La Francia sta scoppiando ma per l’Ue il problema è l’Italia di A. Terrenzio

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La Francia e’ nel caos. In questi giorni la rivolta dei “gilet gialli” ha letteralmente mandato in tilt il paese. A decine di migliaia sono scesi in piazza, i rappresentanti di quel ceto medio impoverito e vampirizzato dalla globalizzazione economica. Il “popolo degli abissi” esasperato dal caro vita e dalla precarizzazione della propria esistenza. Macchine date alle fiamme, scontri con la polizia con lancio di sanpietrini, hanno mostrato l’immagine di un Paese ormai al collasso, dove le contraddizioni del sistema economico mostrano i segni piu’ evidenti. La Francia e’ il vero malato d’Europa, con un impoverimento progressivo della popolazione, le divisioni sociali, la marginalizzazione dei “perdenti della globalalizzazione” nelle periferie e l’incistamento del terrorismo di matrice islamica, che come dimostrato dall’ennesimo attentato avvenuto a Strasburgo, risulta essere di impossibile soluzione.

Il Presidente Macron e’ il bersaglio della protesta, ma a essere messo in discussione e’ l’intero modello liberal-capitalista, che come si e’ detto, mostra i punti deboli piu’ evidenti in un Paese che sembra scivoltare verso la guerra civile, come sostenuto da fonti dei servizi di sicurezza francesi.

Macron e’ la personificazione del volto arrogante delle Elite, il “matrix” inventato dalle oligarchie finanziare e burocratiche dell’UE per salvare il sistema.

Dopo i disordini che hanno portato all’arresto di oltre 700 persone e sei morti, il leader di En Marche ha manifestato un “mea culpa” che non sembra convicere i gilet, attraverso la proposta di una serie di ammortizzatori sociali. L’aumento di 100Euro mensili sui redditi inferiori a 2mila Euro, una serie di sgravi fiscali su redditi e pensioni, piu’ un colloquio con le maggiori aziende del Paese per convincerle ad elargire dei bonus per i dipendenti, sono armi spuntate per placare la rabbia sociale di una massa inferocita che pretende le dimissioni del rampollo delle oligarchie.

Per attuare tali riforme saranno necessari 10 miliardi di Euro che costringeranno la Francia ad un deficit ulteriore, arrivando al 3,5%.

Tutto cio’ mentre invece il governo giallo-verde sembra cedere alle pressioni della Commissione UE, abbassando il deficit dal 2,4 al 2,04%.

Un arretramento che appare inspiegabile, dato che il comportamento piu’ logico da parte del nostro Governo, sarebbe stato quello di accodarsi alle richieste francesi per richiedere eguale flessibilita’. Flessibilita’ che non e’ stata invece accordata dall’arrogante Moscovici, che reputa le situazioni dei due paesi non paroganabili, anche se la Francia in termini assoluti e’ messa molto peggio dell’Italia, con un debito aggregato che supera il 400%. Evidente l’ostilita’ nei riguardi del governo sovranista italiano, se si pensa che Moscovici ritiene non sufficiente l’abbassamento al 2,04 per scongiurare la procedura di infrazione contro l’Italia.

Diverse possono essere le interpretazioni di tale cedimento. Evitare la procedura di infrazione, accettando una riduzione dei decimali, per poi infrangerla nei fatti, come gia’ operato da Francia e Spagna, oppure rinviare lo scontro alle elezioni europee di maggio, dato che i burocrati alla Moscovici sanno di avere le ore contante.

Il tempo ci dira’ le ragioni di tale cendimento.

 

L’Italia e l’asse Franco-Tedesco

 

Con lo spettro di un “colpo di stato”, le proteste di un elettorato di cittadini, stanchi di vivere senza speranza di miglioramento delle proprie condizioni di vita, un debito pubblico in crescita continua e una crisi del proprio modello multiculturale con attacchi terroristici fuori controllo, la Francia e’ l’anello debole del contiente europeo.

Di tale debolezza sembra approfittarne Donald Trump, che in una Parigi messa a ferro e fuoco, non ha risparmiato critiche al presidente Macron, suscitando le risposta contrariata del ministro MdE Le Drian.

Alcune settimanete fa, Trump aveva espresso tutto il suo disappunto per la proposta da parte del capo dell’Eliseo della formazione di un esercito europeo a guida francese, che aveva suscitato l’approvazione anche della Merkel.

Francia e Germania appaiono sempre piu’ insofferenti al nuovo corso trumpiano.

Trump vorrebbe rilanciare una idea d’Europa con un cambio delle attuali leadership, screditate e sul viale del tramonto, mettendo il cappello atlantico sutile nuove rivoluzioni sovraniste.

La formazione di un esercito europeo a guida franco-tedesca ha invece avuto il placet di Putin, che comprende come il progetto sia un modo per incrinare la soverglianza americana sul continente.

Ma quale e’ il ruolo dell’Italia?

Il Governo Conte ha subito mostrato la sua distanza verso l’iniziativa francese e non senza ragione.

La Francia, dopo il ruolo destabilizzatore assunto in nord-Africa ed i suoi continui tentatativi di mettere i bastoni tra le ruote all’Italia per un ruolo di paficazione in Libia e nel Mediterraneo, non puo’ essere assolutamente considerata un interlocutore credibile, soprattutto se oltre alla Nato, esiste gia’ la Pesco, un accordo di collaborazione militare tra i paesi europei.

Inoltre una leadership militare francese, unita ad un dominio finanziario della Germania su scala continentale, rischierebbe di schiacciare ulteriormente la posizione del nostro Paese e del suo governo, che deve gia’ guardarsi da nemici interni quantomai infidi.

Alcuni giorni fa il MdI Matteo Salvini, ha lanciato un messaggio alla Germania e all’Europa attraverso la formazione di un “asse Roma-Berlino”. Evidente l’intento di sfutture la posizione di debolezza della Francia, impegnata a risolvere una gravissima crisi sul piano interno.

Se l’Italia e’ chiamata a scegliere tra due mali, Berlino e’ senz’altro il minore, visto che la Francia ci restera’ nemica almeno fino quando il toy boy di Brigitte restera’ in sella.

Per rilanciare questa UE allo sfascio, divisa tra gli egoismi nazionali e le rivolte sociali, sara’ prima indispensabile un cambio ai vertici, cominciando dalla caduta di Macron e dei suoi sodali commissari europei.

Le elezioni di maggio, saranno uno spartiacque decisivo per liberare l’UE dalla guida dalle vecchie oligarchie .

En marche! Verso una nuova Europa.

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I lavoratori pensano alla fine del mese e le élite francesi alla fine del mondo. Così un sociologo transalpino ha commentato gli scontri che hanno come protagonisti i gilet gialli, la cui rabbia è montata all’indomani del tentativo di Macron di introdurre una tassa “ambientalista” sul carburante. Ma non solo di rincari dei combustibili si tratta essendo semmai questa la classica goccia, è proprio il caso di dirlo, che traboccando dal vaso ha incendiato Parigi. Oggi sono previste nuove manifestazioni (ci scapperanno i morti?) che potrebbero mettere termine all’avventura di En Marche! (E del suo fondatore), partito di pezza, di un uomo di paglia, coniugato con una mummia. La popolazione, ceti medi e bassi, è stufa delle narrazioni dei suoi dominanti, portatori di un’ideologia dei diritti universali che contrasta con le loro esigenze sociali particolari. Il clima è davvero infuocato e c’è da scommettere che le praterie bruceranno presto in gran parte d’Europa, soprattutto in quei Paesi che ostacoleranno il necessario cambiamento. L’attuale inquilino dell’Eliseo è stato letteralmente inventato dal nulla da certi poteri forti (trasversali a tutta l’Ue), ormai a corto di idee, per evitare che la Le Pen conquistasse la più alta carica statale nelle ultime presidenziali. E’ stato un grave errore non aver lasciato sfogare, già all’epoca, gli istinti populisti montanti nell’elettorato, tirando fuori un coniglio avvelenato dal cilindro all’ultimo momento. Ciò ha creato ancora più illusioni che ora esplodono come delusioni rabbiose e devastanti. Qualche membro del Governo ha paventato il rischio di un colpo di stato ma, per intanto, i sistemi da dittatura sudamericana sono stati utilizzati contro studenti e persone scese in piazza a protestare, su richiesta dei ministri (in)competenti.
Una fase storica è effettivamente agli sgoccioli e lo constatiamo dal crollo dell’impalcatura ideologica che la copriva. Ben presto i re saranno nudi, spogliati della loro retorica multiculturalistica, ecologistica, relativistica, migrazionistica, femministica, ecc ecc. La gente non crede più alle chiacchiere del mondo globalizzato perché la vita sta diventando un inferno. Non si può più parlare, non si può più pensare, non si può più agire, non si può più denunciare il proprio disagio senza rischiare di essere tacciati di una qualche offesa al prossimo da parte di questa immensa “Comune Hippy” (la definizione è di E. Capozzi) che detiene le chiavi del politicamente corretto.
Sia chiaro però che dietro questa immane raccolta di “presunti valori umani” ormai degenerati c’è ben altro. C’è un sistema di dominio, costruito da più di un cinquantennio sull’egemonia statunitense, ci sono duri rapporti di forza ad impulso yankee, che adesso vacillano per l’avanzata del multipolarismo, immettente sulla scena mondiale nuovi sfidanti dell’impero occidentale. Qualcuno l’ha compreso anche in America ed ha dato avvio al rinnovamento con Trump, il quale ha il compito di ristabilire l’ordine interno ed internazionale in differenti guise. I suoi avversari, indeboliti ma non domi, rifiutano di defilarsi, mettendo a rischio la stabilità statunitense e la stessa supremazia americana che senza una ricalibratura sostanziale subirà più pesanti arretramenti. In Europa, invece, continuiamo a restare indietro, ancorati ad un mondo in progressiva dissoluzione che ci costerà sempre più caro in termini economici, politici e sociali. Anche da noi c’è bisogno di avviare una palingenesi che ci liberi da tutta l’anticaglia progressista, socialdemocratica e liberaldemocratica, che ci ha sottomessi al precedente ordine mondiale. Occorre “facilitare” la strategia trumpiana pure qui ma con l’intento di sganciarsi al momento opportuno da essa, allorché la battaglia contro i vecchi ceti preminenti, che succhiano la linfa vitale del nostro tessuto sociale, sia vinta e questi spazzati via per sempre dai nostri orizzonti. L’obiettivo di questa tattica deve però esserci chiaro, esso non è il rinnovamento di un’amicizia con gli Usa 2.0 che nei fatti si tradurrebbe in una mera riconfigurazione della nostra sudditanza. Lo scopo è l’indipendenza dall’iperpotenza, sfruttando a nostro vantaggio le contraddizioni del corso storico che si va aprendo, implementando una diversa visione dell’Europa sovrana fondata su pilastri più solidi, quelli di un asse ristretto Germania-Italia(-Francia) che guarda alla Russia per i prossimi equilibri globali.

