I MEDICI RUSSI A BERGAMO SONO SPIE? di Fosco Giannini

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

LE TESI DA GUERRA FREDDA DEL QUOTIDIANO “LA STAMPA”

 

di Fosco Giannini *

*Già Senatore della Repubblica e Capo Gruppo in Commissione Difesa del Senato; già Responsabile del Dipartimento Esteri del Partito Comunista Italiano (PCI) e attualmente membro della Direzione Nazionale del PCI, con la responsabilità del Dipartimento Lavoro di Massa.

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Su Il Corriere della Sera di domenica 5 aprile appare, a pagina 10, un trafiletto dal titolo: “Contro La Stampa. L’attacco russo al giornalista. La Fnsi: grave”. Vale la pena riproporre il breve articolo annunciato dal titolo, ai fini della ricostruzione di una vicenda probabilmente sconosciuta ai più e che certo non depone a favore di quella parte -vasta, importante e di portata nazionale- della stampa italiana che invece di utilizzare l’arma del racconto oggettivo dei fatti s’inchina in modo servile e becero ai suoi proprietari, ai gruppi capitalistici che ne determinano la linea ed il pensiero politico, sino alla meschina genuflessione.

L’articolo dice così: “Lo scontro tra la Russia e il quotidiano La Stampa- iniziato a fine marzo, dopo alcuni articoli del giornalista Jacopo Iacoboni che hanno messo in discussione le finalità reali della missione militare in aiuto per l’emergenza Covid-19 – è sfociato in un inedito monito del governo di Roma: pur ringraziando Mosca per il sostegno che sta dando, i ministeri di Esteri e Difesa hanno invitato i rappresentanti delle istituzioni russe al “rispetto della libertà di stampa”.  A far esplodere il caso diplomatico è stato il comunicato del portavoce della Difesa russa, il generale Igor Konashenkov, che ha accusato il quotidiano di “russofobia” e di “fake news” e ha concluso la sua nota con quella che è stata letta come un’intimidazione: “Qui fodit foveam, incidit in eam” ( Chi scava la fossa al prossimo potrebbe finirci dentro). Al generale russo ha risposto il direttore de La Stampa, Maurizio Molinari, che ha parlato di “mancato rispetto per il diritto di cronaca” e di “espliciti insulti”. È intervenuta anche l’Fnsi, il sindacato dei giornalisti, per denunciare “il grave attacco”. A questo punto, anche il governo è intervenuto con la nota congiunta dei ministeri di Esteri e Difesa”.

Citare questo articolo del CorSera ci serve per introdurre l’intera questione relativa agli aiuti russi in Italia contro il coronavirus e il commento violento e da “guerra fredda” del quotidiano La Stampa di Torino rispetto a questi aiuti. Ma, intanto, va registrato il tono molto più asciutto e privo di rabbia ideologica reazionaria che il CorSera (che ogni volta che riporta le accuse antirusse de La Stampa le mette tra virgolette) ha avuto, nel rievocare la questione, rispetto, come vedremo, a quello forsennato quanto sguaiato (simile a quello dei peggiori tabloid scandalistici inglesi di quart’ordine) de La Stampa. Se ricordiamo che il CorSera è di proprietà della RCS Mediagroup, di cui fanno parte l’Eni, Mediaset, Intesa San Paolo, altri importanti Istituti Bancari e la Snam (il grande Gruppo di importazione, lavorazione e redistribuzione del gas, anche russo) possiamo più facilmente capire i motivi, capitalistici ma anche legati agli interessi nazionali, della differenza di linea tra lo stesso quotidiano milanese e quello torinese rispetto ai fatti di cui stiamo parlando. Oltretutto, nello stesso CorSera di domenica 5 aprile, a pagina 11 (“a specchio” di quella 10 già citata) appare un altro trafiletto in cui il ministro Di Maio, parlando degli aiuti internazionali di questa fase all’Italia, ribadisce chiaramente che “Senza questi aiuti non ce la faremmo”. Ed è difficile pensare che un giornale prestigioso come il CorSera abbia pubblicato casualmente, in pagine successive, due trafiletti così diversi tra loro…

Ma veniamo ai fatti. Domenica 22 marzo atterrano all’aeroporto militare di Pratica di Mare (provincia di Roma) i primi 9 (alla fine saranno 15) Ilyushin – IL-76MD russi. Il volo russo d’aiuti è innanzitutto il prodotto della storica solidarietà attiva prima sovietica poi russa ai popoli in gravi difficoltà, alla quale si è aggiunta la forte interazione intercorsa in questa fase tra il presidente del Consiglio Conte e Putin. Ad accogliere gli Ilyushin a Pratica di Mare sono il ministro degli Esteri Di Maio, il Capo di Stato Maggiore della Difesa Generale Vecciarelli e l’ambasciatore russo in Italia, Sergey Razov. È Di Maio a ringraziare con grande enfasi l’atto solidale del governo russo. Dagli arerei militari russi scendono circa 160 tra medici, virologi che hanno già combattuto contro la peste suina e l’ebola in Africa, operatori sanitari, tecnici della sanificazione, oltreché grandi camion militari trasformati in ambulatori mobili per le prime visite mediche, i prelievi, i tamponi; scendono i macchinari per la sanificazione degli ambienti, gli strumenti di ventilazione per l’ossigeno e altro -imponente in numero- materiale sanitario.

Il personale russo, i camion, i macchinari, le attrezzature non partono immediatamente per Bergamo e provincia (loro certo non facile – possiamo dire eroica? – destinazione). Partono alla volta del bergamasco successivamente, assieme al personale militare e medico-militare italiano. Uno stesso comunicato dell’Ansa ci dice che il 24 marzo i medici e gli specialisti russi entrano in azione ad Albino, provincia di Bergamo e una loro squadra di sanificazione e disinfestazione interviene nelle due strutture RSA della Fondazione per anziani Honegger e che il personale russo è immediatamente impiegato sia negli ospedali da campo del bergamasco che nelle stesse strutture ospedaliere e che inizia una stretta collaborazione sia con i medici ospedalieri della sanità pubblica che con tutto il personale medico e paramedico militare italiano, oltreché con i volontari del Corpo degli Alpini e con i medici di Emergency giunti anch’essi a Bergamo. I medici e il personale russo hanno base nell’ospedale da campo costruito dagli Alpini e due ali della grande struttura sono dedicati proprio ai russi, con la supervisione costante degli stessi Alpini e  della direzione sanitaria dei medici civili e militari italiani dell’ospedale Papa Giovanni ( rimarchiamo questo passaggio, e cioè l’azione sempre congiunta tra personale medico e paramedico militare russo e italiano, alla luce di ciò che avverrà da qui a poco, e cioè alla luce delle terribili supposizioni – di spionaggio russo- e critiche che avanzerà il quotidiano La Stampa alla delegazione russa).

