TERRORISMO INTERNAZIONALE

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Mosca insegue i fanatici islamici anche nel cesso, come disse una volta Putin dando la caccia ai mujaheddin ceceni, sostenuti dalla Casa Bianca, che insanguinavano il loro Paese per imporre la sharia ma, soprattutto, per destabilizzare la Russia. Pochi giorni fa, un altro capo di questa guerriglia, condotta apparentemente in nome di Allah, è stato fatto fuori nelle strade di Kiev. Chissà come mai, ma la domanda è retorica, questi criminali trovano sempre rifugio tra le braccia dei lacchè di Washington. Timur Mahauri, ceceno di cittadinanza georgiana, si era reso protagonista di atrocità nel Donbass contro i separatisti filo-russi e, prima ancora, aveva partecipato all’aggressione dell’Ossezia, nel 2008, agli ordini del pupazzo pro-Usa Mikhail Saakashvili, anch’egli riparato in Ucraina perché inseguito da un mandato di cattura di Tbilisi per reati di corruzione. Mahauri credeva di essere al sicuro nel feudo ucraino, protetto dagli americani e dagli europei, sponsor del nuovo corso democratico di Kiev. Ma che razza di democrazia è quella che ospita la feccia dell’umanità, convinta di potersene servire per le sue imprese sporche? L’unica democrazia possibile ai tempi della supremazia americana. Bruxelles, che ha liberalizzato i visti con l’Oligarchistan di Poroshenko, sta mettendo a repentaglio la sicurezza interna dei suoi cittadini, costretta dalle mire geopolitiche statunitensi a operare contro i suoi interessi strategici. I servi europei, per dar retta agli yankees, stanno trasformando il Continente in un covo di assassini e di teste calde che sfuggono al controllo e mordono la mano che li nutre. L’alleanza con Washington ci porta alla rovina ma gli unici che non vedono questa rovina sono i fantocci che occupano le istituzioni europee. L’Europa deve liberarsi delle catene che la legano alla Casa Bianca stringendo accordi con la Russia. Deve rivedere i suoi patti unitari escludendo i membri più infidi e restrigendo la cabina di regia ai Paesi decisi ad imboccare la strada dell’indipendenza geopolitica. Per ottenere tali risultati bisogna, altresì, che una serie di rivoluzioni politiche interne, a Parigi, Berlino e Roma, spazzino via le classi dirigenti autoctone sottomesse all’atlantismo. Non c’è altra soluzione per invertire questa situazione di sudditanza a Washington che ci sta portando alla disfatta internazionale.

IL PAZZO E’ KIM?

china vs usa

 

Mentre i nostri commentatori del piffero, col loro codazzo di giornalisti dilettanti, sprecano tempo a psicoanalizzare Kim – il pazzo, il folle, l’Hitler del XXI secolo, e via sproloquiando – per leggere qualcosa di sensato bisogna ricorrere alle fonti estere. Anche a quelle statunitensi che, sul tema, appaiono molto più ragionevoli dei servi europei. Secondo gli analisti americani, l’alleanza tra la Superpotenza e la Corea del Sud resta determinante per legittimare la presenza a stelle e strisce in un’area strategica come quella Asia-Pacifico, per contenere la Cina ma anche per sorvegliare paesi amici, con velleità egemoniche, come il Giappone. In Corea del Sud gli Usa hanno un avamposto militare privilegiato che sarebbe impossibile collocare, alle stesse condizioni, in un altro contesto.
Come viene riportato sul sito del Russian International Affairs Council, Washington intende mantenere il suo dominio politico e militare in Asia orientale e impedire a Pechino di rafforzare significativamente le proprie posizioni.

La Cina non farà scoppiare una guerra alle sue frontiere, checché ne dicano i catastrofisti alla Giulietto Chiesa. Cercherà, ricorrendo al soft power con l’alleato e alla persuasione diplomatica con gli Usa, di garantire stabilità nella penisola coreana, continuando a rafforzarsi militarmente.
In prospettiva, Pechino proverà ad estendere la sua influenza in Asia orientale, sottraendo spazio agli Usa. Ma sono processi più o meno lunghi che sfociano in conflitti diretti solo dopo l’esaurimento di innumerevoli mosse tattiche da parte dei contendenti. La guerra è sempre un’estrema ratio tra avversari di grosso calibro. Per ora siamo abbastanza lontani dal punto critico. Ovviamente, Washington vuole evitare che le mire cinesi si concretizzino. Mantenendo una energica presenza politico e militare in Asia orientale tenta di scongiurare tale eventualità.
Gli americani restano in relativo vantaggio anche in quest’area ma alcune loro iniziative, spesso affrettate, testimoniano di un cambio di stato d’animo alla Casa Bianca. Il dispiegamento di scudi spaziali in territorio sud coreano, accresce i sospetti cinesi. La Corea del Nord non costituisce una minaccia tale da giustificare questo dispiegamento di mezzi. Ergo, gli americani si stanno premunendo contro la Cina. Gli Usa hanno usato speculare espediente in Europa contro la Russia, anche se inizialmente avevano affermato di voler proteggere il Vecchio Continente dall’Iran.
In ogni caso, come sostiene giustamente il RIAC, Pechino è interessata “alla prolungata esistenza della Corea del Nord, governata o meno dalla dinastia Kim”, anche se quel paese dovesse assurgere allo status di potenza nucleare de facto. I cinesi temono “che il crollo del regime nordcoreano possa provocare l’ancoraggio del Nord al Sud, formando così uno stato coreano unificato con capitale Seoul” e decisamente filo-americano. Le ambizioni cinesi in Asia ne uscirebbero ridimensionate se non a pezzi.
Piuttosto, la Cina è decisa ad espellere Washington dalla Penisola Coreana. Non è una questione di giorni o di mesi, si tratta di un obiettivo decisivo di lungo termine. Il programma missilistico nucleare di Pyongyang potrebbe essere un iniziale deterrente contro la presenza americana in quella zona. A quel punto, le basi statunitensi in Corea diventerebbero inutili. Un attacco a Pyongyang costerebbe a Washington una rappresaglia con distruzione delle sue “stazioni militari” di Honolulu, Seattle o Los Angeles.
Inoltre, l’affare coreano è un ottimo diversivo mentre la Cina cerca di “occupare” il Mar Cinese meridionale. Il dossier coreano è anche possibile merce di scambio. Infatti “Pechino potrebbe chiedere che gli Stati Uniti di ridurre il proprio sostegno a Taiwan come sovrapprezzo per la sua disponibilità a cooperare sulla Corea del Nord. I problemi nord coreani e taiwanesi sono reciprocamente interrelati. Fu l’inizio della guerra di Corea a spingere il presidente degli Stati Uniti, Harry Truman, ad offrire una protezione navale a Taipei, che prosegue sino ad oggi. La Cina non vuole far scomparire la Corea del Nord dalla mappa politica e continuerà a considerare tale paese come suo patrimonio geopolitico, almeno fino a quando la rivalità di Pechino con Washington, per la penisola coreana e tutta l’Asia orientale, continuerà. Se la Corea del Nord fosse destabilizzata dall’interno con la minaccia della disintegrazione del regime politico e della nazione, Pechino farebbe tutto il possibile per impedire a Seul di riannodare il Nord. Le truppe cinesi invaderebbero la Corea del Nord ben prima di qualsiasi passo dell’alleanza sud-coreana. Probabilmente Pechino avrebbe ragioni legali per farlo agendo su invito e con il consenso di Pyongyang” (Riac).
E la Russia (che con la Corea condivide un breve tratto di confine)? Per ora Mosca converge sulla posizione cinese, perché dagli Usa ha ricevuto solo affronti e provocazioni. Anche il Cremlino vuole sfruttare questa crisi per ottenere qualcosa dai padroni del mondo o per potenziare l’intesa con i cinesi. Ciascuna delle due opzioni è sul tavolo proprio perché non è l’amicizia ma l’interesse a guidare la geopolitica.

UN MODESTO “AVVERTIMENTO”, di GLG

gianfranco

 

 