MULTIPOLARISMO E “GRANDE CONFUSIONE” SOTTO IL CIELO, di GLG

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1. Per circa mezzo secolo, dopo la seconda guerra mondiale, si era stabilizzato un sistema globale bipolare. Un polo era quello del capitalismo, l’altro era appunto quello del (preteso e inesistente) “socialismo”. Alcuni lo dicevano comunista (ancor oggi qualche “sopravvissuto” parla con improntitudine di Cina comunista o Cuba comunista, ecc.). In realtà, in quei paesi erano al potere partiti denominati comunisti, ma nessuno di essi sosteneva certo di aver condotto la società al comunismo; ci si limitava (da sempre) a pretendere d’essere in fase di costruzione del socialismo (l’ormai ignoto gradino inferiore del comunismo secondo Marx e il marxismo d’antan, anche questo ormai ridotto ad un fantasma). Accanto ai due poli vi era una sorta di contorno rappresentato dai paesi detti “non allineati”; che tutto sommato facevano parte del  cosiddetto “Terzo Mondo”, una buona parte del quale era ancora sottoposto al colonialismo di vecchio stampo (anglo-francese) ma soprattutto al neocolonialismo di marca statunitense. Tra questi “non allineati” vi erano anche paesi importanti (appena liberatisi dal colonialismo come, ad esempio,l’India), ma tutto sommato non troppo influenti rispetto alla divisione del globo tra le due cosiddette superpotenze. L’altro grande paese asiatico, la Cina, apparteneva ufficialmente al campo“socialista”; aveva senza dubbio una notevole autonomia (e già l’inizio di una buona potenza), ma non poteva alterare in modo sostanziale il bipolarismo effettivo.

Ci fu semmai assai presto – congresso degli 81 partiti comunisti a Mosca nel 1960 – un allontanamento tra i due colossi del campo socialista, Urss e Cina, che divenne rottura dopo la crisi di Cuba (ottobre 1962) e lo scambio di lettere tra i CC dei due partiti (Pcus e Pcc) nella prima metà del 1963. Poi venne la rivoluzione culturale cinese (1966-69) che accentuò il distacco, rendendo i due partiti e i due paesi autentici nemici. Su questo contrasto si inserirono gli Usa, soprattutto per “merito” di Nixon – un presidente negletto e su cui bisognerebbe rivedere il giudizio storico perché, almeno oggettivamente, è stato più importante dell’osannato Kennedy e ha preparato il terreno a Reagan, considerato a torto l’affossatore del campo socialista (assieme a Papa Wojtyla, altro luogo comune per pigri mentali) – e la situazione, già con Mao ma ancor più con Teng, divenne tale che l’Urss (il cosiddetto socialimperialismo) fu considerata dalla Cina il “nemico principale” rispetto all’imperialismo statunitense, con cui spesso si “intrallazzò” (non è ovviamente il termine più adatto) a spese dell’Urss.

Generalmente, si sottovaluta quest’aspetto decisivo dell’indebolimento del campo socialista (sempre guidato dai sovietici), mettendo in luce erroneamente solo la corsa al riarmo nella quale l’Orso russo avrebbe perso. Altra questione che dovrebbe essere sottoposta a revisione storica è la vittoria della guerriglia vietnamita. Nixon (con alle spalle Kissinger, il vero personaggio centrale di certe operazioni), in grado di capire che le strategie vincenti (alla lunga e contro il nemico principale) richiedono anche l’accettazione di certi “passi indietro”, fece bombardare pesantemente la stessa Hanoi nel Natale 1972, giungendo poi agli accordi di Parigi del gennaio 1973. Gli Usa si impegnarono a ritirare le loro truppe, che a fine anni ’60 erano giunte al mezzo milione di soldati. In effetti, lo fecero e quasi completamente, ma dal 1972 era partito il watergate che costrinse Nixon alla resa due anni dopo e che non fece alla fin fine rispettare pienamente gli impegni di Parigi a nessuna delle due parti. Nel 1975 (30 aprile) il nord Vietnam entrava a Saigon, finiva la lunga guerra e il paese fu unificato sotto la direzione del partito comunista.

In effetti, terminato il lungo conflitto – che ovviamente era stato combattuto unitariamente dalle diverse fazioni del partito comunista nordvietnamita e con il decisivo appoggio sia dell’Urss che della Cina – la fazione filosovietica, sempre maggioritaria, prevalse definitivamente su quella filocinese; il che solo apparentemente avvantaggiava l’Urss, mentre invece allargava il solco tra le due potenze “socialiste”. Ci fu poi, nel 1979, la breve guerra cino-vietnamita (durata un mese tra metà febbraio e metà marzo) provocata dall’invasione della Cambogia da parte del Vietnam con deposizione del governo dei Kmer alleato dei cinesi. Nel dicembre dello stesso anno l’Urss invase l’Afghanistan, dando inizio ad un conflitto decennale che indebolì l’Urss (costretta al ritiro nel 1989) e favorì un qualche avvicinamento della Cina agliUsa (e al Pakistan, sempre stato relativamente favorevole ai cinesi anche a causa della mai cessata ostilità con l’India, pur essa in contrasto con il grande paese asiatico “socialista”).

Quanto appena accennato – e sarebbe invece piuttosto importante rifare bene la storia di quel periodo cruciale serve solo a ricordare che, malgrado il dissidio russo-cinese foriero della successiva dissoluzione del campo socialista, si ritenne per mezzo secolo il mondo diviso ormai permanentemente in due, tra Usa e Urss. Fu un periodo di sostanziale pace nel mondo capitalistico avanzato; pur parlando, e l’ho sempre ritenuto uno straparlare, di “equilibrio del terrore”, ovviamente atomico. Le guerre, pressoché continue in varie parti del mondo, avvenivano sostanzialmente nelle aree di confine (e frizione) tra i due campi. In realtà, non esisteva alcun socialismo (figuriamoci il comunismo), bensì forme sociali spurie ancor oggi conosciute inadeguatamente (se ne sono fornite innumerevoli analisi contrastanti). L’interpretazione, che fu anche (ma solo in parte) del mio Maestro francese Charles Bettelheim, di un capitalismo di Stato (e di partito), non sembra più molto convincente. Più perspicua mi sembra invece la tesi bettelheimiana secondo cui le forme (capitalistiche) della merce e dell’impresa vennero durante quel periodo, per motivi fondamentalmente politici e ideologici, soffocate, represse, ma non superate nei loro effetti sul sistema dei rapporti sociali. Fu in definitiva provocato un reale irrigidimento del sistema di questi ultimi con effetti deleteri sulle capacità di sviluppo di quel campo e sulla crisi che infine lo travolse. Anche in questo caso, dovremmo però approfondire storicamente cosa è realmente accaduto, mentre si resta alle tesi più banali e del tutto superficiali.