Nei giorni successivi all’arrivo della delegazione sanitaria russa a Bergamo, infatti, La Stampa, con i giornalisti Jacopo Iacoboni, Natalia Antelava e Cecilia Butini, inizia a pubblicare a più riprese “un’inchiesta” (condotta essenzialmente da Iacoboni) sulla presenza russa in Italia. Forse tutto inizia da un informatore proveniente dalla Gran Bretagna che così “soffia” ai giornalisti de La Stampa: “E’ strano che siano schierati i russi. È vero che questo tipo di truppe di Mosca ha la capacità di decontaminazione, ma anche gli italiani hanno questa capacità, ed è più moderna. È molto strano e non torna: gli italiani sono in prima fila nella difesa delle armi chimiche e biologiche della NATO e non hanno bisogno dei consigli russi: li vedremo anche nelle strade di Londra, dopo?”. Citiamo questa forse primigenia “informazione” perché poi, nel prosieguo della storia, il “centro inglese di informazione” (e soprattutto di disinformazione da guerra fredda) dei giornalisti del quotidiano torinese sembrerà svolgere un ruolo decisivo. Oltre che sull’ “informazione inglese” Iacoboni lavora sulle “rivelazioni” del generale Marco Bertolini, già a capo del Comando 0perativo di Vertice Interforze (COI), già comandante della Brigata Folgore, Presidente dell’Associazione Nazionale Paracadusti e candidato nelle liste di Fratelli d’Italia (non proprio, dunque, una biografia da simpatizzante russo) e dell’ex agente della NATO e già comandante del Joint Chemical, Biological, Radiological, Hamish De Bretton-Gordon che consegna ai media questo profondo e allusivo pensiero politico: “ Non riesco ad immaginare come sia potuto succedere, in un Paese NATO, l’arrivo di militari russi”.

Dall’insinuazione dell’informatore inglese e dalle due “neutrali” testimonianze citate partono i 3 articoli (pubblicati dai giorni successivi all’arrivo dei russi sino alla fine di marzo) dell’“inchiesta” de La Stampa che, come in un davvero scadente giallo poliziesco, inizia ad evocare i più trucidi dubbi da “guerra fredda” o da maccartismo di ritorno. La Stampa, sulla scorta della prima informazione inglese relativa al fatto che le attrezzature antiepidemia italiane, poiché legate alla NATO, sarebbero superiori a quelle russe, si spinge anche ad affermare che, infatti, l’80% delle attrezzature russe sarebbero superate ed inutili, che quasi tutti i medici e gli specialisti russi a Bergamo non sarebbero altro che esperti militari delle guerre biologiche, finché, a partire da queste “constatazioni” e dalle ulteriori “informazioni” del  generale Bertolini e dell’agente NATO De Bretton-Gordon , i giornalisti de La Stampa arrivano ad evocare la questione centrale: che in verità la delegazione sanitaria russa sarebbe in Italia, a  Bergamo, per svolgere le solite azioni di spionaggio russo nel mondo, che la sua  presenza non sarebbe che una manovra per infiltrare personale militare russo e intelligence sul suolo italiano, per acquisire più informazioni e influenza sul nostro Paese.

A questo punto è bene ricordare anche di chi è la proprietà de La Stampa: è del Gruppo Editoriale Gedi, che pubblica anche il Secolo XIX, altre 13 testate locali e, soprattutto, la Repubblica, il giornale al quale il grande capitale italiano affidò il compito di guidare l’ascesa di Achille Occhetto ed il suicidio politico del PCI e affida oggi il compito di primo cane da guardia del filoatlantismo, della mitizzazione della NATO, delle politiche iperliberiste dell’Ue, della “necessaria” costruzione dell’esercito europeo, dell’apologia della democrazia liberale come unica prospettiva per l’umanità e della demonizzazione di ogni Paese posto al di là del confine imperialista e occidentale.

L’imperversare della Stampa non può naturalmente sfuggire all’Ambasciatore della Federazione Russa a Roma, Sergey Razov, che in una lettera aperta al quotidiano torinese del 26 marzo così, tra l’altro, scrive: “La nostra attenzione è stata attirata da due articoli firmati J. Jacoboni, del 25 e 26 marzo c.a. relativi agli aiuti russi all’Italia nella lotta al Coronavirus. A questo proposito vorremmo esprimere alcuni commenti e osservazioni… Il Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana G. Conte nella conversazione telefonica del 21 marzo c.a. ha ringraziato il Presidente della Russia V. V. Putin per gli aiuti tempestivi e imponenti offerti all’Italia in questa difficile situazione. Il Ministro degli Esteri L. Di Maio ha ritenuto opportuno recarsi personalmente all’aeroporto militare di Pratica di Mare per accogliere gli aerei che hanno trasportato gli specialisti russi, i mezzi e le attrezzature, esprimendo la sua gratitudine alla Federazione Russa. Così come hanno fatto per esempio l’Ambasciatore dell’Italia a Mosca P. Terracciano, il Rappresentante dello Stato Maggiore della Difesa L. Portolano e molti altri. In ogni caso il giornalista non avrebbe dovuto disorientare gli stimati lettori in merito alla vera reazione dei vertici ufficiali italiani alle attività della Russia.

Riguardo all’utilità o meno del contenuto degli aiuti russi, ci sembra che sarebbe stato meglio chiedere prima di tutto ai cittadini di Bergamo, dove iniziano a operare i nostri specialisti e i nostri mezzi.

Com’è noto si tratta di una delle città del nord Italia con il maggior numero di infettati, dove sono già morte 1267 persone e 7072 restano positive. I nostri epidemiologi, virologi, rianimatori, su richiesta dei colleghi italiani, cominceranno a lavorare nelle residenze per anziani strapiene della città in cui si è creata una situazione critica per la mancanza di medici e il bisogno di interventi di sanificazione di edifici, locali e mezzi di trasporto. L’autore dell’articolo dovrebbe capire che i militari russi, così come i loro colleghi italiani, andando a operare nell’area loro assegnata, mettono a rischio la propria salute e forse anche la vita.

  1. Jacoboni intravede un insidioso secondo fine della Russia nel fatto che siano stati inviati in Italia militari delle forze armate russe, tra i quali anche esperti di difesa nucleare, chimica e biologica.

A titolo di informazione per l’autore e per i Suoi stimati lettori, comunichiamo che i rappresentanti delle truppe russe di difesa nucleare, chimica e biologica, sono gli specialisti più mobili e più preparati con esperienze in diverse regioni del mondo, in grado di prestare assistenza efficace nella diagnosi e nel trattamento dei pazienti, così come nell’esecuzione delle necessarie misure di disinfezione.