Qui

 

finirà probabilmente come la crisi dei missili sovietici a Cuba nel ’62; anche se le cose stanno in modo certamente differente. Il “folle dittatore” nordcoreano, criticato pure dalla Cina, non agisce in modo scoordinato da quest’ultima. Chissà quante telefonate o altre comunicazioni ci sono tra i due governi. La Russia, che si trova in forte tensione con gli Usa – anche questa alimentata in buona parte per motivi di copertura di altre manovre – gioca alla mediazione e invita alla calma. Il Giappone e la Corea del Sud, “minacciate” (sanno benissimo di non correre alcun  pericolo), ne approfitteranno per cominciare a dotarsi di maggiore autonomia bellica (o almeno a mettersi in quest’ottica per convincere il proprio popolo, e soprattutto quello degli Usa e di altri paesi, di tale impellente necessità), il che le renderà un domani preparate ad una maggiore autonomia dagli Stati Uniti e a giocarsi in proprio il conflitto per le sfere d’influenza in area asiatica. Naturalmente questo le porterà in maggior urto con la Cina, ma anche quest’ultima ha interesse che in quell’area diminuisca l’influenza statunitense onde potersi giocare la supremazia con le concorrenti potenze (o subpotenze) della regione. Negli Stati Uniti, in cui continua il contrasto tra il nuovo presidente e il precedente establishment, ancora molto attivo, Trump deve ben barcamenarsi nei suoi rapporti internazionali con mosse infatti contraddittorie, ma non improvvisate. Si accentuano i conflitti (e sanzioni) con la Russia, con la Cina (anche attraverso la crisi con la Corea), ma sicuramente si svolgono molti colloqui “sotto coperta”. Potrebbe anche esserci bisogno di qualche “scaramuccia” un po’ più energica del solito, ma non scoppierà alcuna guerra di proporzioni preoccupanti per l’intero mondo; almeno non per un periodo non proprio breve. Poi certamente vi sarà il solito e “normale” regolamento di conti; ma più avanti, per un’altra generazione. Se tutto questo, nell’attuale fase di alcuni anni, consentirà a Trump di non essere scalzato, dovremo ben riconsiderare la ristrutturazione delle sfere d’influenza dei vari paesi. E lo stesso comunque dovremo fare, ma con conclusioni diverse, se invece i nemici dell’attuale presidente Usa riusciranno nel loro intento. E lasciamo i vari coglioni sempre all’opera blaterare sulla globalizzazione dei mercati, sul dominio di una massoneria finanziaria al vertice del mondo (il che, se fosse vero, garantirebbe una pace perpetua) e le altre idiozie di mentecatti vari, che cercano, ormai ridicolmente, di sviare l’attenzione della gente dai reali giochi condotti dagli effettivi gruppi dominanti di alcune maggiori potenze con i loro accoliti e sicari al seguito. Il fallimento di tutto il vecchio armamentario politico e intellettuale è ormai manifesto e clamoroso. Guai se la gente non capisce di avere a che fare con furfanti, per di più ritardati mentali; avrà guai seri, non nel senso della guerra mondiale, ma del totale disfacimento sociale e culturale.

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REDUCTIO AD HITLERUM (G.P.)

I giornali sono un vero immondezzaio. Sempre schierati dalla parte del più forte, stravolgono logica e buon senso pur di sostenere la improponibile versione dei loro padroni. C’è un piccolo paese, la Corea del Nord, di 24 milioni di abitanti, minacciato ai suoi confini da due eserciti stranieri, quello sud coreano e quello statunitense (ma anche da quello nipponico che fino al 1945 ha tenuto sottomessa la Penisola). La presenza americana in Corea del Sud si sostanzia in 8 basi militari e 37 mila soldati. La Corea del Nord dista più di 10 mila km dagli Stati Uniti e non ha né basi né militari dislocati fuori dal suo territorio, contrariamente agli yankees che sono ovunque. E’ la solita storia del lupo e dell’agnello che inquinerebbe, bagnandosi il muso a valle, l’abbeveratoio alla bestia feroce collocata a monte. Considerata la posizione geografica della Corea del Nord, che confina con la Cina ma anche con la Russia, nazioni sfidanti il dominio degli Usa sul pianeta, si comprende facilmente tra quali pressioni geopolitiche questo Stato deve ponderare la sua dottrina estera e a quali influenze multiple deve sottostare (come scrive La Grassa poco sopra).  Per rintuzzare i rischi che derivano da questa situazione alla sua sicurezza, supportata tecnologicamente da Mosca e Pechino, Pyongyang cerca di assurgere allo status di potenza nucleare ed effettua, al pari di altri Stati, test esplosivi e balistici finalizzati ad assicurare la sua difesa. Apriti cielo. Sui quotidiani hanno fatto già scoppiare la III Guerra Mondiale. La sola probabilità che la Corea del Nord si doti di un ordigno di distruzione di massa (sotto l’occhio vigile dei suoi alleati più forti) è un pericolo per l’umanità mentre il fatto che i suoi avversari ne siano già in possesso da decenni, e che l’abbiano persino usata in passato, costituirebbe garanzia di pace per tutti. La reductio ad hitlerum ricade immancabilmente sulla testa di Kim Jong-un ma non sul ciuffo di Trump o, prima di lui, sul cespuglio di Obama perché l’America è buona per statuto ontologico e nessuno deve criticarla nonostante la scia di sangue e distruzione che essa si lascia dietro da oltre 70 anni.

Ricordatevi delle parole di Balzac:

Il giornalismo, invece di essere un sacerdozio, è divenuto uno strumento per i partiti; da strumento si è fatto commercio; e, come tutti i commerci, è senza fede né legge. Ogni giornale è una bottega ove si vendono al pubblico parole del colore ch’egli richiede. Se esistesse un giornale dei gobbi, esso proverebbe dal mattino alla sera la bellezza, la bontà, la necessità dei gobbi. Un giornale non è più fatto per illuminare, bensì per blandire le opinioni. Così, tutti i giornali saranno, in un dato spazio di tempo, vili, ipocriti, infami, bugiardi, assassini; uccideranno le idee, i sistemi, gli uomini, e perciò stesso saranno fiorenti. Essi avranno i vantaggi di tutti gli esseri ragionevoli: il male sarà fatto senza che alcuno ne sia colpevole…

TRA RUSSIA E USA

RUSSIAN PRESIDENT VLADIMIR PUTIN VISITS CHINA

Il principale avversario geopolitico degli Stati Uniti d’America è sicuramente la Federazione Russa. Non la Cina, come continuano a sostenere molti analisti sviati da una visione economicistica dei processi mondiali (sono gli stessi che negli anni ’80, basandosi su dati meramente econometrici, annunciavano il nuovo secolo giapponese), né altri Paesi cosiddetti emergenti che, recentemente, hanno rallentato molto la loro corsa, non solo finanziaria ma anche politico-diplomatico-militare (Brasile, India, Sud Africa ecc. ecc.).
Che sia Mosca la vera preoccupazione di Washington lo dimostra la manovra di accerchiamento che la Casa Bianca, indipendentemente dai Presidenti in carica, applica al gigante euroasiatico. La Russia è una media potenza regionale, con una memoria da superpotenza, che può essere ancora agevolmente limitata da Washington attraverso mezzi “ibridi”. Tuttavia, in prospettiva, un’intesa tra la prima e le potenze europee (Germania innanzitutto, ma anche Francia e Italia) rappresenta una sfida diretta all’egemonia occidentale che crea ben altre preoccupazioni negli statunitensi. Impedire che si concretizzi questa possibilità è il pensiero fisso della strategia americana. Da ciò si comprende che il teatro decisivo in cui si giocheranno le sorti del mondo, nell’incipiente epoca multipolare, sarà il Vecchio Continente, attualmente governato da forze reazionarie, legate agli egemoni d’oltreoceano, le quali, nel tentativo di fermare la Storia, stanno consumando la vita di interi popoli e nazioni.
La Russia dovrà fare di tutto per uscire dall’isolamento in cui si è tentato di relegarla, dovrà rafforzarsi solitariamente mentre i suoi vicini vivono queste convulsioni da mutamento epocale e prepararsi a stringere accordi anti-monocentrici con quegli Stati europei che, condizionati dall’evoluzione oggettiva degli eventi, si incammineranno sulla strada del revisionismo geopolitico. E’ inevitabile che accada ma non sono scontati gli esiti della partita. La grande competizione per il destino degli assetti globali è ancora tutta da giocare.
Al momento, non dobbiamo però nasconderci la realtà. Mosca è messa a dura prova dalle mosse americane. Sebbene sia riuscita, momentaneamente, a proteggere i suoi interessi in Siria, in Europa ha subito qualche battuta d’arresto di troppo. Come riporta Stratfor, Paesi Baltici, Ucraina ed ex membri del Patto di Varsavia, profondamente americanizzati, sono spine nel fianco della Russia e dei suoi progetti di ripristino di una sfera d’influenza adeguata alle sue potenzialità:
Le azioni militari e paramilitari della Russia in Crimea e nell’Ucraina orientale, in risposta alla rivolta occidentale di Euromaidan a Kiev, si sono scontrate con una serie di rappresaglie…L’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico è all’avanguardia per presenza e impegni di sicurezza in Polonia, Paesi Baltici e Romania. Gli Stati Uniti e la NATO hanno aumentato la sicurezza anche per l’Ucraina, in quanto il paese sostiene le sue capacità militari per soddisfare gli standard di difesa del blocco. Kiev, nel frattempo, ha lavorato per rovesciare i ribelli filorussi nel Donbass…. Bruxelles e Washington hanno messo sanzioni sul Cremlino, in vigore da più di tre anni. Kiev ha cominciato a tagliare i suoi vasti legami economici con Mosca, instaurando un blocco economico nei territori separatisti [su iniziativa della Cia e dei consiglieri militari americani, ndt], mentre proibisce alle istituzioni finanziarie russe, come Sberbank, di fare affari in Ucraina. Inoltre, l’Ucraina ha seguito l’esempio di Stati come la Polonia ricorrendo a nuovi fornitori in Europa per soddisfare i propri bisogni energetici anziché la Russia…i controlli al confine con l’Ucraina hanno reso difficile per le merci e le persone a passare e uscire dalla Transnistria, un altro territorio che la Russia sostiene…
Non va meglio sui fronti informatici e culturali. …Il Consiglio europeo ha annunciato un framework denominato “cassetta degli attrezzi della cyber diplomazia”, lo scopo è di unificare le risposte comuni…contro gli attacchi di Mosca. L’Ucraina ha vietato i principali social media russi e i siti di posta elettronica, mentre gli Stati baltici li hanno bloccati. I legislatori a Kiev hanno superato la legislazione che limita l’uso della lingua russa nelle trasmissioni televisive e radiofoniche. E il parlamento della Lituania ha approvato un simile disegno di legge per limitare l’uso delle lingue “non UE”, vale a dire quella russa, nella programmazione televisiva … I partiti politici in Germania hanno concordato di contrastare la disinformazione russa non usando bot automatici nelle loro campagne di social media, sono sorti nel paese centri anti-propaganda, così come in Danimarca, Estonia, Lituania e Regno Unito. Consorzi di controllo dei fatti e partenariati transfrontalieri giornalistici sono nati in tutto l’Occidente. Ad esempio, l’Alleanza per garantire la democrazia, un gruppo US ospitato presso il German Marshall Fund, ha lanciato un sito web Aug. 2 per monitorare e analizzare le offensive di disinformazione del Cremlino su Twitter. Tutti questi sforzi hanno … reso più difficile per la Russia usare la disinformazione per influenzare l’opinione pubblica…[che, invece, viene influenzata bellamente solo dagli americani, ma questa per i padroni si chiama democrazia, ndt]. …
Stratfor ha, ovviamente, tutto l’interesse a diffondere un quadro a tinte fosche esclusivamente per Mosca. Non è esattamente come nella descrizione ma è indubitabile che il Cremlino debba, in questa fase, giocare ancora sulla difensiva perché non attrezzato ad un attacco frontale alla controparte. Le cose cambierebbero tanto con una Europa meno ostile alla Russia e meno serva degli americani ma la governance unitaria è espressione della Casa Bianca. L’Europa, precipitata in una crisi d’identità, di sovranità e di benessere (soprattutto nelle sue aree periferiche e semi-periferiche e nei suoi ventri molli mediterranei come l’Italia) dovrebbe guardare ad Est per risollevarsi dai suoi guai, prendendo coscienza che la dipendenza dagli Usa è un fardello troppo pesante da sopportare in una contingenza di scollamento globale come quella in atto. Gli Usa faranno, ça va sans dire, l’inferno pur di impedire un riavvicinamento Mosca-Bruxelles. Ma passare attraverso l’inferno potrebbe essere persino più costruttivo (per le proprie aspirazioni di potenza) che restare sotto il tallone di ferro di un dominante in (relativo) declino, il quale, per mantenere il potere, si mostra disposto a passare sul cadavere di tutti e sulle macerie di molte scenari.