In effetti, forte era la credenza che il partito, pur dominato da un’oligarchia da lungo tempo cristallizzatasi, dovesse mantenere – in quanto avanguardia della classe operaia, quella che si sarebbe emancipata dallo sfruttamento, emancipando così l’intera società mondiale dallo stesso e dalla divisione in classi – il potere assoluto, pianificando l’intera economia. Non posso qui elencare i motivi (teorici ma con risvolti pratici) per cui la pianificazione, attuata dal blocco sociale che si era andato solidificando, riusciva solo a porre ostacoli allo sviluppo, dopo il primo periodo staliniano di impetuosa accumulazione e di creazione di una potenza industriale (e militare) con però basso livello di consumi e di tenore di vita per quanto riguarda la netta maggioranza della popolazione. Il periodo brezneviano – successivo ai fallimenti di quello kruscioviano, una sorta di “pregorbaciovismo” – fu di stagnazione, con degrado delle strutture sociali: si pensi all’istruzione e sanità, in un primo tempo orgoglio dei paesi socialisti, alla diminuzione notevolissima della media della vita, nettamente innalzatasi in precedenza. E via dicendo.

Infine si giunse al periodo gorbacioviano, un “vorrei ma non posso”, con il tentativo di affermare una contraddizione in termini: il socialismo di mercato. La Cina pure usò questa dizione, ma solo come mascheramento ideologico; in realtà, diede pieno sfogo a forme economiche di tipologia capitalistica, mantenendo solo una direzione centralizzata (con ampie autonomie in sede locale, anche se per le decisioni “minori”, non per quelle nazionali). In definitiva, si trattò di quella centralizzazione che – sia pure tenendo conto delle differenze culturali e di lunga tradizione storica – ha poi cominciato ad attuare la Russia nella sua fase di netta ripresa con l’avvento della direzione putiniana (dopo i disastri provocati da Gorbaciov e Eltsin) e, mi sembra, con risultati tutto sommato soddisfacenti, pur se ancora insufficienti a rilanciare il paese come grande potenza in aperto confronto con gli Stati Uniti.

2. Quello che ho cercato di delineare in modo molto succinto serve alla conclusione che più mi interessa: malgrado non esistesse il campo socialista, o meglio non esistesse il socialismo in tale campo, esso fu realmente antagonista di quello consideratocapitalistico tout court, si visse e fu vissuto come alternativa che le classi dominanti “occidentali” – ancor oggi tanto poco consapevoli di quanto accaduto da trattare spesso la Cina come socialista – intendevano stroncare; e alla fine ci riuscirono. Da quel contrasto semisecolare risultò però intanto l’imponente decolonizzazione che – pur non avendo portato (nemmeno essa) ai risultati perseguiti da certe forze dette antimperialiste ormai del tutto fallimentari – ha in ogni caso cambiato la faccia del globo. L’Urss, in nome della mera politica di potenza e dell’ideologia (della costruzione del socialismo come esempio da seguire per le masse dei paesi capitalistici), fu comunque prodiga di aiuti, soprattutto ma non solo militari, a Cuba, Egitto, ecc.; aiuti non corrispondenti al classico concetto di imperialismo, che implica non solo la forza politica e militare, bensì anche un ritorno economico: non solo per lo Stato ma pure per le imprese investitrici di capitali.

Se si guarda però all’aspetto principale del termine imperialismo, cioè alla conquista (o mantenimento) di sfere di influenza, si può allora parlare di (social)imperialismo sovietico. Tuttavia, si trattò in fondo di un’azione di prevalente contenimento dell’aggressività altrui, poiché a partire dal 1945 gli Stati Uniti – dopo aver accettato, per eliminare definitivamente dal novero dei competitori Inghilterra e Francia (oltre alle sconfitte Germania e Giappone), gli accordi di Yalta con la loro divisione del mondo in due; accordi che non a caso Churchill, avendo capito come sarebbe andata a finire, avrebbe voluto far saltare (e qui sarebbero pure da rivedere molte “bucce” riguardo ai precedenti “segreti contatti” in piena guerra tra Inghilterra e Germania) – hanno tentato, con varia fortuna e in definitiva fallendo a mio avviso definitivamente a partire dall’inizio di questo secolo, di affermare globalmente quel monocentrismo, che era stato invece sempre pienamente in atto nel “campo capitalistico occidentale” (Giappone compreso) durante il sistema bipolare.

Per quasi mezzo secolo (1945-1989) il mondo apparve appunto cristallizzato, e tutto il nostro orizzonte politico fu orientato alla permanenza indefinita di tale situazione. Forse però qualcunonei luoghi nascosti dove si preparano le vere strategie politiche di potenza; altro che quelle economiche sempre poste in primo piano per ingannarci ne sapeva un po’ più di noi, vedeva cambiamenti possibili. E pure qui, sarebbero da spiegare molte mosse durante la breve parentesi di Gorbaciov, liquidatore del cosiddetto Impero sovietico, per un periodo in contatto pure con l’allora segretario del partito comunista cinese (Zhao Ziyang) per ottenere certi effetti (in definitiva dissolutivi come quelli che si produssero nel 1991 in Urss) anche in quel paese, dove invece certi sommovimenti furono stroncati nella Tienanmen (e il segretariocinese in questione prontamente destituito).

Quello che mi preme rilevare, quello a cui volevo arrivare, è che il confronto politico tra Usa e Urss, pur viziato da nette distorsioni ideologiche, condusse ad un reale antagonismo tra i due campi, che prese il posto della – ma venne ampiamente confuso e identificato con la – altrettanto ideologica credenza nella lotta “a morte” tra borghesia e proletariato, tra classe capitalistica e classe operaia. Si fu anche convinti che l’azione dell’Urss corrispondesse al concetto di “internazionalismo proletario”; quell’internazionalismo molto carente, ad es., nell’azione del partito comunista francese in merito al colonialismo del proprio paese (ad es. in Algeria, in Indocina, ecc.), del tutto assente negli operai americani nei confronti del Vietnam, e si potrebbe continuare. Una lunga serie di distorsioni ideologiche, che coprivano comunque conflitti reali e risultati concreti, certo svisati nel loro effettivo significato.

Ci fu un’apparentemente insuperabile guerra di posizione, durante la quale i partiti comunisti dei paesi capitalistici occidentali (quelli di Italia e Francia in definitiva, in cui essi avevano ancora seguito e forza) si trasformarono progressivamente in sinistra integrata e riformista (salvo frange sempre meno consistenti e più agitatorie che fattive); mentre nella parte orientale si veniva preparando il crollo della “facciata socialista”, da cui sarebbero nate, dopo un tumultuoso ma breve periodo di solo apparente totale sconfitta, nuove formazioni sociali (di ancora impossibile definizione a meno di non erigersi a profeti) che sembra proprio si assestino e crescano come alternativa al capitalismo di tipologia “occidentale”. In definitiva, tuttavia, si tratta solo di Russia e di Cina, non certo di Cuba o del Vietnam, ecc.

3. Oggi la situazione, nel giro di un quarto di secolo (periodo storico breve) dal crollo del campo “socialista” e dell’Urss, è completamente mutata, tanto da essere irriconoscibile; solo dei “cervelli cristallizzati” possono continuare a rimuginare il passato come se tutto fosse rimasto eguale o con modesti ritocchi. Non esiste più una guerra di posizione ma di pieno movimento. C’è stata all’inizio di detto periodo l’illusione ottica dell’ormai realizzato monocentrismo (“imperiale”) statunitense, con questo paese in piena “arroganza di (pre)potere” e quindi direttamente (militarmente) aggressivo. Gli Usa hanno cominciato ad accettare (e forse non ancora del tutto) la nuova realtà; Obama è stato solo un po’ meno “diretto”, un po’ più viscido e avvolgente dei Bush e di Clinton, ma non aveva proprio per nulla tratto le debite conclusioni del multipolarismo ormai in accentuazione.L’establishment che si rappresenta in Trump sta cercando nuove vie, ma è fortemente contrastato e quindi costretto ad un continuo zigzagare. Resta in me il sospetto che forse non era ancora del tutto pronto alla virata necessaria e non si aspettava (forse nemmeno agognava) la vittoria di un suo “candidato” alla presidenza; per cui potrebbe non averlo scelto adeguatamente, ma solo provvisoriamente, pensando poi di cambiarlo arrivato il momento della possibile vittoria, che invece è arrivata di sorpresa.