Per quanto riguarda il messaggio che spunta dal ragionamento dell’autore e cioè che l’invio di militari russi (a proposito, a titolo gratuito) avrebbe come scopo quello di causare un qualche danno ai rapporti tra l’Italia e i partner della NATO, offriamo ai lettori l’opportunità di giudicare da soli chi e come viene in aiuto al popolo italiano nei momenti difficili. In Russia c’è un detto: «Gli amici si vedono nel bisogno».

E poi, il parallelo tracciato dal giornalista tra l’arrivo in Italia degli specialisti russi e l’ingresso delle truppe sovietiche in Afghanistan nel 1979, concedetemelo, è semplicemente fuori luogo e come si dice non sta né in cielo né in terra”.

La risposta ufficiale de La Stampa all’Ambasciatore russo Razov è davvero goffa e può solo rilanciare, per difendersi, la “veridicità” delle “testimonianze” rilasciate dalla fonte inglese, dall’agente NATO e dal generale italiano. Ma è alla fine della risposta che affiora il nervosismo del quotidiano del Gruppo Gedi, che la butta impropriamente e risibilmente sul piano della difesa della libertà d’espressione: “ Infine, Ambasciatore, la rassicuro, non sussiste alcun dubbio che La Stampa continuerà ad attenersi al principio fondamentale del giornalismo sull’imparzialità e obiettività dell’informazione, come non c’è dubbio che in Italia e a La Stampa continueremo a non farci dire da nessuno cosa un giornalista avrebbe dovuto fare o non fare”.

Ma il “bello”, per così dire, deve ancora avvenire. Il 3 aprile, sul proprio profilo Facebook, il generale russo Igor Konashenkov, interloquisce con La Stampa:  “ Abbiamo notato i tentativi della testata italiana La Stampa, in corso ormai da due settimane, di screditare la missione inviata dalla Russia in risposta alla richiesta di aiuto al popolo italiano… Nascondendosi dietro gli ideali della libertà di parola e del pluralismo di opinioni, nei suoi articoli La Stampa manipola i fake russofobi della peggior specie dell’epoca della guerra fredda, citando non meglio definiti “pareri” di anonime “fonti altolocate”. Nel farlo, La Stampa non disdegna di far ricorso a qualunque invenzione di quegli autori, seguendo le linee guida dei manuali di propaganda antisovietica, a quanto pare, non ancora andati distrutti.

Per esempio, le attrezzature russe per la lotta alle infezioni virali inviate in Italia sono state immediatamente definite da La Stampa, citando l’opinione di uno sconosciuto caporale della NATO in pensione, come “inutili”. La maggior parte dei medici ed epidemiologi russi sono stati definiti dalla testata come specialisti di guerre biologiche. Quelli che non hanno avuto l’onore di venire inseriti in questa categoria sono prevedibilmente stati catalogati come emissari dello spionaggio militare russo (GRU).

Nonostante le sensazionali rivelazioni de La Stampa… gli epidemiologi russi stanno eliminando dalla mattina alla sera il Covid-19 nelle residenze per anziani di Bergamo, insieme ai loro colleghi italiani. E i medici militari russi ogni giorno, spalla a spalla con I militari italiani, creano non “reti di agenti”, ma reparti di terapia intensiva per salvare I cittadini italiani colpiti dal virus nella nuova struttura da campo di Bergamo. Tutto questo viene fatto con l’aiuto delle attrezzature e tecnologie russe, giudicate inutili dalle fonti della testata.

Contrariamente ai fake propinati da La Stampa, gli obiettivi della missione russa del 2020 a Bergamo sono concreti, trasparenti e puliti. Si tratta di aiutare il popolo italiano che si è trovato in difficoltà per via della pandemia di Covid-19, senza chiedere nulla in cambio. E il miglior premio per gli sforzi degli specialisti militari russi saranno le vite e la salute salvati…

Per quanto concerne i committenti veri della campagna mediatica russofoba condotta da La Stampa, che ci sono noti, consigliamo loro di imparare un’antica saggezza: Qui fodit foveam, incidet in eam (chi scava una fossa al prossimo potrebbe finirci dentro)”.

Naturalmente La Stampa risponde indignata al commento, umanamente e politicamente molto comprensibile del generale, vista la davvero grave provocazione antirussa  e russofobica insita nell’ “inchiesta” del quotidiano torinese. E il giornale scrive, adiratissimo: “Il Comitato di redazione de La Stampa esprime sdegno per il grave attacco del ministero della Difesa russo al nostro giornale e al giornalista Jacopo Iacoboni. Il collega negli scorsi giorni ha pubblicato una serie di articoli sollevando alcuni dubbi sul contingente giunto dalla Russia per aiutare il nostro Paese nell’emergenza coronavirus. Dubbi suffragati da alte fonti politiche e da esperti militari e dell’intelligence. Il rappresentante del ministero della Difesa russo, Igor Konashenkov, ha accusato La Stampa di manipolare “fake russofobi della peggior specie” e di seguire “le linee guida dei manuali di propaganda antisovietica”. Infine la minaccia al nostro giornale: “Qui fodit foveam, incidet in eam”.  Un’autentica intimidazione che ancora una volta conferma – se mai ce ne fosse stato il bisogno – gli strumenti con i quali la Russia controlla l’informazione, e non solo. Ma soprattutto il tentativo inaccettabile di esportare questi metodi fuori dai loro confini, nel nostro Paese, in Europa. Un fatto che rischia di diventare un grave precedente se il nostro Governo non chiederà immediati chiarimenti. E soprattutto le necessarie scuse”.

Quando si dice: la toppa è peggio del buco, nel senso che la risposta del Comitato di redazione, se possibile, rende ancor peggiore e meschina la linea del giornale. I lettori possono leggere da soli il testo di questa risposta, per verificarne la bassezza morale. Due soli punti vorrei mettere a fuoco. Il primo, davvero subdolo: il Comitato di redazione esprime “sdegno per il grave attacco del ministero della Difesa russo al nostro giornale”. È del tutto evidente che le parole del generale Konashenkov, espresse nel proprio profilo Facebook, sono solo parole del generale e non del ministero della Difesa della Federazione Russa, che è tirato in ballo da La Stampa per colpire inopinatamente e disonestamente più in alto. Secondo: è la frase finale citata in latino dal generale ( “Chi scava una fossa al prossimo rischia di caderci dentro”) che ha fatto letteralmente impazzire La Stampa, suscitato la reazione del sindacato dei giornalisti in Italia, la risposta piccata del governo italiano e anche una pronta e violenta  reazione antirussa di Matteo Renzi, per quel poco che Renzi conti.