FORME VARIE DEL CONFLITTO MULTIPOLARE, di GLG

gianfranco

Continua la sceneggiata che, come tutte le sceneggiate, può avere soluzioni gravi, meno gravi, moderate, a seconda dell’evoluzione di un confronto tutto sommato triangolare: Usa, Cina, Russia. Ovviamente, in tale confronto gioca un ruolo primario il Nord Corea. Del tutto esagerate, e non certo per follia del leader nordcoreano, le sue affermazioni del tipo: cancelleremo gli Stati Uniti dalla faccia della terra. Più credibili, questo va da sé, le affermazioni di Trump. In ogni caso, continuo a ritenere che la soluzione, alla fine escogitata, non sarà per nulla qualcosa di “sfuggito di mano”. La faranno magari passare per tale, ma sarà stata invece pensata e ripensata e “rimodellata” chissà quante volte. Tuttavia, sono pure convinto che ancora non sia stata presa la decisione definitiva. E nemmeno, quando verrà presa, sarà quella pienamente approvata dai suddetti “tre attori”; è abbastanza chiaro che sarà più vicina alle preferenze di uno dei tre e, anche fra gli altri due, vi saranno livelli diversi di insoddisfazione. Il tutto è con molta probabilità dovuto in particolare allo scontro in atto negli Stati Uniti con la necessità, per gli avversari di Trump (e di coloro che in qualche modo costui rappresenta), di far presto a mutare il risultato – decisamente inaspettato anche fra i servitori europei – delle elezioni presidenziali americane. E credo che anche Russia e Cina – senza tante consultazioni fra loro – stiano valutando che cosa conviene meglio loro in merito all’esito dello scontro interno ai gruppi dominanti americani.

Altra “sparata” per nulla affatto improvvisata di Trump è quella relativa al possibile intervento militare in Venezuela. Maduro ha chiesto un colloquio telefonico per allentare la tensione e gli è stato risposto che questo verrà concesso quando sarà ristabilita la “democrazia” e garantita la “libertà” al popolo venezuelano. Si potrebbe fare ironia, ricordando gli interventi americani in Cile e in mille altri posti, non solo in Sud America ma in tutto il mondo; ultimi fra questi, quelli in Siria, in Libia e nord Africa, in Ucraina (e prima in Georgia), ecc. Gli Stati Uniti sono il bubbone che impesta il mondo da decenni e decenni, malgrado alcuni elementi di più benevola considerazione di quel paese (ma non in tema di politica, tanto meno di “democrazia” e “libertà”). In ogni caso, va rilevato più freddamente che le minacce contro il Venezuela – pur se lì s’instaurasse una “dittatura” è cosa che riguarda solo quel paese e nessuno dovrebbe metterci il naso, se veramente vigesse il principio della “libertà”, che significa pure non ingerenza negli affari interni di una data “collettività” – servono a Trump anche per finalità interne, ponendo in evidenza la differenza tra la strategia dei suoi centri sostenitori rispetto ai precedenti. Viene chiaramente fatto capire che gli Usa devono tornare, proprio come ai tempi di Pinochet, a considerare il Sud America (e anche il Messico e i paesi del Centro-america) area decisiva per la sicurezza del paese, area in cui non consentire alcuna infiltrazione di forze politiche – sia pure orientate da finalità ormai vetuste e definitivamente fallite nei tempi trascorsi – con intenti di propria autonomia rispetto a chi si è sempre considerato totalmente egemone in tutto quel continente, da nord a sud.

Possiamo essere solo spettatori di questo complesso “gioco” che, a mio avviso, è ancora connesso alla situazione di crescente (non in modo lineare e continuo) multipolarismo; mentre si è ancora lontani da un effettivo policentrismo, che potrebbe portare alla risoluzione del conflitto mediante netti e decisivi scontri bellici di tipo globale tra due schieramenti antagonisti “coagulatisi” in funzione dello stesso. Ma questo ben più in là nel tempo.
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MISCELLANEA, di GLG

gianfranco

Qui

Russia e Cina hanno votato le sanzioni ONU contro la Corea del Nord e i ministri degli esteri cinese e nordcoreano si sono incontrati; ufficialmente il cinese ha rivolto un invito al suo collega affinché il paese che rappresenta si astenga da “provocazioni” tipo test nucleari e lancio missili. Quindi solo alcune grandi potenze possono munirsi di dati “deterrenti” bellici, gli altri devono sottostare al predominio di queste. Sono convinto che Usa, Russia e Cina intrattengono anche colloqui nascosti fra loro, di cui è difficile ipotizzare il concreto svolgimento. La sensazione è che non si voglia troppo intralciare Trump, che cerca con certe azioni di difendersi dagli attacchiamo  dell’establishment avverso, sempre in pieno attacco (anche perché più passa il tempo e più difficile diverrà l’operazione anti-Trump, condotta insieme da democratici e larghe quote dei repubblicani). Nel contempo, soprattutto la Russia invita il presidente americano a non esagerare in questa dimostrazione di forza (appunto ad uso interno). Difficile adesso sapere se verrà concessa o meno agli Usa la possibilità di aperte azioni militari per dimostrare ai nemici interni la capacità di decisione del suo presidente. Di sicuro, a mio avviso, i due paesi ex-“socialisti” vorranno comunque precise assicurazioni che ciò, se avvenisse, non preluderà ad alcun tentativo di riunificazione del paese sotto la direzione delle forze politiche sudcoreane; un po’ come accadde alla DDR nei confronti della BRD (Germania occidentale) dopo il 1989 con il pieno accordo dello sfasciacarrozze Gorbaciov. In ogni caso, si nota ancora una certa debolezza delle potenze “concorrenti” degli Usa. Siamo lontani da certi confronti tra Usa e Urss, pur se quest’ultima aveva sempre in seno forze di indebolimento (si pensi a Kruscev), che poi alla fine prevalsero appunto con il mediocre Gorbaciov e con l’aperto “traditore” Eltsin. Da seguire attentamente questa situazione, punto di snodo pure del conflitto in corso all’interno degli Stati Uniti

P.S. Qui
Mi consento di restare tranquillo di fronte a questa tensione crescente. Nella realtà, non esiste Davide che uccide Golia; lo sa bene il leader nordcoreano e ancor più la Cina, che tiene sotto controllo la situazione. E’ evidente che vi sono contatti tra cinesi e gli Usa dei centri trumpiani. E probabilmente, pur se in modo meno diretto, sono coinvolti anche i russi. Quale sarà il gioco effettivo e fin dove si spingerà? Si arriverà a scaramucce, più o meno pesanti, tra nordCorea e Stati Uniti? Difficile a dirsi. Comunque, mi par di capire ch Russia e Cina preferiscano avere di fronte Trump piuttosto che il vecchio establishment. E non perché il presidente americano sia connivente con il “nemico” (come si cerca di sostenere con il “russiagate”), ma semplicemente perché intende riportare un po’ di ordine in date situazioni (nel “cortile di casa” come nelle zone africane e mediorientali e un po’ in tutto il mondo, progressivamente) onde ristabilire più precise linee di confronto (che sarà comunque duro) nel medio periodo. Ciò però sembra convenire anche ai due paesi avversari. Comunque, è una situazione “in farsi” e che potrebbe mutare se riesce l’operazione anti-Trump di vasti settori statunitensi.