Ricordo che ormai un bel po’ di tempo fa vi era stata quella avveniristica (e del tutto illusoria) visione del gen. Wesley Clark (comandante dell’aggressione alla Serbia nel 1999), secondo cui ormai la guerra si vinceva con l’aviazione, senza bisogno di truppe di terra. Oggi, simile convinzione appare perfino sciocca; comunque, gli Usa hanno soprattutto usato una sorta di sicari; sia che si trattasse di alcuni paesi europei (Francia e Inghilterra in Libia contro Gheddafi) sia utilizzando il cosiddetto estremismo (e terrorismo) islamico del tipo dell’Isis in Siria contro Assad (operazione non riuscita, anche se ancora resta qualche incertezza circa il risultato finale). Si continuano pure le operazioni ai confini della Russia (tipo Ucraina o alcuni paesi centro-asiatici), che non sembrano costituire un vero ostacolo al rafforzamento del paese in via di diventare il contraltare dell’influenza statunitense in Europa, nel Medioriente e probabilmente nello stesso nord Africa (in Libia ci sono già i precisi sintomi di tale processo in svolgimento). E’ comunque in corso un assai complesso gioco dialleanze in buona parte temporanee e “area per area”, destinate a continui disfacimenti e rifacimenti. E’ messo in forte difficoltà anche il principale alleato degli Usa (in particolare di quelli dell’attuale presidente) nell’area mediorientale, cioè Israele, con cui la Russia cerca, almeno al momento, di non entrare in netto contrasto.

Quanto appena esposto, pur per semplici cenni, è appunto effetto della fine della guerra di posizione, in cui uno dei due campi non era però in grado di tenere la posizione; mentre nell’odierna guerra di movimento, con più attori in gioco, e in rafforzamento, tutto è diverso, tutto muta con rapidità (certo sempre tenendo conto che stiamo parlando di processi storici). E’nel contempo un vero ricordo del passato la credenza nella “lotta di classe”, nell’antagonismo dei lavoratori contro il capitale edelle masse popolari del “fu” terzo mondo contro l’imperialismo dei paesi capitalistici avanzati. Tale credenza è sopravvissuta nel mezzo secolo di “sistema bipolare (e a malapena in ogni caso) per la confusione, fatta da ritardati (che si credevano marxisti quando erano invece scolastici e quasi religiosi), tra questa lotta e lo scontro tra i due campi in quella guerra di posizione, in cui uno dei due era ormai in surplace e incapace di uscire dal giogo dell’ideologia della lotta tra socialismo (inesistente) e capitalismo.

Nell’attuale fase storica – non perché si sia in presenza di una rinnovata e stabile nuova teoria dello sviluppo sociale, ma solo perché siamo in un processo di “transizione” ancora tutt’altro che stabilizzatosi – si deve pensare alla decisa preminenza dello scontro di tipo internazionale (tra quegli Stati nazionali che per i fumosi chiacchieroni altermondialisti e moltitudinari non sarebbero più esistenti); e del conflitto interno in pieno svolgimento tra i gruppi dominanti, legati alle vecchie strutture economiche e sociali “preinnovative”, e quelli tutto sommato “innovativi” (della distruzione creatrice, intesa in senso ampio e non solo relativa alla sfera economica), dove i primi sono i piùservilmente subordinati agli Usa, mentre i secondi (non tutti però e non ancora con vera decisione e chiarezza di idee) allargano i loro orizzonti ai nuovi poli e dunque alla guerra di movimento.

Non abbiamo alcuna simpatia per i dominanti, siamo in fondoancora attratti dall’idea che si riaffermeranno nuovi scontri in verticale (tra strati sociali in antagonismo). Non siamo per nulla convinti che ormai il conflitto si giocherà per sempre soltantonegli spazi (orizzontali) della “geopolitica”. Siamo però consci che la fase attuale è questa, non quella ancora pensata con schemi obsoleti da “vecchi ossi” (ormai rosi dal tempo) che si definiscono, per di più, di sinistra (magari “estrema”; estrema solo nella sua idiozia). Bisogna passare per una fase di guerra di movimento tra poli, che definiamo momentaneamente (e senza alcuna intenzione di cristallizzare il pensiero in tale schema) capitalistici; ma non caratterizzati da un capitalismo, bensì da alcune differenziate (e ancora non studiate né comprese adeguatamente) formazioni sociali di tipologia capitalistica, soprattutto nella loro sfera economica, caratterizzata assai genericamente da impresa e mercato.

Attraverso tale tipo di guerra si riconfigureranno anche le “strutture” sociali nei vari capitalismi, e sarà allora possibile avvicinarsi, con nuovi orientamenti di pensiero, alla teoria e prassi di altre lotte combattute in verticale, tra strati sociali. Oggi, è proprio per colpa dei “vecchi ossi” sopra citati che è impossibile prevedere adeguatamente tali nuove lotte, non meramente interne alla riproduzione capitalistica, come sono tutte quelle odierne. Il primo compito è il superamento di certe concezioni ormai “da dinosauri”, la loro sparizione perfino nel retropensiero dei più giovani. Per il momento, è più utile la discussione con i geopolitici; non perché siamo convinti in assoluto che abbianoragione ma perché, per un’intera fase storica (non per pochi anni), sarà più energica e produttiva di effetti eclatanti la guerra di movimento tra policon i suoi specifici effetti su quella interna(ma tra dominanti e per un periodo storico non breve) nei diversi paesi facenti parte dell’area di influenza di ognuno dei poli in questione.

A questo orientamento di massima bisogna ormai indirizzarsi,acutizzando gli scontri laddove ciò si renderà più facile e foriero di risultati positivi al fine di uscire dalle forme di lotta che ancora oggi fanno marcire una situazione ben poco compresa da chi le conduce con occhi rivolti al passato o con un atteggiamento empirico da semplici praticoni e maneggioni. E diamo addosso con tutte le forze a questa falsa e degenerativa “democrazia elettorale”, ormai la vera infezione del nostro mondo in progressivo avanzamento verso un’epoca di profonda trasmutazione sociale. Se vogliamo, non dico evitare (utopia), ma almeno moderare gli orrori, è indispensabile non commettere più i gravi errori cui ci costringono vecchie ideologie, fra l’altro nemmeno più conosciute e tanto meno capite da (pseudo)pensatori in fase fortemente degenerativa.

 

Grande e’ la confusione sotto il cielo di GLG

gianfranco

Di questi periodi, mi sembra diventare piuttosto corretta la vecchia frase attribuita a Mao e che diceva all’incirca: “grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente”. Lo scontro tra visioni molto diverse si sta accentuando nel mondo come nel cosiddetto “occidente” e in Italia. In Siria, Russia e Iran hanno del tutto sensatamente affermato che non si arresta lo scontro a Idlib a meno che gli antisiriani (perché Assad è la Siria, piaccia o non piaccia agli aggressori statunitensi ed “europeisti”) non si arrendano. I disgustosi mentitori Usa e UE urlano che si rischia una catastrofe “umanitaria” perché c’è tanta popolazione civile. Infami e falsi. Quando i “liberatori” statunitensi, criminali almeno tanto quanto i loro avversari, hanno bombardato Dresda e buttato le atomiche in Giappone, che c’era in quelle zone: SOLO popolazione civile. Russia e Iran hanno concesso una possibilità: che gli islamici radicali, finanziati dagli Usa per rovesciare Assad (obiettivo fallito!), cessino le ostilità; allora sono perfino disposti a consentire un corridoio per andarsene. La Turchia, com’era prevedibile, si differenzia (perché non è destinata ad un accordo permanente con la subpotenza concorrente, l’Iran), ma anche lei è incerta poiché negli Usa c’è scontro tra due fazioni e una, l’obamiana, potrebbe essere quella che ha tentato il colpo di Stato contro Erdogan. Adesso vedremo gli sviluppi.
In Italia pure esiste una “buona” situazione di tensione crescente. I “5 stelle” finalmente si smascherano per essere coloro che vorrebbero sostituirsi al Pd come sedicente “sinistra”. Il loro comportamento è esattamente quello dei postpiciisti (e “sinistri diccì”) all’epoca di “mani pulite”, operazione giudiziaria EVERSIVA che voleva creare un nuovo regime ancora più servo degli Usa rispetto al “centrosinistra” della prima Repubblica. Questo spiega perché i renziani – e anche altri settori del Pd (ma non tutti) – urlino al “mai con i pentastellati”; sono appunto quelli che vorrebbero prendere il loro posto. La Lega sta accentuando la tensione perché è evidente che deve tentare di arrivare a elezioni anticipate; e con una crescita di consensi, che le mosse degli avversari facilitano. Tuttavia, sia chiaro che vi sono due elementi deboli: la pura smania elettoralistica e il ritardo nella crescita di settori politici in forte accentuazione “antieuropeista” in paesi chiave come Germania e Francia, alleati di altri settori simili non ancora esistenti in Italia. Non è positivo guardare a Orban, che fra l’altro è di quel settore europeo “orientale”, fortemente anti-russo e nettamente filoamericano (sia con Obama che con Trump). Per fortuna, c’è scontro sempre più acceso proprio nel paese “padrone” di tutti questi paesi europei (sia nei vertici “europeisti” che in quelli sedicenti “populisti”). Detta situazione crea tensioni sempre più acute anche nella UE, ma siamo ancora lontani da quanto necessario: la nascita nei suddetti paesi chiave di movimenti immunizzati dalla degenerazione elettoralistica e pronti a dare una scossa di violenza inaudita almeno in Italia e Germania, eliminando senza mezzi termini la Dc tedesca e il Pd italiano (nel contempo neutralizzando i “5 stelle”). E tuttavia con chiaro schieramento assieme alla Russia per un autentico confronto, da pari a pari, con qualsiasi establishment prevalga negli Stati Uniti. Manca tale elemento decisivo; comunque “grande è la confusione sotto il cielo”.