Ebbene, dobbiamo capire: difronte all’attacco vergognoso de La Stampa contro la Federazione Russa (ma il governo italiano, che ha cercato l’aiuto russo, ha fatto finta di niente?)  e contro l’atto solidale russo per il popolo italiano, per la gente di Bergamo, il generale Konashenkov è sbottato, non ha resistito alla provocazione, utilizzando il motto latino. Ma, innanzitutto: tale frase, a leggere bene la nota del generale, non è diretta ai giornalisti de La Stampa, ma ai loro committenti inglesi, che Konashenkov afferma “di conoscere bene”.  Poi, appunto, dobbiamo comprendere: in Russia, in questa fase, sono già in atto i preparativi per la celebrazione del 75° anniversario della Vittoria sul nazifascismo e la fine della Seconda Guerra Mondiale ( 8 maggio 1945) e lo stesso linguaggio quotidiano è segnato ( specie quello dei militari come Konashenkov) dalla lotta contro il nazifascismo, contro i soldati del Terzo Reich che facevano scavare ( non solo nel territorio sovietico, anche in Italia) ai soldato sovietici e ai partigiani la loro stessa fossa, prima di assassinarli. Da qui, le parole in latino del generale Konashenkov, altroché “un’autentica intimidazione che ancora una volta conferma – se mai ce ne fosse stato il bisogno – gli strumenti con i quali la Russia controlla l’informazione, e non solo. Ma soprattutto il tentativo inaccettabile di esportare questi metodi fuori dai loro confini, nel nostro Paese, in Europa”. Parole, queste si, che dovrebbero far vergognare chi le ha scritte. E che pongono un grande problema morale e politico: perché La Stampa non denuncia il fatto gravissimo accaduto   in questi giorni a Taranto, dove un ospedale da campo della NATO, con 300 posti letto e 100 posti per la terapia intensiva è stato spostato in Lussemburgo, come ha ricordato, per rintuzzare gli attacchi antirussi del giornale torinese, la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zaharova? E come ha denunciato il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, del PD, affermando: “Taranto e l’Italia sono buoni per i militari e i dirigenti della NATO quando devono ingoiarsi l’inquinamento da naviglio straniero e rinunziare ai migliori affacci al nostro mare? Non si poteva informare le Autorità sanitarie locali di una simile infrastruttura, o ancora di più destinarla per esempio alle nostre sorelle e ai nostri fratelli di Bergamo, che stanno soffrendo persino più di noi per l’emergenza sanitaria da Covid-19?”.

I SOLDI DALL’ESTERO

RUSSIAN PRESIDENT VLADIMIR PUTIN VISITS CHINA

Questo Paese ha perso la memoria. La magistratura che ha dormito per tutta la guerra fredda ora va processando questo o quel partito (sgradito per certe posizioni politiche) o questa e quella impresa pubblica (che tenta di fare gli interessi della nazione e non solo quelli degli americani) in ossequio a principi di pulizia morale che non hanno nulla a che vedere con la giustizia. Con tangentopoli i togati hanno assunto un ruolo invasivo ed ipertrofico che prima si sognavano e lo hanno ottenuto grazie ad interferenze straniere. Gli statunitensi vincenti sui sovietici, all’indomani del crollo di Mosca, decisero di modificare gli equilibri europei. In Italia fu organizzato un golpe a suon di avvisi di garanzia e condanne contro gli “storici” partiti di governo. Il PCI-PDS fu risparmiato perché ormai più atlantista dei democristiani e socialisti messi insieme. Bisognerebbe mettere fine una volta per tutte a questa “anomalia” che produce paradossi autolesionistici come quello dello Stato che processa lo Stato. E’ bene ricordare che i soldi dalle potenze straniere li prendevano e li prendono tutti. Anzi, spesso non si tratta di passaggio diretto di denaro ma di “affari” che coinvolgono importanti player strategici istituzionali che garantiscono commercio e politica estera. Gli “intermediari” che li facilitano fanno un favore a se stessi ma anche all’economia nazionale.

Di più, vorrei ricordare che in tempi passati si era maggiormente uomini di mondo su tali questioni. Cossiga, per esempio, sui finanziamenti dei Sovietici al PCI invitava a non alzare inutili polveroni: perché sarebbe stato “assai strano che l’ Urss non avesse finanziato i comunisti italiani” dato che “partiti occidentali erano finanziati soprattutto dagli Stati Uniti”. Cossiga, inoltre, rammentava, che spesso i servizi segreti italiani “scortavano” a distanza i compagni che facevano la spola tra Roma e Mosca affinché il passaggio di rubli avvenisse in tutta sicurezza evitando guai peggiori. La provenienza “sicura” dei fondi impediva ai comunisti di lanciarsi in forme di autofinanziamento più spregiudicate.

Francesco Cossiga ricordava Poi un piccolo emblematico episodio: «Cossutta è un amico e so che non era una spia, semmai era spiato… Una volta, per avere i finanziamenti dal Kgb per Paese Sera, dovette andare dall’ambasciatore di Parigi, non fidandosi di quello in Italia, che avrebbe potuto riferire a Berlinguer… L’episodio divertente però fu un altro: l’aereo con il quale tornava fu costretto a un atterraggio d’emergenza… Quando, evocando la storia in un’occasione pubblica, Cossutta raccontò: Riparammo a Copenaghen, io lo corressi: No, Stoccolma. Come fai a saperlo?, sbalordì. Eravamo meno fessi di quanto tu pensavi, potetti dire con soddisfazione».

In Italia, ancora oggi, arrivano aiuti da fuori. Li incassano tutti, con modalità e intenti differenti, e quelli che li negano sono solo i più ipocriti. Salutame a Soros.