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Qui

Sia chiaro che non mi convince per nulla tutta la canea che si sta sollevando sulla feroce “dittatura” che ormai sarebbe imposta da Maduro ad un paese impoverito, ma con tanta sete di “democrazia e libertà”. Sappiamo bene chi sono i portatori di queste “trovate”; e sappiamo bene quali forme democratiche e liberatorie abbiano portato nel mondo gli Usa e il loro servitorame annidato soprattutto nella Nato e più tardi pure nella UE. Gli Stati Uniti hanno ormai mostrato in lungo e in largo di essere sempre stati governati da establishment ben criminali. Certo la politica non è fatta – se non nelle campagne promosse dagli ipocriti – per esprimere i migliori sentimenti di umanità. Tuttavia, gli Usa (non solo loro, ovviamente) hanno pienamente dimostrato di non essere secondi a nessuno in fatto di crudeltà e ferocia; e gli europei (a partire dall’“illuminata” guida dei “padri” di questo miserando insieme di paesi) non sono secondi a nessuno in fatto di ipocrisia e di vile e miserabile servilismo nei confronti dei prepotenti e arroganti d’oltreatlantico. Oggi poi mi sembra che una delle revisioni “trumpiane” alla precedente strategia obamiana sia la ripresa in attenta considerazione della necessità di ritornare al controllo stretto del cosiddetto “cortile di casa” (Messico e SudAmerica). Senza per nulla dimenticare il contenimento della Russia, malgrado le colossali bufale del “russiagate” necessitate da un conflitto interno non ancora del tutto chiaro nei suoi reali obiettivi (che non sono solo le smanie di potere di gruppi politici americani diversi).
Detto questo, non mi convince nemmeno il modo d’agire del vertice venezuelano, che temo aiuterà gli avversari a scalzarlo, isolandosi sempre più e perdendo molti possibili appoggi. Soprattutto, però, desidererei che la si smettesse, da una parte e dall’altra (da parte dei nemici come di coloro schierati con Maduro), di dichiarare comunista il regime di quel paese; così come mi irritavo per la stupidità di coloro che cianciavano della politica di Chavez come se si stesse costruendo il socialismo del XXI secolo. Non c’entra nulla né il socialismo né il comunismo. Si è trattato senz’altro, e si tratta ancora, di politiche di resistenza al predominio americano. Sono da approvare, possono riscuotere simpatia da parte di chi è nettamente contrario alla criminalità dei dirigenti di quel paese, di cui è incredibilmente accettata qui da noi la pantomima sulla “democrazia”, sulla “liberazione” dal fascismo, sulla condanna dei criminali nazisti a Norimberga, e altre belle e ben propagandate trovate dei gruppi dominanti di un paese nato dal genocidio degli indiani e che ha compiuto massacri un po’ dappertutto, con i metodi più violenti e selvaggi. Tuttavia, non si vincerà mai con una ideologia ancora fondata sull’antimperialismo di tipo terzomondista, incapace perfino di realizzare ciò che riuscì almeno al regime sovietico, l’industrializzazione del paese. Quello sudamericano è sempre stato un preteso “socialismo” fondato su masse popolari di grande miseria, assai simili al “lumpenproletariat” (tanto inviso a Marx e ai veri marxisti), di cui nemmeno si sono sollevate realmente le condizioni di vita. E’ una politica perdente, e giustamente perdente, non serve a nulla. Non basta urlare contro la prepotenza americana. Possiamo essere d’accordo su questo, ma con la consapevolezza che l’arroganza criminale dei “padroni” prevarrà fin quando troverà avversari di simile debolezza e ancorati a idee comuni(tari)stiche che mi sembrano molto antiquate e fallimentari.

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Mattarella: “Il dramma di Marcinelle [8 agosto 1956] è un motivo di riflessione verso coloro che oggi cercano anche in Italia opportunità che noi trovammo in altri paesi e che sollecita attenzione e strategie coerenti da parte dell’Unione Europea”.

Grasso: “Marcinelle è un luogo di dolore, ma sempre di più anche di speranza, perché anche da qui è partito il processo dell’integrazione europea” [quel processo, come messo in luce dal ritrovamento di importanti documenti da parte dello storico Joshua Paul, finanziato dagli Usa che, tramite i “venerandi padri dell’Europa”, crearono una loro succursale di vili sempre pronti a servirli].

Boldrini: “L’anniversario della tragedia di Marcinelle ci ricordi quando i migranti eravamo noi. Oggi più che mai è nostro dovere non dimenticare”

Si tratta delle tre massime cariche di questo povero Stato italiano (mai ridotto così male) e bisogna quindi astenersi da commenti appropriati, visto il clima di “democrazia e libertà” imperante da quando ce lo hanno imposto gli americani, campioni di questo clima sociale idilliaco. Dico solo che mi vergogno profondamente per loro e per quegli italiani che ne seguiranno il verbo.
Il 20 giugno del 1946 fu firmato tra Italia e Belgio un accordo che prevedeva – per vincere la “bataille du charbon” – l’invio di alcune decine di migliaia di lavoratori italiani (2000 a settimana) di non più di 35 anni. Non si trattava, come nel caso odierno, di migranti in fuga né clandestini, alla ricerca di un “miraggio”; senza dubbio, almeno in molti casi, instillato in loro da organizzazioni criminali e anche da forze politiche in affanno e di una meschineria e vigliaccheria tali da cercare di avere a disposizione truppe per resistere alla caduta di credito e di stima. I nostri lavoratori di allora erano veramente poveracci senza lavoro e che accettavano condizioni pesantissime – e privi di protezioni criminali e non molte nemmeno da parte legale e ufficiale – pur di mantenere le loro famiglie, da cui spesso si separavano per molto e molto tempo. Non metto in dubbio che anche tra gli immigrati in Italia – ma soprattutto per quanto riguarda quelli precedenti la “primavera araba” – ci siano tante “brave persone”, qui arrivate per sopravvivere e aiutare le loro famiglie. Tuttavia, tra gli ultimi massicci arrivi, sembra proprio che prevalga tutt’altro genere di individui. Hanno pretese che i nostri lavoratori in Belgio (o in Svizzera, ecc.) nemmeno potevano pensare; non tutti, ma in buona quantità, si danno a reti di criminalità o di mendicanti. In molti, troppi, casi sono privilegiati in fatto di sistemazione in alloggio (per i senza tetto) o per quanto riguarda l’assistenza sanitaria. Non rispettano le nostre leggi (figuriamoci se ciò era permesso in Belgio a quell’epoca) e si permettono atti collettivi come quelli dell’articolo citato all’inizio, che si ripetono in continuazione.
Tuttavia, ripeterò ancora che tutto ciò accade non tanto per specifiche caratteristiche negative dei migranti di questi ultimi anni – il positivo e il negativo esistono sempre e, più o meno, nelle stesse proporzioni se non intervengono, appunto, fattori peculiari – ma soprattutto per la degenerazione profonda delle forze politiche che hanno assunto il comando nel paese dopo l’eliminazione giudiziaria – ma su precise indicazioni politiche provenienti da oltre atlantico – della prima Repubblica. Continuiamo per inerzia ad usare i soliti termini di un tempo. Quella che indichiamo come “sinistra” è però la marcescenza e putrefazione, di portata storica quasi unica, di movimenti “di protesta”, che ebbero fulgore negli anni della “rivolta” contro tutto e tutti, con una serie di ideologie che si volevano “futuriste” e “immaginifiche” e facevano presa su masse studentesche gravemente deprivate di facoltà raziocinanti e ammesse in massa, con decisione improvvisata e improvvida, agli studi detti “superiori”. Non che fosse positiva l’Università “ristretta” pre-’68, non oserei mai sostenere una simile corbelleria. Tuttavia, l’apertura non ha trovato affatto un corpo insegnante preparato; e quei pochi decenti sono stati investiti da masse di veri “alieni urlanti”, pieni di pretese, per nulla affatto contrastati dai ceti dirigenti, più o meno per gli stessi motivi per cui oggi vengono accolti in massa i migranti, senza la benché minima selezione. Il tutto si è via via trasformato in grave infezione. E oggi ne raccogliamo i frutti, “avvelenati”.
Non traggo conclusioni e non mi sogno di lanciare appelli salvifici. E’ un’infezione vasta e profonda; finché si useranno dei palliativi, il male si aggraverà. Bisogna incidere, far uscire il pus, disinfettare le ferite con prodotti estremamente radicali nella loro azione eliminatoria dei tanti germi in circolazione.
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MADURO CHE DURI

CHAV

 