Non i russi ma gli americani sono responsabili dell’instabilità europea

salvini putin-2

 

Dietro alle fibrillazioni europee non ci sono i russi ma gli americani. E’ innegabile che, nella nostra epoca, vadano consolidandosi poli geopolitici alternativi a quello occidentale a guida statunitense ma nel vecchio continente si subiscono soprattutto gli effetti del ricollocamento strategico della “compagnia trumpiana” piuttosto che le presunte ingerenze di Mosca o di Pechino.
Ovviamente, il ripensamento strategico Usa, a livello globale, è conseguenza della rinascita egemonica dei suoi competitors euro-asiatici e di altre potenze regionali minori, le quali cercano contatti con le prime, ma occorre non dimenticare che l’Unione Europea è una colonia Atlantica, occupata militarmente e infiltrata, od ogni livello, dai servizi speciali d’oltreoceano, per cui ogni suo tentativo di aprirsi a Paesi fortemente “revisionisti” dell’architettura mondiale attuale, viene interrotto sul nascere o osteggiato in molti modi. E’ vero che, singolarmente, le potenze centrali europee, Germania e Francia, soprattutto, hanno la facoltà di battere qualche strada commerciale verso Est o impelagarsi in qualche avventura militare (preautorizzata) a sud ma se toccano interessi politici sostanziali i padroni a stelle e strisce fanno saltare affari e privilegi, per evitare il saldarsi di intenzioni più perniciose. Ne sappiamo qualcosa noi italiani. Ci fu impedito di far arrivare nella Penisola in via esclusiva il gas di Mosca, attraverso il southstream, progetto di pipeline con implicazioni internazionali non esclusivamente economiche. Il gemello tedesco, il north Stream, ha avuto maggiore fortuna, ed è in corso un raddoppiamento del tubo fortemente osteggiato dalla Casa Bianca, dalle sue “province” baltiche e da Stati come Polonia e Ucraina. Si teme che dai contratti sull’oro blu tra Germania e Russia, che tolgono centralità geografica a questi lacchè di Washington, possa un giorno svilupparsi qualcosa di maggiormente significativo. Sarà impedito al momento opportuno.
Tutte queste criticità in avanzamento hanno fatto maturare ad una parte dell’establishment americano la necessità di una rivisitazione dei propri piani di preminenza, con relativo puntellamento delle sfere d’influenza. L’indirizzo precedente obamiano ha raggiunto risultati incerti. Con Trump si intende effettuare una svolta. Quest’ultima richiede un allineamento di tutti i nodi “periferici” al nuovo corso in fase di affermazione. Le vecchie élite europee dovranno adattarsi con le buone alle mutate esigenze della prepotenza globale o finiranno respinte con le cattive. Bannon è in giro per l’Europa per assicurarsi che il processo non si strozzi o per rimuovere le varie difficoltà, non in nome del Presidente ma per conto dei suoi suggeritori.
Se il tycoon newyorkese (e i circoli che lo sostengono nell’ombra) reggerà alle resistenze dell’ “ancien régime” democratico la decadenza dell’internazionale “progressista” in tutto il mondo sarà irrefrenabile. Con la disfatta di questa periranno tutte le idee, malsane e imputridite, che attraversano le nostre società imperniate su una configurazione di potere ormai indebolita dagli avvenimenti. Come scriveva Cioran, là dove un’idea si impone ci sono teste che cadono; essa non può imporsi se non a spese delle altre idee e delle teste che le concepirono o le difesero.
La lotta ideologica senza esclusione di colpi (bassi), adesso in auge, nasconde tutt’altra posta rispetto a quel che si crede e si vede. La diatriba Politicamente scorretto-Politicamente corretto in “singolar tenzone” coinvolge emotivamente una opinione pubblica ignara dei piani “segreti” degli strateghi che si contendono la supremazia con mezzi e obiettivi da non rivelarsi “democraticamente”. I fedeli eserciti antipopulisti e populisti si scannano per opposti sentimenti (vedere la questione immigrazione e quella dei diritti delle varie minoranze giocati contro i diritti sociali delle classi medie e basse) che celano le fredde intenzioni di chi tira i fili da dietro le quinte.
In ogni caso, la guerra tra avverse fazioni è positiva perché i disastri degli ultimi decenni, causati dall’unipolarismo statunitense a pilotaggio progressista (o in strana alleanza con i neocon sulla politica estera) ha impoverito larghi strati sociali e inoculato instabilità nel tessuto connettivo comunitario, oltre ad aver tolto ogni residuo di autonomia alle potenze europee. Se gli antagonisti degli obamian-clintoniani prevarranno opereranno una ricontrattazione (pur sempre imponendo una certa subordinazione) con i loro referenti populisti, “pagando” meglio di chi c’era, affinché questi possano definitivamente affermarsi nei contesti nazionali di riferimento, col consenso dei loro popoli. È sicuramente un vantaggio auspicabile ma non è l’inizio della sovranità di cui parlano i vari partiti continentali che dicono di ispirarsi all’indipendenza dei loro paesi. Le “barricate in piazza” si fanno sempre per gli americani ma questa volta con qualche opportunità in più a causa della lotta intestina tra agenti Usa portatori di disegni dirimenti. Occorrerebbero, invece, avanguardie di altro genere, che guardassero più lontano, al totale sganciamento dagli yankee, manovrando nelle contraddizioni della fase, per essere protagonisti di una annunciata stagione multipolare, di immani sconvolgimenti, che schiaccerà chiunque non prenderà in mano il proprio destino.

Continuiamo…ma che fatica riunire le forze (di GLG)

gianfranco

Qui

bisogna partire dal disfacimento Urss provocato da Gorbaciov e proseguito da Eltsin (ricordo che si usano i nomi di persone ufficialmente al vertice di gruppi politici dominanti nei vari paesi per indicare tali gruppi). La Russia perse molti territori rispetto all’Urss, ma con l’inizio di questo secolo si è pian piano rimessa in carreggiata conseguendo successi insperati. Si può dire che, tutto sommato inaspettatamente, si è messo in moto un processo di multipolarismo, assai differente dal sistema bipolare (1945/89-91), sia pure “imperfetto” per la crescita della Cina (soprattutto dagli anni ’80). Sia Bush jr. che Obama hanno posto in essere per gli Usa strategie parzialmente diverse al fine di frenare e possibilmente impantanare tale accentuarsi del multipolarismo. L’errore è forse consistito nella sottovalutazione dei processi in corso in Russia sotto Putin (sempre un nome per un gruppo di vertice). E si è probabilmente, con Obama, utilizzata una politica del caos, anche utilizzando (marginalmente) brandelli del vecchio antimperialismo terzomondista, ma soprattutto certi fanatismi religiosi  (sostituendo di fatto l’Isis e il Califfato ad Al Qaeda e utilizzando pure i “Fratelli musulmani”, ecc.). Contro la Libia di Gheddafi si sono messi in moto dati sicari tipo Inghilterra e soprattutto Francia, di cui si sfruttò la volontà di prendersi varie posizioni che vi aveva conquistato l’Italia  in un momento di positiva collaborazione tra Putin e Berlusconi (con Gazprom ed Eni in primo piano, ma non solo). Nel 2011 i settori berlusconiani furono neutralizzati piegando il “nano”, resosi prono davanti ad Obama. Probabilmente lo si minacciò nei suoi più diretti interessi (e forse persino di più), ma non ci interessa ormai saperlo.