La trappola, di GLG

RUSSIAN PRESIDENT VLADIMIR PUTIN VISITS CHINA

Questi giornalisti e politologi e sapientoni vari mi sembrano o idioti o mascalzoni. Tutto sommato, il disegno è abbastanza chiaro ed è condotto da quasi tutte le parti, anche se con metodi diversi in modo da cercare di non far precipitare ancora il governo. La Lega è andata molto avanti dal punto di vista elettorale. Il voto è quindi da evitare per gli altri (a parte la Meloni). Anche puntare sul congelamento della situazione con un governo tecnico (o magari di “salute pubblica” con la complicità del cosiddetto “terzo partito”: Conte, Tria, Moavero) è pericoloso perché la situazione è divenuta “rabbiosa”. Si sta cercando in tutti i modi di “accerchiare” la Lega, dimostrare che non è in grado di andare avanti e risolvere fino in fondo i vari problemi che stanno a cuore al suo elettorato (imposte ed autonomia regionale in primo luogo). Poi si tenta anche la carta di dimostrare che essa è al servizio di una potenza straniera: e, orrore, questo servilismo non sarebbe verso gli USA, cui buona parte della cogliona popolazione italiana è abituata. Se alla fine avvenisse un certo logoramento, la Lega calasse e magari ricrescessero un po’ i pentastellati o perfino F.I. e ovviamente anche un po’ il Pd, si potrebbe tentare – così pensano i “badogliani” d’Italia – una qualche ammucchiata dei sedicenti “moderati”, cioè dei fetenti filo-europeisti (quelli schierati con la UE così com’è). Allora si potrebbe provocare la crisi di governo (la farebbero in questo caso i “5 stelle”) per andare ad elezioni. Se ben capisco, la Lega invece vorrebbe arrivare fino ad ottobre, sperando che l’operazione tentata da Toti in F.I. abbia un qualche successo e consenta di mettere in piedi un raggruppamento FdI e una parte appunto dei forzaitalioti, che sarebbe alleato dei leghisti. A quel punto, sarebbe sicuro, con la legge elettorale attuale, avere una buona maggioranza dei sedicenti “sovranisti” (con appena una punta di moderazione nel gruppo di Toti). Sempre, però, che la Lega non si logori con l’attesa e tutte le manovre che andranno accentuandosi per metterla in difficoltà. E contando inoltre su personaggi traditori all’interno di quel partito (tipo Maroni, che è un chiaro nemico interno; ma potrebbero essercene altri, più subdoli). Il gioco secondo me corre sul filo del rasoio. Non è escluso che alla fine convenga a Salvini rompere lui gli indugi cercando un buon casus belli. Staremo a vedere; è questione di qualche mese al massimo.

Governo debole sotto attacco, di GLG

gianfranco

Qui

Qui

due eventi ben diversi e di diverso peso e significato. Tutti e due però positivi secondo la mia opinione perché chi cercherà contro di essi soluzioni “morbide” dimostrerà di non avere le “palle” giuste per condurre questo paese. Preciserò poi un’ulteriore questione. Vedo questa UE come l’annientamento della nostra stessa civiltà. Per cui l’opposizione ad essa dovrà attuare in tempi non pluridecennali qualcosa di estremamente violento. Così pure, per altro verso, giudico un Lerner (e quelli che lo coadiuvano nel programma) una fastidiosa infezione, che va combattuta con i metodi che si usano di fronte a simili eventi. Tuttavia, le forze che attualmente dovrebbero contrastare queste forze mortifere sono comunque filo-Usa (sia pure di un diverso establishment rispetto a quello più marcio e delittuoso rappresentatosi in Obama/Hillary Clinton) e sono ottusamente anticomuniste (e ossessionate dal vedere comunisti dappertutto). Questo indebolisce a mio avviso la funzione di risanamento che dovrebbero svolgere le opposizioni a questa UE e a questa “sinistra” italiana. Per questo ho parlato di cura omeopatica.
Il vero comunismo è cosa che ormai appartiene al passato. Per quanto mi riguarda, in quel passato ha fatto cose tutt’altro che disprezzabili; io comunque le considero tuttora positive. Non al 100% perché zone d’ombra esistono sempre, nulla è perfetto; tuttavia, è stato un tentativo fallito, ma per tanti versi encomiabile (questa la mia opinione). Non accetto quindi che ci si ponga dalla parte degli Stati Uniti (sia pure in modo differenziato) né che si voglia cambiare la storia nel senso di considerare mostri quelli che sono ormai consegnati al passato. Se ci limitiamo allo stretto “presente” della nostra squallida situazione, non posso che invitare a regolare infine i conti con la UE e con questa nostra “sinistra”, smettendo di considerarla “rossa”; non è nemmeno una blanda socialdemocrazia, è solo il marciume che deve essere eliminato dalla nostra società, è la cloaca dove tutte le defecazioni dei suoi immondi rappresentanti (maschi e femmine) finiscono. Chi sarà in grado di svuotarla fino all’ultimo grammo?

L’Europa si salva con la Russia.