La situazione in Venezuela è precipitata, dopo il referendum sulla Costituente di qualche giorno fa, e non si escludono colpi di mano violenti delle opposizioni, con l’appoggio dei governi occidentali. ll segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, vorrebbe defenestrare Nicolas Maduro, ingerendosi pesantemente negli affari di un Paese sovrano. Una violazione delle regole internazionali che però non indigna la stampa mondiale, perennemente prona agli interessi di Washington. Immaginate se Putin avesse dichiarato, così schiettamente, di voler rimuovere Poroshenko. La reazione dei media e dei “circhi” democratici filo-atlantici sarebbe stata di diverso tenore. “Stiamo valutando tutte le nostre opzioni politiche per creare un cambio di condizioni in cui o Maduro decide che non ha un futuro e vuole andarsene di sua spontanea volontà, oppure noi possiamo riportare i procedimenti governativi alla loro costituzione”, afferma Tillerson che, evidentemente, ritiene il Venezuela un’appendice degli Usa e non uno Stato autodeterminato.
Auspichiamo la strenua resistenza del gruppo dirigente chavista, fino alla sconfitta dei traditori interni e dei loro padrini esteri, tuttavia dobbiamo registrare l’incapacità dei vertici statali a compattare la società venezuelana. Le ricette finanziarie dei cosiddetti socialisti del XXI secolo si sono rivelate inadeguate a risolvere la pesante crisi che attraversa la nazione. Le battaglie per far uscire dalla povertà i ceti emarginati sono sacrosante ma per affrontare le sfide della fase occorre saper rilanciare tutta l’economia, favorendo il benessere dei ceti medi e stimolando gli investimenti delle imprese strategiche che non possono essere usate come enti assistenziali.
Qualche anno fa scrivemmo che queste sarebbero state le difficoltà a cui sarebbero andati incontri i post-chavisti. Quest’ultimi non sono aiutati da un approccio ideologico datato che mal si concilia con le esigenze dell’epoca multipolare. Non è elegante autocitarsi ma tant’è: “Le conquiste sociali del chavismo in Venezuela (che sono senz’altro da preservare) reggeranno unicamente se il Paese riuscirà a collocarsi intelligentemente negli spazi in ridefinizione della geopolitica intercontinentale, conservando ed accrescendo la propria autonomia decisionale. Parliamo di un popolo che fino ad alcuni anni fa soffriva di analfabetismo, elevata mortalità infantile, malnutrizione, disoccupazione, bassi salari, assenza di cure mediche ecc. ecc. Tutti temi messi al centro dell’agenda politica dall’ex Colonnello con le sue missioni volte a forgiare uno stato sociale funzionale ed accessibile. In era di scoordinamento multipolare – in cui i sistemi faticano a trovare la quadra perché non esistono stabili centri di riferimento e di regolazione politico-economica e in cui si accende una strenua concorrenzialità tra i competitors globali – non si respinge la crisi finanziaria senza fortificare le imprese di punta e la sovranità statale. Ad ogni modo, il bolivarismo dovrà coniugarsi, fino a snaturarsi nei suoi elementi idealistici incongrui, con l’oggettività di un certo modello di sviluppo, escogitando formule di identificazione e partecipazione pubblica meno fantasiose del socialismo del XXI secolo. Che sarà costretto dal corso degli eventi, quasi certamente, a segnare il passo. Un’altra incognita seria per i bolivaristi si apre proprio in questo periodo, con la successione ad Hugo Chavez. Nicolas Maduro ha qualità inferiori ed esercita meno seduzione del suo predecessore. Alle ultime elezioni si è affermato di misura sullo sfidante Henrique Capriles Radonski, che dice di ispirarsi al leader del PT brasiliano, Inácio Lula. Sta di fatto che scopriremo presto se dietro l’ex Presidente Chavez si è formato un gruppo dirigente all’altezza dei suoi compiti o se questa esperienza si concluderà tra spinte centrifughe intestine e provocazioni indotte da agenti forestieri, sempre all’opera in tutto il Sud America. Ci sono sintomi di lotte interne e divisioni acerrime che non promettono nulla di buono…L’avvenire dello Stato Venezuelano è legato al destino dell’intera area sudamericana e caraibica. Non si può dire che geopoliticamente il socialismo del XXI secolo abbia interpretato quel ruolo di aggregazione che era nei proponimenti dei suoi fautori, tanto che il più potente vicino nordamericano sembra non esserne così preoccupato. Gli Usa lasciano fare, convinti di ristabilire l’ordine in un secondo tempo, essendo attualmente trascinati su palcoscenici regionali e transcontinentali da essi ritenuti più fulcrali nell’attuazione della loro strategia generale” (Qui) . Forse, nei disegni americani, quel momento si è avvicinato, essendo in definizione le questioni in altri scenari.
Ps. Tutti quelli che stanno accusando Maduro di essere un delinquente ed un sanguinario non meritano alcuna considerazione. Chi lo sta osteggiando, in patria e fuori, è almeno un brigante e mezzo rispetto al “bandito” venezuelano.
Ps.2 Nutro molta simpatia per il Venezuela, luogo dove è sepolto Giovanni Petrosillo. Mio nonno. I miei parenti si lamentano del caos e della povertà. Non ho ragione di dar loro torto ma le cose possono sempre peggiorare come insegna la storia di quel Paese.

DAGLI USA AL MONDO: INCERTEZZA E IMPREVEDIBILITA’

gianfranco

Qualcuno ha cominciato negli Usa – qualcuno del partito democratico, ovviamente, e membro del Congresso, se non erro – a chiedere l’impeachment di Trump. Poco mi interessano i fatti relativi alle mail che inguaierebbero suo figlio e dunque pure lui. Il fatto ricorda, anche se un po’ alla larga, la campagna per l’impeachment di Nixon, in seguito al watergate, la scoperta delle solite “quisquilie” attribuita come merito a due giornalisti, invece imbeccati da Mark Felt, dirigente dell’Fbi ed evidentemente al servizio di centri americani contrari a quella presidenza, cioè ostili ad altri centri ispiratori della forse più intelligente strategia nixoniana, suggerita in particolare da Kissinger. Il presidente americano aveva aperto alla Cina (di Mao) e, dopo il forte bombardamento su tutto il Nord Vietnam compresa Hanoi nel dicembre 1972, aveva intavolato trattative con tale paese conclusesi a Parigi con un trattato il 27 gennaio 1973. Gli accordi prevedevano la fuoriuscita, accettabile per entrambi i contendenti, dalla lunga guerra (tramite guerriglia nel sud Vietnam) che contrapponeva i comunisti al potere nel nord al regime del sud aiutato dagli Stati Uniti.

La politica Nixon-Kissinger voleva raggiungere due obiettivi: intanto accentuare il dissidio tra Urss e Cina, comunque già netto e deciso, tuttavia favorendo il secondo paese per indebolire il primo (principale antagonista degli Usa), impedendo fra l’altro che la prosecuzione degli atti bellici nel Vietnam – con maggiori possibilità di aiuti ai comunisti di tale paese da parte dell’Urss – favorisse infine, come poi infatti avvenne, la vittoria della frazione filosovietica nel partito comunista vietnamita. I nemici di Nixon, con il watergate, fecero fallire i trattati di Parigi; la guerra s’inasprì e condusse nel 1975 alla sconfitta statunitense e sudvietnamita con riunificazione del paese da parte comunista che così entrò, almeno fino a quando è rimasto in piedi il “campo socialista”, nella sfera d’influenza sovietica mentre lo allontanò infine dalla Cina (non più ormai maoista dopo il 1976), con cui ebbe perfino un breve scontro militare nel ’79 (durato un mese circa).

Gli Stati Uniti non ci rimisero alla fine troppo soltanto perché l’Urss, malgrado tutte le chiacchiere sul mondo bipolare e l’equilibrio (del “terrore”), ecc., era in realtà in declino. Era dotata di una buona potenza bellica, ma attuava una politica interna (e anche nell’ambito dei paesi del “Patto di Varsavia”, nato nel 1955 in opposizione alla Nato del ‘49) rigida e di chiaro indebolimento soprattutto per incomprensione (ideologica) delle reali caratteristiche della sua strutturazione sociale. Anche i critici di quel preteso “socialismo” parlavano a vanvera di “capitalismo di Stato” in Urss (contraddizione in termini come poi lo fu il preteso “socialismo di mercato” in Cina). E’ pressoché sicuro che gli Usa erano consci delle difficoltà sovietiche (non delle sue cause, ancor oggi da analizzare compiutamente e da parte di marxisti effettivamente critici). Le conosceva “all’ingrosso” perfino il nostro Pci che, con l’eurocomunismo, iniziò il suo voltafaccia, molto coperto all’inizio, spostandosi verso l’atlantismo (così almeno scelse la maggioranza della direzione del partito quando divenne suo leader Berlinguer).

In ogni caso, la vittoria della fazione anti-Nixon negli Usa significò la continuazione di una politica di confronto/scontro con l’Urss senza però nulla concedere alla Cina. Oggi, indubbiamente, la situazione è diversa. La fine del bipolarismo e il crollo dell’antagonista detto “socialista” (per null’affatto tale, problema che ancor oggi non è ben compreso da nessuno, né a “destra” né a “sinistra”) ha messo in moto, dopo circa un decennio (quindi all’inizio di questo secolo), un’effettiva tendenza multipolare assai più pericolosa per gli Stati Uniti. La Russia non è così forte bellicamente come l’Urss, ma sembra assai più solida per quanto concerne il sistema dei suoi rapporti sociali. Dei pericoli ci sono, non tutto mi sembra sia chiaro ai suoi dirigenti, ma la rigidità prevalente all’epoca dell’Urss è stata ammorbidita. Anche la Cina corre dei rischi per la sua politica interna ancora piuttosto legata a vecchi schemi; tuttavia al momento appare in crescita di potenza. Altri paesi non sono della stessa forza di questi due (ad es. l’India, comunque pur essa in fase di irrobustimento) e si vanno inoltre affermando delle subpotenze “regionali”, che contribuiscono allo scombussolamento generale dei rapporti internazionali ormai estremamente variabili perché legati a strategie dei principali paesi molto mutevoli, atte a nascondere le reali intenzioni dei vari “attori”; intenzioni del resto assai probabilmente effettivamente incerte e costrette a molteplici arrangiamenti in rapida successione.