Quella impostazione della politica statunitense, in effetti, sembra aver infine manifestato la corda. Tuttavia, la vittoria di Trump e di un diverso gruppo dirigente – vedremo se temporanea oppure no – non sembra soltanto legata alle necessità di mutamento strategico. Ci sono fattori interni non ancora sondati a fondo; e proprio per la difficoltà di comprensione di un’epoca di transizione come quella che stiamo vivendo. La sensazione è che gli Usa siano in declino; potentissimi militarmente, con ancora una influenza ideologica – soprattutto in merito alla colossale balla della loro democrazia, propagandata come superba soprattutto dopo la seconda guerra mondiale – che tuttavia sembra tutto sommato in discesa; anche perché ha prevalso nettamente una enfatizzata “modernizzazione dei costumi” e l’allargamento dei sedicenti “diritti civili”, che tuttavia mostrano un sempre più irritante senso di prepotenza e spesso di prevaricazione da parte di gruppi ad alto livello di reddito e quindi isolati dal resto della popolazione, gruppi che tentano di affermare la preminenza di un nuovo “conformismo sociale”. Ciò che in altre condizioni sarebbe stato senz’altro positivo – combattere l’ingiustificata messa in condizioni di inferiorità delle donne, dei gay, delle minoranze etniche, ecc. – viene portato all’esagerazione in senso opposto con conseguente crescita di conflitti e malcontento sociali. Da qui, dalla non soluzione di contrasti a volte molto “scioccanti”, tende a generarsi la decadenza di una società, la cui cultura è pregna di sfaccettature di ormai difficile composizione; anzi spesso non vi è più un qualsiasi dialogo fra loro, prevale l’inimicizia quando non addirittura l’odio reciproco.

Negativa è in effetti l’influenza eccessiva di tale tipo di conflitto interno, che ha ormai sostituito le attardate, e un po’ penose, sopravvivenze della vecchia “lotta di classe”, mai del resto portata nei paesi a capitalismo avanzato oltre il livello sindacale, cioè di tipo distributivo e non certo trasformativo dei rapporti capitalistici in via di differenzazione in successive fasi storiche. Nell’attuale epoca di transizione dovrebbe invece prendere il netto sopravvento il conflitto tra diversi paesi (a differente potenzialità quanto a sfera di influenza nell’agone mondiale); se quest’ultimo tipo di conflitto non riuscisse, prima o poi, a rendere subalterno quello interno (del tipo appena descritto, pur sommariamente), si verificherà la progressiva decadenza generale dell’intera società. Non lo credo, tuttavia, mi sembra più probabile che siamo nell’incerta fase di passaggio caratterizzata da un multipolarismo non propriamente accentuato e ancora lontano dalla sua trasformazione in policentrismo antagonistico acuto, le cui forme di svolgimento restano avvolte nella nebbia (non assomiglieranno quasi sicuramente alle grandi guerre novecentesche, ma difficile dire adesso come si configureranno).

Da qualche anno (pochi ancora) il multipolarismo ha iniziato a produrre un contrasto interno a quel mondo “occidentale” (a supremazia Usa), che sembrava aver ormai preso il sopravvento nel mondo intero con il dissolvimento di quello che è stato erroneamente considerato, per quasi un secolo, “il socialismo (reale)”. Apparentemente quest’ultimo è stato sconfitto dal capitalismo, che si è dichiarato trionfalmente vincitore e ormai unica civiltà globale. In realtà, non vi era alcun “socialismo”, solo tentativi di affermare una diversa formazione sociale condotti con modalità – ancora da studiare con nuovo tipo di orientamento, non più influenzato dal “comunismo” quale semplice spinta ideologica – che alla fine hanno condotto ad un gigantesco flop. Per questa fase “di passaggio d’epoca” dobbiamo concentrarci principalmente sullo scontro tra diversi paesi con differente potenzialità: potenze vere, subpotenze, alcuni paesi che stanno crescendo (non parlo solo della crescita economica, l’unica che sembra attrarre l’attenzione di politici e studiosi assai limitati) e altri in situazione di crisi, più o meno definitiva o invece transitoria. Il mondo è in completo subbuglio e non sarà per nulla facile individuare le sue effettive linee di tendenza caratterizzate da scontri tra forze contrastanti, che diverranno via via più “vivaci” e che sempre più si “condenseranno” assumendo l’aspetto del conflitto insanabile tra differenti gruppi di paesi “alleati”.

Posso sbagliare poiché non sono certo un profeta, né mi atteggio in tal senso, comunque oggi come oggi penso che si andranno “coagulando” – ma non credo prima di un 15-20 anni – due sostanziali “alleanze”, che vedranno alla loro testa (non necessariamente in modo nettamente predominante) Stati Uniti e Russia. Molti pensano che il vero conflitto sarà tra il primo paese e la Cina, considerata nettamente superiore (o almeno in via di diventarlo) rispetto al secondo. Continuo a pensare il contrario. E’ ovvio che la Cina sarà una pedina importante del conflitto e non si situerà in una posizione subordinata ad una delle due maggiori potenze in conflitto. Tuttavia, quando dovrà avvenire la suddetta “coagulazione” di due fondamentali “alleanze” (al cui interno gli “alleati” si guardano sempre con sospetto e non nutrono fra loro una sincera amicizia) – perché si abbia infine un confronto diretto e quindi in grado di affermare nuove supremazie, è assolutamente indispensabile che gli antagonisti siano fondamentalmente due – credo che i paesi “guida” (anche se non “padroni” delle “alleanze”) saranno Stati Uniti e Russia.

Oggi quest’ultimo paese, pur essendosi mosso bene ultimamente, sconta ancora la dissoluzione dell’Urss e l’inimicizia dei paesi europei (orientali), cosiddetti suoi satelliti dopo la seconda guerra mondiale e fino al 1989/91. Tuttavia, forse con una progressione piuttosto lenta, la Russia diventerà il vero antagonista degli Stati Uniti. Nell’attuale periodo storico si sta producendo un apparentemente più decisivo scontro interno al cosiddetto “campo occidentale”, cioè interno a Usa ed UE (e ai paesi ad essa aderenti). La frattura, che non appare di facile composizione e si va acutizzando, si è prodotta tra l’establishment dominante negli Usa fino a pochi anni fa (con minimali divergenze tra settori democratici e repubblicani) e quello che al momento denominiamo trumpiano. E tale frattura ha avuto immediati riflessi anche in Europa (e ovviamente nel nostro paese). Importante è che tale antagonismo duri più a lungo possibile – e se si accentuasse, sarebbe tutto “oro colato” – perché favorirà il consolidamento dell’altro polo di un conflitto più globale e che, lo ripeto, diverrà l’aspetto dominante della politica mondiale entro non più di un ventennio (almeno così mi sembra proprio).  

Tuttavia, oggi, chi non ragiona sempre in termini temporali non superiori a qualche mese o, al massimo, qualche anno dovrà cominciare a pensare all’alternativa rispetto all’attuale conflitto interno all’“occidente”: diciamo, semplificando, tra obamian-clintoniani e trumpiani negli Usa che provoca anche quello tra “popolari” e “socialisti” (oggi con il rincalzo dei “macroniani”), da una parte, e i sedicenti “populisti”, dall’altra. Per il momento, che non credo durerà al massimo più di alcuni anni, si può anche mostrare un minimo di favore – comunque un minore disfavore – nei confronti del cosiddetto “populismo” affinché si indebolisca quello che dovrà essere trattato come avversario principale. Non credo però che noi europei (e italiani in particolare, poiché noi siamo qui situati) dobbiamo semplicemente lavorare all’indebolimento del cosiddetto “campo occidentale” (quello a lungo dominato, perfino schiacciato, dagli Stati Uniti). Se così facessimo, semplicemente ci sposteremmo da un dato predominio (Usa) ad un altro (Russia). Vogliamo qualcosa di diverso, una maggiore autonomia e una più alta considerazione – quali autentici “alleati” – da parte di una delle due superpotenze che alla fine si affronteranno.

Giacché oggi, nel multipolarismo che dobbiamo far crescere, gli stati Uniti sono ancora il paese più forte, è indubbio che dobbiamo volgere il nostro sguardo con maggiore frequenza “verso est”, cioè appunto verso la Russia. E questo non potrà farlo la UE nel suo complesso. Ecco perché, senza fissarsi sulla uscita o meno da questa esiziale organizzazione e dalla sua moneta, si deve comunque lavorare alla creazione di una nuova organizzazione politica che abbia caratteristiche nazionali e, nel contempo, guardi ad altre forze analoghe che possano crescere in alcuni altri paesi a noi vicini (e non vi è dubbio che sarebbe cruciale se questa forza analoga si andasse formando in Germania). L’alleanza tra queste forze – ove nascessero e non si perdessero dietro alla “raccolta di voti” ma fossero in grado di organizzare ben bene un repulisti totale della putredine da cui sono attanagliati attualmente i nostri paesi, Italia in testa – dovrebbe guardare appunto ad est (Russia) senza però alcuna forma di dipendenza da essa. Lo ripeto: il problema è accentuare il processo in direzione di una acutizzazione dello scontro policentrico, senza volersi più mettere in vile e meschina posizione subordinata come fatto da tutte le forze politiche di questa miserabile Europa detta unita nei confronti del paese d’oltreatlantico.