il ratto d'europa

Nell’ultimo numero di Limes si parla di Antieuropa. Questo termine, secondo me azzeccato, si riferisce ad una struttura di governo del Continente costruita esclusivamente su interessi egemonici esterni allo stesso. L’Antieuropa, cioè l’Ue, ha una matrice americana, in quanto tale è contro gli Stati europei che vedono derubricate le proprie istanze a favore della geopolitica statunitense. Nel suo editoriale, Caracciolo rammenta che i due pionieri dell’Ue, Schuman e Monnet, erano in sostanza due agenti transatlantici, due congiurati di Washington che rispondevano alle mire conquistatrici di questa anche se ammantavano i loro discorsi di spirito cosmopolitico ed europeistico. Ciò  dovrebbe bastare a far capire che l’Unione Europea non è un soggetto riformabile, esso può essere solo abbattuto e sostituito con un vero progetto indipendentistico che risponda alle esigenze multipolaristiche della fase storica. Di questo abbiamo già scritto con La Grassa, proponendo un asse Berlino-Mosca-Roma per la rinascita di un reale contropotere nel Vecchio Continente atto a ridisegnare i destini dei popoli che lo abitano.
Sulla rivista già citata, in questa direzione, c’è un intervento piuttosto interessante a firma di Vitalij Tret’jakov, intitolato “Senza la Russia l’Europa non si salverà”.
Riporto i passaggi piu’ stimolanti (poiché non tutto è condivisibile del pezzo) e che rispecchiano il mio punto di vista: “Il Vecchio Continente può sopravvivere se si riunirà a Mosca. Ma dovrà abbandonare arroganza e padrone americano, ricalibrare il concetto di democrazia… L’Europa e la Civiltà Europea si trovano a un passo dalla morte; sono in pochi oggi a dubitarne.
Purtroppo, le ricette per il salvataggio che si sentono risuonare più forte nella stessa Europa (vale a dire, l’Europa meno la Russia) sono o lacunose o prive di prospettive nella loro dogmaticità neoliberale, ovvero nella loro essenza antipopolare.
A mio avviso, è evidente che la Russia sopravvivrà anche senza questa Europa. Tuttavia, non isolo così deliberatamente l’Europa dalla Russia, o la Russia dall’Europa, come fanno gli europei più illustri, da poter rimanere impassibile davanti al destino di questa nostra parte di mondo.
Certamente, se l’Europa non rinsavisce da sé, la Russia non riuscirà a salvarla: la sindrome suicida di questa Europa si è fatta troppo potente. Tuttavia, mi sembra che la chance non sia ancora andata perduta. Provare a far rinsavire l’Europa è possibile e necessario.
…In nome della salvezza dell’Europa (intesa come civiltà europea) così come la conosciamo, stimiamo e amiamo, è necessario rivedere in maniera radicale (rivoluzionaria) ogni aspetto relativo alla politica europea in senso lato. Di seguito elenco ciò che reputo assolutamente non negoziabile e di primaria importanza.
La deoccupazione dell’Europa. La smobilitazione di tutti i battaglioni e la chiusura di tutte le basi militari Usa sul territorio dei paesi europei e pertanto, più ragionevolmente, il semplice scioglimento della Nato. L’Europa deve smettere di essere un vassallo militare degli Usa.
L’esclusione dall’Osce, come minimo, di Usa e Canada, o ancor meglio la com-pleta soppressione di questa organizzazione, in quanto essa ha tradito la sua missione primigenia. Complessivamente, queste due misure comporteranno, se non una totale, quanto meno una radicale de-americanizzazione dell’Europa.
È necessario sciogliere l’Unione Europea in quanto formazione burocratica sovranazionale ormai deceduta, che per giunta non riflette gli interessi, non solo di tutte le nazioni europee, ma nemmeno di molti membri Ue. L’Unione Europea collasserà da sé con la stessa inevitabilità, negli stessi termini temporali e per lo stesso ordine di ragioni per cui collassò l’Unione Sovietica – un’Unione Europea numero 1, sorta cent’anni fa nell’Est dell’Europa. Ma questa volta sarà un collasso incontrollato, con i relativi eccessi e conseguenze.
La riunificazione dell’Europa. Gli europei occidentali non solo hanno permesso di vedere la propria parte d’Europa americanizzarsi, ma hanno anche privatizzato il nome storico dell’Europa, considerando Europa solo ciò che coincide con l’Unione Europea e la Nato e isolando da sé tutto ciò che non rientra in queste due organizzazioni, in primo luogo la Russia. È giunto il tempo di riunire Europa e Russia, poiché è questa la vera, completa e piena Europa, la vera civiltà europea (tra l’altro, estesa attraverso la Russia in Asia, fino all’Oceano Pacifico).
…elaborazione di una nuova architettura politica dell’Europa, in particolare di un’idea di Organizzazione delle nazioni europee (One). Ritengo doveroso sottolineare che i soggetti principali della politica intra-europea saranno solo e soltanto le nazioni sovrane europee (situate in Europa).
È necessario porre e stabilire giuridicamente il divieto di interferire reciprocamente negli affari interni tra Stati europei, nonché il divieto per qualsiasi Stato non- europeo di interferire negli affari interni degli Stati europei e negli affari intra-europei (compresi divergenze e confitti tra Stati membri).
Allo stesso modo le nazioni europee dovranno impegnarsi pubblicamente a non interferire negli affari interni di qualsiasi Stato situato al di fuori dell’Europa. Tale intromissione sarà possibile in casi eccezionali e soltanto su richiesta dei legit- timi governi di tali Stati o su risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu.
Le nazioni europee dovranno promuovere una riforma dell’Onu: il Consiglio di Sicurezza, dopo la riforma, dovrà formarsi su base continentale o su criteri di appartenenza culturale.
… La storia del mondo non si è fermata, nemmeno quella dell’Europa. La marcia della storia è un costante cambiamento dei confini, la comparsa e la scomparsa di Stati. Pertanto, è necessario creare all’interno dell’One un organo apposito: il Consiglio degli Stati non riconosciuti e dei territori europei contesi, con una rappresentanza per ognuno di questi Stati e territori.
Imperativo categorico è la creazione tra gli Stati europei occidentali e la Russia di un cordone di Stati neutrali, che nei successivi quindici anni non avranno diritto a partecipare ad alcun blocco militare internazionale, sia intraeuropeo che extraeuropeo. In tale cordone dovranno rientrare: Norvegia, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Bielorussia, Slovacchia, Ungheria, tutti gli Stati dell’ex Jugoslavia, Bulgaria, Romania, Ucraina, Moldova, Georgia. Ciò permetterà un gra-duale superamento dello storico scisma d’Europa, che ha generato molte guerre in passato.
…Il rifiuto dell’idealizzazione e dell’assolutizzazione della cosiddetta democrazia (politica), giacché mai essa si è realizzata e, per principio, non è pienamente realizzabile o non può risultare democrazia per tutti. L’abbattimento delle vetuste scenografe democratiche che mascherano il potere della classe dominante. Il rifiuto dell’ipocrisia politica democratica, la quale costituisce uno dei tratti più riprove- voli dell’Europa contemporanea.
…Il rifiuto dell’imperante traduzione della democrazia, quale «potere della maggioranza» (pur illusorio), in una democrazia dove il potere (anche effettivo) è riposto nelle mani di un gruppo minoritario costituito da ferventi zeloti dalle ambizioni totalitarie a danno della maggioranza.
Ciononostante, è naturale che non si possano negare o ridimensionare il valore e il signifcato delle forme democratiche di governo (compreso il potere statale), così caratteristiche per la civiltà europea in diverse tappe del suo sviluppo. Tuttavia, non in misura minore la civiltà europea ha saputo usare proficuamente un altro regime naturale di governo della società: il sistema di comando e controllo (nei casi limite, l’autoritarismo). Pervenire a un equilibrio ragionevole, seppur costante- mente variabile, tra questi due metodi di governo è l’autentica – e non artificiale – democrazia, ovvero un potere in nome degli interessi della maggior parte della società e della società in generale…Il riconoscimento dell’eterogeneità delle nazioni europee, dei popoli, delle loro culture, lingue, tradizioni, comprese le tradizioni politiche, come valore fondante dell’Europa quale comunità di nazioni e quale civiltà. Nessuna nazione deve essere costretta a rinunciare alle proprie particolarità nazionali, siano esse ideologiche o politiche. A nessuno può essere imposto di conformarsi a una determinata formazione politica, a un regime, a un’ideologia o filosofia politica. La standardizzazione, ovvero l’omogeneizzazione sistematica, della vita delle nazioni e dei popoli europei è il meccanismo che conduce al graduale deperimento della civiltà europea…I cittadini di nazioni che un tempo possedevano colonie in tutti gli altri continenti del pianeta con tutte le conseguenze del caso, compreso lo sterminio di massa della popolazione locale e la tratta degli schiavi, non possono permettersi di insegnare agli altri la tolleranza, la democrazia, i diritti umani e altre cose del genere. Non hanno il diritto morale di insegnare ad altri popoli e a governi più giovani l’umanesimo, la misericordia, le virtù civili e politiche … L’Europa e la civiltà europea nella loro condizione attuale non possono essere salvate senza la Russia, escludendo la Russia o, ancor peggio, nello scontro con la Russia e in guerra contro di lei. Chi la pensa diversamente è ignorante, stolto o un provocatore (e non sono pochi nell’Europa orientale), o ancora un membro fedele (di principio o meno) del partito degli atlantisti, o, ancora meglio, un semplice schiavo docile e privo di volontà al soldo degli Usa. Proprio oggi l’Europa deve, infine, unirsi, in tutta la sua eterogeneità e in tutto il suo volume geografico e storico, alla Russia – la più grande, e sempre più europea della stessa Europa, parte della civiltà europea. Non si parla, chiaramente, di una mitica «casa comune europea», costruita su modello europeo occidentale o secondo progetti neoliberali, nella pratica governata da Bruxelles, Berlino o Londra…”

Ecco, questi pochi elementi alquanto ragionevoli, pur se da sviluppare, approfondire ed estendere ad altri presupposti, rappresentano dei principi sani per dare all’Europa (e alla Russia) il posto che meritano (ma che si devono riguadagnare dopo decenni di sfaceli) sulla scacchiera mondiale.