Ciò rende solo parziale il parallelo con quanto accadde all’epoca in cui Nixon fu costretto a dimettersi sotto minaccia di impeachment. Tuttavia qualcosa si può dire.

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Anche dopo il decennio (1991-2001), in cui sembrava essersi affermato un monocentrismo americano seguito dal progressivo insinuarsi di dubbi su di esso, sia durante la presidenza di Bush jr. che sotto quella di Obama gli Usa hanno perseguito la politica di cocciuta supremazia mondiale, pur con politiche piuttosto differenti. Alla fine, anche se penso che ancora non si sia in grado di fare un’adeguata valutazione della politica dell’epoca obamiana, è abbastanza elevato il disordine creato e l’estrema instabilità venutasi a creare nei vari rapporti internazionali, soprattutto fra i paesi di forza maggiore. Questo disordine è particolarmente evidente in alcuni punti anche ai confini della Russia (tutto sommato meno verso quelli cinesi, malgrado le continue tensioni per le mosse della Corea del Nord, che non penso agisca in completo isolamento e “irrazionalmente”) e soprattutto nel continente africano, in Medioriente e zone limitrofe, dove fra l’altro sono presenti due delle subpotenze prima citate: Turchia e Iran in chiara rivalità per la preminenza in quell’area.

A mio avviso, la politica della neopresidenza americana non ha nulla di improvvisato ed è stata supportata da determinati centri interessati ad un deciso cambio di strategia, che tenga conto di un multipolarismo ormai in netta accentuazione come – lo ripeto per l’ennesima volta – a fine ‘800 quando era iniziato il declino inglese. Credo che si possa tutto sommato parlare di un certo affievolimento della supremazia statunitense. Intendiamoci bene: non è detto che gli Usa seguano la parabola dell’Inghilterra a cavallo tra XIX e XX secolo, anche perché al momento le due potenze chiaramente in rafforzamento – Russia e Cina, entrambe appartenenti al campo presunto socialista pur se in contrasto fra loro a quell’epoca, un contrasto attualmente sopito (non credo annullato) – sono ancora in deficit rispetto al paese preminente. Tuttavia, si notano in quest’ultimo segni di una qualche decadenza. Solo per un soffio, e tra la sorpresa e lo smarrimento generale (anche dei servi europei), ha vinto Trump, pensato come una sorta di rozzo zoticone, di semianalfabeta in politica, che viene combattuto in modi assai accesi dal precedente establishment.

Chi vincerà alla fine? Trump si muove all’insegna dell’imprevedibilità delle mosse, del tutto zigzaganti; proprio come fa un preda accorta di fronte all’inseguimento di una belva assetata di sangue. Riuscirà a salvarsi e ad esaurire le energie del “cacciatore” avversario con le sue giravolte? Impossibile a dirsi per il momento. Certamente, il meschino establishment della UE, assieme ai governi abbarbicati stupidamente ad essa, continua a seguire la vecchia dirigenza americana e fa di tutto – così come possono fare i servi per i loro padroni – al fine di riportarla in auge. Questi “europeisti” sono talmente in “caduta libera” da non potersi reggere se non con tutto il vecchio armamentario politico, che li ha resi succubi per decenni rispetto ai vertici del “paese padrone”; non hanno più idee, ammesso che le avessero. In un certo senso, sono gli eredi dei “padri dell’Europa” e si sono piegati agli Usa mentendo in merito alla “liberazione” da parte di questo paese, che ci ha resi invece suoi sciatti subordinati. Figuriamoci cosa sono divenuti oggi dopo il crollo dell’Urss e la fine della sua sfera d’influenza, per il momento non più riacquisita dalla Russia, malgrado una sua netta rinascita. L’unico che aveva tentato la ripresa d’un minimo di dignitosa autonomia rispetto agli Stati Uniti fu De Gaulle. Tuttavia, le condizioni in cui questi agiva erano pressoché disperate poiché basate sulla configurazione creatasi dopo la seconda guerra mondiale. De Gaulle rappresentava pur sempre la Francia aggredita dalla Germania e alleatasi agli Stati Uniti, di gran lunga prevalenti come forza. Per di più, tutti i gruppi dirigenti francesi del dopoguerra furono comunque in netto contrasto con l’Urss per via dello scontro con il creduto comunismo.

Nell’ultimo quarto di secolo, dopo la fine del sedicente “campo socialista”, i vari paesi europei, riunitisi in un’improvvida unione, in buona parte prolungamento della Nato (organo e strumento della predominanza statunitense), non sono per nulla riusciti a creare una vera e sufficientemente compatta (o almeno coordinata) federazione di Stati. Abbiamo di fatto tante “individualità” politiche, con una UE che può essere paragonata ad una coperta – gettata sul continente europeo dal padrone statunitense – e che è fondamentalmente “corta” e tirata da più parti, fra le quali però tende sempre più a prevalere la Germania. Precisato che l’Inghilterra è sempre stata fortemente unita agli Stati Uniti, malgrado qualche breve litigata (normale tra due fratelli, il “maggiore” e il “minore”), nel continente, dopo la parentesi gollista (che, lo ripeto, non poteva cambiare le sorti dell’Europa e quindi nemmeno quelle francesi), vi è stata a lungo una certa predominanza congiunta franco-tedesca. Tuttavia, non vi è affatto vera alleanza tra i due paesi, come non vi è tra Russia e Cina, che sono semplicemente obbligate in questo momento ad una parziale vicinanza di fronte al pericolo rappresentato dalla potenza predominante Usa.

Nel caso della Francia e della Germania, il problema della loro unione “forzata” è stato diverso; la loro collaborazione – in cui si nota spesso il sospetto dell’una verso l’altra – è quella di due aspiranti “maggiordomi” (ovviamente rispetto al padrone Usa) che hanno sotto di sé un gruppo di camerieri non proprio disciplinati. In particolare, dopo la “riunificazione” europea susseguente al cataclisma sovietico, i paesi europei orientali, pressoché tutti, sono divenuti particolarmente servili verso il predominante statunitense proprio per il loro rancore e ostilità verso il vecchio “padrone” deceduto (Urss), sentimenti riversatisi pure sul “figlio” (Russia). Questi paesi, in posizione servile, tendono quindi a rapportarsi con gli Usa in modo diretto, saltando magari la mediazione dei due “maggiordomi” la cui unità, del resto, è tutt’altro che salda e sincera. Quindi, spesso non vi è neppure la mediazione della UE, che finge un controllo dell’intera area europea in realtà poco efficace.

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E qui nasce l’errore (solo errore o magari antagonismo verso la UE per ottenere voti dal malcontento di quote delle popolazioni dei vari paesi ad essa aderenti?) delle organizzazioni, oggi denominate “populiste”, che si schierano contro questo “fantoccio” presunto unitario, sostenendo l’autonomia, il sovranismo, ecc. Non dico che l’organizzazione detta “Unione Europea” non faccia danni e non procuri guai ai paesi membri; mentre semplicemente si chiacchiera di presunte posizioni di “maggior forza” restando uniti (ma in che cosa di veramente utile?), di esecuzione di certi progetti (presi di solito in comune da questi o da quei gruppetti di paesi), di possibile esercito europeo quando invece la difesa del continente (e sempre guardando la Russia come possibile nemica) è in realtà affidata agli Usa. Tuttavia, è necessario andare oltre la presentazione che viene fatta del “pupazzo” (la UE) destinato a prendere gli schiaffi. Dietro d’esso ci sono appunto gli Stati Uniti e poi i paesi intenti a prendere il sopravvento tra i “camerieri”.

Tuttavia, è indubbio che una nuova epoca è in apertura, sia pure tra grande confusione, cambi e scambi di posizioni varie, incertezze a volte programmate, a volte assai probabilmente dovute all’indebolimento dei “centri” in qualche modo coordinatori; per molto tempo due – Usa e Urss, malgrado qualche disturbo da parte della Cina – e poi per un decennio solo uno, il vincitore definitivo. Oggi, è proprio la progressiva dissoluzione, anche se magari non ancora la fine definitiva, di un qualsiasi centro che sta provocando il disordine globale. Gli improvvidi, per non usare altri termini più offensivi ma forse più propri, sostenitori liberali della fantomatica “globalizzazione” – che tanto avvince perfino alcuni ultrarivoluzionari da operetta, e forse tutt’altro che in buona fede e non privi di rapporti, mascherati, di sudditanza verso tali liberali – hanno ben preparato l’attuale disordine mondiale. Si sono lanciati in affabulazioni – con menzogne e idiozie sesquipedali; appunto, si tratta sia di farabutti sia di perfetti mentecatti – in merito alla regolamentazione generale dell’economia mondiale tramite il MERCATO, in maiuscolo visto che da solo creerebbe benessere e pace universale, coordinando superbamente e pacificamente la competizione dei tanti volenterosi tesi al massimo profitto. Fine di ogni conflitto bellico in un amorevole pestarsi le corna solo con grandi avanzamenti tecnologici e impetuosi aumenti della produzione a vantaggio di ogni singolo individuo in qualsiasi angolino del mondo.