Ovviamente, per ottenere il risultato desiderato a livello di scontro globale e per spazzare via la suddetta putredine “interna”, questa forza dovrà dedicare anche attenzione ai conflitti interni al proprio paese. E qui, la situazione è certo ben confusa. Dovremo tornare spesso sui bisogni che ormai premono, senza che per il momento sia chiaro fino in fondo quali schieramenti si andranno costituendo nel breve periodo. E’ un discorso che continueremo a fare. Siamo solo all’inizio. Insisto nel constatare una difficoltà di contatti tra gruppi che pure sembrano su posizioni sufficientemente vicine.      

 

VARIE E (NON) EVENTUALI di GLG

gianfranco

 

Dalla TV (sempre in mano ai soliti mestatori del falso buonismo e della spocchiosa accoglienza) sento ieri sera che sono arrivati a Porto Palo 110 (circa) migranti via Turchia, che hanno pagato 5000 euro a testa per farsi trasportare in Italia (terra evidentemente abitata da una popolazione squinternata; soprattutto di testa, se accetta simili ignominie). Sono dei poveri miseri e diseredati, che morivano di fame nei loro paesi? Poi c’è la solita ONG (con l’Aquarius) che avrebbe raccolto circa 140 altri migranti verso la Libia; la maggioranza di questi – dice la nostra TV per impietosire – sono “minori non accompagnati” (non ci si dice quanto hanno pagato questi altri migranti). Sono profughi di guerra? Sono perseguitati politici? Non si faccia ridere, sono illusi e trasbordati da autentici criminali, che ci guadagnano fior di soldi. Ricordo per l’ennesima volta che sette ONG su nove sono state create (da personaggi non proprio credibili per umanità) a partire dal 2014, quando eravamo nel pieno del flusso disordinato promosso da farabutti, molti dei quali con ottimi addentellati anche in ambienti ecclesiastici. Sarebbe ora di arrivare alla resa dei conti. Anche perché i veri artefici di queste migrazioni – senza dubbio favorite dal disordine e sfacelo creato in quei luoghi dalla politica obamiana, che ha trovato un suo vertice nel 2011 con le aggressioni a Libia e Siria, mediante sicari tipo Francia e Inghilterra nonché l’Isis (abbondantemente finanziata da molte parti) – sono ambienti legati ai peggiori vertici UE (e a governi in questa preminenti), che sentono minacciata l’ormai lunga supremazia inizialmente consolidatasi (apparentemente) con il crollo del mondo bipolare e invece entrata in profonda crisi degenerativa con l’incombente rischio di una vera catastrofe epocale per tutto il nostro continente.

Intanto almeno ci si decida a cambiare nel nostro “pauvre pays” i direttori delle tre reti RAI. Sarebbe anche da espropriare il “nano” delle reti Mediaset; si inizi comunque a sbattere fuori dalle reti pubbliche i nemici del paese. Ieri sera, ho sentito dare grande risalto a un cretino (non ricordo il nome, comunque un “sinistro” nel peggior senso di questo termine) che continuava a “vomitare” contro Foa, affermando la necessità di nominare un “presidente di garanzia”, cioè…… Michele Santoro. Forse adesso mi prenderete per uno che si è perso di testa; no, vi assicuro che è stato detto proprio così. E chi lo ha detto non si era perso di testa, è uno che non dovrebbe nemmeno essere nominato in TV, ma invece preso a calci nei denti. Bisogna insomma togliere la RAI dalle mani di questa schifosa marmaglia che da anni e anni si è impadronita di tutta l’informazione.

http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2018/8/12/RETROSCENA-Alla-Leopolda-nasce-Forza-RB-il-nuovo-partito-di-Renzi-e-Berlusconi/834324/
Era ora. Finalmente comincia a venire allo scoperto quanto è evidente da ben prima del voto del 4 marzo. Il patto del Nazareno era saltato perché il berlusca voleva un presdelarep peggiore, quell’Amato che anni fa, di notte, ci sottrasse una certa quota dei nostri depositi in c/c. Non che quello attuale sembri mostrare “meraviglie” (soprattutto in occasione della nomina del nuovo governo; e ancor meno per le tirate sul “razzismo”, dimenticando una serie di questioncelle tipo quella di Macerata e anche decine di altre); tuttavia, Amato era proprio una trovata da “nanetto”, una dello stesso livello di quella di rendere Tajani suo successore e di dare cariche importanti ad una serie di sprovvedute “ragazzotte”. Comunque, lo ripeto, è da un pezzo che i contatti R-B erano ripresi alla grande, ma sempre ben coperti. Alle ultime elezioni tutto era già pronto, ma il loro risultato non è andato secondo le speranze; in particolare c’è stato lo choc inatteso della Lega primo partito del centro-destra. Resta incredibile che Salvini abbia impiegato tanto tempo a diffidare seriamente del “nano”; e nemmeno l’ha ancora fatto in modo netto (comunque, certamente, esiste il grosso problema delle giunte regionali in comune). Forse più sorprendente è la Meloni, che ancora mi sembra troppo “leale” verso un “Gano di Maganza (o Magonza)” qual è il “traditore d’Arcore”. D’altra parte, ho molti dubbi che un “contratto” tra due organizzazioni assai dissimili possa consentire un governo in grado di ottenere veri successi. Ci vorrebbe qualcuno capace di tagliare netto con il passato di questa Italietta, prendendo a calci quelli di “Forza RB”, a partire dai due promotori di questa “infezione”. E poi incombe anche il pericolo del “partito dei competenti” per cui spingono Calenda (povero nonno Luigi Comencini) e Bonino (che orrore!), cui parteciperebbero altri “incubi” tipo Boeri, Burioni, Cottarelli e vari personaggi, tutti da fare accapponare la pelle.

La terribile involuzione – molte volte l’ho detto, ma mancano ancora tanti tasselli “storici” con i furfanti di “sinistra” che hanno invaso la storia “contemporanea”, ivi compreso il suo insegnamento universitario – inizia con gli “accomodamenti opportunistici” del Pci togliattiano; certamente obbligati, per molti versi, dai “patti di Yalta”. L’involuzione si accelera però dopo la morte del leader comunista nel 1964 e giunge ad una vera svolta a fine anni ’60 e soprattutto nei ’70. Gli “anni di piombo” vengono tinti di “rosso rivoluzionario” per i clamorosi errori di settori sessantottardi, in testa le BR. Furono soltanto errori? Di alcuni personaggi certamente, ma forse non di tutti. In ogni caso, chi cercava di manovrare democristianamente per impedire l’avvicinamento del Pci al campo “atlantico” fu accoppato nel ’78; e ancora una volta se ne presero la responsabilità (e stavolta non ci sono attenuanti in merito) i settori ormai falsamente tinti di “rosso”. Il decennio ’70 è stato in realtà quello di manovre e contromanovre di varie forze (di molti paesi) con la sempre più incisiva svolta “filooccidentale” dell’eurocomunismo e il cambio di campo dei piciisti, con la fine delle illusioni sulla “lotta operaia” (la marcia dei 40.000 alla Fiat nell’80) e la preparazione di ciò che poi avverrà al crollo del sistema bipolare e dell’Urss. I piciisti, finalmente mutati di nome e unitisi a settori dei diccì detti “di sinistra”, diventano il vero comparto di sempre più spinto asservimento dell’Italia agli Usa dei Clinton e Bush. Da “mani pulite” inizia una nuova storia. E questa non è solo italiana, ad essa si unisce quella di una Europa “occidentale” conglobata agli Usa con la Nato e poi diventata UE (1992-93) con l’assorbimento dei paesi del “fu campo socialista”.

Nel XXI secolo vi è la ripresa della Russia, cresce la Cina, ecc. ecc.; si va verso un nuovo multipolarismo del tipo di quello che caratterizzò il declino inglese di fine XIX secolo e sfociò nei conflitti acuti policentrici della prima metà di quello XX. La crisi mondiale è evidente, si nota un qualche declino Usa (malgrado l’ancora grandissimo potenziale bellico). L’Europa “(dis)unita” mostra crepe evidenti. Tuttavia, occorre un vero grande sussulto che spazzi via i vecchi partiti della “servitù” (socialisti e democristiani; e ovviamente i postpiciisti). In Francia si è costituito un “movimento” (denominiamolo temporaneamente Attali-Macron), che vorrebbe sostituire su scala più generale l’indebolito PPE e lo sfasciato PS. A questo movimento mi sembra riferirsi il tentativo italiano di costituire il “partito dei competenti”; il mascherato “Forza R-B” sembra invece voler rilanciare i vecchi dominanti della UE. Entrambi fanno riferimento ai settori statunitensi dell’establishment momentaneamente battuto da Trump. In Europa “si aggira” Bannon che tenta, in apparente solitudine (mentre è sicuramente collegato con settori dell’establishment trumpiano), di collegare fra loro nuove forze, che si ritengono più adeguate e vigorose per potersi alla fine opporre al crescente multipolarismo e ai due paesi che ne sono i maggiori portatori. Credo che una serie di movimenti chiamati “populisti” (talvolta anche “sovranisti”) si ricolleghino soprattutto a questo nuovo disegno. Invece la “libertà” d’Europa (non tutta insieme, ma intanto con la nascita di movimenti realmente autonomisti in alcuni suoi principali paesi) esiga l’almeno iniziale nascita di reali movimenti autonomisti, che si preparino (ma senza perdere ancora tanto tempo) ad affrontare una ben diversa stagione di lotte con metodi piuttosto “energici”, che spazzino via tutta la putredine accumulatasi in così tanti anni (decenni). E bisogna con decisione e senza tante esitazioni collegarsi con i paesi che fanno crescere il multipolarismo. Anche questi, però, debbono essere meno “timidi” e mettersi di più in gioco. Nella nostra area mi riferisco evidentemente soprattutto alla Russia. Cari giovani, cui sempre faccio appello, volete uscire un po’ più allo scoperto?