E’ un “vaste programme” ma qual è l’alternativa? Ci sentiamo di aderire a tali intenzioni espresse dall’analista russo. Rovesciare la dominazione americana non è un compito semplice per questo bisogna letteralmente annientare l’Ue, le sue classi dirigenti compromesse con gli Usa, essendo lo spazio in cui agiamo una gabbia nata più di 60 anni fa per diretto impulso dei vincitori della II Guerra Mondiale. I cosiddetti padri fondatori dell’Ue erano a libro paga dei servizi segreti americani e hanno realizzato un incubo più che un sogno. Per rompere il sortilegio occorre riavvicinarsi al principale antagonista di Washington, la Russia. Deve essere inaugurata una nuova politica di intese tra est ed ovest per rompere l’isolamento russo e sganciare l’Europa dalla dipendenza americana. Questi primi passi, da attuare con cautela, sono possibili perché il declino americano, seppur relativo, è un fatto. Il multipolarismo è un processo storico oggettivo e inarrestabile ma il mutamento dei rapporti di forza ed il ribilanciamento della potenza, dipende anche da fattori soggettivi. La Storia spalanca delle finestre ma per passarci attraverso bisogna “osare”, ed essere strategici. Ormai, anche muovere un dito in questo mondo in ebollizione genera scosse da tutte le parti. È l’oggettività della situazione conflittuale. La sorte dei conflitti dipende però anche dal l’intelligenza soggettiva degli attori in campo. Il mondo è aperto ad ogni possibilità.

I PIANI AMERICANI

LAGRA21

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potrebbe anche essere che l’accusa del complotto non sia del tutto corretta nella indicazione che ne dà una delle parti in conflitto. Nessuno ha la prerogativa della oggettiva valutazione degli avvenimenti, che è sempre guidata dagli interessi (antagonisti come in questo caso) in gioco. Quello che è nelle mie valutazioni e convinzioni sugli attuali eventi è che indubbiamente Guaidò è un semplice sicario della strategia degli Usa n. 2 (establishment rappresentatosi in Trump), che punta ad una nuova completa solidità del predominio del paese sul “cortile di casa”. Infatti, si parla pure di un nuovo “interessamento” a Cuba e Nicaragua. Inoltre si appoggia nuovamente al 100% Israele (ma vedremo come l’attuale assetto del paese resisterà agli “scombussolamenti” in corso) quale “guardiano” in Medioriente; con anche la netta contrapposizione all’Iran e l’appoggio rinnovato e pieno all’Arabia Saudita (sul Qatar l’atteggiamento sembra meno charo, ma è una situazione di fatto incerta). Il precedente establishment aveva invece tentato di creare una situazione di grande instabilità, annientamento della Libia gheddafiana (che non era poi così favorevole all’Islam e non appoggiava nemmeno tanto i palestinesi) e analogo tentativo con la Siria di Assad. Inoltre, ammorbidimento verso l’Iran, ma solo per giocare meglio la partita di un acutizzarsi del contrasto tra sciiti e sunniti; anche il fallito colpo di Stato contro Erdogan, su cui però le motivazioni e la “provenienza” organizzativa suscitano perplessità, sembra rientrare comunque in questa nuova situazione venutasi a creare. Non sembra tuttavia che il presidente turco si sia ammorbidito verso la nuova Amministrazione statunitense. In ogni caso, vi era contrasto netto tra governo israeliano e Obama, mentre adesso sembra esservi nuova piena sintonia (in Israele vi è però crisi interna e vedremo come andranno le elezioni). La soluzione del conflitto tra i “due” Usa oggi esistenti (se vi sarà anche al di là di eventuali mutamenti delle rispettive leadership) sarà importante per il mondo “occidentale”. In questo momento, il gruppo “egemone” per tanti anni nella UE – che in Italia si esprime nella complicità (pur competitiva) tra PD e Forza Italia, entrambi per il momento in forti difficoltà – appoggia in pieno gli antitrumpiani mentre i sedicenti populisti, in testa la Lega, stanno puntando senza riserve su Trump; con Bannon che “sembra” aver rotto con quest’ultimo, ma in realtà è il vero “amministratore” dei rapporti tra lui e i suddetti “populisti” ed è infatti ostile all’accordo tra Italia e Cina, con la Lega (e Fd’I) che tengono bordone. La Russia da qualche tempo appare più defilata, ma si spera stia lavorando sulle contraddizioni apertesi tra i vari protagonisti dello scontro piuttosto acuto insorto all’interno dello schieramento “atlantico”. Seguiamo attentamente, la situazione è sempre più tipica del multipolarismo, con il caos che esso inevitabilmente provoca.

I NUOVI AMERICANI

liberta

 