Adesso abbiamo infine il risultato di tanto amore universale. La globalizzazione ha mostrato quale “bufala” era, malgrado alcuni tentino ancora di vederne la prossima ripresa; e anche in tal caso, vi è chi, ancora “più intelligente e furbo” (o forse soltanto mascalzone e bugiardo al “servizio di”), la considera la nuova condizione oggettiva della universale rivoluzione delle “masse oppresse” contro il Capitale mondiale. E’ finita, invece, cari liberali e liberisti; non però con la rivoluzione degli sfruttati e diseredati come raccontano alcuni putridi residui d’altri tempi più gloriosi (ma veramente molto lontani), bensì in altri modi meno piacevoli e da cui non nascerà il nuovo mondo felice dei “tutti uniti” con i “beni in comune”. Tuttavia, la situazione potrebbe comunque divenire più interessante e meno fetida dell’attuale.

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Mi sbaglierò, ma sono convinto che siamo alla fine di un’epoca storica. Ho detto più volte che la fine non è la morte; non si può sapere in anticipo quando e come questa sopraggiungerà. Tuttavia, si avverte questa fine, che del resto s’intreccia con la sensazione di qualcosa di nuovo che traluce e avanza; qualcosa di assai incerto e in definitiva ancora largamente sconosciuto, anche perché il ceto politico e intellettuale è paurosamente degenerato come mai in altre epoche storiche di trapasso. Non si studia più nulla, non si riesce a cogliere alcuna intuizione del nuovo, ci si disinteressa ad esso per inseguire l’ossessione di ciò che è decrepito, ormai mostruoso e dissolutore di ogni benché minima intelligenza umana. Siamo in mano a chi ha preso strade traverse nella convinzione di apportare modernità, ma soltanto ormai distrugge il tessuto sociale e di possibile convivenza tra diversi. L’arroganza dei presunti “innovatori” è tale che provocherà alla fine una reazione terribile e farà vivere (non a me, ma alle più giovani generazioni) momenti assai tragici. Credo che simile sensazione sia quella vissuta negli ultimi anni della Repubblica di Weimar.

Comunque, limitiamoci a proseguire sulle rotaie dello “scartamento ridotto” (cioè per quello che possiamo arguire o solo ipotizzare in merito alle prossime mosse di strategie così variabili come quelle attuali in situazione di multipolarismo crescente). La sensazione è che la lotta apertasi negli Usa per la “sveglia” suonata dall’elezione di Trump non vedrà, pur se il vecchio establishment riuscisse a toglierselo di mezzo, girare veramente all’indietro la ruota della storia. Qualche arresto, qualche ritardo, ma difficile che si torni alla situazione precedente. La Russia sembra adesso muoversi con maggior sicurezza e incisività, conquistando determinate simpatie prima impensabili. La politica della nuova presidenza americana sembra più consapevole della situazione che progressivamente sta venendo a crearsi con la rinascita russa. Non credo, come spesso dicono i superficiali, che gli Usa “trumpiani” siano proprio così benevoli verso i russi come sostengono (e temono) i pecoroni dell’“europeismo” dell’ultimo quarto di secolo (una vera decadenza del nostro continente).

Tuttavia, questi Stati Uniti afferrano il mutamento della situazione, sembra si rendano conto di non avere più di fronte l’Urss (gigante dai piedi d’argilla), bensì un paese ancora meno potente del precedente avversario, ma più solido e in assetto di confronto assai meglio configurato. Fra l’altro, allora forse non lo si capiva, ma anche nel “cristallizzato” ventennio breznieviano (quando Krusciov era stato nettamente estromesso da ogni potere), continuava sordamente il logorante confronto interno al Pcus che avrebbe portato nel 1985 alla direzione l’esiziale Gorbaciov, il dissolutore totale della forza e della sfera d’influenza del paese (ma in effetti perché il processo era inevitabile e cercava soltanto il suo esecrabile esecutore). Ci sono state incertezze anche in Russia – e il periodo della presidenza Medvedev è stato forse caratterizzato da alcune divisioni all’interno – che sembrano tuttavia ora superate. I cosiddetti oppositori sono montati da certi settori “occidentali”; in specie, guarda caso, di “sinistra”, i più reazionari e regressivi, quelli da spazzare via in blocco se vogliamo avere qualche speranza di rinascita. Alla faccia di questi farabutti, al momento il gruppo dirigente russo sembra ben in sella e si sta movendo con notevole elasticità. L’importante è che la mantenga pure all’interno oltre che nell’espletamento di una politica estera attualmente ben mirata. Anche nella repressione e pure dura, a volte del tutto necessaria, bisogna “saperci fare”.

Se Trump venisse fatto fuori, credo che la Russia, alla fin fine, si troverebbe perfino avvantaggiata dall’ottusità del vecchio establishment, che ancora non vuol afferrare i termini della relativa decadenza statunitense o comunque dell’indebolirsi della sua supremazia mondiale, la causa più rilevante del disordine generale crescente e del continuo intrecciarsi di mosse e contromosse nei diversi settori del globo, con una certa prevalenza di quanto sta accadendo in questi anni proprio nell’area in cui siamo situati noi. Abbiamo già rilevato che i vecchi dirigenti “europeisti” (pur essi ormai in apnea, anche se è difficile prevedere quanto durerà questa incresciosa situazione) sono rimasti sconvolti dalla nuova presidenza americana e hanno insistito nel dichiarare fedeltà al vecchio vertice Usa (pur se diviso tra repubblicani e democratici). Eppure, come accade proprio nelle situazioni di multipolarismo, è avvenuta una incrinatura all’interno di questo fronte “europeo”. I centri trumpiani hanno lanciato una corda verso quel “nuovo” francese (in realtà scelto per occupare lo spazio lasciato vuoto dal crollo del vecchio ciarpame dirigente di quel paese); e per il momento essa è stata raccolta. Difficile dire se la novità durerà o meno; in ogni caso, sembrava che, con la sconfitta del “populista” Front National, si sarebbe viepiù saldato il vecchio consesso europeo. Al oresente, sembra esserci una battuta d’arresto.

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Al di là dell’accordo franco-americano, più o meno solido o evanescente che sia, ci sta una evoluzione, ancora “timida” ma non effimera, della situazione. La Germania – anche se non credo abbia in questo momento la dirigenza politica più adeguata al processo in corso – comincia a tentare un rafforzamento della sua situazione; probabilmente anche al di là del semplice diventare il principale “maggiordomo” degli stati Uniti.

Dopo il crollo del “socialismo reale”, per alcuni anni, sbagliando, si parlò di mondo tripolare: Usa, Germania e Giappone. Ben presto, la seconda e terza sparirono dall’orizzonte, restarono solo gli Usa, ma da questo secolo si è rifatto vivo, come detto spesso, il multipolarismo. Tuttavia, è vero che negli anni ’90 vi fu una buona penetrazione economica tedesca in direzione dei Balcani e, in particolare, verso la Croazia. L’aggressione statunitense del 1999 alla Serbia di Milosevic – dopo aver ben “allenato” tramite i militari Usa l’UCK kosovaro e il “bandito” Thaci suo capo (e attuale presidente kosovaro) – è servita fra l’altro ad arrestare l’azione espansiva tedesca, la cui debolezza era del resto evidente, essendo il paese del tutto carente in termini di forza militare (quella solo economica è inefficace). Per inciso, va rilevata la ridicolaggine dei soliti servi italiani, guidati dai voltagabbana postpiciisti, che avevano fatto il “salto della quaglia” verso gli Stati Uniti dopo adeguata preparazione della direzione berlingueriana e il ben noto viaggio del 1978 del “comunista preferito” (affermazione di Kissinger). Il governicchio D’Alema, secondo solo agli Usa in fatto di bombardamenti sulla Serbia (e non certo su esclusivi obiettivi bellici), credeva probabilmente di conquistare qualche cointeressenza e non ottenne invece nulla di speciale; vi è il normale commercio estero (soprattutto in macchinari e autoveicoli).

In ogni caso, attualmente la Germania ha ripreso la sua spinta ad est, in particolare di nuovo verso la Croazia, con i malumori della Slovenia che si trova in attrito con il vicino per questioni di confine (sul golfo del Pirano) e forse altre. Non è escluso che – tenuto conto della mutata situazione internazionale con il disordine creato in specie dalla politica estera degli Stati Uniti e il multipolarismo sempre più incombente – il paese teutonico stavolta spinga con più decisione. In tale contesto, si presenta la mossa, che certamente ha sorpreso, dell’incontro Trump-Macron, con molti salamelecchi reciproci, sulla cui sincerità e durata inutile spendersi in previsioni a lungo raggio. I motivi non sono chiarissimi. La spiegazione più logica potrebbe essere: da parte di Trump, dividere il fronte degli “europeisti” (legati al precedente vertice americano); da parte di Macron, avere in ogni caso, pure nel caso di un Trump durevole, l’appoggio nei confronti della Germania, che gli Stati Uniti (del resto non solo quelli della neopresidenza, ma ben più in generale) possono non guardare con troppo favore se accrescesse certe sue pretese. La spiegazione sembra ben congegnata e tuttavia non mi lancerei in conclusioni affrettate.

