per migliorare la sua vita. Invece, è successo che è scoppiato un conflitto civile fratricida per favorire il business di quattro ladroni, protetti da Usa ed Ue, mentre la popolazione schiattava e peggiorava la sua esistenza. Poi Rainieri aggiunge pensieri talmente idioti al suo (s)ragionamento che mettono in dubbio la sua intelligenza ma direi più che altro la sua buona fede. Si parte dalla famosa cartina, che pubblichiamo anche qui, in cui si vede la Russia circondata da basi della Nato. Dice Raineri: “Questa cartina…è un capolavoro di propaganda…è autentica e falsa allo stesso tempo perché nessuno può negare che mostri l’estensione attuale della Nato, ma è stata riciclata in chiave minacciosa come se stesse avvenendo adesso. Se oggi finisce nei meme su Twitter con qualche speranza di funzionare, è grazie ad un’amnesia collettiva che ha dimenticata quando si festeggiava la fine dell’Unione Sovietica e i russi facevano la coda per il pane e si sperava in un allargamento. Altri dati, come per esempio che gli aerei Nato hanno intercettato aerei militari russi sopra il mar Baltico 110 volte nel 2016, non fanno breccia nel cuore dell’utente medio di social media. E a volte anche i media tradizionali aiutano questa tendenza. Un titolo recente parlava dell’operazione militare Nato Atlantic Resolve e dei soldati americani in Polonia davanti alla porta di casa della Russia. Ma qualcuno ribatteva: perché la Polonia, uno stato sovrano ed indipendente, dovrebbe essere considerata soltanto la porta di casa della Russia”. A Raineri non viene nemmeno il sospetto che quei contingenti stiano lì apposta per far sentire il fiato sul collo a Mosca. Non possono esserci cattive intenzioni perché gli americani sono i buoni ed i buoni fanno il bene, anche quando si presentano armati fino ai denti sull’uscio dei confini altrui. Insomma, costui dà ragione a quel militare americano che commentando la stessa cartina chiosò: “ma come si permettono i russi di essere così vicini alle nostre basi?” Raineri, servo smemorato, non ricorda, o finge di non ricordare, che i candidi americani minacciarono il conflitto nucleare quando i sovietici iniziarono a sistemare i loro missili a Cuba nel 1962, alle porte dell’impero statunitense. A nessuno venne in mente di ribattere che Cuba era uno Stato sovrano ed indipendente e non solo la porta di casa degli Usa, cosicché i russi dovettero sloggiare per evitare l’apocalisse atomica. Per schivare altri guai in Europa è opportuno che gli americani facciano altrettanto, facendo fagotto. Chissà se questa lezione entrerà mai nelle zucche vuote degli impiegati della carta stampata.

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