Il recruitment neoamericano è iniziato. Vedremo molti intellettuali schierarsi con gli Usa di Trump, altri contorcersi per transitare su posizioni che prima ignoravano o, persino, disprezzavano, il tutto pur di mantenere o garantirsi spazi pubblici, posti in accademia, prime pagine dei giornali, copertine di libri. Le fortune si alternano nelle epoche di cambiamento, anche se i furbi sanno sempre come sopravvivere e riciclarsi. Politicamente, possiamo trarre già alcune conclusioni circa il costituendo scenario partitico nostrano e continentale. Il populismo è l’ideologia di un’America che cambia strategia a livello interno ed internazionale. Esso sta oggi lottando per scalzare un’altra visione del mondo, quella globalista e umanitaristica, ugualmente di matrice oltreoceanica, che ha rappresentato l’apice dell’unipolarismo statunitense nel periodo post guerra fredda. Proprio in questi giorni, esponenti della Lega e di Fdi sono andati ad accreditarsi alla corte del tycoon newyorkese, ad annusare l’aria, a “farsi vedere”, pronti ad adottare il progetto dei padroni d’oltreoceano. Saranno ripagati per la loro fedeltà e lasceranno all’Italia le conseguenze dei loro atti. Ma quale può essere il piano della superpotenza che domina l’Europa e i singoli paesi che la compongono? Quello di mutare le forme di condizionamento, date le trasformazioni epocali, ma non la sostanza della sua egemonia. L’Ue, costruzione statunitense sin dal’inizio, potrà sventolare un’altra bandiera purché essa garrisca ad occidente. Come ha scritto giustamente La Grassa: “Non c’è schieramento politico o industriale che oggi riprenda un minimo di politica autonoma. C’è solo lotta acuta fra schieramenti per porsi nelle condizioni di servitori migliori e di godimento degli emolumenti che i padroni pagano ai loro più fedeli. E c’è anche una rottura interna ai padroni per la migliore strategia da attuare ai fini dell’asservimento totale. Occorre una vera “rottura” rispetto a queste bieche accozzaglie di servi particolarmente laidi e che hanno di gran lunga superato in abiezione, infamia e corrompimento di ogni valore i vecchi servitori della prima Repubblica”.
L’autonomia da Washington, anche se a caro prezzo, è l’unica strada percorribile per salvare l’Europa, e non quella annacquata ed insipida dei 27 membri che pretendono di fermare qualsiasi iniziativa che si incammini nella giusta direzione liberatoria. L’Europa ha bisogno di pilastri per costruire la propria indipendenza non di pollastri che si azzuffano tra loro per ricavare una mancia dalla Casa Bianca o da Bruxelles. Questa è l’Europa delle debolezze unite che fa comodo ai nemici esterni mentre ci vuole un’unione di forze che non dipende dal numero dei partecipanti ma dalla loro coerenza e iniziativa strategica. Meglio meno ma meglio, diceva Lenin.
Occorrerebbe che i grandi centri europei, Berlino, Roma ed anche Parigi, si sbarazzassero delle loro élite asservite all’Occidente (quelle di ieri, sempre più in difficoltà a causa del declino dei vecchi dominanti statunitensi, e quelle in corso di fabbricazione sotto l’egida populistica trumpiana) e si unissero, per interessi reciproci, non di certo per mera “amicizia” tra i popoli, all’unico vero sfidante degli americani nella presente situazione, la Russia. Il nemico del mio nemico è mio amico, una massima sempre valida quando la posta in palio è altissima. Non si tratta di amarci, noi, i tedeschi, i francesi ed i russi, lasciamo queste velleità ai cantori dell’affratellamento europeistico un tanto al chilo, ma di “armarci” di intenti strategici per un obiettivo comune, dettato dall’oggettività dei processi in atto e dall’evoluzione dei rapporti di forza nell’attuale era multipolare e prossimamente policentrica. Questo è un intendimento che deve essere costruito, al costo di sforzi durissimi, di tentativi intermedi di approccio e avvicinamento non senza ripercussioni, anche se i fatti oggi ci smentiscono. Bisogna saper guardare lontano per mutare i destini avversi. Esattamente tutto il contrario di quanto affermato dall’analista di Limes Dottori che in altre occasioni ha mostrato ben altro valore intellettuale. Costui ha detto: “che cos’è che contiene al meglio l’alleanza tra noi e gli Stati Uniti se non la NATO? Per questo motivo per noi la preservazione della NATO rappresenta un interesse nazionale fondamentale. Qui vengo al messaggio forte che vorrei lanciare. L’Europa o è “atlantica” oppure non è, si disfa. Ne dobbiamo essere consapevoli. In questo momento in Europa non abbiamo altra possibilità di diventare forti negozialmente se non rafforzando il nostro rapporto bilaterale con gli Stati Uniti. Non ci sono alternative”. Divenire schiavi da cortile non ci rende meno schiavi di chi sgobba nei campi di cotone ma persino più abietti.
Seguire questo suggerimento è un autentico tradimento, è una rinuncia al futuro, all’edificazione di una sorte diversa da quella sventurata che ci aspetta, perché la situazione peggiorerà in ogni caso allorché il revisionismo geopolitico di potenze come Russia o Cina arriverà alle sue estreme conseguenze. Saremo presi in mezzo ai duellanti in una posizione massimamente svantaggiosa. Quello di Dottori è un invito allo scoraggiamento nel bel bezzo di trasformazioni inevitabili. Questa non è real politik ma rinuncia alla lotta e alla dignità prima ancora di scendere in campo.

Un sondaggio interessante, di GLG

gianfranco

<<<Gli italiani e gli altri paesi: cresce la voglia di isolamento, ma sale la stima per la Russia>>>; art. su Repubblica on line.

è un sondaggio che sembra interessante. Se c’è questo spostamento di “opinione pubblica”, sarebbe indispensabile la formazione di una organizzazione che cominci a lavorare per allontanarsi dagli USA, mettendo in mora i suoi servi (più o meno tutti i partiti italiani, che al massimo possono inchinarsi a Trump invece che ai precedenti vertici) e spostando gradualmente l’alleanza verso la Russia, senza alcun’altra infame dipendenza. Una simile forza non dovrebbe per nulla essere “europeista” (nel senso della melma UE), ma solo cercare collegamenti con gruppi di altri paesi europei interessati più o meno alla stessa politica internazionale. In questi giorni abbiamo visto i disgustosi “sinistri” (ma anche l’altra parte, ad es. i soliti schifosi berlusconiani) sbandierare il tricolore francese, mostrando che questi sono servi di chiunque, salvo schierarsi con il proprio paese. Il Pd ha addirittura, non so in quale parte di questa nostra povera Italia, messo assieme i due tricolori nel suo simbolo di partito; venduti e traditori, che bisognerebbe passare per le armi se si volesse riconquistare un minimo di dignità.

Non parliamo dei sindacati, organi di una parte dei gruppi dominanti che semplicemente giocano al conflitto con i rappresentanti degli imprenditori per dividersi la torta del potere; si tratta infatti di controllare i voti delle “masse” del lavoro salariato. Nella manifestazione d’oggi, però, cade (solo in parte) la maschera poiché alcune organizzazioni del “capitale” scendono in piazza con “i lavoratori”. E notate bene anche la polemica di questi giorni: il reddito di cittadinanza è una iattura perché 780 euro (considerato il limite della povertà) sarebbe superiore a molti salari; ergo, tale scelta scoraggia il lavoro. Avete capito questi delinquenti? Non sono i salari da fame, pagati da vermi che pretendono di definirsi imprenditori; è il reddito contro la povertà che va combattuto per “salvare il paese”, cioè fare gli interessi di questi banditi che si pretendono il “sale del paese”. Sindacati del lavoro e del capitale sono organismi ormai letali, che una forza politica realmente interessata alla vita della collettività nazionale scioglierebbe senza indugi e ne dissolverebbe ogni forma di alimentazione, in specie le organizzazioni finte umanitarie che stanno assorbendo imponenti risorse sottratte allo sviluppo dell’Italia. Sarebbe ormai necessario arrivare a rapidi processi per “alto tradimento”.

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