Il governo follaiolo

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Questo non è il governo del popolo ma delle folle. I follaioli sono anche peggio dei populisti perché traggono dal malcontento solo quanto in esso vi è di più negativo e deleterio. Il popolo è un concetto indistinto che, tuttavia, evoca ancora una certa nobiltà di sentimenti, benché spesso disattesa. La folla, invece, richiama alla mente, più direttamente, il linciaggio dei deboli, la vendetta sommaria verso i malcapitati, i più “periferici” e i “marginali”, anche quando si tratta di uomini del potere, la manipolazione e l’orrore dell’esecuzione senza alcuna spiegazione. E con chi se la prendono grillini e leghisti in testa agli organi istituzionali? Con gli ex parlamentari e i loro vitalizi maturati a norma di legge, con i pensionati meglio pagati ma non perché abbiano rubato nulla a nessuno, con gli immigrati scaraventati dalla Nato in un ambiente alieno o attirati con promesse vacue in Paesi dove non potranno mai essere accolti, se non come elementi eterodiretti di disturbo sociale. Innanzitutto, se passa il concetto che si possano toccare i diritti acquisiti e tacciare chi ne gode di parassitismo, nessuno si senta più al sicuro contro infamie e ingiustizie. Presto o tardi verranno a prendere anche voi. Ha pienamente ragione Gianfranco La Grassa quando scrive che siamo giunti unicamente ad un altro livello della guerra tra ceti sociali, dove alla guerra tra poveri (imposta dai sinistri) si aggiunge quella tra gruppi medi e bassi (voluta dai barbari pentaleghisti): “Se i semicolti ululano in favore dell’accoglienza ai migranti (di ogni genere, e non certo i diseredati e affamati che restano nei paesi d’origine non avendo le migliaia di euro o dollari per arricchire scafisti e ONG) perché vogliono favorire la “guerra tra poveri” e avere un giorno bande mercenarie al loro servizio (lo ha detto infine esplicitamente Saviano invitando “alla resistenza assieme a immigrati e rom”), questi pentastellati [pure Salvini ha dichiarato di sostenere la battaglia del presdelcam Fico] inseguono lo stesso fine anche se con modalità diverse e mettendo ceti popolari contro quelli medio-bassi.”
Il vero banco di prova di una compagine che avesse avuto a cuore seriamente gli interessi nazionali sarebbe stato quello della politica internazionale, il mutamento delle alleanze atlantiche che hanno retrocesso l’Italia a provincia succube dei venti geopolitici. Nonostante, però, le tonitruanti dichiarazioni dei leghisti, circa la sospensione delle sanzioni alla Russia, alla prima occasione, costoro hanno barattato la possibilità di un grande mutamento con un boccone per le folle con la bava alla bocca, quale è, per l’appunto, l’accordo sui barconi. Quest’ultimo è sì un problema da risolvere ma non scagliandosi sugli effetti immediati bensì agendo sulle cause che l’hanno scatenato. Anche su questo punto sono pienamente d’accordo con La Grassa: “sui migranti si sta facendo della demagogia, opposta ma eguale a quella dei semicolti. Questi predicano l’accoglienza indiscriminata con linguaggio da Papa Francesco (che mi fa venire il vomito appena lo sento); questi altri insistono sulla “sicurezza” come se si trattasse dell’arrivo di una maggioranza di delinquenti, di selvaggi o che so io. Bisogna partire dal momento di inizio del flusso massiccio, quel 2011 di “primavera araba” (palle colossali su movimenti popolari per la libertà e la democrazia), di vile aggressione alla Libia e poi alla Siria (per il momento sventata dalla Russia, ma con problemi non ancora risolti). Poi ben valutare come, dopo il fallimento delle “operazioni” obamiane, l’establishment europeo, in grave crisi, stia tentando di sfruttare il caos creato per la propria sopravvivenza”. L’Italia deve farsi propugnatrice di una nuova visione geopolitica, deve ridefinire i suoi obiettivi futuri (con nuove classi dirigenti), sostenere e indurre la Germania (in cui si auspica che emergano ugualmente drappelli politicamente più assertivi di quelli attuali, ancora legati al precedente establishment statunitense) a trasformare gli accordi economici sottobanco con la Russia in opzioni strategiche che rinnovino il corso storico di tutto il continente europeo.
Questa è la prima scelta di un autentico governo del cambiamento. Il resto è apparenza e ipocrisia di cialtroni che puntano a dividere il popolo, con tagli appena differenti dal passato, per mangiarselo meglio.

North Stream2: il conflitto si sposta dentro la UE (2) – di Piergiorgio Rosso

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Nel precedente articolo informavamo dell’intenzione della Commissione Europea di cambiare il diritto applicabile ai gasdotti transnazionali per permettere alla Commissione stessa di determinare le condizioni contrattuali applicabili al commercio di gas naturale trasportato in quegli stessi gasdotti. Con lo scopo di controllare direttamente quantità e prezzi del gas naturale trasportato da Gazprom attraverso il North Stream2 (NS2) a favore di Polonia e Ucraina. Col rischio – per ora per fortuna del tutto ipotetico e teorico – di estensione di tale intervento della Commissione sul regime contrattuale vigente nei gasdotti transnazionali di interesse nazionale italiano (dalla Libia, Tunisia, Russia e – nel prossimo futuro – Azerbaijan).

Il nuovo governo dovrà affrontare la questione non sappiamo precisamente quando, ma sicuramente in tempi brevi perché la vicenda NS2 ha subito in questi giorni una significativa accelerazione.

Il 7 giugno u.s. la Svezia ha rilasciato a Gazprom le autorizzazioni al passaggio ed alla gestione del gasdotto nella sua Zona Economica Esclusiva (ZEE) per un tratto di circa 510 km. Ora manca all’appello solo la Danimarca che potrebbe aderire alle preoccupazioni esternate dagli USA sul rischio che il gasdotto russo potrebbe essere dotato di stazioni di ascolto sottomarino mettendo a rischio la sicurezza delle navi NATO. Ridicolo … (i tubi del NS1 già ci sono in fondo al mare Baltico …) ma tant’è. Gazprom ha fatto sapere che nel caso la Danimarca non concedesse l’autorizzazione è allo studio un cambiamento di percorso in acque internazionali.

Siamo stati recentemente in Germania a Greifswald dove l’attuale NS1 opera da anni e dove dovrebbe “atterrare” anche l’NS2 per constatare lo stato dei lavori. La movimentazione degli spezzoni di tubi da preparare, saldare e depositare in mare è continua ed il deposito dei pezzi occupa un’intera valletta vicino al porto di Sassnitz (vedi foto).

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Siamo pertanto portati a credere che la costruzione del NS2 non si fermerà facilmente, troppo avanzata la preparazione dei materiali e la fase autorizzativa è ormai quasi alla fine. Sia Gazprom che il portavoce del Cremlino Dimitry Peskov infatti hanno confermato che i lavori di deposizione del gasdotto nel mare della ZEE svedese cominceranno entro fine anno.

In questo contesto il Presidente ucraino Petro Poroschenko ha giocato la sua ultima carta, annunciando di essere al lavoro per creare un – non meglio definito – consorzio di imprese europee disponibili a gestire i gasdotti ucraini evitando così la costruzione del NS2. L’iniziativa avrebbe – ca va sans dire – l’appoggio degli USA. Poroschenko starebbe “attivamente negoziando con la Germania” su questa proposta.

E’ evidente che le pressioni su A. Merkel affinché fermi il gasdotto NS2 stanno raggiungendo l’acme, contando sulle difficoltà che l’attuale coalizione di governo tedesco ha su vari fronti: immigrazione, riforma dell’eurozona, dazi commerciali, insolite ispezioni in Deutsche Bank.

Si rinforza a nostro parere l’ipotesi secondo cui la via d’uscitache i tedeschi stanno esaminando prevede la costruzione del NS2 ma con una diversa regolazione dei gasdotti transnazionali, affidata ad organismi dell’UE.

Con conseguenze per ora inimmaginabili per i nostri interessi nazionali.

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