A tutto questo, si aggiunga che fra i dirigenti “europeisti”, che hanno troppo puntato sulla massiccia emigrazione dall’Africa e dal Medioriente provocata dalla non proprio del tutto accorta politica obamiana, comincia a serpeggiare sempre più decisamente la preoccupazione e l’avversità. Solo l’Italia ha così vasti settori politico-culturali del tutto rincretiniti dal nefasto “buonismo”, in ciò purtroppo rafforzati da una Chiesa (almeno nei settori attualmente al comando) pur essa tesa, per motivi non del tutto chiari, ad una politica di totale dissesto del nostro continente. Ripeto che altri paesi europei, e in primo luogo quelli dell’est (ma pure l’Austria), stanno irrigidendo le loro posizioni. E del resto pure i rimanenti si differenziano nettamente dalle posizioni assunte dall’Italia.

Il nostro paese è in effetti in una situazione particolare per due “eredità” storiche quasi mai ricordate e tanto meno valutate per quello che sono. Innanzitutto, dopo il ’68, ha conosciuto il ben peggiore ’77, da cui sono usciti molti dei nefandi intellettuali e personaggi di pseudo-cultura che infestano tuttora l’ambiente mediatico. E anche molti politici di “sinistra” sono quanto meno influenzati dalla degenerazione culturale di quel periodo, molto ma molto peggiore del ’68 e che altri paesi europei non hanno attraversato. Inoltre, tutta un’altra schiera di “sinistri” è l’erede del “badogliano” voltafaccia compiuto dal Pci a partire dagli anni ’70; una svolta – attuata nel più perfido nascondimento e ingannando i suoi seguaci di allora – che ha in definitiva deciso le sorti di quel partito e dunque, dopo l’infame operazione giudiziaria (in realtà manovrata da oltre atlantico), di quella che si è continuata a definire “sinistra”. E a fronte di questa è nata una “destra” stupida e ignorante, pronta sempre a strillare contro i “comunisti”, facendo finta di non vedere che non lo erano affatto; ma solo perché era in concorrenza con loro nel conquistare la palma del migliore sguattero degli Stati Uniti. Una vergogna infinita e non ancora cessata per il nostro paese.

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Ci si trova, insomma, in una situazione di forte perturbazione di ogni possibile ordine mondiale. Il punto centrale al momento è rappresentato dall’acuto scontro negli Stati Uniti, che non accenna a placarsi né a trovare un punto di compromesso. Il “cacciatore” (vecchio establishment, non soltanto del partito democratico) è sempre all’inseguimento della “preda”, che scarta e cerca la sorpresa (e imprevedibilità) di dati movimenti per sottrarsi alla sorte che gli si vuole riservare. E’ senz’altro straordinario che il “cacciatore” sia pronto nelle sue mosse ad avanzare perfino il sospetto (che si vuole anzi dare per dimostrato) che il capo della maggiore potenza ha rapporti di dipendenza o simili con l’avversario ritenuto principale. A me sembra intanto dimostrato che la strategia del caos del periodo obamiano, chiaramente appoggiata da forti settori politici e militari, puntava a “stringere d’assedio” la Russia (transigendo un po’ sulla Cina) proprio perché considerava la nostra area assai più decisiva di quella asiatica. Si è perfino un po’ trascurata quella del “cortile di casa”. E’ allora assai probabile che non si era troppo sicuri soprattutto della Germania e si cercava quindi di creare tensioni tra UE e i russi, così da ostacolare nettamente le possibili mosse tedesche (per la verità non molto convincenti in proposito).

I centri “trumpiani” mi sembrano assai più convinti che il caos avrebbe potuto favorite di più l’avversario, malgrado tutto erede dell’Urss. E visto come sono andate le cose in Siria (e tutto sommato anche in Ucraina) non sembrano avere tutti i torti. E’ evidente che in quelle zone la situazione resta confusa, per nulla stabile e probabilmente si concluderà con la suddivisione della Siria in diversi comparti (come accade in fondo anche in Irak, altro paese nettamente destabilizzato rispetto al governo di Saddam). Tuttavia, Assad non è stato destituito e i russi manterranno, salvo imprevisti, buone posizioni di influenza, il che non sembra proprio corrispondere alle speranze dei centri “obamiani” (li indico così per semplicità). E anche lo sfascio creatosi nelle vecchie forze politiche dirigenti in Francia – che è stata uno dei più stretti sicari degli Usa nell’aggressione alla Libia, mossa foriera di forti tensioni all’interno della UE a causa del fenomeno dei migranti, che sembra sfuggito di mano – ha mostrato certi limiti della strategia obamiana, per cui nel paese nostro vicino l’establishment ha improvvisato il nuovo partito di Macron. Il quale, forse per rafforzarsi definitivamente, ha incontrato Trump creando, rispetto al solito “europeismo”, qualche “differenziazione” di cui ha pure approfittato appunto il neopresidente Usa. E del resto, anche il flusso migratorio sempre più incontrollato sta finalmente incrinando l’unità europea. L’Italia, per motivi che dovranno essere trattati a parte, sembra ormai la più indebolita dal fenomeno, tanto da ridare un po’ di spago alle manovre dei “centristi”, che il solito “nanetto” sta cavalcando.

Per quanto posso arguire, ho la netta sensazione che l’attuale presidenza americana, fortemente osteggiata e di sicuro in pericolo, sia portatrice di una politica più intelligente verso la Russia. Non connivenza, di cui viene accusata per l’ormai pressante tentativo di farla fuori (e lo deve essere assai presto, altrimenti la mossa fallirà), ma invece intenzione di praticare una manovra di più morbido avvolgimento nel mentre si cerca di dedicare maggiore attenzione (come in anni passati) al Sud America e anche un po’ all’area asiatica, da non perdere troppo di vista. Credo che Trump sappia come la Russia resti per i prossimi anni l’avversario principale, ma non si deve sottovalutare la Cina, si deve tener conto del sostanziale insuccesso delle operazioni in Afghanistan e dunque nemmeno dimenticare il Pakistan, alleato ma in frizione con l’India e invece relativamente amichevole con i cinesi.

Per quanto riguarda l’Europa, il problema decisivo è pur sempre la Germania. Ripeto che l’attuale dirigenza della Merkel (che sembra si rafforzerà con le prossime elezioni “democratiche”) non è quella adeguata alla conquista dell’autonomia dagli Usa, mettendo in crisi definitiva la UE. D’altronde, le forze che si gonfiavano il petto con l’uscita da tale organismo (in Francia come in Italia e anche in Germania) mi sembrano mostrare la loro strutturale debolezza. Il problema cruciale, del resto, non è la semplice uscita da questa Unione. Devono nascere nuove forze “antidemocratiche”, cioè in realtà effettivamente capaci di sollecitare l’adesione e perfino l’entusiasmo della maggioranza della popolazione per l’apertura di una “nuova era”, che spazzi via i debosciati e purulenti “progressisti” con tutte le loro novità soltanto dissolutive di una spinta all’autonomia e di una nuova forza dei vari paesi. Si deve cominciare dalla Germania. E che essa non commetta più il solito errore di scontrarsi con la Russia. Solo insieme, Germania e Russia possono aprire un diverso “futuro”. Per questo, è da anni che gli Stati Uniti fanno di tutto per impedire buoni rapporti tra i due paesi. Secondo me, la nuova dirigenza “trumpiana” – però in forte difficoltà per troppo scarsi appoggi tra le forze che evidentemente contano nel suo paese – è più sottile e furba, tenta appunto manovre di aggiramento di vario tipo, anche cercando di sfruttare eventuali attriti tra i due più forti paesi europei, in evidente spirito concorrenziale.

Vedremo l’evolversi della situazione. Dell’Italia si tratterà eventualmente in altra occasione. In ogni caso, da noi come nel resto d’Europa, le forze dette “populiste” (e attaccate dagli “antifascisti” come fossimo ancora nel 1943-45 o quasi) hanno esaurito, per quanto si sta vedendo, la loro “spinta propulsiva”. In Francia, il vecchio establishment, visti crollare o fortemente ridimensionare i “socialisti” e i “gollisti” (entrambi i termini con le debite virgolette perché erano falsi da molto tempo), è riuscito a lanciare il “nuovo e giovane” partito con Macron a capo. Si ha la netta impressione che il FN può solo vivacchiare e restare quale opposizione, con vivacità in calando. Niente di meglio, anzi un po’ peggio, in Italia con Lega e FdI. In Inghilterra la “brexit” sembra confermarsi qualcosa che non crea nessun particolare scompiglio; è quasi un “naturale” accorpamento di un paese a quello (Usa) che di fatto lo ha ricompreso in sé; un processo già avviato, anche se si è cercato per così tanto tempo di ignorarlo, quando sembrava sullo stesso piano del paese “inglobante” e, insieme, venivano definiti “gli Alleati” nella seconda guerra mondiale (e bisogna fra l’altro riscrivere bene la storia di quel periodo con il cruciale evento rappresentato dall’aggressione di Hitler all’Urss, dovuta a certi contatti segreti con l’Inghilterra e a loro accordi, altrettanto coperti, che gli Stati Uniti hanno fatto saltare; ben intenzionati, dopo aver provocato l’aggressione giapponese, a conquistare la supremazia anche nell’area europea).

Per il momento finiamola qui. Come sempre, si ha l’impressione che il discorso venga troncato di netto; un’impressione inevitabile dato che la situazione è massimamente confusa e pochi sono i riscontri assai probabili mentre il resto può mutare all’improvviso. Questo è il multipolarismo in accentuazione; abituiamoci all’imprevisto e alla necessità di rivedere ipotesi e conclusioni.

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